L'affaire de “sœur Cristina”. Souviens-toi chère Christina, quand tu chantes, mets Christ dans les notes sinon ton renoncement ne t'aura rien appris

IL CASO DI “SUOR CRISTINA”. RICORDATI CARA CRISTINA, QUANDO CANTERAI, METTI CRISTO NELLE NOTE ALTRIMENTI LA TUA RINUNCIA NON TI AVRÀ INSEGNATO NULLA

Adesso le sue ex consorelle, le care Orsoline della Sacra Famiglia, hanno ancora una possibilità di aiutare Cristina, le mostrino vicinanza e provvedano anche a un suo doveroso aiuto materiale. Senza lesinare qualche salutare scappellotto, le siano accanto, così come Cristo ha fatto con quel giovane ricco che non ha voluto seguirlo.

- Nouvelles de l'Église -

Auteur
Ivano Liguori, ofm. Cap..

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La audio lettura sarà disponibile la mattina del 26 novembre

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Intervista di Suor Cristina

Sœur Cristina Scuccia, la suora cantante della Congregazione delle Orsoline della Sacra Famiglia, ha lasciato la vita consacrata per seguire forse la sua (vera?) vocazione nel mondo canoro [voir: qui, qui, qui e qui]. È una notizia di pochi giorni fa.

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A questa recente notizia, Padre Ariel ha già dedicato un breve articolo che condivido in pieno quanto al realismo e all’equilibrio [voir: qui]. Toutefois, da presbitero religioso dell’Ordine Cappuccino desidero fare anch’io delle considerazioni in merito, che per certi versi risuoneranno come delle vere e proprie provocazioni scontentando forse qualcuno, ma che avranno il merito di evidenziare alcune delle più comuni ipocrisie della vita consacrata mascherate da sentimenti di pietà.

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Anzitutto c’è da mettere al corrente le tante anime belle ― quelle che in queste ore dans real life o sui social stanno giocando al tiro al piccione con la povera ex Orsolina ― che ogni anno dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica sono gestite moltissime richieste di religiosi che chiedono di lasciare il proprio ordine, il proprio istituto o la propria congregazione di appartenenza. Di chi è la colpa? Perché avviene questo? Io non sempre riesco a darmi una risposta convincente, secondo il parere illuminato di alcune anime belle la colpa è senza dubbio del Papa gesuita o forse di quei religiosi che hanno fatto piangere Madone con i peccati contro il sesto comandamento o forse di coloro che non si rassegnano a vivere secondo uno stile religioso grottesco tipico dei monaci del film Il Nome della Rosa di Jean-Jacques Annaud o delle improbabili suore del film Sister Act. Perché per certe anime belle ed esperti catto-blogghettari, tutta tradizione e lalinorum, il religioso è una maschera grottesca tra lo psichiatrico e il farsesco, un misto di mortificazione e di cilicio, disturbi d’umore e pruriginosi desideri da romanzo alla Uccelli di Rovo, insomma un autentico pazzo.

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Donc, quando si verifica che qualche consacrato appenda l’abito al chiodo, subito si parte alla ricerca delle motivazioni – vere o presunte – e si procede con la delicatezza e il tatto di uno schiacciasassi dentro un negozio di cristalli Swarovski. Ma noi qui, dall’amena Île de Patmos non vogliamo essere degli schiacciasassi, sappiamo bene infatti che alcuni abbandoni sono senz’altro giusti perché privi di quella minima consapevolezza e libertà necessaria per vivere da consacrati e costituirsi nel mondo come fiaccole di luce, segni profetici per la Chiesa. Altri abbandoni, au lieu, costituiscono delle vere e proprie ingiustizie lasciate correre con troppa leggerezza e scaturite il più delle volte dalla disperazione, dalla solitudine, dalla miseria umana e dalla insulsa paraculaggine di alcuni superiori che scambiano il cadeau del governo con il privilegio dell’impeccabilità propria in cui l’errore personale non esiste mai e se c’è è di norma sempre e solo del “religioso problematico” che decide di lasciare.

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Honnêtement, dopo più di vent’anni di vita religiosa ― sono entrato tra i Frati Minori Cappuccini a 21 anni di età durante gli studi universitari in farmacia ― non sono nella condizione di scandalizzarmi più per queste defezioni, come si chiamano in freddo linguaggio tecnico le uscite o abbandoni. Au contraire, dico la verità, davanti a un confratello che lascia non solo sospendo ogni giudizio ma scelgo volutamente di spendere poche parole, sapendo che è urgente dimostrare quell’amore di una nonna che davanti al nipote più scapestrato e ribelle ha comunque la premura di domandare: «Come stai? Hai mangiato?». E Dio solo sa quanto sanno essere espressivi gli occhi e lo sguardo di un religioso che ha preso la sofferta decisione di lasciare. Chiedere come stai, significa condividere molto di più che un’onda sentimentale. A mio modesto avviso significa riversare come balsamo l’ultimo atto di misericordia verso un uomo in crisi. E non è forse questo il modo di interpretare la vecchia parabola lucana del Padre Misericordioso che tutti vantano di apprezzare ma che in pochissimi praticano soprattutto se religiosi, sacerdoti o cattoliconi doc?

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Forse la piccola (suor) Christine, catapultata all’interno di quello sciagurato mondo dello spettacolo, divorante e divoratore, avrebbe solo avuto il bisogno di sentirsi rivolgere più spesso la domanda della nonna: «Come stai? Hai mangiato?», che poi si traduce in «Sei felice? Gesù e la Chiesa stanno riempiendo veramente la tua vita? Ti stai dissipando, sei turbata? Stai pregando? Il tuo cuore, la tua anima, il tuo desiderio sono forse cagionevoli in qualche cosa?». Perché sono queste le domande utili a prevenire le crisi personali, le malattie spirituali, le sentine di vizi che il demonio scatena per sviare il religioso dalla sua strada di perfezione come ebbe a dire il Vescovo San Macario.

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Nella mia vita religiosa ho conosciuto più volte superiori e direttori di studentato che erano più preoccupati della presenza in coro dei loro frati che della loro reale felicità. Scrupolosi nel vigilare se i frati recitassero integralmente il breviario ma non altrettanto solerti nel notare se i loro frati si aprissero al sorriso e alla gioia all’interno del convento. Preoccupati della regolare osservanza, dell’uso del denaro ma per nulla interessati se il frate fosse riuscito a dormire bene o meno, forse angosciato da qualche fantasma dell’anima. Ho conosciuto altrettanti superiori e direttori di studentato che hanno fatto diventare la vita religiosa una riproposizione di Instagram e Tick Tock. Un reality dove il religioso canta, balla, fa lo show man, fa tutto e il suo contrario, e dove la sola via di perfezione consiste nell’osservanza del motto sessantottino “vietato vietare” perché Gesù è l’asso pigliatutto che sta bene sopra ogni cosa, dal Palco di Sanremo alla Grande Chartreuse.

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Ma ormai a 45 ans d'âge comincio a diventare vintage, ricordando che un tempo per lasciare il convento, bisognava bussare alla porta del padre guardiano (il superiore locale) e chiedere il permesso: «Benedìcite padre, posso andare a…» e dopo aver fatto le commissioni fuori dal convento, ritornare dal guardiano e nuovamente dire: «Benedìcite padre sono rientrato». Queste cose oggi non si usano più, spesso i giovani novizi e studenti hanno molte libertà fin dal noviziato (io ho avuto il primo cellulare da diacono all’età di 33 années) e quelle che vent’anni fa potevano essere considerate come formalità oggi capisco che erano modi per vivere la figliolanza e la paternità spirituale, insieme a quella fraternità evangelica che unisce e protegge tutti i religiosi.

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L'affaire de (suor) Christine è emblematico di quella verità che ci dice che anche i religiosi escono di scena. Assieme alle coppie che scoppiano (vedi Albano e Romina, Totti e Ilary), i preti che si spretano, i frati che si sfratano e le suore che si… beh avete capito. Questa è la nuda verità della nostra «Chiesa in uscita», una verità non certamente recente, queste cose sono sempre capitate e capiteranno ancora, basta ricordare alcuni precedenti illustri come Suor Sorriso o Fra Giuseppe Cionfoli. Verità forse scomode a cui è necessario trovare una risposta ma soprattutto un modo per prevenirle. Perché sono sicuro che sia suor Sorriso, così come fra Giuseppe Cionfoli e ora suor Cristina erano stati sicuramenti scelti e amati da Dio nella loro scelta di vita religiosa, ma non hanno avuto la grazia di incontrare maestri capaci di accettarli così come erano, accompagnando le loro doti verso una purificazione matura che limita le tentazioni e le nostalgie. Tali defezioni nella vita religiosa non sono mai facili e occorre avere uno sguardo molto più compassionevole e complesso di tutte le varie dietrologie che le persone normalmente seguono in questi casi.

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La dimensione di fragilità della Chiesa implica anche l’eventualità di un abbandono dello stato di vita consacrata, ma sono pochi coloro che vogliono riconoscerlo e in pochissimi coloro che desiderano amare e sostenere questi fratelli nel bisogno in modo gratuito e disinteressato. Perché l’essenza della vita battesimale, di cui la vita religiosa è la piena maturazione, non è nient’altro se non l’amore fino alla fine. È lì, nell’amore come martirio-testimonianza che risiede la credibilità e la santità della Chiesa e di noi cristiani: «Da come vi amerete riconosceranno che siete miei discepoli» [cf.. Gv 13,35]. E invece non si leggono che commenti di vergini vilipese che si sgomentano che Cristina Scuccia non è più suora, gridando al tradimento di Giuda e alla codardia. Davanti a queste esternazioni mi taccio perché altrimenti finirei per dire cose poco caritatevoli.

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Cerchiamo di capire una buona volta che l’amore cristiano è quello che è disdegnato dai più, un amore che ama quello che è disgregato, che crea scandalo, un amore che cammina su strade storte e affossate di una umanità decadente. Le reste, non è questo che ha fatto il Signore Gesù con ciascuno di noi? «Quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» [cf.. Rm 5,6]. Questo risulta vero ancora oggi, Cristo continua a morire ogni giorno per noi, gente raccogliticcia, che lega a sé con il vincolo di una speciale consacrazione, battesimale, religiosa o sacerdotale, e che necessariamente chiede una conversione che ci faccia passare dall’abbandono delle tenebre allo splendore della luce.

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Cristo ama noi, baptisé, religiosi e sacerdoti, non perché siamo perfetti ma proprio perché imperfetti, anzi empi, non ancora entrati in quella pietas del giorno di Pasqua che non è certamente ottenibile con uno sforzo di volontà ma come gratia gratis data da chiedere ogni giorno allo Spirito Santo con lacrime. La vita religiosa è una strada di perfezione che si realizza solo quando l’immagine di Cristo, homme nouveau, nasce in noi. E questo parto ha bisogno certamente di tempo, di paternità e di maternità spirituale, di accompagnamento affettuoso e sofferto, merce molto rara tra i superiori religiosi di una «Chiesa in uscita», sempre più directeur così come è per molti vescovi.

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Considero il caso di (suor) Cristina Scuccia non un’eccezionalità ma l’espressione di una tendenza ben conosciuta da chi vive e lavora nel mondo reale della vita consacrata. Se andiamo a esaminare poi i casi di abbandono, constatiamo che a lasciare non sono i religiosi o le religiose con dei limiti umani e spirituali ma esattamente il contrario. Spesso ci troviamo davanti a personalità veramente talentuose, dotate di carisma, viva intelligenza e che hanno un bagaglio culturale di tutto rispetto, tanto da fargli conseguire titoli accademici importanti. Essi sono come delle auto di grossa cilindrata che sono state affidate a gente senza esperienza di guida. E (suor) Cristina ha delle qualità che indubbiamente sono state canalizzate male. Qualità che potevano sostenerla e aiutarla nella vocazione e che invece sono state usate per sovrapporsi alla vocazione religiosa creando un’alternativa che sarebbe venuta incontro alle necessità temporali di una congregazione religiosa giovane, che dall’opera canora della consorella avrebbe forse usufruito anche di belle somme di denaro? Questo non deve scandalizzare perché anche le suore devono mangiare e mantenere le loro strutture, ma forse c’è bisogno di un’attenta riflessione che tenga conto di qualche priorità da riconsiderare.

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I casi di abbandono nella stragrande maggioranza delle volte non riguardano neanche il celibato – così come si aspetterebbero le tante anime belle tutte Cuore di Gesù e di Maria – e questo significa che non si esce perché ci si vuole sposare o perché non si riesce più a rispettare il voto di castità. La motivazione del fallimento risiede in tutt’altro: di molto più profondo, di molto più articolato, di molto più concreto. À cause de ce, ogni abbandono resta misterioso, conosciuto solo per alcuni risvolti ma sempre ingiudicabili dagli uomini così pronti a giudicare e a incasellare tutto dentro a rassicuranti categorie. Solo Dio che è Padre può conoscere in profondità il cuore dell’uomo, anche di quello che decide nella sua libertà di abbandonare la vocazione che gli è stata offerta ma che non potrà sottrarsi alla vocazione comune di ogni battezzato che è quella alla comune chiamata alla santità che travalica lo stato di vita (poco importa se consacrato, sposato o Célibataire).

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Pour cette raison,, smettiamola di fare il tiro al piccione con la ex (suor) Christine, con lei così come con gli altri ex religiosi. Questo non è un caso mediatico da sbandierare su rotocalchi scandalistici o blog cattolici. In questo momento di fragilità, benché l’apparenza e il maquillage dicano il contrario, questa ragazza ha bisogno di sincero aiuto per ricostituirsi una vita ma soprattutto ha bisogno di imparare a non assecondare i miraggi dello spietato mondo dello spettacolo che vedono il religioso o l’ex religioso come un animale da esibire per fare public. Ricordate il caso di don Alberto Ravagnani prima utilizzato da Fedez e poi bullizzato e preso a parolacce? Bien, queste sono le reali prospettive.

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Prima c’era suor Cristina, adesso c’è Cristina Scuccia cameriera in terra di Spagna, domani forse sarà un’anonima donna con un matrimonio fallito alle spalle e figli a carico che canta nei locali spagnoli per riuscire a sbarcare il lunario. Alors la gloire du monde, la gloria degli uomini, così come la gloria del palcoscenico.

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Adesso le sue ex consorelle, le care Orsoline della Sacra Famiglia, hanno ancora una possibilità di aiutare Cristina, le mostrino vicinanza e provvedano anche a un suo doveroso aiuto materiale. Senza lesinare qualche salutare scappellotto, le siano accanto, così come Cristo ha fatto con quel giovane ricco che non ha voluto seguirlo. Siamone certi, la proposta passa, l’amore di Cristo resta, benché velato di quella triste nostalgia che solo gli occhi sanno esprimere, come quel giovane ricco che se ne andò perché aveva molti beni, ma tra i tanti beni che aveva abbisognava dell’unico necessario che avrebbe dato valore al tutto il resto.

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Christine, ricordati quando canterai, mets Christ dans les notes sinon ton renoncement ne t'aura rien appris.

Laconi, 25 novembre 2022

 

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L'échec d'une collégialité apostolique mal comprise. Ces évêques réduits à des fonctionnaires dépouillés de toute autorité qui doivent ratifier les caprices des autres à travers les séminaires interdiocésains

IL FALLIMENTO DI UNA MALE INTESA COLLEGIALITÀ APOSTOLICA. QUEI VESCOVI RIDOTTI A FUNZIONARI SPOGLIATI DI OGNI POTESTÀ CHE DEVONO RATIFICARE I CAPRICCI ALTRUI ATTRAVERSO I SEMINARI INTERDIOCESANI

Più che «Chiesa in uscita» la nostra è una Chiesa che conclusa la fase dell’amministrazione controllata pre-fallimentare si ritrova con gli ufficiali giudiziari alle porte per il sequestro degli stabili, dopo la bancarotta fraudolenta prodotta dal fantasioso egomenico Conseil degli interpreti dellospirito del concilioin quella infausta stagione del post-concilio che fece dire al Santo Pontefice Paolo VI: « Avec le Concile Vatican II nous nous attendions au printemps et au lieu est venu l'hiver ».

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« Avec le Concile Vatican II nous nous attendions au printemps et au lieu est venu l'hiver » [cf.. Jean Guitton, Paolo VI segreto].

Capita sempre più spesso che vari vescovi italiani di cui sono amico e confidente si rivolgano a me. Se alcune volte riporto l’esperienza o le amarezze di alcuni di loro è solo perché i diretti interessati mi hanno chiesto di trattare quel tema, affinché si sappia quali disagi e situazioni si trovano ad affrontare i pochi buoni vescovi che ancora ci restano.

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Dinanzi a questioni molto delicate, non vige solo il detto «si dice il peccato ma non il peccatore», perché non va detto neppure il peccato. Essendo confessore di molti preti e non solo, mai direi che sono confessore di quello o quell’altro prete. Di necessità la segretezza va estesa oltre il contenuto della confessione stessa. Altrimenti si rischia di generare problemi come quel parroco svampito che durante una predica disse: «Oggi sono dieci anni che mi trovo tra di voi. Ricordo sempre il mio arrivo, la mia prima Santa Messa in parrocchia e anche la mia prima confessione, dove incominciai il ministero di confessore con un penitente che confessò il suo adulterio». Disse il peccato ma non il peccatore, cosa di cui il sindaco non fu felice, perché all’insaputa del parroco aveva sempre narrato ai paesani di essere stato il primo a confessarsi con lui.

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Il vescovo in questione è stato uomo di grande esperienza pastorale, già da prima che fosse lanciato lo place dei «pastori con l’odore delle pecore», il risultato del quale è stato che nel giro di poco tempo abbiamo visto preti chic radical con i vestiti da sartoria e i maglioncini di cashmere improvvisarsi dalla sera alla mattina «poveri per i poveri», giungendo in camaleontica gloria all’episcopato tra bastoni pastorali realizzati dai falegnami e croci pettorali ricavate dal pezzetto di legno di una barca affondata al largo di Lampedusa. E nei saluti finali delle loro lettere, anziché la frase «In Cristo Signore tuo …», abbiamo incominciato a leggere delle chiuse di questo genere: «In Cristo migrante … In Cristo povero tra i poveri …». Comment dire: l’episcopato non mi basta, voglio pure il cardinalato. E a qualcuno è stato dato il cardinalato, tra croci pettorali di legno e cristi migranti.

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Come più volte ho detto, con tanto di richiamo alle puttane ― che al contrario di questi soggetti sono oneste e soprattutto coerenti ―, se domani avvenisse un cambio di rotta, preparatevi a vederli entrare nelle loro chiese cattedrali con sette metri di cappa magna e preziose mitrie settecentesche in damasco e gemme sulla testa. Come se nulla fosse stato, perché questo è lo stile delle persone senza ritegno e umana dignità, di cui persino le puttane sono invece dotate, al punto da precederci nel Regno dei Cieli, come ci ammonisce Gesù Cristo [cf.. Mont 21, 28-32].

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Il colloquio verteva sul problema del seminario cosiddetto inter-diocesano o regionale. Istituzioni delle quali ― ve lo preciso subito ― sono da sempre nemico dichiarato, perché ritengo che ogni vescovo debba avere la potestà e il diritto di formare i i suoi futuri presbiteri nella sua diocesi, fossero anche e solo due o tre seminaristi. Il vescovo in questione, oggi emerito, appena ordinato presbitero fu nominato vice-parroco di un anziano e santo confratello, di cui poi conservò sempre la foto-ricordo nel suo studio, prima come parroco, poi quando fu nominato vescovo ausiliare di una vicina diocesi, poi ancora quando divenne arcivescovo metropolita. A suo tempo aveva fatto gli studi necessari richiesti per la sacra ordinazione, senza mai conseguire nessuna specialistica e men che mai dottorati teologici. Avendolo conosciuto personalmente e a fondo, posso testimoniare che mai ho conosciuto in Italia, au moins en ce qui me concerne, un pastoralista più competente, sapiente e illuminato di lui, soprattutto dietro le cattedre delle varie università ecclesiastiche.

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Da vescovo ausiliare viveva di fatto nel seminario diocesano, conosceva i seminaristi a uno a uno, li accudiva e li seguiva. Questi ex seminaristi, oggi tutti preti ultra cinquantenni, di lui parlano sempre con venerazione. Alcuni sono miei penitenti o diretti spirituali, perché fu lui che dinanzi alla richiesta a quale confessore o direttore spirituale rivolgersi, visti i tempi di vacche magre che stiamo vivendo li indirizzò a me. Quando mancano i giganti bisogna di necessità virtù accontentarsi dei nani che offre la piazza.

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Infine la sede arcivescovile metropolitana, da lui mai desiderata ma quasi imposta. All’epoca si erano messi in lizza come auto-candidati due vescovi della regione, che non trovarono di meglio da fare che farsi guerra l’un l’altro per acquistare il favore della nomina. L’allora nunzio apostolico escluse a priori i due contendenti litigiosi portati avanti da due fazioni dei vescovi di quella regione e ne propose un terzo, quello che aveva mostrato come vescovo ausiliare prima, come vescovo diocesano dopo, le maggiori doti pastorali, che stava bene nella sua diocesi e che non aveva alcun desiderio di essere nominato a quella sede arcivescovile metropolitana.

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Promosso a quella sede metropolitana d'abord, come suo stile, mostrò tutta la sua disponibilità al clero e la sua particolare cura verso il seminario regionale. Jusqu'au jour, il giovane rettore, in modo quasi sibillino gli fece questo strano discorso: «Vede Eccellenza, questo nostro è un seminario regionale che accoglie i seminaristi dei vescovi di diverse diocesi. Lei è molto premuroso e presente, ma temo che questa assidua presenza potrebbe creare qualche malumore negli altri vescovi, che come lei non possono essere presenti in seminario». bientôt dit: la nomina del rettore, del vice-rettore, dei padri spirituali, per seguire con gli insegnanti incaricati, erano decise dai vescovi della regione, ciascuno dei quali aveva qualche suo pupillo da piazzare. En bref: una formazione al sacerdozio strappata ai vescovi e totalmente delegata come un assegno firmato in bianco a persone scelte da loro, in modo per così dire … collegiale. E qui sorge la prima domanda: depuis quand, in nome di una collegialità a dir poco male intesa, si impedisce a un vescovo di formare i propri futuri preti? A domanda segue domanda: i futuri preti, sono presbiteri del vescovo o sono “presbiteri regionali” di una non meglio precisata e intesa … collegialità?

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Prima di proseguire nel triste racconto desidero chiarire che gli scambi e i colloqui avvenuti tra questo vescovo e me risalgono a quasi dieci anni fa, all’epoca in cui lui decise di interpellarmi e scegliermi come confidente. Precisazione necessaria per chiarire che sia l’arcivescovo, sia la diocesi e la regione italiana legata a questi fatti non può essere individuata. Perché se così fosse non ne parlerei.

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Dans ces années questo vescovo mi lamentò che non solo doveva visitare con cautela il seminario della sua diocesi divenuto seminario regionale, perché c’era di più e di peggio: diversi vescovi della regione, considerandolo un cosiddetto “conservatore”, avevano nominato, in spirito di squisita collegialità, rettore e vice-rettore del seminario i presbiteri di altre due diocesi. Di un’altra diocesi era anche il preside della facoltà teologica e oltre la metà degli insegnanti, compresi docenti, sia preti che laici e laiche, ai quali mai questo vescovo avrebbe affidata la formazione dei propri futuri preti per i corsi del baccalaureato teologico. Mentre all’epoca i suoi seminaristi erano circa 15, quelli dei vescovi delle altre diocesi della regione variavano da uno a tre o quattro. E d’improvviso l’arcivescovo metropolita si ritrovò isolato ed estraneo in casa propria. Il tutto nel supremo nome di una non meglio precisata collegialità episcopale, bien sûr.

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Dinanzi a questa situazione, perché non sollevò le dovute obbiezioni? Lo fece, ma eravamo già agli inizi del 2014, nella piena luna di miele dell’attuale pontificato improntato su «Chiesa povera per i poveri», «pastori con addosso l’odore delle pecore», « Église Un hôpital de campagne », «Chiesa in uscita» e via a seguire. Per tacitare qualsiasi vescovo o qualsiasi parroco bastava dire: «Non è in linea con le direttive pastorali di Papa Francesco», per finire condannati più o meno alla morte civile. Frase che ne ricordava tanto un’altra, una che in molti ci siamo sentiti dire in modo beffardo da degli emeriti e clamorosi ignoranti: "Ah, ma non sai che nella Chiesa c’è stato un Concilio?». Combien de fois, ho risposto a coloro che confondevano il Concilio con il post-concilio degli stravaganti «interpreti dello spirito del concilio» che quanto cercavano di far passare non si trovava scritto e sancito in nessuno dei documenti del Vaticano II. Quante altre, ho castigato Pretini mode e laici clericalizzati, facendogli fare la figura degli ignoranti che erano, citandogli documenti e passaggi fondamentali del Vaticano II di cui ignoravano l’esistenza in nome del loro becero sfottò: "Ah, non sai che c’è stato un Concilio?».

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Lo so benissimo che c’è stato un Concilio, sul quale chiunque potrebbe interrogarmi trovandomi tutt’altro che impreparato sui suoi documenti, perché penso di sapere e poter dimostrare anche un’altra cosa, sfidando chiunque a smentirla: con il Concilio di Trento furono aperti i seminari e data una adeguata formazione al clero la cui massa versava in stato rasente finanche l’analfabetismo. In quella stagione si ebbe un fiorire di nuove congregazioni religiose, di grandi Santi educatori e pedagoghi, di grandi Santi della carità. Prese inoltre vita una grande attività missionaria e di evangelizzazione che portò la Chiesa a essere, dal fenomeno quasi esclusivamente europeo che era, veramente universale e sparsa per tutto il mondo. Questi sono stati i frutti storici del Concilio di Trento che nessuno può smentire, salvo negare dei dati storici incontrovertibili. Même si aujourd'hui, il Concilio di Trento e il termine “du Trente” è usato come sinonimo di spirito ottuso e retrivo, persino all’interno delle università ecclesiastiche, a riprova di quanto l’ignoranza sia andata al potere nella Chiesa attraverso le peggiori mistificazioni ideologiche e le più pericolose alterazioni dei fatti storici.

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Veniamo adesso al Concilio Vaticano II, considerato da alcuni il concilio dei concili, roba dinanzi alla quale il primo concilio niceno e il primo costantinopolitano che fissarono dogmaticamente i fondamenti del le dépôt de la foi a suo confronto ― che pure di nuovi dogmi non ne definì neppure mezzo ― sono stati quasi roba da dilettanti litigiosi, che non a caso si pigliavano pure a legnate nella Sala del Trullo quando discutevano sulla natura di Cristo che fu infine definito «generato non creato della stessa sostanza del Padre», non invece creatura creata come lo intendevano i vescovi ariani.

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I risultati storici oggettivi del Vaticano II sono stati questi: anzitutto la laicizzazione del clero e la clericalizzazione del laicato cattolico formato oggi da un esercito di ingombranti e moleste pie donne e di preti mancati a mezzo servizio scopo dei quali è fare solo confusione nelle strutture pastorali e rendere la vita dei parroci a volte quasi invivibile. Poi il progressivo spopolamento dei seminari diocesani e dei noviziati religiosi, gli stabili di molti dei quali sono stati venduti a società private, oppure convertiti in case di accoglienza o strutture alberghiere al giusto scopo di rendere in qualche modo redditizi degli stabili i cui costi di mantenimento sarebbero di per sé esorbitanti sia in manutenzione che in tasse [cf.. Mon article précédent QUI]. Da molte piccole e medie diocesi le suore sono ormai scomparse e gli stabili dei loro ex istituti religiosi chiusi e convertiti ad altri usi. La maggioranza dei vescovi italiani non possono permettersi di avere un seminario diocesano perché è tutta grazia di Dio se riescono ad avere due o tre seminaristi al massimo. In quelle stesse diocesi, dans “cupaepoca tridentina, di seminaristi ne avevano almeno venti o trenta, ma forse non erano autentiche vocazioni illuminate da quella “source de l'Esprit” che per ammissione dello stesso Santo Pontefice Paolo VI fece calare sulla Chiesa l’inverno: « Avec le Concile Vatican II nous nous attendions au printemps et au lieu est venu l'hiver » [cf.. Jean Guitton, Paolo VI segreto].

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Laisse moi être clair: qui non si intende affatto discutere né sulla validità del Vaticano II, che era neppure necessario bensì indispensabile, né tanto meno sulla validità dei suoi documenti pastorali. Ciò sul quale bisognerebbe seriamente discutere con una lunga litania di mea culpa è ciò che del Concilio è stato fatto nella infausta stagione del post-concilio, quando in nome di un male inteso “spirito del Concilio” ciascuno ha finito per crearsi un concilio personale proprio, in testa a tutti quelli che i corposi e lunghi documenti del Vaticano II non li conoscono e non li hanno mai studiati. Fu per questo che in un mio libro del 2011 coniai il termine di egomenico Conseil degli interpreti dello spirito del concilio nella stagione del post-concilio [cf.. Et Satan est devenu trinitaire].

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Domanda semplice, di quelle destinate purtroppo a rimanere senza risposta, come capita quando si va a toccare il totem intangibile della cieca ideologia: è vero o no che dopo il Concilio di Trento i seminari sono stati aperti e sono fioriti nel corso dei tre secoli successivi, elevando il livello sia pastorale che culturale di quel clero che nella precedente stagione versava in stato pietoso, quelques exceptions? È vero o no che dopo il Concilio Vaticano II, nei successivi cinquant’anni, i seminari si sono svuotati e progressivamente sono stati chiusi? È una domanda storica alla quale bisognerebbe rispondere con obbiettivo rigore storico, non con cieca ideologia. Basterebbe prendere i dati statistici del clero italiano del 1950 e confrontarli con quelli del 2022, scoprendo all’istante che più che dei dati sono dei bollettini di guerra. Exemple: diocesi che nel 1950 avevano un presbiterio composto da 1.000 presbiteri tra clero secolare e clero regolare per un numero di 350.000 baptisé, aujourd'hui, con un numero di battezzati pari a 700.000 hanno un presbiterio composto da 350 prêtres. puis, se andiamo a guardare le statistiche sull’età dei presbiteri, lì c’è da piangere sul serio. Prendo una diocesi italiana a caso. An 2021: età media dei presbiteri 70 années, nuovi presbiteri ordinati 2, presbiteri defunti 18. Demande: di questa e di altre diocesi italiane, che ne sarà nel giro di 10 O 15 années? O qualcuno pensa davvero di risolvere il problema ormai irreversibile che batte inesorabile alle porte con la istituzione delleaccolitesseche finiranno presto usate come preti-surrogato? [cf.. QUI]. Perché qualche vescovo particolarmente illuminato non ha trovato di meglio da fare che affidare a qualcuna di questeaccolitessedelle parrocchie di provincia ormai da anni senza parroco. Perché è così che i nostri vescovi illuminati risolvono le cose.

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Dinanzi a queste domande che vertono in parte sulle conseguenze dello “spirito del Concilio” generato dai grandi “interpreti del Concilio”, in parte su dei dati che, je répète, più che tali sono dei bollettini di guerra, la risposta dei vescovi e di certi preti, che come noto non hanno colpe, tanto sono impegnati nella ricerca delle colpe altrui, è presto data: «Tutta colpa della scristianizzazione delle società!». Bien, ma a questo punto alla domanda si aggiunge domanda: e la scristianizzazione di chi è colpa? Forse della Lega degli Anarchici Libertari Anticlericali? Perché da sempre si è cercato di scristianizzare, sin dagli albori dello stesso Cristianesimo, ma il sens de la foi ha prevalso su Decio, Diocleziano, Nerone … a seguire su Attila, poi sui maomettani che se nel 1571 avessero vinto a Lepanto la successiva settimana avrebbero issato il vessillo della mezzaluna sulla cattedra del Vescovo di Roma a San Giovanni in Laterano. E ancora a seguire: sui lanzichenecchi che misero a ferro e fuoco Roma nel XVI secolo, sui giacobini della Rivoluzione Francese, su Napoleone che prese Pio VII come un pacco e lo trasportò prigioniero in Francia, su Hitler, su Stalin … nessuno ce l’ha fatta. E se il sens de la foi è riuscito a prevalere e sopravvivere dinanzi a certi personaggi e stagione storiche, qualcuno mi spiega come mai è invece collassato proprio nella stagione di un post-concilio mentre soffiava a poppa e a prua il grande spirito del concilio dei concili?

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Torniamo adesso al buon vescovo che un giorno di quasi dieci anni fa ebbe con me quel colloquio doloroso, che proseguì con il problema delle sacre ordinazioni dei diaconi e dei presbiteri. Cominciò col dirmi che la situazione del seminario inter-diocesano voluto a quel modo dai vescovi della regione, con quell’impronta, quei formatori e quel genere di insegnamento, aveva creato la estraneità tra vescovo e seminaristi, tra i quali intercorreva solo una superficiale e cortese conoscenza. A breve avrebbe dovuto ordinare due diaconi, consapevole di come fossero stati allevati nel corso di tutto il ciclo formativo, non solo in antitesi all’impronta pastorale del loro vescovo giudicata troppo conservatrice, perché quei candidati avevano espresso più volte che a rincuorarli era il fatto che il loro vescovo aveva già compiuto settant’anni e che «cinque anni passano in fretta, Dieu merci!». E fu lì che il vescovo mi chiese un parere, che non esitai a dargli dinanzi alla sua domanda molto esplicita: «Tu che cosa faresti al mio posto?». Risposi che avrei fatto la cosa doverosamente peggiore, senza manifestare disagio, ma improntando il tutto su principi sia di sacramentaria sia di coerenza. Mi feci un attimo vescovo al posto suo ― ossia mi calai nel suo ruolo ― e dissi che avrei preso i due spiegando che sia con loro che con qualsiasi altro candidato ai sacri ordini non era mia abitudine dichiarare la autenticità della vocazione, perché non l’ho mai fatto e mai lo farò. Au contraire, ho sempre sorriso ogni volta che ho sentito attestare in toni trionfalistici: «Autentica e solida vocazione!». La vocazione rimane per gran parte un mistero e nessun vescovo o formatore può fare attestati di assoluta autenticità. Anche perché non si spiegherebbe come mai si sono verificati casi di presbiteri che hanno lasciato il sacerdozio anche dopo vent’anni, dichiarando e spiegando di avere «vissuto due decenni di illusioni» o di «avere compiuto una scelta sbagliata» perché «il sacerdozio non era la mia strada». Di sicuro non avevano una vocazione, perché una vocazione autentica e solida non si perde e non muore mai, può essere a un certo punto rifiutata o persino distrutta dalla libera volontà del presbitero, ma neppure difficoltà e sofferenze che possono persino valicare le capacità di umana sopportazione la possono annullare. Un presbitero veramente vocato al sacerdozio può anche compromettersi irreparabilmente la salute e andare incontro a morte prematura per i dolori inferti e sofferti, ma non lascerà mai il sacerdozio, perché il carattere che ha ricevuto lo ha trasformato ontologicamente, è indelebile ed eterno e gli ha conferita una dignità superiore a quella degli stessi Angeli di Dio.

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Ciò che un vescovo e dei formatori possono attestare è l’idoneità ai sacri ordini del candidato. puis, se qualche vescovo o formatore riesce a leggere le più impenetrabili sfere delle coscienze, per di più nel complesso rapporto intimo e profondo tra Dio e l’uomo, benedetti siano loro per un simile dono così raro e speciale.

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Interpretando il ruolo del vescovo che parla con i candidati agli ordini sacri proseguo col dire che al posto suo avrei detto: … voi siete idonei a ricevere i sacri ordini perché nulla osta a che vi siano concessi. Però non posso essere io a ordinarvi diaconi e poi presbiteri per la Chiesa che attualmente governo. Non ritengo giusto e coerente che voi riceviate i sacri ordini da un vescovo che non stimate e di cui non condividete le linee pastorali. Clarifions: al vescovo voi dovrete promettere filiale rispetto e devota obbedienza, non dovete promettergli né stima né apprezzamento per la sua opera pastorale, questo non è richiesto e previsto, né mai potrebbe esserlo, perché se ciò fosse sarebbe veramente aberrante. Resta però un fatto: per il presbitero la figura del vescovo consacrante è destinata a rimanere indelebile per tutta la vita. Durante il sacro rito si domanda «Prometti filiale rispetto e devota obbedienza a me e a tutti i miei successori?». Con la menzione dei «successori» si precisa implicitamente che domani il vescovo può essere un altro e poi un altro ancora. Ci sono presbiteri anziani che dopo il loro vescovo consacrante ne hanno avuti altri quattro o cinque. Pur malgrado il ricordo di colui che ti ha generato nel sacro ordine sacerdotale rimane per tutta la vita e incamminandosi verso la vecchiaia, più il tempo si allontana da quel lieto evento più diventa vivo e caro. Per poco possa valere la mia esperienza: il vescovo che mi accolse, che provvide alla mia formazione e infine mi consacrò presbitero, io l’ho venerato, rispettato e ubbidito. Aveva un carattere e un temperamento non facile e negli anni a seguire sono stato con lui anche duro nel rivolgergli meritate critiche e giudizi severi, ponendo in luce certi suoi gravi difetti, ma non sono mai venuto meno per un solo istante al mio affetto e alla mia gratitudine nei suoi riguardi. E tra i diversi presbiteri che ha ordinato, forse sono l’unico che celebra sempre Sante Messe di suffragio per la sua anima. Si chiamava Luigi Negri [1941-2021].

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Può capitare, ed è capitato, che un presbitero si ritrovi con un vescovo sgradevole, incapace e persino dannoso, al quale tributare in ogni caso filiale rispetto e devota obbedienza, pur non apprezzandolo né nutrendo alcuna fiducia e stima per lui, oppure avendola perduta in seguito. Diverso è però il discorso del vescovo consacrante, pourquoi dans ce cas, tra lui e l’ordinando deve essersi instaurato un rapporto di reciproca stima e fiducia. O come mi ha detto di recente il confratello Simone Pifizzi, uno dei nuovi Padri della nostra Île de Patmos: «Prima di ordinarmi diacono il Cardinale Bécasseaux Silvano, Arcivescovo di Firenze, il m'a dit: “quando durante il sacro rito ti chiederò di promettere filiale rispetto e devota obbedienza, dovremo guardarci molto bene negli occhi, perché quella promessa e quel legame sarà indelebile con me e con tutti i miei successori”». Grandi uomini e pastori come Silvano Piovanelli oggi ci mancano terribilmente, ci appaiono figure di una stagione che diventa sempre più lontana allo spuntare dei primi capelli bianchi sulle nostre teste, ma il loro solo ricordo ci è di conforto e speranza per vivere al meglio il nostro sacerdozio ministeriale.

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Apprezzare e stimare un vescovo non è né obbligatorio né tanto meno dovuto, Mais, se si è coerenti, da un vescovo che non si apprezza e non si stima sarebbe bene non farsi ordinare, perché in tal caso l’ordinando trasformerebbe il vescovo in una sorta di pubblico ufficiale che ratifica un atto burocratico, mentre dal canto suo il vescovo trasformerebbe la sacra ordinazione in un semplice atto burocratico da ratificare. E conclusi dicendo al vescovo: potresti dir loro che col tuo benestare e la garanzia di idoneità dei formatori possono rivolgersi a qualsiasi vescovo della regione che sarà ben disposto ad accoglierli. Credo infatti che sugli imbarazzi e i disagi, che poi divengono reciproci, non si debba passare sopra con diplomatica pelosità clericale, si affrontano e si trovano soluzioni.

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Mi prestò ascolto e con pastorale sapienza agì in tal senso. Poco dopo avvenne una lite scatenata dal rettore del seminario che osò rivolgersi al vescovo in questi toni perentori: «Lei li deve ordinare per la sua diocesi, arrêt complet, altrimenti vanifica tutta la nostra opera formativa». Ribatté il vescovo: «Pensavo che i diaconi, poi a seguire i presbiteri, fossero diaconi e presbiteri del vescovo, pas de équipe inter-diocesana del seminario». Furono presi, ordinati e incardinati da un altro vescovo nella sua diocesi, rivelandosi poi dei preti ingestibili sin dal primo anno di ministero sacerdotale, mentre a Roma si moltiplicavano le lamentele contro questo vescovo da parte di alcuni vescovi della regione e della cosiddetta équipe formativa del seminario regionale. Incidemment: un paio di anni dopo il rettore del seminario non poteva che essere nominato vescovo, dopo avere improntato la nuova formazione dei futuri preti a suon di visite nei campi profughi e nei campi rom. Non importa che questi futuri preti non conoscessero non dico le opere, ma nemmeno il nome dei più grandi Santi Padri e dottori della Chiesa, perché una puntata a un campo rom supplisce tutto e conferisce speciali doni di grazia dello Spirito Santo.

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Se di fatto viene tolta a un vescovo la facoltà di poter formare i propri diaconi e presbiteri come egli reputa giusto e opportuno per la sua diocesi, in nome di una collegialità episcopale molto male intesa, forse sarebbe opportuno chiudere definitivamente i pochi seminari che ci restano, la maggioranza dei quali disastrati e disastrosi. Evitando a questo modo di trasformare le diocesi in una via di mezzo tra liberi collettivi e cooperative sociali, con i vescovi ridotti e obbligati a ratificare capricci ed errori di presbiteri e laici. Più che una «Chiesa in uscita» la nostra è una Chiesa che conclusa la fase dell’amministrazione controllata pre-fallimentare si ritrova adesso con gli ufficiali giudiziari alle porte per il sequestro degli stabili, dopo la bancarotta fraudolenta prodotta dal fantasioso egomenico Conseil degli interpreti dellospirito del concilioin quella infausta stagione del post-concilio che fece dire al Santo Pontefice Paolo VI: « Avec le Concile Vatican II nous nous attendions au printemps et au lieu est venu l'hiver ».

de l'île de Patmos, 22 novembre 2022

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Foi et science, une relation qui a toujours été fructueuse mais pas facile, surtout dans le monde de l'ère numérique, en direct de 24 novembre à 21

FOI ET SCIENCE, UNE RELATION QUI A TOUJOURS PORTE FRUIT MAIS PAS FACILE, SPÉCIFIQUEMENT DANS LE MONDE DE L'ÈRE NUMÉRIQUE, DANS LA VIE DE 24 NOVEMBRE À 21

Dans le monde intelligent, nella età digitale dove tutto è a portata di dito e di un click, la foi et la science entretiennent encore une relation fructueuse? C’è tra di loro un’armonia da riscoprire?

— Le video-dirette de L’Isola di Patmos —

Auteur:
Jorge Facio Lynx
Président des Editions L'île de Patmos

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il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, padre redattore de L'île de Patmos

In uno dei suoi interventi televisivi Père Ariel S.. Levi di Gualdo spiazzò gli ospiti presenti, intrisi di surreali “leggende nere medievali” e di conflitti tra “Chiesa e scienza”, disant: «La Chiesa è stata e tutt’oggi è madre della scienza». E con una breve battuta – come di necessità si deve fare negli spazi di un émission de télévision – disse tutto l’essenziale.

La Chiesa “nemica” della ragione? Siamo seri e non scherziamo: le più grandi speculazioni logiche e razionali nascono e si sviluppano nell’ambito cattolico sino a giungere al loro culmine con la enciclica Foi et Raison (Fede e ragione) du Saint Pontife Jean-Paul II.

Dans le monde intelligent, nella età digitale dove tutto è a portata di dito e di un click, la foi et la science entretiennent encore une relation fructueuse? C’è tra di loro un’armonia da riscoprire? Di questo tema se ne discuterà con Andrea Mameli, fisico e divulgatore scientifico, nella diretta di mercoledì 24 novembre à 21:00.

Iscrivetevi al nostro canale e partecipate numerosi. Le dirette trasmesse potete poi trovarle nell’archivio del Canale Jordanus du club théologique.

Tutti gli aggiornamenti e gli avvisi sulle successive dirette potrete trovarli nella colonna di destra della page d'accueil de L’Isola di Patmos sotto la voce «Le dirette di Padre Gabriele».

Vi aspettiamo.

De Isola Patmos, 23 septembre 2022

 

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Sœur Cristina et ces pauvres Ursulines qui ne connaissent pas Socrate: « Mieux vaut mourir avec le corps en bonne santé pour éviter l'annulation »

SŒUR CRISTINA ET CES PAUVRES URSULINES QUI NE CONNAISSENT PAS SOCRATE: «MEGLIO MORIRE CON IL CORPO SANO PER EVITARE LA DECADENZA»

Le improvvide suore e la loro improvvida Superiora Generale non possono pensare di catapultare una giovane suora nel mondo dello spettacolo e poterlo poi gestire. Sarà questo mondo a gestire loro e divorarle senza neppure sputare l’osso.

- Nouvelles de l'Église -

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Cristina Scuccia, ex Suor Cristina della Congregazione delle Suore Orsoline della Sacra Famiglia (pour ouvrir la vidéo cliquez sur l'image)

Vi narro io la storia di Suor Cristina con tutta la severità che solo un prete riesce ad avere verso le congregazioni di certe suore. Cristina Scuccia è una siciliana graziosa e solare, oggi trentatré anni, dotata di una straordinaria voce. Diviene suora nelle Orsoline della Sacra Famiglia, congregazione di recente nascita fondata nel 1908 une Monterosso Almo da Arcangela Salerno per l’educazione della gioventù. Da Monterosso trasferirono la casa a Siracusa dove ebbero il riconoscimento dall’Arcivescovo metropolita Luigi Bignami Dans le 1915. Nell’immediato dopoguerra, Dans le 1946 furono riconosciute dalla Santa Sede come Congregazione di diritto pontificio.

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Come spesso capita alle numerose congregazioni femminili che non hanno un carisma come quello dei grandi ordini storici maschili e femminili ― perché null’altro sono che il duplicato di quello dei grandi fondatori riadattato alle personalità spesso egocentriche e narcisistiche di certi nuovi ideatori di nuove realtà religiose ― la loro sopravvivenza non supera mai i 100 années de vie. Di queste congregazioni quelle messe meno peggio giungono a festeggiare il loro secolo di vita in stato di semi-agonia, ridotte ad alcune decine di vecchie suore più o meno incarognite alle quali delle religiose di mezza età ― dette giovani ― che spesso non sanno neppure cosa sia la vita religiosa, hanno messo i piedi sulla testa, facendole pentire dei loro peccati con quel genere di crudeltà femminile che solo le suore riescono ad avere ed esercitare. O come dissi una volta a una di queste suore-tipo mettendola in riga: «Sorella, lei è talmente cattiva e acida che se mettesse la punta di un dito dentro un bicchiere di latte lo farebbe diventare yogurt all’istante».

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Nel lontano ottobre 2014, all’esplodere del caso sœur Cristina je l'ai écrit un article al quale vi rimando e dove “profetai” l’ovvio: che avrebbe lasciato inevitabilmente la vita religiosa.

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Quando un presbitero lascia il sacerdozio, un religioso il suo ordine, una religiosa di voti solenni la sua congregazione, il quesito da porsi non dovrebbe essere dove abbiano sbagliato coloro che lasciano, ma dove hanno sbagliato certi vescovi e superiori maggiori religiosi. Ma com’è noto nella Chiesa, specie dinanzi a certi fallimenti, coloro che hanno partorito certi mostri si domandano sempre e di rigore dove hanno sbagliato gli altri, spiegando come e perché è tutta colpa degli altri.

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e che nessuna, all’interno della Congregazione delle Suore Orsoline della Sacra Famiglia, si azzardi a dire che è colpa di Suor Cristina

Le improvvide suore e la loro improvvida Superiora Generale non possono pensare di catapultare una giovane suora nel mondo dello spettacolo e poterlo poi gestire. Sarà questo mondo a gestire loro e divorarle senza neppure sputare l’osso.

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Cristina Scuccia è una gran brava ragazza che presa da impulso emotivo è entrata nella vita religiosa senza rendersi conto nell’arco di 15 anni cosa realmente fosse la vita religiosa. Ne sono prova 26 minuti di intervista rilasciati al programma Verissimo su Canale5.

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Conoscendo la malizia di certe suore è evidente che le povere svaporate abbiamo pensato di lanciare nel mondo dello spettacolo una loro consorella dotata di straordinarie doti canore per promuovere la loro agonizzante Congregazione ridotta a poco più di 50 religiose perlopiù in età avanzata e tornare così ad avere, sur le scia pubblicitaria di Suor Cristina, qualche nuova postulante nel loro noviziato ormai vuoto da anni e anni. O detta in termini più coloriti ma efficaci: certe suore pensano davvero di fottere il prossimo, salvo finire fottute da un prossimo molto più smaliziato e soprattutto molto più diabolico di loro.

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Un prete e una religiosa possono essere presenze gradite e anche preziose ai vari programmi di approfondimento giornalistico, io stesso ho partecipato a numerosi programmi Mediaset, come la mia cara e stimata Suor Anna Monia Alfieri. Ma si tratta di programmi in cui si discutono e approfondiscono temi di attualità o problemi sociali, storici e politici, dove Suor Anna Monia e io abbiamo rappresentato, lei come religiosa io come presbitero la Chiesa Cattolica e il suo pensiero, la sua dottrina e la sua morale, in modo preciso e dignitoso, non ci siamo messi a fare spettacolo. Un prete e una suora non si lanciano nel mondo dello spettacolo, perché non è consono a noi consacrati che possiamo esserne distrutti nel peggiore dei modi, come nel caso doloroso e drammatico di Suor Sorriso, che partì da una canzone di successo negli anni Sessanta e finì in tragedia divenendo prima alcolizzata e morendo infine suicida assieme alla propria amica.

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Negli ultimi anni le meravigliose opere realizzate da questa Congregazione di Suore Orsoline della Sacra Famiglia sono state principalmente due: hanno mutato gli stabili di due loro istituti che si trovano nell’Ortigia di Siracusa in centri benessere a cinque stelle. Strutture alberghiere gestite dalle suore e dalle quali in estate potete veder uscire tranquillamente una coppia di due uomini nord-europei che ostentano il loro bimbo giocattolo comprato da un utero in affitto, oppure due escorte di lusso in trasferta, oppure un settantenne in vacanza con la sua nipotina di 25 années. toutefois, dire che tutto questo è male e peccato grave è compito di noi preti, mica delle suore che a certi peccatori mettono a disposizione una beauty farm? Exprès, mi domandavo se a Siracusa, antica e nobile Chiesa di fondazione apostolica c’è sempre un Arcivescovo che controlla l’attività e la vita degli istituti delle religiose che si trovano sul suo territorio canonico, o vige forse l’antico motto Pecunia non olet?

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e che nessuna, all’interno della Congregazione delle Suore Orsoline della Sacra Famiglia, si azzardi a dire che è colpa di Suor Cristina

Dopo gli hotel le Orsoline segnano il successo di Suor Cristina che non è colpevole di avere affrontato la vita religiosa in modo leggero, dovevano accorgersene le sue formatrici, se non fossero state prese a gestire i centri benessere a cinque stelle.

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Ribadisco che la colpa non è di Suor Cristina ma delle suore, perché se scorrete il filmato che segue potrete vedere con i vostri occhi le suore presenti allo spettacolo The Voice Italia che saltano e strillano come delle assatanate. Queste immagini sono la prova plastica di chi è veramente la colpa. Delle sue improvvide consorelle che fanno il tifo in diretta dimenandosi pubblicamente in modo a dir poco indegno per delle vergini consacrate.

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Siamo dinanzi all’ordinaria storia di una Congregazione collassata che attende la morte in un reparto di terapia intensiva, grazie a delle religiose che non hanno mai fatto tesoro della sapienza di Socrate: « Mieux vaut mourir avec le corps en bonne santé pour éviter l'annulation ». In caso contrario si trasformano i propri istituti in salon de beauté e si tenta di raccattare qualche vocazione lanciando una giovane suora nel mondo dello spettacolo in modo scellerato. Perché com’è noto, dopo la tragedia giunge sempre il ridicolo della farsa grottesca.

de l'île de Patmos, 22 novembre 2022

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Cette liturgie à laquelle on participe souvent sans connaître le sens et la signification de ce qui est récité et célébré. Commençons par un bref voyage à travers les préfaces du temps de l'Avent …

CETTE LITURGIE À LAQUELLE NOUS PARTICIPONS SOUVENT SANS SAVOIR LE SENS ET LA PORTÉE DE CE QUE NOUS RÉCITONS ET CÉLÉBRONS. COMINCIAMO CON UN BREVE VIAGGIO NEI PREFAZI DEL TEMPO DI AVVENTO …

L’Avvento, essayez de le vivre et de le célébrer dans les églises, non sui réseaux sociaux. Et si vous avez des doutes, o cose da chiarire, rivolgetevi a noi Sacerdoti, che per quanto inadeguati, pécheurs, inetti e deludenti ― come in molti scrivono nei loro sfogatoi su Internet ― qualche cosa in più rispetto ai teologi improvvisati su Facebook e Gazouillement, state pur certi che la sappiamo e siamo in grado di offrirvela, toujours Gratuit et Amor Dei.

— Pastorale Liturgica —

Auteur
Simone Pifizzi

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Nota di Redazione: ai Padri de L'île de Patmos si è unito un nuovo redattore, il presbitero fiorentino Simone Pifizzi, pastoralista e liturgista [voir QUI]

Molti sono i cattolici, anche quelli devoti e animati da sincera fede, ignari del significato delle parole pronunciate e dei gesti compiuti dal Sacerdote durante la Santa Messa. Il sacro rito che attraverso la Santa Messa rinnova il sacrificio incruento di Cristo è ricco di segni e simboli, ciascuno dei quali carico di un profondo significato teologico e mistagogico. Siccome è doveroso spiegare sempre ogni parola, ricordo che “mistagogia”, termine di derivazione greca, il cui significato è “iniziazione ai misteri”, nel lessico cristiano indica la scoperta della nuova vita di grazia che abbiamo ricevuto attraverso i Sacramenti. Il Catechismo insegna:

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«La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, ensemble, la fonte da cui promana tutta la sua virtù. La catechesi è intrinsecamente collegata con tutta l’azione liturgica e sacramentale, perché è nei Sacramenti, e soprattutto nell’Eucaristia, che Gesù Cristo agisce in pienezza per la trasformazione degli uomini» [cf.. n. 1074]. La catechesi liturgica mira a introdurre nel mistero di Cristo (essa è infatti “Mistagogia”) in quanto procede dal visibile all’invisibile, dal significante a ciò che è significato, dai “sacramenti” ai “misteri” [cf.. n. 1075].

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Dicevo che la sacra liturgia è ricca di segni e simboli, ciascuno dei quali ha un profondo significato. Persino i silenzi o i cenni di reverenza del Sacerdote hanno un loro significato teologico e mistagogico. Per comprenderlo basterebbe ascoltare i maestri, anziché inseguire improbabili teologi e liturgisti che sproloquiano sui réseaux sociaux. Proviamo a chiarire il tutto con un esempio tratto dalla Prima Preghiera Eucaristica, anche detta Canon romain. Nella prece in cui è fatto riferimento alla Comunione dei Santi il Sacerdote recita:

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«[…] In comunione con tutta la Chiesa ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo».

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Menzionando la Beata Vergine Maria il Sacerdote accenna un leggero inchino con il capo, quando poco dopo nomina Gesù Cristo, accenna un inchino più profondo. pouquoi? La ragione è racchiusa nelle parole stesse: la «Vergine Maria Madre» è creatura, ossia una creatura creata, che come tale si venera (da qui il leggero inchino), mentre Cristo è «nostro Dio e Signore», che non è creatura, ma «generato non creato della stessa sostanza del Padre», ossia è Dio, quindi lo si adora. Sono passaggi molto importanti, anche se non sempre noti agli apprentis sorciers che da un giorno all’altro si sono messi a “giocare” con l’antico Messale di San Pio V e che non perdono occasione, nelle loro esasperazioni rasenti spesso la mariolatria, per dimostrare l’incapacità a distinguere il Dio incarnato, Seconda Persona della Santissima Trinità, dalla più pura delle creature, che per quanto immacolata rimane comunque una creatura creata, con serena pace di chi la rivendica corredentrice, malgrado il netto rifiuto dei Sommi Pontefici, ultimi in ordine di serie Benedetto XVI e Francesco. Questa sostanziale distinzione tra “creatura” e “Dio”, nella sacra liturgia non è espressa con delle parole e men che mai con lezioni di teologia dogmatica, di cristologia o di mariologia, ma con due semplici inchini: uno leggero a Maria creatura creata, uno profondo, a Cristo Dio generato non creato, che non necessita di corredentori e corredentrici, come espresso in modo delicato da Benedetto XVI, in modo un po’ più “ruspante”, ma altrettanto incisivo e chiaro, da Papa Francesco [cf.. Catechesi sulla preghieraPregare in comunione con Maria].

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Detta in modo amabile: pères dè L'île de Patmos, quando celebrano ed esercitano in tal modo il la tâche de sanctifier, sanno bene quel che fanno. Quando insegnano ed esercitano in tal modo il la tâche d'enseigner, sanno bene ciò che insegnano. Senza bisogno di rendersi ridicoli dinanzi agli ascoltatori come quei fenomeni circensi che colmano le proprie gravi lacune teologiche facendo la lista dei dottorati teologici conseguiti. Bien sûr, ogni riferimento è del tutto involontario, per non dire casuale …

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Nella liturgia è chiamato Prefazio la solenne lode che introduce la Preghiera Eucaristica e che ne costituisce introduttivamente la prima parte. Una preghiera che sia nel vecchio messale di San Pio V sia nel messale di San Paolo VI comincia in entrambi con un dialogo tra celebrante e fedeli:

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Il Celebrante: «Il Signore sia con voi». Il Popolo risponde: «E con il tuo spirito». Il Celebrante riprende: «In alto i nostri cuori». Il Popolo: «Sono rivolti al Signore». Il Celebrante (accennando un inchino con il capo) «Rendiamo grazie al Signore nostro Dio». E il Popolo conclude: «È cosa buona e giusta».

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Segue la parte recitata dal solo Celebrante, la cui sezione centrale varia assecondo la celebrazione, perché i prefazi sono numerosi e per questo variano dal Tempo Ordinario a quello di Quaresima, dall’Avvento al Natale, da Pasqua a Pentecoste, per seguire con altri “prefazi propri” usati nelle celebrazioni in memoria della Beata Vergine, dei Santi, dei Martiri, dei Defunti. Per questo la seconda parte è sempre variabile, perché il suo scopo è di spiegare, come una breve catechesi, il motivo per il quale si deve a Dio gloria e ringraziamento da parte di tutta la Chiesa universale. Prendiamo come esempio il III Prefazio della Beata Vergine Maria per comprendere questo elemento catechetico racchiuso nella sacra liturgia. Recita il testo:

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All’annunzio dell’Angelo, accolse nel cuore immacolato il tuo Verbo e meritò di concepirlo nel grembo verginale; divenendo madre del suo Creatore, segnò gli inizi della Chiesa.

Ai piedi della croce, per il testamento d’amore del tuo Figlio, estese la sua maternità a tutti gli uomini, generati dalla morte di Cristo per una vita che non avrà mai fine.

Immagine e modello della Chiesa orante, si unì alla preghiera degli Apostoli nell’attesa dello Spirito Santo.

Assunta alla gloria del cielo, accompagna con materno amore la Chiesa e la protegge nel cammino verso la patria, fino al giorno glorioso del Signore.

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Enfin la partie finale, strutturalmente sempre uguale, salvo la differenza di poche parole da un Prefazio all’altro, il cui scopo è di introdurre il canto e l’acclamazione del Saint di tutto il Popolo di Dio riunito in assemblea:

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E Novembre, insieme agli Angeli e ai Santi,

cantiamo senza fine

l’inno della tua lode: Saint …

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Il tempo di Avvento nel quale stiamo per entrare ha una doppia caratteristica, come spiegano le normative liturgiche:

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«[...] è Tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si commemora la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini e, contemporaneamente, è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi» [cf.. Norme generali per l’ordinamento dell’Anno liturgico e del calendario, n. 39].

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Lungo il corso dei secoli, il breve ma intenso Tempo liturgico “forte” dell’Avvento ha sempre conservato questi due grandi aspetti di Préparation alla celebrazione memoriale della nascita di Gesù Cristo nel tempo e di attesa del suo glorioso ritorno finale. Queste due dimensioni sono richiamate sia dai testi biblici che patristici utilizzati sia nella celebrazione eucaristica che nella Liturgia delle Ore. A questo periodo che segna il mistero della incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo, dal quale prenderà vita la nuova rivelazione e il mistero di salvezza, proprio per la sua fondamentale importanza hanno dedicato scritti e predicazioni grandi Santi Padri e dottori della Chiesa. Potremmo citarne solo alcuni, da Sant’Ireneo di Lione [cf.. Inni, 1,88-95.99] a San Gregorio Magno [cf.. Homélies 1, 8], da San Bernardo di Chiaravalle [cf.. Discorso IV sull’Avvento 1. 3-4], per seguire in tempi più recenti con San Carlo Borromeo che spiega come il tempo di Avvento richieda di essere piamente santificato dagli uomini [cf.. Lettere Pastorali].

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Tra i tanti testi che arricchiscono la liturgia di questo Tempo liturgico, meritano attenzione particolare i Prefazi propri dell’Avvento, che costituiscono in sé stessi un vero e proprio itinerario liturgico–spirituale adatto ad arricchire la vita cristiana.

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Per il Tempo di Avvento, il Messale Romano italiano prevede quattro testi: i primi due (I e I/A) sono utilizzati dalla Prima Domenica di Avvento fino al 16 décembre, secondes (II e II/A) per i giorni rimanenti. I Prefazi I e I/A sottolineano in modo particolare la venuta finale di Cristo alla fine dei tempi, in quella che viene chiamata Russie. Gli altri due (II e II/A) sono un invito a preparare cuore e mente alla celebrazione della sua prima venuta, pur non perdendo di vista la sottolineatura fatta nei primi due.

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Veniamo ora ai testi, ovviamente prendendo in esame soltanto la “parte mobile” ovvero la seconda parte del Prefazio, quella che prima abbiamo indicata e definita come catechetica.

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Nel I Prefazio d’Avvento è annunciata la duplice venuta di Cristo con queste parole:

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«Al suo primo avvento nell’umiltà della condizione umana egli portò a compimento la promessa antica e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Quando verrà di nuovo nello splendore della gloria, ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa».

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Il titolo già esprime tutto il significato di questo Tempo Liturgico: memoria della prima venuta di Cristo nella carne e attesa del suo ritorno glorioso. Nella prima parte risaltano tre passaggi importanti: la sottolineatura dell’abbassamento del Figlio di Dio, che richiama subito alla memoria il celebre inno cristologico:

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«Cristo Gesù, alors qu'il est de la nature divine, Il n'a pas jugé le vol d'être égal avec Dieu; ma spogliò sé stesso, prenant la forme d'un serviteur, en devenant semblable aux hommes; est apparu sous forme humaine, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» [Fichier 2,5-8].

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Segue il “compimento della promessa antica”. Jésus, con la sua Incarnazione, dà compimento ultimo e definitivo a tutte le profezie e le promesse fatte ai Padri in tutto il Primo Testamento. O per dirla con il solenne esordio della lettera agli Ebrei:

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"Ça a donné, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai Padri per mezzo dei Profeti, dernièrement, en ces jours, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» [Mib 1, 1-2].

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Enfin, nella conclusione, l’apertura definitiva ― operata da Colui che si presenterà come Via, Vérité et vie [cf.. Gv 14, 6] ― della eterna salvezza e della vita senza fine. La seconda parte ci sposta alla fine dei tempi, dove l’umiltà sarà sostituita dalla gloria. In questa gloria, eterna e definitiva il Verbo introdurrà tutti coloro che credono in lui e che con speranza, già in questa vita, guardano a questo momento.

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Vorrei sottolineare la presenza di questi due verbi che ci riguardano: uno al futuro ― «ci chiamerà a possedere» e uno al presente ― «osiamo» che dicono il “già e non ancora” in cui ogni credente è inserito con il Battesimo e che si rinnova in ogni celebrazione eucaristica e in ogni segno sacramentale.

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Nel Prefazio I/A si celebra Cristo, Signore e giudice della storia, attraverso queste parole di lode:

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«Tu ci hai nascosto il giorno e l’ora in cui il Cristo tuo Figlio, Signore e giudice della storia, apparirà sulle nubi del cielo rivestito di potenza e splendore. In quel giorno tremendo e glorioso passerà il mondo presente e sorgeranno cieli nuovi e terra nuova. Ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno».

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Dans ce texte tutto è proiettato sulla venuta finale del Cristo glorioso. Il linguaggio è solenne ed enfatico: «Signore e giudice», «rivestito di potenza e splendore», «in quel giorno tremendo e glorioso». Questo «non ancora» è tuttavia messo a confronto con il presente, in cui ogni credente è chiamato a riconoscere la venuta di Cristo nel volto del fratello che incontra nella vita di ogni giorno nell’esperienza delle tre Virtù Teologali qui esplicitamente richiamata: Foi, Espérance et Charité. La Speranza, tipica Virtù dell’Avvento, si accoglie con Fede e si testimonia con una Carità autentica.

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Nel Prefazio II abbiamo le due attese di Cristo raffigurate e spiegate con queste parole:

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«Egli fu annunciato da tutti i profeti, la Vergine Madre l’attese e lo portò in grembo con ineffabile amore, Giovanni proclamò la sua venuta e lo indicò presente nel mondo. Lo stesso Signore, che ci invita a preparare con gioia il suo Natale, ci trovi vigilanti nella preghiera, esultanti nella lode».

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Testo didattico straordinario che sintetizza tutta la storia della salvezza in preparazione alla venuta del Figlio di Dio nella carne: l’annuncio profetico, la Santa gestazione della Vergine, la predicazione e la testimonianza del Battista e che non solo annuncia la venuta del Signore ma che ha anche la grazia di vederne la realizzazione. Il credente è invitato a rallegrarsi perché Gesù è già presente e questa presenza possiamo sperimentarla sia nella preghiera personale, come «viglianti nella preghiera» sia in quella liturgica, ou: «esultanti nella lode».

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Il Prefazio II/A si incentra su Maria nuova Eva, chiarendo quello che è il ruolo a ella affidato da Dio nel mistero della salvezza, o come suol dirsi nella economia [le grec οἰκονομία] du salut:

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«Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti glorifichiamo per il mistero della Vergine Madre. Dall’antico avversario venne la rovina, dal grembo verginale della figlia di Sion è germinato colui che ci nutre con il pane degli angeli e sono scaturite per tutto il genere umano la salvezza e la pace. La grazia che Eva ci tolse ci è ridonata in Maria. In lei, Madre di tutti gli uomini, la maternità, redenta dal peccato e dalla morte, si apre al dono della vita nuova. Dove abbondò la colpa, sovrabbonda la tua misericordia in Cristo nostro salvatore».

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Il testo di questo Prefazio d’impronta mariana ci porta direttamente alla contemplazione della Vergine Madre di Dio: Maria Santissima, protagonista per eccellenza degli ultimi giorni del Tempo di Avvento. Maria viene messa in parallelo con Eva, usando la categoria della “maternità”. Dal grembo di Eva ― tentata dell’Antico Avversario, il serpente ― è scaturita un’umanità segnata dall’esperienza del peccato, una vera e propria “rovina”. Maria è la nuova Eva, la Madre di un’umanità nuova, non tanto e non più in senso biologico ma spirituale. Se da una parte è pur vero che tutti siamo uomini nati in una carne segnata dall’esperienza del peccato, l’Incarnazione del Verbo Divino ― qui indicato squisitamente con due immagini dal forte sapore biblico: «pane degli angeli» e «germoglio» ― spalanca davanti a noi il dono della Redenzione e di una vita nuova, divina e spirituale. Nell’ultimo periodo risuonano quasi alla lettera le parole dell’Apostolo Paolo:

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«La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, la grâce a surabondé, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore». [Rm 5, 20-21].

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Questo è ciò che dovremmo sempre ricordare anche noi, in ogni momento della nostra vita, soprattutto quando sentiamo il peso delle nostre mancanze, delle nostre colpe, quando la vita sembra una litania di fallimenti e anche quando la fede stessa rischia di vacillare per cause interne ed esterne a noi stessi. Perché su tutto, anche sul peccato, sovrabbonda la sua infinita misericordia, il suo amore.

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Meditiamo con attenzione questi testi che la Chiesa Madre ci dona per prepararci al Natale del Signore e molto più al nostro incontro personale con Lui, quando lo vedremo non più come in uno specchio, ma faccia a faccia, e lo conosceremo così come ora siamo da Lui riconosciuti [cf.. 1 Cor 13, 12].

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Chiudo con una raccomandazione: l’Avvento, essayez de le vivre et de le célébrer dans les églises, non sui réseaux sociaux. Et si vous avez des doutes, o cose da chiarire, rivolgetevi a noi Sacerdoti, che per quanto inadeguati, pécheurs, inetti e deludenti ― come in molti scrivono nei loro sfogatoi su Internet ― qualche cosa in più, rispetto ai teologi improvvisati su Facebook e Gazouillement, state pur certi che la sappiamo e siamo in grado di offrirvela, toujours Gratuit et Amor Dei.

Florence, 17 novembre 2022

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Les Pères Patmos Island

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Suivez le direct de L'île de Patmos sur la chaîne “Jordan” du club théologique” dirigé par notre théologien dominicain Gabriele Giordano M. Scardocci

SEGUITE LE DIRETTE DE L'ÎLE DE PATMOS SUL CANALE JORDANUS LA CLUB THEOLOGICUM CONDOTTE DAL NOSTRO REDATTORE DOMENICANO GABRIELE GIORDANO M. SCARDOCCI

Les Pères dè L'île de Patmos sono lieti di mettervi a disposizione delle dirette su importanti e interessanti temi di dottrina e di fede. Iscrivetevi numerosi e soprattutto partecipate, se veramente cercate ciò che a parole sui social media dite di cercare.

— Le video-dirette de L’Isola di Patmos —

Auteur:
Jorge Facio Lynx
Président des Editions L'île de Patmos

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il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, padre redattore de L'île de Patmos

La principale lamentela: «… i preti non fanno catechesii preti non non spiegano più le Sacre Scritturei preti non predicano bene … et menace, et menace, et menace …». Questo è ciò che leggiamo sui Des médias sociaux in un susseguirsi di lamentazioni senza fine.

A certi lamentatori possiamo dare anche parzialmente ragione, ma bisogna precisare: e quando i preti si danno da fare per offrirvi sostegno spirituale, catechesi e omelie, la reazione deilamentosi” lequel est? Purtroppo i fatti dimostrano che invece di cogliere al volo certe opportunità, rimangono sui réseaux sociaux a lamentare: «… i preti non fanno catechesii preti non non spiegano più le Sacre Scritturei preti non predicano bene … et menace, et menace, et menace …».

Padre Gabriele Giordano Maria Scardocci nostro redattore e teologo domenicano offre un prezioso servizio a tutti quelli che — perlomeno a parole — si dichiaranoorfanidelle buone catechesi, della parola di Dio e della sana e profonda predicazione. Intendete iscrivervi, collegarvi e seguire, oppure preferite rimanere sui réseaux sociaux a lamentare: «… i preti non fanno catechesii preti non non spiegano più le Sacre Scritturei preti non predicano bene … et menace, et menace, et menace …».

Dai numeri, a volte soddisfacenti a volte impietosi, ma soprattutto reali, potremo capire quanto e in che misura certiorfanisono alla vera ricerca oppure se ciò che ricercano è solo pane, circo e tanto pettegolezzo sensazionalista, complottista e scandalista. Posto che la Parola di Dio non è né sensazionalista, né complottista, né scandalista. Ma soprattutto offre la verità del Mistero della Croce, non offre: Vitre&Circo.

Per seguire la diretta potete cliccare sull’immagine sotto domani sera alle ore 21, dove i Padri de L'île de Patmos vi aspettano per parlarvi sul tema: "Le retour du roi":

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Tutti gli aggiornamenti e gli avvisi sulle successive dirette potete trovarli sulla destra della home-page de L’Isola di Patmos sotto la voce «Le dirette di Padre Gabriele».

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Vi aspettiamo.

De Isola Patmos, 15 septembre 2022

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Les Pères Patmos Island

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Jésus-Christ était pauvre? Le problème d'une « Église pauvre pour les pauvres » mal comprise et le grand problème de l'immobilier ecclésiastique

JÉSUS-CHRIST ÉTAIT PAUVRE? LE PROBLÈME D'UNE INCOMPRÉHENSION «ÉGLISE PAUVRE POUR LES PAUVRES» ET LE GRAND PROBLÈME DE L'IMMOBILIER ECCLÉSIASTIQUE

Qui par ignorance crasse, qui pour l'anticléricalisme vulgaire, qui par idéologie ou par plaisir clérical parle d'un pauvre Jésus réduit à un enfant-fleur sans le sou, annonce un faux Christ qui n'a jamais existé et ne correspond pas aux chroniques historiques racontées et transmises par les évangélistes.

- Nouvelles de l'Église -

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Article au format PDF imprimable

 

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Les prêtres napolitains Vincenzo Doriano De Luca (droit) directeur de la revue diocésaine Januarius et Franco Cirino (la gauche) Économe de l'archidiocèse de Naples – cliquez sur l'image pour ouvrir la vidéo

Quelques lecteurs ont souligné que j'écris des articles « intéressants et clairs, mais trop longtemps". Quelqu'un a précisé: « A l'ère de la réseaux sociaux la plupart des gens ne lisent pas au-delà de la dixième ligne". Ben je te dis ça L'île de Patmos est un peu’ un miracle. A partir d'octobre de 2014 à ce jour, les visiteurs ont toujours augmenté sans jamais diminuer. Dans 2016 nous avons dû en acheter un serveur dédié capable de gérer plus de vingt millions de visites par an. Comme le nôtre l'explique webmestre le succès n'est pas dû au nombre de visites mais au temps moyen passé sur le site, qui est très élevé. Donc, ceux qui ne dépassent pas dix lignes, Je ne suis pas l'auditoire auquel les Pères de L'île de Patmos ils ont l'intention de contacter.

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Maintenant, je vais offrir un long article pour ceux qui n'ont pas l'intention d'expliquer et de résoudre des thèmes complexes et articulés sur le plan historique, ecclésiale, pastorale, économique et financier avec trois « shot » line up Gazouillement en marchant dans la rue ou en faisant la queue à la caisse supermarché attendre de payer.

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Dans l'épisode de Signaler du 7 une interview de deux prêtres napolitains a été diffusée sur Rai2 en novembre: Franck Cirino, Économe de l'archidiocèse de Naples e Vincenzo Doriano DeLuca directeur de la revue diocésaine Janvier. L'économe a fait preuve d'une préparation extraordinaire sur le plan ecclésial-pastoral et économico-financier. Nous vous invitons à écouter cet entretien, c'est très intéressant et éclairant pour comprendre comment fonctionne réellement la difficile gestion des biens ecclésiastiques.

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Jje vais aborder ce thème sur deux faces différentes illustrant d'abord, les difficultés actuelles de gestion du patrimoine ecclésiastique, puis le vrai et authentique sens de "pauvreté" et de "pauvre Eglise" selon les Saints Evangiles. La pauvreté de l'Église est un concept cher à tous hippies de la gauche chic radical avec des super-penthouses à Parioli et des villas à Capalbio, agréable station balnéaire de luxe supplémentaire dans la basse Maremme toscane où, quand il craignait d'accueillir quelques migrants à répartir dans les différentes communes d'Italie, les premiers à se lever furent les Piddini aux comptes à six chiffres qui bivouaquaient dans cet endroit agréable et exclusif, sauf pour le revendiquer tout seul et les ports ouverts au débarquement de quiconque arrive sur nos côtes, à condition toutefois qu'il n'arrive pas devant les portes de leurs villas [cf.. QUI, QUI, QUI …].

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Comprendre il faut vraiment prendre du recul, s'adressant toujours à ceux qui veulent savoir, puis lire, pas à ceux qui sautent sur la dixième ligne. Commençons par 1850, année au cours de laquelle les lois Siccardi ont été adoptées qui ont sanctionné la séparation entre l'État et l'Église dans le Royaume de Sardaigne, le nombre 1013 du 9 Avril et le nombre 1037 du 5 juin, qui supprimait les privilèges précédemment accordés à l'Église, comme cela s'est déjà produit dans d'autres pays européens dans la période qui a immédiatement suivi la Révolution française. Les lois s'étendent ensuite aux autres territoires italiens conquis par les Piémontais entre 1848 et le 1861. Ils ont suivi la loi Rattazzi n. 878 du 29 mai 1855 et les lois subversives n. 3036 du 7 juillet 1866 e n. 3848 du 15 août 1867. Après 20 septembre 1870 qui marqua la prise de Rome et l'unité définitive du Royaume d'Italie, ont finalement été étendus à l'ensemble du territoire national.

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Il va sans dire: la personne marchant dans la rue ou faisant la queue à la caisse en attendant de payer, soumettre tweeter pontifier en trois lignes sur les questions historiques ou historico-ecclésiales les plus complexes, du type "l'Église est riche et possède la moitié de l'immobilier italien" (!?), ou "le Vatican possède les plus grands gisements d'or au monde" (!?), il ne peut certainement pas suivre notre discours, car avec le temps il perdrait la lecture d'une seule page, il aura déjà tweeté au moins dix sages messages similaires pour répandre ses perles de sagesse. Et à la sortie du supermarché, toujours occupé entre un Tweet et l'autre, en marchant dans la rue, vous ne réaliserez pas ou ne vous demanderez pas pourquoi certains bâtiments historiques qui étaient autrefois des abbayes, certose, monastères et instituts religieux, aujourd'hui c'est la caserne, écoles, bureaux publics. Simple à expliquer: ces structures, compris entre 1848 et le 1870 ont été confisqués à l'Église, chassé les moines, religieuses et prêtres, puis transformé en caserne, hôpitaux, bureaux publics. De nombreuses petites églises appartenant à des instituts religieux ou à des confréries, une fois réquisitionnés ils sont devenus des entrepôts, garage, ateliers, morceaux de maisons privées. Et ici un aparté s'impose, l'un des nombreux parmi ceux que vous ne trouverez jamais dans les livres d'histoire, car le Risorgimento italien est encore aujourd'hui un mythe construit à table par la propagande idéologique. Les travaux de confiscation pour la destination de ces immeubles à d'autres usages, tout au long du XIXe siècle italien, il a constitué la destruction la plus grande et la plus effroyable du patrimoine artistique national. bientôt dit: transformer une chartreuse ou un monastère du XIIe ou XIIIe siècle, enrichi au fil du temps d'oeuvres d'art, sculptures, fresques, marbres finement travaillés, l'utiliser comme caserne, entraîne nécessairement la destruction irréparable d'un patrimoine artistique. Vous ne l'avez jamais trouvé écrit dans des livres d'histoire à usage scolaire dans lesquels seules les gloires incontestées du Risorgimento italien sont expliquées.? Dans tous les cas, même si ce n'est pas écrit dans les livres, l'oeuvre de ces immenses ravages est encore visible sous nos yeux, à partir de Rome pour suivre avec toutes les autres grandes et petites villes italiennes, il suffirait de détourner les yeux du réseaux sociaux et regardez autour de vous lorsque vous vous promenez dans les rues des villes italiennes. Surtout, en tant que citoyens, vous devrais être attentif, juste par pur sens civique, que la plupart des églises historiques et des instituts religieux que nous voyons aujourd'hui, ils n'appartiennent pas aux diocèses italiens, mais de l'état. Pour leur gestion, il existe également un bureau spécial géré par le ministère de l'intérieur qui est appeler FEC (Fonds des bâtiments cultuels). Et ici, une parenthèse devrait être ouverte sur un autre sujet que nous ne pouvons cependant pas traiter ici, expliquer à certains laïcs qui tonnent contre l'Otto pour mille à l'Église catholique qu'avec cet apport, qui profite vraiment, ce n'est pas l'Eglise mais l'Etat. Essayez de penser que l'État doit gérer, conserver et protéger certaines grandes églises et basiliques historiques dont elle est propriétaire, rendus après confiscation à l'Église en prêt pour être utilisés afin que quelqu'un puisse pourvoir à leur protection et à leur conservation. Ecuries aujourd'hui gardées par des congrégations religieuses ou par le clergé séculier des différents diocèses, qui sollicitent l'aide de fidèles catholiques dévoués qui fournissent un service gratuit en tant que bénévoles. Demande: combien il en coûterait à l'État d'avoir à conserver et à garder certains grands, bâtiments historiques précieux et importants de haute valeur artistique? De combien de personnel salarié aurait-il besoin, combien de nettoyeurs, combien de gardiens? Alors, le calcul, sur le très récrié Otto pour mille, qui gagne vraiment de l'argent?

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Juste vingt ans plus tard, à partir de 1890, les gouvernements du Royaume d'Italie, pourtant farouchement anticlérical, ils ont envoyé leurs fonctionnaires détenant les clés de nombreux instituts et églises historiques pour supplier les évêques diocésains, les moines et les nonnes, les religieux et religieuses auxquels ils avaient été confisqués quelques décennies plus tôt, pour qu'ils puissent les reprendre en… prêt gratuit (!?). En fait, le bon État libéral-Risorgimento-anticlérical, il se trouva bientôt confronté à un énorme patrimoine de bâtiments historiques et artistiques qui ne pouvaient pas tous être transformés en caserne, écoles, hôpitaux, bureaux publics, emplacements universitaires … Bon nombre de ces églises historiques et anciens établissements religieux étaient situés dans des zones périphériques, quelques abbayes, certose, les monastères et les couvents étaient dans des zones isolées et difficiles à contrôler. Une fois réquisitionné et fermé, d'abord ceux-ci ont été pillés, puis ils ont commencé à se dégrader. Partout, en particulier dans le sud de l'Italie, il y avait eu de grands pillages d'oeuvres d'art. Le commerce des voleurs et des marchands d'art avec les États-Unis d'Amérique était très dense, qui au cours de ces années ont acquis la plupart des œuvres encore conservées dans leurs musées aujourd'hui. Tout cela toujours comme preuve des grandes gloires historiques tacites du Risorgimento italien qui doit rester un mythe, légende et idéologie.

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Le XIXe siècle italien ce fut aussi le siècle des grands saints de la charité, éducateurs et pédagogues, dont l'emblème San Giovanni Bosco avec la Congrégation des Salésiens et des Filles de Marie Auxiliatrice. Toujours dans le Piémont, Maria Enrichetta Dominici a donné vie aux Sœurs de la Providence sous le patronage du marquis de Barolo, qui prendra alors le nom de Sœurs de Sant'Anna, engagés dans l'assistance et l'éducation des filles orphelines. Le Romain Saint Vincent Pallotti a fondé l'Apostolat Catholique, devant lequel tous les nobles romains ouvraient leurs portefeuilles, juste pour le sortir du chemin, si insistant était-il lorsqu'il cherchait des fonds pour des œuvres caritatives au profit des orphelins et des personnes âgées. Saint Joseph Benoît Cottolengo, fondateur de l'œuvre de la Miséricorde Divine, elle s'est occupée d'enfants et de personnes âgées souffrant de graves handicaps physiques. La fondation de ces instituts et œuvres s'est également poursuivie au cours du XXe siècle avec San Giovanni Calabria qui a fondé les Pauvres Serviteurs et Serviteurs de la Divine Providence, à qui nous devons la fondation de l'Hôpital du Sacré-Cœur de Vérone, aujourd'hui un centre d'excellence au niveau européen. Et bien d'autres saints fondateurs et fondatrices.

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Toutes ces installations dédié à l'aide aux orphelins, enfants de familles pauvres, personnes âgées malades sans soutien et handicapées, à suivre avec l'ensemble du réseau de jardins d'enfants et d'écoles gérés par de nombreuses congrégations religieuses, ils constituaient avant tout un service non indifférent à l'Etat, qui n'ont pour la plupart réquisitionné que les instituts de vie contemplative après les avoir déclarés "parasitaires". Évidemment, personne ne pouvait expliquer au législateur de l'époque - peut-être plus encore au législateur d'aujourd'hui - que certaines œuvres apostoliques de la vie active étaient soutenues par la vie contemplative des moines et des moniales qui consommaient leur vie dans la prière et la pénitence dans les cloîtres et qui constituait le carburant pour faire fonctionner les moteurs des grands saints de la charité.

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Entre XIXe et XXe siècles, dans une Italie où le taux de natalité était bien différent et bien plus élevé, grâce aux dons de nombreux bienfaiteurs fortunés, d'immenses instituts ont été construits, certaines étaient de véritables citadelles. Entre les années vingt et trente du XXe siècle, des colonies marines et montagnardes ont été construites capables d'accueillir jusqu'à 3.000 enfants. Structures pharaoniques érigées au cours des années où peu de construction, mais l'entretien et la conservation de certains bâtiments avaient des coûts complètement différents. Il existe également de nombreuses institutions pour les enfants abandonnés, les soi-disant orphelinats. Tout aussi nombreuses étaient celles où des enfants handicapés étaient accueillis et aidés. Tout cela se passait dans des années où nous n'étions pas encore civilisés. Lorsque, en fait, 1978 il y a eu la "grande conquête sociale" de la loi sur l'avortement légalisé qui a donné naissance à ce "grand droit civil intangible" [cf.. Ivano Liguori, QUI], les mères pourraient se rendre directement dans les hôpitaux pour imposer légalement la peine de mort à leurs enfants. Et ainsi, à progressivement, les orphelinats ont été définitivement fermés, en partie à cause de la baisse des taux de natalité et en partie à cause de l'avortement légalisé. Alors que les enfants atteints du syndrome de Down ou d'autres formes de handicap sont de plus en plus rares à voir, car ils peuvent être tués avant de naître, dans ce pays qui est le nôtre qui répudie la guerre et la peine de mort au son des arcs-en-ciel, sauf cependant à faire la guerre à la vie et à infliger la peine de mort à leurs enfants, aux indésirables et à ceux qui ne sont pas physiquement parfaits.

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Grâce à l'impulsion donnée par le Concile de Trente (1545-1563) l'Église avait déjà connu une heureuse saison similaire entre la fin du XVIe et le début du XVIIe siècle avec la naissance de nombreux instituts de vie dits apostoliques. La naissance de toutes ces congrégations religieuses masculines et féminines remonte à cette période ― qui deviendra ensuite nombreuse au cours des trois siècles suivants ―, engagés dans l'éducation, en garde d'enfants, aux soins des personnes âgées, des malades et des handicapés. De nouvelles formes de vie religieuse allant de l'Ordre de la Compagnie de Jésus de Saint Ignace de Loyola à l'Ordre Hospitalier des Fatebenefratelli de Saint Jean de Dieu, de la Congrégation de la Compagnie de l'Oratoire de San Filippo Neri aux dames hospitalières de San Vicenzo de' Paoli, les Filles de la Charité.

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A la baisse des naissances rejoint celle des vocations à la vie sacerdotale et religieuse. De nombreuses congrégations de religieuses, prospère jusqu'à il y a un demi-siècle, ils sont aujourd'hui de plus en plus réduits et composés de religieux de plus en plus âgés. Les religieuses disparaissent maintenant de nombreux petits et moyens diocèses italiens, avec des réductions importantes des effectifs même dans les grands et la fermeture progressive des jardins d'enfants qui en résulte, écoles et instituts. bientôt dit: comment utiliser certains bâtiments historiques prestigieux dans les centres-villes, ou dans des lieux singuliers ou stratégiques, par exemple face à la mer ou dans les zones touristiques de montagne, ou dans les zones vallonnées et rurales devenues particulièrement exclusives de nos jours? Les vendre certainement, ou les louer à des sociétés hôtelières. Pour monétiser ou rentabiliser d'une manière ou d'une autre ces structures, devenues inutilisables aux fins pour lesquelles elles ont été construites, cela signifie obtenir l'argent nécessaire pour soutenir d'autres types d'œuvres caritatives ou sociales de dimensions complètement différentes, nécessaire et adapté aux besoins de la société contemporaine, qui n'est certainement plus celle des années 1920 ou 1930.

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Il en faut beaucoup pour comprendre ça, au lieu de crier à la « honteuse spéculation immobilière de l'Église », ou au lieu de lancer une fonctionnalité dans l'hebdomadaire Expresso les nouvelles totalement fausses sur l'Église, selon certains pseudo-journalistes d'investigation ne paierait pas d'impôts sur l'immobilier? Faux. L'Église a toujours payé des impôts fonciers dont seuls les édifices de culte et ceux des institutions sociales et caritatives sont exonérés [cf.. voir dans Avenir, QUI]. Ou peut-être ignorent-ils, les signataires de ces enquêtes périodiques publiées seulement un le sien Expresso, que même les cercles d'Arcigay ne paient pas d'impôts parce qu'ils sont reconnus comme associations d'utilité publique car ils sont chargés de diffuser la le genre et des cas de hall LGBT? Si certaines congrégations de religieuses n'avaient pas transformé certaines de leurs institutions devenues inutilisables en hôtels plus ou moins luxueux, d'où obtiendraient-ils l'argent pour soutenir d'autres types d'activités caritatives et sociales en Italie ou dans divers pays pauvres du monde? Aux rédacteurs de Expresso, qui au fil des ans nous ont bombardés d'articles à la limite de la férocité anticléricale, en plus du mensonge gratuit, comprends ça, c'est juste si dur?

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Le sujet traité dans l'épisode de Signaler, rendu excellent par nos frères napolitains Franco Cirino et Vincenzo Doriano De Luca, ainsi qu'un merveilleux cardinal Crescenzio Sepe qui, pressé avec insistance par un journaliste lubrique, l'envoya se faire foutre [cf.. QUI] ― et il a très bien fait de le faire ― , il s'agissait en partie du nombre d'églises historiques dans le centre historique de Naples, environ un millier, dont seul le 15% appartenant à l'archidiocèse de Naples, en partie sur le cas de la Citadelle apostolique fondée après la guerre par le prêtre Gaetano Cascella avec les dons de divers bienfaiteurs et léguée à l'archidiocèse de Naples en 1979. Une immense structure caritative érigée à Pozzuoli face au golfe et transformée en établissement hôtelier. bientôt dit: de quoi faire crier les suspects habituels avec le chœur des gens totalement mal informés contre la sale Église spéculative: « L'Église doit être pauvre parce que Jésus était pauvre!».

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Et maintenant nous passons à la deuxième partie: nous sommes sûrs que "Jésus était pauvre", comment ceux qui ne mettent pas les pieds à l'église même pour Pâques et Noël tonnent et qui, par devoir social, doivent participer à un mariage ou à des funérailles, pendant les liturgies ils ne savent que répondre, ni quand s'asseoir ou se lever? Et aux mots "Notre Père qui es aux cieux...", scène muette totale de la quasi-totalité de certaines assemblées convoquées par devoir envers le cher défunt et sa famille, tandis que le prêtre célébrant lui-même répond, ou si un servant d'autel ou un sacristain est présent, alors seules leurs voix réciteront avec lui « … que ton nom soit sanctifié, Viens ton royaume…". et pourtant, ce sont précisément ces personnes qui ne peuvent pas distinguer le livre des Saints Evangiles d'un manuel de recettes pour la cuisine, lever le doigt ― évidemment surtout sur réseaux sociaux - tonner et rappeler d'un ton menaçant: « Jésus était pauvre!».

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Désolé de détromper ceux qui ont soif de pauvreté sur la peau des autres et de l'Église en particulier, sauf à rechercher et exiger pour soi tous les luxes les plus chers et même les plus inutiles. Jésus n'était pas pauvre du tout. Le Divin Maître et ses Apôtres avaient de quoi manger et vivre, malgré avoir quitté le travail et les maisons. Simone connue sous le nom de Pietro était ce que nous pourrions définir aujourd'hui comme un riche entrepreneur de pêche. Comme Jacques et Jean fils de Zébédée, certainement beaucoup plus riche que le même Simon dit Pierre, il suffirait de quitter le club des dieux ignorants réseaux sociaux et lire les chroniques des Saints Evangiles:

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«Passant le long de la mer de Galilée, il vit Simon et André, frère de Simone, comme ils jettent leurs filets dans la mer; c'étaient en fait des pêcheurs. Jésus leur a dit: "Suis-moi, Je ferai de vous des pêcheurs d'hommes ". Et immédiatement, laisser les filets, ils ont suivi. Aller un peu plus loin, il a également vu Giacomo di Zebedèo et Giovanni son frère sur le bateau alors qu'ils réarrangeaient les filets. Il les a appelés. Et ils, laissé leur père Zébédée dans la barque avec les garçons, ils l'ont suivi" [Mc 1, 16-20].

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Je comprends qu'aujourd'hui nous sommes analphabètes est fonctionnel ce numérique, au point de ne même pas comprendre ce qui est imprimé dans les Saintes Ecritures. Essayons donc de comprendre ce passage. Tout d'abord, les personnages de cette histoire sur l'appel des apôtres, ils possédaient non seulement "un bateau", mais "des bateaux", ce qui à l'époque n'était pas rien, surtout dans cette région considérée comme l'une des provinces les plus pauvres de l'Empire romain. Tout comme aujourd'hui, c'est complètement différent d'être un chauffeur routier qui possède un camion pour les gros transports dont le coût peut atteindre jusqu'à un million d'euros, et être un chauffeur de camion qui conduit un camion en vrac appartenant à d'autres en tant qu'employé salarié. La même chose s'applique encore à la pêche aujourd'hui, aux pêcheurs et aux navires de pêche, qui n'appartiennent pas toujours à ceux qui se consacrent à la pêche. Les apôtres étaient des entrepreneurs qui possédaient leurs propres bateaux.

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Le Saint Evangile mentionné ici, il précise dans le récit que le père de Giacomo et Giovanni employait aussi des ouvriers salariés: "Et ils, laissé leur père Zébédée dans la barque avec les garçons, ils l'ont suivi" [Mc 1, 16-20].

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Le jeune John et son frère James ils sont donc issus d'une famille de riches entrepreneurs, tant et si bien que la mère, dans un accès de naïveté né de son incompréhension de la mission de la Parole de Dieu, il a demandé au Christ le Seigneur: "Dis à mes fils de s'asseoir un à ta droite et un à ta gauche dans ton royaume" [Mont 20, 21]. On se demande qui, sinon mère de deux enfants appartenant à ce qu'on appellerait aujourd'hui la bourgeoisie marchande, il aurait osé faire une telle demande à un Maître d'un tel prestige? Seule une femme appartenant à une classe sociale spécifique qui voulait une place de respect pour sa progéniture pouvait le faire.

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Les douze apôtres ils recevaient l'aide de bienfaiteurs et lorsque les invités arrivaient dans les maisons, on faisait des provisions en leur offrant le meilleur qui pouvait être offert, ils avaient dévoué des femmes pour s'occuper de leurs soins et de leurs besoins.

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Bienheureux Patriarche Joseph ce n'était pas un salarié mais un entrepreneur exerçant un noble métier, celle d'ébéniste; profession respectable et très lucrative. Donc, celui qui dit "Saint Joseph l'ouvrier", ou quiconque prétend que "Saint Joseph était un ouvrier", mystifie la figure de l'époux bienheureux de la Vierge Marie, car Joseph n'était pas un ouvrier tel que nous le comprenons aujourd'hui, car c'est certainement lui qui employait des salariés dans son entreprise.

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La Bienheureuse Vierge Marie il venait d'une famille encore plus aisée que celle de Joseph, il ressort toujours des Saints Evangiles, par exemple dans le récit de sa visite chez sa cousine Elizabeth, mère de Jean-Baptiste et épouse de Zacharie, qui était membre de l'ancienne caste sacerdotale et une personne très cultivée et riche. Non seulement Zacharie était prêtre, parce qu'en tant que tel il appartenait à un très haut niveau: il était membre de la classe d'Abiah, qui représentait la VIIIe de la XXIVe classe dans laquelle se répartissaient les prêtres servant dans le Temple de Jérusalem.

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Toute l'ère de la culture était étroitement liée au bien-être économique. Dans ce cas également, les Saints Évangiles détaillent quel était le niveau culturel de Zacharie en racontant comment, n'ayant pas à ce moment l'usage du mot, enlevé par l'archange Gabriel pour n'avoir pas cru à l'annonce que sa femme donnerait naissance à un fils à un âge avancé [cf.. Lc 1, 5-25], il a demandé une tablette pour confirmer son assentiment au nom qu'Elizabeth avait l'intention de donner à l'enfant à naître, l'écriture: "John est son nom". [Lc 1, 63]. Devant ces histoires, historiens et anthropologues, mais surtout les théologiens, ils devraient expliquer combien de personnes dans l'ancienne Judée à l'époque savaient lire et même écrire. Pas pour rien, lorsque de jeunes hommes juifs célébraient leur majorité à travers le bar mtzvà et ils devaient lire et commenter publiquement un passage de la Torah, comme Jésus l'a fait à l'âge de douze ans lors de l'épisode relaté par les saints évangiles comme sa dispute avec les docteurs du temple [cf.. Lc 2, 41-50], c'était surtout de la douleur, parce que la majorité des adolescents juifs ne savaient ni lire ni écrire. Alors ils ont mémorisé un verset et ensuite, avec le Séfer Torah ouvrir [le rouleau de la Sainte Loi], ils l'ont récité. Un peu comme ce qui arrive aujourd'hui à la majorité des juifs plus ou moins pratiquants, dont beaucoup ne connaissent pas l'hébreu, plusieurs parviennent à le lire, mais ils ne comprennent pas sa signification. Et ainsi le rabbin procède à l'écriture d'un verset translittéré de l'hébreu, le met sur Séfer Torah et l'adolescent le lit, parfois sans même savoir ce que ça veut dire.

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Mais voici la réponse rapide de ceux qui veulent un Jésus pauvre et à proprement parler fils de pauvres à tout prix: "Jésus est né dans une pauvre étable". Dans ce cas aussi, cependant, les choses sont différentes, raconte en effet le bienheureux évangéliste Luc:

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«[...] au moment où un décret de César Auguste ordonna le recensement de toutes les terres. Ce premier recensement a été effectué lorsque Quirinius était gouverneur de Syrie. Tout le monde est allé à être inscrit, chacun dans sa ville. Joseph aussi, de Galilée, de la ville de Nazareth, monta en Judée dans la ville de David appelée Bethléem: en fait, il appartenait à la maison et à la famille de David. Il devait être enregistré avec Maria, sa fiancée, qu'elle était enceinte" [Lc 2, 1-20].

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réalité historique est que le pouvoir alors en vigueur avait ordonné un recensement pour des raisons administratives, forçant ainsi Joseph et Marie, puis proche de l'accouchement, aller à la ville de David, Bethléem. Et ici, il est intéressant de noter que Bethléem, en hébreu, signifie "Maison du Pain". Et juste dans cette ville, certainement pas par hasard, il est né qui deviendra plus tard le Pain Vivant descendu du ciel [cf.. Gv 6, 35-59], qui n'est pas "comme ce que vos pères ont mangé et sont morts" car "celui qui mange ce pain vivra éternellement" [Gv. 6, 58].

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Oubliant toutes les tendres lectures dont la piété populaire a coloré le texte de l'évangile de Luc, il raconte que la naissance de Jésus a lieu dans un espace que l'on pouvait trouver dans les maisons de l'époque, ceux creusés à l'intérieur, vraisemblablement une pièce creusée dans la roche. Comme le genre de maisons qui sont encore visibles aujourd'hui dans certains sites archéologiques, ceux situés en Sicile à la nécropole de Pantalica dans la région de Syracuse [cf.. QUI], ou en Basilicate chez les soi-disant Sassi de Matera [cf.. QUI], ou dans la basse Maremme toscane dans la ville de Pitigliano creusée dans le tuf à la frontière entre la Toscane et le Latium [cf.. QUI].

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Dans les Evangiles il n'y a aucune référence au boeuf, l'âne et la présence d'animaux divers autour de la Bienheureuse Vierge Marie. Surtout, cette naissance dans un lieu inattendu, cela ne s'est pas produit parce que Giuseppe était une sous-classe sans le sou, mais parce que - comme le racontent les Evangiles - à la fois pour le recensement, et pour le grand afflux de pèlerins à Jérusalem, il n'y avait tout simplement pas un seul trou libre.

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j'utilise un exemple ça m'a toujours fait sourire: la mère de mon élève et collaborateur, aujourd'hui président de nos Editions, Jorge Facio Lynx, elle était sur le point d'accoucher alors qu'elle était dans un taxi. Le chauffeur de taxi a rapidement détourné le trajet vers l'hôpital. Mais personne ne discuterait jamais, au cas où cette autre Maria ― Maria Ines, La mère de Jorge ―, avait accouché dans un taxi, que la pauvre était si pauvre et sans le sou qu'elle ne pouvait même pas se permettre de donner naissance à son enfant dans une clinique d'obstétrique-gynécologie.

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Jésus-Christ était pauvre de la même manière qu'il est né avec une peau très blanche, cheveux blonds et yeux bleus, dans une ville de Suède - comme nous le lisons évidemment dans les Saints Evangiles - appelée Bethléem, à quelques dizaines de kilomètres de la capitale Stockholm. Parmi les différents épisodes qui donnent la perception correcte et réelle de la façon dont le bienheureux Joseph et la Vierge Marie n'étaient pas de pauvres sous-classes sans le sou, l'histoire du massacre des innocents est certainement exhaustive. Le redoutable Hérode, ayant appris que des magiciens astronomes s'étaient rendus en Judée où un roi devait naître, après avoir tenté de les induire en erreur, il a ensuite ordonné de tuer tous les garçons nouveau-nés âgés de deux ans et moins. Bienheureux Joseph, averti en rêve par un ange, prend l'enfant et la mère et s'enfuit en Egypte, où la famille est restée jusqu'à la mort d'Hérode [cf.. Mont 2, 1-16]. A propos de cette histoire il faut préciser que dans le sillage du protestant Rudolph Bultmann, maître de la démythologisation des Saints Evangiles - auquel nombre de nos théologiens et exégètes se réfèrent avec impudence, transmettre des théories et des enseignements directement dans nos universités ecclésiastiques actuelles ―, de nombreux chercheurs remettent en question l'historicité de la fuite en Égypte. Certains de nos biblistes sont intervenus pour leur donner un coup de main, arguant que la fuite en Egypte de l'histoire du bienheureux évangéliste Matthieu aurait été construite pour donner un fondement théologique à cet évangile destiné principalement aux juifs., à qui il a ainsi été exposé que Jésus-Christ était le nouveau Moïse et que par lui la prophétie du prophète Osée s'est donc accomplie: "D'Egypte j'ai appelé mon fils" [Toi 11,1]. Selon d'autres, l'histoire du bienheureux évangéliste Matthieu ne serait rien de plus qu'un plagiat du Aggadah Hébreu qui raconte comment le patriarche Moïse a été sauvé de la mort, après que le pharaon eut décrété la suppression des enfants. En vérité, les similitudes entre le patriarche Moïse et le Christ Dieu, ils ne représentent pas du tout un élément solide pour nier l'historicité de ce qui est raconté par le Bienheureux Evangéliste Matthieu.

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Après cette digression consciencieuse revenons au problème, qui est comme suit: comment deux pauvres âmes pouvaient se permettre de déménager indéfiniment en Egypte? Les amants d'aujourd'hui La pauvreté de Jésus, se sont-ils déjà demandé combien ça coûtait, à l'époque, rester en Egypte? Voici, faire à la fois une conversion parallèle et socio-financière, on peut dire qu'à l'époque, rester en Egypte, ça coûte ce qu'il en coûterait de rester à Dubaï aujourd'hui, destination bien connue des plus grands morts de faim de ce monde.

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Plusieurs fois, Jésus a été honoré avec des cadeaux précieux, comme la chère huile de nard dont Marie a oint ses pieds à Béthanie [cf.. Mc 14, 3-9]. Parmi les spectateurs présents à l'événement se trouvait Judas Iscariot, qui a sévèrement critiqué ce geste de dévotion amoureuse, déplorant un tel gâchis. Ce pétrole était en fait très précieux et cher, ça valait trois cents deniers, comme le récit évangélique lui-même le détaille. C'est ici, expliquer ce qu'était une telle somme en Judée à l'époque, qu'il suffise de dire qu'un denier était le salaire journalier d'un soldat romain et que l'huile, plus cher que l'or, cela correspondait à presque un an de salaire. Avant l'épisode de Judas qui affirme que cet argent aurait pu être donné aux pauvres, Jean l'Évangéliste nous dit que l'Iscariote ne se souciait pas des pauvres, mais que c'était un voleur. En fait, la communauté des apôtres avait un coffre dans lequel il volait de l'argent [cf.. Gv 12, 1-8]. Un jugement sévère, celui enfermé dans cette histoire avec laquelle Jean condamne Judas, il ne condamne pas le souci des pauvres, mais cette hypocrisie qui hier comme aujourd'hui se sert des pauvres quand c'est nécessaire et devant laquelle le Seigneur répond à Judas dissipant tous les doutes pour le présent et pour l'avenir: «Vous aurez toujours des pauvres parmi vous, mais tu ne m'auras pas toujours" [Gv. 12, 1-11].

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Jésus aussi habillé élégamment, aujourd'hui on dirait haute couture. En fait, il portait une précieuse tunique, entièrement tissé et sans couture, à tel point que sous la croix les soldats ne l'ont pas déchirée comme ils le faisaient avec les haillons des pauvres, avec laquelle ils ont ensuite nettoyé leurs lances et leurs épées et poli leur armure, mais ils l'ont joué avec des dés. Les évangiles synoptiques se limitent à raconter que les soldats tirèrent au sort son vêtement [cf.. Mont 27,35; Mc 15,24; Lc 23,34], tandis que le bienheureux évangéliste Jean hésite à expliquer la valeur et la valeur de ce vêtement: "Maintenant, cette tunique était sans couture, tissé en une seule pièce de haut en bas. Alors ils se sont dit: « Ne le déchirons pas, mais nous tirons au sort à qui appartient le tour"» [Gv 19, 23-24]. Tout cela parce qu'une pièce d'une telle qualité et d'une telle valeur, il ne pouvait certainement pas être ruiné.

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Parmi les douze apôtres - comme nous l'avons dit plus tôt - il y avait aussi un caissier, une sorte de précurseur du président de l'APSA (Administration du Patrimoine du Siège Apostolique). Cependant, cet administrateur primitif n'était pas un gentleman, il s'appelait Judas Iscariot et il était un sujet dont il fallait se méfier, pas tellement quand il parlait des pauvres, prétendant qu'ils se souciaient tellement; il fallait se méfier de lui surtout quand il faisait des bisous [cf.. Mont 26,47-56; Mc 14,43-52; Lc 22,47-53].

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Le corps du Seigneur mort a été enveloppé de lin précieux et placé dans un beau tombeau neuf fourni par un homme riche qui était devenu un disciple du Christ: Joseph d'Arimathie [cf.. Mont. 27, 57-60]. Alors Jésus, faire l'idée, il n'a pas été enterré dans une fosse commune ou dans une modeste niche aux frais de la municipalité de Jérusalem, mais dans ce qui serait aujourd'hui à tous égards l'élégante chapelle sépulcrale d'une famille de très haut rang.

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Une explication séparée mérite la même peine que la crucifixion et les méthodes adoptées. En effet, cela arrivait souvent, sans parler de la pratique, que les bourreaux, pour alléger les souffrances du condamné et hâter sa mort, il faut lui briser les jambes et les bras pour hâter sa mort qui s'est ainsi produite par suffocation. Une fois les cadavres placés sur les croix, les corps ont suivi ce sort: ou ils ont été attrapés et jetés dans une grande fosse commune, ou ils ont été taillés en pièces avec des haches.

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Comment venir, le Saint Corps du Christ Seigneur ce destin n'a pas suivi, ou plutôt cette pratique, après sa crucifixion sur le Golgotha? Le même nom que cette sombre colline, elle englobe à la fois son histoire et sa signification. Un mot d'origine araméenne, le lieu s'appelle en grec ολγοϑᾶ et en latin Golgotha, signifie littéralement "lieu du crâne", ou le "crâne", en raison de la présence de crânes et d'ossements ossifiés éparpillés sur le sol. Les cadavres ont en effet été jetés, entier ou en morceaux, dans des fosses pas toujours profondes, avec pour conséquence que les différents animaux présents dans la zone ont souvent déterré puis éparpillé les restes de corps humains autour. Mais ce destin, qui était la pratique habituelle, au lieu de cela, ce n'était pas le tour de Christ le Seigneur, dont le corps a été descendu de la croix, collecté, lavé, oint d'huiles et d'essences précieuses, enfin enveloppé d'un linceul tout aussi précieux. Evidemment Jésus de Nazareth, pourtant condamné à cet horrible châtiment, il n'était pas exactement l'un des nombreux ordinaires condamnés, donc son corps et les soins de celui-ci ont suivi un destin complètement différent. Et ces différents destins dénotent qu'il n'était pas exactement un pauvre homme, ni un forçat ordinaire entouré d'autant de pauvres, comme les nombreux bagnards pour lesquels les mêmes membres de la famille n'ont même pas osé aller demander les corps pour une sépulture digne, aussi parce qu'ils auraient dû donner un pourboire généreux aux soldats romains. Certains parents pauvres des morts crucifiés ont tenté de voler leurs corps la nuit, avec le risque de se retrouver soumis à de lourdes sanctions en cas de découverte. Cela dit, je ne veux pas faire d'hypothèses qui pourraient même faire scandale chez certains. Mais, posé ces locaux, J'ai une simple question douteuse: ce n'est autre que Joseph d'Arimathie, indiqué par les saints évangiles eux-mêmes comme « riche » [cf.. Mont 27, 57-61] aller en plein jour demander le Corps de Notre-Seigneur Jésus-Christ, des soldats romains, il ne s'est pas exactement présenté les mains vides pour prendre le corps et les a remerciés pour leur sensibilité et leur compréhension?

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Quelques jours plus tard, devant la pierre renversée du sépulcre du Christ ressuscité, les Capos del Popolo ont invité les soldats romains qui gardaient le tombeau à mentir. Pour les inciter à le faire, ils leur ont donné une bonne somme d'argent [cf.. Mont 28, 12-14]. Ce thème auquel j'ai consacré une leçon vidéo à laquelle je me réfère [voir la vidéo QUI]. Comment venir, les chefs du peuple, ils n'ont pas simplement dit aux Romains: « Chers soldats, sois gentil et fais nous cette faveur, dis ça..."? Ils n'ont rien fait de tout cela pour le simple fait que dans l'ancienne Judée où tout se vendait, a été acheté et échangé, les romains qui s'étaient parfaitement installés et intégrés à la culture et aux manières de faire du lieu, gratuitement ils n'ont rien fait, même pas tuer rapidement, car même une lance "miséricordieuse" pour soulager la souffrance d'un condamné avait un prix à payer.

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Le Saint Evangile de la Nativité et celui de la Passion de Notre-Seigneur Jésus-Christ, ils ne racontent pas du tout la naissance d'un pauvre homme ni la mort et l'enterrement d'un homme tout aussi pauvre. Et nous tous, être de fidèles dévots, les deux personnes qui sont aussi infidèles et non-croyants, sur la base de ce qu'on appelle l'honnêteté intellectuelle, nous devons nous en tenir aux récits historiques des saints évangiles, qui n'ont rien à voir avec les exégèses idéologiques plus ou moins audacieuses.

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Si nous n'entrons pas dans ce style de pensée nous ne pouvons pas comprendre certains passages des Saints Evangiles, mais nous ne pouvons que les tordre, par conséquent sale et les déforme. Lorsque, en fait, Sermon sur la montagne, Le Christ Seigneur annonce les Béatitudes [cf.. Mont 5, 1-16], sa référence aux pauvres n'est pas un sec et lapidaire "Heureux les pauvres", comme le murmurait le cardinal Claudio Hummes lors du dernier conclave, ou comme depuis neuf ans nous avons malheureusement entendu énoncer des chaires de plus en plus pauvres en foi de nos églises, avec des diatribes homilétiques focalisées de manière obsessionnelle sur les immigrants et les réfugiés. La Parole de Dieu n'a jamais prononcé cette phrase lapidaire, mais il a énoncé une expression beaucoup plus articulée: "Benis soient les simple d'esprits, car le royaume des cieux est à eux". Il ne fait aucune référence à la pauvreté matérielle, encore moins l'indiquer comme une vertu, plutôt que la pauvreté, la misère, ce ne sont pas des vertus cardinales, ce sont des malheurs dont s'en sortir et aider les autres à s'en sortir. Nous sommes invités à être pauvres "en esprit", c'est-à-dire entrer dans une disposition intérieure précise. En effet, être intérieurement pauvre, c'est d'abord être conscient de nos limites et de nos misères d'hommes nés avec la corruption du péché originel. Être pauvre en esprit, c'est reconnaître notre besoin libre et vital de dépendre de la grâce de Dieu le Père. Et le modèle par excellence de cette pauvreté synonyme d'humilité et de don d'amour inconditionnel, c'est le Christ Dieu qui, comme nous l'enseigne le bienheureux apôtre Paul, en dépit d'être riche, il est devenu pauvre pour nous:

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"Christ, alors qu'il est de la nature divine, Il n'a pas jugé le vol d'être égal avec Dieu, mais il se vide, prenant la forme d'un serviteur, en devenant semblable aux hommes. Il est apparu sous forme humaine, s'est humilié en devenant obéissant jusqu'à la mort et la mort sur une croix" [Fichier 2, 6-11].

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Dans les saints Evangiles, le Seigneur ne nous dit pas "Tu dois être pauvre", plutôt l'inverse: il nous exhorte en disant clairement «Soyez prudents et éloignez-vous de toute cupidité car, même si on est en abondance, sa vie ne dépend pas de ce qu'il possède" [cf.. Lc 12, 13-21]. Le sens intime des paroles du Seigneur est: ne vous inquiétez de rien, parce que ça vaut le coup de s'inquiéter, mais il est bon de s'en préoccuper tout compris comme christocentrisme cosmique, d'être présent projeté vers un avenir éternel devenant, certainement pas pour rien.

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Les biens matériels sont nécessaires et ils peuvent être très utiles pour les transformer en bien collectif de diverses manières. Investir dans les études, par exemple, ou dans certaines études d'une manière particulière, Il est très cher, mais grâce à l'utilisation de grosses sommes d'argent certains hommes talentueux sont devenus des chirurgiens qui ont alors inventé de nouvelles techniques opératoires, d'autres des scientifiques qui ont découvert de nouvelles molécules ou créé de nouveaux vaccins. Et tout cela a été possible grâce à cet instrument appelé argent, à travers lequel - certains disent - le monde se déplace. Supposons également que l'argent déplace le monde, l'important est que son mouvement ne fasse pas de l'homme un esclave pris au piège et incapable de voir au-delà de la matière, quelque chose d'inacceptable pour nous chrétiens qui, dans la profession de foi, proclamons notre croyance trinitaire en l'éternité: "Et expecto resurrectionem mortuorum, et vitam venturi saeculi".

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Dans les pages des Saints Evangiles, plus qu'une invitation à une pauvreté surréaliste, ou pire à une pauvreté idéologique, le Seigneur nous invite à faire un usage sain et généreux des richesses, les utiliser pour le meilleur développement de nous-mêmes et pour le bien des autres, par exemple à travers ces mécanismes de flux monétaires qui créent des emplois et du bien-être collectif. Tout cela avec tout le respect que je dois aux grands requins du pire capitalisme libéral sauvage, qui affirment que «l'Église doit être pauvre», tandis que l'Africain pauvre hors UE a besoin d'un Cuba Libre au bord de leur piscine à la mémoire de Fidel Castro, dans la douce mémoire d'Ernesto Guevara a dit Che, aussi connu sous le nom Le cochon, c'est-à-dire le cochon, c'était notoirement sale à l'intérieur comme à l'extérieur. Sinon, à ceux animés par l'égoïsme qui ne pensent qu'à remplir leurs granges et se disent alors: "Relaxer, mange, boire et s'amuser et se faire plaisir » [Lc 12, 19]. Le Seigneur se souvient: "Prudent, vous qui accumulez des trésors uniquement pour vous-même et ne vous souciez pas de vous enrichir en présence de Dieu" [Lc 12, 21].

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La richesse et le bien-être ne sont pas mauvais, plutôt l'inverse, ils peuvent être des sources de grand bien et en tant que tels servir à créer de la richesse et un bien-être supérieur. Le matériel signifie, commencer par l'argent, ils ont toujours été des outils utiles, indispensable pour la proclamation même de la Parole de Dieu et pour l'évangélisation. Les Douze eux-mêmes, qui a quitté sa famille, maison et travail pour se consacrer à l'apostolat, ils avaient des moyens de subsistance. Leur mission apostolique était soutenue par de fidèles bienfaiteurs et de très riches veuves. Faisons donc en sorte que la richesse puisse vraiment produire de la vraie richesse, pour nous et pour le bien des autres, pour que tout ne soit pas que "vanité des vanités", comme l'exhorte Qohelet en ouvrant son discours par une invective contre la vanité [cf.. q 1,3].

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Nous ne devrions pas souhaiter ou prier créer une « Église pauvre pour les pauvres » [cf.. QUI]. L'Église appartient à tous, des pauvres et des riches et tous sont appelés au salut. Aussi parce qu'il n'est écrit dans aucune page des saints évangiles que pauvre est bon et que riche est mauvais. Il y a des pauvres doués de méchanceté et d'une méchanceté épouvantable, comme il y a des gens riches qui vivent avec beaucoup de respect pour leur prochain, surtout pour les moins nantis. Et souvent, ce n'est qu'après la mort de plusieurs d'entre eux que l'on a su à quel point ils faisaient de la charité et combien de familles ils aidaient dans la clandestinité totale.. De même qu'il y a des pauvres capables de se priver du nécessaire pour rendre gloire à Dieu, pensez au récit évangélique de la pauvre veuve qui jette les deux seules pièces qu'elle possédait dans le trésor du temple [cf.. Mont 12, 41-44]. C'est pourquoi j'ai toujours prié et continuerai de prier, non pour une « Église pauvre pour les pauvres » idéologique., mais pour une Église d'hommes et de femmes riches dans la foi, laissant le suprême aux autres idéologie des pauvres, qui n'a jamais constitué une vérité, encore moins un dogme de la sainte foi catholique. A supposer cependant que le premier à ne pas être né de deux pauvres, ne pas avoir mal vécu, ne pas avoir mal mangé, ne pas s'être habillé comme un pauvre, finalement même pas être enterré comme un pauvre, c'était vraiment Notre Seigneur Jésus-Christ. Et celui qui vous dit le contraire vous parle d'un Christ tout à fait différent de celui décrit dans les Saints Evangiles, donc il vous annonce un faux Christ historique, un Christ qui n'a jamais existé et ne pourrait même pas exister. Donc, qui par ignorance due à la méconnaissance totale des Saints Evangiles, csalut par pure ignorance, qui pour l'anticléricalisme vulgaire, qui par idéologie ou par plaisir clérical parle d'un pauvre Jésus réduit à un enfant-fleur sans le sou, annonce un faux Christ qui n'a jamais existé et ne correspond pas aux chroniques historiques racontées et transmises par les évangélistes.

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Christ est absent, vérité et vie [Voir. Gv 14, 6], c'est dans son absolu et sa totalité. Le Christ ne peut être réduit à un prétexte pour légitimer notre chemin et nos vérités douteuses, conduire enfin le troupeau qui nous est confié à paître par le Divin Pasteur vers un chemin différent de celui donné et offert par le Suprême Donneur de vie. Car dans ce cas le tollé nous pèsera:

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« Malheur aux bergers qui détruisent et dispersent le troupeau de mon pâturage ». C'est pourquoi dit le Seigneur, Dieu d'Israël, contre les bergers qui doivent paître mon peuple: « Vous avez dispersé mes brebis, et vous les avez chassés et pas vous inquiet; voici, je m'occuperai de toi et de la méchanceté de tes actions. Oracle du Seigneur. Je rassemblerai moi-même le reste de mes moutons de toutes les régions où je les laisserai conduire et les ramènerai à leurs pâturages; ils seront féconds et multipliez. Je leur donnerai des bergers qui les feront paître, ils ne craignent pas plus, ni être consternés; d'entre eux n'a pas manqué même » [Allemagne 23, 1-4].

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Et sur nous que les moutons nous les avons dispersés, parce qu'ils s'engagent à imposer les idéologies de notre "moi" plutôt que les vérités de Dieu, la condamnation pèsera sur le "serviteur fainéant"., alors nous serons « jetés dans les ténèbres, où il y aura des pleurs et des grincements de dents" [Mont 25, 30].

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A la fois pour évangéliser et pour aider les pauvres l'Eglise a besoin des riches, dont beaucoup ont souvent été généreux dans la même mesure qu'ils ont voyagé loin à travers tous les pires péchés capitaux. Sans l'argent des riches, l'Église n'aurait jamais pu aider les pauvres. C'est pourquoi l'Église a accumulé des biens, essayer avec le temps de les augmenter et de les utiliser à bon escient en les faisant payer. N'en déplaise à ce que l'on pourrait définir comme les soi-disant "bienfaiteurs de la propriété" qui tonnent: « L'Église doit vendre ses biens et les donner aux pauvres ». Ce serait une bonne idée. Mais, voyager un jour dans le sud-est de la Sicile et parler à un sage fermier qui élevait des vaches - et qui, accessoirement, gagnait en une semaine ce qu'un haut fonctionnaire de banque gagnait en un mois -, J'ai compris à ses paroles acerbes que faire une telle chose serait assez nocif, surtout pour les pauvres. En fait, si nous prenons une vache et l'abattons - dit le sage fermier -, donner de la viande rôtie aux pauvres à manger pendant une semaine, quand alors les pauvres viennent demander du lait, nous devrons répondre qu'il n'y a pas de lait parce qu'ils ont mangé la vache. Mais, le dépecer et l'offrir comme nourriture, nous aurions fait un geste de "générosité" et de "donation absolue" extraordinaire. Un de ces gestes que les gens aiment tant hippies des gauches chic radical. Pour qu'on envoie les pauvres frapper aux portes de leurs supers penthouses à Parioli, ou celles de leurs villas à Capalbio, où vous pouvez même les trouver si vous voulez 24.000 euros à l'intérieur de la niche du chien, comme c'est arrivé à la sénatrice Monica Cirinnà. Rapidement défendu par Groupe d'édition La Repubblica-L'Espresso [cf.. QUI] qui complété par un décret de dépôt du tribunal compétent de Grosseto explique combien l'intéressé était un étranger. Le même hebdomadaire Expresso qui au fil des ans a traité l'Église catholique dans plusieurs rapports comme quelque chose entre une mafia et une association criminelle [cf.. QUI, QUI, QUI, etc…]. Et lorsque leurs enquêtes se sont révélées fausses et que les données sont fausses ou déformées, personne n'a jamais expliqué à quel point nous n'étions pas liés à certaines allégations, parce que nous ne sommes pas membres de la gauche chic radical et pourquoi ne s'appelle-t-on pas Monica Cirinnà. C'est pourquoi les niches de l'Église pour Expresso ils puent toujours a priori, même lorsqu'ils sentent la lavande et la fleur d'oranger et ne contiennent pas d'argent d'origine mystérieuse laissé sous la garde du chien.

de l'île de Patmos, 15 novembre

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L'avortement, c'est comme payer un tueur à gages pour tuer un innocent. L'avortement restera toujours l'échec de l'homme moderne. La 194 c'est une loi qui cherche à concilier des contraires irréconciliables

L'AVORTEMENT, C'EST COMME PAYER UN MEURTRE POUR TUER UN INNOCENT. L'AVORTEMENT RESTERA TOUJOURS LA FAILLITE DE L'HOMME MODERNE. LA 194 È UNA LEGGE CHE VUOLE CONCILIARE OPPOSTI INCONCILIABILI

Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 c'est une loi imparfaite, mais digne d'un pays civilisé. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli.

- Nouvelles de l'Église -

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Auteur
Ivano Liguori, ofm. Cap.

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se l’aborto è un «diritto sacrosanto» e una «grande conquista sociale», allora le persone abbiano il coraggio e la coerenza di guardare in faccia il “sacré” la “saint” et le “grande réussite sociale”, senza invocare la censura definendo certe immagini dure e crude. Perché l’aborto è questo, duro e crudo: l’uccisione di un essere umano.

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Con l’insediamento del nuovo governo a trazione centro-destra, il «civilissimo» tema sul diritto all’aborto è stato riproposto con vigore ed enfasi. Usato come detonatore per far scoppiare la rivolta contro i conservatori, le sentinelle dei diritti, mettono ora in guardia l’Italia dal pericolo fascista e chiesastico (leggasi tra le righe Meloni, La Russa e Fontana) nei confronti di una Legge, la 194/1978, che secondo loro correrebbe il rischio di scomparire così come già accaduto per l’Ungheria e la Polonia, paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è fortemente scoraggiata.

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Ma come stanno veramente le cose? Siamo veramente di fronte a un pericolo democratico? O forse più prosaicamente stiamo ripercorrendo le orme di una ideologia fallimentare che puzzava di vecchio già più di quarant’anni fa? Andiamo con ordine, desidero anzitutto contribuire all’argomento con alcune considerazioni in merito, sia come cattolico che come sacerdote che ha trascorso anni della propria vita a prestare servizio in un grande polo ospedaliero, ed esprimere così qualche consiglio ― non richiesto ― all’indirizzo del nuovo governo che ha la grande opportunità di accompagnare oggi i cittadini alla riflessione del reale.

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Mai come in questo momento storico c’è bisogno di consapevolezza del reale e senso di realtà per capire che qualunque politica può gestire solo cose semplici, anche se vaste e delicate come l’amministrazione di una nazione. Quando la politica pretende di interferire con la natura dell’uomo, con la sua dignità e sacralità, fino alla pretesa del superamento ontologico ― ossia quell’oltre-uomo dionisiaco, libero dalle catene dei valori etici e normativi ― si sperimentano puntualmente i disastri.

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Il miglioramento degli esseri umani non è stabilito dalla politica ma dall’accettazione di obiettivi alti e impegnativi. L’esperienza del sacro, de la vérité, del bello e del buono sono principi imprescindibili e inalienabili per restare umani, valori conosciuti anche dai nostri padri greci e latini e che il Cristianesimo ha raccolto attribuendoli al Dio della rivelazione come Ente Supremo da cui scaturisce ogni bene. Tra gli obiettivi alti e impegnativi che la vita ci offre possiamo certamente annoverare la custodia della vita umana. La vita non è una res da plasmare a piacere, un campione di materia primitiva inerme svuotata di qualsiasi riflesso superiore e spirituale. La vita umana è sacra, toujours, dal suo sorgere fino al suo naturale declino. Nel momento in cui ci avviciniamo alla reificazione della vita dobbiamo essere consapevoli di avvicinarci a un processo altamente pericoloso che conduce a quel transumanesimo che ha fatto dell’aborto il suo frutto più violento, rivendicato con orgoglio, J'ose dire du mal, come «diritto della civiltà» e come «grande conquista sociale».

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Anzitutto partiamo da un’evidenza: fa comodo a tutti oggi non considerare la Droit 194 nella sua vera essenza, in quell’humus culturale e politico in cui fu scritta e pensata alquanto male dal legislatore. Sorvoliamo sul fatto che questa legge fu sottoscritta da sei politici appartenenti alla Democrazia Cristiana: un presidente della Repubblica, un presidente del Consiglio dei ministri e quattro ministri. Costoro si rifiutarono di ascoltare la voce della coscienza per addivenire a un provvedimento di legge più giusto e tutelativo preferendo un stratagème clericale che solo delle vecchie volpi democristiane avrebbero potuto escogitare. Come propugnatori di valori cristiani, ma molto di più come uomini di Stato, avrebbero dovuto esercitare un sano principio di laicità (da non confondere con il laicismo) che avrebbe permesso loro di considerare prioritaria la difesa della vita integralmente intesa, salvaguardando le fondamenta di una civiltà moderna e democratica. E qui ricordiamo per inciso la vicenda del Re del Belgio Baldovino I que dans 1990 si rifiutò, per questioni di coscienza, di apporre la propria firma sulla legge che rendeva legale l’aborto, al punto da abdicare il trono per due giorni [voir QUI, QUI]. Mais d'autre part, questo Sovrano, non era un baciapile democristiano ma un autentico cristiano.

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È la nostra storia europea, quella per intenderci che inizia con San Benedetto da Norcia e i suoi monaci, che ci dice come un’autentica civiltà democratica moderna si caratterizza per l’accudimento dei suoi membri ― dal concepimento fino alla morte ― tutelando soprattutto la vita dei debole, dei poveri, degli indifesi e degli infermi, senza incorrere in quella schizofrenia ideologica che arriva a riconoscere tutti i diritti come uguali, salvo poi sbraitare che alcuni diritti sono più uguali di altri.

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Per i sostenitori della legge 194, di ieri come di oggi, la principale arringa difensiva consiste nel ribadire come un mantra la rapport fondamentale con cui fu portata avanti La legge, quella cioè di impedire la pratica dell’aborto clandestino alle classi più povere che non potevano permettersi un viaggio a Londra o a Lugano per sbarazzarsi del nascituro in tutta riservatezza e pulizia. Legge che, nell’intenzione dei più smaliziati, non voleva certo concedere alle donne l’aborto selvaggio ma solo fare fronte a un’emergenza medica e sociale che a quel tempo si praticava in scantinati malsani e ambulatori improvvisati, con il fondato rischio e pericolo per la salute delle donne che si sottoponevano a tali interventi. Bisogna però ribadire che questo ragionamento è falso perché costituisce solo una verità parziale, un buon cavallo di Troia che consente di raggiungere il vero obiettivo che è quello di normalizzare l’aborto, quindi l’uccisione del feto, come processo di un compromesso terapeutico.

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Ricordiamo ai più giovani uno dei metodi di aborto più in voga alla fine degli anni Settanta, il cosiddetto metodo Karman, sponsorizzato degli attivisti del CISA (Centro Informazioni Sterilizzazione e Aborto) fondato da Emma Bonino e soci. Metodo che è diventato iconico perché documentato da una foto che ritrae proprio Emma Bonino in atto di praticare l’aborto con il metodo Karman. Foto che poi venne utilizzata per scopi propagandistici sia dal Partito Radicale e da +Europa per portare avanti le «idee di civiltà» di una grande italiana di oggi [cf.. QUI]. Accanto all’intenzione dei puri di creare un provvedimento giuridico che limitasse i danni della pratica dell’aborto clandestino, bisogna considerare molto più seriamente la linea di pensiero che vi è sottesa in questa legge e che rappresenta la vera culla ideologica nella quale la 194 ha trovato una giustificazione politica, sociale e successivamente referendaria.

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Dieci anni prima dell’uscita della Legge, esattamente nel 1968, tutti avevano assistito a quel grande inganno per la gioventù che riguardava la libertà e l’autodeterminazione sessuale considerata oramai come un’emergenza della modernità. En fait, quand le pensiero sessantottino spargeva i suoi errori all’interno dei licei e delle università, propugnava anche con orgoglio e convinzione il diritto all’uso della propria corporeità in modalità multitasking. Non ci fu però in quei giovani l’accoglimento di altrettanti doveri che, a fronte di una autodeterminazione sessuale, sarebbero dovuti scaturire. En d'autres termes, si difendeva ad oltranza il diritto di fare l’amore con chiunque e dovunque, senza peraltro riconoscersi responsabili per quel concepimento che da quell’atto fisico ne sarebbe scaturito. La donna veniva guidata da una libertà positiva che non accettava limitazioni e controlli, fino al punto di negare la libertà al nascituro di venire al mondo e limitare fortemente il coinvolgimento del padre biologico che finiva per essere uno spettatore, un mero cooperatore alla copula. Così si continuò a portare avanti una politica fatta di diritti ― sessuali e non ― a suon di slogan e di parole surreali che fu la causa di numerose gravidanze non desiderate, ma soprattutto di una mentalità ipocrita che si imponeva repentina nella mente delle nuove generazioni: «io posso fare quello che voglio, il corpo è il mio e di nessun altro, l’utero è mio e comando io».

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Con l’arrivo di tante gravidanze indesiderate, subentrava il problema concreto di dover rispondere in qualche modo del frutto dei numerosi concepimenti. Questo avveniva in due modi: o attraverso l’invio dei bambini agli orfanotrofi ― chiusi in Italia con la Legge del 28 mars 2001 ― o con il ricorso all’aborto. E certamente non tutte queste gravidanze interrotte, environ 6 milioni e più di aborti dal 1978 à ce jour, erano feti malformati o aborti spontanei. Malheureusement, encore aujourd'hui, i puri predicatori dei diritti si dimenticano troppo frequentemente di predicare anche i doveri che sono immancabilmente scaricati sulle spalle degli altri, prima fra tutte la Chiesa Cattolica che per lungo tempo si è fatta carico della tutela dei piccoli figli non voluti, da qui nascono per esempio i cognomi di Proietti, Esposito, Diotallevi, Sperandio, Trovati, Incerti, Innocenti etc …

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La Legge 194 ha prometeicamente tentato di arginare la disdicevole e pericolosa pratica dell’aborto clandestino senza però mai riuscirci veramente, a ben considerare che in Italia sussistono ancora tra i 10.000 e je 13.000 casi di aborti clandestini l’anno. Peggio del peggio, questa Legge non ha saputo creare una cultura dell’accudimento nei confronti delle donne con cui poter valorizzare la vita come realtà discriminate e difendere quella vocazione alla vita che fiorisce proprio nel naturale compito di genitrice. Ciò avrebbe consentito alle donne di maturare una loro responsabilità sociale a partire dalla loro identità più vera, unita a quel dovere di maternità che si esprime anzitutto portando a termine una gravidanza, indipendentemente dal fatto che si voglia riconoscere o meno il nascituro o affidarlo ad altre famiglie che possano accudirlo con amore. Questi gli interventi per poter esercitare una vera maternità responsabile, così come la Chiesa Cattolica continua a proporre attraverso il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Qualcuno ha orgogliosamente affermato que le 194 c'est une loi imparfaite, mais digne d'un pays civilisé. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli. Non è una legge di civiltà perché non esiste nessuna civiltà moderna che possa giustificare l’infanticidio come un diritto inviolabile dell’uomo o della donna [cf.. art. 2 Costituzione Italiana e Dichiarazione Universale dei diritti umani]. A questo proposito è bene soffermarci sui paragrafi 4 e 5 de la loi 194 che rappresentano l’anello debole tra due posizioni chiaramente inconciliabili: il paragrafo 4 vede la prosecuzione della gravidanza come

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«un pericolo per la sua salute fisica o psichica [della donna], in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito»;

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e il paragrafo 5 che cerca delle soluzioni per

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«aiutare [la donna] a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, e metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenerla, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

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Quest’ultimo paragrafo è del tutto insignificante e male applicato allo stato della questione. Fino a oggi la 194 è ritenuta da tutti la legge dell’aborto e per l’aborto. Quella legge che permette di dare la morte a un innocente quando la madre non ha un reddito sufficiente, quando è stata abbandonata, quando qualcuno si è dimostrato contrario al prosieguo della gravidanza, quando per via dell’età si è troppo giovani per diventare madre, quando il tempo o il modo per mettere al mondo un figlio non è reputato adatto, quando il nascituro non è esteticamente perfetto. Spesso l’ideologia femminista ha contribuito a mortificare ogni dimostrazione di tutela per la donna incinta e per il nascituro, quasi che fosse più urgente lo scegliere di abortire anziché farsi aiutare durante il pre et le post gravidanza.

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Con l’insediamento del nuovo governo, la schizofrenia giuridica sui paragrafi 4 e 5 de la loi 194 sembra essere stata ripresa dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Con un disegno di legge ha pensato di potenziare l’aspetto della tutela della donna in gravidanza ma soprattutto del nascituro. Attraverso una manovra decisamente pro-vita si vuole tutelare la capacità giuridica del concepito fin dal seno della madre e sensibilizzare il Paese verso una cultura della vita istituendo una giornata dedicata alla vita nascente. Trovo queste proposte di legge molto sensate perché è necessario riaffermare che esiste solo un diritto da difendere che è quello alla vita. Dalla comprensione di questo, scaturiscono poi tutta una serie di altri interventi atti a favorire una vita dignitosa: politiche economiche, incremento del lavoro, potenziamento dell’istruzione e della cultura, politiche sanitarie focalizzate sul bene del malato. Se queste proposte dovessero trovare accoglimento, rappresenterebbero solo una piccola parte di quei timidi tentativi di focalizzare l’Italia, sempre più colpita dall’inverno demografico, verso una consapevolezza di tutela dell’uomo, un cammino di umanizzazione integrale e di accompagnamento della debolezza largamente intesa.

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Il miglior consiglio che mi sento di dare al nuovo governo è quello di investire subito in politiche familiari, sociali e sanitarie anti-avortement con prodigalità e determinazione, coinvolgendo quante più persone possibili. Al di là di quanto si possa pensare, la tutela della vita non è solo una questione di cattolici oscurantisti. Ci sono tante persone che pur non riconoscendosi dentro una fede sentono come necessità il lottare in difesa della vita umana, evidenziando quel cortocircuito culturale del courant dominant che pretende di tutelare tutte le forme di vita del pianeta, dal clima agli animali sino alle piante, rifiutandosi però di tutelare l’uomo fin dai suoi primi momenti di vita biologica nel seno materno.

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In tutto questo discorso non mancano editorialisti e opinionisti illuminati che hanno gridato allo scandalo fascista sulle proposte di legge del senatore Gasparri, proponendo la solita propaganda sull’autodeterminazione delle donne le quali, in quanto portatrici d’utero, non possono e non devono mai essere contraddette, non solo nei giorni del loro ciclo mestruale, ma soprattutto quando si presenta il diritto di scegliere sul proprio corpo e sulla propria salute. N'a pas d'importance, puis, se questo diritto nega a un neonato di venire alla luce e se il principio terapeutico salutista coincida nella pratica con la morte in grembo del concepito.

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Mi piace affermare che chi si fa portavoce di questi «civilissimi» diritti intoccabili è figlio di quella stessa intelligentsia violenta e manipolatrice che in questi giorni sta creando agitazione all’interno dell’università Sagesse di Roma per negare il diritto di parola e di confronto a chi la pensa diversamente. E dopo più di quarant’anni dalla legge 194 si sente l’esigenza di pensare altrimenti, prendere atto che prima della giusta obiezione di coscienza esiste un’obiezione di pensiero che è quella che permette di vedere la realtà per quella che è, chiamando le cose con il loro proprio nome. E qualora ci sentissimo dire che è civiltà l’interruzione terapeutica e volontaria di gravidanza possiamo fare la nostra decisa obiezione di pensiero e dire, usando le parole del Sommo Pontefice Francesco, che l’aborto è la pratica di chi vuole assoldare un sicario per mettere fine alla vita di un innocente [cf.. QUI].

Laconi, 9 novembre 2022

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Comment parler de la mort chrétienne dans une société qui rejette l'idée même de la mort?

COMMENT PARLER DE LA MORT CHRÉTIENNE DANS UNE SOCIÉTÉ QUI REJETTE LA MÊME IDÉE DE LA MORT?

La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, ou essayer de l'exorciser et de le faire tomber dans l'oubli, ne posez pas de questions et ne donnez pas de réponses, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena.

— Pastorale liturgica —

Auteur
Simone Pifizzi

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William-Adolphe Bouguereau, 1859. Il giorno dei morti. Musée des Beaux-Arts, Lione

I Padri dell’ultimo Concilio della Chiesa scrissero che «In fronte alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine» [cf.. La joie et l'espoir, 18]. La Solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Fedeli defunti ci viene offerta ogni anno come occasione per «contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre» e ricordare a ogni battezzato che verso questa patria comune «noi pellegrini sulla terra affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa dei membri eletti della Chiesa che il Signore ci ha dato come amici e modelli di vita» [cf.. Prefazio del 1° novembre].

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In genere molte persone, anche quelle poco praticanti, non mancano in questi giorni di fare memoria dei propri cari defunti, partecipando all’Eucaristia nelle Parrocchie e visitando i cimiteri. Con struggente affetto ricordiamo chi ci ha voluto bene, grati per quello che abbiamo ricevuto, desiderosi magari di perdonare e di essere perdonati. Molti sono i figli ormai non più giovani, semmai con figli adulti o persino nonni, che dinanzi alle tombe dei propri genitori riflettono su tanti momenti della loro vita, dicendo a sé stessi, ora con tenerezza ora con amarezza, talora anche con profondi sensi di colpa, che se fosse possibile tornare indietro avrebbero avuto altri atteggiamenti e comportamenti verso di loro.

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La morte non può che indurre a interrogare noi stessi perché ― come spesso mi capita di dire nelle celebrazioni esequiali ― niente è più certo che come questa vita l’abbiamo ricevuta un giorno la dovremo rendere. In modo sapiente un vecchio apologo inglese esprime come un bambino che emette il primo vagito, già comincia a invecchiare, per cui l’età che passa ― fossero anche pochi minuti, o un mese o un anno ― ti rende inesorabilmente vecchio. Per questo un bambino nato da un minuto è one minut old (un minuto più vecchio).

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Quando l’uomo trova la forza di fermarsi e pensare a sé stesso, sente come la morte non gli appartiene. Nous ressentons, nel nostro profondo più intimo, che noi siamo fatti per la vita. Ma non semplicemente per una vita eterna su questa terra, dove dovrebbe essere eternamente soggetto alle contraddizioni e ai limiti di questo mondo, oppure in una sorta di moderno highlander, costretto penosamente a separarsi da persone e situazioni care. Portiamo dentro il cuore un germe di eternità che insorge tutte le volte che ci troviamo di fronte al mistero della morte e a ciò che da essa deriva: maladie, sofferenza, timore che tutto finisca per sempre. La morte, bon à retenir: è una “invenzione” e conseguenza dell’agire dell’uomo. Dio ci creò immortali, non mortali soggetti come tali a decadenza fisica, invecchiamento e dolore, tutti elementi che entrano nella scena del mondo e nell’esperienza umana attraverso il peccato originale [cf.. Gén 3, 1-19], a causa del quale è stata consegnata all’intera umanità avvenire una natura corrotta. Il tutto frutto della libertà e del libero arbitrio che Dio donò all’uomo nel momento stesso della sua creazione [cf.. cf.. Gén 1, 26; Dt 7, 6].

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La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, ou essayer de l'exorciser et de le faire tomber dans l'oubli, ne posez pas de questions et ne donnez pas de réponses, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena. Dio ha chiamato e chiama l’uomo a stringersi a Lui con l’intera sua natura in una comunione perpetua con la sua vita divina. Jésus, Verbo incarnato, con la sua incarnazione, passion, morte e resurrezione ha completamente abbracciato la nostra natura umana; morendo ha vinto la morte e risorgendo ha ridato all’uomo la vita.

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La résurrection de Jésus è il nucleo centrale della fede cristiana. Chi vive e muore in Gesù partecipa alla sua morte per partecipare alla sua resurrezione, come recitiamo nella III Preghiera Eucaristica quando facciamo Mémoire de la personne décédée: "Il (n.d.r Cristo) trasfigurerà il nostro corpo mortale a immagine del Suo corpo glorioso». Il Verbo Incarnato nella preghiera sacerdotale rivolta al Padre prima di subire la passione chiede che «tutti quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» [Gv 17,24]. Per questo l’Apostolo Paolo afferma: «Certa è questa parola: se moriamo con Cristo, vivremo anche con lui» [2Tm 2, 11]. È in questo che consiste la novità e l’essenza della morte cristiana: con il Battesimo, il cristiano è “sacramentalmente” morto con Cristo, ed è già immesso in una vita nuova. Donc, la morte fisica, consuma il nostro morire con Cristo e compie definitivamente la nostra incorporazione a Lui. Le chrétien, pur sapendo che la morte rappresenta un passaggio anche doloroso (“doglie”) affronta l’inesorabile accorciarsi dei suoi giorni nella speranza, sapendo che Gesù ha vinto la morte, che Egli è quella luce del mondo simboleggiato anche dal cero pasquale posto davanti al feretro durante le esequie, il primogenito dei risorti, il Capo del Corpo che è la Chiesa [cf.. Col 1, 18] attraverso il quale la certezza della vita eterna raggiunge tutte le membra.

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La visione cristiana della morte è espressa in modo insuperabile nei gesti e nelle parole del Rito delle esequie e, en général, nei formulari della Santa Messa dei defunti. Tralasciando per ovvi motivi i testi, vogliamo sottolineare i riti liturgici, nei quali la Chiesa esprime la sua fede, ben sintetizzata dalle parole del primo prefazio dei defunti: «Ai tuoi fedeli, ô Seigneur, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

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Nel giorno delle esequie la Chiesa, dopo aver affidato a Dio i suoi figli, asperge i corpi con l’acqua benedetta. L’acqua è l’elemento primario e fondamentale perché ci sia la vita. Ci ricorda che noi siamo fatti per la vita. Ci ricorda il Battesimo nel quale siamo stati indissolubilmente uniti alla morte e risurrezione di Cristo e iscritto il nostro nome nel libro della vita. Dopo l’aspersione con l’acqua, il corpo del defunto viene incensato. L’incenso è usato nella liturgia per rendere onore a Dio e a ciò che lo significa. Oltre all’Eucaristia viene incensato anche l’altare, l’Evangelario, il celebrante, l’assemblea, le immagini sacre… Il corpo del defunto viene così onorato perché riconosciuto come “tempio dello Spirito Santo” e strumento di comunione con Dio e i fratelli.

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Il corpo dei fedeli defunti è infine affidato alla terra come seme di immortalità, sepolto in essa mentre attende la primavera senza fine alla fine dei tempi. A tal proposito trovo appropriate queste parole del Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, con la quali concludo:

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«Tutt’oggi i cimiteri sono un luogo in cui esercitare la fede pregando per i nostri cari. Un tempo stavano presso le chiese così che là, dove si faceva memoria di Gesù morto e risorto, si ricordavano anche i defunti e il loro ricordo rimandava a Gesù, Signore dei vivi e dei morti. Anche oggi la Chiesa consiglia la sepoltura come la forma più vicina alla nostra fede. Permette anche altre scelte, quali la cremazione, purché non sia fatta esplicitamente per negare la fede nella risurrezione finale. In tutti i casi chiede di conservare le ceneri nei cimiteri, non nelle proprie case e mai disperderle in natura negando un luogo preciso dove fare memoria insieme e dove la comunità cristiana può assicurare la preghiera costante. Possano queste festività darci quella luce e quel calore di cui abbiamo profondamente bisogno e rendere più leggero il passo per chi nella fede cammina verso il luogo della beatitudine e della pace, dove Dio sarà tutto in tutti».

Florence, 2 novembre 2022

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1 È Presbitero dell’Arcidiocesi di Firenze e specialista in sacra liturgia e storia della liturgia

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LAUDE AI MORTI

Inno liturgico popolare

Chiesa di Santa Maria della Misericordia, Lastra a Signa (Florence)

Ottavario dei Morti, novembre 2013

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Dei nostri fratelli,
afflitti e piangenti,
Signor delle genti:
pardon, la compassion.

Sommersi nel fuoco
di un carcere orrendo
ti gridan piangendo:
pardon, la compassion.

Se all’opere nostre
riguardi severo,
allor più non spero:
pardon, la compassion.

Ma il guardo benigno
se volgi alla croce,
ripete ogni voce:
pardon, la compassion.

Ai nostri fratelli
dai dunque riposo,
o Padre amoroso:
pardon, la compassion.

Finché dal quel fuoco
saranno risorti,
Signor dei tuoi morti:
pardon, la compassion.

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L'angélologue Marcello Stanzione arrache à nouveau Sainte Hildegarde de Bingen des griffes des chamans modernes

L’ANGELOLOGO MARCELLO STANZIONE STRAPPA NUOVAMENTE DALLE GRINFIE DEI MODERNI SCIAMANI SANTA ILDEGARDA DI BINGEN

 

Quella di Ildegarda è stata una figura straordinaria quanto poliedrica. Au cours de sa longue vie, elle a travaillé de la philosophie à la poésie en passant par la dramaturgie, dalla musica alla cosmologia alla erboristeria curativa. Ebbe il dono della profezia e della chiaroveggenza, fece studi sulla proprietà terapeutica delle gemme e delle pietre

— Libri e recensioni —

Auteur:
Jorge Facio Lynx
Président des Editions L'île de Patmos

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il nuovo libro di Marcello Stanzione su Ildegarda di Bingen (Edizioni il Cerchio, 2022). Per accedere al negozio librario cliccare sull’immagine

Il presbitero Marcello Stanzione, specialista in angelologia, è considerato uno dei massimi esperti europei sugli Angeli. Il suo lavoro di divulgazione dura da tre decenni e come Autore di decine di libri tradotti in più lingue, conferenziere e presenza televisiva ai programmi Rai, Mediaset e Sat2000, è stato sempre molto prezioso in questi tempi nei quali l’uomo, quando decide di abbandonare il vero cammino di fede e voltare le spalle a Dio e al mistero della Redenzione, lungi dall’emanciparsi finisce sempre per credere in tutto. A quel punto gli Angeli finiscono ridotti a figure che possono variare dai tarocchi alla nouvel Age, divenendo elementi di cui abusano fattucchiere e ufologi.

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Le sue attenzioni, le sue ricerche e pubblicazioni si sono incentrate anche su particolari figure di Santi e Sante che con gli Angeli hanno avuto uno stretto legame. Tra di loro Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), monaca benedettina beatificata nel 1324 e canonizzata nel 2012 dal Sommo Pontefice Benedetto XVI che la proclamò dottore della Chiesa. E qui sia concesso un inciso tra le righe: speriamo che dopo le recenti polemiche italiane circa la declinazione dei nomi maschili al femminile, dove a parere della Onorevole Laura Boldrini la prima presidente donna del Consiglio dei Ministri non andrebbe chiamata “Signor Presidente del Consiglio” o “Primo Ministro” ma “Presidentessa” e “Prima Ministra”, la stessa, o diversi dei suoi amici all’interno del disastrato mondo cattolico contemporaneo, non entrino anche in casa nostra a polemizzare e quindi a pretendere che Santa Ildegarda o Santa Caterina da Siena siano indicate da oggi in poi non più comedottorima come “dottoresse della Chiesa”.

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Quella di Doamna Ildegarda, com’erano chiamate ieri e come lo sono tutt’oggi le monache benedettine, è stata una figura straordinaria e poliedrica. Au cours de sa longue vie, elle a travaillé de la philosophie à la poésie en passant par la dramaturgie, dalla musica alla cosmologia alla erboristeria curativa. Ebbe il dono della profezia e della chiaroveggenza, fece studi sulla proprietà terapeutica delle gemme e delle pietre.

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Il va sans dire: l’opera di Marcello Stanzione, che a questa figura ha dedicato molte pubblicazioni [voir QUI], è stata particolarmente utile, anzi veramente indispensabile per strappare di mano questo titano di donna dalle grinfie di maghi, ufologi e seguaci delle nouvel Age. Ma perché no, anche da quelle di qualche prete squinternato, Malheureusement!

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Nel suo ultimo libro, scritto assieme a Elisa Giorgio, l’Autore parla delle proprietà curative delle erbe secondo gli studi, le ricerche e le ricette di Santa Ildegarda. Inutile ricordare che le erbe con proprietà curative sono usate da sempre in medicina e in farmacologia. È fatto noto e risaputo che al Santo Pontefice Giovanni Paolo II ammalato di morbo di Parkinson fu somministrata la papaya, che non lo guarì da quella malattia, ma gli dette buoni benefici.

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Ovvio che da un cancro non si guarisce né con le erbe né con la cosiddetta “medicina alternativa” e che è bene lasciarsi curare dagli oncologi e seguire con scrupolo le loro prescrizioni terapeutiche, non certo quelle di certi sciamani, Mais, proprio nell’ambito dell’oncologia e del trattamento dei malati terminali senza speranza, l’uso di sostanze naturali nei programmi palliativi per la cura del dolore è sempre più diffuso, incluse sostanze definite comunemente “droghe”, ma che in verità sono null’altro che erbe, a partire da quella solitamente chiamata marijuana, la quale altro non è che canapa indiana, una delle cui proprietà è di essere un potente ed efficace anti-infiammatorio, altrettante e benefiche sono le proprietà terapeutiche delle foglie di coca e delle piante di papavero da cui viene ricavato l’oppio.

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Con questo suo nuovo libro Marcello Stanzione offre e restituisce ai lettori la figura reale e straordinaria di una donna che è un gigante nella fede, nella scienza e in quella che oggi definiremmo come ricerca all’avanguardia.

 

De Isola Patmos, 30 octobre 2022

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