IL CASOFEDE & CULTURAE L’IMPORTANZA DI NON SEGUIRE UNA “TEOLOGIA DELLA EMOTIVITÀ” CHE SI OPPONE AL MAGISTERO DELLA CHIESA
La teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Si ces hypothèses sont manquantes, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.
È necessario anzitutto chiarire un punto di metodo:la teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Si ces hypothèses sont manquantes, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.
Il mio articolo avanzava una tesi precisa,articolata e verificabile (cf. Qui). Chiunque lo legga ed esamini poi il contenuto della replica del dott. Zenone, potrà constatare un dato oggettivo: le questioni da me sollevate non vengono affrontate nel loro merito, ma aggirate mediante uno spostamento del discorso su piani laterali, che non toccano l’argomentazione da me proposta, plutôt: neppure la sfiorano.
Chiunque può verificare che nel testo contestatoho esplicitamente chiarito di intervenire in qualità di sacerdote, pastore in cura d’anime, confessore e direttore spirituale. La replica del dott. Zenone richiama invece genericamente il diritto dei laici a esprimersi eludendo però il punto centrale, senza tenere conto che il discorso non verteva sul diritto di parola o di critica, ma sull’esperienza ecclesiale specifica dalla quale trae origine la riflessione: il Sacramento della Penitenza e la direzione spirituale, dove ad operare sono i presbiteri, non i laici. È da questa prassi concreta, non da una costruzione teorica astratta, che il mio intervento prende avvio e si struttura. E su questo piano specifico, la replica risulta semplicemente non pertinente.
L’argomento secondo cui l’aver avuto sei figlilascia sottintendere una sorta di competenza superiore a quella dei sacerdoti in ambito morale e pastorale rientra in una tipologia argomentativa ben nota, storicamente utilizzata da ambienti laicisti e anticlericali per delegittimare il magistero e la parola del clero su questioni familiari e relazionali. Riproporre tale schema non rafforza il discorso, ma ne rivela la debolezza metodologica.
Vi è poi un punto centrale,che non ammette ambiguità. Il dott. Zenone ha pubblicamente contestato più volte, con toni duri e irrispettosi, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede in relazione alla Nota dottrinaleMère des fidèles, concernente l’inopportunità dell’uso del titolo di “corredentrice” riferito alla Beata Vergine Maria. Maintenant, il fatto determinante è il seguente: quel documento, approvato dal Sommo Pontefice che ne ha ordinata la pubblicazione, rientra nel Magistero autentico della Chiesa. Questo dato, par lui-même, chiude il problema sul piano ecclesiale a ogni pretestuoso “diritto di critica”.
Replicare poi invocando la libertà di pensieroper respingere questo atto equivale a confondere deliberatamente il piano della ricerca teologica con quello dell’assenso dovuto al Magistero. La libertà teologica non autorizza la contestazione pubblica e sprezzante di un documento approvato dal Sommo Pontefice, né consente di porre sullo stesso piano opinioni personali e atti dell’autorità ecclesiale, salvo poi proclamarsi teologi, difensori della fede e formatori cattolici.
Il richiamo a santi, mystiqueso a singole affermazioni di Pontefici del passato non modifica questo quadro, perché la teologia cattolica ha sempre distinto:
– le espressioni devozionali o mistiche, che non vincolano ad alcun titolo la fede dei credenti;
– le affermazioni fatte dai Pontefici come dottori privati;
– gli atti del Magistero autentico, che richiedono invece adesione ecclesiale unita a filiale rispetto e devota obbedienza al Romano Pontefice e ai Vescovi.
È inoltre un dato storico incontestabileche San Giovanni Paolo II abbia sempre respinta la richiesta di definire il dogma di Maria corredentrice; che Benedetto XVI abbia evidenziato le difficoltà cristologiche poste dal termine stesso; che Francesco, così come infine Leone XIV, abbiano confermato tale orientamento, approvando la Nota dottrinale in questione. Di fronte a questo insieme coerente di dati, l’insistenza su citazioni isolate e decontestualizzate non costituisce argomentazione teologica, ma una selezione ideologica delle fonti, preceduta e accompagnata dalla loro manipolazione, previo approccio dilettantesco alla teologia e alla storia del dogma che sortisce, come effetto, quello di avvelenare le membra più semplici del Popolo di Dio, lo stesso che noi dobbiamo tutelare e proteggere per imperativo di coscienza, in quanto Sacerdoti di Cristo istituiti per insegnare, sanctifier et guider.
Applicando lo stesso criteriodi estrapolazione e manipolazione, si potrebbe contestare il dogma dell’Immacolata Concezione richiamando le riserve di San Tommaso d’Aquino, oppure rimettere in discussione l’attuale disciplina della Penitenza sulla base delle posizioni di Sant’Ambrogio e di San Gregorio Magno, maturate in un contesto storico radicalmente diverso, quando questo Sacramento non era ripetibile ed era amministrabile una sola volta nella vita e mai più. Sempre seguendo questa logica anti-teologica e anti-storica, si potrebbe smentire persino il Primo Concilio di Nicea, rifacendosi a ipotesi e opinioni espresse da diversi Santi Padri prima dell’anno 325.
È dunque immediatamente evidente l’inconsistenza di tale metodoche — tra santi e mistici, messaggi di Fatima e maldestre vite di Gesù romanzate da Maria Valtorta — ricondurrebbe il discorso nell’ambito del pietismo e del fideismo più desolante, realtà che nulla hanno a che spartire con la fede cattolica e con la speculazione teologica propriamente e scientificamente detta.
Dai video diffusi dal dott. Zenoneemerge un approccio non propriamente corretto e non pienamente ortodosso alla teologia fondamentale: si rilevano forme manifeste di ostilità nei confronti del Magistero della Chiesa; ci si erge a difensori della “vera fede” e della “vera tradizione”, che tali gruppi pretenderebbero di tutelare di fronte a un operato di Pontefici e Vescovi da loro ritenuto dottrinalmente discutibile; il tutto viene mascherato sotto il richiamo alla libertà di pensiero e di opinione, qui pourtant, En fait, si risolve in prese di posizione ideologiche.
Il quadro si completa— e qui concludo — con una serie di altri video “altamente formativi”, distinti e successivi rispetto a quello oggetto di questa mia risposta, che si commentano da sé. Per citarne uno soltanto, tra i molti, basti pensare ad affermazioni di inaudita gravità quali ad esempio: «L’eresia è peggiore della pedofilia»
Si tratta di un’affermazione priva di ogni criterio logico e teologico,fondata su un accostamento improprio tra delle realtà radicalmente differenti sul piano ontologico e morale. Sono paragoni che, se proposti da chi si presenta come teologo, pedagogo e formatore cattolico, non possono essere liquidati come semplici ingenuità espressive, ma rivelano una grave carenza di prudenza e discernimento metodologico sul piano pedagogico e teologico.
De Isola Patmos, 14 janvier 2026
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LE CHARME INSUPLIABLE EXERCIÉ SUR CERTAINS Laïcs PAR LA « THÉOLOGIE DU SOUS-VÊTEMENT »
Il est bon de rappeler à ces laïcs que d'un côté ils établissent "Jusqu'où aller?» selon le leur “pantalon théologie” et qui, de l'autre, sont les protagonistes du mépris public de l'autorité ecclésiastique légitime -, que la protestation systématique, public et méprisant le Magistère de l'Église constitue un péché bien plus grave, plus grave et plus objectivement désordonnée que la fragilité émotionnelle de deux jeunes vivant une relation hors mariage.
Chaque époque ecclésiale connaît ses propres déformations morales. L’une des plus récurrentes – car apparemment rassurante – est celle qui réduit la question du bien et du mal presque exclusivement à la sphère sexuelle.. Une réduction qui ne relève pas du sérieux moral, mais par une simplification aussi grossière que trompeuse qui finit par trahir ce qu'elle prétend défendre.
Dans le débat ecclésial contemporain, surtout dans certains milieux laïcs liés à une tradition indéterminée, Nous assistons à un phénomène à la fois curieux et inquiétant: l’émergence d’une sorte de « théologie du slip », dans lequel le mystère du mal se limite essentiellement à ce qui se passe - ou est présumé se produire - de la taille vers le bas. Tout le reste peut passer au second plan: charité blessée, la justice piétinée, la vérité manipulée, la conscience violée. L'important est que les sous-vêtements restent en place, qu'il soit réel ou symbolique.
Moralité et moralité ne sont pas la même chose, il est bon de clarifier cela immédiatement: ils ne coïncident pas, en fait, ils s'y opposent souvent. Le moralisme est une caricature de la morale, parce qu'il est basé sur des critères rigides, abstrait et sélectif, alors que la morale catholique est basée sur la charité, vertu théologale qui n'élimine pas la vérité, mais ça le rend habitable pour l'homme concret, fragile et pécheur.
Bigoterie, Le puritanisme dans le pire sens du terme et le moralisme obsessionnel sont des réalités bien connues, mais il faut dire honnêtement qu'ils naissent très rarement du ministère sacerdotal vécu de manière sainte.. Le plus souvent, ils prennent forme dans des environnements laïcs autoréférentiels, dans lequel le manque d'expérience pastorale réelle est compensé par une sécurité doctrinale aussi inflexible qu'abstraite.
Il ne s'agit pas de défendre une catégorie — celle des prêtres — mais pour constater un fait: des laïcs qui n'ont jamais écouté une conscience blessée, qui n'ont jamais accompagné un pénitent royal, qui n'ont jamais porté le poids de certaines orientations spirituelles délicates, ils possèdent à peine les outils nécessaires pour juger avec équilibre la complexité du péché humain. Malgré cela, ils se lancent dans des thèmes qui touchent les sphères les plus intimes et les plus délicates de l'âme humaine., souvent même de manière pédante, donnant ainsi aux laïcs une image bizarre de la catholicité et augmentant leurs préjugés et jugements négatifs sur l'Église catholique.
La hiérarchie des péchés est une vérité souvent oubliée. La tradition morale catholique a toujours enseigné que tous les péchés n'ont pas le même poids.. Il existe une hiérarchie objective du mal, basé sur la gravité de la matière, sur l'intentionnalité et les conséquences. Et dans cette hiérarchie, péchés contre la charité, la justice et la vérité occupent une place bien plus élevée que de nombreux péchés liés à la sphère sexuelle.
et pourtant, pour les amoureux de la "théologie du slip", cette distinction semble insupportable. Mieux vaut un péché grave contre la charité, à condition d'être bien habillé, qu'une fragilité humaine vécue dans la lutte et la honte. Mieux vaut une hypocrisie respectable qu'une vérité fatigante. Comme ça, ce qui devrait scandaliser : la haine, le mensonge, l'abus de pouvoir, la manipulation des consciences — est relativisée, tandis que ce qui concerne l'intimité des gens devient le domaine privilégié de la surveillance obsessionnelle, tout cela est typique – je le répète – de certains laïcs sectaires, pas des prêtres.
La « théologie des sous-vêtements » est une obsession qui en dit souvent plus sur ceux qui jugent que sur ceux qui sont jugés. L'obsession maniaque des chambres, tu as des pouces, aux postures et aux intentions présumées révèle une difficulté profonde à habiter son propre monde intérieur. Il est plus facile de mesurer le péché des autres avec la balance de l'orfèvre que de s'occuper de sa propre conscience.. Le prêtre, au lieu, quand il exerce sérieusement son ministère, cela part d'une hypothèse élémentaire et tout sauf théorique: nous sommes tous des pécheurs, nous sommes les premiers appelés à absoudre les péchés. C'est cette conscience qui génère la miséricorde, pas de laxisme; compréhension, pas de relativisme. La miséricorde chrétienne ne naît pas d'une minimisation du péché, mais de la vraie connaissance de l'homme.
Ce n'est pas un hasard si l'Évangile réserve des paroles très dures pas tellement pour manifester les pécheurs, quant à ceux qui transforment la loi en instrument d'oppression. Cet avertissement de Jésus, souvent oublié par les moralistes profanes professionnels, reste d’une actualité déconcertante:
« Malheur à toi aussi, avocats!, qui chargent les hommes de fardeaux insupportables, et les poids vous ne touchez pas avec un doigt!» (Lc 11,46).
C'est devant ce mot que toute « théologie de sous-vêtements » facile ça devrait s'effondrer. Parce que le problème n'est pas la défense de la moralité, mais l'utilisation perverse de la moralité comme instrument de contrôle, d'auto-absolution et de supériorité spirituelle.
Une morale qui perd contact avec la charité devient une idéologie. Une morale qui sélectionne les péchés en fonction de son obsession cesse d'être chrétienne. Une morale qui ignore la hiérarchie du mal finit par protéger les péchés les plus graves et persécuter les plus visibles..
La « théologie des sous-vêtements » n’est pas un signe de fidélité à la doctrine, mais d'une profonde incompréhension de l'Évangile. Il ne défend pas la morale catholique: il la trompe. E, paradoxalement, il rend un terrible service à l’Église même qu’il prétend vouloir sauver.
Pour conclure avec un exemple concret vraiment incarné: ces derniers jours, j'ai eu l'occasion d'éprouver la douleur d'un homme qui se sentait trahi et abandonné par un autre homme qu'il avait aimé - et continuait d'aimer - avec qui il avait entamé une relation qui avait ensuite été brusquement interrompue. Une vraie douleur, lacérer, qui n'avait pas besoin de leçons, mais en écoutant. J'ai peut-être porté des jugements moraux? Peut-être ai-je dressé une liste de défauts ou mesuré ce rapport à l'échelle de la morale abstraite? Absolument pas. Ma tâche sacerdotale, à ce moment, il accueillait une âme blessée, recueillir la douleur, aidez-la - autant que possible - à ne pas succomber au poids de la déception et de l'abandon.
Je ne peux pas imaginer quelle "leçon sur la pureté" aurait reçu cet homme s'il s'était tourné vers certains dirigeants laïcs zélés qui, avec un air souriant et un langage brillant, ils se proposent même comme formateurs catholiques, pour ensuite se permettre d'insulter publiquement avec insolence le Préfet du Dicastère pour la Doctrine de la Foi et de contester à plusieurs reprises les documents officiels approuvés par le Souverain Pontife..
En fait, le même Seigneur qui explique aux jeunes en vidéo «Jusqu'où aller?» c'est le type habituel qui, avec autant de vidéos, a déchargé des camions-citernes de boue contre le Cardinal Víctor Manuel Fernández pour un document approuvé par le Souverain Pontife - et donc un acte authentique du Magistère -, enfermé avec ses associés dans la logique d'une Église"sur mon chemin”, où l'autorité n'est acceptée que lorsqu'elle confirme leurs obsessions: du Ancien Ordre de masse à l'aberration théologique de Marie Corédemptrice.
Il est donc bon de rappeler à ces laïcs — qui d'une part établissent «Jusqu'où aller?» selon le leur “pantalon théologie” et qui, de l'autre, sont les protagonistes du mépris public de l'autorité ecclésiastique légitime -, que la protestation systématique, public et méprisant le Magistère de l'Église constitue un péché bien plus grave, plus grave et plus objectivement désordonnée que la fragilité émotionnelle de deux jeunes vivant une relation hors mariage. Je le déclare sans ambiguïté en tant qu'homme, da prêtre, en tant que théologien, comme confesseur et directeur spirituel. Parce que je suis prêtre et, avant ça, un pécheur. Et pour cela je remercie Dieu, comme deux autres grands pécheurs l'ont remercié avant moi: Saint Paul et Saint Augustin.
Amen.
De Isola Patmos, 13 janvier 2026
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LA FASCINATION IRRESISTIBLE EXERCEE SUR CERTAINS Laïcs PAR LA « THÉOLOGIE DU SOUS-VÊTEMENT »
Il convient donc de rappeler à ces laïcs – qui d’une part établissent « jusqu’où on peut aller » selon leur théologie du sous-vêtement, et d'autre part se rendre protagonistes du mépris public de l'autorité ecclésiale légitime - que le système, publique, et la contestation méprisante du Magistère de l'Église constitue un péché bien plus grave, plus sérieux, et plus objectivement désordonnée que la fragilité affective de deux jeunes qui vivent une relation hors mariage.
Chaque époque ecclésiale connaît ses propres distorsions morales. L’une des plus récurrentes — justement parce qu’elle paraît rassurante — est la tendance à réduire presque exclusivement la question du bien et du mal à la sphère sexuelle.. Cette réduction ne relève pas du sérieux moral, mais d'une simplification aussi grossière que trompeuse, et qui trahit finalement précisément ce qu'il prétend défendre.
Dans le débat ecclésial contemporain, surtout dans certains milieux laïcs vaguement liés à une notion mal définie de « tradition », on observe un phénomène curieux et à la fois inquiétant: l’émergence d’une sorte de « théologie du sous-vêtement », dans lequel le mystère du mal se limite essentiellement à ce qui se passe – ou est présumé se produire – en dessous de la taille. Tout le reste peut être relégué au second plan: charité blessée, justice piétinée, vérité manipulée, conscience violée. Ce qui compte c'est que les sous-vêtements restent en place, qu'il soit réel ou symbolique.
Le moralisme et la théologie morale ne sont pas la même chose; cela doit être clair immédiatement. Ils ne coïncident pas – en fait, ils sont souvent dans l'opposition. Le moralisme est une caricature de la morale, parce qu'il est basé sur des principes rigides, critères abstraits et sélectifs, alors que l'enseignement moral catholique repose sur la charité, la vertu théologale qui n'abolit pas la vérité mais la rend habitable pour le concret, être humain fragile et pécheur.
Bigoterie, le puritanisme dans son pire sens, et le moralisme obsessionnel sont des réalités bien connues; mais il faut dire honnêtement qu'ils naissent très rarement d'un ministère sacerdotal vécu de manière sainte et authentique.. Bien plus souvent, ils prennent forme dans des cercles laïcs autoréférentiels., où le manque d’expérience pastorale réelle est compensé par une assurance doctrinale aussi inflexible qu’abstraite.
Il ne s’agit pas de défendre une catégorie — celui des prêtres — mais de reconnaître un simple fait: des laïcs qui n'ont jamais écouté une conscience blessée, qui n'ont jamais accompagné un vrai pénitent, qui n'ont jamais supporté le poids d'une direction spirituelle délicate, peut à peine posséder les outils nécessaires pour juger avec équilibre la complexité du péché humain. Pourtant, ils se précipitent tête baissée dans des questions qui touchent les sphères les plus intimes et les plus délicates de l’âme humaine., souvent de manière pédante, offrant ainsi aux laïcs une image bizarre du catholicisme et renforçant leurs préjugés et jugements négatifs sur l'Église catholique.
La hiérarchie des péchés est une vérité souvent oubliée. La tradition morale catholique a toujours enseigné que tous les péchés n'ont pas le même poids. Il existe une hiérarchie objective du mal, fondé sur la gravité de l'affaire, intentionnalité, et les conséquences. Au sein de cette hiérarchie, péchés contre la charité, justice, et la vérité occupe une place bien plus sérieuse que bien des défauts liés à la sphère sexuelle.
Et pourtant, pour les adeptes de la « théologie du sous-vêtement », cette distinction semble intolérable. Mieux vaut un grave péché contre la charité, à condition qu'il soit bien habillé, qu'une fragilité humaine vécue dans la lutte et la honte. Mieux vaut une hypocrisie respectable que d'exiger la vérité. Ainsi, ce qui devrait vraiment scandaliser : la haine, mensonges, abus de pouvoir, la manipulation des consciences est relativisée, tandis que tout ce qui concerne l'intimité personnelle devient le terrain privilégié d'une surveillance obsessionnelle, tout à fait typique — je le répète — de certains laïcs sectaires, pas de prêtres.
La « théologie du sous-vêtement » est une obsession qui en révèle souvent bien plus sur ceux qui jugent que sur ceux qui sont jugés. Une fixation maniaque sur les chambres, mesures, postures, et les intentions présumées trahissent une profonde incapacité à habiter son propre monde intérieur. Il est plus facile de mesurer les péchés des autres avec la balance de l’orfèvre que de se confronter à sa propre conscience.. Le prêtre, d'autre part, quand il exerce sérieusement son ministère, part d'un principe élémentaire et tout sauf théorique: nous sommes tous pécheurs — nous qui sommes les premiers appelés à absoudre les péchés. C'est cette conscience qui donne naissance à la miséricorde, pas de laxisme; compréhension, pas de relativisme. La miséricorde chrétienne ne naît pas de la minimisation du péché, mais d'une réelle connaissance de la personne humaine.
Ce n'est pas un hasard si l'Évangile réserve ses paroles les plus dures non pas tant aux pécheurs manifestes qu'à ceux qui transforment la loi en instrument d'oppression. Cet avertissement de Jésus, si souvent oublié par les moralistes profanes professionnels, reste étonnamment réel:
« Malheur à toi aussi, avocats, car vous chargez les gens de fardeaux difficiles à supporter, et vous-mêmes ne levez pas le petit doigt pour les soulager!” (lk 11:46)
C’est devant ce mot que toute « théologie du sous-vêtement » facile devrait s'effondrer. Car le problème n'est pas la défense de la moralité, mais l'utilisation perverse de la moralité comme instrument de contrôle, auto-absolution, et supériorité spirituelle.
Une morale qui perd contact avec la charité devient une idéologie. Une morale qui sélectionne les péchés selon ses propres obsessions cesse d'être chrétienne. Une morale qui ignore la hiérarchie du mal finit par protéger les péchés les plus graves et persécuter ceux qui sont simplement les plus visibles..
La « théologie du sous-vêtement » n’est pas un signe de fidélité à la doctrine, mais d'une profonde incompréhension de l'Évangile. Il ne défend pas la morale catholique; ça le trahit. Et, paradoxalement, il rend un très mauvais service justement à l’Église qu’il prétend vouloir sauver.
Pour conclure par un exemple concret et véritablement incarné: j'ai eu l'occasion ces derniers jours de recevoir la douleur d'un excellent jeune homme qui se sentait trahi et abandonné par un autre jeune homme qu'il avait aimé — et qu'il continuait d'aimer — et avec qui il avait noué une relation qui s'est ensuite brusquement rompue. Un vrai, douleur déchirante, qui ne nécessitait pas de cours, mais en écoutant. Ai-je prononcé des jugements moraux? Ai-je dressé une casuistique des défauts ou mesuré ce rapport avec les échelles de la morale abstraite? Absolument pas. Ma tâche sacerdotale à ce moment-là était d'accueillir une âme blessée, pour rassembler sa douleur, et l'aider, dans la mesure du possible, à ne pas succomber sous le poids de la déception et de l'abandon..
Je n’ose imaginer quel genre de « leçon de pureté » que ce jeune homme aurait reçu s'il s'était tourné vers certains animateurs laïcs zélés qui, avec des visages souriants et un langage poli, se présentent comme formateurs catholiques, seulement alors, pour se permettre d'insulter publiquement et insolemment le Préfet du Dicastère pour la Doctrine de la Foi et de contester à plusieurs reprises les documents officiels approuvés par le Souverain Pontife..
Le même individu qui, en vidéos, explique aux jeunes « jusqu’où on peut aller », est celui-là même qui, à travers d'autres vidéos, a versé des tonnes de boue sur le cardinal Víctor Manuel Fernández pour un document approuvé par le Souverain Pontife — et donc un acte authentique du Magistère — enfermé avec ses associés dans la logique d'une « Église à ma manière »., dans lequel l'autorité n'est acceptée que lorsqu'elle confirme leurs obsessions: de la Ancien Ordre de masse à l'aberration théologique de Marie Co-Rédemptrice.
Il convient donc de rappeler à ces laïcs — qui d'une part établissent « jusqu'où on peut aller » selon leur théologie du sous-vêtement, et d'autre part se rendre protagonistes du mépris public de l'autorité ecclésiale légitime - que le système, publique, et la contestation méprisante du Magistère de l'Église constitue un péché bien plus grave, plus sérieux, et plus objectivement désordonnée que la fragilité affective de deux jeunes qui vivent une relation hors mariage.
Je l'affirme sans ambiguïté en tant qu'homme, en tant que prêtre, en tant que théologien, en tant que confesseur, et en tant que directeur spirituel. Car je suis prêtre et, avant ça, un pécheur. Et pour cela je rends grâce à Dieu, comme avant moi deux autres grands pécheurs ont remercié: Saint Paul et Saint Augustin.
Amen.
De l'île de Patmos, 13 janvier 2026
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L’ATTRACTION FASCINANTE ET IRRESISTIBLE QUE LA « THÉOLOGIE DE BRAGA » exerce SUR CERTAINS Laïcs
Ça convient, Bien, rappelle à ces laïcs - qui d'une part établissent "jusqu'où on peut aller" selon leur théologie de Braga et d'autre part s'érigent en protagonistes du mépris public de l'autorité ecclésiastique légitime - que le système, public et méprisant le Magistère de l'Église constitue un péché bien plus grave, plus grave et plus objectivement désordonnée que la fragilité émotionnelle de deux jeunes qui entretiennent une relation hors mariage.
Chaque époque ecclésiale connaît ses propres déformations morales. L’une des plus récurrentes – justement parce qu’elle est rassurante – est celle qui réduit la question du bien et du mal presque exclusivement à la sphère sexuelle.. C'est une réduction qui n'est pas née du sérieux moral, mais d'une simplification aussi grossière que trompeuse, qui finit par trahir précisément ce qu'il cherche à défendre.
Dans le débat ecclésial contemporain, notamment dans certains milieux laïcs liés à une tradition mal définie, on observe un phénomène curieux et à la fois inquiétant: l’émergence d’une sorte de « théologie de la culotte », dans lequel le mystère du mal est substantiellement limité à ce qui se passe – ou est présumé se produire – depuis la taille jusqu'aux pieds. Tout le reste peut passer au second plan: charité blessée, la justice piétinée, la vérité manipulée, la conscience violée. L'important c'est que la culotte reste en place, mer réelle ou symbolique.
Le moralisme et la moralité ne sont pas la même chose; Cela vaut la peine de le clarifier dès le début. Ils ne correspondent pas et, souvent, ils s'opposent. Le moralisme est une caricature de la morale, parce qu'il est basé sur des critères rigides, abstrait et sélectif, alors que la morale catholique est basée sur la charité, vertu théologale qui n'élimine pas la vérité, mais ça le rend habitable pour l'homme concret, fragile et pécheur.
Le béguinage, puritanisme dans son pire sens et le moralisme obsessionnel sont des réalités bien connues; mais il faut dire avec honnêteté qu'ils naissent très rarement d'un ministère sacerdotal vécu saintement.. Ils prennent le plus souvent forme dans des environnements laïcs autoréférentiels, dans lequel le manque d'expérience pastorale réelle est compensé par une sécurité doctrinale aussi inflexible qu'abstraite.
Il ne s’agit pas de défendre une catégorie — celui des prêtres — mais pour vérifier un fait: des profanes qui n'ont jamais entendu une conscience blessée, qui n'ont jamais accompagné un vrai pénitent, qui n'ont jamais porté le poids de directives spirituelles délicates, ils disposent à peine des instruments nécessaires pour juger avec équilibre la complexité du péché humain. Oui, cependant, Ils se lancent dans des sujets qui touchent les sphères les plus intimes et les plus délicates de l'âme humaine., souvent avec une attitude pédante, offrant ainsi aux laïcs une image extravagante de la catholicité et nourrissant leurs préjugés et jugements négatifs sur l’Église catholique..
La hiérarchie des péchés est une vérité souvent oubliée. La tradition morale catholique a toujours enseigné que tous les péchés n'ont pas le même poids.. Il existe une hiérarchie objective du mal, basé sur la gravité de la matière, dans l'intentionnalité et les conséquences. Et au sein de cette hiérarchie, péchés contre la charité, La justice et la vérité occupent une place bien plus sérieuse que bien des culpabilités liées à la sphère sexuelle..
Cependant, pour les adeptes de la « théologie de la culotte », Cette distinction est insupportable. Mieux vaut un péché grave contre la charité, à condition d'être bien habillé, qu'une fragilité humaine vivait dans la lutte et la honte. Mieux vaut une hypocrisie respectable que d'exiger la vérité. Donc, ce qui devrait choquer : la haine, le mensonge, abus de pouvoir, la manipulation des consciences - est relativisée, tandis que tout ce qui concerne la vie privée des gens devient le champ privilégié d'une surveillance obsessionnelle, tout à fait typique — je le répète — de certains laïcs bienheureux, pas des prêtres.
La « théologie de la culotte » est une obsession qui en dit souvent plus sur ceux qui jugent que sur ceux qui sont jugés. La fixation maniaque sur les chambres, centimètres, les postures et les intentions présumées révèlent une profonde difficulté à habiter son propre monde intérieur. Il est plus facile de mesurer le péché d'autrui avec la balance de l'orfèvre que d'affronter sa propre conscience.. Le prêtre, en échange, quand il exerce sérieusement son ministère, cela fait partie d'un budget élémentaire et pas du tout théorique: nous sommes tous des pécheurs, à commencer par nous, que nous sommes les premiers appelés à absoudre les péchés. C'est cette conscience qui génère la miséricorde, pas de laxisme; compréhension, non-relativisme. La miséricorde chrétienne ne naît pas de la minimisation du péché, mais de la vraie connaissance de l'homme.
Ce n'est pas un hasard si l'Évangile réserver des paroles très dures pas tellement aux pécheurs manifestes, combien pour ceux qui transforment la loi en instrument d'oppression. Cet avertissement de Jésus, si souvent oublié par les moralistes profanes professionnels, conserve une pertinence déconcertante:
"Malheur à toi aussi, docteurs en droit, que vous chargez les hommes d'un poids insupportable et que vous ne les touchez même pas avec le doigt!» (Lc 11,46)
C’est devant ce mot que toute la « théologie de la culotte » facile devrait s'effondrer. Parce que le problème n'est pas la défense de la moralité, mais l'utilisation perverse de la moralité comme instrument de contrôle, d'auto-absolution et de supériorité spirituelle.
Une morale qui perd contact avec la charité devient une idéologie. Une morale qui sélectionne les péchés selon ses propres obsessions n’est plus chrétienne.. Une morale qui ignore la hiérarchie du mal finit par protéger les péchés les plus graves et persécuter les plus visibles..
La « théologie de la culotte » n’est pas un signe de fidélité à la doctrine, mais d'une profonde incompréhension de l'Évangile. Ne défend pas la morale catholique: la trahit. Oui, paradoxalement, rend un terrible service justement à l’Église qu’elle prétend vouloir sauver.
Pour conclure avec un exemple concret et véritablement incarné: Ces derniers jours, j'ai eu l'occasion d'accueillir la douleur d'un excellent jeune homme qui se sentait trahi et abandonné par un autre jeune homme qu'il avait aimé - et qu'il continuait d'aimer - et avec qui il avait noué une relation qui fut ensuite brusquement interrompue.. une vraie douleur, perçant, que je n'avais pas besoin de cours, mais écoute. Ai-je porté des jugements moraux ?? Ai-je créé une casuistique de la culpabilité ou ai-je mesuré cette relation à l’échelle de la moralité abstraite ?? Du tout. Ma tâche sacerdotale à cette époque était d'accueillir une âme blessée, recueillir sa douleur et l'aider — autant que possible — à ne pas succomber sous le poids de la déception et de l'abandon.
Je n’ose pas imaginer quelle « leçon de pureté » aurait reçu ce jeune homme s'il s'était tourné vers certains animateurs laïcs zélés qui, avec un visage souriant et un langage poli, Ils se présentent comme des formateurs catholiques, puis s'est permis d'insulter publiquement avec insolence le Préfet du Dicastère pour la Doctrine de la Foi et de répondre à plusieurs reprises aux documents officiels approuvés par le Souverain Pontife.
Le même personnage qui dans les vidéos explique aux jeunes "jusqu'où on peut aller", est le même que, à travers d'autres vidéos, a jeté de véritables camions de boue contre le cardinal Víctor Manuel Fernández pour un document approuvé par le Souverain Pontife — et, donc, acte authentique du Magistère —, enfermé avec ses fidèles dans la logique d’une Église « à ma façon », où l'autorité n'est acceptée que lorsqu'elle confirme ses obsessions: de la Ancien Ordre de masse à l'aberration théologique de Marie co-rédemptrice.
Ça convient, Bien, souviens-toi de ces profanes — qui, d'une part, établissent « jusqu'où on peut aller » selon leur théologie de Braga et, d'autre part, s'érigent en protagonistes du mépris public de l'autorité ecclésiastique légitime — que le système systématique, public et méprisant le Magistère de l'Église constitue un péché bien plus grave, plus grave et plus objectivement désordonnée que la fragilité émotionnelle de deux jeunes qui entretiennent une relation hors mariage.
Je l'affirme sans ambiguïté en tant qu'homme, en tant que prêtre, en tant que théologien, comme confesseur et comme directeur spirituel. Parce que je suis prêtre et, avant même, pécheur. Et pour cela je remercie Dieu, comme avant moi deux autres grands pécheurs ont remercié: Saint Paul et Saint Augustin.
Amen.
De l'île de Patmos, 13 Janvier 2026
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LA FASCINATION IRRÉSISTIBLE, QUI EXERCE LA « THÉOLOGIE DU SOUS-VÊTEMENT » SUR CERTAINS LOTS
Il convient donc, pour le rappeler à ces laïcs - d'une part ils déterminent, «jusqu'où on est autorisé à aller» selon leur théologie des sous-vêtements et, d'un autre côté, apparaissent comme les protagonistes du mépris public de l'autorité ecclésiastique légitime -, que le systématique, La contestation publique et méprisante du magistère de l'Église est bien plus grave., représente un péché plus grave et objectivement désordonné que la fragilité affective de deux jeunes, qui sont dans une relation hors mariage.
Chaque époque ecclésiastique a ses propres distorsions morales. L'un des plus courants - précisément parce qu'il semble avoir un effet calmant - est celui-ci., réduire la question du bien et du mal presque exclusivement au domaine de la sexualité. Toutefois, une telle réduction ne découle pas d’un sérieux moral., mais plutôt une simplification à la fois grossière et trompeuse, ce qui révèle finalement que, ce qu'elle prétend défendre.
Dans le débat actuel de l'Église, surtout dans certains milieux amateurs, qui font référence à une « tradition » vaguement définie., Un phénomène aussi étrange qu’inquiétant peut être observé: l’émergence d’une sorte de « théologie sous-jacente », dans lequel le mystère du mal se limite essentiellement à ce, quoi - ou quoi soi-disant - en dessous de la ligne de ceinturearrive. Tout le reste peut passer au second plan: charité blessée, justice piétinée, vérité manipulée, conscience violée. Ce qui compte c'est seul, que le sous-vêtement reste à sa place - qu'elle soit réelle ou symbolique.
Le moralisme et la moralité ne sont pas la même chose; Il faut que ce soit clair dès le départ. Ils ne coïncident pas, au contraire, ils se contredisent souvent. Le moralisme est une caricature de la morale, parce qu'il est rigide, basé sur des critères abstraits et sélectifs, alors que la morale catholique est fondée sur l'amour - cette vertu théologale, ce qui n'annule pas la vérité, mais pour le spécifique, rend habitables les personnes fragiles et pécheresses.
Bigoterie, Le puritanisme à son pire Le bon sens et le moralisme obsessionnel sont des phénomènes bien connus. Cependant, l'équité doit être dite, qu'ils ne sortent que très rarement d'un service sacerdotal saint et authentique. Ils surviennent bien plus souvent dans des cercles profanes autoréférentiels., dans lequel le manque d'expérience pastorale réelle est compensé par une assurance doctrinale aussi indomptable qu'abstraite.
Ce n'est pas de ça qu'il s'agit, défendre une certaine catégorie - celle des prêtres, mais plutôt l'exposé sobre des faits: Laïcs, qui n'ont jamais écouté une voix de conscience blessée, qui n'ont jamais accompagné un vrai pénitent, qui n'ont jamais supporté le poids d'accompagnements spirituels délicats, je n'ai pratiquement pas les instruments nécessaires, donner une évaluation équilibrée de la complexité du péché humain. Néanmoins, ils se jettent sur des sujets, qui touchent les zones les plus intimes et les plus vulnérables de l'âme humaine - souvent sur un ton didactique - et donnent ainsi aux laïcs une image bizarrement déformée de la catholicité, tout en renforçant leurs préjugés et jugements négatifs sur l’Église catholique.
La hiérarchie des péchés est une vérité, ce qui est souvent oublié aujourd'hui. L'enseignement moral catholique a toujours enseigné, que tous les péchés n'ont pas le même poids. Il existe une hiérarchie objective du mal, en fonction de la gravité de l'affaire, dans l'intention et dans les conséquences. Dans cet ordre, les péchés ont lieu contre l'amour, La justice et la vérité sont bien plus graves que de nombreux délits sexuels.
Pour les adeptes de la « théologie de la sous-vêtements » cependant, cette distinction semble intolérable. Mieux vaut un péché grave contre la charité, à condition qu'elle soit bien habillée, comme une fragilité humaine, qui se vit dans la lutte et la honte. Mieux vaut une hypocrisie respectable qu'une vérité laborieuse. C'est comme ça que ça se passera, ce qui devrait en réalité être scandaleux : la haine, mensonge, Abus de pouvoir, Manipulation de conscience - mise en perspective, pendant tout, quand il s'agit d'intimité personnelle, devient le domaine privilégié de la surveillance obsessionnelle, assez typique - je le répète - de certains profanes sectaires, pas pour les prêtres.
La « théologie des sous-vêtements » est une obsession, ce qui en dit souvent plus sur eux, qui juge, que de ceux, c'est en train d'être jugé. La fixation maniaque sur la chambre, centimètre, Les attitudes et les intentions supposées révèlent une profonde incapacité, habiter votre propre espace intérieur. C'est plus facile, mesurer les péchés des autres avec une balance en or, que de faire face à son propre examen de conscience. Le prêtre, en revanche, s'il exerce son ministère avec sérieux, part d'un principe élémentaire et tout sauf théorique.: Nous sommes tous des pécheurs, et nous sommes nous-mêmes les premiers, qui sont appelés à absoudre les péchés. De cette perspicacité naît la miséricorde, pas de laxisme; Compréhension, pas de relativisme. La miséricorde chrétienne ne naît pas de la banalisation du péché, mais à partir d'une connaissance réaliste des gens.
Ce n'est pas une coïncidence, que l'Évangile n'adresse pas tant ses paroles les plus dures aux pécheurs évidents, mais pour eux, qui font de la loi un instrument d'oppression. Cet avertissement de Jésus, si souvent oublié par les moralistes amateurs professionnels, a une pertinence effrayante:
« Malheur à toi aussi, professeurs de droit! Vous imposez des fardeaux aux gens, qu'ils peuvent à peine porter, mais vous-même, vous ne touchez pas à ces fardeaux, même du doigt. (lk 11,46)
Toute « théologie sous-jacente » superficielle devrait être confrontée à ce mot. s'effondrer sur lui-même. Parce que le problème n'est pas la défense de la moralité, mais l'utilisation perverse de la moralité comme instrument de contrôle, d'autojustification et de supériorité spirituelle.
Une morale, qui perd le contact avec l'amour, devient une idéologie. Une morale, choisit les péchés en fonction de ses propres obsessions, s'arrête, être chrétien. Une morale, qui ignore la hiérarchie du mal, se termine là, protéger les péchés les plus graves et persécuter les plus visibles.
La « théologie des sous-vêtements » n’est pas un signe de fidélité à la doctrine, mais plutôt l'expression d'une profonde incompréhension de l'Évangile. Il ne défend pas la morale catholique – il la trahit. Et paradoxalement, c'est précisément cette église, qu'elle prétend sauver, un mauvais service.
Enfin, un spécifique, exemple véritablement incarné: Ces derniers jours, j'ai eu l'occasion, pour absorber la douleur d'un excellent jeune homme, qui vient d'un autre jeune homme, qu'il avait aimé - et qu'il continuait d'aimer -, je me suis senti trahi et abandonné; il avait eu une relation avec lui, qui s'était terminé brusquement et brusquement. Un vrai, douleur déchirante, qui n'avait besoin d'aucune instruction, mais en écoutant. Ai-je porté des jugements moraux ?? Ai-je créé une casuistique de la culpabilité ou mesuré cette relation à l’aide des normes de la moralité abstraite ?? Pas du tout. Ma tâche sacerdotale à ce moment-là était la suivante, accueillir une âme blessée, pour recueillir sa douleur et l'aider - dans la mesure du possible, ne pas s'effondrer sous le poids de la déception et de l'abandon.
je n'ose pas imaginer, quel « enseignement sur la pureté » ce jeune homme aurait reçu, s'il s'était tourné vers certains animateurs amateurs zélés, qui se présentent comme des formateurs catholiques avec des visages souriants et un langage soigné et soigné, pour ensuite vous autoriser, insultant publiquement et avec impudence le Préfet du Dicastère pour la Doctrine de la Foi et le fonctionnaire à plusieurs reprises, contester les documents approuvés par le Saint-Père.
Les mêmes personnes, qui expliquent aux jeunes en vidéos, "Jusqu'où tu peux aller", Dans d’autres vidéos, ils ont déversé de véritables saletés sur le cardinal Víctor Manuel Fernández – à cause d’un document, qui a été approuvé par le Pape et représente donc un acte authentique du magistère —, enfermés avec leurs compagnons dans la logique d’une église « selon mon goût », dans lequel l'autorité n'est acceptée que, quand ça confirme ses propres obsessions: de la Ancien Ordre de masse jusqu’à l’aberration théologique d’une « co-rédemptrice » de Marie.
Il convient donc, pour le rappeler à ces laïcs - d'une part ils déterminent, «jusqu'où on est autorisé à aller» selon leur théologie des sous-vêtements et, d'un autre côté, apparaissent comme les protagonistes du mépris public de l'autorité ecclésiastique légitime -, que le systématique, La contestation publique et méprisante du magistère de l'Église est bien plus grave., représente un péché plus grave et objectivement désordonné que la fragilité affective de deux jeunes, qui sont dans une relation hors mariage.
Je le dis sans aucune ambiguïté - en tant qu'être humain, en tant que prêtre, en tant que théologien, en tant que confesseur et directeur spirituel. Car je suis prêtre et avant cela pécheur. Et je remercie Dieu pour ça, comme deux autres grands pécheurs avant moi remerciaient Dieu: Saint Paul et Saint Augustin.
Amen.
De l'île de Patmos, 13. Janvier 2026
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L’espérance chrétienne ne naît pas du fait que les choses « s’amélioreront », ni par le consensus recueilli ni par les résultats obtenus. Cela vient du fait de savoir que la vérité ne se mesure pas immédiatement, mais ce sera jugé la dernière fois. C'est dans cette fidélité exposée au temps et au jugement - et non dans le succès d'une saison - que l'on décide si une vie a été simplement vécue ou si elle a été véritablement chérie comme un don de Dieu.; si les talents reçus ont été mis à profit, ou enterré sous terre.
A la fin de l'année le monde aime faire le point en mesurant les résultats, succès et échecs. C'est un exercice rassurant, parce qu'elle permet de juger la vie selon des critères visibles et immédiatement vérifiables, du moins en apparence.
D'un point de vue chrétien, Mais, tout ce qui est mesurable n'est pas vrai, et ce qui décide réellement de la qualité d'une existence ne coïncide souvent pas avec ce qui apparaît comme un succès aux yeux du monde.. Sur le chemin de la foi, pas souvent, le véritable accomplissement prend la forme de ce que le monde juge être un échec et un échec. C'est la logique de la croix, que l'Apôtre Paul n'atténue ni ne rend acceptable:
«Nous prêchons plutôt le Christ crucifié, scandale pour les Juifs et folie pour les païens" (1Cor 1,23).
Cette taille elle est vécue par ceux qui se trouvent progressivement marginalisés parce qu'ils n'ont pas trahi leur conscience ni renoncé à la vérité.. Pas pour un choix idéologique, ni en raison d'une incapacité personnelle, mais en raison d'une incompatibilité croissante avec la pratique, langues et critères de fonctionnement des contextes ecclésiastiques dans lesquels ils vivent et opèrent: des systèmes qui récompensent l’adaptation, ils nécessitent des silences appropriés et marginalisent ceux qui ne sont pas fonctionnels. À certains égards, on pourrait les définir comme ça: les fous scandaleux de la croix.
Les fous de la croix ils génèrent du scandale en refusant de plier le langage pour rendre acceptable une décision objectivement injuste. Ils refusent de définir comme « pastoral » ce qui est en réalité une simple gestion opportuniste des problèmes.; ils rejettent la logique cléricale anti-évangélique de ceux qui confondent fidélité à l'Évangile et obéissance aux dynamiques de l'appareil. Ils ne se prêtent pas à dissimuler des omissions prolongées au fil du temps avec des formules ambiguës., ils n'acceptent pas non plus que la mollesse du clergé soit justifiée par le manque de clergé, avec urgence organisationnelle ou avec référence à des équilibres présumés à ne pas perturber. Ils ne s’adaptent pas aux situations irrégulières présentées comme inévitables, ils n'acceptent pas d'être réduits au silence pour "ne pas créer de problèmes", ils ne deviennent pas non plus complices de consortiums, protections mutuelles et récits rassurants construits pour cacher la vérité.
Dans ces cas,, la réduction à la marginalité ce n'est pas le résultat d'une erreur personnelle, mais l'effet secondaire d'une cohérence non négociable, presque toujours lu comme une défaite, comme preuve d’insuffisance ou d’incapacité relationnelle. Cependant, ce n'est pas toujours le cas: Parfois, c'est simplement le prix à payer pour ne pas s'adapter à un système qui ne tolère pas ce qu'il ne peut pas contrôler ou utiliser.. Ce mécanisme n'est ni nouveau ni exclusif à la sphère ecclésiale. C’est typique de toute structure de pouvoir fermée, y compris les organisations mafieuses, qui ne frappe pas en premier ceux qui enfreignent la loi, mais ceux qui ne se rendent pas fonctionnels: qui ne plie pas, qui n'entre pas dans le circuit des dépendances mutuelles, ceux qui n'acceptent pas la langue, les silences et les complicités nécessaires. Dans ces systèmes, l'isolement et la marginalisation ne sont pas des accidents, mais des instruments de contrôle délibérés.
Accepter une marginalité invaincue cela relève de la sagesse de la folie de la croix et n'équivaut pas à se réfugier dans une niche de ressentiment ou à cultiver une spiritualité de l'échec.. Très concrètement, cela signifie reconnaître que tout ce qui est vrai ne trouve pas sa place dans les canaux officiels et que toute forme d'invisibilité ne coïncide pas avec une perte.. C'est ce qui se passe, par exemple, à ceux qui abandonnent leurs rôles, positions ou visibilité pour ne pas signer des documents officiels dans lesquels une décision injuste est présentée comme un « choix pastoral partagé ». Cela arrive à ceux qui refusent de cacher leurs véritables responsabilités derrière de fausses formules diplomatiques., présenté comme une « sainte prudence » mais en réalité fonctionnel à une gestion opportuniste des problèmes. C'est la condition de ceux qui continuent à travailler sérieusement sans être promus parce qu'ils n'appartiennent pas à des groupes influents.; de ceux qui pensent et écrivent sans y être invités parce qu’ils ne s’alignent pas sur les récits dominants; de ceux qui exercent de réelles responsabilités de formation, culturel, éducatif - sans postes officiels ni adhésions protectrices, parce qu'il n'accepte pas d'échanger sa liberté de jugement contre une protection ou une reconnaissance.
Dans ces cas,, l'invisibilité n'est pas le signe d'un échec personnel, mais une forme de protection: préserve de la logique de l'apparence, il échappe au chantage du consensus, les empêche d’être utilisés comme outils. Parfois, au fil du temps, ça s'avère même être une grâce, pas parce que ça rend la vie plus facile, mais parce que ça nous permet de rester libres, intact et non susceptible de chantage. C'est la condition des personnages qui semblent relégués aux marges mais non détruits, on croyait qu'il avait été réduit au silence, mais il s'est rendu, pour ça, plus prolifique. L'Écriture connaît bien cette dynamique. Moïse est retiré de la scène publique et emmené dans le désert de Madian avant d'être appelé à libérer le peuple. (cf.. Est 2,15; 3,1); Elie s'enfuit dans le désert, désire la mort, et là il apprend à écouter ce qui l'éloigne de la violence du pouvoir et du vacarme de l'action (cf.. 1Ré 19,1-18); Jean-Baptiste n'est ni né ni opéré au centre, mais dans le désert, loin des circuits religieux officiels, et de là prépare le chemin du Seigneur (cf.. Mont 3,1-3; Mc 1,2-4; Lc 3,1-4). Jésus lui-même, avant chaque parole publique et chaque signe, il est poussé par l'Esprit dans le désert, où il rejette explicitement le succès, efficacité immédiate et consensus des foules (cf.. Mont 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13).
le désert, dans la tradition biblique et évangélique, ce n'est pas le lieu de l'inutilité, mais de purification: cela ne produit pas de visibilité, mais la liberté; ne garantit pas le succès, mais la vérité. C’est dans cet espace que mûrissent des personnages apparemment hors de propos., de facto, pas de chantage, généré par une fécondité qui ne dépend pas d’une reconnaissance immédiate, mais de la fidélité à la vérité, par la liberté intérieure et la capacité de résister à l'épreuve du temps sans en être corrompu.
Si vous regardez l'Évangile sans piétisme anxieux ni filtres dévotionnels, ça frappe un fait élémentaire: Jésus ne montre aucune inquiétude à l'idée d'être au centre. Au contraire, quand le centre est bondé, il s'en retire naturellement. Prêcher aux foules (cf.. Mt 5-7; Mc 6,34), mais ensuite il recule (cf.. Mc 1,35; Gv 6,15); effectue des signes (cf.. Mc 1,40-45; Mc 7,31-37), mais recommande le silence (cf.. Mc 1,44; Mc 8,26); attire les disciples, mais ça ne retient pas ceux qui partent (cf.. Gv 6,66-67). En termes actuels, on pourrait dire qu'il ne se soucie pas de son propre "positionnement". Pourtant personne, plus que lui, a eu un impact sur l'histoire.
Si tu prends ce regard évangélique, même les Béatitudes cessent d'être un répertoire édifiant à proclamer dans des occasions solennelles et redeviennent ce qu'elles sont dans leur réalité christologique: un critère de discernement radical. Ils ne promettent pas le succès, ni visibilité, ni approbation; au contraire, ils décrivent une forme de bonheur paradoxal, incompatible avec la logique du consensus. Et bat, dans l'Evangile, ce ne sont pas eux qui ont « réussi », mais ceux qui n'ont pas troqué la vérité contre des applaudissements (cf.. Mont 5,1-12).
À côté des Béatitudes, Toutefois, l’Évangile préserve également le revers de la médaille avec la même clarté: le « problème ». Mots grossiers, peu cité et rarement commenté, peut-être parce qu'ils perturbent une spiritualité accommodante. «Malheur à toi quand tout le monde parle en bien de toi» (Lc 6,26): un avertissement qui ne semble pas adressé aux pécheurs scandaleux, mais aux gens respectables, apprécier, parfaitement intégré. C'est comme si Jésus mettait en garde contre une forme subtile d'échec: celui de ceux qui obtiennent le consensus au prix de leur propre liberté intérieure.
Dans l’Évangile, le consensus n’est jamais une valeur en soi. Au contraire, quand ça fait l'unanimité, prend souvent les traits d’un malentendu collectif. La foule applaudit, pour ensuite disparaître (cf.. Gv 6,14-15.66); les disciples applaudissent, pour ensuite se disputer pour savoir qui est le plus grand (cf.. Mc 9,33-34; Lc 22,24); les notables reconnaissent, pour ensuite se distancier par peur ou par commodité (cf.. Gv 12,42-43). Jésus traverse tout cela sans jamais en être emprisonné. Il ne cherche pas l'opposition, mais il n'en a pas peur non plus; ne méprise pas la reconnaissance, mais il ne le poursuit pas. On pourrait dire, avec un léger sourire, qui ne confond jamais la cote de popularité avec la mesure de la vérité, parce que la cote d'approbation est chez l'homme, la vérité est en Dieu.
C'est en ce sens que l'Évangile exerce l'ironie aussi discret qu'implacable. Justement ceux qui président le centre, les garants de l'ordre, spécialistes de l'exactitude, Les professionnels « cela a toujours été ainsi » sont souvent les moins équipés pour reconnaître ce qui se passe réellement. En discutant des procédures, les documents sont établis et les équilibres à ne pas perturber sont invoqués, la foi prend forme ailleurs; tout en veillant à ce que rien ne sorte du périmètre établi, la compréhension mûrit en dehors de la scène; alors que tout se mesure en termes de consensus et d’opportunité, la vérité passe par les routes secondaires, sans demander la permission. Pas parce que j'aime les marges en tant que telles, mais parce que - comme le montre l'Évangile avec une certaine obstination - la vérité ne peut être administrée. Et encore moins se laissent certifier par le nombre de consensus obtenus ou par la tranquillité de conscience qu'ils parviennent à préserver..
Accepter une marginalité invaincue, donc, il ne s’agit pas de cultiver le goût de l’opposition ou de se réfugier dans une attitude polémique de principe. Moyens, plus simplement, arrêter de mesurer la valeur d’une vie – ou d’un ministère – sur la base de l’approbation reçue, aux tâches obtenues ou au consensus obtenu, selon cette logique que le siècle appelle, éhonté, narcissisme hypertrophique. Concrètement, cela signifie ne pas prendre le nombre d'invitations comme critère déterminant, de reconnaissance ou de certificats d'estime, mais la rectitude des choix faits. Le gospel, le reste, il ne demande pas à être applaudi, mais pour être fidèle. Et cette fidélité, pas souvent, on le pratique loin du centre, où vous êtes moins exposé à la pression, plus libre de regarder la réalité telle qu'elle est et moins obligé de dire ce qui est approprié.
La fin de l’année est souvent remplie d’attentes démesurées. Des bilans définitifs sont attendus, jugements concluants, des mots capables de tout arranger une fois pour toutes. En réalité, pour ceux qui vivent avec un minimum d'honnêteté intérieure, ce temps n'est pas utilisé pour clôturer les comptes, mais il faut arrêter de tricher: ne pas se raconter d'histoires réconfortantes, ne pas confondre ce qui a réussi et ce qui a bien fonctionné. Ce n'est pas le moment de proclamer des objectifs, mais distinguer ce qui est essentiel de ce qui est superflu, ce qui mérite d'être chéri de ce qui peut être abandonné sans regrets.
Il y a une liberté particulière qui est né ici: quand tu acceptes que tout n'a pas besoin d'être résolu, clarifié ou reconnu. Certains événements restent ouverts, quelques questions sans réponse, de graves torts non réparés. Mais tout ce qui reste inachevé n’est pas stérile. Parfois, il est simplement confié à une époque qui ne coïncide pas avec la nôtre.. cette prise de conscience, loin d'être une capitulation, c'est une forme élevée de réalisme spirituel.
La « sobre vérité » ce n'est pas une disposition interne ni un principe abstrait: il se reconnaît au prix qu'une personne est prête à payer pour ne pas nier ce qu'elle a compris comme étant vrai. Cela se manifeste lorsque vous acceptez des opportunités manquées, affectations ou protections afin de ne pas recourir à des justifications linguistiques, aux formules accommodantes ou aux alibis moraux qui rendent ce qui ne peut en aucun cas être présentable: prétendre que le mal est le bien et utiliser ce mensonge comme bouclier contre ceux qui tentent d'appeler le mal par son nom.
Dans un contexte ecclésial en déclin objectivement avancé, qui mesure les personnes en fonction de leur visibilité, à l’adaptabilité et à l’utilité immédiate, ce choix a des conséquences précises, parfois même dévastateur. Cela signifie continuer à exercer son ministère ou son service ecclésial sans être bénéficiaire de nominations., des positions honorifiques ou de ces sops avec lesquels le pouvoir flatte et, ensemble, sujets; sans être impliqué dans les instances décisionnelles du diocèse ou des institutions ecclésiales; sans nous rendre disponibles aux logiques gouvernementales qui exigent le silence, adaptations ou compromis jugés inadmissibles, parce qu'ils ont été payés à un prix qu'aucune conscience chrétienne ne peut accepter: le sacrifice de la liberté des enfants de Dieu, inscrit dès l'origine dans le mystère même de la création de l'homme. Moyens, enfin, accepter que sa contribution reste non récompensée et reléguée aux marges, pas parce que c'est inutile, mais parce qu'on ne peut pas le dépenser dans les circuits qui comptent; et pourtant destiné, dans le silence du désert, être une graine qui porte du fruit.
Persévérer, dans ce sens, ce n'est pas une forme d'obstination ni une attitude identitaire construite pour se démarquer. C'est la décision de rester fidèle à ce qui a été reconnu comme vrai même lorsque cette fidélité implique le silence., perte de rôle et manque de reconnaissance.
Dans la transition d'une année à l'autre on ne vous demande pas de faire des évaluations de consolation, mais regarder ce qui reste quand le temps a usé les illusions, rôles et justifications. Les choix faits restent, les mots prononcés ou non-dits, responsabilités assumées ou évitées. Et ça, et rien d'autre, la matière qui traverse le temps.
Espérance chrétienne Cela ne vient pas du fait que les choses « vont s’améliorer », ni par le consensus recueilli ni par les résultats obtenus. Cela vient du fait de savoir que la vérité ne se mesure pas immédiatement, mais ce sera jugé la dernière fois. C'est dans cette fidélité exposée au temps et au jugement - et non dans le succès d'une saison - que l'on décide si une vie a été simplement vécue ou si elle a été véritablement chérie comme un don de Dieu.; si les talents reçus ont été mis à profit, ou enterré sous terre.
De Isola Patmos, 31 décembre 2025
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LA DIGNITÉ DE LA MARGINALITÉ INVAINCUE DANS LE PASSAGE D'UNE ANNÉE À L'AUTRE
L’espérance chrétienne ne naît pas du fait que les choses « s’amélioreront », ni du consensus recueilli ni des résultats obtenus. Cela découle du fait de savoir que la vérité ne se mesure pas à l’aune de l’immédiat., mais sera jugé au moment ultime. C'est dans cette fidélité exposée au temps et au jugement — et non dans le succès d'une saison — que se décide si une vie a été simplement vécue ou véritablement sauvegardée comme un don de Dieu.; si les talents reçus ont été mis à profit, ou enterré dans le sol.
A la fin de l'année le monde aime faire le point en mesurant les résultats, succès et échecs. C'est un exercice rassurant, parce qu'il permet de juger la vie selon des critères visibles et immédiatement vérifiables — du moins en apparence.
D'un point de vue chrétien, toutefois, tout ce qui peut être mesuré n'est pas vrai, et ce qui décide réellement de la qualité d'une existence ne coïncide souvent pas avec ce qui semble réussi aux yeux du monde.. Sur le chemin de la foi, le plus souvent, le véritable accomplissement prend la forme de ce que le monde considère comme un échec et une défaite. C'est la logique de la croix, que l'Apôtre Paul n'adoucit ni ne rend acceptable:
« Nous proclamons le Christ crucifié, une pierre d'achoppement pour les Juifs et une folie pour les païens » (1 Cor 1:23).
Cette dimension est vécu par ceux qui se retrouvent progressivement marginalisés parce qu’ils n’ont pas trahi leur conscience ni renoncé à la vérité. Pas par choix idéologique, ni en raison d'une insuffisance personnelle, mais en raison d'une incompatibilité croissante avec les pratiques, critères linguistiques et opérationnels des contextes ecclésiaux dans lesquels ils vivent et travaillent: des systèmes qui récompensent l’adaptation, exiger des silences commodes, et marginaliser quiconque ne se rend pas fonctionnel. À certains égards, on pourrait les définir ainsi: les fous scandaleux de la croix.
Les fous de la croix susciter le scandale en refusant de plier le langage pour rendre acceptable une décision objectivement injuste. Ils refusent de définir comme « pastoral » ce qui n’est en réalité qu’une gestion opportuniste des problèmes.; ils rejettent les logiques cléricales anti-évangéliques qui confondent fidélité à l’Évangile et obéissance aux dynamiques de l’appareil. Ils ne se prêtent pas à dissimuler des omissions prolongées dans le temps par des formules ambiguës., ils n’acceptent pas non plus que la flaccidité cléricale soit justifiée par une pénurie de membres du clergé., par urgence organisationnelle, ou par des appels à de prétendus équilibres qui ne doivent pas être perturbés. Ils ne s’adaptent pas aux situations irrégulières présentées comme inévitables; ils n’acceptent pas d’être réduits au silence « pour ne pas créer de problèmes »; ils ne se rendent pas non plus complices des factions, protections mutuelles et récits rassurants construits pour cacher la vérité.
Dans de tels cas, la réduction à la marginalité n’est pas le résultat d’une erreur personnelle, mais l'effet collatéral d'une cohérence non négociable, presque toujours lu comme une défaite, comme signe d'insuffisance ou d'incapacité relationnelle. Pourtant, ce n'est pas toujours le cas: parfois, c'est simplement le prix à payer pour ne pas s'être adapté à un système qui ne tolère pas ce qu'il ne peut ni contrôler ni exploiter.. Ce mécanisme n'est ni nouveau ni exclusif à la sphère ecclésiale. C’est typique de toute structure de pouvoir fermée, y compris les organisations criminelles, qui ne frappent pas en premier ceux qui enfreignent la loi, mais ceux qui ne se rendent pas fonctionnels: ceux qui ne plient pas, qui n'entrent pas dans le circuit des dépendances mutuelles, qui n'acceptent pas la langue requise, silences et complicités. Dans de tels systèmes, l'isolement et la marginalisation ne sont pas des accidents, mais des instruments de contrôle délibérés.
Accepter une marginalité invaincue appartient à la sagesse de la folie de la croix et ne revient pas à se retirer dans une niche de ressentiment ou à cultiver une spiritualité de l'échec.. Très concrètement, cela signifie reconnaître que tout ce qui est vrai ne trouve pas sa place dans les canaux officiels, et que toute forme d'invisibilité ne coïncide pas avec la perte. C'est ce qui se passe, par exemple, à ceux qui renoncent aux rôles, nominations ou visibilité plutôt que de signer des documents officiels dans lesquels une décision injuste est présentée comme un « choix pastoral partagé ». Cela arrive à ceux qui refusent de masquer leurs responsabilités réelles derrière de fausses formules diplomatiques., présenté comme une « sainte prudence » mais en fait fonctionnel pour une gestion opportuniste des problèmes. C'est la condition de ceux qui continuent à travailler sérieusement sans être promus parce qu'ils n'appartiennent pas à des factions influentes.; de ceux qui pensent et écrivent sans y être invités parce qu’ils ne s’alignent pas sur les récits dominants; de ceux qui exercent de réelles responsabilités — formatif, culturel, éducatif - sans nominations officielles ni affiliations protectrices, parce qu'ils refusent d'échanger la liberté de jugement contre une protection ou une reconnaissance.
Dans ces cas, l'invisibilité n'est pas le signe d'un échec personnel, mais une forme de protection: ça préserve de la logique des apparences, soustrait au chantage du consensus, empêche que l'on s'en serve comme outil. Par moments, sur le long terme, cela s'avère même être une grâce, non pas parce que cela rend la vie plus facile, mais parce que ça permet de rester libre, intact et non soumis au chantage. C'est la condition de personnages qui semblent relégués aux marges mais qui ne sont pas détruits., on croyait qu'il était réduit au silence et rendu à la place, précisément pour cette raison, plus prolifique. L'Écriture connaît bien cette dynamique. Moïse est retiré de la scène publique et conduit dans le désert de Madian avant d'être appelé à libérer le peuple. (cf. Exode 2:15; 3:1); Elie s'enfuit dans le désert, désire la mort, et justement là apprend une écoute qui l'éloigne de la violence du pouvoir et du fracas de l'action (cf. 1 Kgs 19:1–18); Jean-Baptiste n'est ni né ni n'opère au centre, mais dans le désert, loin des circuits religieux officiels, et de là prépare le chemin du Seigneur (cf. Mat 3:1–3; marque 1:2–4; Luc 3:1–4). Jésus lui-même, avant tout mot ou signe public, est poussé par l'Esprit dans le désert, où il rejette explicitement le succès, efficacité immédiate et consensus des foules (cf. Mat 4:1–11; marque 1:12–13; Luc 4:1–13).
Le désert, dans la tradition biblique et évangélique, n'est pas le lieu de l'inutilité, mais de purification: cela ne produit pas de visibilité, mais la liberté; cela ne garantit pas le succès, mais la vérité. C’est dans cet espace que mûrissent des figures apparemment insignifiantes mais qui ne font en réalité l’objet d’aucun chantage., généré par une fécondité qui ne dépend pas d’une reconnaissance immédiate, mais sur la fidélité à la vérité, la liberté intérieure et la capacité de supporter le temps sans en être corrompu.
Si l'on regarde l'Évangile sans piétés anxieuses ni filtres dévotionnels, un fait élémentaire ressort: Jésus ne montre aucune inquiétude à l'idée d'être au centre. Au contraire, quand le centre devient bondé, il s'en retire facilement. Il prêche aux foules (cf. Matthieu 5-7; marque 6:34), mais ensuite il se retire (cf. marque 1:35; John 6:15); il fait des signes (cf. marque 1:40–45; marque 7:31–37), mais recommande le silence (cf. marque 1:44; marque 8:26); il attire des disciples, mais ne retient pas ceux qui partent (cf. John 6:66–67). En termes contemporains, on pourrait dire qu’il ne s’occupe pas de son propre « positionnement ». Et pourtant, personne plus que lui n'a marqué l'histoire.
Si l'on adopte ce regard évangélique, même les Béatitudes cessent d'être un répertoire édifiant à proclamer dans des occasions solennelles et redeviennent ce qu'elles sont dans leur réalité christologique: un critère radical de discernement. Ils ne promettent ni le succès, ni visibilité, ni approbation; au contraire, ils décrivent une forme paradoxale de bonheur, incompatible avec la logique du consensus. Dans l'Évangile, les bienheureux ne sont pas ceux qui « ont réussi », mais ceux qui n'ont pas troqué la vérité contre des applaudissements (cf. Mat 5:1–12).
Aux côtés des Béatitudes, toutefois, l’Évangile préserve avec la même clarté le revers de la médaille: les « malheurs ». Des mots durs, peu cité et rarement commenté, peut-être parce qu'ils perturbent une spiritualité accommodante. « Malheur à vous quand tous parlent en bien de vous » (Luc 6:26): un avertissement qui ne semble pas adressé aux pécheurs scandaleux, mais trop respectable, apprécié, des personnes parfaitement intégrées. C'est comme si Jésus mettait en garde contre une forme subtile d'échec: celui de ceux qui obtiennent le consensus au prix de leur propre liberté intérieure.
Dans l'Évangile, le consensus n’est jamais une valeur en soi. En effet, quand ça fait l'unanimité, cela prend souvent les traits d’un malentendu collectif. La foule acclame, seulement pour disparaître (cf. John 6:14–15, 66); les disciples applaudissent, seulement pour discuter pour savoir qui est le plus grand (cf. marque 9:33–34; Luc 22:24); les notables reconnaissent, seulement pour se distancier par peur ou par commodité (cf. John 12:42–43). Jésus traverse tout cela sans jamais se laisser emprisonner par cela. Il ne cherche pas l'opposition, mais il n'en a pas peur non plus; il ne méprise pas la reconnaissance, mais il ne le poursuit pas. On pourrait dire, avec un sourire légèrement esquissé, qu'il ne confond jamais les taux d'approbation avec la mesure de la vérité, parce que les cotes d'approbation sont chez les êtres humains, alors que la vérité est en Dieu.
C'est dans ce sens que l'Évangile exerce une ironie aussi discrète qu'implacable. C'est précisément ceux qui gardent le centre, les garants de l'ordre, les spécialistes de l'exactitude, les professionnels du « c’est ainsi que cela a toujours été fait » – s’avèrent souvent les moins équipés pour reconnaître ce qui se passe réellement. Pendant que les procédures sont discutées, documents rédigés et soldes invoqués qui ne doivent pas être perturbés, la foi prend forme ailleurs; tandis que la vigilance veille à ce que rien n'échappe au périmètre établi, la compréhension mûrit en dehors de la scène; alors que tout se mesure en termes de consensus et d’opportunité, la vérité passe par des chemins secondaires, sans demander la permission. Pas parce qu’il aime les marges en tant que telles, mais parce que — comme le montre l'Évangile avec une certaine obstination — la vérité ne se laisse pas administrer. Encore moins se laisse-t-il certifier par le nombre de consentements obtenus ou par la tranquillité des consciences qu'il parvient à préserver..
Accepter une marginalité invaincue, ensuite, ne signifie pas cultiver le goût de l’opposition ou s’enfermer dans une polémique de principe. Cela signifie, plus simplement, cesser de mesurer la valeur d’une vie – ou d’un ministère – par l’approbation reçue, les nominations obtenues ou le consensus recueilli, selon cette logique que l'âge, sans gêne, appelle le narcissisme hypertrophique. Concrètement, cela signifie ne pas adopter comme critère décisif le nombre d'invitations, reconnaissances ou attestations d'estime, mais la rectitude des choix faits. L'Évangile, après tout, ne demande pas à être applaudi, mais pour être fidèle. Et cette fidélité s'exerce souvent loin du centre, où l'on est moins exposé à la pression, plus libre de regarder la réalité telle qu'elle est, et moins obligé de dire ce qui convient.
La fin de l'année est souvent confronté à des attentes disproportionnées. Des bilans définitifs sont exigés, jugements concluants, des mots capables de tout remettre en ordre une fois pour toutes. En réalité, pour tous ceux qui vivent avec un minimum d'honnêteté intérieure, ce temps ne sert pas à clôturer des comptes, mais il faut arrêter de tricher: arrêter de se raconter des histoires réconfortantes, arrêter de confondre ce qui a réussi avec ce qui a été juste. Ce n’est pas le moment de proclamer des jalons, mais distinguer ce qui est essentiel de ce qui est superflu, ce qui mérite d'être sauvegardé de ce qui peut être abandonné sans regret.
Il y a une liberté particulière qui est né précisément ici: quand on accepte que tout ne doit pas être résolu, clarifié ou reconnu. Certains événements restent ouverts, quelques questions sans réponse, de graves torts non réparés. Pourtant, tout ce qui reste inachevé n’est pas stérile. Parfois, cela est simplement confié à une époque qui ne coïncide pas avec la nôtre.. Cette prise de conscience, loin d'être une capitulation, est une forme élevée de réalisme spirituel.
« Une vérité sobre » n'est pas une disposition intérieure ni un principe abstrait: elle se reconnaît au prix qu'une personne est prête à payer pour ne pas contredire ce qu'elle a compris comme étant vrai. Cela se manifeste lorsqu'on accepte la perte d'opportunités, nominations ou protections plutôt que de recourir à des justifications linguistiques, des formules accommodantes ou des alibis moraux qui rendent présentable ce qui ne pourra jamais l'être de toute façon: prétendre que le mal est le bien et utiliser ce mensonge comme bouclier contre ceux qui tentent d'appeler le mal par son nom.
Dans un contexte ecclésial dans un état de décadence objectivement avancé, qui mesure les personnes en fonction de leur visibilité, adaptabilité et utilité immédiate, ce choix a été précis, parfois même dévastateur, conséquences. C’est continuer à exercer son ministère ou son service ecclésial sans être bénéficiaire de nominations., fonctions honorifiques ou ces petites concessions avec lesquelles le pouvoir flatte et subjugue à la fois; sans être impliqué dans les instances décisionnelles du diocèse ou des institutions ecclésiales; sans se rendre disponible à des formes de gouvernance qui exigent des silences, des adaptations ou des compromis jugés inadmissibles car payés à un prix qu'aucune conscience chrétienne ne peut accepter: le sacrifice de la liberté des enfants de Dieu, inscrit dès l'origine dans le mystère même de la création de l'être humain. Cela signifie, enfin, accepter que sa contribution reste sans gratification et reléguée aux marges, pas parce que c'est inutile, mais parce que ce n'est pas consommable dans les circuits qui comptent; et pourtant destiné, dans le silence du désert, être une graine qui porte du fruit.
Persévérant, dans ce sens, n’est pas une forme d’obstination ni une posture identitaire construite pour se distinguer. C'est la décision de rester fidèle à ce qui a été reconnu comme vrai même lorsque cette fidélité entraîne le silence., perte de rôle et absence de reconnaissance.
Au passage d'une année à l'autre, on ne demande pas de tirer des bilans consolants, mais regarder ce qui reste quand le temps a consumé les illusions, rôles et justifications. Ce qui reste, ce sont les choix faits, les mots prononcés ou non-dits, les responsabilités assumées ou évitées. Ce, et rien d'autre, est la matière qui traverse le temps.
Espérance chrétienne ne vient pas du fait que les choses « vont s’améliorer », ni du consensus recueilli ni des résultats obtenus. Cela découle du fait de savoir que la vérité ne se mesure pas à l’aune de l’immédiat., mais sera jugé au moment ultime. C'est dans cette fidélité exposée au temps et au jugement — et non dans le succès d'une saison — que se décide si une vie a été simplement vécue ou véritablement sauvegardée comme un don de Dieu.; si les talents reçus ont été mis à profit, ou enterré dans le sol.
De l'île de Patmos, 31 décembre 2025
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LA DIGNITÉ D’UNE MARGINALITÉ INEXCITÉE DANS LE PASSAGE D’UNE ANNÉE À L’AUTRE
L’espérance chrétienne ne naît pas du fait que les choses « s’amélioreront », ni du consensus atteint ni des résultats obtenus. Elle naît du fait de savoir que la vérité ne se mesure pas à l'aune de l'immédiat., mais il sera jugé à la fin des temps. C’est dans cette fidélité exposée au temps et au jugement – et non au succès d’une saison – que se décide si une vie a été simplement vécue ou vraiment appréciée comme un don de Dieu.; si les talents reçus ont été mis à fructifier, ou enterré sous terre.
A la fin de l'année le monde aime faire le point en mesurant les résultats, succès et échecs. C'est un exercice apaisant, car il permet de juger la vie selon des critères visibles et immédiatement vérifiables, du moins en apparence.
D'un point de vue chrétien, cependant, tout ce qui est mesurable n'est pas vrai, et ce qui décide réellement de la qualité d’une existence ne coïncide souvent pas avec ce qui semble réussi aux yeux du monde.. Sur le chemin de la foi, Il n’est pas rare que le véritable accomplissement prenne la forme de ce que le monde considère comme un échec ou un échec.. C'est la logique de la croix, que l'apôtre Paul n'atténue ni ne rend acceptable:
"Nous, en échange, nous prêchons le Christ crucifié, scandale pour les Juifs et folie pour les païens. » (1 Cor 1,23).
Cette dimension est vécue qui sont progressivement mis à la marge pour ne pas avoir trahi leur propre conscience, ni avoir renoncé à la vérité. Pas par choix idéologique, ni en raison d'une incapacité personnelle, mais du fait d'une incompatibilité croissante avec les pratiques, les langues et les critères de fonctionnement des contextes ecclésiaux dans lesquels ils vivent et opèrent: des systèmes qui récompensent l’adaptation, Ils exigent des silences appropriés et marginalisent ceux qui ne le deviennent pas.. Sous certains aspects, on pourrait les définir comme ça: les fous scandaleux de la croix.
Les fous de la croix générer du scandale en refusant de déformer le langage pour rendre acceptable une décision objectivement injuste. Ils refusent de définir comme « pastoral » ce qui est en réalité une simple gestion opportuniste des problèmes.; Ils rejettent la logique cléricale anti-évangélique de ceux qui confondent fidélité à l’Évangile et obéissance à la dynamique de l’appareil.. Ils ne se prêtent pas à couvrir des omissions à long terme avec des formules ambiguës, ils n'acceptent pas non plus que la mollesse des clercs soit justifiée par le manque de clergé, avec l'urgence organisationnelle ou avec l'appel à des équilibres supposés qui ne doivent pas être perturbés. Ils ne s’adaptent pas aux situations irrégulières présentées comme inévitables. Ils n’acceptent pas d’être réduits au silence « pour ne pas créer de problèmes », ils ne deviennent pas non plus complices de consortiums, protections mutuelles et récits rassurants construits pour cacher la vérité.
Dans ces cas, la réduction à la marginalité n’est pas le résultat d’une erreur personnelle, mais l'effet collatéral d'une cohérence non négociable, presque toujours lu comme une défaite, comme preuve d'insuffisance ou d'incapacité relationnelle. Cependant, Ce n'est pas toujours comme ça: Parfois, c’est simplement le prix à payer pour ne pas s’être adapté à un système qui ne tolère pas ce que l’on ne peut ni contrôler ni utiliser.. Ce mécanisme n’est ni nouveau ni exclusif à la sphère ecclésiastique.. C’est typique de toute structure de pouvoir fermée, y compris les organisations mafieuses, qui ne frappe pas ceux qui enfreignent la loi en premier, mais à ceux qui ne deviennent pas fonctionnels: qui ne plie pas, à ceux qui n'entrent pas dans le circuit des dépendances réciproques, qui n'accepte pas la langue, les silences et les complicités nécessaires. Dans ces systèmes, L'isolement et la marginalisation ne sont pas des accidents, mais des instruments de contrôle délibérés.
Accepter une marginalité invaincu fait partie de la sagesse de la folie de la croix et n’équivaut pas à se réfugier dans une niche de ressentiment ou à cultiver une spiritualité de l’échec.. Très spécifiquement, Cela signifie reconnaître que tout ce qui est vrai ne trouve pas sa place dans les canaux officiels et que toute forme d’invisibilité ne coïncide pas avec une perte.. C'est ce qui arrive, Par exemple, à ceux qui démissionnent de leurs fonctions, missions ou visibilité tant qu’ils ne signent pas des documents officiels dans lesquels une décision injuste est présentée comme une « option pastorale partagée ». Cela arrive à ceux qui refusent de masquer leurs responsabilités réelles derrière de fausses formules diplomatiques., présentée comme une « sainte prudence » mais en réalité fonctionnelle à une gestion opportuniste des problèmes. C’est la condition de ceux qui continuent à travailler sérieusement sans être promus parce qu’ils n’appartiennent pas à des cliques influentes.; de ceux qui pensent et écrivent sans y être invités parce qu’ils ne s’alignent pas sur les récits dominants; de ceux qui exercent de réelles responsabilités – formation, culturel, éducatif - sans postes officiels ni adhésions protectrices, parce qu'il n'accepte pas d'échanger la liberté de jugement contre des protections ou des reconnaissances.
Dans ces cas, l'invisibilité n'est pas le signe d'un échec personnel, mais une forme de protection: préserve la logique de l’apparence, échappe au chantage du consensus, les empêche d’être utilisés comme instruments. Parfois, avec le passage du temps, ça se révèle même comme une grâce, pas parce que ça rend la vie plus facile, mais parce que ça nous permet de rester libres, intégrité et non soumis au chantage. C’est la condition de figures qui semblent reléguées en marge mais non détruites., considéré comme réduit au silence et pourtant, précisément pour cette raison, rendu plus fertile. L’Écriture connaît bien cette dynamique.. Moïse est retiré de la scène publique et emmené dans le désert de Madian avant d'être appelé à libérer le peuple. (cf. Ex 2,15; 3,1); Elie s'enfuit dans le désert, souhaite la mort, et c'est là qu'il apprend l'écoute qui l'éloigne de la violence du pouvoir et du bruit de l'action. (cf. 1 Ré 19,1-18); Jean-Baptiste n'est pas né et n'agit pas au centre, mais dans le désert, loin des circuits religieux officiels, et de là prépare le chemin du Seigneur (cf. Mont 3,1-3; Mc 1,2-4; Lc 3,1-4). Jésus lui-même, avant chaque parole publique et chaque signe, est poussé par l'Esprit dans le désert, où il rejette explicitement le succès, efficacité immédiate et consensus du public (cf. Mont 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13).
Le désert, dans la tradition biblique et évangélique, Ce n'est pas le lieu de l'inutilité, mais de purification: ne produit pas de visibilité, mais la liberté; ne garantit pas le succès, mais la vérité. C'est dans cet espace où apparemment sans importance mais, qui ne sont pas vraiment sujet au chantage, engendrée par une fécondité qui ne dépend pas d'une reconnaissance immédiate, mais de fidélité à la vérité, de liberté intérieure et de capacité à supporter le temps sans se laisser corrompre par lui.
Si vous regardez l'Évangile sans piétismes anxieux ni filtres dévotionnels, un fait élémentaire attire l'attention: Jésus ne montre aucune inquiétude d'être au centre. Au contraire, quand le centre est plein de monde, ça lui échappe naturellement. Prêcher aux foules (cf. Mt 5-7; Mc 6,34), mais ensuite il part (cf. Mc 1,35; JN 6,15); faire des signes (cf. Mc 1,40-45; Mc 7,31-37), mais recommande le silence (cf. Mc 1,44; Mc 8,26); attire les disciples, mais il ne retient pas ceux qui partent (cf. JN 6,66-67). En termes actuels, On pourrait dire qu’il ne se soucie pas de son propre « positionnement ». Cependant, personne d'autre que lui n'a eu un impact sur l'histoire.
Si cette vision évangélique est acceptée, Les Béatitudes cessent également d'être un répertoire édifiant proclamé lors d'occasions solennelles et redeviennent ce qu'elles sont dans leur réalité christologique.: un critère de discernement radical. Ils ne promettent pas le succès, aucune visibilité, pas d'approbation; au contraire, décrire une forme de bonheur paradoxal, incompatible avec la logique du consensus. Le bienheureux, dans l'Évangile, Ce ne sont pas eux qui ont « réussi », mais ceux qui n'ont pas changé la vérité avec des applaudissements (cf. Mont 5,1-12).
Mais avec les Béatitudes, l’Évangile préserve avec la même clarté le revers de la médaille: les "oui". mots durs, peu cité et rarement commenté, peut-être parce qu'ils perturbent une spiritualité accommodante. "Malheur à toi quand tout le monde parle bien de toi!» (Lc 6,26): un avertissement qui ne semble pas destiné aux pécheurs scandaleux, mais aux gens respectables, apprécié, parfaitement intégré. C'est comme si Jésus mettait en garde contre une forme subtile d'échec.: celui de ceux qui obtiennent le consensus au prix de leur propre liberté intérieure.
Dans l'Évangile le consensus n’est jamais une valeur en soi. Encore plus, quand ça fait l'unanimité, prend généralement les traits d’un malentendu collectif. La foule applaudit, puis disparaître (cf. JN 6,14-15.66); les disciples applaudissent, et ensuite débattre pour savoir qui est le plus grand (cf. Mc 9,33-34; Lc 22,24); les notables reconnaissent, puis prenez vos distances par peur ou par commodité (cf. JN 12,42-43). Jésus traverse tout cela sans jamais se laisser emprisonner par cela.. Ne cherche pas l’opposition, mais il ne la craint pas non plus; ne méprise pas la reconnaissance, mais ça ne le poursuit pas. on pourrait dire, avec un sourire à peine visible, qui ne confond jamais la cote de popularité avec la mesure de la vérité, parce que la cote d'approbation est dans l'homme, la vérité est en Dieu.
C'est dans ce sens comment l'Évangile exerce une ironie aussi discrète qu'implacable. C'est précisément ceux qui gardent le centre, les garants de l'ordre, spécialistes de la correction, Les professionnels « cela a toujours été ainsi » sont souvent les moins qualifiés pour reconnaître ce qui se passe réellement.. Pendant que les procédures sont discutées, des documents sont établis et des équilibres sont invoqués qui ne doivent pas être perturbés, la foi prend forme ailleurs; tout en veillant à ce que rien ne sorte du périmètre établi, la compréhension mûrit hors scène; alors que tout se mesure en termes de consensus et d’opportunité, la vérité passe par les routes secondaires, sans demander la permission. Pas parce que j'aime les marges en tant que telles, mais parce que — comme l'Évangile le montre avec une certaine obstination — la vérité ne se laisse pas administrer. Et encore moins peut-elle être attestée par le nombre de consensus obtenus ou par la tranquillité d’esprit qu’elle parvient à préserver..
Accepter une marginalité invaincue, alors il ne s'agit pas de cultiver le goût de l'opposition, ni se réfugier dans une attitude polémique de principe. Moyens, plus simplement, cesser de mesurer la valeur d’une vie – ou d’un ministère – selon l’approbation reçue, les positions obtenues ou le consensus recueilli, selon cette logique que le siècle appelle, sans honte, narcissisme hypertrophié. Concrètement, signifie ne pas considérer le nombre d’invitations comme un critère décisif, de reconnaissance ou de signes d'estime, mais la justesse des décisions prises. L'Évangile, sinon, ne demande pas à être applaudi, mais sois fidèle. Et cette fidélité, pas rarement, s'exerce loin du centre, où vous êtes moins exposé à la pression, plus libre de regarder la réalité telle qu'elle est et moins obligé de dire ce qui est approprié.
La fin de l'année souvent accablé d’attentes disproportionnées. Des bilans finaux sont requis, jugements concluants, des mots capables de tout arranger une fois pour toutes. En fait, pour ceux qui vivent avec un minimum d'honnêteté intérieure, ce temps n'est pas utile pour clôturer des comptes, mais arrête de te tromper: ne pas raconter d'histoires réconfortantes, pour ne pas confondre ce qui a réussi et ce qui a été juste. Ce n’est pas le moment de proclamer les objectifs atteints, mais distinguer l'essentiel du superflu, ce qui mérite d'être gardé de ce qui peut être abandonné sans regrets.
Il y a une liberté particulière qui est né précisément ici: quand on admet que tout ne doit pas être résolu, clarifié ou reconnu. Certaines vicissitudes restent ouvertes, quelques questions sans réponse, quelques injustices graves sans réparation. Mais tout ce qui reste inachevé n’est pas stérile.. Parfois, il est simplement confié à une époque qui ne coïncide pas avec la nôtre.. Cette prise de conscience, loin d'être une capitulation, C'est une forme élevée de réalisme spirituel.
La « sobre vérité » Ce n'est pas une disposition interne ni un principe abstrait: Elle se reconnaît au prix qu’une personne est prête à payer pour ne pas nier ce qu’elle a compris comme étant vrai.. Cela se manifeste lorsque vous acceptez de perdre des opportunités, accusations ou protections à condition de ne pas recourir à des justifications linguistiques, aux formules accommodantes ou aux alibis moraux qui rendent présentable ce qui en aucun cas ne peut l'être: prétendre que le mal est le bien et utiliser ce mensonge comme bouclier contre ceux qui tentent d'appeler le mal par son nom.
Dans un contexte ecclésial dans un état de décadence objectivement avancé, qui mesure les personnes en fonction de leur visibilité, adaptabilité et utilité immédiate, Ce choix a des conséquences précises, parfois même dévastateur. Cela signifie continuer à exercer son propre ministère ou service ecclésial sans être bénéficiaire de nominations., les positions honorifiques ou ces petites concessions avec lesquelles le pouvoir flatte et, en même temps, seulement; sans être impliqué dans les instances décisionnelles du diocèse ou des institutions ecclésiales; sans se rendre disponible à la logique gouvernementale qui exige le silence, adaptations ou compromis jugés irrecevables, parce qu'ils sont payés à un prix qu'aucune conscience chrétienne ne peut accepter: le sacrifice de la liberté des enfants de Dieu, inscrit dès l'origine dans le même mystère de la création de l'homme. Moyens, finalement, accepter que sa propre contribution reste non récompensée et reléguée aux marges, pas parce que c'est inutile, mais parce qu'il n'est pas utilisable dans les circuits qui ont; et, cependant, destiné, dans le silence du désert, être une graine qui porte du fruit.
Persévérer, dans ce sens, Ce n’est pas une forme d’obstination ni une posture identitaire construite pour se distinguer.. C'est la décision de rester fidèle à ce qui a été reconnu comme vrai même lorsque cette fidélité implique le silence., perte de rôle et manque de reconnaissance.
dans l'étape d'une année sur l'autre on ne lui demande pas de faire des bilans consolants, mais regarder ce qui reste quand le temps a consumé les illusions, rôles et justifications. Les décisions restent, les mots prononcés ou silencieux, responsabilités assumées ou évitées. Ce, et rien de plus, C'est la matière qui traverse le temps.
Espérance chrétienne Elle ne naît pas du fait que les choses « s’amélioreront »., ni du consensus atteint ni des résultats obtenus. Elle naît du fait de savoir que la vérité ne se mesure pas à l'aune de l'immédiat., mais il sera jugé à la fin des temps. C’est dans cette fidélité exposée au temps et au jugement – et non dans le succès d’une saison – qu’il est décidé si une vie a été simplement vécue ou vraiment appréciée comme un don de Dieu.; si les talents reçus ont été mis à fructifier, ou enterré sous terre.
De l'île de Patmos, 31 Décembre 2025
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LA DIGNITÉ D’UNE MARGINALITÉ NON SURMONTÉ DANS LA TRANSITION D’UNE ANNÉE À L’AUTRE
L'espérance chrétienne ne vient pas de l'attente, que les choses « s’amélioreront », ni le consensus recueilli ni les résultats obtenus. Cela vient de la connaissance, que la vérité ne se mesure pas à l'immédiat, mais sera jugé lors du jugement final. C'est dans cette fidélité exposée au temps et au tribunal - et non dans la réussite d'une saison - que se prend la décision., si une vie a été simplement vécue ou véritablement préservée comme un don de Dieu; si les talents reçus ont été fécondés ou enfouis dans la terre.
A la fin de l'année le monde a tendance à, faire le point, en obtenant des résultats, Mesure les succès et les échecs. C'est un exercice apaisant, parce que cela permet, juger la vie selon des critères visibles et apparemment immédiatement vérifiables.
D'un point de vue chrétien Cependant, tout n’est pas, ce qui est mesurable, vrai, et ça, ce qui détermine réellement la qualité d'une existence, cela ne coïncide souvent pas avec cela, ce qui semble réussir aux yeux du monde. Sur le chemin de la foi, le véritable accomplissement prend souvent la forme de, ce que le monde considère comme un échec et un échec. C'est la logique de la croix, que l'apôtre Paul n'affaiblit ni ne rend acceptable:
« Nous, au contraire, proclamons le Christ crucifié, une nuisance pour les Juifs, folie pour les Gentils. (1 Cor 1,23).
Cette dimension est vécue par ceux, qui se retrouvent peu à peu marginalisés, parce qu'ils n'ont pas trahi leur conscience et n'ont pas renoncé à la vérité. Pas à cause d'une décision idéologique, pas à cause d'une incompétence personnelle, mais du fait d'une incompatibilité croissante avec les pratiques, Formes linguistiques et critères fonctionnels des contextes ecclésiaux, dans lequel ils vivent et travaillent: systèmes, adaptation de la récompense, exiger un silence opportun et marginaliser ceux qui, qui ne peut pas être fonctionnalisé. D'un certain point de vue, on pourrait les appeler ainsi: les portes scandaleuses de la croix.
Les portes de la croix offensent, en refusant, plier la langue, faire en sorte qu'une décision objectivement injuste paraisse acceptable. Ils le refusent, être qualifié de « pastoral »., qui n'est en réalité rien d'autre qu'une gestion opportuniste des problèmes; ils rejettent les logiques cléricales anti-évangéliques, qui confondent fidélité à l'Évangile et obéissance à la dynamique des appareils. Ils ne s'impliquent pas, dissimuler des échecs de longue date avec des formules ambiguës, ni les accepter, que le laxisme du clergé avec une pénurie de prêtres, urgence organisationnelle ou en référence à des soldes présumés, qu'il ne faut pas déranger. Ils ne s’adaptent pas aux situations irrégulières présentées comme inévitables, ils ne peuvent pas être réduits au silence « pour ne pas causer de problèmes », ils ne se rendent pas non plus complices de cliques, mécanismes de protection mutuelle et histoires rassurantes, qui servent à cet effet, cacher la vérité.
Dans de tels cas la réduction à la marginalité n’est pas le résultat d’une erreur personnelle, mais l'effet secondaire d'une cohérence non négociable, ce qui est presque toujours une défaite, est lu comme un signe d’insuffisance ou d’incompétence relationnelle. Mais ce n'est pas toujours le cas: Parfois c'est simplement le prix, ne pas s'être adapté à un système, ce n'est pas toléré, ce qu'il ne peut ni contrôler ni utiliser. Ce mécanisme n'est ni nouveau ni limité au secteur ecclésial. C’est typique de toute structure de pouvoir fermée, y compris les organisations criminelles, qui ne les rencontre pas en premier, qui enfreint la loi, mais ceux-là, qui ne peut pas être rendu fonctionnel: ceux, qui ne s'incline pas, qui n'entrent pas dans le cycle des dépendances mutuelles, la langue, N'acceptez pas le silence et la complicité requise. Dans de tels systèmes, l’isolement et la marginalisation ne sont pas des accidents, mais des instruments de contrôle conscients.
Une marginalité qui n’est pas surmontée accepter appartient à la sagesse de la folie de la croix et ne signifie ni, se retirer dans une niche pleine de ressentiment, ni de cultiver une spiritualité de l'échec. Concrètement, cela signifie reconnaître, que tout ce qui est vrai ne trouve pas sa place dans les canaux officiels et que toute forme d'invisibilité ne peut pas être assimilée à une perte. Cela est évident, par exemple, avec ceux, ceux sur roues, Renoncer à un poste ou à une visibilité, ne signer aucun document officiel, dans lequel une décision injuste est présentée comme une « option pastorale partagée ».. Ça se voit avec eux, qui refuse, cacher de vraies responsabilités derrière de fausses formules diplomatiques, qui sont présentés comme de la « sainte sagesse »., Mais en réalité, ils servent à gérer les problèmes de manière opportuniste.. C'est la situation de ceux, qui continuent de travailler sérieusement, sans être promu, parce qu'ils n'appartiennent à aucune clique influente; Celui-la, qui pense et écrit, sans être invité, parce qu'ils ne sont pas conformes aux récits dominants; Celui-la, assumer une réelle responsabilité — dans l’éducation, Culture et éducation – sans postes officiels ni affiliations protectrices, parce qu'ils ne sont pas prêts, échanger la liberté de jugement contre une protection ou une reconnaissance.
Dans ces cas L'invisibilité n'est pas un signe d'échec personnel, mais une forme de protection: Il nous protège de la logique des apparences, supprime la pression du chantage du consensus et l’empêche, être instrumentalisé. Parfois, avec le temps, cela s'avère même être une grâce - non pas parce que cela rend la vie plus facile., mais parce que cela permet, gratuit, rester intègre et ne pas subir de chantage. C'est la situation des chiffres, qui semblent marginalisés, sans être détruit, sont considérés comme réduits au silence et deviennent ainsi plus fructueux. L'Écriture connaît bien cette dynamique. Moïse est retiré de la scène publique et conduit dans le désert de Madian, avant qu'il soit appelé, pour libérer le peuple (cf. Ex 2,15; 3,1); Elie s'enfuit dans le désert, souhaite la mort, et c'est justement là qu'il apprend à écouter, qui l'éloigne de la violence du pouvoir et du bruit de l'action (cf. 1 Genre 19,1-18); Jean-Baptiste n'est ni né ni actif au centre, mais dans le désert, loin des cercles religieux officiels, et de là il prépare le chemin du Seigneur (cf. Mt 3,1-3; Marc 1,2-4; Lc 3,1-4). Jésus lui-même le fera, même avant chaque parole publique et chaque signe, poussé dans le désert par l'esprit, où il réussit expressément, efficacité immédiate et applaudissements de la foule (cf. Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13).
Le désert n'est pas la place de l'inutilité dans la tradition biblique et évangélique, mais du nettoyage: Cela ne crée pas de visibilité, mais la liberté; cela ne garantit pas le succès, mais la vérité. Dans cet espace, les personnages mûrissent, qui semblent hors de propos de l'extérieur, en fait, on ne peut pas faire l'objet de chantage, produit par une fertilité, qui ne dépend pas d'une reconnaissance immédiate, mais de la loyauté à la vérité, de liberté intérieure et de capacité, pour résister à l'épreuve du temps, sans en être corrompu.
En regardant l'Évangile sans piétisme anxieux et sans filtre dévotionnel, un constat élémentaire ressort: Jésus ne montre aucune peur, être au centre. Au contraire: Quand le centre se remplit, il s'en retire naturellement. Il prêche aux foules (cf. Mt 5-7; Mk 6,34), mais se retire ensuite (cf. Mk 1,35; Joh 6,15); il travaille des signes (cf. Mc 1,40-45; Mc 7,31-37), recommande cependant le silence (cf. Mk 1,44; Mk 8,26); il attire des disciples, mais ne s'y accroche pas, qui s'en va (cf. Jn 6,66-67). Dans le langage d'aujourd'hui, on pourrait dire, il ne se soucie pas de son propre « positionnement ». Et pourtant, personne n’a plus façonné l’histoire que lui.
Si tu prends celui évangélique Jetez un oeil, les béatitudes s'arrêtent aussi, être un répertoire édifiant pour les occasions festives, et je le referai, ce qu'ils sont dans leur réalité christologique: un critère de distinction radical. Ils ne promettent ni succès, ni visibilité, ni approbation; ils décrivent plutôt une forme paradoxale de bonheur, ce qui est incompatible avec la logique du consensus. Les bienheureux de l'Évangile ne sont pas ceux, qui a « réussi », mais ceux-là, qui n'ont pas échangé la vérité contre des applaudissements (cf. Mt 5,1-12).
En plus des Béatitudes Cependant, l’Évangile préserve aussi le revers de la médaille avec la même clarté: les « cris douloureux ». Des mots durs, peu cité et rarement commenté, peut-être parce qu'ils perturbent une spiritualité confortable. « Malheur à toi, quand tout le monde te loue. (lk 6,26): un rappel, qui ne semble pas s'adresser aux pécheurs scandaleux, mais aux respectables, estimé, des personnes pleinement intégrées. C'est, comme si Jésus mettait en garde contre une forme subtile d'échec: Celui-la, dans lequel le consensus s'achète au prix de sa propre liberté intérieure.
Dans l'Évangile Le consensus n’est jamais une valeur en soi. Plus que ça: Quand il fait l'unanimité, cela prend souvent les caractéristiques d’un malentendu collectif. La foule applaudit, puis disparaître (cf. Jn 6,14-15.66); les disciples applaudissent, et ensuite en discuter, qui est le plus grand (cf. Mc 9,33-34; lk 22,24); les notables reconnaissent, seulement pour se distancier par peur ou par opportunité (cf. Jn 12,42-43). Jésus traverse tout ça, sans jamais se laisser capturer par lui. Il ne cherche pas l'opposition, Mais n'ayez pas peur d'eux non plus; il ne méprise pas la reconnaissance, mais ne la cours pas après. Tu pourrais dire avec à peine un soupçon de sourire, qu'il ne confond jamais les taux d'approbation avec la mesure de la vérité, parce que les valeurs d'approbation résident dans les gens, la vérité est en Dieu.
L'Évangile pratique dans ce sens une ironie aussi discrète qu'implacable. Juste ceux-là, qui occupent le centre - les garants de l'ordre, les spécialistes de l'exactitude, les pros du « nous avons toujours fait les choses de cette façon » – s'avèrent souvent être les moins capables, reconnaître ce qui se passe réellement. En discutant des procédures, Rédige des documents et évoque des soldes, qu'il ne faut pas déranger, la foi prend forme ailleurs; tout en faisant attention, que rien ne sort du cadre établi, la compréhension mûrit en dehors de la scène; alors que tout se mesure en catégories de consensus et d'opportunité, la vérité prend des chemins détournés, sans demander la permission. Pas parce qu'elle aime les bords en tant que tels, mais parce que - comme le montre l'Évangile avec une certaine persistance - la vérité ne peut être gérée. Et encore moins peut-il être certifié par le nombre d'agréments obtenus ou par la tranquillité de conscience., qui peut être préservé.
Une marginalité qui n’est pas surmontée Donc accepter ne veut pas dire, cultiver une préférence pour l'opposition ou se réfugier dans une position polémique par principe. Cela signifie plutôt, arrêter, la valeur d’une vie – ou d’un service – après le consentement reçu, les positions atteintes ou le consensus obtenu, selon cette logique, que l'époque appelle sans vergogne narcissisme hypertrophique. Cela signifie spécifiquement, pas le nombre d'invitations, faire de la reconnaissance ou de l'appréciation le critère décisif, mais l'honnêteté des décisions prises. Après tout, l’Évangile ne l’exige pas, être acclamé, mais pour être fidèle. Et cette fidélité se vit souvent loin du centre, où vous êtes exposé à moins de pression, peut voir la réalité plus librement que ça, ce qu'elle est, et est moins forcé, dire ça, tout ce qui semble approprié.
Le début de l’année s’accompagne souvent de changements disproportionnés Des attentes chargées. Des bilans définitifs sont nécessaires, jugements définitifs, mots, qui sont censés tout régler une fois pour toutes. En réalité, ce temps est pour le, qui vit avec un minimum d'honnêteté intérieure, pas à ça, clôturer les factures, mais il faut arrêter de tricher: ne plus se raconter d'histoires réconfortantes, à ne pas confondre, qui a réussi, avec le, ce qui était juste. Ce n'est pas le moment, déclarer les victoires d'étape, mais distinguer l'essentiel du superflu, que faut-il en préserver, ce qu'on peut lâcher sans regret.
Une liberté particulière naît ici: si tu acceptes, que tout n'est pas résolu, doit être clarifié ou reconnu. Certains processus restent ouverts, quelques questions sans réponse, quelques actes d'injustice graves sans réparation. Mais tout ce qui n'est pas fini n'est pas stérile. Parfois c'est simplement confié à un temps, ce qui ne coïncide pas avec le nôtre. Cette prise de conscience est loin d'être là, être un abandon; c'est une forme élevée de réalisme spirituel.
La « sobre vérité » n'est ni une disposition interne ni un principe abstrait: Vous pouvez les reconnaître par le prix, qu'une personne est prête à payer, pour ne pas contredire ça, ce qu'il savait être vrai. Elle se montre, quand tu es prêt, Opportunités, Perte de fonctions ou de protection, au lieu de justifications linguistiques, recourir à des formules apaisantes ou à des alibis moraux, ça rend quelque chose de présentable, ce qu'il ne peut en aucun cas être: faire ainsi, comme si le mal était le bien, et d'utiliser ce mensonge comme bouclier contre eux, qui essaie, appeler le mal par son nom.
Dans un contexte ecclésial, qui est objectivement dans un état de délabrement avancé et les gens ont soif de visibilité, adaptabilité et utilité immédiate, cette décision est-elle concrète, des conséquences parfois même dévastatrices. Elle veut dire, continuer à exercer son propre ministère ou mission dans l’Église, sans destinataires de rendez-vous, Les postes honoraires ou ces petites concessions, avec lequel le pouvoir flatte et soumet à la fois; sans être impliqué dans les instances décisionnelles du diocèse ou des institutions ecclésiales; sans se mettre à la disposition de la logique gouvernementale, le silence, Nécessite un ajustement ou un compromis, qui sont jugés inadmissibles, parce qu'ils sont achetés à un prix, qu'aucune conscience chrétienne ne peut accepter: le sacrifice de la liberté des enfants de Dieu, qui est inscrit dès l'origine dans le mystère de la création de l'homme. Elle veut dire après tout, accepter, que sa propre contribution reste sans récompense et est reléguée aux marges, pas parce que c'est inutile, mais parce qu'il ne peut pas être utilisé dans les cycles concernés; et pourtant destiné à le faire, être une graine dans le silence du désert, qui porte du fruit.
Dans ce sens Rester sur place n’est ni une forme d’entêtement ni une pose identitaire, qui a été construit pour la démarcation. C'est la décision, pour rester fidèle à ça, ce que tu sais être vrai, même si cette fidélité est silencieuse, Perte de rôle et manque de reconnaissance.
En transition d'une année sur l'autre n'est pas obligatoire, tirer des conclusions réconfortantes, mais à le regarder, ce qui reste, quand le temps fait illusion, Les rôles et les justifications ont été consommés. Les décisions prises restent, les mots prononcés ou laissés silencieux, les responsabilités assumées ou évitées. C'est - et rien d'autre - le matériau, qui traverse le temps.
L'espérance chrétienne ne vient pas de l'attente, que les choses « s’amélioreront », ni le consensus recueilli ni les résultats obtenus. Cela vient de la connaissance, que la vérité ne se mesure pas à l'immédiat, mais sera jugé lors du jugement final. C'est dans cette fidélité exposée au temps et au tribunal - et non dans la réussite d'une saison - que se prend la décision., si une vie a été simplement vécue ou véritablement préservée comme un don de Dieu; si les talents reçus ont été fécondés ou enfouis dans la terre.
De l'île de Patmos, 31. Décembre 2025
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PIERRE DE ROBERTO BENIGNI: LA PRIMAIRE DE L'AMOUR FRAGILE
C'est le parcours d'un homme qui ne savait que dire "je t'aime" et qui, à travers la grâce et la douleur, apprendre à dire «je t'aime» - plus avec des mots, mais avec sa croix.
- Nouvelles de l'Église -
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Auteur Simone Pifizzi
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L'interprétation Pietro un homme dans le vent présenté hier soir aux Jardins du Vatican par Roberto Benigni, il n'a pas tardé à rappeler les leçons de la phénoménologie française contemporaine. Jean-Luc Marion nous prévient que la Révélation n'est pas un objet à dominer, mais un « phénomène saturé », un événement qui dépasse notre capacité à comprendre. Le risque de l’exégète moderne est de transformer le texte en idole: un miroir qui reflète sa propre créativité plus que le visage de Dieu[1]. et pourtant, quelque chose de surprenant se produit avec ce monologue. Maintenant Dix commandementsBenigni risquait parfois de laisser sa créativité prendre le pas sur le texte, ici il fait un pas décisif: ce que Paul Ricœur appelle la « seconde naïveté »[2]. bénin non USAplus le texte, mais il part utiliserdu texte. On a donc assisté au triomphe du texte sur l'interprète, comme si Benigni était devenu, pleinement pour la première fois, serviteur inutile de la Parole: ne propose pas d'images, mais il les reçoit. Cela n'impose pas de couleur, mais il se laisse colorer. Le résultat est un Pierre « totalement partageable » car il n’est pas le Pierre du mythe, mais plutôt le Pierre de l'histoire du salut: fragile, contradictoire, amate.
Hans Urs von Balthasar a montré comment la beauté théologique du Christ réside dans kénose: vidange. Peter est le premier à entrer, mais il le fait « à la manière des hommes »: trébuchant, faux, je reviens toujours[3]. Chacune de ses grandeurs est suivie d'une chute: confesse la divinité du Christ à Césarée de Philippe («Tu es le Christ, le Fils du Dieu vivant": Mont 16,16); immédiatement après qu'il soit appelé "Satan" ("Va après moi, Satan! Tu es un scandale pour moi": Mont 16,23); promet une fidélité absolue à la Cène ("Je donnerai ma vie pour toi": Gv 13,37); quelques heures plus tard, il renonce au Maître ("Je ne le connais pas": Mont 26,72-74).
Roberto Benigni n'atténue pas ces contradictions: les utilise comme une clé de compréhension. Pierre est l'icône de l'Église qui ne se prêche pas, mais le Christ, précisément parce qu'il sait qu'il n'est pas le Christ. Le rocher dont parle l'évangéliste Matthieu (cf.. 16,18) ce n'est pas la volonté de Simone, mais la foi de Pierre: une foi mêlée de faiblesse.
Le point culminant de l’interprétation — capté par Benigni avec finesse théologique — est le dialogue tiré du Chapitre 21 de l'Évangile de Jean dans lequel Jésus demande: «Simon de Jean, nous sommes (agapas-moi)?». Pierre répond: "Monsieur, Je t'aime bien (philo-se)». Peter n'est pas capable d'un amour total: offre ce qu'il a, pas ce qu'il n'a pas. À ce stade, le Christ descend à son niveau, mais il le fait pour l'élever.
L'histoire se déroule sur la Croix: Peter passe enfin par là philéoune bouche bée. C'est la « grâce à grand prix » de Bonhoeffer.: tu deviens ce à quoi tu es appelé à être à travers la blessure, pas par le triomphe.
La vraie primauté de Peter est la suivante: transformer un amour fragile en un amour total. Il n'est pas devenu le premier pape parce qu'il était le meilleur, mais parce qu'il était le plus pardonné. L'épisode de quo Vadiset la crucifixion à l'envers ne sont pas du folklore: ils sont la signature de sa vocation. L'Eucharistie reçue et le lavement des pieds subi germent des années plus tard, dans le don total de la vie. Pierre enseigne que l'amour chrétien n'est pas un point de départ mais un point d'arrivée.
C'est le parcours d'un homme qui ne savait que dire "je t'aime" est-ce, à travers la grâce et la douleur, apprendre à dire «je t'aime» - plus avec des mots, mais avec sa croix.
Florence, 11 décembre 2025
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REMARQUE
[1]Voir. J.L. Marion, Étant donné. Essai d’une phénoménologie de la donation, Paris 1997, au hasard: le concept de « phénomène saturé » décrit la Révélation comme un événement qui dépasse toute compréhension de l'ego, échapper à la logique de l'idole.
[2] Voir. Paul Ricoeur, Finitude et culpabilité. II. Le symbolisme du mal, simp. ce. Brescia 1970; ou Le conflit des interprétations(1969), où Ricœur décrit la « seconde naïveté » comme une reprise de sens après la critique.
[3] Voir. Hans Urs von Balthasar, Gloria. Une esthétique théologique, volume. je: La perception de la forme, simp. il., Milan, Livre Jaca 1975 (orig. gloire, je: Regardez le chiffre, Einsiedeln 1961), en particulier sur la kénose comme révélation de la forme divine en faiblesse.
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Dans le zoo numérique diversifié une créature singulière vit: Marco Perfetti, connu comme Monsieur. Je ne peux pas rester silencieux. Un personnage qui se proclame expert des affaires du Vatican et champion de la vérité, alors qu'il passe ses journées à insulter les membres du service communication, accusé de toutes les pires atrocités; publier des documents confidentiels illégalement volés dans on ne sait quels bureaux du Vicariat de Rome, sans pouvoir faire usage ni du droit d'information ni de la protection des sources; insulter des journalistes professionnels chevronnés, au point de se moquer publiquement de leur forme physique; pour cibler le président du gouvernorat de l'État de la Cité du Vatican, publication sur socialune photographie manipulée pour ressembler à un domestique; pour conférer le titre de « sorcières » aux évêques et aux cardinaux et ainsi de suite...
Il s'en est récemment pris au théologien Andrea Grillo (voir la vidéo QUI), avec lequel on pourrait même être complètement en désaccord, en ce qui concerne certaines de ses positions prises, par exemple en matière d'ordres sacrés à conférer aux femmes, mais qui mérite le respect dû à une personne préparée et d'une culture incontestable, en plus d'être un professeur vraiment doué pour enseigner.
Perfetti aime se vanter que "personne ne l'a jamais poursuivi en justice", donc ce que je dis est vrai. Bien sûr: il est difficile de perdre du temps et de l'argent en frais juridiques avec ceux qui n'ont d'abord rien à perdre en termes de patrimoine et qui, pour la profondeur intellectuelle et la maturité émotionnelle, se souvient d'un enfant jouant avec des allumettes dans la salle de jeux de la maternelle. Il est préférable de le surveiller pour des raisons de sécurité, indubitablement, mais certainement pas pour discuter sérieusement avec lui.
Il y a quelques mois Monsieur. Silere a eu la brillante idée de demander mon avertissement à la Préfecture de Police de Rome pour avoir répondu à ses agressions habituelles déguisées en moralisme numérique. J'ai été convoqué et informé de la demande formulée, à quoi j'ai répondu en déposant un mémoire en défense qui reconstitue précisément les faits, les circonstances et la méthode du personnage.
Maintenant, considérant que M.. Se taire il n'a pas hésité à publier des documents confidentiels illégalement retirés des bureaux de la curie par certains de ses associés, Je trouve légitime de publier mes mémoires, qui ne contient aucun document volé, mais seulement des faits vérifiables, accompagné d'un document public disponible en ligne: l'arrêt de la Cour de cassation selon lequel 2022 a rejeté pour la troisième fois un recours de Perfetti lui-même contre ses parents, poursuivi par lui et traîné devant les tribunaux, colombe M.. Silere perdu aux trois niveaux de jugement.
C'est le profil du moralisateur numérique qui revendique le droit d'insulter tout en prétendant avertir quiconque ose le nier.
Si après avoir lu quelqu'un se demanderait pourquoi un prêtre et un théologien perdraient du temps à répondre à un tel personnage, la réponse est simple: pour la même raison que tu mets une moustiquaire en été. Pas parce que le moustique est important, mais parce que son buzz devient ennuyeux.
de l'île de Patmos, 10 décembre 2025
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RÉFÉRENCE
AU QG DE LA POLICE DE ROME
PRÉMISSE
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le jour 17 septembre 2025 la Police Judiciaire de la Préfecture de Police de Rome a informé le soussigné Stefano Ariel Levi de Gualdo, prêtre catholique, résidant à Rome via XXXXXXXXXXXXXXX, une demande d'avertissement à la demande de M.. Marco Perfetti, à laquelle nous répondons par la présente:
MÉMOIRE DÉFENSIVE
M. Parfait, à travers son blog Je ne peux pas rester silencieux, il a insulté à plusieurs reprises de hauts prélats, préfets des dicastères du Saint-Siège, laïcs servant à la Curie romaine, les évêques diocésains et divers prêtres qui, comme moi, ils l'ont publiquement nié ou réprimandé à plusieurs reprises. Mes réponses ont toujours été formulées sans recourir à des insultes personnelles, mais en exerçant le droit légitime de critique, parfois avec des réponses fortes, d'autres fois ironique, mais toujours dans la limite de ce qui est permis et du respect de la personne ou de l'adversaire.
M. Parfait, également à la lumière de la demande d'avertissement formulée vers moi, au contraire, il semble convaincu qu'il possède une sorte de permis d'insulter - parfois même violent et répété - se sentant peut-être à l'abri de toute critique et allant jusqu'à se présenter en victime chaque fois que quelqu'un ose le contredire..
SUR LES ALLÉGATIONS D’INFRACTIONS VERBALES
M. Perfetti se plaint que je l'ai traité de "boule visqueuse venimeuse"., "sujet ennuyeux", "point venimeux".
Clarifions: des mots ou des phrases isolés ne peuvent pas être extrapolés à partir de contextes polémiques articulés, né suite à ses attaques contre les personnes et les institutions de l'Église et certainement pas dû à ma provocation. C’est d’ailleurs dans ces contextes que certaines de mes réponses ont été faites sur un ton naturellement critique.
L'EXTRAPOLATION DES MOTS
Extrapoler des mots de leurs contextes peuvent conduire à des problèmes majeurs et, vouloir, Dans certains cas, aussi une grande malhonnêteté intellectuelle.
Exemple exhaustif: dans le Psaume de l'Ancien Testament n. 52 récital: «Le fou pense: «Dieu n'existe pas»». C'est une phrase courte mais pleine de sens qui s'articule dans un texte narratif historique précis et complexe.. Cependant, si l'on procède à une extrapolation « sauvage », on pourrait dire que la Bible est un texte qui promeut l'athéisme., étant donné qu'il est indiqué dedans: «Dieu n'existe pas».
La modification totale du texte, déformé et déformé, il est donc évident. Il s'agit d'un exemple avec lequel nous avions l'intention de préciser que ce que M.. Les plaintes de Perfetti sont le résultat d'extrapolations évidentes.
LES ATTAQUES CONTINUES CONTRE LE CARDINAL MAURO GAMBETTI
le cardinalMauro Gambetti, Archiprêtre de la basilique papale Saint-Pierre, il est l'une des nombreuses personnalités éminentes publiquement mises au pilori par les articles de Je ne peux pas rester silencieux. Les articles publiés contre lui au cours des deux dernières années s'élèvent à 67, tous réunis sous son nom, selon la référence ci-dessous:
Dans ces 67 des articles le Cardinal est traité de « menteur », "incompétent et incompétent", coupable - selon lui - d'avoir embauché des "amis sans art ni rôle" dans la basilique papale, de l'avoir transformé "en machine à gagner de l'argent" au profit de ses coteries. L'intégralité de la collection d'articles est disponible sur ce lien:
Les articles consultables qui constituent une preuve évidente de la manière de s'exprimer de M.. Il y en a des dizaines de parfaits, c'est pour cette raison que je me limite à en citer un comme exemple, où le Cardinal est publiquement accusé d'être "un menteur" qui "commet des abus spirituels et de conscience":
Des éclaircissements sont nécessaires: ceux qui ne connaissent pas nos milieux ecclésiastiques ignorent peut-être que l'abus de conscience est l'une des pires accusations qui puissent être portées contre un ecclésiastique., parce que parmi les iNFRACTIONS SeriouS (les crimes graves contenus dans le Code de Droit Canonique) pire que l'abus de conscience, il n'y a que l'apostasie publique de la foi et le terrible crime de pédophilie.
LES ATTAQUES CONTINUES ET VIOLENTES CONTRE LE DÉPARTEMENT DES COMMUNICATIONS
Une autre institution du Saint-Siège ciblée par M.. Parfait est le Dicastère pour la Communication, dirigé par le Dr. Paolo Ruffini (préfet), par le Dr. Andréa Tornielli (Directeur des Médias du Vatican), par le Dr. Matteo Bruni (Directeur du Bureau de Presse du Vatican et porte-parole officiel du Souverain Pontife), tout est indiqué, deux ans, par M.. Parfait, comme « analphabète », "Incapaci", "ignorant", "Incompétent", «hautement payé pour faire des dégâts». Dans un dossier séparé, je joins une collection de 25 des articles, particulièrement agressif, publié le Je ne peux pas rester silencieux afin de clarifier et de fournir des preuves à l'autorité compétente en charge des niveaux objectifs de violence verbale avec lesquels M.. Perfetti attaqué, insulté et moqué publiquement ces personnes chargées de diriger le service de communication, au point de combiner leurs noms avec des références à des associations mafieuses, corruption et favoritisme illicite.
LA DOMICILIATION VILLAGÉE AU VATICAN
Sur ses réseaux sociaux, M.. Perfetti indique lo comme domiciliation État de la Cité du Vatican.
Considérez les excellentes relations institutionnelles entre les forces de l’ordre italiennes et celles de l’État de la Cité du Vatican., Je suppose qu'un simple coup de téléphone à cette préfecture de police suffirait Commandement de la Gendarmerie vaticane pour s'assurer que M.. Parfait, loin d'être domicilié au Vatican avec son propre blog et ses réseaux sociaux, il ne peut même pas entrer sur son territoire, parce que déclaré personne indésirable suite aux insultes qu'il ne cesse de publier depuis des années envers les personnes et les institutions du Saint-Siège.
Des coups de couteau de M.. Quelques parfaits ont été sauvés, Parmi les personnes visées, les militaires de la gendarmerie vaticane ne manquaient pas non plus., ils ont également été accusés d'être professionnellement incapables et incompétents, comme on peut le voir dans cet article:
A cela s'ajoute le fait que dans plusieurs de ses vidéos mises en ligne, M.. Parfait - ça, comme expliqué, il ne peut même pas s’approcher du territoire du Vatican – commence-t-il en déclarant: «parce qu'ici au Vatican… nous au Vatican…», se vantant ainsi auprès de gens simples et mal informés d'avoir des contacts internes et des connaissances institutionnelles aux plus hauts niveaux.
Les vidéos mentionnées ici peuvent être visionnées sur ce lien:
LA FAUSSE ACCUSATION D'AVOIR REND PUBLIC SON DOMICILE DE RÉSIDENCE
A l'accusation portée contre moi d'avoir publié le domicile et l'adresse de résidence de M. sur la plateforme Facebook. Parfait, Je réponds et nie fermement: Je ne sais pas où il habite, et je n'ai jamais été intéressé à savoir.
Cependant, je suis conscient que plusieurs avocats ont eu du mal à le trouver, avoir reçu mission de procéder à des plaintes contre lui, dont plusieurs journalistes, parmi lesquels je cite XXXXXXXXXXXXX, vaticaniste de XXXXXXXXXXX, suivi de divers autres collègues.
De manière également confidentielle, certaines parties directement intéressées m'ont également dit que récemment, le cabinet d'avocat. XXXXXXXXXXXXXXX a reçu mandat de porter plainte contre lui. Cependant, comme cela s'est déjà produit dans d'autres cabinets d'avocats, il a également eu des difficultés à faire signifier les documents parce que M.. Parfait n'est pas disponible.
Cela a amené plusieurs avocats à contacter les bureaux compétents avec une demande motivée pour retrouver son adresse., où - toujours selon ce qui a été rapporté par les personnes directement impliquées - même une maison privée n'a pas été trouvée, mais une série d'entrepôts et le siège d'un centre d'assistance fiscale (FAC).
Je suis au courant de tout parce que deux avocats, après avoir lu certains de mes articles de déni sur les nouvelles fausses et biaisées diffusées par M.. Parfait, ils m'ont contacté pour me demander si je savais où il habitait. J'ai répondu que je n'avais aucune idée de l'endroit où il vivait en Italie, et encore moins à quelle adresse.
Combien M.. Perfetti se plaint de la diffusion de son adresse par moi et donc un mensonge qui s'accompagne ensuite de l'accusation de victimisation selon laquelle, à cause de moi, il lui faudrait même "changer ses habitudes de vie" (!).
A son indisponibilité avérée pour la notification des actes judiciaires s'ajoute le fait que, sur le blog Je ne peux pas rester silencieux, est indiqué via Scalia 10/B (Rome) comme "siège" de "l'équipe éditoriale". Mais même dans ce cas, il n'y a pas de rédaction ni de siège de blog à cette adresse..
LA FAUSSE ACCUSATION D’APPARTENANCE À UN « LOBBY HOMOSEXUALISTE »
M. Perfetti se plaint que je l'aurais accusé "d'appartenance à un lobby homosexuel".
Un postulat clair et nécessaire: les tendances, Les habitudes et préférences sexuelles de M.. Parfait (ou quelqu'un d'autre) relèvent de l’exercice plein et légitime des libertés individuelles, si nécessaire également protégé par la loi.
Cela n'enlève rien, Toutefois, que - en tant que prêtre et théologien - il peut exprimer, en toute légitimité, de profondes réserves quant à l'inopportunité totale d'admettre au sacerdoce des personnes ayant des tendances homosexuelles profondément enracinées. Ce ne sont pas des opinions personnelles, mais d'un principe sanctionné par la doctrine catholique et réitéré dans les documents officiels de l'Église.
La raison est claire: le milieu ecclésiastique est un contexte entièrement masculin et pour ceux qui font librement vœu de célibat et de chasteté, l'admission de sujets ayant des penchants homosexuels représente une situation inappropriée ni à l'État sacerdotal ni à ceux qui partagent sa vie communautaire. En d'autres termes: exclure les homosexuels du sacerdoce, c'est protéger l'homosexuel lui-même avant tout.
Je n'ai jamais attaqué des homosexuels en particulier ni discriminé envers les communautés dites LGBT. Si quoi que ce soit, j'ai répondu aux critiques politiques, légitime et motivé, à certaines associations qui entendent imposer leur agenda culturel et législatif.
À cet égard, je me souviens que je suis l'auteur d'un livre écrit « co-écrit » avec le théologien capucin Père Ivano Liguori, dans lequel nous avons contesté le projet de loi proposé par l'hon. Alessandro Zán concernant l'homotransphobie. Dans ce texte,, nous avons constaté le risque sérieux de transformer le droit à l'opinion et à la critique en délit; un risque également dénoncé avec force par des personnalités faisant autorité et ouvertement homosexuelles, comme le sénateur Tommaso Cerno, ancien président national d'Arcigay et aujourd'hui journaliste et rédacteur en chef de Temps.
Quant à la question de la « vie privée », J'ai nié à plusieurs reprises M.. Parfait, qui dans ses articles et vidéos affirmait que les éventuelles tendances homosexuelles des candidats au sacerdoce ou des prêtres déjà ordonnés ne concerneraient que leur sphère privée et ne seraient pas contestables.
Pour réfuter cette thèse trompeuse, Je vais utiliser un exemple clair: même un magistrat a une vie privée et a le droit de l'avoir, mais il ne pouvait certainement pas condamner un dangereux mafieux à la prison à sécurité maximale matin et soir, dans sa « vie privée », aller dîner avec les chefs du clan Camorra. Le même principe s'applique au prêtre: il ne cesse jamais de l'être, ni dans le secteur public ni dans le secteur privé, il ne peut pas non plus vivre en contradiction avec son propre statut clérical, tant dans le secteur public que privé.
Chaque fois que je rappelais ce principe ecclésial et moral élémentaire, Monsieur.. Perfetti a essayé de retourner la question, insinuant des accusations de « discrimination de genre » Fais moifaire des comparaisons.
LE PROBLÈME DE L'HOMOSEXUALITÉ ET LE CAS DU PÈRE AMEDEO CENCINI
M. Parfait il n'est pas étranger à la concoctation d'événements artificiels, visant à frapper les gens qu'il n'aime pas. Pour le faire, souvent, utilise aujourd’hui des sujets particulièrement sensibles et délicats, comme la question de l’homosexualité ou de la diversité des genres.
Un cas emblématique est celui de Père Amédée Cencini, prêtre de la Congrégation canossienne et spécialiste estimé en psychologie, formateur et auteur de nombreux essais d'importance théologique et pastorale. le 23 mars 2021 Monsieur.. Perfetti en a envoyé un rapport formel à l'Ordre des Psychologues de Vénétie, contestant certains articles et conférences du prêtre qu'il jugeait "offensants pour les homosexuels".
La Commission de Surveillance de l'Ordre Régional, en suivant les procédures établies, ouvert le fichier, écouté les parties et convoqué la partie accusatrice (Parfait) est l'accusé (Cencini). A la fin de l'enquête, dans les données 18 juillet 2021, prononcé cette phrase: «Aucun cas de violation du Code d'Éthique n'a été identifié». La procédure a donc été définitivement close le 22 novembre 2021.
L'épisode a été couvert par la presse et un hebdomadaire catholique bien connu a rapporté l'histoire., soulignant à quel point l'accusation avait été jugée incohérente et infondée. Le même article rapportait également la réaction de M.. Parfait, ce, se voir blâmé, il est allé jusqu'à dire:
«L'Italie est une République qui ne sait pas ce qu'est la justice [...] un pays qui fait rire".
Cette déclaration, éloquent en soi, confirme une fois de plus son attitude constante: quand il ne comprend pas bien, utilise des tons inappropriés et délégitimant envers des personnes individuelles, les établissements, le pouvoir judiciaire, organismes professionnels, corps ecclésiastiques, etc..
Voici, alors, le modèle récurrent: accusations imprudentes et spécieuses, dépensé en grande partie sur des sujets sensibles (homosexualité, abus de conscience, etc.), qui aboutissent ensuite à un archivage, mais après avoir causé du stress, atteinte à l’image et perte de temps des personnes ciblées.
UNE PERSONNALITÉ À PROBLÈME QUI POURSUITE SES PARENTS AU TRIBUNAL
Les problèmes évidents de comportement et de caractère partie Sig. Les Perfetti sont clairement confirmés par un arrêt de la Cour suprême de cassation, la n. 23132/2022 du 28 juin 2022.
En fait, à la lecture de la motivation dans son intégralité, une chose ressort : tableau clair et sans équivoque de son caractère hautement contentieux. M. En fait, Perfetti est allé jusqu'à poursuivre ses propres parents en justice., les entraînant dans un procès civil dans lequel il a obtenu un résultat défavorable dès la première instance. je ne paie pas, il a fait appel: même en deuxième instance, les juges ont confirmé le caractère infondé de sa demande. À ce moment-là, malgré deux décisions contraires, fait appel à la Cour suprême, où ce qui avait déjà été établi dans les deux jugements de mérite a été réitéré et pleinement confirmé dans le jugement de légitimité.
Le résultat final est que M.. Parfait perdu aux trois niveaux de jugement, révélant ainsi l'insouciance du procès intenté contre leurs propres parents.
Cette décision n'est pas un document confidentiel, au contraire c'est un acte public disponible gratuitement en ligne. Tapez simplement « Plaintes de Marco Perfetti » dans le moteur de recherche Google., où ce lien apparaît parmi les différentes entrées:
En cliquant sur le lien, vous ouvrez le Document PDF contenant le raisonnement complet de la phrase, avec le nom et le prénom du requérant clairement lisibles sur le moteur de recherche, comme dans l'image photographique de la page Google reproduite ici.
Si M.. Perfetti devrait considérer son droit à la vie privée violé ou autrement, vous pouvez toujours contacter directement Google et demander que le document soit supprimé ou masqué. Toutefois, il ne peut être attribué au soussigné la responsabilité de faire référence entre ces lignes à ce qui est du domaine public et accessible à tous en ligne..
Cette question de procédure, qui voit un enfant amener ses parents jusqu'à la dernière étape du jugement et en ressortir toujours vaincu, est révélateur de niveau de conflit personnel qui caractérise M.. Parfait et qui se reflète également dans ses relations avec d'autres individus et institutions.
LE BLOG "JE NE PEUX PAS ÊTRE SILENCIEUX": LE TRIOMPHE DE L'ANONYMAT ET LE CAS DU DIOCÈSE D'ASCOLI PICENO
À la lumière de ce qui a été documenté jusqu'à présent, apparaît aussi évident que le blog Je ne peux pas rester silencieux, géré par M.. Parfait, représente un lieu de communication empoisonné et empoisonné. Ce qui le distingue n'est pas seulement le ton violent, offensant et diffamatoire, mais aussi uncirconstance aggravante particulièrement significative: la publication systématique d’articles anonymes.
Votre blog de contes, en fait, écrire des sujets qui ils n'ont pas le courage de s'exposer avec leur nom et prénom, échappant ainsi à la responsabilité personnelle de ce qu'ils déclarent et propagent. Ce mode opératoirec'est d'autant plus grave que les accusations et les attaques anonymes sont souvent dirigées contre des personnes et des institutions ecclésiastiques., avec l'intention claire de les délégitimer sans que l'accusateur n'assume aucune responsabilité publique.
Ce n'est pas seulement mon avis: ici aussi Curie épiscopale du diocèse d'Ascoli Piceno a jugé nécessaire d'intervenir récemment pour protéger son évêque, SE. Mons. Giampiero Palmieri, à plusieurs reprises la cible d'attaques sur le blog Je ne peux pas rester silencieux, dont la Curie se plaint sans équivoque dans une note officielle:
«[...] un blog d'information qui n'est même pas enregistré comme journal et qui écrit principalement des potins, Aussi ecclésiastique, Pour nourrir la bulle de ses lecteurs. Nous vous rappelons que dans ce blog, de nombreux articles ne signalent pas le nom de l'écrivain les pièces ... et donc, objectivement, ne se rapproche pas ".
Le texte intégral de la note peut être consulté à l'adresse suivante:
Cette position officielle confirme que pas seulement des individus, mais même des institutions ecclésiastiques entières ont été contraintes de dénoncer publiquement le manque de fiabilité et l'irresponsabilité du blog dirigé par M.. Parfait, soulignant à quel point il se nourrit de ragots et d'accusations anonymes, très loin des critères d'information correcte et sérieuse.
LE RESPONSABLE D'UN BLOG ANONYME DEMANDE D'AVERTIR UN RÉDACTITEUR RESPONSABLE D'UN MAGAZINE RÉGULIÈREMENT ENREGISTRÉ
Contrairement à M.. Parfait, gérant d'un blog de potins à saveur cléricale basé sur des articles anonymes et dépourvu de toute reconnaissance légale, le soussigné peut être considéré comme rédacteur en chef d'un magazine à toutes fins légales, être inscrit comme tel auprès de l'Ordre des Journalistes du Latium et payer les taxes annuelles requises.
La revue L'île de Patmos, fondé par moi en 2014 avec les théologiens et prêtres Antonio Livi et Giovanni Cavalcoli, est désormais composé d'une rédaction de huit prêtres, tous entièrement identifiables, qui signent leurs articles avec leur nom et prénom. Chaque éditeur est également présenté publiquement sur la page officielle du magazine, où des notes biographiques et des programmes sont disponibles.
Le magazine est dûment enregistré tant au Registre de la Presse du Tribunal de Rome qu'au Registre des revues spécialisées de l'Ordre des Journalistes. Cela implique que, en plus d'exercer l'activité journalistique conformément à la loi, en tant que directeur responsable, je peux faire appel au droit à la presse, au protection des sources et à toutes ces garanties fournies par le système juridique pour un journal officiellement reconnu.
Rien de tout cela ne peut cependant être attribué à un blog comme Je ne peux pas rester silencieux, qui n'est ni un journal enregistré ni un éditeur responsable. néanmoins, sous la rubrique « qui nous sommes », Monsieur.. Perfetti le présente en ces termes:
Ces déclarations d’autosatisfaction vont à l’encontre des preuves: un blog tenu par un particulier, peuplé d'auteurs anonymes et dépourvu de reconnaissance légale, ne peut en aucun cas se vanter de la crédibilité et des protections qui appartiennent aux journaux enregistrés..
Au sens propre, le paradoxe est évident: un directeur général inscrit à l'Ordre des Journalistes fait l'objet d'une demande d'avertissement de la part de M.. Parfait, responsable d'un blog qui insulte constamment quiconque à travers la diffusion d'écrits publiés de manière anonyme et qui, à travers eux, continue de diffuser des contenus diffamatoires sans que les responsables n'assument la moindre responsabilité publique ou juridique, tout en précisant «dans un contexte où le journalisme risque de perdre sa crédibilité».
CONCLUSIONS
Je conclus cet article en rappelant un fait historico-politique. Durant les vingt années du fascisme, une technique socio-pédagogique a été adoptée, résumée par la phrase bien connue: "Frappez un pour éduquer cent", parfois paraphrasé encore plus durement: «Effrayer quelqu'un pour en faire taire cent».
Je crains que ce soit le véritable motif probable d'une énième action entreprise par M.. Parfait: tentative d'attaquer une personne publiquement exposée - un prêtre et un rédacteur en chef d'un journal - pour intimider et décourager les autres de s'opposer à son style polémique et agressif.
Mais aujourd'hui, merci à nos grands Pères fondateurs, nous sommes citoyens et associés de République italienne, un État de droit fondé sur des principes démocratiques, où des logiques similaires n’ont pas et ne peuvent pas avoir de citoyenneté.
C'est pour cette raison que je rejette fermement les accusations infondées portées contre moi., démontrant - avec les documents et preuves joints - le caractère systématique de l'action diffamatoire menée par M.. Parfait. Ce qui est demandé ici n'est pas un privilège personnel, mais la protection du principe de vérité et de justice qui doit guider les actions de toute personne exerçant la liberté d'expression, surtout si cette liberté est étroitement liée au devoir d'information correcte.
Je reste donc à la disposition de l'Autorité compétente, confiant que les évaluations ne sont pas effectuées à la lumière de fausses accusations, ou extrapolé et déformé, mais des faits objectifs et documentés présentés ici.
Rome, là 6 octobre 2025
Ariel S. Levi Gualdo, prêtre Rédacteur en charge du magazine L'île de Patmos
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit = 150% 2C150 & SSL = 1150150père Ivanohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngpère Ivano2025-11-24 20:00:082025-11-25 10:52:32L'apôtre Paul et l'homosexualité: une homophobie ante litteram ou un homme à comprendre (Première partie) – Saint Paul et l'homosexualité: ou avant la lettre homophobie, ou un homme pour être compris? (première partie) – L'apôtre Paul et l'homosexualité: une homophobie ante litteram ou un homme qu'il faut comprendre? (première partie)
TEMPS PERDU ET PRÉSENT ÉTERNEL: AGOSTINO POUR L'HOMME CONTEMPORAIN MANQUE DE TEMPS
Le passé n'est plus, l'avenir n'est pas encore. Il semblerait que seul le présent existe. Mais le présent est aussi problématique. S'il avait une durée, ce serait divisible en un avant et un après, donc je ne serais plus présent. Le présent, être tel, ça doit être un instant sans prolongation, un point de fuite entre ce qui n'est plus et ce qui n'est pas encore. Mais comment quelque chose qui n'a pas de durée peut-il constituer la réalité du temps ??
La société contemporaine vit un rapport schizophrène avec le temps. D'un côté, c'est l'atout le plus précieux, une ressource toujours rare.
Notre vie est marquée par des agendas chargés, des délais serrés et le sentiment irrésistible de « ne jamais avoir le temps ». Efficacité, la vitesse, l'optimisation de chaque instant sont devenus les nouveaux impératifs catégoriques d'une humanité qui court à bout de souffle, anxieux souvent sans connaître la destination. L'homme d'aujourd'hui a faim de temps, une faim qui semble aujourd'hui prendre de plus en plus de place dans l'âme et l'esprit. En fait, souvent la faim de temps affecte visiblement les plus fragiles, avec les nombreux syndromes d'anxiété généralisée, attaques de panique et autres pathologies mentales. Paradoxalement, de l'autre côté, ce temps tant désiré et mesuré nous échappe, il se dissout dans une série d'engagements qui laissent un sentiment de vide, d'incomplétude. À l’ère de la connexion instantanée, nous sommes de plus en plus déconnectés du présent, projeté vers un futur qui n’arrive jamais ou ancré dans un passé qui ne peut être changé. Nous sommes riches en moments, mais pauvre dans le temps vécu.
Cette expérience de fragmentation et l'angoisse a été lucidement analysée par le philosophe Martin Heidegger, il y a presque un siècle. Pour le philosophe allemand, existence humaine (la existence, je’être-là) c'est intrinsèquement temporel. L'homme n'a pas le temps, mais "il est" temps. Notre existence est un «être pour la mort», une projection continue vers le futur, conscient d'être des personnes limitées, limité et non éternel. Heure authentique, par Heidegger, ce n'est pas la séquence homogène d'instants mesurés par l'horloge (temps dit "vulgaire"), mais l'ouverture aux trois dimensions de l'existence: l'avenir (le projet), le passé (être jeté) et le présent (dé-jet dans le monde). L'angoisse face à la mort et à ses limites, donc, ce n'est pas un sentiment négatif de s'échapper, mais la condition qui peut nous révéler la possibilité d'une vie authentique, dans lequel l'homme s'approprie sa propre temporalité et son propre destin fini[1].
Bien que profond, cependant, cette analyse reste horizontale, confiné dans l'immanence d'une existence qui se termine par la mort. L'horizon n'est rien. C'est là que la réflexion chrétienne, e, en particulier, le génie de saint Augustin d'Hippone, ouvre une perspective radicalement différente: verticale, transcendant[2]. Augustin ne se limite pas à décrire l'expérience du temps, mais il le remet en question jusqu'à ce que cela devienne une manière de remettre en question Dieu. Dans cette question, découvre que la solution à l'énigme du temps ne se trouve pas dans le temps lui-même, mais en dehors de ça, dans l'Éternité qui le fonde et le rachète.
Dans le livre XI de son confessions, Augustin répond à une question apparemment naïve avec une honnêteté désarmante, mais théologiquement explosif: «Que faisait Dieu ?, avant de créer le ciel et la terre?» (Qu'a fait Dieu avant de créer les cieux et la terre?)[3]. La question suppose une création "avant", une époque où Dieu existerait dans une sorte d'oisiveté, attendre le bon moment pour agir. La réponse d'Augustin est une révolution conceptuelle qui démantèle cette hypothèse à la racine.. Il ne répond pas, éludant la question avec une blague («Il a préparé l'enfer pour ceux qui enquêtaient sur des mystères trop élevés», comme certains l'ont suggéré), mais ça le démolit de l'intérieur. Il n'y a pas de création "avant", parce que le temps lui-même est une créature. Dieu n'a pas créé le monde Dans le tempo, maman avec temps: «Tu es le créateur de tous les temps», écrit le docteur D'Ippona[4]. Avant la création, simplement, il n'y avait pas de temps.
Cette intuition ouvre la voie à la compréhension de la nature de l’éternité divine. L'éternité n'est pas une période infiniment prolongée, un « toujours » qui s’étend sans fin dans le passé et le futur. Ce serait encore une conception “temporel" de l'éternité. L'éternité de Dieu est l'absence totale de succession, la plénitude parfaite et simultanée d'une vie sans fin. Pour utiliser une image classique de la théologie, Dieu est un Maintenant debout, un "cadeau éternel"[5]. En Lui il n'y a pas de passé (mémoire) pas d'avenir (Attendez), mais seulement l'acte pur et immuable de Son Être. «Vos années ne sont qu'un jour», dit Augustin en se tournant vers Dieu, "et ta journée n'est pas tous les jours, mais aujourd'hui, parce que ton aujourd'hui ne cède pas la place à demain et cela n'arrive pas à hier. Votre aujourd'hui est l'éternité"[6].
Doctrine catholique il a formalisé ce concept en définissant l'éternité comme l'un des attributs divins, l'un des éléments qui composent "l'ADN" de Dieu. Dieu est immuable, absolument parfait et simple. La succession temporelle implique le changement, un passage de la puissance à l'action, ce qui est inconcevable en Celui qui est « Acte Pur », comme enseigné par saint Thomas d'Aquin[7]. Donc, chaque tentative d'appliquer nos catégories temporelles à Dieu, qui sont des catégories de nous, les hommes, qui sommes dans le temps, c'est voué à l'échec. Il est le Seigneur du temps précisément parce qu’il n’en est pas prisonnier.
« Alors, quelle est l'heure ??». Une fois établie « l’extraterritorialité » de Dieu par rapport au temps, Agostino se retrouve devant le deuxième, et peut-être plus difficile, problème: définir la nature du temps lui-même. C’est ici qu’émerge le fameux paradoxe qui a fasciné des générations de penseurs.: «Alors quelle heure est-il ?? Si personne ne me le demande, scio; Je voudrais expliquer au demandeur, Je ne sais pas» (Alors, quelle est l'heure ?? Si personne ne me demande, je sais; si je veux l'expliquer à quiconque me le demande, je ne sais pas)[8] . Cette déclaration n’est pas une déclaration d’ignorance et d’agnosticisme, mais le point de départ d'une profonde enquête spirituelle et phénoménologique. Augustin fait l'expérience de la réalité du temps, le vit, la mesure, mais il est incapable de l'enfermer dans un concept. Un processus de démantèlement des croyances communes de son siècle commence alors. Le temps est peut-être le mouvement des corps célestes, du soleil, de la lune et des étoiles? Non, il à répondu, parce que même si les cieux s'arrêtaient, le récipient d'un potier continuerait à tourner, et nous mesurerions son mouvement dans le temps. Temps, donc, ce n'est pas le mouvement lui-même, mais la mesure du mouvement. Mais comment pouvons-nous mesurer quelque chose d'aussi insaisissable?
Le passé n'est plus, l'avenir n'est pas encore. Il semblerait que seul le présent existe. Mais le présent est aussi problématique. S'il avait une durée, ce serait divisible en un avant et un après, donc je ne serais plus présent. Le présent, être tel, ça doit être un instant sans prolongation, un point de fuite entre ce qui n'est plus et ce qui n'est pas encore. Mais comment quelque chose qui n'a pas de durée peut-il constituer la réalité du temps ??
La solution augustinienne est aussi ingénieuse qu’introspective. Après avoir cherché du temps dans le monde extérieur, dans le ciel et dans les objets, Agostino le trouve à l'intérieur, dans l'âme de l'homme. Le temps n'a pas de cohérence ontologique en dehors de nous; sa réalité est psychologique. C'est un distension de l'esprit, une "distension" ou "dilatation" de l'âme. Comment ça marche? Nous voyons …
L'âme humaine a trois facultés qui correspondent aux trois dimensions du temps:
mémoire (mémoire): À travers ça, l'âme rend présent ce qui est passé. Le passé n'existe plus en ré, mais il existe dans l'âme comme souvenir actuel.
L'attente (attente): À travers ça, l'âme anticipe et rend présent ce qui n'est pas encore. Le futur n'existe pas encore, mais il existe dans l'âme comme une attente présente.
Attention (attentionO meurtri): À travers ça, l'âme se concentre sur le moment présent, c'est à ce moment-là que l'attente se transforme en souvenir.
Quand nous chantons une chanson, Agostino explique avec un bel exemple, notre âme est "étendue". La chanson entière est présente dans l'attente avant de commencer; alors que les mots sont prononcés, ils passent de l'attente à l'attention et sont finalement déposés en mémoire. L'action se déroule au présent, mais cela est rendu possible par cette «détente» continue” de l'âme entre le futur (qui raccourcit) et le passé (qui allonge)[9].Temps, alors, c'est la mesure de cette impression que les choses laissent sur l'âme et que l'âme elle-même produit.
spéculation augustinienne, bien qu'il soit du plus haut niveau philosophique et théologique, ce n'est pas un simple exercice intellectuel. Il nous offre à tous aujourd’hui une clé pour racheter notre expérience du temps et vivre d’une manière plus authentique et spirituellement plus fructueuse.. Je propose donc trois réflexions qui découlent de la perspective augustinienne.
Notre vie quotidienne est dominée par Chronos, temps quantitatif, séquentiel, mesuré par l'horloge. L'heure est à l'efficacité, de productivité, d'anxiété, nous avons dit au début. La réflexion d'Augustin nous invite à découvrir le Kairos, temps qualitatif, le "moment favorable", le moment plein de sens où l'éternité croise notre histoire. Si Dieu est un « présent éternel », puis chacun de nos cadeaux, chaque "maintenant", c'est le lieu privilégié de rencontre avec Lui. L'enseignement augustinien nous exhorte à sanctifier le présent, le vivre avec attention, en toute conscience. Au lieu de nous évader constamment vers le futur de nos projets ou le passé de nos regrets, nous sommes appelés à trouver Dieu dans l'ordinaire du moment présent: dans la prière, au travail, dans les relations, au service. C'est l'invitation à expérimenter la spiritualité du « moment présent », cher à de nombreux maîtres de la vie intérieure.
Il y a un lieu et un moment où le Kaïros fait irruption dans Chronos suprêmement: la Sainte Liturgie, et en particulier la célébration de l'Eucharistie. Pendant la messe, le temps de l'Église est lié au présent éternel de Dieu. Le sacrifice du Christ, c'est arrivé une fois pour toutes dans l'histoire (éphapax), ce n'est pas "répété", mais «re-présenté», rendu sacramentellement présent sur l'autel[10] Passé, le présent et le futur convergent: souvenons-nous de la Passion, Mort et résurrection du Christ (passé), nous célébrons sa réelle présence parmi nous (cadeau) et nous attendons la gloire de son retour et le banquet éternel (avenir)[11]. La Liturgie est la grande école qui nous apprend à vivre le temps d'une manière nouvelle, non plus comme une fuite inexorable vers la mort, mais comme un pèlerinage plein d'espérance vers la plénitude de la vie dans l'éternité de Dieu.
Enfin, la conception du temps viens distension de l'espritnous offre une profonde consolation. La détente de l'âme entre mémoire et attente, ce qui pour l'homme sans foi peut être une source d'angoisse (le poids du passé, l'incertitude de l'avenir), pour le chrétien, cela devient l'espace de la foi, d'espoir et de charité. La mémoire n'est pas seulement un rappel de nos échecs, mais c'est avant tout souvenir du salut, souvenir des merveilles que Dieu a accomplies dans l'histoire du salut et dans nos vies personnelles. C'est le fondement de notre foi. Attendre n'est pas une angoisse face à un avenir inconnu, mais l'espérance certaine de la rencontre définitive avec le Christ, la vision bénie promise aux cœurs purs. Et l'attention au présent devient l'espace de la charité, d'amour concret pour Dieu et le prochain, le seul acte qui "reste" pour l'éternité (1 Cor 13,13).
Notre vie bouge, comme dans un souffle spirituel, entre le souvenir reconnaissant de la grâce reçue et l'attente confiante de la gloire promise. De cette façon, l'homme augustinien n'est pas écrasé par le temps, mais il y vit comme une tente temporaire, avec le coeur déjà projeté vers la patrie céleste, où Dieu sera « tout en tous » et où le temps se dissoudra dans l'unique, aujourd'hui éternel et béatifiant de Dieu.
[1] M. Heidegger, Être et temps,1927. En particulier, les sections dédiées à l’analyse existentielle de la temporalité: Première section § 27; Deuxième partie. §§ 46-53; Deuxième section §§ 54-60 e §§ 65-69.
[2] Un thème si important et ressenti par la culture contemporaine qu'aujourd'hui l'acteur Alessandro Preziosi présente un spectacle sur Augustin et son séjour en Italie. (QUI).
[3]Augustin d'Hippone, Les confessions, XI, 12, 14. "Qu'a fait Dieu avant de créer les cieux et la terre?»
[5] La définition classique de l'éternité se trouve chez Boèce., Sur la consolation de la philosophie, V, 6: «L'éternité est la possession infinie et complète de la vie» ("L'éternité est une possession entière, simultanée et parfaite d'une vie interminable"). Cette définition a été adoptée par toute la théologie scolastique.
[7] S. Thomas d'Aquin, Somme théologique, je, q. 9 («L'immuabilité de Dieu») eq. 10 («L'éternité de Dieu»).
[8]Les confessions, XI, 14, 17.« Alors, quelle est l'heure ?? Si personne ne me demande, je sais; si je veux l'expliquer à quiconque me le demande, Je ne sais pas"
[10]Catéchisme de l'Église catholique, nn. 1085, 1362-1367.
[11] Le terme éphapax (une fois) est un mot grec trouvé dans le Nouveau Testament, crucial pour comprendre la nature unique et définitive du sacrifice du Christ. La source principale de ce terme est la Lettre aux Hébreux. Cet écrit du Nouveau Testament établit un long et profond parallèle entre le sacerdoce lévitique de l'Ancien Testament et le grand sacerdoce du Christ.. Les étapes les plus importantes sont les suivantes:
les Juifs 7, 27: Parler du Christ en tant que grand prêtre, l'auteur dit qu'Il «n'a pas besoin tous les jours, comme les autres grands prêtres, offrir des sacrifices d'abord pour ses propres péchés, puis pour ceux du peuple: en fait il l'a fait une fois pour toutes (éphapax), s'offrir". Ici, il est souligné que, contrairement aux prêtres juifs qui devaient continuellement répéter les sacrifices, Le sacrifice du Christ est unique et définitif.
les Juifs 9, 12: «[Christ] entré une fois pour toutes (éphapax) dans le sanctuaire, pas par le sang des chèvres et des veaux, mais en vertu de son propre sang, obtenant ainsi une rédemption éternelle ". Le verset souligne que l'efficacité du sacrifice du Christ n'est pas temporaire., mais éternel.
les Juifs 10, 10: « C'est par cette volonté que nous avons été sanctifiés par l'offrande du corps de Jésus-Christ., une fois pour toutes (éphapax)». Ici notre sanctification est directement liée à cet événement unique et irremplaçable.
Le concept se retrouve également dans d'autres passages du Nouveau Testament, comme dans la Lettre aux Romains (6, 10), où Sao Paulo, parlant de la mort et de la résurrection du Christ, dé: «Quant à sa mort, il est mort au péché une fois pour toutes (éphapax)».
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LE TEMPS PERDU ET LE PRÉSENT ÉTERNEL: AUGUSTIN POUR L'HOMME CONTEMPORAIN MANQUÉ DE TEMPS
Le passé n'existe plus; l'avenir n'est pas encore. Il semblerait, ensuite, que seul le présent existe. Mais même le présent est problématique. S'il avait une durée, il serait divisible en un avant et un après — et ce ne serait donc plus le présent. Le présent, être ce qu'il est, doit être un instant sans extension, un point de fuite entre ce qui n'est plus et ce qui n'est pas encore. Mais comment ce qui n'a pas de durée peut-il constituer la réalité du temps?
— Théologique —
Auteur: Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.
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Société contemporaine vit dans un rapport schizophrénique au temps. D'une part, le temps est devenu notre bien le plus précieux, une ressource toujours rare. Nos vies sont régies par des horaires chargés, délais incessants, et la sensation oppressante de « ne jamais avoir assez de temps ». Efficacité, vitesse, et l'optimisation de chaque instant sont devenus les nouveaux impératifs catégoriques d'une humanité qui avance à bout de souffle., souvent sans même connaître sa destination. L’homme moderne manque de temps¹ – une faim qui dévore de plus en plus l’âme et l’esprit.. En effet, cette faim de temps afflige visiblement les plus fragiles d’entre nous, se manifestant sous de nombreuses formes d’anxiété généralisée, crises de panique, et autres troubles mentaux.
Paradoxalement, toutefois, cette fois tant désiré et si précisément mesuré nous échappe constamment. Il se dissout dans une séquence de tâches et d'engagements qui ne laissent derrière eux qu'un sentiment de vide et d'incomplétude.. À l’ère de la connexion instantanée, nous sommes de plus en plus déconnectés du présent – projetés vers un avenir qui ne semble jamais arriver, Ou enchaîné à un passé qui ne peut pas être changé. Nous sommes riches en moments, mais pauvre en temps vécu.
Cette expérience de fragmentation et l'angoisse a été lucidement analysée il y a près d'un siècle par le philosophe Martin Heidegger². Pour le penseur allemand, existence humaine (existence, le « être-là ») est intrinsèquement temporel. L’homme ne « possède » pas le temps – il est le temps. Notre existence est un « être vers la mort »,« une projection continue vers l’avenir, pleinement conscient de notre finitude, limitation, et la non-éternité.
Heure authentique, pour Heidegger, n’est pas la séquence homogène d’instants mesurés par l’horloge – ce qu’il appelle le temps vulgaire – mais plutôt l’ouverture aux trois dimensions de l’existence.: l'avenir (comme projet), le passé (comme un rejet), et le présent (comme être-au-monde). L'anxiété qui surgit devant la mort et nos propres limites n'est donc pas un sentiment négatif à éviter., mais la condition même qui peut nous révéler la possibilité d'une vie authentique, dans lequel l'homme prend possession de sa propre temporalité et de son destin fini.
Aussi profond soit-il, cette analyse reste néanmoins horizontale — confinée dans l'immanence d'une existence qui se termine par la mort. Son horizon est le néant. C'est précisément ici que la pensée chrétienne, et surtout le génie de saint Augustin d'Hippone, ouvre une perspective radicalement différente: un vertical et transcendant. Augustin ne décrit pas seulement l'expérience du temps; il l'interroge jusqu'à ce qu'il devienne un chemin par lequel il interroge Dieu lui-même. Et dans ce questionnement il découvre que la solution à l'énigme du temps ne se trouve pas dans le temps lui-même., mais au-delà de lui - dans l'Éternité qui le fonde et le rachète.
Dans le livre XI de ses Confessions, Augustin affronte avec une honnêteté désarmante une question qui semble naïve mais qui est théologiquement explosive: «Que faisait Dieu ?, avant de créer le ciel et la terre?» — « Que faisait Dieu avant de créer le ciel et la terre ??»³. La question présuppose un avant création, une époque où Dieu aurait pu exister dans une sorte d'oisiveté divine, attendre le bon moment pour agir. La réponse d’Augustin est une révolution conceptuelle qui démantèle cette hypothèse à la racine.. Il n'élude pas la question avec la remarque spirituelle attribuée à certains ("Il préparait l'enfer pour ceux qui fouillent dans des mystères trop élevés pour eux"), mais le réfute plutôt de l'intérieur. Il n’y a pas eu de création « avant », car le temps lui-même est une créature. Dieu n'a pas créé le monde dans le temps mais avec le temps: "Tu es le créateur de tous les temps,» écrit le Docteur d'Hippopotame. Avant la création, il n'y avait tout simplement pas le temps⁴.
Cette intuition ouvre le chemin vers la compréhension de l'éternité divine. L’éternité n’est pas une durée infiniment prolongée – un « pour toujours » qui s’étend sans fin d’avant en arrière.. Telle serait encore une notion temporelle de l'éternité. L’éternité de Dieu est l’absence totale de succession, la plénitude parfaite et simultanée de la vie sans fin. Utiliser une image classique de la théologie, Dieu est un Nunc Stans — un « maintenant éternel »⁵. En Lui il n'y a ni passé (mémoire) ni l'avenir (attente), mais seulement l'acte pur et immuable de Son Être. « Tes années sont un jour," dit Augustin à Dieu, "et ton jour n'est pas tous les jours, mais aujourd'hui; car ton aujourd'hui ne cède pas à demain, et ça ne suit pas non plus hier. Ton aujourd’hui est l’éternité »⁶.
Doctrine catholique a formalisé cette idée en définissant l’éternité comme l’un des attributs divins – l’un des éléments essentiels qui composent « l’ADN » même de Dieu.. Dieu est immuable, absolument parfait, et simple. La succession temporelle implique le changement, un passage de la puissance à l'acte, ce qui est inconcevable en Celui qui est Pur Acte, comme l'enseigne Saint Thomas d'Aquin⁷.
Donc, chaque tentative Appliquer à Dieu nos catégories temporelles humaines – catégories qui nous appartiennent précisément parce que nous sommes dans le temps – est voué à l’échec.. Il est le Seigneur du temps précisément parce qu'il n'en est pas le prisonnier..
"Quoi, ensuite, il est temps?” Une fois qu’Augustin a établi l’extraterritorialité de Dieu par rapport au temps, il est confronté à une deuxième question, peut-être encore plus ardue: définir la nature du temps lui-même. Ici émerge le célèbre paradoxe qui a fasciné des générations de penseurs.: «Alors quelle heure est-il ?? Si personne ne me le demande, scio; Je voudrais expliquer au demandeur, Je ne sais pas». - "Quoi, ensuite, il est temps? Si personne ne me le demande, Je sais; si je veux l'expliquer à celui qui demande, Je ne sais pas »⁸. Cette déclaration n'est pas un aveu d'ignorance ou d'agnosticisme, mais le point de départ d'une profonde enquête spirituelle et phénoménologique.
Augustin fait l'expérience de la réalité du temps - il le vit, il le mesure — et pourtant il ne peut l'enfermer dans un concept. Ainsi commence un processus de démantèlement des hypothèses communes de son époque.. Le temps est-il peut-être le mouvement des corps célestes, du soleil, la lune, et les étoiles? Non, il répond, car même si les cieux restaient immobiles, le tour du potier continuerait à tourner, et nous mesurerions toujours son mouvement dans le temps. Temps, donc, n'est pas le mouvement lui-même mais la mesure du mouvement. Pourtant, comment pouvons-nous mesurer quelque chose d'aussi insaisissable?
Le passé n'existe plus; l'avenir n'est pas encore. Il semblerait, ensuite, que seul le présent existe. Mais même le présent est problématique. S'il avait une durée, il serait divisible en un avant et un après — et ce ne serait donc plus le présent. Le présent, être ce qu'il est, doit être un instant sans extension, un point de fuite entre ce qui n'est plus et ce qui n'est pas encore. Mais comment ce qui n'a pas de durée peut-il constituer la réalité du temps?
La solution d'Augustin est aussi ingénieux qu’introspectif. Après avoir cherché le temps dans le monde extérieur — dans les cieux et dans les choses matérielles — il le trouve à l'intérieur., au plus profond de l'âme humaine. Le temps n’a pas de substance ontologique en dehors de nous; sa réalité est psychologique. C'est une distension de l'esprit, un « étirement » ou une « distension » de l’âme. L'âme humaine possède trois facultés correspondant aux trois dimensions du temps: mémoire (mémoire), par lequel l'âme rend le passé présent; attente (attente), par lequel l'âme anticipe et rend présent ce qui n'est pas encore; et attention (attentionou meurtri), par lequel l'âme se concentre sur l'instant présent, le moment où l'attente se transforme en mémoire.
Quand nous chantons un hymne, Augustin explique dans un bel exemple, notre âme est « tendue ». La chanson entière est présente dans l'attente avant qu'elle ne commence; pendant que les mots sont chantés, ils passent de l'attente à l'attention, et enfin ils restent en mémoire. L'action se déroule au présent, pourtant, cela est rendu possible par cet « étirement » continu de l’âme entre le futur (qui raccourcit) et le passé (qui allonge). Temps, donc, est la mesure de cette impression que les choses laissent sur l'âme — et que l'âme elle-même leur imprime⁹.
Bien que la spéculation d’Augustin atteigne les plus hauts niveaux de profondeur philosophique et théologique, c'est loin d'être un simple exercice intellectuel. Il offre, plutôt, à chacun de nous aujourd'hui une clé pour racheter sa propre expérience du temps et vivre d'une manière plus authentique et spirituellement fructueuse. Trois réflexions se posent, donc, du point de vue augustinien.
Notre quotidien est dominé par Chronos — temps quantitatif, séquentiel, mesuré par l'horloge. C'est l'heure de l'efficacité, productivité, et l'anxiété, comme nous l'avons noté au début. La réflexion d’Augustin nous invite à redécouvrir Kairos — le temps qualitatif, le « moment favorable," l'instant chargé de sens où l'éternité croise notre histoire. Si Dieu est un « présent éternel," puis à chaque instant présent, de temps en temps, devient le lieu privilégié de rencontre avec Lui. L’enseignement d’Augustin nous exhorte à sanctifier le présent, le vivre avec attention, en toute conscience. Au lieu de fuir constamment vers le futur de nos projets ou le passé de nos regrets, nous sommes appelés à trouver Dieu dans l'ordinaire du moment présent: en prière, au travail, dans les relations, en service. C'est l'invitation à vivre la spiritualité du « moment présent »,» si chère à de nombreux maîtres de la vie intérieure.
Il y a un lieu et un temps où Kairos fait irruption dans Chronos dans sa forme la plus suprême: la Sainte Liturgie, et en particulier la célébration de l'Eucharistie. Pendant la Sainte Messe, le temps de l'Église est joint au présent éternel de Dieu. Le sacrifice du Christ – accompli une fois pour toutes dans l’histoire (éphapax)¹¹ — n'est pas « répété » mais « re-présenté »," rendu sacramentellement présent sur l'autel. Passé, présent, et l'avenir converge: nous rappelons la Passion, La mort, et Résurrection du Christ (passé); nous célébrons sa véritable présence parmi nous (présent); et nous attendons la gloire de son retour et le banquet éternel (avenir)¹⁰. La Liturgie est la grande école qui nous apprend à vivre le temps d'une manière nouvelle, non plus comme une fuite incessante vers la mort., mais comme un pèlerinage plein d’espoir vers la plénitude de la vie dans l’éternité de Dieu.
Enfin, la conception du temps car la distentio animi offre une profonde consolation. L’« étirement » de l’âme entre souvenir et attente – qui peut être source d’angoisse pour l’homme sans foi. (le poids du passé, l'incertitude de l'avenir) — devient pour le chrétien l'espace même de la foi, espoir, et charité. La mémoire n'est pas seulement le souvenir de nos échecs; c'est avant tout la memoria salutis — le souvenir des merveilles que Dieu a opérées dans l'histoire du salut et dans nos vies personnelles.. C'est le fondement de notre foi. L'attente n'est pas l'angoisse d'un avenir inconnu, mais l'espérance sûre de la rencontre définitive avec le Christ, la vision béatifique promise aux cœurs purs. Et l’attention au présent devient l’espace de la charité – de l’amour concret de Dieu et du prochain – le seul acte qui « demeure » pour l’éternité. (1 Cor 13:13).
Notre vie bouge ainsi, comme dans un souffle spirituel, entre le souvenir reconnaissant de la grâce reçue et l'attente confiante de la gloire promise. De cette façon, l'homme augustinien n'est pas écrasé par le temps mais l'habite comme dans une tente provisoire, son cœur déjà tourné vers la patrie céleste où Dieu sera « tout en tous » — et où le temps lui-même se dissoudra dans l'unique, éternel, et béatifiant aujourd'hui de Dieu.
M. Heidegger, L'être et le temps(Être et temps), 1927, notamment les sections consacrées à l'analyse existentielle de la temporalité: Première Division § 27; Deuxième division §§ 46-53; Deuxième division §§ 54-60 et §§ 65-69.
Ce thème est si présent dans la culture contemporaine qu'il fait même l'objet de récentes représentations sur scène italienne sur Augustin et son époque..
Augustin d'Hippone, Confessions, XI, 12, 14: «Que faisait Dieu ?, avant de créer le ciel et la terre?»
ibid., XI, 13, 15.
Boèce, Sur la consolation de la philosophie, V, 6: «L'éternité est la possession infinie et complète de la vie».
Confessions, XI, 13, 16.
Thomas d'Aquin, Somme théologique, je, q. 9 (« De l'immuabilité de Dieu ») et q. 10 ("Sur l'éternité de Dieu").
Confessions, XI, 14, 17.
Confessions, XI, 28, 38.
Catéchisme de l'Église catholique, nn. 1085, 1362-1367.
Sur le terme éphapax (une fois), voir Hébreux 7:27; 9:12; 10:10; Romains 6:10 — indiquant le caractère définitif et irremplaçable du sacrifice du Christ, "une fois pour toutes."
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TEMPS PERDU ET PRÉSENT ÉTERNEL: SAINT AUGUSTIN POUR L'HOMME CONTEMPORAIN AFFAMÉ DE TEMPS
Le passé n'est plus, l'avenir n'est pas encore. Il semblerait que seul le présent existe. Mais même le présent est problématique. S'il avait une durée, Il serait divisible en un avant et un après, et cesserait d'être présent. Le présent, être, Ce doit être un instant sans prolongation, un point de fuite entre ce qui n'est plus et ce qui n'est pas encore. Mais comment quelque chose sans durée peut-il constituer la réalité du temps ??
— Théologique —
Auteur: Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.
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société contemporaine vit un rapport schizophrène avec le temps. D'une part, C'est devenu l'atout le plus précieux, une ressource perpétuellement rare. Nos vies sont marquées par des agendas saturés, Des délais serrés et le sentiment oppressant de « ne jamais avoir le temps ». L'efficacité, La rapidité et l’optimisation de chaque instant sont devenues les nouveaux impératifs catégoriques d’une humanité qui court., plusieurs fois sans connaître ton objectif. L'homme moderne a faim de temps², une faim qui dévore de plus en plus l'âme et l'esprit. En réalité, Cette faim de temps frappe visiblement les plus fragiles, se manifestant par de multiples formes d’anxiété généralisée, attaques de panique et autres troubles mentaux.
Paradoxalement, cependant, ce temps si désiré et si minutieusement mesuré nous échappe. Il se dissout dans une séquence d’engagements qui laissent derrière eux un sentiment de vide et d’incomplétude.. À l’ère de la connexion instantanée, nous sommes de plus en plus déconnectés du présent: projeté vers un futur qui n’arrive jamais ou ancré dans un passé irréversible. Nous sommes riches en moments, mais pauvre en temps vécu.
Cette expérience de fragmentation et l'angoisse a été lucidement analysée il y a près d'un siècle par le philosophe Martin Heidegger¹. Pour le penseur allemand, existence humaine (existence, le "être-là") C’est intrinsèquement temporaire.. L’homme ne « possède » pas le temps: il est temps. Notre existence est un « être pour la mort », une projection continue vers le futur, pleinement conscient de notre finitude, limitation et non éternité.
temps authentique, pour Heidegger, Ce n’est pas la suite homogène des instants mesurés par l’horloge – ce qu’il appelle le temps « vulgaire » –, mais l'ouverture aux trois dimensions de l'existence: l'avenir (comme projet), le passé (comme si j'étais jeté) et le présent (comment être dans le monde). L'angoisse face à la mort et à ses propres limites n'est pas, donc, un sentiment négatif auquel échapper, mais la condition qui peut nous révéler la possibilité d'une vie authentique, dans lequel l'homme s'approprie sa propre temporalité et son destin fini.
Peu importe la profondeur, cette réflexion demeure, cependant, dans le plan horizontal, confiné dans l'immanence d'une existence qui se termine par la mort. Ton horizon n'est rien. C'est précisément ici que la pensée chrétienne, et surtout le génie de saint Augustin d'Hippone, ouvre une perspective radicalement différente: vertical et transcendant. Augustin ne se limite pas à décrire l'expérience du temps, mais l'interroge jusqu'à ce que cela devienne un chemin pour interroger Dieu lui-même. Et dans cette recherche, il découvre que la solution à l’énigme du temps ne se trouve pas dans le temps lui-même., mais en dehors de ça: dans l'Éternité qui l'enracine et le rachète.
Dans le livre XI de son Confessions, Augustin aborde une question qui semble naïve avec une sincérité désarmante., mais c'est théologiquement explosif: «Que faisait Dieu ?, avant de créer le ciel et la terre?» — « Qu'a fait Dieu avant de créer le ciel et la terre?»³. La question présuppose un « avant » de la création, une époque où Dieu aurait existé dans une sorte de loisir divin, attendre le bon moment pour agir. La réponse d'Augustin est une révolution conceptuelle qui démantèle cette hypothèse à la racine.. Il n'élude pas la question avec la réponse ingénieuse attribuée à certains ("Il a préparé l'enfer pour ceux qui enquêtent sur des mystères trop élevés"), mais le réfute de l'intérieur. Il n’y a pas d’« avant » de la création, parce que le temps lui-même est une créature. Dieu n'a pas créé le monde dans le temps, sino avec le temps: «Vous êtes l'architecte de tous les temps», écrit le Docteur d'Hippopotame. Avant la création, simplement, il n'y avait pas le temps⁴.
Cette intuition ouvre la voie vers la compréhension de l'éternité divine. L’éternité n’est pas une durée infiniment étendue – un « toujours » qui s’étend sans fin dans le passé et le futur –. Telle serait encore une conception temporelle de l'éternité.. L'éternité de Dieu est l'absence totale de succession, la plénitude parfaite et simultanée d'une vie sans fin. Pour utiliser une image classique de la théologie, Dieu est un Maintenant debout, un « cadeau éternel »⁵. En Lui il n'y a pas de passé (mémoire) pas d'avenir (attente), mais seulement l'acte pur et immuable de son Être.
"Vos années sont un seul jour", Augustin dit à Dieu, "et ta journée n'est pas tous les jours, mais aujourd'hui; parce que votre aujourd'hui ne cède pas la place à demain et ne suit pas hier. Votre aujourd'hui est l'éternité»⁶. La doctrine catholique a formalisé cette intuition en définissant l'éternité comme l'un des attributs divins., un des éléments qui composent « l’ADN » de Dieu. Dieu est immuable, absolument parfait et simple. La succession temporelle implique le changement, un pas du pouvoir à l'action, ce qui est inconcevable en Celui qui est Pur Acte, comme l'enseigne saint Thomas d'Aquin⁷.
Pourtant, chaque tentative de s'appliquer à Dieu nos catégories temporelles – catégories qui nous sont propres, que nous sommes dans le temps - il est voué à l'échec. Il est le Seigneur du temps précisément parce qu’il n’en est pas prisonnier..
"Qu'est-ce que, Bien, le temps?» Une fois établie l’extraterritorialité de Dieu par rapport au temps, Agustín affronte le deuxième, et peut-être plus ardu, problème: définir la nature du temps lui-même. C’est là que surgit le fameux paradoxe qui a fasciné des générations de penseurs.: «Alors quelle heure est-il ?? Si personne ne me le demande, scio; Je voudrais expliquer au demandeur, Je ne sais pas" - "Qu'est-ce que, Bien, le temps? Si personne ne me le demande, Je sais; Si je veux l'expliquer à la personne qui me le demande, Je ne sais pas»⁸. Cette déclaration n'est pas un aveu d'ignorance ou d'agnosticisme, mais le point de départ d'une profonde enquête spirituelle et phénoménologique.
Augustin fait l'expérience de la réalité du temps: le vit, le mesure, et pourtant il ne parvient pas à l'enfermer dans un concept. Ainsi commence un processus de démantèlement des convictions communes de son siècle.. Le temps est-il peut-être le mouvement des corps célestes, du soleil, la lune et les étoiles? Non, répondre, parce que même si les cieux s'arrêtaient, le tour du potier continuerait de tourner, et nous mesurerions son mouvement dans le temps. temps, donc, ce n'est pas le mouvement lui-même, mais la mesure du mouvement. Mais comment mesurer quelque chose d'aussi insaisissable?
Le passé n'est plus, l'avenir n'est pas encore. Il semblerait que seul le présent existe. Mais même le présent est problématique. S'il avait une durée, Il serait divisible en un avant et un après, et cesserait d'être présent. Le présent, être, Ce doit être un instant sans prolongation, un point de fuite entre ce qui n'est plus et ce qui n'est pas encore. Mais comment quelque chose sans durée peut-il constituer la réalité du temps ??
La solution augustinienne C'est aussi cool qu'introspectif.. Après avoir cherché du temps dans le monde extérieur, dans les cieux et dans les objets, Agustín le trouve à l'intérieur, dans l'âme de l'homme. Le temps n’a aucune cohérence ontologique en dehors de nous.; sa réalité est psychologique. C'est un distension de l'esprit, une "distension" ou "dilatation" de l'âme. L'âme humaine possède trois facultés qui correspondent aux trois dimensions du temps: mémoire (mémoire), à travers lequel l'âme rend le passé présent; l'attente (attente), par lequel l'âme anticipe et rend présent ce qui n'est pas encore; et attention (attention O meurtri), par lequel l'âme se concentre sur le moment présent, le moment où l'attente se transforme en mémoire.
Quand nous chantons un hymne, Agustín explique avec un bel exemple, notre âme est "étendue". Tout le chant est présent dans l'attente avant de commencer; alors que les mots sont prononcés, passer de l'attente à l'attention, et enfin ils sont déposés en mémoire. L'action se déroule au présent, mais c'est possible grâce à cette "distension" continue de l'âme entre le futur (qui est raccourci) et le passé (qui allonge). temps, donc, C'est la mesure de cette impression que les choses laissent sur l'âme et que l'âme elle-même produit⁹.
Bien que la spéculation augustinienne atteint le plus haut niveau philosophique et théologique, C'est loin d'être un simple exercice intellectuel. Offres, plutôt, à chacun de nous une clé pour racheter sa propre expérience du temps et vivre d'une manière plus authentique et spirituellement fructueuse. Du point de vue augustinien, il y a, Bien, trois réflexions.
Notre vie quotidienne est dominé par Chronos: temps quantitatif, séquentiel, mesuré par horloge. C'est l'heure de l'efficacité, productivité et anxiété, comme nous l'avons dit au début. La réflexion augustinienne nous invite à découvrir Caire: temps qualitatif, le "moment opportun", le moment chargé de sens où l'éternité croise notre histoire. Si Dieu est un « présent éternel », puis chaque cadeau, chaque "maintenant", devient le lieu privilégié de rencontre avec Lui. L'enseignement d'Augustin nous exhorte à sanctifier le présent, le vivre avec attention, en toute conscience. Au lieu de fuir sans cesse vers le futur de nos projets ou vers le passé de nos regrets, Nous sommes appelés à trouver Dieu dans la vie quotidienne du moment présent.: en prière, au travail, dans les relations, au service. C'est l'invitation à vivre la spiritualité du « moment présent », tant aimé par de nombreux professeurs de vie intérieure.
Il y a un lieu et un temps dans lequel le Cairefait irruption dans le Chronos suprêmement: la Sainte Liturgie, et en particulier la célébration de l'Eucharistie. Pendant la Sainte Messe, le temps de l'Église est uni au présent éternel de Dieu. Le sacrifice du Christ, accompli une fois pour toutes dans l'histoire (éphapax)¹¹, ce n'est pas "répété", mais il est "re-présenté", devenir sacramentellement présent à l'autel. Passé, le présent et le futur convergent: nous nous souvenons de la Passion, Mort et résurrection du Christ (passé); nous célébrons sa véritable présence parmi nous (cadeau); et nous attendons la gloire de son retour et le banquet éternel (avenir)¹⁰. La Liturgie est la grande école qui nous apprend à vivre le temps d'une manière nouvelle: non plus comme une fuite inexorable vers la mort, mais comme un pèlerinage d'espérance vers la plénitude de la vie dans l'éternité de Dieu.
Enfin, la conception du temps comme distension de l'espritoffre une profonde consolation. La "distension" de l'âme entre mémoire et attente - qui pour l'homme sans foi peut être une source d'angoisse (le poids du passé, l'incertitude de l'avenir)— devient pour le chrétien l'espace même de la foi, espoir et charité. La mémoire n'est pas seulement la mémoire de nos échecs, mais surtout le souvenir du salut: le souvenir des merveilles que Dieu a opérées dans l'histoire du salut et dans nos vies personnelles. C'est le fondement de notre foi. L'attente n'est pas l'anxiété face à un avenir incertain, mais l'espérance sûre de la rencontre définitive avec le Christ, la vision béatifique promise aux cœurs purs. Et l'attention au présent devient l'espace de la charité, d'amour concret pour Dieu et le prochain, le seul acte qui "reste" pour l'éternité (1 Cor 13,13).
Notre vie bouge comme ça, comme un souffle spirituel, entre le souvenir reconnaissant de la grâce reçue et l'attente confiante de la gloire promise. Ainsi, l'homme augustinien n'est pas écrasé par le temps, mais l'habite comme une tente temporaire, avec le cœur déjà orienté vers la patrie céleste, où Dieu sera « tout en tous » et où le temps se dissoudra dans l'unique, aujourd'hui éternel et béatifiant de Dieu.
M. Heidegger, L'être et le temps, 1927, notamment les sections dédiées à l'analyse existentielle de la temporalité: Première section § 27; Deuxième section §§ 46-53; Deuxième section §§ 54-60 y §§ 65-69.
Un thème si présent dans la culture contemporaine qu'il a même fait l'objet de représentations théâtrales en Italie sur Augustin et son époque..
Saint Augustin d'Hippone, Confessions, XI, 12, 14: "Que faisait Dieu ?", avant de créer le ciel et la terre?»
ibid., XI, 13, 15.
Boèce, Sur la consolation de la philosophie, V, 6: "L'éternité est la possession interminable de la vie à la fois et parfaite".
Confessions, XI, 13, 16.
Saint Thomas d'Aquin, Somme théologique, je, q. 9 («Sur l'immuabilité de Dieu») et quoi. 10 («Sur l'éternité de Dieu»).
Confessions, XI, 14, 17.
Confessions, XI, 28, 38.
Catéchisme de l'Église catholique, nn. 1085, 1362-1367.
À propos du terme éphapax(une fois), voir Hébreux 7,27; 9,12; 10,10; Romains 6,10: indique le caractère unique et définitif du sacrifice du Christ, "une fois pour toutes".
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AVEC LÉON XIV, ROME EVEQUE DE, LE TITRE DE PRIMAT ITALIEN RÉÉmerge
Cette définition, est resté longtemps silencieux dans les textes officiels, revient maintenant vivant dans la voix du Pontife comme signe d'orientation pour l'Église et pour l'Italie. Après des années d'interprétations essentiellement universelles de la papauté, Léon XIV a voulu renouveler la dimension originelle de son ministère: le Souverain Pontife est évêque de Rome et, pour ça, guide et père des Églises d'Italie.
Parmi les paroles prononcées par le Souverain Pontife Léon XIV dans son récent discours au Quirinale, la 14 en octobre dernier, l’un en particulier résonnait avec la force théologique et l’intensité historique: «Comme évêque de Rome et primat d'Italie».
Cette définition, est resté longtemps silencieux dans les textes officiels, revient maintenant vivant dans la voix du Pontife comme signe d'orientation pour l'Église et pour l'Italie. Après des années d'interprétations essentiellement universelles de la papauté, Léon XIV a voulu renouveler la dimension originelle de son ministère: le Souverain Pontife est évêque de Rome et, pour ça, guide et père des Églises d'Italie.
Le titre de Primat d'Italie exprime la vérité ecclésiologique qui unit l'Église universelle à ses racines concrètes, faire remonter la primauté de Pierre à la source sacramentelle et à la communion des Églises locales (cf.. La lumière, 22; Le berger éternel, casquette. II). Dans la vision du Concile Vatican II, la fonction pétrinienne n'est jamais séparée de la dimension épiscopale et collégiale: l'évêque de Rome, En tant que successeur de Pietro, exerce une présidence de charité et d’unité (La lumière, 23), qui est enracinée dans son propre siège épiscopal. Au sens propre, le titre de Primat d'Italie ne représente pas un privilège légal, mais un signe théologique et ecclésial qui manifeste le lien intime entre la primauté universelle du Pontife romain et sa paternité sur les Églises d'Italie. Comme nous le rappelle saint Jean-Paul II, le ministère de l'Évêque de Rome "est au service de l'unité de foi et de la communion de l'Église" (Pour un;, 94), et c'est précisément de cette communion que naît la dimension nationale et locale de sa préoccupation pastorale..
Dans la hiérarchie catholique de l'Église latine, au début du deuxième millénaire, des primats évêques sont également envisagés, des prélats qui, avec ce titre - uniquement honorifique - sont en charge des diocèses les plus anciens et les plus importants des États ou territoires, sans aucune prérogative (cf.. Annuaire Pontifical, éd. 2024). L'évêque de Rome est le primat d'Italie: titre ancien, mis en œuvre au fil des siècles et toujours en vigueur aujourd'hui, bien qu'avec des prérogatives différentes qui se sont manifestées au fil du temps.
Au fil des siècles d'autres évêques de la Péninsule ont eu le titre honorifique de Primat: l'archevêque métropolitain de Pise maintient le titre de Primat des îles de Corse et de Sardaigne, l'archevêque métropolitain de Cagliari porte le titre de Primat de Sardaigne, l'archevêque métropolitain de Palerme maintient le titre de primat de Sicile, et l'archevêque métropolitain de Salerne comme primat du royaume de Naples (cf.. Annuaire Pontifical, cerser. « Siège métropolitain et primatial »).
L'étendue territoriale évoquée par le terme Italie était variée: de l'Italie suburbaine des premiers siècles chrétiens, à l'Italie gothique et lombarde, jusqu'à ce que le Royaume d'Italie incorporé à l'Empire romain-allemand, essentiellement composé du nord de l'Italie et de l'État pontifical. Cette primauté ne concernait pas les territoires de l'ancien patriarcat d'Aquilée, ni les territoires faisant partie de royaume germanique — l'actuel Trentin-Haut-Adige, Trieste et Istrie —, appartint plus tard à l'Empire autrichien. Aujourd'hui la primauté de l'Italie s'exerce sur un territoire correspondant à celui de la République italienne, de la République de Saint-Marin et de l'État de la Cité du Vatican (cf.. Annuaire Pontifical, éd. 2024, cerser. « Quartier général et territoires primordiaux »).
La notion d'« Italie » appliquée à la juridiction ecclésiastique ça n'a jamais eu de valeur politique, mais une signification éminemment pastorale et symbolique, lié à la fonction unificatrice de l'évêque de Rome comme centre de communion entre les Églises particulières de la péninsule. Depuis la fin de l'Antiquité, en fait, la région de banlieue désigné le territoire qui, par une ancienne coutume, reconnu la dépendance directe du siège romain (cf.. Livre Pontifical, volume. je, éd. Duchesne). Au fil des siècles, tout en changeant les circonscriptions civiles et les structures étatiques, la dimension spirituelle de la primauté est restée constante, comme expression de l'unité ecclésiale et de la tradition apostolique de la Péninsule.
Dans les deux mille ans du christianisme, les habitants de la péninsule et l'épiscopat lui-même ont constamment regardé vers le siège romain, tant dans le domaine ecclésiastique que civil. Dans 452 l'évêque de Rome, Léone Ier, à la demande de l'empereur Valentinien III, il faisait partie de l'ambassade qui se rendit dans le nord de l'Italie pour rencontrer le roi des Huns Attila, pour tenter de le dissuader de poursuivre son avance vers Rome (cf.. Prospérer d'Aquitaine, Chronique, à un an 452).
Ce sont les papes de Rome qui, les siècles, soutenir les municipalités contre les puissances impériales: le parti Guelfe - et en particulier Charles d'Anjou - devient l'instrument du pouvoir papal dans toute la Péninsule. Le Pontife Romain apparaîtra comme l'ami des Communes, le protecteur des libertés italiennes, contribuant à dissoudre l’idée même d’Empire entendu comme détenteur de la pleine souveraineté, en faveur d’une souveraineté étendue et multiple.
Le concept de juridictionsera exprimé clairement par Bartolo da Sassoferrato (1313-1357): cela n'est pas compris seulement comme le pouvoir de prononcer la loi, mais surtout comme l'ensemble des pouvoirs nécessaires à la gouvernance d'un système qui n'est pas centralisé entre les mains d'une seule personne ou d'un seul organisme. (cf.. Bartolo de Saxoferrato, Traité sur la juridiction, dans Tous les travaux, New-York, 1588, volume. IX). Dans cette vision pluraliste du droit, le Siège Apostolique représente le principe d'équilibre et de justice parmi les multiples formes de souveraineté qui se développent dans la Péninsule, se plaçant comme garant de l’ordre et de la liberté des communautés chrétiennes.
Même au 19ème siècle, Vincenzo Gioberti a proposé l'idéal néo-guelfe et une confédération d'États italiens sous la présidence du Pontife romain, décrivant une vision dans laquelle l'autorité spirituelle du Pape aurait dû agir comme principe d'unité morale et politique de la péninsule (cf.. V. Gioberti, De la primauté morale et civile des Italiensje, Bruxelles 1843, bibliothèque. II, casquette. 5). En phase, Antonio Rosmini a également reconnu le Siège Apostolique comme le fondement de l'ordre politique chrétien., tout en distinguant le pouvoir spirituel et le pouvoir temporel, dans une perspective qui entendait combler la fracture entre l’Église et la nation (cf.. UNE. Rosmini, Les cinq plaies de la sainte Eglise, Lugano 1848, partie II, casquette. 1).
Le titre de Primat d'Italie, à l'ère moderne, il faisait donc référence à l'évêque de Rome, dirigeant d'un vaste territoire et chef d'un État tentaculaire, comme les autres, dans la péninsule. Le territoire de la primauté, En conséquence, il n'était pas identifié à celui d'un seul État, mais cela recoupait la pluralité des juridictions politiques de l'époque. Se il Concordat de Worms(1122) avait attribué aux papes de Rome le pouvoir de confirmer la nomination des évêques, en Italie — ou plutôt en Royaume d'Italie, y compris le centre-nord de l'Italie —, au fil des siècles, le choix des évêques a été convenu avec les souverains territoriaux, selon les coutumes des États européens: ou via des présentations de pelles rétrocaveuses, dont le premier était généralement l'élu, ou sur désignation unique du prince détenteur du droit de patronage, comme cela s'est également produit pour le Royaume de Sicile (cf.. Bullarium romain, t. V, Rome 1739).
L’implication de l’autorité de l’État souvent déterminé un équilibre substantiel entre l’État et l’Église, dans lequel la reconnaissance des sphères d'action respectives a permis au Siège apostolique de maintenir son influence sur les nominations épiscopales, mais dans les limites des concordats et des privilèges souverains.
En pleine ère juridictionnaliste du 18ème siècle, Les revendications épiscopales n'ont trouvé aucune place dans l'épiscopat de la péninsule, ni les gallicans ou germaniques, malgré certains princes italiens qui tentent de s'y conformer, sinon condescendant, de telles théories (cf.. P. Programme d'études, Le juridictionnalisme dans l’histoire de la pensée politique italienne, Bologne 1968). En Toscane, L'ingérence de l'État dans les affaires religieuses a atteint sa pleine mise en œuvre sous le Grand-Duc Pierre Léopold (1765-1790). Animé par une ferveur religieuse sincère, le Grand-Duc croyait accomplir une œuvre de véritable dévotion et de piété lorsqu'il œuvrait à combattre les abus de la discipline ecclésiastique, superstitions, la corruption et l'ignorance du clergé.
D'abord aucune protestation n'a été soulevée par l'épiscopat toscan, ou parce qu'il voyait la futilité de s'opposer, ou parce qu'il a approuvé ces mesures; peut-être même pourquoi, dans l'épiscopat toscan comme dans le clergé, il y avait une antipathie envers les ordres religieux et une forme d'autonomie par rapport au Saint-Siège était volontiers acceptée. Toutefois, au synode général de Florence de 1787, tous les évêques de l'État - à l'exception de Scipione de' Ricci et de deux autres - ont rejeté ces réformes, réaffirmant la fidélité à la communion avec le Pontife Romain et défendant l'intégrité de la tradition ecclésiastique (cf.. Actes du Synode de Florence, 1787, cambre. la cour de Florence).
L'Église catholique a toujours lutté la formation d'Églises nationales, car de telles tentatives contrastent ouvertement avec la structure même de la communion ecclésiale et avec l'ancienne discipline canonique. Déjà le chien. XXXIVe jour Canons des Apôtres — une collection datant du IVe siècle, autour de l'année 380 — prescrit un principe fondamental de l'unité épiscopale:
Il est convenu que l'évêque doit connaître chaque nation., parce qu'il est considéré comme le premier d'entre eux, qu'ils considèrent comme leur chef et ne portent rien de plus que son consentement, que ceux seuls, quelles paroisses [en grec τῇ paroiᾳ] proprement dit et les villes qui en dépendent sont compétentes. Mais il ne devrait pas non plus faire quoi que ce soit en dehors de la conscience de tous.; car ainsi il y aura unanimité et Dieu sera glorifié par le Christ dans le Saint-Esprit (« Les évêques de chaque nation doivent savoir lequel d'entre eux est le premier et le considérer comme leur chef., et ne faites rien d'important sans son consentement; chacun ne s'occupera que de ce qui concerne son diocèse et les territoires qui en dépendent; mais celui qui est le premier ne doit rien faire non plus sans le consentement de tous: ainsi l’harmonie régnera et Dieu sera glorifié par le Christ dans le Saint-Esprit.)
Cette règle, d'une saveur apostolique et d'une matrice synodale, affirme le principe de l'unité dans la collégialité, où la primauté n'est pas la domination, mais le service de communion. Une telle conception, assumé et approfondi dans la tradition catholique, a trouvé sa pleine expression dans la doctrine de la primauté romaine. Comme l’enseigne le pape Léon XIII:
«l'Église du Christ est une par nature, et comme on est Christ, donc il faut être son corps, sa foi est une, sa doctrine est une, et une de ses têtes visible, établi par le Rédempteur en la personne de Pierre" (Bien connu, 9).
En conséquence, toute tentative de fonder des églises particulières ou national indépendant du Siège Apostolique a toujours été rejeté comme contraire au ongle, saint, Église catholique et apostolique. La subordination du collège épiscopal à la primauté pétrinienne constitue en effet le lien d'unité qui garantit la catholicité de l'Église et préserve les Églises particulières du risque d'isolement ou de déviation doctrinale. (cf.. La lumière de la nationm, 22; Christ le Seigneur, 4).
Le titre de Primat, attribué à certains endroits, c'était en fait un simple titre honorifique, comme celui de Patriarche conféré à certains sièges épiscopaux de rite latin (cf.. Code de droit canonique, pouvez. 438). Une telle dignité, de nature exclusivement cérémonielle, il ne disposait pas d'un pouvoir juridictionnel effectif, ni une autorité directe sur les autres diocèses d'une région ecclésiastique spécifique. Le titre était destiné à honorer l'âge ou la pertinence historique particulière d'un siège épiscopal., selon une pratique consolidée au deuxième millénaire.
Mais la situation est différente et surtout les prérogatives des deux sièges de primat d'Italie et de Hongrie, qui préservent une physionomie juridique-ecclésiale singulière au sein de l'Église latine. Selon une tradition vieille de plusieurs siècles, le prince-primat de Hongrie est couvert à la fois de devoirs ecclésiastiques et civils. parmi ceux-ci, le privilège de couronner le souverain - un privilège exercé pour la dernière fois 30 décembre 1916 pour le couronnement du roi Charles IV de Habsbourg par St. E. Mons. Janos Cernoch, alors archevêque d'Esztergom - et de le remplacer en cas d'empêchement temporaire (cf.. Journal du Saint-Siège, volume. XLIX, 1917).
Primauté hongroise il est attribué au siège archiépiscopal d'Esztergom (aujourd'hui Esztergom-Budapest), dont l'ancienne dignité de primauté remonte au XIe siècle, lorsque le roi Étienne Ier obtint du pape la fondation de l'Église nationale hongroise sous la protection directe du Siège apostolique. L'Archivescovo d'Esztergom, comme Primat de Hongrie, jouit d'une position particulière sur tous les catholiques présents dans l'État et d'un pouvoir quasi-gouvernemental sur les évêques et les métropolitains, dont la métropole de Hajdúdorog pour les fidèles hongrois de rite byzantin. Il y a un tribunal primaire près de chez lui, toujours présidé par lui, qui juge les affaires en troisième instance: un privilège fondé sur une coutume immémoriale, plutôt que sur une norme juridique expresse (cf..Code de droit canonique, pouvez. 435; Annuaire PontificalO, cerser. « Quartier général principal », éd. 2024). Il est citoyen hongrois, résident dans l'État, et occupe souvent également le poste de président de la Conférence épiscopale hongroise, exercer une fonction de médiation entre le Siège apostolique et l'Église locale.
primauté italienne, attribué au siège romain, Il a une configuration très particulière: son propriétaire, l'évêque de Rome, il peut être - et en fait il l'a été au cours des derniers pontificats - un citoyen non italien. Il est souverain d'un État étranger, la Cité du Vatican, ne fait pas partie de l'Union européenne, et n'appartient pas à la Conférence épiscopale italienne, tout en conservant une autorité directe sur lui. En vertu de son titre de Primat d'Italie, le Pontife romain nomme en effet le président et le secrétaire général de la Conférence épiscopale italienne, comme l'exige l'art. 4 §2 du Statut CEI, qui rappelle expressément « le lien particulier qui unit l'Église en Italie au Pape, Évêque de Rome et Primat d'Italie" (cf.. Statut de la Conférence épiscopale italienne,approuvé par Paul VI 2 juillet 1965, mis à jour dans 2014).
Cette configuration juridique singulière montre comment la primauté italienne, malgré l'absence de structure administrative autonome, conserve une véritable fonction ecclésiologique, comme expression visible du lien organique entre l'Église universelle et les Églises d'Italie. En cela se manifeste la continuité de la primauté pétrinienne dans sa double dimension: universel, comme service à la communion de toute l'Église, et local, comme paternité pastorale exercée sur le territoire italien (La lumière, 22–23).
Une ouverture se dessine ainsi la fin de l'Égliseaux problèmes internationaux et mondiaux, quelque chose que l'on retrouve également dans certains paragraphes du Catéchisme de l'Église catholique, dédié aux droits de l'homme, à la solidarité internationale, au droit à la liberté religieuse des différents peuples, à la protection des émigrés et des réfugiés, à la condamnation des régimes totalitaires et à la promotion de la paix. Ce qui est le plus pertinent, c'est l'invitation, incitation, de l'Église un pour compléter le bien il n'est pas seulement ancré dans le salut éternel, à la réalisation de l'objectif d'un autre monde, mais aussi au contingent, aux besoins immanents de l'homme ayant besoin d'une aide matérielle.
Sur la base de la primauté revendiquée et conformément à l'art. 26 du Traité du Latran, l'action pastorale du Pontife lui-même se déroule dans plusieurs régions d'Italie, à travers des visites de nombreuses villes et sanctuaires, effectués sans que ceux-ci se présentent comme des voyages à l'étranger. La pratique répandue consistant à considérer le pape de Rome comme le premier évêque d'Italie fait que les événements italiens sont souvent présents dans ses discours ou discours.. Il visite souvent les régions de la péninsule où se sont produits des événements douloureux., et la présence du Pape est considérée par les populations comme un devoir, demandé en signe de réconfort et d'aide. ça revient aussi, au sens large de primauté, recevoir des délégations d'organismes de l'État italien. Dans cette perspective, la figure du Pontife Romain comme Primat d'Italie prend valeur de signe de communion entre l'Église et la Nation, dans la ligne de la mission universelle qu'il exerce comme successeur de Pierre. La dimension nationale de sa préoccupation pastorale ne s'oppose pas, mais il intègre plutôt, avec la mission catholique du Siège Apostolique, parce que le Pape est aussi évêque de Rome, Père des Églises d'Italie et Pasteur de l'Église universelle (Prêcher l'Évangile, art. 2).
La triple dimension de son ministère - diocésain, national et universel – rend cela visible l'unité de l'Église que la foi professe et que l'histoire en témoigne. D'où le titre de Primat d'Italie, refait surface dans la voix de Léon XIV, il n'apparaît pas comme un vestige d'honneurs passés, mais comme un rappel vivant de la responsabilité spirituelle de la Papauté envers le peuple italien, en continuité avec sa mission apostolique envers tous les peuples.
Velletri de Rome, 16 octobre 2025
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J'ai eu une demi-sœur issue du deuxième mariage de mon père télécharger du porno Ma nouvelle sœur est une fainéante regarder du porno Il ne va ni à l'école ni aux études. histoire de sexe Il sèche l'école chaque fois qu'il en a l'occasion porno gratuit C'est pourquoi les membres de sa famille sont si en colère contre lui porno brazzers Je pensais faire du sport dans le jardin aujourd'hui quand il n'y a personne à la maison histoires de sexe Par hasard j'ai vu ma sœur qui n'allait pas à l'école se cacher dans sa chambre rokettube Je lui ai crié dessus et je l'ai forcé à aller à l'école porno turc Lorsqu'il a quitté la maison, j'ai commencé mes sports dans le jardin. porno Peu de temps après, j'ai reçu une notification sur mon téléphone indiquant que l'alarme de la maison était désactivée. histoires d'inceste Elle m'a convaincu de faire l'amour avec sa position nue devant moi et ses discours provocateurs..
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