Approfondimento della dottrina? No, è tradimento

APPROFONDIMENTO DELLA DOTTRINA? NO, È TRADIMENTO

 

L’anti-dogmatismo non è, alla fonte, soltanto un atteggiamento irrazionale, superficiale e incoerente: è molto peggio, è qualcosa di estremamente pernicioso per la vita di fede della comunità cristiana, perché nasce da un progetto teoricamente ben strutturato che mira decisamente ad attuare nella Chiesa quelle riforme che da anni Hans Küng ed i suoi discepoli, ad esempio Enzo Bianchi, hanno teorizzato come necessarie al “cammino” della Chiesa nella storia e hanno profetizzato come di imminente realizzazione […]

Autore Antonio Livi

Autore
Antonio Livi

Il termine che si sente ripetere in questi giorni, anche dopo l’intervista di Papa Francesco a La Nación, è quello della necessità di un adeguato “approfondimento” della dottrina [vedere qui]. È la tesi di Gianni Gennari [sul Corriere della Sera] a proposito dell’auspicata “retromarcia” del Magistero sui metodi naturali: grandi cambiamenti, ma che sarebbero solo “approfondimenti” della dottrina dell’Humanae vitae. Per analogia questo schema interpretativo viene applicato alla questione “sinodale”, quella della comunione per i divorziati che si sono sposati civilmente. Peraltro questa tesi è sposata anche da Andrea Tornielli (La Stampa), che già tempo fa parlava di “approfondimenti” in riferimento alla nuova dottrina conciliare sulla libertà religiosa.

etichette

… viviamo nel mondo delle “etichette”

(c) Bodleian Libraries; Supplied by The Public Catalogue Foundation

ritratto del Sommo Pontefice Pio XI

Vedendo il ricorso a questa etichetta che i media stanno applicando ai progetti di riforma della dottrina sui sacramenti (il Matrimonio, la Penitenza e l’Eucaristia) mi sono reso conto ancora una volta di quanto sarebbe auspicabile che i giornalisti si limitassero a informare sull’attualità degli eventi ecclesiali senza continuare a confondere le idee ai cattolici con le loro interpretazioni sociopolitiche [vedere mio precedente articolo qui].

Qualsiasi etichetta apposta ai fatti della Chiesa, anche se appare giornalisticamente efficace, non aiuta affatto a capire di che cosa si tratta. L’etichetta è una pretesa di interpretazione facile e rapida, “prêt-à-porter”, ma l’effetto sull’opinione pubblica è negativo, non solo per l’inevitabile superficialità di questo genere di interpretazione ma anche e soprattutto per il messaggio che indirettamente veicola. L’«approfondimento», etichetta dalla quale sono partito, non è un’eccezione alla regola: il messaggio che con essa viene veicolato è che la Chiesa cattolica, sotto il pontificato di Papa Francesco, procede rapidamente verso un mutamento sostanziale della sua dottrina morale, e di conseguenza procede ineluttabilmente verso un mutamento radicale della sua prassi pastorale, con il plauso di tutti, credenti e non credenti.

Quelli che sono etichettati come “approfondimenti” sono dunque, nelle intenzioni di chi le sponsorizza, dei mutamenti sostanziali della dottrina fin qui insegnata dal Magistero, e andrebbero pertanto etichettati piuttosto come “rottura” con la Tradizione. Si tratta infatti di “piccoli passi” nella direzione di una normativa che andrebbe a rivoluzionare la  struttura stessa della disciplina ecclesiastica, a tal punto che – se effettivamente fossero adottati dall’autorità ecclesiastica – comporterebbero una riforma radicale della dottrina: ma non nel senso indicato da Benedetto XVI («riforma nella continuità del medesimo soggetto Chiesa») ma nel senso che papa Ratzinger considerava inaccettabile, ossia di  una vera e propria “rottura” con la Tradizione, ossia con la dottrina del Magistero, dal Concilio di Trento al Vaticano II, dall’enciclica Casti connubii di Pio XI all’esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II.

familiaris consortio

esortazione apostolica di San Giovanni Paolo II

Certo, abbiamo sentito in occasione della prima fase del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, non pochi teologi e alti prelati auspicare il superamento (cioè l’abolizione) degli insegnamenti di Paolo VI (Humanae vitae) e di Giovanni Paolo II (Familaris consortio), e poi abbiamo sentito, nella medesima occasione, altri teologi e altri prelati che hanno fatto notare che questi cambiamenti  sono in contraddizione, non con dettagli senza importanza, ma con il significato essenziale, profondo, del messaggio trasmesso dalla Chiesa in quei documenti. 

Chi scava in profondità, con la ragione teologica, per scoprire quel messaggio nella sua essenza di verità rivelata, si rende conto che una proposta che risulti in netta contraddizione con esso non è che la sua negazione. Insomma, una rivoluzione, una rottura, non certamente uno dei tanti modi con cui può avvenire ed avviene di fatto che la Chiesa progredisca nella comprensione della verità rivelata, secondo la formula, teologicamente perfetta, di una «evoluzione omogenea del dogma». «Omogenea» è quell’evoluzione che porta a una dottrina che rientra nel medesimo “genere”, ossia non propone una dottrina di altro genere, bensì la medesima dottrina arricchita di modifiche accidentali, con applicazioni pastorali. Insomma, una rottura non può essere chiamata «approfondimento».

approfondimenti

Il termine «approfondimento» è usato dai “vaticanisti”, nella loro proverbiale sudditanza psicologica al linguaggio di volta in volta prevalente nella cultura di massa, perché è il termine che si usa per i commenti e i dibattiti al margine di una notizia. Se i fatti sono separati dalle opinioni, le opinioni sono l’«approfondimento». Che così si chiama perché si ripromette di approfondire il significato di una situazione di attualità o di un fatto di cronaca, senza però l’intenzione di annullarlo. Nessun approfondimento riguardo alla “mafia capitale” finisce col negare che ci sia stata un’inchiesta della magistratura e di conseguenza uno scandalo e delle gravi ripercussioni politiche. Approfondire vuol dire andare in profondità, e andando in profondità si trova  il “nucleo aletico” di un evento o di una teoria, che è ciò che nel corso dell’analisi resta tale e quale.

Se invece cambia, non si può più parlare di «approfondimento»: si deve parlare di “rivoluzione scientifica” (Thomas Kuhn). Applicando questo criterio epistemico alle discussioni in atto in ambito ecclesiale, non si può etichettare come «approfondimento» la proposta di una riforma sostanziale, che piace a chi patrocina l’avvento della nuova “Chiesa universale” di stampo “ecumenico” e “umanistico” dove siano recepite le istanze dello scisma di Oriente e della riforma luterana.

Queste mie distinzioni possono sembrare cavilli o bizantinismi astratti di fronte a questioni così vitali e coinvolgenti come l’accesso dei cattolici divorziati alla Comunione o l’uso dei contraccettivi nel matrimonio tra fedeli. Ma – dico io –  se un giornalista o un lettore di giornali non ama addentrarsi in questa problematica teologica, si occupi di altro: nessuno gli chiede di avere un parere personale in merito alle polemiche di scuola tra teologi o in merito alle nomine e alle destituzioni di alti ecclesiastici. Se si tratta di un non credente, si disinteressi di questi problemi interni della Chiesa. Se invece è credente, si interessi solo di quello che la Chiesa insegna in queste e nelle altre materie, senza preoccuparsi di interpretare le intenzioni segrete del Papa o di giudicare se al Sinodo dei vescovi abbiano ragione i conservatori o i progressisti.

congar

la “scorrettezza politica” del teologo domenicano Yves Congar

Nessuno vorrà seguire il mio consiglio; ma allora, se uno intende entrare nel merito di questi problemi, l’unico criterio serio di valutazione è quello teologico, non certamente quello socio-politico, che va bene solo per la cronaca di altro genere: finanziaria, parlamentare, giudiziaria. E il criterio di valutazione deve esser fornito da persone competenti, le cui considerazioni vanno analizzate con pazienza e con l’intenzione di capire nozioni complesse, legate a premesse teoriche non immediatamente intuibili e a una massa enorme di dati storici. Se si farà questo sforzo, la prima cosa che si comprenderà è che ogni vero approfondimento della dottrina rivelata è una migliore com- prensione della sua trascendenza rispetto alle vicissitudini storico-culturali.     

Detto questo, aggiungo: l’intenzione implicita di chi parla di “approfondimenti” è di far giungere all’opinione pubblica cattolica il messaggio di una nuova pastorale che dovrebbe prescindere dal dogma: non solo ignorando nei fatti ma anche proclamandone indirettamente l’inutilità o peggio ancora la funzione negativa, di “freno” alle novità che sarebbero suggerite dallo Spirito Santo.

E qui colgo l’occasione per ripetere ancora una volta che questo anti-dogmatismo non è, alla fonte, soltanto un atteggiamento irrazionale, superficiale e incoerente: è molto peggio, è qualcosa di estremamente pernicioso per la vita di fede della comunità cristiana, perché nasce da un progetto teoricamente ben strutturato che mira decisamente ad attuare nella Chiesa quelle riforme che da anni Hans Küng ed i suoi discepoli (Enzo Bianchi) hanno teorizzato come necessarie al “cammino” della Chiesa nella storia e hanno profetizzato come di imminente realizzazione.

Queste riforme, che sono ben altro che un mero “approfondimento”, snaturerebbero la Chiesa di Cristo, facendole rinnegare quella coscienza di sé come «sacramento universale di salvezza», non tanto per gli adattamenti della sua azione pastorale alle necessità contingenti (adattamenti che peraltro sono necessari, tant’è che ci sono sempre stati) quanto per il carisma dell’infallibilità (che le consente di custodire e interpretare secondo la “mente di Cristo stesso” la verità rivelata) e per la promessa dell’indefettibilità (grazie alla quale essa è sempre stata e sarà sempre santa, cattolica e apostolica, capace di amministrare il sacramenti della grazia).

modernismo 2

… un Pontefice che aveva intuito tutto

Trovo alquanto ipocrita l’uso dell’etichetta dell’ approfondimento per propagandare una riforma della Chiesa che finisca per abolire i fondamenti dogmatici della sua fede e della sua disciplina. Perché – come ho spiegato a più riprese – non esiste una prassi che non si richiami, almeno implicitamente, a una teoria, ossia a dei principi regolatori dell’azione, a delle mete da raggiungere in quanto considerate in sé positive, apportatrici di progresso e di felicità.

L’antidogmatismo non è altro che la retorica ipocrita di chi, mentre nega al dogma la sua funzione di orientamento della coscienza religiosa, opera in vista di determinati mutamenti della Chiesa che ritiene necessari per la realizzazione della sua utopia politico-religiosa. Il dogma cattolico, che è la verità rivelata da Dio in Cristo, viene messo da parte non perché lo si considera una teoria astratta dalla quale non possa derivare una prassi “aggiornata” ma perché si è scelta una teoria diversa, anzi opposta, in base alla quale si vuole favorire una prassi riformatrice o rivoluzionaria. Insomma, ci si dichiara nemici del dogma come tale, ma in realtà si è sostenitori fanatici di un diverso dogma. 

soloviev

… uno scrittore che aveva intuito tutto

Se uno ascolta tante voci di segno progressista e riformatore, noterà che alcuni, i teologi più ascoltati, hanno il coraggio di parlare chiaramente di questi principi dogmatici, riconducibili allo storicismo, declinato in chiave dialettica secondo lo schema hegeliano del «superamento mediante la negazione» (Aufhebung) del quale ho già parlato in varie occasione (vedi quello che ho scritto su Hans Kung e la sua ecclesiologia, qui). Ma tanti mediocri discepoli e timidi accoliti di questi opinion makers ecclesiali non hanno il coraggio e la capacità intellettuale di dichiarare a quale sistema ideologico e a quali principi dogmatici si ispirano nel proporre certe mutazioni della prassi pastorale come necessarie al progresso della Chiesa nel tempo che sitiamo vivendo. Ecco che allora viene fuori l’insulso discorso della pastorale che, pur rispettando a parole la dottrina, la contraddice nei fatti. E questa contraddizione la presenta ipocritamente come «approfondimento».

 

Ottava di Natale

Gesù bambino di Pinturicchio

In notte placida

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L’articolo qui riprodotto è stato pubblicato il 21 dicembre 2014 sulla rivista telematica

La Nuova Bussola Quotidiana

    

“Puer Natus in Bethlehem. Alleluia!” – Felice Natale [versión disponible en español]

PUER NATUS IN BETHLEHEM. ALLELUIA! ” – FELICE NATALE

prologo in greco

VIGILIA DI NATALE

in principio 2

Prologo del Vangelo di San Giovanni Apostolo

Con grande gioia rivolgiamo a tutti i nostri Lettori ed a tutte le nostre Lettrici un felice augurio di Buon Natale nella gioia del mistero ineffabile del Verbo di Dio fatto Uomo.

Per noi sacerdoti, questi sono giorni di particolare lavoro pastorale, motivo per il quale torneremo tra di voi con i nostri articoli solamente verso la fine di questo mese.

Cogliamo l’occasione per informarvi che alle porte di questo Santo Natale L’Isola di Patmos ha festeggiato i suoi primi due mesi di vita, nel corso dei quali il sito della nostra rivista telematica è giunto ad una media di circa 1.000 visite al giorno per un totale di circa 50.000 visite complessive.

Ancora una volta vi invitiamo a sostenerci, perché per poter far fronte alle spese della gestione dell’Isola di Patmos possiamo confidare solo sulla vostra generosità [vedere QUI]

A tutti voi giunga il nostro più sincero augurio di pace, grazia e benedizioni da Dio.

Ariel S. Levi di Gualdo

Antonio Livi

Giovanni Cavalcoli OP

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Puer Natus in Bethlehem, Alleluia!

Il successo del Cardinale Carlo Maria Martini [versión disponible en español]

IL SUCCESSO DEL CARDINALE
CARLO MARIA MARTINI

 

Il martinismo è ancora più insidiosamente pericoloso del rahnerismo, che ne è il fondamento teologico. Infatti, Rahner ha dei princìpi gnoseologici, logici e metafisici contrari al dogma cattolico, che Martini, assai meno dotato dal punto di vista speculativo, non ha esplicitamente assunto […]

 

Giovanni Cavalcoli OP

Giovanni Cavalcoli OP

 

 

Un bisogno urgente della Chiesa di oggi, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, è ancora quello di un sua retta e pienafrancobollo concilio applicazione, cosa che non esclude la necessità o l’opportunità di alcune modifiche o correzioni di alcune direttive pastorali, che soprattutto alla prova dei fatti, si sono rivelate meno prudenti o addirittura controproducenti.

Per quanto invece riguarda l’aspetto dottrinale o dogmatico del Concilio, il problema, ancora dopo tanto tempo, resta quello della retta interpretazione, a causa di un linguaggio non sempre chiaro, di alcune sue dottrine, soprattutto quelle nuove, che esplicitano e sviluppano i dati di fede tradizionali.

Il Magistero della Chiesa, in questi cinquant’anni, si è molto adoperato per spiegare il vero senso delle dottrine conciliari — basti pensare le encicliche del Beato Paolo VI o di San Giovanni Paolo II o il Catechismo della Chiesa Cattolica —; ma nel contempo non ha operato abbastanza per correggere le cattive interpretazioni, soprattutto di marca modernista, che nel corso del tempo hanno preso sempre più piede procurandosi la patente di interpretazione migliore, più moderna e avanzata di quella proposta dagli stessi Pontefici, che essa è riuscita a far apparire a molti come superata e legata alla teologia del pre-concilio.

maradiaga col sax

“Pop&Rock”. Il Cardinale Oscar Maradiaga e la nuova pastorale sassofonica. Nulla da dire: i tempi cambiano ed è bene che cambino. Senza però andare ai “tempi sospetti” del pre Concilio Vaticano II e rimanendo invece nell’ambito dei pontificati dei pontefici del post concilio, una domanda sorge spontanea: come avrebbero reagito San Giovanni XXIII ed il Beato Paolo VI, ma forse anche il  San Giovanni Paolo II degli anni Ottanta, dinanzi ad una immagine del genere? Lo avrebbero nominato membro di un gran consiglio di saggi cardinali? Meditate gente, meditate …

Purtroppo i Pontefici nel tentativo generoso di conservare il dialogo con i modernisti, non si sono sufficientemente difesi da queste accuse, sicchè è successo che essi stessi hanno in qualche modo permesso, forse per non provocare mali maggiori, che nel mondo cattolico si diffondesse e si affermasse una duplice visione della Chiesa e del cattolicesimo, quasi due correnti di pari legittimità e coesistenti nonostante i contrasti tra di esse: una corrente di maggioranza, o quanto meno assai potente ed influente a tutti i livelli della Chiesa, pastori e fedeli, con esponenti presenti nella stessa gerarchia e collegio cardinalizio, e soprattutto negli ambienti teologici e accademici, forte di potenti mezzi pubblicitari, espressione dell’interpretazione modernistica del Concilio, e una corrente di minoranza, fedele all’interpretazione dei Pontefici.

Questa corrente modernista sa nascondere bene le sue radici dirompenti e demolitrici e la sua doppiezza sotto le apparenze di un cattolicesimo moderno, colto, gradevole, moderato, accomodante, mitigato, tollerante, comprensivo, aperto, ecumenico, tranquillo ed operoso, nemico delle esagerazioni e dei fanatismi.

Un cattolicesimo signorile e garbato, barcamenante ed opportunista, astuto e manovratore, che calma le ire, attenua i contrasti, amante del pluralismo e della diversità, ammorbidisce le posizioni, evita le polemiche, le rigidezze e le puntigliosità dottrinali, conosce la buona educazione, media tra gli opposti, che tutti rispetta, tutti accetta, tutti comprende, tutti scusa, per tutti ha compassione, a tutti è aperto, tutti salva, di nessuno è nemico, di tutti è amico, almeno a parole.

sepolcri imbiancati

raffigurazione pittorica dei sepolcri imbiancati

Si tratta di una bella facciata, seducente e grandiosa, che però già ad uno sguardo attento mostra delle crepe e delle pezze, dietro alle quali non è impossibile scorgere il vuoto, il nichilismo e lo squallore. Un gigante dai piedi di argilla. E questo perchè manca un sincero amore per la verità e per i valori assoluti, manca l’onestà e la limpidezza intellettuale, mancano le basi e le certezze metafisiche, sostituite dal dubbio, dagli espedienti, dalle convenienze soggettive, dal relativismo e dal lassismo morale, dallo scetticismo, dall’accomodamento diplomatico, dall’erudizione scintillante, dalla banale bonomia, dalla finta pietà.

Quando lavoravo in Segreteria di Stato negli anni Ottanta mi parlavano del Cardinale Carlo Maria Martini come di un personaggio che pretendeva di porsi in alternativa al Papa, ed egli non si è mai smentito: fino a pochi mesi prima della morte, sul Corriere della Sera, osò affermare che la Chiesa di Ratzinger è rimasta indietro di due secoli [vedere qui]. Ancora sul medesimo quotidiano della massoneria, sempre in quel periodo, disse, con apparente contraddizione, che mai la Chiesa è andata bene come ai nostri giorni e citò Karl Rahner come esempio di grande maestro.

1985 Loreto. Il Cardinale Carlo Maria Martini

Immagine del 1985. Carlo Maria Martini, 57 anni, da cinque anni arcivescovo metropolita di Milano e da due anni cardinale. Nell’aspetto e nel modo di porgersi il porporato ha indubbiamente rappresentato una tra le più belle figure del collegio cardinazio degli ultimi cinquant’anni.

Come sappiamo, alla morte degli ultimi Papi, i grandi emissari dei poteri modernisti facevano regolarmente il nome di Martini, ma lo Spirito Santo, come era da sperare e da attendersi da parte dei buoni, è stato di diverso avviso. In altra occasione Martini disse che per salvarsi non occorre la Chiesa, ma basta lo Spirito Santo, contraddicendo in ciò il Concilio di Firenze del 1439-1442, il quale invece ha la famosa sentenza Extra Ecclesiam, nulla salus, il che, naturalmente, non vuol dire che Dio non possa salvare con mezzi a Lui solo noti, come dice il Vaticano II, chi non per sua colpa non ha sentito la predicazione del Vangelo [rimando a questo nostro articolo, qui]. Ma ciò non vuol dire che non appartenga alla Chiesa. Le appartiene senza saperlo.

Famosa poi è la tesi del Cardinale Martini, secondo la quale «c’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere» [vedere qui], sicchè la fede non è certezza assoluta ed indiscutibile, ma continuo dibattito ed incertezza mai risolta tra il sì e il no. Non è difficile immaginare quale condotta morale può scaturire da idee del genere. E difatti sono note le sue posizioni lassiste in etica sessuale e il favore che egli accorda al sacerdozio della donna, al falso profetismo di Enzo Bianchi, oltre al suo ecumenismo relativista e buonista, sulla linea di quello del Cardinale Walter Kasper. Inoltre, in molte occasioni, ho avuto modo di ricevere e di udire lamentele da preti e seminaristi formati alla scuola di Milano.

carlo maria martini 2

Immagine del 2002. Carlo Maria Martini, fu veramente un uomo capace di vedere lontano?

Non mettiamo in discussione la grande preparazione biblica di Martini; ma ci chiediamo a che serve tanta dottrina, se poi manca una fedeltà al Magistero della Chiesa, che dovrebbe essere esemplare in un Cardinale di Santa Romana Chiesa, senza che questo grave errore avvicini Martini al luteranesimo? Notevole è stata la sua presentazione del libro di Vito Mancuso sull’anima [vedere qui], dove il Cardinale si barcamena tra il sì e il no evitando di condannare come avrebbe dovuto con nettezza e sdegno, — ma a questo punto non poteva fare la presentazione —, gli orribili errori del falso teologo, cosa che certo ha accontentato le centinaia di migliaia di ammiratori di entrambi, ma non so quanto accontenti una netta coscienza di cattolico e di uomo ragionevole. Mi fermo qui e non vado oltre. Già questo saggio è significativo.

Il martinismo secondo me è ancora più insidiosamente pericoloso del rahnerismo, che ne è il fondamento teologico. Infatti, Rahner ha dei princìpi gnoseologici, logici e metafisici contrari al dogma cattolico, che Martini, assai meno dotato dal punto di vista speculativo, non ha esplicitamente assunto. Tuttavia Rahner possiede anche l’abilità di tradurre in termini accessibili e concetti semplificati ed addirittura popolari, assai seducenti, le sue astruse, complicate e contorte elucubrazioni pseudo trascendentali. Egli è molto abile nel relativizzare la concettualità del dogma con la sua “esperienza atematica preconcettuale” (Vorgriff) e la sua gnoseologia evoluzionista e modernista, ma poi sa usare con estrema abilità la più articolata e studiata concettualità per istillare nella mente degli sprovveduti i suoi errori. Si serve del concetto per distruggere il valore del concetto e per sostituire il concetto falso a quello vero.

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Carlo Maria Martini durante un solenne pontificale ambrosiano. Quando sedeva sulla Cattedra di Sant’Ambrogio, la sua figura incuteva una sorta di sacra venerazione

Rahner, certo, non è un esegeta ma un teologo o si picca di essere teologo o è considerato tale da coloro che non sanno che cosa è la teologia; ed a tal proposito potremmo chiedere ad Antonio Livi che cosa ne pensa. Ora è vero che il teologo non prende in considerazione i singoli temi biblici per commentarli. A lui è necessario e sufficiente citare i passi biblici sui quali fondare le sue tesi teologiche. Ma queste citazioni non hanno bisogno di essere frequenti e sistematiche, come avviene nell’esegeta o nel biblista o anche nel teologo biblico. Il teologo in senso proprio e stretto, sopratutto quello sistematico o speculativo, ossia il vero teologo che non esprima semplicemente un pensare religioso o vagamente cristiano, costruisce il suo sapere mediante rigorosi ragionamenti e saldi princìpi filosofici e metafisici, sempre sottomesso alla dottrina della Chiesa.

Ora, Rahner, benchè esplicitamente sostenitore del principio sola Scriptura, come Lutero, e trascuri la Tradizione, rarissimamente cita passi della Scrittura, perchè sa bene che quasi sempre gli sarebbero contrari; pensiamo per esempio ai passi della Scrittura che trattano dell’importanza dei concetti dogmatici, del Magistero della Chiesa, della Tradizione, dell’assolutezza dei contenuti della legge morale, del libero arbitrio, della composizione dell’uomo di anima e corpo, del merito, del peccato e della grazia, del paradiso, del purgatorio e dell’inferno, della Parusia di Cristo alla fine del mondo, del valore del sacerdozio e del sacrificio della Messa, ecc..

carlo maria martini anziano

Carlo Maria Martini anziano e ammalato, poco prima della sua scomparsa, conservava sempre la virile bellezza della sua figura ed il suo aspetto solenne.

Martini, partendo da Rahner, trattenuto ancora da un certo pudore o forse prudenza, elabora un cattolicesimo che, se non assume il panteismo rahneriano, tuttavia raccoglie il suo antropocentrismo buonistico filo-luterano, e, si noti bene, di un luteranesimo ancora più lontano dal cattolicesimo di quanto fosse lo stesso Lutero, giacchè il biblicismo martiniano è quello che Rahner esplicitamente desume da Bultmann, noto protestante liberale del secolo scorso, seguace di Heidegger come lo fu lo stesso Rahner.

Martini dunque attenua l’hegelismo rahneriano ed elabora un cattolicesimo vicino a Lutero, senza tuttavia separarsi pienamente dalle eresie di Lutero, nè da quelle di Rahner. Un cattolicesimo di compromesso che vuole essere cattolicesimo, ma senza staccarsi del tutto, per un malinteso, opportunistico e confusionistico ecumenismo, nè da Rahner, nè da Lutero. Si tratta di una falsa interpretazione dell’ecumenismo voluto dal Concilio; ma in ciò stanno le ragioni del successo del biblicismo martiniano.

Il problema posto dal martinismo è che esso, per la sua rispettabilità, il suo prestigio, la sua apparente moderazione e il suo successo internazionale, sempre in apparente armonia con la Santa Sede, si è affermato nel collegio cardinalizio costituendovi una potente corrente, che assai probabilmente appoggia quella kasperiana e degli altri cardinali filorahneriani o filomodernisti. Tuttavia è facile immaginare che all’interno del sacro collegio esista attualmente una situazione di forte disagio, data dal fatto che anche il martinismo, per quanto sia un rahnerismo mitigato e addolcito, non è del tutto libero dai princìpi corruttori e dissolventi del rahnerismo, strettamente congiunto con l’eresia luterana nei suoi ulteriori sviluppi hegeliani ed heideggeriani.

 

carlo maria martini feretro

Carlo Maria Martini fu uomo dallo sguardo malinconico, anche quando sorrideva. Elegante e ieratico, da vivo e da morto. Nel proprio aspetto sobrio ma solenne la sua figura ha sempre personificato un modello di Principe della Chiesa. Per intercessione di Sant’Ambrogio vescovo e dottore della Chiesa, di cui egli fu per oltre due decenni successore, possa riposare in pace nella grazia di Dio.

Ciò che dunque noi “ragazzi” dell’Isola di Patmos auspichiamo e per cui preghiamo è che la corrente migliore del collegio cardinalizio, che si è espressa nel recente sinodo contro la tendenza separatista, libera da tentazioni moderniste o conservatrici, voglia esser vicina al Santo Padre nel compito che con sempre maggiore urgenza gli si impone, grazie all’assistenza dello Spirito Santo e l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli, di svolgere con chiarezza, decisione, saggezza ed energia la sua insostituibile funzione di principio e garante dell’unità della Chiesa, inducendo a penitenza i peccatori, abbassando i superbi, confortando i deboli, riconciliando tra di loro le fazioni avverse, nell’ armonia tra le correnti diverse nella reciprocità dei doni ricevuti, nella vittoria sulle forze sataniche, per la comune edificazione del regno di Dio e l’irraggiamento del Vangelo a tutto il mondo.

Fontanellato, 12 dicembre 2014

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Canto d’Avvento di Rito Ambrosiano: Quoniam Tu Illuminas

Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del buon canto e del latino liturgico

Babele e la neolingua: una Chiesa senza vocabolario da mezzo secolo [versión disponible en español]

BABELE E LA NEOLINGUA: UNA CHIESA SENZA VOCABOLARIO DA MEZZO SECOLO

 

Quando la Chiesa rinuncia ad un linguaggio comune, universale e preciso, tale è il linguaggio dogmatico, fisso e senza tempo, giacché suo compito è percorrere i tempi, a quel punto nasce la incomunicabilità e si rinnova il dramma della superbia di Babele. Insomma, urge correre ai ripari e prendere atto del dato drammatico: abbiamo perduto il linguaggio per comunicare i misteri della fede, che richiedono un lessico proprio e preciso, che prescinde dalla società e dai tempi; e questo linguaggio è il linguaggio metafisico […]

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Anni addietro ho dedicato molto tempo alla riflessione ed allo studio di alcune particolari tematiche socio-ecclesiali,lupi falsi profeti fissando poi in alcuni miei libri — in particolare nell’opera E Satana si fece Trino — un concetto sul quale seguito sempre a ribattere: il principio di inversione del bene e del male che muta il male in bene ed il bene in male, sino alla “naturale” distruzione del concetto stesso di bene e di male, in un mondo ecclesiale e secolare dove la coscienza soggettiva è annullata e la coscienza oggettiva — quella che Carl Gustav Jung chiamerebbe a suo modo “inconscio collettivo” o “coscienza collettiva” — risulta spesso totalmente annichilita. Questo processo, di cui è sommo artefice il Demonio, passa inevitabilmente attraverso lo “svuotamento” delle parole, prima private di contenuto poi riempite d’altro, per esempio la carità senza verità, la misericordia senza giustizia …

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giustizia di Dio

misericordia e giudizio di Dio

Quando agli inizi dell’anno 2000 cominciai a percepire certe forme di buonismo filantropico all’epoca in fase di sviluppo ed oggi giunte all’apice della vera e propria perversione, nell’apertura di un mio libro edito poi nel 2007 scrissi: «La Carità senza Verità è zoppa, la Verità senza Carità è cieca. La Carità si compiace della Verità nella misura in cui la Verità si compiace della Carità» (1). Ed è proprio la carità che mi porta a definire il nostro Creatore come un Dio virile in quanto fonte originante del concetto stesso di quella virilità che prende forma fisica visibile e tangibile nel Verbo Incarnato, Cristo Signore, vero Dio e vero Uomo. Il tutto per dire che la carità — perlomeno quella cristiana — non ha nulla da spartire con certe melasse. La carità-amore è un vero e proprio “attributo” di Dio che come tale non è neppure concepibile senza la verità; allo stesso modo in cui la misericordia non è pensabile — perlomeno cristianamente — senza la verità e la giustizia. Se dunque vogliamo ridurre l’uomo alla vera impotenza del non essere per condannarlo al non divenire, prima è necessario svuotare le parole, alterarle e falsificarle, poi privarlo di un vocabolario, quindi di una lingua.

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Nel correre dell’ultimo mezzo secolo si è rinnovato all’interno della società ecclesiale ciò che i figli di Dio hanno già vissuto in passato, il tutto tramite le stesse modalità di fondo e con le stesse conseguenze finali. La nostra modernità è difatti racchiusa nel racconto vetero testamentario in cui si narra della costruzione della Torre di Babele, dall’ebraico מגדל בבל – migdol bavel :

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torre di babele 2

Torre di Babele

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra (2).

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adamo ed eva

tentazione

Tra le numerose interpretazioni di questo racconto allegorico che oltre l’allegoria racchiude la radice della divina verità, amo da sempre prediligere l’immagine della punizione per un atto di umana superbia dell’uomo che non solo tenta di sfidare Dio, ma di sostituirsi a Dio. D’altronde, il cuore della grande tentazione alla quale Adamo ed Eva cedettero fu l’inganno del Demonio racchiuso in una espressione che percorre dall’alba dei tempi la storia dell’umanità: … se mangerete di questo frutto del quale vi è stato proibito di cibarvi, sarete simili a Dio. A questo modo il Tentatore altera e mette in dubbio la parola di Dio, appunto svuotandola e trasformandola in altro, insinuando il malevolo dubbio che quella proibizione nasce solo dalla gelosia di Dio, desideroso che Adamo ed Eva non fossero simili a lui.

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Nelle antiche esegesi fatte quando ancora possedevamo e conservavamo con cura un vocabolario che racchiudeva al proprio interno i significati reali delle parole ed una lingua comune universale, si soleva fare un collegamento tra l’episodio della Torre di Babele e la discesa dello Spirito Santo sul cenacolo degli apostoli a Pentecoste. Attraverso l’azione di grazia dello Spirito Santo gli Apostoli prendono a parlare lingue diverse divenendo così comprensibili agli uomini di tutti i popoli, sanando a questo modo la frattura originata in passato a Babele.

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dispute teologiche

dispute teologiche

Sono il primo a criticare i limiti della neoscolastica decadente, che della autentica scolastica è solo una parodia. Volendo possiamo anche muovere delle critiche scientifiche e pertinenti ad alcune parti dell’opera o ad alcuni degli stessi pensieri del Doctor Angelicus, che tratta verità dogmatiche — in maniera mirabile e sino ad oggi insuperata — ma il cui pensiero, non esente anch’esso da alcuni errori umani, non è dogma di fede. San Tommaso d’Aquino parla dei dogmi, ed in modo efficace li trasmette attraverso il metro della migliore metafisica, ma la Summa Teologica non è un dogma, lo sanno e lo affermano da sempre i tomisti per primi, alcuni anche in modo ilare affermando che «Dio non è uno, trino e … tomista», pur essendo la speculazione dell’Aquinate comprovata nei secoli per la preziosa efficacia con la quale ci guida a penetrare gli arcani misteri del Dio uno e Trino.

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Walter Kasper e Karl Lehmann

I Cardinali Walter Kasper e Karl Lehmann, discepoli del teologo tedesco Karl Rahner

Gli esponenti delle diverse scuole teologiche si sono affrontanti per secoli in profondi e talvolta anche furenti dibattiti teologici, tutti beneficiando del legittimo diritto di cittadinanza all’interno della Chiesa. Ciò avveniva nelle varie epoche di quel lungo spazio che fu il medioevo, definito tutt’oggi da certi irriducibili asini come “epoca dei secoli bui”,  espressione fatta propria anche da certi ecclesiastici e teologi, alcuni dei quali in cattedra nelle nostre università pontificie. La verità, è che in quella “terribile” stagione dei “secoli bui”, che segnò invece delle straordinarie esplosioni dell’umano intelletto attraverso le scienze, le arti, la filosofia e la teologia, non solo il confronto era possibile ma cercato, favorito e auspicato; al contrario di oggi, dove sopra le ceneri del linguaggio metafisico ormai de-costruito è stata originata una crisi del dogma senza precedenti, sino allo sprofondamento nel paradosso inteso nel più stretto senso etimologico della radice greca di παρά [contro] e δόξα [opinione]. Il perverso paradosso odierno è che si può mettere in discussione l’incarnazione del Verbo di Dio, si può leggere in chiave puramente allegorica la risurrezione del Cristo, si può ridurre la Santissima Eucaristia a mera simbologia di un banchetto gioioso, si può scempiare la sacra liturgia secondo gli arbitrî del bohèmienne Kiko Arguello e di Carmen Hernández, si può trascinare dentro la Chiesa l’animismo africano ed il pentecostalismo nordamericano attraverso la devastante opera di certi carismatici invasati, si può spacciare per ecclesiologia il più ambiguo politichese ciellino assiso di prassi sul carrieristico carro del vincitore, ma non si possono porre in discussione le perniciose teorie di Karl Rahner e di tutte le étoiles della Nouvelle Théologie; di tutti gli astri nati dal post concilio erettosi come una autentica Babele sopra le dottrine del Concilio Vaticano II, sulle quali si è celebrato il grande tradimento in un clima di feroce dittatura che non ammette alcuna sana discussione. O come disse in uno studio teologico dell’Italia Meridionale un docente ad un seminarista: «Quel che tu pensi a me non interessa. Ciò che voglio è che parola per parola tu mi porti all’esame la cristologia di Walter Kasper e di Karl Lehmann, se vuoi superare il mio esame, altrimenti …». E questi moderni “teologi” oggi in cattedra, che hanno studiato la patristica non sui testi greci ma su sunti di dispense tradotte, che hanno sostituito il parlare dogmatico col parlare sociologico; questi distruttori della metafisica e di ogni senso comune, spesso sono proprio coloro che ironizzano con stile da illuministi volteriani in odore di massoneria Settecentesca sui cosiddetti “secoli bui”; loro che hanno preso la lampada da sopra il tavolo e l’hanno nascosta sotto al moggio (3) consegnando infine la Sposa di Cristo ad una lunga notte di tenebre.

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Cardinale martini

il Cardinale Carlo Maria Martini durante una lectio magistralis

Una volta, uno dei diversi sacerdoti tirati su dentro i nostri pretifici — quelle odierne fabbriche di deformazione alle quali sono ormai ridotti certi seminari — ed allevato attraverso il meglio del peggio delle esegesi protestanti, baccalaureato, specializzato e infine dottorato presso la “scuola rabbinica” del Pontificio Istituto Biblico senza avere mai sfiorato ciò che in filosofia e in teologia è il pensiero veramente cattolico, sollevò lagnanze su di me, a suo dire colpevole di avere criticato il pensiero del “santissimo padre della Chiesa” Carlo Maria Martini. Il vescovo di questo  prete  mi esortò in modo amabile ad essere meno impetuoso. Risposi al vescovo: «Questo suo presbitero, non solo amoreggia con tutto ciò che non è cattolico, ma strizza gli occhi all’eutanasia, afferma in modo sibilino che il discorso sull’aborto andrebbe valutato “caso per caso”, che un giorno la Chiesa valuterà se non il sacerdozio femminile perlomeno il diaconato alla donne, che il discorso dei cattolici divorziati andrà valutato presto e bene. Preposto a curare un centro di formazione teologica, chiama a tenere conferenze esponenti della sinistra ideologica e sostenitori della cultura del gender … eppure ha persino l’impudenconversazioni notturne a gerusalemmeza di lamentare che io avrei proferito una sacrilega “bestemmia contro lo Spirito Santo”, ossia l’avere osato criticare il pensiero di un pensatore che temo abbia reso l’anima a Dio in piena crisi di fede. E badi bene, Venerabile Vescovo, non affermo questo perché oso giudicare la coscienza intima del Cardinale Martini, che solo Dio può scrutare e giudicare, ma perché ho analizzato certi suoi testi; e se pure lei vorrà leggere Conversazioni notturne a Gerusalemme, capirà il dramma interiore di quest’uomo al quale in giro per gli studi teologici italiani sono dedicati cicli di lezioni celebrative intitolate “La parola del Cardinale Martini”, il tutto mentre giorno dietro giorno si dimentica sempre di più la Parola di Dio, sostituita col verbo dei moderni idoli, ivi incluso tra di essi anche il Cardinale Martini. Non è però questo il problema ma altro: lei sa che questo suo presbitero critica in modo subliminale il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, lanciando su entrambi il martiniano “anatema” che la Chiesa sarebbe indietro di almeno 200 anni? Ebbene mi dica: si può forse mettere in discussione i capisaldi della morale cattolica, criticare il magistero della Chiesa e degli ultimi due Sommi Pontefici con modernistica altezzosità da biblisti filo-protestanti, ed al tempo stesso essere però impediti a porre in discussione, sul piano strettamente scientifico, teologico e pastorale, certe affermazioni infelici e palesemente errate pronunciate dal Cardinale Martini?». Replicò il vescovo: «Figliolo caro, che cosa ci posso fare?». Risposi: «Al posto suo saprei che cosa fare, ma il vescovo è lei, non io. In ogni caso: il primo passo per risolvere dei gravi problemi, è quello di ammettere anzitutto la loro esistenza, non certo negarla». Poi, in maniera molto delicata, ricordai al vescovo qual grave e devastante mancanza costituisce per i presbiteri che esercitano il sacerdozio in comunione con la pienezza del suo sacerdozio e per il Popolo di Dio a lui affidato, il grave peccato di omissione, la impotenza derivante dal non-agire, sport ormai molto praticato nel nostro episcopato ridotto sempre più ad una compagine di funzionari in carriera che non vogliono grane, che non amano discutere e meno che mai sono disposti a richiamare i figli ribelli, pur essendo però capaci a richiamare chi afferma l’ovvio: «Questo agire non è pastorale» e spesso non è neppure cattolico. Il tutto con buona pace del defuntBianchi-Martinio Cardinale Martini, che alla prova dei fatti non passibili di facile smentita ha trascorso la propria vita a piacere e ad essere celebrato in gloria da tutti i circoli intellettuali della sinistra, osannato dalla strampa anti-cattolica e massonica; il tutto mentre Giovanni Paolo II prima, Benedetto XVI dopo, dagli stessi circoli intellettuali e dagli stessi giornali erano fatti letteralmente a pezzi in modo metodico e spesso feroce. Ripeto, questi sono i fatti, con buona pace dei martinitt formatisi sul meglio del peggio delle esegesi protestanti e sulle eresie moderniste oggi al potere; e che in giro per gli studi teologici italiani organizzano seminari su “La parola del Cardinale Martini”, chiamando spesso a pontificare l’altro immacabile falso profeta e cattivo maestro: Enzo Bianchi.   

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Dopo la de-costruzione del dogma eretto sulla rivelazione e sul deposito della fede sancito dai grandi concili dogmatici della Chiesa, al suo posto si sono sostituite le dogmatizzazioni dei pensieri umani dei vari Rahner, che hanno creato anzitutto il loro nuovo vocabolario. Infatti, affinché il golpe potesse risultare davvero devastante, era necessario creare anzitutto due “miti” intangibili che potessero fungere da neo-dogmi: anzitutto una nuova èra con tutte le implicazioni messianiche del caso, si legga “ermeneutica della rottura e della discontinuità”, ossia la Chiesa intesa come entità nata dal post-concilio Vaticano II; quindi un nuovo lessico, ossia tutte le ambigue terminologie del nuovo vocabolario teologico rahneriano.

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vera e falsa teologia

l’opera di Antonio Livi, Vera e falsa teologia

Nell’opera Vera e falsa teologia il mio confratello anziano Antonio Livi tratta il fenomeno della de-dogmatizzazione spiegando con scientifico rigore in che modo la metafisica è indispensabile per l’interpretazione del dogma, poiché esprime in modo scientifico le certezze del senso comune. Data alle stampe all’apice della sua maturità filosofica e teologica, quest’opera si richiama alla produzione del domenicano francese Réginald Garrigou-Lagrange, in particolare ai suoi studi sur le sens commun ed alla philosophie de l’être et les formules dogmatiques, per seguire con l’enciclica Fides et Ratio di San Giovanni Paolo II, alla stesura della quale non è mancato anche il contributo di Antonio Livi.

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1984 George Orwell

l’opera di George Orwell, 1984

Per avvelenare la verità è necessario anzitutto avvelenare la lingua idonea ad esprimerla. Sicché, tutti questi seminatori di veleni e di distruzioni che hanno avvelenato la buona teologia e de-strutturato o distrutto il dogma, hanno finito col creare una lingua infarcita dei loro tipici e specifici neologismi, o come direbbe George Orwell nel suo profetico romanzo “1984″: una neolingua. E chi non parla questa neolingua finisce per essere dichiarato tabù, per dirla con un neologismo di quel Freud tanto caro a certi teologi ed ecclesiologi modernisti.

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Quando la Chiesa rinuncia ad un linguaggio comune, universale e preciso, tale è il linguaggio dogmatico, fisso e senza tempo, giacché suo scopo e compito è di percorrere i tempi, a quel punto nasce la incomunicabilità e si rinnova il dramma della superbia di Babele. Insomma, urge correre ai ripari e prendere atto del dato drammatico: abbiamo perduto il linguaggio per comunicare i misteri della fede, che richiedono un lessico proprio e preciso, che prescinde dalla società e dai tempi; e questo linguaggio è il linguaggio metafisico.

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Nella Chiesa cambiano – e devono cambiare – gli accidenti del linguaggio, non però le sostanze del linguaggio fondate sull’eterno immutabile. O per dirla con un aulico esempio chiarificatore: “Poscia, pria chi niuno favellasse Iddio fu “. Traducento dal linguaggio aulico a quello corrente la sostanza è: prima che l’uomo parlasse Dio già era. L’ accidente — ossia la lingua espressiva — può invece cambiare e, senza mutare di un solo iota la sostanza, oggi possiamo tranquillamente affermare la stessa cosa dicendo: “Prima che chicchessia parlasse Dio già era”.

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calice

prezioso calice

Dire: “Hoc est enim corpus meum o dire “Ecco questo è il mio corpo”, è la stessa cosa, con buona pace di certi lefebvriani che “adorano” più l’accidente esterno e mutevole del latinorum anziché la sostanza dell’Eucaristia che è il Cristo eterno e immutabile, presente vivo e vero, a prescindere dagli accidenti esterni che sono per loro stessa natura mutevoli. Dire invece “Ecco, questo rappresenta il mio corpo”, non sarebbe affatto una mutazione dell’accidente formale linguistico ma una mutazione della più delicata sostanza ontologica, legata appunto alla ontologia dell’essere divino increato, immutabile ed eterno. Da qui nasce ad esempio la discussione sul “pro multis” che per mezzo dell’accidente linguistico è invece divenuto “per tutti “, cosa sulla quale si potrebbero aprire profondi dibattiti teologici, che però non hanno motivo di essere perché Benedetto XVI ne dispose la correzione in “per molti ” nei messali tradotti nelle varie lingue, diversi dei quali già corretti e stampati. Per quanto mi riguarda dico da sempre “per molti ” sin dalla prima Messa celebrata; e ciò non per abuso arbitrario ma per aderente fedeltà ai testi originali, a partire naturalmente da quelli del Vangelo.

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messale

Messale di San Pio V

Sia chiaro: il Sacrificio del Cristo distrugge il peccato per l’uomo chiamato a suo modo a concorrere a questa distruzione per riedificare il Nuovo Adamo. L’Apostolo Paolo afferma con coerenza teologica che Cristo «è morto per tutti» e che la sua morte ha distrutto il peccato (4). In un diverso ma simile contesto l’Autore della Lettera agli Ebrei non fa riferimento a “tutti”, pro omnibus, ma a pro multis, a “molti”: «[…] i peccati di molti» (5). Esattamente quel pro vobis et pro multis effundetur che risuona nel testo originale latino della più antica Preghiera Eucaristica, tradotta poi nella gran parte delle lingue nazionali col termine “per tutti”. Nel testo originale greco viene usato oι πολλοι, che alla lettera significa “i più” ma non significa “tutti”, termine usato nei vangeli di San Marco e di San Matteo e proprio nella narrazione della istituzione dell’Eucaristia, nella quale gli Evangelisti non usano πάντες ἄνθρωποι [per tutti gli uomini]. Siamo allora dinanzi a una palese incoerenza? Come mai l’uso del termine “per tutti” e “per molti” in altri contesti pressoché analoghi? Non è un sofisma semantico se rapportiamo sul piano escalotologico e teologico “per molti” e “per tutti” al mistero del Sacerdozio regale di Cristo, che non nasce col carattere sacerdotale ma che lo assume; e siccome non lo assume per se stesso ma per noi, il quesito suona a dir poco legittimo: il Cristo si fa Sommo Sacerdote “per molti” o “per tutti”?

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Benedetto XVI in cattedra

dalla cattedra teologica alla Cattedra di Pietro

Nessuna contraddizione sussiste tra le diverse righe testé citate: la morte di Cristo, sebbene sia sufficiente per tutti e benché sia avvenuta per tutti non ha efficacia se non per coloro che devono essere salvati poiché vogliono essere salvati; altrettanto vale per il Sacerdozio Regale del Cristo che assume efficacia per i molti che vogliono parteciparvi per beneficiarne. Non tutti infatti si sottomettono a Lui nella fede e nelle opere attraverso quel piano di salvezza che viene offerto nell’amore e nella grazia dalla potenza divina; offerto a tutti ma non imposto. Dunque è l’uomo dotato di libertà e di libero arbitrio a rendere efficace o del tutto inefficace il Sacerdozio Regale del Cristo. Pertanto, la trascrizione di “pro multis” derivante dal greco oι πολλοι con la dicitura “per tutti”, non è affatto — come spiegò  Benedetto XVI in una sua lettera del 2012 al presidente della irrequieta Conferenza episcopale tedesca — una fedele traduzione «ma piuttosto una interpretazione» che potrebbe suonare, mi permetto di aggiungere io, anche non po’ arbitraria. Benedetto XVI, in sua veste di raffinato teologo, ci insegna a tutti che in teologia, prestare molta attenzione al significato delle parole ed al loro uso appropriato — in modo particolare nel delicato ambito della teologia dogmatica o nel caso specifico della dogmatica sacramentaria — non vuol dire muoversi sui sofismi giocati su questioni di lana caprina, ma tutelare la verità dal pericolo dell’errore facendo anzitutto uso della corretta parola, che è la Parola di Dio e soltanto la Parola di Dio.

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apprendista stregone

il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli suole definire Karl Rahner come il Grande Apprendista Stregone

La verità è annunciata attraverso le parole, perché il Verbo di Dio stesso si fece parola vivente; e la verità divina, per essere annunciata e trasmessa, non necessita di semplici parole appropriate, ma di sue parole specifiche. Chi si è preso cura di studiare bene ed a fondo i primi grandi concili dogmatici celebrati nel corso dei primi otto secoli di vita della Chiesa, sa bene che il primo problema che si pose ai Padri fu anzitutto quello di trovare parole idonee per esprimere il mistero, che non essendo però presenti nel vocabolario, furono modulate dal lessico filosofico greco. A partire dagli anni Sessanta del Novecento, questo “apparato” linguistico filosofico e teologico nato dai concili, dalla letteratura dei Padri e dalla speculazione dei più grandi dottori della Chiesa, è stato d’improvviso smantellato per correre dietro alle “parole nuove”, alla neolingua del Grande Apprendista Stregone, come ama indicare Karl Rahner il domenicano Giovanni Cavalcoli, anch’esso autore di un’opera che costituisce una pietra miliare nella critica al pensiero rahneriano [vedere qui], data alle stampe dopo tre decenni di ricerche e raccogliendo in essa anche molti preziosi spunti critici del Servo di Dio Tomas Tyn, già autore a suo tempo di uno studio nel quale confutava le ambiguità e gli errori insiti nel pensiero di questo celebre teologo tedesco.

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Presi quindi dall’euforia del grande “aggiornamento” e da una “nuova Pentecoste” mal compresa, abbiamo perduto la parola eterna ed immutabile di Dio ed il linguaggio idoneo e preciso attraverso il quale trasmetterla, ed oggi arranchiamo tentando di esprimerci con una neolingua infarcita di romanticismo tedesco decadente, scopo della quale è solo quello di falsificare la verità, in cattiva o in buonafede, dispersi ed a tratti impazziti sotto la torre di Babele all’ombra della quale risuonano le vuote o pericolose parole di mille filosofismi e sociologismi pseudo teologici.

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Il primo che di esternazione pubblico-privata in esternazione pubblico-privata pare che si stia mostrando privo di questo linguaggio metafisico e immutabile che si regge sul dogma, sembrerebbe proprio il Regnante Pontefice, mentre attorno a lui un nugulo di cortigiani si circonda sempre più di maestri «secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (6).

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in principio

prologo del Vangelo di San Giovanni Apostolo

All’ultimo Sinodo dei Vescovi, quanti erano i Padri Sinodali in grado di capire e di ascoltare, o solo di leggere — non dico nemmeno di tradurre, ma solo di leggere — un testo in lingua latina? È mai possibile che a Roma, quando presso molte case sacerdotali capita che trenta sacerdoti che parlano dieci lingue diverse debbano concelebrare l’Eucaristia, usino come lingua l’inglese, anziché il latino? Molti dovrebbero porsi delle domande, mentre Pietro, dal canto suo, dovrebbe affrettarsi a dare risposte ed a prendere seri provvedimenti, anziché giocare a compiacere i mass media giocando egli stesso con la neolingua [vedere qui]. A cosa serve infatti, mentre la casa in fiamme cade a pezzi, innaffiare le margherite del giardino affinché non appassiscano col calore sviluppato dal fuoco, vale a dire annunciare una riforma sempre più improbabile della curia romana? Forse allo scopo di piacere a quanti nutrono da sempre non desideri di riforma, bensì solo il grande e insopprimibile desiderio di distruggere Roma sede perenne della Cattedra di Pietro?

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Canti d’Avvento: Conditor alme siderum

Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del canto e del latino liturgico

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NOTE

1. Cf. Ariel S. Levi di Gualdo: Erbe Amare, il secolo del Sionismo. Roma, 2007.

1.  Gen 11, 1-9.

2. Cf. II Cor: 5, 15.

3. Cf. Mt 5, 15.

4. Cf. Rm 1, 6-7.

5. Cf. Lettera agli Ebrei: 9, 28.

6. Cf. II Tm 4, 1-8.

Alla radice della crisi: storia delle occasioni perdute

ALLE RADICI DELLA CRISI: STORIA DELLE OCCASIONI PERDUTE

 

Papa Benedetto, l’acuto critico di Rahner, salito al soglio pontificio, dove avrebbe avuto tutta la competenza, l’intelligenza, l’autorità e il potere di agire per la soluzione del gravissimo problema, anche lui purtroppo non ha fatto nulla e probabilmente per quei pochi allusivi interventi che ha fatto, si è tirato addosso le ire dei rahneriani, che lo hanno portato ad abdicare e quindi a rinunciare al ministero petrino. L’enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco, completamento di quella iniziata da Benedetto, ripete luoghi comuni e ignora completamente la questione. Oggi il problema è quindi ancora aperto.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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tu es petrus

Tu es Petrus …

Il pensiero cattolico sorge di fatto e di diritto dalla congiunzione dell’attività del Magistero della Chiesa con quello dei teologi. La guida, l’interpretazione autentica e la garanzia della verità della dottrina della fede viene dal Magistero sotto la presidenza del Papa. Compito invece dei teologi è quello di indagare sulle questioni ancora aperte avanzando opinioni o ipotesi interpretative o proponendo nuove soluzioni, onde favorire il progresso della conoscenza della Parola di Dio, sottoponendo al giudizio della Chiesa le scoperte fatte e le nuove teorie.

dogma

Stampa d’epoca raffigurante l’assisa del Concilio Ecumenico Vaticano I

Il Magistero, nel custodire, proporre ed interpretare il dato rivelato e nell’approvare o respingere le dottrine nuove dei teologi, non sbaglia, in quanto gode dell’assistenza dello Spirito di Verità a lui promesso da Cristo fino alla fine del mondo. Invece le dottrine dei teologi, soprattutto quando essi trascurano di misurarsi sul Magistero o ne fraintendono gli insegnamenti, possono essere errate. Ma anche una dottrina teologica certa (theologice certum), seppur rigorosamente dedotta da princìpi di fede, non può mai pretendere di essere considerata nella Chiesa come verità di fede, perché resta sempre semplice dottrina umana, per quanto fondata sulla fede. Solo al Magistero infatti spetta, con sentenza infallibile ed irreformabile, questo gravissimo compito di determinare e definire le verità di fede per mandato di Cristo. Tuttavia, può capitare che una nuova dottrina teologica interpretativa o esplicativa del dato rivelato venga ad avere tanta importanza o validità agli occhi del Magistero, che questi la eleva alla dignità di dogma della fede.

Nell’insieme storico di fatto del pensiero cattolico occorre pertanto distinguere accuratamente i pronunciamenti dottrinali del Magistero in materia dogmatica o di fede — Papa da solo o col Concilio — dalle dottrine od opinioni correnti fra i teologi, dottrine che, data la loro opinabilità ed incertezza, possono essere legittimamente contrastanti tra di loro, senza che ciò comprometta necessariamente in nessuna di esse il dato di fede o la sana ragione. Alcune teorie possono essere più conservatrici o tradizionaliste, altre più innovative o progressiste: nulla di male, nulla di pericoloso, nulla di cui preoccuparsi, nulla di scandaloso, ma anzi fenomeno normale, fisiologico e proficuo, espressione di legittima libertà di pensiero, che comporta tra le diverse correnti o scuole arricchimento reciproco, a patto che non si spezzi la fondamentale unità, convergenza e concordia sulle verità essenziali e che non si esca fuori dai limiti della retta fede.

Dante eretici

Farinata illustra all’Alighieri la condizione degli eretici

Il regime o funzionamento normale a livello ecclesiale e collettivo del pensare cattolico comporta di diritto e di fatto, nella storia, un certo generale accordo di massima fra le posizioni del Magistero e quelle dei teologi, salvo eccezionali dolorose ed inevitabili deviazioni, che si riscontrano in teologi ribelli, solitamente caratterizzanti il fenomeno o dello scisma o dell’eresia. Questo fenomeno fu grave, macroscopico, diffuso ed impressionante per non dire tragico con la nascita del luteranesimo. Ma nella storia della Chiesa il Magistero è sempre, nel complesso, riuscito a regolare, controllare e dominare il clima o la situazione generale, sì da assicurare alla generale compagine teologica e dei fedeli una certa uniformità, coerenza ed obbedienza allo stesso Magistero, mentre i teologi, dal canto loro, si sono sempre, nell’insieme, sentiti di buon grado per non dire con fierezza rappresentanti del Magistero, sicché il fedele che desiderava conoscere la via del Vangelo e la dottrina della Chiesa poteva sempre rivolgersi al teologo, qualunque teologo, e riceveva da lui la risposta autorevole, chiara, persuasiva e sicura; trovava insomma in lui la guida fidata ed autorevole per camminare nella verità del Vangelo ed essere in comunione con la Chiesa. Chi voleva andarsene dalla Chiesa se ne andava apertamente, come del resto fece lo stesso Lutero — los von Rom! —, e non restava perfidamente ed ipocritamente a distruggerla dal di dentro fingendo di continuare ad essere cattolico e magari spavaldamente come cattolico “avanzato”. In tal modo i nemici della Chiesa, scoperti eventualmente da buoni teologi o denunciati dagli stessi fedeli, erano sollecitamente, senza interminabili tergiversazioni, dichiarati tali dall’autorità ecclesiastica, cosicché erano ben noti, e quindi i fedeli anche meno istruiti avevano modo di riconoscerli, di guardarsene e di stare alla larga, così come si distinguono i funghi buoni dai velenosi.

Pio X

il Santo Pontefice Pio X

I pastori, con la loro dottrina, fedeltà al Papa, prudenza ed amore per il gregge, sapevano smascherare questi impostori, questi anticristi, falsi cristi e falsi profeti, questi lupi travestiti da agnelli e metterli con le spalle al muro. Ricordiamo a tal proposito la stupenda enciclica Pascendi dominici gregis di San Pio X. Oggi invece gli eretici ce la fanno sotto il naso e nessuno se ne accorge, nessuno se ne dà pensiero, nessuno interviene, anzi ricevono lodi e ottengono successo, incarichi di insegnamento e chi si azzarda a far notare che il re è nudo, viene quanto meno preso in giro per non dir di peggio.

I teologi, un tempo, come sacerdoti e religiosi, in forza del loro mandato ecclesiastico, erano umilmente e diligentemente coscienti della loro missione e quindi della loro grave responsabilità davanti a Dio, ai superiori, alla Chiesa e alle anime del loro delicatissimo ufficio di dottori della verità cattolica, nè passava ad alcuno per la testa di creare dottrine soggettive ed arbitrarie, così come fa il buon medico, il quale si sente rappresentante della scienza medica e si guarderebbe bene dall’inventare pratiche personali senza fondamento scientifico. Invece purtroppo a partire dagli anni dell’immediato post concilio è iniziato un fenomeno gravissimo di scollatura fra Magistero e teologi. Molti vescovi, ingenuamente ed entusiasticamente convinti dell’avvento di una “nuova Pentecoste”, allentarono la vigilanza sostituendo la bonomia alla perspicacia, il rispetto umano allo zelo coraggioso, i propri interessi alla difesa del gregge contro i lupi, il buonismo alla bontà e scambiando per misericordia la debolezza.

Concilio Vaticano II

un’assemblea plenaria dell’assisa del Vaticano II

I teologi, soprattutto coloro che erano stati periti del Concilio (1), dal canto loro si montarono la testa e, alla maniera protestante, cominciarono a farsi credere, indipendentemente e contro il Magistero, come depositari inappellabili della Parola di Dio ed interpreti infallibili della Sacra Scrittura, nonché dei documenti del Concilio, che viceversa distorcevano in senso modernista. A questo punto abbiamo le radici della crisi della quale oggi soffriamo. Esse consistono essenzialmente in questo: che il movimento sovversivo e rivoluzionario dei teologi, quella che è passata alla storia come “contestazione del Sessantotto”, è stato scambiato da molti nel popolo di Dio e tra gli stessi pastori e teologi come una rivoluzione dottrinale operata dallo stesso Concilio, il quale avrebbe mutato dati di fede fino ad allora considerati immutabili, soprattutto circa la superiorità del cristianesimo sulle altre religioni, sul concetto di Rivelazione e della Chiesa e circa la condanna delle eresie del passato, condanna che sarebbe caduta in prescrizione.

colonnato san pietro

nuvole sulla Chiesa

In realtà le nuove dottrine conciliari, rettamente interpretate, al di là di qualche espressione non del tutto chiara, non costituivano affatto una rottura o smentita dei dogmi tradizionali, ma al contrario una loro esplicitazione ed esposizione in un linguaggio moderno, adatto ad essere compreso dall’uomo di oggi, né l’approccio del Concilio alla modernità era da intendersi alla maniera modernistica come acritica soggezione agli errori moderni, ma bensì la proposta di un sano ammodernamento o, come si diceva, “aggiornamento” del pensiero e della vita cristiani, che raccoglieva alla luce dell’immutabile Parola di Dio quanto di valido può esserci nella modernità.

Sorsero invece due tendenze ecclesiali e dottrinali che videro nelle dottrine del Concilio una rottura o mutamento rispetto alla dottrina tradizionale ed alle condanne del passato, ispirati ad una totale assunzione della modernità: quella dei lefebvriani, i quali, prendendo a pretesto che nel Concilio non si trovano nuove definizioni dogmatiche solenni, negavano l’infallibilità delle dottrine conciliari accusate di essere infette di liberalismo, illuminismo razionalista, indifferentismo, secolarismo, filoprotestantesimo ed antropocentrismo, tutti errori che erano già stati condannati dalla Chiesa nel XIX secolo e nei secoli precedenti, soprattutto al Concilio Vaticano I e a quello di Trento.

rahner fuma

il teologo gesuita tedesco Karl Rahner

L’altra corrente che apparve ed appare tuttora a molti col crisma dell’ufficialità e di interprete dell’ ammodernamento conciliare, è quella che per lungo tempo è stata chiamata o si è autoproclamata “progressista”, titolo visto da molti come altamente positivo ed ambìto, mentre tale corrente chiama con disprezzo “conservatrice”, “tradizionalista” o “integrista”, o più recentemente “fondamentalista” la corrente dei lefevriani, nella quale però include indiscriminatamente tutti coloro che non accettano il suo modernismo. Per lunghi anni questa corrente, oggi fortissima nella Chiesa, grazie soprattutto al contributo di Rahner, ha prosperato fregiandosi dell’onorevole titolo di progressista, riferimento al valore indubbio del progresso, del nuovo e del moderno, ma in realtà per i suoi eccessi sempre più scoperti ed impudenti, tipici di chi prova la falsa sicurezza di sentirsi al comando, si è sempre più rivelata come modernista, e quindi chiara falsificazione dei veri insegnamenti del Concilio, i quali se promuovono il moderno, non certo avallano il modernismo, eresia già condannata da San Pio X.

Volendo esprimerci nel linguaggio sportivo, potremmo dire che l’autorità ecclesiastica locale ed anche al vertice è stata presa “in contropiede”. Dopo il clima di dialogo e di sereno confronto intra ed extra ecclesiale creato dal carisma straordinario di San Giovanni XXIII, si era largamente sparsa la convinzione nell’episcopato e in molti ambienti teologici che ormai non esistessero più eresie o, se esistevano teologie che si scostavano dalla dottrina ufficiale del Magistero, si trattava per lo più di dottrine discutibili o espressioni di pluralismo teologico o tentativi magari un po’ audaci di innovazione da guardare con benevolenza e interesse. In realtà le cose non stavano affatto così. A cominciare dall’immediato post concilio la tendenza modernista, approfittando dell’immeritata fiducia che seppe astutamente strappare da un episcopato ingenuamente ottimista, cominciò compatta e spavalda a venire alla luce, sicura dell’impunità ed anzi con l’aureola del progressismo, quasi a realizzare un piano precedente internazionale, proveniente soprattutto dai Paesi di tradizione protestante, segretamente elaborato in precedenza.

falsi profeti

“Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?” [Mt 7, 15-20]

I pochi che segnalarono il pericolo incombente, come il Maritain, il von Hildebrand, il de Lubac e il Daniélou, non certo sospetti di conservatorismo o chiusi al nuovo, furono visti come personaggi disturbatori, uccelli del malaugurio, nostalgici dell’Inquisizione, guastafeste che, come si suol dire, rompevano le uova nel paniere. Quei “profeti di sventura”, catastrofici e scoraggianti, dai quali San Giovanni XXIII aveva intimato di guardarsi. Eppure non ci si rese conto della grave imprudenza nella quale si era caduti, abbassando la guardia, quasi che fossero scomparse le conseguenze del peccato originale, ed ormai la Chiesa e la teologia avessero iniziato una nuova era di uomini tutti di buona volontà, tutti intimamente sollecitati nel preconscio (Vorgriff) dall’esperienza divina atematica pre-concettuale, tutti cristiani anonimi anelanti a Dio, tutti oggetto della divina misericordia, secondo le mielose formule rahneriane. Nasceva quel “buonismo distruttivo” e quella falsa misericordia recentemente denunciati dal Papa nel suo discorso al sinodo dei vescovi.

Il Concilio ebbe indubbiamente un’impostazione progressista, nel senso di voler procurare alla Chiesa una nuova spinta o un nuovo slancio verso il futuro, avvalendosi dei valori del mondo moderno: il Concilio, più che sulla necessità di conservare o recuperare o restaurare il perduto, puntò sul dovere di andare avanti, di rinnovare e progredire, mutando ciò che non era più adatto o non serviva più ai nuovi tempi o alle nuove esigenze, che si intendeva preparare e soddisfare in un orizzonte escatologico. Non c’è da meravigliarsi pertanto, se la corrente assai numerosa dei Padri e dei periti che apparve maggiormente interprete del Concilio fu quella che si convenne di chiamare “progressista”, mentre quelli che facevano resistenza al nuovo o non lo comprendevano o troppo insistevano sull’immutabile e sulla tradizione, si cominciò a chiamarli con un certo accento di sopportazione e non di ammirazione, “conservatori” o “tradizionalisti”.

marcel lefebvre

L’Arcivescovo Marcel Lefebvre

Tra questi ultimi emerse, come si sa, sin di primissimi anni del post concilio la famosa figura di Monsignor Marcel Lefèbvre, che presto cominciò ad attirare un certo seguito, fino a fondare l’altrettanto famosa Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), tuttora esistente e prospera. Monsignor Lefèbvre, sostenitore non del tutto illuminato della sacra Tradizione, che secondo lui il Concilio aveva tradito, insieme con pochissimi altri, invece di scorgere le eresie denunziate dal sant’Uffizio nella teologia dei modernisti, ebbe invece la grande sprovvedutezza di trovarle proprio nello stesso Concilio, che quindi accusò dei terribili errori già condannati dai Papi del XIX secolo, come il liberalismo, il razionalismo e l’indifferentismo.

Più di recente, negli anni Ottanta, Romano Amerio ha aggiunto alla lista dei presunti errori del Concilio la “mutazione del concetto di Chiesa”. Secondo il suo discepolo Enrico Maria Radaelli, il Concilio avrebbe invece “ribaltato” la Chiesa. Paolo Pasqualucci, dal canto suo, nota la presenza dell'”antropocentrismo”. Monsignor Brunero Gherardini vede invece nei documenti del Concilio una contraddizione col Vaticano I. Lo storico Roberto De Mattei nega poi l’infallibilità delle dottrine del Concilio sotto pretesto che in esse non c’è nessun dogma definito secondo i canoni esposti dal Concilio Vaticano I. Tutti costoro confondono le dottrine del Concilio col modernismo nato dopo di esso. Si tratta di una confusione deleteria la quale, se da una parte comporta una retta definizione di modernismo secondo il criterio offerto da San Pio X, dall’altra accusa di modernismo proprio quel Concilio Vaticano II che, a ben guardare, ne è il saggio antidoto con la sua proposta di un sana modernità alla luce del Vangelo, della dottrina della Chiesa e di San Tommaso d’Aquino, come fece per esempio Jacques Maritain.

Edward Schillebeeckx

il teologo domenicano olandese Edward Schillebeeckx

Fin dal primo sorgere del lefebvrismo Paolo VI assunse nei suoi confronti un atteggiamento molto severo, mentre restò blando e indulgente nei confronti del rahnerismo. Questo comportamento non imparziale purtroppo si è mantenuto nei Pontefici seguenti fino all’attuale. Benedetto XVI tentò un approccio ai lefebvriani col togliere la scomunica ai loro vescovi e col famoso motu proprio Summorum Pontificum. Per la verità il rahnerismo si è fatto sentire anche nella liturgia col fenomeno della profanazione del sacro e della secolarizzazione, conseguenza del falso concetto rahneriano del sacerdozio e la negazione del carattere sacrificale della Messa. Viceversa, i teologi che si riconoscevano nella corrente genericamente ed equivocamente detta “progressista”, si riunirono attorno alla rivista Concilium, tuttora esistente. Ma quando l’equivoco si chiarì ed apparve che alcuni “progressisti” in realtà erano modernisti, allora ci fu la separazione degli uni dagli altri: da una parte, i progressisti onesti e veramente fedeli al Concilio e alla Chiesa, come Ratzinger, von Balthasar, Congar, de Lubac e Daniélou, si accorsero dei criptomodernisti, come Küng, Rahner, Schillebeeckx, Schoonenberg ed altri. Fu così che gli autentici progressisti si separarono dai secondi fondando la rivista Communio. Quanto a Ratzinger, accortosi della tendenza modernista di Rahner, lo abbandonò e lo criticò severamente in Les principes de la théologie catholique (2) del 1982, un anno dopo che fu nominato Prefetto della CDF da San Giovanni Paolo II.

Alfredo ottaviani e Karol Woytila

il Cardinale Alfredo Ottaviani con il Cardinale Karol Woytila

Nel 1966 il Cardinale Alfredo Ottaviani, pro-prefetto del Sant’Uffizio, ormai divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede, congiuntamente al Segretario, il dottissimo cristologo Pietro Parente, inviavano un’allarmata lettera (3) ai Presidenti delle Conferenze Episcopali denunciando in 10 punti una serie di gravi errori che stavano serpeggiando tra i teologi cosiddetti “progressisti”. A molti tale grave denuncia deve essere apparsa esagerata o una specie di doccia fredda; ad altri, già infetti dal modernismo, deve aver suscitato irritazione ed essere apparsa un freno reazionario o una insopportabile condanna della nuova teologia promossa dal Concilio.

La nuova Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), guidata dal Cardinale Franjo Šeper, non dette per la verità prova di un’energia sufficiente a far fronte ai gravissimi problemi denunciati dal Cardinale Ottaviani e da Monsignor Parente, fatto poi cardinale. Questi, con la perspicacia e il coraggio che l’aveva caratterizzato negli anni precedenti, scrisse nel 1983 un aureo libretto (4), che avrebbe potuto essere il testo di un’enciclica pontificia, segnalando le eresie di numerosi teologi, come Küng, Rahner, Schillebeeckx, Schoonenberg, Hulsbosch ed altri. Purtroppo solo in piccola parte e in modo troppo blando la CDF censurò questi autori, i quali nella maggioranza poterono continuare indisturbati a diffondere i loro errori, protetti da potenti forze filoprotestanti e filomassoniche, forse clandestinamente insinuatesi nella Chiesa stessa.

Tomas Tyn 2

il giovane teologo domenicano Tomas Tyn

Sin dai primi anni del post concilio ci fu una schiera di buoni teologi e prelati, i quali si premurarono di commentare i testi conciliari nella linea del Magistero, mostrando la loro continuità col Magistero precedente, difendendoli dall’accusa di modernismo, e sottraendoli alla manipolazione dei modernisti. Tra i suddetti teologi e prelati ci furono il Cardinale Giuseppe Siri, Jacques Maritain, Yves-Marie-Joseph Congar, Henri de Lubac, Jean Daniélou, Padre Raimondo Spiazzi, Jean Guitton, Jean Galot, i teologi domenicani di Roma, di Firenze e di Bologna, ed il Collegio Alberoni di Piacenza fino al Servo di Dio Padre Tomas Tyn in anni più recenti. Purtroppo, la loro opera meritevolissima nei decenni, non del tutto ignorata dalla Santa Sede, è stata quasi sopraffatta dai due partiti avversi dei lefebvriani e dei modernisti, i primi con attaccamento ostinato e miope ad un tradizionalismo superato, i secondi, forti del successo ottenuto, con una progressiva scalata ai posti di potere nella Chiesa, cominciando nel Sessantotto col conquistare i giornalisti, i giovani, i laici, il basso clero e i religiosi e via via salendo alla conquista dei livelli superiori dell’episcopato e negli anni più recenti penetrando nello stesso collegio cardinalizio.

I segni conturbanti di ciò li abbiamo avuti di recente in occasione del sinodo dei vescovi, tanto che la parte migliore del collegio cardinalizio, capeggiata dai cardinali Gerhard Ludwig Müller e Raymond Leonard Burke, ha avvertito l’urgenza di intervenire in difesa del Magistero della Chiesa e del Papa, il quale però non pare abbia mostrato nei loro riguardi una sufficiente gratitudine per la preziosa opera da loro svolta.

Paolo VI 2

il Beato Pontefice Paolo VI

Paolo VI, al quale andò il compito gravissimo di far applicare i decreti del Concilio, si trovò subito davanti ad una situazione difficilissima, che egli stesso, come ebbe a confessare dieci anni dopo il Concilio, non prevedeva (5). I modernisti olandesi, con incredibile tempestività, pubblicarono già nel 1966, elaborato sotto l’influsso di Schillebeeckx, con l’autorizzazione del Cardinale Bernard Jan Alfrink, il famoso “Catechismo Olandese”, uscito in Italia nel 1969, che ebbe un enorme successo. Il Catechismo, non privo certo di qualità, ma che è rimasto fino ad oggi il manifesto della Chiesa modernista, conteneva numerose eresie e gravi carenze dottrinali, che Paolo VI fu costretto a far correggere da un’apposita commissione di cardinali nel 1968. Evidentemente questo Catechismo era l’attuazione di un grandioso piano segreto elaborato già durante gli anni del Concilio, durante i quali numerosi periti di orientamento modernista celarono astutamente e slealmente le loro eresie sotto un comportamento esterno corretto, dando anzi a volte un contributo dottrinale lodevole nel corso dei lavori del Concilio. Il loro morbo in loro restò allora in incubazione e venne chiaramente alla luce solo a partire dagli anni dell’immediato post concilio (6). Nel frattempo stava conquistando sempre più consensi il pensiero di Karl Rahner, il quale era stato uno dei più influenti periti del Concilio, consigliere del Cardinale Franz König. Rahner parte dal principio dell’identità dell’essere con l’essere pensato, per cui confonde l’essere come tale con l’essere divino.

panteismo

l’antica insidia panteista

In questa visuale panteistica l’essere umano è ridotto all’essere divino; il divino (la “grazia”) entra nella definizione stessa dell’essere umano, che tuttavia mantiene un aspetto storico (“l’uomo è trascendenza e storia”), che relativizza il concetto di natura umana, il sapere umano e la legge naturale, sul modello hegeliano, mentre l’essere divino è essenzialmente umano. Cristo quindi è il vertice divino dell’uomo e Dio è necessariamente Cristo. Da qui la confusione panteistica della grazia con Dio, intesa come costitutivo dell’uomo. Ogni uomo è essenzialmente e necessariamente in grazia. Essa non può essere né acquistata né perduta. Il peccato non toglie la grazia ma si annulla da sé, perché è contradditorio. Cristo salva non in quanto redentore (concetto mitico), ma in quanto fattore del passaggio dell’uomo a Dio e di Dio che diviene uomo. La fede non è dottrina o conoscenza concettuale, ma incontro con Dio, autocoscienza ed esperienza di Dio pre-concettuale ed atematica (Vorgriff). Essa comporta sul piano dell’azione un’opzione fondamentale per Dio, atto di suprema libertà, per la quale tutti si salvano indipendentemente dagli atti categoriali, empirici e finiti, propri del libero arbitrio, cognitivi e morali, buoni o cattivi, che si pongono sul piano mutevole della storia e del relativo. Da qui la relatività e mutabilità del dogma, inevitabilmente incerto e fallibile, al contrario dell’esperienza di fede comunque salvifica, che è esperienza del divenire di Dio nella storia.

catechismo olandese

una delle prime stampe del Catechismo Olandese, subito tradotto in numerose lingue e diffuso in tutto il mondo

Con l’affermarsi di queste idee di Rahner, la linea di questo Catechismo Olandese, ancora di carattere illuministico-razionalista, assunse un accento manifestamente panteistico hegeliano-heideggeriano nel “Corso fondamentale sulla fede” di Rahner, pubblicato in Germania nel 1976 e in Italia nel 1977. Questa volta nessuna commissione cardinalizia ebbe il coraggio e la saggezza di condannare questo pseudo-catechismo (7), peggiore del precedente. I modernisti, diventati sempre più potenti, cominciavano a far tacere la stessa Santa Sede. Infatti Paolo VI non prese nessun provvedimento. Non ci fu alcuna autorevole confutazione da parte di qualche esponente della Santa Sede o teologo in vista. Anche la CDF, guidata dal Cardinale Seper, non fece nulla. Rahner faceva troppa paura. Per la verità, il grave errore pastorale della Santa Sede fu a mio giudizio quello di lasciarsi prevenire dal Catechismo Olandese, dimenticando la provvidenziale e tempestiva sollecitudine della Chiesa della Riforma tridentina, la quale, immediatamente dopo il Concilio di Trento e quasi come suo documento finale e riassuntivo, pubblicò il famoso e utilissimo Catechismo Tridentino, che fondamentalmente è ancor oggi validissimo.

Paolo VI, nel corso del suo pontificato, ci ha proposto o da sé o per mezzo della CDF un notevole corpo dottrinale, che oltre a sviluppare le dottrine del Concilio, confuta anche le false interpretazioni e condanna errori insorgenti, ma non è mai stato capace di affrontare di petto ed esplicitamente il problema del rahnerismo. Anzi nominò Rahner membro della Commissione Teologica Internazionale, dalla quale poco dopo, deluso perché si vedeva respinte le sue idee, se ne uscì con tono infastidito e arrogante accusandola di conservatorismo. Paolo VI con molti saggi ed acuti interventi contro il secolarismo, lo spirito di contestazione, l’immanentismo, l’antropocentrismo, il falso carismatismo, il liberalismo, le false novità, il relativismo ed evoluzionismo dogmatico, la profanazione della liturgia, il lassismo e soggettivismo morale, ha girato più volte attorno all’obbiettivo, senza però centrarlo mai del tutto, sicché i rahneriani, con l’audacia e l’ipocrisia che li caratterizza, si sono sempre sentiti al sicuro ed autorizzati a proseguire nelle loro idee e nei loro costumi.

Paolo VI 3

il Beato Pontefice Paolo VI

Il 1974 poteva forse essere l’occasione per risolvere il problema del rahnerismo con una buona condanna dei suoi errori e l’indicazione della vera via del rinnovamento e del progresso della teologia. Ma purtroppo Paolo VI perse anche questa occasione, che era data da un grande convegno su San Tommaso d’Aquino nel VII centenario della morte, organizzato dai Domenicani, che ebbe l’adesione di ben 1500 studiosi di tutto il mondo. Per questa occasione emerse nettamente sulla scena del mondo teologico internazionale la grande figura del dottissimo e sapientissimo Padre Cornelio Fabro, il quale elaborò (8) il progetto della bellissima lettera “Lumen Ecclesiae” del Papa al Padre Vincent de Couesnongle, Maestro dell’Ordine di Frati Predicatori, dedicata a raccomandare, con dovizia di opportuni argomenti, lo studio, l’approfondimento e la diffusione del pensiero di San Tommaso d’Aquino, nonché la sua utilizzazione per il confronto con la cultura moderna, in conformità alle disposizioni del Concilio (9).

cornelio fabro

il teologo stimmatino Cornelio Fabro

Nel medesimo anno 1974 Fabro pubblicava La svolta antropologica di Karl Rahner (10), un’indagine acutissima delle radici gnoseologiche e metafisiche del pensiero di Rahner, uno studio poderoso, nel quale il teologo Stimmatino dimostrava inconfutabilmente, testi alla mano, valendosi della sua eccezionale conoscenza e di San Tommaso e dell’idealismo tedesco, l’abominevole benché fascinosa impostura con la quale Rahner, falsificando gli stessi testi tomistici, pretendeva presentare l’Aquinate, Doctor Communis Ecclesiae, come conforme ad Hegel, il cui idealismo è stato più volte condannato dalla Chiesa. Quale più chiaro tacito messaggio inviato a Paolo VI dell’assoluta necessità di non tenere i piedi su due staffe, ma del fatto che l’affermazione della verità non può non comportare la condanna dell’errore e nella fattispecie la chiara ed inequivocabile affermazione che il rinnovo e il progresso della teologia ordinato dal Concilio non doveva passare da Rahner ma da San Tommaso? E invece nulla venne da Paolo VI. L’opposizione dei buoni teologi non si scoraggiò. Consapevoli della loro responsabilità verso le anime e ligi al loro dovere di fedeltà al Magistero della Chiesa, continuarono a segnalare i pericolosi errori di Rahner, anche se purtroppo, come era da aspettarsi, il rahnerismo non è arretrato, ed anzi si è rafforzato sino ad oggi. La storia di questa terribile lotta all’interno della Chiesa l’ho brevemente narrata nel mio libro su Rahner (11), che va aggiornato per esempio con la persecuzione fatta ai Francescani dell’Immacolata, nella quale non è difficile vedere la vendetta dei rahneriani per il congresso teologico internazionale antirahneriano dei Francescani del 2007 (12).

elezione Giovanni Paolo II

prima benedizione urbi et orbi di Giovanni Paolo II

Con l’elezione di San Giovanni Paolo II si ebbe l’impressione che il papato riuscisse a prendere in mano la situazione. Il Papa nel 1981 sostituì alla guida della CDF il Cardinale Seper con il grande teologo Joseph Ratzinger, ed un immediato risultato si cominciò a notare con un atteggiamento più deciso nei confronti degli errori di Schillebeeckx e la condanna degli errori della teologia della liberazione. Ratzinger riuscì a colpire alcuni seguaci di Rahner, ma lo stesso Rahner, che morì nel 1984, rimase intoccato. Il ricchissimo insegnamento di Giovanni Paolo II corresse indubbiamente molti errori di Rahner, ma lo fece in modo solo allusivo e generico, limitandosi ad esporre la sana dottrina, senza entrare con precisione nel merito delle questioni, come fa il buon medico che fa un’analisi accurata e precisa della malattia, onde apporre l’adeguato rimedio.

Grande impresa del Papa fu la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica nel 1992. Anche questo indubbiamente fu indirettamente un robusto antidoto contro gli errori di Rahner, benché ovviamente egli non poteva esservi nominato. Interessante come poi Papa Benedetto XVI indicò il Catechismo come criterio per discernere gli errori dei teologi. Il Papa avrebbe avuto due grandi occasioni per affrontare di petto, una volta per tutte, l’annosa ed incancrenita questione: le due grandi encicliche Veritatis splendor del 1993 e la Fides et Ratio del 1998. Solo nella prima c’è un accenno alla distinzione rahneriana, senza che Rahner sia nominato, fra il “trascendentale” e il “categoriale”, che si esprime in morale nell'”opzione fondamentale” e negli “atti categoriali”. Così, ancora negli anni 2004-2005, l’anno prima della morte del Pontefice, la lotta fra rahneriani ed antirahnriani si riaccese alla grande: con un congresso di avversari in Germania nel 2004 (13), al quale seguì, quasi risposta polemica, un convegno a suo favore all’Università Lateranense, durante il quale l’unica voce che si fece sentire in decisa opposizione fu quella di Monsignor Antonio Livi.

rahner-karl

Karl Rahner, brinda

Indubbiamente c’è da restare sconcertati nel constatare il successo ottenuto da Rahner, se egli è stato celebrato nella più prestigiosa delle Università Pontificie Romane. È il segno di una situazione drammatica, che sempre più urgentemente chiede di essere risanata, soprattutto considerando le disastrose conseguenze delle idee di Rahner nel campo della morale e della vita ecclesiale. In questo clima di accesa battaglia mi stupisco e ringrazio il Signore di come col permesso dei miei superiori, ai quali pure sono grato, ho potuto pubblicare il mio libro su Rahner, che ha riscosso un discreto successo, benché mi si riferisca della sorda guerra che i rahneriani gli fanno e del disprezzo del quale lo coprono. Eppure io sono sempre qua, pronto a correggere eventuali errori interpretativi e ed ascoltare ragioni in sua difesa. Ma nessuno si fa vivo.

prima benedizione urbi et orbi di Benedetto XVI

Benedetto XVI, l’acuto critico di Rahner, salito al soglio pontificio, dove avrebbe avuto tutta la competenza, l’intelligenza, l’autorità e il potere di agire per la soluzione del gravissimo problema, anche lui purtroppo non ha fatto nulla e probabilmente per quei pochi allusivi interventi che ha fatto, si è tirato addosso le ire dei rahneriani, che lo hanno portato ad abdicare e quindi a rinunciare al ministero petrino. L’enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco, completamento di quella iniziata da Benedetto, ripete luoghi comuni e ignora completamente la questione. Oggi il problema è quindi ancora aperto. Papa Francesco non parla mai di Rahner. Ma non credo affatto che sia la soluzione migliore. Rahner è notissimo e seguitissimo. I suoi gravi errori, che continuano a far danno, sono stati dimostrati ormai da cinquant’anni da una schiera enorme di studiosi e il Magistero della Chiesa in questi cinquant’anni, nella condanna di tanti errori, lascia intravedere ancora l’ombra sinistra del rahnerismo, non assente per esempio nella corrente buonista emersa persino all’ultimo sinodo dei vescovi. Non è giunto dunque il momento di “mettere, come si suol dire, le carte in tavola”? Perché far finta di ignorare ciò che tutti sanno? Ci sono ancora dei ritardatari sedicenti progressisti che non hanno ancora capito da dove viene il male? Se invece è chiara come è chiara la sua origine e la natura, dato che peraltro esistono i rimedi, perché non prenderne atto francamente una buona volta e decidersi a curarlo, viste le sue nefaste conseguenze, dopo una diagnosi precisa e circostanziata? Forse che il male potrà andarsene da solo?

Fontanellato, 21 novembre 2014

 

Introitus Dominica Prima Adventus

Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del buon canto e del latino liturgico

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1. Si narra che Don Giuseppe Dossetti affermasse che “il Concilio lo aveva fatto lui”. Non parliamo poi delle sparate che si sono fatte da parte della grande stampa laicista sulla parte avuta da Rahner al Concilio.
2. Edizione tedesca Erick Wewel Verlag, Muenchen 1982, edizione francese Téqui, Paris 1985.
3. Epistula ad venerabiles Praesules Conferentiarum Episcopalium, in Congregatio pro Doctrina Fidei, Documenta inde a Concilio Vaticano secundo expleto (1966-1985), Libreria Editrice Vaticana 1985.
4. La crisi della verità e il Concilio Vaticano II, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1983.
5. “Ci aspettavamo una nuova primavera, ed è venuta una tempesta”.
6. Sbagliano, quindi, quegli storici, come De Mattei, i quali sostengono, sulla linea di Lefèbvre, che questi periti avrebbero dato un indirizzo modernista al Concilio. E’ possibile, anzi è probabile che alcune tesi moderniste siano emerse durante i dibattiti, il che preoccupò fortemente Paolo VI, ma esse poi scomparvero al momento dei documenti finali. Così pure è sbagliata l’interpretazione del Concilio data dalla Scuola di Bologna, per la quale occorre, nei documenti ufficiali, rintracciare uno “spirito” o l’ “evento” che va oltre la lettera retrivamente conservatrice , e che non consiste altro che nelle sue idee moderniste. Sbaglia pure il card.Kasper a vedere nel Concilio delle “contraddizioni” “tensioni non risolte” tra elementi fissisti e tradizionali superati e il”nuovo”, in continua evoluzione, che non è altro che quel modernismo, per il quale egli simpatizza. Il contributo valido dato da Rahner al Concilio in collaborazione con Ratzinger è illustrato da Peter Paul Saldanha nella sua opera Revelation as “self-communication of God”, Urbaniana University Press, Rome 2005.
7. Rahner stesso non ebbe la faccia tosta di chiamarlo “catechismo”, ma in pratica è evidentissima la sua intenzione di proporre comunque un’iniziazione alla fede inficiata di gnosticismo protestante e in antitesi con quella cattolica.
8. Me lo comunicò personalmente in via confidenziale.
9. Optatam totius, 16 e Gravissimum educationis, 10.
10. Edizioni Rusconi, Milano.
11. Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009, II ed.
12. Gli atti sono pubblicati in Karl Rahner. Un’analisi critica, a cura di Padre Serafino Lanzetta, Edizioni Cantagalli, Siena, 2009.
13. Gli atti sono pubblicati in Karl Rahner. Kritische Annāherungen, a cura di David Berger, Verlag Franz Schmitt, Siegbug 2004

Ortodossi: bei gesti, nessun vero passo avanti

– Articoli dalla rete —

 

ORTODOSSI: BEI GESTI MA NESSUN PASSO AVANTI

 

I gesti di cordialità e di rispetto per il Papa da parte del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, sono una notizia positiva. Ma la dottrina sullo Spirito Santo e la questione del primato nella Chiesa restano i veri nodi che impediscono la piena unità. E su questi le parole di Bartolomeo non segnano alcun progresso reale. La giurisdizione del vescovo di Roma deriva dal dogma e non può essere accantonata senza commettere un grave peccato contro la fede.

 

Autore Antonio Livi

Autore
Antonio Livi

 

Potete leggere questo articolo di Monsignor Antonio Livi pubblicato su

LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

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Le Leghe Gay non sono libertà e progresso ma emblema di una società vecchia e decadente

LE LEGHE GAY NON SONO LIBERTÀ E PROGRESSO MA EMBLEMA DI UNA SOCIETÀ VECCHIA E DECADENTE

[…] nella società ellenica non ancora scivolata nella decadenza che ne marcò la fine, l’omosessualità era una fase che segnava un passaggio tra l’età dello sviluppo, l’adolescenza e la giovinezza, non era affatto considerata uno stato permanente; ed in certi luoghi e condizioni si collocava nei piani formativi del rapporto maestro-allievo […] era praticata con discrezione e nient’affatto ostentata con l’orgoglio narrato oggi dalle Leghe Gay, che oltre ai manuali scientifici sembrano voler riscrivere anche quelli della letteratura classica. L’ostentazione nasce nella società ellenica e in quella romana al massimo apice della decadenza, quando nel normale ordine sociale si collocano la pedofilia, le orge, i rapporti sessuali propiziatori con gli animali, le figlie vergini iniziate dal padre e le madri pompeiane che svezzavano i figli adolescenti.

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Molte riviste on-line cattoliche tendono a trattare il tema dell’omosessualismo e della cultura del gender in termini prettamente politici, buttando tutto in politica, cosa che a volte fanno persino alcuni vescovi. Ecco allora che la dottrina e la pastorale non è più il vero oggetto ed il centro dei loro discorsi,Levi tutt’altro diviene pretesto per suffragare idee politiche più o meno soggettive. Mentre per noi certe tematiche allarmanti non sono terreno per scontri politici né pretesti per fare politica o peggio per intrufolarsi nella politica e mescolare di manico nel suo pentolone. Il terreno della buona battaglia, per noi, dovrebbe giocarsi tutto sul piano metafisico e su quello dell’etica, della morale e della tutela della coscienza cristiana oggettiva, quindi del riconoscimento all’obiezione di coscienza verso certe leggi in aperto e netto contrasto con ciò che per noi cattolici è intangibile e inalterabile diritto divino. Questo il motivo per il quale affermo che certi drammi della società contemporanea non dovrebbero mutarsi per taluni cattolici, peggio per certi vescovi, in un pretesto per fare pura politica, pur di non adempiere al loro naturale compito: fare pastorale e dottrina sociale della Chiesa, passare più tempo, come vescovi, a formare il proprio clero, ad ascoltare i sacerdoti, a curare la porzione del Popolo di Dio a loro affidata, anziché trafficare con politici, politicanti e giornalisti dietro il pretesto di “buone battaglie” che celano non di rado solo forme di episcopale egocentrismo.

Non rileggo mai i miei libri pubblicati, giunti di prassi alla stampa anche dopo anni di letture e di revisioni. In questi giorni sono però ricaduto su alcune miei pagine scritte tra il 2008 ed il 2009, poi pubblicate in seguito in un mio libro edito nel 2011: E Satana si fece Trino. 

Vorrei proporre ai lettori uno stralcio tratto da quella mia opera nella quale analizzavo e discutevo, anni prima di certi eventi e leggi, sul pericoloso strapotere delle lobby gay. Delle Lobbyes che oggi hanno trovato un naturale “covo di vipere” velenose e agguerrite nel Parlamento di Strasburgo e che stanno tentando di instaurare una vera e propria dittatura del gender a colpi di leggi inique e moralmente inaccettabili sotto ogni profilo umano e cristiano.

Per leggere una parte tratta da questa opera, cliccare sotto

E SATANA SI FECE TRINO – pag. 268-276

card. Ratzinger

I precisi confini della infallibilità: il Sommo Pontefice come dottore privato

 — IN APPENDICE: INTERVISTA ALL’ARCIVESCOVO DI CHICAGO —

 

I PRECISI CONFINI DELLA

INFALLIBILITÀ:

IL SOMMO PONTEFICE COME

DOTTORE PRIVATO

 

Un problema delicato è dato dalle condizioni per le quali il Papa può entrare nel settore dottrinale senza essere infallibile. È allora il caso nel quale egli si esprime come dottore privato ovvero come semplice teologo. Qui egli non può valersi del carisma di Pietro, ma quello che dice dipende solo dalla sua sapienza umana, seppure fondata sulla fede. In questo campo egli può formulare opinioni o raggiungere certezze scientifiche, ma può anche errare, s’intende, teologicamente, ma non nella fede, perchè è protetto dal carisma di Pietro.

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

statua di pietro

Papale Arcibasilica di San Pietro: la statua dedicata al Principe degli Apostoli

Sull’importanza e il senso da dare agli interventi, agli insegnamenti, alle affermazioni e dichiarazioni del Sommo Pontefice Francesco, si danno oggi notevoli dissensi in campo cattolico o fra gli stessi non-cattolici i quali, come è noto, sono frequentissimi e molto diversificati nella forma e nel contenuto, indirizzati al pubblico ed ai privati più diversi, cattolici e non-cattolici, facenti uso dei mezzi di comunicazione più diversi, frutti delle moderne tecnologie, insoliti rispetto agli usi dei Papi precedenti.

Molti entusiasti di Papa Francesco, prendono tutto quello che dice con fanatismo o finta adesione, senza vaglio critico, salvo poi fare come pare a loro o strumentalizzando quanto egli dice ad usum delphini, soprattutto se accontenta le loro voglie e le loro ambizioni. Altri, attaccati allo stile dei Papi precedenti, seguono o, si potrebbe dire, lo pedinano ogni giorno passo dietro passo con sguardo occhiuto e fucile puntato, sospettandolo di essere un Papa invalido, per coglierlo in fallo alla prima sua parola insolita, scorgendo in essa con acuta dietrologia oscure trame massoniche o segrete eresie luterane, comunque idee che risentono di quel Concilio criptoereticale tale fu a dire di costoro il Concilio Vaticano II. Essi ignorano che, come accennerò più avanti, il Papa non insegna la verità di fede, ossia, come si dice, non è “infallibile” solo quando proclama o definisce solennemente o da sè o attraverso un Concilio un nuovo dogma, ma, seppure a gradi inferiori e meno autorevoli, tutte le volte che egli ci istruisce come maestro della fede.

La condizione essenziale per il valore di questi livelli inferiori è che il Papa insegni la Parola di Dio, la dottrina e il mistero di Cristo e della Chiesa, il dato rivelato (Scrittura e Tradizione), i sacramenti, le virtù cristiane, la via del Vangelo e della salvezza, le verità o i dogmi della fede, gli articoli del Credo, ci si esprima come ci si vuol esprimere, non interessa. E non interessano neppure le circostanze, le modalità e i mezzi di queste comunicazioni, dalla l’enciclica, alla lettera pastorale, al motu proprio, all’udienza generale, all’omelia della Messa, al discorso, alla intervista giornalistica o alla telefonata. L’importante è che si tratti di queste materie, direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente.

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Il Sommo Pontefice Francesco, immagini di repertorio

Un problema delicato, ed è il tema di questo articolo, è dato dalle condizioni per le quali il Papa può entrare nel settore dottrinale senza essere infallibile. È allora il caso nel quale egli si esprime come dottore privato ovvero come semplice teologo. Qui egli non può valersi del carisma di Pietro, ma quello che dice dipende solo dalla sua sapienza umana, seppure fondata sulla fede. In questo campo egli può formulare opinioni o raggiungere certezze scientifiche, ma può anche errare, s’intende, teologicamente, ma non nella fede, perchè è protetto dal carisma di Pietro.
Nel passato i Papi non ci hanno lasciato documenti che non fossero espressione del carisma di Pietro. Se prima di salire al soglio pontificio col nome di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, come altri pontefici, avevano pubblicato loro scritti, una volta eletti Papi il loro insegnamento non fu generalmente che espressione del loro ufficio di Successori di Pietro e maestri della fede. Essi vollero cancellare l’aspetto umano del loro pensiero e non essere altro che tramiti dell’insegnamento del Vangelo.
Questo racchiudere tutta la propria attività di pensiero e di insegnamento nei limiti dell’ufficialità era probabilmente motivata nei Papi del passato dal timore che la manifestazione delle loro idee personali potesse essere scambiata per insegnamento pontificio, cosa che per la verità può effettivamente accadere nei credenti non sufficientemente preparati a distinguere pensiero teologico ed insegnamento di fede, ossia il Sommo Pontefice Francesco.

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Il Sommo Pontefice Francesco in uno dei suoi saluti spontanei informali

Diversamente invece, col secolo scorso, e precisamente con San Giovanni Paolo II, prende avvio l’uso del Papa che non si limita al suo ufficio pontificio, ma produce anche opere letterarie o teologiche sotto un profilo meramente umano. Da questo punto di vista è notevole è la trilogia cristologica di Benedetto XVI, circa la quale egli stesso invitò gli studiosi a discutere con lui. Segno evidente che egli con questi scritti non intendeva presentarsi come dottore universale ed infallibile della fede, ma semplicemente ed anche modestamente, come teologo tra i teologi, sebbene egli sia grandissimo teologo.
Credo che questo mutamento nell’attività intellettuale dei Papi sia stato motivato dal fatto che oggi la formazione culturale cattolica è maggiormente in grado di un tempo di chiarire al comune fedele la differenza tra il Papa come Papa e il Papa come dottore privato, benchè tuttavia il Papa attuale, con la varietà e l’aspetto insolito dei suoi numerosi e frequenti interventi, metta seriamente alla prova chi desidera distinguere in lui Simone – ossia Jorge Mario Bergoglio – che manifesta le proprie idee a volte discutibili, da Pietro maestro infallibile della fede.

Papa Francesco è arrivato in Brasile

Il Sommo Pontefice Francesco durante un colloquio informale con un giornalista brasiliano

Oggi appare più che mai urgente il problema di come possiamo distinguere in modo certo, adeguato e chiaro l’insegnamento di un Papa come Papa da un suo discorso o scritto teologico o letterario occasionale, improvvisato o estemporaneo. La distinzione è molto importante, poichè è evidente che mentre la parola di Pietro è vincolante e sempre vera, quanto invece pensa o dice Simone, ossia l’uomo Bergoglio, benché sempre degno di rispetto, non è detto che sia sempre indiscutibile, univoco e necessario alla salvezza. Al riguardo, possiamo rispondere innanzitutto che lo stesso Papa Francesco si premura solitamente di farcelo capire manifestando le sue intenzioni e a seconda delle circostanze. Siccome il suo ufficio ordinario è quello petrino, ordinariamente dobbiamo pensare che quanto egli esprime sia manifestazione di tale ufficio, soprattutto se si tratta di quelle materie di fede alle quali ho accennato sopra. Ma il livello di autorità del suo insegnamento lo possiamo dedurre anche dai suoi stessi contenuti e dal modo di esprimerli. Esistono infatti dottrine notoriamente teologiche e non magisteriali, dottrine che, se troviamo sulla bocca o negli scritti del Papa, sarà evidente che esprimono il suo pensiero semplicemente come dottore privato.

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Il Sommo Pontefice Francesco in un momento informale con dei giovani

Mettiamo per esempio che il Papa desse a Maria il titolo di “corredentrice” o che sostenesse con Sant’ Agostino che i dannati sono più numerosi dei beati o che la Sindone è veramente l’impronta del corpo di Cristo o che la Madonna appare veramente a Medjugorje o che Giuda è all’inferno o che alla resurrezione esisteranno gli animali o che gli angeli siano stati sottoposti da Dio all’inizio del mondo ad una prova di fedeltà o che il passaggio degli Ebrei dal Mar Rosso sia stato semplicemente un fenomeno miracoloso di marea favorevole o che Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre avevano un aspetto scimmiesco o che anche gli embrioni sono battezzati da Cristo o che ci sono state delle cose che Cristo non sapeva o che l’Anticristo è una singola persona o che i due “testimoni” dei quali parla l’Apocalisse sono i Santi Pietro e Paolo e così via. Tutte queste ipotesi sono indubbiamente compatibili con i dati di fede. Si tratta certo di dottrine rispettabili e probabili, ma che tuttavia non corrispondono in se stesse a delle vere e proprie verità di fede, in quanto non è possibile trovarle direttamente nè nella Scrittura nè nella Tradizione. Le fonti della Rivelazione potrebbero avallarle ma anche non avallarle. Al momento non è possibile saperlo con certezza e per questo il Magistero pontificio come tale non si pronuncia.

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Nel mese di febbraio 2014 il Sommo Pontefice Francesco ha voluto formalmente rinnovare il passaporto della Repubblica Argentina con il nome di Jorge Mario Bergoglio

Queste dottrine, tuttavia, grazie ad un ulteriore approfondimento teologico, potrebbero acquistare un domani un tale grado di probabilità, da divenire certezza. Per questo, è del tutto lecito sostenerle con la dovuta modestia ed è altrettanto lecito dissentire da esse con la dovuta prudenza, in attesa di un eventuale chiarimento. In tal caso il dibattito e il confronto tra le opposte opinioni, condotto nel rispetto reciproco e con metodi scientifici, aiuta a scoprire la verità, che forse però non verrà mai scoperta sino alla parusia.
Può anzi accadere che una tesi teologica ben dimostrata sia così bene accolta dalla Chiesa, tanto da salire al grado di dogma di fede definito, come è avvenuto per la tesi tomistica dell’anima unica forma corporis nel Concilio di Viennes del 1312 o dell’immortalità dell’anima nel Concilio Lateranense V del 1513.
Nulla e nessuno pertanto impedisce al Papa, come dottore privato, di inserirsi in questa ricerca e di partecipare alla discussione con gli altri teologi su di un piede di parità ed a suo rischio e pericolo, avanzando un suo modo proprio di vedere le cose e lasciandosi contestare nel caso i suoi argomenti si rivelino sbagliati o discutibili.
Può accadere inoltre che la sua opinione diventi particolarmente autorevole e persuasiva tra i teologi, ma opinione resta; per cui, benchè espressa dal Papa, non può assolutamente assurgere al livello di insegnamento pontificio ufficiale ed infallibile, si tratti di dogma definito o non definito.

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Il Sommo Pontefice Francesco in un momento informale in Piazza San Pietro con una coppia di sposi

Da notare che nel corso della storia i fedeli sono sempre andati soggetti ad un duplice rischio nei confronti delle idee espresse dal Papa. O quello di sottovalutarle e di diminuirne o restringerne l’autorità, con vari pretesti, o al contrario il rischio di quel fanatismo e di quella sudditanza supina, indiscreta, poco illuminata e anche interessata, che prende come indiscutibili anche le posizioni del Papa come dottore privato.
Tra i primi da tempi recenti ci sono quelli che restringono le note dell’infallibilità del magistero pontificio alle specialissime e rarissime condizioni stabilite dal Concilio Vaticano I, onde sentirsi autorizzati a negare l’infallibilità e quindi quanto meno a sospettare di falso o di falsificabilità le dottrine del Concilio Vaticano II, che sarebbero secondo loro solo “pastorali”, nonchè tutti gli insegnamenti ed interventi dei Papi postconciliari a qualunque livello o in qualunque forma, chiaramente non segnati da quelle caratteristiche.
Costoro credono all’immutabilità del dogma; ma quanto all’infallibilità del Papa e del Concilio, respingono la già citata Istruzione della Congregazione della Dottrina della Fede, aggiunta alla Lettera apostolica Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II del 1998, nella quale si insegna, precisando la dottrina del Vaticano I, che il Magistero della Chiesa (Papa o Concilio), al di sotto dell’infallibilità eccezionale e solennemente definita, si esprime secondo altri due gradi inferiori di autorità, circa i quali il cattolico è certo che la Chiesa dice il vero autenticamente, definitivamente, irreformabilmente ed immutabilmente. Ora, il livello di autorità delle dottrine conciliari e dell’insegnamento dei Papi successivi fino all’attuale, appartiene a uno di questi due livelli.

General audience in Saint Peter's Square

Il Sommo Pontefice Francesco durante un momento informale in Piazza San Pietro

Altri invece, è un caso del nostro tempo, infetti da gnoseologie relativiste, soggettiviste o evoluzioniste, non credono all’infallibilità del Papa, per cui, se a loro pare che il Papa si ponga in contrasto o in rottura con dottrine precedentemente definite o tradizionali, ed il nuovo, così come lo intendono, è di loro gradimento, non si fanno scrupolo ad esaltare un Papa Francesco, che finalmente si è aggiornato, un papa “rivoluzionario”, che finalmente ha abbracciato la “modernità”, un Papa che sa “dialogare” con tutti.
Da questi fatti comprendiamo come sia facile per il fedele ed è possibile anche per un teologo imprudente, si tratti di un tradizionalista o di un progressista, giudicare non in base a criteri obbiettivi, ma ai propri gusti, per cui si nega l’infallibilità o la verità alle dottrine pontificie che non piacciono, anche se assolutamente vere; e per converso si considerano indiscutibili o “avanzate” o addirittura “rivoluzionarie” idee del Papa, fraintese e mal digerite, che il Papa ha espresso magari en passant e senza l’intenzione di insegnare verità di fede o solo per esprimere un’opinione o un’impressione personale.

Costoro, il lettore avrà già capito che sono i modernisti, in realtà, imbevuti di storicismo, non credono all’infallibilità pontificia, perchè non credono all’immutabilità della verità. Ma ciò non impedisce loro di assolutizzare come fossero dogmi certe affermazioni del Papa puramente contingenti ed occasionali, interpretate peraltro come se il Papa desse spazio alle idee moderniste.
Infatti lo storicista, come per esempio l’hegeliano, crede a suo modo nell’assoluto, solo che per lui l’assoluto non trascende la storia in un’immutabilità metafisica, ma non è altro che l’assolutizzazione dell’evento storico presente che lo interessa. Così per esempio, per la Scuola di Bologna, le dottrine del Concilio non fanno riferimento a nulla di immutabile e di sovrastorico, ma rappresentano l’evento epocale, rivoluzionario, escatologico e profetico del tempo presente. In tal senso per lo storicista, l’Assoluto stesso diviene col divenire storico. Nulla resta, nulla permane, ma tutto evolve nella storia, come storia e come Assoluto nella storia. Niente storia senza Assoluto, ma anche niente Assoluto senza storia.

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Il Sommo Pontefice Francesco durante un gesto spontaneo verso un gruppo di anziani ebrei reduci dai campi di sterminio

I modernisti non hanno rispetto del Papa come maestro della fede, per cui tendono a risolvere tutti i suoi insegnamenti in semplici opinioni teologiche, che essi quindi si permettono ora di accogliere, ora di contestare, come loro garba, come se fossero quelle di qualunque altro teologo. E questo perchè, come già faceva notare acutamente San Pio X nella Pascendi dominici gregis, essi sono dei “fenomenisti”, che sostituiscono l’apparire all’essere, ciò che sembra a ciò che è. Per loro non si danno quindi certezze oggettive, universali ed immutabili, ma tutto è opinabile, mutevole dipendente dai tempi, dai luoghi e dai punti di vista.
I modernisti si fingono discepoli ed ammiratori del Papa per qualche sua frase o gesto che sembrerebbe andar loro incontro. E purtroppo il Papa non sembra attualmente far molto per sfatare questa interpretazione e prender le distanze da questi falsi amici. Ma l’equivoco non può durare all’infinito. Presto il Papa, stanco dei loro approcci sempre più indiscreti, parlerà con voce franca e chiara. C’è da temere che a questo punto la loro finta ammirazione si muterà in odio. Questo voltafaccia del resto sarà in linea con i loro stessi camaleontici princìpi morali. E sono dell’idea che il Papa potrebbe correre pericolo per la sua stessa vita. Così, a quanto sembra, riuscirono a far morire di dolore Papa Giovanni Paolo I.
Se si tratta invece di altri argomenti, di carattere pratico o morale, a cominciare dagli atti più importanti del governo papale, alle direttive liturgiche, alle disposizioni pastorali, giuridiche, amministrative o disciplinari, qui il Papa è fallibile e può anzi mancare di virtù, di coraggio, di carità e di prudenza. Ma è sempre doveroso, se lo si ritiene utile o necessario, svolgere una critica garbata, modesta e rispettosa, come di figli verso il padre.

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Il Sommo Pontefice Francesco durante un saluto informale al pibe de oro Diego Armando Maradona

Osserviamo a questo punto che, come emerge anche dai dotti studi di Antonio Livi ai quali rimando, la teologia è una scienza che, come tale, si accompagna all’opinione. Per questo, il Papa come dottore privato, può giungere a conclusioni teologiche scientifiche, ossia accertate e dimostrate, così come può limitarsi al campo dell’opinabile, del probabile, dell’ipotetico, dell’incerto.
La scienza ci dà l’evidenza mediata, riconducile a princìpi primi di ragione, di senso comune o di fede; ci mostra inconfutabilmente ciò che è vero. L’opinione, invece, senza potersi rifare a quei princìpi, ma basata solo sull’apparenza (δόξα, doxa), avanza argomenti probabili o, come dice Aristotele, “dialettici”, ossia che occorre verificare con ulteriori ricerche. Essi infatti hanno solo l’apparenza del vero e quindi l’opinione giunge conclusioni non certe, ma solo probabili.
La scienza è l’apparizione o la manifestazione (ϕαινόμενον fainòmenon) mediata del vero. L’opinione (δόξα) invece ci dà ciò che sembra vero (videtur). Ad un’ulteriore indagine si può scoprire o che è vero o che è falso. L’opinione si ferma all’apparenza. Solo la scienza ci fa distinguere con certezza il vero dal falso.

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Il Sommo Pontefice Francesco saluta la Regina Ranja di Giordania durante un incontro ufficiale

La scienza è una, perchè una cosa o è o non è; non possono convivere due scienze contrapposte circa la medesima cosa. Le opinioni invece sono molte e possono legittimamente coesistere ed opporsi tra di loro, perchè di due opinioni opposte si suppone che non si sappia qual è quella vera, ma entrambe hanno l’apparenza della verità.
Da princìpi di fede è possibile ricavare in teologia l’opinione o la scienza: l’opinione, se il teologo non riesce a fare una deduzione rigorosa; la conclusione scientifica, invece, se riesce far tale deduzione. Un Papa può essere teologo nell’uno come nell’altro senso. L’infallibilità del suo carisma di maestro della fede non lo soccorre per nulla in queste indagini e in queste conclusioni, che sono rimesse invece totalmente alla sua sapienza umana, alla sua preparazione scientifica e al rigore logico del suo metodo.

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Papale Arcibasilica di San Pietro: la Tomba del Principe degli Apostoli sotto l’Altare della Confessione

Papa Francesco non è un teologo accademico, come lo è stato Benedetto XVI, che ci ha lasciato come teologo privato preziosi libri di cristologia, ai quali ho già accennato. Papa Francesco invece è un teologo kerygmatico, un instancabile predicatore di quel Dio Incarnato, Gesù Cristo e del suo Spirito, che alimenta la sua vita intellettuale, il suo cuore, la sua passione di apostolo e di pastore, protesi alla salvezza di tutti gli uomini. Egli mi ricorda il Fondatore del mio Ordine, San Domenico di Guzmàn, del quale si diceva che “parlava o a Dio o di Dio”.
Anche per Papa Francesco, come per i Papi precedenti, occorre saper discernere il momento del suo approccio personale a Cristo, la sua sensibilità teologica, la sua devozione privata, il suo punto di vista umano particolare — che potremo anche accettare o non accettare, potremo discutere o approfondire liberamente di nostra scelta — dal maestro della fede, dal pastore e dottore universale della Chiesa, dal Vicario di Cristo, il Successore di Pietro, il Testimone della Parola di Dio, della Scrittura e della Tradizione, che infallibilmente assistito dallo Spirito Santo, predica ufficialmente e pubblicamente per mandato di Cristo richiamando tutti gli uomini alla salvezza.

Fontanellato, 23 novembre 2014

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Autore REDAZIONE

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REDAZIONE

 

L’ARCIVESCOVO EMERITO DI  CHICAGO:

«IL SANTO PADRE HA CREATO DELLE ASPETTATIVE CHE NON PUÒ SODDISFARE»

 

cardinale georgeA distanza di un paio di giorni dalla pubblicazione di questo articolo del Padre Giovanni Cavalcoli, è stata pubblicata una intervista rilasciata dal Cardinale Francis George, arcivescovo metropolita di Chicago, da poco dimesso dalla cattedra di quella arcidiocesi per gravi motivi di salute; il porporato, ammalato di cancro, si trova infatti a vivere la fase culminante della sua malattia.

L’articolo integrale in lingua originale è consultabile QUI

Riportiamo sotto, tratta dal celebre blog di Sandro Magister, la traduzione italiana dell’intervista del Cardinale che abbiamo ritenuto opportuno inserire in appendice a questo nostro articolo.


di  +Francis George, omi

Posso capire l’ansia di certe persone.  A un primo sguardo non ravvicinato, ti può sembrare che Francesco metta in discussione l’insegnamento dottrinale consolidato. Ma se guardi di nuovo, soprattutto quando ascolti le sue omelie, vedi che non è così. Molto spesso, quando lui dice certe cose, la sua intenzione è di entrare nel contesto pastorale di qualcuno che si trova preso, per così dire, in una trappola. Forse questa sua simpatia la esprime in un modo che induce la gente a chiedersi se egli sostenga ancora la dottrina. Non ho nessun motivo di credere che non lo faccia. […]

Si pone allora la domanda: perché Francesco non chiarisce queste cose lui stesso? Perché è necessario che gli apologeti sopportino il peso di dover fare ogni volta buon viso? Si rende conto delle conseguenze di alcune sue affermazioni, o anche di alcune sue azioni? Si rende conto delle ripercussioni? Forse no. Io non so se lui è consapevole di tutte le conseguenze di quelle parole e di quei gesti che sollevano tali dubbi nella mente delle persone.

Questa è una delle cose che mi piacerebbe avere la possibilità di domandargli, se mi capitasse di essere lì da lui: “Si rende conto di ciò che è successo solo con quella frase ‘Chi sono io per giudicare?’, di come è stata usata e abusata?”. Essa è stata davvero abusata, perché lui stava parlando della situazione di qualcuno che aveva già chiesto pietà e ricevuto l’assoluzione, di qualcuno da lui ben conosciuto. È una cosa completamente diversa dal parlare di qualcuno che pretende di essere approvato senza chiedere perdono. È costantemente abusata, quella frase.

Ha creato delle aspettative attorno a lui che egli non può assolutamente soddisfare. Questo è ciò che mi preoccupa. A un certo punto, coloro che lo hanno dipinto come una pedina nei loro scenari sui cambiamenti nella Chiesa scopriranno che lui non è quello che credono. Che non va in quella direzione. E allora forse diventerà il bersaglio non solo di una delusione, ma anche di un’opposizione che potrebbe essere dannosa per l’efficacia del suo magistero. […]

Personalmente, trovo interessante che questo papa citi quel romanzo: “Il padrone del mondo”. È una cosa che vorrei domandargli: “Come fa a mettere assieme quello che lei fa con quello che lei dice che sia l’interpretazione ermeneutica del suo ministero, cioè questa visione escatologica secondo cui l’Anticristo è in mezzo a noi? È questo che lei crede?”. Mi piacerebbe fare questa domanda al Santo Padre. In un certo senso, ciò potrebbe forse spiegare perché egli sembra avere tanta fretta. […] Che cosa crede il papa circa la fine dei tempi? […]

Io non lo conoscevo bene prima della sua elezione. Ho saputo di lui tramite i vescovi brasiliani, che lo conoscevano di più, e a loro ho fatto molte domande. […] Non sono andato a trovarlo da quando è stato eletto. […] Papa Francesco non lo conosco abbastanza. Certamente lo rispetto come papa, ma mi manca ancora una comprensione di che cosa intenda fare.

traduzione a cura di Sandro Magister [vedere qui]

Servizio vigili del fuoco. Il Santo Padre Francesco ed il nuovo incendio mediatico: le offerte ai preti

«SERVIZIO VIGILI DEL FUOCO». IL SANTO PADRE FRANCESCO ED IL NUOVO INCENDIO MEDIATICO: LE OFFERTE AI PRETI

 

[…] a tutti i non pochi sacerdoti con funzione di parroci che vivono certe situazioni di disagio economico, vorrei lanciare sia un’idea sia un appello: quando vi arriva una bolletta della luce o del gas che non riuscite a pagare, mandatela alla Domus Sanctae Martae, indirizzata direttamente a Sua Santità il Sommo Pontefice Francesco, Città del Vaticano, accompagnata da questo biglietto: «Siamo i preti della Chiesa povera per i poveri e non abbiamo i soldi per pagare la bolletta della luce e del gas della chiesa parrocchiale, quindi rimettiamo il pagamento direttamente alla Sede Apostolica».

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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stemma dei Vigili del Fuoco della Città del Vaticano

Nella sua omelia mattutina il Santo Padre ha detto: «Quante volte vediamo che entrando in una chiesa ancora oggi c’è lì la lista dei prezzi: per il battesimo, la benedizione, le intenzioni per la messa. E il popolo si scandalizza».

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Chi desidera leggere tutto il resoconto può collegarsi direttamente al sito de La Repubblica [vedere qui] divenuta ormai organo ufficioso della Santa Sede, non ultimo anche per avere un saggio di come certi discorsi finiscono poi riportati dalla grande stampa.

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Pare che il Santo Padre tenda ad una certa parzialità che lo induce a vedere le cose da destra ma non da sinistra. A questo si aggiunga che appena l’audience tende a calare, il Santo Padre se ne esce fuori con qualche frase ad effetto che fa subito il giro del mondo; e per giorni e giorni sono garantite le prime pagine dei giornali, che delle sue parole espresse non di rado con scarsa chiarezza prendono di prassi ciò che vogliono e con tutto il possibile beneficio d’inventario, specie quando il Santo Padre dice cose sacrosante e giuste, ma espresse però in modo sbagliato, creando così non pochi problemi di comunicazione e di recezione dei suoi stessi messaggi, perché i media finiscono col fargli dire ciò che lui non ha neppure mai pensato.

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I Vigili del Fuoco dello Stato della Città del Vaticano montano il comignolo sul tetto della Cappella Sistina prima del conclave dei cardinali

Siccome ciò non può essere casuale, c’è da chiedersi: chi è il regista di certe strategie pubblicitarie, visto che di tali si tratta?

E “spara” oggi che ti “sparo” domani, se le sparate non dovessero più sortire effetto nei media assuefatti a tutte le peggiori droghe, tanto da richiedere dosi sempre maggiori di stupefacenti sempre più potenti, a che cosa dobbiamo prepararci?

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Il Santo Padre ha detto una cosa giusta espressa però nel modo sbagliato, puntando ancora una volta lo sguardo a destra senza però cogliere minimamente tutti i risvolti che si trovano a sinistra. Proprio come quel famoso «Chi sono io per giudicare?» lasciato tronco a metà, grazie al quale abbiamo potuto assistere per la prima volta nel corso della storia all’esaltazione di un pontefice sulle copertine delle riviste gay di tutto il mondo, mentre sacerdoti e teologi, presto costretti a calarsi nel ruolo di pompieri, spiegavano ciò che di giusto il Santo Padre intendesse dire con quella frase; e ciò spiegandolo non solo ai devoti fedeli, ma soprattutto ad un esercito di tracotanti ed aggressivi sodomiti impenitenti fieri ed orgogliosi d’essere tali, che su quella frase male compresa ci venivano a fare lezioni di ecclesiologia e di nuova morale cattolica [solo un esempio tra i tanti, qui] E lo abbiamo spiegato, il tutto, procacciandoci in risposta gli sberleffi dei laicisti e le aggressioni verbali di certi cattolici intransigenti o presunti tali che ci accusavano invece di «arrampicarci sugli specchi», di «difendere l’indifendibile» o di giocare ai «sofismi».

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Vigili del fuoco dello Stato della Città del Vaticano

Questo nuovo sport pontificio di prendersela periodicamente con i preti, stride parecchio col fatto che poi, al tempo stesso, egli parta senza esitare da Roma per andare a Caserta ad abbracciare gli eretici pentecostali, meritevoli peraltro del progressivo svuotamento delle chiese cattoliche nei paesi del Latino America, dove in alcune regioni, Argentina inclusa, si sono registrati cali di fedeli che sfiorano anche la percentuale del 30% …
… mi verrebbe voglia di affermare in tono grave che tutto questo grida quasi vendetta al cospetto di Dio, specie se consideriamo che per traghettare la barca di Pietro il Romano Pontefice Vescovo di Roma ha bisogno di noi preti brutti, sporchi e cattivi, non certo dei pastori pentecostali verso i quali è corso sorridente con l’abbraccio aperto ed il sorriso stampato in faccia, tra l’altro soprassedendo del tutto sul fatto che i membri di questa sètta sono degli straordinari procacciatori di quattrini e di ricchi creduloni da spennare come tacchini americani prima della grande Festa del Ringraziamento.

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Non so con qual genere di angelici fedeli il Santo Padre abbia avuto pastoralmente a che fare prima come sacerdote poi come vescovo; potrei presumere che non abbia avuto a che fare con quelli della Gerusalemme Terrena ma piuttosto con quelli della Gerusalemme Celeste, dove non c’è bisogno di pane, visto che in essa si vive di solo spirito nella beatifica contemplazione della eterna gloria di Dio.

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Io che invece ho sempre svolto il sacro ministero con gli uomini e le donne della Gerusalemme Terrena, mi sono ritrovano di fronte a tali forme di ingratitudine e di insensibilità verso la figura del sacerdote che benedico tutt’oggi Dio per avermi colmato dei necessari doni di grazia in virtù dei quali, se devo correre, mi prodigo a farlo soprattutto per ingrati, avari, egoisti … che dopo avere spremuto il prete come un limone ne gettano via la buccia, perché come ci insegna il Signore: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» [Mc 2, 17]. E per un pastore in cura d’anime, tentare di curare certi malati comporta spesso dolori, amarezze e delusioni che lasciano talvolta dolorosi segni addosso come marchi a fuoco, perché non pochi sono i malati che rifiutano il medico e qualsiasi cura, o che sfruttano il medico solo quando hanno bisogno.

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Vigili del Fuoco Vaticano 2

un mezzo dei Vigili del Fuoco dello Stato della Città del Vaticano

Ho trascorso ore ad ascoltare e raccattare da terra delle mogli in pezzi umiliate e abbandonate da mariti sulla via dei sessant’anni che fatti quattro soldi hanno preso il largo con la segretaria di venticinque; a raccogliere i pianti di genitori con figli ingestibili dediti ai peggiori vizi; a confortare famiglie colpite dalla grave malattia di un loro congiunto ed a visitare e confortare il malato periodicamente in ospedale. Ho fatto alcune centinaia di chilometri per andare a visitare qualche ergastolano in un carcere di massima sicurezza, dopo avere impiegato tempo ed energie a chiedere il permesso di visita al magistrato di sorveglianza, non essendo cappellano di quel carcere e non avendo quindi per legge diritto di accesso. Ho dedicato giorni e giorni alla preparazione di certe omelie e catechesi per il conforto e la edificazione del Popolo di Dio. Sono sceso dal letto in piena notte per portare i Sacramenti ad un morente, ho fatto cinquanta chilometri all’andata e cinquanta al ritorno per andare a celebrare una Messa — senza che alcun buon fedele si domandasse se forse non era il caso di pagare le spese della benzina al prete — trascorrendo poi gran parte della giornata ad amministrare le confessioni ed infine, quasi di prassi, tornando a casa mi sono messo a lavorare fino alle due della notte, per poi alzarmi il mattino alle 7 e non certo a mezzogiorno. Non ho mai detto di no a nessuno che mi abbia cercato per un suo problema impellente, ed a quanto mi è dato sapere non sono poche le persone che —  grazie a Dio e bontà loro — vanno dicendo in giro che sono un buon prete affermando in tal senso di averlo sperimentato per loro esperienza personale …

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… c’è però un dato di fatto triste: quando nel bisogno mi ci trovo io, quando devo pagare delle bollette per dei costi di fornitura che non riesco a pagare, quando devo provvedere alle mie dignitose necessità e non certo ai miei vizi e lussi, due sole sono le porte alle quali posso andare a battere cassa: quella di mia madre e quella di mio fratello. Mi domando e vi domando: è giusto che una madre di 75 anni che riesce a vedere il figlio prete due o tre volte all’anno di sfuggita, debba arrotondare tutti i mesi le mie entrate consentendomi così di dedicarmi pastoralmente a persone che a fronte di qualsiasi bisogno umano e spirituale ritengono che per loro sia tutto quanto un diritto dovuto, ma che verso il cosiddetto “prete-limone” da spremitura ritengono però di non avere alcun genere di dovere? Penso che solo per questo mia madre — donna dura e dal carattere non facile — si guadagnerà il paradiso, avendomi dato tutto senza mai chiedermi niente; ma gli altri, quelli che dal prete pretendono tutto senza mai nulla dare in cambio, beneficeranno della stessa sorte felice, in quel loro sommo egoismo che genera una incorreggibile mancanza di generosità? O per dirla in altre parole: è giusto che io assista dei veri e propri eserciti di ingrati privi di riconoscenza verso il sacerdote, grazie ai soldi dell’onesto lavoro dei miei familiari che me lo permettono? Questo il motivo per il quale mi piacerebbe tanto chiedere al predicatore di Santa Marta — sempre ammesso che non sia troppo impegnato a parlare con l’ateo Eugenio Scalfari o con gli eretici della sètta pentecostale — se per caso sono diventato prete per risultare una tassa a vita per mia madre e per mio fratello, anziché per servire con i necessari mezzi la Chiesa universale e il Popolo che Dio le ha affidato; quel popolo che da sempre servo senza alcun risparmio di me stesso, ed il tutto fino a non facile prova contraria. O, più semplicemente, al Predicatore di Santa Marta vorrei chiedere: in che modo si può vivere nel 2014 con 800 euro al mese di stipendio percepiti dall’Ente Sostentamento Clero, con tutte le spese vive da pagare per il proprio mantenimento e con i cosiddetti fedeli sempre a mano tesa per i loro bisogni umani e spirituali, che però non hanno la minima bontà di remunarare il gravoso servizio pastorale del sacerdote, sempre sulla base del principio che a loro tutto è dovuto mentre invece al prete non è dovuto niente? Perchè, casomai non fosse chiaro, il fatto che io non abbia mai tempo per visitare o per dedicarmi ad una madre ormai anziana che pure mi mantiene, pur avendo sempre tempo per dedicarmi invece ad un fitto esercito formato anche e soprattutto di devoti fedeli ingrati, per me è stato ed è un problema oggettivo che più volte si è mutato in gravoso e doloroso quesito per la mia coscienza soggettiva, io che una coscienza ce l’ho e che la mia vita di prete la vivo sulla mia pelle e sul mio sangue e non certo sulle frasi popolari ad effetto pronunciate da un Sommo Pontefice che ha scelto di vivere dentro un albergo per essere più a contatto con la realtà, ma che dal rapporto con la realtà — stando fedelmente a certi suoi discorsi — sembra essere più distaccato di quanto invece non lo sono mai stati i suoi recenti predecessori che vivevano nel tradizionale appartamento a loro riservato nel Palazzo Apostolico.

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incendio

Vigili del fuoco all’opera

E siccome esercito da sempre anche il delicato ministero di confessore e direttore spirituale di numerosi sacerdoti sparsi per l’Italia, lo so bene io, nel segreto inviolabile del foro interno e nella segretezza del foro esterno, i dolori a volte lancinanti che vivono molti miei confratelli che oggi si sentono sempre di più bastonati e trascurati da chi invece dovrebbe seguirli e sostenerli … lo so io, quel che mi hanno detto molti di loro, quanto appunto il Santo Padre correva ad abbracciare gli eretici pentecostali, dopo avere ripetutamente bacchettato il proprio clero e dato ai preti degli untuosi. Cosa vera ma come sempre vera solo parzialmente, perché ormai la parzialità sembra divenuta un presupposto della pastorale di questo pontificato [vedere qui]. Anche in questo caso una domanda al Santo Padre sarebbe di rigore: posto che i peggiori untuosi sono da sempre a bivaccare dentro la curia romana e sino al più alto livello dentro il Vicariato di Roma, in un anno e mezzo, lui che ha potere di legare e di scogliere, quanti ne ha sbattuti fuori da casa sua, di untuosi? Perchè prima di dire ai preti sparsi per il mondo che certi preti sono untuosi, buon gusto ed equilibrio pastorale vorrebbero che fossero eliminati anzitutto gli untuosi di lusso che lui stesso si ritrova in casa propria e che ad oggi non sono stati ancora toccati. Anzi, sotto il suo pontificato, non pochi dei più untuosi in assoluto hanno fatto anche strepitose carriere, altri si sono invece affacciati direttamente con lui alla loggia centrale di San Pietro divenendo per questo dei veri intoccabili per un semplice affaccio in mondovisione.

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E non tocchiamo il tasto dolente dei “poveri” tanto cari alla omiletica del Santo Padre, perché sono convinto che egli ignori totalmente di quanto spesso, alla fine delle Sante Messe, appena giunti in sacrestia, siamo presi d’assalto e molestati con pianti da attori professionisti da parte di “poveri” che vengono a chiederci danaro con in tasca i telefoni cellulari che noi non abbiamo, che nelle proprie case hanno mega maxi schermi che noi non abbiamo, che fumano le sigarette di marca che noi non fumiamo, che ci vengono a chiedere di pagargli la bolletta della luce mentre nelle loro case trionfano tutti gli strumenti elettronici di ultima generazione che noi non possediamo, o che perlomeno, sia io sia molti miei confratelli, non abbiamo, perché non possiamo assolutamente permetterci. E vuole sapere, il Santo Padre, questo genere di arroganti accattoni che rivendicano il diritto ad avere tutto il superfluo, che si acquistano il voluttuario e che poi vanno alla Caritas ad esigere rifornimenti di generi di prima necessità, in che modo ci bacchettano quando giustamente gli diciamo di no? Sbattendoci in faccia che … «Papa Francesco non è una bestia come voi preti, lui ama i poveri!». E da me, più di uno, si è sentito rispondere: «Bene, allora vai in Vaticano ed i soldi per comprarti le sigarette e per rifarti la carica del tuo nuovo telefono cellulare da 500 euro, chiedili al Santo Padre, perché io uso da due anni un telefono cellulare che a suo tempo ho comprato in un discount al prezzo di 48 euro».

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Tutt’altra cosa i veri poveri che vivono invece con tale disagio la propria situazione che dobbiamo essere noi a capire che hanno bisogno, perché non sono neppure capaci a chiedere aiuto; e dinanzi a quelle persone, ripetutamente, mi onoro in sacerdotale coscienza di essere rimasto io senza i soldi per poter poi provvedere al mio necessario, nella ferma convinzione di non avere compiuto nulla di eroico ma fatto solo il mio dovere di prete.

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Un mezzo dei Vigili del Fuoco dello Stato della Città del Vaticano in Piazza San Pietro

In fede e verità posso e debbo dire che purtroppo, non una sola delle numerose persone che ho aiutato nel corso degli anni, si è mai premurata di domandarmi se avevo bisogno di qualche cosa.

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Il Santo Padre, così toccato dalla sensibilità di un popolo riguardo il quale andrebbe anzitutto stabilito se è veramente il Popolo di Dio oppure se è semplicemente popolo e basta, se non peggio popolo giacobino, è informato di quanto alto sia il numero di preti che hanno trascorso la propria vita a servire gli altri, spesso privando se stessi pure del necessario, ma che nella vecchiaia si sono ritrovati ammalati, soli e totalmente abbandonati? E quale popolo ha gridato allo scandalo, dinanzi a vecchi preti morti senza che fosse neppure tutelata la loro umana dignità?

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Qualcuno ha spiegato al Santo Padre come mai la Conferenza Episcopale Italiana ha destinato una parte del cospicuo importo dell’Otto per Mille che percepisce dallo Stato attraverso il gettito fiscale dei contribuenti, per coprire tutti i preti con una polizza sanitaria stipulata con la Cattolica Assicurazione? La Conferenza Episcopale lo ha fatto per un motivo molto semplice: perché nel tempo sono stati non pochi i preti che navigando in situazioni economiche tutt’altro che floride, sono morti prima di riuscire ad avere una visita specialistica o prima di fare delle analisi cliniche. E coloro che non avevano fratelli o sorelle di buon cuore che li hanno assistiti, sono andati incontro ad una brutta morte dimenticati nella corsia di un reparto di geriatria dall’esercito di persone che per tutta la vita loro hanno assistito come dei veri padri premurosi.

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Vigili del Fuoco dello Stato della Città del Vaticano nel cortile di San Damaso

Ma veniamo ai “tariffari” per i quali si è levato solenne da Santa Marta l’ennesimo grido di disappunto che ha sortito l’effetto di far passare il Santo Padre per giusto castigatore dei cattivi costumi del clero, ed i suoi preti per degli irredimibili sporcaccioni. È vero: molte diocesi hanno stabilito non dei prezzari, ma delle offerte minime da lasciare alle parrocchie in occasione di certe celebrazioni, ad esempio per i matrimoni. E sulla parola “matrimoni” apriamo adesso il capitolo dolente …

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… il Santo Padre lo sa che cosa è, specie da Roma in giù, un matrimonio? Il Santo Padre, così preoccupato di un non meglio precisato popolo che si scandalizza, è informato che nessuno si scandalizza invece dinanzi a spose che spendono di media non meno di 1.000 euro solo per l’acconciatura del parrucchiere, che il servizio del fotografo costa di media sui 1.500 euro, stampa delle foto ed album del matrimonio escluse le quali a parte a parte costano migliaia e migliaia di euro; che la ripresa filmica del matrimonio ammonta a circa 3.000 euro? È informato, il Santo Padre, che certe spose entrano in chiesa con un vestito che costa 10.000 euro che sarà indossato solo quella volta e poi mai più? È informato il Santo Padre che certi sposi spendono tra i 5.000 ed i 10.000 euro per le sole bomboniere da regalare a invitati ed amici e che organizzano pranzi di nozze per una media di 150/250 invitati al costo di 80/100 euro a persona, ammontanti all’incirca a 15.000/25.000 euro per il solo pranzo di nozze? È informato il Santo Padre che certi sposi spendono 5.000 euro solo per tre minuti di fuochi artificiali?

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Un mezzo dei Vigili del Fuoco dello Stato della Città del Vaticano davanti al Palazzo del Governatorato

Il Santo Padre, è mai stato informato da qualche esponente di questo popolo scandalizzato dai preti, che le persone che fanno queste spese folli, che dentro le chiese facevano attaccare ai cineoperatori fari a giorno che succhiavano corrente a vortice, al povero parroco sottoposto tra l’altro a spese e consumi, non dicevano neppure «grazie!»? E lo sa, il Santo Padre, perché molti degli esponenti di questo popolo scandalizzato dai preti, che pure per un matrimonio hanno speso l’equivalente del costo d’acquisto di un appartamento, non dicevano neppure «grazie!»? Semplice il motivo: ma perché … «la Chiese deve!» e «i preti non devono chiedere niente», anzi «dovrebbero essere poveri».

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Ecco perché, giustamente, molte diocesi hanno stabilito delle quote minime di offerta da lasciare alla parrocchia in occasione della celebrazione di certi Sacramenti, soprattutto per i battesimi ed i matrimoni. E non l’hanno fatto perché i preti sono assatanati di soldi ma per evitare che certi parroci, dinanzi a persone che per un matrimonio hanno bruciato 100.000 euro di spese, non riconoscessero al prete neppure la dignità riconosciuta anche all’ultimo parrucchiere di provincia che gioca a fare il grande stilista acconciatore, lasciando al primo anche la mancia per il ragazzo di bottega, ed al secondo, ossia al brutto e sporco prete, cattivo e affamato di soldi, la bolletta della luce della chiesa da pagare, ed ancora ripeto: senza neppure un «grazie», perché «la Chiesa deve» e perché «i preti dovrebbero essere poveri».

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Domandi il Santo Padre a molti parroci, quante volte è accaduto che gli sposi abbiano dato 1.000 euro in compenso a organista, violinista e soprano, mentre al parroco o al rettore della chiesa che ha osato dirgli: «Ma una piccola offerta per le spese di mantenimento della chiesa, la volete lasciare?», hanno risposto andando a dire in giro per mezzo mondo che «il prete ha osato chiedere persino i soldi». E chiudiamo qua il discorso, senza toccare neppure la voce spese dei fioristi per l’addobbo della chiesa.

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Il Santo Padre Benedetto riceve in omaggio e indossa un casco dei Pompieri dello Stato della Città del Vaticano

Queste le persone, questo il popolo che si scandalizza e che ancora una volta ha trovato autorevole voce di protesta e di condanna verso i preti da parte del Santo Padre che pare davvero intenzionato a piacere a tutti, soprattutto ai non cattolici, meno che ai suoi devoti e fedeli servitori, ai quali dispensa periodiche frustate che non hanno né la profondità, né l’amore, né lo spessore pastorale di una enciclica scritta in toni decisi e duri, ma veramente e profondamente amorevoli, come la Ad catholici sacerdotii del Sommo Pontefice Pio XI [vedere qui].

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Certe pastorali del Santo Padre Francesco sembrano fatte più per piacere a tutti gli irriducibili anticlericali di questo mondo, anziché risultare preziose ed efficaci per la correzione del clero, che specie di questi tempi non è affatto esente da inadeguatezze, errori e vizi d’ogni mala sorta, avarizia e attaccamento al danaro inclusi.

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poste vaticane

Cari Parroci, indirizzate le bollette della luce e del gas delle vostre chiese al Sommo Pontefice Francesco, Domus Sanctae Martae, Città del Vaticano

Alla fine dello scorso inverno un mio confratello, parroco di una chiesa del nord dell’Italia, dove il clima invernale è particolarmente duro, mi disse con grande preoccupazione: «… ad aprile ho chiesto un prestito alla banca per pagare il gas del riscaldamento». Questo santo uomo di Dio, con una temperatura spesso al di sotto dello zero, nella propria canonica teneva il riscaldamento spento ed aveva messo una brandina nella grande cucina dove c’era una vecchia stufa a legna; e lì in pratica viveva d’inverno, bruciando la legna da lui stesso raccolta in giro con le sue mani. Però teneva acceso il riscaldamento della chiesa per riscaldare i fedeli e quello delle due sale parrocchiali dove facevano il catechismo i bambini. Anche i genitori di quei bambini che andavano al catechismo facevano parte del popolo scandalizzato di cui parla il Santo Padre nella sua omelia ad effetto; ed anche loro, per festeggiare la Prima Comunione dei loro bimbi, hanno speso tanto e quanto hanno voluto, ma nessuno si è però domandato se il parroco aveva o no i soldi per pagare la bolletta del gas, sempre sulla base del solito principio: «La Chiesa non deve chiedere ma solo dare» … «i preti devono essere poveri» … e poi, è lo stesso Santo Padre che animato da grande anelito ha detto subito: «Ah, come vorrei una Chiesa povera per i poveri» [vedere qui] …

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… e lo stesso Santo Padre concedeva poco tempo dopo “in affitto” la Cappella Sistina in uso alla Porsche per un evento di beneficienza a favore dei poveri [vedere qui]. Anche in questo caso sorge però una domanda: i parroci delle parrocchie povere che non hanno a loro disposizione una Cappella Sistina da dare in affitto a ricchi privati per scopi benefici al fine di ricavarne danaro per le mense dei poveri, potrebbero ricavare qualche cosa affittando le loro chiese, per esempio a …

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A questo mio confratello che domandò un prestito alla banca per pagare il gas usato in inverno per riscaldare i fedeli ed i loro figli ed a tutti i non pochi sacerdoti che vivono certe situazioni di disagio economico, vorrei lanciare sia un’idea pertinente sia un appello: quando vi arriva una bolletta della luce o del gas che non riuscite a pagare, mandatela alla Domus Sanctae Martae indirizzata a Sua Santità il Sommo Pontefice Francesco accompagnata da questo biglietto: «Siamo i preti della Chiesa povera per i poveri e non abbiamo i soldi per pagare la bolletta della luce e del gas della chiesa, quindi rimettiamo il pagamento direttamente alla Sede Apostolica».

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Copertina - Ariel S. Levi di Gualdo - prete disoccupato

Prete disoccupato, omelie sul Vangelo [chi lo desidera può anche richiederlo scrivendo a isoladipatmos@gmail.com]

Chi legge certi miei scritti e certi miei libri, vi troverà indicato e spiegato, ed in modo anche molto severo, quanto sia per sua natura devastante un prete attaccato al danaro, un prete avido e avaro, un prete non generoso, un prete nato in una famiglia povera entrato in seminario con le pezze attaccate addosso e mantenuto agli studi dal buon cuore della diocesi e dei benefattori, che alla sua morte lascia eredità milionarie agli amati nipoti; e chi vuole approfondire questo discorso può procurarsi il mio libro «Prete disoccupato, omelie sul Vangelo» [vedere qui], ed andare a leggere l’omelia nella quale parlo dell’obolo della vedova e nella quale le mie critiche a certi malcostumi economici e finanziari del clero sono precise e severe, ma con una differenza: sono fatte con spirito pastorale e mirate a indurre certi miei confratelli alla riflessione ed alla salvezza delle proprie anime, non sono mirate a far sì che la anticlericale Repubblica o che la massonica Stampa esaltino certe sparate a zero fini purtroppo a se stesse.

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Detto questo devo però vedere, analizzare e parlare di tutti i risvolti della situazione, senza sorvolare sulla mancanza di generosità da parte di certi fedeli o presunti tali, che per organizzare le feste che seguono alla celebrazione di certi Sacramenti spendono somme di danaro davvero scandalose e che al tempo stesso, se non sono richiamati od obbligati a farlo, non lasciano neppure un centesimo alla chiese parrocchiale per le molte spese che questa deve sostenere, anzi, come già ho detto: con rara strafottenza non ti dicono neppure grazie …
… ebbene mi domando e domando, a questi fedeli o pseudo tali, il Santo Padre non intende proprio tirare le orecchie, impegnato com’è a tagliarle invece direttamente i suoi preti?

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Esercitando la libertà riconosciuta ai figli di Dio e concessa anche ai sacerdoti, in questo mio articolo ho sollevato tutte le perplessità del caso sul Sommo Pontefice che si esprime per mezze frasi ad effetto mediatico od attraverso espressioni non sempre felici pronunciate come dottore privato; e che come tale è criticabile con tutto il più profondo e devoto rispetto, senza che mai la sua apostolica autorità sia messa minimamente in discussione, ed in specie quando parla come supremo custode del deposito della fede, che è naturalmente tutt’altra cosa, rispetto ai predicozzi mattutini confezionati alla Domus Sactae Martae per la gioia ed il gaudio della stampa laicista, anticlericale e massonica, forse per la presumibile opera ed il devastante suggerimento di qualche “stratega” gesuita populista che lo consiglia a dir poco male come esperto di immagine e di comunicazione?

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cliccare sotto per ascoltare il corale Tu es Petrus – di  Marco Frisina

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La verità assoluta. Il Santo Padre Francesco ed Eugenio Scalfari

LA VERITÀ ASSOLUTA.

IL SANTO PADRE FRANCESCO ED

EUGENIO SCALFARI

 

[…] Scalfari sembra chiedere al Papa se si può ammettere un certo relativismo delle verità. Il Pontefice avrebbe potuto polemizzare col relativismo, come ha fatto Papa Benedetto, e invece riconosce che in Dio stesso c’è un relazionarsi. Naturalmente queste parole del Papa non vanno intese in contrasto con Papa Benedetto e come approvazione del relativismo, che è un grave difetto del pensiero e della condotta morale, per il quale si “relativizza” l’assoluto non nel senso legittimo detto dal Papa, ma nel senso di fare di Dio un idolo a servizio delle proprie voglie o comunque di relativizzarlo all’uomo, quasi che l’uomo stia al di sopra di Dio […].

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

bocca aperta

quando dalle bocche fuoriesce di tutto e di più ancora …

Quando il Papa parla, occorre tenere il tono alto, al di sopra del gracchiare degli uccelli. L’Editrice Vaticana, come sappiamo, ha pubblicato il contenuto di alcuni colloqui avuti dal Papa con Eugenio Scalfari. Alcune espressioni del Pontefice in questa circostanza provocarono sul momento in una parte del mondo cattolico perplessità, apprensioni e meraviglia, mentre il mondo laicista gongolante ne approfittò per presentare slealmente un Pontefice vicino alle sue posizioni. Vorrei quindi limitarmi solo ad esprimere come, a mio modo di vedere, si debbono interpretare in realtà alcune parole del Papa, in modo da scorgerne la continuità col perenne insegnamento della sana ragione, della Chiesa e della fede.

Può sorprendere, innanzitutto, nelle lettera che il Papa ha scritto a Scalfari, la sua dichiarazione: «Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”», quando sappiamo bene come questa espressione è tradizionale non solo nella filosofia ma anche nel linguaggio del Magistero, per indicare Dio o la verità divina; ma per capire che cosa intende dire il Papa, dobbiamo leggere le parole seguenti: no alla verità «assoluta», “nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!”.
Da notare che qui il Papa non sta parlando della verità in generale o della verità come tale, ma della verità divina, la quale in Dio è identica all’amore (1). Dobbiamo quindi fugare un sospetto di volontarismo che potrebbe emergere da una lettura superficiale delle parole del Pontefice.

Udienza generale di Papa Francesco

Il Santo Padre durante l’udienza generale

Ciò che in questo contesto sta cuore a Papa Francesco è ricordarci che Dio è in relazione col mondo, con quel mondo che Egli ha creato liberamente per amore e ciò soprattutto mediante il mistero dell’Incarnazione. Così pure il nostro relazionarci con Lui, diverso in ciascuno di noi, fa sì che la stessa verità divina si relazioni con noi in modi diversi per ciascuno di noi.
Per questo e in tal senso la verità divina è una relazione di Dio col mondo: Dio conosce il mondo; la verità è relazione intenzionale di un soggetto con un oggetto: adaequatio intellectus et rei, come dice San Tommaso, anche se nel caso di Dio non è Lui che deve adeguarsi alle cose, ma sono le cose che sono adeguate al pensiero progettatore e creatore che Dio ha di esse.

Ma la relazione di Dio col mondo è anche amore, perché Dio ama il mondo e in Dio verità ed amore, come si è detto, s’identificano nella semplicità assoluta dell’essenza divina. Il Papa vuol concentrare l’attenzione su questo punto ed in tal senso respinge qui l’espressione “verità assoluta”.
Non possiamo immaginare infatti che il Papa non continui a considerare col linguaggio tradizionale Dio in se stesso come l’Assoluto e la Verità assoluta, perché il termine “assoluto”, entrato da alcuni secoli nel linguaggio filosofico e teologico, può essere sinonimo di “divino”, anche se è vero che non tutto ciò che è assoluto è divino, perché un ente finito può essere assoluto per un aspetto e relativo per un altro. Invece Dio è assoluto sotto ogni punto di vista: è assolutamente assoluto (2).

È ragionevole e necessario distinguere verità relative da verità assolute e dalla verità assoluta. Errato sarebbe, come sembra supporre Eugenio Scalfari, che esistano solo verità relative. È questo l’errore del relativismo, riscontrabile per esempio nella filosofia di Auguste Comte (sec. XIX), che dice: «Tutto è relativo, e questo è il solo principio assoluto» (3). Verità relativa può dirsi o in rapporto all’oggetto o in rapporto al soggetto. Se dico “oggi è mercoledì” ed è effettivamente mercoledì, questa verità è relativa all’attuale giornata di mercoledì, passata la quale quell’affermazione, in rapporto all’oggetto (che giorno è?), cessa di esistere. Infatti se dico “oggi è mercoledì”, mentre è giovedì, sono nel falso. Se invece si considera il soggetto che fa l’affermazione, questa può essere o apparire vera solo in rapporto al soggetto, ma essere falsa da un punto di vista oggettivo, o perché il soggetto è in buona fede, sbaglia senza saperlo (la cosiddetta “verità soggettiva”, “ignoranza invincibile”) o perché è in mala fede, cioè si oppone volontariamente alla verità (“ignoranza affettata o colpevole”). Da notare che, dal punto di vista morale, nel primo caso il soggetto che pecca resta innocente davanti a Dio, mentre è colpevole nel secondo caso.

Gay-pride

“signorine” in rosa confetto al gay pride … a Sodoma e Gomorra avevano più buon gusto

Così, per esempio, non è difficile dimostrare che dal punto di vista della legge morale la sodomia è oggettivamente peccato; tuttavia, data l’attuale indegna campagna di esaltazione di questo peccato, non è facile sapere se quel dato omosessuale sappia o non sappia di peccare. In tal senso il Papa pronunciò quella famosa frase: «Chi sono io per giudicare?». Siccome però la verità si regola sull’oggetto, tutti siamo obbligati a cercare la verità oggettiva, ossia il reale come è in se stesso, ma può accadere che sembri vero ciò che non lo è, per cui restiamo ingannati o ci inganniamo. E ciò o perché erriamo involontariamente o perché ci chiudiamo colpevolmente alla verità. Nel primo caso siamo scusati, nel secondo meritiamo di essere redarguiti.

Qui ha molta importanza il principio della coscienza. Quando il Papa dice che anche l’ateo deve seguire la propria coscienza, il Papa non per questo approva l’ateismo (ve lo immaginate un Papa ateo?). Papa Francesco non insegna che la coscienza individuale o soggettiva è fonte assoluta della verità, ma evidentemente si riferisce al principio della libertà di coscienza (o di religione) proclamato dal Concilio, il quale ci ricorda che anche chi erra in buona fede, tuttavia deve seguire la propria coscienza ed è innocente davanti a Dio [si veda su questo tema il precedente articolo di Ariel S. Levi di Gualdo, qui].

Per questo lo Stato e la Chiesa devono consentire all’errante uno spazio di libertà, salve naturalmente le esigenze fondamentali del bene comune. Esistono infatti valori fondamentali per la convivenza umana, la cui contravvenzione è inescusabile e che pertanto comunque deve essere impedita o riparata, sia o non sia in buona fede l’errante o il criminale. Si tratta di un principio già insegnato da San Tommaso d’Aquino, quando dice che la coscienza erronea obbliga (4), ma nel contempo è chiaro che anche il buon Aquinate ammette alla tolleranza dei limiti invalicabili.
La coscienza soggettiva della propria innocenza o del proprio buon diritto, anche se oggettivamente ed involontariamente infondata, è di grande consolazione e conforto, quando si resta isolati ed incompresi in un ambiente ostile, perseguitati da leggi ingiuste, traditi dagli amici, oppressi dai superiori, disprezzati dai sudditi, calunniati dai bugiardi, diffamati dai malevoli o maltrattati dai prepotenti a causa della verità e della giustizia.

Urna di Santa Lucia

urna contenente le spoglie di Santa Lucia vergine e martire siracusana

Questa coscienza che in tali prove sa rinunciare ai consensi ed all’appoggio umani, è quella che caratterizza la fortezza e la libertà degli eroi, dei santi e dei martiri, sia nella storia civile che in quella della Chiesa. In tal senso Cristo proclama beati i perseguitati a causa della giustizia ed annuncia ai suoi discepoli: “sarete odiati da tutti a causa del mio nome” [Mt 10.22]. Invece, chi evita accuratamente o furbescamente di non esser odiato dal mondo per amore del mondo, per non far brutta figura davanti a lui o per non avere noie, ha una coscienza sporca e farisaica o quanto meno è un vile e non è degno discepolo di Cristo, come dice il divino Maestro: “Chi si vergognerà di me e della mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, si vergognerà di lui il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi” [Mc 8,38].

È utile in questa questione dell’oggettività (assolutezza) – soggettività (relatività) della verità ricordare anche la corrispondente distinzione fra verità gnoseologica o relazione di verità come atto dell’intelletto e verità ontologia come cosa vera oggetto del conoscere. La relazione di verità, che fa riferimento al soggetto – la verità come relazione, per dirla col Papa – è di per sé assoluta e immutabile, anche se l’oggetto è mutevole: se è vero che oggi è mercoledì, e dico che oggi è mercoledì, questa proposizione, in relazione al mercoledì che è passato, resterà vera in eterno (giudizio vero), ossia in assoluto, anche se il mercoledì (oggetto del giudizio) è passato. Invece, se l’oggetto è mutevole, anche l’affermazione, proprio per essere vera, deve mutare in conformità al mutare dell’oggetto, per cui in rapporto all’oggetto la verità muta ed è relativa al mutare dell’oggetto. Se giunge il giovedì e continuo a dire che oggi è mercoledì, evidentemente sono nel falso.

Cop_SanTommaso

l’opera di Gilbert Keith Chesterton dedicata al Doctor Angelicus

Le verità relative quindi sono mutevoli, invece la verità assoluta – umana o divina – è immutabile, perché per definizione è quella verità che non prevede mutamento né nell’oggetto, né per conseguenza nel soggetto o giudizio: sono le verità oggettive, fondamentali ed universali proprie della ragione e della fede. In tal senso si dice che la verità è “una sola”, pena la negazione del principio di non-contraddizione.
Parlando di verità relativa, il Papa precisa però che non intende sostenere alcun soggettivismo. Infatti dire verità “soggettiva” (come l’abbiamo definita sopra) non significa necessariamente soggettivismo. Il soggettivismo infatti è la pretesa arbitraria ed individualistica del singolo soggetto di essere la regola della verità, quando invece, come ho detto, la regola della verità è l’oggetto (che può esser qualcosa del proprio io, questo non vuol dir nulla). Nel soggettivismo la verità non è più una sola, ma ciascuno si costruisce la propria “verità” come crede e come gli fa comodo. Le verità possono essere molte nel senso di molte cose vere, ma non come si è detto, dal punto di vista della relazione di verità.
Per capire questo, bisogna ricordare le distinzioni che ho fatto sopra. Infatti, dalla definizione che ho appena dato, risulta che soggettivismo si dà, quando il soggetto singolo pretende di essere la regola assoluta della verità, cosa evidentemente alienissima dalle intenzioni e dalle parole del Papa. Soggettivismo si ha, per esempio, nel solipsismo idealista dell’io assolutizzato e totalizzante, considerato come fonte unica della verità assoluta e di ogni altra verità (5).
È vero che nella Bibbia non si parla di “assolutezza” come attributo divino. Non esiste nemmeno la parola (6). Nemmeno S.Tommaso considera Dio come l’Absolutum, nè parla di veritas absoluta. Invano tra gli attributi divini elencati nella Summa Theologiae cercheremmo l’attributo dell’assolutezza. Tra l’altro ai tempi di Tommaso si dà solo il concreto “assoluto”, ma non l’astratto “assolutezza”.

Viceversa l’absolutum per l’Aquinate è un attributo normale per le realtà finite sostanziali, formali o materiali. Per esempio, nel campo della logica, per lui l’universale astratto è un absolutum, in quanto è atemporale, libero e indipendente (ab-solutum) dagli individui che gli sottostanno. Per capire infatti che cosa è l’assoluto, è utile considerare l’etimologia della parola, alla quale l’Aquinate strettamente si attiene. Solo col secolo XIX che in teologia, soprattutto nell’idealismo tedesco, sorge l’exploit dello “Assoluto”. Per indicare Dio, si comincia a parlarne come dell’“Absolute”. La tendenza monistica propria di Hegel risolve tutto il reale nell’Assoluto, per cui esiste solo l’Assoluto, tutto è Assoluto, tutto è nell’Assoluto, l’Assoluto è in tutto (immanentismo), in quanto tutto è Uno. E l’Assoluto appunto è Uno.

hegel 3Per Hegel un “altro” dall’Assoluto, a lui esterno, relativizzerebbe lo stesso Assoluto, perché, per distinguersi dall’Assoluto, dovrebbe avere qualcosa che l’Assoluto non ha. Ma un Assoluto che non è Tutto, non è più assoluto. Inoltre spezzerebbe l’unità dell’Uno-Tutto. Ad Hegel sfugge però che invece ,questo “altro” dall’Assoluto, può benissimo esistere come ente relativo all’Assoluto (“essere per partecipazione”, come dice San Tommaso), il che è appunto la condizione dell’essere creaturale, come è appunto nella dottrina biblica di Dio creatore del mondo, necessariamente esterno a Dio (opus ad extra), giacchè tutto ciò che c’è in Dio è Dio. Inoltre Hegel non comprende che il creato non spezza l’unità divina, perché non si pone sullo stesso piano di Dio in competizione con lui, ma infinitamente al di sotto (trascendenza divina), come immagine, effetto o segno della divinità.

Per Hegel invece, nulla esiste al di fuori dell’Assoluto, e siccome però egli non rinuncia ad ammettere anche il relativo, ecco che per lui, visto che il relativo non può esser fuori dell’Assoluto, l’Assoluto stesso è concepito come includente in sé il relativo, ossia il mondo. Dio diventa mondo e il mondo diventa Dio. Per questo in fin dei conti l’Assoluto hegeliano non è un vero Assoluto, indipendente dal relativo, ma paradossalmente, proprio per esser assoluto, per essere Dio, ospita nella sua propria essenza divina il mondo, secondo la celebre asserzione: “Dio non è Dio senza il mondo”.

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immagine di Georg Wilhelm Friedrich Hegel ritoccata da dei ragazzi in vena di scherzi. Il termine Swag, tradotto in italiano come “bottino” o “refurtiva“, nello slang dei giovani è il degno sostituto della parola “cool” identificando quindi una persona, un capo di abbigliamento o, in generale, un oggetto che ha stile.

Per Hegel non si può dare un puro Assoluto, un Assoluto assolutamente semplice, ma l’Assoluto stesso è relativo al mondo, è “storicizzato”, benchè poi Dio venga, dal punto di vista di Hegel, ad essere relativo solo a Se stesso, dato che il mondo stesso è in Dio coincidente con l’essenza divina. Ma ciò toglie evidentemente la distinzione fra Dio e il mondo e si cade nel panteismo.

Saremmo naturalmente fuori strada se interpretassimo in questo senso le parole del Papa, il quale sa benissimo dalla fede e dalla ragione che Dio, nella sua infinita perfezione, potrebbe esistere anche senza il mondo, essendo Egli appunto l’Assoluto, l’Infinito, l’Eterno, l’Essere perfettissimo e quindi del tutto autosufficiente. Un “Assoluto” in se stesso relativo al mondo non potrebbe essere un vero Assoluto, perché relazione dice dipendenza da ciò con cui si è in relazione. Il mondo dipende da Dio ma Dio non dipende dal mondo. Dio ha relazione col mondo nel senso che lo ha creato, lo conosce e lo ama, ma non nel senso che dipenda dal mondo. Ora, come si è visto, l’indipendenza è il carattere dell’assolutezza. Se di fatto, con la creazione e ancor più con l’Incarnazione, Dio si è posto in relazione col mondo, è semplicemente perché lo ha liberamente voluto per amore del mondo, né ciò discende necessariamente o “logicamente” dall’essenza divina, come credeva Hegel.

La questione dell’ “Assoluto”, ignorata dall’illuminista Kant, balza in primo piano nella filosofia romantica di Fichte, Schelling ed Hegel. Ma per loro l’Assoluto non è più ciò che intendeva San Tommaso. Per questi, ab-solutm vuol dire bensì sciolto, libero, indipendente, autosussistente, autosufficiente, che se ne sta per conto proprio, cose che potrebbero convenire a Dio. Ma di fatto in Tommaso, come ho detto, non è un attributo divino, ma una categoria logico-ontologico-morale di tipo analogico. Se vogliamo, “assoluto” significa anche “slegato”, ma non con la sfumatura negativa che sembra possedere nelle parole del Papa, perché l’absolutum può avere legami di fatto: l’universale, per quanto in sè indipendente dall’individuale, di fatto è presente nell’individuale (unum in multis). Dio, benchè indipendente dall’uomo, ha voluto legarsi con l’uomo con un patto d’amore.

Pensiamo anche all’ “assoluzione sacramentale”. “Assolto” viene da absolutum, participio passato di absolvo, che vuol dire qui sciogliere da legami che rendono schiavo o prigioniero, ossia i legami del peccato. Chi è assolto dai peccati è libero, integro e felice. Viceversa, come si è detto, è il relativo che non si addice all’essenza divina, perché relativo dice dipendente e Dio chiaramente non dipende da nessuno. Solo nel mistero trinitario esistono relazioni divine, le Persone divine, che però non dicono dipendenza, ma si parla di “relazione” solo di origine nell’uguaglianza dell’unica natura divina. Il Figlio, per esempio, ha origine dal Padre, ma non è dipendente dal Padre come l’inferiore dipende dal superiore, o l’effetto dalla causa, ma solo perché è generato dal Padre, che gli è uguale nella comune natura divina.

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… il Verbo si fece carne

La relazione qui non è un accidente, ma è sussistente, perché è Persona divina, per la quale la Persona relazionata è identica nella natura divina con la Persona relazionante. Per questo Dio resta l’Assoluto: Dio e la Trinità sono un unico Essere assoluto, Dio stesso. E se nella Bibbia non troviamo l’attributo dell’assolutezza, troviamo però attributi equivalenti. L’assolutezza in certo senso li riassume tutti: la libertà, l’indipendenza, la bontà, l’eternità, la totalità, l’infinità, la maestà, la perfezione, l’immutabilità. L’attributo dell’assolutezza conserva il suo valore anche se di fatto Dio ha creato un mondo, si è incarnato e quindi ha una relazione di conoscenza e d’amore nei suoi confronti. Dio infatti, creando il mondo, non muta la sua natura, per cui resta in se stesso l’Assoluto. Ma è chiaro, come si è detto – e questo certo il Papa lo sa benissimo – che Dio ha creato liberamente il mondo, liberrimo consilio, dice il Concilio Vaticano I. Poteva, se voleva, anche non crearlo. Dio che non aveva bisogno di noi, ha voluto per amor nostro in Cristo mendicare il nostro amore e chiedere un bicchier d’acqua alla samaritana. “Dio, come dice Sant’Agostino, che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te”.

Da qui la dignità, certo, ma anche la contingenza del mondo e l’esistenza assolutamente necessaria di Dio. Se Dio non ci fosse, il mondo non esiterebbe. Mentre il mondo potrebbe non esistere, Dio non può non esistere, perchè è l’Essere stesso assoluto, è ciò che rende ragione dell’esistenza del mondo: è quindi l’assolutamente Necessario. E’ il Necesse-esse, come lo chiamava il grande metafisico musulmano Avicenna, più volte citato da San Tommaso.
Il mondo non dipende da Dio per deduzione logico-necessaria, come le proprietà del triangolo dipendono dall’essenza del triangolo, come pensava Spinoza. Ciò comporta l’esistenza in Dio dell’amore, un amore gratuito, generoso, misericordioso, di libera scelta. Il creato non discende dall’essenza divina, ma è effetto della divina volontà. Non diciamo che le proprietà del triangolo dipendono dal triangolo perché le ama, ma semplicemente per una deduzione logica dall’essenza del triangolo. Non è così che il mondo deriva da Dio, perché non proviene dalla sua essenza ma dal nulla, in forza della sua sapienza, della sua libertà, della sua bontà e della sua onnipotenza.

BIENNALE DEMOCRAZIA:INCONTRO CON EUGENIO SCALFARI

Foto di Eugenio Scalfari con goliardica scritta ad opera dei Papaboys

Eugenio Scalfari sembra chiedere al Papa se si può ammettere un certo relativismo delle verità. Il Pontefice avrebbe potuto polemizzare col relativismo, come ha fatto Papa Benedetto, e invece riconosce che in Dio stesso c’è un relazionarsi. Naturalmente queste parole del Papa non vanno intese in contrasto con Papa Benedetto e come approvazione del relativismo, che è un grave difetto del pensiero e della condotta morale, per il quale si “relativizza” l’assoluto non nel senso legittimo detto dal Papa, ma nel senso di fare di Dio un idolo a servizio delle proprie voglie o comunque di relativizzarlo all’uomo, quasi che l’uomo stia al di sopra di Dio.

È chiaro, come dice il Papa, che Dio, per porsi in relazione con noi e perchè noi possiamo porci in relazione con Lui, si presenta a noi di volta in volta nel modo adatto a ciascuno di noi. Ma un conto è affermare che Dio si pone in relazione con ciascuno di noi in modi relativi a ciascuno di noi e un conto è negare a Dio l’assolutezza intrinseca alla sua divina essenza, per farne o un prodotto dell’uomo o un fatto contingente della storia della cultura. E’ chiaro che su questo punto Papa Francesco è d’accordissimo con Papa Benedetto. E questi non avrà difficoltà a sottoscrivere le parole di Papa Francesco a Scalfari, intese come il Papa le intende ed ho cercato di spiegare.

Può esistere del resto un sano relativismo, quando si riconosce come relativo ciò che è effettivamente relativo e non se ne fa un assoluto. Ma come però esiste un relativismo deleterio, così esiste anche un altrettanto deleterio assolutismo, che esclude l’altro, esaspera i contrasti, e crea dualismi irresolubili, contrapponendo le posizioni contrarie in modo così assoluto, che appare impossibile ogni via di dialogo e di conciliazione. E’ la sciagura dell’ideologia. È questo certamente che il Papa vuol dire concludendo questa parte della sua lettera: “bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire”.

È interessante come in questa dichiarazione salta fuori due volte l’ “assoluto”, una volta come aggettivo e un’altra come avverbio. Il concetto di “assoluto” infatti è presente nel nostro stesso linguaggio quotidiano. La sua applicazione teologica dipende dal significato analogico del termine, che si presta sia per indicare il mondo, sia per designare Dio. Pertanto non c’è da dubitare che il Papa sa benissimo tutto ciò. Egli però crede in quell’Assoluto, che non estremizza e confonde stoltamente e gnosticamente, in una falsa “sintesi”, le posizioni in contrasto (l’essere col non-essere, il vero col falso, il bene col male), come per esempio nella dialettica hegeliana o nel panteismo di Emanuele Severino, ma che nella sua infinita, benefica ed assoluta potenza di pace e di conciliazione unisce le anime nella verità assoluta dell’eterna beatitudine.

Fontanellato, 8 novembre 2014

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

QUANDO IN FILOFOSIA E IN TEOLOGIA

IL RELATIVISMO DIVENTA SANO E CRISTIANO

dialogando in pubblico con uno dei miei maestri …

 

Carissimo Padre Giovanni,

           visto che noi tre “ragazzi” dell’Isola di Patmos siamo da tempo nel mirino di certi “tradizionalisti” e “sedevacantisti catatonici”, volendo potrei anticiparti le loro geremiadi sul sito Pizzi&Merletti, Manipoli&ChirotecheLatino che non Conosco I Love You … e via dicendo. E ciò pure se questo tuo articolo è costruito su quella magistrale “filosofia del senso comune” tanto cara al nostro confratello Antonio Livi, quindi sul tuo profondo senso ecclesiale, pastorale, teologico e metafisico. Pur malgrado, contaci: ripeteranno ciò che hanno già detto e scritto, ecco perché questa volta desidero anticiparli, tanto trite e ripetitive sono le loro argomentazioni …
… anch’io, come ricorderai, fui accusato da costoro in modo pesante. Quando infatti sulle riviste delle associazioni gay prese a spiccare la frase «Chi sono io per giudicare?», mentre i pederasti ideologici sentenziavano: «il Papa ha aperto al mondo gay», replicai con un mio articolo invitando alla corretta recezione di quella frase del Santo Padre.

         Certo, forse il Santo Padre espresse un concetto privo di spiegazioni approfondite, come del resto facciamo spesso tutti noi quando diamo per scontate certe ovvietà, che in questo mondo non sono però così ovvie e meno che mai scontate. Ecco perché in quel mio scritto precisai: «Il Santo Padre ha espresso una verità sacrosanta: nessuno di noi può infatti giudicare la coscienza più intima e profonda dell’uomo che Dio solo può leggere e di conseguenza giudicare». Da questo nasce l’ovvietà di quella espressione del Santo Padre: «Chi sono io per giudicare?». Frase che però, da giornalisti, intellettuali e politici sul libro paga della cultura del gender, privi dei rudimenti catechetici e del basilare lessico cristiano, fu mutata in tutt’altro significato espressivo, infine capovolta in modo del tutto anti-cristiano.
In quell’occasione fui aggredito dal corifeo dei soliti noti con amenità del tipo: «progressista … cripto modernista»…

          … adesso toccherà di nuovo a te, quindi preparati a leggere: «Il Padre Giovanni Cavalcoli si arrampica sugli specchi per interpretare e mitigare le parole “ereticali” di questo “antipapa”». Mentre la verità è che tu recepisci e trasmetti in coscienza, scienza e verità le parole del Santo Padre per ciò che significano e dicono e non per ciò che non significano e non intendono dire. Certo, andrebbero sempre evitate frasi monche e frasi che potrebbero suonare ambigue ad orecchie non più disposte ad udire e recepire un linguaggio cristiano. Ed è proprio in quest’ultimo caso che noi siamo chiamati a svolgere il nostro ministero di pastori in cura d’anime e di teologi, che non è certo quello di «arrampicarsi sugli specchi», ma di ricordare cosa significano nel nostro lessico certe espressioni. Cosa che dobbiamo ricordare agli ultra laicisti come a certi “tradizionalisti” che simile modo hanno perduto anch’essi il corretto vocabolario cristiano, tanto da ergersi a giudici della coscienza “collettiva” del Collegio Episcopale in comunione con Pietro, cogliendo presunte eresie persino nei più solenni atti del supremo magistero, per esempio in quelli del Concilio Ecumenico Vaticano II, da essi vergognosamente definito “ereticale” ed “apostatico” in nome di una non meglio precisata purezza cattolica, dietro la quale si cela in verità la temibile regina di tutti e sette i peccati capitali, quella che regge come solida colonna tutti gli altri sei: la superbia.
Ecco perché reputo di estrema preziosità questo tuo articolo e ritengo che sia nostro dovere tornare, di tanto in tanto, su certe precisazioni, come tu mi hai insegnato a fare assieme ad Antonio Livi. Non a caso abbiamo dato apposta vita all’Isola di Patmos per fare teologia ecclesiale e pastorale secondo la dottrina perenne ed il magistero della Chiesa, non certo secondo le nostre soggettive umoralità. E che la grazia di Dio, alla quale vogliamo essere sempre aperti — la quale passa non ultimo anche attraverso il magistero della Chiesa e l’obbedienza alla sua apostolica autorità — ci salvi sempre dalla temibile regina: quella superbia che purtroppo sta devastando i circoli sempre più chiusi e auto-referenziali di Pizzi&Merletti, Manipoli&ChirotecheLatino che non Conosco I Love You … e che in modo non solo aberrante, ma peggio diabolico, si propongono come salvatori della Chiesa fomentando giornaliero sprezzo verso il Santo Padre, che non è affatto perfetto, che può piacere o non piacere — ed è del tutto legittimo che piaccia o non piaccia — ma come più volte abbiamo ripetuto e come non ci stancheremo mai di ripetere: egli è Pietro, che piaccia o che non piaccia. E lo è per una verità di fede dogmatica che sta alla base fondante della Chiesa edificata su Pietro per il mandato a lui conferito da Cristo in persona. Ecco perché in certi casi il piacere o il non piacere è davvero relativo nel senso più squisitamente filosofico e teologico del termine. Perchè esiste, sia in filosofia sia in teologia, anche un sano e cristiano relativismo.

            Un fraterno abbraccio sacerdotale ed un ricordo nella preghiera per me alla Beata Vergine Maria di Fontanellato.

Ariel S. Levi di Gualdo

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NOTE

(1) È tesi nota della teologia classica, per esempio in S.Tommaso, che in Dio il sapere è identico all’amare. Famoso è il dogma del Concilio di Firenze del 1442 per il quale nell’essenza divina “tutto è uno, a meno che non si tratti dell’opposizione relativa delle divine persone” (In Deo omnia sunt unum , ubi non obviat relations oppositio, Denz. 1330).
(2) Per esempio la persona umana ha un valore assoluto in quanto immagine di Dio, ma ha un valore relativo in quanto creatura finita, e soprattutto fragile e peccatrice.
(3) Ci sarebbe da domandarsi come sia possibile, se tutto è relativo, che ci sia poi un principio assoluto. Ciò testimonia come anche i relativisti più spinti non possano fare a meno di un qualche assoluto, che poi non sarà più quello vero (Dio) ma l’assolutizzazione di un valore relativo.
(4) Cf Summa Theologiae, I-II, q.19. a.6
(5) Come per esempio nella filosofia di Fichte.
(6) Ma questo non vuol dir nulla: anche la parola “persona” non esiste, eppure il mistero trinitario è uno degli insegnamenti fondamentali della Bibbia.