L’apologia della superbia

— I peccati capitali: la superbia come rifiuto della verità —

L’APOLOGIA DELLA SUPERBIA

 

Tra il panteista che crede di essere l’Io assoluto e il demente che crede di essere Napoleone, la differenza sta nel fatto che certi ambienti accademici credono al primo e lo considerano un genio, mentre compassionano il secondo considerandolo, peraltro giustamente, bisognoso di cure. Ma non si accorgono che il fattore propulsivo fondamentale dell’atteggiamento di entrambi è il medesimo: una superbia sottile, intelligente e raffinata, nutrita di lunghi studi filosofico-teologici nel teologo o nel docente universitario, perfetto fariseo; ed una superbia rozza, grossolana e ridicola nel secondo.

 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

Chiunque fa il male, odia la luce
e non viene alla luce
perchè non siano svelate le sue opere [Gv 3,20]

Nessuno può porre un fondamento
diverso da quello che già vi si trova
[I Cor 3,11]

 

LA QUESTIONE DELLA SUPERBIA

 

superbia mosaico

raffigurazione della Superbia in un mosaico bizantino

La superbia è già nota presso i saggi pagani, i quali l’hanno rappresentata col mito di Narciso, di Icaro, di Prometeo e dei Titani. Nella letteratura greca ci sono molti personaggi superbi, spacconi e gradassi guardati con ammirazione, come certi eroi omerici. La superbia si dice in greco anche yperefanìa, vocabolo composto che implica l’idea di mostrarsi superiore a ciò che si è realmente. Ad essa corrisponde il latino superbia. Nell’uno e nell’altro caso il significato del termine è ambiguo: può significare sì il vizio, ma può avere anche il senso positivo di superare se stessi, magnificenza, nobile sentire, fierezza, cosa che ci fa capire come il mondo pagano non avesse le idee chiare su questo punto così importante dell’agire umano.

C’è voluta la sapienza ebraico-cristiana per dare alla superbia un significato superbia melanegativo, legato alla disobbedienza a Dio, opponendola all’umiltà e distinguendola dalla giusta aspirazione dell’uomo a superare le proprie limitatezze, alla grandezza e all’ascesa a Dio. Non si tratta di una tendenza al soprannaturale, che con ciò stesso lo annullerebbe, ma semplicemente di un bisogno di perfezione. Gesù nel Vangelo di Marco [7,22] condanna senza mezzi termini la superbia (yperefanìa). Con tutto ciò la Grecia, con Aristotele e con Antigone, ci ha lasciato anche stupendi esempi di umiltà, che è il rimedio alla superbia, ricordandoci come il nostro pensiero dev’essere sottomesso al reale — il famoso realismo aristotelico — e la nostra volontà deve accettare umilmente la legge morale naturale non scritta, ma stampata nella coscienza.

La superbia in Grecia è chiamata anche hybris, espressione che significa un pensare che va oltre i limiti del lecito, quella che in senso etimologico è la tra-cotanza, ossia il trans-cogitare, una coscienza di sè che va oltre ciò che è lecito pensare di sè. La superbia ha quindi un sostanziale e fondamentale riferimento all’io e precisamente all’autocoscienza, alla coscienza della propria intelligenza e della propria dignità spirituale.

L’ESSENZA DELLA SUPERBIA

 

Superbia verita

superbia come rifiuto di sottomettersi alla verità

La superbia è sostanzialmente e originariamente il rifiuto di sottomettersi alla verità, alla verità su di sè e su Dio. Questo appare chiaro dal racconto biblico del peccato originale. Per quanto possa sembrare strano per una creatura come l’uomo, fatta per trovare nella verità la sua felicità, restano vere le amare parole di Cristo: «Gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce» [Gv 3,19]. E la causa di ciò non è altro che la superbia, triste lascito del peccato originale. Essa dunque è un peccato del pensiero di se stessi; è una considerazione di sè e della propria dignità o grandezza, che non sta nei limiti del vero e del giusto, non è regolato dal reale o dall’essere, non riconosce i limiti della propria essenza creaturale, ma fa sì che il soggetto abbia di sè una considerazione ed una stima superiore a ciò che egli effettivamente è. È ciò che si chiama presunzione.

superbia jolie

… parola di una celebre star adepta della setta di Scientology!

Difficilmente la cultura liberale contemporanea capisce e accetta che ci possa essere un pensare colpevole e censurabile, che si possa peccare nel pensiero, convinta che il pensare come tale possa creare il vero come pare e piace, ebbra come essa è di una falsa libertà di pensiero, ignorando che il pensiero è veramente libero e sano, quando si sottomette alla verità oggettiva e alla realtà esterna, indipendente dall’io o dal pensiero, creata da Dio e non dall’uomo. La superbia è una forma di auto-inganno con la quale poi il superbo cerca di ingannare ed affascinare gli altri facendo creder loro di essere ciò che egli, nel suo delirio, immagina di essere. La superbia produce così vanteria e millanteria, tipici di coloro che hanno sempre bisogno di avere qualcuno attorno a suo servizio, di essere al centro dell’attenzione, di parlare con fierezza agli altri anche senza essere interrogati, delle proprie doti eccezionali e delle loro grandi imprese, superiori a quelle di molti altri.

superbia gatto leone

superbia e mancata percezione del dato reale

Tra il panteista che crede di essere l’Io assoluto e il demente che crede di essere Napoleone, la differenza sta nel fatto che certi ambienti accademici credono al primo e lo considerano un genio, mentre compassionano il secondo considerandolo, giustamente, un soggetto bisognoso di cure. Ma non si accorgono che l’elemento propulsivo fondamentale dell’atteggiamento di entrambi è il medesimo: una superbia sottile, intelligente e raffinata, nutrita di lunghi studi filosofico-teologici, nel teologo o nel docente universitario, perfetto fariseo; ed una superbia rozza, grossolana e ridicola nel secondo. Ma forse avrebbe più bisogno di cure il primo, rimediando alla sua superbia con un sincero pentimento e l’esercizio dell’umiltà, che fa raggiungere quella vera grandezza, che la superbia promette in modo fallace.

superbia vignetta

superbia intellettuale

La superbia è spesso il vizio degli intellettuali e di persone colte, raffinate, controllate, cortesi, intellettualmente dotate, titolate. Ma appunto sta qui l’insidia e il problema: che costoro, in ultima analisi e in modo speciale, cadono in quella abbominevole categoria di «ricchi», dei quali parla Cristo, egoisti e sfruttatori, ambiziosi ed ingordi e alla fine empi e candidati alla dannazione. È grave non impiegare nel soccorso ai poveri le proprie ricchezze materiali; ma è ancora più grave l’apologia della superbia, che fa sprecare le proprie ricchezze spirituali e spinge le anime a ribellarsi a Dio e ad andare all’inferno.

IL PECCATO DI SUPERBIA
superbia tarquinio

Tarquinio il Superbo

Ma come il superbo inganna? Come agisce? In che modo? Per quali vie? Sotto quali pretesti? Con quali sofismi ed astuzie? Il superbo fa leva sul nostro innato bisogno di grandezza e di autoaffermazione, per esempio la certezza della verità e la sicurezza di far bene. Tutte cose e degne in se stesse e più che legittime, doni e comandi che ci vengono da Dio. Il superbo inganna dandoci ad intendere in vari modi che il nostro io o l’umanità vale e può molto di più di quanto a tutta prima, empiricamente appare. Si sforza di dimostrare che noi non siamo sottomessi a nessuno, ma che siamo origine e regola di noi stessi.

superbo egocentrico

il superbo e gli altri

Non si tratta di riconoscere una realtà fuori di noi e indipendente da noi, ma siamo noi a porre il reale e noi stessi col nostro pensiero e la nostra volontà, giacchè il reale non è altro che il nostro pensare: l’essere è l’essere pensato, esse est percipi. Non esiste un principio o fondamento del sapere e dell’agire oggettivo e certo, uno per tutti; ma ciascuno di noi è libero di porre il principio che preferisce.

Per il superbo il mondo non è un mondo a sè, che debba essere spiegato da una causa diversa da noi stessi. Il mondo è il nostro mondo, è ciò che noi pensiamo e vogliamo essere mondo. Il mondo è effetto del nostro pensiero e della nostra azione. Non si tratta del semplice fatto che noi conosciamo ciò che facciamo, secondo il celebre motto di Gian Battista Vico, verum est ipsum factum, ma della pretesa empia di proprio il proprio stesso essere.

superbia paraocchi

naturale accessorio della superbia: i paraocchi

Indubbiamente, le persone meschine, dagli obbiettivi limitati, incapaci di astrazioni intellettuali, che vivono alla giornata in mezzo a tanti guai o banalità o immerse nei vizi carnali, dotate di un certo crudo realismo, sono in certo modo al riparo dal credere alle manie di grandezza ed ai sogni folli dei superbi, che promettono di prendere coscienza di essere Dio o l’Assoluto, nel quale magari non credono neppure, di raggiungere un sapere assoluto o una libertà sconfinate ed un’onnipotenza, che all’uomo carnale non interessano nè giudica possibili, accontentandosi, per usare una frase di Sartre, di nourritures terrestres. Queste persone indubbiamente peccano, ma non in modo così grave e responsabile come i superbi, sia per la materia del peccato dei superbi, che tocca più da vicino la vita spirituale e il destino eterno dell’uomo, sia per il fatto che il peccato di superbia comporta una lucidità di coscienza, un calcolo astuto e un libero arbitrio, che non esistono così perfettamente nei peccati carnali, i quali, benchè possano essere gravi, sono solitamente effetto più di debolezza o spinta passionale che di malizia, dato che spesso hanno le loro origini occasionali in una cattiva educazione ricevuta, in ambienti moralmente degradati, in situazioni di miseria o di abbandono, o con un retroterra psichicamente tarato o deficitario.

superbia le intellettuali

scena tratta dall’opera teatrale “Le intellettuali” di Moliere

La superbia, più diffusa negli ambienti colti e nei ceti elevati, fieri delle loro qualità, prestigio sociale e ricchezze, civili ed ecclesiastici, può valersi di raffinate coperture culturali e pretesti ideologici, tratti con grande abilità da diverse filosofie e religioni, in particolare quelle tradizioni gnostico-idealistico-panteistiche, eventualmente occultistiche od esoteriche, che in Occidente iniziano con Parmenide e in India col Vedanta. L’io si illude di essere l’apparire o avatar o “momento” sensibile dell’Assoluto, sicchè alla fine non ha da render conto a nessuno del suo operato, tutto gli è concesso e arriverebbe al più assoluto pervertimento morale, se normalmente non fosse trattenuto dalle comuni norme della convivenza civile ed ecclesiale, non certo per intima convinzione, ma per pura convenienza, che gli consente di ottenere posizioni di primo piano e passare per uomo saggio e ragguardevole.

lavanda dei piedi

Gesù e la lavanda dei piedi

L’avvento del cristianesimo, erede della saggezza vetero testamentaria, così consapevole della creaturalità dell’uomo, con la predicazione dell’umiltà, il suo spirito di penitenza e conversione, il suo caratteristico realismo gnoseologico e culto dell’obbedienza a Dio, genera una lotta ancora più dura contro lo spirito di superbia, le cui origini risalgono al peccato di Adamo. Fondamentale diventa l’esempio di Cristo, che pur essendo Figlio, abbassò se stesso nell’umiliazione della croce e ci comanda: «Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore» [Mt 11,29]. Il cristianesimo è indubbiamente una grande esaltazione dell’uomo chiamato in Cristo ad essere figlio di Dio, partecipe della vita divina, ma a patto di abbassarsi e ad umiliarsi davanti a Dio ed agli stessi fratelli, ai quali chiedere perdono e misericordia.

superbia ipocrisia

altra faccia della superbia: l’ipocrisia

All’empietà, al rifiuto del trascendente e di onorare Dio, alla auto-divinizzazione, alla magia ed alla ribellione a Dio, la religione cristiana sostituisce l’umile confidenza, l’ascolto fedele della Parola di Dio e della comunità ecclesiale, la devozione, l’adorazione, la lode e la contemplazione. Alla prepotenza verso il prossimo, alla sete di dominio, all’egoismo, all’egocentrismo, allo sfruttamento degli altri, all’ipocrisia, alla spocchia, alla albagia, all’alterigia, all’oppressione del debole, al disprezzo o al dileggio offensivo degli altri, all’orgoglio che non perdona, alla permalosità, all’impazienza, alla caparbietà, alla vendetta, all’ingordigia, odiose proprietà e conseguenze della superbia nei rapporti con gli altri, l’etica cristiana sostituisce l’umiltà, la mitezza, la dolcezza, l’indulgenza, la misericordia, la cordialità, la gratitudine, lo spirito di sacrificio, la dedizione generosa, lo spirito di servizio, la disponibilità, la docilità, la socievolezza, la solidarietà, l’apertura e la semplicità di cuore, l’amore disinteressato.

superbia pensieri

la superbia è anzitutto un pensiero

Il superbo concepisce intenzionalmente pensieri che fanno apparire plausibile la superbia o incitano alla superbia sotto speciosi pretesti, per coprire o giustificare le proprie azioni, nascondendo il male che pensa e che fa. Ma non è detto che chiunque concepisce quei pensieri, soprattutto se li apprende da altri, o ne fosse anche lo stesso autore, sia un superbo e quindi abbia colpa. Può capitare, infatti, che uno li concepisce senza rendersi conto della gravità di ciò che pensa o delle sue conseguenze, o resti ingannato credendo di aver fatto una grande scoperta per il bene dell’umanità. In tal caso i suoi pensieri restano oggettivamente dannosi e pericolosi, ma chi li formula o li accoglie in buona fede resta innocente.

Anche nei Santi o in degni uomini come per esempio un Sant’Anselmo, un Duns Scoto, un Eckhart, un Cusano, uno Suarez, un Rosmini esistono princìpi o dottrine che, soprattutto se portati alle estreme conseguenze, sono gravemente errati; ma ciò non impedisce che gli esimi autori restino moralmente irreprensibili. Peccheranno coloro che accoglieranno questi pensieri con malizia, per soddisfare la loro superbia o le loro passioni. Del resto, non è affatto detto che tutti gli errori servano a favorire la superbia, giacchè ci sono anche altri sei vizi capitali, che attendono di avere i loro apologeti.

 

DEACADENZA DELL’IDEALE DELL’UMILTÀ E RITORNO DELLA SUPERBIA

 

Machiavelli 1

Niccolò Machiavelli e l’antico culto pagano del dominatore

Col passar dei secoli l’ideale cristiano della grandezza umana fondata sull’umiltà non è stato sempre rettamente inteso. Dopo le avvisaglie della teologia emanatista di Scoto Eriugena nel IX secolo, a cominciare dal misticismo tedesco del XIV secolo, l’assimilazione a Cristo è stata confusa in Meister Eckhart con un’impossibile identificazione con Cristo, perdendo di vista i limiti della natura umana; e soprattutto poi a partire dal Rinascimento italiano, col suo caratteristico antropocentrismo ispirato all’ermetismo di Marsilio Ficino, una cattiva interpretazione del cristocentrismo, ha ricominciato a far capolino l’antico culto pagano dell’individuo dominatore con Nicolò Machiavelli e della magia con Pico della Mirandola e più tardi Giordano Bruno. Sorge un cristianesimo che invece di incitare all’umiltà, sotto pretesto della dignità dell’uomo redento in Cristo, comincia in pratica ad esaltare la superbia e ad incitarlo alla superbia, naturalmente con tutti i possibili accorgimenti, essendo ben nota la netta opposizione di questo vizio alla virtù cristiana.

superbia nietsche

Nietzsche e la volontà di potenza

Ciò avvenne all’inizio, con l’Umanesimo italiano, timidamente e con grande circospezione; ma successivamente nei secoli seguenti in modo sempre più aperto, fino a giungere, a partire dal XVIII secolo, a considerare la dottrina cristiana dell’umiltà come nemica dell’uomo. Il culmine di questo processo sarà raggiunto da Nietzsche, alla fine del XIX secolo, con la sua aperta esaltazione della “volontà di potenza” in feroce polemica col cristianesimo. Ma ad aprire la stura a questo torrente di empietà, che si ingrosserà viepiù, sino ai nostri giorni, sarà paradossalmente proprio il luteranesimo, che pure volle presentarsi come cantore della divina misericordia e nemico dell’orgoglio umano e della sua pretesa di avanzare meriti davanti a Dio. Ma il fatto ben noto è che Lutero impostò questa predicazione non priva di aspetti positivi, sulla base totalmente falsa e sulle sabbie mobili della ribellione al Magistero della Chiesa, sotto pretesto di opporsi alla corruzione morale del papato, dando mostra evidente che la sua esaltazione dell’umiltà era una finta, che nascondeva la sostanziale superbia di ribellarsi all’autorità dottrinale del Vicario di Cristo e di erigersi a giudice della sua ortodossia, rompendo con ciò stesso la comunione con la Chiesa, che pretendeva di “riformare“, quando il primo che avrebbe dovuto riformare era se stesso. In tal modo i contenuti della Rivelazione cristiana, non più custoditi dal Magistero, venivano a trovarsi alla mercè del primo esaltato o filofastro, il quale, sulla base delle sue idiosincrasie e di una cultura raccogliticcia, e ritenendosi ispirato dallo Spirito Santo, si sentiva libero ed autorizzato a saccheggiare il patrimonio della Rivelazione, scegliendo o rifiutando quello che gli garbava e mescolandolo eventualmente — in barba al “puro Vangelo” di Lutero — con altre ideologie di accatto: nuova maniera per soddisfare la sua superbia ed il suo desiderio di fama e notorietà.

lutero 95 tesi

Lutero paradigma della ribellione dettata dalla superbia

Già nella sua vita Lutero, come è noto, ebbe a che fare con personaggi di questo genere, che lo facevano andare su tutte le furie, senza che egli si rendesse conto che essi non facevano altro che mettere in pratica l’approccio alla Scrittura, che egli stesso per primo stava praticando, in opposizione all’interpretazione del Magistero della Chiesa. Non comprese che lo sganciarsi dalla supervisione —”episkopè“— e dalla guida del Magistero non è un fenomeno di libertà, ma produce il caos e un bellum omnium contra omnes, mascherato poi da Hegel sotto l’eufemismo della “dialettica”. E pare che ancora a tutt’oggi i protestanti non l’abbiano capito. Servirà ad essi il dialogo ecumenico?

supervia vizi capitali

la rassegna integrale dei vizi capitali

In tal modo la superbia cristiana divenne assai più grave e dannosa della superbia grossolana pagana, giacchè se questa poteva gonfiare i valori della ragione o la semplice forza bruta, l’eretico che si trova a disposizione gli immensi tesori della Rivelazione, poteva adornarsi di questi gioielli, che il pagano non conosceva neppure. Ed è così che è nato il panteismo cristiano, soprattutto con Hegel e seguaci fino ai nostri giorni. Ma le cose diventarono ancora più pericolose, allorchè non furono più soltanto esaltati, visionari e falsi mistici ad accostarsi alle dottrine di Lutero e ad usare il suo metodo di interpretazione, ma arrivarono filosofi indubbiamente geniali, con titoli accademici, tali quindi da acquistarsi credito anche presso gli ambienti colti sino ad oggi e da fondare la teologia luterana e comunque una filosofia che fosse compatibile con la dottrina di Lutero. Questi filosofi non tardarono a venire. Il primo fu Cartesio. Poi coloro che vollero utilizzare Cartesio per una fondazione razionale del protestantesimo, furono Leibniz e Wolff. E la cosa paradossale fu che Cartesio fondò un approccio razionalistico alla Scrittura, sicchè si cominciò a scegliere nella Bibbia non più ciò che aveva già scelto Lutero, il che era dato per scontato, ma ciò che doveva essere conforme a “ragione”; non più però la sana ed equilibrata ragione aristotelico-tomista, già raccomandata dal Magistero della Chiesa, ma proprio quella ragion superba ed orgogliosa, che già aveva costituito oggetto dell’odio di Lutero. Fu così che il suo fideismo generò esattamente il suo opposto, ossia il razionalismo, proprio ciò che Lutero voleva evitare.

cartesio

immagine pittorica di Cartesio

Tuttavia i protestanti presto si accorsero dell’affinità che il cogito di Cartesio aveva con l’io luterano. L’impostazione psicologica era la stessa: il medesimo ripiegamento dell’io su se stesso come fondamento della certezza; e per questo adottarono la filosofia cartesiana, benchè nata in ambiente cattolico, come la filosofia del protestantesimo, nonostante il disprezzo luterano per la filosofia e per la ragione. Ma la filosofia cartesiana, nonostante il suo razionalismo, sembrava più vicina a Lutero della filosofia scolastica, perchè Cartesio come Lutero, dava un primato alla coscienza rispetto all’oggettività della realtà come regola della verità, principio, questo, della filosofia aristotelico-tomista appoggiata da Roma. Cartesio, sul piano della ragione, respingeva l’oggettività del sensibile; Lutero, sul piano della fede, respingeva l’oggettività della Chiesa Romana. Ma entrambi, poi, sulla base dell’io, ritrovavano, Cartesio, la realtà delle cose esterne e Lutero l’oggettività della comunità luterana.

Tanto l’autocoscienza cartesiana quanto la coscienza luterana ponevano se stesse all’inizio e al fondamento del sapere: sapere di ragione, quello di Cartesio; sapere di fede, quello di Lutero. Ma nulla dal di fuori poteva e doveva contraddire questa coscienza o entrare in questa coscienza, fonte prima della verità e della certezza. Segno palese anche questo di superbia.

In Cartesio l’idealismo delle idee innate era esplicito, velato da un realismo posticcio e di convenienza; in Lutero, sostanzialmente realista alla Ockham, l’idealismo implicito verrà alla luce in forza del trattamento cartesiano, che il luteranesimo subirà ad opera dell’idealismo trascendentale del XIX secolo.

I DUE RIFORMATORI

 

presunzione

saggezza cinese: «Per quanto allunghi il collo, un’oca non diventerà mai un cigno»

Ecco dunque queste due figure paradigmatiche, strettamente tra di loro associate, in questo processo di decadenza dell’ideale dell’umiltà e di riviviscenza mascherata dell’insidia della superbia: Lutero e Cartesio. Ovviamente a parole essi respingono la superbia, ben sapendo, come cristiani, che si tratta di un vizio capitale. Senonchè però in pratica elaborano un pensiero tale, per cui oggettivamente, forse senza che essi stessi se ne rendano conto, esprime una condizione di spirito ed un intento che appaiono chiaramente ispirati dalla superbia e che pertanto di fatto, indipendentemente dalle loro intenzioni e dichiarazioni, danno l’apparenza di virtù alla superbia. Entrambi intendono fondare un pensare cristiano tale da correggere la sua impostazione così come si configurava al loro tempo. Lutero volle correggere il Magistero della Chiesa nell’interpretazione del Vangelo e della Scrittura; Cartesio credette di dover dare una base definitiva di certezza alla filosofia, fino ad allora, a suo dire, posta su basi incerte, nell’intento poi di fornire una solida base razionale alle verità di fede ed alla teologia. Non è forse, anche, questa superbia?

Lutero brucia bolla

raffigurazione pittorica di Lutero che brucia la bolla pontificia

Lutero insiste molto sull’umiltà in polemica contro la superbia, continuando in ciò uno dei temi di fondo della spiritualità agostiniana e medioevale in genere; ma stravolge gravemente il senso dei concetti, perchè nella sua mente l’umiltà diventa l’accettazione dell’impotenza della ragione e della volontà, schiave della concupiscenza e comporta la fede nella grazia senza le opere; mentre la superbia sarebbe l’atteggiamento di colui che pretende di collaborare con la ragione e il libero arbitrio all’opera della grazia. L’umiltà, però, osservo io, non comporta affatto la rinuncia ad opere razionalmente e volontariamente compiute sotto l’influsso della grazia in vista della nostra salvezza. Anzi, ciò è proprio frutto di umiltà, per la quale, fidandoci di Dio, accettiamo umilmente il piano della salvezza, che prevede appunto questa sinergia dell’umano col divino, entrambi provenienti da Dio.

lutero brucia la bolla 2

… l’umiltà di Lutero

Quale umiltà si può trovare nella ribellione al Magistero della Chiesa? Concediamo pure la legittimità della protesta contro certi abusi amministrativi di Roma e contro la corruzione del papato; ma l’acrimonia forsennata con la quale Lutero si scaglia contro lo stesso sacro ministero del Papa, toglie a Lutero toglie qualsiasi credibilità nel farsi esempio e predicatore di umiltà. Inoltre, come fece notare a Lutero l’Imperatore Carlo V in una dura ma giusta requisitoria, che cosa può aver spinto un semplice monaco agostiniano, sia pur dottore in teologia, a ritenersi, da solo, dopo quindici secoli di Cristianesimo, contro tutti i Papi, i Concili, i Santi Padri, i Santi Dottori e i Santi che lo hanno preceduto, lo scopritore del vero Vangelo, fino ad allora sepolto nella magia, nelle favole e nella superstizione, se con una folle ed incommensurabile superbia? E dunque, quale umiltà?

Lutero pubblico e privato

Lutero pubblico e Lutero privato

In realtà nell’io di Lutero, sotto le apparenze dell’amore per la Parola di Dio, si nasconde un principio di superbia, che effettivamente ad uno sguardo superficiale può essere scambiato per zelo ardente per la Parola di Dio e la riforma della Chiesa, ma che non è difficile riconoscere considerando l’orgoglioso e caparbio sentimento che Lutero ha di questo suo io, che egli dice sì, di sottomettere alla Parola di Dio, ma che in realtà falsifica e rifiuta questa stessa Parola nel momento in cui rifiuta di ascoltarla nell’interpretazione della Chiesa. È una falsa umiltà quella che dice di sottomettersi a Cristo e al suo Vangelo, ma rifiuta, con atto di superbia, l’obbedienza alla Chiesa e al Papa.

Cartesio non fa questione apertamente di umiltà o di superbia; tuttavia, è evidente per chi legge attentamente i suoi scritti fondamentali, come egli sia mosso da uno stato d’animo di millantatore e di presuntuoso, al di là di tutte le sue assicurazioni di cercare esclusivamente la verità. Infatti, egli mostra di non essere sincero in queste dichiarazioni, attesa la sua pretesa insensata di presentarsi come colui che, dopo millenni di incertezza della ragione umana, anche nei più grandi sapienti che l’hanno preceduto, compresa quindi anche la sapienza ebraico-cristiana, finalmente arriva lui a dare all’umanità fondamento certo ed inconcusso al sapere per tutti i secoli a venire. Si stenta a capire come uno spaccone di tal fatta abbia potuto raccogliere attorno a sè tanti consensi fino ad oggi ed essere considerato il fondatore della “filosofia moderna”. La filosofia di Cartesio non ha apportato affatto quel fondamento assolutamente e definitivamente certo del sapere, che aveva promesso, nè lo poteva fare, perchè tale fondamento esisteva già nel realismo aristotelico-tomista, raccomandato ormai da secoli dalla Chiesa, mentre le opere di Cartesio furono messe all’Indice nel 1663.

cogito

cogito, ergo sum

Anche il famoso principio del cogito, risponde a un atteggiamento della mente che manca di umiltà. Infatti il cogito si presenta come risposta risolutiva a un dubbio assurdo, che riguarda la certezza della conoscenza sensibile, che è l’inizio e la base della conoscenza umana, sulla quale si edifica tutto l’edificio del sapere; per cui, se essa non dovesse valere, ogni altro livello superiore del sapere sarebbe impossibile. Il cogito cartesiano suppone che la mente possa intuire direttamente l’autocoscienza e il mondo spirituale senza passare dall’esperienza sensibile, cosa che non corrisponde affatto al vero dinamismo della conoscenza umana, che si eleva all’intellezione del puro intellegibile partendo dall’esperienza delle cose materiali.

cartesio noetica

alcuni sviluppi postumi basati sul pensiero cartesiano

La gnoseologia cartesiana suppone quindi un disprezzo presuntuoso e arrogante della dimensione sensitiva del nostro conoscere, che abbiamo in comune con gli animali e la pretesa di concepire l’io o la persona come un puro spirito, confondendo l’uomo con l’angelo. Nella gnoseologia di Cartesio gioca solo la prudenza e peraltro esagerata ed irragionevole, in quanto dissociata da quella semplicità di spirito, che si arrende all’evidenza ad essa umilmente si assoggetta, giusta il comando del Signore: «Semplici come le colombe, prudenti come i serpenti» [Mt 10,16].

Prudenza Piero del Pollaio XV sec

raffigurazione pittorica della Prudenza, opera di Piero del Pollaio, XV sec.

 

È giusta la prudenza che vuol tenersi al riparo dal rischio di ingannarsi e vuole avere uno sguardo critico sulla realtà. Occorre certo evitare l’ingenuità che sconfina nella dabbenaggine ed adottare tutte le precauzioni, risolvere tutti i possibili dubbi, ma dubitare dell’evidenza, dubitare dell’indubitabile è stoltezza, e indocilità — apaideusìa, dice Aristotele — contraria a quella semplicità, che è comandata dal Signore e che è saggezza ed umiltà. Compito del filosofo è certo quello di affrontare le questioni di fondo e di risolvere dubbi e problemi, che si trascinano da molto tempo anche presso i sapienti o di mostrare come dubbio ciò che fino ad allora appariva certo; ma non può permettersi di stabilire lui la base del sapere con princìpi di suo conio, perche essa è un logos che esiste già nella mente di ogni uomo, in modo certo ed irrefutabile, e questa base è la certezza dell’esistenza delle cose. Infatti la base del sapere — senso e intelletto — fonda con evidenza elementare ciò che su di essa si costruisce, ma non ha bisogno a sua volta di essere fondata, appunto perchè è la base, nè essa può essere messa in dubbio, perchè non ammette un’altra certezza esterna o superiore, tale da risolvere l’eventuale dubbio, sì da esser bisognosa di essere sostituita con una base ulteriore e migliore, perchè, essendo l’unica base, chi la ponesse in dubbio, lungi dal dar certezza, fondamento e principio al pensiero, lo farebbe crollare dalle fondamenta aprendo le porte al nichilismo.

Tommaso Aquino XIV sec

San Tommaso, tavola del XV sec.

San Tommaso invece dimostra che il vero principio della certezza basilare non è la certezza di dubitare, ma la certezza di sapere. Dubitare circa il principio oggettivo del sapere non è saggezza, nè è prudenza, ma tradisce l’orgoglio e la stoltezza di chi non accetta la realtà o si ritrae davanti ad essa con la pretesa di sostituirla col proprio pensiero e le proprie idee. Il dubbio, come osserva San Tommaso sulla scorta di Aristotele, non è un vero pensare, ma al contrario è un blocco e una paralisi del pensiero, perchè non ha un oggetto reale, dato che oscilla tra il sì e il no. Pertanto, il cogito cartesiano, ben lungi dall’aprire le porte al pensiero, le apre al nichilismo, con la presunzione di aver trovato finalmente la verità per primo in tutta la storia dell’umanità. Il vero principio non confonde il pensare col dubitare, ma si esprime in questa formula: cogito vel scio aliquid, ergo sum.

Al filosofo non è proibito di formulare per ipotesi il dubbio circa la base del pensiero, anzi deve farlo; lo ha fatto lo stesso San Tommaso con la sua famosa universalis dubitatio de veritate; ma per poi ritrarsi subito da questo dubbio o da questo orrendo abisso infernale, giudicandolo assurdo. Cartesio, invece, ha preso quel dubbio sul serio, per cui, come ha osservato giustamente il Gilson, nonostante tutti i suoi sforzi, Cartesio non ne è più uscito, sicchè la certezza che egli ci offre è in fin dei conti fondata sulla sabbia e sulla presunzione. E cosa infatti può spingere un filosofo a voler sostituire con le sue idee il principio oggettivo universale del sapere, se non la superbia?

GLI EPIGONI DEI RIFORMATORI
lutero sermone

raffigurazione pittora del sermone di Lutero

La storia del luteranesimo segue sostanzialmente due filoni: c’è un filone tradizionalista, che coglie il Lutero organizzatore, pastore e dottore, proprio delle comunità luterane guidate dai rispettivi pastori, come il proprio simbolo di fede luterana e i propri riti e ministeri, come il Battesimo e la Cena; è l’ambiente proprio delle facoltà teologiche protestanti; e c’è un luteranesimo gnostico, individualista e liberale, niente affatto privo di valori religiosi e culturali, che coglie invece lo spirito profondo di Lutero, carismatico e soggettivista, più diffuso negli ambienti laici e filosofici, che non ha mancato di darci grandi personalità da Leibniz a Kant, a Fichte, a Schleiermacher, a Schelling, ad Hegel fino a Kierkegaard, Von Harnack e a Bultmann.

Mentre il dialogo ecumenico col primo filone è facile e costruttivo, date le numerose convergenze tra il Credo luterano e quello cattolico, più difficile appare il confronto col secondo filone, sia perchè, mentre nel primo caso si tratta pur sempre di una comune visuale di fede cristiana, nel secondo la visuale è di tipo gnostico-razionalista, e sia anche perchè, essendo il secondo filone privo di una dottrina ecclesiale comune , non ci si può confrontare a livello di rappresentanti ufficiali, ma occorre farlo con i singoli filosofi, anche se caposcuola, i quali peraltro spesso hanno assorbito la teologia e il dogma nella loro filosofia.

Mentre esiste una dottrina luterana ufficiale custodita dalla Federazione Luterana Mondiale, il confronto col secondo filone richiede necessariamente la scelta dell’interlocutore in base alle grandi differenze esistenti tra i singoli pensatori. Qui un conto è trattare col kantismo, un conto è trattare con Fichte, un conto è trattare con l’hegelismo e così via.

lutero edizione bibbia

prima edizione della Bibbia luterana tradotta in lingua tedesca

È così che troviamo studiosi specialisti per i singoli autori. In costoro però l’applicazione dello stesso metodo soggettivista ed anarchico di Lutero, avverso a lasciarsi controllare da qualunque autorità, che non fosse la propria coscienza millantata come “Parola di Dio”, li porta ad annacquare a loro arbitrio la stessa dottrina di Lutero creando sincretismi con altre tendenze filosofiche al limite anche d el tutto contrarie — ciò per degli hegeliani non crea difficoltà —, contrariamente a quanto avviene nel primo filone, ligio all’ortodossia luterana. Il nostro voto è che una rifioritura della fede cristiana, grazie anche ai progressi dell’ecumenismo, tornino a diffondere quello spirito di umiltà, che è uno tesori più belli del Vangelo, il principio della vera grandezza dell’uomo e ciò che ha fatto lo splendore culturale, morale e spirituale della civiltà europea nel mondo.

Varazze, 10 giugno 2015

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“Lettere” – Castighi divini, amore e misericordia. Le ragioni di Roberto de Mattei

lettere dei lettori 2

 

Lettere dei Lettori dell’Isola di Patmos

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CASTIGHI DIVINI, AMORE, MISERICORDIA. LE RAGIONI DI ROBERTO de MATTEI

 

«Gentili Padri dell’Isola di Patmos, mi sono imbattuto in un video del Prof. Roberto de Mattei nel quale si collegano certi eventi naturali quali il terremoto di Messina del 1908 a un … castigo divino (!?). Sono esterrefatto che si usino ancora certi toni e capisco perché il Padre Ariel gli ha tirato alcune sferzate in suoi articoli. Il tutto per giunta alle porte del Giubileo della Misericordia. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione »  

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autori
Giovanni Cavalcoli, OP
Ariel S. Levi di Gualdo

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«Gentili Padri dell’Isola di Patmos, mi sono imbattuto in un video del Prof. Roberto de Mattei nel quale si collegano certi eventi naturali quali il terremoto di Messina del 1908 a un … castigo divino (!?). Sono esterrefatto che si usino ancora certi toni e capisco perché il Padre Ariel gli ha tirato alcune sferzate in suoi articoli. Il tutto per giunta alle porte del Giubileo della Misericordia. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione» [N.d.R. vedere video QUI ]

Stefano Salvitti, Roma

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Gentile Lettore.

roberto de mattei primo piano

Roberto de Mattei, nato a Roma ma appartenente ad una famiglia della vecchia aristocrazia siciliana, parlando del terremoto di Messina non ha espresso “opinioni personali” od “opinioni cattoliche di parte”, si è basato su fatti storici.

Le rispondiamo assieme per spiegarle perché condividiamo ciò che espose il Prof. Roberto de Mattei e perché lo difendemmo quando fu aggredito dagli “integralisti” laicisti in modo scomposto e senza argomenti, come lui stesso spiega in modo preciso e pacato nel video che lei ci ha inviato.

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Non faccia torto al Padre Ariel mal interpretando le sue «sferzate», perché si tratta di scambi d’opinioni colorite talora dal suo spirito toscano, attraverso le quali mai ha sminuito questo valente accademico cattolico, che entrambi conosciamo di persona. Quindi non confonda certe normali pizzicate tra studiosi con forme di astio che non toccano i Padri dell’Isola di Patmos. Sappia infatti che filosofi, teologi e storici si accapigliano da quando sono nate le discipline filosofiche, teologiche e storiche, finendo poi a cena assieme, perché il litigare finisce col metter loro fame, tante sono le energie che bruciano in certe discussioni.

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Nell’ambito di certi dibattiti noi non abbiamo accettato la critica di de Mattei al Concilio Vaticano II, a cui riguardo abbiamo all’occorrenza polemizzato. E qui non si tratta di opinioni, ma di fedeltà al Magistero della Chiesa, sul quale non possiamo transigere, pur nel profondo rispetto della cara persona.

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Attraverso la sua domanda ella offre conferma di quanto oggi sia difficile parlare una “lingua” cattolica. Per questo più volte i Padri dell’Isola di Patmos hanno insistito in vari articoli sulla “perdita della lingua”, o sul dramma derivante dal parlare una lingua che il mondo laicista, ma spesso anche un certo mondo cattolico intriso di modernismi e di sociologismi non è più disposto a recepire e capire [vedere QUI].

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Roberto de Mattei Castighi di Dio

il libro di Roberto de Mattei [ed. Fede&Cultura]

La citazione di Salviano di Marsiglia [Cf. De Gubernatione Dei] da parte di de Mattei è pertinente e applicabile al nostro tempo, dato l’evidente riferimento biblico ai famosi episodi di Sodoma e Gomorra. Una società come la nostra, sempre più accondiscendente per non dire favorevole a comportamenti contrari alla legge divina, quale appunto può essere la sodomia, rischia effettivamente di subire un severo castigo divino. Se infatti Dio, come spesso dice il Santo Padre Francesco, è sempre pronto ad accogliere chi si pente, non dimentica le esigenze della giustizia, che vogliono la punizione del peccatore arrogante, sfrontato e ostinato. Se non mantenessimo questo concetto di giustizia comune a tutte le religioni e fondato sulla coscienza morale naturale, crollerebbe l’intero ordine giuridico della Chiesa e dello Stato. Homo homini lupus. I delinquenti schiaccerebbero gli onesti, i prepotenti renderebbero schiavi i giusti.

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Occorre tener conto della importante distinzione contenuta nella Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1986, n.3 [vedere QUI]. Si tratta della distinzione fra condizione o tendenza omosessuale e atti omosessuali. L’inclinazione, spiega il documento, «benchè non sia in sè peccato», perchè è istintiva o spontanea, e a volte innata, «costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale», in quanto gli atti ai quali spinge o sollecita, «vengono privati della loro finalità essenziale e indispensabile», che è la procreazione. Costituisce dunque peccato o colpa non la semplice presenza dello stimolo omosessuale, ma l’accondiscendere volontariamente a questa inclinazione. Accondiscendere volontariamente a un’inclinazione cattiva, benchè involontaria, non può che essere un’azione cattiva. Il che lascia alla pastorale ecclesiale ed alla legge civile un giusto ed ampio spazio di interventi specifici e calibrati, a seconda dei casi, da attuare con prudenza, carità e rispetto delle persone, giacchè occorre sempre ricordare la fondamentale distinzione tra la qualifica morale oggettiva di un peccato o reato in rapporto alla legge morale o civile e l’entità della responsabilità concreta, se esiste e quanto esiste, nelle circostanze concrete, della persona che li commette. Giudicare dell’atto in linea di principio non è lo stesso che giudicare della coscienza del singolo in quelle determinate circostanze. È in relazione a questo secondo aspetto, non al primo, che bisogna intendere la famosa e articolata frase del Santo Padre riassunta dai giornali in: «Chi sono io per giudicare?» [vedere II parte della conferenza di Ariel S. Levi di Gualdo, minuto 18,40 QUI].

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bologna spettacolo blasfemo

la nuova Sodoma&Gomorra, spettacolo blasfemo sulla passione di Cristo messo in scena dall’Arcigay di Bologna [vedere QUI]

Per sostenere la teologia del castigo o la teologia dell’Inferno, basterebbe rifarsi alle numerose volte in cui il Signore Gesù vi fa riferimento nei Vangeli, indicandolo in vario modo come «fornace ardente» e come luogo «dove sarà pianto e stridore di denti» [Mt 13, 42]. Anche nell’Antico Testamento si fa frequente riferimento al giudizio di Dio e al suo castigo per i peccatori. Nella letteratura biblica l’ira di Dio viene posta assieme all’amore dal Salmista che canta le lodi di Dio celebrandolo come «lento all’ira e grande nell’amore» [Sal 102,8], ed ancora «Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia» [Sal 144,8].

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Il castigo divino non sempre è necessariamente un atto positivo di Dio nei confronti del peccatore, quanto piuttosto una conseguenza necessaria dello stesso peccato, che egli commette, così come è logico che muoia chi beve un veleno. Però, secondo imperscrutabili piani di giustizia e di misericordia, Dio nella vita presente in certi casi punisce, in altri no, lasciando il castigo alla vita futura. Meglio subire il castigo adesso, perchè ci si può redimere, piuttosto che nell’al di là, dove non c’è più rimedio. Per questo, è bene approfittare subito della divina misericordia, facendo penitenza dei nostri peccati, perchè se non faremo questo adesso, di là, al posto della misericordia, ci sarà la giustizia, il cui rigore non auguriamo a nessuno.

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Le pene di questa vita possono colpire anche innocenti, mentre certi malfattori sembrano farla franca. Sembrerebbe a tutta prima che ci fosse in Dio una mancanza di giustizia, perchè non punisce i malfattori e non difende degli oppressi; e di misericordia, perchè lascia soffrire gli innocenti? La risposta ci viene dalla fede, la quale ci dice che gli innocenti vengono uniti dal Padre alla croce di Cristo, l’Innocente per eccellenza, diventano in Cristo strumenti di salvezza del mondo. Verso questi innocenti la giustizia coincide con la misericordia, secondo l’insegnamento paolino [Rm 3,21], in quanto si tratta di Dio che giustifica per misericordia. Quanto ai malfattori, esiste la misericordia anche per loro, ma a patto che si convertano. E Dio è giusto anche per loro, perchè offre anche a loro i mezzi per salvarsi.

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L’ira divina nel senso biblico non significa poi dare in escandescenze, nè significa tanto meno crudeltà, è semplicemente la volontà divina di fare giustizia e quindi il giusto castigo. Essere lenti all’ira non vuol quindi dire essere privi di ira, perché nell’immensa grazia dell’amore di Dio risiede anche la giustizia di quella misericordia attraverso la quale il Divino Giudice concederà il premio della beatitudine del Paradiso, assegnerà la destinazione dell’anima alla purgazione, cioè alla purificazione nel Purgatorio, ed irrogherà la pena eterna nell’Inferno per coloro che in modo ostinato e pervicace avranno rifiutato il suo amore, i suoi doni di grazia e quindi la sua misericordia e il suo perdono.

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Paul Rubens 1615 lot fugge con la sua famiglia

dipinto di Paul Rubens (1615) Lot fugge con la sua famiglia mentre su Sodoma e Gomorra piovono fuoco e zolto

Come sacerdoti e teologi ci rendiamo conto che urge sempre più ripartire da una accurata catechesi del Popolo di Dio, eliminando le imposture di un falso buonismo e di un falso perdonismo, ed al tempo stesso dando una corretta formazione ai sacerdoti, posto che molti fedeli, ma purtroppo anche diversi pastori in cura d’anime, hanno un’idea errata della misericordia di Dio, che non esclude la giustizia punitiva, così come l’esistenza del bene non esclude l’esistenza del male; e la buona azione non esclude il peccato. La misericordia non è solo dono, ma è anche premio. Non si premia il male, ma il bene.

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La misericordia divina suppone il castigo e la pena del peccato. La misericordia è la volontà divina di liberare in Cristo l’uomo dal peccato e di sollevarlo dalle sue miserie, conseguenze del peccato originale e, a volte, di peccati personali. Essa rimette il peccato, ma non necessariamente toglie o allevia la pena, la quale pertanto, unita per amore alla croce di Cristo, assume un valore riparatore ed espiativo. La remissione del peccato mortale libera dalla pena dell’inferno, mentre la pena per il peccato veniale è temporale, scontabile o quaggiù con la penitenza e l’uso delle indulgenze, oppure in Purgatorio. Dove pure le anime possono fruire delle indulgenze.

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Dio vuol fare a tutti misericordia. Se quindi di fatto — e questa è verità di fede — alcuni sono premiati e oggetto di misericordia, mentre altri sono dannati e castigati, tale differenza non dipende da Dio, ma dall’oscillazione tipica del libero arbitrio umano, capace di operare ora il bene ora il male. Per questo è giusto che i buoni siano premiati e i cattivi siano castigati. Sarebbe infatti ingiusto che Dio premiasse i cattivi. Sarebbe come autorizzarli a compiere il male. Potrà mai Dio permettere una cosa simile? D’altra parte, se l’uomo vuole evitare il castigo, non ha che da compiere il bene, cosa nella quale Dio lo soccorre infallibilmente e sovrabbondantemente con la sua grazia e la sua misericordia.

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Il castigo non contraddice né nega la misericordia, la quale si attua senza limiti, così come l’esistenza dei cattivi non esclude quella dei buoni. Se qualcuno è castigato e rifiuta la misericordia, non è perchè Dio faccia preferenze di persone, ma è solo colpa del peccatore. Siamo solo noi, col nostro peccato, a porre un freno alla misericordia divina, la quale, di per sè, come torrente inesauribile, fluirebbe in continuazione.

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La divina misericordia toglie il castigo o la trasfigura. I nostri progenitori hanno ricevuto un castigo che si è ripercosso in tutta l’umanità. Ma Dio ha avuto pietà di noi donandoci suo Figlio, sicchè mediante la croce noi siamo perdonati dei nostri peccati e trasformiamo il castigo in espiazione. E non solo, ma siamo resi anche figli di Dio. Se qualcuno invece non riceve misericordia, non è perchè Dio non gliela vuol dare, ma perchè è lui che non si pente delle sue colpe, sicchè il castigo, invece di essere espiazione, resta come castigo in tutta la sua severità.

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papa francesco misericordia

il Santo Padre sul Giubileo della Misericordia

Tanto la misericordia quanto il castigo sono dettati dall’amore. Infatti, l’amore che cosa chiede? Volere il bene dell’altro. Se dunque è bene che il malfattore, se merita il castigo, sia castigato, ed eventualmente obbligato a riparare il mal fatto o a risarcire i danni, onde nel contempo eventualmente farlo riflettere, ne viene che il castigare, da parte dell’autorità competente [Dio, Papa, vescovo, giudice, superiore, genitore, educatore, ecc.] è un atto di amore, per quanto ciò possa sembrare strano a chi ha un concetto solo emotivo-sentimentale dell’amore. Anzi, possiamo arrivare a dire che gli stessi dannati dall’Inferno continuano ad essere amati da Dio, che li conserva in vita nell’ordine della città infernale e — come ritiene San Tommaso d’Aquino — non li castiga tanto per quanto meriterebbero. Per questo la misericordia divina si fa sentire anche nell’Inferno.

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È sbagliato credere che uno che castiga odia il castigato. Al contrario, chi castiga deve dare un giudizio lucido, prudente, obbiettivo, spassionato ed imparziale, nell’applicazione della legge, come il giudice di un tribunale, per la rieducazione se è possibile dello stesso castigato, per la salvaguardia del bene comune, nonchè per la difesa e la soddisfazione di chi ha ricevuto torto, senza lasciarsi trasportare da interessi privati o dalla passione, altrimenti non attuerebbe la giustizia.

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Questo lo spirito col quale invitiamo a partecipare al Giubileo della Misericordia, aperti all’accoglimento della grazia e del perdono di Dio, che ci sono concessi a condizione della nostra conversione e del ripudio dei nostri peccati, sinceramente dediti alle opere della giustizia e della misericordia, curando la nostra salvezza «con timore e tremore», ma anche grande fiducia nella divina misericordia. «Ecco il momento favorevole!» — direbbe San Paolo —. «Ecco l’ora della salvezza!» [II Cor 6,2].

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Se Dio consente disastri naturali è solo per ammonirci su questa terra, non per sferrare su di noi la propria vendetta, bensì per donare agli uomini la sua misericordia, tanto desidera la nostra conversione per strapparci al castigo eterno. Ma per strapparci alla «fornace» dove «sarà pianto e stridore di denti», Egli ha bisogno del nostro consenso, perché liberi ci ha creati, liberi ci vuole.

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Cena de destrui͋o apos o terremoto no bairro de Bel Air centro de Porto Principe - Haiti - 15/01/2010 - FOTO JONNE RORIZ/AE

il terribile terremoto di Haiti, dinanzi al quale, a giudizio di taluni, non è lecito ricordare che quel Paese era: crocevia di tutti i vizi, dei peggiori traffici, con un tasso altissimo di omicidi, uno dei massimi centri al mondo di “magia nera”, un centro di prostituzione  soprattutto minorile, luogo di espianti e di traffico di organi umani, ecc …

Il problema è che oggi non riusciamo più a leggere i segni sempre più numerosi: alterazioni climatiche insolite, siccità, terremoti, maremoti … e se qualcuno in tutto questo invita a leggere anche degli avvertimenti o dei moniti divini, finisce sotto il tiro incrociato di coloro che hanno sfrattato Dio dalla storia e dall’esperienza umana. E proprio costoro, che in tutti i modi vogliono privare l’umanità di Dio, all’occorrenza pure a colpi di leggi inique, finiscono poi con l’accusarci di mancanza di umanità, cosa questa accaduta anche a Roberto de Mattei subissato a suo tempo d’insulti, ma pure a noi, quando predicando certe pagine del Vangelo o ricordando ai fedeli certi moniti del Signore Gesù, ci siamo sentiti rispondere, persino da certi confratelli sacerdoti, che «l’Inferno è una contraddizione in termini della Misericordia di Dio che è amore» e che come tale «non permetterebbe mai la condanna dell’uomo all’eterna dannazione». E tutto questo, nel linguaggio dottrinale della Chiesa, si chiama eresia, solo e null’altro che eresia.

 

Dall’Isola di Patmos, 30 maggio 2015

 

 

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Super Quark, servizio sul terremoto di Messina-Reggio di Calabria

Lectio sulla Tradizione presso i Francescani dell’Immacolata tenuta da Ariel S. Levi di Gualdo

LECTIO  SULLA TRADIZIONE PRESSO I  FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA TENUTA DA ARIEL S. LEVI di GUALDO

 

«La Tradizione, tra il Gesù della Storia e il Cristo della fede» è stato l’argomento trattato dal Padre Ariel nel corso di una conferenza divisa in due lectiones.

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

 

 

Francescani della immacolata 1

I Frati Francescani dell’Immacolata con il Santo Padre Francesco

Il 2 Maggio, Ariel S. Levi di Gualdo ha tenuto in Roma una lectio sulla Tradizione presso i Francescani dell’Immacolata, pubblicata integralmente sul canale youtube dell’Isola di Patmos.

Rinnovando auspici d’ogni grazia del Signore a questa giovane e preziosa Famiglia religiosa, i Padri dell’Isola di Patmos ringraziano Fra Carlo per le riprese video e Jorge, collaboratore del Padre Ariel, per il montaggio del filmato.

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Canale Youtube dell’Isola di Patmos

CLICCARE SOPRA LE IMMAGINI PER APRIRE I FILMATI

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Ariel video 2 ok

Cristo non ci vuole ruffiani e cortigiani, infatti non ci chiama “servi” ma “amici”

CRISTO NON CI VUOLE RUFFIANI E CORTIGIANI, INFATTI NON CI CHIAMA “SERVI” MA “AMICI”

Una volta il messaggio della Chiesa era la salvezza, oggi il suo messaggio è divenuto una non meglio precisata povertà che ha tanto il sapore dell’ideologico e poco dell’evangelico, al punto tale che, per accedere all’episcopato o alla porpora cardinalizia, pare siano richiesti come requisiti imprescindibili l’essere andati e venuti dai campi Rom, od avere presenziato agli sbarchi di profughi o dei troppi presunti tali a Lampedusa. San Giovanni Paolo II, il quale conobbe il meglio del peggio della ideologia comunista direttamente sulla propria pelle, agli inizi del suo pontificato non disse: «Aprite le porte ai poveri delle periferie esistenziali », invitò il mondo ad «Aprire le porte a Cristo ed alla sua salvatrice potestà ». E chi l’ha canonizzato, nel farlo ce l’ha proprio presentato e proposto come modello di eroiche virtù da perseguire, non come un “santino” da iconografia popolare.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

« Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi »

      [Vangelo di San Giovanni 15,15]

 

Il primo aprile feci un cosiddetto “pesce” [vedere QUI] che poi rettificai subito indicandolo come tale attraverso un articolo scritto nella forma di “Supplica al Sommo Pontefice” [vedere QUI], che naturalmentepesce di aprile rimase senza risposta. Forse perché il Santo Padre sembra preferire di telefonare ad una celebre accolita di Lucifero, la Signora Emma Bonino, che assieme a quel famoso indemoniato di Marco Pannella hanno imposto tramite referendum la legge sull’aborto col placet degli elettori e dei governi dei peggiori baciapile democristiani? Aborto oggi celebrato da questi due anticristi come “diritto civile” e “conquista sociale”. In seguito, il duo Pannella&Bonino, ha lottato in favore di tutte le peggiori aberrazioni: dalla manipolazione genetica all’eutanasia, dall’omosessualismo alla cultura del gender. E mentre le mie parole facevano il giro della Curia romana e non pochi prelati, nella loro notoria pavidità, si fregavano le mani o m’inviavano messaggi privati dicendo: «Meno male che tu dici ciò che noi non possiamo dire», il Santo Padre, lungi dall’invitare la satanassa Bonino colpita nella vecchiaia da un tumore a convertirsi, preparandosi così attraverso pubblico pentimento e penitenza al proprio grande incontro con la morte, ossia col giudizio di Dio, senza nulla sospirare su tutto questo la esortava invece a … «tenere duro» (!?) [vedere QUI, QUI, QUI, ecc..].

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Il Santo Padre Francesco sulla Cattedra del Vescovo di Roma

Un Romano Pontefice sarà sempre oggetto della mia obbedienza, è un fatto pacifico da me scritto e spiegato in numerosi articoli. Anche dinanzi ad un Alessandro VI, persino dinanzi ad un Giovanni XII redivivo io vedrò e di conseguenza venererò sempre in qualsiasi Successore del Principe degli Apostoli il mistero della Chiesa eretta da Cristo su Pietro. Come infatti diceva il Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio: ubi Petrus, ibi Ecclesia [Expositio in Ps., XL, § 30].

bonino aborto

Celebre foto di Emma Bonino che praticava aborti con una pompa da bicicletta. Mai pentita del suo passato, seguita nel suo presente a chiamare l’aborto “grande conquista sociale”.

Ciò non toglie nulla al fatto che il Santo Padre, in certe sue manifestazioni private poi riportate di rigore dai giornali e dalle televisioni di tutto il mondo in modo più o meno corretto, più o meno strumentale, finisca con l’essere talvolta imbarazzante, ma non per quel che ha detto – o meglio spesso proprio non detto – ma per quello che i mass media finiscono col fargli dire di ciò che in verità non ha mai detto. Come infatti ho più volte scritto: Nella «Chiesa “ospedale da campo”, a fare i conti con i feriti che giungono al pronto soccorso; spesso feriti anche da certe parole e gesti ambigui, ci siamo noi preti, che mai come oggi eravamo stati bistrattati e all’occorrenza rimproverati da un Romano Pontefice che reputa però opportuno rincuorare due figli dell’Anticristo come Marco Pannella [vedere QUI, QUI, ecc..] ed Emma Bonino, ai quali ognuno di noi, dal Successore di Pietro sino all’ultimo presbitero dell’Orbe Catholica, può dire solo una cosa, semmai anche ponendosi supplice in ginocchio davanti a loro con le lacrime agli occhi: “Ti prego, convertiti e credi al Vangelo, altrimenti il giudizio di Dio su di te sarà severissimo, perché con le tue opere diaboliche hai creato tutti i presupposti per un sicuro castigo eterno, tanto hai disprezzato le leggi di Dio e il mistero del dono della vita!”.

aborto

i frutti della “conquista sociale” portata avanti dalla sua giovinezza sino ad oggi dalla mai pentita Emma Bonino che dovrebbe … “tenere duro”

Predicando alle sabbie del deserto, usando parole mie ma nella sostanza facendo uso di certi contenuti espressi ad altri Pontefici da San Bernardo di Chiaravalle e da Santa Caterina da Siena, in un passo di quello scritto mi rivolsi al Santo Padre con queste parole:

[…] non bisognerebbe mai fidarsi di chi passa con siffatta disinvoltura dai broccati decorati in oro e argento agli stracci dozzinali in acrilico sintentico, perché ciò denota che questi clericali trasformisti non sono mai se stessi, quindi non manifestano mai la genuina sincerità del proprio essere. Coloro che dopo la Vostra Augusta elezione al Sacro Soglio hanno riposte in cassaforte le croci pettorali d’oro per presentarsi alle assemblee episcopali o in udienza privata dal Romano Pontefice con croci pettorali di ferro, o quelli che per figurare più poveri ancora si presentano direttamente con croci pettorali di legno a forma di tau francescano, sono il segno vivente della inaffidabilità più falsa e pericolosa, oltre che paradigma di quella desolante mediocrità che oggi soffoca la Chiesa di Cristo dai più bassi ai più alti livelli [vedere QUI].

logo roma sette

l’organo di informazione della Diocesi di Roma

Non guardo la televisione, se non molto di rado; so bene però che esistono vari programmi comici che aiutano il pubblico a ridere in un’epoca nella quale ci sarebbe invece molto da piangere, basti pensare che l’Europa è al collasso sociale e politico, con i tagliagole che stanno sfondando le sue porte e con molte vecchie chiese del Nord dell’Europa e della Francia ormai spopolate e per questo date in uso ai mussulmani affinché possano ricavarne delle moschee. In ogni caso le boutade comiche più esilaranti sono contenute di questi tempi nei messaggi seri ed ufficiali diramati da certi uffici e istituzioni ecclesiastiche. Vi segnalo a tal proposito un articolo su RomaSette.it, l’informazione on-line della Diocesi dell’Urbe, che vi prego di leggere bene per poi rispondere a questa domanda: Roberto Benigni e Maurizio Crozza, all’apice dei loro “deliri” di comicità, ce la farebbero mai ad arrivare ai livelli di questi nuovi clericali da spot pubblicitario nazional-popolare?

Paolo Schiavon

S.E. Mons. Paolo Schiavon, Vescovo ausiliare di Roma dimessosi dall’incarico al compimento del 75° anno di età

Ma partiamo dal fatto oggetto di questo mio commento: al compimento del 75° anno di età s’è dimesso dall’ufficio di vescovo ausiliare dell’Urbe S.E. Mons. Paolo Schiavon, sostituito da un cinquantenne, Augusto Paolo Lojudice, sacerdote del presbiterio romano. Non conosco questo confratello che tra pochi giorni riceverà i doni di grazia dello Spirito Santo attraverso la consacrazione episcopale e desidero precisare senza pena di equivoco che sicuramente sarà persona pia e degna di ricevere la pienezza del sacerdozio apostolico e ricoprire quindi l’ufficio che gli è stato affidato. Non è infatti questo presbitero romano – al quale porgo ogni migliore auspicio e per il quale invoco ogni grazia del Signore – a farmi ridere, ma ciò che è stato scritto dall’organo ufficiale informativo del Vicariato di Roma con ripetuti richiami al Cardinale Agostino Vallini:

«Peculiare la sua attenzione ai poveri, sottolineata dal Cardinale Vallini, che ha ricordato le visite ad alcuni campi rom in cui don Lojudice l’ha accompagnato in questi anni: una realtà di “frontiera” che il vescovo eletto aveva scelto di seguire alcuni anni fa insieme ad un gruppo di alunni del Seminario Romano Maggiore, dove è stato padre spirituale dal 2005 al 2014. Un segno di riconoscimento di Papa Francesco “per l’impegno di carità della diocesi – ha detto il cardinale – portato avanti dalla Caritas, dalle parrocchie, dalle associazioni” » [Vedere testo QUI].

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New style – il Cardinale Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento, ed il nuovo saluto episcopale: il pollicione alzato

Dinanzi a queste affermazioni è di rigore precisare che il Vicario Generale di Sua Santità, oggi eminente scopritore di poveri e dagli stessi rimasto folgorato negli ultimi due anni lungo la via del conformismo clericale anziché lungo la via di Damasco, vive ed ha il proprio ufficio in un palazzo – quello del Laterano – che è indubbio emblema della Chiesa povera per i poveri sognata dal Santo Padre sin dagli inizi del suo pontificato. Basta infatti entrare in quel palazzo ed accedere semmai negli appartamenti privati di certi prelati, oppure andare a ricercare nei faldoni dell’economato le cifre esorbitanti spese per la ristrutturazione di diversi di essi. Proprio così, perché appena certi monsignorotti prendevano possesso dell’alloggio a loro assegnato, di prassi e rigore dovevano rifarlo tutto da cima a fondo.

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New style – “i gattopardi” e il Cardinale Montenegro. Fino a ieri principi borbonici, tali erano sino a pochi anni fa i vescovi siciliani, oggi mutati in “ragazzi” in vena di goliardate nazional popolari

L’attuale Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma è ricordato da diversi miei confratelli, sacerdoti da oltre due decenni, con sempre vivo terrore, quand’essi rimembrano i tempi in cui era loro rettore presso il seminario arcivescovile di Napoli. Eletto poi vescovo ausiliare di quella città, non pare trascorresse le sue giornate come pio pellegrino tra le “periferie esistenziali” – che a Napoli non mancano – od a servire pasti nelle mense dei poveri, od a visitare baraccopoli o campi Rom. Nella antica e nobile Partenope nessuno ha memoria di fatti del genere. Né risulta che questo Vescovo ausiliare partenopeo sia mai sceso in piazza per strappare la giovane manovalanza a quei figli del Demonio dei camorristi, che di fatto governano da decenni quella splendida Città, non solo come Stato illegale nello Stato legale, ma come potere superiore allo stesso potere legale dello Stato.

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New style della “Chiesa povera per i poveri”, il Cardinale Montenegro con un modello di croce pettorale di legno

Eletto Vescovo di Albano, diocesi perlopiù disseminata nelle esclusive zone dei Castelli Romani, nessuno dei tanti sacerdoti che festeggiarono giubili il giorno che fu destinato ad altro incarico ricorda di averlo mai visto girare per le ville dei Castelli Romani con una vecchia Fiat-Panda d’inizi anni Ottanta, coi sedili posteriori tirati giù per far spazio alle buste della spesa da portare agli imprenditori od ai professionisti con le parcelle a sei zeri che si trovavano ad attraversare dei momenti di difficoltà, al punto da essere costretti a risparmiare sui costi di manutenzione delle loro piscine; tanto che la Caritas diocesana si domandò se era il caso di mandare dei volontari a tagliare l’erbetta dei loro campi da golf.

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New style della “Chiesa povera per i poveri”. Il Cardinale Montenegro con un altro modello di croce pettorale di legno

Poi fu nominato Presidente del Tribunale della Segnatura Apostolica, con sede in un grande e splendido palazzo i cui spazi, a quanto ci è dato sapere, non furono mai mutati in alloggi o in dormitori per i senzatetto dell’Urbe Quirite, né in centro di accoglienza per quei Rom che oggi ti assaltano come mosche nella vicina Via della Conciliazione, tirandoti dietro parolacce e bestemmie se non gli dai i soldi.

Infine è nominato Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, con residenza nel Palazzo del Laterano, dove non risulta che i Rom salgano e scendano lungo i solenni scaloni, anche perché all’ingresso, per convenzione col Ministero degli Interni, è stato collocato per sicurezza un posto di polizia. A nessuno risulta che i poliziotti abbiano ricevuta disposizione dall’autorità ecclesiastica di indicare agli zingari il piano e il corridoio nel quale si trova l’ufficio del Cardinale Vallini, presso il quale mandare i bambini che il mattino non vanno a scuola per chiedere direttamente a lui l’elemosina, perché quella – l’elemosina – la chiedono in modo fastidioso ai cittadini italiani che all’ingresso delle loro case o durante i loro tragitti non sono protetti dai poliziotti contro petulanti e a volte pure pericolosi molestatori.

Se ai poveri – ed in specie a certi Rom dalle mani svelte – non è affatto consentito l’accesso al solenne palazzo lateranense che gode peraltro del regime giuridico di extraterritorialità secondo le convenzioni internazionali, in compenso è stato permesso loro di sviluppare, sotto questo papato “povero per i poveri”, un vero e proprio racket delle elemosine per tutta Via Merulana, da San Giovanni in Laterano sino a Santa Maria Maggiore, come mai s’era visto prima. E gli accattoni – che ripeto fanno parte di un vero e proprio racket gestito dalla criminalità – sono tutti e di rigore piazzati a seminare molestie sul territorio della Repubblica Italiana, di cui io prete mi onoro di essere cittadino ed al quale sono lieto di pagare le tasse, contrariamente a certi prelati,  ivi incluso il Cardinale Vallini, che può beneficiare di un posto di polizia preposto al controllo dell’ingresso del suo palazzo di residenza e che dispone di passaporto della Santa Sede la quale lo ha munito anche di un’auto blu con targa diplomatica.

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New style della “Chiesa povera per i poveri”. Un altro modello ancora di croce pettorale di legno del Cardinale Montenegro

È vero che l’asino viene legato al palo dove vuole il padrone, come dice il vecchio proverbio; ma la massima evangelica è del tutto diversa da certi proverbi della saggezza popolare, perché il Signore non ci ha chiamati servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone [Gv, 15,15]. Non a caso il Signore ci ha chiamati amici, perché vuole la nostra fedele amicizia, vale a dire il nostro senso cristiano, o meglio cristologico, non vuole il nostro servile ruffianesimo, meno che mai ci vuole cortigiani calcolatori, pronti a saltare sul carro del nuovo padrone, o come qualsivoglia del vincitore, alla cosiddetta faccia di Cristo e di tutti i suoi Santi.

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New style della “Chiesa povera per i poveri”, ennesima croce pettorale di legno della ricca collezione da falegnameria del Cardinale Montenegro

La verità è che in questa Chiesa ridotta spesso a un teatrino fatto di spot pubblicitari ad effetto, noi ci troviamo dinanzi a degli autentici morti che camminano su due gambe senza sapere d’essere morti. Non ci rimane dunque che restare prudenti e vigili sul ponte, facendo nel mentre tutto ciò che è in nostro potere pastorale fare per salvare le anime, nell’attesa che la corrente trascini via questi cadaveri. Perché con buona pace dei lacchè, dei ruffiani e dei compiacenti cortigiani di tutti i tempi, Cristo Dio sa da sempre quando e come cambiare programma attraverso l’opera dello Spirito Santo sulla sua Chiesa. E forse, il Santo Padre Francesco, per grazia e misteriosi progetti di Dio potrebbe essere proprio l’elemento fondamentale utile per ridurre il lento strazio della nostra agonia, facendoci fare il grande crollo in tempi brevi, affinché si possa poi cominciare presto a ricostruire da capo sopra le macerie. E di questo, un giorno, dovremmo essere grati allo Spirito Santo ed al Santo Padre Francesco per essere stato suo fedele ed efficace strumento di grazia per la Chiesa di Cristo ed il Popolo ad essa affidato dal Signore.

aprite le porte a Cristo

… è a Cristo, che dobbiamo aprire le porte, a Lui e soprattutto alla sua salvatrice potestà. Questo è ciò per il quale dobbiamo “tenere duro”, fino al Suo ritorno alla fine dei tempi.

Credo meriti ricordare ― non ultimo per il fatto che la Chiesa lo ha voluto di recente proclamare santo e quindi modello di eroiche virtù ― che San Giovanni Paolo II, il quale conobbe il meglio del peggio della dittatura proletario-comunista direttamente sulla propria pelle, agli inizi del suo pontificato non disse: «Aprite le porte ai poveri delle periferie esistenziali», invitò il mondo ad «Aprire le porte a Cristo ed alla sua salvatrice potestà». Esattamente questo, disse quel Giovanni Paolo II offerto oggi come modello perseguibile e realizzabile di eroiche virtù. E chi l’ha canonizzato, nel farlo ce l’ha proprio presentato e proposto come modello di eroiche virtù da perseguire, non come un “santino” da iconografia popolare.

Ormai siamo oltre la cosiddetta frutta, siamo oltre allo stesso digestivo. Ormai necessitiamo di un potente lassativo, se non di una vera e propria lavanda gastrica, per liberare quanto prima l’intestino della nostra povera ma pur sempre Santa Chiesa, che malgrado le opere nefaste degli sciocchi mediocri − che da sempre sono di gran lunga peggiori delle opere degli intelligenti eretici – rimarrà sempre la Sposa Immacolata di Cristo fino al suo ritorno alla fine dei tempi. Questa è la nostra fede, questa è la nostra cristologica speranza: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» [Mt 13, 16-20]. E noi non cesseremo mai di spalancare le porte a Cristo ed alla sua salvatrice potestà. Le poverolatrie mondane che celano solo conformismi e opportunismi servili le lasciamo di buon grado ai clericali da strapazzo, compresi quei cardinali che d’improvviso hanno scoperto come strumento di discernimento e come mezzo di suprema misura i Rom, anziché l’autentico valore di un Vangelo sempre più sconosciuto e inascoltato dagli uomini di questo mondo; compresi quei cardinali con le crocette di legno pendenti sul petto. Temo infatti che questa gente corra il serio rischio di rappresentare sempre più se stessa e le proprie dissociazioni dal reale umano e pastorale, anziché l’autentica e unica Chiesa di Cristo che ci tratta da amici, non da servi; che ci vuole annunciatori della salvezza e fedeli strumenti per la relizzazione dei suoi piani di redenzione, perché questa è la missione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa edificata su Pietro.

Amen!

Il fine non giustifica i mezzi

IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI

[…] e qui il discorso si può senz’altro allargare a coloro che aspirano ai primi posti anche nel campo della cultura, della scienza, della teologia, delle cariche ecclesiastiche. E qui abbiamo l’esplosione del farisaismo, triste deformazione della vita spirituale e della vocazione del teologo e del pastore, piaga che non risparmia nessun secolo della storia del cristianesimo, scandalosa invasione e soffocamento dello spirituale ad opera di interessi terreni più o meno peccaminosi, soprattutto di potere, di dominio, di efficienza, di prestigio, di successo. Qui è messa in opera l’astuzia più pericolosa e più vicina a quella del serpente della Genesi, perché, se quella del politico approfittatore danneggia o delude nei beni economici, quella del cattivo pastore, del falso profeta o del teologastro manda l’anima all’inferno.

 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

 

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Il Principe, la più celebre opera di Niccolò Machiavelli

Conosciamo tutti l’assioma che riassume la dottrina del Machiavelli circa i doveri del principe: “il fine giustifica i mezzi”, benchè questo principio non si trovi nel testo machiavelliano con queste precise parole. Esso vuol significare che, se il fine è buono, qualunque mezzo che serve al conseguimento del fine, è per ciò stesso giusto e buono o, se è cattivo, diventa buono. Sappiamo altresì come questa massima di Machiavelli sia stata respinta da molti. Notevole, per esempio, è il saggio di Jacques Maritain “La fin du machiavelisme” in Raison et Raisons . Qui vorrei approfondire in modo speciale la sua critica. Citiamo innanzitutto le parole del Segretario Fiorentino contenute nel famoso Principe:

machiavelli 2« Quanto sia laudabile mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienza ne’ nostri tempi, quelli prìncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati sulla lealtà… Ardirò di dire questo, che avendole (le buone qualità) ed osservandole sempre, sono dannose, e parendo d’averle, son utili; come parere pietoso, fedele, umano, intiero, ed essere; ma stare in modo edificato con l’animo che, bisognando non essere, tu possa e sappia mutare in contrario… Un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario imparare a poter essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la necessità, mezzo uomo, mezzo bestia, ora volpe, ora leone… Quello che ha saputo meglio usare la volpe, è meglio capitato… Ma sempre gli è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia di quegli vizi che gli torrebbero lo stato… Se gli uomini fossero tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono. Ma perché sono tristi, e non lo osserverebbero a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro ».

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Niccolò Machiavelli

Il difetto di questo ragionamento del Machiavelli non sta, come potrebbe apparire, nell’ammettere che, per raggiungere certi fini, può essere utile valersi in casi speciali di mezzi che in genere sono proibiti. Se Machiavelli si fermasse a ciò, avrebbe ragione. Ciò però non significa coonestare un atto in sé cattivo. Ma ciò non vuol dire neppure che sia impossibile rivestire un atto genericamente cattivo di circostanze che nella fattispecie lo rendono buono. Infatti, come si sa, la stessa morale tradizionale, ammette come legittima difesa l’uccisione dell’ingiusto aggressore. Così pure anche la menzogna, che nel suo genere è un male, perchè priva chi ascolta del diritto di sapere la verità, in certi casi, può configurarsi come legittima difesa contro chi potrebbe servirsi della notizia per fare del male, e quindi può divenire lecita, come risulta dal comportamento di Raab, narrato nella Bibbia [Gs 2,1-21], la quale viene premiata [Gs 6, 22-25] e lodata nella Lettera Ebrei [Eb 11,31] e da San Giacomo [Gc 2,25].

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la piaga del “machiavellismo” in politica

Esistono invece atti cattivi che non possono mai diventare buoni, neppure per certe circostanze. Ed è qui che Machiavelli cade, perché per lui non esiste alcun atto assolutamente cattivo, mentre d’altra parte non crede che il bene vada sempre ed assolutamente cercato. Un completo stravolgimento della morale; il peccato diventa comandato, mentre la virtù viene disprezzata.
Non si tratta, come alcuni dicono, dell’indipendenza della politica della morale. L’azione politica, in quanto atto umano, è semplicemente un atto morale avente come scopo la cura del bene comune. Morale e politica non possono ignorarsi a vicenda, ma la politica non è altro che l’applicazione del principio morale nell’ambito dei rapporti sociali. La politica semplicemente deve determinare nel campo sociale ciò che la legge morale lascia indeterminato; ma non può assolutamente contrastarlo. Nessuno autorizza il politico ad essere un furfante in nome della politica. Ma anche il politico, proprio come politico, è chiamato, nel cristianesimo, a farsi santo. Il Machiavelli, per imparare queste cose, aveva sotto gli occhi gli insegnamenti splendidi del Savonorola; ma non seppe trarne alcun profitto.

Astuzia

le massime machiavelliche di Al Capone: “Puoi fare più strada con una parola gentile e una pistola, che con una parola gentile e basta”

Questo relativismo e opportunismo morale Machiavelli lo rivela anche nel confondere la prudenza con l’astuzia, come appare già evidente dall’uso indifferente che Machiavelli fa delle due parole. Ciò vuol dire che raccomanda il vizio al posto della virtù, giacchè come insegna San Tommaso l’astuzia è una falsa prudenza per la quale «aliquis, ad finem aliquem consequendum, vel bonum vel malum, utitur non veris viis, sed simulatis et apparentibus ».
Ed è proprio quello che fa l’astuto: per raggiungere il suo fine, che peraltro non appare essere necessariamente un fine buono – “fare gran cose” non vuole ancora dir nulla – finge di essere buono, integro ed onesto, ma in realtà non lo è. Dunque l’astuzia è la compagna dell’ipocrisia.

Un Salmo della Scrittura loda l’astuzia nei confronti del “perverso” [Sal 17,27]. Ma trattandosi di difendersi contro un malfattore, allora è chiaro che va intesa nel senso della prudenza, di quella prudenza, nella quale Cristo dice che dobbiamo imitare i serpenti. Viceversa, il principe di Machiavelli non si fa scrupolo di ingannare, danneggiare o sfruttare anche gli innocenti, pur di raggiungere le sue mire di dominio e di potere.

bontà

la bontà …

Per Machiavelli la bontà non appare un fine assoluto, ma il fine è appunto questo fare “grandi cose”, il che può essere semplicemente una volontà di potenza o di autoaffermazione. E se, a servizio di tal fine, serve la bontà, bene, ma se serve la malvagità, bene lo stesso. In un ambiente di malvagi, il singolo, per Machiavelli, se vuole far fortuna ed affermarsi o quanto meno sopravvivere, deve a sua volta essere malvagio. Egli, per dar forza al suo ragionamento sofistico, non concepisce che il dovere di essere buono, sia, per dirla con Kant, un imperativo categorico, a parte il fatto che difficilmente incontreremo una società di puri malvagi, nella quale non brilli una qualche luce di bontà.

san pietro martire domenicano

San Pietro martire domenicano

Una cosa è certa: che Machiavelli non era assolutamente in grado di capire il valore del martirio. E’ evidente che Machiavelli nelle sue considerazioni è mosso da una semplice prospettiva terrena. Il destino dell’uomo si risolve in questo mondo, perdere in questo mondo vuol dire perdere tutto. Essere sconfitti quaggiù per essere fedeli ad un ideale oltremondano per Machiavelli non ha senso. Dal che si vede la sua radicale impostazione non dico anti-cristiana, ma addirittura materialista, perché anche saggi antichi come Socrate e Platone, seppero elevare lo sguardo al di là di interessi e mire meramente terreni per ascoltare l’imperativo assoluto ed incondizionato del valore morale presente nella coscienza.

Con l’esempio formidabile sotto i suoi occhi di un Savonarola, Machiavelli si limitò ad un modesto elogio, forse senza rendersi conto che l’esempio dell’eroico frate era una smentita radicale alla sua logica della

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lapide al domenicano Girolamo Savonarola affissa sul palazzo municipale della sua città natale di Ferrara

prepotenza. Bisogna osservare inoltre che, se il mezzo non è assolutamente buono, nessuna circostanza può renderlo buono la bontà del fine non può renderlo buono. Il fine quindi non può giustificare un mezzo cattivo, così come Dio giustifica il peccatore facendolo diventare buono. Il rubare per dare ai poveri resta sempre un rubare, anche se il dare ai poveri è encomiabile. Perchè il mezzo sia buono non basta che raggiunga efficacemente il fine; dev’essere buono in se stesso. Certo il rubare per dare ai poveri può essere un mezzo efficace per beneficare i poveri, il furto resta sempre un furto.

Così pure, se un mezzo è assolutamente cattivo, non può diventare buono. Questa impressione potrebbero darla l’omicidio e la menzogna. Senonchè essi non sono atti cattivi come tali, ma solo l’omicidio di un innocente e la menzogna all’innocente. In caso contrario, come abbiamo visto, può esser lecito uccidere o ingannare il malfattore. Abbiamo qui dunque uno stravolgimento di valori, per il quale la bontà è al servizio della malvagità. C’è comunque l’amaro presupposto che il bene non può vincere il male, soprattutto nel rapporto sociale: tanto vale allora imboccare di proposito la strada del male nella falsa idea di potersi così difendersi e farsi valere. Dato che gli altri sono malvagi, se vuoi sopravvivere ed affermarti, dei essere malvagio anche tu.

 

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Adamo ed Eva secondo Michelangelo

Machiavelli sembra sdoppiare assurdamente l’idea del bene, quasi debba o possa esistere un super-bene dell’uomo “al di là del bene e del male”, figure relative e funzionali al bene supremo, indifferente al bene e al male o sintesi di entrambi. Qui Machiavelli sembra precorrere Nietzsche. Il bene sembra consistere proprio in questa oscillazione, in questo giocare abilmente tra il bene e il male a seconda delle convenienze. È la doppiezza eretta a sistema, agli antipodi della franchezza e della linearità evangelica del “Sì, sì, no, no”. Non si dà un bene puro ed assoluto separato dal male; ma un legame indissolubile tra di essi, che sembra già precorre la dialettica hegeliana.

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la terra, il grande bene comune …

Al principe machiavelliano non interessa il servizio al bene comune, ma solo al proprio: mantenere stretto in mano il potere, quale che sia, e dominare gli altri. Deve certo esser generoso e altruista; ma solo quando gli conviene. Ma nel complesso deve fingere, se vuole aver successo e conservare il potere. L’importante non è essere onesto, ma far credere agli alti di esserlo. Da qui si capisce che cosa il Machiavelli propone al suo principe: l’importante non è servire il popolo, ma solo darne l’apparenza. L’importante è stare a galla in ogni frangente mediante l’onestà e mediante la disonestà. La storia peraltro dimostra che anche coloro che seguono queste idee non sempre fanno fortuna ed anzi spesso finiscono male, mentre leaders politici, capi di Stato, sovrani onesti e coraggiosi, anche se pure per loro non va sempre bene, tuttavia possono avere un grande successo, come dimostrano gli esempi in figure nobilissime, come quella di un San Luigi IX, un San Venceslao, un Carlo Magno nel passato e nei nostri tempi Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, John Kennedy, Martin Luther King, Gandhi e tanti altri. Per non parlare dei grandi Pontefici della storia.

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la piratesca ciurma

Il principe machiavelliano dev’essere inoltre un artista in fatto di ciurmeria, sempre per avere in mano il potere di dominare gli altri. A tal riguardo suscitano tutta l’ammirazione dell’astuto Fiorentino coloro che “hanno saputo con l’astuzia aggirare i cervelli degli uomini”. E qui il discorso si può senz’altro allargare a coloro che aspirano ai primi posti anche al di fuori della politica, nel campo della cultura, della scienza, della teologia, delle cariche ecclesiastiche. E qui abbiamo l’esplosione del farisaismo, triste deformazione della vita spirituale e della vocazione del teologo e del pastore, piaga che non risparmia nessun secolo della storia del cristianesimo, scandalosa invasione e soffocamento dello spirituale ad opera di interessi terreni più o meno peccaminosi, soprattutto di potere, di dominio, di efficienza, di prestigio, di successo. Qui è messa in opera l’astuzia più pericolosa e più vicina a quella del serpente della Genesi [Gen 3,1], perché, se quella del politico approfittatore danneggia o delude nei beni economici, quella del cattivo pastore, del falso profeta o del teologastro manda l’anima all’inferno.

Cartoline

Gesù guarisce il cieco dalla nascita

Uno di maggiori guai che affliggono la Chiesa di oggi è precisamente il moltiplicarsi di questi soggetti, titolati o non titolati, dilettanti o professionisti, i quali, come mi diceva un mio Superiore domenicano, — non so se con queste parole si rendesse conto di ripetere il Machiavelli —, « stravolgono la mente dei fedeli ».

Un altro difetto del Machiavelli è l’eccessiva importanza che egli dà al successo terreno. Nessun dubbio che il programma politico del principe mira al successo e può esservi attaccato più di quanto un vescovo o un teologo si attendano successo dalla loro attività. Eppure, anche il principe cristiano non deve esser troppo attaccato al successo e, pur di restar fedele a princìpi di onestà, deve saper accettare anche l’insuccesso. Meglio un insuccesso ma con la coscienza pulita che un gran successo ottenuto con inganni, corruzione e disonestà: “quella sottile astuzia che tende a trarre nell’errore” [Ef 4,14]. Oggi, soprattutto dietro il formidabile impulso che viene dalla Chiesa a partire da Leone XIII fino al Papa attuale, molte voci si sono levate per sottolineare ed esaltare la dignità morale dell’agire politico al servizio del bene comune e lo stretto nesso che una sana etica politica deve avere con quella del Vangelo.

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il buon samaritano raccoglie e cura l’uomo aggredito per la strada dai briganti

Oggi più di un tempo molti, soprattutto giovani, capiscono ed apprezzano quanto è nobile e mirabile dedicare la propria vita al bene degli altri, magari solo per motivi umanitari, al risanamento della politica, all’instaurazione e promozione della giustizia sociale, alla difesa degli oppressi a costo di sacrifici e dell’insuccesso e a rischio addirittura della propria vita. Dopo l’amara esperienza delle dittature del secolo scorso sembra di constatare una diffusa ripugnanza, almeno nei paesi occidentali non islamici e non comunisti o di destra nei confronti del modello machiavelliano del capo di Stato o del sovrano o, del dirigente politico. Questo non vuol dire che il machiavellismo sia stato sconfitto nella società come nella Chiesa. Esso è quindi quelle male piante seminate dal peccato originale, che sempre rinascono se non siamo pronti a strapparle col rimedio dell’onestà, della giustizia e della carità.

Varazze, 18 maggio 2015

L’impronta del Volto di Cristo nella Sindone

L’IMPRONTA DEL VOLTO DI CRISTO NELLA SINDONE

 

l’impronta sindonica, pur appartenente a quella di una salma, come è testimoniato dalla posizione delle braccia e delle gambe, è però nello stesso tempo testimonianza sconvolgente dell’istante nel quale Cristo sta risorgendo e ci lascia un segno miracoloso ed impressionante di questo istante, al quale nessuno ha assistito, ma solo questo povero telo muto, ma più eloquente di mille testimonianze umane.

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

 

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immagini fotografiche della Sindone

In occasione dell’ostensione della Sindone a Torino, un evento sempre di grande significato e risonanza nell’ambito ecclesiale e, più ampiamente, della cultura, della scienza e della storia, credo che i nostri lettori possano gradire queste mie considerazioni relative all’interpretazione dell’impronta del Volto sul telo sindonico. Esse ci porteranno a comprendere meglio il significato e il valore di questa misteriosa Impronta, che, col progredire delle ricerche scientifiche, sempre meglio e sempre con maggior certezza conferma la tradizionale convinzione della Chiesa (1), che si tratti effettivamente del telo nel quale fu avvolto il corpo di Cristo, calato dalla croce e deposto nel sepolcro, secondo il racconto del Vangelo [Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53].

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l’avvocato piemontese Secondo Pia [1855-1941] che eseguì la prima foto sulla Sindone

Tutti conoscono l’evento sensazionale, che ebbe nel 1898 come protagonista l’avvocato torinese Secondo Pia, il quale, nel preparare la fotografia del Volto sindonico, si accorse esterrefatto ed emozionatissimo, che il negativo della foto presentava le fattezze del Volto in rilievo, come se, in modo simile a quanto avviene in un ritratto fotografico di un volto esposto alla luce, le parti sporgenti — per esempio il naso o la fronte — fossero illuminate, mentre quelle rientranti o nascoste fossero in ombra.

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primo piano del Volto

Da allora fino ad oggi è invalso l’uso di interpretare questo sorprendente negativo dell’impronta sindonica alla stregua o sul modello del negativo di un ritratto fotografico, come se si trattasse, per la precisione, del negativo di un negativo. Mi spiego. La teoria che si è formata in seguito della scoperta di Pia è la seguente: ci si immagina l’impronta sindonica come se fosse il negativo di un ritratto fotografico; per cui il negativo della foto di questa impronta viene logicamente a costituire un positivo: ecco dunque apparire con chiarezza e in rilievo, quasi illuminate dalla luce, le fattezze del Volto, come un vero ritratto, cosa che in precedenza non aveva questa efficacia rappresentativa, perchè siamo di fronte ad una semplice impronta o, potremmo dire, a un semplice negativo. Naturalmente tutti hanno sempre riconosciuto l’impronta del Volto.

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ostensione della Sindone nel 1898

L’operazione del Pia fece sì che questo Volto si riconoscesse molto meglio, in quanto l’occhio, considerando quel negativo, lo percepiva come un positivo, seppure al contrario (2), quasi un Volto misterioso e solenne che emergeva bianchissimo dalle tenebre del negativo fotografico. Per questo, questa foto, accanto a quella dell’impronta sindonica, emerse subito e meritatamente a fama mondiale. Senonchè si cadde però in un grave errore, del quale ancor oggi generalmente non ci si accorge. L’errore sta nel fatto che è sbagliato paragonare il ritratto del Volto, che esce dal negativo fotografico della foto dell’impronta, a un comune ritratto fotografico, come avviene quando fotografiamo un nostro amico o un nostro familiare. Infatti, un comune ritratto fotografico rappresenta un volto illuminato da una sorgente di luce, che viene da fuori del volto, generalmente una luce che viene o da sinistra o da destra o dall’alto. Nel cosiddetto flash la luce colpisce il soggetto frontalmente. In ogni caso, si danno sempre delle parti del volto che restano in ombra, causata dal fatto che, per esempio, il naso pone ostacolo alla luce, per cui proietta un’ombra sulla guancia.

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ombre e luci del Volto

Ciò a cui finora non si è fatta attenzione e che causa l’errore della teoria del negativo di un ritratto fotografico, è che le zone dell’area nella quale si trovano le impronte del Volto, prive di impronta — per esempio lo spazio tra l’impronta delle guance e l’impronta dei capelli o quella tra l’impronta del naso e l’impronta delle guance —, non sono affatto paragonabili alle zone d’ombra come potrebbe avvenire in un ritratto fotografico, ombra cioè, come ho detto, causata dal fatto che certe parti ostacolano l’arrivo della luce. Invece le zone del Volto sindonico in ombra sul telo, lo sono perchè non raggiunte — come oggi attesta la scienza — dalla irradiazione perpendicolare al telo, colpito da una misteriosa energia radiante, la quale, uscendo dal Volto vivo del Signore ha impresso nel telo, o per la precisione ha ossidato maggiormente le parti più sporgenti del Volto — per esempio il naso, i baffi e la fronte — e sempre di meno le parti sempre meno frontali e più oblique rispetto alla direzione dei raggi, fino a risultare l’irradiazione del tutto inefficace rispetto alle zone poste nella stessa direzione dei raggi, come per esempio le parti sinistra o destra del collo e delle guance, che non lasciano nessuna impronta e sono totalmente in ombra.

sindone 5

ombre e luci del Volto

In ogni caso — e questo è essenziale per la confutazione della suddetta teoria — le parti in ombra non sono affatto tali perchè altre parti ostacolano l’arrivo dell’energia radiante, che allora non era ancora stata scoperta ed era scambiata per una fonte di luce, come avviene nelle normali fotografie di altri esseri umani. Ma le parti del Volto sul telo sono o in ombra o più o meno in evidenza in rapporto al fatto di essere più o meno vicine alla sorgente dell’energia radiante, che è lo stesso Volto, fino a sottrarsi del tutto ad essa nelle zone dove l’impronta dell’energia è del tutto assente, perchè non vi può giungere.

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preparazione della Sindone per l’ostensione del 1931

Se il ritratto del Volto fosse paragonabile ad un ritratto fotografico, come si è creduto fino ad oggi, l’immagine del Volto dovrebbe presentare parti in ombra causata da altre parti del Volto, per esempio l’ombra del naso sulla guancia o una parte del Volto più illuminata dell’altra o simili dettagli, tutte cose che non si riscontrano assolutamente. Questo tipo di ombra “da ostacolo” è totalmente assente dal Volto e c’è solo l’altra “per assenza di contatto”, che non dipende, come ho detto, da parti che ostacolano la luce, ma semplicemente da parti dove la luce — meglio dire l’energia radiante — non poteva arrivare, perchè poste nella sua stessa direzione.

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chiari e scuri della Sindone

Questa energia radiante era ad un tempo calorifica e luminosa, una luz caliente, direbbe San Giovanni della Croce, riferendosi alla luce della fede, principio di amore, che ci è donata ed irradia dal Volto di Cristo. Calorifica per l’ossidazione del telo; luminosa, in quanto ha causato l’impronta del Volto, che è un Volto di pura luce senza ombre, giusta quanto dice San Giovanni che «Dio è Luce e in Lui non ci sono tenebre» [I Gv 1,5]. Viceversa, la teoria dell’immagine fotografica dovrebbe supporre delle ombre da ostacolo, come in ogni normale fotografia; ombre che invece, nel volto sindonico, non ci sono affatto. Nulla nel Volto di Cristo, pone un ostacolo alla luce. Siccome però è una luce che procede in linea retta — in Cristo tutto è diritto, tutto è retto — , non può illuminare ciò che è fuori della sua direzione e della sua portata. Una lezione per noi, che invece non ci lasciamo totalmente illuminare da Cristo e, poichè siamo finiti e c’è in noi del non-essere, non stupiamoci se la luce di Cristo per conseguenza è in noi limitata: non può illuminare quello che non c’è.

Il Volto della Sindone non è dunque un volto illuminato da una luce che viene da fuori, come il nostro. È invece un Volto luminoso, che emana luce, simile al volto di Mosè, ed anzi molto di più, se è vero che è il volto del Verbo della Verità, che illumina tutto il mondo.

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particolare delle mani con il segno del chiodo nel polso

Le conclusioni, alle quali siamo arrivati, presentano un singolare interesse e ci fanno scoprire un aspetto del Volto sindonico, che finora non era stato considerato a causa di un fraintendimento. Del resto, le scoperte che facciamo da secoli nell’Immagine sindonica si succedono le une alle altre in un meraviglioso ed entusiasmante seguito, che pare non aver mai fine. Qualcosa del genere avviene in cristologia, dove i teologi e la Chiesa stessa non finiscono mai di scoprire nuovi aspetti del Mistero di Cristo, nel Quale «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» [Col 2,3].

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negativi fotografici

C’è poi un altro aspetto dell’immagine sindonica, del quale pare che a tutt’oggi non ci si sia ancora resi conto. Ed è l’impronta dei capelli. Questa impronta non è per nulla quella che risulterebbe da un contatto con l’energia radiante con capelli afflosciati, quali sarebbe logico che fossero quelli di un cadavere steso su di un piano orizzontale, come si suppone che fosse posizionata la salma di Cristo, coperta dal telo. Invece i capelli, da come risulta dall’impronta, cadono perpendicolarmente, come se il corpo fosse ritto in piedi, quindi vivo, col telo davanti, ad una certa distanza, anch’esso perpendicolare al pavimento [sostenuto da chi?], in modo da poter ricevere l’impronta del corpo del Signore.

sindone 10

la Sindone, potrebbe essere una istantanea della risurrezione?

Quale conclusione trarre? Che l’impronta sindonica, pur appartenente a quella di una salma, come è testimoniato dalla posizione delle braccia e delle gambe, è però nello stesso tempo testimonianza sconvolgente dell’istante nel quale Cristo sta risorgendo e ci lascia un segno miracoloso ed impressionante di questo istante, al quale nessuno ha assistito, ma solo questo povero telo muto, ma più eloquente di mille testimonianze umane.

Varazze, 4 maggio 2015

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(1) Lex orandi, lex credendi. Dal secolo XVII esiste in maggio nella diocesi di Torino una memoria liturgica della Sindone intesa come impronta del corpo di Cristo morto e risorto. Naturalmente questa convinzione della Chiesa non è dogma di fede, e tuttavia è di somma autorevolezza, benchè non si tratti di oggetto di fede, ossia di un dato della divina Rivelazione. Si tratta però di materia connessa alla fede, giacchè – a parte il rapporto con le narrazioni evangeliche – cosa ci può essere di maggiormente connesso con la fede, se non il corpo di Colui, che è l’Autore e Perfezionatore della fede (Eb 12,2)? Da precisare, inoltre, che la detta convinzione ecclesiale non pretende assolutamente di sostituirsi o di sovrapporsi al giudizio della scienza, la quale, in questo campo, che è anche di sua competenza, può e deve esprimere sentenze, che restano assolutamente libere ed autonome dalla fede, e dotate di una loro propria autorevolezza e certezza fondate sull’esperienza e la ragione.
(2) Verrebbe quasi fatto di dire, con Lutero: sub contraria specie. Par quasi di assistere ad un gioco dialettico hegeliano: il positivo nel negativo.

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Servizio della Televisione Svizzera

 

 

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L’ etica luterana l’antropologia di Lutero

— Theologica —

L’ETICA LUTERANA, L’ANTROPOLOGIA DI LUTERO

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Lutero insiste molto sull’umiltà, ma egli non la intende come obbedienza ai comandamenti, tanto meno come obbedienza alla Chiesa Romana, governata secondo lui dall’Anticristo — il Papa — quindi sinagoga di Satana, bensì come convinzione del proprio essere peccatori incorreggibili, che tuttavia confidano nella misericordia divina. Mi pare evidente che si tratta di una finta umiltà suggerita dal Demonio …

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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PER APRIRE IL TESTO CLICCARE SOTTO

21.04.2015  Giovanni Cavalcoli, OP – L’ETICA LUTERANA

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Domando perdono a Sua Santità per il “Pesce d’Aprile” offrendo una riflessione sul carrierismo-camaleontico

DOMANDO PERDONO A SUA SANTITÀ PER IL «PESCE D’APRILE» OFFRENDO UNA RIFLESSIONE SUL CARRIERISMO-CAMALEONTICO

 

Chi spera di ottenere qualche cosa non dice mai la verità, si limita solo a cercare di compiacere in tutti i modi il padrone per ottenere da esso ogni possibile beneficio. E nella Chiesa d’oggi non abbiamo purtroppo né un San Bernardo di Chiaravalle né una Santa Caterina da Siena che si rivolgano al Romano Pontefice in modo deciso, avvolti d’amore e sacro rispetto verso l’Augusta Persona della Santità di Nostro Signore; temo quindi che in questi tempi di vacche magre la Santità Vostra debba accontentarsi di un mezzo scarto come me.

 

«Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore»

[Vangelo di San Marco 2, 21]

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Beatissimo Padre.

Consapevole che un “rattoppo” può dare vita a uno “strappo peggiore” [Mc 2, 21] umile e sincero Vi domando perdono per avere esordito il 1° aprile sulla seguita rivista telematica L’Isola di Patmos con un genere di scherzo noto in ambito europeo come «Pesce d’Aprile» [ndr. vedere QUI], lo stesso genere di scherzo che nelle terre d’origine della Santità Vostra è noto invece come «las bromas del dia de los Santos Inocentes» [gli scherzi del giorno dei Santi Innocenti], che in America Latina cade il 28 dicembre.

Confido anche nel sorriso di S.E. Mons. Guido Pozzo che dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei è stato promosso nunzio apostolico nella Repubblica di Nauru, perché anch’esso nella sua vita ecclesiastica avrà forse ricevuto o fatto qualche “scherzo da prete”, a partire dai tempi in cui era studente presso l’antico Collegio Capranica, dal quale sono uscite nel corso degli ultimi decenni cordate di soggetti che di scherzi alla Chiesa ne hanno fatti svariati e pesanti; molti dei vescovi donati alle diocesi italiane da quest’Almo Collegio sotto la precedente presidenza della C.E.I. ne sono infatti prova palese.

Nessuno potrà dire che io abbia dei celati sentimenti di carrierismo, piaga contro la quale ho spesso combattuto e scritto in toni duri nei miei libri e articoli; perché chiunque miri nel proprio intimo a qualche cosa si guarda bene dal promuovere per scherzo se stesso ad una sede vescovile, tanto è noto e risaputo che neppure uno che aspiri a diventare parroco di una chiesa di campagna farebbe pubblici scherzi del genere.

I carrieristi non sono spariti, hanno solo cambiata veste: sotto il pontificato del Vostro Sommo Predecessore erano tutti presi in sfoggi d’attenzioni per la sacra liturgia ed i suoi importanti apparati, tanto che all’epoca le sartorie ecclesiastiche e le fabbriche di paramenti artistici facevano affari d’oro. Oggi invece le stesse sartorie e fabbriche piangono miseria, perché il nuovo stile inaugurato dalla Santità Vostra è tutto improntato sulla semplicità e su una povertà francescana che neppure San Francesco d’Assisi conobbe mai, visto che i suoi frati erano sì poveri, ma le loro chiese erano dotate per la gloria di Dio dei paramenti più belli e delle suppellettili più preziose. I calici di coccio hanno cominciato a usarli di recente per ostentata “povertà” quei certi Frati Minori che hanno poi spinto il proprio Ordine verso la bancarotta per speculazioni finanziarie spericolate con le banche svizzere, mentre giocondi cantavano le lodi a Madonna Povertà e ponevano al contempo il Corpo e il Sangue di Cristo in vasellami di terracotta decorati con i colori della “bandiera della pace“, la quale nasce peraltro in ambito esoterico ed occultistico, come ormai risaputo e spesso inutilmente ripetuto ai diversi preti che si ostinano a metterla sugli altari dai quali da tempo hanno tolto il crocifisso centrale, affinché l’ombra di Nostro Signore non debba offuscare l’immagine del “prete-protagonista“.

Sono quindi certo che con la Vostra grazia di stato e la sapienza di cui siete Sommo Maestro sarete prudente e lungimirante quanto basta a non fidarvi di questi camaleonti, perché i carrieristi che oggi parlano di poveri e barboni sono gli stessi che sino a due anni fa spendevano somme esorbitanti di danaro solo per organizzare una sontuosa cena per celebrare il loro anniversario di consacrazione episcopale, alla presenza del gotha della vecchia aristocrazia e dei membri degli ordini cavallereschi che durante certe feste degne delle corti rinascimentali versavano lacrime di nostalgia per il vecchio Stato Pontificio. Ma ecco che d’improvviso ce li siamo ritrovati dinanzi totalmente trasformati, ed a soli due anni di distanza da allora, oggi non perdono occasione per parlare di poveri e di barboni ad ogni pubblica occasione propizia.

Forse sarebbe bene informare la Santità Vostra che ci sono Vescovi che nelle proprie omelie hanno posto ormai in secondo piano il Verbo di Dio fatto Uomo per parlare ai fedeli dei barboni, delle docce e dei barbieri che il Romano Pontefice ha fatto mettere a loro disposizione. A quanto però ci è dato sapere nessuno di loro ha messo a disposizione dei barboni né il proprio super-attico in città, né la propria villa, né il prezioso rustico di campagna che si sono preparati con gran cura e dispendio di danaro per potersi ritirare a quieta vita quando saranno “vescovi emeriti”; né pare che alcuno di essi abbia messo a disposizione dei barboni i cospicui risparmi accumulati durante gli anni del proprio ministero episcopale.

La mia modesta esperienza mi insegna che non bisognerebbe mai fidarsi di chi passa con siffatta disinvoltura dai broccati decorati in oro e argento agli stracci dozzinali in acrilico sintentico, perché ciò denota che questi clericali trasformisti non sono mai se stessi e quindi non manifestano mai la genuina sincerità del proprio essere. Coloro che dopo la Vostra Augusta elezione al Sacro Soglio hanno riposte in cassaforte le croci pettorali d’oro per presentarsi alle assemblee episcopali o in udienza privata dal Romano Pontefice con croci pettorali di ferro, o quelli che per figurare più poveri ancora si presentano direttamente con croci pettorali di legno a forma di tau francescano, sono il segno vivente della inaffidabilità più falsa e pericolosa, oltre che paradigma di quella desolante mediocrità che oggi soffoca la Chiesa di Cristo dai più bassi ai più alti livelli.

Quelli che invece scherzano in modo molto serio sono parecchio più affidabili di questi trasformisti, perché come ci ha insegnato quel giocoso santo di Filippo Neri essi servono veramente la Chiesa e il Romano Pontefice usque ad effusionem sanguinis, mentre i camaleonti tradiscono sempre; e non si limitano a tradire i vivi, tradiscono anche i morti.

Mi piacerebbe che in occasione della benedizione Urbi et Orbi la Santità Vostra si presentasse assiso sul trono dorato con l’abito corale pontificale, dopo avere celebrato le solennità pasquali con i paramenti storici più belli di cui è ricca la papale basilica di San Pietro, perché a quel punto, coloro che cavalcano una immagine di povertà da marketing mediatico e che offrono omelie unicamente a base di barboni, descrivendo ai nostri tanti fedeli che non conoscono più neppure i rudimenti del Catechismo della Chiesa Cattolica l’importanza delle docce e dei barbieri messi a loro servizio; gli eretici modernisti per un verso e gli eretici lefebvriani per altro verso, sarebbero messi tutti quanti in totale stato confusionale; e più li metteremo in confusione, più li porteremo allo scoperto; più li porteremo allo scoperto, più possibilità avremo di liberare la Santa Chiesa di Cristo da queste cellule tumorali sparse nel suo Corpo Santo come delle metastasi.

Di questi tempi, per preservare e per salvare la Santa Chiesa di Cristo non bisogna portare la pace, ma una spada [Mt 10, 34], che all’occorrenza può essere anche la spada della sana e cristiana ironia utile a mettere a nudo quanti sono pronti a cambiare con estrema facilità bandiera ed a saltare all’istante sul carro del nuovo vincitore, pur di rimanere gli stessi di sempre, cercando di ottenere tutto quello che si può riuscire ad ottenere in benefici e cariche ecclesiastiche persino dopo certi radicali cambi di governo. E costoro, da cui la Santità Vostra è purtroppo circondato, sono la moderna incarnazione di Giuda che rimproverò Maria di avere unto il Signore con un prezioso olio di nardo che a parere dell’Iscariota poteva essere venduto per 300 denari per darne poi il ricavato ai poveri [Gv 12, 5]; sono gli stessi che dopo avere accompagnato il Signore nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme poco dopo lo abbandonarono dinanzi al pericolo e fuggirono [Mt 26, 56], mentre la folla di ieri, come quella di oggi, sceglieva Barabba e gridava nel pretorio di Pilato: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» [Gv 19, 6].

Il mio cuore si rallegra dinanzi alla misericordia ed alla tenerezza più volte invocata dalla Santità Vostra e questo mi rende fiducioso che assieme ai barboni potremo esserne beneficiati anche noi figli Vostri e servitori devoti della Chiesa, resi indegnamente partecipi per mistero di grazia al sacerdozio ministeriale di Cristo, pur essendo noi sacerdoti sempre più carenti sia di misericordia sia di tenerezza da parte delle nostre Autorità Ecclesiastiche.

La Santità Vostra ha mai pensato — ed assieme a Voi quei Vostri Venerabili Fratelli Vescovi dediti oggi alla predicazione del nuovo Vangelo dei barboni  di mandare questi amabili clochards a celebrare il Sacrificio Eucaristico, a dare la sacra unzione a un infermo, ad assolvere i fedeli dai loro peccati, a guidare in vario modo il Popolo di Dio sulla via della fede in tutte quelle regioni del mondo dove la mancanza di sacerdoti aumenta sempre di più e dove l’età del clero è sempre più elevata? Perché anche noi presbiteri che serviamo la Chiesa con la nostra vita ed a prezzo della nostra vita e che spesso siamo parecchio più soli e abbandonati dei barboni, abbiamo bisogno di “docce”, di “barbieri” e di varie altre attenzioni che però nessuno ci dà.

Chi spera di ottenere qualche cosa non dice mai la verità, si limita solo a cercare di compiacere in tutti i modi il padrone per ottenere da esso ogni possibile beneficio. E nella Chiesa d’oggi non abbiamo purtroppo né un San Bernardo di Chiaravalle né una Santa Caterina da Siena che si rivolgano al Romano Pontefice in modo deciso, avvolti d’amore e di sacro rispetto verso l’Augusta Persona della Santità di Nostro Signore; temo quindi che in questi tempi di “vacche magre” la Santità Vostra debba proprio accontentarsi di un mezzo scarto come me.

Prostrato ai Vostri piedi bacio con devota obbedienza l’anello del Pescatore, con gli occhi illuminati da quel dono della grazia nella fede attraverso i quali non cesserò mai di venerare in Voi il Mistero della Chiesa eretta dal Verbo di Dio sulla roccia di Pietro.

Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero

Dall’Isola di Patmos, 1 aprile 2015, ore 23.00
Vigilia della Missa in Coena Domini

 

papa crisma

Nella foto: il Santo Padre Francesco durante la Santa Messa del Crisma del 2014

O Redemptor sumet carmen

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Cari Lettori: “Mi scuso, ma al tempo stesso sono commosso”

CARI LETTORI: «MI SCUSO, MA AL TEMPO STESSO SONO COMMOSSO»

L’ambizione rende quasi sempre l’uomo non libero, quindi falso, ed il falso, oltre a non essere in alcun modo affidabile, è sempre e di rigore un dannoso avvelenatore della vita ecclesiale, ed i danni e le guerre fratricide che spesso produce all’interno del mondo ecclesiastico sono talvolta incalcolabili.

 

pesce di aprile

appendice al “pesce d’aprile”

 

È difficile che gli altri mi prendano in giro perché io mi prendo in giro da solo. Poi, per essere veramente seri non bisogna mai essere seriosi bensì giocosi, perché con un sorriso, ciò che di più serio esiste si trasmette e s’imprime, mentre con la seriosità arcigna, ed in specie quella clericale, ciò che di più serio esiste si cancella e nulla rimane  [Ariel S. Levi di Gualdo]

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
+ Ariel S. Levi di Gualdo Vescovo titolare di Laodicea Combusta

 

Il Cardinale Crescenzo Sepe mostra dall'altare del Duomo di Nap

I lettori rimasti male per questa mancata nomina non si disperino: per il “Pesce d’Aprile” del 2016 sarò nominato Arcivescovo di Napoli [fotomontaggio di Andrea

Cari Lettori / Care Lettrici.

Prego coloro che in toni persino commossi mi hanno inviato messaggi di felicitazione per la mia nomina a vescovo titolare di Laodicea Combusta, di non sentirsi sbeffeggiati per questo Pesce d’Aprile [vedere QUI]. Basterà però attendere ancora poco affinché io possa succedere al cardinale residenziale di una antica sede: Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli. Ho già fatto le prove per il Pesce d’Aprile 2016 e posso anticiparvi una mia foto con la reliquia di San Gennaro in mano, fotomontaggio eseguito dall’amico Andrea nel quale per inciso — ci tengo a precisarlo — le due pagnottelle che vedete in foto non sono le mani mie ma quelle dell’amabile episcopo dell’antica Partenope.

Proprio quando scherzo faccio molto sul serio e molti di voi coglieranno il messaggio di fondo che è questo: chi spera di ottenere qualsiasi cosa, piccola o grande che sia, non fa certi scherzi, per fare i quali occorre la forza della libertà umana e cristiana da qualsiasi celata o mal celata ambizione. Per gli ecclesiastici l’ambizione è particolarmente nefasta, perché se il Demonio riesce a prenderci in essa, di noi può riuscire a fare tutto ciò che vuole. Lungo e penoso sarebbe l’elenco derivante da mie esperienze di vita sacerdotale a volte dolorose. Ho conosciuto vescovi che anziché servire e amare le Chiese particolari a loro affidate hanno dissipato il proprio episcopato per cercare di auto-promuoversi a più grande e prestigiosa sede, sempre disponibili per politici, giornalisti o membri della curia romana ravvoltolati come donnette al lavatoio nel peggiore chiacchiericcio, scostanti e non dediti alle cure del proprio clero e dei propri fedeli; pronti a emarginare in modi finanche crudeli tutti coloro che con onestà e devoto rispetto li hanno messi dinanzi alle loro gravose responsabilità pastorali, ma circondati in compenso di untuosi e adoranti segretarietti o di collaboratori rigorosamente più mediocri del vescovo stesso, promossi non di rado a loro volta alla dignità episcopale. È infatti ormai prassi triste e incontrollata che le mezze figure, prima si circondino, poi portino avanti appresso delle figure ancora più mezze di loro, tant’è vero che difficilmente, un pollo che razzola nel cortile, si mette un’aquila nelle proprie vicinanze.

Ho conosciuto giovani preti che si vedevano già nunzi apostolici a Washington, ma grazie a Dio scivolati infine su una buccia di banana, vittime della propria scaltrezza tutta quanta presunta. È che purtroppo ne ho visti molti altri andare avanti e soprattutto di molto peggiori. Troppi altri ancora ne ho visti accompagnarsi servili e ruffiani a cordate di curiali ai quali un prete per bene non allungherebbe mai la mano neppure con la canna da pesca; e sono gli stessi che appena ieri, sotto il pontificato del Venerabile Benedetto XVI, erano tutto un trionfo di rocchetti, damaschi e pose ieratiche, sempre pronti a sospirare in buon latino liturgico. Oggi questi stessi personaggi indossano paramenti dozzinali in vile acrilico, vanno in giro con un mezzo clergyman scollacciato e ti spiegano che nella vita ecclesiale il valore della povertà è tutto; e se per caso ti lasci scappare di bocca mezza orazione in latino, rischi di essere marchiato a fuoco come retrò. Evidentemente hanno capito — o credono di avere capito — che oggi, per fare carriera nel nuovo mondo ecclesiastico, bisogna parlare di poveri, di barboni e di periferie esistenziali di vario genere; ignari che forse, tutto questo, potrebbe essere invece solo un abile gioco per farli venire allo scoperto e indurli a cadere dentro la rete da pesca a loro tesa in modo magistrale, o se preferiamo con autentica scaltrezza papal-gesuitica.

In questo variegato campionario i peggiori in assoluto sono sicuramente quelli che non sono riusciti nelle loro scalate e che finiti in seguito licenziati dalla curia romana o dal servizio diplomatico, una volta rimandati trombati&frustrati nelle loro diocesi di origine si sono rivelati per i loro vescovi ed i loro confratelli degli ingestibili concentrati dei peggiori veleni.

L’ambizione rende quasi sempre l’uomo non libero, quindi falso, ed il falso, oltre a non essere in alcun modo affidabile, è sempre e di rigore un dannoso avvelenatore della vita ecclesiale, ed i danni e le guerre fratricide che spesso produce all’interno del mondo ecclesiastico sono talvolta incalcolabili.

Più volte, parlando privatamente col mio allievo e collaboratore e vari altri miei figlioli, ho affermato con triste ironia che potrei scrivere in anticipo sin d’ora l’elenco di tutti i peggiori elementi conosciuti durante la mia formazione al sacerdozio, ed appresso nella mia vita sacerdotale, che a uno a uno diventeranno tutti vescovi, i vescovi più mediocri diventeranno cardinali, i cardinali più mediocri diventeranno, chissà … perché in tal senso si sono programmati sin dai primi mesi di seminario e molti di essi riusciranno ad ottenere ciò che si sono prefissi. Detto questo ho sempre aggiunto: … e per ineffabile mistero, questi soggetti falsi, limitati, mediocri, spesso lacunosi sul piano dottrinale e pastorale e non di rado imbarazzanti sul piano morale, ricevuta la sacra unzione e con essa la pienezza del sacerdozio saranno comunque dei legittimi strumenti di grazia; e come tali dovranno essere rispettati e venerati ed all’occorrenza protetti come dei tesori, ma non per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano e soprattutto per i Sacramenti che saranno chiamati ad amministrare. Certo, non saranno mai destinatari della mia stima, ma saranno sempre destinatari della mia sacerdotale venerazione, perché essi incarnano la pienezza del sacerdozio apostolico nel Mistero della Chiesa che sin dalla sua nascita lotta con il Mistero del Male.

Troppo a lungo nei seminari e nei noviziati religiosi si è spesso insistito ed esagerato in modi a volte rasenti l’ossessione sul peccato capitale della lussuria, come se nella sessualità umana risiedesse l’intero mistero del male. E mentre eravamo presi a concentrarci su questo, sotto gli occhi dei pii formatori, dei vescovi e dei superiori maggiori preoccupati quasi e solo dei pericoli dell’umana sessualità dei futuri preti e frati, crescevano e si moltiplicavano eserciti di incontenibili superbi, avari, invidiosi, iracondi. E la superbia, come varie volte ho scritto e ripetuto anche su queste nostre colonne dell’Isola di Patmos, è la regina di tutti i peccati, la somma auriga che si tira dietro tutti gli altri. È per questo e non certo per caso che al primo posto c’è lei, la superbia, non la lussuria, che è comunque un grave peccato ma che nella lista dei Sette peccati capitali sta però al 5° posto, perché prima di essa ne vengono altri quattro: I. superbia, II. avarizia, III. invidia, IV. ira … forse che questi siano più gravi, se l’ordine cronologico di grado del Catechismo della Chiesa Cattolica ha un suo senso preciso?

Per il mio spirito di libertà da certe ambizioni che reputo alquanto sano, confesso che qualche volta mi sarebbe persino piaciuto essere un po’ apprezzato dall’Autorità Ecclesiastica, anziché trattato a pesci in faccia. Quando però in questa valle di lacrime — e spesso anche di nani affetti dal complesso dei giganti terrorizzati per questo dal confronto con gli altri — scatta in me l’umano desiderio di essere apprezzato, cerco di fuggire questa “tentazione” recitando a memoria le Litanie dell’Umiltà del Cardinale Rafael Merry del Val … e tutto mi passa. Più volte le ho consigliate a diversi confratelli sacerdoti miei penitenti, ed anche a loro, o perlomeno ai più, tutto è passato. 

E adesso rinchiudiamoci nel mistero dei Sacri Riti Pasquali, domani mattina i Presbiteri di tutto il mondo celebreranno con i propri Vescovi la Santa Messa del Crisma durante la quale rinnoveranno le loro promesse, poi la Missa in Coena Domini nella quale si rinnova il ricordo della istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio. 

 

 

LITANIE DELL’UMILTÀ

scritte dal Servo di Dio Rafael Merry del Val

O Gesù! mite ed umile di cuore! Esaudiscimi.
Dal desiderio di essere stimato – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere amato – Liberami, Gesù,
Dal desiderio di essere decantato – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere onorato – Liberami Gesù.
Dal desiderio di essere lodato – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere preferito agli altri – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere consultato – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere approvato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere umiliato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere disprezzato – Liberami, Gesù.
Dal timore di soffrire ripulse – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere calunniato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere dimenticato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere preso in ridicolo – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere ingiuriato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere sospettato – Liberami Gesù.
Che gli altri siano amati più di me – Gesù, datmmi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri siano stimati più di me – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano crescere nell’opinione del mondo e che io possa diminuire – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere impiegati ed io messo in disparte – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere lodati ed io, non curato – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere preferiti a me in ogni cosa – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere più santi di me, purché io divenga santo in quanto posso – Gesù dammi la grazia di desiderarlo!

O Dio, che resisti ai superbi e dai la grazia agli umili: concedimi la virtù della vera umiltà, di cui il Tuo Unigenito mostrò ai fedeli l’esempio nella Sua Persona; affinché non avvenga mai di provocare la Tua indignazione con l’esaltarmi nell’orgoglio, ma piuttosto, sottomettendomi umilmente possa ricevere i doni della Tua grazia.
Così sia.

Il Sommo Pontefice ha eletto vescovo Ariel S. Levi di Gualdo nominandolo segretario della Commissione Ecclesia Dei

— COMUNICATO —

IL SOMMO PONTEFICE

HA ELETTO VESCOVO ARIEL S. LEVI di GUALDO

NOMINANDOLO SEGRETARIO DELLA COMMISSIONE

ECCLESIA DEI

 

Eletto vescovo alla sede titolare di Laodicea Combusta il Padre Ariel è stato nominato segretario della pontificia commissione Ecclesia Dei. Succede in questo incarico a S.E. Rev.ma Mons. Guido Pozzo, Arcivescovo titolare di Bagnoregio, che entra nel servizio diplomatico della Santa Sede.

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

 

dall’Isola di Patmos, 1° Aprile 2015 – Sant’Ugo di Grenoble

 

 

Ariel S. Levi di Gualdo

Nella foto: Ariel S. Levi di Gualdo, 51 anni, nuovo Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei e vescovo eletto alla sede titolare di Laodicea Combusta

La Redazione dell’Isola di Patmos è lieta di annunciare che il Rev. Ariel Stefano Levi di Gualdo è stato nominato dal Sommo Pontefice segretario della Commissione Ecclesia Dei [vedere QUI]. Succede in questo incarico a S.E. Rev.ma Mons. Guido Pozzo, Arcivescovo titolare di Bagnoregio.
Nel suo incontro privato avvenuto presso la Domus Sanctae Martae agli inizi del mese di marzo, il Presbitero ha cercato di apporre un umile rifiuto affermando di non reputarsi all’altezza del compito, sembra però — a quanto riferisce il diretto interessato — che il Santo Padre gli avrebbe replicato: «Se come tu dici non sei all’altezza, vorrà dire che nulla toglierai né aggiungerai a ciò che fino ad oggi non è stato possibile portare a compimento».
Il Sommo Pontefice lo ha quindi promosso alla dignità episcopale ed eletto alla sede titolare di Laodicea Combusta, già suffraganea dell’Arcidiocesi di Antiochia [note storiche QUI, QUI].
S.E. Rev.ma Mons. Guido Pozzo entra invece nel servizio diplomatico della Santa Sede con il delicato incarico di istituire la nuova nunziatura apostolica nella Repubblica di Nauru, nell’Oceania della Micronesia [vedere QUI, QUI].

scudo episcopale

Lo scudo episcopale nel quale il neo-eletto vescovo dovrà poi inserire il suo stemma con il sottostante motto

Sarà nostra premura comunicare quanto prima ai nostri lettori la data e il luogo nel quale egli riceverà la consacrazione episcopale, che come di prassi canonica avverrà entro tre mesi dall’avvenuta nomina.

Ringraziamo la competente Autorità Ecclesiastica per averci concessa l’autorizzazione a dare con alcune ore di anticipo questa notizia che sarà ufficializzata nelle prossime ore dalla Santa Sede.

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 NdR. Coloro che vengono promossi vescovi devono essere titolari di una sede perché l’episcopato è legato ad una Chiesa particolare. I vescovi non preposti al governo di una diocesi ma chiamati come tali a ricoprire vari uffici in seno alla curia romana, al servizio diplomatico della Santa Sede, o perché assegnati come vescovi ausiliari ad una diocesi, devono essere sempre titolari di una sede, in tal caso si procede ad assegnargli delle sedi titolari di diocesi delle quali è rimasto esistente solo il titolo [vedere QUI].

 

 

Per leggere il testo della Bolla di nomina cliccare sotto

BOLLA DI NOMINA di Ariel S. Levi di Gualdo

Laodicea Combusta

Immagine di ciò che rimane oggi dell’antica Laodicea Combusta che fu residenza vescovile e diocesi suffraganea dell’Arcidiocesi di Antiochia, oggi sede titolare il cui titolo è stato assegnato al nuovo Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei