Il cogitatorium di Ipazia – lefebvriani e disturbi borderline: la rottura dell’unità genera non-unità

—  IL  COGITATORIUM  DI  IPAZIA  —

LEFEBVRIANI E DISTURBI BORDERLINE: LA ROTTURA DELL’UNITÀ GENERA NON-UNITÀ

 

[…] i maggiorenti della setta scismatica dei lefebvriani accusano nel loro comunicato ufficiale il vescovo Richard Williamson ed il benedettino Jean Michel Faure, da lui consacrato vescovo il 19 marzo 2015 in Brasile, di … «non riconoscere più le autorità romane».

 

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L’elogio dell’eresia di Paolo Pasqualucci

L’ELOGIO DELL’ERESIA DI PAOLO PASQUALUCCI

[…] adempiendo giornalmente alle mie funzioni sacramentali ho l’indegno onore di annunciare il Verbo di Dio all’assemblea dei fedeli, proclamando il quale non dico mai – e come me non lo dicono i miei Venerabili Fratelli Sacerdoti, inclusi gli epistemologi — « Dal Iota Unum secondo Romano », né il Popolo di Dio risponde: « Lode a te Amerio ».

Il testo del Prof. Paolo Pasqualucci al quale è stata data la risposta che sotto segue è leggibile QUI

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Carissimo figliolo.

La professorite cronica è una malattia dalla quale spesso non si riesce a guarire e non di rado può portare a sprofondare in parte nella tuttologia cosmica in parte nel delirio di onnipotenza. Per questo comincio subito col dirle che qualora lei avesse visto il kolossal cinematografico I Dieci Comandamenti con la splendida interpretazione di Charlton Heston nel ruolo del Patriarca Mosè e di Yul Brynner nel ruolo del faraone egizio [vedere QUI], ciò non la autorizza a sentirsi un esperto in scienze bibliche né a dispensare una sapienza che mostra di non avere nel merito specifico dei temi che ha presunto di trattare nel suo articolo oggetto di questa mia risposta, al di là delle sue intenzioni interiori che io non posso leggere né giudicare. Stando però a ciò ch’ella scrive ed esprime pubblicamente — non ultimo attraverso ampi copia e incolla fatti su testi di autentica fantascienza canonistica tratti dagli scritti diffusi dai circoli lefebvriani — devo prendere atto che dalle sue righe non traspaiono né buone intenzioni né autentici sentimenti cattolici.

Per il mandato a me conferito dalla Santa Chiesa di Cristo sono stato chiamato attraverso il sacerdozio ministeriale all’esercizio della paternità universale sui Christi fideles che il Signore Gesù ha affidato a Pietro e agli Apostoli comandando loro di pascere il suo gregge [cf. Gv 21, 15-17]. Noi presbiteri siamo i diretti collaboratori degli Apostoli depositari della pienezza del sacerdozio i quali hanno trasferito su di noi parte delle loro potestà sacramentali, docenti e di governo; ed in piena comunione e devota obbedienza ai nostri vescovi siamo chiamati all’esercizio del sacro ministero secondo il nostro grado sacramentale.

Ariel evangeliario

il presbitero Ariel S. Levi di Gualdo porta in processione il Santo Vangelo durante una celebrazione presieduta dal Vescovo

Esercitando il sacro ministero ed i poteri sacramentali e docenti ad esso correlati per il servizio alla Chiesa Cattolica e al Popolo di Dio, nei miei scritti parto sempre citando il Santo Vangelo; al contrario di lei che chiamando in causa anche la Signora Maria Guarini che ha ospitato il suo scritto nel proprio blog, parte invece all’attacco dirompente citando avanti a tutto l’opera Iota Unum di Romano Amerio.

Ritengo doveroso informarla che nell’adempiere ogni giorno alle mie funzioni sacramentali ho l’indegno onore di annunciare il Verbo di Dio all’assemblea dei fedeli, proclamando il quale non dico mai — e come me non lo dicono i miei Venerabili Fratelli Sacerdoti, inclusi gli epistemologi — «Dal Iota Unum secondo Romano», né il Popolo di Dio risponde: «Lode a te Amerio». All’assemblea riunita per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, prima che il sacerdote acclami il Santo Vangelo, uno o più lettori proclamano letture e salmi tratti dai Libri della Rivelazione. Posso assicurarle che in nessuna chiesa si legge il Denzinger durante l’azione liturgica, né i trattati narcisistici dell’estetica filosofica in cui si proclama che «la bellezza ci salverà», perché è stato il sangue dell’Agnello Immolato che ha lavato il peccato del mondo [cf Gv 1, 29], non la bellezza di certi filosofi ameriani intrisi di una estetica estetizzante che ha quasi il sapore della gnosi, oltre ad una languorosa carenza di virilità spirituale.

Tutte cose che la prego di riferire anche alla Signora chiamata in causa nel suo scritto da lei, non da me che ho già detto ad essa in coscienza, per il suo sommo bene e per la salvezza della sua anima, ciò che ero tenuto a dirle [vedere QUI]; perché per quanto ella possa piccarsi di essere una che s’intende non solo di liturgia ma addirittura della sola, autentica e vera liturgia cattolica, resta pacifico che non è certo questa Gentildonna a celebrare i sacri misteri nella nostra Santa Chiesa ordinata su precisi ruoli, all’interno della quale ciascuno dovrebbe stare al proprio posto ed adempiere a quanto gli è concesso adempiere nella economia della salvezza. Infatti, nei tempi paradisiaci dei quali questa come altre Gentildonne della vera “Traditio” piangono lacrime di nostalgia — per esempio sotto l’augusto pontificato del Santo Pontefice Pio X — non solo, non sarebbe mai stato a loro permesso di parlare di teologia o di liturgia, ma non sarebbe stato neppure a loro permesso di cantare nel coro parrocchiale. Ammonisce infatti San Paolo Apostolo:

«Come in tutte le Chiese dei santi, le donne tacciano nell’assemblea, perché non è loro permesso di parlare. Obbediscano invece, come dice la legge. Se desiderano apprendere qualcosa, interroghino a casa i propri mariti, poiché è sconveniente per una donna parlare nell’adunanza» [I Cor 14, 33-35].

L’Apostolo non è un misogino, sia chiaro, egli intende solo ammonire ricordando alle Guarini dell’epoca il loro preciso ruolo nell’economia della salvezza, il tutto in una situazione sociale — quella dell’antica città di Corinto — nella quale le donne cercavano di predominare e dettare legge anche a vescovi, presbiteri e diaconi, investiti per grazia divina di un ruolo non concesso alle donne, incluse quelle più o meno pie, più o meno esperte in liturgia e in teologia. Evitino pertanto certe Gentildonne e Gentiluomini di sbraitare “Traditio, Traditio! ” e prendere poi dalla Tradizione Apostolica e dalla storia della Chiesa solo ed esclusivamente quello che fa a loro comodo, trattando infine la dignità sacerdotale letteralmente a pesci in faccia per opera di laici “cattolici” che come lei, Chiarissimo Professore, mostrano sì vere carenze, ma non sulla teologia, ch’è cosa parecchio profonda e seria, bensì sul Catechismo della Chiesa Cattolica, ch’è cosa altrettanto profonda e seria, il tutto con buona pace per i suoi ampi copia e incolla di fantascienza canonistica tratti dagli scritti dei circoli lefebvriani.

Respingo le accuse a me rivolte di «carenze filosofico-teologiche» non perché indignato, meno che mai perché da esse ferito, ma per il sacro rispetto che nutro verso il Vescovo che mi ha consacrato sacerdote e per il suo successore all’obbedienza del quale sono oggi filialmente sottomesso, posto che il primo non avrebbe mai consacrato sacerdote un adulto ignorante, il secondo non lo avrebbe mai lasciato proferire impunemente errori, specie considerando che i miei scritti sono letti da migliaia di lettori e non di rado tradotti anche in lingue diverse dall’originale italiano. Nel respingere certi addebiti ingiusti e privi di fondatezza non intendo quindi difendere la dignità mia — cosa che ripeto non m’interessa fare — ma quella del Vescovo che mi ha consacrato sacerdote e quella del Vescovo alla cui obbedienza  sono oggi sottomesso.

Ribadisco per questo che né il mio Vescovo — che come Sommo Maestro di Dottrina ha giurisdizione su di me, quindi precisi doveri di correzione e di richiamo nei miei confronti — né la Congregazione per la Dottrina della Fede sposerebbero mai questa accusa a me rivolta, che ripeto mi lascia del tutto indifferente. Se darmi però dell’ignorante lacunoso può allietare il microcosmo dei vostri cupi farisei e dei vostri pelagiani tristi, in tal caso faccia pure, sempre ammesso che lei trovi qualche cattolico disposto a prestarle ascolto al di fuori del vostro ghetto auto-referenziale, oltre il quale e fuori dal quale c’è il mistero della Chiesa con il suo Popolo in cammino, che lungi dal vivere immobile, o dal saltare come le rane sempre nella medesima pozzanghera d’acqua rafferma, abita in Cristo e procede ben oltre i vostri delimitati e limitanti recinti fatti di mille sofismi e di virgole soppesate in modo parossistico.

Il fatto che lei, o chi ha ispirato la sostanza del suo scritto, proclami su un celebre blog la pagliuzza delle mie annunciate ma non provate «carenze filosofico-teologiche», non dovrebbe in alcun modo esentare il suo ghost writer dal vedere la trave che Lei&Compagni portate conficcata nell’occhio, per esempio le sue effettive carenze teologiche, ecclesiologiche e canoniche che non sono mie mere opinioni ma dati racchiusi nei suoi scritti sconcertanti e mistificanti, perché strutturati principalmente su estrapolazioni operate in modo selvaggio dai contesti complessi e articolati dei pregressi documenti del Magistero antecendenti al “tremebondo” Concilio Vaticano II, o da brandelli de-contestualizzati tratti dalla letteratura degli antichi Padri della Chiesa di cui lei tende a fare maldestri collage per produrre effetto su quei semplici che — al contrario di me e di altri miei confratelli teologi — non hanno potuto dedicare anni della propria vita a studiare i testi patristici nella loro articolata interezza e negli originali greci e latini. Tutto questo la unisce in triste sodalizio a coloro che errano perché spinti dagli impulsi di quella superbia che impedisce loro di accettare un dato dogmatico elementare: la custodia della fede è affidata alla Santa Chiesa di Cristo che venera nella figura del Successore del Principe degli Apostoli l’espressione vivente del suo supremo custode e garante essendo lui chiamato a confermare i fratelli nella fede [Lc 22, 31-32]. È pertanto con severa amorevolezza pastorale e dottrinale che la ammonisco dicendole: chi è contro Pietro non è contro Jorge Mario Bergoglio, come crede lei e come credono i suoi sodali in pubblica e fiera eresia, ma è contro Cristo di cui Pietro, roccia edificante della Chiesa [cf. Mt 16, 18-19], svolge per sua divina volontà e mandato funzione vicaria: «Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde» [Mt 12, 30].

Per sereno imperativo di coscienza sono tenuto a dirle che i suoi scritti sono un autentico ricettacolo di eresie, ed in breve le spiego perché: da anni lei rigetta pubblicamente in essi il magistero dell’ultimo mezzo secolo di storia ecclesiale, pone in discussione la autorevolezza di un Concilio Ecumenico  di cui rigetta le dottrine, il tutto con gravi e inaccettabili accuse di errore e di deviazione dalla Traditio catholica puntualmente rivolte a tutti i pontefici succedutisi sulla Cattedra di Pietro dal 1958 a oggi. Accuse, queste sue, rivolte con particolare durezza nei suoi numerosi articoli proprio a quei Sommi Pontefici che sono stati canonizzati o beatificati dalla Santa Chiesa di Cristo: San Giovanni XXIII, il Beato Paolo VI, San Giovanni Paolo II.

Riponga quindi nello scaffale certe teorie discutibili del vostro “divinizzato” Romano Amerio, così talentato e intelligente ma così cupo e privo di fiduciosa speranza, al quale riconoscete una “infallibilità” non riconosciuta invece ad un’intera assise ecumenica; e specie in questa Quaresima prenda in mano i quattro Vangeli, perché quelli e solo quelli sono Parola di Dio, non il Iota Unum di questo grande e talentato filosofo che ha prodotto anche non pochi danni quando ha principiato ad usare il proprio metro filosofico per fare il teologo e l’ecclesiologo che di fatto non è.

In spirito di fede, speranza e carità non cesserò di pregare con sacerdotale paternità affinché lei e la Signora Maria Guarini possiate correggervi da questi gravi errori che con vostra grande responsabilità diffondete quali false verità tra i credenti; errori che vi rendono chiusi all’ascolto e alle azioni della grazia di Dio; errori venefici nei quali vi state confermando gli uni con gli altri e che vi spingono in modo diabolico a considerare la Santa Chiesa di Cristo come la prima, la peggiore e la più grande nemica della vostra distorta ed erronea idea di fede e di Traditio catholica, sino a considerare e presentare il Successore di Pietro, supremo pastore e garante del depositum fidei, come un “distruttore” e un “falsificatore” delle verità di fede; e tutto questo fa di voi dei pericolosi eretici in quanto diffusori di velenosi errori tra il Popolo di Dio.

Questo agire è in parte stoltezza in parte aberrazione, specie per lei che nella sua veste di filosofo del diritto presume di riuscire a muoversi in modo agevole sul terreno di complesse e delicate dinamiche teologiche e di altrettante complesse e delicate discipline canoniche, che nei concreti fatti mostra però coi suoi pubblici scritti di non conoscere né bene né a fondo. Prendere poi per buone le “ragioni” dei lefebvriani che tentano di giocare su cavilli bizantini campati in aria e mirati soprattutto ad alterare la solare verità dei fatti e di come i fatti si sono palesemente svolti, sappia che può solo condurla sul baratro di quel farisaismo di cui questi soggetti sono naturali eredi. Quando infatti i farisei non poterono contestare al Signore Gesù il dato di fatto che aveva guarito dinanzi a numerosi testimoni un uomo cieco dalla nascita, volendolo comunque attaccare alterarono a tal punto la realtà sino ad accusarlo di avere compiuto un miracolo di sabato, giorno nel quale è proibito lavorare, quindi compiere persino miracoli [Gv 9, 16].

Vi affido quindi di nuovo alla misericordia di Dio con una preghiera speciale allo Spirito Santo in questa IV domenica di Quaresima.

 

 

Ariel S. Levi di Gualdo – presbitero

Dall’Isola di Patmos, 15 marzo 2015  – Domenica Laetare

rosone 1

Veni Creator Spiritus

Veni, creátor Spíritus,
mentes tuórum vísita,
imple supérna grátia,
quæ tu creásti péctora.

Qui díceris Paráclitus,
altíssimi donum Dei,
fons vivus, ignis, cáritas,
et spiritális únctio.

Tu septifórmis múnere,
dígitus patérnæ déxteræ,
tu rite promíssum Patris,
sermóne ditans gúttura.

Accénde lumen sensibus,
infúnde amórem córdibus,
infírma nostri córporis
virtúte firmans pérpeti.

Hostem repéllas lóngius
pacémque dones prótinus;
ductóre sic te prǽvio
vitémus omne nóxium.

Per Te sciámus da Patrem
noscámus atque Fílium,
teque utriúsque Spíritum
credámus omni témpore.

Deo Patri sit glória,
et Fílio, qui a mórtuis
surréxit, ac Paráclito,
in sæculórum sǽcula.

Altre brevi considerazioni sull’eresia lefebvriana

ALTRE BREVI CONSIDERAZIONI SULL’ERESIA LEFEBVRIANA

[…] se il Sommo Pontefice Paolo VI, come ha scritto e ribadito, dice al Vescovo Marcel Lefebvre che le sue idee sono «contro la fede» e lo invita a sottomettersi nell’obbedienza alla Chiesa e al Successore di Pietro, è evidente che intende accusarlo di eresia. Cos’è infatti l’eresia, se non una proposizione contro la fede derivante dal rifiuto di prestare obbedienza alle dottrine della Chiesa ed alla sua Suprema Autorità Apostolica? Come però di recente abbiamo visto, esistono “cattolici” che pur dinanzi a simili evidenze tentano di cavillare con futili sofismi, ma di fatto c’è poco da cavillare perché di futili sofismi appunto si tratta.

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

Il concetto di eresia si può esprimere con varie espressioni verbali equivalenti. Non ci si deve attaccare alle parole, ma badare al concetto; altrimenti si è degli ipocriti, dei farisei ottusi, oppure dei fanatici chiusi in se stessi.

farisei 2

«Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei» [Mt 16, 6]

Se per esempio affermiamo che Giuseppe non vive più, è chiaro che s’intende dire che è morto. È quindi presto detto che se il Sommo Pontefice Paolo VI, come ha scritto e ribadito, dice al Vescovo Marcel Lefebvre che le sue idee sono «contro la fede» [qui] e lo invita a sottomettersi nell’obbedienza alla Chiesa e al Successore di Pietro, è evidente che intende accusarlo di eresia. Cos’è infatti l’eresia, se non una proposizione contro la fede derivante dal rifiuto di prestare obbedienza alle dottrine della Chiesa ed alla sua Suprema Autorità Apostolica? Come però di recente abbiamo visto, esistono “cattolici” che pur dinanzi a simili evidenze tentano di cavillare con futili sofismi, ma di fatto c’è poco da cavillare perché di futili sofismi appunto si tratta.

Quanti per ciò asseriscono che in errore non era il vescovo eretico e scismatico Marcel Lefebvre bensì l’intera assisa ecumenica del Concilio Vaticano II, quindi il Santo Pontefice Giovanni XXIII, il Beato Pontefice Paolo VI, il Santo Pontefice Giovanni Paolo II, i Sommi Pontefici Benedetto XVI e Francesco in quanto a loro dire “responsabili” della continuità di questi “errori” derivanti niente meno che da un concilio ecumenico “solo pastorale” quindi “non dogmatico“, per la causa del quale la Chiesa sarebbe stata fatta scivolare addirittura nella “apostasia dalla fede” [vedere QUI], nell’affermare questo sono a loro volta eretici e diffusori di pericolose eresie, senza alcuna possibilità di cavillosi sofismi giustificatori sul piano teologico, metafisico ed epistemologico, se davvero vogliamo essere seri. Il Vaticano II, come più volte hanno scritto e spiegato i Padri Giovanni Cavalcoli e Ariel S. Levi di Gualdo nei loro vari articoli, anche se non ha sancito nuovi dogmi, secondo i principi ed i tre diversi gradi della infallibilità [cf. Ad tuendam fidem, QUI] ha sancito delle nuove dottrine vincolanti e non passibili di rigetto da parte di chicchessia [sui gradi della infallibilità, vedere il nostro precedente articolo QUI].

Pope Benedict XVI poses during a meeting with Roman Rota members at the Vatican

I giudici del tribunale ecclesiastico in udienza dal Sommo Pontefice

Anche se il Tal dei Tali è un eretico palese e manifesto, la Sede Apostolica, per motivi suoi, è libera di pronunciare o di non pronunciare un giudizio di eresia. Occorre dunque distinguere nei problemi di eresia quello che è il compito del teologo e quello che è il compito della Congregazione per la Dottrina della Fede. Si tratta infatti di due orientamenti o funzioni pastorali diversi e in qualche modo indipendenti l’uno dall’altro. La Sede Apostolica non ha mai sostenuto certe teorie ed ha lasciato sempre i teologi liberi di esprimere i loro pareri.

 

 

Rimprovero

quanti teologi andrebbero  rimproverati per il bene della Chiesa e dei fedeli?

La Sede Apostolica può rimproverare il teologo che si è sbagliato nel giudicare un altro come eretico; ma non proibisce affatto ad un teologo di rilevare in un altro i germi di un pensiero eretico. Quanto al teologo che venga accusato da un suo collega di eresia, egli deve guardarsi — cosa che invece purtroppo succede — dall’indignarsi come se egli fosse stato diffamato; tutt’altro, l’accusato deve esaminare gli addebiti che gli vengono fatti e comportarsi di conseguenza. Se gli addebiti sono giusti, dovrà correggersi; se invece sono errati sarà il teologo accusatore a doversi scusare o riparare il torto fatto.

Archbishop-Marcel-Lefebvre4

il vescovo scismatico Marcel Lefebvre

Ci si potrebbe chiedere se l’evidenziare il fatto che Marcel Lefebvre è un eretico può essere utile per ottenere il ritorno dei lefevriani. La Sede Apostolica fino ad adesso ha proceduto con troppa delicatezza e i lefevriani ne hanno approfittato per trascinare la controversia ad infintum.

La Sede Apostolica è stata finora troppo parca nell’usare il termine “eresia”, forse per non evocare oscuri fantasmi del passato? Questa eccessiva indulgenza, per non dire negligenza, ha finito però col permettere il sorgere, il risorgere ed il libero circolare di molte e svariate eresie, presentate da certi soggetti particolarmente aggressivi come “naturali” frutti del Concilio, dal collegio cardinalizio fino al sacrestano di una parrocchia di campagna; un Concilio che questi eretici palesi e manifesti indicano come “il male” e quindi come la “naturale” fonte e origine di tutti i mali.

È evidente che così non si può andare avanti, perché l’eresia pone ostacolo alla salvezza. Bisogna dunque tornare ad usare questo termine quando è il caso, in modo ben ponderato e vagliato; così come un medico coscienzioso fa la diagnosi di un carcinoma o di leucemia, con la differenza che da questi mali quasi sempre non si guarisce, mentre dalle eresie si guarisce.

ospedale da campo

assistenza religiosa in un ospedale da campo

Il timore di ripetere gli sbagli del passato non deve essere così elevato sino a spingere l’Autorità Ecclesiastica a non far niente od a tacere, altrimenti si compiono sbagli opposti e peggiori, come è chiaro oggi, invasi come siamo da una grande quantità di malattie e privi di medici che le curano.

La Chiesa, dice il Santo Padre, è un «ospedale da campo». D’accordo. Ma dove sono i medici? Non è che le eresie spariscono da sé per il fatto che non se ne parla o non vengono curate. Anzi, come dimostrano i fatti, le eresie aumentano e la parola finisce per essere usata a sproposito da scriteriati esasperati come è testimoniato per esempio dagli estremisti che oggi accusano addirittura il Sommo Pontefice di eresia, ed i suoi predecessori succedutisi sulla Cattedra di Pietro dal 1958 a seguire.

errore medico

errore medico …

Se un medico sbaglia una cura, forse che per questo dovrebbe smettere di fare il medico? L’uso pudico di circonlocuzioni per alludere all’eresia può essere utile in certe situazioni incandescenti, ma l’usarlo sistematicamente non ha per effetto, come è dimostrato dell’esperienza, altro che il dare il permesso a chiunque di abbracciare l’eresia sotto i più speciosi pretesti che tutti conosciamo.

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rimprovero 2

il rimprovero è un atto di amore e di misericordia al quale la Chiesa non può e non deve all’occorrenza sottrarsi

Se applichiamo dovunque questo principio devastante, nessuno, dato che siamo tutti fallibili, dovrebbe fare più niente per la paura di sbagliare. Ecco perché forse è giunto il momento di affrontare in modo deciso la questione dottrinale sotto questa angolatura.

Occorre far capire una volta per tutte ai lefebvriani in buona fede, che amano la verità e vogliono sinceramente essere cattolici e rispettare la Tradizione, che sono vittime dell’eresia, sperando che ascoltino. Altrimenti bisogna avvertire chiaramente i fedeli del pericolo, perché questi falsi cattolici continuano a far proseliti aumentando l’odio contro Roma, contro il Successore del Principe degli Apostoli, contro il magistero e le dottrine del Concilio Vaticano II.

il rimprovero, la correzione dell’errore e la lotta contro l’eresia, è un atto di amore e di misericordia al quale la Chiesa non può e non deve all’occorrenza sottrarsi, in modo particolare durante il Giubileo della Misericordia, indetto dal Sommo Pontefice Francesco per l’anno 2015/2016.

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ATTI E DOCUMENTI DELLA SANTA SEDE SUL CASO DELL’ERESIA LEFEBVRIANA

– «Lettre de S.S. Paul VI à Mgr Marcel Lefebvre», 29 juin 1975 [testo QUI]

– Lettera Apostolica di S.S. Paolo VI, «Nuova ammonizione a S.E. Mons. Marcel Lefebvre», 8 settembre 1975 [testo, QUI]

– S.S. Paolo VI, «Lettera a Mons. Marcel Lefebvre», 15 agosto 1976 [testo QUI]

– Discorso di S.S. Paolo VI «Sulla dolorosa vicenda di Mons. Marcello Lefebvre», 1° settembre 1976 [testo QUI]

– «Lettera Apostolica Ecclesia Dei» del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in forma di motu proprio, 2 luglio 1988 [testo QUI].

– Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, nota esplicativa «Sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre», 24 agosto 1996 [testo QUI].

– Congregazione per i Vescovi: «Decreto di remissione della scomunica latae sententiae ai Vescovi della Fraternità di San Pio X», 21 gennaio 2009 [testo QUI]

– «Nota della Segreteria di Stato circa i quattro Vescovi della Fraternità di San Pio X», 4 febbraio 2009 [testo QUI]

Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica ai 4 Vescovi consacrati dall’ Arcivescovo Lefebvre [testo, 10 marzo 2009 QUI].

La questione dell’eresia e degli eretici, ieri e oggi

LA QUESTIONE DELL’ERESIA E DEGLI ERETICI, IERI E OGGI

Qualunque fedele ben saldo nella fede, sensibile al bene delle anime, bene informato del caso, può pronunciare, con prudenza e dopo attento esame, la nota di eresia a carico di un altro fedele; può anche denunciarlo, se crede e se ciò può servire al bene dell’eretico e a quello dei fedeli […]

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

eresia la questione della eresia oggi

l’opera del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, La questione dell’eresia oggi [vedere QUI]

Un termine delicato ma importante del linguaggio cristiano, da usare con prudenza, nelle dovute circostanze e con cognizione di causa, è quello di “eresia”, la quale consiste in generale nella scelta (àiresis, αἵρεσις) di una proposizione falsa nel campo della dottrina della fede o nella soppressione o negazione o dubbio volontari di qualche verità di fede. Ora, siccome la fede è verità, l’eresia è una proposizione falsa contro la dottrina della fede. L’eretico non accoglie con vera fede (fides qua) tutto quanto (fides quae) la Chiesa, a vari livelli di autorità, ci dà a credere come è contenuto nel deposito della divina Rivelazione, le cui fonti sono la Scrittura e la Tradizione. Egli invece fa una cernita arbitraria; ossia, ritenendosi magari direttamente illuminato da Dio, sceglie soggettivisticamente tra i contenuti della fede solo quelli che gli piacciono o gli fanno comodo o trova conformi alla sua ragione. Il che denota la mancanza di una vera fede, anche se il soggetto accetta gli altri contenuti, perchè chi crede, accoglie con fiducia tutto quello che l’autorità gli rivela. Viceversa, è precisamente quando si tratta di dati univoci od omogenei alla ragione, che la ragione ha il diritto e il dovere di fare un vaglio in base ai suoi princìpi e al suo metodo e di assumere solo ciò che è conforme a ragione e può essere intuìto o dimostrato dalla ragione. Invece le verità di fede non contrastano con la ragione, ma le sono però superiori, in quanto verità divine, cosicchè, se può esservi armonia tra ragione e fede, dato che l’una e l’altra si fondano in Dio, tale armonia non consente alla ragione di rendersi evidenti quelle verità, che restano certissime, ma per lei misteriose e trascendenti.

giovanna arco

Giovanna d’Arco guidò le armate francesi contro quelle inglesi durante la guerra dei cent’anni. Catturata dai Borgognoni fu venduta agli inglesi che la processarono per eresia. Il 30 maggio 1431 fu arsa viva al rogo. Nel 1456 il Pontefice Callisto III dichiarò nullo quel processo. Nel 1909 fu beatificata dal Santo Pontefice Pio X e canonizzata nel 1920 dal Pontefice Benedetto XV.

Questa incongruenza dell’intelletto dell’eretico con la verità e quindi la sua nozione falsa, che peraltro a lui appare vera, può essere cosciente e intenzionale, oppure può essere inconsapevole e involontaria. Nel primo caso si dà una colpa grave, perchè sopprime o falsifica la fede sotto l’angolo di quella proposizione. E poichè ogni verità di fede è necessaria alla salvezza, un’eresia compromette la salvezza, anche se si tratta di una sola proposizione, così come basta un solo peccato mortale per togliere la grazia. Così similmente in un organismo, qualunque corruzione o disfunzione di un organo vitale, anche se gli altri restano sani, provoca la morte del soggetto.

Nel secondo caso il soggetto non sa di essere nell’errore, per cui non ne ha colpa. Supponendo che egli ami la verità, se viene illuminato, facilmente si corregge. Invece l’eretico volontario, siccome è attaccato al suo errore, anche se confutato, persiste nel restargli attaccato in quanto preferisce il suo giudizio a quello della Chiesa, che lo avverte della sua eresia, che egli continua a professare non per amore della verità, ma perchè gli fa comodo o per superbia o per altri interessi estranei all’amore per la verità.
L’eretico non è semplicemente chi nega una verità di fede o un dogma, ma è il cattolico che tradisce la fede passando all’eresia. Per questo, quei soggetti, come per esempio i protestanti, che nascono in un ambiente protestante e ricevono un’educazione protestante, benchè nelle loro dottrine siano contenute oggettivamente delle eresie, non possono propriamente essere denominati “eretici”, ma, secondo l’espressione coniata da San Giovanni XXIII, ed entrata nell’uso, sono “fratelli separati“, Essi, come insegna il Concilio, appartengono alla Chiesa, ma senza essere in piena comunione, per cui la Unitatis Redintegratio auspica che essi un giorno entrino nella Chiesa cattolica [vedere QUI].

eretici donatisti

Sant’Agostino disputa con gli eretici donatisti, dipinto di Carl Van Loo (1753)

L’eresia si oppone alla verità rivelata o di fede, sia essa la Parola di Dio, sia il dogma o sia la dottrina della Chiesa. Essa dubita del vero e sospetta il falso; scambia il vero col falso e il falso col vero; l’apparenza con la verità e la verità con l’apparenza; relativizza l’assoluto ed assolutezza il relativo; rende mutevole l’immutabile ed immutabile il mutevole; confonde ciò che è distinto; oppone ciò che è unito; prende la parte per il tutto (“ideologia”) e il tutto per la parte.
Il Nuovo Testamento, pur ritenendo inevitabili le eresie a causa della debolezza e della malizia umana [I Cor 11,19], considera le eresie come “dottrine diaboliche” [I Tm 4,1] e mette in guardia contro gli eretici [Tt 3,10]. L’eretico «rifiuta di volgersi alla verità per dare ascolto alle favole» [II Tm 4,4]. È un “anticristo” che si separa dalla comunità cristiana [I Gv 2,19]. L’eresia è una sapienza “terrena, carnale, diabolica” [Gc 3,15]. San Giovanni è severo contro gli eretici: occorre star lontani da loro: «chi va oltre e non si attiene alla dottrina di Cristo, non ricevetelo in casa e non salutatelo; poichè chi lo saluta, partecipa delle sue opere perverse» [II Gv 11].

eretici giordano bruno

la celebre statua eretta in onore di Giordano Bruno in Campo dei Fiori a Roma dopo l’Unità d’Italia. Il Bruno subì un lungo processo a partire dal 1592. Nel 1599 il tribunale dell’inquisizione lo invitò ad abiurare sette proposizioni eretiche. Dopo la condanna fu fatto trascorrere un altro anno durante il quale l’invito fu più volte ripetuto. I giudici dell’inquisizione, oltre a condannare le sue eresie, per anni cercarono di salvarlo.

La Chiesa sin dagli inizi, nei decreti dei Papi e dei Concili, dopo un opportuno avvertimento all’eretico, se questi non si correggeva, si è sempre premurata di segnalare gli eretici alla comunità ed eventualmente di punirli, affinchè stesse in guardia ed evitasse il loro errore. Un provvedimento disciplinare canonico è la scomunica, il cosiddetto anàthema sit, la quale ha il compito di chiarire che l’eretico, a causa della sua eresia, non può essere considerato come membro di quella comunità, che è fondata su quella verità che egli rifiuta. Tuttavia la Chiesa, anche nel caso degli eretici, non sempre ricorre alla scomunica, ma possiede anche altri mezzi e modi per stimolare ed indurre il peccatore al pentimento e ad abbandonare il suo errore.

Mentre tuttavia una scomunica può essere tolta, quando la Chiesa condanna un’eresia, come è dimostrato dalla storia stessa [vedere QUI], non ritira mai la sua sentenza [vedere QUI, QUI], perchè è da ritenersi che la Chiesa sia infallibile in questo tipo di giudizi, che toccano, sia pur sub contrario, la dottrina della fede.

Nel diritto canonico l’eresia si configura come un crimine o un delitto, che quindi può essere punito dietro regolare processo, avviato a seguito di denuncia sporta alla competente autorità giudiziaria ecclesiale, da quella episcopale a quella romana. Oggi i processi per eresia sono molto rari. I pastori preferiscono interventi meno formalizzati e più morbidi o duttili, a seconda dei casi, promovendo le buone qualità dell’eretico e mirando più che alla punizione, alla correzione. Questo stile più evangelico e più rispettoso della persona dell’eretico e fiducioso nelle capacità di autodifesa di un popolo di Dio dovutamente informato in quelle verità che sono negate dall’eretico, trae origine dalla riforma pastorale e canonica promossa dal Concilio Vaticano II, il quale, pur condannando gravi errori del mondo moderno, non pronuncia mai la parola “eresia” preferendo espressioni equivalenti. E neppure esistono i tradizionali canoni contro gli eretici.

eresia ario

antico affresco raffigurante l’eresiarca Ario

L’eresia nel senso più forte è la negazione di un dogma solennemente ed esplicitamente definito [dottrina ex cathedra]. Ma siccome il Magistero della Chiesa insegna infallibilmente le verità di fede o connesse alla fede anche a due livelli o modalità inferiori di autorevolezza, come per esempio è avvenuto per le dottrine del Concilio Vaticano II [vedere mi precedente articolo QUI], chi non accettasse queste dottrine di autorità inferiore, certamente non peccherebbe contro la fede divina e quindi non potrebbe essere considerato propriamente eretico; e tuttavia il suo errore potrebbe essere qualificato come “prossimo all’eresia” (haeresi proximum), in odore di eresia (haeresim sapiens) o quanto meno disobbediente al Magistero autentico della Chiesa: offensivo delle pie orecchie (piis auribus infensum).

eretici agostino pietro della francesca

Sant’Agostino in una raffigurazione di Pietro della Francesca. L’Ipponate fu strenuo nel combattere l’eresia di Pelagio

Qualunque fedele ben saldo nella fede, sensibile al bene delle anime, bene informato del caso, può pronunciare, con prudenza e dopo attento esame, la nota di eresia a carico di un altro fedele; può anche denunciarlo, se crede e se ciò può servire al bene dell’eretico e a quello dei fedeli, al Vescovo o alla Congregazione per la Dottrina della Fede [vedere nostro precedente articolo QUI]. Non è quindi necessario considerare eresie o eretici solo quelle dottrine o coloro che sono stati esplicitamente condannati dalla Chiesa. Certo, di queste eresie si può avere assoluta certezza e il condannarle da parte nostra può dare gran forza al nostro giudizio. Ma nessuno ci impedisce, anzi l’amor Christi che urget nos, ci spinge a prender nota delle eresie che sono in circolazione, e sono parecchie, per vedere che cosa si può fare per porvi rimedio.

Indubbiamente il vaglio e il discernimento delle eresie non è facile. Occorre avere un grande amore per la verità ed essere animati da una grande carità: occorre essere ben preparati nella dottrina cattolica e saper interpretare i detti e gli scritti degli altri. Occorre sforzarsi di interpretare in bene, a meno che l’errore non sia evidente. Occorre sempre però, in linea di principio, mettere in conto di potersi sbagliare nell’interpretare o nel giudicare: o troppo severi o troppo miti. Una proposizione che appare ereticale ut littera sonat, ossia secondo il significato oggettivo, proprio e coerente delle parole, potrebbe non essere eretica nelle intenzioni e nel significato inteso dall’autore, che non si è espresso bene o con proprietà di linguaggio, ma intendeva dire un’altra cosa che, a conti fatti, è ortodossa.

eretici farinata dante

Farinata illustra a Dante la condizione degli eretici condannati a dannazione eterna

La Chiesa condanna sempre, quando lo fa, un’eresia ut littera sonat, ossia nel significato letterale, in quanto oggettivamente reca danno ai fedeli e suscita adepti, magari senza fare il nome dell’autore, per non affrontare la questione a volte spinosa di cosa intendeva dire esattamente l’autore, ma la cosa da un punto di vista pastorale non interessa. L’importante è che i fedeli vengano preservati dall’errore e sappiano qual è la verità opposta.

La Chiesa fa il nome dell’autore, quando si tratta di una dottrina sua propria o intende censurare l’esponente principale o l’iniziatore di un movimento ereticale o quando gli aderenti di tale movimento eventualmente sono astuti nel declinare o nascondere la loro responsabilità. Oggi però la Chiesa evita spesso di fare il nome, onde impedire un’esagerata opposizione all’eretico, che ne misconoscerebbe le qualità, che possono essere anche grandi e benefiche per altri versi.

eresia rosmini

il Beato Antonio Rosmini

Oggi però soprattutto — si veda per esempio il caso del Beato Antonio Rosmini — la Chiesa, valendosi di più progrediti metodi e mezzi dell’ermeneutica, come per esempio il metodo della contestualizzazione, della storicizzazione, o della varietà dei linguaggi e dei modi espressivi o la stessa psicologia dell’autore, cerca di mettere in luce eventuali buone intenzioni o buona fede dell’autore, così da scagionarlo almeno dall’eresia “formale”, ossia colpevole e da ammettere solo un'”eresia materiale”, inconscia ed involontaria, che salva l’innocenza dell’autore.

eretici luterro 95 tesi

Martin Luther affigge 95 tesi sul portale della chiesa di Wittenberg. Forse nessuno gli aveva mai spiegato che la porta della chiesa rappresenta “Cristo porta della salvezza” e “porta del gregge“, se lo avesse appreso, avrebbe cercato altro luogo per piantare chiodi ed eresie …

Non si può ammettere invece che la Chiesa si sbagli nell’interpretare il pensiero di un autore, sì da condannarlo erroneamente per eresia. L’dea quindi di certi falsi ecumenisti, secondo la quale il Concilio di Trento non avrebbe capito Lutero è assolutamente falsa e il tentativo di presentarlo come cattolico incompreso è pure causa assolutamente persa, dopo cinque secoli di studi dottissimi ed numerosi interventi del Magistero a suo riguardo.

L’ecumenismo voluto dal Concilio è certo una benedizione e un dono dello Spirito Santo, in quanto accordo tra cattolici e protestanti nelle verità che sono rimaste comuni; ma non facciamone il cavallo di Troia per far entrare le eresie di Lutero all’interno della Chiesa, chè questa non sarebbe più opera dello Spirito Santo, ma del demonio. E ne abbiamo già la prova dalla confusione creata dai modernisti, i quali, come già osservava San Pio X nella Pascendi dominici gregis, sono allievi dei protestanti [vedere nostri articoli precedenti QUI, QUI]. Semmai, sono questi falsi ecumenisti, che non hanno capito nè Lutero nè il Concilio di Trento. Ma essi stanno recando un grave danno, in quanto impediscono che oggi l’autorità ci ricordi le eresie di Lutero. Ma se circolano come circolano le eresie luterane, sotto mentite spoglie, senza che l’autorità intervenga, ciò non toglie che esse restino eresie; tuttavia non si può escludere che in certi casi il mancato intervento dell’autorità sia motivato da ragioni valide, come per esempio l’opportunità o l’evitare un male maggiore e però anche da motivi meno nobili, come la negligenza o il rispetto umano.

eretici giudici rotali

assisa dei giudici del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica

Considerando i contenuti ereticali o supposti tali o para-ereticali, occorre stabilire l’entità o la portata o il peso dell’errore, a quale grado di autorità della Chiesa esso si oppone, di quanto si allontana dalla verità, il danno che esso provoca, quelle che tradizionalmente si chiamano le “note teologiche”. Il supposto errore si oppone a un dogma o solo a una dottrina della Chiesa o solo a un’opinione teologica? Una volta accertata l’entità dell’errore, occorre innanzitutto tentare di persuadere l’eretico a tu per tu, come prescrive il Vangelo. La denuncia pubblica dell’errore va fatta solo se l’eretico rifiuta la correzione e se la sua eresia seduce molti. Per una piccola fiammata possono bastare due secchi d’acqua. Ma per un incendio, bisogna chiamare i pompieri. Per questo Cristo dice che, se il fratello non ascolta nel colloquio privato o nel trattare la cosa tra due o tre, occorre avvertire la Chiesa [cf. Lc 17, 1-4; Mt 18, 15-17].

L’eresia non è una semplice opinione contraria che non scalfisce l’unità della fede, ma essa invece corrompe la fede. Guai a eresiaq opinionitrattare da eretico chi semplicemente ha un’opinione contraria o diversa! Ma anche guai a lasciar correre eresie che mandano in perdizione le anime sotto pretesto della libertà di pensiero o di pluralismo teologico! Certezza teologica e certezza di fede sono due cose ben diverse. Oggi si tende a ridurre tutto ad opinione, anche le certezze di fede: per questo, se qualcuno cade nell’eresia, si pensa semplicemente che abbia un’opinione diversa. Non si dà peso al fatto che un certo modernismo e un certo tradizionalismo retrivo sono eresie. Oppure avviene il contrario: chi la pensa diversamente da me è un eretico. Occorre recuperare i criteri oggettivi per le valutazioni e non lasciarsi trasportare dai pregiudizi, dall’emotività e dalla faziosità. Altrimenti, che cattolici, che “universali” siamo, se ognuno vuol tirare il sacro nome di cattolico dalla sua parte?

eresia errore

sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico

Occorre distinguere l’errore in campo teologico o esegetico dall’eresia. Il teologo e l’esegeta si occupano certo della dottrina della fede o della Chiesa, ma mediante la loro scienza, la quale certamente è fondata su princìpi di fede e sui dogmi; ma la teologia e l’esegesi costruiscono il loro sapere mettendo in opera e avvalendosi di mezzi e metodi cognitivi elaborati dalla ragione.
Ciò comporta il fatto che la ragione, essendo fallibile, può sbagliare in due modi: o all’interno del suo stesso procedere, e allora abbiamo l’errore; oppure in quanto la ragione interpreta la verità di fede, il dato biblico o dogmatico, e allora abbiamo l’eresia. Se per esempio un esegeta si sbaglia nell’ubicare una città o nell’interpretare la natura di uno strumento musicale dell’Antico Testamento, senza che ciò entri nel merito della dottrina della fede, questo è un semplice errore esegetico. Se invece dovesse affermare che gli angerli nella Sacra Scrittura sono meri personaggi simbolici e fantastici, è chiaro che cadrebbe nell’eresia.

E così pure, se un teologo preferisse dividere l’ente in ente finito ed ente infinito piuttosto che in ente per essenza ed eresia imparare dagli erroriente per partecipazione, ciò non comprometterebbe la dottrina della fede. Ma se dovesse risolvere la persona umana nella relazione, metterebbe in pericolo il dogma della Santissima Trinità, per il quale solo la Persona divina è relazione sussistente. E se non cade nell’eresia formalmente e direttamente, vi cade indirettamente e per conseguenza (propositio haeresi proxima).

L’eresia propriamente è una tesi ribelle alla dottrina della Chiesa interprete infallibile della Parola di Dio. Ma esiste un errore contro la fede ancora più grave, il massimo grado dell’errore: la bestemmia, che è l’insulto verbale alla stessa Parola di Dio, ossia a Dio, a Cristo e alla sua dottrina, con l’attribuzione a Dio o a Cristo di epiteti o attributi sprezzanti, offensivi e ingiuriosi. Alla bestemmia, nella prassi, specie liturgica e sacramentale, corrisponde il sacrilegio o l’empietà.

dogma assunzione

cliccare sopra l’immagine per visionare il filmato

Si danno dunque quattro gradi di autorità nella dottrina della fede e per corrispettivo di ribellione alla verità di fede: il grado massimo è la Parola di Dio, alla quale si oppone la bestemmia. Al di sotto della Parola di Dio, che esce dalla stessa bocca di Cristo, vi sono poi gli insegnamenti della Chiesa: il grado più elevato è il dogma definit (ex cathedra), oggetto del Magistero straordinario (Papa e Concili) e di solenne definizione (de fide credenda).

Sotto il dogma c’è la dottrina prossima alla fede, oggetto del Magistero semplice ed ordinario (il Papa con i vescovi sparsi nel mondo); contiene le verità logicamente connesse, dedotte o presupposte, al dogma (de fide tenenda). A questo grado si oppone la dottrina prossima all’eresia. Al grado più basso abbiamo il semplice Magistero autentico, che tratta sempre di fede, ma di ciò che la Chiesa deduce o ricava dalla sua stessa dottrina. E quindi anch’esso è infallibile, però ad esso si deve il religioso ossequio della volontà. L’errore contrario è la disobbedienza al Magistero della Chiesa.

congregazione della dottrina della fede

La Congregazione per la Dottrina della Fede

Chi oggi si occupa o s’interessa di eresie, chi cerca di individuarle e correggerle, chi esprime giudizi su di esse, chi formula accuse, rilievi o note di eresia; al limite il solo parlare seriamente di eresie che non siano quelle dei primi secoli, è spesso malvisto soprattutto negli ambienti modernisti. Si vede subito in lui con una certa ironia o con fastidio il cacciatore di streghe, il cerbero inesorabile, l’aggressore dei mulini a vento, un patetico residuo del passato, l’ansioso inseguitore di fantasmi, l’avanzo dell’Inquisizione, la mente rigida incapace di elasticità o duttilità, la mente ristretta di chi vede il nemico nel diverso, il tradizionalista retrogrado, il presuntuoso intollerante e senza misericordia, chiuso nelle proprie idee superate, invidioso di chi ha successo, il pedante che cerca il pelo nell’uovo, il fariseo che pretende di giudicare gli altri, colui che mira a dominare le coscienze, l’aspirante vescovo tosatore del gregge.

dominus jesus

cliccare sull’immagine per leggere il testo della Dichiarazione Dominus Jesus

In nome di un malinteso ecumenismo, di una falsa libertà religiosa, e di un dialogo a tutto campo, abbiamo perduto la coscienza dell’universalità oggettiva della verità come bene vitale comune. Siamo ancora sensibili, grazie a Dio, alla sofisticazione dei cibi, al pericolo delle epidemie, alla falsificazione della moneta, giustamente tutti assieme cerchiamo di rimediare a questi mali, consapevoli della loro oggettività. Quando invece si tratta di idee, di dottrine, di contenuti intellegibili, di verità di ragione o di fede, ecco comparire il mostro piacevole del soggettivismo e del relativismo e quindi il menefreghismo per i pericoli nostri e degli altri.

 

Cop_SanTommaso

una interessante opera su San Tommaso d’Aquino [vedere QUI]

Quanta consapevolezza invece aveva la cristianità medioevale del danno arrecato a tutti dall’eresia. Non per nulla si parlava di “peste ereticale”. E San Tommaso non esitava appunto a paragonare la falsificazione della fede alla falsificazione della moneta. Quale senso del peso delle realtà spirituali nel bene come nel male! Quale viva percezione dell’importanza della fede nella nostra vita! Quale coscienza della fede come bene comune! Si parla molto di verità e di fede. E ciò va senz’altro bene. Ma si parla poco o non si sa parlare nel dovuto modo di eresia. Non ci siamo ancora liberati dai fantasmi del passato, che pesano su questa fatidica parola. Alcuni forse vorrebbero toglierla dal vocabolario; ma è sbagliato. La Chiesa la usa ancora e la userà sempre. Si tratta di imparare o reimparare ad usarla. Anzi è del tutto auspicabile che la Chiesa organizzi dei centri di ricerca, di raccolta di dati, e di cura delle eresie, così come in campo medico esistono poderose organizzazioni e strutture che studiano e risolvono in équipe e scientificamente i problemi della salute.

eresia ritrattazione eretico

raffigurazione pittorica della ritrattazione dell’eretico dinanzi al Sommo Pontefice

Perchè mai notiamo i più lusinghieri progressi, con la presenza di personale altamente specializzato, nel campo della cura della salute fisica, per cui esistono tante strutture, tanta serietà e competenza, mentre nel campo della vita spirituale e in particolare dei problemi riguardanti la verità e le sue contraffazioni sembra regnare l’indifferenza, il dilettantismo, l’arretratezza e il pressapochismo? Non solo alla Santa Sede e nelle grandi istituzioni accademiche, ma in ogni diocesi, in ogni parrocchia, in ogni istituto religioso, in ogni centro culturale laico cattolico dovrebbero esistere uffici e servizi ben forniti, per aiutare i fedeli nel discernimento e a difendersi o a difendere gli altri dal veleno dell’eresia. È giunto il momento di parlare dell’eresia con serietà, con serenità, con oggettività, con senso di responsabilità, con pastoralità, in un clima di carità e di servizio fraterno, senza ironie, senza ansietà e senza isterismi, un po’ come il medico parla dell’influenza o del vaccino contro il morbillo.

eresia lefebvre consacra i vescovi

eresie ed eretici moderni: il vescovo scismatico Marcel Lefebvre consacra illecitamente quattro vescovi in disobbedienza a Roma, da lui dichiarata “caduta in apostasia” a causa delle “dottrine eretiche” del Concilio Vaticano II [vedere i filmati QUI e QUI]

Certo l’eresia è una cosa seria, ma appunto perchè tale, occorre riprendere a parlarne con serietà, calma e cognizione di causa, senza lasciarla in mano alle sette o agli estremisti, che ne squalificano e distorcono il significato, se ne servono per divorarsi tra di loro e per affermare una meschina dominazione sulla coscienza degli altri. Operare contro l’eresia per la vittoria della verità e quindi per la salvezza delle anime, non è cosa da poco.

Occorre un forte equipaggiamento non solo culturale, ma anche spirituale, perchè, oltre a dover lottare contro l’ignoranza, la malizia e la dabbenaggine umane, si tratta di far fronte anche alle insidie del padre della menzogna; dal che torna assai consigliabile, se non necessario, ricorrere all’intercessione di Maria Santissima, vincitrice di tutte le eresie.

Varazze, 6 marzo 2015

Risposta a un articolo di Maria Guarini: “Convertiti e credi al Vangelo”.

RISPOSTA A UN ARTICOLO DI MARIA GUARINI: «CONVERTITI E CREDI AL VANGELO»

[…] le disposizioni di S.E. Mons. Marcello Semeraro, Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Albano Laziale, relativamente alla frequentazione di fedeli alla Fraternità San Pio X, sono pienamente legittime e comprensibili, quindi il suo «Reditus» non è «improprio, infondato e insostenibile», tutt’altro, è doveroso.

[VEDERE QUI L’ARTICOLO DI MARIA GUARINI]

Giovanni Cavalcoli, OP
Ariel S. Levi di Gualdo

Pope Francis receives ashes from Cardinal Tomko during Ash Wednesday Mass at Basilica of Santa Sabina in Rome

il Cardinale Jozef Tomko impone le ceneri sul capo del Sommo Pontefice Francesco.

Cara Signora Maria Guarini,

non possiamo esimerci dal risponderle nel merito sulla sua interpretazione soggettiva circa il perché Monsignor Antonio Livi abbia lasciato il nostro sodalizio. Vorremmo quindi precisare in risposta a quanto da lei scritto nel suo Blog molto noto e seguito [vedere QUI], che la nota di eresia alle critiche fatte dal Vescovo Marcel Lefebvre alle dottrine del Concilio Vaticano II si evince facilmente dalle dichiarazioni fatte dal Beato Pontefice Paolo VI, dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II e dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, tutte riportate di recente in un articolo firmato da Ariel S. Levi di Gualdo sulla nostra rivista telematica L’Isola di Patmos [vedere QUI].

Motivo questo per il quale, le disposizioni di S.E. Mons. Marcello Semeraro, Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Albano Laziale, relativamente alla frequentazione di fedeli cattolici alla Fraternità San Pio X, sono pienamente legittime e comprensibili, quindi il suo «Reditus» non è «improprio, infondato e insostenibile», come lei asserisce, tutt’altro, è doveroso.

Quanto all’espressione «riammissione nella Chiesa» usata dal Vescovo di Albano Laziale e riguardo la quale lei questiona in modo improprio sul piano ecclesiale, canonico e pastorale, le facciamo presente ch’essa è giustificata dal fatto ch’è rivolta in modo coerente e pertinente a cattolici che hanno abbandonato la comunione ecclesiale col Romano Pontefice.

Pertanto, il paragone che lei fa con i non-cattolici, dei quali parla la Unitatis redintegratio, non può reggersi affatto in piedi. Si afferma infatti lì, al n. 4 [vedere QUI], che i non-cattolici devono essere «pienamente incorporati nella Chiesa cattolica». Il che è diverso. Esiste infatti una differenza di espressioni motivata dal fatto che, mentre i lefebvriani erano cattolici, che hanno abbandonato la comunione ecclesiale, i non-cattolici dei quali parla questo documento sull’ecumenismo, sono nati non-cattolici, per cui non devono tornare ma entrare nella Chiesa Romana.

Il fatto che alti prelati abbiano di recente avuto contatti con i lefebvriani è motivo di sincero compiacimento per ogni buon cattolico e mostra la premurosa maternità della Chiesa cattolica verso questi figli dispersi che per adesso seguitano a perseverare nell’errore; ma si tratta di contatti che non vanno assolutamente interpretati nel senso che Roma si sia rassegnata ad avallare le eresie della Fraternità di San Pio X.

Con tutto il più sincero bene ci sentiamo infine obbligati a esortarla ad abbandonare la strada che ha intrapreso. Il suo continuo, puntiglioso ed errato questionare sulla legittimità delle dottrine del Concilio Vaticano II e del Magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni; il suo offrire spazio e cassa di risonanza a centinaia di commenti di “cattolici” intrisi di livore che in forme spesso anche ingiuriose sprezzano l’Autorità della Chiesa ed il Romano Pontefice, reca anzitutto grave danno alla salute della sua anima e, per suo tramite, a numerose altre anime che possono assimilare e perseguire come giusta via simili gravi errori e deviazioni dalla fede cattolica apostolica romana.

In questo momento di grande riflessione e purificazione quaresimale la preghiamo di meditare sulle gravi responsabilità che lei seguita ad assumersi perseverando nell’errore ed inducendo nell’errore anche altre anime. È un forte gravame questo di cui si sta caricando, con seri rischi per la salute della sua anima che un giorno sarà chiamata dinanzi al giudizio di Dio.

Agli inizi di questa Quaresima, imponendo le ceneri sulle teste dei fedeli, noi sacerdoti abbiamo pronunciato su di loro la frase: «Convertiti e credi al Vangelo». Cessi dunque di credere solo alle ragioni di se stessa, cominci a credere veramente al Vangelo ed a servire quanto prima la Santa Chiesa di Dio in verità e giustizia, non prosegua come sta facendo a lottare contro la Chiesa, la sua dottrina ed il suo magistero in nome della sua idea soggettiva di Chiesa. La sua idea soggettiva di Chiesa non è la Chiesa di Cristo, glielo esprimiamo in scienza e coscienza, ma soprattutto glielo esprimiamo in tono di supplica come pastori preposti per sacramento di grazia alla cura del Popolo di Dio, per il bene e per la salvezza della sua anima e delle tante anime che per suo tramite possono cadere nell’abisso dell’errore, perseverando ostinatamente nel quale si potrebbe correre il serio rischio di consegnarsi liberamente al fuoco della Geènna.

Ubi Petrus, ibi Ecclesia.

Giovanni Cavalcoli, OP – Ariel S. Levi di Gualdo

dall’Isola di Patmos, 4 marzo 2015

Domanda: “La Messa di Paolo VI è veramente valida”?

«LA MESSA DI PAOLO VI È VERAMENTE VALIDA»?

«Cari Padri dell’Isola di Patmos, talvolta sembra che nelle nostre chiese regni il caos liturgico: Messe dialogate, preghiere dei fedeli “spontanee” imbarazzanti, parole del messale variate a piacimento del celebrante, canti inopportuni, battimani e danze, donne che salgono all’altare durante le celebrazioni come se ne fossero padrone. Di recente ho letto un articolo che offre risposte attraverso un teologo domenicano, Padre Thomas Calmel. Ne sono rimasta colpita e vorrei sapere quanto questo scritto è vero, quindi chiedervi: “La Messa di Paolo VI, è veramente valida?”» [Chiara Caon, lettrice di Trento]

 

 

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Ariel S. Levi di Gualdo durante i vespri solenni

Caro Padre Giovanni.

Una lettrice di Trento ci ha inviato un articolo comparso sul sito Concilio Vaticano Secondo nel quale una pubblicista riporta per estratto alcune parti del pensiero del Padre Roger Thomas Calmel OP [1914-1975] che sostiene tesi fuorvianti sulla celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI [vedere QUI articolo integrale]. Dato che l’oggetto della domanda ruota attorno ad un tuo confratello domenicano, prego te di offrire risposta al quesito della nostra lettrice.

Il compito che con L’Isola di Patmos ci siamo prefissi è di fare teologia ecclesiale e pastorale in un momento di grande delicatezza che vede molti nostri fedeli sempre più disorientati, come prova il quesito sollevato da questa lettrice che di siffatto disorientamento è paradigma, perché molte sono le lettere più o meno analoghe che giungono alla posta della nostra redazione.

In alcuni miei articoli precedenti ho usato ironia e una certa irruenza verso alcuni opinionisti che non sono una semplice “minoranza” di “rumorosi insoddisfatti” ai quali non dar peso più di tanto, ma seminatori di errori velati dietro alla rassicurante difesa del depositum fidei, sino a funger spesso da punto di riferimento per molti smarriti, incapaci a cogliere in certi cattivi maestri il dramma delle «guide cieche» che «filtrano il moscerino e ingoiano il cammello» [cf. Mt 23, 24].

Nel contrastare certi errori si impone alle nostre coscienze sacerdotali un dovere di equilibrio e di prudenza riassumibile attraverso la celebre frase: «Non si può gettare via il bambino con l’acqua sporca», perché anche nelle posizioni errate, o in coloro che talvolta le portano avanti in buona fede, può esserci del buono. Il saggio apologo del bimbo e dell’acqua sporca mi porta però a temere il pericolo di caduta in un’altra insidia: anche in Ario e in Pelagio c’era del buono. Il primo era un uomo di fede, il secondo un pio asceta, entrambi teologi a tal punto raffinati che contro il primo si scomodò Sant’Atanasio, contro il secondo Sant’Agostino, i quali mai avrebbero perso il loro tempo prezioso col piccolo eretico del villaggio. E per giungere ai giorni nostri: non era forse, il Vescovo Marcel Lefebvre, un uomo di profonda pietà; un missionario straordinario che in Senegal formò buoni sacerdoti dando vita con ottimi risultati ai primi vescovi locali?

Per questo giudico cosa parecchio delicata cercare il buono nell’errante e gli elementi positivi di unione nell’eterodossia, perché se in questo agire la prudenza non è massima ed il rispetto del deposito della fede e del magistero della Chiesa non è ferreo, si può correre il rischio di trascinare in casa nostra le peggiori eresie dietro pretesti ecumenici o di dialogo interreligioso, come provano da alcuni decenni certe istituzione accademiche all’interno delle quali un numero elevato di teologi infarciti di modernismo insegnano dottrine di matrice protestante. Tutto questo è accaduto perché spesso si è cercato il buono ed i punti comuni di unione con gli erranti sino a trascinarci dentro casa anche i loro gravi errori, come tu stesso hai indicato tempo fa in una critica rivolta al pensiero del Cardinale Carlo Maria Martini, non certo alla sua degna persona [vedere QUI], alla quale fece eco poco dopo un’altra mia analisi [vedere QUI].

Come sacerdoti e teologi siamo chiamati a esercitare un sacro ministero che comporta un dovere al quale non possiamo sottrarci per imperativo di coscienza: dire all’occorrenza ai nostri fedeli cos’è giusto e cos’è sbagliato. Per questo usiamo a scopi puramente pastorali il prezioso strumento di questa rivista telematica, che io per primo non intendo usare né per azzuffarmi con “fazioni avverse” né per sterili polemiche con chi è chiuso alla grazia dell’ascolto, ma solo per servire nella verità e per la verità il Popolo che Dio ci ha affidato, salvando all’occorrenza i Christi fideles dalla caduta negli errori di certi cattivi maestri.

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Risponde il domenicano Giovanni Cavalcoli

 

Giovanni Cavalcoli in coro 2

Giovanni Cavalcoli OP nel coro del suo convento domenicano durante l’Ufficio Divino

Rispondo con piacere alla Lettrice di Trento dicendole anzitutto che nel campo della liturgia, il Romano Pontefice, esercita la sua autorità come sommo sacerdote e supremo moderatore del culto divino. Egli non è infallibile nel regolare il cerimoniale o nell’indire una riforma liturgica, cosa che appartiene al suo potere pastorale. Lo è però nell’interpretare, custodire conservare integra l’essenza o sostanza dei Sacramenti, in quanto dati di fede, perché ciò tocca l’infallibilità del suo magistero dottrinale.

L’essenza immutabile della Santa Messa è la seguente:

«Rito cultuale della Nuova Alleanza, col quale e per il quale, nella persona del sacerdote celebrante in comunione con la Chiesa e a nome della Chiesa, Cristo nello Spirito Santo offre incruentemente in sacrificio Se stesso al Padre per la salvezza del mondo».

Una riforma della Messa potrà essere pertanto più o meno felice, potrà avere bisogno successivamente di un’altra riforma o del recupero di quanto si aveva dismesso, ma non potrà mai alterare l’essenza della Messa. Supporre che il Papa possa indire una Messa eretica o modernista o filoprotestante, è a sua volta un’eresia, non in riferimento al suo potere pastorale, ma in quanto maestro della fede, dato che la Messa è un Mysterium fidei. Nella Messa bisogna quindi distinguere il cerimoniale dal rituale. Il primo può cambiare ed è di diritto ecclesiastico: il secondo è immutabile ed è di diritto divino.

Le norme della celebrazione della Santa Messa — il cosiddetto cerimoniale — possono quindi mutare nel corso dei secoli, come dimostra la storia stessa della liturgia. Ma l’essenza della Messa è immutabile, come pure è dimostrato dalla storia, fino alla Messa novus ordo, al di là di mutamenti che appaiono a volte profondi, ma che in realtà non intaccano la sostanza, come la ho definita sopra.

Il Sommo Pontefice non ha la facoltà di mutare la sostanza dei Sacramenti e quindi la struttura essenziale del rito della Santa Messa, sostanza o essenza che non è difficile enucleare al di là delle variazioni del cerimoniale avvenute nel corso della storia.

Ora però, la Messa novus ordo, è stata motivata dal Concilio Vaticano II con gravi ragioni note a tutti [Sacrosanctum Concilium, nn. 47-58]. Essa ha certamente un aspetto ecumenico, ma è stoltezza dire che è filo-protestante o infetta di modernismo o che essa cambia la Messa tradizionale.

La Chiesa può concedere a chi lo desidera il permesso di celebrare solo nel vetus ordo — come lo fece con San Pio da Pietrelcina —, che ovviamente resta valido; ma a patto che non lo si faccia come se la Messa valida fosse solo questa. La Chiesa consiglia ed ordina, ordinariamente, il novus ordo, perché pastoralmente è più adatto alla situazione odierna.

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Il Cogitatorium di Ipazia – Nichi Vendola e la vecchia questione dei crocifissi nei luoghi pubblici

— IL COGITATORIUM DI IPAZIA —

NICHI VENDOLA E LA VECCHIA QUESTIONE DEI CROCIFISSI NEI LUOGHI PUBBLICI

 

Una volta alla settimana la nostra filosofa selezionerà uno scritto per offrire ai nostri lettori un commento. Ipazia, gatta romana, ha conseguito il baccellierato filosofico alla Pontificia Università Lateranense sotto la guida del Rev. Mons. Prof. Antonio Livi con il quale ha poi approfondito gli studi sulla filosofia del senso comune. Successivamente ha conseguito il dottorato filosofico in metafisica tomista presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino sotto la guida del Rev. Padre Prof. Giovanni Cavalcoli. Il suo libro: “Il mistero della creazione in Genesi e gli animali”, oggi è un best seller tradotto in 18 lingue e usato tra i testi di studio presso il Pontificio Istituto Biblico. A Roma ha fondato un istituto di gatte laiche consacrate per l’assistenza dei gatti poveri delle periferie esistenziali con l’alto patrocinio del Cardinal Vicario ed i fondi della Elemosineria Apostolica di Sua Santità.

 

AutoreIpazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

 

 

 

 

 

 

 

 

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Per un sano tradizionalismo

PER UN SANO TRADIZIONALISMO

I lefebvriani confondono col modernismo, che pure è presente nel cattolicesimo di oggi, quel sano progressismo nella dottrina e nella vita cristiana, che è stato promosso dal Concilio, che può farci parlare di un sano progressismo. Un cattivo tradizionalismo ferma il cammino della storia, non comprende il valore del nuovo, mummifica il perenne, confonde l’immutabile con l’immobilismo, la saldezza con la rigidezza, il solido col pietrificato, il conservare col conservatorismo, la fedeltà con l’arretratezza, il progresso col sovvertimento e, per esser fermo nel passato, non è capace di cogliere i valori e i problemi del presente e le speranze del futuro.

 

 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

Pio X 1

il Santo Pontefice Pio X

È rimasta famosa la frase di San Pio X, il quale disse, seppur in un colloquio privato e non in un documento ufficiale, che il cattolico non può che essere un tradizionalista. Se la confrontiamo con l’attacco ai “tradizionalisti” fatto da Papa Bergoglio nel suo discorso al recente sinodo dei vescovi sulla famiglia, ci pare che molta acqua sia passata sotto i ponti nel Magistero pontificio. E invece, a parte le legittime o discutibili preferenze od opinioni personali dei due Papi, dobbiamo fare alcune precisazioni, al termine delle quali, spero, ci accorgeremo che la distanza per non dire opposizione non è così grande quanto a tutta prima potrebbe sembrare.

Chiediamoci infatti che cosa i due Papi hanno inteso qui per “amore alla tradizione”. Quale tradizione? Tradizione in che senso? “Amore” come e quanto? Dovrebbe subito apparire evidente, per il cattolico istruito ed attento ai fatti ecclesiali di oggi, che il termine “tradizione” è inteso in due sensi diversi, tanto che, chiarendo i rispettivi significati del medesimo termine, potremmo esser sicuri che i due Papi si sarebbero dati ragione a vicenda. Infatti, mentre Pio X si riferiva chiaramente alla Sacra Tradizione, la quale, insieme con la Scrittura, è fonte della divina Rivelazione custodita e interpretata infallibilmente dal Magistero della Chiesa, Papa Francesco ha evidentemente condannato un certo “tradizionalismo”, che, male interpretando la Sacra Tradizione o prendendola a pretesto, nega l’infallibilità o la verità, ovvero osa accusare di errore o di possibilità di errore il Magistero dottrinale del Concilio Vaticano II e, di conseguenza, il Magistero che ad esso si rifà, dei Papi successivi, fino al presente felicemente regnante.

Se pensiamo alla Sacra Tradizione, è ovvio che il cattolico non può essere che tradizionetradizionalista. Infatti, si può dire in certo modo che tutto il contenuto della dottrina della fede è oggetto della tradizione apostolica, secondo il Nuovo Testamento, intesa ad un tempo come atto del trasmettere o del predicare a voce, tradere [Rm 6,17; I Cor 11,23; 15, 3; II Tm 2,2; Gd 3], e contenuto della predicazione, traditum [I Cor 11,2; II Ts 2,15; I Tm 6,20]. Infatti Cristo non ha detto agli apostoli “scrivete” o, come farebbe un maestro di scuola: “prendete appunti”, ma: “predicate”, e per giunta a viva voce, fino alla fine dei secoli, giacchè allora non a esistevano i moderni mezzi tecnici di comunicazione orale. Tuttavia l’annuncio della Parola di Dio a viva voce, nonostante l’esistenza oggi di raffinati e potentissimi mezzi di comunicazione, resta sempre di primaria importanza, che vorremmo dire quasi sacramentale.

omelia

il Santo Padre durante un’omelia

Si pensi all’omelia del sacerdote nella Santa Messa o alle parola del confessore nel corso della confessione. Esse trasmettono una speciale grazia di luce legata al sacramento, si trattasse anche di un sacerdote senza titoli accademici, come un San Giovanni Maria Vianney o un San Pio da Pietrelcina. Per questo la Chiesa ci dice che la Messa ascoltata in TV, quasi fosse un semplice spettacolo, non ha lo stesso valore spirituale di quella ascoltata alla presenza fisica del celebrante e neppure è possibile confessarsi per telefono, così come telefoniamo al medico per chiedergli un parere o un aiuto.

apostoli

Gesù insegna agli Apostoli

È del tutto comprensibile peraltro che gli stessi apostoli, per conservare una migliore memoria, abbiano poi pensato di mettere o far mettere per iscritto le parole del Signore. E così è nato il Nuovo Testamento, ovvero la Scrittura, che si aggiunse a quella dell’Antico Testamento, nata allo stesso modo, benchè non manchino circostanze, nelle quali Dio stesso comanda di scrivere [per es. Dt 6,9; 11,20]. Anche nell’Apocalisse il Signore comanda di scrivere [19,9: 21,5].
Eppure l’ordine di Cristo di predicare e quindi di trasmettere a voce, resta sempre valido. Ed anzi è il Magistero divinamente assistito dallo Spirito Santo, Magistero che, per ordine di Cristo, ha il compito di conservare, di interpretare ed esplicitare infallibilmente i dati sia della Tradizione che della Scrittura: “Chi ascolta voi, ascolta me” [Lc 10,16]. Sbagliò dunque Lutero a voler interpretare la Scrittura senza tener conto della mediazione della Chiesa e sbaglio Monsignor Marcel Lefèbvre a voler interpretare la Tradizione senza tener conto di quegli sviluppi che furono apportati dal Concilio Vaticano II.

È certamente a questo tipo di tradizionalismo che il Papa si è riferito nel suo discorso al sinodo. Tuttavia, dobbiamo dire che non ogni tradizionalismo è sbagliato. Infatti nulla e nessuno impedisce di concepire un sano tradizionalismo, il quale, senza per nulla respingere le dottrine nuove del Concilio rettamente interpretate, provi uno speciale interesse per tradizioni preconciliari tuttora valide, soprattutto se legate all’immutabilità del dogma, le quali potrebbero essere riprese e rivalorizzate con utilità per la Chiesa del nostro tempo.

Tomas Tyn 3

il Servo di Dio domenicano Tomas Tyn

I lefevriani confondono col modernismo — che pure è presente nel cattolicesimo di oggi — quel sano progressismo nella dottrina e nella vita cristiana, che è stato promosso dal Concilio, che può farci parlare di un sano progressismo, come per esempio quello di un Maritain, di uno Spiazzi, di un Ratzinger e di un Congar, accanto a un sano tradizionalismo, come è stato quello del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, al quale ho dedicato una biografia, pubblicata nel 2007 da Fede&Cultura: “Padre Tomas Tyn. Un tradizionalista postconciliare” [vedere qui], un titolo apparentemente strano, che non è stato compreso da tutti, che avevo studiato con la massima attenzione e del quale non mi sono affatto pentito. Esso significa che un sano tradizionalismo non si trova affatto a disagio nella Chiesa del postconcilio, ma, ricordando e conservando ciò che non può perire o mutare, dà un contributo valido ed indispensabile al bene della Chiesa, in reciprocità con un sano progressismo, che scaturisce da ciò che non passa; mentre viceversa un cattivo tradizionalismo ferma il cammino della storia, non comprende il valore del nuovo, mummifica il perenne, confonde l’immutabile con l’immobilismo, la saldezza con la rigidezza, il solido col pietrificato, il conservare col conservatorismo, la fedeltà con l’arretratezza, il progresso col sovvertimento e, per esser fermo nel passato, non è capace di cogliere i valori e i problemi del presente e le speranze del futuro.

fune

il tiro alla fune

Auguriamo al Santo Padre, che si trova in mezzo all’aspro conflitto di modernisti e lefevriani, di poter operare efficacemente, con l’intercessione di Maria Regina Pacis, per la conciliazione tra questi due partiti avversi, che stanno lacerando la Chiesa, affinchè la tradizione e il progresso possano doverosamente lavorare assieme per un sano rinnovamento e una sana modernità espandendo la Chiesa verso sempre più ampli orizzonti di giustizia e di pace.

Gli eretici lefebvriani e le vergini vilipese

GLI ERETICI LEFEBVRIANI E LE VERGINI VILIPESE

 

Il lefebvrismo è una malattia, un cancro dal quale il corpo della Chiesa va sanato, ed all’occorrenza andrebbe bombardato con la chemioterapia. Ai lefebvriani non è chiaro che il Pontefice Regnante è depositario di una autorità che gli perviene direttamente da Cristo Dio, mentre loro si sono auto-investiti di una autorità che gli perviene solo dalla loro superbia, per questo è difficile il dialogo e la ricerca di punti comune con soggetti che vivono in modo così chiuso, fiero e deciso nel proprio errore.

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

«La vera teologia non pretende di attribuire a Dio
quello che non ha detto, ma si limita a spiegare
quello che veramente ha detto»
                                               [Antonio Livi, aforismi]

 

 

 

Lupo anti papista

paradigma lefebvriano in fumetti

Nel mio precedente articolo [vedere qui] ho affrontato il tema del mondo dei lefebvriani incentrandomi su alcuni quesiti e ponendo delle domande che sono rimaste tutte senza risposta. Il mio saggio confratello anziano Antonio Livi ha sollevato alcune ragionevoli perplessità incentrate sul concetto di metodo da me adottato e che io stesso condivido, trattandosi di uno di quei dibattiti nei quali ciascuno può avere ragione o torto, a seconda l’angolatura dalla quale viene esaminato il tema trattato. Siccome nell’Isola di Patmos si dibatte amabilmente, rimanendo uniti nella comune causa di servizio alla Chiesa e alla sana dottrina cattolica — anche quando l’approccio a certi temi può essere diverso e per questo variare in base alla nostre soggettive sensibilità — abbiamo deciso di rendere partecipi i lettori dei nostri scambi di vedute, nei quali solo persone in mala fede possono leggere “divisioni” o “lotte” inesistenti tra noi tre; anche perché ciascuno di noi risponde di ciò che scrive e firma, non di ciò che scrivono e firmano gli altri.

In seguito alla valanga d’insulti che mi è caduta addosso attraverso decine di commenti spurgoposti alla fine di uno dei nostri articoli e che hanno amareggiato Antonio Livi per primo [vedere qui], ho avuto conferma di quanto sia elevata la permalosità di certi personaggi che da una parte pretendono di beneficiare del diritto di contestare tutto, dal Concilio Vaticano II al Magistero della Chiesa sino al Pontefice Regnante, dall’altra vantano però la prerogativa di non essere ad alcun titolo contestati nel merito delle loro opinioni dottrinarie che personalmente posso anche reputare peregrine. Nel mio vocabolario tutto questo si chiama superbia e chiusura all’ascolto ed alle azioni della grazia di Dio, che per operare deve appunto incontrare il nostro ascolto, la nostra libertà, quindi la nostra accettazione; solo a quel punto la grazia ci forma e ci trasforma nella nostra sostanza.

bronzi di riace

i bronzi di Riace

I quesiti sollevati nel mio precedente articolo sono stati rivolti a dei soggetti verso i quali ritengo dunque legittimo di poter sollevare perplessità, purché sia implicito ed esplicito da parte mia tutto il rispetto ad essi dovuto. Ho anche sollevato questioni pratiche, esprimendo che certe fondazioni, agenzie stampa, lussuose riviste che costano solo di impaginazione, grafica e qualità della carta un occhio della testa — senza che vendite e abbonamenti coprano neppure la metà della metà delle sole spese vive — possano essere portate avanti con la manna caduta dal cielo. Non parliamo poi di siti e riviste telematiche, tutti quanti formato lusso, non in sempiterna bolletta come la nostra povera Isola di Patmos, che pure è bellissima sia per grafica sia per i nostri scritti a dir poco eccezionali, per non parlare della straordinaria bellezza dei padri, tre autentici bronzi di Riace, tanto per esercitare la grande virtù cristiana dell’umiltà e stemperare un po’ il tutto con altrettanta grande virtù: l’umorismo ironico.

Dinanzi a queste evidenze, nel mio precedente scritto, non ho chiesto da dove tirassero fuori i soldi, ho solo domandato per i fedeli cattolici ed i nostri lettori rassicurazione che i sostegni finanziari non provenissero «dall’estrema destra americana, né da certi ricchi imprenditori brasiliani, o da europei che si sono arricchiti per incanto in Brasile». Chiedere simile rassicurazione, non penso sia un attentato di lesa maestà alle singole persone, specie poi se Numerio Negidio è presidente di una fondazione e Aulo Agerio direttore di una rivista, vale a dire persone pubbliche e giuridicamente responsabili alle quali come tali si può pure chiedere conto all’occorrenza; né penso che ciò sia neppure un trascendere al di fuori della teologia per la quale questa rivista è nata ed alla quale si deve attenere e sempre si atterrà.

ricamatrice

anziana ricamatrice di Calitri

Credo che certe domande siano non solo pertinenti ma dovute, soprattutto verso chi esige dalle proprie colonne giornalistiche, dai propri libri e dalle proprie pubbliche conferenze, leale trasparenza e coerenza da parte di tutte le autorità pubbliche e private, civili e religiose di questo mondo, vantando quindi implicitamente una purezza virginale e d’intenti non indifferente; e questo non può certo consentirgli di farsi poi scoprire con qualche crosta addosso. O forse qualcuno pensa che tutti questi costosi apparati fatti di fondazioni, mensili formato lusso, agenzie stampa, riviste telematiche e siti, siano portati avanti con l’obolo della povera vedova innamorata della Messa di San Pio V e della tradizione pre-conciliare perduta? Ho capito: il tutto viene tenuto in piedi con i centrini che la vecchia nonnina di Calitri ricama recitando rosari in latino maccheronico e che poi vende per devolverne il ricavato a strutture che per vivere, sopravvivere ed organizzare tutto ciò che organizzano devono avere fondi nell’ordine delle molte centinaia di migliaia di euro, perché giocare ai cosiddetti “tradizionalisti” è un “gioco” sempre e di per sé parecchio costoso; e questo per me, potrebbe essere un serio problema di ordine pastorale.

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L’Imperatrice Irene presiedette nell’ano 772 il VII concilio ecumenico, il II Niceno

Senza entrare nel merito di ciò che ho detto e affermato, alcuni hanno scritto commenti furenti intrisi di insulti inauditi, tentando di gettarla sul personale e domandandomi chi ero io per sollevare certe questioni non pertinenti. Ritengo che lamentare questo sia incoerente, perché nei grandi concili dove si sono giocate le sorti dei principali dogmi cristologici, spesso i dibattiti si sono articolati attorno a questioni di carattere politico, sociale ed economico, non a caso era l’imperatore in persona – anche se solo formalmente – a presiedere i concili, il settimo dei quali presieduto da una donna, l’imperatrice Irene. Applicando dunque certi criteri di “pertinenza” o “non pertinenza” teologica, si potrebbe giungere a invalidare l’intera dottrina sociale della Chiesa, per esempio affermando che il «non pagare la giusta mercede all’operaio, ritenuto peccato che grida vendetta al cospetto di Dio», è una affermazione priva di supporti teologici-logico-speculativi-metafisici, riguardante come tale la sociologia politica o il diritto del lavoro, ma non i teologi, compito dei quali è quello di occuparsi solo ed esclusivamente di altre faccende e speculazioni.

A queste persone io ho sollevato domande e posto quesiti ai quali non avendo argomenti di replica hanno lasciato che ad agire fossero le loro tifoserie con urla da stadio e attacchi infami e infamanti a me diretti. domanda Né mi si dica che i miei non sono argomenti teologici, ecclesiologici e pastorali, perché usare il giornale di un ateo dichiarato legato sin dagli anni Novanta alle destre americane ed al Movimento Sionista Internazionale, per portare avanti una campagna di incessante critica verso il Santo Padre, per me è una questione ecclesiologica seria e non poco inquietante, perché se da una parte abbiamo i modernisti, dall’altra abbiamo certi fanatici lefebvriani foraggiati dalle ultra destre americane e da ambiti tutt’altro che favorevoli al cattolicesimo e al papato. Ecco perché desidero capire come mai, da una parte, questi soggetti tutti traditio e latinorum accusano San Giovanni XXIII di avere epurato dal Triduo Pasquale la preghiera sui “perfidi giudei” — posto che il termine perfido, per chi conosce il latino e non il latinetto ecclesiastico tardo ottocentesco, va letto secondo l’etimo di senza fede, sottinteso, in Cristo — dall’altra ecco gli stessi trafficare con ambiti legati al Movimento Sionista Internazionale. Ditemi: mi sono perso qualche cosa? Sono io l’incoerente, o invece lo sono certi intoccabili e non criticabili galantuomini che tutto questo fingono di non vederlo per chissà quale “buona” e “giusta” causa, tanto da essersi messi in sodalizio con Giuliano Ferrara ed il suo ormai becero e insolente giornale “anti-bergogliano”?

cane ringhia

amabile bestiola

A chi mi ha rimproverato di avere attaccato singole persone, ho risposto che sarebbe sufficiente leggere alcuni miei articoli per scoprire che non molto tempo fa espressi perplessità e critiche rispettose verso il Santo Padre che in una delle sue esternazioni estemporanee aveva parlato dei Sacramenti e delle offerte ai preti [vedere qui]. In quel mio articolo fui severo e dissi che non solo il Santo Padre parlava di ciò che non conosceva ma che con simili affermazioni aveva creato disorientamento tra i fedeli e imbarazzo nel clero. Nessuno degli appartenenti sia all’area cosiddetta lefebvriana sia a quanti simpatizzano con i modernisti sollevò questioni per ciò che avevo scritto. Ecco perché oggi mi sorge un dubbio del tutto legittimo: si può forse criticare, all’occorrenza persino severamente, espressioni non opportune del Santo Padre, non però certi circoli di lefebvriani ed i loro maggiorenti?

lotta del bambino

Il bimbo che tenta di spingere il lottatore vuole raffigurare il livello di rapporto che può correre tra Brunero Gherardini e Ariel S. Levi di Gualdo. Va però precisato che Brunero Gherardini, seppure ultra ottantenne, ha una fisionomia molto elegante e slanciata ed una figura longilinea invidiabile

Nella lunga sequela di improperi che mi sono piovuti addosso sono stato accusato di essere una emerita nullità che osa criticare un eminente teologo come Brunero Gherardini. Che questo presbitero anziano sia un eminente teologo è vero nella stessa misura in cui è vero che io sono una nullità, cosa però che non mi impedisce di rivolgere pacate critiche a questo anziano pratese teologo della scuola romana citato da anni dai lefebvriani, dai sedevacantisti e da abusatori vari del termine di Traditio. Affermazione, questa mia, dinanzi alla quale si potrebbe obiettare: cosa c’entra Gheradini? Io credo — forse sbagliando — che per porre in essere una cooperatio ad malum non basta pubblicare a scopo pedagogico le vignette infami della rivista Charlie Hebdo, per far capire, ai lettori che non le avevano mai viste, la gravità di ciò che molti non avevano afferrato, quindi procacciandomi giuste critiche, con tutte le sacrosante ragioni di Antonio Livi che mi disse: «Le tue intenzioni erano indubbiamente buone e le hai pure spiegate in una nota a fine articolo, però potevi evitare il loro inserimento nell’articolo di Giovanni Cavalcoli». Forse la stessa logica può essere applicata attraverso identico criterio a Gherardini che permette a certi soggetti di usare la sua persona, i suoi studi ed i suoi scritti come strumento per rivolgere critiche all’autorità di un concilio ecumenico ed a tutti i pontefici succedutisi dal 1958 a oggi. Sia chiaro, a fare questo non è certo Gherardini, fedele presbitero e teologo indefesso alla dottrina cattolica ed al Sommo Pontefice, che in quanto tale si limita solo a permettere che suoi studi e scritti siano usati a tale scopo, senza mai avere smentito od essersi dissociato da certi circoli lefebvriani che seguitano a strumentalizzarlo senza essersi procacciati sino ad oggi un suo pubblico dissenso.

Quando questi stessi circoli cercarono di fare uso di alcuni miei scritti, si vada a vedere come — pur nella legittima critica da me rivolta a certe derive ecclesiali o scelte pastorali forse non particolarmente felici del Sommo Pontefice — ho reagito difendendo a spada tratta il Magistero della Chiesa, il Concilio Vaticano II ed il Santo Padre. Per non parlare delle opere del Gherardini concesse in pubblicazione francese alle edizioni della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, con tutto ciò che questo può implicare a livello di strumentalizzazione della persona da una parte, di legittimo e di legittimante dall’altra. Detto questo resta pacifico che Gherardini può fare ciò che vuole e lasciare libero chi vuole di usare le sue opere per campagne anti-conciliariste che lui non approva ma che di fatto non disapprova. Dal canto mio sono libero di criticarlo per questo suo agire, con tutto il garbo del caso e con la stima dovuta ad un venerabile confratello anziano e ad un grande teologo. E anche questa è una questione tutta teologica e pastorale, basata su una sostanza a fronte della quale non si può rimproverarmi più di tanto per difetto di forma, che pure ha la sua grande importanza per esprimere in modo corretto le migliori essenze della sostanza stessa.

Lucifero di Roberto Ferri

Lucifero nella sua bellezza, opera pittorica di Roberto Ferri

Perché sarebbe insolente contestare certi lefebvriani che partendo da criteri storici finiscono per giocare sul teologico, battendo sull’autorità di Pietro e sui criteri della sua infallibilità, paralizzati in schermi fossilizzati al Concilio Vaticano I? Mi si potrebbe dire e rimproverare: ma costoro sono tutti studiosi … gente colta … persone di gran signorilità …
E allora?
Forse che il Demonio, il maestro insuperabile della semina di confusione, di dubbi e di divisioni, si presenta come un caprone puzzolente o come un contadino illetterato? A me risulta che dietro la patina di “tradizione” e di “sana dottrina”, dietro a certi insigni studiosi ci sono imprenditori, liberi professionisti, politici, associazioni internazionali che spesso non hanno nulla di cattolico, talora manco di cristiano. E di questo è eloquente paradigma proprio quell’uomo di grande competenza e intelletto tal è Giuliano Ferrara, che ho citato a ragion veduta al di là della persona in sé — vale a dire appunto come paradigma — domandando nel mio articolo precedente se per caso esisteva un ateismo buono e uno cattivo, visto che taluni si sono stracciati le vesti per settimane dinanzi al Santo Padre colpevole a loro dire di avere accettato di farsi intervistare dall’ateo Eugenio Scalfari su un giornale di sinistra, mentre proprio i più critici verso il Santo Padre si sentono invece del tutto legittimati a pubblicare articoli di dissenso verso il Sommo Pontefice sul giornale dell’ateo Giuliano Ferrara, che però dirige un giornale di destra.   In che cosa consisterebbe, pertanto, la non pertinenza della mia domanda?

La mia era quindi una domanda pertinente rivolta a Roberto de Mattei e dinanzi alla quale sono sempre in attesa di risposta; perché per adesso l’unica risposta ricevuta sono stati gli insulti della manovalanza lefebvriana, che non è affatto, come vorrebbero far credere taluni, una minoranza di sparuti infiltrati. I soggetti che mi hanno aggredito in forme nelle quali neppure il più peccatore dei sacerdoti dell’orbe dovrebbe essere infamato, costituiscono la maggioranza di questo ambiente idilliaco che difende la vera Traditio catholica; ad essere minoranza sono i gentiluomini e le gentildonne di grande educazione, cultura, spessore accademico e via dicendo, usati come faccia pubblica presentabile, vale a dire poco più che quattro gatti.

forza nuova

giovani di Forza Nuova

O per dirla in modo triste e facile da documentare: si vada in giro per l’Italia e si verifichi quanto alto è il numero di sacerdoti che accolto con grande favore e fervore il Motu Proprio di Benedetto XVI sul Messale di San Pio V, hanno cessato di celebrare la Santa Messa col vetus ordo e non vogliono più sentirne parlare. Manco a dirsi: le tifoserie lefevbriane si difendono accusando questi presbiteri e diffondendo su di loro emerite falsità, parlano di complotti e boicottaggi, affermano che i preti  «Sono stati irretiti da vescovi modernisti e iper conciliaristi … li hanno minacciati di tagliargli le gambe … di sbatterli in qualche parrocchia di campagna …». Siccome io stesso ho fatto tristi esperienze di ciò, spiegherò adesso come mai molti sacerdoti hanno fatto atto di diniego; e lo spiegherò non a nome mio, ma a nome di numerosi miei confratelli. Molti sacerdoti — e ribadisco molti — hanno cessato con dispiacere queste celebrazioni perché si sono ritrovati con le chiese colme di queste tifoserie fanatiche, incluso un mio confratello che fu persino spintonato perché non voleva che un nutrito gruppo di giovinastri entrassero in chiesa con le bandiere ed i simboli di Forza Nuova. Dunque non solo, i miei confratelli, non sono stati irretiti, ma quando diversi dei loro vescovi li hanno pregati di seguitare a garantire quella celebrazione almeno una volta alla settimana, loro hanno risposto: «Se me lo impone per obbedienza non mi posso rifiutare». E difficilmente, un vescovo, impone ad un presbitero di celebrare contro voglia per assemblee “originali” formate da persone che vanno a dissertare prima e dopo la Santa Messa sui pontefici che sono tutti anti papi eretici a partire dal 1958 a seguire, sul Vaticano II concilio apostatico, sul Messale di Paolo VI messo a punto su modello luterano dal massone Annibale Bugnini e via dicendo. Ma forse, studiosi di alto lignaggio e gente rispettabilissima come coloro che ho osato citare nel mio precedente articolo, pur non essendo preti ne sanno più di me. Per questo si ritengano sin d’ora liberi di smentirmi, ma la risposta a quel punto non sarà più la mia, bensì una raccolta messa a disposizione da questa nostra rivista telematica di tutte le nutrite testimonianze di numerosi miei confratelli disseminati da Cefalù fino a Bolzano, affinché siano i preti che celebrano e che per motivi di opportunità pastorale hanno cessato di celebrare col vetus ordo missae, a spiegare cos’è loro accaduto con certi fedeli, con buona pace di quei laici che pur non celebrando i sacri misteri non esitano comunque a smentire col palese falso le concrete e dolorose esperienze pastorali di noi preti, quando le nostre esperienze reali non corrispondono ai loro sogni ideologici.

Francesco col dito alzato

Cari lefebvriani, guardatelo bene quest’uomo … e pesatelo altrettanto bene, perché non è il mite Benedetto XVI che vi ha aperto le braccia prendendosi in cambio da voi “due sberle”, questo, a farsi dare dell’eretico modernista dal vostro improvvido Vescovo Bernard Fellay [vedere qui], o dell’apostata e dell’anti papa dalle vostre tifoserie da stadio, non sarà disposto a starci più di tanto … e ciò che farà sarà ben fatto e mai meritato a sufficienza  da parte vostra.

Il lefebvrismo è una malattia, un cancro dal quale il corpo della Chiesa va sanato, ed all’occorrenza andrebbe bombardato con la chemioterapia. Ai lefebvriani non è chiaro che il Pontefice Regnante è depositario di una autorità che gli perviene direttamente da Cristo Dio, mentre loro si sono auto-investiti di una autorità che gli perviene solo dalla loro superbia. Per questo è difficile il dialogo e la ricerca di punti comune con soggetti che vivono in modo così chiuso, fiero e deciso nel proprio errore. Ecco perché ritengo intollerabile che l’improvvido e insolente vescovo della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, Bernard Fellay, abbia osato rivolgersi pubblicamente al Santo Padre Francesco epitetandolo come un «autentico modernista» [vedere qui], perfettamente consapevole che Pio X, attraverso la sua Enciclica Pascendi Domici Gregis, definì il modernismo come la sintesi di tutte le eresie. Il Santo Padre Francesco non è il mite Benedetto XVI che ha aperto le braccia in tutti i modi agli eretici lefebvriani, pur procacciandosi in cambio due sonore sberle, dato che costoro pretendono davvero l’impossibile: che la Chiesa sconfessi un intero concilio ecumenico. Il Pontefice Regnante non pare predisposto ad essere schiaffeggiato più di tanto e ciò che farà al momento opportuno sarà ben fatto e mai meritato a sufficienza da parte di queste irragionevoli persone, con tutto il nostro appoggio e tutto il nostro plauso. Perché la Chiesa, come affermò il Padre Divo Barsotti predicando gli esercizi spirituali alla Curia Romana nel 1971 su invito del Beato Paolo VI: «… è depositaria di un potere coercitivo perché Dio glielo ha affidato, allora deve usarlo».

Non avendo ancora acquisito la scienza e la sapienza di due teologi anziani come Antonio Livi e Giovanni Cavalcoli — sempre ammesso riesca ad acquisirla un giorno —, il mio attualescienza e conoscenza temperamento, forse pastoralmente grezzo, forse persino sbagliato, mi porta ad avvertire che questi nostri sono tempi nei quali è richiesta la forza e il coraggio di un certo radicalismo paolino scevro da qualsiasi forma di fondamentalismo. Ma soprattutto bisogna cominciare a familiarizzare con un’idea dolorosa per quanto non facile da accettare: forse i lefebvriani sono ancor peggiori dei modernisti. Affermazione quest’ultima sulla quale so che non è d’accordo Giovanni Cavalcoli, che proprio per questo non mancherà di spiegare il suo punto di vista che rispetto al mio è di certo più saggio e pertinente. A mio opinabile parere, mentre i modernisti vorrebbero riformulare il papato alla pretestuosa luce delle loro errate idee di collegialità, cadendo nel dissipante relativismo; i lefebvriani, il papato, stanno mostrando di attaccarlo in tutto e per tutto nei modi peggiori in nome della “vera” tradizione, dell’ “autentico” amore per la Chiesa e del metodo storico usato per giungere alla semina di dubbi teologici sulla legittimità dei Pietro che si sono susseguiti negli ultimi sessant’anni e sulla loro infallibilità in materia di dottrina e di fede. Se quindi da una parte si arriva al relativismo, dall’altra si giunge ad un nichilismo di matrice gnostico-pelagiana. Inutile dire che tutto questo si traduce presto — ed in modo di rigore subdolo — in gravi errori dottrinari presi purtroppo per buoni perché … come potrebbero certi educati, colti e altolocati signori, cattolici così devoti e ligi alla Tradizione, dire cose sbagliate? No, certe cose le dicono perché soffrono per la Chiesa, perché la amano, perché vogliono difenderla … e allora, se proprio sbagliano, non condanniamoli, cerchiamo di dialogare con loro e di trovare tutti i possibili punti comune …

cattedra di pietro

cattedra di Pietro

… in questo gioco subdolo non intendo cascarci e ritengo di avere preso quella strada che mi rende in tutto e per tutto solidale con lo spirito e la saggezza dei due padri anziani dell’Isola di Patmos: con la Chiesa, nella Chiesa e sotto la Chiesa, che non è la nostra idea soggettiva di Chiesa, ma la Chiesa di Cristo governata da Pietro di cui noi siamo strumenti e devoti servitori. E se il nostro essere sacerdotale e teologico si basa su questi presupposti, qualsiasi opinione divergente o diverso modo di sentire finisce col lasciare il tempo che trova, proprio come stiamo dimostrando con questi nostri scritti.

siccardi conferenza

Per ascoltare dalla viva voce dell’autrice il pezzo qui riportato, cliccare sopra l’immagine e andare al minuto 12,10 ed avanti a seguire 

Non parliamo delle accuse di caduta di stile o persino di blasfemia che mi sono piovute addosso per avere ironicamente affermato che era meglio leggere Play Boy anziché certi libri fuorvianti di Cristina Siccardi, che falsa in modo pedestre fatti e situazioni storiche per giungere ad una dottrina adulterata, quindi ideologica. I suoi tentativi di strumentalizzare le figure di San Pio X e del Beato Paolo VI per legittimare i gravi errori di Marcel Lefebvre, se non fossero comici sarebbero tragici. Prendiamo una tra le tante perle di questa scrittrice, ovviamente pubbliche e documentate, quindi udibili dalla sua viva voce da parte di tutti i nostri lettori:

«Monsignor Lefebvre è stato un cavaliere senza macchia e senza paura con una forza che non è stata sicuramente umana, lui ha agito come avrebbe potuto agire un Sant’Atanasio durante l’arianesimo, ha agito come una Santa Caterina da Siena che da sola ha affrontato i Pontefici […] ecco allora che Monsignor Lefebvre diventa paladino delle cose più importanti, delle realtà più essenziali, cioè paladino della fede, nel senso che difendendo la Santa Messa si difende la fede stessa […] Monsignor Lefebvre ha agito così per tanto amore verso Gesù Cristo e poi per la Chiesa e anche per il Papa […] Ecône è stato un luogo dove è stato veramente possibile difendersi dai bombardamenti liberali, modernisti, relativisti e dove è stato possibile mantenere la Tradizione».

È stato di fronte a questi deliri fanta-cattolici che ho affermato esser cosa meno grave e fuorviante leggere Play Boy anziché i libri di certa gente presi purtroppo per buoni da molti Christi fideles, anche se ovviamente, poche righe dopo, chiarendo l’evidente paradosso — che come tale si esplicitava già in sé e di per sé nella mia affermazione — invitavo a non leggere questa rivista  nella quale non v’è nulla di edificante, ma ciò non è bastato a placare certi animi.

siccardi gherardini lanzetta

Cristina Siccardi durante una conferenza: alla sua destra il teologo Brunero Gherardini, alla sua sinistra il teologo Serafino Lanzetta F.I.

Dinanzi a tutto questo la mia logica e il mio modo di agire può essere contestabile. Credo però che queste persone che si prendono sempre terribilmente sul serio, che dietro la loro aura di formale educazione e galanteria seminano siffatti errori, vadano prese proprio in giro per una sorta di dovere cattolico. Perché quando mi si paragona seriamente e con “valide” argomentazioni un Lefebvre a Sant’Atanasio di Alessandria che lotta contro l’arianesimo, come ha fatto la Siccardi pontificando presso la Fraternità Sacerdotale di San Pio X, quindi paragonando in modo subliminale il Vaticano II all’eresia ariana ed i Padri della Chiesa che vi hanno partecipato ai vescovi ariani; o quando altri ben più furenti dichiarano eretico un Pontefice ed apostatica una intera Chiesa a partire da un Concilio ecumenico; quando un eminente teologo eletto da questa gente a propria colonna portante nonché generoso dispensatore di varie prefazioni ai loro libri, gioca sul concetto di concilio pastorale in modo ambiguo, pur animato da tutte quelle migliori intenzioni di cui però certi ideologi lefebvriani non tengono conto, si finisce inevitabilmente col dare strumenti a questi personaggi per giungere infine a dire che l’ultimo Concilio della Chiesa non è dogmatico, ma solo pastorale, quindi destituirlo di autorità, dopo avere fatto uso e abuso di Brunero Gherardini, che non ha mai affermato di simile cose, essendo un gran teologo e soprattutto un autentico uomo di Dio.

ferrara de Mattei

Giuliano Ferrara e Roberto de Mattei durante una conferenza alla Fondazione Lepanto

E dinanzi a questo io posso solo reagire invitando il Popolo di Dio a non prendere nulla di ciò in considerazione ed a ridere di gusto su simili spropositi presentati di prassi in modo serio come fossero delle autentiche verità di fede. Certo, il tutto va fatto con stile e intelligenza, specie quando si criticano suscettibili signori, studiosi, nobiluomini e nobildonne prostrati ai lefebvriani e con un occhio segreto strizzato ai sedevacantisti; che su Corrispondenza Romana, Riscossa Cristiana, Chiesa&Post-concilio, Messa in Latino, od Il Foglio dell’ateo devoto Giuliano Ferrara, ecc… insolentiscono il Romano Pontefice tutti i giorni. E di fronte a questi fatti mi ritengo libero di affermare che a scadere sono queste persone, non io che reagisco ai loro gravi errori dottrinari destituendoli di fondamento col sacrosanto sberleffo, come a mio parere bisognerebbe fare con tutti coloro che ammantano i propri spropositi di quella serietà che degli spropositi non possono di per sé avere.

 

libro gnocchi e palmaro

Il libro di Alessandro Gnocchi e del compianto Mario Palmaro con prefazione di Giuliano Ferrara [vedere qui], che ha fatto seguito al loro celebre articolo: “Questo Papa non ci piace” edito su Il Foglio di Giuliano Ferrara [vedere qui]

Un ultimo esempio dinanzi al quale vorrei che sacerdoti ben più maturi e saggi di me, assieme a teologi dotati di scienza molto maggiore della mia, mi spiegassero a quale titolo si potrebbe e si dovrebbe prendere sul serio una affermazione ereticale di questo genere, riconoscendo a chi l’ha proferita l’aura di studioso serio, tanto intrisa è di per sé d’ignoranza e d’arroganza:

«Che Bergoglio stia demolendo con energia persino ammirevole la Chiesa cattolica, e sottolineo “cattolica”, è nei fatti e non nelle opinioni. Però non sono d’accordo con chi sostiene che lo faccia in nome di un Concilio Vaticano Terzo non dichiarato e che, dunque, il rimedio consisterebbe nell’applicare correttamente il Vaticano Secondo. Le sciagure che hanno portato la Chiesa sull’orlo del precipizio e tanti cattolici a perdere la fede vengono proprio dalla corretta applicazione del Vaticano Secondo: non del suo spirito, ma della sua lettera. L’ho già detto molte altre volte e non mi stancherò di ripeterlo: questa Chiesa merita questo Papa. Anzi, questo Papa è perfetta espressione di questa Chiesa che di cattolico ha sempre meno» [testo integrale qui].

Alessandro Gnocchi

Alessandro Gnocchi

Affermazioni come questa di Alessandro Gnocchi sono di per se grottesche da un punto di vista teologico, ecclesiale e storico. Grottesca è quindi divenuta in questo e solo per questo la rivista telematica Riscossa Cristiana — facente parte della Fondazione Lepanto —  genuflessa ormai come ancella devota alle peggiori eresie di matrice lefebvriana, cosa provata da Gnocchi ed altri articolisti attraverso loro scritti che rappresentano una palese e dolorosa negazione della comunione cattolica. Poco o nulla v’è quindi da dialogare o da cercare punti comune con seminatori e seminatrici di siffatti veleni che esigono esprimere severi e inaccettabili giudizi invalidanti su un intero concilio ecumenico, sul Magistero della Chiesa e sui Romani Pontefici dell’ultimo mezzo secolo. Non escludo però di essere io in errore per avere scelto di agire con quello spirito che ho definito poc’anzi come sano radicalismo paolino.

Pertanto, se la buon’anima di Massimo Troisi diceva: «Non ci resta che piangere», io mi sento di giullariaffermare che dinanzi a questi errori grossolani, frutto di autentiche chiusure all’ascolto ed alle azioni della grazia di Dio, non ci resta che ridere. Il riso è infatti quella sana ed efficace medicina che può aiutarci a sostenere i nostri buoni fedeli sempre più smarriti e confusi, invitandoli a non cercare risposte ai loro dubbi nei libri, negli articoli e nelle conferenze di queste anime confuse che si sono elette a maestri di pensiero e di corretta opinione cattolica, ed infine prendendoli per ciò che realmente sono: dei comici straordinari per quanto di ciò inconsapevoli, quindi resi particolarmente comici dal fatto che più grandi sono i loro errori più loro si prendono terribilmente sul serio. Perché la superbia, vista per altro verso, ha dei risvolti comici che spesso sono davvero esilaranti, l’unica cosa è che il superbo, questo, purtroppo non lo sa, perché la superbia chiude, acceca e toglie ogni sana e cristiana voglia di ridere ed ogni salutare auto-ironia.

LA SALUTE NELLA RISATA

Che cosa dire dei “tradizionalisti” (e di chi li condanna in blocco)

CHE COSA DIRE DEI “TRADIZIONALISTI” (E DI CHI LI CONDANNA IN BLOCCO)


Il mio dissenso nei confronti del padre Ariel riguarda solo aspetti esteriori, mentre naturalmente condivido la denuncia di fanatismi ideologici e commistioni politiche riscontrabili nell’area tradizionalista. Nella quale area ci sono, però, anche opinioni legittime e legittime prese di posizione, e io non posso smentire la mia strategia teologica, che consiste nel giudicare solo la dottrina

Autore Antonio Livi

Autore
Antonio Livi

uccisione guardia

il brutale assassinio della guardia privata già inerme a terra durante l’attentato dei terroristi alla redazione della rivista Charlie Hebdo

In un mio precedente articolo ho già manifestato il mio dissenso dal modo, a mio avviso imprudente, con cui il mio confratello Ariel S. Levi di Gualdo ha trattato l’argomento delle vignette blasfeme di Charlie Hebdo. [vedere qui]. Ora, abusando forse della sua pazienza, torno a dissociarmi da alcuni aspetti della sua maniera di polemizzare con gli esponenti italiani del tradizionalismo militante; egli, infatti, non si limita alla legittima e anzi doverosa critica di certe idee ma passa a pesanti riferimenti personali, facendo i nomi di alcuni pubblicisti (autori di libri e direttori di testate giornalistiche) e anche di alcuni studiosi seri. Tutto ciò nell’articolo intitolato “Siamo al cambio di un’epoca, sul Santo Padre Francesco è necessario sospendere il giudizio e procedere sulle ali della fede” [vedere qui].

Già prima di queste vicende recenti io avevo pubblicato qui, sull’Isola di Patmos, un editoriale nel logo isolaquale – a nome di tutti e tre i redattori della testata – precisavo quella che pensavo dovesse essere il nostro criterio dottrinale e di conseguenza la nostra linea editoriale: “Perché non possiamo dirci tradizionalisti ma nemmeno progressisti” [vedere qui]. L’essenza del discorso che facevo è questa: se parliamo di cose riguardanti la fede della Chiesa e la sua retta interpretazione, non possiamo dogmatizzare quello che è opinabile, ossia assolutizzare ciò che è relativo, perché alla fine viene a essere relativizzato proprio ciò che è assoluto, ossia la verità del dogma. Di conseguenza, L’Isola di Patmos avrebbe dovuto, a mio avviso, riaffermare in ogni occasione la verità del dogma e discernere, tra le tante opinioni teologiche che vengono proposte, quelle che costituiscono una legittima interpretazione/applicazione del dogma da quelle che sono invece incompatibili con il dogma stesso. Così facendo si poteva evitare di assumere posizioni teologicamente confuse, tali da compromettere la funzione di orientamento alla verità del dogma che L’Isola di Patmos deve avere. Per “posizioni teologicamente confuse” intendo quelle che enfatizzano oltre misura una qualsiasi legittima opinione sulla dottrina cattolica, finendo per assumere la qualità epistemica (negativa) dell’ideologia.

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Intervista ad Antonio Livi a cura di Corrispondenza Romana. Cliccare sopra l’immagine per aprire il video

Io, denominando la mia fondazione “Unione apostolica per la difesa scientifica della verità cattolica”, intendevo appunto promuovere un che fosse propriamente scientifico, cioè fondato su principi sicuri e guidato da un metodo appropriato. L’ideologia è proprio il contrario di questo modo di interpretare il dogma, perché confonde acriticamente il dogma con l’opinabile, la limitata e relativa scienza umana con l’assolutezza e definitività della rivelazione divina, così come si trova formalizzata nel dogma, che san Tommaso considerava una partecipazione della «scientia Dei et sanctorum». A quali forme di ideologia mi riferisco? A quelle posizioni ideologiche che oggi nel dibattito teologico si contrappongono polemicamente e che citavo nel titolo dell’articolo: il tradizionalismo e il progressismo.

Noi dell’Isola avremmo dovuto guardarci dall’apparire sostenitori di una di queste contrapposte invenzione ideologiaideologie, e spiegare a tutti le ragioni teologiche di questa nostra presa di distanza. Non però passando dalla critica di certe idee “estremiste” alla denigrazione di singole persone. Perché le singole persone non si indentificano mai con un’idea, e tanto meno con le idee di un gruppo politico, di una corrente di pensiero. E ogni persona ha una sua dignità che non deve essere convolta ingiustamente nella critica delle idee, sue o dell’area culturale di appartenenza. Né devono essere oggetto di critica, in questo contesto dottrinale, le sue ipotetiche intenzioni, e tanto meno i fatti personali e privati.

metro goldwyn mayer

Ariel signigica Leone di Dio. Il padre Ariel ha una caratteristica a lui riconosciuta: si diverte a prendersi in giro da solo …

Il mio dissenso nei confronti di Ariel riguarda dunque solo aspetti esteriori, mentre naturalmente condivido la denuncia di fanatismi ideologici e commistioni politiche riscontrabili nell’area tradizionalista. Nella quale area ci sono, però, anche opinioni legittime e legittime prese di posizione, e io non posso smentire la mia strategia teologica, che consiste nel giudicare solo la dottrina (che è qualcosa di conoscibile con sufficiente sicurezza da parte di un credente dotato di criterio teologico), e non la condotta, specie se privata, delle persone (dato che le loro intenzioni e le complesse vicende della loro vita non sono mai conoscibili adeguatamente e quindi non consentono a nessuno di formulare dei giudizi certi ma solo sospetti più o meno legittimi e illazioni più o meno fondate).

Bianchi, molte fedi

Enzo Bianchi durante una conferenza

Io sono stato fedele a questa strategia teologica anche quando ho ritenuto doveroso, per la salvaguardia della fede nel popolo di Dio, disapprovare recisamente dottrine che mi sembravano del tutto incompatibili con il dogma (l’ho fatto, come tutti sanno, denunciando l’incompatibilità con le fede riscontrabile nei discorsi di certi personaggi pubblici, tra i quali laici come Enzo Bianchi e Vito Mancuso, cardinali come Gianfranco Ravasi e Walter Kasper, vescovi come monsignor Bruno Forte, eccetera). In questa linea, mi sono adoperato anche per promuovere nella Chiesa il reciproco rispetto tra tutte le opinioni compatibili con il dogma, quali che siano le divergenze nella sua interpretazione dottrinale o applicazione storica. Proprio per questo motivo mi astengo dal giudicare ciò che non è dottrina ma prassi (prassi pastorale, istituzionale, apostolica eccetera), perché la prassi delle singole persone è fatta di tante scelte prudenziali che il singolo deve operare di fronte alle diverse circostanze concrete e che devono essere guidate, appunto, dalla virtù della prudenza: virtù che io voglio praticare nel mio proprio operato, ma riguardo alla quale non ho elementi per giudicare l’operato altrui.

tradizionalisti 2

Liturgia secondo il vetus ordo missae

Nell’area tradizionalista ci sono e vanno riconosciute anche opinioni legittime. Mi spiego: se di “area” o di “corrente” si può parlare, è perché i vari protagonisti hanno tutti in comune una determinata impostazione ideologica, che consiste nel considerare illegittimo (totalmente o in parte) il magistero del Concilio Vaticano II, in quanto esso avrebbe accolto (totalmente o in parte) le istanze dell’ideologia opposta, quella del progressismo o modernismo. Da qui un’ermeneutica del Vaticano II come radicale “rottura” con la Tradizione, in particolare con i decreti del Concilio di Trento e del Vaticano I, con la condanna del modernismo teologico da parte di san Pio X e con la condanna della “nouvelle théologie” da parte di Pio XII. Da qui anche il rifiuto in blocco di tutta la teologia post-conciliare e il riferimento costante alla sola teologia pre-conciliare. Da qui poi il fatto di considerare dottrinalmente e pastoralmente inaccettabili alcune riforme introdotte dal Vaticano II nella vita della Chiesa, a cominciare dalla riforma liturgica, con il conseguente attaccamento al Vetus Ordo, considerato l’unico modo valido di celebrare l’Eucaristia. Da qui infine la critica sistematica delle scelte pastorali dei papi del post-concilio (il beato Paolo VI, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e soprattutto il papa attuale, Francesco), considerate come effetti deleteri delle riforme conciliari.

L’Arcivescovo Marcel Lefebvre

Le posizioni più estreme, in questo senso, sono quelle rappresentate dai seguaci di mons. Marcel- François Lefebvre, alcuni dei quali arrivano a parlare di “sede vacante” e di “Chiesa apostatica”. Evidentemente, tali posizioni estreme non sono fatte proprie, tutte insieme, da tutti i rappresentanti del tradizionalismo cattolico, dato che tra essi ci sono anche studiosi seri ed equilibrati, le cui idee – prese una per una – possono e debbono essere apprezzate, anche se non necessariamente condivise, come fondate e legittime interpretazioni del dogma cattolico e della storia della Chiesa. Si tratta cioè di opinioni teologiche oggettivamente rispettabili, e io, quando si presenta l’occasione, trovo del tutto giusto rispettarle, e talvolta anche esprimere il mio apprezzamento. E a chi lavora con me suggerisco di fare altrettanto, ossia di rispettare queste opinioni teologiche oggettivamente rispettabili. Rispettarle – chiarisco – non per il contesto impersonale (socio-culturale) dell’ideologia che costituisce il loro humus, ma nel contesto personale dei retti ragionamenti di chi le propone.

de mattei concilio vaticano II

una pregevole opera storica di Roberto de Mattei

Faccio un primo esempio, tanto per chiarire ulteriormente questo mio criterio. Le ricerche storiografiche di Roberto de Mattei sul Vaticano II costituiscono di per sé — indipendentemente dall’uso ideologico che se ne possa fare — una documentazione che ha un suo indubbio valore scientifico. Io non condivido il suo interesse nell’esaminare il Concilio come “evento”, perché a me interessa il Concilio come Magistero, indipendentemente da come i documenti conciliari siano stati elaborati nelle commissioni e votati in aula; ma ciò non mi impedisce di leggere senza pregiudizi i suoi lavori e di trarne utili indicazioni per l’ermeneutica del Concilio, che per papa Ratzinger porta a riconoscere nel Vaticano II una «riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa». Nemmeno condivido del tutto la sua strategia di intervento dei cattolici nella vita sociale a difesa dei «principi non negoziabili»: ma io so bene che qualche iniziativa nella società civile va pur presa, e la mia diffidenza nei riguardi dell’uso di certi mezzi (l’inevitabile commistione con questioni politiche) non toglie la mia condivisone piena dei fini. Questo è il motivo per cui non ritengo giusto che lo si critichi nell’Isola di Patmos senza distinguere tra le sue valutazioni storiografiche (che rientrano nei limiti della legittima libertà di opinione dei cattolici) e le sue iniziative culturali e socio-politiche (la cui opportunità non tocca noi dell’Isola di Patmos giudicare).

pietro vassallo

Antologia di scritti di Piero Vassallo per Riscossa Cristiana

Faccio un altro esempio. Piero Vassallo è un colto intellettuale genovese, buon conoscitore della storia della filosofia moderna, e io e lui ci troviamo d’accordo sulla validità della “filosofia del senso comune” e sulla critica dell’idealismo in teologia; perché mai dovrei rifiutare la sua amicizia in quanto manifesta, quando si occupa di argomenti estranei alla teologia, simpatie per la destra politica? Oltre a non parlare (né bene né male) delle sue convinzioni politiche, dovrei anche additarlo al pubblico disprezzo? E quale argomento teologico dovrei inventarmi per attaccarlo? Dovrei forse dire che la morale cattolica proibisce di avere simpatie per la destra? Ma l’opinione che bisogna essere necessariamente di sinistra per essere buoni cattolici non ha alcun fondamento teologico: è la classica opinione dei “fondamentalisti” (che possono essere cattolici di destra, m anche cattolici di sinistra: basti pensare ai teorici della “teologia politica” o “teologia della liberazione”).

fuori strada …

I “fondamentalisti” sono teologicamente fuori strada, perché ignorano la complessità delle questioni politiche e lo spazio di libertà che la Chiesa concede ai fedeli nella scelta dei mezzi per operare la necessaria “mediazione” tra i principi dell’etica sociale e le concrete possibilità di promozione del bene comune nella contingenza storica. Io quindi debbo limitarmi a considerazioni di carattere teologico, ricordando a tutti che in politica non ci sono dogmi, e il vero dogma, quello che è alla base della morale cattolica, non obbliga i fedeli ad alcuna opzione politica contingente. I principi della teologia morale (e la dottrina sociale della Chiesa costituisce un capitolo della teologia morale, diceva san Giovani Paolo II) segnalano dei criteri che la coscienza dei fedeli deve seguire, applicandoli con libertà e responsabilità personale alle concrete circostanze storiche in cui ci si trova a operare.

brunero gherardini 2

l’eminente teologo della scuola romana Brunero Gherardini

Un terzo esempio è quello di Brunero Gherardini, teologo della Lateranense ed esponente di quella che fu la celebre “scuola romana”, alla quale i progressisti vollero infliggere la damnatio memoriae. I tradizionalisti invece esaltano Gherardini perché ha messo al centro della discussione teologica del post-concilio proprio la nozione di “Tradizione”, senza peraltro comprenderla appieno nella sua complessità epistemica. Io credo di averla compresa appieno e non mi convince del tutto (lui lo sa perché ci frequentiamo amichevolmente da tanti anni e ci scambiamo opinioni su tanti argomenti), ma ciò nonostante consiglio a tutti lo studio dei suoi testi, ricchi di buona dottrina e di profonda pietà. In uno di questi suoi testi egli conclude la sua analisi dei documenti dottrinali del Vaticano II rilevandone in alcuni casi l’ambiguità: un’ambiguità tale da consentire ai progressisti interpretazioni false e tendenziose, atte a giustificare la loro «ermeneutica della discontinuità», ossia la tesi secondo la quale il Vaticano II segnerebbe una radicale rottura con la Tradizione. Ma qual è la conseguenza che Gherardini trae da questa sua analisi? Non il rifiuto indiscriminato degli insegnamenti conciliari bensì un rispettoso e accorato appello alla suprema autorità del Magistero, il Papa, perché provveda nel modo che crederà opportuno chiarire in quale senso quelle proposizioni ambigue possono e debbono interpretarsi in continuità con il magistero precedente. Io ho ritenuto giusto e doveroso aderire a questa pubblica supplica al Papa, anche se personalmente ho sempre pensato che il problema delle ambiguità contenute in alcuni testi conciliari va risolto con il criterio ermeneutico della “analogia fidei”, ossia presupponendo che la Chiesa di Cristo – unico soggetto permanente nelle mutevoli contingenze storiche – non intende mai contraddirsi, sicché nelle intenzioni della Chiesa docente ogni evoluzione del dogma è sempre in armonia sostanziale con la Tradizione (si tratta di una «evoluzione omogenea», come diceva Marin Sola).

E potrei fare tanti altri esempi, ma questi bastano. Se noi dell’Isola di Patmos condanniamo indiscriminatamente le singole persone di una determinata area ideologica, senza salvare gli aspetti oggettivamente positivi delle loro proposte teoretiche, facciamo anche noi un’operazione ideologica, e così la nostra opera di orientamento teologico dell’opinione pubblica viene a esserne fortemente limitata.

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Segnaliamo ai nostri lettori che il precedente articolo di Antonio Livi è stato particolarmente apprezzato nell’ambito francese ed è stato tradotto e riprodotto in una rivista telematica che potete consultare cliccando sotto

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