L’Anticristo e la profezia di Vladimir Soloviev
/35 Commenti/in Attualità/da Padre ArielL’ANTICRISTO E LA PROFEZIA DI VLADIMIR SOLOVIEV
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«Ma se proprio vuoi una regola, ecco cosa ti posso dire: sii saldo nella fede, non per timore dei peccati, ma perché è molto piacevole per un uomo intelligente vivere con Dio» [Vladimir Sergeevič Solov’ëv, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo]
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Nella sua seconda visita in Germania, San Giovanni Paolo II disse nel lontano 1984: «… oggi il mondo sta vivendo il XII capitolo del Libro dell’Apocalisse dell’Apostolo Giovanni». Affermazione che dovrebbe indurci ad un preciso quesito: se il Santo Pontefice si esprimeva trent’anni fa a questo modo, oggi, in quali termini si esprimerebbe?
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Come però i fatti dimostrano, pare che da un po’ di tempo a questa parte gli Augusti Pontefici è più facile proclamarli santi e beati anziché ascoltarli e seguirli, venerando in essi e nel loro sommo magistero il mistero ed il dogma di fede del mandato conferito dal Verbo di Dio a Pietro [cf. Mt 16, 14-18]. È infatti noto e risaputo che il fare una bella cerimonia di canonizzazione in fondo non costa niente. Come non costa mettere in piedi fondazioni dedicate a San Giovanni XXIII, a San Giovanni Paolo II, al Beato Paolo VI. Qualche banca con un consiglio di amministrazione composto da massoni sempre lieti di foraggiare a botte di soldi la spocchia incontenibile di qualche vescovo e cardinale, allo scopo di colpire e di distruggere quanto meglio possibile la Chiesa da dentro, in giro per l’Italia si trova sempre, ciò che paiono invece scarseggiare sono vescovi e cardinali che facendosi carico di tutti i pericolosi rischi del caso accettino di essere linciati dalla piazza non più disposta ad ascoltare e recepire certi messaggi evangelici. O peggio: ad essere dilaniati all’interno dello stesso mondo ecclesiale per avere invitato l’esercito sempre più fitto di modernisti e di apostati a mettere in pratica ciò che certi santi e beati pontefici esortano a praticare attraverso gli atti del loro magistero, scritto per la gloria di Dio e per la salvezza dell’uomo, non per la gloria dell’uomo, che di secolo in secolo è capace di usare come pretesto Dio, la sua Chiesa e tutti i suoi Santi a gloria del proprio egocentrismo.
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Cliccare sopra l’immagine per ascoltare l’atto di rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI con traduzione del testo latino
Oggi che abbiamo mezzi di comunicazione in grado di trasmettere immagini in tempo reale, il ricordo della cerimonia di beatificazione, appresso quella di canonizzazione di Giovanni Paolo II, dovrebbe indurre a riflettere, perché mai s’erano visti sino a prima tutti i principali responsabili della condizione di degrado in cui versa oggi la Chiesa di Cristo immortalati dalle televisioni come stars a quello che loro stessi chiamavano «grande evento», intrisi di mondano clericalese e privi ormai di adeguati linguaggi ecclesiali. A festeggiare il nuovo beato e santo pontefice hanno così sfilato, in rosso e violaceo, sulle passerelle d’onore, anche tutti coloro sui quali incombe la responsabilità d’aver gettato la Sposa di Cristo sul marciapiede come una prostituta. Gli stessi a causa dei quali il Sommo Pontefice Benedetto XVI farà atto di rinuncia al ministero petrino pochi anni dopo, dichiarando di non essere più in grado, per età e per mancanza di forze fisiche, di reggere certe situazioni, che in altre parole equivale a dire: l’incapacità di far fonte a certe persone, posto che “situazioni” — semmai a qualcuno sfuggisse — vuol dire “persone”, ossia coloro che siffatte situazioni le hanno generate e che tutt’oggi le reggono in piedi facendo uso del peggiore autoritarismo e delle peggiori vessazioni verso coloro che osano denunciare il male solo perché desiderano risollevare la propria amata sposa dal marciapiede dove questi scellerati l’hanno gettata, non certo per l’inutile piacere di denunciare il male fine a se stesso.
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Lapidazione di Santo Stefano, opera pittorica del XVI sec.
Alla cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II, per reale paradosso legato come tale a quel mistero del male che ci insidia sin dall’alba dei tempi, in pratica s’è assistito a questo: … come se coloro che avevano assassinato il diacono Stefano a colpi di pietre [Cf. At 6, 8-12; 7, 54-60], pochi anni dopo lo avessero dichiarato protomartire, partecipando primi avanti a tutti alla sua cerimonia di beatificazione e magnificando a giornali, televisioni e ad un nugolo di vaticanisti privi di memoria storica, la eroicità delle sue virtù. E pensare che molti romantici sono convinti che le meretrici esercitano il loro antico mestiere solo dentro i lupanare e non dentro i palazzi ecclesiastici …
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ritratto di Vladimir Sergeevič Solov’ëv [Mosca, 16 gennaio 1853 – Uzkoe, 31 luglio 1900]
Solov’ëv scompare a inizi Novecento, secolo nel quale s’era affacciato dopo aver vissuto i travagli dell’Ottocento e profetando un futuro fatto di tanti ismi: filosofismi, liberalismi, modernismi, comunismi, psicanalismi, sociologismi, teologismi. Egli si colloca quindi nel mondo della belle époque, in anni in cui l’uomo era certo del sorgere di un mondo felice, ispirato dalle nuove grandi spinte di un progresso tecnologico che giunge talora a vere e proprie forme di idolatria della tecnologia; una tecnologia in nome della quale spesso, il pensiero moderno, ha cercato di sfrattare l’idea stessa di Dio dalla società contemporanea. Il tutto all’ombra orientata e ispirata dalla nuova religione del progresso, del principio evangelico di carità divenuta mecenatismo svuotato di sentimenti e di sostegni metafisici, in un mondo sicuro di marciare verso una èra illuminata dalla libertà di una nuova sicurezza sociale.
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Una copia d’epoca del New York Times che annuncia il disastro del Titanic
Nel primo decennio del Novecento, il mondo fu toccato da un episodio che scosse l’opinione pubblica: l’affondamento del Titanic inabissatosi alle ore 2.20 nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912 in acque temperate attorno a zero gradi. Di 2.223 passeggeri 1.523 persero la vita morendo per assideramento. Tutti erano provvisti di salvagente ed avrebbero potuto salvarsi grazie ai soccorsi, che quando giunsero poterono solo raccogliere centinaia di corpi che galleggiavano nelle acque gelide. Questo disastro, considerato il più grande nella storia della navigazione, ha prodotto una copiosa letteratura, alla quale s’è poi unita la cinematografia.
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Il Titanic fu l’espressione di un uomo certo di dominare sulle leggi della natura, invincibile e sicuro di dare vita a cose indistruttibili, inattaccabili. C’è poi un forte elemento simbolico, per dirla con un celebre maestro e col suo celebre allievo divenuti poi avversari: Sigmund Freud e Carl Gustav Jung: il ghiaccio. Questo titano inaffondabile e invincibile creato da un uomo auto proclamatosi altrettanto invincibile, non è colpito dalla calda passione del sole, ma dal ghiaccio, dal gelo al quale aveva iniziato a dare vita l’uomo moderno che può fare a meno di Dio. E mentre i maestri del moderno pensiero spingevano i locomotori verso barriere di ghiaccio, Solov’ëv non si lascia ammaliare e preannunzia in modo lucido e profetico i mali che sarebbero nati dalle metastasi che l’uomo stava mettendo in circolo; mali che poi, alla concreta prova dei fatti, ad uno ad uno si sono avverati.
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Lenin e Stalin, dipinto sovietico degli anni Cinquanta
Discorrendo nel 1880 sul Secondo discorso sopra Dostoevskij, sembra quasi che Solov’ëv intuisca le brutalità del Comunismo che dopo la Rivoluzione di Ottobre del 1917 principieranno a ripercuotersi sull’umanità, dando al mondo un assetto del tutto diverso dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. L’uomo viene spersonalizzato nel progetto sociale e politico del Socialismo Reale, divenendo da protagonista biblico dell’umanità creata a immagine e somiglianza di Dio, anonimo ingranaggio vittima di una ideologia creata a immagine e somiglianza di un uomo socialmente e umanamente corrotto, attraverso il quale si giungerà ai noti processi di disumanizzazione portati avanti da Lenin e soprattutto da Stalin.
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Statua a San Michele Arcangelo eletto protettore della Città del Vaticano, voluta dal Sommo Pontefice Benedetto XVI e poi collocata nei pressi del Palazzo del Governatorato, con la scritta sottostante a Lucifero trafitto dalla lancia: “Et portae Inferi non praevalebunt“…
Nella sua ultima pubblicazione, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, opera compiuta la domenica di Pasqua del 1900, è impressionante rilevare la chiarezza con cui Solov’ëv prevede che il secolo XX° sarà l’epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie intestine e delle rivoluzioni [Cf. Ed. Marietti pag. 184]. Dopo di che afferma che tutto sarà pronto perché perda di significato la vecchia struttura in nazioni separate e quasi ovunque scompaiano gli ultimi resti delle istituzioni monarchiche [pag. 188]. Si arriverà così alla Unione degli Stati Uniti d’Europa [pag. 195]. È invero stupefacente la perspicacia con cui Solov’ëv descrive la gran crisi che colpirà il Cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento, raffigurata attraverso l’Anticristo che riuscirà ad influenzare e condizionare un po’ tutti. In lui, come qui è presentato, non è difficile ravvisare l’emblema della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni: egli — seguita a narrare Solov’ëv — sarà un convinto spiritualista, un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo. Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea honoris causa della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza [pag. 211]. Nei confronti di Cristo non avrà un’ostilità di principio [pag. 190]; anzi ne apprezzerà l’alto insegnamento. Ma non potrà sopportarne — e perciò la censurerà — la sua assoluta unicità [pag. 190]; e dunque non si rassegnerà ad ammettere ed a proclamare che egli sia risorto e oggi vivo.
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I Tre Dialoghi ed i Racconti dell’Anticristo editi dall’Editrice Marietti
In queste righe prende forma la critica al Cristianesimo dei “valori”, delle “aperture” e del “dialogo”, dove pare rimanga poco spazio al mistero della Persona del Verbo di Dio fatto Uomo, crocifisso per noi e risorto. Tutto appare assorbito nelle melasse sentimentali delle tenerezze vaporose. Certo, abbiamo di che riflettere, se pensiamo alla militanza di fede ridotta ad un’azione umanitaria di tipo socio-culturale; al messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; alla Chiesa di Dio scambiata per un’organizzazione di promozione sociale nella quale si moltiplicano “eventi” costruiti su strategie di marketing. Siamo sicuri che Solov’ëv non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto e che non sia proprio questa l’insidia odierna più pericolosa per la “nazione santa” redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo molto inquietante che proprio per questo non dovrebbe essere eluso; ed invece proprio per questo viene rifiutato, a volte anche in modo violento, dentro la Chiesa e fuori dalla Chiesa.
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tavolta si ha l’impressione che il mondo sul baratro della follia sia troppo impegnato a difendere i “diritti” alle peggiori perversioni proprinate dalla cultura del gender, per volgere lo sguardo verso un massacro di cristiani che negli ultimi anni ha superato quello dei primi secoli di storia del Cristianesimo
Solov’ëv ha compreso a fondo il XX° secolo, forse siamo noi che non abbiamo capito lui, o non vogliamo capirlo per una chiusura reattiva-difensiva, tanto da non avergli mai prestato ascolto. Lo dimostrano molti atteggiamenti odierni di numerosi cristiani che si reputano colti ed impegnati sul versante ecclesiale, o che si reputano “cristiani adulti”. Proviamo solamente a pensare alle forme sempre più esasperate ed esasperanti di individualismo egoistico determinanti i nostri costumi e le nostre leggi attraverso le quali è progressivamente sovvertito l’ordine naturale. Basta solo analizzare quella “cultura” del gender che sta assumendo sempre più i connotati di una devastante dittatura, con tanto di censure ai sensi di legge e di condanne dei tribunali a carico di soggetti riconosciuti rei di avere espresso attraverso la libertà di pensiero e di parola un pacifico dissenso, considerato però non più diritto alla libertà di pensiero e di parola bensì reato, se in qualche modo tocca la potente mafia sociale e politica dei sodomiti, che già in più Stati hanno imposto protocolli attraverso i quali si insegnano i “valori” delle peggiori perversioni sessuali sin dalle scuole elementari, camuffati sotto la falsa etichetta luciferina di “diritto alle diversità“. In certi Paesi della decadente Europa — che ormai ammalata d’odio verso se stessa e verso le proprie radici cristiane si sta progressivamente consegnando all’Islam —, chi afferma che quella propinata da certe potenti mafie di pederasti e di lesbiche incattivite è una venefica cultura di morte che ci porterà al collasso, come già accaduto nel corso della storia a molte antiche civiltà sprofondate dalla gloria alla decadenza e per questo spazzate via, rischia ormai di finire condannato per omofobia. Per seguire col pacifismo mutato spesso in violento pacifondismo e la non-violenza mutata spesso in aggressione ideologica intrisa di sprezzo verso gli altri.
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Gli ideali di pace e di fraternità non sono più letti in chiave evangelica ma illuministica e come tali strutturati sul furore giacobino, vale a dire in chiave ideologica anti-cristiana, col conseguente risultato che dinanzi alle aggressioni ed alle peggiori prepotenze, non pochi dei nostri pastori finiscono debolmente col cedere e correndo subito a trattare con i padroni di questo mondo, oppure, come Esaù, svendono la legittima primogenitura per un piatto di lenticchie [Cf. Gen 25, 29-34], lasciando senza alcuna difesa i deboli e gli oppressi, in modo del tutto particolare se sono cattolici e cristiani perseguitati a causa della loro fede, dentro la Casa di Dio e fuori dalla Casa di Dio, perché oggi, le peggiori persecuzioni, non sono quelle dei perseguitati per la Chiesa, ma dei perseguitati dentro la Chiesa ad opera degli uomini di Chiesa.
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In tutto questo si collocano certi potenti filoni della moderna teologia che, dopo avere confuso il concetto metafisico di assoluto inteso come assolutezza della fede, col concetto socio-politico del tutto diverso di assolutismo, hanno proceduto ad una vera e propria de-costruzione e distruzione del dogma, dopo avere minato quel concetto di assolutezza della fede in virtù del quale Cristo è per noi il Verbo di Dio incarnato, morto è risorto, che come tale rappresenta il centro del nostro presente, del nostro essere e divenire futuro, quindi il fine ultimo escatologico del nostro intero umanesimo.
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Della serie ” e mo’ che m’envento pe’ stupì ” – Padre Geraldo Magela de Silva, presbitero della Diocesi di Pesqueira nel Brasile, celebra una Santa Messa per i massoni che sfilano nella Parrocchia di Nostra Signore della Concezione, ricevono l’Eucaristia e salgono sul presbiterio con squadre e compassi.
Cosa dire della virtù teologale della Carità, la più importante, come la definisce San Paolo [Cf. I Cor 13, 13], alla quale a poco a poco si è sostituito uno dei concetti più cari alla cultura massonica: la solidarietà? Non mi ripeto e mi limito a rimandare al mio articolo sulla neolingua in cui parlo delle parole svuotate del loro significato e riempite d’altro [vedere qui], il tutto sulla scia di un dramma odierno che a volte pare irreversibile: abbiamo perduto il nostro linguaggio, che è quello metafisico, per andare incontro non a “parole nuove”, ma a concetti senza senso che minano i fondamenti della nostra fede, che per esprimersi ha bisogno di chiare e precise parole, di un vocabolario comune che ci permetta di ricercare la perfezione nell’unità [Cf. Gv 17, 20-21.23].
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Qual è invece quella concreta realtà ecclesiale che molti nostri vescovoni e cardinaloni fingono di non vedere, per evitare di dover correre quanto prima ai ripari? Narrata da chi come me vive molto da dentro la vita ecclesiale come membro del Collegio Sacerdotale, la desolante realtà è questa: se mettiamo assieme tre o quattro preti scopriremo che ciascuno di loro ha un “suo” linguaggio, una “sua” ecclesiologia, una “sua” pastorale … e tutto questo finisce spesso per tradursi in una “sua” dottrina. In una sola cosa questi preti saranno uniti in un nefasto elemento comune: nello spirito clericale, nella malitia clericorum, perché quando si mina e si distrugge lo spirito ecclesiale sorge al suo posto il peggio dello spirito clericale. Se poi prendiamo come paradigma la Diocesi delle Diocesi, quella di Roma, sede della Cattedra Episcopale di Pietro, ed andiamo in giro per le parrocchie durante la celebrazione delle Sante Messe, scegliendone per esempio dieci a caso sparse per l’Urbe, scopriremo in esse dieci preti che celebrano il Sacrificio Eucaristico in dieci modi diversi, alcuni mossi pure dall’evidente spirito del …”e mo’ che m’envento pe’ stupì “? Sorvoliamo del tutto su certi gruppi neocatecumenali e carismatici che ormai hanno di fatto dei “riti” propri, inclusi riti propiziatori, animisti e sincretistici finiti nel rituale cattolico; ma sorvoliamo allo stesso modo anche su certi cosiddetti tradizionalisti, nell’ambito dei quali il numero di coloro che “adorano” gli accidenti esterni della sacra liturgia anziché le sostanze immutabili ed eterne del Memoriale Vivo e Santo, è purtroppo molto alto. Insomma: sembra talvolta di essere in un campo aperto senza possibilità alcuna di riparo con le granate che piovono da tutte le parti.
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Se non fossero chiari i risultati della “mitica” rivoluzione sessuale e della “liberazione” della donna, ecco una pubblicità dell’azienda degli stilisti Dolce&Gabbana nella quale si simula lo stupro di una autentica donna oggetto del XXI secolo, figlia della donna finalmente “liberata” quattro decenni prima dal furore dei movimenti femministi
Dopo una rivoluzione sessuale che ha manifestato un tripudio di egoismo che non ha liberato affatto la donna, ma l’ha resa veramente “oggetto” più di quanto storicamente e socialmente sia mai stata e che ha scisso la sessualità dall’amore umano, il Novecento è infine giunto a livelli tali di perversione istituzionalizzata da rendere difficile trovare adeguati eguali storici, persino andando a prendere a prestito le immagini di Sodoma e Gomorra, che però non rendono l’idea, soprattutto non rendono “giustizia” alla realtà del nostro presente.
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Il Novecento è stato il secolo più oppressivo della storia, privo di rispetto per la vita umana e privo di misericordia; e certi istinti ormai in circolo da un secolo nel sangue delle nuove generazioni non si eliminano con inviti cinetelevisivi alla tenerezza, perché il lavoro che si richiede è molto più complesso, ma soprattutto più drastico, perché basato su un rischio che non si può evitare di correre: il non piacere alle masse ed alle elites di potere. Per non parlare della misericordia vera, quella correttamente intesa, recepita e praticata secondo il Mistero della Rivelazione, esposta e riassunta in numerosi passi dei Vangeli, prendiamone solo uno tra i diversi:
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«Se il tuo occhio destro è motivo di scandalo cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» [Mt 5, 29-30]
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quale saggio medico, sarà così scelleratamente “misericordioso”, da lasciare che la cancrena assalga l’intero corpo, anziché salvarlo attraverso l’amputazione dell’arto infetto?
Se all’interno della Chiesa contemporanea qualcuno è però convinto che dinanzi ad un corpo assalito da un devastante diabete degenerativo che ha generato una cancrena al piede, sia invece molto misericordioso non amputarlo, perché non è bene privare un essere umano di un arto, in tal caso è presto detto: ci si prepari alla inevitabile conseguenza della cancrena che da lì a breve assalirà anche tutti gli altri arti del corpo.
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Il Novecento è stato il secolo che ha assistito allo sterminio degli ebrei, che non è stato il solo, anche se pochi ricordano il genocidio degli armeni a cavallo della prima guerra mondiale. Nessuno commemora le decine e decine di milioni di uccisi sotto il regime sovietico e pochi si avventurano a fare il conto delle vittime sacrificate nelle varie parti del mondo all’utopia comunista. Nel corso di questo secolo si è imposto a intere popolazioni l’ateismo di Stato, mentre nell’Occidente secolarizzato si è diffuso un ateismo edonistico e libertario, fino ad arrivare all’idea grottesca della “morte di Dio”.
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Vladimir Sergeevič Solov’ëv
Solov’ëv è stato profeta e maestro inattuale e inascoltato, a lungo relegato nella letteratura visionaria. In realtà è stato un appassionato difensore dell’uomo schivo ad ogni filantropia. È stato un apostolo infaticabile della pace e avversario del pacifismo. Auspicò l’unità tra i cristiani e fu duramente critico verso ogni irenismo. Fu innamorato della natura ma totalmente distaccato dalle odierne infatuazioni ecologiche, o per dirla in breve: fu amico innamorato della Verità rivelata del Verbo di Dio e nemico ostile di ogni ideologia e di ogni socio-teologia pseudo religiosa. Queste sono le guide di cui oggi abbiamo estremo bisogno, assieme alla vera misericordia. Non abbiamo bisogno, né mai un corpo infetto da arti in cancrena sarà salvato con l’acqua distillata della vaporosa tenerezza, né con la misericordia mutata in misericordismo, perché è solo con la grande misericordia del bisturi, che un corpo affetto da cancrena può essere salvato …
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Ottava di Natale 2014: Adeste fideles! Eseguito da Andrea Bocelli

Autore
REDAZIONE
dell’Isola di Patmos
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Cari Lettori
I NOSTRI CARI AUGURI PER UN INIZIO FELICE DELL’ANNO 2015 NELLA GRAZIA DEL VERBO INCARNATO, CON L’AUSILIO E CON L’INTERCESSIONE DEL BEATO GIUSEPPE, DELLA BEATA VERGINE MARIA E DELL’APOSTOLO GIOVANNI PROTETTORE DELL’ISOLA DI PATMOS E DEI SUOI ORMAI NUMEROSI VISITATORI
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Approfondimento della dottrina? No, è tradimento
/7 Commenti/in Attualità, Tutte/da Padre AntonioAPPROFONDIMENTO DELLA DOTTRINA? NO, È TRADIMENTO
L’anti-dogmatismo non è, alla fonte, soltanto un atteggiamento irrazionale, superficiale e incoerente: è molto peggio, è qualcosa di estremamente pernicioso per la vita di fede della comunità cristiana, perché nasce da un progetto teoricamente ben strutturato che mira decisamente ad attuare nella Chiesa quelle riforme che da anni Hans Küng ed i suoi discepoli, ad esempio Enzo Bianchi, hanno teorizzato come necessarie al “cammino” della Chiesa nella storia e hanno profetizzato come di imminente realizzazione […]

Autore
Antonio Livi
Il termine che si sente ripetere in questi giorni, anche dopo l’intervista di Papa Francesco a La Nación, è quello della necessità di un adeguato “approfondimento” della dottrina [vedere qui]. È la tesi di Gianni Gennari [sul Corriere della Sera] a proposito dell’auspicata “retromarcia” del Magistero sui metodi naturali: grandi cambiamenti, ma che sarebbero solo “approfondimenti” della dottrina dell’Humanae vitae. Per analogia questo schema interpretativo viene applicato alla questione “sinodale”, quella della comunione per i divorziati che si sono sposati civilmente. Peraltro questa tesi è sposata anche da Andrea Tornielli (La Stampa), che già tempo fa parlava di “approfondimenti” in riferimento alla nuova dottrina conciliare sulla libertà religiosa.

… viviamo nel mondo delle “etichette”

ritratto del Sommo Pontefice Pio XI
Vedendo il ricorso a questa etichetta che i media stanno applicando ai progetti di riforma della dottrina sui sacramenti (il Matrimonio, la Penitenza e l’Eucaristia) mi sono reso conto ancora una volta di quanto sarebbe auspicabile che i giornalisti si limitassero a informare sull’attualità degli eventi ecclesiali senza continuare a confondere le idee ai cattolici con le loro interpretazioni sociopolitiche [vedere mio precedente articolo qui].
Qualsiasi etichetta apposta ai fatti della Chiesa, anche se appare giornalisticamente efficace, non aiuta affatto a capire di che cosa si tratta. L’etichetta è una pretesa di interpretazione facile e rapida, “prêt-à-porter”, ma l’effetto sull’opinione pubblica è negativo, non solo per l’inevitabile superficialità di questo genere di interpretazione ma anche e soprattutto per il messaggio che indirettamente veicola. L’«approfondimento», etichetta dalla quale sono partito, non è un’eccezione alla regola: il messaggio che con essa viene veicolato è che la Chiesa cattolica, sotto il pontificato di Papa Francesco, procede rapidamente verso un mutamento sostanziale della sua dottrina morale, e di conseguenza procede ineluttabilmente verso un mutamento radicale della sua prassi pastorale, con il plauso di tutti, credenti e non credenti.
Quelli che sono etichettati come “approfondimenti” sono dunque, nelle intenzioni di chi le sponsorizza, dei mutamenti sostanziali della dottrina fin qui insegnata dal Magistero, e andrebbero pertanto etichettati piuttosto come “rottura” con la Tradizione. Si tratta infatti di “piccoli passi” nella direzione di una normativa che andrebbe a rivoluzionare la struttura stessa della disciplina ecclesiastica, a tal punto che – se effettivamente fossero adottati dall’autorità ecclesiastica – comporterebbero una riforma radicale della dottrina: ma non nel senso indicato da Benedetto XVI («riforma nella continuità del medesimo soggetto Chiesa») ma nel senso che papa Ratzinger considerava inaccettabile, ossia di una vera e propria “rottura” con la Tradizione, ossia con la dottrina del Magistero, dal Concilio di Trento al Vaticano II, dall’enciclica Casti connubii di Pio XI all’esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II.

esortazione apostolica di San Giovanni Paolo II
Certo, abbiamo sentito in occasione della prima fase del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, non pochi teologi e alti prelati auspicare il superamento (cioè l’abolizione) degli insegnamenti di Paolo VI (Humanae vitae) e di Giovanni Paolo II (Familaris consortio), e poi abbiamo sentito, nella medesima occasione, altri teologi e altri prelati che hanno fatto notare che questi cambiamenti sono in contraddizione, non con dettagli senza importanza, ma con il significato essenziale, profondo, del messaggio trasmesso dalla Chiesa in quei documenti.
Chi scava in profondità, con la ragione teologica, per scoprire quel messaggio nella sua essenza di verità rivelata, si rende conto che una proposta che risulti in netta contraddizione con esso non è che la sua negazione. Insomma, una rivoluzione, una rottura, non certamente uno dei tanti modi con cui può avvenire ed avviene di fatto che la Chiesa progredisca nella comprensione della verità rivelata, secondo la formula, teologicamente perfetta, di una «evoluzione omogenea del dogma». «Omogenea» è quell’evoluzione che porta a una dottrina che rientra nel medesimo “genere”, ossia non propone una dottrina di altro genere, bensì la medesima dottrina arricchita di modifiche accidentali, con applicazioni pastorali. Insomma, una rottura non può essere chiamata «approfondimento».

Il termine «approfondimento» è usato dai “vaticanisti”, nella loro proverbiale sudditanza psicologica al linguaggio di volta in volta prevalente nella cultura di massa, perché è il termine che si usa per i commenti e i dibattiti al margine di una notizia. Se i fatti sono separati dalle opinioni, le opinioni sono l’«approfondimento». Che così si chiama perché si ripromette di approfondire il significato di una situazione di attualità o di un fatto di cronaca, senza però l’intenzione di annullarlo. Nessun approfondimento riguardo alla “mafia capitale” finisce col negare che ci sia stata un’inchiesta della magistratura e di conseguenza uno scandalo e delle gravi ripercussioni politiche. Approfondire vuol dire andare in profondità, e andando in profondità si trova il “nucleo aletico” di un evento o di una teoria, che è ciò che nel corso dell’analisi resta tale e quale.
Se invece cambia, non si può più parlare di «approfondimento»: si deve parlare di “rivoluzione scientifica” (Thomas Kuhn). Applicando questo criterio epistemico alle discussioni in atto in ambito ecclesiale, non si può etichettare come «approfondimento» la proposta di una riforma sostanziale, che piace a chi patrocina l’avvento della nuova “Chiesa universale” di stampo “ecumenico” e “umanistico” dove siano recepite le istanze dello scisma di Oriente e della riforma luterana.
Queste mie distinzioni possono sembrare cavilli o bizantinismi astratti di fronte a questioni così vitali e coinvolgenti come l’accesso dei cattolici divorziati alla Comunione o l’uso dei contraccettivi nel matrimonio tra fedeli. Ma – dico io – se un giornalista o un lettore di giornali non ama addentrarsi in questa problematica teologica, si occupi di altro: nessuno gli chiede di avere un parere personale in merito alle polemiche di scuola tra teologi o in merito alle nomine e alle destituzioni di alti ecclesiastici. Se si tratta di un non credente, si disinteressi di questi problemi interni della Chiesa. Se invece è credente, si interessi solo di quello che la Chiesa insegna in queste e nelle altre materie, senza preoccuparsi di interpretare le intenzioni segrete del Papa o di giudicare se al Sinodo dei vescovi abbiano ragione i conservatori o i progressisti.

la “scorrettezza politica” del teologo domenicano Yves Congar
Nessuno vorrà seguire il mio consiglio; ma allora, se uno intende entrare nel merito di questi problemi, l’unico criterio serio di valutazione è quello teologico, non certamente quello socio-politico, che va bene solo per la cronaca di altro genere: finanziaria, parlamentare, giudiziaria. E il criterio di valutazione deve esser fornito da persone competenti, le cui considerazioni vanno analizzate con pazienza e con l’intenzione di capire nozioni complesse, legate a premesse teoriche non immediatamente intuibili e a una massa enorme di dati storici. Se si farà questo sforzo, la prima cosa che si comprenderà è che ogni vero approfondimento della dottrina rivelata è una migliore com- prensione della sua trascendenza rispetto alle vicissitudini storico-culturali.
Detto questo, aggiungo: l’intenzione implicita di chi parla di “approfondimenti” è di far giungere all’opinione pubblica cattolica il messaggio di una nuova pastorale che dovrebbe prescindere dal dogma: non solo ignorando nei fatti ma anche proclamandone indirettamente l’inutilità o peggio ancora la funzione negativa, di “freno” alle novità che sarebbero suggerite dallo Spirito Santo.
E qui colgo l’occasione per ripetere ancora una volta che questo anti-dogmatismo non è, alla fonte, soltanto un atteggiamento irrazionale, superficiale e incoerente: è molto peggio, è qualcosa di estremamente pernicioso per la vita di fede della comunità cristiana, perché nasce da un progetto teoricamente ben strutturato che mira decisamente ad attuare nella Chiesa quelle riforme che da anni Hans Küng ed i suoi discepoli (Enzo Bianchi) hanno teorizzato come necessarie al “cammino” della Chiesa nella storia e hanno profetizzato come di imminente realizzazione.
Queste riforme, che sono ben altro che un mero “approfondimento”, snaturerebbero la Chiesa di Cristo, facendole rinnegare quella coscienza di sé come «sacramento universale di salvezza», non tanto per gli adattamenti della sua azione pastorale alle necessità contingenti (adattamenti che peraltro sono necessari, tant’è che ci sono sempre stati) quanto per il carisma dell’infallibilità (che le consente di custodire e interpretare secondo la “mente di Cristo stesso” la verità rivelata) e per la promessa dell’indefettibilità (grazie alla quale essa è sempre stata e sarà sempre santa, cattolica e apostolica, capace di amministrare il sacramenti della grazia).

… un Pontefice che aveva intuito tutto
Trovo alquanto ipocrita l’uso dell’etichetta dell’ approfondimento per propagandare una riforma della Chiesa che finisca per abolire i fondamenti dogmatici della sua fede e della sua disciplina. Perché – come ho spiegato a più riprese – non esiste una prassi che non si richiami, almeno implicitamente, a una teoria, ossia a dei principi regolatori dell’azione, a delle mete da raggiungere in quanto considerate in sé positive, apportatrici di progresso e di felicità.
L’antidogmatismo non è altro che la retorica ipocrita di chi, mentre nega al dogma la sua funzione di orientamento della coscienza religiosa, opera in vista di determinati mutamenti della Chiesa che ritiene necessari per la realizzazione della sua utopia politico-religiosa. Il dogma cattolico, che è la verità rivelata da Dio in Cristo, viene messo da parte non perché lo si considera una teoria astratta dalla quale non possa derivare una prassi “aggiornata” ma perché si è scelta una teoria diversa, anzi opposta, in base alla quale si vuole favorire una prassi riformatrice o rivoluzionaria. Insomma, ci si dichiara nemici del dogma come tale, ma in realtà si è sostenitori fanatici di un diverso dogma.

… uno scrittore che aveva intuito tutto
Se uno ascolta tante voci di segno progressista e riformatore, noterà che alcuni, i teologi più ascoltati, hanno il coraggio di parlare chiaramente di questi principi dogmatici, riconducibili allo storicismo, declinato in chiave dialettica secondo lo schema hegeliano del «superamento mediante la negazione» (Aufhebung) del quale ho già parlato in varie occasione (vedi quello che ho scritto su Hans Kung e la sua ecclesiologia, qui). Ma tanti mediocri discepoli e timidi accoliti di questi opinion makers ecclesiali non hanno il coraggio e la capacità intellettuale di dichiarare a quale sistema ideologico e a quali principi dogmatici si ispirano nel proporre certe mutazioni della prassi pastorale come necessarie al progresso della Chiesa nel tempo che sitiamo vivendo. Ecco che allora viene fuori l’insulso discorso della pastorale che, pur rispettando a parole la dottrina, la contraddice nei fatti. E questa contraddizione la presenta ipocritamente come «approfondimento».
Ottava di Natale

In notte placida
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L’articolo qui riprodotto è stato pubblicato il 21 dicembre 2014 sulla rivista telematica
“Puer Natus in Bethlehem. Alleluia!” – Felice Natale [versión disponible en español]
/in Attualità/da Redazione” PUER NATUS IN BETHLEHEM. ALLELUIA! ” – FELICE NATALE

VIGILIA DI NATALE

Prologo del Vangelo di San Giovanni Apostolo
Con grande gioia rivolgiamo a tutti i nostri Lettori ed a tutte le nostre Lettrici un felice augurio di Buon Natale nella gioia del mistero ineffabile del Verbo di Dio fatto Uomo.
Per noi sacerdoti, questi sono giorni di particolare lavoro pastorale, motivo per il quale torneremo tra di voi con i nostri articoli solamente verso la fine di questo mese.
Cogliamo l’occasione per informarvi che alle porte di questo Santo Natale L’Isola di Patmos ha festeggiato i suoi primi due mesi di vita, nel corso dei quali il sito della nostra rivista telematica è giunto ad una media di circa 1.000 visite al giorno per un totale di circa 50.000 visite complessive.
Ancora una volta vi invitiamo a sostenerci, perché per poter far fronte alle spese della gestione dell’Isola di Patmos possiamo confidare solo sulla vostra generosità [vedere QUI]
A tutti voi giunga il nostro più sincero augurio di pace, grazia e benedizioni da Dio.
Ariel S. Levi di Gualdo
Antonio Livi
Giovanni Cavalcoli OP
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Puer Natus in Bethlehem, Alleluia!
Il successo del Cardinale Carlo Maria Martini [versión disponible en español]
/1 Commento/in Attualità, Tutte/da Padre GiovanniIL SUCCESSO DEL CARDINALE
CARLO MARIA MARTINI
Il martinismo è ancora più insidiosamente pericoloso del rahnerismo, che ne è il fondamento teologico. Infatti, Rahner ha dei princìpi gnoseologici, logici e metafisici contrari al dogma cattolico, che Martini, assai meno dotato dal punto di vista speculativo, non ha esplicitamente assunto […]

Giovanni Cavalcoli OP
Un bisogno urgente della Chiesa di oggi, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, è ancora quello di un sua retta e piena
applicazione, cosa che non esclude la necessità o l’opportunità di alcune modifiche o correzioni di alcune direttive pastorali, che soprattutto alla prova dei fatti, si sono rivelate meno prudenti o addirittura controproducenti.
Per quanto invece riguarda l’aspetto dottrinale o dogmatico del Concilio, il problema, ancora dopo tanto tempo, resta quello della retta interpretazione, a causa di un linguaggio non sempre chiaro, di alcune sue dottrine, soprattutto quelle nuove, che esplicitano e sviluppano i dati di fede tradizionali.
Il Magistero della Chiesa, in questi cinquant’anni, si è molto adoperato per spiegare il vero senso delle dottrine conciliari — basti pensare le encicliche del Beato Paolo VI o di San Giovanni Paolo II o il Catechismo della Chiesa Cattolica —; ma nel contempo non ha operato abbastanza per correggere le cattive interpretazioni, soprattutto di marca modernista, che nel corso del tempo hanno preso sempre più piede procurandosi la patente di interpretazione migliore, più moderna e avanzata di quella proposta dagli stessi Pontefici, che essa è riuscita a far apparire a molti come superata e legata alla teologia del pre-concilio.

“Pop&Rock”. Il Cardinale Oscar Maradiaga e la nuova pastorale sassofonica. Nulla da dire: i tempi cambiano ed è bene che cambino. Senza però andare ai “tempi sospetti” del pre Concilio Vaticano II e rimanendo invece nell’ambito dei pontificati dei pontefici del post concilio, una domanda sorge spontanea: come avrebbero reagito San Giovanni XXIII ed il Beato Paolo VI, ma forse anche il San Giovanni Paolo II degli anni Ottanta, dinanzi ad una immagine del genere? Lo avrebbero nominato membro di un gran consiglio di saggi cardinali? Meditate gente, meditate …
Purtroppo i Pontefici nel tentativo generoso di conservare il dialogo con i modernisti, non si sono sufficientemente difesi da queste accuse, sicchè è successo che essi stessi hanno in qualche modo permesso, forse per non provocare mali maggiori, che nel mondo cattolico si diffondesse e si affermasse una duplice visione della Chiesa e del cattolicesimo, quasi due correnti di pari legittimità e coesistenti nonostante i contrasti tra di esse: una corrente di maggioranza, o quanto meno assai potente ed influente a tutti i livelli della Chiesa, pastori e fedeli, con esponenti presenti nella stessa gerarchia e collegio cardinalizio, e soprattutto negli ambienti teologici e accademici, forte di potenti mezzi pubblicitari, espressione dell’interpretazione modernistica del Concilio, e una corrente di minoranza, fedele all’interpretazione dei Pontefici.
Questa corrente modernista sa nascondere bene le sue radici dirompenti e demolitrici e la sua doppiezza sotto le apparenze di un cattolicesimo moderno, colto, gradevole, moderato, accomodante, mitigato, tollerante, comprensivo, aperto, ecumenico, tranquillo ed operoso, nemico delle esagerazioni e dei fanatismi.
Un cattolicesimo signorile e garbato, barcamenante ed opportunista, astuto e manovratore, che calma le ire, attenua i contrasti, amante del pluralismo e della diversità, ammorbidisce le posizioni, evita le polemiche, le rigidezze e le puntigliosità dottrinali, conosce la buona educazione, media tra gli opposti, che tutti rispetta, tutti accetta, tutti comprende, tutti scusa, per tutti ha compassione, a tutti è aperto, tutti salva, di nessuno è nemico, di tutti è amico, almeno a parole.

raffigurazione pittorica dei sepolcri imbiancati
Si tratta di una bella facciata, seducente e grandiosa, che però già ad uno sguardo attento mostra delle crepe e delle pezze, dietro alle quali non è impossibile scorgere il vuoto, il nichilismo e lo squallore. Un gigante dai piedi di argilla. E questo perchè manca un sincero amore per la verità e per i valori assoluti, manca l’onestà e la limpidezza intellettuale, mancano le basi e le certezze metafisiche, sostituite dal dubbio, dagli espedienti, dalle convenienze soggettive, dal relativismo e dal lassismo morale, dallo scetticismo, dall’accomodamento diplomatico, dall’erudizione scintillante, dalla banale bonomia, dalla finta pietà.
Quando lavoravo in Segreteria di Stato negli anni Ottanta mi parlavano del Cardinale Carlo Maria Martini come di un personaggio che pretendeva di porsi in alternativa al Papa, ed egli non si è mai smentito: fino a pochi mesi prima della morte, sul Corriere della Sera, osò affermare che la Chiesa di Ratzinger è rimasta indietro di due secoli [vedere qui]. Ancora sul medesimo quotidiano della massoneria, sempre in quel periodo, disse, con apparente contraddizione, che mai la Chiesa è andata bene come ai nostri giorni e citò Karl Rahner come esempio di grande maestro.

Immagine del 1985. Carlo Maria Martini, 57 anni, da cinque anni arcivescovo metropolita di Milano e da due anni cardinale. Nell’aspetto e nel modo di porgersi il porporato ha indubbiamente rappresentato una tra le più belle figure del collegio cardinazio degli ultimi cinquant’anni.
Come sappiamo, alla morte degli ultimi Papi, i grandi emissari dei poteri modernisti facevano regolarmente il nome di Martini, ma lo Spirito Santo, come era da sperare e da attendersi da parte dei buoni, è stato di diverso avviso. In altra occasione Martini disse che per salvarsi non occorre la Chiesa, ma basta lo Spirito Santo, contraddicendo in ciò il Concilio di Firenze del 1439-1442, il quale invece ha la famosa sentenza Extra Ecclesiam, nulla salus, il che, naturalmente, non vuol dire che Dio non possa salvare con mezzi a Lui solo noti, come dice il Vaticano II, chi non per sua colpa non ha sentito la predicazione del Vangelo [rimando a questo nostro articolo, qui]. Ma ciò non vuol dire che non appartenga alla Chiesa. Le appartiene senza saperlo.
Famosa poi è la tesi del Cardinale Martini, secondo la quale «c’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere» [vedere qui], sicchè la fede non è certezza assoluta ed indiscutibile, ma continuo dibattito ed incertezza mai risolta tra il sì e il no. Non è difficile immaginare quale condotta morale può scaturire da idee del genere. E difatti sono note le sue posizioni lassiste in etica sessuale e il favore che egli accorda al sacerdozio della donna, al falso profetismo di Enzo Bianchi, oltre al suo ecumenismo relativista e buonista, sulla linea di quello del Cardinale Walter Kasper. Inoltre, in molte occasioni, ho avuto modo di ricevere e di udire lamentele da preti e seminaristi formati alla scuola di Milano.

Immagine del 2002. Carlo Maria Martini, fu veramente un uomo capace di vedere lontano?
Non mettiamo in discussione la grande preparazione biblica di Martini; ma ci chiediamo a che serve tanta dottrina, se poi manca una fedeltà al Magistero della Chiesa, che dovrebbe essere esemplare in un Cardinale di Santa Romana Chiesa, senza che questo grave errore avvicini Martini al luteranesimo? Notevole è stata la sua presentazione del libro di Vito Mancuso sull’anima [vedere qui], dove il Cardinale si barcamena tra il sì e il no evitando di condannare come avrebbe dovuto con nettezza e sdegno, — ma a questo punto non poteva fare la presentazione —, gli orribili errori del falso teologo, cosa che certo ha accontentato le centinaia di migliaia di ammiratori di entrambi, ma non so quanto accontenti una netta coscienza di cattolico e di uomo ragionevole. Mi fermo qui e non vado oltre. Già questo saggio è significativo.
Il martinismo secondo me è ancora più insidiosamente pericoloso del rahnerismo, che ne è il fondamento teologico. Infatti, Rahner ha dei princìpi gnoseologici, logici e metafisici contrari al dogma cattolico, che Martini, assai meno dotato dal punto di vista speculativo, non ha esplicitamente assunto. Tuttavia Rahner possiede anche l’abilità di tradurre in termini accessibili e concetti semplificati ed addirittura popolari, assai seducenti, le sue astruse, complicate e contorte elucubrazioni pseudo trascendentali. Egli è molto abile nel relativizzare la concettualità del dogma con la sua “esperienza atematica preconcettuale” (Vorgriff) e la sua gnoseologia evoluzionista e modernista, ma poi sa usare con estrema abilità la più articolata e studiata concettualità per istillare nella mente degli sprovveduti i suoi errori. Si serve del concetto per distruggere il valore del concetto e per sostituire il concetto falso a quello vero.

Carlo Maria Martini durante un solenne pontificale ambrosiano. Quando sedeva sulla Cattedra di Sant’Ambrogio, la sua figura incuteva una sorta di sacra venerazione
Rahner, certo, non è un esegeta ma un teologo o si picca di essere teologo o è considerato tale da coloro che non sanno che cosa è la teologia; ed a tal proposito potremmo chiedere ad Antonio Livi che cosa ne pensa. Ora è vero che il teologo non prende in considerazione i singoli temi biblici per commentarli. A lui è necessario e sufficiente citare i passi biblici sui quali fondare le sue tesi teologiche. Ma queste citazioni non hanno bisogno di essere frequenti e sistematiche, come avviene nell’esegeta o nel biblista o anche nel teologo biblico. Il teologo in senso proprio e stretto, sopratutto quello sistematico o speculativo, ossia il vero teologo che non esprima semplicemente un pensare religioso o vagamente cristiano, costruisce il suo sapere mediante rigorosi ragionamenti e saldi princìpi filosofici e metafisici, sempre sottomesso alla dottrina della Chiesa.
Ora, Rahner, benchè esplicitamente sostenitore del principio sola Scriptura, come Lutero, e trascuri la Tradizione, rarissimamente cita passi della Scrittura, perchè sa bene che quasi sempre gli sarebbero contrari; pensiamo per esempio ai passi della Scrittura che trattano dell’importanza dei concetti dogmatici, del Magistero della Chiesa, della Tradizione, dell’assolutezza dei contenuti della legge morale, del libero arbitrio, della composizione dell’uomo di anima e corpo, del merito, del peccato e della grazia, del paradiso, del purgatorio e dell’inferno, della Parusia di Cristo alla fine del mondo, del valore del sacerdozio e del sacrificio della Messa, ecc..

Carlo Maria Martini anziano e ammalato, poco prima della sua scomparsa, conservava sempre la virile bellezza della sua figura ed il suo aspetto solenne.
Martini, partendo da Rahner, trattenuto ancora da un certo pudore o forse prudenza, elabora un cattolicesimo che, se non assume il panteismo rahneriano, tuttavia raccoglie il suo antropocentrismo buonistico filo-luterano, e, si noti bene, di un luteranesimo ancora più lontano dal cattolicesimo di quanto fosse lo stesso Lutero, giacchè il biblicismo martiniano è quello che Rahner esplicitamente desume da Bultmann, noto protestante liberale del secolo scorso, seguace di Heidegger come lo fu lo stesso Rahner.
Martini dunque attenua l’hegelismo rahneriano ed elabora un cattolicesimo vicino a Lutero, senza tuttavia separarsi pienamente dalle eresie di Lutero, nè da quelle di Rahner. Un cattolicesimo di compromesso che vuole essere cattolicesimo, ma senza staccarsi del tutto, per un malinteso, opportunistico e confusionistico ecumenismo, nè da Rahner, nè da Lutero. Si tratta di una falsa interpretazione dell’ecumenismo voluto dal Concilio; ma in ciò stanno le ragioni del successo del biblicismo martiniano.
Il problema posto dal martinismo è che esso, per la sua rispettabilità, il suo prestigio, la sua apparente moderazione e il suo successo internazionale, sempre in apparente armonia con la Santa Sede, si è affermato nel collegio cardinalizio costituendovi una potente corrente, che assai probabilmente appoggia quella kasperiana e degli altri cardinali filorahneriani o filomodernisti. Tuttavia è facile immaginare che all’interno del sacro collegio esista attualmente una situazione di forte disagio, data dal fatto che anche il martinismo, per quanto sia un rahnerismo mitigato e addolcito, non è del tutto libero dai princìpi corruttori e dissolventi del rahnerismo, strettamente congiunto con l’eresia luterana nei suoi ulteriori sviluppi hegeliani ed heideggeriani.

Carlo Maria Martini fu uomo dallo sguardo malinconico, anche quando sorrideva. Elegante e ieratico, da vivo e da morto. Nel proprio aspetto sobrio ma solenne la sua figura ha sempre personificato un modello di Principe della Chiesa. Per intercessione di Sant’Ambrogio vescovo e dottore della Chiesa, di cui egli fu per oltre due decenni successore, possa riposare in pace nella grazia di Dio.
Ciò che dunque noi “ragazzi” dell’Isola di Patmos auspichiamo e per cui preghiamo è che la corrente migliore del collegio cardinalizio, che si è espressa nel recente sinodo contro la tendenza separatista, libera da tentazioni moderniste o conservatrici, voglia esser vicina al Santo Padre nel compito che con sempre maggiore urgenza gli si impone, grazie all’assistenza dello Spirito Santo e l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli, di svolgere con chiarezza, decisione, saggezza ed energia la sua insostituibile funzione di principio e garante dell’unità della Chiesa, inducendo a penitenza i peccatori, abbassando i superbi, confortando i deboli, riconciliando tra di loro le fazioni avverse, nell’ armonia tra le correnti diverse nella reciprocità dei doni ricevuti, nella vittoria sulle forze sataniche, per la comune edificazione del regno di Dio e l’irraggiamento del Vangelo a tutto il mondo.
Fontanellato, 12 dicembre 2014
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Canto d’Avvento di Rito Ambrosiano: Quoniam Tu Illuminas
Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del buon canto e del latino liturgico
Babele e la neolingua: una Chiesa senza vocabolario da mezzo secolo [versión disponible en español]
/9 Commenti/in Attualità/da Padre ArielBABELE E LA NEOLINGUA: UNA CHIESA SENZA VOCABOLARIO DA MEZZO SECOLO
Quando la Chiesa rinuncia ad un linguaggio comune, universale e preciso, tale è il linguaggio dogmatico, fisso e senza tempo, giacché suo compito è percorrere i tempi, a quel punto nasce la incomunicabilità e si rinnova il dramma della superbia di Babele. Insomma, urge correre ai ripari e prendere atto del dato drammatico: abbiamo perduto il linguaggio per comunicare i misteri della fede, che richiedono un lessico proprio e preciso, che prescinde dalla società e dai tempi; e questo linguaggio è il linguaggio metafisico […]
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Anni addietro ho dedicato molto tempo alla riflessione ed allo studio di alcune particolari tematiche socio-ecclesiali,
fissando poi in alcuni miei libri — in particolare nell’opera E Satana si fece Trino — un concetto sul quale seguito sempre a ribattere: il principio di inversione del bene e del male che muta il male in bene ed il bene in male, sino alla “naturale” distruzione del concetto stesso di bene e di male, in un mondo ecclesiale e secolare dove la coscienza soggettiva è annullata e la coscienza oggettiva — quella che Carl Gustav Jung chiamerebbe a suo modo “inconscio collettivo” o “coscienza collettiva” — risulta spesso totalmente annichilita. Questo processo, di cui è sommo artefice il Demonio, passa inevitabilmente attraverso lo “svuotamento” delle parole, prima private di contenuto poi riempite d’altro, per esempio la carità senza verità, la misericordia senza giustizia …
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misericordia e giudizio di Dio
Quando agli inizi dell’anno 2000 cominciai a percepire certe forme di buonismo filantropico all’epoca in fase di sviluppo ed oggi giunte all’apice della vera e propria perversione, nell’apertura di un mio libro edito poi nel 2007 scrissi: «La Carità senza Verità è zoppa, la Verità senza Carità è cieca. La Carità si compiace della Verità nella misura in cui la Verità si compiace della Carità» (1). Ed è proprio la carità che mi porta a definire il nostro Creatore come un Dio virile in quanto fonte originante del concetto stesso di quella virilità che prende forma fisica visibile e tangibile nel Verbo Incarnato, Cristo Signore, vero Dio e vero Uomo. Il tutto per dire che la carità — perlomeno quella cristiana — non ha nulla da spartire con certe melasse. La carità-amore è un vero e proprio “attributo” di Dio che come tale non è neppure concepibile senza la verità; allo stesso modo in cui la misericordia non è pensabile — perlomeno cristianamente — senza la verità e la giustizia. Se dunque vogliamo ridurre l’uomo alla vera impotenza del non essere per condannarlo al non divenire, prima è necessario svuotare le parole, alterarle e falsificarle, poi privarlo di un vocabolario, quindi di una lingua.
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Nel correre dell’ultimo mezzo secolo si è rinnovato all’interno della società ecclesiale ciò che i figli di Dio hanno già vissuto in passato, il tutto tramite le stesse modalità di fondo e con le stesse conseguenze finali. La nostra modernità è difatti racchiusa nel racconto vetero testamentario in cui si narra della costruzione della Torre di Babele, dall’ebraico מגדל בבל – migdol bavel :
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Torre di Babele
Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra (2).
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tentazione
Tra le numerose interpretazioni di questo racconto allegorico che oltre l’allegoria racchiude la radice della divina verità, amo da sempre prediligere l’immagine della punizione per un atto di umana superbia dell’uomo che non solo tenta di sfidare Dio, ma di sostituirsi a Dio. D’altronde, il cuore della grande tentazione alla quale Adamo ed Eva cedettero fu l’inganno del Demonio racchiuso in una espressione che percorre dall’alba dei tempi la storia dell’umanità: … se mangerete di questo frutto del quale vi è stato proibito di cibarvi, sarete simili a Dio. A questo modo il Tentatore altera e mette in dubbio la parola di Dio, appunto svuotandola e trasformandola in altro, insinuando il malevolo dubbio che quella proibizione nasce solo dalla gelosia di Dio, desideroso che Adamo ed Eva non fossero simili a lui.
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Nelle antiche esegesi fatte quando ancora possedevamo e conservavamo con cura un vocabolario che racchiudeva al proprio interno i significati reali delle parole ed una lingua comune universale, si soleva fare un collegamento tra l’episodio della Torre di Babele e la discesa dello Spirito Santo sul cenacolo degli apostoli a Pentecoste. Attraverso l’azione di grazia dello Spirito Santo gli Apostoli prendono a parlare lingue diverse divenendo così comprensibili agli uomini di tutti i popoli, sanando a questo modo la frattura originata in passato a Babele.
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dispute teologiche
Sono il primo a criticare i limiti della neoscolastica decadente, che della autentica scolastica è solo una parodia. Volendo possiamo anche muovere delle critiche scientifiche e pertinenti ad alcune parti dell’opera o ad alcuni degli stessi pensieri del Doctor Angelicus, che tratta verità dogmatiche — in maniera mirabile e sino ad oggi insuperata — ma il cui pensiero, non esente anch’esso da alcuni errori umani, non è dogma di fede. San Tommaso d’Aquino parla dei dogmi, ed in modo efficace li trasmette attraverso il metro della migliore metafisica, ma la Summa Teologica non è un dogma, lo sanno e lo affermano da sempre i tomisti per primi, alcuni anche in modo ilare affermando che «Dio non è uno, trino e … tomista», pur essendo la speculazione dell’Aquinate comprovata nei secoli per la preziosa efficacia con la quale ci guida a penetrare gli arcani misteri del Dio uno e Trino.
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I Cardinali Walter Kasper e Karl Lehmann, discepoli del teologo tedesco Karl Rahner
Gli esponenti delle diverse scuole teologiche si sono affrontanti per secoli in profondi e talvolta anche furenti dibattiti teologici, tutti beneficiando del legittimo diritto di cittadinanza all’interno della Chiesa. Ciò avveniva nelle varie epoche di quel lungo spazio che fu il medioevo, definito tutt’oggi da certi irriducibili asini come “epoca dei secoli bui”, espressione fatta propria anche da certi ecclesiastici e teologi, alcuni dei quali in cattedra nelle nostre università pontificie. La verità, è che in quella “terribile” stagione dei “secoli bui”, che segnò invece delle straordinarie esplosioni dell’umano intelletto attraverso le scienze, le arti, la filosofia e la teologia, non solo il confronto era possibile ma cercato, favorito e auspicato; al contrario di oggi, dove sopra le ceneri del linguaggio metafisico ormai de-costruito è stata originata una crisi del dogma senza precedenti, sino allo sprofondamento nel paradosso inteso nel più stretto senso etimologico della radice greca di παρά [contro] e δόξα [opinione]. Il perverso paradosso odierno è che si può mettere in discussione l’incarnazione del Verbo di Dio, si può leggere in chiave puramente allegorica la risurrezione del Cristo, si può ridurre la Santissima Eucaristia a mera simbologia di un banchetto gioioso, si può scempiare la sacra liturgia secondo gli arbitrî del bohèmienne Kiko Arguello e di Carmen Hernández, si può trascinare dentro la Chiesa l’animismo africano ed il pentecostalismo nordamericano attraverso la devastante opera di certi carismatici invasati, si può spacciare per ecclesiologia il più ambiguo politichese ciellino assiso di prassi sul carrieristico carro del vincitore, ma non si possono porre in discussione le perniciose teorie di Karl Rahner e di tutte le étoiles della Nouvelle Théologie; di tutti gli astri nati dal post concilio erettosi come una autentica Babele sopra le dottrine del Concilio Vaticano II, sulle quali si è celebrato il grande tradimento in un clima di feroce dittatura che non ammette alcuna sana discussione. O come disse in uno studio teologico dell’Italia Meridionale un docente ad un seminarista: «Quel che tu pensi a me non interessa. Ciò che voglio è che parola per parola tu mi porti all’esame la cristologia di Walter Kasper e di Karl Lehmann, se vuoi superare il mio esame, altrimenti …». E questi moderni “teologi” oggi in cattedra, che hanno studiato la patristica non sui testi greci ma su sunti di dispense tradotte, che hanno sostituito il parlare dogmatico col parlare sociologico; questi distruttori della metafisica e di ogni senso comune, spesso sono proprio coloro che ironizzano con stile da illuministi volteriani in odore di massoneria Settecentesca sui cosiddetti “secoli bui”; loro che hanno preso la lampada da sopra il tavolo e l’hanno nascosta sotto al moggio (3) consegnando infine la Sposa di Cristo ad una lunga notte di tenebre.
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il Cardinale Carlo Maria Martini durante una lectio magistralis
Una volta, uno dei diversi sacerdoti tirati su dentro i nostri pretifici — quelle odierne fabbriche di deformazione alle quali sono ormai ridotti certi seminari — ed allevato attraverso il meglio del peggio delle esegesi protestanti, baccalaureato, specializzato e infine dottorato presso la “scuola rabbinica” del Pontificio Istituto Biblico senza avere mai sfiorato ciò che in filosofia e in teologia è il pensiero veramente cattolico, sollevò lagnanze su di me, a suo dire colpevole di avere criticato il pensiero del “santissimo padre della Chiesa” Carlo Maria Martini. Il vescovo di questo prete mi esortò in modo amabile ad essere meno impetuoso. Risposi al vescovo: «Questo suo presbitero, non solo amoreggia con tutto ciò che non è cattolico, ma strizza gli occhi all’eutanasia, afferma in modo sibilino che il discorso sull’aborto andrebbe valutato “caso per caso”, che un giorno la Chiesa valuterà se non il sacerdozio femminile perlomeno il diaconato alla donne, che il discorso dei cattolici divorziati andrà valutato presto e bene. Preposto a curare un centro di formazione teologica, chiama a tenere conferenze esponenti della sinistra ideologica e sostenitori della cultura del gender … eppure ha persino l’impuden
za di lamentare che io avrei proferito una sacrilega “bestemmia contro lo Spirito Santo”, ossia l’avere osato criticare il pensiero di un pensatore che temo abbia reso l’anima a Dio in piena crisi di fede. E badi bene, Venerabile Vescovo, non affermo questo perché oso giudicare la coscienza intima del Cardinale Martini, che solo Dio può scrutare e giudicare, ma perché ho analizzato certi suoi testi; e se pure lei vorrà leggere Conversazioni notturne a Gerusalemme, capirà il dramma interiore di quest’uomo al quale in giro per gli studi teologici italiani sono dedicati cicli di lezioni celebrative intitolate “La parola del Cardinale Martini”, il tutto mentre giorno dietro giorno si dimentica sempre di più la Parola di Dio, sostituita col verbo dei moderni idoli, ivi incluso tra di essi anche il Cardinale Martini. Non è però questo il problema ma altro: lei sa che questo suo presbitero critica in modo subliminale il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, lanciando su entrambi il martiniano “anatema” che la Chiesa sarebbe indietro di almeno 200 anni? Ebbene mi dica: si può forse mettere in discussione i capisaldi della morale cattolica, criticare il magistero della Chiesa e degli ultimi due Sommi Pontefici con modernistica altezzosità da biblisti filo-protestanti, ed al tempo stesso essere però impediti a porre in discussione, sul piano strettamente scientifico, teologico e pastorale, certe affermazioni infelici e palesemente errate pronunciate dal Cardinale Martini?». Replicò il vescovo: «Figliolo caro, che cosa ci posso fare?». Risposi: «Al posto suo saprei che cosa fare, ma il vescovo è lei, non io. In ogni caso: il primo passo per risolvere dei gravi problemi, è quello di ammettere anzitutto la loro esistenza, non certo negarla». Poi, in maniera molto delicata, ricordai al vescovo qual grave e devastante mancanza costituisce per i presbiteri che esercitano il sacerdozio in comunione con la pienezza del suo sacerdozio e per il Popolo di Dio a lui affidato, il grave peccato di omissione, la impotenza derivante dal non-agire, sport ormai molto praticato nel nostro episcopato ridotto sempre più ad una compagine di funzionari in carriera che non vogliono grane, che non amano discutere e meno che mai sono disposti a richiamare i figli ribelli, pur essendo però capaci a richiamare chi afferma l’ovvio: «Questo agire non è pastorale» e spesso non è neppure cattolico. Il tutto con buona pace del defunt
o Cardinale Martini, che alla prova dei fatti non passibili di facile smentita ha trascorso la propria vita a piacere e ad essere celebrato in gloria da tutti i circoli intellettuali della sinistra, osannato dalla strampa anti-cattolica e massonica; il tutto mentre Giovanni Paolo II prima, Benedetto XVI dopo, dagli stessi circoli intellettuali e dagli stessi giornali erano fatti letteralmente a pezzi in modo metodico e spesso feroce. Ripeto, questi sono i fatti, con buona pace dei martinitt formatisi sul meglio del peggio delle esegesi protestanti e sulle eresie moderniste oggi al potere; e che in giro per gli studi teologici italiani organizzano seminari su “La parola del Cardinale Martini”, chiamando spesso a pontificare l’altro immacabile falso profeta e cattivo maestro: Enzo Bianchi.
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Dopo la de-costruzione del dogma eretto sulla rivelazione e sul deposito della fede sancito dai grandi concili dogmatici della Chiesa, al suo posto si sono sostituite le dogmatizzazioni dei pensieri umani dei vari Rahner, che hanno creato anzitutto il loro nuovo vocabolario. Infatti, affinché il golpe potesse risultare davvero devastante, era necessario creare anzitutto due “miti” intangibili che potessero fungere da neo-dogmi: anzitutto una nuova èra con tutte le implicazioni messianiche del caso, si legga “ermeneutica della rottura e della discontinuità”, ossia la Chiesa intesa come entità nata dal post-concilio Vaticano II; quindi un nuovo lessico, ossia tutte le ambigue terminologie del nuovo vocabolario teologico rahneriano.
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l’opera di Antonio Livi, Vera e falsa teologia
Nell’opera Vera e falsa teologia il mio confratello anziano Antonio Livi tratta il fenomeno della de-dogmatizzazione spiegando con scientifico rigore in che modo la metafisica è indispensabile per l’interpretazione del dogma, poiché esprime in modo scientifico le certezze del senso comune. Data alle stampe all’apice della sua maturità filosofica e teologica, quest’opera si richiama alla produzione del domenicano francese Réginald Garrigou-Lagrange, in particolare ai suoi studi sur le sens commun ed alla philosophie de l’être et les formules dogmatiques, per seguire con l’enciclica Fides et Ratio di San Giovanni Paolo II, alla stesura della quale non è mancato anche il contributo di Antonio Livi.
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l’opera di George Orwell, 1984
Per avvelenare la verità è necessario anzitutto avvelenare la lingua idonea ad esprimerla. Sicché, tutti questi seminatori di veleni e di distruzioni che hanno avvelenato la buona teologia e de-strutturato o distrutto il dogma, hanno finito col creare una lingua infarcita dei loro tipici e specifici neologismi, o come direbbe George Orwell nel suo profetico romanzo “1984″: una neolingua. E chi non parla questa neolingua finisce per essere dichiarato tabù, per dirla con un neologismo di quel Freud tanto caro a certi teologi ed ecclesiologi modernisti.
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Quando la Chiesa rinuncia ad un linguaggio comune, universale e preciso, tale è il linguaggio dogmatico, fisso e senza tempo, giacché suo scopo e compito è di percorrere i tempi, a quel punto nasce la incomunicabilità e si rinnova il dramma della superbia di Babele. Insomma, urge correre ai ripari e prendere atto del dato drammatico: abbiamo perduto il linguaggio per comunicare i misteri della fede, che richiedono un lessico proprio e preciso, che prescinde dalla società e dai tempi; e questo linguaggio è il linguaggio metafisico.
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Nella Chiesa cambiano – e devono cambiare – gli accidenti del linguaggio, non però le sostanze del linguaggio fondate sull’eterno immutabile. O per dirla con un aulico esempio chiarificatore: “Poscia, pria chi niuno favellasse Iddio fu “. Traducento dal linguaggio aulico a quello corrente la sostanza è: prima che l’uomo parlasse Dio già era. L’ accidente — ossia la lingua espressiva — può invece cambiare e, senza mutare di un solo iota la sostanza, oggi possiamo tranquillamente affermare la stessa cosa dicendo: “Prima che chicchessia parlasse Dio già era”.
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prezioso calice
Dire: “Hoc est enim corpus meum ” o dire “Ecco questo è il mio corpo”, è la stessa cosa, con buona pace di certi lefebvriani che “adorano” più l’accidente esterno e mutevole del latinorum anziché la sostanza dell’Eucaristia che è il Cristo eterno e immutabile, presente vivo e vero, a prescindere dagli accidenti esterni che sono per loro stessa natura mutevoli. Dire invece “Ecco, questo rappresenta il mio corpo”, non sarebbe affatto una mutazione dell’accidente formale linguistico ma una mutazione della più delicata sostanza ontologica, legata appunto alla ontologia dell’essere divino increato, immutabile ed eterno. Da qui nasce ad esempio la discussione sul “pro multis” che per mezzo dell’accidente linguistico è invece divenuto “per tutti “, cosa sulla quale si potrebbero aprire profondi dibattiti teologici, che però non hanno motivo di essere perché Benedetto XVI ne dispose la correzione in “per molti ” nei messali tradotti nelle varie lingue, diversi dei quali già corretti e stampati. Per quanto mi riguarda dico da sempre “per molti ” sin dalla prima Messa celebrata; e ciò non per abuso arbitrario ma per aderente fedeltà ai testi originali, a partire naturalmente da quelli del Vangelo.
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Messale di San Pio V
Sia chiaro: il Sacrificio del Cristo distrugge il peccato per l’uomo chiamato a suo modo a concorrere a questa distruzione per riedificare il Nuovo Adamo. L’Apostolo Paolo afferma con coerenza teologica che Cristo «è morto per tutti» e che la sua morte ha distrutto il peccato (4). In un diverso ma simile contesto l’Autore della Lettera agli Ebrei non fa riferimento a “tutti”, pro omnibus, ma a pro multis, a “molti”: «[…] i peccati di molti» (5). Esattamente quel pro vobis et pro multis effundetur che risuona nel testo originale latino della più antica Preghiera Eucaristica, tradotta poi nella gran parte delle lingue nazionali col termine “per tutti”. Nel testo originale greco viene usato oι πολλοι, che alla lettera significa “i più” ma non significa “tutti”, termine usato nei vangeli di San Marco e di San Matteo e proprio nella narrazione della istituzione dell’Eucaristia, nella quale gli Evangelisti non usano πάντες ἄνθρωποι [per tutti gli uomini]. Siamo allora dinanzi a una palese incoerenza? Come mai l’uso del termine “per tutti” e “per molti” in altri contesti pressoché analoghi? Non è un sofisma semantico se rapportiamo sul piano escalotologico e teologico “per molti” e “per tutti” al mistero del Sacerdozio regale di Cristo, che non nasce col carattere sacerdotale ma che lo assume; e siccome non lo assume per se stesso ma per noi, il quesito suona a dir poco legittimo: il Cristo si fa Sommo Sacerdote “per molti” o “per tutti”?
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dalla cattedra teologica alla Cattedra di Pietro
Nessuna contraddizione sussiste tra le diverse righe testé citate: la morte di Cristo, sebbene sia sufficiente per tutti e benché sia avvenuta per tutti non ha efficacia se non per coloro che devono essere salvati poiché vogliono essere salvati; altrettanto vale per il Sacerdozio Regale del Cristo che assume efficacia per i molti che vogliono parteciparvi per beneficiarne. Non tutti infatti si sottomettono a Lui nella fede e nelle opere attraverso quel piano di salvezza che viene offerto nell’amore e nella grazia dalla potenza divina; offerto a tutti ma non imposto. Dunque è l’uomo dotato di libertà e di libero arbitrio a rendere efficace o del tutto inefficace il Sacerdozio Regale del Cristo. Pertanto, la trascrizione di “pro multis” derivante dal greco oι πολλοι con la dicitura “per tutti”, non è affatto — come spiegò Benedetto XVI in una sua lettera del 2012 al presidente della irrequieta Conferenza episcopale tedesca — una fedele traduzione «ma piuttosto una interpretazione» che potrebbe suonare, mi permetto di aggiungere io, anche non po’ arbitraria. Benedetto XVI, in sua veste di raffinato teologo, ci insegna a tutti che in teologia, prestare molta attenzione al significato delle parole ed al loro uso appropriato — in modo particolare nel delicato ambito della teologia dogmatica o nel caso specifico della dogmatica sacramentaria — non vuol dire muoversi sui sofismi giocati su questioni di lana caprina, ma tutelare la verità dal pericolo dell’errore facendo anzitutto uso della corretta parola, che è la Parola di Dio e soltanto la Parola di Dio.
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il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli suole definire Karl Rahner come il Grande Apprendista Stregone
La verità è annunciata attraverso le parole, perché il Verbo di Dio stesso si fece parola vivente; e la verità divina, per essere annunciata e trasmessa, non necessita di semplici parole appropriate, ma di sue parole specifiche. Chi si è preso cura di studiare bene ed a fondo i primi grandi concili dogmatici celebrati nel corso dei primi otto secoli di vita della Chiesa, sa bene che il primo problema che si pose ai Padri fu anzitutto quello di trovare parole idonee per esprimere il mistero, che non essendo però presenti nel vocabolario, furono modulate dal lessico filosofico greco. A partire dagli anni Sessanta del Novecento, questo “apparato” linguistico filosofico e teologico nato dai concili, dalla letteratura dei Padri e dalla speculazione dei più grandi dottori della Chiesa, è stato d’improvviso smantellato per correre dietro alle “parole nuove”, alla neolingua del Grande Apprendista Stregone, come ama indicare Karl Rahner il domenicano Giovanni Cavalcoli, anch’esso autore di un’opera che costituisce una pietra miliare nella critica al pensiero rahneriano [vedere qui], data alle stampe dopo tre decenni di ricerche e raccogliendo in essa anche molti preziosi spunti critici del Servo di Dio Tomas Tyn, già autore a suo tempo di uno studio nel quale confutava le ambiguità e gli errori insiti nel pensiero di questo celebre teologo tedesco.
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Presi quindi dall’euforia del grande “aggiornamento” e da una “nuova Pentecoste” mal compresa, abbiamo perduto la parola eterna ed immutabile di Dio ed il linguaggio idoneo e preciso attraverso il quale trasmetterla, ed oggi arranchiamo tentando di esprimerci con una neolingua infarcita di romanticismo tedesco decadente, scopo della quale è solo quello di falsificare la verità, in cattiva o in buonafede, dispersi ed a tratti impazziti sotto la torre di Babele all’ombra della quale risuonano le vuote o pericolose parole di mille filosofismi e sociologismi pseudo teologici.
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Il primo che di esternazione pubblico-privata in esternazione pubblico-privata pare che si stia mostrando privo di questo linguaggio metafisico e immutabile che si regge sul dogma, sembrerebbe proprio il Regnante Pontefice, mentre attorno a lui un nugulo di cortigiani si circonda sempre più di maestri «secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (6).
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prologo del Vangelo di San Giovanni Apostolo
All’ultimo Sinodo dei Vescovi, quanti erano i Padri Sinodali in grado di capire e di ascoltare, o solo di leggere — non dico nemmeno di tradurre, ma solo di leggere — un testo in lingua latina? È mai possibile che a Roma, quando presso molte case sacerdotali capita che trenta sacerdoti che parlano dieci lingue diverse debbano concelebrare l’Eucaristia, usino come lingua l’inglese, anziché il latino? Molti dovrebbero porsi delle domande, mentre Pietro, dal canto suo, dovrebbe affrettarsi a dare risposte ed a prendere seri provvedimenti, anziché giocare a compiacere i mass media giocando egli stesso con la neolingua [vedere qui]. A cosa serve infatti, mentre la casa in fiamme cade a pezzi, innaffiare le margherite del giardino affinché non appassiscano col calore sviluppato dal fuoco, vale a dire annunciare una riforma sempre più improbabile della curia romana? Forse allo scopo di piacere a quanti nutrono da sempre non desideri di riforma, bensì solo il grande e insopprimibile desiderio di distruggere Roma sede perenne della Cattedra di Pietro?
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Canti d’Avvento: Conditor alme siderum
Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del canto e del latino liturgico
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NOTE
1. Cf. Ariel S. Levi di Gualdo: Erbe Amare, il secolo del Sionismo. Roma, 2007.
1. Gen 11, 1-9.
2. Cf. II Cor: 5, 15.
3. Cf. Mt 5, 15.
4. Cf. Rm 1, 6-7.
5. Cf. Lettera agli Ebrei: 9, 28.
6. Cf. II Tm 4, 1-8.
Alla radice della crisi: storia delle occasioni perdute
/8 Commenti/in Attualità, Tutte/da Padre GiovanniALLE RADICI DELLA CRISI: STORIA DELLE OCCASIONI PERDUTE
Papa Benedetto, l’acuto critico di Rahner, salito al soglio pontificio, dove avrebbe avuto tutta la competenza, l’intelligenza, l’autorità e il potere di agire per la soluzione del gravissimo problema, anche lui purtroppo non ha fatto nulla e probabilmente per quei pochi allusivi interventi che ha fatto, si è tirato addosso le ire dei rahneriani, che lo hanno portato ad abdicare e quindi a rinunciare al ministero petrino. L’enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco, completamento di quella iniziata da Benedetto, ripete luoghi comuni e ignora completamente la questione. Oggi il problema è quindi ancora aperto.
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Autore
Giovanni Cavalcoli OP
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Tu es Petrus …
Il pensiero cattolico sorge di fatto e di diritto dalla congiunzione dell’attività del Magistero della Chiesa con quello dei teologi. La guida, l’interpretazione autentica e la garanzia della verità della dottrina della fede viene dal Magistero sotto la presidenza del Papa. Compito invece dei teologi è quello di indagare sulle questioni ancora aperte avanzando opinioni o ipotesi interpretative o proponendo nuove soluzioni, onde favorire il progresso della conoscenza della Parola di Dio, sottoponendo al giudizio della Chiesa le scoperte fatte e le nuove teorie.

Stampa d’epoca raffigurante l’assisa del Concilio Ecumenico Vaticano I
Il Magistero, nel custodire, proporre ed interpretare il dato rivelato e nell’approvare o respingere le dottrine nuove dei teologi, non sbaglia, in quanto gode dell’assistenza dello Spirito di Verità a lui promesso da Cristo fino alla fine del mondo. Invece le dottrine dei teologi, soprattutto quando essi trascurano di misurarsi sul Magistero o ne fraintendono gli insegnamenti, possono essere errate. Ma anche una dottrina teologica certa (theologice certum), seppur rigorosamente dedotta da princìpi di fede, non può mai pretendere di essere considerata nella Chiesa come verità di fede, perché resta sempre semplice dottrina umana, per quanto fondata sulla fede. Solo al Magistero infatti spetta, con sentenza infallibile ed irreformabile, questo gravissimo compito di determinare e definire le verità di fede per mandato di Cristo. Tuttavia, può capitare che una nuova dottrina teologica interpretativa o esplicativa del dato rivelato venga ad avere tanta importanza o validità agli occhi del Magistero, che questi la eleva alla dignità di dogma della fede.
Nell’insieme storico di fatto del pensiero cattolico occorre pertanto distinguere accuratamente i pronunciamenti dottrinali del Magistero in materia dogmatica o di fede — Papa da solo o col Concilio — dalle dottrine od opinioni correnti fra i teologi, dottrine che, data la loro opinabilità ed incertezza, possono essere legittimamente contrastanti tra di loro, senza che ciò comprometta necessariamente in nessuna di esse il dato di fede o la sana ragione. Alcune teorie possono essere più conservatrici o tradizionaliste, altre più innovative o progressiste: nulla di male, nulla di pericoloso, nulla di cui preoccuparsi, nulla di scandaloso, ma anzi fenomeno normale, fisiologico e proficuo, espressione di legittima libertà di pensiero, che comporta tra le diverse correnti o scuole arricchimento reciproco, a patto che non si spezzi la fondamentale unità, convergenza e concordia sulle verità essenziali e che non si esca fuori dai limiti della retta fede.

Farinata illustra all’Alighieri la condizione degli eretici
Il regime o funzionamento normale a livello ecclesiale e collettivo del pensare cattolico comporta di diritto e di fatto, nella storia, un certo generale accordo di massima fra le posizioni del Magistero e quelle dei teologi, salvo eccezionali dolorose ed inevitabili deviazioni, che si riscontrano in teologi ribelli, solitamente caratterizzanti il fenomeno o dello scisma o dell’eresia. Questo fenomeno fu grave, macroscopico, diffuso ed impressionante per non dire tragico con la nascita del luteranesimo. Ma nella storia della Chiesa il Magistero è sempre, nel complesso, riuscito a regolare, controllare e dominare il clima o la situazione generale, sì da assicurare alla generale compagine teologica e dei fedeli una certa uniformità, coerenza ed obbedienza allo stesso Magistero, mentre i teologi, dal canto loro, si sono sempre, nell’insieme, sentiti di buon grado per non dire con fierezza rappresentanti del Magistero, sicché il fedele che desiderava conoscere la via del Vangelo e la dottrina della Chiesa poteva sempre rivolgersi al teologo, qualunque teologo, e riceveva da lui la risposta autorevole, chiara, persuasiva e sicura; trovava insomma in lui la guida fidata ed autorevole per camminare nella verità del Vangelo ed essere in comunione con la Chiesa. Chi voleva andarsene dalla Chiesa se ne andava apertamente, come del resto fece lo stesso Lutero — los von Rom! —, e non restava perfidamente ed ipocritamente a distruggerla dal di dentro fingendo di continuare ad essere cattolico e magari spavaldamente come cattolico “avanzato”. In tal modo i nemici della Chiesa, scoperti eventualmente da buoni teologi o denunciati dagli stessi fedeli, erano sollecitamente, senza interminabili tergiversazioni, dichiarati tali dall’autorità ecclesiastica, cosicché erano ben noti, e quindi i fedeli anche meno istruiti avevano modo di riconoscerli, di guardarsene e di stare alla larga, così come si distinguono i funghi buoni dai velenosi.

il Santo Pontefice Pio X
I pastori, con la loro dottrina, fedeltà al Papa, prudenza ed amore per il gregge, sapevano smascherare questi impostori, questi anticristi, falsi cristi e falsi profeti, questi lupi travestiti da agnelli e metterli con le spalle al muro. Ricordiamo a tal proposito la stupenda enciclica Pascendi dominici gregis di San Pio X. Oggi invece gli eretici ce la fanno sotto il naso e nessuno se ne accorge, nessuno se ne dà pensiero, nessuno interviene, anzi ricevono lodi e ottengono successo, incarichi di insegnamento e chi si azzarda a far notare che il re è nudo, viene quanto meno preso in giro per non dir di peggio.
I teologi, un tempo, come sacerdoti e religiosi, in forza del loro mandato ecclesiastico, erano umilmente e diligentemente coscienti della loro missione e quindi della loro grave responsabilità davanti a Dio, ai superiori, alla Chiesa e alle anime del loro delicatissimo ufficio di dottori della verità cattolica, nè passava ad alcuno per la testa di creare dottrine soggettive ed arbitrarie, così come fa il buon medico, il quale si sente rappresentante della scienza medica e si guarderebbe bene dall’inventare pratiche personali senza fondamento scientifico. Invece purtroppo a partire dagli anni dell’immediato post concilio è iniziato un fenomeno gravissimo di scollatura fra Magistero e teologi. Molti vescovi, ingenuamente ed entusiasticamente convinti dell’avvento di una “nuova Pentecoste”, allentarono la vigilanza sostituendo la bonomia alla perspicacia, il rispetto umano allo zelo coraggioso, i propri interessi alla difesa del gregge contro i lupi, il buonismo alla bontà e scambiando per misericordia la debolezza.

un’assemblea plenaria dell’assisa del Vaticano II
I teologi, soprattutto coloro che erano stati periti del Concilio (1), dal canto loro si montarono la testa e, alla maniera protestante, cominciarono a farsi credere, indipendentemente e contro il Magistero, come depositari inappellabili della Parola di Dio ed interpreti infallibili della Sacra Scrittura, nonché dei documenti del Concilio, che viceversa distorcevano in senso modernista. A questo punto abbiamo le radici della crisi della quale oggi soffriamo. Esse consistono essenzialmente in questo: che il movimento sovversivo e rivoluzionario dei teologi, quella che è passata alla storia come “contestazione del Sessantotto”, è stato scambiato da molti nel popolo di Dio e tra gli stessi pastori e teologi come una rivoluzione dottrinale operata dallo stesso Concilio, il quale avrebbe mutato dati di fede fino ad allora considerati immutabili, soprattutto circa la superiorità del cristianesimo sulle altre religioni, sul concetto di Rivelazione e della Chiesa e circa la condanna delle eresie del passato, condanna che sarebbe caduta in prescrizione.

nuvole sulla Chiesa
In realtà le nuove dottrine conciliari, rettamente interpretate, al di là di qualche espressione non del tutto chiara, non costituivano affatto una rottura o smentita dei dogmi tradizionali, ma al contrario una loro esplicitazione ed esposizione in un linguaggio moderno, adatto ad essere compreso dall’uomo di oggi, né l’approccio del Concilio alla modernità era da intendersi alla maniera modernistica come acritica soggezione agli errori moderni, ma bensì la proposta di un sano ammodernamento o, come si diceva, “aggiornamento” del pensiero e della vita cristiani, che raccoglieva alla luce dell’immutabile Parola di Dio quanto di valido può esserci nella modernità.
Sorsero invece due tendenze ecclesiali e dottrinali che videro nelle dottrine del Concilio una rottura o mutamento rispetto alla dottrina tradizionale ed alle condanne del passato, ispirati ad una totale assunzione della modernità: quella dei lefebvriani, i quali, prendendo a pretesto che nel Concilio non si trovano nuove definizioni dogmatiche solenni, negavano l’infallibilità delle dottrine conciliari accusate di essere infette di liberalismo, illuminismo razionalista, indifferentismo, secolarismo, filoprotestantesimo ed antropocentrismo, tutti errori che erano già stati condannati dalla Chiesa nel XIX secolo e nei secoli precedenti, soprattutto al Concilio Vaticano I e a quello di Trento.

il teologo gesuita tedesco Karl Rahner
L’altra corrente che apparve ed appare tuttora a molti col crisma dell’ufficialità e di interprete dell’ ammodernamento conciliare, è quella che per lungo tempo è stata chiamata o si è autoproclamata “progressista”, titolo visto da molti come altamente positivo ed ambìto, mentre tale corrente chiama con disprezzo “conservatrice”, “tradizionalista” o “integrista”, o più recentemente “fondamentalista” la corrente dei lefevriani, nella quale però include indiscriminatamente tutti coloro che non accettano il suo modernismo. Per lunghi anni questa corrente, oggi fortissima nella Chiesa, grazie soprattutto al contributo di Rahner, ha prosperato fregiandosi dell’onorevole titolo di progressista, riferimento al valore indubbio del progresso, del nuovo e del moderno, ma in realtà per i suoi eccessi sempre più scoperti ed impudenti, tipici di chi prova la falsa sicurezza di sentirsi al comando, si è sempre più rivelata come modernista, e quindi chiara falsificazione dei veri insegnamenti del Concilio, i quali se promuovono il moderno, non certo avallano il modernismo, eresia già condannata da San Pio X.
Volendo esprimerci nel linguaggio sportivo, potremmo dire che l’autorità ecclesiastica locale ed anche al vertice è stata presa “in contropiede”. Dopo il clima di dialogo e di sereno confronto intra ed extra ecclesiale creato dal carisma straordinario di San Giovanni XXIII, si era largamente sparsa la convinzione nell’episcopato e in molti ambienti teologici che ormai non esistessero più eresie o, se esistevano teologie che si scostavano dalla dottrina ufficiale del Magistero, si trattava per lo più di dottrine discutibili o espressioni di pluralismo teologico o tentativi magari un po’ audaci di innovazione da guardare con benevolenza e interesse. In realtà le cose non stavano affatto così. A cominciare dall’immediato post concilio la tendenza modernista, approfittando dell’immeritata fiducia che seppe astutamente strappare da un episcopato ingenuamente ottimista, cominciò compatta e spavalda a venire alla luce, sicura dell’impunità ed anzi con l’aureola del progressismo, quasi a realizzare un piano precedente internazionale, proveniente soprattutto dai Paesi di tradizione protestante, segretamente elaborato in precedenza.

“Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?” [Mt 7, 15-20]
I pochi che segnalarono il pericolo incombente, come il Maritain, il von Hildebrand, il de Lubac e il Daniélou, non certo sospetti di conservatorismo o chiusi al nuovo, furono visti come personaggi disturbatori, uccelli del malaugurio, nostalgici dell’Inquisizione, guastafeste che, come si suol dire, rompevano le uova nel paniere. Quei “profeti di sventura”, catastrofici e scoraggianti, dai quali San Giovanni XXIII aveva intimato di guardarsi. Eppure non ci si rese conto della grave imprudenza nella quale si era caduti, abbassando la guardia, quasi che fossero scomparse le conseguenze del peccato originale, ed ormai la Chiesa e la teologia avessero iniziato una nuova era di uomini tutti di buona volontà, tutti intimamente sollecitati nel preconscio (Vorgriff) dall’esperienza divina atematica pre-concettuale, tutti cristiani anonimi anelanti a Dio, tutti oggetto della divina misericordia, secondo le mielose formule rahneriane. Nasceva quel “buonismo distruttivo” e quella falsa misericordia recentemente denunciati dal Papa nel suo discorso al sinodo dei vescovi.
Il Concilio ebbe indubbiamente un’impostazione progressista, nel senso di voler procurare alla Chiesa una nuova spinta o un nuovo slancio verso il futuro, avvalendosi dei valori del mondo moderno: il Concilio, più che sulla necessità di conservare o recuperare o restaurare il perduto, puntò sul dovere di andare avanti, di rinnovare e progredire, mutando ciò che non era più adatto o non serviva più ai nuovi tempi o alle nuove esigenze, che si intendeva preparare e soddisfare in un orizzonte escatologico. Non c’è da meravigliarsi pertanto, se la corrente assai numerosa dei Padri e dei periti che apparve maggiormente interprete del Concilio fu quella che si convenne di chiamare “progressista”, mentre quelli che facevano resistenza al nuovo o non lo comprendevano o troppo insistevano sull’immutabile e sulla tradizione, si cominciò a chiamarli con un certo accento di sopportazione e non di ammirazione, “conservatori” o “tradizionalisti”.

L’Arcivescovo Marcel Lefebvre
Tra questi ultimi emerse, come si sa, sin di primissimi anni del post concilio la famosa figura di Monsignor Marcel Lefèbvre, che presto cominciò ad attirare un certo seguito, fino a fondare l’altrettanto famosa Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), tuttora esistente e prospera. Monsignor Lefèbvre, sostenitore non del tutto illuminato della sacra Tradizione, che secondo lui il Concilio aveva tradito, insieme con pochissimi altri, invece di scorgere le eresie denunziate dal sant’Uffizio nella teologia dei modernisti, ebbe invece la grande sprovvedutezza di trovarle proprio nello stesso Concilio, che quindi accusò dei terribili errori già condannati dai Papi del XIX secolo, come il liberalismo, il razionalismo e l’indifferentismo.
Più di recente, negli anni Ottanta, Romano Amerio ha aggiunto alla lista dei presunti errori del Concilio la “mutazione del concetto di Chiesa”. Secondo il suo discepolo Enrico Maria Radaelli, il Concilio avrebbe invece “ribaltato” la Chiesa. Paolo Pasqualucci, dal canto suo, nota la presenza dell'”antropocentrismo”. Monsignor Brunero Gherardini vede invece nei documenti del Concilio una contraddizione col Vaticano I. Lo storico Roberto De Mattei nega poi l’infallibilità delle dottrine del Concilio sotto pretesto che in esse non c’è nessun dogma definito secondo i canoni esposti dal Concilio Vaticano I. Tutti costoro confondono le dottrine del Concilio col modernismo nato dopo di esso. Si tratta di una confusione deleteria la quale, se da una parte comporta una retta definizione di modernismo secondo il criterio offerto da San Pio X, dall’altra accusa di modernismo proprio quel Concilio Vaticano II che, a ben guardare, ne è il saggio antidoto con la sua proposta di un sana modernità alla luce del Vangelo, della dottrina della Chiesa e di San Tommaso d’Aquino, come fece per esempio Jacques Maritain.

il teologo domenicano olandese Edward Schillebeeckx
Fin dal primo sorgere del lefebvrismo Paolo VI assunse nei suoi confronti un atteggiamento molto severo, mentre restò blando e indulgente nei confronti del rahnerismo. Questo comportamento non imparziale purtroppo si è mantenuto nei Pontefici seguenti fino all’attuale. Benedetto XVI tentò un approccio ai lefebvriani col togliere la scomunica ai loro vescovi e col famoso motu proprio Summorum Pontificum. Per la verità il rahnerismo si è fatto sentire anche nella liturgia col fenomeno della profanazione del sacro e della secolarizzazione, conseguenza del falso concetto rahneriano del sacerdozio e la negazione del carattere sacrificale della Messa. Viceversa, i teologi che si riconoscevano nella corrente genericamente ed equivocamente detta “progressista”, si riunirono attorno alla rivista Concilium, tuttora esistente. Ma quando l’equivoco si chiarì ed apparve che alcuni “progressisti” in realtà erano modernisti, allora ci fu la separazione degli uni dagli altri: da una parte, i progressisti onesti e veramente fedeli al Concilio e alla Chiesa, come Ratzinger, von Balthasar, Congar, de Lubac e Daniélou, si accorsero dei criptomodernisti, come Küng, Rahner, Schillebeeckx, Schoonenberg ed altri. Fu così che gli autentici progressisti si separarono dai secondi fondando la rivista Communio. Quanto a Ratzinger, accortosi della tendenza modernista di Rahner, lo abbandonò e lo criticò severamente in Les principes de la théologie catholique (2) del 1982, un anno dopo che fu nominato Prefetto della CDF da San Giovanni Paolo II.

il Cardinale Alfredo Ottaviani con il Cardinale Karol Woytila
Nel 1966 il Cardinale Alfredo Ottaviani, pro-prefetto del Sant’Uffizio, ormai divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede, congiuntamente al Segretario, il dottissimo cristologo Pietro Parente, inviavano un’allarmata lettera (3) ai Presidenti delle Conferenze Episcopali denunciando in 10 punti una serie di gravi errori che stavano serpeggiando tra i teologi cosiddetti “progressisti”. A molti tale grave denuncia deve essere apparsa esagerata o una specie di doccia fredda; ad altri, già infetti dal modernismo, deve aver suscitato irritazione ed essere apparsa un freno reazionario o una insopportabile condanna della nuova teologia promossa dal Concilio.
La nuova Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), guidata dal Cardinale Franjo Šeper, non dette per la verità prova di un’energia sufficiente a far fronte ai gravissimi problemi denunciati dal Cardinale Ottaviani e da Monsignor Parente, fatto poi cardinale. Questi, con la perspicacia e il coraggio che l’aveva caratterizzato negli anni precedenti, scrisse nel 1983 un aureo libretto (4), che avrebbe potuto essere il testo di un’enciclica pontificia, segnalando le eresie di numerosi teologi, come Küng, Rahner, Schillebeeckx, Schoonenberg, Hulsbosch ed altri. Purtroppo solo in piccola parte e in modo troppo blando la CDF censurò questi autori, i quali nella maggioranza poterono continuare indisturbati a diffondere i loro errori, protetti da potenti forze filoprotestanti e filomassoniche, forse clandestinamente insinuatesi nella Chiesa stessa.

il giovane teologo domenicano Tomas Tyn
Sin dai primi anni del post concilio ci fu una schiera di buoni teologi e prelati, i quali si premurarono di commentare i testi conciliari nella linea del Magistero, mostrando la loro continuità col Magistero precedente, difendendoli dall’accusa di modernismo, e sottraendoli alla manipolazione dei modernisti. Tra i suddetti teologi e prelati ci furono il Cardinale Giuseppe Siri, Jacques Maritain, Yves-Marie-Joseph Congar, Henri de Lubac, Jean Daniélou, Padre Raimondo Spiazzi, Jean Guitton, Jean Galot, i teologi domenicani di Roma, di Firenze e di Bologna, ed il Collegio Alberoni di Piacenza fino al Servo di Dio Padre Tomas Tyn in anni più recenti. Purtroppo, la loro opera meritevolissima nei decenni, non del tutto ignorata dalla Santa Sede, è stata quasi sopraffatta dai due partiti avversi dei lefebvriani e dei modernisti, i primi con attaccamento ostinato e miope ad un tradizionalismo superato, i secondi, forti del successo ottenuto, con una progressiva scalata ai posti di potere nella Chiesa, cominciando nel Sessantotto col conquistare i giornalisti, i giovani, i laici, il basso clero e i religiosi e via via salendo alla conquista dei livelli superiori dell’episcopato e negli anni più recenti penetrando nello stesso collegio cardinalizio.
I segni conturbanti di ciò li abbiamo avuti di recente in occasione del sinodo dei vescovi, tanto che la parte migliore del collegio cardinalizio, capeggiata dai cardinali Gerhard Ludwig Müller e Raymond Leonard Burke, ha avvertito l’urgenza di intervenire in difesa del Magistero della Chiesa e del Papa, il quale però non pare abbia mostrato nei loro riguardi una sufficiente gratitudine per la preziosa opera da loro svolta.

il Beato Pontefice Paolo VI
Paolo VI, al quale andò il compito gravissimo di far applicare i decreti del Concilio, si trovò subito davanti ad una situazione difficilissima, che egli stesso, come ebbe a confessare dieci anni dopo il Concilio, non prevedeva (5). I modernisti olandesi, con incredibile tempestività, pubblicarono già nel 1966, elaborato sotto l’influsso di Schillebeeckx, con l’autorizzazione del Cardinale Bernard Jan Alfrink, il famoso “Catechismo Olandese”, uscito in Italia nel 1969, che ebbe un enorme successo. Il Catechismo, non privo certo di qualità, ma che è rimasto fino ad oggi il manifesto della Chiesa modernista, conteneva numerose eresie e gravi carenze dottrinali, che Paolo VI fu costretto a far correggere da un’apposita commissione di cardinali nel 1968. Evidentemente questo Catechismo era l’attuazione di un grandioso piano segreto elaborato già durante gli anni del Concilio, durante i quali numerosi periti di orientamento modernista celarono astutamente e slealmente le loro eresie sotto un comportamento esterno corretto, dando anzi a volte un contributo dottrinale lodevole nel corso dei lavori del Concilio. Il loro morbo in loro restò allora in incubazione e venne chiaramente alla luce solo a partire dagli anni dell’immediato post concilio (6). Nel frattempo stava conquistando sempre più consensi il pensiero di Karl Rahner, il quale era stato uno dei più influenti periti del Concilio, consigliere del Cardinale Franz König. Rahner parte dal principio dell’identità dell’essere con l’essere pensato, per cui confonde l’essere come tale con l’essere divino.

l’antica insidia panteista
In questa visuale panteistica l’essere umano è ridotto all’essere divino; il divino (la “grazia”) entra nella definizione stessa dell’essere umano, che tuttavia mantiene un aspetto storico (“l’uomo è trascendenza e storia”), che relativizza il concetto di natura umana, il sapere umano e la legge naturale, sul modello hegeliano, mentre l’essere divino è essenzialmente umano. Cristo quindi è il vertice divino dell’uomo e Dio è necessariamente Cristo. Da qui la confusione panteistica della grazia con Dio, intesa come costitutivo dell’uomo. Ogni uomo è essenzialmente e necessariamente in grazia. Essa non può essere né acquistata né perduta. Il peccato non toglie la grazia ma si annulla da sé, perché è contradditorio. Cristo salva non in quanto redentore (concetto mitico), ma in quanto fattore del passaggio dell’uomo a Dio e di Dio che diviene uomo. La fede non è dottrina o conoscenza concettuale, ma incontro con Dio, autocoscienza ed esperienza di Dio pre-concettuale ed atematica (Vorgriff). Essa comporta sul piano dell’azione un’opzione fondamentale per Dio, atto di suprema libertà, per la quale tutti si salvano indipendentemente dagli atti categoriali, empirici e finiti, propri del libero arbitrio, cognitivi e morali, buoni o cattivi, che si pongono sul piano mutevole della storia e del relativo. Da qui la relatività e mutabilità del dogma, inevitabilmente incerto e fallibile, al contrario dell’esperienza di fede comunque salvifica, che è esperienza del divenire di Dio nella storia.

una delle prime stampe del Catechismo Olandese, subito tradotto in numerose lingue e diffuso in tutto il mondo
Con l’affermarsi di queste idee di Rahner, la linea di questo Catechismo Olandese, ancora di carattere illuministico-razionalista, assunse un accento manifestamente panteistico hegeliano-heideggeriano nel “Corso fondamentale sulla fede” di Rahner, pubblicato in Germania nel 1976 e in Italia nel 1977. Questa volta nessuna commissione cardinalizia ebbe il coraggio e la saggezza di condannare questo pseudo-catechismo (7), peggiore del precedente. I modernisti, diventati sempre più potenti, cominciavano a far tacere la stessa Santa Sede. Infatti Paolo VI non prese nessun provvedimento. Non ci fu alcuna autorevole confutazione da parte di qualche esponente della Santa Sede o teologo in vista. Anche la CDF, guidata dal Cardinale Seper, non fece nulla. Rahner faceva troppa paura. Per la verità, il grave errore pastorale della Santa Sede fu a mio giudizio quello di lasciarsi prevenire dal Catechismo Olandese, dimenticando la provvidenziale e tempestiva sollecitudine della Chiesa della Riforma tridentina, la quale, immediatamente dopo il Concilio di Trento e quasi come suo documento finale e riassuntivo, pubblicò il famoso e utilissimo Catechismo Tridentino, che fondamentalmente è ancor oggi validissimo.
Paolo VI, nel corso del suo pontificato, ci ha proposto o da sé o per mezzo della CDF un notevole corpo dottrinale, che oltre a sviluppare le dottrine del Concilio, confuta anche le false interpretazioni e condanna errori insorgenti, ma non è mai stato capace di affrontare di petto ed esplicitamente il problema del rahnerismo. Anzi nominò Rahner membro della Commissione Teologica Internazionale, dalla quale poco dopo, deluso perché si vedeva respinte le sue idee, se ne uscì con tono infastidito e arrogante accusandola di conservatorismo. Paolo VI con molti saggi ed acuti interventi contro il secolarismo, lo spirito di contestazione, l’immanentismo, l’antropocentrismo, il falso carismatismo, il liberalismo, le false novità, il relativismo ed evoluzionismo dogmatico, la profanazione della liturgia, il lassismo e soggettivismo morale, ha girato più volte attorno all’obbiettivo, senza però centrarlo mai del tutto, sicché i rahneriani, con l’audacia e l’ipocrisia che li caratterizza, si sono sempre sentiti al sicuro ed autorizzati a proseguire nelle loro idee e nei loro costumi.

il Beato Pontefice Paolo VI
Il 1974 poteva forse essere l’occasione per risolvere il problema del rahnerismo con una buona condanna dei suoi errori e l’indicazione della vera via del rinnovamento e del progresso della teologia. Ma purtroppo Paolo VI perse anche questa occasione, che era data da un grande convegno su San Tommaso d’Aquino nel VII centenario della morte, organizzato dai Domenicani, che ebbe l’adesione di ben 1500 studiosi di tutto il mondo. Per questa occasione emerse nettamente sulla scena del mondo teologico internazionale la grande figura del dottissimo e sapientissimo Padre Cornelio Fabro, il quale elaborò (8) il progetto della bellissima lettera “Lumen Ecclesiae” del Papa al Padre Vincent de Couesnongle, Maestro dell’Ordine di Frati Predicatori, dedicata a raccomandare, con dovizia di opportuni argomenti, lo studio, l’approfondimento e la diffusione del pensiero di San Tommaso d’Aquino, nonché la sua utilizzazione per il confronto con la cultura moderna, in conformità alle disposizioni del Concilio (9).

il teologo stimmatino Cornelio Fabro
Nel medesimo anno 1974 Fabro pubblicava La svolta antropologica di Karl Rahner (10), un’indagine acutissima delle radici gnoseologiche e metafisiche del pensiero di Rahner, uno studio poderoso, nel quale il teologo Stimmatino dimostrava inconfutabilmente, testi alla mano, valendosi della sua eccezionale conoscenza e di San Tommaso e dell’idealismo tedesco, l’abominevole benché fascinosa impostura con la quale Rahner, falsificando gli stessi testi tomistici, pretendeva presentare l’Aquinate, Doctor Communis Ecclesiae, come conforme ad Hegel, il cui idealismo è stato più volte condannato dalla Chiesa. Quale più chiaro tacito messaggio inviato a Paolo VI dell’assoluta necessità di non tenere i piedi su due staffe, ma del fatto che l’affermazione della verità non può non comportare la condanna dell’errore e nella fattispecie la chiara ed inequivocabile affermazione che il rinnovo e il progresso della teologia ordinato dal Concilio non doveva passare da Rahner ma da San Tommaso? E invece nulla venne da Paolo VI. L’opposizione dei buoni teologi non si scoraggiò. Consapevoli della loro responsabilità verso le anime e ligi al loro dovere di fedeltà al Magistero della Chiesa, continuarono a segnalare i pericolosi errori di Rahner, anche se purtroppo, come era da aspettarsi, il rahnerismo non è arretrato, ed anzi si è rafforzato sino ad oggi. La storia di questa terribile lotta all’interno della Chiesa l’ho brevemente narrata nel mio libro su Rahner (11), che va aggiornato per esempio con la persecuzione fatta ai Francescani dell’Immacolata, nella quale non è difficile vedere la vendetta dei rahneriani per il congresso teologico internazionale antirahneriano dei Francescani del 2007 (12).

prima benedizione urbi et orbi di Giovanni Paolo II
Con l’elezione di San Giovanni Paolo II si ebbe l’impressione che il papato riuscisse a prendere in mano la situazione. Il Papa nel 1981 sostituì alla guida della CDF il Cardinale Seper con il grande teologo Joseph Ratzinger, ed un immediato risultato si cominciò a notare con un atteggiamento più deciso nei confronti degli errori di Schillebeeckx e la condanna degli errori della teologia della liberazione. Ratzinger riuscì a colpire alcuni seguaci di Rahner, ma lo stesso Rahner, che morì nel 1984, rimase intoccato. Il ricchissimo insegnamento di Giovanni Paolo II corresse indubbiamente molti errori di Rahner, ma lo fece in modo solo allusivo e generico, limitandosi ad esporre la sana dottrina, senza entrare con precisione nel merito delle questioni, come fa il buon medico che fa un’analisi accurata e precisa della malattia, onde apporre l’adeguato rimedio.
Grande impresa del Papa fu la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica nel 1992. Anche questo indubbiamente fu indirettamente un robusto antidoto contro gli errori di Rahner, benché ovviamente egli non poteva esservi nominato. Interessante come poi Papa Benedetto XVI indicò il Catechismo come criterio per discernere gli errori dei teologi. Il Papa avrebbe avuto due grandi occasioni per affrontare di petto, una volta per tutte, l’annosa ed incancrenita questione: le due grandi encicliche Veritatis splendor del 1993 e la Fides et Ratio del 1998. Solo nella prima c’è un accenno alla distinzione rahneriana, senza che Rahner sia nominato, fra il “trascendentale” e il “categoriale”, che si esprime in morale nell'”opzione fondamentale” e negli “atti categoriali”. Così, ancora negli anni 2004-2005, l’anno prima della morte del Pontefice, la lotta fra rahneriani ed antirahnriani si riaccese alla grande: con un congresso di avversari in Germania nel 2004 (13), al quale seguì, quasi risposta polemica, un convegno a suo favore all’Università Lateranense, durante il quale l’unica voce che si fece sentire in decisa opposizione fu quella di Monsignor Antonio Livi.

Karl Rahner, brinda
Indubbiamente c’è da restare sconcertati nel constatare il successo ottenuto da Rahner, se egli è stato celebrato nella più prestigiosa delle Università Pontificie Romane. È il segno di una situazione drammatica, che sempre più urgentemente chiede di essere risanata, soprattutto considerando le disastrose conseguenze delle idee di Rahner nel campo della morale e della vita ecclesiale. In questo clima di accesa battaglia mi stupisco e ringrazio il Signore di come col permesso dei miei superiori, ai quali pure sono grato, ho potuto pubblicare il mio libro su Rahner, che ha riscosso un discreto successo, benché mi si riferisca della sorda guerra che i rahneriani gli fanno e del disprezzo del quale lo coprono. Eppure io sono sempre qua, pronto a correggere eventuali errori interpretativi e ed ascoltare ragioni in sua difesa. Ma nessuno si fa vivo.

prima benedizione urbi et orbi di Benedetto XVI
Benedetto XVI, l’acuto critico di Rahner, salito al soglio pontificio, dove avrebbe avuto tutta la competenza, l’intelligenza, l’autorità e il potere di agire per la soluzione del gravissimo problema, anche lui purtroppo non ha fatto nulla e probabilmente per quei pochi allusivi interventi che ha fatto, si è tirato addosso le ire dei rahneriani, che lo hanno portato ad abdicare e quindi a rinunciare al ministero petrino. L’enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco, completamento di quella iniziata da Benedetto, ripete luoghi comuni e ignora completamente la questione. Oggi il problema è quindi ancora aperto. Papa Francesco non parla mai di Rahner. Ma non credo affatto che sia la soluzione migliore. Rahner è notissimo e seguitissimo. I suoi gravi errori, che continuano a far danno, sono stati dimostrati ormai da cinquant’anni da una schiera enorme di studiosi e il Magistero della Chiesa in questi cinquant’anni, nella condanna di tanti errori, lascia intravedere ancora l’ombra sinistra del rahnerismo, non assente per esempio nella corrente buonista emersa persino all’ultimo sinodo dei vescovi. Non è giunto dunque il momento di “mettere, come si suol dire, le carte in tavola”? Perché far finta di ignorare ciò che tutti sanno? Ci sono ancora dei ritardatari sedicenti progressisti che non hanno ancora capito da dove viene il male? Se invece è chiara come è chiara la sua origine e la natura, dato che peraltro esistono i rimedi, perché non prenderne atto francamente una buona volta e decidersi a curarlo, viste le sue nefaste conseguenze, dopo una diagnosi precisa e circostanziata? Forse che il male potrà andarsene da solo?
Fontanellato, 21 novembre 2014
Introitus Dominica Prima Adventus
Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del buon canto e del latino liturgico
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1. Si narra che Don Giuseppe Dossetti affermasse che “il Concilio lo aveva fatto lui”. Non parliamo poi delle sparate che si sono fatte da parte della grande stampa laicista sulla parte avuta da Rahner al Concilio.
2. Edizione tedesca Erick Wewel Verlag, Muenchen 1982, edizione francese Téqui, Paris 1985.
3. Epistula ad venerabiles Praesules Conferentiarum Episcopalium, in Congregatio pro Doctrina Fidei, Documenta inde a Concilio Vaticano secundo expleto (1966-1985), Libreria Editrice Vaticana 1985.
4. La crisi della verità e il Concilio Vaticano II, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1983.
5. “Ci aspettavamo una nuova primavera, ed è venuta una tempesta”.
6. Sbagliano, quindi, quegli storici, come De Mattei, i quali sostengono, sulla linea di Lefèbvre, che questi periti avrebbero dato un indirizzo modernista al Concilio. E’ possibile, anzi è probabile che alcune tesi moderniste siano emerse durante i dibattiti, il che preoccupò fortemente Paolo VI, ma esse poi scomparvero al momento dei documenti finali. Così pure è sbagliata l’interpretazione del Concilio data dalla Scuola di Bologna, per la quale occorre, nei documenti ufficiali, rintracciare uno “spirito” o l’ “evento” che va oltre la lettera retrivamente conservatrice , e che non consiste altro che nelle sue idee moderniste. Sbaglia pure il card.Kasper a vedere nel Concilio delle “contraddizioni” “tensioni non risolte” tra elementi fissisti e tradizionali superati e il”nuovo”, in continua evoluzione, che non è altro che quel modernismo, per il quale egli simpatizza. Il contributo valido dato da Rahner al Concilio in collaborazione con Ratzinger è illustrato da Peter Paul Saldanha nella sua opera Revelation as “self-communication of God”, Urbaniana University Press, Rome 2005.
7. Rahner stesso non ebbe la faccia tosta di chiamarlo “catechismo”, ma in pratica è evidentissima la sua intenzione di proporre comunque un’iniziazione alla fede inficiata di gnosticismo protestante e in antitesi con quella cattolica.
8. Me lo comunicò personalmente in via confidenziale.
9. Optatam totius, 16 e Gravissimum educationis, 10.
10. Edizioni Rusconi, Milano.
11. Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009, II ed.
12. Gli atti sono pubblicati in Karl Rahner. Un’analisi critica, a cura di Padre Serafino Lanzetta, Edizioni Cantagalli, Siena, 2009.
13. Gli atti sono pubblicati in Karl Rahner. Kritische Annāherungen, a cura di David Berger, Verlag Franz Schmitt, Siegbug 2004
Ortodossi: bei gesti, nessun vero passo avanti
/in Attualità/da Padre Antonio– Articoli dalla rete —
ORTODOSSI: BEI GESTI MA NESSUN PASSO AVANTI
I gesti di cordialità e di rispetto per il Papa da parte del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, sono una notizia positiva. Ma la dottrina sullo Spirito Santo e la questione del primato nella Chiesa restano i veri nodi che impediscono la piena unità. E su questi le parole di Bartolomeo non segnano alcun progresso reale. La giurisdizione del vescovo di Roma deriva dal dogma e non può essere accantonata senza commettere un grave peccato contro la fede.

Autore
Antonio Livi
Potete leggere questo articolo di Monsignor Antonio Livi pubblicato su
LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA
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Le Leghe Gay non sono libertà e progresso ma emblema di una società vecchia e decadente
/in Attualità/da Padre ArielLE LEGHE GAY NON SONO LIBERTÀ E PROGRESSO MA EMBLEMA DI UNA SOCIETÀ VECCHIA E DECADENTE
[…] nella società ellenica non ancora scivolata nella decadenza che ne marcò la fine, l’omosessualità era una fase che segnava un passaggio tra l’età dello sviluppo, l’adolescenza e la giovinezza, non era affatto considerata uno stato permanente; ed in certi luoghi e condizioni si collocava nei piani formativi del rapporto maestro-allievo […] era praticata con discrezione e nient’affatto ostentata con l’orgoglio narrato oggi dalle Leghe Gay, che oltre ai manuali scientifici sembrano voler riscrivere anche quelli della letteratura classica. L’ostentazione nasce nella società ellenica e in quella romana al massimo apice della decadenza, quando nel normale ordine sociale si collocano la pedofilia, le orge, i rapporti sessuali propiziatori con gli animali, le figlie vergini iniziate dal padre e le madri pompeiane che svezzavano i figli adolescenti.
Molte riviste on-line cattoliche tendono a trattare il tema dell’omosessualismo e della cultura del gender in termini prettamente politici, buttando tutto in politica, cosa che a volte fanno persino alcuni vescovi. Ecco allora che la dottrina e la pastorale non è più il vero oggetto ed il centro dei loro discorsi,
tutt’altro diviene pretesto per suffragare idee politiche più o meno soggettive. Mentre per noi certe tematiche allarmanti non sono terreno per scontri politici né pretesti per fare politica o peggio per intrufolarsi nella politica e mescolare di manico nel suo pentolone. Il terreno della buona battaglia, per noi, dovrebbe giocarsi tutto sul piano metafisico e su quello dell’etica, della morale e della tutela della coscienza cristiana oggettiva, quindi del riconoscimento all’obiezione di coscienza verso certe leggi in aperto e netto contrasto con ciò che per noi cattolici è intangibile e inalterabile diritto divino. Questo il motivo per il quale affermo che certi drammi della società contemporanea non dovrebbero mutarsi per taluni cattolici, peggio per certi vescovi, in un pretesto per fare pura politica, pur di non adempiere al loro naturale compito: fare pastorale e dottrina sociale della Chiesa, passare più tempo, come vescovi, a formare il proprio clero, ad ascoltare i sacerdoti, a curare la porzione del Popolo di Dio a loro affidata, anziché trafficare con politici, politicanti e giornalisti dietro il pretesto di “buone battaglie” che celano non di rado solo forme di episcopale egocentrismo.
Non rileggo mai i miei libri pubblicati, giunti di prassi alla stampa anche dopo anni di letture e di revisioni. In questi giorni sono però ricaduto su alcune miei pagine scritte tra il 2008 ed il 2009, poi pubblicate in seguito in un mio libro edito nel 2011: E Satana si fece Trino.
Vorrei proporre ai lettori uno stralcio tratto da quella mia opera nella quale analizzavo e discutevo, anni prima di certi eventi e leggi, sul pericoloso strapotere delle lobby gay. Delle Lobbyes che oggi hanno trovato un naturale “covo di vipere” velenose e agguerrite nel Parlamento di Strasburgo e che stanno tentando di instaurare una vera e propria dittatura del gender a colpi di leggi inique e moralmente inaccettabili sotto ogni profilo umano e cristiano.
Per leggere una parte tratta da questa opera, cliccare sotto
E SATANA SI FECE TRINO – pag. 268-276
I precisi confini della infallibilità: il Sommo Pontefice come dottore privato
/36 Commenti/in Attualità, Tutte/da Padre Giovanni— IN APPENDICE: INTERVISTA ALL’ARCIVESCOVO DI CHICAGO —
I PRECISI CONFINI DELLA
INFALLIBILITÀ:
IL SOMMO PONTEFICE COME
DOTTORE PRIVATO
Un problema delicato è dato dalle condizioni per le quali il Papa può entrare nel settore dottrinale senza essere infallibile. È allora il caso nel quale egli si esprime come dottore privato ovvero come semplice teologo. Qui egli non può valersi del carisma di Pietro, ma quello che dice dipende solo dalla sua sapienza umana, seppure fondata sulla fede. In questo campo egli può formulare opinioni o raggiungere certezze scientifiche, ma può anche errare, s’intende, teologicamente, ma non nella fede, perchè è protetto dal carisma di Pietro.
Sull’importanza e il senso da dare agli interventi, agli insegnamenti, alle affermazioni e dichiarazioni del Sommo Pontefice Francesco, si danno oggi notevoli dissensi in campo cattolico o fra gli stessi non-cattolici i quali, come è noto, sono frequentissimi e molto diversificati nella forma e nel contenuto, indirizzati al pubblico ed ai privati più diversi, cattolici e non-cattolici, facenti uso dei mezzi di comunicazione più diversi, frutti delle moderne tecnologie, insoliti rispetto agli usi dei Papi precedenti.
Molti entusiasti di Papa Francesco, prendono tutto quello che dice con fanatismo o finta adesione, senza vaglio critico, salvo poi fare come pare a loro o strumentalizzando quanto egli dice ad usum delphini, soprattutto se accontenta le loro voglie e le loro ambizioni. Altri, attaccati allo stile dei Papi precedenti, seguono o, si potrebbe dire, lo pedinano ogni giorno passo dietro passo con sguardo occhiuto e fucile puntato, sospettandolo di essere un Papa invalido, per coglierlo in fallo alla prima sua parola insolita, scorgendo in essa con acuta dietrologia oscure trame massoniche o segrete eresie luterane, comunque idee che risentono di quel Concilio criptoereticale tale fu a dire di costoro il Concilio Vaticano II. Essi ignorano che, come accennerò più avanti, il Papa non insegna la verità di fede, ossia, come si dice, non è “infallibile” solo quando proclama o definisce solennemente o da sè o attraverso un Concilio un nuovo dogma, ma, seppure a gradi inferiori e meno autorevoli, tutte le volte che egli ci istruisce come maestro della fede.
La condizione essenziale per il valore di questi livelli inferiori è che il Papa insegni la Parola di Dio, la dottrina e il mistero di Cristo e della Chiesa, il dato rivelato (Scrittura e Tradizione), i sacramenti, le virtù cristiane, la via del Vangelo e della salvezza, le verità o i dogmi della fede, gli articoli del Credo, ci si esprima come ci si vuol esprimere, non interessa. E non interessano neppure le circostanze, le modalità e i mezzi di queste comunicazioni, dalla l’enciclica, alla lettera pastorale, al motu proprio, all’udienza generale, all’omelia della Messa, al discorso, alla intervista giornalistica o alla telefonata. L’importante è che si tratti di queste materie, direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente.
Un problema delicato, ed è il tema di questo articolo, è dato dalle condizioni per le quali il Papa può entrare nel settore dottrinale senza essere infallibile. È allora il caso nel quale egli si esprime come dottore privato ovvero come semplice teologo. Qui egli non può valersi del carisma di Pietro, ma quello che dice dipende solo dalla sua sapienza umana, seppure fondata sulla fede. In questo campo egli può formulare opinioni o raggiungere certezze scientifiche, ma può anche errare, s’intende, teologicamente, ma non nella fede, perchè è protetto dal carisma di Pietro.
Nel passato i Papi non ci hanno lasciato documenti che non fossero espressione del carisma di Pietro. Se prima di salire al soglio pontificio col nome di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, come altri pontefici, avevano pubblicato loro scritti, una volta eletti Papi il loro insegnamento non fu generalmente che espressione del loro ufficio di Successori di Pietro e maestri della fede. Essi vollero cancellare l’aspetto umano del loro pensiero e non essere altro che tramiti dell’insegnamento del Vangelo.
Questo racchiudere tutta la propria attività di pensiero e di insegnamento nei limiti dell’ufficialità era probabilmente motivata nei Papi del passato dal timore che la manifestazione delle loro idee personali potesse essere scambiata per insegnamento pontificio, cosa che per la verità può effettivamente accadere nei credenti non sufficientemente preparati a distinguere pensiero teologico ed insegnamento di fede, ossia il Sommo Pontefice Francesco.
Diversamente invece, col secolo scorso, e precisamente con San Giovanni Paolo II, prende avvio l’uso del Papa che non si limita al suo ufficio pontificio, ma produce anche opere letterarie o teologiche sotto un profilo meramente umano. Da questo punto di vista è notevole è la trilogia cristologica di Benedetto XVI, circa la quale egli stesso invitò gli studiosi a discutere con lui. Segno evidente che egli con questi scritti non intendeva presentarsi come dottore universale ed infallibile della fede, ma semplicemente ed anche modestamente, come teologo tra i teologi, sebbene egli sia grandissimo teologo.
Credo che questo mutamento nell’attività intellettuale dei Papi sia stato motivato dal fatto che oggi la formazione culturale cattolica è maggiormente in grado di un tempo di chiarire al comune fedele la differenza tra il Papa come Papa e il Papa come dottore privato, benchè tuttavia il Papa attuale, con la varietà e l’aspetto insolito dei suoi numerosi e frequenti interventi, metta seriamente alla prova chi desidera distinguere in lui Simone – ossia Jorge Mario Bergoglio – che manifesta le proprie idee a volte discutibili, da Pietro maestro infallibile della fede.
Oggi appare più che mai urgente il problema di come possiamo distinguere in modo certo, adeguato e chiaro l’insegnamento di un Papa come Papa da un suo discorso o scritto teologico o letterario occasionale, improvvisato o estemporaneo. La distinzione è molto importante, poichè è evidente che mentre la parola di Pietro è vincolante e sempre vera, quanto invece pensa o dice Simone, ossia l’uomo Bergoglio, benché sempre degno di rispetto, non è detto che sia sempre indiscutibile, univoco e necessario alla salvezza. Al riguardo, possiamo rispondere innanzitutto che lo stesso Papa Francesco si premura solitamente di farcelo capire manifestando le sue intenzioni e a seconda delle circostanze. Siccome il suo ufficio ordinario è quello petrino, ordinariamente dobbiamo pensare che quanto egli esprime sia manifestazione di tale ufficio, soprattutto se si tratta di quelle materie di fede alle quali ho accennato sopra. Ma il livello di autorità del suo insegnamento lo possiamo dedurre anche dai suoi stessi contenuti e dal modo di esprimerli. Esistono infatti dottrine notoriamente teologiche e non magisteriali, dottrine che, se troviamo sulla bocca o negli scritti del Papa, sarà evidente che esprimono il suo pensiero semplicemente come dottore privato.
Mettiamo per esempio che il Papa desse a Maria il titolo di “corredentrice” o che sostenesse con Sant’ Agostino che i dannati sono più numerosi dei beati o che la Sindone è veramente l’impronta del corpo di Cristo o che la Madonna appare veramente a Medjugorje o che Giuda è all’inferno o che alla resurrezione esisteranno gli animali o che gli angeli siano stati sottoposti da Dio all’inizio del mondo ad una prova di fedeltà o che il passaggio degli Ebrei dal Mar Rosso sia stato semplicemente un fenomeno miracoloso di marea favorevole o che Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre avevano un aspetto scimmiesco o che anche gli embrioni sono battezzati da Cristo o che ci sono state delle cose che Cristo non sapeva o che l’Anticristo è una singola persona o che i due “testimoni” dei quali parla l’Apocalisse sono i Santi Pietro e Paolo e così via. Tutte queste ipotesi sono indubbiamente compatibili con i dati di fede. Si tratta certo di dottrine rispettabili e probabili, ma che tuttavia non corrispondono in se stesse a delle vere e proprie verità di fede, in quanto non è possibile trovarle direttamente nè nella Scrittura nè nella Tradizione. Le fonti della Rivelazione potrebbero avallarle ma anche non avallarle. Al momento non è possibile saperlo con certezza e per questo il Magistero pontificio come tale non si pronuncia.

Nel mese di febbraio 2014 il Sommo Pontefice Francesco ha voluto formalmente rinnovare il passaporto della Repubblica Argentina con il nome di Jorge Mario Bergoglio
Queste dottrine, tuttavia, grazie ad un ulteriore approfondimento teologico, potrebbero acquistare un domani un tale grado di probabilità, da divenire certezza. Per questo, è del tutto lecito sostenerle con la dovuta modestia ed è altrettanto lecito dissentire da esse con la dovuta prudenza, in attesa di un eventuale chiarimento. In tal caso il dibattito e il confronto tra le opposte opinioni, condotto nel rispetto reciproco e con metodi scientifici, aiuta a scoprire la verità, che forse però non verrà mai scoperta sino alla parusia.
Può anzi accadere che una tesi teologica ben dimostrata sia così bene accolta dalla Chiesa, tanto da salire al grado di dogma di fede definito, come è avvenuto per la tesi tomistica dell’anima unica forma corporis nel Concilio di Viennes del 1312 o dell’immortalità dell’anima nel Concilio Lateranense V del 1513.
Nulla e nessuno pertanto impedisce al Papa, come dottore privato, di inserirsi in questa ricerca e di partecipare alla discussione con gli altri teologi su di un piede di parità ed a suo rischio e pericolo, avanzando un suo modo proprio di vedere le cose e lasciandosi contestare nel caso i suoi argomenti si rivelino sbagliati o discutibili.
Può accadere inoltre che la sua opinione diventi particolarmente autorevole e persuasiva tra i teologi, ma opinione resta; per cui, benchè espressa dal Papa, non può assolutamente assurgere al livello di insegnamento pontificio ufficiale ed infallibile, si tratti di dogma definito o non definito.
Da notare che nel corso della storia i fedeli sono sempre andati soggetti ad un duplice rischio nei confronti delle idee espresse dal Papa. O quello di sottovalutarle e di diminuirne o restringerne l’autorità, con vari pretesti, o al contrario il rischio di quel fanatismo e di quella sudditanza supina, indiscreta, poco illuminata e anche interessata, che prende come indiscutibili anche le posizioni del Papa come dottore privato.
Tra i primi da tempi recenti ci sono quelli che restringono le note dell’infallibilità del magistero pontificio alle specialissime e rarissime condizioni stabilite dal Concilio Vaticano I, onde sentirsi autorizzati a negare l’infallibilità e quindi quanto meno a sospettare di falso o di falsificabilità le dottrine del Concilio Vaticano II, che sarebbero secondo loro solo “pastorali”, nonchè tutti gli insegnamenti ed interventi dei Papi postconciliari a qualunque livello o in qualunque forma, chiaramente non segnati da quelle caratteristiche.
Costoro credono all’immutabilità del dogma; ma quanto all’infallibilità del Papa e del Concilio, respingono la già citata Istruzione della Congregazione della Dottrina della Fede, aggiunta alla Lettera apostolica Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II del 1998, nella quale si insegna, precisando la dottrina del Vaticano I, che il Magistero della Chiesa (Papa o Concilio), al di sotto dell’infallibilità eccezionale e solennemente definita, si esprime secondo altri due gradi inferiori di autorità, circa i quali il cattolico è certo che la Chiesa dice il vero autenticamente, definitivamente, irreformabilmente ed immutabilmente. Ora, il livello di autorità delle dottrine conciliari e dell’insegnamento dei Papi successivi fino all’attuale, appartiene a uno di questi due livelli.
Altri invece, è un caso del nostro tempo, infetti da gnoseologie relativiste, soggettiviste o evoluzioniste, non credono all’infallibilità del Papa, per cui, se a loro pare che il Papa si ponga in contrasto o in rottura con dottrine precedentemente definite o tradizionali, ed il nuovo, così come lo intendono, è di loro gradimento, non si fanno scrupolo ad esaltare un Papa Francesco, che finalmente si è aggiornato, un papa “rivoluzionario”, che finalmente ha abbracciato la “modernità”, un Papa che sa “dialogare” con tutti.
Da questi fatti comprendiamo come sia facile per il fedele ed è possibile anche per un teologo imprudente, si tratti di un tradizionalista o di un progressista, giudicare non in base a criteri obbiettivi, ma ai propri gusti, per cui si nega l’infallibilità o la verità alle dottrine pontificie che non piacciono, anche se assolutamente vere; e per converso si considerano indiscutibili o “avanzate” o addirittura “rivoluzionarie” idee del Papa, fraintese e mal digerite, che il Papa ha espresso magari en passant e senza l’intenzione di insegnare verità di fede o solo per esprimere un’opinione o un’impressione personale.
Costoro, il lettore avrà già capito che sono i modernisti, in realtà, imbevuti di storicismo, non credono all’infallibilità pontificia, perchè non credono all’immutabilità della verità. Ma ciò non impedisce loro di assolutizzare come fossero dogmi certe affermazioni del Papa puramente contingenti ed occasionali, interpretate peraltro come se il Papa desse spazio alle idee moderniste.
Infatti lo storicista, come per esempio l’hegeliano, crede a suo modo nell’assoluto, solo che per lui l’assoluto non trascende la storia in un’immutabilità metafisica, ma non è altro che l’assolutizzazione dell’evento storico presente che lo interessa. Così per esempio, per la Scuola di Bologna, le dottrine del Concilio non fanno riferimento a nulla di immutabile e di sovrastorico, ma rappresentano l’evento epocale, rivoluzionario, escatologico e profetico del tempo presente. In tal senso per lo storicista, l’Assoluto stesso diviene col divenire storico. Nulla resta, nulla permane, ma tutto evolve nella storia, come storia e come Assoluto nella storia. Niente storia senza Assoluto, ma anche niente Assoluto senza storia.

Il Sommo Pontefice Francesco durante un gesto spontaneo verso un gruppo di anziani ebrei reduci dai campi di sterminio
I modernisti non hanno rispetto del Papa come maestro della fede, per cui tendono a risolvere tutti i suoi insegnamenti in semplici opinioni teologiche, che essi quindi si permettono ora di accogliere, ora di contestare, come loro garba, come se fossero quelle di qualunque altro teologo. E questo perchè, come già faceva notare acutamente San Pio X nella Pascendi dominici gregis, essi sono dei “fenomenisti”, che sostituiscono l’apparire all’essere, ciò che sembra a ciò che è. Per loro non si danno quindi certezze oggettive, universali ed immutabili, ma tutto è opinabile, mutevole dipendente dai tempi, dai luoghi e dai punti di vista.
I modernisti si fingono discepoli ed ammiratori del Papa per qualche sua frase o gesto che sembrerebbe andar loro incontro. E purtroppo il Papa non sembra attualmente far molto per sfatare questa interpretazione e prender le distanze da questi falsi amici. Ma l’equivoco non può durare all’infinito. Presto il Papa, stanco dei loro approcci sempre più indiscreti, parlerà con voce franca e chiara. C’è da temere che a questo punto la loro finta ammirazione si muterà in odio. Questo voltafaccia del resto sarà in linea con i loro stessi camaleontici princìpi morali. E sono dell’idea che il Papa potrebbe correre pericolo per la sua stessa vita. Così, a quanto sembra, riuscirono a far morire di dolore Papa Giovanni Paolo I.
Se si tratta invece di altri argomenti, di carattere pratico o morale, a cominciare dagli atti più importanti del governo papale, alle direttive liturgiche, alle disposizioni pastorali, giuridiche, amministrative o disciplinari, qui il Papa è fallibile e può anzi mancare di virtù, di coraggio, di carità e di prudenza. Ma è sempre doveroso, se lo si ritiene utile o necessario, svolgere una critica garbata, modesta e rispettosa, come di figli verso il padre.
Osserviamo a questo punto che, come emerge anche dai dotti studi di Antonio Livi ai quali rimando, la teologia è una scienza che, come tale, si accompagna all’opinione. Per questo, il Papa come dottore privato, può giungere a conclusioni teologiche scientifiche, ossia accertate e dimostrate, così come può limitarsi al campo dell’opinabile, del probabile, dell’ipotetico, dell’incerto.
La scienza ci dà l’evidenza mediata, riconducile a princìpi primi di ragione, di senso comune o di fede; ci mostra inconfutabilmente ciò che è vero. L’opinione, invece, senza potersi rifare a quei princìpi, ma basata solo sull’apparenza (δόξα, doxa), avanza argomenti probabili o, come dice Aristotele, “dialettici”, ossia che occorre verificare con ulteriori ricerche. Essi infatti hanno solo l’apparenza del vero e quindi l’opinione giunge conclusioni non certe, ma solo probabili.
La scienza è l’apparizione o la manifestazione (ϕαινόμενον fainòmenon) mediata del vero. L’opinione (δόξα) invece ci dà ciò che sembra vero (videtur). Ad un’ulteriore indagine si può scoprire o che è vero o che è falso. L’opinione si ferma all’apparenza. Solo la scienza ci fa distinguere con certezza il vero dal falso.
La scienza è una, perchè una cosa o è o non è; non possono convivere due scienze contrapposte circa la medesima cosa. Le opinioni invece sono molte e possono legittimamente coesistere ed opporsi tra di loro, perchè di due opinioni opposte si suppone che non si sappia qual è quella vera, ma entrambe hanno l’apparenza della verità.
Da princìpi di fede è possibile ricavare in teologia l’opinione o la scienza: l’opinione, se il teologo non riesce a fare una deduzione rigorosa; la conclusione scientifica, invece, se riesce far tale deduzione. Un Papa può essere teologo nell’uno come nell’altro senso. L’infallibilità del suo carisma di maestro della fede non lo soccorre per nulla in queste indagini e in queste conclusioni, che sono rimesse invece totalmente alla sua sapienza umana, alla sua preparazione scientifica e al rigore logico del suo metodo.

Papale Arcibasilica di San Pietro: la Tomba del Principe degli Apostoli sotto l’Altare della Confessione
Papa Francesco non è un teologo accademico, come lo è stato Benedetto XVI, che ci ha lasciato come teologo privato preziosi libri di cristologia, ai quali ho già accennato. Papa Francesco invece è un teologo kerygmatico, un instancabile predicatore di quel Dio Incarnato, Gesù Cristo e del suo Spirito, che alimenta la sua vita intellettuale, il suo cuore, la sua passione di apostolo e di pastore, protesi alla salvezza di tutti gli uomini. Egli mi ricorda il Fondatore del mio Ordine, San Domenico di Guzmàn, del quale si diceva che “parlava o a Dio o di Dio”.
Anche per Papa Francesco, come per i Papi precedenti, occorre saper discernere il momento del suo approccio personale a Cristo, la sua sensibilità teologica, la sua devozione privata, il suo punto di vista umano particolare — che potremo anche accettare o non accettare, potremo discutere o approfondire liberamente di nostra scelta — dal maestro della fede, dal pastore e dottore universale della Chiesa, dal Vicario di Cristo, il Successore di Pietro, il Testimone della Parola di Dio, della Scrittura e della Tradizione, che infallibilmente assistito dallo Spirito Santo, predica ufficialmente e pubblicamente per mandato di Cristo richiamando tutti gli uomini alla salvezza.
Fontanellato, 23 novembre 2014
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L’ARCIVESCOVO EMERITO DI CHICAGO:
«IL SANTO PADRE HA CREATO DELLE ASPETTATIVE CHE NON PUÒ SODDISFARE»
A distanza di un paio di giorni dalla pubblicazione di questo articolo del Padre Giovanni Cavalcoli, è stata pubblicata una intervista rilasciata dal Cardinale Francis George, arcivescovo metropolita di Chicago, da poco dimesso dalla cattedra di quella arcidiocesi per gravi motivi di salute; il porporato, ammalato di cancro, si trova infatti a vivere la fase culminante della sua malattia.
L’articolo integrale in lingua originale è consultabile QUI
Riportiamo sotto, tratta dal celebre blog di Sandro Magister, la traduzione italiana dell’intervista del Cardinale che abbiamo ritenuto opportuno inserire in appendice a questo nostro articolo.
di +Francis George, omi
Posso capire l’ansia di certe persone. A un primo sguardo non ravvicinato, ti può sembrare che Francesco metta in discussione l’insegnamento dottrinale consolidato. Ma se guardi di nuovo, soprattutto quando ascolti le sue omelie, vedi che non è così. Molto spesso, quando lui dice certe cose, la sua intenzione è di entrare nel contesto pastorale di qualcuno che si trova preso, per così dire, in una trappola. Forse questa sua simpatia la esprime in un modo che induce la gente a chiedersi se egli sostenga ancora la dottrina. Non ho nessun motivo di credere che non lo faccia. […]
Si pone allora la domanda: perché Francesco non chiarisce queste cose lui stesso? Perché è necessario che gli apologeti sopportino il peso di dover fare ogni volta buon viso? Si rende conto delle conseguenze di alcune sue affermazioni, o anche di alcune sue azioni? Si rende conto delle ripercussioni? Forse no. Io non so se lui è consapevole di tutte le conseguenze di quelle parole e di quei gesti che sollevano tali dubbi nella mente delle persone.
Questa è una delle cose che mi piacerebbe avere la possibilità di domandargli, se mi capitasse di essere lì da lui: “Si rende conto di ciò che è successo solo con quella frase ‘Chi sono io per giudicare?’, di come è stata usata e abusata?”. Essa è stata davvero abusata, perché lui stava parlando della situazione di qualcuno che aveva già chiesto pietà e ricevuto l’assoluzione, di qualcuno da lui ben conosciuto. È una cosa completamente diversa dal parlare di qualcuno che pretende di essere approvato senza chiedere perdono. È costantemente abusata, quella frase.
Ha creato delle aspettative attorno a lui che egli non può assolutamente soddisfare. Questo è ciò che mi preoccupa. A un certo punto, coloro che lo hanno dipinto come una pedina nei loro scenari sui cambiamenti nella Chiesa scopriranno che lui non è quello che credono. Che non va in quella direzione. E allora forse diventerà il bersaglio non solo di una delusione, ma anche di un’opposizione che potrebbe essere dannosa per l’efficacia del suo magistero. […]
Personalmente, trovo interessante che questo papa citi quel romanzo: “Il padrone del mondo”. È una cosa che vorrei domandargli: “Come fa a mettere assieme quello che lei fa con quello che lei dice che sia l’interpretazione ermeneutica del suo ministero, cioè questa visione escatologica secondo cui l’Anticristo è in mezzo a noi? È questo che lei crede?”. Mi piacerebbe fare questa domanda al Santo Padre. In un certo senso, ciò potrebbe forse spiegare perché egli sembra avere tanta fretta. […] Che cosa crede il papa circa la fine dei tempi? […]
Io non lo conoscevo bene prima della sua elezione. Ho saputo di lui tramite i vescovi brasiliani, che lo conoscevano di più, e a loro ho fatto molte domande. […] Non sono andato a trovarlo da quando è stato eletto. […] Papa Francesco non lo conosco abbastanza. Certamente lo rispetto come papa, ma mi manca ancora una comprensione di che cosa intenda fare.
traduzione a cura di Sandro Magister [vedere qui]
Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
ratrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI














