Domenico Giani, angelo custode di “Papa Cecco” visto da una “divota vecchiaccia toscana”

DOMENICO GIANI, ANGELO CUSTODE DI PAPA CECCO VISTO DA UNA DIVOTA VECCHIACCIA TOSCANA

 

Domenico Giani è dal 2006 capo dei servizi di sicurezza della Città del Vaticano. Cinquantenne, toscano nato nella bella Arezzo e con una notevole carriera alle spalle nella Polizia di Stato e nei servizi di sicurezza della Repubblica Italiana [vedere QUI, QUI, QUI, QUI]. Dal marzo 2013 è forse uno degli uomini meno invidiati al mondo. Pochi, in questo momento vorrebbero trovarsi al posto suo a gestire la sicurezza del Santo Padre in situazioni a volte ingestibili. Una mamma di Arezzo che potrebbe essere madre del comandante Giani, con trasporto materno ha voluto indirizzargli questa lettera in vernacolo toscano — o meglio in vernacolo aretino/chianaiolo — affidandola alla nostra Ipazia gatta romana per la pubblicazione sull’Isola di Patmos. Anche se non si tratta di un testo di carattere filosofico e teologico secondo l’usuale taglio della nostra rivista telematica, lo pubblichiamo ugualmente con un sorriso, non essendo questa lettera affatto priva di cristiano e materno buon senso.

 

Ipazia gatta romana

Autore                 Ipazia gatta romana

 

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In che misura un Pontefice che non ascolta nessuno fuorché se stesso potrebbe cadere in errore?

IN CHE MISURA UN PONTEFICE CHE NON ASCOLTA NESSUNO FUORCHÈ SE STESSO POTREBBE CADERE IN ERRORE?

 

L’affermazione del Santo Padre: «ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario» dovrebbe rallegrare molto i vescovi, che lungi dall’essere interpellati, possono avere in tal modo un meritato saggio di quello che è il reale concetto di “collegialità” del Principe degli Apostoli e Capo del Collegio Apostolico, casomai qualcuno di loro intendesse manifestare contrarietà, perché ogni Collegio Apostolico finisce sempre con l’avere per ineffabile grazia dello Spirito Santo il Capo che si merita.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Il presbitero Ariel S. Levi di Gualdo in modo aggressivo, il domenicano Giovanni Cavalcoli in modo più mitigato, hanno scritto parole durissime contro i lefebvriani. Oggi Papa Francesco ha affermato: «[…] ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono […] Nel frattempo, mosso dall’esigenza di corrispondere al bene di questi fedeli, per mia propria disposizione stabilisco che quanti durante l’Anno Santo della Misericordia si accosteranno per celebrare il Sacramento della Riconciliazione presso i sacerdoti della Fraternità San Pio X, riceveranno validamente e lecitamente l’assoluzione dei loro peccati» [cf. documento QUI]. Non sarebbe il caso di chiedere scusa da parte vostra per tutto quello che avete scritto in passato contro la Fraternità Sacerdotale di San Pio X?

Alessio Maffei

Caro Lettore

padre pio

San Pio da Pietrelcina dentro il confessionale a San Giovanni Rotondo

Anzitutto le rispondo che io chiederò scusa agli eretici lefebvriani ― che tali di fatto sono e restano ― quando me lo imporrà il mio Ordinario Diocesano e dopo che il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede o chi per lui facente le veci mi avrà indicato a uno a uno gli errori dottrinari, canonici e pastorali nei quali sono incorso in quei miei scritti passati tutti quanti reperibili nell’archivio dell’Isola di Patmos; scritti che al presente confermo nella loro sostanza sul piano dogmatico e canonico dal primo all’ultimo.

L’affermazione del Santo Padre: «ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario» dovrebbe rallegrare molto i vescovi, che lungi dall’essere interpellati possono avere in tal modo un meritato saggio di quello che è il reale concetto di “collegialità” del Principe degli Apostoli, nel caso qualcuno di loro intendesse manifestare legittima perplessità, perché ogni Collegio Apostolico finisce sempre con l’avere per ineffabile grazia dello Spirito Santo il Capo che si merita, visto che tra le righe — e neppure tanto tra le righe — il Santo Padre ha detto a tutti loro: “Io faccio quel che voglio e come voglio, a prescindere da ciò che potete pensare voi”. E questo al contrario del suo troppo mite Sommo Precedessore messo in croce per anni anche dalle peggiori critiche dei vescovi, per non parlare di quelle dei teologi o di quelle a tratti furenti di quella autentica piaga ecclesiale tali sono le teologhe femministe. È per ciò doveroso ricordare che Benedetto XVI procedette alla remissione della scomunica in cui incorsero i vescovi consacranti ed i vescovi consacrati senza mandato pontificio nel giugno del 1988, solo «dopo una vasta consultazione», come riferisce nel 2009 il Cardinale Darío Castrillón Hoyos all’epoca addetto ai lavori [vedere QUI].

A cavallo tra il XVII e il XVIII secolo regnò in Francia Luigi XIV [1643-1715], noto anche come Re Sole. Salì al trono alla tenera età di cinque anni sotto la reggenza della madre Anna d’Austria. All’età di 13 anni, nel 1651, fu dichiarato maggiorenne e quindi in grado di governare, anche se il governo proseguì a essere esercitato dal Cardinale Giulio Mazzarino [1602-1661], alla morte naturale del quale egli assunse i pieni poteri regi. Il suo governo fu improntato sul cosiddetto assolutismo, imitato presto dalla gran parte dei sovrani europei. A Luigi XIV è attribuita la dubbia frase l’etat c’est moi [lo stato sono io] variamente riportata e diffusa da vari autori anche come la lois c’est moi [la legge sono io].

Sinceramente credo che il Santo Padre Francesco è così umile che mai si comporterebbe come se “La Chiesa sono io” o come se “la Legge sono io”. Il Santo Padre Francesco è infatti talmente aperto a tutto, incluso ciò che non è cattolico, ed è talmente «liberale» o «rivoluzionario» ― per usare due impropri termini rasenti l’ingiuria alla Persona del Romano Pontefice usati da quella passionaria argentina di Elisabetta Piqué [1] e da una stampa internazionale che non ha proprio chiaro il ruolo del Successore di Pietro ― che mai si comporterebbe in modo arbitrario e impulsivo; mai si comporterebbe come se la Chiesa fosse sua o come se lui potesse andare tranquillamente al di là delle leggi ecclesiastiche, sino a modellarsi una Chiesa ad personam.

Non a caso, fino a pochi decenni fa il Romano Pontefice parlava usando il “Noi “, o cosiddetto plurale maiestatis, il quale non aveva proprio nulla di ridondante o di imperiale ma molto invece di teologico e di pastorale, lo dimostra il fatto che una volta tolto il “Noi ” è subentrato inevitabilmente l’ “Io“, sino alle forme più esasperate ed esasperanti di personalizzazione del pontificato. Non più quindi il “Noi ” che rende impersonale il sacro ministero petrino ricordando anzitutto a Pietro che egli è appunto Pietro e non più Simone, ma l’ “Io ” che invece personalizza il papato e che può correre il rischio di rendere Pietro ostaggio dei capricci di Simone.

Senza pena di equivoco chiarisco: essendo il Romano Pontefice rivestito di un potere che a lui perviene da Cristo Dio e non certo dal Popolo Sovrano o dal Parlamento Democratico dei Cardinali che lo ha eletto, egli ha legittima e piena facoltà di dire di “no” anche a proposte, direttive o riforme approvate all’unanimità da un concilio ecumenico, perché nulla potrebbe mai divenire dottrina o legge vincolante della Chiesa senza la sua approvazione. Quando infatti nei concili ecumenici o nei sinodi dei vescovi si vota, ciò avviene affinché Pietro abbia chiaro quello che è il pensiero del Collegio degli Apostoli, ma poi, chi in ultima istanza decide è lui; e le sue decisioni non sono prese a maggioranza dei voti parlamentari ma dalla grazia di stato del Successore del Principe degli Apostoli [2] che agisce e che dovrebbe sempre agire in quanto “Noi ” e non certo in quanto “Io “.

Per quanto riguarda la legge: il Romano Pontefice ha potestà piena e immediata su tutta la Chiesa. Egli è il supremo legislatore e come tale ha legittima facoltà di abolire, cambiare, riformulare diversamente o derogati i canoni del Codice di Diritto Canonico in qualsiasi momento lo voglia [3]. Cosa questa che avviene solitamente attraverso decreti, bolle pontificie, o comunque precisi atti del suo sommo magistero, non attraverso interviste, discorsi a braccio o messaggi privati, perché il Romano Pontefice, custode supremo del deposito della fede è anche supremo maestro, ed un maestro è tale nella misura in cui spiega e rende comprensibili le sue spiegazioni attraverso il pio insegnamento improntato sulla prudenza e la sapienza. E qui merita ricordare che la prudenza è la prima delle quattro virtù cardinali [4], la sapienza è il primo dei sette doni dello Spirito Santo [5].

Mi duole dover dire quello che altri sembra non abbiano il coraggio di dire: ciò che il Santo Padre ha disposto è purtroppo pastoralmente sbagliato. Si tratta peraltro di un errore palese, uno tra i tanti che giorno dietro giorno passano sotto il silenzio dei vescovi e che sono destinati ad aumentare la confusione che serpeggia nella Chiesa e tra le membra già troppo confuse del Popolo di Dio.

A cuore tutt’altro che leggero affermo che ciò è pastoralmente sbagliato per questo semplice motivo: i presbiteri consacrati sacerdoti nella Fraternità Sacerdotale di San Pio X, ai sensi del Codice di Diritto Canonico sono validi ma illeciti [6], quindi non amministrano e non possono amministrare lecitamente i Sacramenti, come ha spiegato il Venerabile Pontefice Benedetto XVI chiarendo che la revoca della scomunica non cancella il dato di fatto che i cosiddetti Lefebvriani non possono appunto amministrare lecitamente i Sacramenti:

«Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa» [7].

Detta in altri termini: la loro ordinazione sacerdotale è valida, perché amministrata da un Vescovo che a sua volta è stato validamente ma illecitamente consacrato. Questa validità nulla toglie però all’illecito, perché è appunto illecito oltre che gravissimo consacrare sacerdoti dei presbiteri non in comunione con Roma. E come risaputo i cosiddetti lefebvriani negano la validità dell’ultimo concilio della Chiesa e la quasi totalità delle nuove discipline che ne sono conseguite sul piano dottrinale, non solo su quello “meramente” pastorale.

Non so che cosa abbia indotto il Santo Padre a conferire tale facoltà a dei sacerdoti illecitamente ordinati che come tali sono sospesi ipso facto dall’esercizio del sacro ministero all’atto stesso della loro sacra ordinazione. Infatti, i cosiddetti sacerdoti lefebvriani, tutt’oggi non in comunione con Roma e sprezzanti l’odierno Magistero della Chiesa, da essi accusata di essere scivolata ormai da mezzo secolo nell’apostasia [8], potrebbero amministrare lecitamente confessioni in un solo caso: ad una persona in grave pericolo di vita. Cosa questa che può fare ― e che anzi è tenuto a fare ― persino un sacerdote scomunicato e dimesso dallo stato clericale [9].

Dunque il Romano Pontefice, che pure può abolire le leggi, riformare le leggi o creare nuove leggi come e quando vuole, non è al tempo stesso al di sopra della dottrina della Chiesa, anche se tutti i vescovi, vuoi per pavidità, vuoi per interesse, su certe esternazioni confuse e ambigue tacciono in modo colpevole; e ciò sino a gravarsi per spirito omissivo dettato forse dal quieto vivere o da certe loro insopprimibili aspirazioni di carriera, di una tale responsabilità che potrebbe spalancare domani le porte dell’Inferno a diversi di loro. Non si può, infatti, tacere sull’ovvio. Non dovrebbero tacere quelli della Congregazione per la dottrina della fede e non dovrebbero tacere i canonisti che popolano il palazzo del Supremo tribunale della segnatura apostolica, perché siamo dinanzi a un errore che pare non tenere conto di una palese ovvietà: i Sacramenti non sono un bene disponibile, neppure per la Chiesa stessa che li ha ricevuti in custodia da Dio e che li dispensa come azioni della grazia soprannaturale; li dispensa, ma non li possiede. A nessuno è data facoltà, neppure al Romano Pontefice, di disporre in modo arbitrario di essi, concedendone la “lecita” amministrazione a chi di fatto ha eretto il proprio essere, esistere e operare proprio sulla negazione dell’unità e il rifiuto ostinato del Magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni. Il Romano Pontefice è chiamato a «confermare i fratelli nella fede» [10], non a legittimarli nell’errore, non a confonderli, non a dividerli a colpi di ambiguità.

Più complesso ancora il discorso legato alla dogmatica sacramentaria, dinanzi al quale sembra tacere il tremolante esercito di monsignorini in forza presso la Congregazione per la dottrina della fede, gran parte dei quali anche docenti presso le varie università ed atenei pontifici: l’essenza dei Sacramenti e la loro sostanza metafisica si regge sull’unità [11]. Io celebro il Sacrificio Eucaristico e amministro i Sacramenti perché sono un presbitero in piena comunione col Vescovo dal quale promana e dipende il sacerdozio che ho ricevuto per mistero di grazia, previa solenne promessa di prestare a lui «devota e filiale obbedienza», perché è dalla Eucaristia del Vescovo investito del potere apostolico che procede la validità delle Eucaristie celebrate dai suoi sacerdoti. E il Vescovo non è tale semplicemente in quanto tale, ma perché a sua volta è in piena comunione col Vescovo di Roma, ed essere in comunione vuol dire anzitutto accettare, rispettare, applicare e diffondere tra le membra del Popolo di Dio la dottrina e il Magistero della Chiesa, non certo affermare e insegnare — come fanno invece i lefebvriani — che le dottrine di un intero concilio ecumenico sono fuorvianti ed il magistero che ne consegue è addirittura «apostatico».

Riguardo quest’ultimo discorso avrei molto altro da aggiungere soprattutto per quanto riguarda la natura e la sostanza dei Sacramenti. Lascio però alla Congregazione per la dottrina della fede presso la quale lavora appunto un esercito di monsignorini variamente dottori e professori, la risposta al seguente quesito: secondo la disciplina dei Sacramenti edificata sulla dogmatica sacramentaria, può essere conferita facoltà di amministrare lecitamente i Sacramenti a sacerdoti e Vescovi che negano la comunione con Pietro e col Collegio degli Apostoli e che da decenni accusano gli uni e gli altri di apostasia dalla fede cattolica, a partire dai Sommi Pontefici che si sono succeduti sulla Cattedra di Pietro dal 1958 a oggi? Perchè i bizantinismi pseudo canonici ed i farisaismi pseudo teologici dei lefebvriani ci sono noti da quattro decenni: da una parte, affermano di celebrare in comunione con la Chiesa (!?), dall’altra diffondono testi e documenti nei quali indicano come eretici i Romani Pontefici ed i Vescovi. 

È bene infatti ricordare a tutti coloro che difettano nel dono della memoria che il Superiore Generale della ereticale Fraternità Sacerdotale di San Pio X non si è limitato ad apostrofare come “eretico” il Santo Padre Francesco … molto di più! Del Romano Pontefice ha dato questa pubblica definizione: «Abbiamo davanti a noi un vero modernista!» [vedere QUI]. E detto questo ricordo, sempre ai carenti di memoria e forse anche di cultura teologica, che il modernismo, secondo la sapiente e sempre attuale definizione del Santo Pontefice Pio X, non è una semplice eresia, ma la madre e il ricettacolo di tutte le eresie. Da ciò dobbiamo forse dedurne che per meritare il rispetto, le attenzioni pastorali, la tenerezza e la misericordia del Santo Padre Francesco — va da sé, è un quesito paradossale — bisogna per caso accusarlo pubblicamente di essere “ricettacolo di tutte le peggiori eresie“, come ha fatto il Capo dei Lefebvriani?

Se a questi soggetti viene fatta tale concessione, pure in occasione dell’anno giubilare, senza che essi si siano ravveduti e senza che prima abbiano chiesto pubblicamente perdono al Romano Pontefice da loro insultato a male parole e additato come un vero e proprio eresiarca; se prima non rientreranno in piena comunione di unità con Roma, in che misura si può correre il rischio di trasformare il Sacramento in un bene disponibile del quale si può usare e forse abusare in modo arbitrario? Perché la Chiesa è «Sacramento di unità» [12] e se la disciplina dei sacramenti è stata riformata sotto il pontificato misericordioso del Santo Padre Francesco, che ha deciso di renderne lecita la amministrazione anche a coloro che sprezzanti la dottrina e il magistero negano la loro comunione con la Chiesa «apostatica» del «conciliabolo» Vaticano II e che non riconoscono gli atti del magistero successivi al 1958 [vedere QUI], allora esigo che i soloni della Congregazione per la dottrina della fede e quelli della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti ce lo facciano sapere in modo chiaro e prima possibile, così che noi presbiteri si possa prendere atto del fatto che l’etat c’est moi [lo stato sono io] e che la lois c’est moi [la legge sono io], quindi agire di conseguenza aumentando le nostre preghiere, le nostre penitenze e semmai mettendoci anche a gridare: si salvi chi può ! Perché se al Santo Padre non fosse chiara la natura del supremo ministero apostolico di cui egli è rivestito per mistero di grazia — ministero che peraltro non gli appartiene ma che gli è stato dato in comodato d’uso per servire la Chiesa e guidarla come supremo servitore — a noi il tutto è invece chiaro: non andrebbero fatte concessioni di alcun genere a persone che da quattro decenni accusano la Chiesa di apostasia dalla fede e che ricoprono di insulti Pietro e l’intero Collegio degli Apostoli, perché questa non è misericordia; e se queste sono le premesse dell’Anno Giubilare della Misericordia, come dicevo sopra … si salvi chi può !

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NOTE

[1] Cf. Elisabetta Piqué, Francesco, vita e rivoluzione [vedere QUI].

[2] Cf. Costituzione  dogmatica Lumen gentium, n. 8 [vedere QUI].

[3] Cf. Codice di Diritto Canonico, cann. 331-335 [vedere QUI].

[4] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1806.

[5] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1830.

[6] Cf. Codice di Diritto Canonico, cann. 1382-1384 [vedere QUI].

[7] Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica ai 4 Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre, 10 marzo 2009 [vedere QUI]; Nota della Segreteria di Stato circa i quattro Vescovi della Fraternità di San Pio X, 4 febbraio 2009 [vedere QUI].

[8] Dichiarazione del Vescovo Marcel Lefebvre sulla apostasia di Roma, vedere QUI

[9] Codice di Diritto Canonico, sul Sacramento della Penitenza [cann. 965-986], vedere nello specifico can. 976.

[10] Cf. Lc. 22,32.

[11] Cf. Beato Paolo VI, Unitatis redintegratio [vedere QUI]

[12] Cf. Costituzione dogmatica Lumen gentium, nn. 1-8 [vedere QUI]; Codice di Diritto Canonico, can. 837 [vedere QUI]

Il Sinodo sulla Famiglia, una lettura critica della trilogia di articoli di Antonio Livi

Theologica

IL SINODO SULLA FAMIGLIA
UNA LETTURA CRITICA SULLA TRILOGIA DI ARTICOLI DI ANTONIO LIVI

[…] Il ritenere che i divorziati risposati siano in uno «stato permanente di peccato grave» è un giudizio temerario, che non ha a che vedere con la dottrina della Chiesa. Al contrario, secondo la morale cattolica, qualunque peccato, per quanto grave, se il peccatore si pente, può essere perdonato, anche senza il Sacramento della penitenza, considerando che esistono mezzi ordinari e straordinari di salvezza; i primi sono i Sacramenti di istituzione divina dei quali la Chiesa è dispensatrice, i secondi sono le vie imperscrutabili di Dio, e per usare questi secondi mezzi, sia la grazia sia la misericordia di Dio non necessitano del permesso né degli epistemologi né dei filosofi, né ai teologi […]

 

 

Autore Jorge A. Facio Lince

Autore
Jorge A. Facio Lince

 

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Jorge A. Facio Lince – IL SINODO SULLA FAMIGLIA

 

 

Lo gnosticismo di Giuseppe Barzaghi

— Theologica —

LO GNOSTICISMO DI GIUSEPPE BARZAGHI

 

Il sistema di Giuseppe Barzaghi può essere classificato come una forma di gnosticismo panteista monista non di tipo storicista, come quello hegeliano, ma di tipo eternalista come quello di Severino.

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

 

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Giovanni Cavalcoli, OP – LO GNOSTICISMO DI GIUSEPPE BARZAGHI

La pastorale inadeguata

LA PASTORALE INADEGUATA

 

Il Collegio dei Vescovi in unione col Vescovo di Roma continua e continuerà sempre a costituire la guida infallibile nella fede cattolica, quale che sia il modo col quale il Magistero si esprime, semplice o solenne, ordinario o straordinario.  Spetta dunque ai vescovi, fraternamente uniti nella collegialità, rimediare alla grave crisi di fede che oggi serpeggia nella Chiesa.

 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

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Giovanni Cavalcoli OP

giovanni XXIII apertura vaticano II

San Giovanni XXIII all’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II

Il Santo Pontefice Giovanni XXIII nel famoso discorso di apertura Gaudet Mater Ecclesia del Concilio Vaticano II, evidenziava come scopo del Concilio non fosse tanto quello di condannare specifici errori del presente, quanto piuttosto quello di proporre il messaggio cristiano in uno stile ed in un linguaggio moderni, adatti all’uomo del nostro tempo. Egli precisava come esistessero già le condanne; esse erano presupposte e non dovevano essere dimenticate; si trattava invece di dare la prevalenza al tono propositivo, senza per questo escludere totalmente ― il che non avrebbe avuto senso proprio per il carattere pastorale del Concilio ― la condanna degli errori, e questa condanna effettivamente ci fu, anche se il Concilio si limitò a denunce generiche senza entrare in dettagli e senza citare i nomi degli autori. Inoltre il Concilio ritenne di abbandonare la formula tradizionale del canone e dell’anathema sit, il che non significava assolutamente che le condanne conciliari potevano essere prese alla leggera.

Così nel Concilio troviamo la condanna dell’ateismo, del materialismo, dell’individualismo, del secolarismo, dell’antropocentrismo, del liberalismo, del relativismo dogmatico e morale, dello sfruttamento dei lavoratori, del disprezzo per poveri e i deboli, del delitto politico, della corsa agli armamenti, della guerra di aggressione, dell’aborto, delle dittature, del totalitarismo statale, del razzismo, dello sfruttamento della donna e dei minori, dell’ingiustizia sociale, delle sperequazioni economiche. Inoltre il Concilio si guardò bene, nel riformare la Curia Romana, dall’abolire il Dicastero addetto alla sorveglianza dottrinale ed alla difesa della fede, che fino ad allora era chiamato “Sant’Offizio”. Invece questo ufficio, col nuovo nome più chiaro di “Congregazione per la Dottrina della Fede”, fu adeguato allo spirito del rinnovamento conciliare col perdere quel carattere di esclusivo ed eccessivo intervento repressivo e sanzionatorio ed acquistare un’impostazione ed uno stile più umani ed evangelici, per i quali la confutazione ragionata e motivata dell’errore era finalizzata alla valorizzazione dei lati positivi delle dottrine erronee e delle qualità umane e culturali dell’errante, mediante l’uso di procedimenti interpretativi e correttivi più aggiornati e l’assicurazione all’errante di una maggiore possibilità di difendersi e di spiegare le sue posizioni. Le pene poi venivano mitigate. Nel contempo veniva abolito l’Indice dei libri proibiti.

Questa saggia impostazione del Concilio si sarebbe dovuta assumere con quell’equilibrio che esso suggeriva; e invece purtroppo spesso negli ambienti dell’episcopato e delle istituzioni accademiche, sotto la spinta dei cosiddetti “progressisti”, che in realtà erano dei cripto-modernisti, nacque l’uso, aggravatosi in questi ultimi decenni, di tollerare il rifiorire di vecchi errori e il sorgere di nuovi, per timore si essere trattati da Pastori pre-conciliari e nella convinzione di riconoscere così il pluralismo e la libertà di espressione.

epicuro

busto marmorei di Epicuro

Che cosa allora è successo? È accaduto che numerosi errori già condannati nel passato sono risorti e, non venendo condannati, hanno provocato in molti la convinzione o l’impressione che la precedente condanna fosse stata superata o annullata dal nuovo clima dottrinale e pastorale avviato dal Concilio. Ciò si è accompagnato al risorgere di quelle idee moderniste che sostenevano la mutabilità dei concetti dogmatici, senza che anche questo increscioso fenomeno sia stato adeguatamente represso, il che ha generato in molti una mentalità storicista, relativista ed evoluzionista, che ha favorito il disprezzo delle antiche condanne e la tranquilla assunzione degli errori moderni, riconosciuti peraltro come tali solo dagli esperti della storia delle idee e delle eresie, giacché in realtà molte dottrine presentate come nuove ed avanzate, agli occhi degli storici seri del pensiero, sono quasi sempre il ritorno, magari con termini o sfumature diversi, di errori di tempi immediatamente precedenti il Concilio o anche antichi o antichissimi risalenti a volte addirittura ai filosofi presocratici, come per esempio gli aforismi di Eraclito, Anassagora, Pitagora, Epicuro, Democrito, Parmenide o Protagora o le mitologie dell’antica India o della Cina.

diritto aborto

quel “diritto d’aborto” che non si tocca …

Potremmo fare molti esempi di questi errori condannati dalla Chiesa prima del Vaticano II risalendo nei secoli sino agli inizi del cristianesimo, errori che restano tali e che quindi il Concilio non ha affatto smentito, ma che anzi esso presuppone, almeno implicitamente: la negazione della dimostrabilità razionale dell’esistenza di Dio; la negazione della trascendenza, della immutabilità e dell’impassibilità divine; la negazione della divinità di Cristo; la negazione dei miracoli e delle profezie; l’idea che in Cristo Dio si muti in uomo; la negazione della Redenzione e quindi della Messa come sacrificio espiatorio e riparatore; la negazione della corporeità sensibile di Cristo risorto; la negazione della gerarchia ecclesiastica; l’idea che tutti e sempre sono in grazia; la possibilità di salvezza anche per gli atei e per chi è fuori della Chiesa; l’identificazione della Chiesa col mondo; l’idea che ogni religione sia salvifica; la negazione della coppia primitiva e della trasmissione della colpa originale per generazione; l’idea che Dio non castiga ma fa solo misericordia; Dio perdona anche chi non si pente; la negazione dell’esistenza di dannati nell’inferno; la negazione dell’esistenza del diavolo; la concezione dell’uomo come essere soprannaturale o divino; la negazione dell’immutabilità del dogma; la concezione della fede non come verità ma come esperienza o come prassi, oppure la fede come essenzialmente legata al dubbio o all’incredulità; la negazione della legge morale naturale; l’esaltazione dell’omosessualità; la liceità della fecondazione artificiale, dei rapporti sessuali extra matrimoniali e dell’uso degli anti-fecondativi; l’aborto e l’eutanasia intesi come diritti; il sacerdozio della donna, etc ..

concilio calcedonia

il Concilio di Calcedonia in una icona bizantina

Così similmente si crede che la dottrina delle due nature nel Concilio di Calcedonia non sia più attuale, si rifiuta il dogma dell’anima umana come forma sostanziale del corpo insegnato dal Concilio di Viennes nel 1312; si respinge la condanna di Eckhart fatta da Clemente V nel 1329; si nega il dogma dell’immortalità dell’anima proclamato dal Concilio Lateranense V nel 1513; si pensa che la condanna di Lutero fatta dal Concilio di Trento sia sbagliata; si crede che la condanna del liberalismo fatta dal Beato Pio IX sia superata; non si tiene conto della condanna del panteismo fatta dal Concilio Vaticano I e da San Pio X; si disprezza l’enciclica Pascendi Dominici Gregis di San Pio X; non si tien più conto degli errori di Rosmini condannati dal Sant’Offizio nel 1887; non ci si cura della condanna della massoneria fatta da Leone XIII, del comunismo fatta da Pio XI, nonché della scomunica dei comunisti fatta da Pio XII nel 1949; non ci si cura della condanna dello spiritismo fatta dal Sant’Offizio nel 1918; non si bada ai pericoli di un certo ecumenismo segnalati da Pio XI nell’enciclica Mortalium animos; ci si è dimenticati degli errori segnalati da Pio XII nella Humani Generis; si rifiuta il monito circa il teilhardismo fatta dal Sant’Offizio nel 1959.

freud vignetta

celebre vignetta su Sigmund Freud

Non parliamo poi delle contaminazioni del cattolicesimo che sorgono dal fatto di mescolarlo col pensiero del Rinascimento italiano, di Cartesio, di Lutero, dell’illuminismo, dell’empirismo, di Kant, di Fichte, di Schelling, di Hegel, di Marx, di Freud, dell’esistenzialismo, di Husserl, di Heidegger, di Severino, dello storicismo di Bohnöffer, del pensiero indiano, del buddismo e di altri.

La mancanza di interventi correttivi o critici da parte di vescovi o istituti accademici o uomini di cultura cattolici porta molti a credere che tutte queste teorie e queste idee tutto sommato siano divenute ammesse ed accettabili: la Chiesa, si pensa, ha mutato opinione o si è corretta in seguito a studi più critici e più documentati. Se vogliamo essere moderni, aggiornati e seguaci del Concilio ― tale è il pensiero di molti ―, dobbiamo seguire questi pubblicisti, giornalisti, filosofi, teologi, moralisti, esegeti, vescovi e cardinali che oggi hanno assunto posizioni contrarie a quelle tradizionali presentate qui sopra. Il fatto che Roma o altre autorità ecclesiastiche non intervengano si crede essere segno che Roma tacitamente riconosce di essersi sbagliata.

Questa crisi della fede all’interno della Chiesa stessa e tra gli stessi pastori, esclusi, s’intende, il Papa, nonché lo stesso Magistero, che godono del carisma dell’infallibilità, può essere caratterizzata con cinque attributi: soggettivismo, buonismo, relativismo, modernismo, secolarismo.

Soggettivismo. La fede non viene concepita più come ascolto di una dottrina insegnataci da Gesù Maestro, per il tramite della Chiesa, ma come incontro immediato, esistenziale, affettivo ed esperienziale con Cristo, anche senza passare attraverso il Magistero della Chiesa: un concetto tipicamente protestante della fede, la quale appare congiuntamente non come l’adeguarsi del nostro intelletto ad una verità oggettiva ― ciò che San Paolo chiama “obbedienza della fede” ―, ma come libera espressione della coscienza soggettiva, che si ritiene direttamente illuminata da Dio, eventualmente per mezzo della Scrittura, ma nel senso di sola Scriptura.

Buonismo. La fede quindi non è virtù dell’intelletto, alla quale segue la carità come effetto della volontà, ma la fede è risolta nella carità e con essa confusa. La fede non è atto del conoscere, ma è coinvolgimento pratico dell’intera persona, ciò che in realtà appartiene alla carità e non alla fede. La carità in qualche modo si sostituisce alla verità. Non si fonda sulla verità, non presuppone la verità, ma appare essa stessa come fondamento della verità.

Alla base di questa visione c’è una disfunzione e un disordine nel rapporto tra intelletto e volontà. Bisogna dire che in passato si mancava alla carità in nome della verità, si veda per esempio il processo a Giordano Bruno; oggi si manca invece alla verità in nome della carità, si pensi per esempio al rahnerismo oggi a piede libero.

Relativismo. Poiché ogni uomo ha bisogno di verità, si crede che di fatto tutti sono nella verità intesa come carità. Quindi tutti sono buoni e in buona fede, seppure ognuno a modo proprio. Infatti il rispetto della diversità, della libertà e del pluralismo richiede che la verità non sia un dato oggettivo, universale, vincolante, uno per tutti, ma sia qualcosa di relativo alla coscienza soggettiva e creativa di ciascuno, in quanto ognuno è diverso dagli altri.

liberta religiosa

la libertà religiosa si basa anche e soprattutto sul riconoscimento da quella reciprocità dalla quale nasce poi la vera pace …

Da qui un falso concetto della libertà religiosa, che praticamente è l’assolutizzazione della coscienza individuale, è liberalismo ed indifferentismo religiosi: perché affannarsi ad annunciare il Vangelo? Tanto tutti conoscono già la verità, tutti si salvano, tutti sono in grazia, tutti sono perdonati, tutti hanno buona intenzione e buona volontà. Nessuno fa il male volontariamente. Secondo costoro tutti sono nella verità, anche se la mia verità contraddice alla tua. Ma comunque Dio è in tutti e salva tutti. Non esiste un’opposizione netta, assoluta, immutabile, universale ed oggettiva tra vero e falso: una medesima cosa può essere vera per me e falsa per te. Tutti abbiamo ragione. Dipende dal punto di vista. Quindi non si devono condannare errori ed eresie. Tutt’al più si può esprimere il proprio parere ma si devono rispettare anche le idee degli altri, per quanto contrarie alle nostre.

Sarebbe bene quindi per alcuni chiudere la Congregazione per la Dottrina della Fede, organismo che ancora riflette una superata mentalità pre-conciliare, inquisitoriale. La fede non è una certezza, ma una semplice opinione tra le altre, per sua natura è dialogo, confronto, convive col dubbio e con la stessa incredulità. Solo così si è aperti e tolleranti; altrimenti si diventa degli integralisti e dei talebani.

Secolarismo. Osserviamo che la fede ha perso il suo orientamento speculativo, contemplativo, spirituale, trascendente, soprannaturale, escatologico, benché si continui ad usare questi termini, come fa Rahner, ma falsificandoli e secolarizzandoli. In realtà Rahner ― e lo dice esplicitamente ― non crede affatto nell’immortalità dell’anima e in una vita dopo la morte, ma per lui la salvezza è solo qui.

cristo storico

Cristo Dio è nella storia

Dio non è al di sopra o al di là della storia, ma solo nella storia. Non c’è un altro mondo oltre a questo e superiore a questo, ma il cristianesimo è solo per questo mondo che è l’unico mondo. Non c’è un sacro oltre al profano, ma lo stesso profano è sacro (Rahner). Il sacerdozio non è fondato da Cristo, ma emana dal Popolo di Dio (“Chiesa dal basso”), per cui non esistono gerarchie (“struttura piramidale”), ma tutti siamo fratelli ugualmente sacerdoti (Schillebeeckx). L’azione della Chiesa è un’azione politica e non soprannaturale (teologia della liberazione).

Cristo non trascende il mondo ma è il vertice evolutivo del mondo ―“Punto Omega” ―: cristologia “cosmica” (Teilhard de Chardin). Infatti non è lo spirito (divino) che crea la materia, ma è la materia che si trasforma in spirito e diventa Dio (ancora Teilhard, con riferimento a Darwin, Schelling e Bruno).

Modernismo. Tutte queste idee e prospettive sono elaborate nella convinzione di essere moderni e di intrattenere un dialogo e un confronto con la modernità, sulla scia dell’impostazione innovativa del Concilio. L’idea in se stessa è buona, ma il guaio è che qui la “modernità”, invece di essere vista come un complesso di dati da vagliare alla luce del Vangelo, onde tenere il positivo e respingere il negativo, è considerata essa stessa un assoluto, alla luce del quale prendere dal Vangelo solo quello che si concilia con la modernità. È l’errore gravissimo del modernismo di ieri e di oggi.

vescovi italiani

assemblea dei vescovi italiani

Sorgono spontanei dei filiali suggerimenti ai vescovi: il Collegio dei Vescovi in unione col Papa continua e continuerà sempre a costituire la guida infallibile nella fede cattolica, quale che sia il modo col quale il Magistero si esprime, semplice o solenne, ordinario o straordinario. Può sbagliare solo il singolo vescovo o un gruppo di vescovi (per esempio una conferenza nazionale) se non sono in comunione col Papa. Spetta dunque ai vescovi, fraternamente uniti nella collegialità, rimediare a questa grave crisi di fede. Benedetto XVI non per nulla indisse l’Anno della Fede ed aveva in programma la pubblicazione di un’enciclica sulla fede, se i modernisti, evidentemente allarmati, non lo avessero fermato. Tuttavia ritengo che sia bene che il nuovo Papa metta in atto il progetto di Papa Benedetto, senza paura dei modernisti. Sono loro che devono cedere, non certo Roma.

salto della fede

il grande salto della fede …

Bisogna tornare ad avere autentica stima per la virtù teologale della fede, che è l’inizio della salvezza. Se la fede è sana e forte, allora possono esercitarsi tutte le altre virtù, innanzitutto la carità. Ma se la fede è annacquata o confusa con altre cose per quanto importanti, tutto crolla e nulla si può costruire. La fede può stare senza la carità benché con difficoltà: ma la carità non può assolutamente esistere senza la fede, se non vuol decadere a mera filantropia, a emozione o, peggio, a sfogo di istinti soggettivi. Ma la fede è verità, per cui occorre tornare ad aver rispetto per la verità, certo nella carità. Ma non c’è carità senza la verità. Il giusto rispetto per la coscienza soggettiva e per la libertà religiosa non deve essere una scusa per disprezzare la verità oggettiva, universale ed immutabile. L’Autorità Ecclesiastica deve saper contemperare saggiamente il rispetto per la coscienza soggettiva con la cura del bene comune in fatto di dottrina della fede, promovendo la sana dottrina e sostenendo i suoi divulgatori ed apostoli, e confutando con buone ragioni e in modo persuasivo gli errori continuamente insorgenti, opponendo opportuni rimedi e correggendo amorevolmente con giustizia gli erranti e i ribelli.

pastorale

il bastone pastorale del vescovo, uno strumento di grande carità che all’occorrenza dovrebbe servire anche per correggere i ribelli

Questa funzione dei vescovi, per quanto oggi soffra una grave crisi, è una funzione vitale di quella Chiesa che Cristo ha fondato garantendole che non sarà vinta delle forze dell’inferno. Per quanto dunque oggi la situazione sia angosciante e scandalosa, come cattolici siamo assolutamente sicuri che questa crisi sarà superata con la forza dello Spirito Santo per una Chiesa più santa e più forte di prima, vera luce delle genti e sacramento universale di salvezza.

Varazze, 27 agosto 2015

Karl Rahner tra sociologismi, teologismi ed eresie: la teoria dei “cristiani anonimi” – lectio magistralis di Giovanni Cavalcoli

— I video dell’Isola di Patmos —

KARL RAHNER TRA TEOLOGISMI, SOCIOLOGISMI ED ERESIE: LA TEORIA DEI “CRISTIANI ANONIMI”

 

Tra le varie “teorie” del gesuita tedesco Karl Rahner, una tra le più conosciute è quella dei “cristiani anonimi”. Una teoria ambigua che se letta e applicata potrebbe portare alla vera e propria vanificazione dell’intero mistero della redenzione.

 

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

Il teologo gesuita Karl Rahner (1900-1984), perito del Concilio Ecumenico Vaticano II, nell’immediato post-concilio si procurò la fama di uno dei più grandi teologi cattolici ed interpreti del Concilio. Sennonché però, altri teologi eminenti, come il Fabro, Lakebrink, il Card. Parente, il Von Balthasar e il Card. Ratzinger segnalarono le gravi insidie contenute nel sistema rahneriano e la falsità della sua interpretazione modernistica del Concilio, non conforme a quella della Chiesa post-conciliare. Un’interpretazione non di continuità ma di rottura, che forniva pretesti a reazioni ultratradizionaliste. Dalle segnalazioni di questi teologi, in un primo tempo inascoltate, sta sorgendo un movimento teologico internazionale, fedele alla Chiesa e al Papa, il quale si è impegnato a correggere le vedute rahneriane, le cui conseguenze si sono rivelate dannose in campo morale, come hanno segnalato alcuni moralisti, tra cui Don Dario Composta. Tale movimento si propone di contribuire alla vera interpretazione del Concilio, senza per questo misconoscere i meriti del teologo tedesco.

Riproponiamo sull’Isola di Patmos una lectio magistralis  tenuta presso il Seminario dei Frati Francescani dell’Immacolata dall’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli nella quale il filosofo metafisico e teologo dogmatico domenicano confuta questa sottile ma pericolosa eresia rahneriana.

 

 

L’opera di Giovanni Cavalcoli su Karl Rahner

 

Cop_IlConcilioTradito

 

 

Vescovi, mode e consigli per i nuovi carrieristi: «Siate poveri, periferico-esistenziali e sciatti»

VESCOVI, MODE E CONSIGLI PER I NUOVI CARRIERISTI: «SIATE POVERI, PERIFERICO-ESISTENZIALI E SCIATTI»

 

assieme al pretesto dei poveri, oggi rischiamo di avere anche un vero e proprio esercito di Giuda, ladri e traditori, pronti a usare i poveri come falso metro di misura e come nuovo pretesto di promozione per il loro tornaconto personale, mossi sempre da quelle insopprimibili ambizioni originate dalla regina madre di tutti peccati capitali: la superbia.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

curato di campagna

l’opera di George Bernanos, Diario di un curato di campagna.

Sono numerosi i messaggi privati che più confratelli sacerdoti mi hanno inviato da varie parti d’Italia, tutti mossi dalla stessa sostanza di fondo; ma non solo loro, anche diversi confratelli del Nord America e del Latino America mi hanno posto lo stesso quesito: «Oggi, per essere eletti vescovi in Italia, è divenuto presupposto fondamentale essere stati parroci di qualche parrocchia più o meno periferica, ed essersi dedicati soprattutto ai poveri ed ai derelitti?».

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Prima di procedere oltre desidero fare una premessa ai nostri lettori, perché come sanno coloro che leggono i miei scritti con una certa assiduità, è mia abitudine chiamare persone e situazioni col loro nome, tanto sono aduso rifuggire il “dire e non dire”, il “non nominare” ma al tempo stesso “far capire”, semmai stillando anche veleno, secondo il vezzo incorreggibile di certi clericali, che quando premettono “si dice che…“, poco dopo schizzano cianuro allo stato puro.

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paolo farinella

I NUOVI INTOCCABILI – due presbiteri genovesi con indosso una specie di grembiule per le pulizie ed una sciarpetta variopinta, ripresi mentre si recano a celebrare col proprio vescovo le esequie funebri di Don Andrea Gallo, più compagno di brigata ideologica che confratello in Cristo.

Proseguiamo col giro largo per poi giungere al cuore di un problema la cui delicatezza reclama degli utili esempi, a partire da questo primo: tempo fa, un gruppo di presbiteri ― me incluso ― segnalò al presidente di una conferenza episcopale regionale un confratello sacerdote poco più che cinquantenne che a nostro parere aveva un profilo episcopale di tutto rispetto; e forse, proprio per questo, né il suo vescovo né i vescovi di quell’area che pure lo conoscevano s’erano mai sognati di prenderlo in esame. E quando un vescovo non segnala un proprio presbitero come elemento idoneo all’episcopato, ed i vescovi della regione non mostrano interesse ad accettarlo come uno della loro “banda”, è difficile che la segnalazione possa andare avanti. Inutile quindi segnalare il potenziale vescovo ai vari organismi della Santa Sede, senza essersi prima assicurati che non finisca impallinato dai cecchini alla prima richiesta di informazioni; perché ognuno dei cecchini è solitamente fornito di una lista di amici degli amici da promuovere e sistemare. Questo il motivo per il quale in Italia in particolare, si è fini specialisti nel tagliare le gambe ai buoni elementi. Trascorso del tempo e non avendo avuta risposta, fu mandato il sottoscritto in avanscoperta come “testa d’ariete” per richiedere spiegazioni. Il vice-presidente di quella locale conferenza episcopale mi dette questa risposta secca: «Indubbiamente è un ottimo sacerdote, ma non corrisponde a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali del Santo Padre Francesco». Replicai: «Non mi risulta che il Verbo di Dio, prima, Pietro da Egli rivestito di una straordinaria e pesante funzione vicaria, dopo, abbiano mai proceduto a scegliere gli apostoli tramite il principio della clonazione». Anziché comportarsi da “sportivo” il vescovo si comportò per il piccolo uomo che era e come tale rispose: «Ma insomma, tu non puoi buttare sempre tutto in teologia!». Replicai: «E in che cosa dovrei buttarla, in gastronomia?». Provocato a dovere il vescovo si rivelò per l’autentico capo-impallinatore che in realtà era, cominciando a vomitare di tutto e di più, sino a definire questo santo prete come «teologicamente e liturgicamente ingessato, rigido e pastoralmente non flessibile». Cosa dovuta al fatto che nelle due parrocchie dov’era stato parroco in precedenza aveva proibito ai neocatecumenali di celebrare di sabato sera, presso la sala-cinema della parrocchia, la “Agape”, anche nota come “messa kikiana”. Aveva proibito a laici e laiche di spadroneggiare sul presbiterio mutato durante le sacre celebrazioni nel loro palcoscenico, di fare cosiddette “risonanze” durante la liturgia della Parola, anche perché spesso erano veri e propri sproloqui infarciti di errori dottrinari. Aveva loro proibito di comporre la Preghiera dei fedeli, di fare catechismo ai bimbi della Prima comunione ed ai ragazzi della Cresima secondo la discutibile “dottrina” neocatecumenale, spiegando in modo pacato ma chiaro: «In questa parrocchia i fanciulli e gli adolescenti saranno preparati a ricevere i Sacramenti attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica ed i testi approvati dalla Conferenza Episcopale Italiana». E dopo vent’anni di incontrastato dominio parrocchiale neocatecumenale, fece per un anno intero un ciclo di catechesi per spiegare la riforma liturgica contenuta nella Sacrosanctum Concilium [testo, QUI] la esortazione post-sinodale Redemptionis Sacramentum [testo QUI] il senso di ciò che viene fatto durante la celebrazione eucaristica ed il suo significato alla luce del Messale Romano; ma soprattutto spiegò che la Santa Messa è sacrificio, il sacrificio della passione, morte e risurrezione di Cristo Signore, non una festa danzante dove altri ― siano essi persone o idee ― finiscono per essere i veri protagonisti.

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Michel-Marie Zanotti

I PRETI RIEMPI-CHIESE – Michel-Marie Zanotti, un sacerdote che nella Francia ultra laicista ha richiamato molti fedeli, specie giovani, partendo dall’elemento basilare: presentandosi sempre visibilmente come un prete [vedere QUI]

Visti i risultati ottenuti, sebbene pagati dal sacerdote a caro prezzo di delazioni e ostruzionismi, trascorsi cinque anni il vescovo decide di spostarlo in una parrocchia più grande dove questa volta il problema erano i carismatici “ripieni” di Spirito Santo, capitanati da un gruppo di laici che organizzavano “riti” di guarigione, “riti” di liberazione da presunte possessioni diaboliche e via dicendo. Impresa molto difficile, perché se un gruppetto di agguerriti laici si appropria di una parrocchia che da anni gestisce dopo avere creato il vuoto e allontanato chiunque osi non seguire i dettami dello Spirito Santo a servizio esclusivo dei caporioni di quel movimento, il prete può rischiare il linciaggio, se non quello fisico sicuramente quello morale, che è peggiore. Incurante del tutto, appena giunto prese anzitutto da parte la “boss” del gruppo delle “pretesse” ripiene di doni speciali dello Spirito Santo e le ingiunse: «Mi dia la sua copia della chiave del tabernacolo». Risponde lei: «Ce l’ho da anni e mi serve per organizzare le Comunioni agli ammalati». Replica il parroco: «Dagli ammalati ci vado io, anche perché, prima di ricevere la Comunione, diversi di loro, specie gli anziani abituati a un uso frequente della confessione, potrebbero desiderare di confessarsi, cosa che lei non può fare. O pensa forse di poterli assolvere per sua carismatica grazia speciale?». Presto detto: la “pia donna” scatenò contro il parroco qualche cosa che somigliava al Demone che rimproverò Gesù: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?» [cf Lc 4, 31-37]. Trascorsi due anni era un vero piacere celebrare la Santa Messa in quella parrocchia, dove più volte il confratello mi invitò a predicare in alcune particolari occasioni, affinché i suoi fedeli udissero anche la voce di un predicatore diverso dal parroco.

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Vescovo in cravatta

I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. Claude Dagens, Vescovo  di Angoulême (Francia)

Insomma, un presbitero sollecito per le confessioni e le direzioni spirituali, rispettato dai giovani come figura sacerdotale, non come un prete trendy che gioca a fare il compagnuccio di brigata, perché non solo i giovani necessitano, ma vogliono proprio il prete che sia tale per autorevolezza, autorità e disciplina di vita interiore, dedito alla preghiera e allo studio nel suo tempo libero, aperto e disponibile con tutti, ma al tempo stesso riservato e sempre testimone attraverso le sue parole e soprattutto le sue opere della somma dignità sacramentale di cui è rivestito per carattere indelebile ed eterno. I compagnucci di brigata i nostri giovani se li vanno a cercare altrove, non certo tra i preti.

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Dopo che per sommi capi ebbi risposto al vescovo che aveva affermato: «Indubbiamente è un ottimo sacerdote, ma non corrisponde a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali del Santo Padre Francesco», ecco che il buon pastore rivestito della pienezza del sacerdozio apostolico, postosi dinanzi a me con una camicetta-clergyman scollacciata ― io mi ero invece dovutamente presentato dal vescovo con la mia talare romana migliore ― non sapendo più dove attaccarsi mi disse: «Senti, io capisco che tu, lui e gli altri, siete della stessa “scuola” … insomma, per quanto giovani, siete preti “vecchio stile”, con la talare sempre addosso. Per carità, fate pure, nulla da dire, ma perlomeno rendetevi conto che i tempi sono cambiati, che vi piaccia o no». Allargò poi le braccia e si lustrò col pollice e l’indice sinistro l’anello al dito medio destro col fare del ragazzino che ti lascia intendere “tanto il vescovo sono io, sono io …” e con un sorriso beffardo concluse: «… fatevene una ragione!».

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vescovo in cravatta 2

I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. Jacques Noyer, Vescovo di Amiens (Francia)

È cosa avvilente per un prete ritrovarsi con indosso la sua talare migliore, per il rispetto dovuto anzitutto al vescovo, che pure ti si palesa come una autentica quintessenza della sciatteria. È cosa amara ritrovarsi dinanzi a un vescovo in calzoni, con la camicia scollacciata, ma con la immancabile croce pettorale penzolante sulla pancia, segno del suo potere e spesso del suo umorale arbitrio. A quel punto ― e non me ne pento ― risposi: «Vede, Eccellenza, a parer mio sarebbe prudente evitare sempre che le persone maleducate che hanno rifiutato ogni genere di educazione e quindi di trasformazione attraverso i doni di grazia, possano passare in modo repentino e disinvolto dalla zappa al pastorale». E con questo intendevo chiuderei il discorso. Invero lo chiuse anche il vescovo, ma lo fece con una frase che confermò la mia teoria su zappa e pastorale, oltre a confermare che nei seminari ― da me rinominati pretifici, grande fucina di deformazioni e di deformati ― da quattro decenni non si educa e non si vuole educare più nessuno. Sbotta tosto il vescovo: «Ma vedi d’andà affanc …!». E detto questo mi rifiutò la mano da baciare, perché se un vescovo mi manda a quel paese, a maggior ragione io gli bacio la mano, non per l’evidente poveraccio che è, ma per la grazia sacramentale di cui è rivestito.

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vescovo in cravatta 3

I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. François Fonlupt, Vescovo di Rodez (Francia), si prega di notare il baffo alla Freddie Mercury …

Poco dopo, i vescovi di quella regione sceglievano per una delle loro sedi vacanti un parroco che nelle tre parrocchie dov’era stato si era limitato a celebrare la Messa, lasciando ovunque i laici spadroneggiare, dalla organizzazione dei corsi di catechismo alla liturgia, quest’ultima appannaggio delle immancabili “pretesse”. E quando alcuni parrocchiani familiari di anziani ammalati, chiesero se poteva andare lui a portare la Comunione, almeno qualche volta, rispose che «c’erano dei laici incaricati sul cui ministero egli non poteva interferire». Quando assieme ad altri due sacerdoti io andai in quella parrocchia per confessare diverse decine di ragazzini che la domenica successiva avrebbero ricevuto il Sacramento della Cresima, assieme ai miei due confratelli rimasi esterrefatto: i ragazzi e le ragazze non sapevano che cosa dire, facevano scena muta guardando a destra e a sinistra, nessuno conosceva l’atto di contrizione ed a tutti dovetti dire di farsi il segno della croce mentre il sacerdote impartiva loro l’assoluzione …

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Freddie Mercury

… il cantante Freddie Mercury, forse parente più o meno alla lontana di S.E. Mons. François Fonlupt, Vescovo di Rodez.

… e mentre nella chiesa parrocchiale avveniva questo, otto catechisti se ne stavano seduti dinanzi alla cappella del Santissimo Sacramento a chiacchierare, a ridere tra di loro e ad inviare sms con i telefoni cellulari, tutti con le spalle voltate al tabernacolo della sacra riserva eucaristica. Quando io giunsi presso quella chiesa parrocchiale vestito con la talare, col breviario sottobraccio e la stola viola ripiegata sopra ― perché nell’attesa dei penitenti ho pure la “sfrontatezza” vecchio stile di recitare persino la liturgia delle ore ―, il parroco, oggi vescovo, mi disse ridendo: «Ma dove vai? Vestito così mi spaventi i ragazzi, non sono abituati a vedere un prete agghindato a questo modo. Vai in sacrestia, togliti questa roba e mettiti un’alba bianca, se vuoi». Infatti, lui amministrava le confessioni con una camicia a quadri sbottonata seduto a gambe larghe su di una panca. E quando il fatidico giorno fu convocato presso la curia vescovile della sua diocesi e gli fu comunicata la sua nomina episcopale, il suo vescovo, vestito con un clergyman sdrucito, dopo la lettura del testo ufficiale mise sulla testa del neoeletto vescovo, vestito in abiti civili, lo zucchetto rosso. Una scena che, se non fosse patetica, sarebbe davvero ridicola …

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enrico mazza

I PICCOLI KÜNG NOSTRANI – il presbitero Enrico Mazza, ovviamente docente presso il pontificio ateneo catto-protestante Sant’Anselmo.

… proprio come nel 2011 fu patetico il cappellano di un ospedale di Pisa, presso il quale mi recai partendo da Roma di primo mattino, giunto presso il quale cercai il cappellano e gli chiesi se potevo amministrare l’unzione degli infermi al suocero di mio fratello. Mi guardò come fossi un marziano e mi ingiunse: «Questo è un ambiente laico e se pensi di salire nel reparto di oncologia vestito a questo modo, allora ti dico subito di no». Dinanzi a questa risposta non pensino, i nostri cari lettori, che ero andato a rubare dagli armadi di un clown del circo di Moira Orfei gli abiti coi quali rivestirmi alla partenza da Roma, assolutamente no! Avevo la talare indosso e sottobraccio la cotta, la stola e il libro del rito dell’unzione degli infermi. Mi tolsi la talare e salii nel reparto di oncologia col pantalone e la camicia bianca che avevo sotto, perché se io devo aprire le porte del Paradiso a un’anima, però un qualsiasi demente ― prete incluso ― mi impone prima di cantare “Bandiera rossa”, in quel caso faccio finta per due minuti di essere l’intoccabile prete eretico genovese Andrea Gallo e senza esitare attacco: «Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa …». Di tutto questo, quell’animo profondamente cattolico di mio fratello, rimase male, specie in quel particolare frangente, tanto che mi disse: «Non pensi di andare a fare quattro parole con l’Arcivescovo Metropolita di Pisa?». Eruppi con una risata e replicai: «Fratello mio, suvvia! A fare due parole con chi, con quel brav’uomo di Giovanni Paolo Benotto, al quale i preti danno pacche sulle spalle mentre dal suo canto lui potrebbe avere seri problemi nel riuscire a dare un ordine al portinaio del palazzo arcivescovile?». E ovviamente lasciai correre, perché se perdere tempo prezioso per far ragionare certi preti spesso non serve, a perderlo con certi vescovi è cosa ancora peggiore e soprattutto più deludente.

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Paolo Giulietti

I VESCOVI ATTIRA-GIOVANI? – S.E. Mons. Paolo Giulietti, Vescovo ausiliare di Perugia [vedere QUI]

Ho portato testé gli esempi di due diversi parroci che hanno mostrato nei concreti fatti di essere: uno, un uomo di Dio e un uomo di governo, un pastore in cura d’anime che all’occorrenza dice che cosa è giusto e che cosa è sbagliato fare, agendo pastoralmente di conseguenza in conformità alla dottrina, al magistero e alle leggi della Chiesa. L’altro, seppure pessimo parroco, fu fornito però dai suoi protettori di una “scheda” dov’erano state impresse alcune parole oggi davvero magiche: «… si è dedicato alle attività caritative, è stato assistente presso la Caritas, ha assistito i giovani del vicino campo Rom, ecc..». E leggendo questa “scheda” ci è chiaro il desolante presente e il futuro prossimo peggiore che ci attende. Ecco chiarito come mai il secondo dei due parroci portati a mo’ d’esempio, ed oggi vescovo, non poteva occuparsi della sacra liturgia lasciata in appalto ai laici; ecco perché non poteva andare a portare l’Eucaristia agli ammalati; ecco perché non poteva vigilare sui bimbi della Prima Comunione che non conoscevano neppure il Padre Nostro e sui ragazzi della Cresima che manco sapevano cosa fosse il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione. Non poteva fare nulla di tutte queste cose “secondarie” perché era impegnato in una cosa molto più primaria: visitare il locale campo Rom! Un argomento questo del quale ho già parlato in un mio precedente articolo, per spiegare tra le righe che se le vie del Signore sono notoriamente infinite, quelle degli ecclesiastici sono invece sempre più “finite” e “definite”, a volte anche in modo non poco stolto [vedere QUI], perché nulla è più pericoloso di un incapace che esercita un potere che anzitutto è un gravoso servizio; potere che in ogni caso non perviene a lui né dal Popolo Sovrano né dal gradimento del quotidiano La Repubblica, bensì da Cristo Dio.

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Paolo Giulietti 2

I VESCOVI ATTIRA- GIOVANI? – S.E. Mons. Paolo Giulietti, Vescovo ausiliare di Perugia.

Se qualcuno ha deciso di selezionare i nuovi vescovi dalle periferie esistenziali, o di promuovere all’episcopato preti che hanno giocato ai “compagnucci di brigata” nei campi scouts, anziché affascinare i giovani con lo stile e il carisma di un uomo di Dio come il presbitero francese Michel Marie Zanotti [vedere QUI], faccia pure, ma il fallimento sarà suggellato attraverso il dramma ecclesiale della caduta nel ridicolo. E purtroppo, nel giro di non molti anni, i risultati saranno pagati dalla Chiesa di Cristo e dal Popolo di Dio. Il tutto senza neppure sapere a chi rendere davvero grazie, perché il meccanismo della nomina dei nuovi vescovi è di per sé talmente complesso, specie in un Paese particolare come l’Italia, da risultare quasi come un gioco di scatole cinesi. Ciò che infatti noi conosciamo è il genere di lavoro svolto da varie istituzioni ecclesiastiche e dicasteri della Santa Sede per la selezione dei futuri vescovi. Lavoro nel quale sono coinvolti numerosi ecclesiastici che talvolta riescono a pilotare certe nomine molto più di quanto riescano a fare certi influenti vescovi e cardinali; e non di rado, i vari organi della Santa Sede che hanno cercato di svolgere un lavoro serio e meticoloso improntato anzitutto sulla prudenza, nel tentativo di selezionare candidati idonei, si vedono azzerare il tutto dinanzi all’amico di un amico da piazzare; e spesso, per questi colpi di mano, non si sa neppure quale “santo” ringraziare.

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Nicolo Anselmi

FIGURE RUBATE AL CINEMA PER ATTIRARE I GIOVANI? – S.E. Mons. Nicolò Anselmi, Vescovo ausiliare di Genova [vedere QUI]

In ultima istanza giunge a lavoro concluso un fascicolo al Sommo Pontefice contenente una terna di tre nomi, dai quali solitamente egli sceglie il primo indicato tra i tre candidati. Diversi sono i testimoni oculari i quali hanno riferito che spesso Giovanni Paolo II firmava senza neppure leggere le schede sintetiche dei tre nomi indicati, mentre Benedetto XVI gli dava una scorsa e poi firmava. È vero che a nominare i vescovi suoi collaboratori è Pietro, ma il meccanismo è parecchio articolato e il più delle volte il Santo Padre si limita a ratificare le scelte altrui che sono frutto di indagini, ricerche e valutazioni quasi sempre molto complesse, sia nel bene sia nel male. Cosa in sé del tutto comprensibile: come potrebbe infatti, il Sommo Pontefice, occuparsi delle nomine e del periodico ricambio di circa 5.000 vescovi sparsi per l’Orbe Catholica? Tutto il suo tempo non basterebbe solo per questo.

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nicolo anselmi 1

FIGURE RUBATE AL CINEMA PER ATTIRARE I GIOVANI? – S.E. Mons. Nicolò Anselmi, Vescovo ausiliare di Genova.

Da queste delicate situazioni nasce l’elemento di fondamentale importanza per qualsiasi Pontefice: avere vicino a sé dei preziosi e soprattutto fedeli collaboratori. E sia la preziosità sia la fedeltà si reggono su di un presupposto preciso: il disinteresse e la fede nel meritato premio eterno per avere servito in modo libero e senza secondo scopo alcuno la Chiesa di Cristo e Pietro suo Supremo Pastore; ed a rendere questi preziosi servizi alla Chiesa ed a Pietro suo Supremo Pastore, sono quelli che ti dicono sempre ciò che pensano, non quelli che sono invece abili a celare il proprio essere ed altrettanto abili a cercare di compiacere in ogni modo il padrone del carro. Molti sono i danni derivati alla Chiesa dal periodo dell’ultimo Giovanni Paolo II e dal pontificato di Benedetto XVI, tutti dovuti proprio a questo: la scelta di pessimi collaboratori che, a loro volta, hanno inquinato le diocesi per un verso e la curia romana per altro verso, piazzando spesso nella seconda anche soggetti più somiglianti a delle cocorite anziché a dei maschi con tutti i relativi annessi e connessi; e quando questi soggetti fanno poi lobby, sappiamo cosa accade [vedere mia vecchia intervista, QUI].

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San Pio X vignetta

il Santo Pontefice Pio X raffigurato in una vignetta satirica del giornale anticlericale L’Assiette au Beurre (Piatto di Burro) n. 242 del novembre 1905.

Da quarant’anni la Chiesa s’è messa a  giocare col mondo dei media che si regge su spietate logiche dell’immagine sempre più anti-cristiane. Una volta — in tempi recenti, non secoli fa — il Romano Pontefice ed i vescovi di molte grandi e medie diocesi avrebbero potuto passeggiare a piedi tra la folla mimetizzati in abiti civili, senza che nessuno li riconoscesse; ed infatti molti lo facevano. L’immagine del Romano Pontefice era solo un’effige sopra le monete dello Stato Pontificio, mentre quella del vescovo era raffigurata in un quadro inserito in una sala interna della chiesa cattedrale nella quale erano raccolti i dipinti di tutti i suoi predecessori. Diversi erano i vescovi che per controllare le parrocchie disseminate nelle loro diocesi giravano mimetizzati da secolari, senza essere riconosciuti neppure dai parroci, ma soprattutto dai tanti curati di campagna che costituivano il grosso della fetta del loro clero. Dei Pontefici di fine Ottocento inizi Novecento avevamo solo alcune foto ufficiali ed a partire dal pontificato di Benedetto XV alcuni brevissimi e rari filmati. Con Giovanni XXIII le televisioni cominciano a entrare in luoghi sino a poco prima impenetrabili e infine, col pontificato di Giovanni Paolo II, i media fanno il loro ingresso “trionfale” nella Chiesa, ed ogni mossa e sospiro del Romano Pontefice sarà reso pubblico: dalla “culla del neonato” dentro il conclave sino al suo cadavere disteso sul letto dentro la camera del suo appartamento privato. Ora, io non dico che questo sia male, dico che il tutto andrebbe saputo gestire, perché i media, volendo, possono anche mutarci in una struttura veramente grottesca attraverso i più pericolosi messaggi subliminali …

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seminarista sfranta

I PRODOTTI DEGLI ODIERNI PRETIFICI, OSSIA I SEMINARI –  all’interno dei quali non c’è più selezione e vigilanza, dove spesso non ci sono formatori idonei che siano stati prima educati e resi idonei a impartire una  educazione ecclesiastica adeguata alla dignità del futuro presbitero [vedere filmato QUI]

… esempio: al di là del riguardo delle televisioni italiane post democristiane, se analizziamo le riprese fatte da televisioni statunitensi facenti capo a società laiciste o protestanti, per non parlare di quelle arabe e israeliane, vediamo ripresi in primo piano durante le celebrazioni di Benedetto XVI un piccolo esercito di cerimonieri che ancheggiano tra sorrisi e moine e che non danno certo bella immagine della Sede Apostolica, ma trasmettono in pochi secondi l’idea subliminale che il tasso di testosterone maschile in certi ambienti ecclesiastici è alquanto basso. Nessuno pretende che siano scelti come vescovi dei fotomodelli, entrare però nel mondo dell’immagine con figure caricaturali se non peggio grottesche, fa male alla Chiesa, rendendo molto pericoloso e nocivo il gioco che certi ecclesiastici fanno con i media …

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Cesare Nosiglia

QUANDO LA CHIESA GIOCA COL PERICOLOSO MONDO DELL’IMMAGINE – S.E. Mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino.

… sia chiaro: il Cardinale Alfredo Ottaviani non era un adone, non lo era il Cardinale Giuseppe Siri e non lo era Giovanni XXIII, la bruttezza del quale era però superata da quella di Leone XIII, per seguire col gracile e gobbo Benedetto XV. Ma la bruttezza di certe figure o la pappagorgia che rese simpatico Ottaviani, erano compensate da capacità e da talenti non comuni riconosciuti anche da molte persone avverse alla Chiesa. Ciò che quindi io lamento è la moltiplicazione di figure che neppure i vignettisti anticlericali dell’Ottocento avrebbero disegnato, quasi come se oggi la Chiesa volesse fare un lauto pranzo di nozze con noci e fichi secchi, presentanto pubbliche figure che, oltre ad essere sgradevoli, non hanno affatto quel carisma e quel talento che le renderebbe molto belle persino nella loro bruttezza. E chi ragionevolmente ritiene che io sbagli, per favore indichi e dimostri pubblicamente il mio errore di analisi e di valutazione — e se il caso lo richiede pure con tutti i richiami canonici del caso —, a partire dai soloni che sia presso la Santa Sede sia presso la Conferenza Episcopale Italiana si occupano delle comunicazioni sociali, vale a dire gli addetti del servizio di catering che organizzano nozze sontuose con noci e fichi secchi.

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Bagnasco Anselmi-001

il Cardinale Angelo Bagnasco e il suo Vescovo ausiliare, teodrammatica di una Chiesa contemporanea nella quale il servitore non può essere mai più bello del padrone …

Che si miri a scuotere è evidente, lo abbiamo capito sin da quando il Santo Padre, ignorando tutti i teologi di cui dispone, lanciò l’ennesimo messaggio invitando un parroco a predicare gli esercizi spirituali alla curia romana. Il messaggio passato è stata però la sola cosa singolare in sé, ossia l’ennesimo sberlone dato alla curia e ai curiali da un latinoamericano con l’aggravante dello spirito argentino, nonché gravato ― e diciamolo! ― da non pochi pregiudizi anti-romani. Perché a questo punto non so quanto il Santo Padre si sia veramente premurato di conoscere Roma e la sua storia, inclusa la storia di quella curia romana che egli vorrebbe riformare, ma che non può certo riformare senza prima averla conosciuta bene e a fondo, ma soprattutto senza essere libero dal gravame dei pregiudizi. Col tempo potremo però valutare a posteriori quanto egli sia partito libero, oppure solido ed irremovibile sui propri pregiudizi, agendo quindi di conseguenza.

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giovanni XXIII 2

… anche Giovanni XXIII era brutto, a tratti quasi caricaturale, ma era un uomo che pur con tutta la sua amabilità riusciva a incutere sacro timore con un solo sguardo, ed il talento che aveva, la fede, la speranza e la carità che lo animava, uniti alla sua amabile simpatia, non solo lo hanno reso bello, molto di più: lo hanno reso santo e modello di eroiche virtù.

Singolare è il fatto e singolare lo sberlone legato a quegli esercizi spirituali, perché ciò che solo è passato, ancora una volta è stato il gesto, o se preferiamo lo smacco del Santo Padre giunto in pullman ad Ariccia dove si sono svolti gli esercizi, portandosi dietro vescovi e cardinali stile “gruppo vacanze Piemonte, si parte! ”, come diceva un vecchio spot pubblicitario. Ecco quindi che i giornalisti ci hanno deliziati narrando che il Santo Padre si è seduto in mezzo a tutti, alla pari di tutti, in modo semplice, dimesso … perché Francesco è “er papa de noartri ”. Sia chiaro: nulla ho da dire su certi stili caserecci del Santo Padre, molto avrei invece da chiedere riguardo a cose ben più serie, a partire dalla prima: di quegli esercizi spirituali, cos’è rimasto? Di che cosa si è parlato? Come se ne è parlato? Quale messaggio è stato lanciato da un oratore particolarmente illuminato da Dio, chiamato al gravoso ufficio di predicare dinanzi al Successore del Principe degli Apostoli e degli altri Apostoli? Se andiamo al pratico scopriamo che degli esercizi spirituali del Santo Padre Francesco ci rimane solo l’immagine di un parroco che li predica, di un Sommo Pontefice seduto sul pullman con tutti e in mezzo a tutti. Questo ci rimane, ed è davvero misera cosa, come lo sono molte altre costruzioni di case che giorno dietro giorno, anziché sulla roccia, vengono erette sulla sabbia [cf. Mt 7, 26-27]. Al contrario, invece, dei memorabili esercizi spirituali predicati nella Quaresima del 1971 dal Padre Divo Barsotti alla curia romana su invito di Paolo VI, oggi ci rimane in eredità un testo monumentale, a tratti profetico, opera di un autentico mistico, di un autentico teologo, di un vero Padre della Chiesa [vedere QUI]; senza che nessuno di noi sappia e senza che ad alcuno di noi interessi alcunché del come ed a bordo di che cosa sono arrivati i partecipanti, o dove il Beato Paolo VI fosse seduto durante il tragitto.

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Con questo non intendo dire che sia cosa sbagliata prendere dei parroci di consolidata esperienza e promuoverli all’episcopato, perché ciò di cui hanno vitale bisogno le numerose piccole, ma anche medie diocesi italiane, è la figura di un vescovo con esperienza pastorale, che sappia come tale trattare coi suoi presbiteri e che sappia accogliere e guidare la porzione di gregge del Popolo di Dio a lui affidato. Essere però parroco non è affatto una garanzia, perché al vescovo è richiesta una particolare completezza che ben pochi parroci hanno: anzitutto, deve saper governare i propri presbiteri con autorità e autorevolezza, confermandoli giorni dietro giorno nella fede [cf. Lc 22, 31-34] quindi guidare in modo deciso e credibile il Popolo di Dio.

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pugno sul tavolo

al vescovo è richiesto un pugno di ferro ricoperto da un guanto di delicato velluto.

I vescovi devono essere avversi rispetto agli atteggiamenti degli smidollati che per accontentare tutti e non scontentare nessuno, creano situazioni di paralisi auto-distruttiva perché di fatto non governano la loro Chiesa particolare, lasciando che a governarla siano le prepotenze, i litigi e gli arbitrî dei preti divisi tra loro, dove a prevalere è solo l’arroganza dei più forti che nel tempo si sono piazzati nei posti giusti dopo aver collezionato le peggiori armi di ricatto. Preti che in certe diocesi, pur rappresentando un esiguo numero di tre o quattro elementi, hanno messo sotto scacco e ridotto al silenzio tre vescovi uno appresso all’altro, dopo aver fatto loro capire che avevano in mano strumenti di ricatto sia sul versante morale sia sul versante economico per far saltare in aria una diocesi intera, con tutte le implicazioni di carattere penale nel caso in cui certe notizie fossero giunte alle competenti autorità giudiziarie civili. E non pochi vescovi italiani, in situazioni di questo tipo, sono rimasti col loro bel pastorale in mano usato unicamente come gingillo liturgico a fare di fatto niente.

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cattedra episcopale

la cattedra del vescovo sommo maestro [Il modello riprodotto in foto appartiene alla cattedrale di Massa Marittima, QUI]

Il vescovo deve essere un maestro di dottrina. E qui si noti che non ho detto un teologo sopraffino ma un maestro di dottrina, capace d’insegnare e imporre all’occorrenza il rispetto del Magistero della Chiesa qual supremo custode nella sua Chiesa particolare del depositum fidei. E considerate le omelie registrate che sono state pronunciate sia per il loro insediamento in cattedra sia durante i primi atti di ministero episcopale da parte di diversi di questi vescovi provenienti da parrocchie-esistenziali-periferiche, la dottrina di diversi di essi non è poi così entusiasmante; e quando non si conosce bene ed a fondo il depositum fidei, tutelarlo non è facile, anche se naturalmente nessuno pone limiti alla grazia dello Spirito Santo, che però è bene non sfidare.

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Il vescovo deve essere anche un conoscitore di diritto, con un senso naturale spiccato del diritto. E qui si noti: non ho detto che debba essere un sopraffino dottore in diritto canonico ma una persona dotata del senso del diritto, perché se non lo è, scivolerà facilmente nel libero arbitrio, fabbrica di tutte le peggiori ingiustizie. Ed anche in questo caso, molte delle nuove leve, lasciano pure in tal senso a desiderare, pur essendo stati parroci per tanti anni.

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carlo maria martini 3

il Cardinale Carlo Maria Martini, al quale abbiamo dedicato alcuni articoli di critica al suo pensiero teologico [vedere QUI, QUI], ma da noi sempre indicato con venerazione come una tra le più belle figure dell’episcopato del Novecento, semplice ma ieratico liturgo. 

Il vescovo è sommo liturgo e dall’Eucaristia che celebra dipende la validità di tutte le Eucaristie celebrate nella sua Chiesa particolare. E anche in questo caso è bene sorvolare sul modo sciatto e approssimativo col quale taluni vescovi provenienti da parrocchie-esistenziali-periferiche, vere o presunte, sono stati ripresi per anni e anni da numerosi cineoperatori mentre celebravano liturgie sulle quali è bene stendere un velo pietoso.

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Qui mi fermo senza procedere oltre, ma ce n’è a sufficienza per poter affermare che sia le mode, sia il conformismo, portano per vie diverse ma parallele tutte e due allo stesso disastro. Infatti, prima della moda conformista dei vescovi-parroci, abbiamo vissuto sia la moda dei vescovi-curiali sia la moda dei vescovi-professori. Questi secondi, perlopiù legati al pontificato di Benedetto XVI, che rendendosi conto di quanto all’interno della Chiesa il fermento degli errori dottrinari o delle eresie avesse fatto lievitare giganteschi panettoni, per porvi rimedio, anziché chiudere le fabbriche di panettoni, anziché togliere a certe pontificie università e pontifici atenei il titolo “pontificio”, comincia a far nominare vescovi dei professori di teologia più o meno illustri, spesso proprio provenienti da queste fabbriche di eresie, all’interno delle quali erano loro stessi i primi e più perniciosi diffusori. Purtroppo questi professori, alcuni dei quali teologi veri altri invece dei puri palloni gonfiati, nel corso del tempo hanno seminato in giro per le diocesi italiane tanti e tali danni che in molti casi occorreranno decenni prima che si possano riparare, specie quando questi gravi danni sono correlati alle ordinazioni sacerdotali di non pochi soggetti sbagliati che come tali non avrebbero mai dovuto diventare preti.

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prete che benedice i contadini

due contadini si inginocchiano sul terreno fangoso mentre passa il curato di campagna che porta la Santissima Eucaristia a un ammalato. Di fronte a questi testimoni e testimonianze, come possono, vescovi e presbiteri, presentarsi oggi in “braghe e maniche di camicia“? Per cosa, forse per attirare i giovani? Illusi! Sono i preti come quello ritratto in questa foto i soli che oggi potrebbero tornare a riempire le nostre chiese, se la superbia clericale non chiudesse gli occhi pure dinanzi all’evidenza dei fatti.

I problemi non si risolvono passando da una moda all’altra, lo ha già fatto la politica. O la Chiesa vuol ripetere gli errori dei politici? Qualcuno ricorda i tempi in cui dinanzi alla politica caduta ai minimi storici di credibilità, i politici tentarono di allettare gli elettori candidando attori, cantanti e calciatori nelle liste elettorali? A dire il vero fu candidata ed eletta pure una celebre pornostar. Vogliamo ripetere gli stessi errori nella Chiesa, pornostar incluse?

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Il problema non è che per divenire vescovi è necessario essere stati parroci, o professori di teologia, o addetti a mansioni di curia. Non è infatti il ruolo che rende santo l’uomo, ma l’uomo che santifica il ruolo che è stato chiamato a ricoprire. Un buon vescovo può quindi uscire fuori da un parroco di periferia come da un luminare della teologia; da un addetto al servizio diplomatico o da un presbitero che ha servito la Chiesa in un ufficio di curia, proprio perché è l’uomo che fa il buon vescovo e non certo lo specifico incarico che egli ha ricoperto.

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Ildefonso Schüster

I VESCOVI CHE AVEVAMO FINO A POCHE DECINE DI ANNI FA –  il Beato Ildefonso Schüster, Arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954. Figura di grande spessore teologico, mistico e grande pastore di anime. Quando faceva la visita pastorale, spesso giungeva alle cinque del mattino davanti alle chiese parrocchiali, si inginocchiava sul sagrato e pregava in attesa che il parroco aprisse la porta per la celebrazione della prima Messa.

In un mio libro pubblicato agli inizi del 2013, parlando dell’episcopato e della nostra naturale vocazione alla santità, scritta nell’acqua del nostro battesimo, affermai che spetta alla Chiesa stabilire in che modo i consacrati nei tre gradi del Sacramento dell’Ordine debbano svolgere e prestare i propri grati e preziosi servizi; presupposto questo che sta a fondamento della natura del Sacramento dell’Ordine. È inammissibile che dei sacerdoti si propongano come candidati all’episcopato o che dei vescovi si propongano per delle grandi sedi metropolitane, per uffici della curia romana o per il titolo onorifico cardinalizio. Chiunque, in modo diretto o indiretto lo facesse, dovrebbe essere di rigore escluso da ogni possibilità di promozione. Nessuno è infatti promosso e consacrato vescovo per proprio prestigio personale ma per essere un servo fedele e devoto a servizio della Chiesa particolare a lui affidata, sempre tenendo a mente che Dio si è incarnato in Gesù non per essere servito ma per servire [Cf. Mt 20,28]. Dovremmo pertanto lavorare per giungere un giorno a un importante risultato: un clero cattolico formato da sacerdoti secolari e regolari perfettamente consapevoli che essere vescovo di una grande e importante diocesi o essere parroco di una piccola parrocchia di campagna è ugualmente dignitoso e importante per la Chiesa, in seno alla quale il vescovo della grande diocesi e il parroco della piccola chiesa di campagna offrono ambedue un servizio indispensabile, accomunati dalla loro medesima natura di servi.

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Nella Chiesa esiste la preziosa figura ispiratrice e l’alto esempio del Santo Vescovo Carlo Borromeo, ma esiste altrettanta preziosa figura ispiratrice di non minore e alto esempio: Giovanni Maria Vianney, eletto non a caso patrono dei parroci e dei sacerdoti. Sicuramente nessuna mente savia avrebbe mai inviato Carlo Borromeo come parroco ad Ars e Giovanni Maria Vianney come vescovo a Milano; ma è appunto la Chiesa, la unica e la sola a stabilire chi deve diventare vescovo di Milano e chi curato di Ars, per sviluppare al meglio la sua naturale vocazione alla santità e per preservare e salvare la fede nel Popolo di Dio.

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Vescovo Mario Enrico Delpini

DALLA IERATICA FIGURA DI  SCHÜSTER ALL’ATTUALITÀ – S.E. Mons. Mario Enrico Delpini, Presidente della Equipe per la Formazione Permanente del clero dell’Arcidiocesi di Milano [vedere QUI]

Quando al buon senso subentrano le mode o le strategie di mercato giocate su veri e propri slogan pubblicitari, il rischio che si corre è quello di mettere Giovanni Maria Vianney a fare il Vescovo di Milano e Carlo Borromeo a fare il curato ad Ars, con un triste risultato conseguente: né l’uno né l’altro diverranno santi. Il primo, non diventerà santo perché risulterà un soggetto inadeguato poiché non all’altezza di fare il Vescovo di Milano; il secondo, non diventerà santo perché risulterà un soggetto inadeguato poiché non all’altezza di fare il curato ad Ars, ed entrambi semineranno danni a non finire.

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Nello stato in cui ci troviamo, è inutile cercare piccole, futili e clericali strategie, oggi mirate alla sfornata dei professori e dei curiali, domani a quella dei parroci che hanno preso in qualche modo su di sé – realmente o per abile burla – l’odore dei poveri e di quelle periferie esistenziali che sembrano andare oggi di moda. Ciascuna di queste scelte sono solo palliativi che porteranno al totale fallimento. Ciò che infatti pare non entrare dentro le teste sempre più piccole di certi ecclesiastici, è il fatto che per giungere ad essere veramente perfetti nell’unità [Cf Gv 17, 23] bisogna procedere all’occorrenza anche con divisioni drammatiche, memori che Cristo Signore è venuto anche per portare la spada e la guerra, non solo la pace [Cf Mt 10,34]; memori che prima o poi, al momento opportuno, il grano dovrà essere separato dalla gramigna, quando si avrà la certezza che per strappare la gramigna non vada dispersa neppure una spiga di grano, cosa che però non vuol dire: aumentiamo la gramigna affinché soffochi definitivamente il buon grano [Cf. Mt 13, 24-30].

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rafael merry del val

il Cardinale Rafael Merry del Val, Segretario di Stato del Santo Pontefice Pio X, un uomo che oggi non diventerebbe mai vescovo o che forse non farebbero neppure diventare prete.

Le mode sono sempre nocive, di qualunque genere esse siano, inclusa la ricerca odierna di parroci con trascorsi veri o presunti tra le Caritas, le baraccopoli ed i campi Rom, perché ciò vuol dire che oggi, un uomo di Dio della straordinaria completezza umana, morale, teologica, giuridica e pastorale come Rafael Merry del Val, non solo non sarebbe mai divenuto cardinale, ma neppure vescovo e forse nemmeno prete, perché solo il suono del suo cognome farebbe storcere molti nasi che fingono di voler sentire l’odore delle pecore da prendere su se stessi, senza avere affatto capito quello che il Santo Padre Francesco voleva dire e trasmettere ai pastori in cura d’anime affermando: «Siate pastori con addosso l’odore delle pecore». Né mai avrebbe fatta alcuna strada un uomo come Giovanni Battista Montini, reo di provenire da una famiglia della vecchia borghesia lombarda. Soprassiedo poi sulle infelici sorti che nella Chiesa modaiola di oggi sarebbero toccate a un soggetto come Eugenio Pacelli e passo direttamente ad Angelo Roncalli, ma a quello vero, non al santino da iconografia popolare. Oggi come oggi, il futuro San Giovanni XXIII, giunto all’apice della carriera diplomatica come nunzio apostolico a Parigi, sarebbe mai diventato Patriarca di Venezia ― per di più ultra settantenne ―, dopo avere trascorso tutta la sua vita nel servizio diplomatico della Santa Sede? Certo che no, perché se fossero state applicate le logiche modaiole odierne sarebbe stato cercato sicuramente un parroco di qualche provincia veneta che tra il 1945 ed il 1950 aveva arricchito il proprio curriculum, sino a renderlo in tal modo episcopabile, dopo essersi dedicato ai profughi ed agli orfani di guerra o per avere servito i pasti ai senzatetto.

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Vescovo Claudio Cipolla

S.E. Mons. Claudio Cipolla, ex parroco, neoeletto Vescovo di Padova, dove da 85 anni non veniva scelto un cadidato che non fosse già vescovo con esperienza pastorale. Dinanzi a questo volto simpatico viene simpaticamente da dire: a certi parroci, finché non gliene regalano una rossa, una dignitosa talare nera non se la mettono neppure per andare a ritirare la nomina episcopale.

Se presso certe sedi vescovili sono inviati da decenni, o persino da secoli dei vescovi che hanno già maturato esperienze pastorali in altre diocesi dove hanno data buona prova di governo, ci sarà pure un motivo? Se alcune sedi arcivescovili italiane sono da secoli anche sedi cardinalizie, è perché vi sono antiche tradizioni legate alla storia ed ai passati regni e principati della penisola italica; da questo si è consolidata una consuetudine che non è detto debba essere mantenuta. Regole e consuetudini possono essere infatti cambiate e, per farlo, Pietro non deve chiedere il permesso a nessuno. Al limite, se vuole, o se è dotato della necessaria umiltà per farlo, può chiedere consiglio a chi certi meccanismi storici ed ecclesiali può conoscerli anche meglio di lui, ma egli resta munito della piena potestas per agire come reputa più opportuno. Che quindi l’attuale Patriarca di Venezia non sia stato creato cardinale, forse al diretto interessato non interessa nulla, ma ai veneziani abituati ad avere da secoli un patriarca insignito anche del titolo onorifico cardinalizio interessa molto e, questa mancata berretta rossa, l’hanno vissuta come una umiliazione. All’altro capo del nostro Paese, i palermitani, si stanno già domandando se dopo la nomina a cardinale dell’Arcivescovo di Agrigento, anche per la loro sede non sarà conferito il titolo cardinalizio al successore dell’ormai dimissionario Cardinale Paolo Romeo.

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Erio Castellucci arcivescovo di Modena

S.E. Mons. Erio Castellucci, neoeletto Arcivescovo Metropolita di Modena

Capisco che il Santo Padre s’è subito dichiarato proveniente «dall’altra parte del mondo» ma ciò non vuol dire cimentarsi nel fare cose dell’altro mondo, perché è pacifico che alla Chiesa italiana, ai suoi vescovi e al suo clero, ma soprattutto alla sua storia bimillenaria, è dovuto perlomeno lo stesso rispetto che il Santo Padre mostra di avere per i profughi veri o presunti [vedere QUI] che sbarcano per una media di 700/800 al giorno in un Paese — il nostro — non in grado di contenere e assistere una tale fiumana di gente, perché stiamo parlando di circa 400.000/ 500.000 persone all’anno che giungono su un territorio non certo esteso come l’Australia. Alla Chiesa italiana e alla sua storia è dovuto perlomeno lo stesso rispetto che il Santo Padre ha per gli abitanti dei campi Rom, i cui addetti all’industria dell’accattonaggio bestemmiano Cristo e tutti i santi lungo Via della Conciliazione dietro a chi osa non dargli soldi. Non è bello né buono, neppure per un Romano Pontefice, seppure avvolto da un’aura “liberista” alla quale crede sul serio o per finta solo quel caso geriatrico di Eugenio Scalfari, lasciare intendere: “Io sono io e faccio quello che voglio”. Per noi è indubbio che tu sei Pietro ― per i tuoi amici pentecostali non so’, ma per noi tu sei Pietro ―, prima stabilisci però regole precise, hai piena potestà per farlo. Prima abolisci usi e consuetudini, poi ti nomini cardinale chi vuoi e quando vuoi, evitando che una fetta di tuoi fedeli, che per secoli hanno avuto a capo della loro diocesi un vescovo sempre creato di prassi cardinale, debbano chiedersi: «Ma che cosa abbiamo fatto di male alla Chiesa e al Santo Padre?». La Chiesa ha bisogno della propria saldezza e della propria stabilità, alla quale concorrono in parte anche tradizioni e consuetudini del tutto accidentali e contingenti che come tali sono mutevoli e possono essere abolite in qualsiasi momento dal Supremo Pastore. Credo però che la persona meno indicata per fare il pericoloso gioco alla destabilizzazione senza prima avere stabilito regole, sia il Successore del Principe degli Apostoli, anche perché prima o poi, il Popolo di Dio, che mai è stato scemo nell’intero corso della storia della salvezza, potrebbe cominciare a chiedersi: a qual pro’ tutto questo, ma soprattutto, a qual prezzo?

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Giuseppe Siri

il Cardinale Giuseppe Siri, Arcivescovo Metropolita di Genova, ricordato anche come uomo di straordinaria classe e di ieratica dignità. Sua madre lavorava come portinaia  e suo padre era un operaio tuttofare. Divenne però sacerdote in un’epoca nella quale i seminari erano dotati di tutti gli strumenti educativi necessari per portare al massimo sviluppo umano, morale, spirituale e teologico dei giovani di talento.

La grandezza della Chiesa è sempre stata quella di essere madre e maestra, ed una buona maestra, che è pure madre, anzitutto educa. Questo il motivo per il quale questa straordinaria madre che costituisce un corpo di cui capo è Cristo [cf. Col 1, 18], non ha mai fatto distinzione di ceto, razza e nazione. Conosciamo tutti i difetti della nostra Chiesa, santa e peccatrice secondo l’antica definizione ambrosiana. Difetti storici che il sottoscritto conosce quanto basta per averli più volte stimmatizzati in ossequio al saggio monito del Sommo Pontefice Leone XIII che l’8 settembre 1899 affermò:

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«Lo storico della Chiesa metterà con maggior vigore in risalto la sua origine divina quanto più sarà stato leale nel non dissimulare minimamente le prove che le colpe dei suoi figli e qualche volta dei suoi stessi ministri hanno fatto subire a questa sposa di Cristo».

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Eppure questa madre e maestra, ed al tempo stesso santa e peccatrice, persino nelle sue epoche più controverse e contrastate ha visto salire ai propri cosiddetti vertici numerosi uomini provenienti da famiglie molto semplici e modeste; perché persino nelle sue epoche più controverse e contrastate riusciva a individuare il talento, anzi: lo ricercava proprio. Chi oggi afferma, con spirito tanto romanofobo quanto anti-storico, che sino a non molto tempo fa, per divenire vescovi e cardinali bisognava chiamarsi Borghese, Orsini, Colonna, Odescalchi, Chigi, Medici, Sforza … sbaglia e mente. Le cronologie dei vescovi che si sono succeduti in molte delle nostre numerose diocesi italiane, annoverano molti nomi di uomini provenienti da famiglie poverissime, entrati nei seminari con i corredi a loro donati da un povero parroco di campagna che aveva raccolto offerte tra fedeli altrettanto poveri.

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pietro gasparri

il Cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato succeduto al Cardinale Merry del Val, proveniva da una famiglia di contadini marchigiani, da molti è considerato come uno tra i più grandi canonisti del Novecento.

Non si dimentichi che a succedere al Cardinale Rafael Merry del Val, che era un concentrato di sangue delle più antiche famiglie nobili d’Europa, fu il Cardinale Pietro Gasparri, che fu segretario di Stato sotto Benedetto XV e Pio XI, nonché firmatario dei Patti Lateranensi che posero fine alla lunga questione romana cominciata con la presa di Roma il 20 settembre 1870 e durata 59 lunghi anni. Pietro Gasparri, nato nelle Marche in un paesino di provincia, proveniva da una famiglia di contadini dediti alla pastorizia, fu un canonista di rara raffinatezza e determinante fu il suo contributo per la stesura del Codice di Diritto Canonico del 1917. Da modesta famiglia proveniva il Santo Pontefice Pio X, che pure volle accanto a sé nel ruolo di Segretario di Stato il Cardinale Rafael Merry del Val. Da famiglia povera nacque il Cardinale Alfredo Ottaviani, in quel di Trastevere, dove suo padre lavorava come operaio presso un fornaio. Ci fermiamo a questi pochi esempi perché lunga davvero sarebbe la lista di uomini i cui nomi sono oggi inseriti nella storia della Chiesa e che non portavano affatto i cognomi delle più potenti famiglie principesche europee.

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Che dire poi del fatto che a inizi anni Sessanta, mentre negli Stati Uniti d’America c’era la segregazione razziale tra bianchi e neri, a Roma, un neoeletto cardinale nero vestito di rosso porpora con ermellino e cappa magna, riceveva il baciamano a ginocchio flesso da parte dei membri della nobiltà pontificia? Conosce il Santo Padre Francesco queste edificanti perle di storia legate ad una curia romana che bacia la mano ad un nero mentre negli Stati Uniti i neri non potevano neppure salire sui mezzi pubblici? È informato, il Santo Padre Francesco, che il suo Sommo Predecessore Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, nel 1741 non esitò a sfidare, pur con tutti i rischi del caso, le maggiori potenze europee, condannando senza appello la schiavitù e dichiarando illecita, pena l’immediata scomunica, la vendita e la riduzione degli indios in schiavitù? Condanna peraltro già erogata in precedenza dai suoi Sommi Predecessori Eugenio IV [1435], Paolo III [1537], Urbano VIII [1639], nessuno dei quali proveniva dalle periferie esistenziali né mai avevano svolto alcun apostolato nelle villas de las miserias.

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Alfredo Ottaviani

il Cardinale Alfredo Ottaviani in una immagine della vecchiaia. Fu prefetto dell’allora Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la dottrina della fede, uomo di grande acume e protagonista teologico del Concilio Vaticano II. Nacque in Trastevera da una famiglia molto povera e come il Card. Merry del Val si dedicò molto alle attività caritative a favore dei bimbi romani di quel quartiere, i quali lo soprannominarono affettuosamente per il suo enorme doppio-mento “er cardinale pappagorgia“.

Temo purtroppo che da alcuni decenni si siano frantumati equilibri delicati e antichi, ed oggi sembriamo giunti all’apoteosi. Mai infatti, nel passato, un Rafael Merry del Val ha impedito a un sacerdote di riconosciuto talento di sedere con lui negli scranni del Collegio Cardinalizio, poiché reo di provenire da modeste origini. Quel che però oggi si dovrebbe invece temere è che numerosi Pietro Gasparri e Alfredo Ottaviani totalmente privi del grande talento e della grande pietà che caratterizzò questi uomini di Dio, ma ricolmi in compenso di ambizioni alle quali mai potrebbero aspirare nel mondo civile, possano impedire a un Merry del Val di diventare vescovo e cardinale, poiché «non corrispondente a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali»  — da villas de las miserias — «del Santo Padre Francesco», con tutto l’immane danno che ne deriverebbe alla Chiesa privata di tale fede, di tale talento e di tale intelligenza rara. 

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Io non so se qualcuno rifletterà su tutto questo, in una Chiesa non più capace ad educare e per logica conseguenza a cogliere il talento ed a mutare in autentici principi i Gasparri e gli Ottaviani, facendo di loro dei principi per nulla meno principi di un principe di nascita come Merry del Val. Temo che in questi tristi tempi, dove tanti uomini di Chiesa paiono drogati dall’immediato e dal vivere giorno dietro giorno senza pensare al futuro ed a costruire per il futuro, in pochi faranno di simili riflessioni. Quando infatti da una parte si fanno i golpe e dall’altra si cede alle mode, per prima cosa si perde la libertà dei figli di Dio e si cerca con le peggiori coercizioni ed i peggiori arbitrî di obbligare anche gli altri alla perdita di questo prezioso dono di grazia. E una Chiesa non più libera che barcolla tra esperimenti fallimentari e mode altrettanto fallimentari è destinata al collasso, a partire dal suo cuore: il Sacro Collegio degli Apostoli, nel quale reclutare un mediocre dietro l’altro affinché trionfi il golpe della mediocrità al potere. Mai come oggi è infatti risuonato il falso e fuorviante monito rivolto da Giuda:

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[…] Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» [Gv 12, 3-8]

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E assieme al pretesto dei poveri, oggi rischiamo di avere anche un vero e proprio esercito di Giuda, ladri e traditori, pronti a usare i poveri come falso metro di misura e come nuovo pretesto di promozione per il loro tornaconto personale, mossi sempre da quelle insopprimibili ambizioni originate dalla regina madre di tutti peccati capitali: la superbia, che da sempre acceca, impedendo di percepire correttamente il presente e di costruire santamente il futuro a lode e gloria di Dio.

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Giacomo Biffi e l’idea della “essenza del male”

GIACOMO BIFFI E L’IDEA DELLA ESSENZA DEL MALE 

In occasione della scomparsa di Giacomo Biffi i Padri dell’Isola di Patmos hanno dedicato alcuni commenti alla sua figura ed alle sue opere [QUI, QUI], ai quali fanno seguito oggi alcune pacate perplessità, perché quello che innanzitutto non convince, è la concezione del defunto Cardinale della realtà presupposta alla idea del male.


Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

 

biffi copertina

l’opera di Giacomo Biffi [Ed. Cantagalli]

Nel libro del Cardinale Giacomo Biffi Memorie e digressioni di un Italiano Cardinale” [1] ho letto alcuni suoi pensieri sull’essenza del male, che non mi hanno del tutto soddisfatto. Egli infatti parte dalla metafisica di Soloviev, il quale vedeva la realtà come “unitotalità”, che Biffi definisce la “forma della verità dell’essere”, per cui il male sarebbe ciò che “si separa” da questo tutto: “il male è perciò essenzialmente divisione e separazione, perchè è decadenza dalla “unitotalità”. Il rischio, in questa visuale, è quello di concepire il male come una decadenza o allontanamento dalla totalità, sicchè il rimedio si risolve in un ritorno di tutto alla totalità, che recupera se stessa, ed avremo la famosa “apocatastasi” di Origene condannata dalla Chiesa. Se invece, come vedremo, il male è una privazione ontologica causata dal volere della creatura, allora siamo disponibili ad accettare la visione cristiana, per la quale il rimedio al male non è un semplice ritorno, ma una ricreazione offerta da Dio al peccatore, la quale offerta, però, fatta a tutti, presso alcuni incontra una resistenza assoluta ed irrevocabile.

apocalisse drago

il mistero del male, raffigurazione del drago dell’Apocalisse

Per questo il rimedio divino al male non raggiunge tutte le creature, ma solo quelle che lo accettano. Nella visione cristiana infatti non tutte le creature ritornano all’Uno-Tutto, cioè a Dio, non perché Dio non può farle tornare, ma perché non vogliono. Nella visuale cristiana Dio permette infatti che nella questione del male entri in gioco il libero arbitrio della creatura, capace di scegliere il male, ossia di privarsi del bene divino in modo definitivo ed irreparabile.

La visione origenista, invece, simile a quella di Plotino, di tutto che esce dall’Uno e torna all’Uno, di tutto che esce dal Tutto e ritorna al Tutto, è grandiosa ed affascinante, ma si scosta dal dato della fede, che prevede la pena eterna per i dannati. Nell’interpretare la Parola di Dio, non bisogna partire da un’idea, per quanto bella e sublime, e voler far entrare per forza la Parola di Dio dentro in quell’idea; ma, al contrario, è la nostra idea che deve, per quanto possibile, rispecchiare la Parola di Dio. Questa è la vera teologia; l’altro è gnosticismo. Del resto, come abbiamo anche in altre religioni, non mancano motivi di convenienza per ammettere nell’altra vita un premio o un castigo eterni [2].

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raffigurazione dell’Inferno [opera di Claudia Rogge]

In verità, il concepire il male come proprietà di un ente che si isola o si separa dal tutto o dall’insieme al quale appartiene, non mi fa difficoltà. Non c’è dubbio che è male separarsi dalla Chiesa; è male che l’organo di un vivente sia separato dall’organismo; è male estrapolare una frase dal contesto che ne assicura il reale significato, e così via. Ma in realtà il male è qualcosa di ben più profondo, che attiene, come vedremo, alle radici dell’essere.

Mitigare o attenuare l’idea e la presenza del male e concepire un universo nel quale il male sparisce del tutto può sembrare una soluzione confortante ed anche più degna dell’infinita bontà di Dio; ma in realtà tale bontà emerge proprio quando guardiamo il male in faccia senza celare in nulla la sua profonda essenza. Dio si mostra più potente se abbiamo un’idea giusta della radice ultima del male.

Quello che innanzitutto non mi convince è la concezione della realtà presupposta alla idea del male del Cardinale Biffi. Osservo innanzitutto che solo Dio è al contempo uno e tutto. L’unitotalità non è la “forma della verità dell’essere” ut tale, ma dell’essere divino. Solo Dio è assolutamente uno nella sua infinita semplicità e nella sua inconfondibile identità. Ed ogni perfezione Egli comprende virtualmente nella sua infinita essenza, come la causa contiene in se stessa virtualmente tutti i suoi possibili effetti. In tal senso si può dire che Dio sia “tutto” [Sir 43,27]. Inoltre c’è il rischio del panteismo: se la realtà è unitotalità e l’unitotalità è Dio, allora la realtà è Dio. Inoltre, non può esserci nulla fuori dell’unitotalità; se no, non sarebbe totalità. Ma allora, se il male è “separazione” ed è fuori da questa totalità, il male è nulla. Oppure bisognerà ammettere che per poter essere nella realtà, ossia nella totalità, il male, benché separazione, dovrà essere comunque all’interno di questa totalità. Ma se questa totalità è Dio, allora il male è in Dio. Insomma, da questa visione di Soloviev, fatta propria da Biffi, nascono molti inconvenienti.

San Filippo scaccia il dragone dal tempio di Hierapolis

San Filippo scaccia il dragone dal tempio di Hierapolis [Filippino Lippi da Prato, XVI sec.]

Il male, certo, è un non-essere. Eppure esiste. E dunque deve bene in qualche modo trovarsi nella realtà, ossia nella totalità dell’essere, non certo nella totalità intesa in senso divino, giacchè in Dio non c’è il male, ma semmai nella totalità pluralistica, in senso trascendentale, ossia nella totalità delle cose, dove effettivamente esiste il male. Ma se non si fa questa distinzione, si finisce col cadere nel panteismo. E allora il problema diventa drammatico ed insolubile: o si nega l’esistenza del male, dato che Dio è buono; o se si vuol ammettere l’esistenza del male, si è costretti a porlo in Dio. Inoltre, se l’unitotalità è, come dev’essere, Dio, il male non può essere una “decadenza” da Dio, una diminuzione o caduta o abbassamento della divinità. Il male non viene da Dio, ma dalla creatura. Esso è una decadenza dalla o della creatura dal suo stato di normalità, così come Adamo è decaduto dal suo stato di innocenza.

Certamente la creatura razionale peccando si separa da Dio: ma il male che commette non è una “decadenza” dalla divinità, giacchè la creatura, sia pur peccatrice, non è un abbassamento o decadenza della divinità, ma un ente prodotto da Dio dal nulla, in sé buono e che si rende cattivo non “decadendo da Dio”, ma con la propria cattiva volontà. Essa certo si allontana da Dio e Gli si oppone, ma non nel senso di perdere un’originaria divinità dalla quale decadrebbe. Dio, nel creare una creatura sia pur peccabile, non decade affatto né lei decade da Lui, ma resta sempre Lui nella sua infinita perfezione e bontà.

dio idolo

Dio Padre non è un idolo …

La totalità come realtà, invece, complessivamente, è l’insieme di Dio e delle creature. Essa certo è la totalità di tutto ciò che esiste. Ma non è la totalità univoca di un uno, di un solo ente, come sarebbe la totalità di un intero, così come potremmo dire: tutta la mela o tutto l’individuo.

Non è neppure la totalità divina, assolutamente indivisibile. È invece la totalità di un insieme di enti: Dio e il creato. È sbagliato altresì chiamare “intero” l’insieme delle cose, come fa Bontadini, perché ciò ancora una volta dà l’idea di un unico ente, del quale gli enti sarebbero solo parti. La realtà complessiva non è un’unica sostanza, come credeva Spinoza, un intero divino, del quale gli enti siano parti o modi, ma è un insieme di sostanze, ognuna delle quali è distinta dalle altre ed è un intero divisibile, collegata con le altre a formare un unico insieme unificato sotto il governo della suprema Entità divina indivisibile.

La realtà nel complesso è la totalità di un insieme di tutti, è un tutto di tutti, ciascuno dei quali è un tutto diverso degli altri. Diversa è la totalità divina dalla totalità della creatura. Riguardo alla creatura o alle creature, si parla di totalità in un senso molteplice, diversificato, analogico. Un conto dunque è il tutto metafisico o trascendentale e un conto è il tutto ontologico o sostanziale. Quest’ultimo può essere un tutto creato o il tutto divino. Il tutto metafisico risulta dall’insieme degli enti: Dio e il creato, che a sua volta è un insieme di tutti, ossia di sostanze.

uno tutto

la totalità …

La totalità degli enti comprende Dio e il creato. Dio dunque è pensato dialetticamente come se fosse una parte di questo tutto, benché egli ontologicamente sia tutto e al di sopra di tutto, una totalità ben più perfetta della totalità di tutti gli enti creati messi assieme. Ogni ente creato sostanziale è una parte del creato, benché anch’esso limitatamente sia un tutto. Il suo essere è un essere per partecipazione, dipendente dall’Essere per essenza che è Dio.

Sulla base di queste considerazioni, che interpretano la visione metafisico-teologica di Biffi, è possibile ora prendere in esame come egli vede l’essenza del male. Egli non considera l’aspetto ontologico, il male come privatio boni debiti, la ὑστέρησις di Aristotele [hystéresis, “ritardo”], ma lo limita ad un disordine o una disorganizzazione tra enti in sé completi e buoni. È un po’ come può capitare in una collezione di opere d’arte, nella quale una viene sottratta da un ladro. Si tratta sempre di un’opera d’arte, che però non è più al suo posto.

separazione

Separazione, opera di Edvard Munch

Così il male, secondo Biffi, è l’atto della parte che si stacca dal tutto ed entra in conflitto col tutto. È una parte che spezza l’unità. Ora, non mi pare che questo discorso, in sé certamente valido, colga veramente alla radice l’essenza del male. Infatti, l’aspetto radicale del male non attiene tanto all’ordine o alla composizione delle parti nel tutto, quanto piuttosto alla mancanza di integrità o di perfezione dell’ente stesso. Il male ha a che fare con la corruzione del soggetto, al limite, per la Bibbia, con la morte del soggetto stesso.

Il male non è solo una questione di disarmonia o di separazione o di divisione o di contrasto nei confronti di una totalità o in un insieme, quanto piuttosto riguarda il piano dell’essere, anzi del non-essere. Il male è una carenza di essere prima di essere una separazione della parte dal tutto. Il male intacca la sostanza dell’ente prima di attenere alla sua posizione rispetto agli altri enti. Il male riguarda l’esistenza. È una carenza di essere in un soggetto che in sé resta buono. Non è un semplice non-essere, ma è il non-essere di qualcosa che dovrebbe esserci e non c’è. La carenza può essere nello spirito: nell’intelletto e nella volontà. Abbiamo allora il male di colpa, il peccato. O può essere patita dal soggetto. E abbiamo allora il male di pena. Se questa pena è giusta, allora abbiamo un bene; se è ingiusta, ciò suppone una colpa nel giudice, per cui questa pena, ossia questo male va tolto. In ogni caso il male è una privazione di essere.

male e morte

il male è connesso alla morte …

Per questo nella Bibbia il male è connesso con la morte. Il male è l’odio per la vita e la soppressione della vita. Cristo chiama il demonio, dal cui peccato ha origine il male, “omicida sin dal principio”. Il male di colpa è un’ingiustizia, ma non sfugge al controllo della giustizia divina. Il castigo è un male, ma è un male giusto, perché è bene che il malvagio sia punito. L’eternità della pena infernale si risolve dunque ad essere un bene eterno.

San Tommaso sostiene che i giusti in paradiso si rallegreranno nel vedere il castigo dei dannati. È giusto che i parenti di una vittima del terrorismo si rallegrino nel vedere condannato l’assassino all’ergastolo. Non dobbiamo farci giustizia da soli, ma solo perchè, come ripetutamente insegna la Bibbia, a Dio spetta la vendetta [cf per es. Rm 12,19]. Quanto al dannato, non ha di che lamentarsi, giacchè il male da cui è afflitto se lo è procurato con le proprie mani. Nessun malvagio, quindi, se non si pente, speri di potere farla franca approfittando della bontà di Dio.

Pur distinguendo nettamente bene e male, sì da condannare ogni doppiezza, il cristianesimo ammette un male che è bene: il giusto castigo. È male che il malvagio non sia punito. Anche la croce è un male che è bene; un male salvifico. Evitare la croce è male. Sopportare la croce è bene. Ecco quindi che nella visione cristiana il male alla fine dei tempi viene sconfitto nel senso che cessa la sua attività contro il bene. E tuttavia restano le pene eterne a manifestare la divina giustizia. Dunque, la “ricapitolazione di tutte le cose in Cristo”, della quale parla San Paolo [Ef 1,10] non va intesa nel senso origenista di una ricomposizione dell’unitotalità infranta, sì che il male sia totalmente abolito. Questo non corrisponde al dato rivelato, che prevede il premio dei buoni e il castigo dei cattivi. Scompare dunque il male di colpa, ma non il male di pena.

ricapitolazione

ricapitolazione di tutte le cose in Cristo …

L’unitotalità, che in realtà è attributo divino e non il carattere del reale, non viene affatto infranta dal male e quindi non ha bisogno di ricomporsi. Essa non decade da se stessa, ma resta sempre intatta ed inviolabile. In Dio il male è totalmente assente. Invece il piano divino della salvezza non prevede l’eliminazione della colpa in tutti gli uomini, ma solo nei predestinati. Anche la volontà dei reprobi, quindi, ostinatamente ed irreversibilmente ribelle a Dio, concorre all’ordine dell’universo mostrando come Dio può trarre il bene anche dal male.

La ricapitolazione voluta dal Padre e compiuta da Cristo significa dunque che il Padre ha sottomesso a Cristo tutte le cose [cf v.22], sì che “ogni ginocchio si pieghi davanti a Cristo nei cieli, sulla terra e sotto terra” [Fil 2,10]. Cristo è però il Salvatore del mondo non nel senso che tutti si salvano, ma nel senso che Egli ha offerto a tutti la possibilità della salvezza, alla quale però alcuni per loro colpa si sottraggono, meritando la giusta pena.

Per sua espressa dichiarazione, Cristo ha quindi la funzione di Giudice escatologico, che “separa le pecore dai capri”. Questa ricapitolazione, quindi, non va intesa nel senso origenista come convergenza finale di tutte le cose verso Cristo, sì che il male scompaia completamente. Ma tale convergenza rappresenta invece la Signoria di Cristo sul paradiso e sull’inferno. L’idea di un Cristo ricapitolatore che ricompone l’unità in modo tale che nulla resti al di fuori in opposizione a questa unità (i dannati), può avere un suo fascino, ma non è cristiana; è un’idea gnostica, contraria al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa. Dato che questa “unitotalità” suppone uno sfondo panteistico, si comprende che ad essa ripugni ammettere il male in Dio. Ma in una concezione metafisica pluralistica e non monistica, non fa difficoltà ammettere accanto e sotto a Dio, libero dal male, il libero arbitrio della creatura peccatrice.

dannazione eterna

… la dannazione eterna è una scelta dell’uomo

Nella visione cristiana l’evento del male comporta in certi casi (la dannazione) una separazione definitiva del peccatore dal Tutto, ossia da Dio, benché questa separazione, permessa da Dio, non comporti in Dio alcun difetto o colpa, ma la responsabilità dell’atto ricada completamente sul peccatore. Questo vuol dire che la visione cristiana della totalità lascia uno spazio al male non in Dio ovviamente, ma nel creato a testimoniare il dominio di Dio sul male, quel Dio, che avendo creato anche chi si danna, continua ad amarlo con la sua provvidenza.

Il fatto che alcuni non si salvino — come è attestato dalla Rivelazione — non è il segno di una qualche imperfezione nell’opera della salvezza. Infatti Cristo ci mette in mano i mezzi per salvarci; ma non possiamo in effetti salvarci se non collaboriamo con la grazia salvifica. Il che vuol dire che il male fatto dal dannato non viene riparato, ma resta solo a testimoniare la giustizia punitiva divina la quale, anche in questa situazione estrema, non è separata, come osserva San Tommaso, dalla misericordia.

Cristo pantocratore cattedrale di cefalù

il Cristo Pantocratore [Cattedrale di Cefalù]

Ogni uomo rende gloria a Cristo, anche coloro che sono “sotto terra”, ossia all’inferno. La privazione del bene dovuto resta dunque in eterno nella volontà dei dannati, segnata dalla sanzione della divina giustizia. L’opera della salvezza non si limita a riordinare ciò che era disordinato, a riunificare ciò che era diviso, a riconciliare ciò che era in contrasto, ma comporta una vera e propria opera creatrice: ridare l’essere a ciò che ne era privo: tale è il perdono dei peccati, il riscatto dei poveri, la consolazione degli afflitti, la misericordia per i miseri, la liberazione dei prigionieri, la risurrezione dei morti. Tuttavia anche laddove il peccato non è perdonato, si manifesta il bene della divina giustizia.

In conclusione, è impossibile comprendere l’essenza profonda del male e quindi della potenza di Dio nel toglierlo, senza una metafisica della creazione. La vittoria sul male è una nuova creazione. Il vedere il male solo legato a una disarmonia, non ci dà sufficientemente l’idea del male così come ci è chiarita dalla Rivelazione. E non ci dà un’idea sufficiente della potenza salvifica divina. Tanto meno il male può essere concepito come un decadere dalla o della divinità o un fatto interno alla divinità o un momento dialettico del divenire divino. E quindi la salvezza non è neppure una ricostituzione della divinità. Nella visione cristiana il fatto che Dio si incarni non vuol dire che Dio si sporchi nella vicenda del male: Egli, purissimo ed innocentissimo, lo conosce meglio di noi e lo abborre più di noi. Per questo ci ha dato suo Figlio che ci libera dal male, ma che è anche Giudice dei vivi e dei morti. Nella visione cristiana la nozione del male suppone quella del non-essere e quindi da una parte la privatio e dall’altra quella del nulla, dal quale Dio trae l’essere. Se in alcuni uomini resta in eterno la privatio, ciò non smentisce l’infinita misericordia, potenza e bontà di Dio, ma rappresenta un segno del potere di Dio sugli inferi e sulla morte.

Varazze, 23 luglio 2015

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NOTE

[1] Cantagalli, Siena 2007, p.524.

[2] Cf il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.

Superato il milione: croce e delizia dell’Isola di Patmos …

SUPERATO IL MILIONE: CROCE E DELIZIA DELL’ISOLA DI PATMOS …

 

I Padri dell’Isola di Patmos sono lieti di comunicarvi che la nostra rivista telematica di teologia ecclesiale e di aggiornamento pastorale, inaugurata il 20 ottobre 2014, in 9 mesi di vita ha superato alla fine giugno il milione di visite.

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

 

Cari Lettori.

I Padri dell’Isola di Patmos sono lieti di comunicarvi che la nostra rivista telematica di teologia ecclesiale e di aggiornamento pastorale inaugurata il 20 ottobre 2014, in soli 9 mesi di vita ha superato alla fine del mese di giugno il milione di visite.

Gli esperti informatici e gli esperti dei nuovi sistemi di comunicazione ci hanno detto che questo risultato è «inusuale» e «strepitoso».

primo milione

il primo milione di Paperon de’ Paperoni

Assieme alla delizia c’è però anche la croce: L’Isola di Patmos è in “profondo rosso“, ossia in “totale bolletta“.

Nel corso di questi mesi abbiamo invitato più volte i Lettori a sostenerci anche con piccole donazioni. E da soggetti per molti versi ingenui tali siamo, in virtù del numero sempre crescente di visite e di visitatori pensavamo, e più volte ci siamo detti: se solo il 10% dei nostri visitatori ci invierà tramite il comodo e sicuro sistema Paypal qualche spicciolo, il nostro problema sarà risolto, e noi potremmo disporre dei mezzi necessari per portare avanti il nostro lavoro, perché non è vero che in internet è tutto gratis, al contrario: per lavorare in modo professionale e avvalersi dei programmi e servizi necessari, tutto è rigorosamente a pagamento. 

Rendendovi partecipi del successo che L’Isola di Patmos ha riscosso e sta riscuotendo, questa volta, anziché “richieste” o “inviti”, ci limitiamo a farvi una promessa: fino a quando ce la faremo, pur con tutti i sacrifici del caso, seguiteremo ad offrirvi il frutto del nostro sincero e fedele lavoro; quando non ce la faremo più, chiuderemo come suol dirsi “bottega” in gloria, ossia in pace con Dio e con le nostre coscienze, per avere fatto tutto ciò che potevamo fare ed offerto tutto quello che potevano offrire attraverso il portentoso mezzo della rete telematica, che usato in un certo modo può essere un prezioso strumento di evangelizzazione per raggiungere molte membra del Popolo di Dio sempre più disorientate e smarrite.

Continuate quindi a seguirci sempre più numerosi … finché morte non ci separi !

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I DATI STATISTICI DELL’ISOLA DI PATMOS IN 9 MESI DI VITA

 Dal 20 ottobre 2014 al  20 giugno 2015

numero totale di visite: 1.135.753, numero totale di visitatori: 380.956.

Media mensile:

visite 126.194, visitatori 42.200

Media giornaliera:

visite 4.200, visitatori 1.420.

Infallibilità e fallibilità del Sommo Pontefice

INFALLIBITÀ E FALLIBILITÀ DEL SOMMO PONTEFICE

 

Il Romano Pontefice, per quanto dotato del carisma dell’infallibilità come maestro della fede, resta pur sempre un essere umano fallibile e peccatore, laddove non gioca questo carisma. Se nel campo della dottrina della fede è infallibile, nel campo della sua azione pastorale e di governo, nonché nella condotta privata può peccare in vari modi, come per esempio nella prudenza, nella giustizia e nella carità.

 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

Pope Francis

il Santo Padre con un copricapo indigeno durante la visita in Brasile

La questione dell’infallibilità o meno del Romano Pontefice coincide in qualche modo con quella dell’infallibilità o meno del Magistero della Chiesa. Che si intende infatti con questa espressione? Il potere che il collegio episcopale ha, sotto la guida del Papa, di insegnare, interpretare e diffondere il Vangelo. Certo esiste un potere magisteriale proprio e personale del Papa: ciò che egli insegna da sè di sua iniziativa, a prescindere dal consenso o meno del corpo episcopale. Per esempio, le catechesi sulla “teologia del corpo” svolte da San Giovanni Paolo II dal 1979 al 1983. Abbiamo qui allora il magistero pontificio. Ma siamo daccapo: il collegio dei vescovi ha il dovere di far proprio questo magistero, in quanto applicazione del comando di Cristo a Pietro: “confirma fratres tuos” [cf. Lc 22,31-34]. E, d’altra parte, è inconcepibile un magistero dei vescovi che non sia presieduto ed approvato dal Papa.

Pope Francis

il Santo Padre con un copricapo indigeno durante la visita in Brasile

Parlando di infallibilità o non infallibilità del Papa, è come se si parlasse quindi di infallibilità o non infallibilità della Chiesa stessa, in quanto guidata dal corpo episcopale unito al Papa, la cosiddetta “Chiesa docente”, benchè poi alla fin fine, come dice il Concilio Vaticano II, tutta la Chiesa e quindi ogni fedele, sia infallibile nel credere e nel proclamare la Parola di Dio, si intende sempre sotto la guida dei vescovi e del Papa. La lettrice delle Letture della Messa, quando le proclama, è infallibile. Il bambino del catechismo, se risponde bene alle domande della maestra, è infallibile.

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il Santo Padre indossa il cappello di uno sposo in Piazza San Pietro

Comunque, nella Chiesa il Papa è il solo membro a godere di un carisma personale di infallibilità. Tutti gli altri vescovi e cardinali, per quanto dotti e santi, non posseggono nessun carisma personale di infallibilità e possono cadere nell’eresia, come è dimostro dalla storia. Oppure si può dire che sono infallibili, singolarmente o in gruppo, si trattasse di un’assemblea conciliare, solo in quanto uniti a Pietro e sottomessi a Pietro. Il conciliarismo, più volte apparso nella storia, è un’eresia, non corrisponde alla volontà di Cristo. Così pure il semplice “primato d’onore” senza potere magisteriale e giurisdizionale sostenuto dalle Chiese scismatiche orientali, è un’eresia contraria a ciò che Cristo ha voluto e comandato a Pietro e ai suoi successori.

papa copricapo 5

il Santo Padre con il cappellino dell’infiorata della Città di Spello

Il Papa è infallibilmente assistito dallo Spirito Santo quando svolge il suo compito di annunciare e interpretare il Vangelo e di confermare i fratelli nella fede. Naturalmente il Papa, in quanto uomo peccatore, figlio di Adamo, sarebbe fallibile anche nelle cose della fede e della morale cristiane, se non godesse di questa assistenza ed è effettivamente fallibile, quando, per vari motivi, non gode di questa assistenza. E fallibile vuol dire che può sbagliare, che può lasciarsi sfuggire un errore. O che può dar per certo quello che non lo è, o viceversa può dar per opinabile quello che è certo. La maggior certezza che il Papa ci è Maestro nella fede e quando insegna infallibilmente la Parola di Dio, l’abbiamo quando egli stesso dichiara di parlare a nome di Cristo e intende definire un dogma della fede, come è insegnato nel Concilio Vaticano I.

VATICAN-POPE-AUDIENCE

il Santo Padre indossa il cappello degli alpini

Perché ci sia l’infallibilità non sono necessarie queste dichiarazioni esplicite e solenni, piuttosto rare, ma è sufficiente che il Papa ci proponga insegnamenti che comunque si rifanno al dogma o alla Tradizione o li sviluppano e chiariscono o insegnano qualche dottrina necessariamente connessa al dogma o che tocchi in qualunque modo la verità di fede insegnataci da Nostro Signore Gesù Cristo. Così pure le dottrine dei Concili ecumenici, che spiegano o approfondiscono o interpretano le verità della Scrittura e della Tradizione, anche se non sono definite, sono comunque definitive, ossia assolutamente e perennemente vere ed infallibili; e ripetono la loro autorità da quella dello stesso Sommo Pontefice che le ha approvate. Anzi, come risulta dalla Lettera Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II del 1998, esistono tre gradi di infallibilità delle dottrine del Magistero della Chiesa. Il primo, che richiede nel fedele la fede divina o teologale, è quella propria delle verità di fede definite, comunemente dette “dogmi”. Respingere questa dottrina è eresia.

Pope: General audience

il Santo Padre con l’elmetto dei vigili del fuoco

Al secondo grado stanno le dottrine non definite e tuttavia definitive, ossia assolutamente e perennemente vere, oggetto da parte del fedele di fede nell’autorità della Chiesa, la cosiddetta “fede ecclesiastica”. Possono toccare il dato rivelato, oppure verità storiche o speculative necessariamente connesse col dato rivelato, come per esempio l’esistenza dell’anima umana, di Dio, della verità o della libertà o la legittimità di un Papa o di un Concilio; cose che, se non fossero vere, farebbero crollare o renderebbero impossibile la verità di fede. Respingere questa dottrina è errore prossimo all’eresia.

papa copricapo 8

il Santo Padre con un copricato sportivo

Le dottrine del terzo grado riguardano ancora temi della fede o connessi alla fede, quindi si tratta sempre di dottrine vere e certe, ma alle quali il fedele non deve dare un assenso di fede, bensì solo prestare “l’ossequio della sua intelligenza”. Non si tratta qui della Chiesa, che propone, senza definirla dogmaticamente, una dottrina di fede, ma di una dottrina della Chiesa, che ha connessione con la dottrina della fede. Dottrina di questo tipo è per esempio il principio della libertà religiosa o il principio dell’ecumenismo o del dialogo interreligioso proclamati dal Concilio Vaticano II. Respingere questa dottrina è errore contro la dottrina della Chiesa. Nel primo grado abbiamo la dottrina definita, nel secondo la dottrina definitiva, nel terzo la dottrina vincolante.

Perché questi tre gradi? Essi non si riferiscono alla questione della verità, come se, per esempio, fossero vere solo le dottrine di primo grado. Essi invece rispondono ad una ragione pastorale e al modo di aderire al vero proprio della mente umana. Rispondono, in altre parole, ad uno scopo didattico e alla natura stessa della mente umana di accogliere la verità.

papa copricapo 9

il Santo Padre col casco degli operai delle acciaierie di Terni

La Chiesa ha ricevuto da Cristo il deposito della Rivelazione nella sua interezza sin dall’inizio. Ma essa non ha appreso sin dall’inizio con pari chiarezza e certezza tutte le verità della fede. Alcune, quelle sulle quali Cristo aveva maggiormente insistito o che maggiormente apparivano in continuità con l’Antico Testamento, o che apparivano più consone alla ragione, sono emerse subito sin nei primi Simboli della fede. Altre, che si potevano dedurre dalle prime o che erano latenti o implicite sotto le prime, magari di minore importanza o forse anche più difficili da capire, “da portarne il peso”, all’inizio rimasero velate o non così sicure come le prime. Da qui questo processo di differenziazione di più gradi di certezza.

papa copricapo 10

il Santo Padre con il cappello dei bersaglieri

Il progresso della Chiesa nella conoscenza del dato rivelato non comporta il fatto che Dio nel corso della storia aggiunga nuove verità, ma nel fatto che la Chiesa conosce sempre meglio e con maggior chiarezza tutte quelle verità, che Cristo ha insegnato agli apostoli prima di tornare al cielo. Ora Cristo dal cielo, adesso e fino alla fine del mondo, non aggiunge nulla a quello che ha consegnato allora agli apostoli, ma per mezzo del suo Spirito assiste la Chiesa sotto la guida di Pietro nel comprendere e spiegare sempre meglio il patrimonio della verità rivelata.

La Chiesa non ha solo da chiarire a se stessa la qualità e il numero delle verità rivelate, ma una volta che essa, sotto la guida del Papa, ha chiarito, è suo dovere insegnarle al mondo. E anche a questo punto si impone la necessità di una gradualità: gradualità nel proporre in modo successivo i contenuti dottrinali, cominciando dai più facili o dai più importanti o dai più urgenti. E gradualità nell’enfasi o nel vigore o nell’accentuazione o nella severità coi quali proporre le medesime dottrine, a seconda dei bisogni o delle necessità dei fedeli.

papa copricapo 11

due cappelli regalati al Santo Padre dalla guardia costiera a Lampedusa

L’infallibilità del Papa è storicamente dimostrata: non è mai accaduto che un Papa abbia smentito un suo predecessore in materia di fede. La tesi di Küng pertanto è falsa. Può accadere invece che un Papa cada accidentalmente nell’eresia o perché non in pieno possesso delle sue facoltà mentali o perché minacciato. Gli insegnamenti del Papa o le sue prese di posizione in campo dottrinale devono esser presi in considerazione sempre con benevolenza, fiducia e rispetto, ma anche con saggio discernimento, onde valutare le modalità, il livello di autorevolezza e il genere di interventi o pronunciamenti o delle disposizioni pratiche o degli atti di governo.

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il Santo Padre indossa il cappello della delegazione Special Olympics

Dopo essersi accertati, presso fonti sicure, oggettive ed autorevoli del vero contenuto di quanto egli dice o ha detto, la prima cosa da fare è catalogare il tipo e il livello di pronunciamento. I Papi del post-concilio, soprattutto a partire da San Giovanni Paolo II, hanno accresciuto e ulteriormente diversificato i generi dei loro interventi pubblici. Non infrequente è il fatto che essi intendano manifestare semplici opinioni personali, per esempio pubblicazioni, discorsi o interviste, magari seguendo certe tendenze teologiche od esegetiche. È evidente che qui non sono infallibili. Sono, questi, interventi che si aggiungono all’esercizio tradizionale del loro magistero dottrinale e morale, che si esprime nei documenti a vario livello, dalle encicliche ai discorsi, alle udienze generali o alle omelie nelle visite apostoliche; essi conservano l’espressione del loro potere giurisdizionale, pastorale, disciplinare, di governo, diplomatico, legislativo.

Nel loro insegnamento morale, occorre fare attenzione a quanto è riconducibile a verità di fede distinguendolo dalle direttive, che possono essere oggetto di discussione. Al riguardo, degno di ogni rispetto, anzi di obbedienza di fede, è l’insegnamento morale pontificio che fa rifermento alla legge morale naturale, come per esempio le norme dell’etica sessuale o sociale, la pastorale per le persone omosessuali, la proibizione dei contraccettivi, della fecondazione artificiale, o la difesa dei diritti dei poveri e degli oppressi.

papa copricapo 14

il Santo Padre con un cappello delle guide alpine

Parimenti con rispetto devono essere prese in considerazione la disciplina dei sacramenti e le norme liturgiche, anche qui però distinguendo ciò che si rifà ai valori essenziali di fede da ciò che può avere un semplice valore pastorale rivedibile o mutevole. Anche nell’indicarci le vie della salvezza in quei fratelli e sorelle che esemplarmente le hanno percorse — i santi — il magistero pontificio non può che essere infallibile.

Diverso è il caso di sentenze giudiziarie in cause di scomunica o di scisma o comunque di delitti in campo canonistico, mentre il Papa non può sbagliare nel giudicare eretica una dottrina. Quanto a pronunciamenti relativi a fenomeni carismatici, come per esempio le apparizioni mariane, qui il giudizio non è infallibile, comunque si deve supporre che sia improntato a prudenza.

Papa Francesco e la regina elisabetta

la Regina Elisabetta con il suo cappello delle grandi occasioni accanto al Santo Padre durante l’udienza

Il Magistero pontificio e in generale quello della Chiesa possono e devono essere valutati sì alla luce della Tradizione e della Scrittura, non però con l’atteggiamento occhiuto, diffidente presuntuoso, potremmo dire farisaico, di colui che si tiene pronto col fucile puntato a scoprire il Papa in fallo, magari per accusarlo di modernismo, ma con la fiducia che da lui abbiamo la giusta interpretazione della Tradizione e della Scrittura. È cosa saggia e giusta interpretare in bene certe sue espressioni che a tutta prima possono sorprendere. Così similmente, prima di negare l’infallibilità delle dottrine del Concilio Vaticano II, come alcuni fanno, si rifletta bene sul fatto che esse, se non contengono nuovi dogmi definiti, tuttavia presentano nuovi sviluppi della Tradizione e nuove spiegazioni della Scrittura, che non possono non impegnare, magari al terzo grado di autorità, l’ossequio sincero del vero fedele cattolico.

Ma è parimenti dovere di lealtà ed onestà verso il Sommo Pontefice non tirarlo dalla nostra parte, come fanno i modernisti, solo perchè il Papa si mostra aperto ai valori della modernità, dimenticando però il durissimo attacco che egli rivolge nell’enciclica Laudato si’ contro quello che è stato il peggior veleno della modernità: l’antropocentrismo.

papa sulla cattedra

il Sommo Pontefice Francesco, 266° Successore del Principe degli Apostoli, sulla Cattedra del Vescovo di Roma

Il Romano Pontefice, per quanto dotato del carisma dell’infallibilità come maestro della fede, resta pur sempre un essere umano fallibile e peccatore, laddove non gioca questo carisma. Se nel campo della dottrina della fede è infallibile, nel campo della sua azione pastorale e di governo, nonchè nella condotta privata può peccare in vari modi, come per esempio nella prudenza, nella giustizia e nella carità. Per questo egli ha bisogno del nostro aiuto, anzitutto della preghiera, ma anche, per chi può, di costruttive proposte in campo dottrinale, morale e pastorale, sempre lasciando a lui l’ultima parola. È molto importante pertanto sapere con chiarezza dove il Papa può essere criticato e dove dev’essere obbedito. Questa chiarezza è indispensabile per una continua fruttuosa avanzata sul cammino della salvezza.

Varazze, 13 luglio 2015

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 E io ti dico:

«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

[Mt 16, 18-19]