Obbedienza al Papa, solo in relazione a Cristo

OBBEDIENZA AL PAPA

SOLO IN RELAZIONE A CRISTO

Autore Antonio Livi

Autore
Antonio Livi

 

[…] il Papa interessa relativamente, cioè interessa solo in relazione a Cristo, dal quale riceve l’autorità di «pascere le sue pecorelle» nel suo Nome; solo in relazione a Cristo, la cui Parola egli deve custodire, interpretare e annunciare al mondo, «senza aggiungere e senza togliere alcunché»; solo in relazione a Cristo, del quale il primo Papa, san Pietro, disse che «non ci è stato dato alcun altro Nome sotto il Cielo nel quale possiamo essere salvati»; solo in relazione a Cristo che nel Giubileo dell’anno 2000 la Chiesa, con Papa Giovanni Paolo II, ha di nuovo messo al centro della propria vita e della propria missione come Colui che «ieri, oggi e sempre» è l’unico Salvatore.

A distanza di alcuni mesi vi proponiamo due articoli che Antonio Livi e Ariel S. Levi di Gualdo scrissero molto prima del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia, potrebbe essere interessante leggerli nuovamente oggi …

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Antonio Livi – Obbedienza al Papa solo in relazione a Cristo

Dopo il Sinodo, il Papa tornerà ad indossare le scarpette rosse?

«Teologia della Speranza»

DOPO IL SINODO IL PAPA TORNERÀ AD INDOSSARE LE

SCARPETTE ROSSE?

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 […] il Santo Padre Francesco può dunque piacere o non piacere, cosa del tutto legittima, ma per divina volontà e per divina istituzione rimane il clavigero, oggetto e soggetto come tale della nostra fede e della nostra speranza: «Tu sei Pietro», quindi della nostra autentica e inesauribile devozione per il mistero che egli incarna.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Per leggere questo articolo pubblicato il 20.06.2014 cliccare sotto

Ariel S. Levi di Gualdo – Dopo il Sinodo il Papa tornerà a indossare le scarpette rosse

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Le tenebre del mondo e la “Stella del Mattino”

LE TENEBRE DEL MONDO E LA

“STELLA DEL MATTINO”*

 

[…] il Deposito della Fede è da sempre insidiato dal diavolo, ma è pure attaccato dalla superbia degli uomini. Sembra incredibile in effetti constatare quanta e quale superbia vi sia, ad esempio, in tante teorie “ teologiche” alla moda che purtroppo spesso hanno successo anche in alcuni “ uomini di Chiesa”.

 

 GIanni Battisti 1

Autore

Gianni T. Battisti

chiesa in fiamme

Una delle numerose chiese date alle fiamme dai fondamentalisti islamici

Viviamo tempi difficili, anche in ambito ecclesiale. Molti fedeli non conoscono più i fondamenti della loro Fede Cattolica, non si appassionano più alle cose di Dio. Si pratica, da parte di molti credenti, una forma di individualismo religioso — e questo anche in persone colte e preparate — che porta a trascurare le fondamentali opere di misericordia spirituale, opere che han sempre fatto parte del DNA cristiano e cattolico, opere che contribuiscono, come nessuna, alla rettitudine morale, all’edificazione spirituale ed alla salvezza delle anime.

Distratti dalle sirene mondane, lusingati dal successo e dai piaceri che il mondo sa offrire, spesso gli uomini di questo nostro tempo scelgono una religiosità “fai da te”, facile, comoda, che sa andare a braccetto con le istanze della società contemporanea materialista ed edonista e spesso, purtroppo, divengono preda di una forma deviata di sentimentalismo che allontana dalla Rivelazione e quindi dal Dio vivo e vero.

via del concilioDurante lo svolgimento degli antichi concili sappiamo che nei mercati, si dibatteva, con competenza e santo entusiasmo, circa la natura di Cristo, si ragionava cioè per altissimas causas e si vedevano le cose sub specie aeternitatis. Oggi, nella società del “benessere”, nella società “ evoluta”, il Depositum Fidei custodito nei secoli dalla Chiesa di Dio, Una, Santa, Cattolica e Apostolica è un bene trascurato dai più, bene che sarebbe invece da conservare, da coltivare, da comprender sempre meglio, da vivere. San Paolo Apostolo esorta così il discepolo da lui consacrato vescovo: «O Timoteo, custodisci il deposito» [1Tm 6,20]. In effetti il Deposito della Fede, bene davvero sublime, è sì, da sempre, insidiato dal diavolo, ma è pure attaccato dalla superbia degli uomini. Sembra incredibile in effetti constatare quanta e quale superbia vi sia, ad esempio, in tante teorie “ teologiche” alla moda che purtroppo spesso hanno successo anche in alcuni “ uomini di Chiesa”.

atanasio schiaccia ario

Pittura del XVIII secolo raffigurante il Vescovo Atanasio che schiaccia l’eresiarca Ario

È incredibile constatare altresì che tali “nuove teorie” sono in realtà, nella maggior parte dei casi — come da anni fanno notare i teologi più attenti come il domenicano Giovanni Cavalcoli — la riproposizione, in salsa contemporanea, di eresie vecchie come il cucco, eresie condannate più e più volte, peraltro, da vari concili, dal Magistero succedutosi nei secoli. Evidentemente tale spiacevole situazione fa nascere un malessere ecclesiale che serpeggia e che inquieta i buoni — il cardinale Raymond Leonard Burke ha parlato a tal proposito di “ mal di mare” — poiché il male interno sa essere più subdolo ed insidioso degli attacchi esterni, attacchi che pur ci sono in gran quantità, attacchi che pur son dolorosi e contribuiscono a rendere, a loro volta, sofferente il Corpo Mistico di Cristo e la società civile. Molti soffrono e pregano in silenzio. La confusione è grande e sembra talvolta avere la meglio.

statua san michele arcangelo

Prima della sua abdicazione dal sacro soglio il Santo Padre Benedetto XVI fece collocare una statua raffigurante San Michele Arcangelo che trafigge il Demonio, con la scritta in evidenza … non praevalebunt e la scritta sottostante: “Protettore della Città del Vaticano”. E con questo disse più o meno tutto

Il Signore tuttavia, in virtù della Sua infinita misericordia, ha sempre posto sul cammino accidentato della nostra vita dei Baluardi, delle Stelle Luminose, delle Vigili Sentinelle , dei Campioni della Fede che operano, con la loro dottrina, con le loro opere, col loro esempio, con la loro sagacia, la loro ispirazione, con il loro geniale discernimento, con l’ossequio al Magistero perenne, con la santità di vita, a servizio di Dio e della Sua Sposa Immacolata, che lavorano incessantemente in favore della vera Fede, della società e delle anime.
Anche per questo siamo grati al buon Dio che ci dona, pur tra le tante difficoltà in cui ci dibattiamo, pur tra le tempeste che spesso, come per i Santi Apostoli, sembrano sommergere la Barca di Pietro, dei veri pastori che sanno condurci a Cristo che è la Verità, Cristo Gesù che placa i marosi e sostiene la Sua Chiesa. E il Signore ci dona pure, se sappiamo chiederlo con fiduciosa preghiera, il discernimento che ci fa distinguere i buoni maestri e i pastori autentici dai tanti falsi profeti e cattivi maestri che imperversano, al giorno d’oggi, forse come non mai.

Il Signore ci custodisce. Il buon Dio custodisce la Sua Chiesa. Sappiamo che la promessa del Signore è vera. Siamo profondamente consapevoli che il male non potrà mai vincere, che Portae inferi non praevalebunt. Il Padre Celeste non ci abbandona mai. Maria che il Beato Pontefice Paolo VI, al termine del Concilio Vaticano II, ha proclamato “ Madre della Chiesa”, illumina le tenebre di questo nostro mondo come “Stella del mattino”. Lei che e’ “la nostra speranza”, ci restituisce la fiducia per ripetere ancora: “Proteggimi o Dio, in Te mi rifugio” [Sal 16,1].

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* Questo breve: scritto, con una piccola aggiunta, è apparso già in Verità della Fede, che cosa credere e a chi, a cura di Gianni T. Battisti edizioni Leonardo da Vinci Roma 2014 [vedere qui].

cliccare sotto per ascoltare un canto della tradizione popolare mariana

Fuori dalla Chiesa visibile non c’è salvezza? I mezzi ordinari ed i mezzi straordinari di salvezza: Dio non ha bisogno del nostro permesso

FUORI DALLA CHIESA VISIBILE NON C’E’ SALVEZZA?
I MEZZI ORDINARI ED I MEZZI STRAORDINARI DI SALVEZZA: DIO NON HA BISOGNO DEL NOSTRO PERMESSO

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Extra Ecclesiam nulla salus, o salus extra Ecclesiam non est, è un monito rivolto a noi, un invito a non abbandonare mai la via, la verità e la vita. Un monito coerentemente, dogmaticamente e dottrinalmente legato ai mezzi ordinari di salvezza. A meno che, all’apice della follia farisaica, qualcuno non voglia contestare a Dio Padre l’uso legittimo di mezzi straordinari di salvezza, a Dio Figlio di avere celebrato l’Eucaristia nel corso dell’Ultima Cena senza il messale della «Messa di sempre», ed infine, a Dio Spirito Santo, di non essersi attenuto per le sue azioni di grazia a qualche enciclica del magistero, di carattere puramente politico, scritta un paio di secoli fa, essendo con essa stato legato un nodo che, lungi dall’essere un dogma di fede, a parere di alcuni avrebbe vincolato in eterno e per sempre la Terra e il Cielo.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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Assieme all’articolo dedicato da Giovanni Cavalcoli, OP alle teorie palesemente ereticati di Raniero La Valle [cf. QUI], riproponiamo questo vecchio articolo scritto nel novembre 2014 da Ariel S. Levi di Gualdo, nel quale si chiarisce il vero senso di extra Ecclesiam nulla salus.

La Redazione de L’Isola di Patmos

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vipere

“Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della Geenna? Perciò, ecco, io vi mando dei profeti e dei savi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, affinché venga su voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare” [Mt 23 , 33-35]

Molti cosiddetti tradizionalisti che dicono di rifarsi al tomismo ed alla più genuina scolastica, in verità si rifanno a quattro formule trite della neoscolastica decadente; che rispetto alla scolastica, al tomismo ed alla buona scienza metafisica sono altra cosa. Formule che usano allo stesso modo in cui gli antichi farisei usavano la Legge con formalismo fine a se stesso, tanto da procacciarsi i severi rimproveri del Verbo di Dio fatto uomo che trattandoli più volte a dure parole li accusa di filtrare il moscerino e di ingoiare il cammello [Cf. Mt 23, 24]. Da sempre, infatti, l’ateismo peggiore è quello religioso, portato avanti dai clericali di tutti i tempi che, in maniera si spera inconsapevole, si pongono al di sopra dello stesso mistero della grazia di Dio. Il Signore Gesù, che non era politicamente corretto, soleva chiamarli: «Razza di vipere [Mt 23, 33]». E qui sarebbe interessante introdurre un complesso discorso di carattere antropologico ed esegetico, solo per spiegare che genere d’insulto immane costituissero certe espressioni di Gesù nella società dell’epoca e nel lessico aramaico.

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San Tommaso d’Aquino mise in guardia da certe insidie affermando: «Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te» [1]. Questo perché la Verità presuppone il nostro devoto servizio, non il nostro possesso, perché la Verità è Dio, che si adora, non si possiede; la Verità è Dio che si serve, non Dio che si usa.

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farisei

… guai a voi che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello [Cf. Mt 23, 24].

Nel mondo di quella che viene impropriamente definita Tradizione, dove primeggiano i fans dei lefebvriani con tutte le loro confusioni connesse talora all’incapacità di distinguere le sostanze dagli accidenti secondo la migliore metafisica, aleggia anche una mancata percezione teologica legata a quelli che sono i mezzi ordinari ed i mezzi straordinari dell’azione di grazia di Dio in rapporto al mistero della salvezza e della redenzione, per non parlare del concetto di Chiesa visibile e di Chiesa invisibile. Anche in questo i modernisti per un verso ed i fans dei lefebvriani per l’altro, procedono su due binari opposti, ma paralleli, ed entrambi fanno marciare lo stesso treno con tutti i suoi ignari passeggeri verso il ponte pericolante di Cassandra Crossing, com’ebbi a scrivere nel mio primo articolo sull’Isola di Patmos [cf. qui].

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I modernisti hanno sviluppato in seno alla Chiesa varie metastasi che concorrono tutte al dramma della stessa neoplasia. Mezzo secolo fa, si è partiti dalla teoria ardita di Karl Rahner sui “cristiani anonimi”; e dico ardita perché il linguaggio espressivo di questo teologo gesuita tedesco, che per suo impianto strutturale è nebuloso e ambiguo, se colto e male interpretato — come di prassi accade — può portare ad una vanificazione dell’intero mistero della redenzione. La pericolosa teoria dei “cristiani anonimi” finisce così col divenire una delle basi portanti del relativismo teologico che sfocia per naturale conseguenza nel relativismo religioso: una religione vale l’altra, cristiana o non cristiana che sia. Affermare ciò in questo modo è sbagliato e pericoloso, mentre è corretto sotto tutti i profili della migliore dottrina parlare — come faremo di seguito — dei mezzi ordinari e dei mezzi straordinari di salvezza.

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cacqueray

Il superiore del distretto di Francia della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, padre Régis de Cacqueray, attaccando duramente papa Benedetto XVI, aveva detto ai primi di aprile del 2012 che «occorre diffidare come della peste delle novità introdotte dal Concilio Vaticano II e dai Papi che sono venuti dopo di esso» [qui]

A queste evidenti eresie istituzionalizzate che da decenni sono insegnate all’interno dei centri di formazione teologica per la massiccia opera dei modernisti, i fans dei lefevbriani reagiscono affermando «Extra ecclesiam nulla salus», abusando un’espressione di San Cipriano di Cartagine che, per l’esattezza, nel suo scritto affermò: «Salus extra ecclesiam non est» [2]. Girando per i siti e per i blog della cosiddetta “Tradizione”, si rimane interdetti nel leggere delle assurde esegesi su questa frase vergate da personaggi che dal bar dello sport, dove si sostiene la squadra del cuore, sono passati con spirito disinvolto ma del tutto simile a discutere di teologia, o peggio di metafisica e di dogmatica. Già in passato ho tentato di chiarire questa espressione alquanto insidiosa se presa ed estrapolata dal suo àmbito; perché si tratta di una frase che emerge da un preciso contesto storico legato ad accese diatribe dottrinali che si susseguivano nel III secolo, in epoche antecedenti al Concilio di Nicea che definirà alcuni dei dogmi fondamentali della fede. Basterebbe ricordare per inciso che Cipriano affermò e sostenne in una sua dettagliata richiesta inviata con tutti i crismi della ufficialità al Vescovo di Roma la necessità di amministrare nuovamente il Sacramento del Battesimo agli eretici pentiti usciti in precedenza dalla Chiesa che domandavano di essere riammessi al suo interno. Oggi, una simile richiesta del Vescovo di Cartagine, santo martire e padre della Chiesa, farebbe in parte sorridere in parte rabbrividire tutti i Padri radunati nella assisa del Concilio di Trento; e cito di proposito il concilio tridentino, non l’ultimo concilio della Chiesa, proprio per non dare a certuni motivi di pretesto per chiudersi a priori a questo mio discorso, tendendo essi a valutare tabù, se non peggio “eresia”, tutto ciò che di dottrinale e di pastorale ha fatto seguito al Concilio Ecumenico Vaticano II.

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niceo icona bizantina

icona bizantina raffigurante l’assisa del Concilio di Nicea del 325

Certe parole ed espressioni di alcuni Santi Padri e Dottori della Chiesa vanno sempre prese con cautela, specie quelle di molti Padri dei primi secoli, quando ancora il Cristianesimo era nella sua prima fase evolutiva e non erano stati ancora sanciti i dogmi che prenderanno forma nei primi otto secoli di vita della Chiesa; perché occorsero secoli, dopo l’incarnazione, la vita, la morte e la risurrezione del Cristo, per giungere a percepire cosa davvero era accaduto attraverso l’uomo Gesù, vero Dio e vero uomo, quindi definirne il mistero della natura umana e divina e cogliendo il senso della sua missione e rivelazione. Altrettanti secoli occorreranno per avere una professione di fede, redatta al Concilio di Nicea (anno 325) e poi perfezionata in quello di Costantinopoli (anno 381). Volendo potremmo anche fornire l’elenco dettagliato di tutte le eresie nelle quali diversi Padri, oggi santi e dottori della Chiesa, caddero ripetutamente durante le accese diatribe dottrinarie che erano all’epoca all’ordine del giorno, quando si cercava di penetrare un mistero per il quale non esistevano neppure parole sul vocabolario per poterlo in qualche modo definire, tanto da costringere i Padri a prendere in prestito lemmi dal vocabolario greco e adattarli alle verità di fede che mano a mano stavano cominciando a penetrare. Soprattutto, certe espressioni dei Padri, vanno sempre e di rigore lette all’interno di precisi contesti storici, sociali ed ecclesiali; salvo rischiare in caso contrario di attribuire ad essi pensieri ed affermazioni che in verità non hanno mai attraversato le loro apostoliche ed illuminate menti.

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Evito di entrare in dettaglio nel discorso paradigmatico del Limbo, che prende vita principalmentelimbo-title da un “equivoco” dovuto alla mal comprensione di alcuni scambi polemici tra Agostino vescovo d’Ippona ed il geniale ed acuto eresiarca Pelagio, per poi svilupparsi appresso nel medioevo, anche attraverso la poetica di Dante.

Le speculazioni teologiche sul Limbo non sono mai entrate nelle definizioni dogmatiche del Magistero, checché ne scrivano certi “teologi” da bar dello sport. Anche se il Magistero ne ha fatta menzione nel proprio insegnamento fino al Concilio Vaticano II, il Limbo è stato prospettato sempre come ipotesi, mai come verità dogmatica di fede, come invece lo sono l’esistenza del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno.

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limbo 2Nell’ultima edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica edita nel 1992, il Limbo non viene in alcun modo menzionato. Sul problema teologico del Limbo sorvolò il Concilio Vaticano II, lasciando che ad esprimersi fosse decenni dopo la Commissione Teologica Internazionale [3], che da mezzo secolo a questa parte pare specializzata anche a redigere documenti che lasciano aperte tutte le possibili porte, pur di non dare quelle precise risposte reclamate di prassi dalla dottrina e dalla teologia. Lungo e complesso sarebbe dunque il discorso, ma quanto sin qui accennato è sufficiente per tentare di far capire ai teologi del “bar dello sport” che i dogmi non s’inventano; mentre per quanto riguarda quelli esistenti, è bene non fare estrapolazioni, evitando taglia e cuci ed evitando di far affermare al Magistero ciò che il Magistero non ha mai affermato e sancito, per non dire di peggio …

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… udire infatti membri della Fraternità Sacerdotale di San Pio X che brandiscono come una sciabola l’Enciclica Mirari Vos del Sommo Pontefice Gregorio XVI, più che patetico è contro ogni sana ecclesiologia pastorale. Quella enciclica fu redatta nel 1832 per motivi pastorali dettati da precise condizioni sociali e politiche, in una situazione storica europea nella quale la Chiesa doveva fare i conti con tutti i postumi della Rivoluzione francese, col liberalismo, la massoneria anti-cattolica, i troni europei sui quali non erano affatto seduti dei San Luigi Gonzaga e che tra colpi di mano e intrighi internazionali tremavano sempre di più. Quella enciclica è un documento di pura condanna che non sancisce nuove dottrine e tanto meno nuovi dogmi della fede e che ruota tutta su contenuti legati a problemi socio-politici non applicabili alla società civile ed ecclesiale contemporanea, a meno che non si voglia cadere nella aberrazione ideologica intesa stricto sensu secondo l’etimo latino di aberratio. Tutto questo nasce ovviamente dal pericoloso rifiuto del dato di fatto teologico e pastorale che la Chiesa è un corpo in evoluzione (si legga: accidenti esterni mutevoli), edificato su verità immutabili nel tempo (si legga sostanze immutabili), ammesso che si voglia fare realmente metafisica, teologia dogmatica e storia del dogma in modo serio e corretto per la migliore edificazione del Popolo che Dio ci ha affidato in cura pastorale.

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cipriano

San Cipriano vescovo di Cartagine, icona bizantina

È quindi tanto pacifico quanto evidente che Cipriano, rivolgendosi ai figli della Chiesa, non agli appartenenti ad altre religioni, ammonisce i fedeli cristiani variamente caduti in eresia o in errori dottrinari affermando — ed affermando a loro — che fuori dalla Chiesa non c’era salvezza. Perché a quanto ci è dato sapere dalle fonti storiche e patrologiche in nostro possesso, il Vescovo Cipriano non rivolge affatto questo monito agli ebrei, od agli appartenenti ai vari culti pagani all’epoca ancora molto presenti e forti, perché si tratta di un monito tutto quanto da lui rivolto ai cristiani.

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Il concilio che tra il 1431 ed il 1445 si celebrò tra Basilea, Ferrara, Firenze e Roma, afferma senza pena di equivoco:

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«Come una buona madre è sempre in ansia per la salute dei figli, e non si dà pace fino a che, se vi è qualche disaccordo tra loro, la discordia non sia sopita, cosi e molto più la Santa Madre Chiesa, che genera i figli alla vita eterna, ha sempre usato mettere in opera ogni tentativo perché tutti i cristiani, tolto di mezzo ogni dissenso, con fraterna carità conservino l’unità della stessa fede, senza la quale non può esservi salvezza» [4].

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Anche in questo caso i Padri della Chiesa riuniti in concilio rivolgono il loro monito ai cristiani, che invitano a conservare quella fede cattolica senza la quale non può esserci salvezza. Non rivolgono questo monito agli appartenenti ad altre religioni cristiane e non cristiane.

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salvezza

… ci ha liberati dai lacci

Alla domanda se fuori dalla appartenenza alla Chiesa visibile può esservi salvezza, la nostra risposta non può essere che sì. In questo caso bisogna però distinguere quella che è l’appartenenza visibile, implicita e consapevole alla Chiesa, che è sia visibile, in quanto terrena, sia invisibile, in quanto celeste; da quella che invece è un’appartenenza invisibile di tipo implicito-inconscio, per esempio il naturale rispetto delle leggi fondamentali di Dio, onorate e messe in pratica senza essere minimamente consapevoli — per ignoranza invincibile — di onorare e di seguire in tal modo i fondamentali precetti della fede. Questo secondo genere di appartenenza implicita-inconscia alla Chiesa invisibile, non va intesa però nella accezione rahneriana della “esperienza trascendentale atematica” da cui prende poi vita la teoria dei “cristiani anonimi”.

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Chiunque, teologo o ecclesiastico, lefebvriano o cosiddetto tradizionalista che sostenesse il contrario, se non la caduta nell’eresia che richiede a monte sempre una spiccata intelligenza, rischia comunque di cadere in una grande contraddizione in termini nella dottrina della redenzione, perché Cristo, l’agnello di Dio senza macchia, si è immolato per tutti. Il problema è che non tutti accettano di essere salvati dal sangue del Verbo di Dio fatto uomo, come gli stessi Vangeli narrano attraverso una scena drammatica della crocifissione, quella in cui i due ladroni posti alla sua destra e alla sua sinistra manifestano dinanzi alla presenza viva e sanguinante di Cristo stesso come funziona il mistero della salvezza sempre connesso strettamente alla libertà dell’uomo. Uno dei ladroni, lo insulta e impreca, mentre l’altro domanda di essere accolto e salvato. L’altro, quello chiuso ad ogni azione di grazia, per tutta risposta riceve il silenzio di Dio, nel quale è racchiuso il suo divino rispetto per la libertà dell’uomo che lo rifiuta [Cf Lc 23, 39-43]. Anche in questo caso, però, pur di fronte a quel silenzio nessuno è in grado di affermare se il malfattore indomito è finito dannato in eterno. Proprio come non ci è dato sapere se Giuda stesso, l’artefice del tradimento di Cristo, è finito dannato in eterno. E non possiamo saperlo perché nessuno di noi può leggere il cuore di Dio. Ciò che invece dobbiamo tenere presenti sono le cause di certi nostri effetti, perché è lo stesso Signore Gesù che ci parla del fuoco della Geenna e dell’esistenza del castigo eterno dove sarà pianto e stridore di denti. Nel mistero della rivelazione ci è dato un cammino da seguire e una legge da rispettare, negando ostinatamente il quale può esserci il serio rischio del pianto eterno; ma nessuno di noi può sapere quali peccatori sono stati o saranno abbandonati a questo pianto eterno dal rispetto di Dio per la libera e cosciente scelta dell’uomo.

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La Chiesa stessa è tornata a fare propria questa consapevolezza con lungimirante spirito pastorale. Prova n’è il fatto chesuicida oggi non vengono più negate le esequie funebri e la sepoltura cristiana a coloro che sono morti per suicidio. Inutile dire quali orrende accuse di “eresia” e di “apostasia dalla fede” si levano anche in tal caso in certi àmbiti della cosiddetta Tradizione.
La Chiesa può, anzi in alcuni casi deve negare le esequie funebri dinanzi ai casi di peccatori manifesti che sono morti negando sino all’ultimo qualsiasi segno, anche leggero, di pentimento [Cf. C.I.C. can. 1184,1]. Ciò che invece la Chiesa non può fare è di dare per condannata un’anima. La Chiesa può e deve insegnare che ponendo in essere e perseverando con deliberata ostinazione in certi comportamenti si rischia seriamente di compromettere la salute eterna dell’anima; ma la Chiesa non ha il potere di affermare che l’anima di quel suicida o di quel peccatore incallito è stata dannata. Primo: perché nessuno può stabilire se il sucida ha compiuto quel gesto mosso da profondo sprezzo per la vita umana e per il suo Creatore. Nessuno di noi infatti, se non Dio, può leggere la profonda coscienza dell’uomo; e nessuno, se non Dio che solo può leggerla, può di conseguenza giudicarla. Secondo: a nessuno è dato sapere cosa è accaduto in quelle frazioni di secondo nelle quali la persona è passata dalla vita alla morte, ed in che modo in quel breve lasso di tempo sia intervenuta e sia stata eventualmente accolta pienamente la grazia di Dio. Presumere di poter leggere e giudicare la coscienza profonda dell’uomo, stabilendo se è salvo o dannato, è una autentica bestemmia.

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Il Beato Pontefice Pio IX affermava:

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«A voi è assai noto che quelli i quali per ignoranza invincibile non conoscono la nostra religione, ma conoscono la legge naturale ed i suoi precetti da Dio scolpiti nei cuori di tutti e sono disposti ad ubbidire a Dio e conducono una vita onesta, questi con l’aiuto della luce e della grazia divina possono conseguire la vita eterna; perché Dio, il quale vede, scruta e conosce le menti, gli animi, i pensieri, le disposizioni di tutti, per ragione della sua somma bontà e clemenza non può assolutamente permettere che sia punito con eterni supplizi chi non sia reo di colpa volontaria» [5].

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Quella Naturale è la legge che ognuno può conoscere attraverso la ragione e che abita nel cuore di ogni uomo, a prescindere dall’atto di Fede. Questo il motivo per il quale la Chiesa Cattolica insegna da sempre che quanti sono al di fuori di essa senza loro colpa non possono essere condannati.

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E l’elenco di coloro che per cosiddetta dotta ignoranza [6] o per cosiddetta ignoranza invincibile [7] sono fuori dalla Chiesa, senza che però sia ad essi preclusa la salvezza, sono da sempre molti. Ci avvisa in tal senso lo stesso Signore Gesù, ed in toni anche molto severi: «I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli» [Cf. Mt 21, 28-32].

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Per leggere il testo della Dichiarazione Dominus Jesus cliccare QUI

Dopo avere chiarito, con documenti del Magistero rigorosamente antecedenti al Concilio Vaticano II, il reale sentire ecclesiale e teologico riguardo il mistero della salvezza, senza così indurre alla chiusura a priori coloro che in giro per il grande far west della rete telematica si cimentano in commenti esilaranti sulla frase distorta e abusata del Santo Vescovo Cipriano, passiamo adesso ad un documento del Magistero scritto a quattro decenni di distanza dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Il documento in questione è la dichiarazione Dominus Jesus, che se non fosse drammatica sarebbe comica, come ho scritto con tutte le dovute spiegazioni in altre sedi, ben precisando il mio riferimento alla comicità che, se non spiegato a dovere, potrebbe suonare a dir poco irriverente. Infatti, un documento simile redatto e diffuso a quasi mezzo secolo dalla celebrazione di un concilio ecumenico, palesa il drammatico tentativo di correre a chiudere la stalla quando i buoi sono ormai dispersi da mezzo secolo per le praterie del post concilio; in questo risiede l’elemento … tragicomico di questo documento.

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Riguardo la teologia della salvezza la Dominus Jesus afferma:

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«[…] l’azione salvifica di Gesù Cristo, con e per il suo Spirito, si estende, oltre i confini visibili della Chiesa, a tutta l’umanità. Parlando del mistero pasquale, nel quale Cristo già ora associa a sé vitalmente nello Spirito il credente e gli dona la speranza della risurrezione, il Concilio afferma: «E ciò non vale solamente per i cristiani ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» [Cf Gaudium et spes, n. 22.] [8]

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San Tommaso d’Aquino, affresco del XV secolo

Affermando «Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te», tra le righe e sotto le righe l’Aquinate l’ha detta molto più profonda e articolata di quanto si possa immaginare, a partire dal mistero stesso della Chiesa, che della salvezza è mezzo e strumento, non padrona. Possiamo, ed anzi dobbiamo dire e insegnare che la salvezza dimora nella Chiesa santa sposa di Cristo e suo Corpo Mistico e non a caso definita come «sacramento di salvezza» [9], ma non possiamo dire che la salvezza appartiene alla Chiesa ed ai suoi uomini, a partire dal Successore di Pietro sino all’ultimo dei sacerdoti. A tal proposito non andrebbe mai dimenticato a certi rigorosi personaggi con annesso esercito di “teologi” che impazzano nel grande far west della rete telematica, il monito del Signore Gesù impresso nel Vangelo di San Matteo, da leggere e da cogliere, al di là dei tempi, per ciò che veramente racchiude:

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«Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”». [Mt 17, 7-9].

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Quante volte l’uomo, o per così dire il cieco e ottuso clericale di tutti i tempi, ha annullato la parola di Dio in nome del culto idolatra della sua personale e soggettiva tradizione?

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il teologo gesuita Karl Rahner

Karl Rahner tende a concepire il mistero della fede come una «esperienza originaria preconcettuale di Dio», data a tutti in modo implicito, da qui la sua teoria dei cosiddetti «cristiani anonimi» che sarebbe espressa nella Chiesa in forme concettuali, vale a dire la scrittura, la tradizione ed i dogmi, relativamente connesse ai diversi modi di interpretare la originaria esperienza soprannaturale secondo le diverse culture e climi storici, dando in tal modo vita ad un vero e proprio relativismo dogmatico. Errori questi dovuti, perlopiù, al fatto che per Rahner il concetto non rappresenta una realtà esterna, perché essendo influenzato e infarcito di idealismo romantico di matrice tedesca, l’essere è per lui l’essere pensato, il tutto secondo le linee tracciate dal pensiero di Heiddeger riguardo l’essere della “precomprensione”, che si tratti dell’essere divino o del proprio essere oppure dell’essere del mondo. Per Rahner il concetto della conoscenza non parte dall’esperienza sensibile delle cose esterne, secondo le linee tracciate da Aristotele e da San Tommaso d’Aquino, bensì dal criterio cartesiano dall’autocoscienza che a suo modo delinea già in modo implicito e inconscio una esperienza dell’Assoluto, il tutto secondo il pensiero di Hegel, dal quale egli attinge a piene mani con risultati a dir poco disastrosi, quando poi finisce con l’applicarne il pensiero alla speculazione teologica. Dunque, il mistero della fede, per Rahner non si esprime affatto in un insieme di nozioni fisse e precise determinate in modo certo e invariabile secondo i criteri dettati dalla Professione di Fede; secondo il suo pensiero la fede giunge a sperimentare in modo originario e diretto Dio senza la mediazione del concetto. In questa architettura complessa, friabile e soprattutto pericolosa, si inserisce la cosiddetta teoria dei «cristiani anonimi», che è tutt’altra cosa rispetto alla cattolica affermazione che adesso segue: … la redenzione conseguita attraverso i mezzi ordinari ed i mezzi straordinari di salvezza.

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Se da una parte abbiamo il binario di quel modernismo di cui Karl Rahner è un prodotto ultimo finito e rifinito e tramite il quale si può giungere a relativizzare il mistero stesso della redenzione e della salvezza, ed al quale pare cucito addosso il monito del Beato Apostolo Paolo … «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [Cf. II Tm 4, 3-4]; dall’altra parte, sul binario parallelo, abbiamo invece l’immobilismo dei lefebvriani, ai quali pare cucita addosso la frase del Signore Gesù … «Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione» [Cf. Mt 17, 7].

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vescovo indigeni

Il vescovo delle Isole Solomons con i giovani indigeni. Si precisa, visti i contenuti di questo passo dell’articolo, che i giovani qui ritratti in foto non sono affatto cannibali ma devoti cattolici apostolici romani, come dimostra il vescovo vivo e sorridente in mezzo a loro.

Nel susseguirsi di questi discorsi abbiamo portato vari esempi ed usato come paradigma la tragica immagine del suicida, l’immagine del Limbo … molti altri sarebbero però gli esempi che potremo aggiungere, a partire dal cannibale che vola redento in Paradiso dopo avere scannato e mangiato un gruppo di missionari. Se poi i missionari di cui s’è cibato erano teologi o biblisti gesuiti, in tal caso sarà volato redento in Paradiso ed ammesso direttamente nella Candida Rosa dei Beati. Il problema è che i cannibali del vecchio Latino America i gesuiti non se li sono mangiati tutti, tant’è che, alcuni secoli dopo, costoro sono tornati all’attacco importando in quelle terre la Teologia della Liberazione, fungendo questa volta loro da cannibali della dottrina e della teologia cattolica, animati in tal senso da dotta ignoranza e non certo da ignoranza inevitabile. Se invece i missionari erano domenicani, in quel caso, oltre ad andare in Paradiso, il pio cannibale s’è procurato pure le scorte di cibo per tutto l’inverno, perché trovare un domenicano magro non è impresa facile, la gran parte sono tutti di stazza modello San Tommaso d’Aquino, soprannominato dai compagni di studi «il bue muto», forse anche per la sua imponenza fisica. Santa ragione ebbe però Alberto Magno, che dell’Aquinate fu maestro, quando replicò a questi allievi ironici: «Quando questo bue muggirà, i suoi muggiti si udranno da un’estremità all’altra della terra». È che purtroppo, oggi, ai muggiti del bue d’Aquino, si sono sostituiti i ragli dell’asino Rahner.

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Le vie del Signore …

Riferendosi ai disegni imperscrutabili di Dio, gli autori dei salmi cantano e gridano più volte, anche sotto forma di tenero lamento, che le sue vie non sono le nostre vie. Se da una parte non possiamo certo conoscere i piani di Dio e le sue azioni che procedono quasi sempre per vie imperscrutabili, dall’altra ci è stata però pienamente rivelata in carne e ossa la sua via da perseguire, che è quella dello stesso Verbo di Dio fatto uomo che proclama: «Io sono la via, la verità e la vita» [Gv 14, 6]. Dandoci quindi la via, la verità e la vita, il Padre, per mezzo del Figlio, ed assieme entrambi per il tramite dell’opera dello Spirito Santo, ci hanno aperto le porte alla redenzione che procede attraverso la Chiesa «Sacramento di salvezza»; attraverso i Sacramenti di grazia, donati e istituiti tutti dal Signore Gesù, che rappresentano i mezzi e gli strumenti ordinari di salvezza del Cristo Dio che è via, verità e vita. Cristo Dio non è però legato e vincolato ai Sacramenti di grazia, di cui abbiamo bisogno noi, non certo Lui; meno che mai è vincolato alle rubriche liturgiche, od alla «Messa di sempre», elevata da certuni a dogma superiore al mistero stesso della Santissima Trinità, tanto incapaci sono, certi moderni e cupi farisei, di distinguere le sostanze eterne e immutabili dagli accidenti che sono — e che per loro preziosa natura devono essere — mutevoli.

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chiave del regno

la vera chiave del Regno dei Cieli …

Oltre ai mezzi ordinari di salvezza offerti in uso alla Chiesa per servire Cristo e per portare a compimento i suoi piani di salvezza, esistono da sempre mezzi straordinari che sono per loro natura stessa imperscrutabili, perché dimorano nel cuore di Dio e da Dio procedono; pur non avendo niente a che fare coi voli pindarici rahneriani sul “cristianesimo anonimo”. Nulla pertanto da dire, se il divo Dante ha collocato Giuda nell’Inferno attraverso le immagini della sua poetica; possiamo persino presumere che forse vi si trovi, ma a nessuno di noi è dato affermare con certezza che Giuda Iscariota è dannato alla pena eterna. Per altro verso, sempre procedendo per esempi, ricordo il giorno in cui, discutendo con l’allora promotore della fede della Congregazione per le cause dei santi, che forse eccedendo in passione affermò che un certo candidato alla canonizzazione, dal Paradiso, ci stava sicuramente assistendo tutti quanti, per tutta risposta replicai … «Una cosa è certa, ed è tale perché sancita con un atto solenne della Chiesa: costui è stato beatificato e tra poco sarà canonizzato, senza possibilità alcuna né di smentita né di discussione. Però, per quanto riguarda la certezza del Paradiso, noi, possiamo sapere se questo santo si trova al momento a godere della visione beatifica di Dio, oppure a fare un po’ di anticamera nel Purgatorio?». Preso più che mai da passione, il teologo mi disse … «Non hai mai letto là dove sta scritto di Gesù che dice a Pietro: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”?» [cf. Mt 16, 13-20]. Assunsi un’aria da svampito e risposi: «Si, forse da qualche parte devo averlo letto, non ricordo dove, però devo proprio averlo letto». E aggiunsi: «Tu lo sai, vero, che chi lega e chi scioglie, nei cieli e sulla terra, è la volontà di Cristo Dio accolta dall’uomo che si fa suo fedele strumento per la realizzazione dei suoi piani? A Pietro, il Signore, le chiavi del Regno le ha date in comodato d’uso, non in possesso. Dunque, il protagonista, nonché il vero padrone delle chiavi del Regno, non è Pietro, è il Risorto per il quale Pietro lega e scioglie secondo la Sua volontà tramite l’opera dello Spirito Santo». E detto questo precisai subito che la mia era una provocazione speculativa, perché è cosa del tutto ovvia che un santo goda della eterna beatitudine nel Paradiso. Prima di giungere alla sua canonizzazione è stato svolto un lavoro certosino, con dei teologi oggi come oggi sempre più profondi, preparati e riluttanti a qualsiasi superficialità. Se il candidato alla beatificazione era poi un Romano Pontefice, il suo processo è stato aperto prudentemente trent’anni dopo la sua morte, ed è durato a lungo, perché sono stati impiegati anni e anni solo per lo studio dei suoi atti di magistero, dei suoi scritti pubblici e privati, delle sue omelie e dei suoi discorsi, per non parlare dei suoi atti di governo, ed in specie se si è trattato di un lungo pontificato. Poi c’è la prova del miracolo accertato, salvo che non sia intervenuta la dispensa pontificia dal miracolo, visto che certi santi sono talmente santi che la prova del miracolo potrebbe essere ritenuta del tutto superflua. E nel corso di questo lungo iter durato molti anni, sono state spese anche fiumane di danaro, sempre a prova del lavoro meticolosissimo che è stato svolto e che di per sé, inevitabilmente, è molto costoso. Ciò che comunque taglia la cosiddetta testa al toro è l’atto di canonizzazione, che implica appunto un atto mediante il quale il Sommo Pontefice, con giudizio inappellabile e sentenza definitiva, inscrive in modo solenne un Servo di Dio, precedentemente beatificato, nell’albo dei Santi» [10]. Questa definizione implica l’infallibilità secondo i gradi stabiliti nella Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II [cf. Giovanni Cavalcoli, OP QUI, testo documento QUI], con buona pace di quel delizioso e lezioso canonista siciliano che giocò a fare il teologo dogmatico adottando maldestri schemi giuridici [cf. QUI]. L’atto solenne si conclude con la precisazione che il Sommo Pontefice intende dichiarare con essa la presenza del canonizzato nella gloria eterna, nonché la sua esemplarità per tutta la Chiesa ed il dovere d’onorarlo ovunque con il culto dovuto ai Santi. E detto questo il discorso è chiuso, senza possibilità alcuna di discussione, meno che mai d’ironia, memori del saggio detto popolare: «Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi».

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soliti noti, stesso copione … quando si muta la fede in ridicolo nella sicura certezza di essere seri.

Extra Ecclesiam nulla salus, o salus extra Ecclesiam non est, è un monito rivolto a noi, un invito a non abbandonare mai la via, la verità e la vita. È un monito coerentemente, dogmaticamente e dottrinalmente legato ai mezzi ordinari di salvezza. A meno che, all’apice della follia farisaica, qualcuno non voglia contestare a Dio Padre l’uso legittimo di mezzi straordinari di salvezza, a Dio Figlio di avere celebrato l’Eucaristia nel corso dell’Ultima Cena senza il messale della «Messa di sempre», ed infine, a Dio Spirito Santo, di non essersi attenuto per le sue azioni di grazia a qualche enciclica del magistero di carattere puramente politico, nonché redatta per precisi problemi politico-sociali un paio di secoli fa, essendo con essa stato legato un nodo che, lungi dall’essere un dogma di fede, a parere di alcuni avrebbe comunque vincolato, in eterno e per sempre la Terra e il Cielo.

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La battuta del Santo Padre Francesco circa il fatto che «Dio non è cattolico», non fu un’espressione felice, come non lo sono state altre non particolarmente chiare, forse talvolta neppure opportune, tutte fatte però, sempre e di rigore, come dottore privato, o come si direbbe in altro gergo: come privato cittadino. Quando però il Sommo Pontefice, nella sua veste di Sommo Maestro, ha fatto la prolusione finale al Sinodo sulla Famiglia, il Padre Giovanni Cavalcoli ed io abbiamo “danzato” dalla contentezza per giorni, dinanzi alla lucidità di quelle parole che uscivano fuori da Pietro [cf. qui]. Certo, forse sarebbe stato meglio se quella volta, invece di dire che «Dio non è cattolico» avesse spiegato: «Nelle nostre azioni e per le nostre azioni noi siamo vincolati al magistero della Chiesa ed alla dottrina cattolica nei modi e nelle forme in cui la Chiesa, che ha ricevuto il proprio mandato dal Verbo di Dio in persona attraverso Pietro, stabilirà nel nome di Cristo Signore per tutti i Christi fideles, ma Dio, che è verità una, eterna e immutabile, al magistero della Chiesa ed alla dottrina cattolica non è ad alcun titolo vincolato, per quanto riguarda le sue azioni di grazia».
Ma in questi tempi di mucche magre, o forse peggio di mucche pazze, non si può avere certo tutto. Oggi avere poco, od avere il cosiddetto “minimo sindacale”, deve farci danzare e cantare gioiosi: «Osanna nell’alto dei cieli!», ripieni di fede, di speranza e di carità.

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NOTE

[1] De veritate

[2] Epistola 72 indirizzata al Pontefice Stefano I

[3] La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo [Testo della Commissione teologica internazionale leggibile qui]

[4] Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma SESSIONE XIX del 7 settembre 1434.

[5] Enciclica Quanto conficiamur moerore, 10 agosto 1863.

[6] L’espressione De docta ignorantia risale a Sant’Agostino Agostino, anche se resa celebre da celebre Nicolò Cusano che indica la posizione dell’intelletto umano di fronte a Dio: l’intelletto umano, in quanto finito, non può dir nulla di Dio, che è l’assoluto e l’infinito, se non per via negativa, negando cioè di lui ogni attributo e riconoscendo di potersi avvicinare all’Assoluto solo sapendo di non sapere. Ignoranza, quindi, ma dotta perché si pone al di là e al di sopra di ogni più completo conoscere umano.

[7] «Se l’ignoranza è invincibile, o il giudizio erroneo è senza responsabilità da parte del soggetto morale, il male commesso dalla persona non può esserle imputato. Nondimeno resta un male, una privazione, un disordine. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori» [Catechismo della Chiesa Cattolica, 1793].

[8] Dichiarazione Dominus Jesus, II, 12.

[9] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS 57 (1965) 5.

[10] Daniel Ols, OP in Fondamenti teologici del culto dei Santi, in AA. VV. Dello Studium Congreg. De Causis Sanct. , pars theologica, Roma 2002, p. 1-54.

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Conservatorismo e progressismo, due categorie giornalistiche, non del magistero della Chiesa

CONSERVATORISMO E PROGRESSISMO:

DUE CATEGORIE GIORNALISTICHE, NON DEL

MAGISTERO DELLA CHIESA

 

Il timoniere della barca sta dormendo. Non occorre svegliarlo, per non sentirci rimproverare di aver poca fede. Sa Lui quando e come intervenire. Sta a Lui semmai svegliarci. Quanto a noi, continuiamo a remare, per quanto la nostra azione ci sembri inefficace. Se la barca correrà veramente il pericolo di affondare, penserà Lui a calmare le acque.

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

progressisti conservatori

Progressisti e conservatori, due categorie mai fatte proprie dal linguaggio ecclesiale

Cosa valgono queste due categorie giornalistiche, che tengono banco da cinquant’anni nei grossi mass-media, mai fatte proprie dal linguaggio del Magistero della Chiesa? Esse riflettono una visione superficiale ed estremamente approssimativa delle questioni morali e dottrinali, confondendo il dibattito e la problematica ecclesiali con le controversie e le contrastanti quanto effimere correnti ed opinioni del mondo politico. Come cercherò di dimostrare in questo articolo, esse sono assolutamente inadeguate e fuorvianti rispetto al problema dottrinale che oggi nella Chiesa si è fatto gravissimo. Sono una specie di ipocrita cortina fumogena o, come si suol dire, di “specchietto per le allodole”, che da cinquant’anni i modernisti e i nemici della Chiesa, aperti o nascosti, sono riusciti ad imporre all’opinione pubblica con una potentissima propaganda, connivente la debolezza o l’improntitudine dell’autorità ecclesiastica, per diffondere impunemente i loro errori e vizi morali nella Chiesa.

togliere maschera

è giunta l’ora di togliere la maschera …

Per questo è giunta l’ora di dire basta e di smascherare una volta per tutte gli impostori recuperando la saggezza, l’onestà, la serietà, la precisione e la chiarezza del linguaggio della Chiesa, attestato nella storia di duemila anni di cristianesimo e basato sullo stesso senso comune, che avverte la necessità fondamentale di distinguere, nelle questioni vitali, non tanto il conservare dal progredire, cose certamente rispettabili ma non decisive, quanto piuttosto il vero dal falso, il bene dal male, la giustizia dal peccato. È ammissibile nel linguaggio, quando l’argomento o l’opportunità lo impone, un certo stile indeterminato, diplomatico o sfumato; non si può sempre procedere a colpi di accetta, col rischio anche di essere offensivi (1), questo è vero, ma anche il costume oggi diffusissimo dell’ambiguità sistematica, della slealtà abituale, di quel dire e non dire che ironicamente vien chiamato il polically correct, è cosa ripugnante e sorgente di infiniti mali.

Cardinale martini

ll defunto cardinale Carlo Maria Martini, si prestò come punto di riferimento critico verso Benedetto XVI e leader di una teologia liberal-progressista.

E’ vero che queste categorie fuorvianti, benchè in se stesse non illecite, sono favorite da quell’ala oggi assai potente del mondo e della teologia cattolica, che si pavoneggia narcisisticamente del titolo di “progressista” emarginando con degnazione, altezzoso compatimento e malcelata insofferenza tutti coloro che nella Chiesa non condividono il suo modernismo, dai lefevriani e dai sedevacantisti sino ai cattolici più puri, integerrimi e fedeli e perfino ai progressisti alla Maritain o alla Congar. Ma questo progressismo per loro non è ancora sufficiente, dato che costoro sono talmente avanzati verso la Chiesa del futuro, che considerano lo stesso Concilio Vaticano II e il successivo pontificato come superato ed ancora legato agli avanzi del passato. Il Cardinale Carlo Maria Martini, pochi mesi prima della morte, ebbe a dichiarare sul Corriere della Sera che la Chiesa di Ratzinger è rimasta indietro di due secoli [vedere qui].

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Il Santo Padre Francesco

Papa Francesco nel suo recente discorso al sinodo ha condannato i “progressisti”, [vedere qui] ma è evidente che si riferiva ai modernisti, i quali da cinquant’anni sono riusciti finora a sopravvivere da parassiti della Chiesa, figurando come i primi della classe, ed a mietere successo nascondendosi sotto l’onorevole titolo di “progressisti”. Infatti è indubbio che il Concilio ha avuto un carattere progressista, in quanto ha promosso il progresso della pietà cristiana, dell’ecclesiologia, della teologia, della morale, del dialogo col mondo e della vita spirituale. D’altra parte, possiamo capire perchè i Papi finora non hanno parlato se non in rarissime occasioni di “modernismo”; perchè tutti abbiamo ancora il ricordo drammatico del modernismo dei tempi di San Pio X, il quale definì il fenomeno come la “somma di tutte le eresie”. Eppure, da cinquant’anni, studiosi di primo piano ed autorevolissimi pastori della Chiesa, come furono Jacques Maritain (2), Dietrich von Hildebrand (3), Cornelio Fabro (4), il Cardinale Giuseppe Siri (5), il Cardinale Pietro Parente (6) ed il Cardinale Alfredo Ottaviani, segnalarono profeticamente il ritorno di un modernismo che si verificò sin dall’immediato postconcilio. È vero che ci fu anche Monsignor Marcel Lefèbvre, il quale però, disgraziatamente, cadendo in un gravissimo equivoco accusò di modernismo lo stesso Concilio. Per questo senza dubbio la parola “modernismo” spaventa. Eppure, ad un’analisi attenta della situazione della Chiesa e della teologia di oggi, le cose stanno proprio così. Naturalmente non si deve dire che questa malattia dello spirito colpisce tutti i pazienti al grado massimo; tuttavia sappiamo bene che per parlare di neoplasia maligna non è necessario che l’organismo si trovi in metastasi, ma è sufficiente una presenza iniziale che, grazie ad un pronto intervento, può essere anche eliminata. Così è lecito usare l’appellativo di “modernista” anche per soggetti nei quali si trovano solo tracce di questa grave malattia dello spirito.

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Opera pittorica di Ruben

L’importante è non confondere il progressismo col modernismo. Il progressismo, come ho detto, è un aspetto del tutto normale e direi obbligatorio della sana vita cristiana. “La carità, dice Sant’Agostino, se non progredisce, non è carità”. E San Paolo esorta tutti a tendere con tutte le forze e ad avanzare continuamente verso la perfezione. La Chiesa, dal canto suo, assistita dallo Spirito Santo, avanza continuamente nella storia verso la pienezza della verità. Il modernismo invece è un falso progressismo; è un tentativo ingannevole e sbagliato che, pretendendo dolosamente di rifarsi al Concilio, vuole ammodernare la vita cristiana mediante un’assunzione acritica della modernità, la quale, invece di essere giudicata dal Vangelo, pretende essa stessa di giudicarlo. Il progressismo legittimo, pertanto, può essere espressione di una sana propensione per il nuovo, effetto di una libera scelta o preferenza del tutto normale di certi fedeli all’interno della Chiesa, maggiormente interessati di altri all’elemento dinamico, evolutivo e propulsivo. Niente di male, anzi è un gran bene. Un prezioso servizio, certo non privo di rischi, che vale la pena di correre al fine di suggerire vie nuove, progetti di ricerca e di realizzazione, onde favorire l’avanzamento della Chiesa nella storia verso la pienezza escatologica.

tradizionalisti

Lo splendore dell’antica liturgia è un patrimonio di fede che non può essere disperso né andare perduto

Indispensabile e vitale, nella Chiesa come nella teologia, è inoltre un certo elemento o ufficio di conservazione o di tradizione, in quanto si tratta di approfondire, chiarire, esplicitare, sviluppare, migliorare, far crescere e progredire un patrimonio, potremmo dire un tesoro divino, incorruttibile, immarcescibile ed immutabile di valori teoretici e morali, “non negoziabili”, universali ed assoluti, rivelati, comandati e fondati da Cristo e da Lui affidati agli apostoli. In questa luce San Paolo comanda a Timoteo: «Custodisci il deposito» [I Tm 6,20]. Evidentemente non si tratta di restare attaccati a usi, istituzioni, cose, dottrine del passato che, avendo esaurita la loro funzione, o mostratesi dannose, non servono più, non hanno più nulla da dare ed anzi diventano pericolose: ecco il “tradizionalismo” condannato dal Papa nel citato discorso. Questo “tradizionalismo” non sarebbe fedeltà, ma arretratezza e impedimento al progresso, come si suol dire, “una palla al piede” o addirittura un veleno, come sarebbe per esempio il consumare un cibo scaduto o il “mettere la museruola al bue che trebbia” [I Cor 9,9].

Nokter Wolf

Dom Notker Wolf, abate primate della confederazione benedettina, durante un concerto rock

Progressismo e sano conservatorismo si richiamano a vicenda, così come un organismo ha bisogno ad un tempo di crescere mantenendo la propria identità. Un fissismo rigido e chiuso, senza movimento e adattamento, o per converso il movimento disordinato proprio della dissoluzione di un corpo privato della propria identità non sono i fenomeni della vita, ma della morte. Il conservatore, come il lefevriano, che si oppone al progressista o il progressista modernista, che rifiuti il conservatore sono entrambi degli estremisti che rovinano la Chiesa e la conducono fuori della verità. È urgente pertanto apportare alcune modifiche a un certo modo di esprimersi su queste questioni. Per esempio, nel grande dibattito recentemente avvenuto attorno alla vicenda e alle conclusioni del sinodo dei vescovi sulla famiglia, bisogna fare alcune puntualizzazioni. La grande stampa modernista e massonica si è compiaciuta di presentare la corrente del Cardinale Walter Kasper come “progressista” e vicina al Papa, mentre la corrente degli ormai famosi cinque cardinali includente il Cardinale Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è stata calunniosamente o quanto meno impropriamente spacciata come “conservatrice” e contraria al Papa “progressista”. Questo significa, come si usa dire, cambiare le carte in tavola in modo perfido e sleale. Mettiamo quindi le cose a posto. I cinque cardinali, che non hanno fatto altro che ricordare i valori essenziali e dogmatici del matrimonio e della famiglia non sono affatto “conservatori”, ma perfetti cattolici. il Cardinale Kasper ed amici, per converso, con i loro presupposti malcelatamente relativistici e storicistici, non vanno chiamati “progressisti”, ma semmai modernisti.

Paolo VI

Il Beato Pontefice Paolo VI

Al Papa poi, ovviamente super partes grazie al carisma di Pietro e come maestro della fede, se vogliamo proprio dare una qualifica, potremmo assegnargli al massimo quella di progressista, ma non alla Rahner o alla Kasper o alla Küng, bensì alla Paolo VI, alla Maritain o alla Congar, non certo, quindi, un modernista, con buona pace dei modernisti che se lo vorrebbero accaparrare. Anche un Pontefice è libero di preferire una data corrente teologica o di esprimere una sua linea culturale personale, che nulla ha a che vedere con il suo ufficio di infallibile dottore universale della Chiesa, al di là di tutte le opinioni o possibili tendenze teologiche. Se quindi c’è uno contro il Papa, maestro della fede, al di là delle sue sbandierate e inattendibili dichiarazioni di rappresentare il Papa, questi è proprio Kasper; e se c’è uno col Papa maestro della fede, questi sarà proprio il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non si venga quindi a raccontarci delle fandonie. I giornalisti improvvisati teologi, prima di scrivere delle corbellerie, si facciano istruire da chi di teologia se ne intende un po’ più di loro.

Un’ultima considerazione su questo argomento, ed è questa. Il problema del modernismo è in se stesso molto più serio di quello del conservatorismo o del lefevrismo. Senonchè il primo è molto più difficile da risolvere che non il secondo, perchè mentre i lefevriani e affini costituiscono una piccolissima minoranza, quindi di assai scarso potere, i modernisti, dopo un indefesso lavoro di scalata ai vertici, che dura da cinquant’anni, sono ormai riusciti a conquistare nella Chiesa e nella stessa gerarchia un enorme potere. Si capisce allora come, mentre è facile intervenire nei confronti dei lefevriani, dei conservatori e dei tradizionalisti, è assai più difficile eliminare il modernismo, dato che ne sono impelagate proprio quelle autorità che dovrebbero intervenire. È, come ha detto umoristicamente un bravo giornalista, come mettere i topi a custodire il formaggio. In tal modo è evidente l’ingiustizia che oggi si sta attuando. Sono i cosiddetti “due pesi e due misure”. Esempi eclatanti e paradigmatici sono da una parte la persecuzione in atto nei confronti dei Francescani dell’Immacolata e dall’altra l’impunità e il permanere del successo enorme del quale tuttora gode il rahnerismo, tuttora perdurante dopo cinquant’anni, nonostante le opposizioni e denunce di illustri teologi. C’è infatti da considerare che, se da una parte i lefevriani hanno almeno rispetto per l’immutabilità del dogma mentre respingono il progresso dogmatico, i modernisti sono molto peggio, a causa del loro relativismo ed evoluzionismo dogmatico, che li porta a distruggere tutti i dogmi e scalzano le basi della fede (7) conducendo le anime all’apostasia ed all’immoralità, al di là di tutto il loro finto cattolicesimo.

Burke de Mattei

Il cardinale Raymond Leonard Burke alla Marcia per la Vita, alla sua sinistra il prof. Roberto de Mattei che da anni ne è il principale organizzatore

Il rimedio o per lo meno un importante rimedio a questo clima di falsità e di ingiustizia, per il quale, secondo un’efficace espressione del Cardinale Raymond Leonard Burke, sentiamo il “mal di mare” nella barca della Chiesa che pare senza timoniere in mezzo alla tempesta, sembra essere da parte del Magistero una decisa, saggia e coraggiosa ripresa dell’autentico e genuino linguaggio dottrinale e pastorale, che sempre ha distinto le grandi guide della Chiesa, i grandi riformatori e i santi pastori e maestri, quella sapienza pedagogica, catechetica, terapeutica, risanatrice ed evangelizzatrice della Chiesa, ispirata alla Parola di Dio, guidata dallo Spirito, sapienza educatrice che eccelle su ogni altra scuola di teologia, di spiritualità, e di perfezione morale e di virtù dell’umanità. In particolare bisogna che la Chiesa torni a parlare della distinzione dell’eresia dal dogma, dell’ortodossia dall’eterodossia, ossia in sostanza del vero dal falso nel campo della fede, così come è normale per il medico parlare di malattia e di salute. Qual è quel medico che non si azzarda di dire al malato che è malato? C’è troppo scrupolo nelle autorità e fra i pastori di parlare francamente di errore, quasi che ciò possa offendere l’errante. Certo occorre saperne parlare, ma il saperne parlare è in realtà a tutto vantaggio dell’errante e di coloro che da lui sono ingannati. Oggi ci sono centinaia di migliaia, per non dire milioni di cattolici o comunque di persone ingannati dagli eretici.

correzione

Il Santo Padre Benedetto XVI

Non serve a nulla far finta di non vedere o limitarsi a condanne o denunce vaghe e generiche, che non disturbano nessuno, se non peggiorano la situazione degli erranti e finiscono col dare mano libera agli impostori. Sembra che il Magistero da tempo sia preso da un eccessivo riguardo per gli erranti, che poi si capovolge a loro stesso danno. Non dovrebbe temere di toccare teologi o pastori famosi o di grido, anche se vicini alla stessa Santa Sede o appartenenti alla stessa Curia Romana od a Facoltà pontificie. La franchezza con la quale i cardinali fedeli hanno criticato, a difesa del Magistero della Chiesa, i confratelli che sbagliano, è esemplare e confortante. Era ora che i buoni cardinali uscissero allo scoperto. Naturalmente i modernisti si lamentano che Roma è troppo severa. Ma questo si capisce benissimo e non dobbiamo tenerne alcun conto. La denuncia dell’errore serve proprio a correggere l’errante, mentre un eccessivo riguardo, un linguaggio impreciso e generico, troppo morbido e indulgente non è misericordia, ma alla fine è connivenza con l’errore, col danno evidente dell’errante.

timone

timone

Un linguaggio timido, balbettante e tergiversante mostra mancanza di convinzioni, desideri di plauso e non genera alcun rispetto, non serve a moderare gli arroganti ed anzi suscita solo riso o la compassione. Le cose devono essere chiamate col loro nome. Occorre essere cauti prima di qualificare una proposizione come eretica; ma se ci accorgiamo con certezza che è eretica, si deve dire che è eretica. Occorre certo a volte, anzi di solito, essere miti e delicati negli interventi, aver pazienza e saper attendere. Ma per scuotere una coscienza addormentata o spavalda, occorre energia e severità. Le espressioni allusive ed eufemistiche, le circonlocuzioni, le parafrasi o le perifrasi, se elevate a sistema, sono assolutamente inefficaci a mostrare i mali e a correggere i costumi e le idee sbagliate, come dimostra ad abundantiam l’esperienza di chi si dedica all’educazione, alla formazione del prossimo o alla guida delle anime.

Il timoniere della barca sta dormendo. Non occorre svegliarlo, per non sentirci rimproverare di aver poca fede. Sa Lui quando e come intervenire. Sta a Lui semmai svegliarci. Quanto a noi, continuiamo a remare, per quanto la nostra azione ci sembri inefficace. Se la barca correrà veramente il pericolo di affondare, penserà Lui a calmare le acque.

Fontanellato, 3 novembre 2014

 

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NOTE

(1) Cf Le paysan de la Garonne. Un vieux laïc s’interroge à propos du temps prèsent, Desclée de Brouwer, Paris 1966.
(2) Cf Le paysan de la Garonne. Un vieux laïc s’interroge à propos du temps prèsent, Desclée de Brouwer, Paris 1966.
(3) Cf Il cavallo di Troia nella città di Dio, Edizioni Giovanni Volpe, Roma 1969.
(4) Cf L’avventura della teologia progressista, Rusconi Editore, Milano 1974.
(5) Cf Getsemani. Riflessioni sul movimento teologico contemporaneo, Edizioni della Fraternità della SS.Vergine Maria, Roma 1980.
(6) Cf La crisi della verità e il Concilio Vaticano II, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1983.
(7) Una “fede”, per esempio, come quella predicata dal card.Martini, nella quale è intrinseco l’ateismo o come quella preconizzata dal card.Ravasi, che porterebbe in se stessa il dubbio, o la fede “atematica” di Rahner o la fede non come dottrina ma come “incontro” o “esperienza” che fede è?

La correttezza storica come missione pedagogico-pastorale: la Chiesa ed il governo di Francisco Franco

LA CORRETTEZZA STORICA COME

MISSIONE PEDAGOGICO-PASTORALE:

LA CHIESA ED IL GOVERNO DI

FRANCISCO FRANCO

 

[…] alla fine della guerra civile spagnola negli anni Trenta del Novecento, si conteranno 6.832 assassinati fra il clero, suddivisi in 13 vescovi, 4.184 sacerdoti secolari, compresi i seminaristi, 2.365 religiosi e 283 religiose; ad essi vanno aggiunti almeno 60.000 laici, uccisi perché facenti parte dell’Azione cattolica o di qualche associazione religiosa, o semplicemente perché cristiani, oltre a diverse centinaia di migliaia di persone ammazzate in quanto anti-marxisti, monarchici o simpatizzanti di destra.

Autore Ludovico Galaleta, I.C.

Autore
Ludovico Gadaleta, I.C. *

 

Nel 1978, tre anni dopo la scomparsa di Francisco Franco, un sacerdote spagnolo – che fu protagonista e testimone oculare degli eventi dellacomunismo rivoluzione di Spagna del 1936, scampando miracolosamente alla feroce persecuzione anti-cattolica scatenata da anarchici e comunisti – ad un gruppo di giovani intellettuali di sinistra che alla sua presenza ne dissero d’ogni peggiore sorta sul generale Francisco Franco, con serena e disarmante pacatezza rispose:

«Io che quegli anni terribili li ho vissuti e che ho visto i miei confratelli sacerdoti torturati e uccisi, le religiose stuprate da orde di mercenari al soldo dei comunisti sovietici e poi uccise in modo crudele, le chiese profanate, i simboli della Cristianità distrutti, con danni immani al patrimonio artistico … ebbene, se oggi incontrassi Nostro Signore Gesù Cristo che passeggia sottobraccio a Francisco Franco, prima io saluterei Franco, poi il Signore Gesù!».

Questa espressione iperbolica tutta giocata sul puro paradosso serviva a quel sacerdote, all’epoca ottantenne, per dire a quei cosiddetti intellettuali poco più che ventenni, reduci dalle “glorie” del Sessantotto: «Perché parlate per cieca ideologia di ciò che non conoscete assolutamente?»

memoria storica

la mancanza di memoria storica è uno tra i principali drammi della nostra modernità

In una situazione sociale come la nostra odierna, nella quale le valutazioni procedono spesso sulla base di umori privi delle più basilari cognizioni storiche, nostro compito pastorale è anche quello di lavorare ad un corretto recupero di una adeguata memoria storica, depurando la storia da falsi miti e leggende che si sono sostituite nel tempo allo storico vero: difatti, «chi non conosce la storia del passato, è spesso condannato a ripeterla», come ebbe ad affermare il filosofo e scrittore spagnolo George Santayana.

La «clericale complicità» col regime di Franco è un’accusa tutt’oggi rivolta alla Chiesa universale ed alla Chiesa particolare di Spagna da parte di intellettuali a basso mercato, oltre alle accuse rivolte ai Sommi Pontefici Pio XI e Pio XII, “rei” di avere appoggiato questo caudillo anziché i cosiddetti “combattenti per la libertà e la democrazia”: ovviamente, molti di coloro che oggi fanno simili valutazioni si ritrovano nei circoli della sinistre europee radical chic, sopravvissute in modo ostinato alla caduta del Comunismo sotto le macerie del Muro di Berlino e vittime del proprio pertinace rifiuto della realtà; e se la realtà confligge con l’ideale, tanto peggio per la realtà – diceva Voltaire! Per capire invece certi fatti e dare quindi una serena valutazione sull’appoggio offerto a Franco dalla Chiesa e da due suoi pontefici, bisogna tornare indietro nel tempo al periodo della rivoluzione spagnola, offrire al lettore la documentata verità dei fatti e lasciare poi a lui le conseguenti conclusioni, senza mutare gli umori in verità e le ideologie in storia.

massoneria

la Massoneria, che tanto peso e incidenza ha avuto in tutti gli attacchi rivolti alla Chiesa nel corso della storia moderna …

Le origini della guerra civile si possono collocare fin dal 1931, quando s’instaura in Ispagna la repubblica, egemonizzata dalle sinistre e dal liberalismo massonico: il capo del governo è Manuel Azaña, anticlericale e acceso massone, che compone un ministero formato da radicali, socialisti e comunisti. Aizzate dai loro capi, le masse anarchiche cominciano subito in diverse città: Madrid, Siviglia, Malaga, Cadice, Alicante, a dare l’assalto a chiese e conventi, profanandoli, saccheggiandoli e dandoli alle fiamme. Sollecitato ad intervenire per difendere l’incolumità personale e locale, il governo si rifiuta però di inviare la Guardia Civil: «Tutti i conventi di Madrid non valgono la vita di un solo repubblicano» (1) dichiara Azaña.
Nei mesi seguenti un’assemblea costituente, in cui i massoni sono ben 183, approvano una nuova costituzione, che ufficialmente è democratica, ma che nella pratica discrimina ogni opposizione e si accanisce in particolare contro la Chiesa: il cattolicesimo non è più la religione dello Stato, che ora è divenuto laico e si ispira, specie in materia di educazione, alle teorie settarie della massoneria; alle congregazioni religiose viene impedito di ricevere alcun sostegno economico pubblico, i loro beni mobili e immobili vengono depredati dallo Stato e molte di esse saranno arbitrariamente soppresse con la scusa di essere nemiche della nazione; i gesuiti vengono addirittura soppressi per espresso articolo della costituzione. Inoltre viene approvato il divorzio e negata ogni validità al matrimonio sacramentale.

Ai religiosi è proibito totalmente di insegnare e di avere attività d’industria e di commercio, e questo – unito all’esproprio dei beni – ne getta la gran parte in miseria. La libertà religiosa è possibile solo nelle case e il culto pubblico della religione non è ammesso, ed il governo si premura di vietare le processioni, abolire l’insegnamento religioso nelle scuole e togliere da esse e da ogni luogo pubblico il Crocifisso e tutti i simboli religiosi.

rivoluzione spagnola 4

foto d’archivio: due delle monache della visitazione condotte alla fucilazione dai miliziani rossi. Le sette monache visitandine sono state proclamate beate martiri il 7 luglio 1997 assieme ad altri 491 martiri spagnoli.

La persecuzione religiosa è tanto violenta quanto ingiustificata, poiché «la Chiesa non ha dimostrato alcuna sistematica ostilità alla Repubblica» (2), ammetterà il massone Alejandro Lerroux biasimando, seppure come voce isolata, le illegalità; ma gli anarchici spingono per misure ben più radicali: «La Chiesa deve sparire per sempre. I templi non serviranno più per favorire le complicità più immonde. […] Sono finite le acquasantiere di acqua benedetta. È orribile constatare che i repubblicani madrileni non si sono accorti della vera importanza delle raffiche incendiarie che hanno tinto durante le prime giornate di luglio il nostro firmamento sociale. Non esistono più stamberghe cattoliche. Le torce del popolo le hanno incenerite. Al loro posto rinascerà uno spirito libero che non avrà nulla in comune con il masochismo che si incuba nelle navate delle cattedrali. […] Per questo è chiaro che ci impadroniremo di tutti i suoi [della Chiesa, N.d.R.] beni che per giustizia appartengono al popolo. Gli ordini religiosi devono essere disciolti. I vescovi e i cardinali devono essere fucilati. E i beni ecclesiastici devono essere espropriati» (3), scrive il quotidiano del POUM Solidaridad Obrera.

croce di suor cecilia

croce pettorale della visitandina Suor Cecilia trapassata da un proiettile e oggi conservata nel Monastero della Visitazione

I comunisti non sono da meno: il leader trotzkista Andrés Nin afferma che «la classe operaia ha risolto il problema della Chiesa semplicemente, non lasciandone in piedi neanche una», e che «abbiamo molti problemi in Spagna, e i repubblicani borghesi non si sono preoccupati di risolverli: il problema della Chiesa … ; noi lo abbiamo risolto andando alla radice. Abbiamo soppresso i suoi sacerdoti, le chiese e il culto» (4). Si arriva a dire, come il comunista Juan Peyrò, che «ammazzare Dio, se esistesse, al calore della rivoluzione, quando il popolo, infiammato dal giusto odio, trasborda, è una misura molto naturale e umana» (5); «la Spagna ha cessato di essere cattolica» (6), dichiara entusiasta Azaña alle Cortes commentando la costituzione nel 1931.

rivoluzione spagnola 2

foto d’archivio: oltre che con i vivi la furia dei rossi si accanisce persino sui cadaveri dei sacerdoti e delle religiose, che vengono tirati fuori dalle tombe ed esposti a macabro ludibrio

Da Roma il Pontefice Pio XI condanna le violenze dei senzaDio con l’enciclica Dilectissima nobis del 1933: «Noi protestiamo solennemente con tutta la Nostra forza contro questa legge, dichiarando che non può essere invocata contro i diritti inviolabili della Chiesa», scrive, auspicando che il popolo iberico inducesse i governanti «a riformare queste disposizioni […] sostituendole con altre leggi conciliabili colla coscienza cattolica».

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cadavere di una monaca estratto dalla tomba ed esposto sulla  strada

I cattolici perseguitati approfittano delle elezioni del 1934 per mandare al governo il fronte delle destre, che attenuano per quanto possibile le misure persecutorie e cercano di riportare l’ordine nel paese, sconvolto da espropri e violenze: l’esercito, comandato da Francisco Franco, reprime le rivolte dei minatori asturiani, che – aizzati dalla stampa anarchica – avevano trucidato 33 sacerdoti e religiosi, distruggendo chiese e simboli religiosi, bombardando la cattedrale di Oviedo ed incendiando persino il palazzo episcopale ed il seminario. Ma nel 1936, scaduta la legislatura, le nuove elezioni segnano l’ascesa del Fronte popolare, composto da radicali, socialcomunisti e anarchici, i quali votando ne permettono per pochi voti la vittoria: le violenze compiute dalle sinistre durante la campagna elettorale vengono denunciate alle Cortes dal deputato delle destre José Calvo Sotelo, il “Matteotti spagnolo”, ma il 13 luglio 1936 i comunisti lo rapiscono e lo uccidono. È la goccia che fa traboccare il vaso.

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un plotone di esecuzione di rossi inscena la fucilazione della statua del Cristo Redentore

Di fronte al pericolo di una repubblica sovietica spagnola, ormai considerata inevitabile da entrambi i fronti, il 17 luglio nasce una sollevazione militare sostenuta immediatamente dalle destre, dai monarchici e dai cattolici: l’alzamiento è accolto calorosamente a Burgos, Salamanca, Segovia, Avila e Zamora, nonché a Pamplona dove la popolazione «trasformò il golpe in una festa popolare, rovesciandosi nelle strade al grido di “Viva Cristo Rey!”» (7). La risposta dei repubblicani è immediata: si scatena la spietata caccia al cattolico, essere sacerdote o religioso è di per sé meritevole di morte, così come avere simpatia per la religione; sistematicamente le chiese vengono saccheggiate e bruciate, oppure adibite ad autorimesse o cinema, mentre si assiste a vergognosi episodi di sacrilegio per cui le Specie Eucaristiche vengono estratte dai tabernacoli e calpestate, le statue ed i crocifissi mutilati, decapitati e fucilati. Opere d’arte di inestimabile valore finiscono distrutte o rubate dalla furia rossa: i repubblicani arrivano sino al punto di aprire le antiche tombe nelle chiese per rubare gli ori eventualmente presenti, e persino a disseppellire i cadaveri di monache e religiosi esponendoli agli scherni macabri della folla.

fatebenefratelli martiri spagnoli 2

i frati dell’Ordine di San Giovanni di Dio, Fatebenefratelli, dediti all’assistenza ed alla cura degli ammalati, portati fuori dai loro ospedali e trucidati dai rossi

Il 30 settembre 1936 il vescovo di Salamanca Pla y Daniel emana la sua lettera pastorale Las dos ciudades, in cui rivela agli occhi di tutto il mondo gli orrori e i patimenti subìti dalla Chiesa iberica, spiegando i motivi per cui la Chiesa e Pio XI benedicono Franco e i nazionalisti: «la lotta attuale […] riveste sì la forma esterna di una guerra civile; ma in realtà è una crociata […] una sollevazione non per perturbare, ma per ristabilire l’ordine»; una crociata «a favore dell’ordine contro il dissolvente comunismo, a favore della difesa della civilizzazione cristiana e dei suoi fondamenti, religione, Patria e famiglia, contro i sin Dios y contra Dios. […] L’alzamiento spagnolo non è una mera guerra civile, bensì in sostanza una crociata per la religione, per la Patria e per la civiltà contro il comunismo». Ad ogni atto ufficiale della Chiesa, i repubblicani reagiscono incrudelendo le persecuzioni: vengono sterminati senza riguardo tutti i sacerdoti e i religiosi, accanendosi anche contro le suore e le monache di clausura che spesso vengono ripetutamente stuprate prima di essere uccise; ad alcuni preti viene promessa salva la vita se acconsentiranno a perdere la propria castità nei bordelli, ma nessuno acconsentirà a questa ignominia.

Alla fine della guerra, si conteranno 6.832 assassinati fra il clero, suddivisi in 13 vescovi, 4.184 sacerdoti secolari, compresi i seminaristi, 2.365 religiosi e 283 religiose; ad essi vanno aggiunti almeno 60.000 laici, uccisi perché facenti parte dell’Azione cattolica o di qualche associazione religiosa, o semplicemente perché cristiani, oltre ad diverse centinaia di migliaia di persone ammazzate in quanto anti-marxisti, monarchici o simpatizzanti di destra.

francisco franco

Francisco Franco, copertina del Times

Nel 1937 tutti i vescovi spagnoli firmano una lettera collettiva per sostenere la cruzada di Franco e chiedere aiuto alle nazioni europee, che nel frattempo si sono schierate: inviano volontari per Franco le nazioni cattoliche di Portogallo e Irlanda e per i repubblicani le nazioni socialiste di Francia e URSS. Germania e Italia, per motivi di ordine politico la prima e politico-religioso la seconda, inviano contingenti armati a sostegno dei nazionalisti, che pian piano procedono alla liberazione dei territori, dove i pochi sacerdoti riusciti a fuggire o ancora in vita tornano e ripristinano il culto cattolico, fra di essi Josemarìa Escriva de Balaguer, futuro fondatore dell’Opus Dei. Intanto, i cappellani militari italiani, suppliscono ai bisogni spirituali degli spagnoli amministrando i Sacramenti.

Fra i contingenti italiani ci sono i volontari delle Camicie Nere, che oltre che con i miliziani repubblicani si trovano a dover combattere contro i propri connazionali: in Ispagna sono presenti, infatti, numerosi italiani socialcomunisti e azionisti nelle fila delle Brigate internazionali, che vedono nella guerra spagnola una crociata contro il fascismo, secondo la propaganda di Mosca, che intanto estende il suo controllo sullo schieramento repubblicano facendo sì che i comunisti eliminino fisicamente gli anarchici per assumere la leadership della guerra.

agostiniani martiri di spagna

pittura contemporanea raffigurante il martirio dei frati agostiniani. Nel 1936 i frati dell’Ordine di Sant’Agostino trucidati dai miliziani rossi furono 97

Nella battaglia attorno a Guadalajara, a nord di Madrid, i due schieramenti vengono a confronto, italiani contro italiani: la battaglia è serrata e lunga, dall’8 al 25 marzo 1937; i repubblicani debbono assolutamente respingere l’assalto dei nazionalisti, euforici per aver appena liberato Malaga, per poter evitare la caduta della capitale in cui sono asserragliati, e per questo ricorrono all’aiuto dei carri armati sovietici. Dopo iniziali successi nazionalisti, i repubblicani hanno la meglio e le truppe italiane sono costrette a ritirarsi: tuttavia si tratta di una vittoria di Pirro. Nemmeno due anni dopo le truppe vittoriose del generale Francisco Franco entreranno nella Capitale chiudendo la guerra, con la benedizione di Pio XII (8), il quale vede con gioia la fine di un regime anticristiano e l’instaurarsi di uno stato cattolico che durerà fino al 1975 e che esprime agli spagnoli la sua «paterna congratulazione per il dono della pace e della vittoria con cui Dio si è degnato coronare l’eroismo cristiano della vostra fede e carità», combattendo per la Spagna, «nazione scelta da Dio […] come baluardo inespugnabile della fede [che] doveva dare ai proseliti dell’ateismo materialista del nostro secolo la prova più eccelsa che in cima a tutto vi sono i valori eterni della Religione

martiri francescani

i 22 martiri dell’Ordine Francescano

e dello spirito». Dopo aver lodato che — nonostante «la propaganda intensa e gli sforzi costanti dei nemici di Gesù Cristo pare che abbiano voluto fare in Ispagna un esperimento supremo delle forze distruttrici che tengono a loro disposizione in tutto il mondo», il popolo spagnolo s’era levato «deciso nella difesa degli ideali della fede e della civiltà cristiana» e «aiutato da Dio seppe resistere all’istigazione di quanti, ingannati da quel che credevano un ideale umanitario di esaltazione dell’umiltà, in realtà, non lottavano se non in favore dell’ateismo» — Pio XII elevava infine un ringraziamento alla memoria di «tutti quelli che hanno saputo sacrificarsi con eroismo in difesa dei diritti inalienabili di Dio e della Religione, sia nei campi di battaglia, sia consacrati nei sublimi offici della carità cristiana nelle carceri e negli ospedali».

Da questo breve sunto storico è possibile capire quella iperbole costruita sul puro paradosso,  alla quale quell’anziano sacerdote, che aveva visto i propri confratelli trucidati dall’odio di anarchici e comunisti, fece ricorso illustrando Gesù Cristo a passeggio sottobraccio con Francisco Franco, il tutto semplicemente per dire a dei giovani ideologi: studiate la storia, perché se non la conoscete, sarete condannati a ripeterla.

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* L’AUTORE Religioso dell’Istituto della Carità (Rosminiani), ha conseguito la laurea magistrale in Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed il baccalaureato teologico alla Pontificia Università Lateranense.

 

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NOTE

(1) Cit. in P. PRESTON, La guerra civile spagnola, Oscar Storia Mondadori, 2000, p. 35.
(2) Cit. in G. ROUX, La guerra civile di Spagna, trad. it. Sansoni, Firenze, 1966, p. 29.
(3) Abajo la Iglesia! Editoriale anonimo in Solidaridad Obrera, 15 agosto 1936, cit. in A. MONTERO MORENO, Sintesis històrica de la persecuciòn religiosa en España 1936-1939, Madrid, 1961, p. 55-56.
(4) Cit. entrambe in A. MONTERO MORENO, Sintesis històrica, p. 55.
(5) Cit. entrambe in A. MONTERO MORENO, Sintesis històrica, p. 55.
(6) Cit. in Ibid., p. 56, nota.
(7) Ibid., p 81.
(8) S. S. PIO XII, Radiomessaggio “Con inmenso gozo”, 16 aprile 1939.

Ecumenismo? Purché fatto nella verità e per la verità: il successo di Lutero

ECUMENISMO? PURCHÈ FATTO NELLA VERITÀ E PER LA VERITÀ: IL SUCCESSO DI LUTERO

ll successo di Lutero è in gran parte dovuto al fatto che egli raccolse e sviluppò istanze ereticali già esistite nella storia della Chiesa, come per esempio quelle più immediatamente precedenti di Hus e di Wycliff, nonchè dei valdesi, dei manichei, dei catari, di Ockham e di Cusano, anche se è vero che ogni eresiarca dà sempre un carattere peculiare alle dottrine che inventa, e ciò evidentemente consente di distinguere le eresie di Lutero da quelle degli altri eretici.  D’altra parte bisogna anche ritrovare in Lutero traccia di istanze riformatrici autentiche, che già caratterizzarono i grandi riformatori medioevali come San Brunone, San Pier Damiani, San Romualdo, San Bernardo, San Giovanni Gualberto, San Francesco, e Santa Caterina da Siena.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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Con tutta l’attualità del caso, mentre si sta avvicinando la celebrazione dei 500 anni della “riforma” dell’eresiarca Lutero, la Redazione dell’Isola di Patmos ripropone un articolo pubblicato due anni fa dal Padre Giovanni Cavalcoli, OP

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Lutero predicazione

predicazione di Martin Luther, stampa del XVI secolo

Oggi più che mai, in epoca di ecumenismo, ci chiediamo qual è il senso o il significato del luteranesimo. E su questo punto continuano le discussioni e le interpretazioni contrastanti, nonostante i passi fatti dall’ecumenismo. Quali sono le origini e le cause del luteranesimo? Quali i suoi intenti, le sue istanze, i suoi temi essenziali? Quali i suoi risultati? Come è possibile che a cinque secoli di distanza, dopo le condanne della Chiesa, esso sia ancora vivo, tanto da influenzare oggi la teologia cattolica? Da cosa dipende la potenza della sua seduzione? Come mai attira anche grandi intelligenze e uomini di valore? E cosa si potrebbe fare per ricondurre i fratelli separati alla comunione con la Chiesa Romana?

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Lutero tesi

Lutero affigge le sue 95 tesi sul portale della chiesa cattedrale

Un’idea sbagliata che si è diffusa nel mondo cattolico a causa di un falso ecumenismo, è che, tutto sommato, il luteranesimo è stata una scelta come un’altra, all’interno del cristianesimo o della Chiesa, come furono per esempio le famiglie religiose fondate da San Benedetto o San Francesco o San Domenico. Il luteranesimo non sarebbe una falsa interpretazione del cristianesimo e della Chiesa, ma sarebbe semplicemente una scelta diversa. Per altri, poi, Lutero sarebbe stato un grande riformatore della Chiesa, un grande genio religioso assetato di Cristo e della sua giustizia, una tromba profetica, un fustigatore di scandali, abusi, vizi ed eresie, il quale avrebbe fatto prender coscienza alla Chiesa e a Roma delle loro deviazioni dottrinali e morali medioevali e le avrebbe condotte con energia ed intransigenza alla riscoperta del vero Vangelo e del vero rapporto salvifico con Cristo, rifiutando molte concezioni e pratiche spuri, pure tradizioni di uomini, che si erano accumulate nel passato, quali detriti che ricoprono col tempo un monumento nascondendone la genuina bellezza.

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vescovessa Eaton

la “vescovessa” Elizabeth Eaton presidente dei vescovi luterani degli U.S.A.

I moderni seguaci di Lutero, considerando anche il clima ecumenico, non fanno più propria la violenza degli attacchi del “Riformatore” contro il Papa, la dottrina e la morale cattoliche, e tuttavia, se legittimano l’esistenza della Chiesa Romana, la vedono con una certa sufficienza, un certo tollerante e benevolo compatimento, come un rispettabile avanzo del passato, per cui non si sognerebbero mai di considerarla la guida della Chiesa, ruolo, questo, che riservano gelosamente solo a loro stessi, che da cinquant’anni ormai si sono fregiati del titolo di “progressisti” e sono venerati e proclamati tali.

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vescovessa eaton pastorale

la “vescovessa” Elizabeth Eaton

Altri, credendo poi di operare in tal modo per l’unione dei cristiani, si sono fatti l’idea che cattolici e protestanti rappresentino alla pari, seppur in modo diverso e reciprocamente complementare, due grandi frantumi di Chiesa, divisasi all’epoca di Lutero a causa di torti e incomprensioni reciproci e quindi per colpe da ambo le parti. Per cui la soluzione o il rimedio di questa spaccatura, rottura, frattura, o divisione o come vogliamo chiamarla, non starebbe nel fatto, come ordina ed auspica lo stesso documento conciliare sull’ecumenismo (1) che i fratelli separati, rinunciando ai loro errori, siano “pienamente incorporati” nella Chiesa cattolica, nella quale soltanto c’è le pienezza della verità, ma essi possono mantenere tranquillamente le loro posizioni. L’importante è che ci sia il dialogo e la reciproca collaborazione. Nel contempo si continua a “pregare per l’unità”. Ma io mi domando se in queste condizioni d’animo e di mentalità tale preghiera non diventi un’ipocrisia.

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preghiera ecumenica comiso

il Vescovo di Ragusa Paolo Urso con la pastora luterana Gisela Salomon ed un gruppo di pentecostali durante una preghiera ecumenica

Così, per ritrovare l’unità, e riaccomodare il vaso rotto, ognuna delle due parti dovrebbe rinunciare a ciò che la oppone all’altra, come propose Karl Rahner nel suo libro Unione delle Chiese possibilità reale (2). In pratica, egli suggerì che la Chiesa cattolica dovrebbe chiedere a tutti, cattolici e protestanti, l’adesione ai quei dogmi che abbiamo già tutti in comune, mentre essa dovrebbe rendere “facoltativi” per tutti e soprattutto per i protestanti quei dogmi da essi non accettati.

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Bisogna dire con chiarezza che in realtà è sbagliato concepire il ritrovamento dell’unità paragonando l’operazione a quella di un ortopedico che ricompone la frattura di un femore spezzato. Il giusto rifermento qui ce lo dà invece Cristo stesso: gli eretici sono tralci che si sono staccati o quasi staccati dalla vite, che è la Chiesa Romana; per cui, mentre la Chiesa come Chiesa (non come singoli cattolici!) non ha torti o errori da riparare, ma ha solo la totalità del Vangelo da annunziare a tutto il mondo dissipando le tenebre dell’errore, viceversa i fratelli separati si salvano solo se, corretti i loro errori, giungono alla piena comunione con Roma, comunione che peraltro, come nota il Concilio, non è adesso totalmente assente, ma solo parziale, imperfetta ed incompleta, cosa che non esclude la possibilità del luterano in buona fede di salvarsi.

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sinodo catto-metodista

Vescovi cattolici e “vescovesse” metodiste, foto d’archivio de L’Osservatore Romano

La Chiesa in se stessa è essenzialmente una e indivisibile. Nessuna forza disgregatrice la può scindere o dividere e mettere una parte contro l’altra dall’interno o dall’esterno. Possono esserci e ci sono divisioni tra cristiani, ma non nella Chiesa e tanto meno della Chiesa. Gli eretici e gli scismatici non dividono la Chiesa, ma si dividono dalla Chiesa; non sono una parte di Chiesa, ma si separano dalla Chiesa, la quale resta essenzialmente intera e una. Quindi non si tratta di riunire la Chiesa, ma che gli eretici e gli scismatici tornino nella Chiesa. E sarà difficile che la Chiesa, come essi vorrebbero, vada dalla loro parte. I veri cattolici sono viceversa, in quanto cattolici, non in quanto peccatori, tutti uniti tra di loro nella Chiesa, il che ovviamente non toglie che esistano scontri o dissensi tra di loro, i quali però non intaccano la loro fondamentale comunione nella Chiesa ed appartenenza alla Chiesa. E spetta supremamente al Papa definire, procurare, custodire, proteggere e incrementare l’unità della Chiesa promovendo l’unione o la riunione dei cristiani, la concordia e la riconciliazione tra i partiti avversi — per esempio modernisti e lefevriani — e il ritrovamento delle pecorelle smarrite. Questa missione del Papa gli scismatici e gli eretici non la capiscono assolutamente. Essi credono che il Papa sia principio di divisione perchè esige, per essere veri cristiani, condizioni che essi non vogliono ammettere. Così ci sono degli stolti che credono che l’ecumenismo andrebbe meglio, se non ci fosse il Papa.

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il domenicano olandese Prof. Edward Schillebeeckx

Prof. Hans KŸngTŸbingen

il Reverendo Prof. Hans Kung

A questa ricerca dei lontani, quindi a questa chiamata all’unità con Roma — il “centro” — si riferisce Papa Francesco quando parla della necessità che la Chiesa “esca” e vada “nelle periferie”; non si tratta tanto delle bidonvilles, quanto piuttosto delle aree umane più denutrite dal punto di vista spirituale. La periferia può essere anche il parroco o l’insegnante di catechismo che non vivono in piena comunione con la Chiesa. Altri ancora, come Hans Küng (3) ed Edward Schillebeeckx (4), spingendo al massimo il sincretismo indifferentista, e fraintendendo la famosa tesi del Concilio, secondo cui «la Chiesa di Cristo sussiste» (subsistit) «nella Chiesa cattolica» (5), arrivano a prospettare una “Chiesa di Cristo” o un “cristianesimo” che risulti dalla sintesi di tutte le religioni preoccupate dei diritti umani, della giustizia e della pace nell’umanità, dove i dogmi cattolici non son negati ma, privati della loro universalità ed obbligatorietà, sono integrati dalle dottrine delle altre religioni, evidente secolarizzazione illuministica del cristianesimo che esclude il soprannaturale, considerato mito, fanatismo e superstizione, secondo il ben noto modulo della massoneria. Certo una cosa del genere non sarebbe piaciuta neanche a Lutero, attaccato in fin dei conti, benchè a modo suo, al contenuto irrinunciabile di fede del Vangelo (6). Tuttavia Lutero non si rese conto che una volta abbattuto il Magistero della Chiesa, il puro e semplice rifarsi privato alla Scrittura, pur nella convinzione di essere illuminati dallo Spirito Santo e ammettendo senza difficoltà la chiarezza di molti passi della stessa Scrittura, non è assolutamente sufficiente a garantire con certezza e precisione i contenuti della fede. Ma soprattutto non corrisponde alla volontà di Cristo espressa nello stesso Vangelo.

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Bibbia di Lutero del 1534

Bibbia di Lutero, edizione del 1534

A tal riguardo dobbiamo ricordare che la Chiesa e la dottrina della fede sono organismi creati e protetti dall’infinita sapienza divina, tali quindi da poter resistere, se ben custoditi, ad ogni attacco del nemico, ma nel contempo, in quanto creature, sono il risultato di un armonioso insieme di elementi e fattori, “giunture e legami” [Col 2,8], dove i nessi non hanno tutti la stessa solidità, ma alcuni sono meno saldi di altri, per cui possono essere spezzati più facilmente da una volontà maligna. Così, per esempio, nel corpo umano, che pure è meravigliosa opera divina, alcune strutture sono maggiormente vulnerabili di altre: se uno pone male il piede, facilmente prende una storta; se non tiene puliti i denti, facilmente prendono la carie e così via. La Parola di Dio tiene effettivamente unite “le giunture e le midolla” [Eb 4,12]; ma se l’anima non si tiene al riparo dalle insidie e dalle menzogne del demonio, questi delicati legami rischiano di spezzarsi. È quanto avviene nelle eresie. È quanto è successo a Lutero, il quale, per quanto abbia avuto per conto suo una forte personalità capace di influire sugli altri, non è che abbia inventato di sana pianta le sue eresie, come Giove che fa uscire Minerva dal suo capo, armata di tutto punto. Invece egli è andato ad intaccare punti o giunture fragili della compagine ecclesiale, altre volte messi in crisi nella storia della Chiesa, come sono per esempio il rapporto Papa-Chiesa o Scrittura-Chiesa o grazia-libero arbitrio o grazia-peccato o fede-ragione o fede-opere.

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concilio di trento

Assise del Concilio di Trento, stampa d’epoca

D’altra parte, non si può più vedere in Lutero solo l’eresia, ma in certo senso è più importante evidenziare le sue istanze positive di riforma, che hanno contribuito al suo successo e che, dovutamente purificate ed inserite in contesto cattolico, hanno trovato una qualche loro soddisfazione nelle dottrine e nella pastorale del Concilio Vaticano II. Lo stesso fenomeno del modernismo dei tempi di San Pio X, fu in gran parte un tentativo mal riuscito di operare questo recupero, che invece è stato fatto dal Concilio con tutta l’autorità che spetta a un Concilio ecumenico.

 

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romano amerio

il filosofo Romano Amerio

Quanto alla questione della riforma, dobbiamo dire che l’essenza della Chiesa è immutabile in se stessa, ma questo non toglie che essa abbia periodicamente bisogno di riforme: Ecclesia semper reformanda, dice un antico adagio. Il timore di Romano Amerio che il Concilio Vaticano II abbia “mutato” l’essenza della Chiesa non ha nessun fondamento ed egli tende a confondere la vera ecclesiologia del Concilio con le interpretazioni datene dai modernisti.
Per operare però una vera riforma, che sia cosa benefica e conforme a Cristo suo Fondatore, occorre sapere che cosa nella Chiesa può cambiare e che cosa non può cambiare senza con ciò stesso distruggere, menomare o corrompere l’essenza della Chiesa. Per la verità, la Chiesa è in se stessa indistruttibile (portae inferi non praevalebunt). Il guaio è che la sua essenza può corrompersi nella mente di falsi riformatori, i quali credono di riformarla, ma in realtà costruiscono una falsa chiesa, che è contraria al volere di Cristo. Pertanto occorre distinguere riforma da deformazione. La riforma periodicamente necessaria e richiesta dalla stessa essenza umana e storica della Chiesa, ha il compito di ritrovare, mantenere e rafforzare la forma offuscata da aggiunte o sottrazioni arbitrarie, spurie o puramente umane.

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Invece una riforma che pretendesse di mutare l’essenza della Chiesa o concepisse questa essenza come naturalmente mutevole, secondo il modulo modernista, invece di rinnovarla, purificarla e migliorarla, la distruggerebbe. Nell’opera di Lutero ci sono tutti e due gli aspetti, per cui è supremamente necessario, sotto la guida del Magistero della Chiesa, operare questa distinzione per accogliere il positivo e rifiutare il negativo.

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Lutero cuffie

Lutero ascoltò troppo le ragioni di se stesso

Il successo di Lutero è così in gran parte dovuto al fatto che egli raccolse e sviluppò istanze ereticali già esistite nella storia della Chiesa, come per esempio quelle più immediatamente precedenti di Hus e di Wycliff, nonchè dei valdesi, dei manichei, dei catari, di Ockham e di Cusano, anche se è vero che ogni eresiarca dà sempre un carattere peculiare alle dottrine che inventa, e ciò evidentemente consente di distinguere le eresie di Lutero da quelle degli altri eretici.
D’altra parte, come ho detto, bisogna anche ritrovare in Lutero traccia di istanze riformatrici autentiche, che già caratterizzarono i grandi riformatori medioevali come San Brunone, San Pier Damiani, San Romualdo, San Bernardo, San Giovanni Gualberto, San Francesco, e Santa Caterina da Siena.

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domenicani e francescani

incontro tra domenicani e francescani

Uno dei motivi per i quali il luteranesimo non attecchì in certi paesi come l’Italia, fu che già prima di Lutero certi Ordini religiosi, come per esempio i Domenicani, avevano promosso una riforma contro le suggestioni paganeggianti del nascente Umanesimo, come fu per la scuola cateriniana del Beato Raimondo da Capua, del Beato Giovanni Dominici, di Sant’Antonino da Firenze e di Girolamo Savonarola.
L’eresia, dal canto suo, attacca sempre qualche punto debole, qualche passaggio difficile, spezza qualche nesso o legame fragile, dove molti possono cadere, e per questo ha successo, anche se possono esistere eresie così assurde, che trovano sempre il citrullo che le fa entusiasticamente sue, specie ai nostri giorni.
Un punto delicato della fede cattolica è quello dell’ufficio petrino. Per questo tutti gli eretici negano in vari modi l’autorità del Papa. E si sa con quanta violenza Lutero rifiutò il carisma di Pietro. Circa infatti la missione del Papa, ci sono in linea di principio due difficoltà, dove facilmente gioca lo spirito della menzogna.

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The pope's chair

la cattedra del Romano Pontefice nella Basilica di San Giovanni in Laterano

La prima è che nel Papa bisogna distinguere due cose: l’infallibilità del suo ministero come maestro della fede e la fragilità della sua umanità di figlio di Adamo, la quale può commettere anche azioni ingiuste, imprudenze o peccati sul piano, oltre che personale, anche del governo o della pastorale. La tattica usuale degli eretici, alla quale non sfugge neanche Lutero, è quella di partire da critiche o rivendicazioni magari giuste circa la pastorale o la condotta morale del Papa, per attaccarlo come maestro della fede e guida alla salvezza.

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La seconda difficoltà sta nel capire ed apprezzare il legame del Papa con la Chiesa. Che la Chiesa sia guidata da Cristo, gli eretici generalmente lo ammettono. Quello che a loro non va è che sia guidata dal Papa nell’interpretazione della Scrittura e della Tradizione, in sostanza, della verità di fede e della rivelazione divina.

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san pietro

San Pietro Apostolo

Secondo loro è sufficiente Cristo o l’ispirazione dello Spirito Santo. E in linea di principio, ciò potrebbe esser vero. Se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fondare una comunità di salvezza da Lui direttamente guidata, senza mediazioni letterarie, magisteriali, catechetiche, gerarchiche, liturgiche o sacramentali, sacerdotali o pontificie. Dio non ha problemi a farsi conoscere direttamente a ciascuno nella propria coscienza, ed a comandargli direttamente ciò che deve fare ed a guidarlo con la grazia in paradiso.
Senonchè però Dio ha voluto regolare le cose diversamente. E trattandosi di problemi che solo Dio può risolvere, come quelli relativi alla salvezza, è logico che dobbiamo fidarci di ciò che Egli ha positivamente e storicamente voluto (“diritto divino”) attraverso i suoi apostoli e soprattutto Gesù Cristo. Il problema dell’eresia non è quello di non credere in Cristo; il problema è quello di accettare tutto quello che Cristo ha insegnato e voluto.

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giordano-bruno

statua di Giordano Bruno da Nola

L’eretico può anche parlare di Chiesa, di fede, di carità, di Scrittura, di Tradizione, di Rivelazione, di sacramenti, di Spirito Santo, di grazia, di virtù, di peccato, di salvezza, di mistica. Può parlare della Santissima Trinità, di Cristo e di Dio. Ma si tratta di vedere uno per uno come concepisce questi valori. Non badiamo alle sole parole, perchè esse nell’eresia sono svuotate del loro vero significato. Per questo non è sempre facile smascherare le eresie, ben mascherate sotto apparenze di pietà, interpretazioni della Scrittura o della Tradizione, progetti di santità, proclami riformatori, idee teologiche geniali, profezie apocalittiche, visioni celesti …

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Leone X

il Sommo Pontefice Leone X

Nel caso di Lutero la ribellione al Papa sorge dal fatto che egli, nelle sue tendenziose letture paoline, si convinse di aver trovato la pace della sua anima e quella sostanza del Vangelo che secondo lui Roma aveva perso. Da qui il suo ripudio della dottrina del Magistero della Chiesa. Da qui poi l’opposizione a molti altri dogmi in quanto sanciti da quell’infallibilità pontificia che egli non volle più riconoscere.
D’altra parte, come insegna Sant’Agostino, noi arriviamo a credere in Cristo credendo alla testimonianza della Chiesa. È dalla Chiesa e sotto il patrocinio della Chiesa che noi riceviamo la Bibbia, ossia la verità di fede e quindi giungiamo alla fede in Cristo.

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Una fede in Cristo immediata, apriorica, atematica, preconcettuale, data a tutti, come la intende Karl Rahner, senza alcuna appartenenza neppure invisibile o implicita alla Chiesa, non esiste. Non che si debba credere all’infallibilità della Chiesa solo perchè ce lo dice la Chiesa. Sarebbe un circolo vizioso. Si giunge invece a credere all’infallibilità della Chiesa mediante i segni di credibilità che la Chiesa offre. Ma una volta giunti a scoprire Cristo nella Chiesa, abbiamo il dovere di credere nell’infallibilità della Chiesa perchè, sapendo che la Chiesa è infallibile, la Chiesa stessa insegna di essere infallibile in nome della nostra fede in Cristo.

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Museum Luther's last residence re-opens

Lutero: maschera funeraria e calco delle mani.

Lutero, come c’è da supporre, grazie alla formazione cattolica ricevuta, era ben giunto a credere nella Chiesa, se addirittura entrò a far parte di un Ordine religioso. Perchè allora a un certo punto ripudiò la fede nella Chiesa? Come Lutero giunse a perder la fede nell’autorità del Papa? Era una vera fede? Se era vera fede, perchè perderla? In nome di che cosa? Sotto quale spinta? Sotto quale suggestione? Fu veramente preoccupato della propria salvezza o di qualcos’altro di non così nobile? Non seppe conservare la vera fede in Cristo perchè perse la fede nella Chiesa.

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cristo rialza pietro

Cristo rialza Pietro che sprofonda nelle acque

Credendo di aver trovato la vera fede, in realtà Lutero la perse nel momento in cui perse la fede nell’autorità dottrinale del Papa, con la pretesa di interpretare la Scrittura meglio di lui. Credette di scoprire la verità e cadde nell’illusione; e chi lo segue è vittima della stessa illusione. Quale più grande tragedia per un uomo che scambiare per fede ciò che è illusione? È come scambiare Cristo con Beliar. E quale maggior danno si può fare al prossimo che condurlo fuori del sentiero della verità? Che senso ha dunque tutta la predicazione di Lutero? Sono domande serie, alle quali ancor oggi, dopo cinque secoli di studi su Lutero, è difficile rispondere. Una cosa è certa. Una lezione che ci viene da Lutero è questa: aver cura di procurarsi una fede solida ed autentica e di custodirla sempre a costo della vita.

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Fontanellato, 31 ottobre 2014

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NOTE
(1) Unitatis redintegratio, 3.

(2) Morcelliana, Brescia 1986
(3) Cf Salviamo la Chiesa, Rizzoli, Milano 2011
(4) Cf Umanità. La storia di Dio, Queriniana, Brescia 1992, pp.218-223.
(5) Lumen Gentium, 8

(6) La sua tremenda ostinazione nel restar attaccato all’eresia era proprio la sua convinzione di essere nella vera fede, mentre secondo lui era Roma ad essere caduta nell’eresia.

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Il “pieno compimento”, tra eresia marcionista ed ecumenismo a tutti i costi

IL «PIENO COMPIMENTO»
TRA ERESIA MARCIONISTA ED ECUMENISMO A TUTTI I COSTI

Non pensate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; io non sono venuto per abrogare, ma per portare a compimento. Perché in verità vi dico: Finché il cielo e la terra non passeranno, neppure un iota o un solo apice della legge passerà, prima che tutto sia adempiuto [Mt 5, 17-18].

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

si si no no

si quando è si, no quando è no ...

Questo frammento del Vangelo di San Matteo è ricco di tali elementi che su queste poche righe potrebbero scriversi trattati enciclopedici solo per inquadrare gli argomenti diversi racchiusi in un unico contesto armonico: la rivelazione del Verbo di Dio fatto uomo. Si pensi a quanto potremmo parlare e discutere, oggi forse più di ieri, sulla sola frase che segue poche righe avanti: « Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno» [Mt 5, 37]. Superfluo dire quanto nella società ecclesiale di oggi sia invece difficile dire si quando è si e no quando è no, memori che il di più — ma a volte anche il di meno, se non peggio il “di niente”, per esempio l’omissione — proviene dal Maligno, per il quale il “di meno” e il “di niente” è terreno di semina, irrigazione, germoglio e infine mietitura.

Nunzio Galantino

S.E. Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, in una posa ieratica durante la actio liturgica

Pensiamo solamente a quanto appare difficile all’interno della Chiesa odierna dire con chiarezza: questo è giusto e questo è sbagliato, questo è lecito e questo è illecito, perché così sta scritto nel deposito della fede rivelata. Il tutto non perché lo diciamo noi, ma perché lo insegna la Rivelazione, di cui noi siamo servi e strumenti devoti, fedeli annunciatori, non arbitrari padroni. E con ciò è presto detto qual genere di desolazione ci pervada quando si è costretti a udire vescovi pronunciare omelie nelle quali i nostri sommi sacerdoti parlano di reati contro la giustizia sociale con linguaggi da spiccia sociologia, senza più parlare di peccato o di dottrina sociale della Chiesa, per non parlare della mancanza pressoché totale di un corretto lessico metafisico. Cosa a dire il vero comprensibile, perché quando la Rivelazione e la teologia sua devota ancella devono tenere troppo in considerazione le esigenze mondane della società a cui si vuole piacere e mai dispiacere, per seguire appresso con le logiche dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso ridotto perlopiù a sociologia politica, può accadere che si tenti per logica conseguenza di avere in tutti i modi “la botte di vino piena e la moglie ubriaca”, come recita un nostro vecchio proverbio popolare.

Dire «si» o «no» risulta  così più difficile di quanto sembri, quando ormai si è perduto il nostro linguaggio naturale, che è appunto quello metafisico, oggi tragicamente sostituito con quello hegeliano-rahneriano. Così spesso finiamo col dire un po’ sì e un po’ no, o col sostenere che potrebbe essere si ma al tempo stesso anche no e, se tutto va bene, concludiamo con un “ni”, pur di non prendere decisioni a volte anche dolorose, dicendo con prudenza e carità quella verità che non può essere mai taciuta, posto che siamo chiamati a conoscere, servire e annunciare quella verità che ci farà liberi [Gv 8, 32], perché nessuno di noi è un “cristiano anonimo”, ma un fedele  oggetto e soggetto principe della Rivelazione e della Redenzione. Nessuno è per Dio “anonimo”, posto che Egli ci chiama a uno a uno per nome, avendoci voluti, pensati e amati prima ancora della creazione del mondo. In questo consiste l’insidia di certe derive eterodosse del gesuita Karl Rahner che oggi la fa da padrone assoluto nella maggioranza degli studi teologici: conferire una impropria e relativistica dignità salvifica all’ “anonimato”, attraverso il quale si finisce per rendere anonimo Dio, vanificando attraverso la sua velenosa teoria dei cosiddetti “cristiani anonimi” l’intero mistero della Redenzione.

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L’Arca dell’Alleanza contenente le Tavole della Legge

Questo frammento del Vangelo di Matteo contiene numerose ispirazioni di profonda riflessione che ebbi modo di approfondire anni fa in un mio libro [E Satana si fece Trino, cit. pag. 100-104]. Prendiamo la sola frase iniziale di questo passo evangelico: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento». È un terreno veramente minato, in parte insidioso quello che si apre all’orizzonte attraverso questa frase, perché addentrandosi in esso andiamo a toccare l’Antica e la Nuova Alleanza, il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’antico Popolo di Israele e il nuovo Popolo di Israele nato dalla incarnazione, dalla morte e dalla risurrezione del Cristo Dio.

catechismo ok

Una edizione del Catechismo

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo queste parole [n. 121-123]:

«L’Antico Testamento è una parte ineliminabile della Sacra Scrittura. I suoi libri sono divinamente ispirati e conservano un valore perenne, poiché l’Antica Alleanza non è mai stata revocata. Infatti, l’economia dell’Antico Testamento era soprattutto ordinata a preparare […] l’avvento di Cristo Salvatore dell’universo.

Il Concilio Vaticano II precisa che «I libri dell’Antico Testamento, sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee, rendono testimonianza di tutta la divina pedagogia dell’amore salvifico di Dio. Essi esprimono un vivo senso di Dio, una sapienza salutare per la vita dell’uomo e mirabili tesori di preghiere; in essi infine è nascosto il mistero della nostra salvezza» [Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 14: AAS 58 (1966) 825].

tavole della legge

Tavole della Legge

I cristiani venerano l’Antico Testamento come vera Parola di Dio e la Chiesa ha sempre respinto energicamente l’idea di rifiutare l’Antico Testamento col pretesto che il Nuovo l’avrebbe reso sorpassato. Si tratta di una tesi ereticale portata avanti dal Vescovo Marcione di Sinòpe nel II secolo, il quale dette vita a quella eresia che prenderà poi nome di marcionismo. Inutile a dirsi: il discorso è a tal punto delicato che ogni parola, anzi, ogni sospiro andrebbe soppesato, specie in questi tempi dove sempre più spesso, all’uso delle parole corrette — che sono base imprescindibile fondamentale sia per esprimere la dottrina sia soprattutto per fare speculazione teologica, ovvero il corretto lessico metafisico — si sostituiscono “parole nuove” se non peggio esternazioni basate su impulsi dettati da correttezza socio-politica, altre strutturate su sentimentalismi buonisti sterili e fini a se stessi.

Chi di noi ha praticato un po’ gli studi giuridici, o più semplicemente per questioni anche pratiche personali ha avuto a che fare col libro delle successioni pro mortis causa — mi riferisco allo specifico al Codice di Diritto Civile del nostro Paese — sa bene, semmai anche sapendone poco di diritto, che il testamento valido è l’ultimo sottoscritto. Se prima di questo testamento ne sono stati sottoscritti altri, automaticamente non sono più validi. A meno che, l’ultimo testamento redatto, non sia inficiato da irregolarità e vizi tali da renderlo invalido, perché in tal caso fa fede il precedente. Ovviamente non siamo qui a discutere di rogiti notarili ma, visto che si parla di testamenti …

tempio di gerusalemme

Ricostruzione plastica dell’antico Tempio di Salomone

… noi siamo di fronte ad una Antica Alleanza che non è annullata dalla prima e ad una Nuova Alleanza che nasce da quella antica. Da una parte abbiamo gli ebrei con un Antico Testamento ed un’Alleanza Antica, dall’altra i cristiani con una Nuova Alleanza e con un Nuovo Testamento. Non è un problema di poco conto, anche se in modo troppo accomodante certi teologi e biblisti sostengono da anni che entrambi i figli delle due alleanze detengono il sacro patto, dato ai primi e mai revocato, ossia l’Antica Alleanza del Popolo di Israele; quindi dato ai secondi, ossia il Nuovo Testamento dei cristiani, la Nuova Alleanza. A tutto questo si aggiunge il Catechismo della Chiesa Cattolica dove si afferma: «l’Antica Alleanza non è mai stata revocata». Ce n’è quanto basta per essere confusi, specie se dinanzi a tutto questo i preti non fanno i pastori di anime che ammaestrano i fedeli; o se i teologi non fanno bene — ma soprattutto con fede — il loro mestiere di strumenti della teologia devota ancella della Verità Rivelata.

The Sermon on the Mount Carl Bloch, 1890

Carl Heinrich Bloch, Discorso della Montagna, olio su tela

Ciò che insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica è sacrosanto, purché sia adeguatamente spiegato, perché il compito del testo è indicare e talvolta schematizzare le verità di fede; mentre il compito dei devoti servitori della verità è quello di spiegarle, per evangelizzare ed istruire i fedeli alla corretta dottrina. La spiegazione a questo apparente dilemma sta tutta quanta in una sola parola che completa questa frase del Signore Gesù, perché con quella sola parola il Verbo di Dio ci offre quella spiegazione che molti — vuoi per eccessi di ecumenismo male interpretato, vuoi per fare dialogo interreligioso a tutti i costi e costi quel che costi — non vogliono però cogliere. Anche perché nel contesto del discorso del Vangelo di Matteo emergono due espressioni che sembrano davvero in contrasto e che tra di loro quasi stridono nell’originale testo greco. Da una parte il concetto di continuità con la Antica Legge: «Non crediate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti: non sono venuto per abolire … [5,17]». Dall’altra, poco più avanti, una frase che pare un monito contenente una vera e propria rottura: «Avete udito ciò che fu detto agli antichi … ma io vi dico … [5,21ss.]». E dinanzi a tutto questo il problema non svanisce ma si complica parecchio. Anche perché, l’affermazione «ma io vi dico», va colta e interpretata secondo gli schemi lessicali della lingua aramaica parlata dal Signore Gesù: è un imperativo espresso con solenne autorità che nella costruzione della stessa frase ruota tutta quanta sull’«io». Cosa che equivale a dire: «È vero perché io lo dico, in quanto io sono prova stessa della verità». Detto questo proviamo a metterci adesso nei panni degli scribi e dei farisei, peggio ancora dei dottori della Legge, per capire come mai costoro accusarono più volte Gesù di bestemmia [Mt 26, 57-58], altre di agire in nome e per conto del Demonio in persona [Lc 11, 15-26], tanto incapaci erano a recepire il messaggio contenuto nel suo linguaggio.

compimentoLa soluzione al “dilemma” è quindi racchiusa tutta in una parola in apparenza così semplice da passare quasi inosservata a molti sapienti: «Compimento». Afferma Gesù: «Non crediate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti, non sono venuto per abolire ma per dare compimento». Il Signore, che è figlio dell’Antica Alleanza, nato ebreo tra gli ebrei e come tale circonciso e sottoposto dal devoto zelo dei suoi genitori a tutti i rituali previsti dalla Legge Mosaica, non porta semplicemente l’Antica Legge a compimento: egli stesso è il compimento fatto carne, quindi corpo e presenza viva, alpha e omega, perché il suo «io» è in verità incarnazione di Dio, quindi sua visibile presenza corporea.

oltre

Andare oltre …

Compire, che può essere tradotto anche come “superare”, “procedere oltre” o “completare”, non vuol dire annullare o cancellare, tutt’altro. L’Antico Testamento è stato propedeutico al Nuovo e come tale va colto e recepito in una dimensione di fede cattolica. Basti pensare alla figura di Giovanni il Battista, il Precursore, colui che dal deserto gridava: «Preparate le nuove strade». Quando il Verbo di Dio si fece carne non cancellò con la sua predicazione quella del Battista, anzi andò da lui e chiese e pretese di essere battezzato. E più volte, predicando, il Signore Gesù ricordò la figura eroica di questo grande uomo di fede che annunciava l’avvento del Messia: «Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni» [Lc 7, 28].

foro

veduta dell’antico foro romano

Facciamo un altro esempio ancora, questa volta di carattere storico: dopo la caduta dell’impero romano nasce il medioevo che si articola in almeno tre diversi periodi storici, al termine del quale abbiamo il Rinascimento. Ebbene: il Rinascimento non nasce d’improvviso, tanto meno per caso, ma al termine di un’epoca che lo ha preceduto e in un certo senso preparato, quindi nel Rinascimento è racchiuso e vive anche il medioevo. Altrettanto il barocco, che al proprio interno contiene anche il medioevo e il rinascimento.
Sotto le case di molti centri storici italiani ci sono strati di fondamenta molto più antiche, sulle quali e grazie alle quali oggi sorgono le case visibile e abitate. Questo è ciò che nel linguaggio del Signore Gesù vuol dire portare a compimento. Il Signore Gesù non ha abolito la legge e i profeti, ma sopra le loro antiche fondamenta ha costruito il nuovo tempio di Dio, eretto grazie a quelle antiche fondamenta. E noi siamo grati e sinceri debitori a quelle antiche fondamenta, imprescindibili e indispensabili, grazie alle quali e sopra alle quali il Cristo ha eretto la nuova dimora dell’Altissimo; e dentro quella dimora noi viviamo, benedicendo in eterno e per sempre Cristo Dio che non ha abolito ma ha compiuto, dando vita al Nuovo Israele, al Vero Israele, senza nulla togliere alle fondamenta dell’Antico e del Vero Israele antico, che oggi non è più la casa, ma il fondamento sul quale si regge e si edifica la nuova casa, il tempio di Cristo che ha portato a compimento, senza abolire un solo iota dell’antica legge: «Finché il cielo e la terra non passeranno, neppure un iota o un solo apice della legge passerà, prima che tutto sia adempiuto» [Mt 5, 18].

areopago

raffigurazione della predicazione di Paolo all’areopago di Atene

L’Apostolo Paolo, cresciuto e formatosi nell’ambito della cultura farisaica, non si sottrae dall’affrontare il delicato rapporto tra l’Antica e la Nuova Alleanza. Nella Seconda Lettera agli abitanti di Corinto l’Apostolo precisa da una parte che «la nostra capacità viene da Dio che ci ha resi degni di essere ministri della nuova alleanza» [2 Cor 3,6], dall’altra che «fino ad oggi quel medesimo velo rimane non rimosso, quando si legge l’antica alleanza, perché è in Cristo ch’esso viene eliminato» [2 Cor 3,14]. Il tutto per spiegare in modo chiaro che ad essere rimossa non è l’Antica Alleanza ma il velo caduto sopra di essa e che dalla stessa sarà tolto per tutti coloro che credono in Cristo. L’Apostolo non manca di ricordare anche i privilegi dell’antico Israele scrivendo nella Lettera ai Romani: «Essi sono Israeliti, hanno l’adozione filiale, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Gesù secondo la carne» [Rm 9,4-5]. Tutti questi doni rimangono per sempre perché l’amore di Dio inteso come dono indelebile non è vincolato né dalle logiche né dalle risposte umane, ma dalla sua fedeltà all’Alleanza. Per questo «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» [Rm 11,29]. Dunque irrevocabili sono le Alleanze della storia biblica, come irrevocabile ed incancellabile è l’umanità ebraica di Gesù. In questo risiede il concetto stesso che delinea una differenza tra l’Antica e la Nuova Alleanza. L’Antica diventa Nuova in Cristo e non è né vecchia, né abrogata. La Nuova Alleanza fa rivivere l’Antica perché è realizzata col sangue di Cristo: «Questo calice è la nuova alleanza con il mio sangue versato per voi» [Lc 22,20]. O come chiarisce Sant’Agostino: «Il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico, mentre l’Antico è svelato nel Nuovo».

Tettamanzi

carnevale ambrosiano” – Il Cardinale Dionigi Tettamanzi ritratto durante una festa vicino ad una Signora mascherata da prete appartenente alla setta dei Vetero-Cattolici.

Queste sono le basi sulle quali si dovrebbe fare ecumenismo con aggregazioni nate da dolorose separazioni col nucleo cattolico che hanno preso vita infarcite delle peggiori eresie, per esempio il Protestantesimo. Il vero ecumenismo si fa partendo di rigore dalla consapevolezza che su questa terra Cristo Dio ha dato vita ad un’unica Chiesa affidata a Pietro, non ad una molteplicità di “Chiese” affidate ad un esercito di congregazioni protestanti suddivise in migliaia di diverse denominazioni, inclusi quei pentecostali dai quali tanti tristi spunti hanno preso certi gruppi cattolici di incontrollati e di incontrollabili carismatici e neocatecumenali. Chi poi avesse dubbi a tal proposito — inclusi alcuni vescovi e cardinali, teologi o biblisti, siano essi viventi come Gianfranco Ravasi o defunti come Carlo Maria Martini — basterebbe che pensasse alle sole parole della professione di fede in cui si proclama il nostro «credo la Chiesa una, santa cattolica e apostolica». Nel Simbolo di fede niceno-costantinopolitano non proclamiamo affatto la molteplicità delle “chiese”, che sono tutte «une» e «sante».

Più delicato ancora è il dialogo interreligioso fatto invece con fedi religiose estranee al nucleo originariounedi cristiano. In quel caso è necessario confermare sempre in modo deciso e rispettoso la nostra fede nel Verbo di Dio fatto uomo. Evitando in ogni modo di annacquare le nostre verità di fede per paura di offendere chi rifiuta e chi nega il mistero dell’incarnazione, della morte e della risurrezione di Cristo Dio, esercitando in modo del tutto legittimo, con tale rifiuto, quella libertà e quel libero arbitrio donato da Dio all’uomo contestualmente alla sua stessa creazione; perché l’uomo è da sempre libero di accettare o di rifiutare il mistero del suo Dio e Creatore, del Cristo Dio Redentore, dello Spirito Santo Consolatore che procede dal Padre e dal Figlio.

una santa cattolica apostolicaSi dialoga spiegando ciò in cui si crede e cercando di trasmettere nel migliore dei modi il nostro credo, non certo ridimensionandolo per andare incontro in modo compiacente a chi rifiuta con decisione — non di rado anche con aggressività distruttiva o con violenza omicida come certe frange islamiche — la Rivelazione del Cristo Dio. Un rifiuto che merita il nostro doloroso rispetto, proprio come Dio stesso ha rispettato con dolore le peggiori scelte ed i peggiori rifiuti liberamente operati dall’uomo e racchiusi sia nel mistero del peccato originale sia nel mistero della croce. Ciò che importa è che sia chiaro che rispettare chi rifiuta il Verbo di Dio fatto uomo non vuol dire certo approvare con gioia chi opera questo rifiuto che nasce a monte dal dramma della chiusura ad ogni azione della grazia redentrice.

Chi rifiuta Cristo Dio va dolorosamente rispettato, non approvato, non condiviso, meno che mai invitato a tenere conferenze ecumeniche nei nostri studi teologici e nei nostri seminari, all’interno dei quali andrebbero spiegati i pericolosi errori insiti — per esempio — nell’eresia protestante e di conseguenza nella sua teologia. Non andrebbero invitati certi studiosi all’interno di questi nostri centri di studio e di formazione per tenere conferenze, perché per quanto possano essere degne persone sotto tutti i profili umani e sociali, sul piano teologico sono infarciti di errori dottrinari e forse, proprio per questo, graditi presso vari atenei ed università pontificie nelle quali di fatto non si insegna più una teologia cattolica, nella migliore delle ipotesi si insegnano filosofismi e sociologismi religiosi elaborati sul linguaggio creativo ed arbitrario di certi teologi, anziché sul linguaggio universale del Magistero della Chiesa, del quale il teologo è solo strumento e fedele diffusore, non critico, non censore …

Assieme alla nostra intima e rispettosa disapprovazione per chi è in errore e per chiprostitute persiste nell’eresia, dobbiamo essere pervasi anche da un profondo senso di pena. Queste sono le basi metafisiche, sorrette dalla filosofia del senso comune [Cf Antonio Livi sulla Filosofia del senso comune]; queste le basi teologiche e pastorali sulle quali si dovrebbe fare ecumenismo e dialogo interreligioso, specie quando protagonisti di certi dialoghi sono vescovi e cardinali chiamati a custodire la fede, non certo ad annacquarla e svenderla per meglio piacere e per rimanere graditi a tutti; inclusi coloro che con fiero orgoglio seguitano indomiti a portare avanti ed a diffondere tutt’oggi le peggiori eresie in danno della Verità Rivelata, incuranti del chiaro monito che ci esorta ad essere perfetti nell’unità [Gv  17, 20]. E se l’unità è stata rotta non va certo benedetta la frattura e conferita dignità all’eresia che ha rotto l’unità della Verità. Il tutto sempre a prescindere dal fatto che il mistero della salvezza è tutt’altra cosa e che come tale è racchiuso nel cuore di Dio che solo è Giudice e che solo può decidere di accogliere nel proprio regno anche interi eserciti di eretici, senza dover chiedere il permesso ad alcun collegio di dottori della legge; cosa di cui, peraltro, ci ha dato chiaro monito per tutti i secoli avvenire, avvisandoci che «I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei Cieli» [Mt 21,28-32].

Dialogo tra teologi: “La teologia come scienza”

DIALOGO TRA TEOLOGI:
«LA TEOLOGIA COME SCIENZA»

 

[…] per quanto riguarda poi la tradizione teologica protestante, per quanto Lutero, prima di essere scomunicato, fosse dottore in teologia regolarmente autorizzato e ci tenesse a considerarsi “teologo”, tuttavia non si può dire che il tipo di “teologia” avviato dal protestantesimo, e che oggi sta avendo un influsso nel mondo cattolico, sia una vera e propria teologia, nonostante l’attenzione alla Sacra Scrittura e le intuizioni teologiche molto profonde di molti maestri del protestantesimo e la straordinaria intensità dei loro studi e della loro erudizione.  Ma ci vuole ben altro per avere una teologia che si rispetti.

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

Come il lettore saprà, di recente Monsignor Antonio Livi ha pubblicato un importante trattato che tocca molto opportunamente e con grande competenza questovera e falsa teologia argomento: Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”» [vedere presentazione video qui]. Un triste e scandaloso fenomeno che purtroppo oggi si nota nella cultura cattolica è il proliferare di persone: preti, religiosi e laici, uomini e donne, magari laureati in teologia presso qualche Facoltà Pontificia, ma che in realtà non sanno che cosa è la teologia; dal che si può immaginare i disastri che combinano. Nel contempo, se da una parte si notano certi laici, anche del popolo, madri di famiglia, giovani, operai, contadini, i quali, fieri della propria fede, hanno il discernimento di notare le eresie di cattivi teologi o pastori, per converso, purtroppo, ce ne sono altri i quali, forse insuperbitisi per il successo mediatico che ottengono, soprattutto giornalisti con indubbie qualità, ma privi di formazione accademica o di mandati ecclesiastici, si atteggiano a censori dal giudizio inappellabile anche contro teologi di professione da lunghi anni al servizio della Chiesa o della Santa Sede e si offendono se quei teologi si permettono di far loro qualche osservazione; come è successo anche noi tre che abbiamo dato vita a questa rivista telematica anche per non dover soggiacere a certi generi di censure [vedere qui, qui]. Che diremmo di questo comportamento posto in essere per esempio negli ambiti clinici legati alla salute fisica? E nel campo del sapere di fede o del bene dell’anima non bisognerebbe essere più umili ed ascoltare coloro che, anche se indegnamente, hanno un mandato ufficiale dalla Chiesa o una lunga esperienza pastorale, soprattutto se sacerdoti o vescovi? Per non parlare poi del mandato conferito al Sommo Pontefice.

Vito Mancuso, teologo, direttore collana “Campo dei Fiori” (Fazi Editore)

il teologo Vito Mancuso, degno del più profondo rispetto, ma non considerabile come un teologo cattolico

Scegliamo fra tutti l’esempio più noto ed evidente: quello di un Vito Mancuso, che nel suo libro sull’anima, venduto in 130 mila copie e regolarmente invitato da molti centri culturali cattolici, dottore in teologia presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, raccomandato dal Cardinale Carlo Maria Martini, dichiara in quel libro apertamente e, lasciatemelo dire, spudoratamente, che egli è “cattolico” e che “lo sarà sempre”, ma che nel contempo egli rifiuta quattro o cinque dogmi, perchè, a suo dire, sarebbero “contrari alla ragione”, diciamo meglio: alla sua ragione.  Del resto, mi domando: quanti teologi cattolici oggi ammettono, con metodo realistico e non soggettivistico, l’esistenza di una ragione universale ed oggettiva, propria dell’uomo come tale, alla quale la cultura europea ha creduto a partire da Platone ed Aristotele, e poi da San Tommaso fino a Kant, benchè quest’ultimo non ne riconoscesse adeguatamente il realismo e i presupposti empirici? Per tanti teologi di oggi, a causa di un malinteso pluralismo, non esiste quindi la ragione, universale ed immutabile, con salde certezze, ma ognuno ha la sua ragione, per cui ragiona come gli pare, ossia in base all’apparenza, od alla sua particolare cultura, in continua evoluzione, non quindi in base alla realtà in sè, esterna e indipendente dal pensiero: l’importante è farsi dei discepoli e che si parli di lui nei mass-media e nei circoli intellettuali. Parafrasando il famoso romanzo di Cronin: Le stelle stanno a guardare (1), potremmo dire con molto rammarico: «I vescovi stanno a guardare». San Tommaso e Kant parlano di “ragione speculativa”, anche se naturalmente in modo molto differente. Ne parlerà ancora Hegel, ma ormai in un senso panteistico e gnostico, che susciterà la giusta, anche se esagerata reazione del grande Kierkegaard, che da buon protestante ritroverà l’irrazionalismo esistenzialista ed occamista di Lutero.

tommaso

imagine pittorica raffigurante San Tommaso d’Aquino

Hegel parla ancora di “scienza” dell’Assoluto e riconosce che noi cogliamo la verità divina nel “concetto”. Egli però disprezza la teologia, che per lui si pone non nell’alto livello del denken, ma in quello basso e volgare della Vorstellung. Così la “Scienza assoluta” e il “Concetto assoluto”, di Hegel, idealisticamente identici al reale, sono talmente pretenziosi, che saranno rifiutati parimenti anch’essi da Kierkegaard. Per questo il Kierkegaard, spirito onesto e sincero amante della verità, si mostrò nel contempo un acutissimo critico delle imposture hegeliane, tanto che, come ha dimostrato Fabro nei suo studi interessantissimi, il filosofo danese è molto vicino a noi cattolici e allo stesso San Tommaso (2). Fatto sta che dopo Kierkegaard non si parla più di “ragione speculativa” a causa dell’avvento dello storicismo, del positivismo e dell’esistenzialismo, col loro caratteristico disprezzo per la metafisica e perla filosofia scolastica.

Alcuni, soprattutto tra i cattolici, continueranno a credere disinteressatamente nella verità, se non della ragione, almeno della fede, ma si avranno le varie forme di tradizionalismo, liberalismo, soggettivismo, fideismo, sentimentalismo, ontologismo e fenomenismo condannate dalla Chiesa dai tempi del Beato Pio IX e del Concilio Vaticano I a Pio XII. Infatti la fede è impossibile o falsa, se non esiste la verità razionale che fa da presupposto o da supporto. Per questo San Tommaso sostiene che una buona teologia si costruisce solo utilizzando una buona filosofia (3). La rinascita tomistica di fine Ottocento, preparata da una serie di notevolissimi e zelanti filosofi e teologi e fortemente sostenuta e promossa da Leone XIII e dai successivi Pontefici, fino al Concilio Vaticano II, che raccomanda espressamente il discepolato tomista, ha ridato credito nella cultura cattolica alla teologia come scienza o, come la chiama Antonio Livi, alla “scienza della fede”. È grande merito dell’Aquinate aver fondato la teologia cattolica come scienza (4), anche se la teologia è scienza in un senso speciale, diverso da quello di tutte le altre scienze. Infatti, mentre le altre scienze si fondano su princìpi razionali primi o sul senso comune, i princìpi della teologia cattolica sono dati della rivelazione cristiana, ossia le verità di fede o dogmi. Per questo Antonio Livi la chiama “scienza della fede”: non che la fede possa diventare scienza o che la scienza dimostri razionalmente i dati di fede, come credette di poter fare Hegel. Ma in quanto si tratta di una scienza connessa alla fede, ne costituisce o il presupposto razionale oppure è basata sulla fede e da essa discende, pur restando un sapere umano, capace di obbiettività e certezza (theologice certum), o addirittura di innalzarsi alla prossimità della fede (fidei proximum), soprattutto se si tratta di dottrine approvate o raccomandate dalla Chiesa (5), ma anche cognizione fallibile, che a volte resta limitata al livello della semplice opinione o probabilità.

scoto

La locandina pubblicitaria del film dedicato a Duns Scoto

Questa alternanza di situazioni epistemiche, ora solide, ora precarie, dipende dalla difficoltà più o meno grande delle questioni affrontate. Laddove la materia è più alla portata della nostra ragione, la sua realtà è già stata esplorata e il metodo di indagine è più sicuro, i risultati sono più certi. Diversamente, ci si muove solo nelle ipotesi e in una pluralità di punti di vista a volte contrastanti, ma tutti legittimi, se l’ambito della verità naturale e del dogma viene rispettato. Il teologo può preparare inoltre il pronunciamento dogmatico del Magistero della Chiesa, quando raggiunge risultati molto solidi ed attendibili, in piena conformità alla Scrittura, alla dottrina della fede ed alla Tradizione. Tali risultati possono essere innovativi, sì da far avanzare la conoscenza della Parola di Dio. Tuttavia, una dottrina teologica, per quanto vera, sicura, saldamente fondata sul dato rivelato definito o non definito, non può essere oggetto di fede teologale, se non è la Chiesa che con la sua infallibile autorità la eleva alla dignità di dogma o comunque di verità di fede. Stando così le cose, bisogna distinguere accuratamente l’errore teologico dall’eresia, benchè un errore teologico possa condurre all’eresia. Per esempio, il concetto scotista dell’univocità della nozione dell’essere di per sè è un errore metafisico. Ma in quel grande teologo francescano di vita santa l’univocità è tenuta a bada da tali potenti correttivi, che essa è impedita nel dare i suoi frutti amari.  Applicata infatti in teologia, conduce a concepire la differenza fra l’uomo e Dio solo come divario esistente fra finito (uomo) e infinito (Dio) sulla base di un medesimo concetto dell’essere, dimenticando che l’essere della creatura è solo “analogicamente” essere (esse per participationem) rispetto all’essere divino (esse per essentiam). L’uomo non è un ente al quale, per avere l’essere divino, si aggiunga semplicemente una quantità infinita di essere, così che l’essere come tale si predichi univocamente dell’uomo e di Dio, ossia resti lo stesso con lo stesso significato. Invece, come dice il Concilio Lateranense IV, “tra il creatore e la creatura non si può dare una tale somiglianza, senza che non si debba affermare una ancor maggiore dissomiglianza” [ Cf. Denz. 806].

È vero che l’essere metafisico di Scoto è ancora solo l‘ens ut ens, l‘esse commune. Ma tra l’essere della creatura, univoco all’essere divino, per quanto si enfatizzi la distanza infinita, peraltro quantitativa e non qualitativa, e l’essere divino, resta in realtà solo una sottile parete, che sarà facilmente abbattuta dal panteismo spinoziano ed hegeliano nei secoli seguenti. Il rimedio apportato da Ockham con l’introduzione dell’equivocità, non servirà a nulla, dato che, se da una parte, col pretesto della libertà ed onnipotenza divine, si apre un abisso incolmabile tra l’uomo e Dio, quello che Kant chiamerà il “baratro della ragione” di luterana memoria e la ragione non conduce più a Dio, dall’altra l’essere divino non si concilia più con l’essere umano, sicchè nei secoli seguenti nascerà il terribile dilemma: o l’uomo espelle Dio ribellandosi a Lui e si avrà l’ateismo; o Dio assorbe in sè l’uomo che si fa identico a Dio e si avrà il panteismo.

Hegel

Ritratto d’epoca di Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Passiamo ad un altro aspetto del nostro tema. Certo, la teologia, in quanto discorso su Dio, non deve sempre proporsi la modalità scientifica, perchè certi suoi oggetti, come dimostra chiaramente la storia della salvezza narrata dalla Sacra Scrittura, sono fatti, eventi, luoghi o singole persone o gruppi agenti nello spazio-tempo, quindi una materia contingente, che non può assumere la forma della scienza, avendo essa per oggetto l’universale e il necessario. Per questo, taluni parlano di “teologia narrativa”. Infatti si può parlare di Dio narrando fatti, per esempio il fatto dell’Incarnazione del Verbo o dell’ascensione di Cristo al cielo. Tuttavia, poichè Dio Uno e Trino è Essere assolutamente necessario, eterno ed immutabile, principio universale di tutte le cose, e il necessario, eterno, immutabile ed universale è oggetto della scienza, ecco che la teologia, più che narrazione, è scienza; e, se essa narra, lo fa in relazione all’oggetto principale che è Dio, come rileva San Tommaso (6). La teologia certo racconta, ma lo fa o per condurci a Dio o per mostrare le opere di Dio. Il racconto fine a se stesso è storia, non teologia. Ancor più ci si allontana dalla teologia e dalla stessa verità, cadendo al limite nell’eresia, in quelle concezioni della teologia, ispirate a Hegel, nelle quali la storia finisce per invadere tutto il campo dell’essere e sostituire la metafisica, per cui nulla esiste di immutabile, ossia tutto è divenire, persino Dio. Inoltre San Tommaso, che pure è grande teologo speculativo, amante del concetto proprio e preciso, riconosce che la teologia, per il fatto stesso di usare l’analogia dell’essere, può e deve far uso della metafora (7), che è una forma di analogia, quando la mente avverte di non essere proporzionata all’immensità del divino: un linguaggio che del resto è comunissimo nel Vangelo. In tal modo il concetto preciso ed appropriato, proprio della scienza, si accompagna in teologia all’espressione metaforica, che di per sè sarebbe propria della poesia. Anche in questo sconfinamento nella poesia la teologia mostra di essere una scienza diversa dalle altre. Infatti qui concetto e metafora si illuminano a vicenda: il concetto illumina l’intelletto, la metafora sostiene l’immaginazione. Se per esempio diciamo che il peccato è un'”offesa” a Dio, chiaramente questa è una metafora, giacchè, parlando propriamente, ossia metafisicamente, da cosa può essere menomato o di cosa può esser privato l’Assoluto? Tuttavia, il paragone con le avventure dell’uomo, ci aiuta a capire il male del peccato.

rivelazioneAltra considerazione. Come sappiamo, esiste una teologia naturale e una teologia soprannaturale, che è la teologia cattolica, fondata sulla virtù teologale della fede, che nasce dall’ascolto della predicazione della Chiesa (fides ex auditu). Solo i princìpi del secondo tipo di teologia sono di fede, mentre quelli della prima sono di ragione e di senso comune. Invece il metodo di indagine e i procedimenti dimostrativi sono scientifici sia nell’uno che nell’altro caso. La teologia si costruisce attingendo a speciali fonti o valendosi di speciali mezzi epistemici o metodologici, i cosiddetti “luoghi (gr. topos) teologici” (8). Le fonti principali sono la Scrittura, la Tradizione e il Magistero. Fonti o strumenti o scienze ausiliarie sono una buona filosofia, la liturgia, la patrologia, la storia della Chiesa, la storia della teologia, il diritto canonico, l’agiografia, la storia dell’arte e della letteratura. La teologia è vera teologia, come spiega Antonio Livi, quando il suo metodo è corretto dal punto di vista epistemico, cosa, questa, che conduce all’ortodossia dei contenuti, così come la strada giusta per un certo luogo ci guida al luogo al quale intendiamo arrivare, benchè io possa in qualche modo conoscere questo luogo anche prima di arrivarci. Così similmente i contenuti della teologia hanno già un valore in se stessi, anche indipendentemente dal metodo col quale il teologo li ha stabiliti. Indubbiamente da un metodo sbagliato, come si è detto, non possono che nascere errori. Dal falso non esce il vero. Ma ciò non toglie che un teologo acquisisca o recepisca dottrine teologiche valide o per apprendimento da altri o traendo informazioni da colleghi di lavoro. Il criterio epistemico per stabilire il valore di una teologia è quindi duplice: occorre la correttezza del metodo e l’ortodossia dei contenuti, cosa che a sua volta si verifica seguendo due vie: controllo della bontà della filosofia della quale il teologo si è servito e verifica dell’ortodossia in riferimento agli insegnamenti del Magistero, il quale interpreta infallibilmente le due fonti della Rivelazione: Scrittura e Tradizione. Se la teologia di un dato autore passa a questi esami, allora, sempre secondo il nostro Autore, quella teologia è vera teologia (9).

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il cardinale Carlo Maria Martini ed il dottor Enzo Bianchi

Quando Antonio Livi nega alle opere di certi autori che passano per teologi il vero carattere teologico dei loro scritti, naturalmente non intende necessariamente notarli di qualche errore dottrinale, ma semplicemente osservare che, stando alla rigorosa definizione di “teologia” da lui stabilita del resto sul solco della tradizione cattolica, non possono propriamente essere qualificati come “teologi”, anche se qui possiamo avere dei grandi nomi come Chesterton, Dostojevsky, Bulgakov, Berdiaeff, Guardini, Papini, Pascal, ecc., ma semmai possiamo qualificarli come “pensatori religiosi”. Per quanto riguarda poi la tradizione teologica protestante, per quanto Lutero, prima di essere scomunicato, fosse dottore in teologia regolarmente autorizzato e ci tenesse a considerarsi “teologo”, tuttavia non si può dire che il tipo di “teologia” avviato dal protestantesimo, e che oggi sta avendo un influsso nel mondo cattolico, sia una vera e propria teologia, nonostante l’attenzione alla Sacra Scrittura e le intuizioni teologiche molto profonde di molti maestri del protestantesimo e la straordinaria intensità dei loro studi e della loro erudizione.  Ma ci vuole ben altro per avere una teologia che si rispetti. Quello che manca infatti è un vero spirito sistematico, è l’assunzione di tutti i luoghi teologici, il rispetto della logica, un linguaggio preciso come si conviene alla scienza, un moderato uso dell’immaginazione ed dell’emotività. Da qui la facilità nel cadere in enormi confusioni o al contrario nell’opporre quello che andrebbe unito e armonizzato, per non parlare dell’arroganza con la quale vengono trattati non solo la tradizionale teologia scolastica, ma, come è noto, lo stesso Magistero della Chiesa.
Si direbbe trattarsi di una disastrosa confusione tra profetismo e teologia, che porta ad abusare dell’aspetto metaforico e allusivo del linguaggio profetico, che può essere certo suggestivo, ma senza un’opportuna vigilanza critica, una rigorosa concettualità e una metodologia teologica, si esce spesso dal sentiero della verità. Come stabilisce San Tommaso, la teologia è formalmente una sola scienza (10), benché materialmente e descrittivamente, anche per motivi didattici, comporti una molteplicità di diramazioni o discipline, le quali però fanno tutte capo all’oggetto principale, che nella teologia cattolica, è Dio rivelatosi in Cristo nell’interpretazione dogmatica del Magistero della Chiesa. Queste diramazioni o specializzazioni allora non si determinano in relazione a Dio, benchè si debba distinguere il trattato De Deo Uno dal De Deo Trino e dalla cristologia, ma piuttosto in relazione al creato, all’uomo ed al mondo e quindi all’agire di Dio nel creato e nella storia (magnalia Dei).

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immagine di San Bonaventura di Bagnoregio, Dottore della Chiesa

Così avviene che oggi il campo delle discipline teologiche è talmente vasto e molteplice, che non esiste ormai più, come era ancora possibile nel Medioevo, un teologo accademico capace di spaziare su tutti i settori del sapere teologico, ma, al fine di avere una buona preparazione, chi vuol fare il teologo, soprattutto se accademico, deve necessariamente scegliere una particolare disciplina e specializzazione e limitarsi a quella, senza presumere di sentenziare nei settori dove non è competente. Una cosa simile avviene oggi per la medicina, dove, per i problemi seri, bisogna ricorrere allo specialista. In tal modo la prima divisione della teologia è fra teologia dogmatica o speculativa, che considera gli attributi divini e in generale le verità divine immutabili, come per esempio gli angeli, benchè presenti nella storia passata (protologia), presente (ecclesiologia, mariologia e sacramentaria) e futura (escatologia), oggetto di pura contemplazione, e teologia pratica, che considera l’agire umano. A sua volta questo ramo della teologia abbraccia la teologia morale, che tratta delle virtù; e la teologia spirituale, che tratta della perfezione cristiana sotto l’influsso dei sette doni dello Spirito Santo. Si parla qui anche di “teologia della perfezione”, “teologia mistica”, “teologia affettiva” e simili. La teologia morale a sua volta comprende la direzione dall’azione del popolo o del comune fedele e la direzione dell’agire o dell’opera educativa e formatrice dei pastori e delle guide del popolo. La prima è la teologia precettiva (comandamenti di Dio e della Chiesa); la seconda è la teologia pastorale. Siccome poi il dovere del pastore è pascere il gregge ed annunciare il Vangelo, da qui nascono rispettivamente la teologia canonistica (fondamenti teologici del diritto canonico e delle leggi della Chiesa) e la teologia dell’evangelizzazione.  Quest’ultima comporta varie tappe o momenti educativi. Il primo passo è il dialogo con ogni uomo ragionevole concernente la tematica religiosa (teologia del dialogo interreligioso e con i non-credenti); secondo passo è la dimostrazione della credibilità del cristianesimo e la sua difesa dagli attacchi degli increduli (apologetica o educazione alla fede); il terzo è l’istruzione sulla dottrina cristiana (catechesi); il quarto è l’inculturazione, ossia l’inserzione del messaggio evangelico nelle varie culture, dovutamente purificate alla luce dello stesso Vangelo; il quinto è l’attività ecumenica (teologia ecumenica).

Livi-Benedetto

Monsignor Antonio Livi durante la visita del Santo Padre Benedetto XVI alla Pontificia Università Lateranense

Dato che compito della teologia cattolica è quello di far uso di una buona filosofia per interpretare la Scrittura e la Tradizione sotto la guida del Magistero, ecco che, sotto questo punto di vista, bisogna distinguere la teologia scolastica dalla teologia biblica. La prima, la teologia per antonomasia, teologia come “scienza della fede”, come dice la parola, è la teologia che si insegna nelle scuole cattoliche e negli istituti accademici ecclesiastici di ogni ordine e grado. La seconda, è l’indagine, con l’aiuto dell’esegesi biblica, dei grandi temi teologici della Scrittura, che poi sta al teologo sistematico ordinare ed organizzare attorno alle verità fondamentali della fede. Infine c’è da tener presente che ancora per un’altra ragione la teologia cattolica non è soltanto una scienza come le altre, ma, a somiglianza del profetismo biblico e sotto la guida dei doni dello Spirito Santo, è una sapienza, che suppone nel teologo non solo un semplice sapere intellettuale, ma un vero gusto e per così dire un’esperienza delle cose divine, che lo porta a giudicare di esse per una specie di affinità con esse, che San Tommaso chiama iudicium per modum inclinationis (11). La teologia scolastica è così strettamente imparentata con la teologia mistica, frutto dell’esperienza contemplativa di quella verità infinita, che è il Pensiero di Dio, del quale l’uomo è chiamato a partecipare quaggiù nella fede e dopo la morte nella visione beatifica.

Fontanellato, 28 ottobre 2014

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NOTE

(1) Edizione originale The Stars Look Down, 1935
(2) Vedi per esempio i saggi contenuti in Dall’essere all’esistente, Morcelliana, Brescia 1957.
(3) Sum.Theol., I, q.1,a.1.
(4) Vedi su ciò gli studi storici di Dominique Chenu.
(5) Per esempio certe dottrine fondamentali o principali (pronuntiata maiora) di San Tommaso d’Aquino.
(6) Sum.Theol.,I,q.1,aa.2 e 7.
(7) Sum.Theol.,I,q.1,a.9.
(8) Iniziatore di questo trattato, poi divenuto classico, fu il domenicano Melchior Cano con l’opera De Locis theologicis, Edizione di Venezia, 1776.
(9) Questo importantissimo tema dello statuto scientifico della teologia è sempre stato trattato dai tomisti, soprattutto della scuola domenicana. Tanto per fare alcuni nomi del secolo scorso: Garrigou-Lagrange, Maritain, Congar, Journet, Ramirez, Gagnebet, Gardeil, Spiazzi. Cf il mio libro Teologi in bianco e nero. Il contributo della scuola domenicana alla storia della teologia, Piemme, Milano, 2000.
(10) Sum.Theol., I, q.1,a.3.
(11) Sum.Theol.,I,q.1,a.5.

stiamo lavorando per voi … contro il sinodo dei media

STIAMO LAVORANDO PER VOI …

CONTRO IL SINODO DEI MEDIA:

ORIENTAMENTI VERAMENTE PASTORALI

SULLA BASE DI VALUTAZIONI

AUTENTICAMENTE TEOLOGICHE

 

Si deve ricordare a tutti la verità, ossia il vero senso teologico di ciò che sta avvenendo nella Chiesa: il Sinodo dei vescovi, questo come gli altri che lo hanno preceduto e che seguiranno, non è un’assemblea politica né un convegno scientifico; è uno strumento di cui serve il Romano Pontefice, Vescovo di Roma e Pastore di tutta la Chiesa, per consultare periodicamente i vescovi di ogni parte del mondo ed elaborare, di volta in volta, dei documenti pastorali riguardanti la Chiesa universale. I due sinodi che si stanno svolgendo: uno straordinario, svoltosi quest’anno, e un altro ordinario, da svolgersi nel 2015, non hanno ancora sottoposto alcuna bozza di documento finale al Papa, al quale spetta in ogni caso la decisione su come utilizzare le proposte dei vescovi. Insomma, non c’è ancora alcun atto del magistero su cui costruire teorie circa presunte riforme o rivoluzioni in atto nella Chiesa.

Autore Antonio Livi

Autore
Antonio Livi

 

cardinale erdo

Il Cardinale Peter Erdö

I diversi e non sempre prudenti interventi dei padri sinodali prima, durante e dopo lo svolgimento del Sinodo straordinario sulla famiglia, unitamente ai commenti spesso sensazionalistici dei teologi e dei giornalisti, hanno avuto l’effetto di presentato all’opinione pubblica cattolica un’immagine drammatica della Chiesa. L’episcopato mondiale sarebbe profondamente diviso; a cinquant’anni dal Vaticano II si sarebbero acuite le tensioni tra due grandi partiti ideologici, i progressisti e i conservatori, i quali si combattono frontalmente, con la prevalenza del partito delle riforme che starebbe per ottenere, con il consenso del Papa stesso, la rinuncia del magistero alla dottrina tradizionale sulla sessualità e sui sacramenti, in particolare Matrimonio ed Eucaristia.

Bruno Forte

Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto

Questa immagine della Chiesa cattolica di oggi è inaccettabile: non solo perché ha sconcertato e disorientato i fedeli  — e questo dispiace a chi ha a cuore i veri interessi della pastorale — ma anche e soprattutto perché è falsa. Essa infatti è stata costruita sulla base su rilevamenti sociologici (sociologia religiosa) del tutto superficiali e parziali, espressi poi con un linguaggio che ignora le categorie propriamente teologiche e che si serve solo delle categorie tipiche della polemica politica, riducendo la normale dialettica delle opinioni sulle scelte pastorali da operare in questo momento storico a una scandalosa lotta tra opposte ideologie che mirano all’egemonia del potere temporale e non alla comprensione delle vicende riguardanti lo sviluppo omogeneo del dogma.

Si deve ricordare a tutti la verità, ossia il vero senso teologico di ciò che sta avvenendo nella Chiesa: il Sinodo dei vescovi, questo come gli altri che lo hanno preceduto e che seguiranno, non è un’assemblea politica né un convegno scientifico; è uno strumento di cui serve il Romano Pontefice, Vescovo di Roma e Pastore di tutta la Chiesa, per consultare periodicamente i vescovi di ogni parte del mondo ed elaborare, di volta in volta, dei documenti pastorali riguardanti la Chiesa universale. I due sinodi che si stanno svolgendo: uno straordinario, svoltosi quest’anno, e un altro ordinario, da svolgersi nel 2015, non hanno ancora sottoposto alcuna bozza di documento finale al Papa, al quale spetta in ogni caso la decisione su come utilizzare le proposte dei vescovi. Insomma, non c’è ancora alcun atto del magistero su cui costruire teorie circa presunte riforme o rivoluzioni in atto nella Chiesa.

predicazione del battista

Predicazione di Giovanni Battista, opera fiamminga del XVI secolo

Chi si rivolge all’opinione pubblica cattolica con senso di autentica responsabilità pastorale, come noi dell’Isola di Patmos, vuole riportare sempre i discorso al significato e al senso teologico degli eventi che caratterizzano la vita ecclesiale. Ma la vera teologia ha come unico punto di riferimento il dogma: non solo per interpretarlo con ipotesi di vario tipo — storiografico, logico, metafisico — ma innanzitutto per precisare razionalmente qual è e dov’è effettivamente il dogma – la verità da credere da parte di tutti senza distinzione di cultura e di orientamenti pastorali — che in ogni momento viene enunciato formalmente dal magistero ecclesiastico. Anche questa funzione di rilevamento dei contenuti e dei limiti del dogma è un lavoro che richiede un livello propriamente scientifico. Quando non ci si colloca a questo livello, le affermazioni dei teologi e anche di singoli vescovi circa i pretesi mutamenti della dottrina della fede sono prive di serietà e sono facilmente infettate da ideologismi di varia natura, con grave danno per il mantenimento e l’incremento della fede nel popolo cristiano.

Proprio perché consapevole della gravità di questa problematica ecclesiale ho aderito volentieri all’iniziativa di padre Ariel S.fides et ratio Levi di Gualdo  di dar vita all’Isola di Patmos, portando “in dote” la idee e le realizzazioni della mia Unione Fides et ratio per la difesa scientifica della verità cattolica. L’Unione opera infatti per promuovere una migliore conoscenza della fede cattolica e una più fedele adesione al magistero della Chiesa, che della fede è interprete infallibile in ogni momento storico e in ogni congiuntura pastorale. L’aggettivo “apostolica” intende poi qualificare l’Unione come lavoro svolto da cattolici che avvertono la responsabilità — propria di ogni battezzato — di partecipare, ciascuno secondo le sue competenze e la sua personale vocazione, all’unica missione della Chiesa, che Cristo ha voluto «una, santa, cattolica e apostolica». Per volere di Cristo, infatti, spetta ai vescovi ― insigniti del carisma della successione apostolica, nell’unità del collegio episcopale presieduto dal Papa ― il dovere di custodire, trasmettere, interpretare e annunciare infallibilmente la rivelazione di Cristo, il Figlio di Dio che il Padre ha inviato nel mondo perché «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità»; ai presbiteri spetta poi il compito di lavorare nel campo del Signore come «generosi coadiutori dell’ordine episcopale» (cfr Conc. ecum. Vaticano II, Decreto Presbyterorum Ordinis, 2, 7; costituzione dogmatica Lumen Gentium, 28; decreto Christus Dominus, 15; Giovanni Paolo II, esortazione apostolica post-sinodale Pastores Gregis, 47); infine, a tutti i fedeli, compresi i laici, il cui ruolo ecclesiale specifico è di «santificare dal di dentro le strutture temporali» (cfr costituzione dogmatica Lumen Gentium, 31; Costituzione pastorale Gaudium et spes, 53; decreto Apostolicam actuositatem, 31), spetta la testimonianza della fede della Chiesa e la sua propagazione in ogni ambito della società umana, avvalendosi di una adeguata formazione teologica, unita alla loro specifica competenza professionale.

Layout 1

Dagli atti dell’ultimo convegno

Quanto alle specifiche finalità apostoliche dell’Unione, che opera per la difesa scientifica della verità cattolica, la dizione “verità cattolica” serve a chiarire che la fede della Chiesa: fides quae ab Ecclesia creditur, è per ciascun credente la verità in senso assoluto, in quanto “parola di Dio”, rivelazione soprannaturale, comunicazione a noi uomini dei misteri della salvezza da parte di Chi «né si inganna né può ingannare altri», essendo Colui che ci ha creati per amore, e poi, dopo il peccato dei progenitori, nella sua misericordia ci ha redenti con la vita, morte e resurrezione del Figlio. L’aggettivo “cattolica” , in particolare, vuole sottolineare due aspetti importanti: il primo è che l’Unione ha come unico fine di servire sul piano scientifico la verità rivelata da Dio in Gesù Cristo e proposta dalla Chiesa cattolica con il carisma dell’infallibilità; il secondo è che l’apostolato promosso dall’Unione parte dal presupposto che la missione della Chiesa è rivolta al mondo intero (katà holon), proprio perché la verità rivelata è destinata a tutti gli uomini ed è riconoscibile come tale da ogni uomo cui venga adeguatamente annunciata, indipendentemente dalle sue circostanze personali di età, cultura ed esperienze: la verità rivelata trascende infatti ogni particolarismo e non muta con il mutare delle contingenze storiche.

Chiarisco infine che cosa intendo per “difesa scientifica”. Nessuno può ignorare che la fede cattolica è oggi sotto attacco: non solo ad opera delle tradizionali forze ideologiche che dall’esterno contestano la sua pretesa di essere la completa e definitiva rivelazione della verità che salva — alludo all’ebraismo, al paganesimo come religione di Stato nell’Impero romano, alla filosofia ellenistica anticristiana di Celso, all’Islam, al deismo illuministico, alla Massoneria, al comunismo ateo, allo scientismo neopositivistico, all’irrazionalismo vitalistico, al razionalismo critico —, ma anche ad opera di quelle nuove forze ideologiche che agiscono all’interno, interpretando la fede cristiana con schemi concettuali erronei o inadeguati i quali finiscono per annullarla proprio come verità; e qui mi riferisco al modernismo teologico e alle varie forme del relativismo dogmatico.

Livi Benedetto XVI

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI incontra i membri del Senato Accademico della Pontificia Università Lateranense, a sinistra Antonio Livi all’epoca decano di filosofia, al centro il Vescovo Rino Fisichella, all’epoca magnifico rettore.

Discutere le false ragioni degli uni e degli altri una discussione che deve essere pacate e serena, priva di passione ideologica ma non priva di sincero e ardente amore per la verità rivelata ― è un diritto e ancor più un dovere per il cristiano che abbia competenza filosofica, come io ritengo di avere. La difesa (apologia) della fede cristiana è peraltro una pratica nata con il cristianesimo stesso; e i primi apologisti che la storia del cristianesimo annovera tra i “padri della Chiesa”, sia di Oriente che di Occidente, furono dei filosofi (si pensi a Giustino martire), i quali si sentirono obbligati, in virtù della loro ferma convinzione razionale che il cristianesimo fosse la «verità definitiva», a smentire le false ragioni addotte da quanti allora pretendevano di negare che la dottrina cristiana fosse la rivelazione divina dei misteri della nostra salvezza. Oggi, come forse mai in passato, è compito irrinunciabile dei filosofi cristiani smentire ― con argomenti razionali, che in definitiva vanno ricondotti alla logica aletica ― le false ragioni da sempre ossessivamente riproposte da chi nega l’origine divina della dottrina cristiana o addirittura pretende di dimostrare che “dottrina” propriamente non è (anche se conoscono la Scrittura, nella quale si legge che Cristo ha detto: «La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha inviato» [cfr Gv 7, 16]).

senso comune

La filosofia del senso comune

Inoltre parlo di una “difesa scientifica” nel senso di una difesa basata su argomenti razionali rigorosi, argomenti che in definitiva ― come ho detto prima ― vanno ricondotti alla logica aletica (che è la logica filosofica in quanto capace di accertare le condizioni di possibilità della verità in ogni situazione conoscitiva), che, essendo il campo filosofico di mia specifica competenza, mi dà la fondata speranza di poter contribuire agli scopi apostolici cui accennavo. E non si pensi che sia arbitrario riferirsi alla filosofia quando si parla di “scienza”; infatti, nel linguaggio epistemologico classico, e anche in quello moderno da me adottato, il sostantivo “scienza” non è da intendersi in senso riduttivo, come riferito unicamente alla teorie fisico-matematiche o biologiche (questo è l’errore epistemologico dello scientismo), ma come sinonimo della conoscenza per inferenza in generale, ivi comprese (e al vertice) la metafisica e la logica. Infatti il mio testo fondamentale su questi argomenti (Filosofia del senso comune) ha come sottotitolo Logica della scienza e della fede. Lavoriamo allora per promuove allora studi e ricerche storico-critiche e filosofico-teologiche utili al perseguimento di alcuni obiettivi concreti:

la divulgazione in ogni ambito della società della retta interpretazione della verità rivelata, quale si trova nei documenti della sacra Tradizione e nella sacra Scrittura, alla luce del magistero ecclesiastico, necessariamente considerato nella sua logica continuità (dalla dottrina degli Apostoli agli insegnamenti conciliari e pontifici più recenti, ivi compresa l’eventuale esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco nel 2015).

Anselmo

Sant’Anselmo d’Aosta, Dottore della Chiesa

La promozione di una maggiore unità dei cattolici nella fede comune, fornendo a tutti i giusti criteri per distinguere, in qualsiasi contesto storico-culturale, la dottrina autorevolmente proposta dalla Chiesa come rivelazione divina ― dottrina alla quale ogni cattolico deve sempre prestare un assenso sincero e convinto ― dalle diverse ipotesi di interpretazione del dogma che possano essere proposte dalle scuole teologiche o da singoli teologi, ipotesi che nulla possono aggiungere e nulla debbono togliere all’unica verità che salva;

La creazione di un nuovo clima culturale, nella Chiesa, che possa garantire ― una volta assicurata quella solida base di unità nella fede di cui sopra ― l’effettivo esercizio della libertà di opinione dottrinale e di scelte pastorali, nella consapevolezza che il pluralismo, sia teologico che pastorale, è non solo legittimo ma anche necessario ai fini dell’intellectus fidei, ossia come esigenza della fede stessa, la quale non cessa mai di ricercare nuovi e più efficaci modi di penetrare nelle profondità della verità rivelata («fides quaerens intellectum»), anche in vista di una sempre più feconda applicazione di essa alle diverse circostanze della vita personale e delle strutture sociali (inculturazione della fede).

Di conseguenza, una sorta di “demitizzazione” della teologia professionale allo scopo di sdrammatizzare le differenze di orientamento dottrinale tra diverse scuole e diversi protagonisti del dibattito pubblico, rendendo consapevoli i fedeli che non hanno senso le reciproche accuse di infedeltà allo Spirito e i reciproci sospetti di eterodossia, perché indubbiamente Dio vuole che tutti noi, nella Chiesa, combattiamo nel solo nome della verità, dell’unica verità della fede cattolica, la quale viene prima di ogni scelta di campo nell’ambito culturale e teologico. Infatti, solo ciò che è definito dogmatico dalla Chiesa può essere identificato con ciò che «sempre, ubique et ab omnibus» è stato creduto (Tradizione) e soprattutto con ciò che oggi e anche in futuro può essere creduto «semper, ubique et ab omnibus» proprio in quanto è la verità rivelata da Dio in Cristo: verità che nel suo nucleo nozionale è e deve restare accessibile a tutti (comprensibile sulla sola base del “senso comune”) e proprio per questo trascende la varietà infinita delle legittime interpretazioni, tanto dei tradizionalisti quanto dei progressisti.

elefante

il peso dell’equilibrio, non è facile, ma è possibile …

Sono consapevole che il perseguimento di siffatti obiettivi richiede un assai difficile equilibrio: tra il dovere dell’obbedienza agli orientamenti pastorali che i legittimi Pastori forniscono a tutto il corpo ecclesiale e la corrispondenza alla vocazione personale di ciascuno nella Chiesa; tra la fedeltà all’unica verità rivelata e la necessità di ricercare sempre nuove vie per l’evangelizzazione; tra la rispettosa accettazione dei diversi carismi e delle diverse opzioni pastorali degli altri fedeli e la passione per le proprie scelte, maturate sulla base della propria lettura dei «segni dei tempi» e sulla scorta della propria esperienza di vita. Ma sono convinto che tale equilibrio è assicurato proprio dalle regole di razionalità integrale suggerite dalla logica aletica e che da anni sono impegnato a illustrare sul piano, appunto, del rigore scientifico nel rilevamento dei dati e nell’argomentazione. Assieme a padre Giovanni Cavalcoli e Arie S. Levi di Gualdo sono certo di poter proseguire efficacemente su questa strada, al servizio della comunità ecclesiale.

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