Il fine non giustifica i mezzi

IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI

[…] e qui il discorso si può senz’altro allargare a coloro che aspirano ai primi posti anche nel campo della cultura, della scienza, della teologia, delle cariche ecclesiastiche. E qui abbiamo l’esplosione del farisaismo, triste deformazione della vita spirituale e della vocazione del teologo e del pastore, piaga che non risparmia nessun secolo della storia del cristianesimo, scandalosa invasione e soffocamento dello spirituale ad opera di interessi terreni più o meno peccaminosi, soprattutto di potere, di dominio, di efficienza, di prestigio, di successo. Qui è messa in opera l’astuzia più pericolosa e più vicina a quella del serpente della Genesi, perché, se quella del politico approfittatore danneggia o delude nei beni economici, quella del cattivo pastore, del falso profeta o del teologastro manda l’anima all’inferno.

 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

 

machiavelli 0

Il Principe, la più celebre opera di Niccolò Machiavelli

Conosciamo tutti l’assioma che riassume la dottrina del Machiavelli circa i doveri del principe: “il fine giustifica i mezzi”, benchè questo principio non si trovi nel testo machiavelliano con queste precise parole. Esso vuol significare che, se il fine è buono, qualunque mezzo che serve al conseguimento del fine, è per ciò stesso giusto e buono o, se è cattivo, diventa buono. Sappiamo altresì come questa massima di Machiavelli sia stata respinta da molti. Notevole, per esempio, è il saggio di Jacques Maritain “La fin du machiavelisme” in Raison et Raisons . Qui vorrei approfondire in modo speciale la sua critica. Citiamo innanzitutto le parole del Segretario Fiorentino contenute nel famoso Principe:

machiavelli 2« Quanto sia laudabile mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienza ne’ nostri tempi, quelli prìncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati sulla lealtà… Ardirò di dire questo, che avendole (le buone qualità) ed osservandole sempre, sono dannose, e parendo d’averle, son utili; come parere pietoso, fedele, umano, intiero, ed essere; ma stare in modo edificato con l’animo che, bisognando non essere, tu possa e sappia mutare in contrario… Un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario imparare a poter essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la necessità, mezzo uomo, mezzo bestia, ora volpe, ora leone… Quello che ha saputo meglio usare la volpe, è meglio capitato… Ma sempre gli è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia di quegli vizi che gli torrebbero lo stato… Se gli uomini fossero tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono. Ma perché sono tristi, e non lo osserverebbero a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro ».

Machiavelli 1

Niccolò Machiavelli

Il difetto di questo ragionamento del Machiavelli non sta, come potrebbe apparire, nell’ammettere che, per raggiungere certi fini, può essere utile valersi in casi speciali di mezzi che in genere sono proibiti. Se Machiavelli si fermasse a ciò, avrebbe ragione. Ciò però non significa coonestare un atto in sé cattivo. Ma ciò non vuol dire neppure che sia impossibile rivestire un atto genericamente cattivo di circostanze che nella fattispecie lo rendono buono. Infatti, come si sa, la stessa morale tradizionale, ammette come legittima difesa l’uccisione dell’ingiusto aggressore. Così pure anche la menzogna, che nel suo genere è un male, perchè priva chi ascolta del diritto di sapere la verità, in certi casi, può configurarsi come legittima difesa contro chi potrebbe servirsi della notizia per fare del male, e quindi può divenire lecita, come risulta dal comportamento di Raab, narrato nella Bibbia [Gs 2,1-21], la quale viene premiata [Gs 6, 22-25] e lodata nella Lettera Ebrei [Eb 11,31] e da San Giacomo [Gc 2,25].

machiavelli 3

la piaga del “machiavellismo” in politica

Esistono invece atti cattivi che non possono mai diventare buoni, neppure per certe circostanze. Ed è qui che Machiavelli cade, perché per lui non esiste alcun atto assolutamente cattivo, mentre d’altra parte non crede che il bene vada sempre ed assolutamente cercato. Un completo stravolgimento della morale; il peccato diventa comandato, mentre la virtù viene disprezzata.
Non si tratta, come alcuni dicono, dell’indipendenza della politica della morale. L’azione politica, in quanto atto umano, è semplicemente un atto morale avente come scopo la cura del bene comune. Morale e politica non possono ignorarsi a vicenda, ma la politica non è altro che l’applicazione del principio morale nell’ambito dei rapporti sociali. La politica semplicemente deve determinare nel campo sociale ciò che la legge morale lascia indeterminato; ma non può assolutamente contrastarlo. Nessuno autorizza il politico ad essere un furfante in nome della politica. Ma anche il politico, proprio come politico, è chiamato, nel cristianesimo, a farsi santo. Il Machiavelli, per imparare queste cose, aveva sotto gli occhi gli insegnamenti splendidi del Savonorola; ma non seppe trarne alcun profitto.

Astuzia

le massime machiavelliche di Al Capone: “Puoi fare più strada con una parola gentile e una pistola, che con una parola gentile e basta”

Questo relativismo e opportunismo morale Machiavelli lo rivela anche nel confondere la prudenza con l’astuzia, come appare già evidente dall’uso indifferente che Machiavelli fa delle due parole. Ciò vuol dire che raccomanda il vizio al posto della virtù, giacchè come insegna San Tommaso l’astuzia è una falsa prudenza per la quale «aliquis, ad finem aliquem consequendum, vel bonum vel malum, utitur non veris viis, sed simulatis et apparentibus ».
Ed è proprio quello che fa l’astuto: per raggiungere il suo fine, che peraltro non appare essere necessariamente un fine buono – “fare gran cose” non vuole ancora dir nulla – finge di essere buono, integro ed onesto, ma in realtà non lo è. Dunque l’astuzia è la compagna dell’ipocrisia.

Un Salmo della Scrittura loda l’astuzia nei confronti del “perverso” [Sal 17,27]. Ma trattandosi di difendersi contro un malfattore, allora è chiaro che va intesa nel senso della prudenza, di quella prudenza, nella quale Cristo dice che dobbiamo imitare i serpenti. Viceversa, il principe di Machiavelli non si fa scrupolo di ingannare, danneggiare o sfruttare anche gli innocenti, pur di raggiungere le sue mire di dominio e di potere.

bontà

la bontà …

Per Machiavelli la bontà non appare un fine assoluto, ma il fine è appunto questo fare “grandi cose”, il che può essere semplicemente una volontà di potenza o di autoaffermazione. E se, a servizio di tal fine, serve la bontà, bene, ma se serve la malvagità, bene lo stesso. In un ambiente di malvagi, il singolo, per Machiavelli, se vuole far fortuna ed affermarsi o quanto meno sopravvivere, deve a sua volta essere malvagio. Egli, per dar forza al suo ragionamento sofistico, non concepisce che il dovere di essere buono, sia, per dirla con Kant, un imperativo categorico, a parte il fatto che difficilmente incontreremo una società di puri malvagi, nella quale non brilli una qualche luce di bontà.

san pietro martire domenicano

San Pietro martire domenicano

Una cosa è certa: che Machiavelli non era assolutamente in grado di capire il valore del martirio. E’ evidente che Machiavelli nelle sue considerazioni è mosso da una semplice prospettiva terrena. Il destino dell’uomo si risolve in questo mondo, perdere in questo mondo vuol dire perdere tutto. Essere sconfitti quaggiù per essere fedeli ad un ideale oltremondano per Machiavelli non ha senso. Dal che si vede la sua radicale impostazione non dico anti-cristiana, ma addirittura materialista, perché anche saggi antichi come Socrate e Platone, seppero elevare lo sguardo al di là di interessi e mire meramente terreni per ascoltare l’imperativo assoluto ed incondizionato del valore morale presente nella coscienza.

Con l’esempio formidabile sotto i suoi occhi di un Savonarola, Machiavelli si limitò ad un modesto elogio, forse senza rendersi conto che l’esempio dell’eroico frate era una smentita radicale alla sua logica della

lapide savonarola a ferrara

lapide al domenicano Girolamo Savonarola affissa sul palazzo municipale della sua città natale di Ferrara

prepotenza. Bisogna osservare inoltre che, se il mezzo non è assolutamente buono, nessuna circostanza può renderlo buono la bontà del fine non può renderlo buono. Il fine quindi non può giustificare un mezzo cattivo, così come Dio giustifica il peccatore facendolo diventare buono. Il rubare per dare ai poveri resta sempre un rubare, anche se il dare ai poveri è encomiabile. Perchè il mezzo sia buono non basta che raggiunga efficacemente il fine; dev’essere buono in se stesso. Certo il rubare per dare ai poveri può essere un mezzo efficace per beneficare i poveri, il furto resta sempre un furto.

Così pure, se un mezzo è assolutamente cattivo, non può diventare buono. Questa impressione potrebbero darla l’omicidio e la menzogna. Senonchè essi non sono atti cattivi come tali, ma solo l’omicidio di un innocente e la menzogna all’innocente. In caso contrario, come abbiamo visto, può esser lecito uccidere o ingannare il malfattore. Abbiamo qui dunque uno stravolgimento di valori, per il quale la bontà è al servizio della malvagità. C’è comunque l’amaro presupposto che il bene non può vincere il male, soprattutto nel rapporto sociale: tanto vale allora imboccare di proposito la strada del male nella falsa idea di potersi così difendersi e farsi valere. Dato che gli altri sono malvagi, se vuoi sopravvivere ed affermarti, dei essere malvagio anche tu.

 

adamo ed eva

Adamo ed Eva secondo Michelangelo

Machiavelli sembra sdoppiare assurdamente l’idea del bene, quasi debba o possa esistere un super-bene dell’uomo “al di là del bene e del male”, figure relative e funzionali al bene supremo, indifferente al bene e al male o sintesi di entrambi. Qui Machiavelli sembra precorrere Nietzsche. Il bene sembra consistere proprio in questa oscillazione, in questo giocare abilmente tra il bene e il male a seconda delle convenienze. È la doppiezza eretta a sistema, agli antipodi della franchezza e della linearità evangelica del “Sì, sì, no, no”. Non si dà un bene puro ed assoluto separato dal male; ma un legame indissolubile tra di essi, che sembra già precorre la dialettica hegeliana.

bene comune

la terra, il grande bene comune …

Al principe machiavelliano non interessa il servizio al bene comune, ma solo al proprio: mantenere stretto in mano il potere, quale che sia, e dominare gli altri. Deve certo esser generoso e altruista; ma solo quando gli conviene. Ma nel complesso deve fingere, se vuole aver successo e conservare il potere. L’importante non è essere onesto, ma far credere agli alti di esserlo. Da qui si capisce che cosa il Machiavelli propone al suo principe: l’importante non è servire il popolo, ma solo darne l’apparenza. L’importante è stare a galla in ogni frangente mediante l’onestà e mediante la disonestà. La storia peraltro dimostra che anche coloro che seguono queste idee non sempre fanno fortuna ed anzi spesso finiscono male, mentre leaders politici, capi di Stato, sovrani onesti e coraggiosi, anche se pure per loro non va sempre bene, tuttavia possono avere un grande successo, come dimostrano gli esempi in figure nobilissime, come quella di un San Luigi IX, un San Venceslao, un Carlo Magno nel passato e nei nostri tempi Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, John Kennedy, Martin Luther King, Gandhi e tanti altri. Per non parlare dei grandi Pontefici della storia.

pirati

la piratesca ciurma

Il principe machiavelliano dev’essere inoltre un artista in fatto di ciurmeria, sempre per avere in mano il potere di dominare gli altri. A tal riguardo suscitano tutta l’ammirazione dell’astuto Fiorentino coloro che “hanno saputo con l’astuzia aggirare i cervelli degli uomini”. E qui il discorso si può senz’altro allargare a coloro che aspirano ai primi posti anche al di fuori della politica, nel campo della cultura, della scienza, della teologia, delle cariche ecclesiastiche. E qui abbiamo l’esplosione del farisaismo, triste deformazione della vita spirituale e della vocazione del teologo e del pastore, piaga che non risparmia nessun secolo della storia del cristianesimo, scandalosa invasione e soffocamento dello spirituale ad opera di interessi terreni più o meno peccaminosi, soprattutto di potere, di dominio, di efficienza, di prestigio, di successo. Qui è messa in opera l’astuzia più pericolosa e più vicina a quella del serpente della Genesi [Gen 3,1], perché, se quella del politico approfittatore danneggia o delude nei beni economici, quella del cattivo pastore, del falso profeta o del teologastro manda l’anima all’inferno.

Cartoline

Gesù guarisce il cieco dalla nascita

Uno di maggiori guai che affliggono la Chiesa di oggi è precisamente il moltiplicarsi di questi soggetti, titolati o non titolati, dilettanti o professionisti, i quali, come mi diceva un mio Superiore domenicano, — non so se con queste parole si rendesse conto di ripetere il Machiavelli —, « stravolgono la mente dei fedeli ».

Un altro difetto del Machiavelli è l’eccessiva importanza che egli dà al successo terreno. Nessun dubbio che il programma politico del principe mira al successo e può esservi attaccato più di quanto un vescovo o un teologo si attendano successo dalla loro attività. Eppure, anche il principe cristiano non deve esser troppo attaccato al successo e, pur di restar fedele a princìpi di onestà, deve saper accettare anche l’insuccesso. Meglio un insuccesso ma con la coscienza pulita che un gran successo ottenuto con inganni, corruzione e disonestà: “quella sottile astuzia che tende a trarre nell’errore” [Ef 4,14]. Oggi, soprattutto dietro il formidabile impulso che viene dalla Chiesa a partire da Leone XIII fino al Papa attuale, molte voci si sono levate per sottolineare ed esaltare la dignità morale dell’agire politico al servizio del bene comune e lo stretto nesso che una sana etica politica deve avere con quella del Vangelo.

sammaritano

il buon samaritano raccoglie e cura l’uomo aggredito per la strada dai briganti

Oggi più di un tempo molti, soprattutto giovani, capiscono ed apprezzano quanto è nobile e mirabile dedicare la propria vita al bene degli altri, magari solo per motivi umanitari, al risanamento della politica, all’instaurazione e promozione della giustizia sociale, alla difesa degli oppressi a costo di sacrifici e dell’insuccesso e a rischio addirittura della propria vita. Dopo l’amara esperienza delle dittature del secolo scorso sembra di constatare una diffusa ripugnanza, almeno nei paesi occidentali non islamici e non comunisti o di destra nei confronti del modello machiavelliano del capo di Stato o del sovrano o, del dirigente politico. Questo non vuol dire che il machiavellismo sia stato sconfitto nella società come nella Chiesa. Esso è quindi quelle male piante seminate dal peccato originale, che sempre rinascono se non siamo pronti a strapparle col rimedio dell’onestà, della giustizia e della carità.

Varazze, 18 maggio 2015

L’impronta del Volto di Cristo nella Sindone

L’IMPRONTA DEL VOLTO DI CRISTO NELLA SINDONE

 

l’impronta sindonica, pur appartenente a quella di una salma, come è testimoniato dalla posizione delle braccia e delle gambe, è però nello stesso tempo testimonianza sconvolgente dell’istante nel quale Cristo sta risorgendo e ci lascia un segno miracoloso ed impressionante di questo istante, al quale nessuno ha assistito, ma solo questo povero telo muto, ma più eloquente di mille testimonianze umane.

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

 

Sindone 2

immagini fotografiche della Sindone

In occasione dell’ostensione della Sindone a Torino, un evento sempre di grande significato e risonanza nell’ambito ecclesiale e, più ampiamente, della cultura, della scienza e della storia, credo che i nostri lettori possano gradire queste mie considerazioni relative all’interpretazione dell’impronta del Volto sul telo sindonico. Esse ci porteranno a comprendere meglio il significato e il valore di questa misteriosa Impronta, che, col progredire delle ricerche scientifiche, sempre meglio e sempre con maggior certezza conferma la tradizionale convinzione della Chiesa (1), che si tratti effettivamente del telo nel quale fu avvolto il corpo di Cristo, calato dalla croce e deposto nel sepolcro, secondo il racconto del Vangelo [Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53].

secondo pia

l’avvocato piemontese Secondo Pia [1855-1941] che eseguì la prima foto sulla Sindone

Tutti conoscono l’evento sensazionale, che ebbe nel 1898 come protagonista l’avvocato torinese Secondo Pia, il quale, nel preparare la fotografia del Volto sindonico, si accorse esterrefatto ed emozionatissimo, che il negativo della foto presentava le fattezze del Volto in rilievo, come se, in modo simile a quanto avviene in un ritratto fotografico di un volto esposto alla luce, le parti sporgenti — per esempio il naso o la fronte — fossero illuminate, mentre quelle rientranti o nascoste fossero in ombra.

Sindone 3

primo piano del Volto

Da allora fino ad oggi è invalso l’uso di interpretare questo sorprendente negativo dell’impronta sindonica alla stregua o sul modello del negativo di un ritratto fotografico, come se si trattasse, per la precisione, del negativo di un negativo. Mi spiego. La teoria che si è formata in seguito della scoperta di Pia è la seguente: ci si immagina l’impronta sindonica come se fosse il negativo di un ritratto fotografico; per cui il negativo della foto di questa impronta viene logicamente a costituire un positivo: ecco dunque apparire con chiarezza e in rilievo, quasi illuminate dalla luce, le fattezze del Volto, come un vero ritratto, cosa che in precedenza non aveva questa efficacia rappresentativa, perchè siamo di fronte ad una semplice impronta o, potremmo dire, a un semplice negativo. Naturalmente tutti hanno sempre riconosciuto l’impronta del Volto.

sindone 1898

ostensione della Sindone nel 1898

L’operazione del Pia fece sì che questo Volto si riconoscesse molto meglio, in quanto l’occhio, considerando quel negativo, lo percepiva come un positivo, seppure al contrario (2), quasi un Volto misterioso e solenne che emergeva bianchissimo dalle tenebre del negativo fotografico. Per questo, questa foto, accanto a quella dell’impronta sindonica, emerse subito e meritatamente a fama mondiale. Senonchè si cadde però in un grave errore, del quale ancor oggi generalmente non ci si accorge. L’errore sta nel fatto che è sbagliato paragonare il ritratto del Volto, che esce dal negativo fotografico della foto dell’impronta, a un comune ritratto fotografico, come avviene quando fotografiamo un nostro amico o un nostro familiare. Infatti, un comune ritratto fotografico rappresenta un volto illuminato da una sorgente di luce, che viene da fuori del volto, generalmente una luce che viene o da sinistra o da destra o dall’alto. Nel cosiddetto flash la luce colpisce il soggetto frontalmente. In ogni caso, si danno sempre delle parti del volto che restano in ombra, causata dal fatto che, per esempio, il naso pone ostacolo alla luce, per cui proietta un’ombra sulla guancia.

sindone 5

ombre e luci del Volto

Ciò a cui finora non si è fatta attenzione e che causa l’errore della teoria del negativo di un ritratto fotografico, è che le zone dell’area nella quale si trovano le impronte del Volto, prive di impronta — per esempio lo spazio tra l’impronta delle guance e l’impronta dei capelli o quella tra l’impronta del naso e l’impronta delle guance —, non sono affatto paragonabili alle zone d’ombra come potrebbe avvenire in un ritratto fotografico, ombra cioè, come ho detto, causata dal fatto che certe parti ostacolano l’arrivo della luce. Invece le zone del Volto sindonico in ombra sul telo, lo sono perchè non raggiunte — come oggi attesta la scienza — dalla irradiazione perpendicolare al telo, colpito da una misteriosa energia radiante, la quale, uscendo dal Volto vivo del Signore ha impresso nel telo, o per la precisione ha ossidato maggiormente le parti più sporgenti del Volto — per esempio il naso, i baffi e la fronte — e sempre di meno le parti sempre meno frontali e più oblique rispetto alla direzione dei raggi, fino a risultare l’irradiazione del tutto inefficace rispetto alle zone poste nella stessa direzione dei raggi, come per esempio le parti sinistra o destra del collo e delle guance, che non lasciano nessuna impronta e sono totalmente in ombra.

sindone 5

ombre e luci del Volto

In ogni caso — e questo è essenziale per la confutazione della suddetta teoria — le parti in ombra non sono affatto tali perchè altre parti ostacolano l’arrivo dell’energia radiante, che allora non era ancora stata scoperta ed era scambiata per una fonte di luce, come avviene nelle normali fotografie di altri esseri umani. Ma le parti del Volto sul telo sono o in ombra o più o meno in evidenza in rapporto al fatto di essere più o meno vicine alla sorgente dell’energia radiante, che è lo stesso Volto, fino a sottrarsi del tutto ad essa nelle zone dove l’impronta dell’energia è del tutto assente, perchè non vi può giungere.

sindone 1931

preparazione della Sindone per l’ostensione del 1931

Se il ritratto del Volto fosse paragonabile ad un ritratto fotografico, come si è creduto fino ad oggi, l’immagine del Volto dovrebbe presentare parti in ombra causata da altre parti del Volto, per esempio l’ombra del naso sulla guancia o una parte del Volto più illuminata dell’altra o simili dettagli, tutte cose che non si riscontrano assolutamente. Questo tipo di ombra “da ostacolo” è totalmente assente dal Volto e c’è solo l’altra “per assenza di contatto”, che non dipende, come ho detto, da parti che ostacolano la luce, ma semplicemente da parti dove la luce — meglio dire l’energia radiante — non poteva arrivare, perchè poste nella sua stessa direzione.

Sindone 7

chiari e scuri della Sindone

Questa energia radiante era ad un tempo calorifica e luminosa, una luz caliente, direbbe San Giovanni della Croce, riferendosi alla luce della fede, principio di amore, che ci è donata ed irradia dal Volto di Cristo. Calorifica per l’ossidazione del telo; luminosa, in quanto ha causato l’impronta del Volto, che è un Volto di pura luce senza ombre, giusta quanto dice San Giovanni che «Dio è Luce e in Lui non ci sono tenebre» [I Gv 1,5]. Viceversa, la teoria dell’immagine fotografica dovrebbe supporre delle ombre da ostacolo, come in ogni normale fotografia; ombre che invece, nel volto sindonico, non ci sono affatto. Nulla nel Volto di Cristo, pone un ostacolo alla luce. Siccome però è una luce che procede in linea retta — in Cristo tutto è diritto, tutto è retto — , non può illuminare ciò che è fuori della sua direzione e della sua portata. Una lezione per noi, che invece non ci lasciamo totalmente illuminare da Cristo e, poichè siamo finiti e c’è in noi del non-essere, non stupiamoci se la luce di Cristo per conseguenza è in noi limitata: non può illuminare quello che non c’è.

Il Volto della Sindone non è dunque un volto illuminato da una luce che viene da fuori, come il nostro. È invece un Volto luminoso, che emana luce, simile al volto di Mosè, ed anzi molto di più, se è vero che è il volto del Verbo della Verità, che illumina tutto il mondo.

sindone 8

particolare delle mani con il segno del chiodo nel polso

Le conclusioni, alle quali siamo arrivati, presentano un singolare interesse e ci fanno scoprire un aspetto del Volto sindonico, che finora non era stato considerato a causa di un fraintendimento. Del resto, le scoperte che facciamo da secoli nell’Immagine sindonica si succedono le une alle altre in un meraviglioso ed entusiasmante seguito, che pare non aver mai fine. Qualcosa del genere avviene in cristologia, dove i teologi e la Chiesa stessa non finiscono mai di scoprire nuovi aspetti del Mistero di Cristo, nel Quale «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» [Col 2,3].

Sindone 9

negativi fotografici

C’è poi un altro aspetto dell’immagine sindonica, del quale pare che a tutt’oggi non ci si sia ancora resi conto. Ed è l’impronta dei capelli. Questa impronta non è per nulla quella che risulterebbe da un contatto con l’energia radiante con capelli afflosciati, quali sarebbe logico che fossero quelli di un cadavere steso su di un piano orizzontale, come si suppone che fosse posizionata la salma di Cristo, coperta dal telo. Invece i capelli, da come risulta dall’impronta, cadono perpendicolarmente, come se il corpo fosse ritto in piedi, quindi vivo, col telo davanti, ad una certa distanza, anch’esso perpendicolare al pavimento [sostenuto da chi?], in modo da poter ricevere l’impronta del corpo del Signore.

sindone 10

la Sindone, potrebbe essere una istantanea della risurrezione?

Quale conclusione trarre? Che l’impronta sindonica, pur appartenente a quella di una salma, come è testimoniato dalla posizione delle braccia e delle gambe, è però nello stesso tempo testimonianza sconvolgente dell’istante nel quale Cristo sta risorgendo e ci lascia un segno miracoloso ed impressionante di questo istante, al quale nessuno ha assistito, ma solo questo povero telo muto, ma più eloquente di mille testimonianze umane.

Varazze, 4 maggio 2015

___________________________

(1) Lex orandi, lex credendi. Dal secolo XVII esiste in maggio nella diocesi di Torino una memoria liturgica della Sindone intesa come impronta del corpo di Cristo morto e risorto. Naturalmente questa convinzione della Chiesa non è dogma di fede, e tuttavia è di somma autorevolezza, benchè non si tratti di oggetto di fede, ossia di un dato della divina Rivelazione. Si tratta però di materia connessa alla fede, giacchè – a parte il rapporto con le narrazioni evangeliche – cosa ci può essere di maggiormente connesso con la fede, se non il corpo di Colui, che è l’Autore e Perfezionatore della fede (Eb 12,2)? Da precisare, inoltre, che la detta convinzione ecclesiale non pretende assolutamente di sostituirsi o di sovrapporsi al giudizio della scienza, la quale, in questo campo, che è anche di sua competenza, può e deve esprimere sentenze, che restano assolutamente libere ed autonome dalla fede, e dotate di una loro propria autorevolezza e certezza fondate sull’esperienza e la ragione.
(2) Verrebbe quasi fatto di dire, con Lutero: sub contraria specie. Par quasi di assistere ad un gioco dialettico hegeliano: il positivo nel negativo.

____________________________________

Servizio della Televisione Svizzera

 

 

Cari Lettori,

vi invitiamo a sostenere L’Isola di Patmos che può andare avanti nel proprio lavoro solamente grazie alle vostre donazioni che potete inviarci usando il comodo e sicuro sistema Paypal.









L’ etica luterana l’antropologia di Lutero

— Theologica —

L’ETICA LUTERANA, L’ANTROPOLOGIA DI LUTERO

.

Lutero insiste molto sull’umiltà, ma egli non la intende come obbedienza ai comandamenti, tanto meno come obbedienza alla Chiesa Romana, governata secondo lui dall’Anticristo — il Papa — quindi sinagoga di Satana, bensì come convinzione del proprio essere peccatori incorreggibili, che tuttavia confidano nella misericordia divina. Mi pare evidente che si tratta di una finta umiltà suggerita dal Demonio …

.

.

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

.

.

.

PER APRIRE IL TESTO CLICCARE SOTTO

21.04.2015  Giovanni Cavalcoli, OP – L’ETICA LUTERANA

.

.

.

.

.

.

.

 

 

 

Domando perdono a Sua Santità per il “Pesce d’Aprile” offrendo una riflessione sul carrierismo-camaleontico

DOMANDO PERDONO A SUA SANTITÀ PER IL «PESCE D’APRILE» OFFRENDO UNA RIFLESSIONE SUL CARRIERISMO-CAMALEONTICO

 

Chi spera di ottenere qualche cosa non dice mai la verità, si limita solo a cercare di compiacere in tutti i modi il padrone per ottenere da esso ogni possibile beneficio. E nella Chiesa d’oggi non abbiamo purtroppo né un San Bernardo di Chiaravalle né una Santa Caterina da Siena che si rivolgano al Romano Pontefice in modo deciso, avvolti d’amore e sacro rispetto verso l’Augusta Persona della Santità di Nostro Signore; temo quindi che in questi tempi di vacche magre la Santità Vostra debba accontentarsi di un mezzo scarto come me.

 

«Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore»

[Vangelo di San Marco 2, 21]

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Beatissimo Padre.

Consapevole che un “rattoppo” può dare vita a uno “strappo peggiore” [Mc 2, 21] umile e sincero Vi domando perdono per avere esordito il 1° aprile sulla seguita rivista telematica L’Isola di Patmos con un genere di scherzo noto in ambito europeo come «Pesce d’Aprile» [ndr. vedere QUI], lo stesso genere di scherzo che nelle terre d’origine della Santità Vostra è noto invece come «las bromas del dia de los Santos Inocentes» [gli scherzi del giorno dei Santi Innocenti], che in America Latina cade il 28 dicembre.

Confido anche nel sorriso di S.E. Mons. Guido Pozzo che dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei è stato promosso nunzio apostolico nella Repubblica di Nauru, perché anch’esso nella sua vita ecclesiastica avrà forse ricevuto o fatto qualche “scherzo da prete”, a partire dai tempi in cui era studente presso l’antico Collegio Capranica, dal quale sono uscite nel corso degli ultimi decenni cordate di soggetti che di scherzi alla Chiesa ne hanno fatti svariati e pesanti; molti dei vescovi donati alle diocesi italiane da quest’Almo Collegio sotto la precedente presidenza della C.E.I. ne sono infatti prova palese.

Nessuno potrà dire che io abbia dei celati sentimenti di carrierismo, piaga contro la quale ho spesso combattuto e scritto in toni duri nei miei libri e articoli; perché chiunque miri nel proprio intimo a qualche cosa si guarda bene dal promuovere per scherzo se stesso ad una sede vescovile, tanto è noto e risaputo che neppure uno che aspiri a diventare parroco di una chiesa di campagna farebbe pubblici scherzi del genere.

I carrieristi non sono spariti, hanno solo cambiata veste: sotto il pontificato del Vostro Sommo Predecessore erano tutti presi in sfoggi d’attenzioni per la sacra liturgia ed i suoi importanti apparati, tanto che all’epoca le sartorie ecclesiastiche e le fabbriche di paramenti artistici facevano affari d’oro. Oggi invece le stesse sartorie e fabbriche piangono miseria, perché il nuovo stile inaugurato dalla Santità Vostra è tutto improntato sulla semplicità e su una povertà francescana che neppure San Francesco d’Assisi conobbe mai, visto che i suoi frati erano sì poveri, ma le loro chiese erano dotate per la gloria di Dio dei paramenti più belli e delle suppellettili più preziose. I calici di coccio hanno cominciato a usarli di recente per ostentata “povertà” quei certi Frati Minori che hanno poi spinto il proprio Ordine verso la bancarotta per speculazioni finanziarie spericolate con le banche svizzere, mentre giocondi cantavano le lodi a Madonna Povertà e ponevano al contempo il Corpo e il Sangue di Cristo in vasellami di terracotta decorati con i colori della “bandiera della pace“, la quale nasce peraltro in ambito esoterico ed occultistico, come ormai risaputo e spesso inutilmente ripetuto ai diversi preti che si ostinano a metterla sugli altari dai quali da tempo hanno tolto il crocifisso centrale, affinché l’ombra di Nostro Signore non debba offuscare l’immagine del “prete-protagonista“.

Sono quindi certo che con la Vostra grazia di stato e la sapienza di cui siete Sommo Maestro sarete prudente e lungimirante quanto basta a non fidarvi di questi camaleonti, perché i carrieristi che oggi parlano di poveri e barboni sono gli stessi che sino a due anni fa spendevano somme esorbitanti di danaro solo per organizzare una sontuosa cena per celebrare il loro anniversario di consacrazione episcopale, alla presenza del gotha della vecchia aristocrazia e dei membri degli ordini cavallereschi che durante certe feste degne delle corti rinascimentali versavano lacrime di nostalgia per il vecchio Stato Pontificio. Ma ecco che d’improvviso ce li siamo ritrovati dinanzi totalmente trasformati, ed a soli due anni di distanza da allora, oggi non perdono occasione per parlare di poveri e di barboni ad ogni pubblica occasione propizia.

Forse sarebbe bene informare la Santità Vostra che ci sono Vescovi che nelle proprie omelie hanno posto ormai in secondo piano il Verbo di Dio fatto Uomo per parlare ai fedeli dei barboni, delle docce e dei barbieri che il Romano Pontefice ha fatto mettere a loro disposizione. A quanto però ci è dato sapere nessuno di loro ha messo a disposizione dei barboni né il proprio super-attico in città, né la propria villa, né il prezioso rustico di campagna che si sono preparati con gran cura e dispendio di danaro per potersi ritirare a quieta vita quando saranno “vescovi emeriti”; né pare che alcuno di essi abbia messo a disposizione dei barboni i cospicui risparmi accumulati durante gli anni del proprio ministero episcopale.

La mia modesta esperienza mi insegna che non bisognerebbe mai fidarsi di chi passa con siffatta disinvoltura dai broccati decorati in oro e argento agli stracci dozzinali in acrilico sintentico, perché ciò denota che questi clericali trasformisti non sono mai se stessi e quindi non manifestano mai la genuina sincerità del proprio essere. Coloro che dopo la Vostra Augusta elezione al Sacro Soglio hanno riposte in cassaforte le croci pettorali d’oro per presentarsi alle assemblee episcopali o in udienza privata dal Romano Pontefice con croci pettorali di ferro, o quelli che per figurare più poveri ancora si presentano direttamente con croci pettorali di legno a forma di tau francescano, sono il segno vivente della inaffidabilità più falsa e pericolosa, oltre che paradigma di quella desolante mediocrità che oggi soffoca la Chiesa di Cristo dai più bassi ai più alti livelli.

Quelli che invece scherzano in modo molto serio sono parecchio più affidabili di questi trasformisti, perché come ci ha insegnato quel giocoso santo di Filippo Neri essi servono veramente la Chiesa e il Romano Pontefice usque ad effusionem sanguinis, mentre i camaleonti tradiscono sempre; e non si limitano a tradire i vivi, tradiscono anche i morti.

Mi piacerebbe che in occasione della benedizione Urbi et Orbi la Santità Vostra si presentasse assiso sul trono dorato con l’abito corale pontificale, dopo avere celebrato le solennità pasquali con i paramenti storici più belli di cui è ricca la papale basilica di San Pietro, perché a quel punto, coloro che cavalcano una immagine di povertà da marketing mediatico e che offrono omelie unicamente a base di barboni, descrivendo ai nostri tanti fedeli che non conoscono più neppure i rudimenti del Catechismo della Chiesa Cattolica l’importanza delle docce e dei barbieri messi a loro servizio; gli eretici modernisti per un verso e gli eretici lefebvriani per altro verso, sarebbero messi tutti quanti in totale stato confusionale; e più li metteremo in confusione, più li porteremo allo scoperto; più li porteremo allo scoperto, più possibilità avremo di liberare la Santa Chiesa di Cristo da queste cellule tumorali sparse nel suo Corpo Santo come delle metastasi.

Di questi tempi, per preservare e per salvare la Santa Chiesa di Cristo non bisogna portare la pace, ma una spada [Mt 10, 34], che all’occorrenza può essere anche la spada della sana e cristiana ironia utile a mettere a nudo quanti sono pronti a cambiare con estrema facilità bandiera ed a saltare all’istante sul carro del nuovo vincitore, pur di rimanere gli stessi di sempre, cercando di ottenere tutto quello che si può riuscire ad ottenere in benefici e cariche ecclesiastiche persino dopo certi radicali cambi di governo. E costoro, da cui la Santità Vostra è purtroppo circondato, sono la moderna incarnazione di Giuda che rimproverò Maria di avere unto il Signore con un prezioso olio di nardo che a parere dell’Iscariota poteva essere venduto per 300 denari per darne poi il ricavato ai poveri [Gv 12, 5]; sono gli stessi che dopo avere accompagnato il Signore nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme poco dopo lo abbandonarono dinanzi al pericolo e fuggirono [Mt 26, 56], mentre la folla di ieri, come quella di oggi, sceglieva Barabba e gridava nel pretorio di Pilato: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» [Gv 19, 6].

Il mio cuore si rallegra dinanzi alla misericordia ed alla tenerezza più volte invocata dalla Santità Vostra e questo mi rende fiducioso che assieme ai barboni potremo esserne beneficiati anche noi figli Vostri e servitori devoti della Chiesa, resi indegnamente partecipi per mistero di grazia al sacerdozio ministeriale di Cristo, pur essendo noi sacerdoti sempre più carenti sia di misericordia sia di tenerezza da parte delle nostre Autorità Ecclesiastiche.

La Santità Vostra ha mai pensato — ed assieme a Voi quei Vostri Venerabili Fratelli Vescovi dediti oggi alla predicazione del nuovo Vangelo dei barboni  di mandare questi amabili clochards a celebrare il Sacrificio Eucaristico, a dare la sacra unzione a un infermo, ad assolvere i fedeli dai loro peccati, a guidare in vario modo il Popolo di Dio sulla via della fede in tutte quelle regioni del mondo dove la mancanza di sacerdoti aumenta sempre di più e dove l’età del clero è sempre più elevata? Perché anche noi presbiteri che serviamo la Chiesa con la nostra vita ed a prezzo della nostra vita e che spesso siamo parecchio più soli e abbandonati dei barboni, abbiamo bisogno di “docce”, di “barbieri” e di varie altre attenzioni che però nessuno ci dà.

Chi spera di ottenere qualche cosa non dice mai la verità, si limita solo a cercare di compiacere in tutti i modi il padrone per ottenere da esso ogni possibile beneficio. E nella Chiesa d’oggi non abbiamo purtroppo né un San Bernardo di Chiaravalle né una Santa Caterina da Siena che si rivolgano al Romano Pontefice in modo deciso, avvolti d’amore e di sacro rispetto verso l’Augusta Persona della Santità di Nostro Signore; temo quindi che in questi tempi di “vacche magre” la Santità Vostra debba proprio accontentarsi di un mezzo scarto come me.

Prostrato ai Vostri piedi bacio con devota obbedienza l’anello del Pescatore, con gli occhi illuminati da quel dono della grazia nella fede attraverso i quali non cesserò mai di venerare in Voi il Mistero della Chiesa eretta dal Verbo di Dio sulla roccia di Pietro.

Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero

Dall’Isola di Patmos, 1 aprile 2015, ore 23.00
Vigilia della Missa in Coena Domini

 

papa crisma

Nella foto: il Santo Padre Francesco durante la Santa Messa del Crisma del 2014

O Redemptor sumet carmen

cliccare QUI

Cari Lettori: “Mi scuso, ma al tempo stesso sono commosso”

CARI LETTORI: «MI SCUSO, MA AL TEMPO STESSO SONO COMMOSSO»

L’ambizione rende quasi sempre l’uomo non libero, quindi falso, ed il falso, oltre a non essere in alcun modo affidabile, è sempre e di rigore un dannoso avvelenatore della vita ecclesiale, ed i danni e le guerre fratricide che spesso produce all’interno del mondo ecclesiastico sono talvolta incalcolabili.

 

pesce di aprile

appendice al “pesce d’aprile”

 

È difficile che gli altri mi prendano in giro perché io mi prendo in giro da solo. Poi, per essere veramente seri non bisogna mai essere seriosi bensì giocosi, perché con un sorriso, ciò che di più serio esiste si trasmette e s’imprime, mentre con la seriosità arcigna, ed in specie quella clericale, ciò che di più serio esiste si cancella e nulla rimane  [Ariel S. Levi di Gualdo]

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
+ Ariel S. Levi di Gualdo Vescovo titolare di Laodicea Combusta

 

Il Cardinale Crescenzo Sepe mostra dall'altare del Duomo di Nap

I lettori rimasti male per questa mancata nomina non si disperino: per il “Pesce d’Aprile” del 2016 sarò nominato Arcivescovo di Napoli [fotomontaggio di Andrea

Cari Lettori / Care Lettrici.

Prego coloro che in toni persino commossi mi hanno inviato messaggi di felicitazione per la mia nomina a vescovo titolare di Laodicea Combusta, di non sentirsi sbeffeggiati per questo Pesce d’Aprile [vedere QUI]. Basterà però attendere ancora poco affinché io possa succedere al cardinale residenziale di una antica sede: Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli. Ho già fatto le prove per il Pesce d’Aprile 2016 e posso anticiparvi una mia foto con la reliquia di San Gennaro in mano, fotomontaggio eseguito dall’amico Andrea nel quale per inciso — ci tengo a precisarlo — le due pagnottelle che vedete in foto non sono le mani mie ma quelle dell’amabile episcopo dell’antica Partenope.

Proprio quando scherzo faccio molto sul serio e molti di voi coglieranno il messaggio di fondo che è questo: chi spera di ottenere qualsiasi cosa, piccola o grande che sia, non fa certi scherzi, per fare i quali occorre la forza della libertà umana e cristiana da qualsiasi celata o mal celata ambizione. Per gli ecclesiastici l’ambizione è particolarmente nefasta, perché se il Demonio riesce a prenderci in essa, di noi può riuscire a fare tutto ciò che vuole. Lungo e penoso sarebbe l’elenco derivante da mie esperienze di vita sacerdotale a volte dolorose. Ho conosciuto vescovi che anziché servire e amare le Chiese particolari a loro affidate hanno dissipato il proprio episcopato per cercare di auto-promuoversi a più grande e prestigiosa sede, sempre disponibili per politici, giornalisti o membri della curia romana ravvoltolati come donnette al lavatoio nel peggiore chiacchiericcio, scostanti e non dediti alle cure del proprio clero e dei propri fedeli; pronti a emarginare in modi finanche crudeli tutti coloro che con onestà e devoto rispetto li hanno messi dinanzi alle loro gravose responsabilità pastorali, ma circondati in compenso di untuosi e adoranti segretarietti o di collaboratori rigorosamente più mediocri del vescovo stesso, promossi non di rado a loro volta alla dignità episcopale. È infatti ormai prassi triste e incontrollata che le mezze figure, prima si circondino, poi portino avanti appresso delle figure ancora più mezze di loro, tant’è vero che difficilmente, un pollo che razzola nel cortile, si mette un’aquila nelle proprie vicinanze.

Ho conosciuto giovani preti che si vedevano già nunzi apostolici a Washington, ma grazie a Dio scivolati infine su una buccia di banana, vittime della propria scaltrezza tutta quanta presunta. È che purtroppo ne ho visti molti altri andare avanti e soprattutto di molto peggiori. Troppi altri ancora ne ho visti accompagnarsi servili e ruffiani a cordate di curiali ai quali un prete per bene non allungherebbe mai la mano neppure con la canna da pesca; e sono gli stessi che appena ieri, sotto il pontificato del Venerabile Benedetto XVI, erano tutto un trionfo di rocchetti, damaschi e pose ieratiche, sempre pronti a sospirare in buon latino liturgico. Oggi questi stessi personaggi indossano paramenti dozzinali in vile acrilico, vanno in giro con un mezzo clergyman scollacciato e ti spiegano che nella vita ecclesiale il valore della povertà è tutto; e se per caso ti lasci scappare di bocca mezza orazione in latino, rischi di essere marchiato a fuoco come retrò. Evidentemente hanno capito — o credono di avere capito — che oggi, per fare carriera nel nuovo mondo ecclesiastico, bisogna parlare di poveri, di barboni e di periferie esistenziali di vario genere; ignari che forse, tutto questo, potrebbe essere invece solo un abile gioco per farli venire allo scoperto e indurli a cadere dentro la rete da pesca a loro tesa in modo magistrale, o se preferiamo con autentica scaltrezza papal-gesuitica.

In questo variegato campionario i peggiori in assoluto sono sicuramente quelli che non sono riusciti nelle loro scalate e che finiti in seguito licenziati dalla curia romana o dal servizio diplomatico, una volta rimandati trombati&frustrati nelle loro diocesi di origine si sono rivelati per i loro vescovi ed i loro confratelli degli ingestibili concentrati dei peggiori veleni.

L’ambizione rende quasi sempre l’uomo non libero, quindi falso, ed il falso, oltre a non essere in alcun modo affidabile, è sempre e di rigore un dannoso avvelenatore della vita ecclesiale, ed i danni e le guerre fratricide che spesso produce all’interno del mondo ecclesiastico sono talvolta incalcolabili.

Più volte, parlando privatamente col mio allievo e collaboratore e vari altri miei figlioli, ho affermato con triste ironia che potrei scrivere in anticipo sin d’ora l’elenco di tutti i peggiori elementi conosciuti durante la mia formazione al sacerdozio, ed appresso nella mia vita sacerdotale, che a uno a uno diventeranno tutti vescovi, i vescovi più mediocri diventeranno cardinali, i cardinali più mediocri diventeranno, chissà … perché in tal senso si sono programmati sin dai primi mesi di seminario e molti di essi riusciranno ad ottenere ciò che si sono prefissi. Detto questo ho sempre aggiunto: … e per ineffabile mistero, questi soggetti falsi, limitati, mediocri, spesso lacunosi sul piano dottrinale e pastorale e non di rado imbarazzanti sul piano morale, ricevuta la sacra unzione e con essa la pienezza del sacerdozio saranno comunque dei legittimi strumenti di grazia; e come tali dovranno essere rispettati e venerati ed all’occorrenza protetti come dei tesori, ma non per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano e soprattutto per i Sacramenti che saranno chiamati ad amministrare. Certo, non saranno mai destinatari della mia stima, ma saranno sempre destinatari della mia sacerdotale venerazione, perché essi incarnano la pienezza del sacerdozio apostolico nel Mistero della Chiesa che sin dalla sua nascita lotta con il Mistero del Male.

Troppo a lungo nei seminari e nei noviziati religiosi si è spesso insistito ed esagerato in modi a volte rasenti l’ossessione sul peccato capitale della lussuria, come se nella sessualità umana risiedesse l’intero mistero del male. E mentre eravamo presi a concentrarci su questo, sotto gli occhi dei pii formatori, dei vescovi e dei superiori maggiori preoccupati quasi e solo dei pericoli dell’umana sessualità dei futuri preti e frati, crescevano e si moltiplicavano eserciti di incontenibili superbi, avari, invidiosi, iracondi. E la superbia, come varie volte ho scritto e ripetuto anche su queste nostre colonne dell’Isola di Patmos, è la regina di tutti i peccati, la somma auriga che si tira dietro tutti gli altri. È per questo e non certo per caso che al primo posto c’è lei, la superbia, non la lussuria, che è comunque un grave peccato ma che nella lista dei Sette peccati capitali sta però al 5° posto, perché prima di essa ne vengono altri quattro: I. superbia, II. avarizia, III. invidia, IV. ira … forse che questi siano più gravi, se l’ordine cronologico di grado del Catechismo della Chiesa Cattolica ha un suo senso preciso?

Per il mio spirito di libertà da certe ambizioni che reputo alquanto sano, confesso che qualche volta mi sarebbe persino piaciuto essere un po’ apprezzato dall’Autorità Ecclesiastica, anziché trattato a pesci in faccia. Quando però in questa valle di lacrime — e spesso anche di nani affetti dal complesso dei giganti terrorizzati per questo dal confronto con gli altri — scatta in me l’umano desiderio di essere apprezzato, cerco di fuggire questa “tentazione” recitando a memoria le Litanie dell’Umiltà del Cardinale Rafael Merry del Val … e tutto mi passa. Più volte le ho consigliate a diversi confratelli sacerdoti miei penitenti, ed anche a loro, o perlomeno ai più, tutto è passato. 

E adesso rinchiudiamoci nel mistero dei Sacri Riti Pasquali, domani mattina i Presbiteri di tutto il mondo celebreranno con i propri Vescovi la Santa Messa del Crisma durante la quale rinnoveranno le loro promesse, poi la Missa in Coena Domini nella quale si rinnova il ricordo della istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio. 

 

 

LITANIE DELL’UMILTÀ

scritte dal Servo di Dio Rafael Merry del Val

O Gesù! mite ed umile di cuore! Esaudiscimi.
Dal desiderio di essere stimato – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere amato – Liberami, Gesù,
Dal desiderio di essere decantato – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere onorato – Liberami Gesù.
Dal desiderio di essere lodato – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere preferito agli altri – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere consultato – Liberami, Gesù.
Dal desiderio di essere approvato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere umiliato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere disprezzato – Liberami, Gesù.
Dal timore di soffrire ripulse – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere calunniato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere dimenticato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere preso in ridicolo – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere ingiuriato – Liberami, Gesù.
Dal timore di essere sospettato – Liberami Gesù.
Che gli altri siano amati più di me – Gesù, datmmi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri siano stimati più di me – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano crescere nell’opinione del mondo e che io possa diminuire – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere impiegati ed io messo in disparte – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere lodati ed io, non curato – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere preferiti a me in ogni cosa – Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere più santi di me, purché io divenga santo in quanto posso – Gesù dammi la grazia di desiderarlo!

O Dio, che resisti ai superbi e dai la grazia agli umili: concedimi la virtù della vera umiltà, di cui il Tuo Unigenito mostrò ai fedeli l’esempio nella Sua Persona; affinché non avvenga mai di provocare la Tua indignazione con l’esaltarmi nell’orgoglio, ma piuttosto, sottomettendomi umilmente possa ricevere i doni della Tua grazia.
Così sia.

Il Sommo Pontefice ha eletto vescovo Ariel S. Levi di Gualdo nominandolo segretario della Commissione Ecclesia Dei

— COMUNICATO —

IL SOMMO PONTEFICE

HA ELETTO VESCOVO ARIEL S. LEVI di GUALDO

NOMINANDOLO SEGRETARIO DELLA COMMISSIONE

ECCLESIA DEI

 

Eletto vescovo alla sede titolare di Laodicea Combusta il Padre Ariel è stato nominato segretario della pontificia commissione Ecclesia Dei. Succede in questo incarico a S.E. Rev.ma Mons. Guido Pozzo, Arcivescovo titolare di Bagnoregio, che entra nel servizio diplomatico della Santa Sede.

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

 

dall’Isola di Patmos, 1° Aprile 2015 – Sant’Ugo di Grenoble

 

 

Ariel S. Levi di Gualdo

Nella foto: Ariel S. Levi di Gualdo, 51 anni, nuovo Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei e vescovo eletto alla sede titolare di Laodicea Combusta

La Redazione dell’Isola di Patmos è lieta di annunciare che il Rev. Ariel Stefano Levi di Gualdo è stato nominato dal Sommo Pontefice segretario della Commissione Ecclesia Dei [vedere QUI]. Succede in questo incarico a S.E. Rev.ma Mons. Guido Pozzo, Arcivescovo titolare di Bagnoregio.
Nel suo incontro privato avvenuto presso la Domus Sanctae Martae agli inizi del mese di marzo, il Presbitero ha cercato di apporre un umile rifiuto affermando di non reputarsi all’altezza del compito, sembra però — a quanto riferisce il diretto interessato — che il Santo Padre gli avrebbe replicato: «Se come tu dici non sei all’altezza, vorrà dire che nulla toglierai né aggiungerai a ciò che fino ad oggi non è stato possibile portare a compimento».
Il Sommo Pontefice lo ha quindi promosso alla dignità episcopale ed eletto alla sede titolare di Laodicea Combusta, già suffraganea dell’Arcidiocesi di Antiochia [note storiche QUI, QUI].
S.E. Rev.ma Mons. Guido Pozzo entra invece nel servizio diplomatico della Santa Sede con il delicato incarico di istituire la nuova nunziatura apostolica nella Repubblica di Nauru, nell’Oceania della Micronesia [vedere QUI, QUI].

scudo episcopale

Lo scudo episcopale nel quale il neo-eletto vescovo dovrà poi inserire il suo stemma con il sottostante motto

Sarà nostra premura comunicare quanto prima ai nostri lettori la data e il luogo nel quale egli riceverà la consacrazione episcopale, che come di prassi canonica avverrà entro tre mesi dall’avvenuta nomina.

Ringraziamo la competente Autorità Ecclesiastica per averci concessa l’autorizzazione a dare con alcune ore di anticipo questa notizia che sarà ufficializzata nelle prossime ore dalla Santa Sede.

___________________________________________________________________

 NdR. Coloro che vengono promossi vescovi devono essere titolari di una sede perché l’episcopato è legato ad una Chiesa particolare. I vescovi non preposti al governo di una diocesi ma chiamati come tali a ricoprire vari uffici in seno alla curia romana, al servizio diplomatico della Santa Sede, o perché assegnati come vescovi ausiliari ad una diocesi, devono essere sempre titolari di una sede, in tal caso si procede ad assegnargli delle sedi titolari di diocesi delle quali è rimasto esistente solo il titolo [vedere QUI].

 

 

Per leggere il testo della Bolla di nomina cliccare sotto

BOLLA DI NOMINA di Ariel S. Levi di Gualdo

Laodicea Combusta

Immagine di ciò che rimane oggi dell’antica Laodicea Combusta che fu residenza vescovile e diocesi suffraganea dell’Arcidiocesi di Antiochia, oggi sede titolare il cui titolo è stato assegnato al nuovo Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei

nota sulla infallibilità pontificia

NOTA SULL’INFALLIBILITÀ PONTIFICIA

Una ulteriore precisazione del teologo Giovanni Cavalcoli circa la infallibilità del Sommo Pontefice in riferimento al suo precedente articolo [QUI] e ad un recente articolo pubblicato su Chiesa&Postconcilio [QUI] nel quale è citato un interessante e saggio scritto del compianto e valoroso padre passionista Enrico Zoffoli.

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

La Signora Maria Guarini ha pubblicato nel suo sito Chiesa&Postconcilio un interessante e saggio scritto del compianto e valoroso Padre Enrico Zoffoli, vero combattente della fede, che a suo tempo denunciò “le eresie del Cammino Neocatecumenale” [vedere QUI] fondato nel 1972 a Madrid da Kiko Arguello e Carmen Hernandez.

Vorrei fare però una precisazione dettata da un mio fondato timore che un’asserzione di questo venerato padre passionista possa essere fraintesa, ed è questa: «Il Papa è infallibile solo alle condizioni a tutti note».

Chiariamo innanzitutto che cosa significa “infallibile in fatto di dottrina. Vuol dire “non poter essere falso“. Ebbene, dire che il Papa è infallibile, vuol dire che dice il vero senza poter sbagliare. A tal riguardo, probabilmente il Padre Enrico Zoffoli si rifà al dogma dell’infallibilità pontificia definito dal Concilio Vaticano I [Denz. 3074], nel quale si stabiliscono appunto le condizioni di tale infallibilità.

C’è da notare però qui il rischio di un fraintendimento. Il Concilio pone certe condizioni dell’infallibilità, ossia quando il Papa dichiara che una data proposizione è contenuta nella divina Rivelazione: la cosiddetta “definizione dogmatica”, che costituisce una proposizione di fede definita come tale, da credersi con fede divina. Ma il Concilio non dice che il Papa è infallibile solo a quelle condizioni, perché esistono altre condizioni, più comuni e meno solenni, ancor più basilari, necessarie e sufficienti per l’infallibilità. Esse non sono indicate dal Concilio, ma le troviamo in altri luoghi del Magistero e nella Tradizione.

Le condizioni stabilite dal Vaticano I rappresentano l’autorevolezza suprema del Magistero della Chiesa; esse danno la massima certezza che una proposizione è di fede; ma queste condizioni si verificano molto raramente e in circostanze del tutto eccezionali.

Esistono pertanto anche gradi inferiori di infallibilità, più comuni, semplici ed ordinari, nei quali il Papa insegna una dottrina definitiva ed immutabile, assolutamente vera, anche se non con formule di tipo definitorio come nelle definizioni dogmatiche. Si tratta quindi, anche qui, di una dottrina che non può mai essere falsa, e quindi è infallibile. Infatti l’infallibilità di una dottrina non dipende dall’accento, dal modo o la forma espressiva coi quali è insegnata, ma dal valore o peso del contenuto.

Il modo riguarda solo la certezza non la verità di una dottrina. Che sia il Ministero dei Trasporti o il vigile urbano a dirmi che nel centro storico della città è proibito il traffico delle auto, non tocca la verità del contenuto, ma la sua autorevolezza. Così nelle dottrine della fede e della morale. Quando il Papa le insegna, che lo faccia in modo semplice o solenne, pastorale o dogmatico, definitorio o non definitorio, nuovo o tradizionale, l’essenziale è che comunque sia dottrina di fede o quanto meno connessa con la fede.

Nel caso delle dottrine nuove del Concilio Vaticano II, questa questione si presenta, per esempio, nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, dove si danno delle definizioni di Chiesa, carismi, di gerarchia, di fedeli, di laici, di religiosi, ecc.. Anche in tal caso si danno dottrine infallibili, ossia assolutamente vere, anche se non sono state definite solennemente nelle condizioni prescritte dal Vaticano I.

In realtà oggi pare che le condizioni dell’infallibilità non siano proprio “a tutti note”, come dice ottimitisticamente il Padre Enrico Zoffoli. Proprio per questo San Giovanni Paolo II nel 1998 ha pubblicato la Lettera Apostolica Ad tuendam fidem, corredata da un’appendice della Congregazione per la dottrina della fede [vedere QUI], la quale espone tre gradi dell’infallibilità, dei quali solo il primo corrisponde a quello stabilito dal Vaticano I.

Non è pertanto onesto il metodo seguìto da alcuni di prendere come infallibili solo le dottrine di primo grado per avere il pretesto di considerare fallibili o addirittura false le dottrine del Vaticano II per il fatto che non sono espresse nel modo definitorio dei primo grado. Questo non vuol dire assolutamente che tutti gli insegnamenti del Concilio siano infallibili, ma lo sono solo quelli dottrinali. Ed è falso, come sostengono alcuni, che il Concilio sia stato solo pastorale e non anche dottrinale. Infatti, trattando con i lefebvriani, Benedetto XVI disse che alcuni insegnamenti del Concilio sono discutibili, facendo espresso riferimento solo a quelli per l’appunto pastorali. Viceversa però, sempre rivolgendosi ai lefebvriani, disse loro che, se volevano essere in piena comunione con la Chiesa, dovevano accettare le dottrine del Concilio: evidente riferimento alla loro infallibilità, che invece è negata dai lefebvriani.

Così pure negli insegnamenti dei Pontefici bisogna distinguere tra quelli dogmatico-dottrinli e quelli pastorali-disciplinari. Il Papa è infallibile solo nei primi, non nei secondi. Esempio lampante di questo è la drammatica vicenda dei rapporti di Alessandro VI col Savonarola, circa i quali abbiamo appena pubblicato di recente un articolo. Il Papa trattò ingiustamente il Savonarola, ma come Papa, maestro della fede e pastore della Chiesa, compì sempre il suo dovere.

Varazze, 28 marzo 2015

______________________________________________

Questo scritto è una ulteriore nota esplicativa a questo mio precedente articolo, vedere QUI

Savonarola, il Borgia, Lutero e … “La Banda del Buco”

SAVONAROLA, IL BORGIA, LUTERO E … LA BANDA DEL BUCO

Puntuale come la morte sul Calvario dopo che il Signore è stato martoriato lungo la Via Dolorosa, giunge il nuovo articolo anti-bergogliano da parte della Banda del Buco che per invitare alla disobbedienza verso la “Chiesa apostatica” e il “Papa eretico” usa questa volta Padre Enrico Zoffoli [vedere articolo QUI] come in precedenza era stato tentato l’abuso della figura di Padre Divo Barsotti, al quale ha replicato uno dei padri dell’Isola di Patmos [QUI]. Siccome l’audace “teologa” di suddetta Banda seguita a seminare falsi storici basati perlopiù su maldestre estrapolazioni, la Redazione è lieta di pubblicare un articolo d’archivio del Padre Giovanni Cavalcoli nel quale il nostro insigne teologo domenicano parla proprio di due delle figure abusate attraverso questa ennesima citazione di un’opera usata in modo fuorviante: Girolamo Savonarola e Alessandro VI. 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

 

banda del buco

celebre film della omonima Banda del Buco [vedere QUI]

Nel complesso dibattito attuale relativo al significato da dare alla varietà e molteplicità così diversificata dei gesti, del comportamenti e degli insegnamenti del Sommo Pontefice, può esser utile tentare di far luce sui princìpi che ci devono guidare per valutare, per quanto è possibile, un pontificato che accanto a stili del tutto tradizionali, mostra degli exploits che a tutta prima appaiono sconcertanti per la loro inusualità rispetto al comportamento dei Papi precedenti, risalendo anche molto indietro nel tempo. Non occorre fare degli esempi, che sono sotto gli occhi di tutti, ma entriamo senz’altro in medias res. A tal uopo ho pensato di proporre al lettore il caso di due personaggi giganteschi e famosissimi della storia del cristianesimo, i quali, benchè vissuti molti secoli fa, possono fornirci spunti di riflessione e validi insegnamenti circa la questione che ci proponiamo di come giudicare il comportamento di un Pontefice: quali sono i limiti e la portata della sua autorità, dove il buon cattolico deve obbedire tranquillamente e dove invece gli è consentito avanzare critiche e riserve.

savonarola ferrara 2

statua a Girolamo Savonarola alle spalle del Castello Estense di Ferrara e posta di fronte al Palazzo Arcivescovile

Tanto il Savonarola quanto Lutero sono stati dei riformatori della Chiesa: ma quale differenza! Mentre Savonarola parte dall’idea che la Chiesa ha di se stessa così come è concepita dal Magistero ritenendola conforme al Vangelo, Lutero si fà la convinzione che quella essenza della Chiesa che è presentata dal papato, falsifichi l’ideale evangelico e quindi pretende di correggere il Papa sul concetto di Chiesa. Da qui le logiche conseguenze: mentre per Savonarola la riforma, sulla linea dell’insegnamento di Santa Caterina da Siena, è una questione di carità, ossia di messa in pratica della verità nell’obbedienza al Papa Maestro della fede, senza risparmiare al Papa filiali ed accorati richiami a fare il proprio dovere, per Lutero è una questione di verità, nel senso che si tratta di far ritrovare alla Chiesa la sua essenza evangelica deturpata dagli insegnamenti del papato.

savonarola ferrara

Ferrara, statua a Girolamo Savonarola

Non naturalmente che Savonarola non tenesse alla verità, ché, da buon Domenicano, ne fece la stella polare e la passione di tutta la sua vita e la causa del suo martirio, ma carità in quanto appunto attuazione della verità, integralmente e lealmente da lui accolta dal Magistero della Chiesa. Anche Lutero, certo, si presentò come sostenitore della verità; ma quanto dobbiamo credere a tale sua dichiarazione, quando vediamo l’ostinazione e la slealtà con le quali la rifiuta? Così Savonarola, pur giustamente severo contro il costumi morali di Alessandro VI, non si sogna nemmeno di fargli dei rimproveri in campo dottrinale, dove rispetta in pieno il Successore di Pietro, ed anche quando a un certo punto propugna la convocazione di un Concilio, lo fa sempre sottintendendo che esso debba riformare la Chiesa sotto la guida del Papa, cosa che è del tutto aliena dall’iniziale appello al Concilio fatto da Lutero; appello che, inizialmente influenzato dal conciliarismo hussita, successivamente abbandonerà, sapendo che per la Chiesa è inconcepibile un Concilio non presieduto dal Papa, quel Papa che egli contestava non solo nella sua condotta morale, ma proprio nel suo diritto ad essere Papa, cosa che a Savonarola non venne mai assolutamente in mente. Non facciamo di Savonarola un hussita. Si può deporre un Papa, ma non il Papato.

savonarola ferrara 1

Ferrara, altro particolare della statua del Savonarola

Il profetismo savonaroliano si atteneva rigorosamente agli esempi dei profeti biblici, per cui, se da una parte era un richiamo alla fedeltà a Dio, dall’altra propugnava con forza e senza compromessi l’applicazione della Paraola di Dio nella vita ecclesiale e nella stessa vita politica.
Non dobbiamo stupirci a questo proposito, noi figli della mitezza e del dialogo promossi dal Concilio Vaticano II, della severità dei castighi divini ed umani minacciati da Savonarola, che rientrava negli usi del tempo con la stessa pena di morte per i criminali e per gli eretici. Anche la riforma savonaroliana dello Stato fiorentino su ispirazione evangelica, in netto contrasto col farisaismo pagano di Machiavelli, dobbiamo vederla nel suo tempo. Per quanto Firenze fosse corrotta, era pur sempre una società cristiana, molto diversa dalle moderne società laicistiche ideologicamente pluralistiche, per non dir atee, per governare le quali non sarebbe affatto opportuno o possibile uno Stato cristiano ed è già molto che vengano accettati i diritti fondamentali dell’uomo.
Alcuni, come il Von Pastor [1], hanno voluto vedere in questa condotta del Savonarola un’eccessiva severità ed intransigenza; ma con ciò hanno trascurato di collocarsi nella mentalità del tempo, che non risparmiava neppure i Santi, come si possono avere tanti esempi dalla storia.

lutero 95 tesi

Lutero e le sue 95 tesi

Diverso invece è il profetismo luterano, basato certo anch’esso sulla Bibbia, ma una Bibbia adulterata e interpretata in contrasto col Magistero della Chiesa, per cui il progetto ecclesiale e politico luterano non poté non falsificare le vere esigenze e prospettive del Vangelo. Interessante è inoltre la differenza concernente la scomunica che fu irrogata sia a Savonarola che a Lutero, connessa con quanto si è detto. Entrambi suscitarono lo sdegno del Papa per il loro atteggiamento critico nei suoi confronti. Ma ben diversa fu la critica del Papa in Savonarola e in Lutero. Savonarola redarguì la condotta immorale di Alessandro VI e si oppose alle sue ingiustizie sulla base di ottimi princìpi etici e dottrinali, distinguendo la fallibilità dell’uomo dall’infallibilità del Vicario di Cristo.

Al contrario, Lutero, aggredì sconsideratamente e scriteriatamente il Papa proprio come Vicario di Cristo accusandolo di eresia, sulla base di princìpi ereticali e lasciandosi trasportare da un odio furioso e blasfemo.

savonarola alessandro VI

ritratti di Alessandro VI e Girolamo Savonarola

Savonarola fu scomunicato ingiustamente e per invidia da Papa Alessandro VI, circonvenuto da false informazioni, senza alcuna motivazione valida nè dottrinale, data la purezza della sua dottrina, nè morale, data la nobiltà delle sue virtù, ed oltre a ciò la scomunica fu invalida per vizio di forma e perchè contenente false accuse, e quindi nulla e giuridicamente ineseguibile. Egli poi fu ucciso dopo un processo ingiusto e irregolare, in odio alla fede. Infatti, odio alla fede (odium fidei) non è solo quello dell’empio e dell’eretico, ma può essere anche quello del credente, che, per invidia odia il credente accusandolo falsamente di eresia, ciò che fece appunto Alessandro VI. Per questo è lecito, a proposito del Savonarola, parlare di martirio [2].

savonarola lapide

lapide posta in Piazza della Signoria a Firenze dove Girolamo Savonarola fu impiccato e poi arso al rogo

È sconcertante che Savonarola sia stato mandato a morte come fosse un criminale proprio da colui che avrebbe dovuto lodarlo e appoggiarlo nella sua eroica battaglia per Cristo, ossia dallo stesso Vicario di Cristo, Papa Alessandro VI, accecato dall’odio e ingannato dalle calunnie dei nemici del frate. Nella tragedia del Savonarola abbiamo l’episodio terribile del padre che uccide il figlio.
Il caso del Savonarola è più unico che raro in tutta la storia del papato e della martiriologia: quello stesso Papa che ha da Dio il compito di canonizzare i martiri, diventa carnefice di un martire. Da notare che Alessandro VI celebrò correttamente delle canonizzazioni. Savonarola invece martirizzato da Alessandro VI. Incredibile.
Dal che vediamo la delicatezza, anche se di estrema opportunità, per le ragioni che diremo, di un’eventuale Causa di Beatificazione del Savonarola, Causa che, a seguito di una devozione secolare per il Martire, è pur stata auspicata di recente da Capitoli Generali dell’Ordine Domenicano in base a studi chiarificatori ormai definitivi, come quelli dello Scaltriti.

Nell’Ordine Domenico ed anche altrove, dopo la morte del Savonarola sorsero due correnti di opinione nei suoi confronti: una, troppo ligia alle censure di Alessandro VI, capeggiata dallo stesso Maestro dell’Ordine Goacchino Turriani, corrente che ne diffuse la fama come di “disobbediente”, quando lo stesso Papa si pentì di ciò che aveva fatto al Savonarola, mentre il Successore Giulio II disse che lo avrebbe volentieri fatto Santo; ed un’altra, saggia e perspicace, nella quale figurano alcuni Santi come Santa Caterina de’ Ricci, San Filippo Neri e, in tempi recenti, il Beato Giorgio Frassati, i quali lo venerarono come Santo e come Martire.

lutero dottrina

dottrina luterana

Ben diverso il destino postumo del luteranesimo, che si configurò e si configura fino ai nostri giorni come fattore di una tragica divisione nella Chiesa, che neppure l’ecumenismo avviato dal Concilio Vaticano II è riuscito a rimediare e che anzi fomenta altre eresie, come quella del modernismo. Nessun cattolico di buon senso pensa di far santo Lutero, che del resto è spregiatore del culto dei Santi, al contrario del Savonarola, devotissimo dei Santi a cominciare dalla Beata Vergine, e oggetto di venerazione nei secoli fino ad oggi. Savonarola infatti è un modello perfetto ed attuale di predicatore domenicano franco, coraggioso, ardente, osservante, generoso, amante della sana dottrina, della Chiesa e delle anime. Egli pertanto serve in modo eccellente a far capire la differenza fra il Papa come Maestro della fede e il Papa come supremo magistrato e pastore universale della Chiesa.

tiara

la tiara usata dai Sommi Pontefici fino a Paolo VI, l’ultimo che ne fece uso

Il Papa è infallibile nella potestas docendi, non nella potestas iurisdictionis sive gubernandi Ecclesiam e neppure è impeccabile nella condotta morale. In questi campi può commettere delle gravi colpe, per cui si comprende come Dante, che se ne intendeva, abbia potuto mettere Bonifacio VIII all’inferno. Non c’è dubbio che i Santi sono modello d’obbedienza; ma bisogna finirla una buona volta per esaltare un genere di obbedienza supina e paurosa, una falsa obbedienza, che viene ad essere in pratica un connivenza col peccato e un cedimento al prepotente. Si obbedisce al bene e non al male. Chi obbedisce al male con la scusa dell’obbedienza non è un santo, ma un ipocrita o un falso. Questa sacrosanta verità bisogna “gridarla sui tetti”, dirla finalmente ad alta voce contro tutti i bacchettoni e i servi dei potenti. Santo è anche chi rifiuta la falsa obbedienza. Ciò pertanto non richiede di assumere le vesti dei contestatori sessantottini o l’arroganza dei Rahner o dei Mancuso, altrettante figure dell’ipocrisia, ma di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Si colpiscano piuttosto con forza i veri disobbedienti, come Lutero e tutti gli eretici, invece di farne i campioni della libertà e della riforma.

Alessandro VI

codice miniato della Messa di Natale di Alessandro VI

Alessandro VI, peraltro, riconobbe, vivente ancora il frate, che la dottrina del Savonarola era ortodossa ed egli stesso, dopo averlo fatto condannare a morte con una vana accusa di disobbedienza, si pentì del gravissimo atto adducendo come scusa di essere stato male informato e di averlo scomunicato al di fuori della sua intenzione (praeter suam mentem). Scaltriti infatti dimostra che gli ordini dati al Savonarola da Papa Alessandro VI erano ingiusti ed illegittimi e quindi invalidi. Da qui la conseguenza della invalidità della scomunica motivata dal Papa col fatto che Savonarola avrebbe disobbedito. Il Savonarola viceversa avvertì subito l’ingiustizia e quindi la nullità giuridica dei comandi papali, in quanto, come mostrò chiaramente egli stesso, erano “contro la carità”, ossia contro la volontà di Dio e, come dimostra San Tommaso, l’ordine ingiusto di un superiore, ossia contrario alla legge divina o della Chiesa, non merita di essere obbedito, perchè in questo caso “talis oboedientia esset illicita” [3]. Così similmente per l’Aquinate una scomunica, anche pontificia, può essere ingiusta o illegittima e perciò stesso invalida e nulla, e quindi senza effetto. In tal caso la persona colpita resta del tutto libera dall’ingiusto ed infamante provvedimento e dalle sue conseguenze, per cui essa mantiene intatti il suo onore e la sua buona fama presso i buoni fedeli e resta in comunione con la Chiesa e col Papa, non in quanto ha errato, ma in quanto Papa, Vicario di Cristo. La brutta figura la fa il prelato che l’ha scomunicata, fosse anche il Papa, il quale è tenuto a riparare e a restituire alla persona innocente colpita il suo onore e la sua buona fama. Dice l’Aquinate: “si sit talis error ex parte sententiae, qui sententiam nullam esse faciat, non habet effectum, quia non esset excommunicatio” [4]. Con ciò stesso vengono a cadere le disposizioni disciplinari o punitive connesse alla scomunica.

lutero lettera di citazione di Carlo V

lettera di Carlo V a Lutero per la sua comparsa in giudizio

Lutero, invece, come è noto, fu giustamente scomunicato da Leone X con ottime ragioni basate sulle sue eresie e sulla arroganza ed ostinazione della sua condotta. Dal che si vede l’abissale differenza che separa la condotta di Savonarola da quella di Lutero nei confronti del Papa. Savonarola sapeva benissimo dove occorre obbedire al Papa e dove è consentito resistergli. Per questo, nel caso di Lutero, gravissima fu la colpa di coloro che con disprezzo della scomunica, invece di richiamarlo all’obbedienza al Papa e a ricredersi dalle sue eresie, accondiscesero al suo furore ereticale ed antipapale senza tener in nessun conto il valore e gli effetti della scomunica.

Lorenzo de Medici

ritratto giovanile di Lorenzo de’ Medici

Savonarola scomunicato ingiustamente è stato giustiziato; Lutero, scomunicato giustamente ha salvato la pelle. Una certa responsabilità in queste orrende ingiustizie ce l’ha certamente la famiglia Medici, una potentissima dinastia fiorentina, che dette i natali per due secoli, proprio nel corso del neopaganesimo rinascimentale, a molti vescovi e cardinali e addirittura a due Papi, Leone X e Clemente VII, i quali segnano una triste parte di primo piano nella storia del luteranesimo, dopo che i Medici della fine del Quattrocento contribuirono alla disgrazia del Savonarola, in testa come furono alle dissolutezze, al lusso, all’avidità e allo strapotere della classe politica fiorentina, tanto redarguita dalle veementi prediche del Profeta domenicano, e pure favorita dal Papa. Lutero invece fece un’enorme confusione tra il Papa come uomo e il Papa come Papa, facendo oggetto del suo empio ed implacabile odio ereticale la figura del Papa non solo nel suo aspetto umano, ma anche nella sua missione divina.

la salvezza

il mistero della salvezza

Tanto Savonarola quanto Lutero pongono al centro del loro interesse la salvezza mediante la croce di Cristo e si propongono una riforma della Chiesa alla luce del Vangelo. Tuttavia, profonde sono le differenze. Savonarola facendosi religioso, intende farsi santo lasciando il mondo corrotto. Ama l’osservanza regolare e sente il bisogno di lottare contro i peccati nella società e nella Chiesa correggendo i costumi corrotti, alla luce di una fede perfettamente ortodossa e cristallina. Lutero invece, temendo fortemente e quasi con spavento di non salvarsi, si fa religioso per aver maggiore sicurezza di salvarsi, ma, infetto da una concezione occamista del rapporto dell’uomo con Dio, per la quale Dio è buono ma sì da apparire un despota ostile all’uomo, mentre l’uomo si salva obbedendo irrazionalmente a Dio, non si pone nel giusto rapporto con Dio, perchè non riesce a conciliare in Dio la sapienza con la bontà, la misericordia con la severità, il timore con l’amore, la confidenza con la riverenza. Giunto ad un punto di insopportabile esasperazione, come si sa, Lutero credendo di ricevere un’illuminazione divina che, a suo dire, gli “aprì le porte del paradiso”, si convinse in modo entusiastico, fanatico e ostinatissimo di tale sua idea, quasi fosse in gioco la sua salvezza eterna e quella dell’intera umanità, sicchè rimase attaccato per tutto il resto della sua vita, all’idea che Dio comunque lo perdonava, anche se restava avvinto al peccato e vinto dal peccato, facendosi l’idea che la grazia poteva coesistere col peccato.

lutero slide

la “riforma” luterana

Così si spiega l’impegno frenetico, prodigioso ed indefesso che Lutero mise per tutta la vita a diffondere dovunque la sua idea, ritenendosi messaggero del vero Vangelo contaminato dal Papa, e quindi nutrendo viepiù negli anni seguenti fino alla morte un odio feroce contro il Papa, che aveva condannato la sua idea, ribadendo la dottrina tradizionale della giustificazione. A nulla valsero tutti i tentativi fatti per dissuadere Lutero da questa eresia. Non ci fu nulla da fare, ed anzi essa finì per diffondersi in Europa e nel mondo nei secoli seguenti fino ad oggi. Lutero ritenne addirittura questo principio, per il quale abusava del concetto paolino della giustificazione, come il cardine stesso della fede cristiana, “articulus stantis et cadentis Ecclesiae“, e come è noto, è riuscito a tirare a sè un numero sterminato di seguaci, appunto i cosiddetti “protestanti”, senza che neppure la riforma tridentina sia riuscita a porre un freno a questo fenomeno.

Nulla di tutto questo nel Savonarola, che conosceva ed accettava la vera dottrina della giustificazione e ne fece il perno la sua vita spirituale e della sua predicazione, anticipando le decisioni del Concilio di Trento. Savonarola, seguendo San Tommaso e la dottrina della Chiesa e dei Santi, non ha problemi a vedere in Dio un Padre sapiente e misericordioso e un Giudice giusto e clemente. Sa vivere questa verità e sa trasmetterla agli altri. In tal modo Savonarola fa esperienza della misericordia divina senza prender questa, come fa Lutero, a pretesto per evitare l’ascetismo morale, l’esercizio delle buone opere e dell’emendamento di sè. Per questo Savonarola non sente mai la tentazione di abbandonare l’austerità della vita religiosa, con la scusa avanzata da Lutero che le buone opere, i sacrifici e le penitenze non bastano alla salvezza, perchè sa benissimo che l’osservanza regolare dei religiosi e dei monaci, ben moderata e regolata, è un fattore essenziale, anche se secondario, del cammino di santificazione, al contrario di Lutero, che, sotto il manto della falsa idea che Dio perdona sempre, anche se non si è pentiti, torna alla vita secolare rinunciando a disciplinare le proprie passioni e a tenere a freno la tendenza alla falsità, propria della ragione umana oscurata dal peccato.

savonarola video games

immagine del Savonarola tratta da un video-gioco Assassin’s creed II, nel quale figura come personaggio

È questa mancata disciplina della ragione, infetta di occamismo, che unita alla superbia e all’ebbrezza del successo ottenuto, porta Lutero all’eresia, cosa assolutamente estranea al cammino spirituale del Savonarola, il quale invece sa che al peccatore pentito il peccato è veramente cancellato, anche se poi, data l’inclinazione al male dei figli di Adamo, il peccato sempre di nuovo si ripresenta. Ma ogni volta esso può esser cancellato dalla grazia. Invece Lutero, col pretesto che la condizione di peccatore è invincibile, non si sforza per vincere il peccato, ma si adagia in esso, godendo di peccare con la scusa che tanto Dio perdona, e ritenendosi comunque perdonato.

Tanto Savonarola quanto Lutero sono devoti al Crocifisso, come salvezza ed espiazione divina dei peccati, ma intendendo tale devozione in modo opposto: mentre Savonarola vede nel Crocifisso un Dio che è in armonia con la ragione, che chiede le opere buone e che quindi è amico dell’uomo, Lutero, fraintendendo il concetto paolino della Croce come “scandalo” [I Cor 1,23] dei Giudei, e confondendo male di pena e male di colpa, immagina di patire con Cristo senza emendarsi dal peccato, senza l’esercizio retto della ragione e quello delle virtù naturali, da lui disprezzate come vanto pelagiano e farisaico davanti a Dio delle proprie opere e dei propri meriti.

Per quanto riguarda il rapporto della Chiesa con lo Stato, diverso è l’atteggiamento del Stato e chiesaSavonarola e di Lutero. Il Savonarola si sente fortemente attratto dal dovere di proporre pubblicamente a Firenze il modo col quale il Vangelo deve servire al bene comune politico con rifermento al bene spirituale e morale delle persone e della società, in relazione al peccato e alla giustizia. Anche Lutero concepisce che il principe cristiano deve adoperarsi, per quanto è di sua competenza e in suo potere, per aiutare la Chiesa nell’incarnare il Vangelo nella storia e nella società civile. Sia l’uno che l’altro danno direttive ai prìncipi e ai cittadini ispirate al Vangelo.

lutero slide 2

conseguenze politiche della “riforma” luterana

Mentre tuttavia per il Savonarola il Papa, valendosi del suo ministero di Vicario di Cristo e sovrano temporale degli Stati della Chiesa, ha il compito, alla luce del Vangelo, di supremo giudice, regolatore e promotore dell’azione dei principi cristiani, Lutero, non dà al Papa alcuna autorità di tal genere, ma il Papa è al massimo un sovrano temporale come tutti gli altri, con in più la pretesa infondata di rappresentare Cristo sopra tutti gli altri. Dunque per Lutero la Chiesa ha bensì bisogno di essere ordinata ed organizzata secondo il Vangelo, anche per l’attuazione della sua missione politica oltre che spirituale; tuttavia la Chiesa in terra non ha bisogno di un unico centro visibile di unità, di un’unica direzione centrale, come sarebbe il Papa a Roma, ma è una collettività o una collegialità di cristiani guidati per gruppi, principati o nazioni dai loro rispettivi pastori sotto l’unica guida celeste di Cristo e dello Spirito Santo.

Lutero cuffie

Lutero ha finito col dar vita a tutt’altra musica …

Per Lutero non c’è un Papa, supremo sovrano spirituale e terreno, al di sopra dei principi, ma ogni principe sotto la guida dell’Imperatore dei Romani, è capo della Chiesa per il suo territorio, si tratti del proprio principato o dell’insieme del Sacro Romano Impero. Il Savonarola, dal canto suo, si adoperò intensamente per il bene pubblico di Firenze, favorendo una repubblica popolare, che fece porre sotto la regalità di Cristo. Egli ebbe stima del progetto del Re di Francia Carlo VIII, il quale si era convinto, a seguito della predicazione infiammata di Santa Giovanna d’Arco, che la Francia fosse eletta da Dio a sconfiggere i Turchi e la liberare Gerusalemme dal dominio musulmano. Per questo Savonarola si adoperò perchè Firenze, bloccati alla luce del Vangelo i progetti di signoria della famiglia Medici nemica del Re, si alleasse con lui. Senonchè però Carlo VIII considerava anche Alessandro VI un Papa simoniaco e quindi illegittimo, per cui pensò anche di spodestarlo e di fare dell’Italia un territorio di passaggio che consentisse alle sue truppe di raggiungere la Terra Santa. Per questo motivo il Papa odiava Carlo VIII, anche per il fatto che il Pontefice, sol pretesto di essere il Vicario di quel Cristo, al quale “è stato dato ogni potere in cielo e in terra”, dimenticando l’altra frase, nella quale il Signore davanti a Pilato dichiara che il suo regno “non è di questo mondo”, mirava ad espandere mediante la sua famiglia Borgia il suo dominio in Italia. Per questo il Papa ingiunse ai Fiorentini di unirsi alla Lega, che il Papa aveva messo in piedi contro la Francia ottenendo l’appoggio addirittura dell’Imperatore Massimiliano. Ma i Fiorentini, gelosi della loro libertà, dietro impulso del Savonarola, si rifiutarono di obbedire al Papa, cosa che fece aumentare il suo sdegno contro Savonarola, e portò il Papa ad aggiungere un nuovo motivo per accusare il frate di disobbedienza, quando questa non ledeva in nulla gli interessi della Chiesa e del regno di Dio, ma solo le mire espansionistiche di Papa Borgia.

lutero slide 4

distruzione del cattolicesimo in interi paesi europei

Viceversa, il luteranesimo, fin dalle sue origini, mostrò quanto falsa fosse la sua riforma della Chiesa e quanto il suo evangelismo esaltatore dell’interiorità e della coscienza in realtà nascondeva mire temporalistiche, delle quali subito approfitteranno i principi tedeschi per depredare le proprietà dei cattolici, per rafforzare il loro potere, la loro indipendenza e la loro ribellione all’Imperatore Carlo V, che con zelo esemplare esigeva da loro l’accettazione delle giuste misure pontificie nei confronti di Lutero e seguaci. Un grave vizio del principe rinascimentale, al quale non riuscirono a sottrarsi neppure i Papi, compreso quindi Alessandro VI, fu la sete di dominio personale – oggi diremmo “dittatura” – su plaghe le più ampie possibili della società, sete ben lumeggiata ed esaltata nel famoso Principe del Machiavelli. Estendere i propri domini era considerato un obbiettivo normale, ambìto ed ammirato dell’uomo forte e segno di eroismo, anche a costo di eliminare slealmente , ora facendosi “golpe”, ora “leone”, per usare le espressioni del Segretario fiorentino, gli oppositori o i pretendenti allo stesso territorio. Così si spiegano tanti delitti del Quattro/Cinquecento, compresa la morte del Savonarola. E’ triste doverlo dire, ma è così. Piccole e grandi famiglie o clan, solo che fossero dotati di un certo prestigio o potere economico o politico, dai Medici ai Borgia, aspiravano, come si diceva allora, alla “signoria”. Il Savonarola, al contrario, memore dell’etica politica di San Tommaso, per il quale il principe non è l’artista che plasma il popolo, quasi fosse materia di un’opera d’arte, ma è vicem gerens multitudinis, anticipando così la moderna democrazia, elaborò per Firenze uno statuto politico, in fondo realizzazione dall’ideale evangelico della fratellanza e del’autorità come servizio, che in un primo tempo ebbe grande successo, ma che presto fu frustrato dall’invidia congiunta dei Medici e dei Borgia e dalle stesse frange popolari, — i cosiddetti “compagnacci” —, che preferivano il regime lassista, godereccio e paganeggiante dei Medici all’austerità evangelica e al rigore morale del profeta domenicano.

Educati entrambi alla povertà religiosa, Savonarola e Lutero sono del tutto alieni da qualsiasi mira di potere terreno. La loro unica aspirazione è la predicazione del Vangelo per l’edificazione del regno spirituale di Cristo, con la forte differenza, però, che, mentre Savonarola predica il Vangelo nella sua purezza in comunione col Magistero della Chiesa, Lutero predica un Vangelo inquinato dall’eresia in ribellione alla Chiesa. Savonarola, rimasto solo come Cristo, resta fedele al Papa Maestro della fede, nonostante i colpi ricevuti; Lutero, difeso dagli empi, si ribella al Papa che vuol correggerlo dai suoi errori.

savonarola rogo

immagine del rogo del Savonarola

Savonarola e Lutero: due riformatori, due ribelli scomunicati. Il primo promuove una vera riforma, il secondo ne promuove una falsa; il primo si ribella al peccato; il secondo si ribella al Papa; il primo, scomunicato e ucciso da innocente, il secondo scomunicato a piede libero e pur colpevole. Il primo mostra quando il Papa può sbagliare. Il secondo mostra quando il Papa sa condannare. Una lezione per i nostri giorni, nei quali tutti hanno la loro da dire sul Papa a proposito e a sproposito: ci sono i furbi che lo vorrebbero strumentalizzare per fini di potere fingendosi cattolici; ad altri invece quello che fa il Papa non va mai bene, rimpiangendo anacronisticamente i Papi del pre-concilio.

Le due grandi figure di Savonarola e di Lutero si stagliano nei secoli per insegnarci che si può morire innocenti uccisi dai fratelli di fede, mentre si può vivacchiare nel peccato con successo dando ad intendere di essere i cattolici del futuro.

Fontanellato, 2 febbraio 2015

 

NOTE

[1] L. Von Pastor, Storia dei Papi, Desclée&C.ie, Roma 1912, vol.III, pp.146-153
[2] Tutti questi dati sono reperibili nel libro “L’ultimo Savonarola”, Edizioni Paoline, Roma 1976, studio documentatissimo del P.Giacinto Scaltriti, che per cinquant’anni coltivò l’interesse per il Savonarola. Cf anche A. D’Amato, Savonarola martire della verità, Faenza 1998. Una buona difesa del Savonarola si trova alla voce Savonarola di Roberto Ridolfi, nell’Enciclopedia Cattolica, vol. X.
[3] Summa Theologiae, II-II, q.104, a.5, 3m.
[4] Summa Theologiae, Suppl., q.21, a.4.

_________________________________

candelabroCari Lettori,

dobbiamo affrontare delle spese per la gestione del sito ma non ne abbiamo i mezzi economici, si tratta di richiedere vari servizi a pagamento indispensabili per un migliore e più sicuro funzionamento: urge spostarci su un server-business, provvedere alla manutenzione e all’aggiornamento periodico del sito, dobbiamo acquistare il servizio che consenta un numero illimitato di iscritti alla newsletter perché superato il numero di 2.000 il servizio viene automaticamente disattivato, è necessario un diverso abbonamento internet di tipo aziendale che consenta più velocità e possibilità di scaricare materiali e documenti pesanti senza rallentamenti alla linea, ecc … il tutto per una spesa complessiva di 1.920 euro che noi non abbiamo. Se i nostri lettori ormai numerosi potessero darci una mano, saremo veramente e profondamente grati.









Proteggete Divo Barsotti dalle grinfie dei lefebvriani

PROTEGGETE DIVO BARSOTTI DALLE GRINFIE DEI LEFEBVRIANI

 

Il Padre Divo avrebbe trovato la forza persino nella vecchiaia, persino sulla sedia a rotelle, di raccattare un bastone e di sbatterlo con sanguigno spirito toscano sulla schiena di chiunque avesse osato porre pubblicamente in discussione il Magistero della Chiesa e l’autorità dell’assisa ecumenica del Concilio Vaticano II.

Autore Ariel S. Levi di Gualdo

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

COME TACERE SUL TENTATIVO DI STRUMENTALIZZARE LA FIGURA DI PADRE DIVO BARSOTTI DA PARTE DEL SITO  “ERESIE&DINTORNI” DI MARIA GUARINI?

VEDERE QUI

 

Al Reverendo Padre
Serafino Tognetti, CFD 

 

 

divo barsotti libro

 una delle pregevoli opere di Padre Serafino Tognetti sul Padre Divo Barsotti [cliccare QUI per aprire il video sulla presentazione dell’opera]

Venerabile Confratello in Cristo, sai bene quanto io sia affezionato alla figura del Padre Divo Barsotti e quanto sia tutt’oggi grato alla sua pia memoria, tanto grande e provvidenziale in divina grazia è stata la sua incidenza nel mio percorso vocazionale, in seguito nella mia spiritualità sacerdotale. La mia stima verso questo Servo di Dio è stata ripetutamente espressa in miei libri e articoli, è nota a te ed ai diversi vostri laici della Comunità dei Figli di Dio di cui sono confessore e direttore spirituale, come lo è ad altri membri della vostra aggregazione che partecipano sovente alle mie celebrazioni e ascoltano le mie omelie; a tutti loro sono legato in amorevole spiritualità barsottiana.

Perdonami se uso la lettera pubblica anziché il messaggio privato, ma come si dice dalle parti della mia Toscana natìa, dove tu risiedi e dove hai vissuto come fedele discepolo accanto al Padre Divo: «Ho deciso di pigliar due piccioni con una fava».

Veder portato in trionfo il Padre Divo sul blog della Signora Maria Guarini, la quale si picca d’esser teologa, liturgista, canonista, storica della Chiesa, ecc … ma soprattutto legittimo censore della suprema Autorità della Chiesa e di un’intera assisa ecumenica, credimi: mi ha fatto davvero male al cuore.

Questi cosiddetti tradizionalisti o meglio “lefebvriani”, cercano da sempre d’appropriarsi di figure d’uomini di Dio per usarli come legittimazione ai propri errori, che sono poi errori legati a forme di precise e manifeste eresie, perché come sai, essendo tu un brillante teologo, negare l’autorità di un intero concilio ecumenico attaccandosi al risibile filo di lana caprina che si tratterebbe “solo di un concilio pastorale e non dogmatico”, per giungere a dire che “non conta nulla”, infine ch’esso “è in errore“, è un insano parlare che finisce presto col passare dall’errore all’eresia, come dimostrano i contenuti pseudo-cattolici del blog in questione, al quale non dovrebbe essere associato il nome del Venerabile Padre e neppure il tuo, suo amato discepolo. Per valutare poi la oggettiva pericolosità degli errori dottrinari di questi personaggi, basti solo considerare il loro spirito critico furente verso il magistero degli ultimi Romani Pontefici a partire dal 1958 a seguire; un’idea aberrante di Traditio Catholica ridotta ad un ristagnante immobilismo che rifiuta il naturale processo evolutivo della Chiesa; una liturgia ridotta a “supremo feticcio”, spesso meramente estetico ed estetizzante incentrato su un cieco rifiuto della Sacrosanctum Concilium e che palesa come tale in queste persone incapacità metafisico-teologica di distinguere le sostanze dagli accidenti esterni contingenti e di capire che la sostanza della Santa Messa non è mai stata alterata, meno che mai nella struttura del suo mistero sacrificale.

Capisci bene quanto inopportuno sia che certi soggetti sprofondati fieramente nell’errore e instancabili diffusori dell’errore venefico tra le membra del Popolo di Dio, possano ardire abusare la figura di Divo Barsotti come proprio legittimante vessillo. Tu ed io sappiamo bene che il Padre Divo avrebbe trovato la forza anche nella vecchiaia, persino sulla sedia a rotelle, di raccattare un bastone e sbatterlo con sanguigno spirito toscano sulla schiena di chiunque avesse osato porre pubblicamente in discussione il Magistero della Chiesa e l’autorità di un’intera assise ecumenica.

Prego pertanto te ed i tuoi confratelli da me tanto stimati di agire con profonda cura dinanzi a simili tentativi di “appropriazione indebita”, perché voi, io e tutti coloro che venerano questo grande uomo di Dio che tra molti anni potrebbe essere venerato come santo e forse anche come dottore della Chiesa [vedere QUI], sappiamo bene che il Padre Divo, giustamente e piamente, ha espresso parole anche molto dure sulle derive teologiche del post-concilio; e noi tutti seguitiamo ad esprimere con lui quelle stesse parole con altrettanta forza. Attenzione però a questi personaggi immobili nel proprio stagno raffermo e capaci di mistificare il suo pensiero per mutarlo in una critica al Concilio Vaticano II ed alle riforme, al magistero ed alle dottrine nate da quell’assise di Padri della Chiesa riuniti col successore del Principe degli Apostoli. In tutta la vasta produzione del Padre Divo non esiste infatti un solo sospiro di opposizione al Concilio Vaticano II, cosa di cui tu sei testimone privilegiato, non solo perché allievo del Venerabile Padre ma perché sei stato accanto a lui fino alla sua morte come un amato figliolo devoto.

Tomas Tyn 3

Tomas Tyn. Per aprire il video con l’audio/video di una omelia e della celebrazione della Santa Messa, cliccare QUI

Il nostro confratello sacerdote Giovanni Cavalcoli dell’Ordine dei Frati Predicatori, assieme al quale portiamo avanti la rivista telematica L’Isola di Patmos, può confermarti dal canto suo che analoga operazione fu tentata tempo fa dai soliti noti sulla figura del Servo di Dio Tomas Tyn, di cui queste frange tentarono in qualche modo di appropriarsi, quasi come se questo teologo tornato alla Casa del Padre ad appena 39 anni — ma dotato di un genio filosofico-teologico equiparabile a quello di un novello Aquinate — fosse una sorta di anti-conciliarista [vedere QUI, QUI].

Questa è la loro tattica: appropriarsi di figure prese, tagliate e cucite da usare per legittimare i propri gravi errori e confermarsi a vicenda in quell’errore che alla propria base ha la temibile regina che regge come solido tronco tutti gli altri peccati capitali: la superbia.

Libera la Signora Maria Guarini, per dirla in modo davvero ameno persino in austero tempo di Quaresima, di prendere e strumentalizzare chi vuole, ma che lasci in pace il Venerabile Padre Divo, oggi al cospetto di Dio nella gloria degli Angeli e dei Santi, dopo avere amato e ubbidito la Chiesa pur con tutte le sue rughe; perché sono le rughe con le quali spesso gli uomini l’hanno deturpata che il nostro amato Padre Divo ha giustamente e piamente criticato, proprio come espresse predicando gli esercizi spirituali alla curia romana nel 1971 su invito del Beato Paolo VI [vedere QUI]. Mai mise invece in discussione il volto sempre santo e immacolato della Chiesa, la cui dottrina non è stata mai oggetto del suo sindacato, perché di essa egli è stato straordinario diffusore, difendendo l’essenza e la grandezza di tutto il Concilio Vaticano II dalle derive di certi teologi del post-concilio; derive oggi ancora più pericolose e contro le quali noi, discepoli e figli della sua spiritualità, seguitiamo a combattere con la Chiesa, nella Chiesa e per la Chiesa, che vuol dire al tempo stesso con Pietro, per Pietro e sotto Pietro, al contrario della Signora Guarini e del suo codazzo di pelagiani che combattono invece contro la Chiesa e contro Pietro di cui si sono eletti censori.

A te e ai tuoi confratelli un fraterno abbraccio in sincera unione sacerdotale.

.

Dall’Isola di Patmos, 25 marzo 2015 – Festa dell’Annunciazione

.

 

papi postconcilio

La Chiesa è un popolo in cammino con Cristo suo capo e guida che ha conferito a Pietro funzione vicaria di pascere il suo gregge [Gv 21, 17] e mandato di confermare i fratelli nella fede [Lc 22, 32]

.

Padre Divo Barsotti non era “dei vostri”

ELOGIO IN APPENDICE ALLA TOTALE INCOERENZA 

Santa Messa celebrata dal Venerabile Padre

Nel video che sotto segue vi è un frammento della Santa Messa celebrata da Divo Barsotti assistito dal giovane Serafino Tognetti, suo fedele discepolo. Si tratta della celebrazione di quella Santa Messa che nel blog della Guarini&Affini viene da anni definita come “messa protestantica” nata “dall’opera distruttiva di Paolo VI ” grazie al “massone Annibale Bugnini “, ecc … ecc … Ebbene, che la Signora Guarini ed il suo articolista Dante Pastorelli guardino in questo video con quale santa devozione quest’uomo di Dio celebrava col Messale di Paolo VI quel Divino Sacrificio da loro definito da anni con sprezzo come “messa protestantica del conciliabolo“, salvo poi pretendere di strumentalizzare questo Venerabile Sacerdote a loro uso e consumo.

CLICCARE QUI

Sui cosiddetti “cattolici tradizionali” e sulla “messa tradizionale” [con nota postuma inserita il 27.03.2015]

SUI COSIDDETTI CATTOLICI TRADIZIONALI  E SULLA MESSA TRADIZIONALE

Volersi fermare al 1962 e voler bloccare tutto a prima del Concilio, come se esso non fosse avvenuto o avesse portato la Chiesa fuori strada, non è un vero essere tradizionali, non è fedeltà coerente e saldezza nella verità, ma un congelare un organismo vivente, è impedire il cammino della Chiesa, è ostinata arretratezza e presuntuosa disobbedienza alla Chiesa che avanza nella storia, è un inganno del demonio che conduce alla perdizione.


Giovanni Cavalcoli OP

Giovanni Cavalcoli OP

 

 

Con una nota postuma inserita in fondo dall’autore il 27.03.2015

 

 

cattolici tradizionali

un gruppo di “cattolici tradizionali”

Sta entrando nell’uso un’espressione che a ben guardare crea difficoltà ed appare equivoca, per non dire che è errata e pericolosa: cattolici “tradizionali”, espressione in apparenza innocua, forse anche bella. Essa può sembrare anche giusta, opportuna e appropriata, evidentemente dotata, per coloro che la usano per se stessi e la diffondono, di un senso positivo, quasi a dire: i cattolici fedeli alla Sacra Tradizione.

Un’espressione apparentemente chiarificatrice ma che in realtà, come cercherò di dimostrare, crea confusione e può, al di là delle buone intenzioni, aprire uno spiraglio al lefevrismo. Per questo, in fin dei conti, credo che sia meglio non usarla o quanto meno non usarla nel senso che spiegherò.

Al riguardo propongo le seguenti osservazioni.

Pio X

il Santo Pontefice Pio X

Prima. L’essere tradizionale, come già insegnava San Pio X, è una caratteristica del cattolico come tale, in quanto la dottrina della fede sorge dalla confluenza della Sacra Scrittura con la Sacra Tradizione. Entra nella definizione dell’essere cattolico. Per questo, il parlare di cattolico tradizionale non è che una tautologia, dire lo stesso dello stesso, è come dire che il cavallo è il cavallo. O tutt’al più è un’enunciazione del principio di identità, noto anche ai bambini. Bella scoperta!

L’essere tradizionale entra nell’essenza stessa dell’essere cattolico, così come l’appartenere alla razza equina appartiene all’essenza del cavallo. In tal senso un cattolico che non sia tradizionale, non è un cattolico. Così come un cavallo che non sia equino non è un cavallo. Pertanto, chi si qualifica come cattolico tradizionale, sembra dire: “Noi sì, che siamo i veri cattolici! Noi soli lo siamo!”. Il cattolico non tradizionale, quindi, non può essere un buon cattolico.

Non ha senso, quindi — commento io — aggiungere al termine “cattolico” l’aggettivo “tradizionale”, perchè questo attributo è già implicito nel concetto di cattolico, così come non avrebbe senso o sarebbe un’aggiunta inutile parlare di un cavallo equino.

Paolo VI 2

il Beato Pontefice Paolo VI

Così pure: perché chiamare Messa “tradizionale” solo la Messa vetus ordo? [QUI, QUI, QUI, ecc..] Anche quella novus ordo è la Messa tradizionale, è la “Messa di sempre”. Il Concilio non ha affatto cambiato la sostanza della Messa; ma ha solo apportato delle modifiche accidentali e contingenti, e come ha sostituto le modalità di prima, così un domani le presenti potranno essere sostitute da altre, senza che per questo la Messa venga mutata nella sua essenza.

Non sa distinguere questa gente miope la sostanza dagli accidenti [cf. nostri precedenti articoli QUI, QUI]? La riforma liturgica ha semplicemente introdotto un nuovo rito, un nuovo modo contingente di celebrare la stessa ed identica Messa istituita da Nostro Signore Gesù Cristo. Forse che Gesù Cristo ha celebrato l’Eucaristia secondo il … vetus ordo?

Seconda. Il parlare di cattolici tradizionali sembra alludere al fatto che esistano cattolici non tradizionali, il che poi sarebbe cattolicesimo nuovo o moderno. Ma, stando al loro ragionamento, nel tal caso questo cattolico sarebbe un falso cattolico, perchè non è “tradizionale”.

In realtà bisogna precisare che non ci è proibito l’aggettivo “tradizionale” applicato alla vita dello spirito, andando per analogia a come ci esprimiamo nel campo materiale, come per esempio in quello dell’arte o dell’alimentazione. Così, per esempio, sono apprezzati certi canti tradizionali o certi cibi tradizionali, senza che ciò implichi disprezzo per i canti e i cibi moderni. Ognuno è libero di scegliere.

cibi romagnoli

cibi tradizionali romagnoli

Nessun ristoratore che propaganda cibi tradizionali invita a non comprare cibi moderni. Eppure questi cattolici “tradizionali”, per una specie di disprezzo indiscriminato nei confronti della modernità, sembrano avere questo disprezzo nei confronti dei cattolici che vogliono essere moderni [vedere QUI, QUI, QUI, ecc..]; ed esser moderni — sia chiaro — non vuol dire affatto esser “modernisti”, anzi tutt’altro.

Nella Chiesa non c’è nulla di male che alcuni abbiano più simpatia per la tradizione ed altri invece per il rinnovamento e per il progresso, a patto che tutti stiano nell’ambito dell’ortodossia. Ma allora non conviene usare per chi ama in special modo la tradizione, il termine “tradizionale”, che fa apparire i progressisti, ossia chi ama il progresso, come falsi cattolici, contrari alla Tradizione e modernisti. Progredire è un dovere; essere modernisti è un’eresia.

Tomas Tyn 2

Il Servo di Dio Tomas Tyn,

Meglio sarebbe mantenere il termine “tradizionalista” da tempo largamente usato, dandogli in senso positivo e legittimo come sopra. Io stesso ho scritto un libro sul Servo di Dio Tomas Tyn col sottotitolo di “Tradizionalista postconciliare” [1], alludendo al fatto che esiste un sano tradizionalismo il quale contrariamente al tradizionalismo lefevriano, accoglie lo sviluppo della Tradizione operato dal Concilio e dai Papi del post-concilio, rifiutando nettamente di vedere una contraddizione del magistero conciliare rispetto a quello del pre-concilio.

ariel vetus ordo

Uno dei Padri dell’Isola di Patmos, autore di articoli critici verso il lefebvrismo e le correnti anti-conciliariste, una volta a settimana celebra col vetus ordo missae, contribuendo alla conservazione del Messale di San Pio V secondo le direttive del motu proprio di Benedetto XVI

Terza. Ma quello che desta preoccupazione è che coloro che hanno messo in giro questa espressione e si considerano con vanto cattolici tradizionali, esprimono delle idee che si avvicinano pericolosamente al lefevrismo, in quanto respingono come anti-tradizionali le dottrine del Concilio Vaticano II e quelle dei Papi seguenti, ritenendo che il vero cattolicesimo, fedele alla Tradizione, sia solo quel tipo di cattolicesimo, in quelle forme particolari – per esempio il rito tridentino della Messa -, che esisteva prima del Concilio.

Quarta. Il vero cattolico tradizionale è quello del post-concilio. Ogni vero cattolico, come ho detto, è certamente per essenza tradizionale, ma lo è — e ciò non sembri contraddizione — anche il progressista, come lo fu per esempio il Maritain (non il modernista che è un eretico), ma nel senso dello sviluppo operato dal Concilio e dal postconcilio. Infatti un sano progresso, quale quello promosso dal Concilio, non è altro che uno sviluppo e una migliore conoscenza del dato immutabile della Tradizione.

 

Giovanni Cavalcoli breviario

un altro dei Padri dell’Isola di Patmos che per la liturgia delle ore usa il breviario latino

Questo è il vero rispetto della Tradizione. Volersi fermare al 1962 e voler bloccare tutto a prima del Concilio, come se esso non fosse avvenuto o avesse portato la Chiesa fuori strada, non è un vero essere tradizionali, non è fedeltà coerente e saldezza nella verità, ma un congelare un organismo vivente, è impedire il cammino della Chiesa, è ostinata arretratezza e presuntuosa disobbedienza alla Chiesa che avanza nella storia, è un inganno del demonio che conduce alla perdizione.

Varazze, 24 marzo 2015

[1] Tomas Tyn, un tradizionalista postconciliare, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2007.

__________________________________________________________________________________________

NOTA POSTUMA DEL 27.03.2015  SULLA SOSTANZA DELLA SANTA MESSA

 

 

Secondo lei, rabbino Ariel, per un Cattolico che voglia restare fedele alla retta Dottrina si dovrebbe stare ad ascoltare le “elucubrazioni mentali” di due [censurato] Ariel&Cavalcoli che si mettono a discettare sul nulla distinguendo, per esempio sostanza e accidenti nella Tradizione e nalla Sacra Liturgia, oppure non sarebbe molto più edificante restando con certezza fedeli alla Sana Dottrina Cattolica leggere, per esempio, un brano di un Mistico e grande Sacerdote quale Don Divo Barsotti sul sito Chiesa&Postconcilio, il quale sconfessa le “elucubrazioni mentali” del duo [censurato] Ariel&Cavalcoli su quelli che questi chiamano gli “accidenti esterni”? Penso che a qualsiasi Cattolico che gli sia rimasto il lume della ragione non avrebbe dubbi cosa rispondere.

[Commento postato da Gianluigi Bazzorini il 25.03.2015]

 

 

Luigi Bazzorini è un nostro lettore dai toni fortemente critici. Nell’ultimo suo intervento nel blog ha superato però i limiti della decenza, per cui abbiamo deciso di non pubblicarlo, non perchè esso ci insulta, essendo noi ormai stimati dai buoni cattolici, ma proprio per la salvaguardia del suo onore che sarebbe alquanto compromesso, se certi suoi interventi insultanti fossero pubblicati.
Reteniamo invece di utilità ai lettori trattare, con la seguente nota, la questione da lui sollevata: la distinzione fra sostanza e accidenti è fondamentale non solo in filosofia e nel comune buon senso, ma anche in campo teologico e nello stesso dogma, come per esempio abbiamo nel dogma della transustanziazione.
La sostanza di una persona, per esempio, è la persona stessa nella sua identità, Paolo è sempre Paolo dalla nascita alla morte.
Gli accidenti, invece, almeno quelli contengenti, mutano. Paolo è sempre Paolo, anche se non ha quel dato accidente. Essi riguardano cose che ora ci sono ora non ci sono, ossia ciò per cui Paolo muta: il peso, l’altezza, gli umori, i suoi luoghi di residenza, il grado della sua istruzione, gli abiti che porta, i suoi rapporti sociali, il denaro di cui dispone, ora sano ora malato, ora sveglio ora dormiente, ecc ..

Così similmente la Santa Messa ha una costituzione fondamentale, mancando la quale non è valida; ha un’essenza  immutabile istituita da Nostro Signore Gesù Cristo, ed una forma rituale, convenzionale, gestuale, cerimoniale o rubricistica esteriore ed  accidentale, le modalità o espressioni del rito, che Cristo ha rimesso al potere della Chiesa onde disciplinare le forme accidentali o cerimoniali dei sacramenti.

Per esempio: l’altare volto o non volto verso il popolo, la presenza o meno della balaustra, il Canone Eucaristico ad alta o bassa a voce, le letture fatte o non fatte da una donna, nominare poche o molte volte il sacrificio e gli angeli, poche o molte genuflessioni, la Comunione in bocca o in mano, la lingua latina o italiana, ecc.. sono accidenti esterni che non intaccano la sostanza.

Così, per quanto riguarda la Santa Messa come tale, la sua essenza o sostanza fu istituita una volta per tutte da Cristo, per cui la Chiesa non ha nessun potere di mutarla, ma la conserva immutata nei secoli con l’assistenza dello Spirito Santo.

Sarebbe eretico pensare che la Chiesa possa mutare la sostanza di un sacramento. Essa può mutare invece certi accidenti. Infatti, per quanto riguarda il cerimoniale o il rituale, esso può essere modificato ad arbitrio della Chiesa, secondo le necessità o le opportunità. Qui la Chiesa può emanare leggi o diposizioni anche discutibili e rivedibili. Si può inventare il nuovo o tornare all’antico. Un conto è quindi la dottrina dei sacramenti in sé e di per sé immutabile; e un conto è la pastorale dei sacramenti, in sé di per sé mutevole.

Così il vetus ordo e il novus ordo missae, in quanto modalità contingenti di celebrare la Santa Messa, la lasciano intatta la sostanza di fede e toccano solo l’aspetto accidentale e mutabile.

Il Concilio Vaticano II ha stabilito il novus ordo missae. Domani un altro Concilio  potrà cambiare ancora questi aspetti accidentali e non sostanziali. L’esistenza del novus ordo non proibisce in dovute circostanze l’uso del vetus ordo missae. Si tratta sempre della Messa. Chi può, è libero di scegliere. L’importante è che la Messa sia valida, lecita e celebrata dignitosamente, nel ripetto delle regole e del rispettivo rito. Sarebbe dunque un errore credere che la sostanza della Messa sia conservata solo nel vetus ordo o che viceversa il vetus ordo missae sia da proibire.

L’importante è che tutti ci sentiamo una cosa sola attorno al mysterium fidei, sia che preferiamo il novus ordo, sia che preferiamo il vetus ordo missae.  

Giovanni Cavalcoli, OP

Varazze, 27 marzo 2015