IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI
Certe formule tipiche del clericalismo imprevidente, quali ad esempio «ignorarlo», «non abbassarsi al suo livello», «lasciarlo parlare», «tanto tra un mese se lo saranno scordato» … non hanno prodotto alcun risultato e ciò che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere è stato lasciato crescere. Risultato: il silenzio, anziché una condanna all’oblio ha elargito la più efficace delle legittimazioni.
Il narcisista maligno è un soggetto affetto da un serio disturbo che lo rende particolarmente nocivo, in quanto dotato di una personalità che se inserita in certi contesti diviene principio attivo di disfacimento, capace di trasformare le relazioni umane in strumento di dominio e di distruzione. È la forma di narcisismo più degenerativa, ma soprattutto più pericolosa.
La celebre criminologa e psicologa italiana Roberta Bruzzone ha approfondito in ambito scientifico questa figura complessa, sino a divenire oggetto essa stessa di azioni di disturbo e di esposizioni polemiche, accompagnate anche dalla presentazione di esposti a suo carico presso l’Ordine degli Psicologi (cfr. qui), il tutto come già avvenuto in precedenza per lo psicologo Amedeo Cencini, presbitero della Congregazione canossiana, a sua volta oggetto di analoghe iniziative giudicate totalmente prive di fondamento dalla competente sede disciplinare (cfr. qui).
In tale configurazione emerge una dimensione particolarmente rilevante: l’uso sistematico del linguaggio come strumento di aggressione e di controllo. Il narcisista maligno non si limita a esprimere giudizi, ma costruisce interventi ripetuti, attraverso scritti e prese di posizione pubbliche, caratterizzati da un tono polemico, delegittimante e offensivo. L’aggressione verbale non è occasionale, ma reiterata; non è reazione, ma un metodo inserito all’interno di una personalità aggressivo-distruttiva unita a una convinzione implicita: ritiene di godere del diritto unilaterale all’offesa. Solo alcuni esempi tra i tanti: egli può permettersi di dare del «rozzo scaricatore di porto» e del «burino arrogante» al Presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (cfr. qui), può tacciare l’arcivescovo vicegerente della Diocesi di Roma di essere un «fallito nella vita, un incompetente e un ignorante» (cfr. qui), può scrivere decine di articoli per insolentire un cardinale sino ad accusarlo di essere un «bugiardo» che «abusa delle coscienze» (cfr. qui), può dare della «megera di paese», dell’«analfabeta» e del «lecchino» al direttore dei Media Vaticani (cfr. qui). Tuttavia, nel momento in cui è lui oggetto di critica o di smentita — senza che alcuno gli lanci le offese che abitualmente lancia lui agli altri —, ecco che attiva una reazione opposta e speculare: si percepisce come vittima e come tale si dichiara e presenta, interpreta la confutazione come aggressione e rivendica per sé una tutela che egli stesso nega sistematicamente agli altri. La realtà viene così riorganizzata secondo uno schema nel quale il soggetto, pur essendo l’agente dell’attacco, si rappresenta come destinatario di un’ingiustizia, o di una discriminazione. Da qui prende avvio una dinamica reattiva che può assumere forme progressivamente sempre più invasive e violente.
Con la costruzione di narrazioni reiterate, la ripetizione di accuse, le insinuazioni e le letture distorte dei fatti, il narcisista maligno crea nel tempo un clima di sospetto attorno ai bersagli individuati. Giunge a servirsi persino degli strumenti giudiziari, non per tutelare un diritto, ma come mezzi di pressione per tentare di colpire e logorare l’altro con azioni di disturbo e di intimidazione. A questo scopo, egli è in grado di individuare e coinvolgere professionisti che, lungi dall’essere maschi alfa, per debolezza e scarsa lucidità critica finiscono per assecondarne le dinamiche dando vita ad azioni legali prive di reale consistenza, piegando l’esercizio della professione a una funzione di aggressione indiretta attraverso esposti e citazioni in giudizio temerarie che non superano neppure le fasi preliminari del vaglio giudiziario, ma producono però logoramento, dispendio di risorse e pressione continua. In questo modo, anche il diritto è trasformato in strumento di violenza. Il narcisista maligno non ha bisogno di vincere: gli basta attivare il meccanismo. Per lui, disturbare è già colpire e colpire è per lui già una forma di autoaffermazione (cfr. qui).
La distruzione dell’altro avviene così prevalentemente per erosione. Non si assiste necessariamente a un attacco diretto, ma a un progressivo svuotamento dell’autorevolezza: allusioni, accostamenti, insinuazioni, letture malevole dei fatti finiscono per creare una percezione negativa che precede e sostituisce il giudizio sulla realtà. A questo si aggiunge l’assenza di limite, data dal fatto che non si è di fronte a deviazioni occasionali, ma a una configurazione nella quale la menzogna, la manipolazione, la delegittimazione e la distruzione della reputazione altrui diventano strumenti ordinari. In questa prospettiva, anche la sessualità perde il suo significato umano e relazionale per essere ridotta a mezzo. Non è più espressione disordinata di una fragilità, ma strumento utilizzato in modo consapevole per ottenere consenso, esercitare influenza, creare legami di dipendenza o consolidare posizioni acquisite. Il rapporto con il corpo e con l’altro risulta così deformato in senso funzionale: non vi è più incontro, ma utilizzo; non vi è più relazione, ma controllo.
In questa riduzione della sessualità a strumento si manifesta un passaggio ulteriore. Là dove viene meno la possibilità di una relazione autentica, non viene meno il bisogno di affermazione e di dominio. L’altro, già privato della sua consistenza personale, non è più soltanto utilizzato, ma progressivamente assoggettato. La relazione, svuotata dall’interno, lascia spazio a una dinamica nella quale il controllo sostituisce l’incontro. È in questo contesto che emerge anche la componente sadica. Il narcisista maligno non solo non prova rimorso per il male arrecato, ma giunge a trarre una forma di piacere nel vedere l’altro umiliato, isolato, distrutto. La sofferenza altrui non rappresenta più un limite, ma diventa conferma del proprio dominio. Anche per questo è difficile combattere il narcisista maligno, perché chi lo fa è dotato interiormente di scrupoli, di senso etico, ma soprattutto di limiti. Col narcisista maligno la lotta risulta invece impari e molto difficile, perché dal canto suo è privo di scrupoli e di senso etico, ma soprattutto non conosce limiti.
Il luogo stesso del piacere, nel narcisista maligno è progressivamente trasferito. Ciò che nell’ordine umano trova il proprio compimento nell’eros, nella relazione e nel dono, viene svuotato e ricollocato altrove. Là dove la dimensione affettiva è compromessa, egli non smette di cercare il piacere, ma ne altera la sede e la struttura. Non è più l’incontro con l’altro a generarlo, ma il suo assoggettamento; non è più la reciprocità, ma il dominio; non è più la comunione, ma la distruzione. In questo senso, il sadismo non costituisce un’aggiunta secondaria, ma il luogo stesso nel quale il piacere si ricolloca. Il dolore inflitto all’altro non è un effetto collaterale, ma diventa principio di gratificazione. È a questo modo che si realizza un rovesciamento radicale dell’ordine umano: ciò che dovrebbe costituire un limite — il male arrecato — viene interiormente assunto come criterio di conferma e come fonte di piacere.
A ciò si aggiunge un elemento ulteriore, spesso trascurato: il narcisista maligno, pur essendo soggetto attivo di dinamiche distruttive, può essere utilizzato da soggetti più lucidi e spregiudicati, che operano all’interno dei medesimi organismi ecclesiali, divenendo strumento operativo di strategie che gli vengono suggerite. La sua struttura psicologica lo rende particolarmente predisposto a essere attivato mediante dinamiche di lusinga e di conferma: è sufficiente fargli credere di esercitare un ruolo determinante o di agire in nome di un interesse superiore. In tal modo, egli si presta a svolgere funzioni di attacco, di disturbo e di delegittimazione. Ciò che rende insidiosa questa dinamica è la dissociazione tra chi agisce e chi orienta l’azione in forma indiretta e spesso anonima, evitando l’esposizione personale; mentre il narcisista maligno, non avendo nulla da perdere sul piano ecclesiale, professionale e patrimoniale, assume su di sé l’azione visibile, diventando il volto esposto, su blog e social, di iniziative altrui. Quello che nel linguaggio delle scienze politiche è noto come “utile idiota”: colui che sostiene un’ideologia senza comprenderne le reali finalità e finendo per arrecare danno anche a se stesso.
Il tratto più rivelatore resta la replica alla critica. Qualsiasi tentativo di riportare i fatti alla loro verità viene vissuto come minaccia. Da qui nasce una reazione che non mira al chiarimento, ma alla neutralizzazione dell’interlocutore. In tale processo, la verità cessa di essere criterio e diventa variabile. Ciò che conta non è ciò che è, ma ciò che può essere imposto come tale. E se quanto da lui affermato viene smentito e dimostrato essere falso (cfr. qui), le sue reazioni assumeranno la forma di una violenza distruttiva furiosa. Per questo, simili personalità che si radicano nella Chiesa non rappresentano solo un problema individuale, ma un fattore di alterazione strutturale. Il danno più grave non è solo quello arrecato alle singole persone, ma quello inferto alla stessa credibilità ecclesiale.
Gravi le responsabilità delle Autorità Ecclesiastiche che hanno omesso qualsiasi intervento a tutela dell’immagine della Chiesa, della Santa Sede e dei suoi servitori ripetutamente insolentiti. Certe formule tipiche del clericalismo imprevidente, quali ad esempio «ignorarlo», «non abbassarsi al suo livello», «lasciarlo parlare», «tanto tra un mese se lo saranno scordato» … non hanno prodotto alcun risultato e ciò che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere è stato lasciato crescere. Risultato: il silenzio, anziché una condanna all’oblio ha elargito la più efficace delle legittimazioni, perché chi agisce in modo sistematico attraverso questi canali social trae forza proprio dall’assenza di una risposta che finisce col conferire una patente di impunità, dando alla persona la convinzione di poter agire senza conseguenze e alzando il livello dell’offesa di volta in volta.
E non si sorvoli poi sul grave danno prodotto in modo più sottile e pericoloso all’interno del clero. È infatti nel tessuto ordinario della vita ecclesiale, tra canoniche, sacrestie, monasteri estetici arcobalenati e conversazioni quotidiane, che ha preso forma una convinzione semplice e devastante: se quel tal bloghettaro continua ad aggredire e insolentire ecclesiastici, prelati e dicasteri della Santa Sede senza che nessuno intervenga, allora ciò che dice deve essere vero, specie considerando in che modo afferma con sicurezza nei suoi video: «noi in Vaticano … qui in Vaticano … qua dentro in Vaticano …». Non andrebbe infatti dimenticato che anche nel clero ci sono uomini semplici e fragili, forse oggi più di ieri. Non avrebbe quindi il dovere, l’Autorità Ecclesiastica, ripiegata nel proprio silenzio omissivo generato da senso di superiorità, di tutelarli e proteggerli dal veleno di notizie false e fuorvianti?
Specie dopo aggressioni particolarmente offensive, il soggetto in questione afferma che nessuno ha mai denunciato lui e il suo blog, perché, a suo dire, diffonde verità incontrovertibili, coperte — nientemeno! — da documenti probanti che è pronto a tirare fuori se qualcuno osasse smentirlo. È così che il silenzio e il non agire clericale sono capovolti e trasformati in elementi di legittimazione. Il tutto, grazie a un clericalismo auto-assolutizzante, segnato da un senso di superiorità sterile e, per questo, profondamente autolesivo. Perché, come i fatti dimostrano, molti preti non leggono Avvenire ma leggono quel blog di pettegolezzi avvelenati e avvelenanti.
Complimenti al bel tacer clericale che ignora e giammai si abbasserebbe a certi livelli, in virtù della sua presunta superiorità che lo porta a non vedere e a non sentire; quindi, a tacere e a non difendere, dal falso e dal violento, i preti e il Popolo di Dio, che non conoscono più neppure l’esistenza de L’Osservatore Romano, ma conoscono in compenso quel Signore che afferma con sicumera «noi in Vaticano … qui in Vaticano … qua dentro in Vaticano …».
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Il Principato di Monaco, che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, possiede un seggio all’ONU, mentre il Vaticano è solo un osservatore. Forse certi dialoghi o incontri si fanno perché possono avere, anche se silenziosamente e con i piedi felpati, perfino altri risvolti che non solleticano il populismo? Vallo a spiegare a quelli dal commento facile sui social.
Quando ero un giovane di belle speranze l’unica ad accorgersene era una bravissima suora che ha trascorso gran parte della sua vita religiosa a sfamare studenti di filosofia e teologia, con la sua cucina. La religiosa prospettava per me un futuro da Papa. Un’eventualità non solo remota, ma appartenente al regno dell’impossibile. Per di più, se vediamo cosa vuol dire fare oggi il Papa al tempo di internet e dei social media, una carriera di quel genere sarebbe piuttosto da sconsigliare che auspicare. I giornali o le agenzie danno notizia di qualcosa che il Papa ha detto o fatto? Apriti cielo. Piovono subito commenti, critiche e confronti. C’è qualcuno che si premura di verificare le notizie o di vagliarle? Figuriamoci. Se è già stata ruminata e predisposta affinché venga letta, casomai anticipata da qualche titoletto acchiappa likes, come si dice, il gioco è fatto. Tanto domani è un altro giorno e quella sarà una notizia ormai vecchia. Nel frattempo, continua inarrestabile lo scorrere di un analfabetismo che non tralascia nessuno, perfino un successore di San Pietro.
Prendiamo ad esempio il recente viaggio del Santo Padre nel Principato di Monaco, il secondo. Ma come, un Papa che va nel regno dei ricchi, del lusso ostentato e dell’evasione fiscale? Con subito dietro l’angolo il confronto stridente con Francesco che, il suo primo viaggio, lo fece invece a Lampedusa. Ma se pensate che anche quel viaggio non fosse stato esente da critiche vi sbagliate. Solo che ora il confronto torna utile e vi cadono anche i buoni cristiani, dimentichi di quel Tale che un tempo fu apostrofato mangione e beone, amico delle prostitute e dei pubblicani, che non disdegnava di farsi aiutare da Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode (Mt 11,18-19; Lc 8,3).
E se il Papa fosse andato apposta a Monaco proprio a ricordare ciò che il Vangelo dice a coloro che hanno più degli altri? Facile dirlo a Lampedusa, provate a dirlo davanti a chi i soldi li ha, eccome; col rischio di sentirsi rispondere quel che gli ateniesi dissero a Paolo dandogli una pacca sulla spalla: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17, 32). Tolto il fatto, non secondario, che nel Principato di Monaco esiste una comunità cattolica che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, possiede un seggio all’ONU, mentre il Vaticano è solo un osservatore. Forse certi dialoghi o incontri si fanno perché possono avere, anche se silenziosamente e con i piedi felpati, perfino altri risvolti che non solleticano il populismo? Vallo a spiegare a quelli dal commento facile sui social. Essi non hanno tempo di leggere cosa il Papa ha detto a Monaco al Principe Alberto II, quando ha ricordato che i paesi del «Mediterraneo (sono) oggi minacciati da un diffuso clima di chiusura e autosufficienza». Che abitare in un posto d’élite, ancorché composito «rappresenta per alcuni un privilegio e per tutti una specifica chiamata a interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Agli occhi di Dio, nulla si riceve invano! Come Gesù lascia intendere nella parabola dei talenti, quanto ci è stato affidato non va sepolto sottoterra, ma messo in circolo e moltiplicato nell’orizzonte del Regno di Dio.
Tale orizzonte è più ampio di quello privato e non riguarda un mondo utopico: il Regno di Dio, cui Gesù ha consacrato la vita, è vicino, perché viene in mezzo a noi e scuote le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi tra poveri e ricchi, fra privilegiati e scartati, fra amici e nemici. Ogni talento, ogni opportunità, ogni bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale, un’intrinseca esigenza di essere non trattenuto, ma ridistribuito, perché la vita di tutti sia migliore. Per questo Gesù ci ha insegnato a pregare: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11); e nel medesimo tempo dice: «Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). Questa logica di libertà e di condivisione è al fondamento della parabola del giudizio universale, che ha i poveri al centro: il Cristo giudice, che siede in trono, si identifica con ciascuno di loro (cfr Mt 25,31-46). Chi vuol intendere non dovrebbe far molta fatica. Alla comunità cattolica ha ricordato:
«Cristo […] centro dinamico, cuore della nostra fede […] Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende “avvocato” a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro. Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa. Questa comunione è il segno per eccellenza della Chiesa, chiamata ad essere nel mondo riflesso dell’amore di Dio che non fa preferenze di persone (cfr At 10,34). In questo senso, vorrei dire che la vostra Chiesa, qui nel Principato di Monaco, possiede una grande ricchezza: essere un luogo, una realtà nella quale tutti trovano accoglienza e ospitalità, in quella mescolanza sociale e culturale che è un vostro tratto tipico. Il Principato di Monaco, infatti, è un piccolo Stato abitato però in modo variegato da monegaschi, francesi, italiani e persone di tante altre nazionalità. Un piccolo Stato cosmopolita, in cui alla varietà delle provenienze si associano anche altre differenze di tipo socioeconomico. Nella Chiesa, tali differenze non diventano mai occasione di divisione in classi sociali ma, al contrario, tutti sono accolti in quanto persone e figli di Dio, e tutti sono destinatari di un dono di grazia che incoraggia la comunione, la fraternità e l’amore vicendevole. Questo è il dono che proviene da Cristo, nostro avvocato presso il Padre. Infatti, tutti siamo stati battezzati in Lui e, perciò, afferma San Paolo, “non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”». (Gal 3,28) (cfr. discorso ufficiale nel video, qui).
Poi c’è stato anche l’incontro coi giovani che tralascio perché quel che ho riportato mi basta a sottolineare che perfino il ministero petrino è attraversato dalla crisi che avvolge l’odierna comunicazione e che quanti si affidano ai titoli già impostati, tralasciano la fatica pur bella di approfondire e di sapere.
C’è poi un ultimo aspetto. Le parole sono come semi, per germogliare hanno bisogno di tempo. Nella Chiesa parecchio. Quando Benedetto XV nel pieno svolgimento del primo conflitto mondiale definì quella guerra: «inutile strage»; quell’espressione, com’ebbe a dire uno storico, «rimase, e sollevò una tempesta». Fu osteggiata da tutti, accolta con indifferenza dalla stampa, dai politici e perfino tacciata di fiaccare le truppe al fronte. Oggi la riconosciamo come la definizione più calzante di un evento tragico e giustamente consegnata alla storia. Senza quell’affermazione un altro Papa, Paolo VI, non avrebbe potuto pronunciare nel consesso dell’Onu l’altrettanto famoso grido: «Mai più la guerra, mai più la guerra!». Oggi è normale pensare ai pontefici come uomini di pace.
Ho iniziato accennando alla buona cucina di una suora. Nello stesso periodo, qualche giorno prima che iniziasse il conclave che lo avrebbe eletto, fui mandato — lo confesso, senza averne gran voglia — a servire Messa al Cardinale Albino Luciani, presso la Chiesa di San Marco in Piazza Venezia a Roma. Eravamo due accoliti, il rettore della chiesa e quattro gatti di fedeli. Dopo la Messa, in sagrestia, non sapendo che dire me ne uscii: «Eminenza, auguri». Lui mi guardò bonario e poi disse: «Sai come si dice al mio paese?». Io: «no…». E lui me lo disse in dialetto e poi me lo tradusse: «Con questa pasta non si fanno gli gnocchi».
Si vede che da lassù qualcuno sa cucinare meglio di noi. È che nella Chiesa le parole sono come alcuni alimenti: preferiscono la cottura lenta e prolungata, perché poi possano essere gustate in tutte le loro fasce aromatiche. Noi oggi ci nutriamo di fast food, anche nelle notizie che scorriamo sui nostri smartphone. È il nostro tempo e non ci si può far niente. Forse solo ricordare quel Tale che ho nominato prima, quello che si faceva aiutare economicamente dalle donne. Una volta raccontò che la Parola del Regno di Dio è come un seme che cade su diversi terreni, alcuni parecchio refrattari, altri più ben disposti. E lì dà frutto. Il Seminatore divino non si cura tanto del terreno, ma del frutto sì, all’occorrenza, della buona cucina pure.
Dall’Eremo, 30 marzo 2026
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MONTECARLO AND THE YOUNG POPE COOKED BY THE NUN
The Principality of Monaco, which has always maintained a privileged relationship with the Holy See, holds a seat at the United Nations, while the Vatican is only an observer. Perhaps certain dialogues or meetings take place because they may have, even if silently and with soft steps, further implications that do not lend themselves to populist appeal? Try explaining that to those who are quick to comment on social media.
When I was a young man full of promise, the only one who seemed to notice was a very good nun who spent a large part of her religious life feeding students of philosophy and theology with her cooking. The religious sister envisaged for me a future as Pope. An eventuality not only remote, but belonging to the realm of the impossible. Moreover, if we consider what it means today to be Pope in the age of the internet and social media, such a career would be more to be discouraged than desired. Do newspapers or agencies report something that the Pope has said or done? All hell breaks loose. Comments, criticisms, and comparisons immediately pour down. Is there anyone who takes the trouble to verify the news or to examine it? Hardly. If it has already been chewed over and prepared so that it can be read, perhaps preceded by some catchy headline designed to attract likes, as they say, the game is done. After all, tomorrow is another day and that will already be old news. Meanwhile, the relentless flow of an illiteracy that spares no one continues, not even a successor of Saint Peter.
Let us take as an example the recent journey of the Holy Father to the Principality of Monaco, the second. What then, a Pope who goes to the realm of the rich, of ostentatious luxury and of tax evasion? With, just around the corner, the striking comparison with Francis who, on his first journey, went instead to Lampedusa. But if you think that even that journey was not without criticism, you are mistaken. It is only that now the comparison proves useful, and even good Christians fall into it, forgetful of that One who was once called a glutton and a drunkard, a friend of prostitutes and tax collectors, who did not disdain to be assisted by Joanna, the wife of Chuza, steward of Herod (Mt 11:18–19; Lk 8:3).
What if the Pope had gone to Monaco precisely to remind those who have more than others of what the Gospel says to them? It is easy to say it in Lampedusa; try saying it in front of those who truly have money, and plenty of it, at the risk of hearing the very words that the Athenians addressed to Paul, patting him on the shoulder: “We will hear you again about this” (Acts 17:32). Leaving aside the not insignificant fact that in the Principality of Monaco there exists a Catholic community which has always maintained a privileged relationship with the Holy See, it holds a seat at the United Nations, while the Vatican is only an observer. Perhaps certain dialogues or meetings take place because they may have, even if silently and with soft steps, further implications that do not lend themselves to populist appeal? Try explaining that to those who are quick to comment on social media. They do not have the time to read what the Pope said in Monaco to Prince Albert II, when he recalled that the countries of the “Mediterranean (are) today threatened by a widespread climate of closure and self-sufficiency”. That living in an elite place, albeit a composite one, “represents for some a privilege and for all a specific calling to question their place in the world. In the eyes of God, nothing is received in vain! As Jesus suggests in the parable of the talents, what has been entrusted to us must not be buried underground, but set in motion and multiplied within the horizon of the Kingdom of God.”
That horizon is broader than the private one and does not concern a utopian world: the Kingdom of God, to which Jesus devoted his life, is near, because it comes among us and shakes the unjust configurations of power, the structures of sin that dig abysses between the poor and the rich, between the privileged and the discarded, between friends and enemies. Every talent, every opportunity, every good placed in our hands has a universal destination, an intrinsic requirement not to be withheld, but to be redistributed, so that the life of all may be better. For this reason Jesus taught us to pray: “Give us this day our daily bread” (Mt 6:11); and at the same time he says: “Seek first the Kingdom of God and his righteousness” (Mt 6:33). This logic of freedom and sharing is at the foundation of the parable of the Last Judgment, which places the poor at the center: Christ the judge, who sits on the throne, identifies himself with each one of them (cf. Mt 25:31–46). Whoever wishes to understand should not find it too difficult. To the Catholic community he recalled:
“Christ […] the dynamic center, the heart of our faith […] His compassionate and merciful disposition makes him an ‘advocate’ in defense of the poor and of sinners, certainly not in order to condone evil, but to free them from oppression and slavery and to make them children of God and brothers and sisters among themselves. It is no coincidence that the actions performed by Jesus are not limited to the physical or spiritual healing of the person, but also include an important social and political dimension: the person who is healed is reintegrated, in all his dignity, into the human and religious community from which, often precisely because of his condition of illness or sin, he had been excluded. This communion is the preeminent sign of the Church, which is called to be in the world a reflection of the love of God who shows no partiality (cf. Acts 10:34). In this sense, I would like to say that your Church, here in the Principality of Monaco, possesses a great richness: being a place, a reality in which all find welcome and hospitality, in that social and cultural mixture which is a characteristic of yours. The Principality of Monaco, in fact, is a small State, yet inhabited in a varied way by Monegasques, French, Italians and people of many other nationalities. A small cosmopolitan State, in which to the variety of origins are also joined other differences of a socio-economic kind. In the Church, such differences never become an occasion for division into social classes; on the contrary, all are welcomed as persons and as children of God, and all are recipients of a gift of grace that fosters communion, fraternity and mutual love. This is the gift that comes from Christ, our advocate before the Father. Indeed, we have all been baptized in Him and therefore, as Saint Paul affirms, ‘there is neither Jew nor Greek; there is neither slave nor free; there is neither male nor female, for you are all one in Christ Jesus’” (Gal 3:28) (cf. official address in the video by Vatican News, here).
Then there was also the meeting with the young people, which I omit because what I have reported is enough for me to underline that even the Petrine ministry is traversed by the crisis that envelops contemporary communication, and that those who rely on pre-packaged headlines neglect the effort — though a beautiful one — of going deeper and of knowing.
There is then one last aspect. Words are like seeds; in order to germinate they need time. In the Church, quite a lot of it. When Benedict XV, in the midst of the First World War, defined that war as an “useless slaughter”, that expression, as a historian put it, “remained, and stirred up a storm”. It was opposed by everyone, received with indifference by the press and by politicians, and even accused of weakening the troops at the front. Today we recognize it as the most fitting definition of a tragic event, rightly consigned to history. Without that statement, another Pope, Paul VI, would not have been able to pronounce, in the assembly of the United Nations, the equally famous cry: “No more war, never again war!”. Today it is normal to think of the pontiffs as men of peace.
I began by mentioning the good cooking of a nun. In that same period, a few days before the conclave that would elect him began, I was sent — I confess, not very willingly — to serve Mass for Cardinal Albino Luciani at the Church of San Marco in Piazza Venezia in Rome. There were two of us altar servers, the rector of the church, and a mere handful of faithful. After Mass, in the sacristy, not knowing what to say, I blurted out: “Your Eminence, my best wishes.” He looked at me kindly and then said: “Do you know how we say it in my village?” I replied: “No…”. And he told me in dialect and then translated it: “With this dough, you can’t make gnocchi.”
It would seem that someone up there knows how to cook better than we do. The point is that in the Church words are like certain foods: they prefer slow and prolonged cooking, so that they may then be savored in all their aromatic layers. Today we feed on fast food, even in the news we scroll through on our smartphones. It is our time, and there is nothing to be done about it. Perhaps only to recall that One I mentioned earlier, the one who allowed himself to be supported financially by women. Once he said that the Word of the Kingdom of God is like a seed that falls on different kinds of soil, some rather resistant, others more receptive. And there it bears fruit. The divine Sower is not so concerned with the soil, but with the fruit — and, when needed, with good cooking as well.
From the Hermitage, 30 March 2026
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MONTECARLO Y EL JOVEN PAPA COCINADO POR LA MONJA
El Principado de Mónaco, que desde siempre mantiene una relación privilegiada con la Santa Sede, posee un escaño en la ONU, mientras que el Vaticano es solo un observador. ¿Quizá ciertos diálogos o encuentros se realizan porque pueden tener, aunque sea silenciosamente y con pasos felpados, incluso otros alcances que no halagan el populismo? Ve a explicárselo a los que comentan con facilidad en las redes sociales
Cuando era un joven lleno de esperanzas, la única que parecía darse cuenta era una buenísima monja que pasó gran parte de su vida religiosa alimentando a estudiantes de filosofía y teología con su cocina. La religiosa auguraba para mí un futuro como Papa. Una eventualidad no solo remota, sino perteneciente al reino de lo imposible. Además, si consideramos lo que significa hoy ser Papa en tiempos de internet y de las redes sociales, una carrera de ese tipo sería más bien para desaconsejar que para desear. ¿Los periódicos o las agencias informan de algo que el Papa ha dicho o hecho? Se arma el cielo. Inmediatamente llueven comentarios, críticas y comparaciones. ¿Hay alguien que se tome la molestia de verificar las noticias o de examinarlas? Ni pensarlo. Si ya ha sido rumiada y preparada para ser leída, quizá precedida por algún titular atrapalikes, como se suele decir, el juego está hecho. Total, mañana es otro día y esa será ya una noticia vieja. Mientras tanto, continúa imparable el fluir de un analfabetismo que no deja fuera a nadie, ni siquiera a un sucesor de San Pedro.
Tomemos como ejemplo el reciente viaje del Santo Padre al Principado de Mónaco, el segundo. Pero ¿cómo es posible?, ¿un Papa que va al reino de los ricos, del lujo ostentoso y de la evasión fiscal? Con, inmediatamente a la vuelta de la esquina, la comparación estridente con Francisco, quien, en su primer viaje, fue en cambio a Lampedusa. Pero si pensáis que tampoco aquel viaje estuvo exento de críticas, os equivocáis. Solo que ahora la comparación resulta útil, y en ella caen incluso los buenos cristianos, olvidadizos de Aquel que en otro tiempo fue llamado comilón y bebedor, amigo de prostitutas y publicanos, que no desdeñaba dejarse ayudar por Juana, mujer de Cusa, administrador de Herodes (Mt 11,18-19; Lc 8,3).
¿Qué pasaría si el Papa hubiera ido precisamente a Mónaco para recordar lo que el Evangelio dice a quienes tienen más que los demás? Fácil decirlo en Lampedusa; intentad decirlo delante de quienes tienen dinero, y mucho; con el riesgo de oírse responder lo mismo que los atenienses dijeron a Pablo, dándole una palmada en el hombro: «Sobre esto ya te oiremos otra vez» (Hch 17,32). Dejando de lado el hecho, no secundario, de que en el Principado de Mónaco existe una comunidad católica que desde siempre mantiene una relación privilegiada con la Santa Sede, posee un escaño en la ONU, mientras que el Vaticano es solo un observador. ¿Quizá ciertos diálogos o encuentros se realizan porque pueden tener, aunque sea silenciosamente y con pasos felpados, incluso otros alcances que no halagan el populismo? Ve a explicárselo a quienes comentan con facilidad en las redes sociales. Ellos no tienen tiempo de leer lo que el Papa dijo en Mónaco al Príncipe Alberto II, cuando recordó que los países del «Mediterráneo (están) hoy amenazados por un clima generalizado de cerrazón y autosuficiencia». Que vivir en un lugar de élite, aunque compuesto, «representa para algunos un privilegio y para todos una llamada específica a interrogarse sobre su propio lugar en el mundo. A los ojos de Dios, nada se recibe en vano. Como deja entender Jesús en la parábola de los talentos, lo que se nos ha confiado no debe ser enterrado bajo tierra, sino puesto en circulación y multiplicado en el horizonte del Reino de Dios.
Ese horizonte es más amplio que el privado y no se refiere a un mundo utópico: el Reino de Dios, al que Jesús ha consagrado su vida, está cerca, porque viene en medio de nosotros y sacude las configuraciones injustas del poder, las estructuras de pecado que abren abismos entre pobres y ricos, entre privilegiados y descartados, entre amigos y enemigos. Cada talento, cada oportunidad, cada bien puesto en nuestras manos tiene un destino universal, una exigencia intrínseca de no ser retenido, sino redistribuido, para que la vida de todos sea mejor. Por eso Jesús nos ha enseñado a orar: «Danos hoy nuestro pan de cada día» (Mt 6,11); y al mismo tiempo dice: «Buscad, ante todo, el Reino de Dios y su justicia» (Mt 6,33). Esta lógica de libertad y de compartir está en la base de la parábola del juicio universal, que tiene a los pobres en el centro: Cristo juez, que se sienta en el trono, se identifica con cada uno de ellos (cf. Mt 25,31-46). Quien quiera entender no debería encontrar mucha dificultad. A la comunidad católica recordó:
«Cristo […] centro dinámico, corazón de nuestra fe […] Su rasgo compasivo y misericordioso lo convierte en “abogado” en defensa de los pobres y de los pecadores, ciertamente no para secundar el mal, sino para liberarlos de la opresión y de la esclavitud y hacerlos hijos de Dios y hermanos entre sí. No es casual que los gestos realizados por Jesús no se limiten a la curación física o espiritual de la persona, sino que comprendan también una dimensión social y política importante: la persona curada es reintegrada, en toda su dignidad, en la comunidad humana y religiosa de la cual, a menudo precisamente por su condición de enfermedad o de pecado, había sido excluida. Esta comunión es el signo por excelencia de la Iglesia, llamada a ser en el mundo reflejo del amor de Dios que no hace acepción de personas (cf. Hch 10,34). En este sentido, quisiera decir que vuestra Iglesia, aquí en el Principado de Mónaco, posee una gran riqueza: ser un lugar, una realidad en la que todos encuentran acogida y hospitalidad, en esa mezcla social y cultural que es un rasgo típico vuestro. El Principado de Mónaco, en efecto, es un pequeño Estado habitado, sin embargo, de manera variada por monegascos, franceses, italianos y personas de muchas otras nacionalidades. Un pequeño Estado cosmopolita, en el que a la variedad de procedencias se suman también otras diferencias de tipo socioeconómico. En la Iglesia, tales diferencias nunca se convierten en ocasión de división en clases sociales, sino que, al contrario, todos son acogidos en cuanto personas e hijos de Dios, y todos son destinatarios de un don de gracia que fomenta la comunión, la fraternidad y el amor mutuo. Este es el don que proviene de Cristo, nuestro abogado ante el Padre. En efecto, todos hemos sido bautizados en Él y, por tanto, afirma san Pablo, “no hay judío ni griego; no hay esclavo ni libre; no hay hombre ni mujer, porque todos vosotros sois uno en Cristo Jesús”». (Gal 3,28) (cf. discurso oficial en el video, aquí).
Luego hubo también el encuentro con los jóvenes, que omito porque lo que he referido me basta para subrayar que incluso el ministerio petrino está atravesado por la crisis que envuelve la comunicación actual y que quienes se apoyan en titulares ya prefabricados descuidan el esfuerzo —aunque hermoso— de profundizar y de conocer.
Hay además un último aspecto. Las palabras son como semillas: para germinar necesitan tiempo. En la Iglesia, bastante. Cuando Benedicto XV, en pleno desarrollo de la Primera Guerra Mundial, definió aquella guerra como «inútil matanza», esa expresión, como dijo un historiador, «permaneció y levantó una tormenta». Fue combatida por todos, acogida con indiferencia por la prensa y por los políticos, e incluso acusada de debilitar a las tropas en el frente. Hoy la reconocemos como la definición más acertada de un acontecimiento trágico, justamente consignada a la historia. Sin esa afirmación, otro Papa, Pablo VI, no habría podido pronunciar en el seno de la ONU el igualmente célebre grito: «¡Nunca más la guerra, nunca más la guerra!». Hoy es normal pensar en los pontífices como hombres de paz.
Comencé aludiendo a la buena cocina de una monja. En ese mismo período, unos días antes de que comenzara el cónclave que lo elegiría, fui enviado — lo confieso, sin demasiadas ganas — a servir Misa al cardenal Albino Luciani, en la iglesia de San Marco en Piazza Venezia, en Roma. Éramos dos acólitos, el rector de la iglesia y cuatro gatos de fieles. Después de la Misa, en la sacristía, sin saber qué decir, solté: «Eminencia, felicidades». Él me miró con benevolencia y luego dijo: «¿Sabes cómo se dice en mi pueblo?». Yo: «no…». Y me lo dijo en dialecto y luego me lo tradujo: «Con esta masa no se hacen los ñoquis».
Se ve que allá arriba alguien sabe cocinar mejor que nosotros. Es que en la Iglesia las palabras son como ciertos alimentos: prefieren la cocción lenta y prolongada, para que luego puedan ser saboreadas en todas sus notas aromáticas. Hoy nos alimentamos de comida rápida, también en las noticias que recorremos en nuestros smartphones. Es nuestro tiempo y no se puede hacer nada al respecto. Quizá solo recordar a Aquel que he mencionado antes, aquel que se dejaba ayudar económicamente por las mujeres. Una vez dijo que la Palabra del Reino de Dios es como una semilla que cae en distintos terrenos, algunos bastante refractarios, otros más bien dispuestos. Y allí da fruto. El Sembrador divino no se preocupa tanto del terreno, sino del fruto sí, y, cuando hace falta, también de la buena cocina.
Dall’Eremo, 30 marzo 2026
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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)
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PERÒ IL SANTO PADRE, PRIMO TRA I SERVI INUTILI, POTREBBE ANCHE PAGARMI I DIRITTI D’AUTORE
Abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.
Nel corso della mia inutile esistenza di prete, è capitato più volte, con il Santo Padre Francesco di benedetta memoria e con il Pontefice regnante Leone XIV, di avere espresso concetti — alcuni dei quali irritarono sul momento persino qualche anima candida — che in seguito, ad anni o mesi di distanza, sono stati sviluppati e inseriti in testi del magistero o in discorsi pontifici. Nulla di eccezionale: siamo e rimaniamo comunque «servi inutili». Frase quest’ultima tratta dal Vangelo, sulla quale improntai l’omelia, il 15 settembre 2025, alle esequie del Nunzio Apostolico Adriano Bernardini, indicandolo come «servo inutile» (vedere qui).
Il cammino di fede unisce assieme mistero e paradosso, come riassume la celebre espressione contenuta nella Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). In questa affermazione, che a uno sguardo puramente razionale appare contraddittoria, è racchiusa la struttura stessa della fede: essa non si fonda sull’evidenza, ma su ciò che eccede l’evidenza; non dimostra ciò che si vede, ma rende certo ciò che non si vede. Non è forse paradossale essere chiamati alla realizzazione proprio mediante la consapevolezza della nostra inutilità? E tuttavia è proprio questo il punto: la fede non conferma le categorie della logica comune, ma le oltrepassa, introducendo l’uomo in un ordine nel quale ciò che appare nulla diventa luogo dell’azione di Dio:
«quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10).
Il primo tra noi servi inutili è Leone XIV, chiamato anche servus servorum Dei (servo dei servi di Dio). Titolo pontificio assunto — lo rammentiamo per inciso — da Gregorio Magno attorno al 595, allo scopo, primo e non certo ultimo, di dare una stoccata al Patriarca di Costantinopoli, Giovanni IV detto il Digiunatore, che si era attribuito il titolo di «ecumenico» (universale), duramente contestato da Gregorio Magno nelle sue Epistolae (cfr. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).
In fondo, che cosa vuol dire diventare ed essere preti? Vuol dire essere niente e nessuno a servizio di tutti, per giungere poi al termine della propria esistenza nella speranza di poter dire in coscienza: ho cercato di fare il mio dovere. Ma queste cose, nei santissimi seminari olezzanti sociologismi e psicologismi, purtroppo non le insegnano da tempo. Anche per questo abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.
È notizia di ieri che il Servo Inutile Leone XIV abbia pronunciato un discorso che a me suona ovvio, sebbene oggi, purtroppo, a non essere accolta e compresa sia proprio la più palese ovvietà. Il Santo Padre ha ricordato ai Vescovi francesi riuniti a Lourdes il nostro inderogabile obbligo di pensare alle vittime della pedofilia ma, al tempo stesso, di usare misericordia per i preti colpevoli di questo immane crimine:
«continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali» (Vatican News, qui).
Dopo il mio libro dedicato alla spiegazione storico-teologica della professione di fede, Credo per capire – Viaggio nella professione di fede, uscito il 15 novembre 2025, è seguito, il 29 gennaio, un mio secondo libro: La libertà negata – Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale. In questo secondo libro affronto anche il delicato tema trattato dal Santo Padre, che ho poi ripreso in un mio articolo del 16 novembre 2025 (vedere qui). Su questo delicatissimo argomento articolai un discorso che qui di seguito riporto per intero:
Purtroppo, negli ultimi anni, anche all’interno della Chiesa si è talvolta ceduto alla medesima logica mondana, assumendo espressioni e criteri propri delle piazze mosse da emotività forcaiola. Dopo i gravi scandali che hanno coinvolto e spesso travolto vari membri del nostro clero — scandali che il diritto canonico definisce propriamente delicta graviora — si è cominciato a usare, persino ai più alti livelli, una formula che suona come un insulto alla fede cristiana: «tolleranza zero». Un simile linguaggio, mutuato dal lessico politico e mediatico, rivela una mentalità estranea al Vangelo e alla tradizione penitenziale della Chiesa. È ovvio che dinanzi a certi crimini — come gli abusi sessuali su minori — l’autore debba essere immediatamente neutralizzato e posto nella condizione di non nuocere più, quindi sottoposto a una pena giusta, proporzionata e, secondo la dottrina canonica, medicinale, ossia orientata al suo recupero e alla sua conversione. Per questo l’espressione «tolleranza zero» risulta aberrante sul piano dottrinale e pastorale, perché non appartiene al linguaggio della Chiesa, ma a quello delle campagne populiste che puntano e giocano sugli umori di pancia delle masse.
Dichiarando che ad avere bisogno del medico sono i malati e non i sani (cfr. Mt 9, 12), Gesù ci indica e affida una precisa missione, non ci invita alla «tolleranza zero».
Dinanzi a queste nuove tendenze emerge un paradossale corto circuito morale: le stesse coscienze che per anni hanno nascosto la sporcizia sotto i tappeti con rara e omertosa malizia clericale, oggi si mostrano zelanti nel proclamare pubblicamente la loro severità, quasi a purificarsi davanti al mondo. Si colpiscono talvolta gli innocenti o i semplicemente sospettati per dimostrare rigore, mentre i veri colpevoli — in altri tempi protetti — restano spesso impuniti e, talvolta, promossi ai più alti vertici ecclesiali ed ecclesiastici, perché è proprio lì che li troviamo tutti «per giudicare i vivi e i morti», quasi come se il loro regno ― quello della falsità e dell’ipocrisia ― «non avrà fine», in una sorta di Credo al contrario. Tutto questo viene presentato come prova di una «nuova Chiesa» che avrebbe finalmente abbracciato la politica della fermezza. E la tanto decantata misericordia, che fine ha fatto? Se andiamo a vedere scopriremo che per poter beneficiare della misericordia pare sia necessario essere neri che commettono violenze nelle zone più centrali delle città, comprese aggressioni alle stesse Forze dell’Ordine, pur malgrado prontamente giustificati che non commettono delitti perché violenti e propensi a delinquere, ma a causa della società rigorosamente colpevole di non averli adeguatamente accolti e integrati. Chiediamoci: quale credibilità può avere un annuncio evangelico che predica la misericordia solo per certe “categorie protette” e nello stesso tempo adotta la logica della cosiddetta «tolleranza zero» per chi, al proprio interno, ha gravemente sbagliato? È qui che si manifesta l’esito più drammatico della secolarizzazione interna: la Chiesa che per compiacere il mondo rinuncia al linguaggio della redenzione per assumere quello della vendetta forcaiola, mostrandosi misericordiosa solo con ciò che corrisponde alle tendenze sociali del politicamente corretto (precedente articolo intero qui).
Ragionevolmente, potrei anche reclamare i diritti d’autore al Santo Padre; ma sono modesto e mi accontento di molto meno: mi basterebbe che certi soggetti, clericali e laici, tanto attivi quanto incontrollati, funzionali a un preciso sistema e tollerati all’interno della sua stessa casa, lasciassero in pace questo servo inutile, che desidera solo poter dire alla fine della propria esistenza: ho fatto quanto dovevo fare.
HOWEVER, THE HOLY FATHER, FIRST AMONG USELESS SERVANTS, COULD ALSO PAY ME COPYRIGHT FEES
We have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.
In the course of my useless existence as a priest, it has happened several times, both with the Holy Father Francis of blessed memory and with the reigning Pontiff Leo XIV, that I expressed concepts — some of which initially irritated even certain candid souls — which were later developed and incorporated into magisterial texts or papal discourses. Nothing exceptional: we are and remain «useless servants». This expression is taken from the Gospel, and it was precisely on it that I based my homily on 15 September 2025 at the funeral of the Apostolic Nuncio Adriano Bernardini, referring to him as a «useless servant» (see here).
The journey of faith unites mystery and paradox, as summarized in the well-known expression contained in the Letter to the Hebrews: «Faith is the substance of things hoped for, the evidence of things not seen» (Heb 11:1). In this affirmation, which appears contradictory to a purely rational gaze, lies the very structure of faith: it is not grounded in evidence, but in what exceeds evidence; it does not demonstrate what is seen, but makes certain what is not seen. Is it not paradoxical to be called to fulfillment precisely through the awareness of our uselessness? And yet this is precisely the point: faith does not confirm the categories of common logic, but surpasses them, introducing man into an order in which what appears to be nothing becomes the place of God’s action:
«when you have done all that you were commanded, say: “We are useless servants; we have done what we were obliged to do”» (Lk 17:10).
The first among us useless servants is Leo XIV, also called servus servorum Dei (servant of the servants of God). This papal title was assumed — let it be recalled in passing — by Gregory the Great around 595, primarily, though not exclusively, as a rebuke to the Patriarch of Constantinople, John IV known as the Faster, who had attributed to himself the title «ecumenical», strongly contested by Gregory the Great in his Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).
Ultimately, what does it mean to become and to be a priest? It means to be nothing and nobody in the service of all, so as to arrive at the end of one’s existence with the hope of being able to say in conscience: I have tried to do my duty. But these things, in the most “holy” seminaries reeking of sociologism and psychologism, have not been taught for a long time. For this reason as well, we have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.
It is news of yesterday that the Useless Servant Leo XIV delivered a discourse which to me sounds obvious, although today, unfortunately, it is precisely the most evident obviousness that is neither received nor understood. The Holy Father reminded the French bishops gathered in Lourdes of our inescapable duty to think of the victims of pedophilia and, at the same time, to exercise mercy toward priests guilty of this immense crime:
«continue to show the Church’s attention toward the victims and the mercy of God toward all. It is good that priests guilty of abuse are not excluded from this mercy and are the object of your pastoral reflections» (Vatican News, here).
After my book dedicated to the historical-theological explanation of the profession of faith, Credo per capire – Journey into the Profession of Faith, published on 15 November 2025, a second book followed on 29 January: La libertà negata – Catholic Theology and the Dictatorship of Western Conformism. In this second book I also address the delicate topic treated by the Holy Father, which I had already taken up in an article dated 16 November 2025 (see here). On this very delicate subject I developed a reflection which I reproduce here in full:
Unfortunately, in recent years, even within the Church there has at times been a yielding to this same worldly logic, adopting expressions and criteria proper to squares moved by a lynch-mob emotionality. After the grave scandals that have involved — and often overwhelmed various members of our clergy — scandals that canon law properly defines as delicta graviora, a formula has begun to be used, even at the highest levels, which sounds like an insult to the Christian faith: “zero tolerance.” Such language, borrowed from the political and media lexicon, reveals a mentality foreign to the Gospel and to the Church’s penitential tradition. It is obvious that in the face of certain crimes — such as sexual abuse of minors — the perpetrator must be immediately neutralised and placed in the condition of no longer being able to cause harm, and therefore subjected to a punishment that is just, proportionate and, according to canonical doctrine, medicinal, that is, directed to his recovery and conversion. For this reason, the expression “zero tolerance” is aberrant on the doctrinal and pastoral plane, because it does not belong to the language of the Church, but to that of populist campaigns that aim at and play upon the gut instincts of the masses.
By declaring that it is the sick and not the healthy who are in need of a physician (cf. Mt 9:12), Jesus indicates and entrusts to us a precise mission; He does not invite us to “zero tolerance.”
Before these new tendencies, a paradoxical moral short circuit emerges: the very same consciences that for years have hidden the filth under the carpets with rare and conspiratorial clerical malice now show themselves zealous in publicly proclaiming their severity, as though purifying themselves before the world. At times the innocent, or the merely suspected, are struck down in order to demonstrate rigour, while the true guilty — once protected — often remain unpunished and, at times, are promoted to the highest ecclesial and ecclesiastical positions, for it is precisely there that we find them all, “to judge the living and the dead,” almost as though their kingdom — the kingdom of falsehood and hypocrisy — “will have no end,” in a kind of inverted Creed. All this is presented as proof of a “new Church” that would at last have embraced the politics of firmness.
And what of the much-vaunted mercy, what has become of it? If we look closely, we shall discover that, in order to be able to benefit from mercy, it seems necessary to be black people who commit acts of violence in the most central areas of the cities, including assaults against the very Forces of Order, yet who are promptly justified, not because they do not commit crimes, but because, being violent and inclined to delinquency, it is said that they act on account of a society strictly guilty of not having adequately welcomed and integrated them.
Let us ask ourselves: what credibility can a Gospel proclamation have that preaches mercy only for certain “protected categories” and at the same time adopts the logic of so-called “zero tolerance” towards those who, within its own ranks, have gravely erred? It is here that the most dramatic outcome of internal secularisation is manifested: the Church which, in order to please the world, renounces the language of redemption to assume that of lynch-mob vengeance, showing herself merciful only with that which corresponds to the social tendencies of political correctness.
Reasonably, I could also claim copyright from the Holy Father; but I am modest and content myself with much less: it would suffice for me that certain subjects, clerical and lay, as active as they are uncontrolled, functional to a precise system and tolerated within his very house, would leave this useless servant in peace, who desires only to be able to say, at the end of his existence: I have done what I had to do.
From the Island of Patmos, 26 March 2026
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EL SANTO PADRE, PRIMERO ENTRE LOS SIERVOS INÚTILES, PODRÍA PAGARME TAMBIÉN LOS DERECHOS DE AUTOR
Hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.
A lo largo de mi inútil existencia como sacerdote, ha sucedido en varias ocasiones, tanto con el Santo Padre Francisco de bendita memoria como con el Pontífice reinante León XIV, que he expresado conceptos — algunos de los cuales irritaron en su momento incluso a ciertas almas cándidas — que posteriormente han sido desarrollados e incorporados en textos del magisterio o en discursos pontificios. Nada extraordinario: somos y seguimos siendo «siervos inútiles». Esta expresión procede del Evangelio, y precisamente sobre ella basé mi homilía del 15 de septiembre de 2025 en las exequias del Nuncio Apostólico Adriano Bernardini, refiriéndome a él como «siervo inútil» (véase aquí).
El camino de la fe une misterio y paradoja, como resume la célebre expresión contenida en la Carta a los Hebreos: «La fe es fundamento de lo que se espera y prueba de lo que no se ve» (Hb 11,1). En esta afirmación, que a una mirada puramente racional aparece contradictoria, se encierra la propia estructura de la fe: no se fundamenta en la evidencia, sino en aquello que excede la evidencia; no demuestra lo que se ve, sino que hace cierto lo que no se ve. ¿No es acaso paradójico ser llamados a la realización precisamente mediante la conciencia de nuestra inutilidad? Y, sin embargo, este es precisamente el punto: la fe no confirma las categorías de la lógica común, sino que las sobrepasa, introduciendo al hombre en un orden en el que lo que parece nada se convierte en lugar de la acción de Dios:
«cuando hayáis hecho todo lo que se os ha mandado, decid: “Somos siervos inútiles; hemos hecho lo que debíamos hacer”» (Lc 17,10).
El primero entre nosotros los siervos inútiles es León XIV, también llamado servus servorum Dei (siervo de los siervos de Dios). Este título pontificio fue asumido — conviene recordarlo — por Gregorio Magno hacia el año 595, principalmente, aunque no exclusivamente, como una corrección dirigida al Patriarca de Constantinopla, Juan IV llamado el Ayunador, quien se había atribuido el título de «ecuménico», fuertemente contestado por Gregorio Magno en sus Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).
En el fondo, ¿qué significa llegar a ser y ser sacerdote? Significa ser nada y nadie al servicio de todos, para poder llegar al final de la propia existencia con la esperanza de poder decir en conciencia: he intentado cumplir con mi deber. Pero estas cosas, en los santísimos seminarios impregnados de sociologismos y psicologismos, lamentablemente ya no se enseñan desde hace tiempo. Por eso también hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class. Es noticia de ayer que el Siervo Inútil León XIV ha pronunciado un discurso que a mí me resulta evidente, aunque hoy, lamentablemente, es precisamente la evidencia más clara la que no es acogida ni comprendida. El Santo Padre ha recordado a los obispos franceses reunidos en Lourdes nuestro deber ineludible de pensar en las víctimas de la pedofilia y, al mismo tiempo, de ejercer misericordia hacia los sacerdotes culpables de este inmenso crimen:
«Seguir manifestando la atención de la Iglesia hacia las víctimas y la misericordia de Dios hacia todos. Es bueno que los sacerdotes culpables de abusos no sean excluidos de esta misericordia y sean objeto de vuestras reflexiones pastorales» (Vatican News, aquí).
Tras mi libro dedicado a la explicación histórico-teológica de la profesión de fe, Credo per capire – Viaje en la profesión de fe, publicado el 15 de noviembre de 2025, el 29 de enero siguió un segundo libro: La libertad negada – Teología católica y dictadura del conformismo occidental. En este segundo libro abordo también el delicado tema tratado por el Santo Padre, que ya había retomado en un artículo del 16 de noviembre de 2025 (véase aquí). Sobre este delicadísimo tema desarrollé una reflexión que reproduzco a continuación íntegramente:
Por desgracia, en los últimos años, también dentro de la Iglesia se ha cedido a veces a la misma lógica mundana, adoptando expresiones y criterios propios de las plazas movidas por la emotividad de linchamiento. Tras los graves escándalos que han implicado y a menudo arrasado a varios miembros de nuestro clero — escándalos que el derecho canónico define propiamente como delictis gravioribus —, se ha comenzado a usar, incluso en los más altos niveles, una fórmula que suena como un insulto a la fe cristiana: «tolerancia cero». Un lenguaje semejante, tomado del léxico político y mediático, revela una mentalidad ajena al Evangelio y a la tradición penitencial de la Iglesia. Es obvio que ante ciertos crímenes —como los abusos sexuales a menores — el autor debe ser inmediatamente neutralizado y puesto en la condición de no poder hacer más daño, y por tanto sometido a una pena justa, proporcionada y, según la doctrina canónica, medicinal, es decir, orientada a su recuperación y conversión. Por ello, la expresión «tolerancia cero» resulta aberrante en el plano doctrinal y pastoral, porque no pertenece al lenguaje de la Iglesia, sino al de las campañas populistas que apuntan y juegan con las vísceras de las masas.
Al declarar que quienes necesitan del médico son los enfermos y no los sanos (cf. Mt 9,12), Jesús nos indica y confía una misión precisa, no nos invita a la «tolerancia cero».
Ante estas nuevas tendencias surge un paradójico cortocircuito moral: las mismas conciencias que durante años han escondido la suciedad bajo las alfombras con rara y omertosa malicia clerical hoy se muestran celosas al proclamar públicamente su severidad, casi como para purificarse ante el mundo. A veces se golpea a los inocentes o a los simplemente sospechosos para demostrar rigor, mientras que los verdaderos culpables — en otros tiempos protegidos — suelen quedar impunes y, en ocasiones, son promovidos a los más altos vértices eclesiales y eclesiásticos, porque es precisamente allí donde los encontramos a todos, «para juzgar a vivos y muertos», casi como si su reino — el de la falsedad y de la hipocresía — «no tuviera fin», en una suerte de Credo al revés. Todo esto se presenta como prueba de una «nueva Iglesia» que habría abrazado por fin la política de la firmeza.
¿Y la tan decantada misericordia, qué hasido de ella? Si vamos a ver, descubriremos que para poder beneficiarse de la misericordia parece necesario ser negros que cometen violencias en las zonas más céntricas de las ciudades, incluidas agresiones a las mismas Fuerzas del Orden, y sin embargo prontamente justificados, no porque no cometan delitos, sino porque, siendo violentos y propensos a delinquir, se afirma que la culpa recae en una sociedad rigurosamente culpable de no haberlos acogidos e integrados adecuadamente. Preguntémonos: ¿qué credibilidad puede tener un anuncio evangélico que predica la misericordia solo para ciertas “categorías protegidas” y al mismo tiempo adopta la lógica de la llamada «tolerancia cero» para quienes, en su propio seno, han errado gravemente? Aquí se manifiesta el resultado más dramático de la secularización interna: la Iglesia que, para complacer al mundo, renuncia al lenguaje de la redención para asumir el de la venganza de los linchamientos, mostrándose misericordiosa solo con aquello que corresponde a las tendencias sociales de lo políticamente correcto.
Razonablemente, podría incluso reclamar los derechos de autor al Santo Padre; pero soy modesto y me conformo con mucho menos: me bastaría con que ciertos sujetos, clericales y laicos, tan activos como incontrolados, funcionales a un sistema preciso y tolerados dentro de su propia casa, dejaran en paz a este siervo inútil, que solo desea poder decir, al final de su existencia: he hecho lo que debía hacer.
Desde la Isla de Patmos, 26 de marzo de 2026
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La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata.
La DichiarazioneFiducia Supplicans, risalente a dicembre 2023, riguardava la possibilità di benedire le coppie irregolari e perfino dello stesso sesso.
Monica Bellucci nel ruolo di Maddalena (The Passion, 2004)
La ricezione della stessa, sul subito, deve aver suscitato nell’episcopato risposte contrastanti se già a gennaio dell’anno successivo il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sentito la necessità di emanare un comunicato stampa con delle precisazioni circa il carattere semplice, informale e pastorale delle suddette benedizioni, senza creare confusione con la dottrina riguardante il matrimonio e le normali benedizioni liturgiche ritualizzate. Nel medesimo contesto si faceva accenno alla possibilità di una graduale accettazione della Dichiarazione o addirittura ad una sua non ricezione nei casi più delicati e difficili. Tuttavia, se ne caldeggiava il valore, in quanto possibilità di rimanere in ascolto delle richieste che sorgono dai fedeli e di offrire ad essi una catechesi appropriata a riguardo.
Sul finire poi di un articolo comparso su questa nostra rivista, in cui si trattava il tema dell’omosessualità e la Bibbia (Qui), veniva auspicato che il cammino della riflessione su queste tematiche non fosse abbandonato. Col presente scritto, pur nella sua brevità e inadeguatezza dell’autore, vorrei portare avanti il compito, rispondendo alla domanda se sia giusto dare un bene spirituale della Chiesa, come può essere la benedizione, anche a chi vive in situazione che potremmo definire particolare, che costituisce eccezione, se proprio si vuole evitare il ricorrente termine che fa cenno alla irregolarità, a partire o estendendo ciò che la Chiesa fa già in altre situazioni.
Nel Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cattolica si parla del tema dell’intercomunione coi fratelli separati, in particolare il canone 844 affronta l’argomento che riguarda l’amministrazione dei Sacramenti da parte di un ministro della Chiesa ai fedeli che non hanno la comunione piena con la chiesa cattolica, la cosiddetta communicatio in sacris. Il testo prende in considerazione due categorie di cristiani non cattolici: i «membri delle Chiese orientali» (§ 3) e gli «altri cristiani», cioè gli appartenenti alle Confessioni cristiane occidentali, ovvero quelle che esistono in occidente a partire dal tempo della Riforma (§ 4). Per entrambe le categorie di cristiani il testo codiciale afferma che «i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, della Eucaristia e dell’unzione degli infermi» (§§ 3-4). Di ambedue le categorie di cristiani il medesimo canone ribadisce che «non hanno comunione piena con la Chiesa Cattolica» (§§ 3-4); il che significa — detto positivamente — che questi cristiani sono con la Chiesa Cattolica in comunione vera, anche se non piena (cfr. soprattutto Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).
Più in particolare il canone 844, § 4 esige che per l’amministrazione dei Sacramenti da parte della Chiesa Cattolica ai cristiani non cattolici appartenenti alle Confessioni occidentali debba sussistere una necessità grave e urgente. Tuttavia, l’enciclica Ut unum sint, al numero 46 parla anche dell’esistenza di «casi particolari» e Ecclesia de Eucharistia, al numero 45, accenna pure a «circostanze speciali». Siccome il Codice di diritto canonico dipende in modo essenziale dal Concilio Vaticano II, non si può non far cenno a quello che è il testo più importante su questo argomento, e cioè Unitatis redintegratio, al nr. 8, che così si esprime: «La intercomunione (nei Sacramenti, n.d.r.) dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia». La manifestazione dell’unità per lo più vieta la intercomunione. La partecipazione della grazia, la gratia procuranda, talvolta la raccomanda. Naturalmente il primo principio serve a salvaguardare la comunione ecclesiale e che perciò venga evitato il pericolo di errore o di indifferentismo, come se amministrare i Sacramenti ai cattolici e a coloro che non lo sono fosse la medesima cosa, perché tale non è, senza pena di equivoco. Ritenere quindi che non esiste differenza fra essere o non essere in comunione con la Chiesa Cattolica porterebbe a disorientamento e scandalo. D’altro canto — e richiamo qui le parole del Cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi giuridici —:
«Il secondo principio richiama la necessità di conferire la grazia da parte della Chiesa Cattolica non in un modo qualsiasi, bensì in modo specifico attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. E ciò vale non soltanto per i cristiani cattolici, bensì per tutti i battezzati, anche per i non cattolici. Questo il grande insegnamento affermato con chiarezza e convinzione dal grande testo del Vaticano II. Rendiamoci ben conto: i cristiani non cattolici hanno la necessità spirituale di ricevere il conferimento della grazia attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. Hanno quindi la necessità spirituale di ricevere i Sacramenti. Possiamo anche dire che i cristiani non cattolici hanno il diritto di ricevere i Sacramenti. E la Chiesa cattolica ha il dovere di amministrare i Sacramenti a questi cristiani. Tutto ciò possiamo ritenere come semplice determinazione del principio della gratia procuranda, dove si noti il gerundio come segno di necessità» (a cura di Andrea Tornielli, Qui).
Portando fino in fondo il ragionamento, alla domanda se una coppia di coniugi, uno cattolico e l’altro non in comunione piena con la Chiesa, partecipando insieme alla Santa Messa desiderino anche ricevere l’Eucarestia, questo possa considerarsi una eccezionalità, se ciò corrisponde ad un bisogno spirituale dei coniugi che altrimenti vivrebbero quel momento da separati o non lo vivrebbero affatto, astenendosene; l’esperto Presule così risponde:
«Qualora il ministro cattolico amministrasse la santa Comunione al coniuge non cattolico, tutti potrebbero ragionevolmente ritenere che tale concessione è determinata dalla giusta necessità di non separare una coppia di coniugi, specie in un momento così speciale come la partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Tutto ciò può, comunque, essere sempre richiamato mediante una catechesi esplicativa data alla comunità dei fedeli anche in modo ricorrente».
Non voglio dilungarmi ancora troppo su questo argomento, anche perché il focus, come accennato inizialmente, è un altro. Si potrebbero dire tante altre cose perché l’argomento è ancora studiato e approfondito e non ho accennato, proprio per non dilungarmi, alle condizioni previe o alle disposizioni spirituali e d’animo che devono esser presenti in chi, pur non in comunione piena la Chiesa può, in casi specifici ed eccezionali, ricevere da un ministro cattolico i sacramenti della grazia. È inoltre evidente che tutto ciò appartiene a un ambito rigorosamente disciplinato dal diritto della Chiesa e non può in alcun modo essere confuso con forme di indiscriminata intercomunione o, peggio, con celebrazioni eucaristiche che prescindano dalla piena comunione ecclesiale e dalla validità del ministero sacerdotale. Proprio perché si tratta di materia delicata, il richiamo ai casi eccezionali non deve mai essere assunto come criterio ordinario, ma come conferma del fatto che la Chiesa, pur custodendo con fermezza il significato dei suoi beni spirituali, non cessa di interrogarsi sul modo di procurarli, nei casi consentiti, per la salvezza di tutte le anime.
Come si può immaginare, tutto questo ragionamento che dal Concilio è approdato poi nel Codice, nasce sia dalla riflessione teologica sui beni spirituali della Chiesa che di per sé stessi vogliono essere profusi in abbondanza e difficilmente si possono negare a chi con fiducia, rispetto e buona disposizione li chiede, sia dal non poter negare che le situazioni umane che le persone vivono in questo mondo sono molteplici e variegate. E la Chiesa, che custodisce i tesori della grazia divina, non può che interrogarsi su questo.
Tornando quindi all’argomento che ha dato inizio a questo scritto, la risposta non può che essere positiva. La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata. Se essi possono, alle debite condizioni, ricevere i Sacramenti come tutti gli altri battezzati e, lo abbiamo visto, lo possono perfino coloro che appartengono ad altra confessione impossibilitati a rivolgersi ai propri ministri, perché non anche una semplice benedizione che servirebbe soltanto a ribadire quello che la Chiesa fa da sempre: rigettare il peccato, ma accogliere e amare il peccatore, come il Signore ha insegnato? Resta però necessario precisare che una simile benedizione non potrebbe mai essere rettamente intesa come conferma, ratifica o legittimazione della condizione oggettiva in cui tali persone si trovano. Se così fosse, si tradirebbe tanto il significato della benedizione quanto la verità stessa della pastorale ecclesiale. La Chiesa, infatti, può benedire la persona che chiede aiuto a Dio, non il peccato in quanto tale, né la pretesa che una situazione contraria alla sua dottrina venga per ciò stesso riconosciuta come moralmente buona o ecclesialmente legittima. Proprio per questo la benedizione, se richiesta con fede e umiltà, conserva il suo significato solo se rimane gesto di invocazione, di affidamento e di accompagnamento, mai di consacrazione implicita di una condizione di vita.
Come a suo tempo ha specificato il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nel comunicato stampa su richiamato, lo scopo della Dichiarazione che, occorre ammetterlo, qualcuno ha mal digerito, era quello di mettere in risalto il valore della benedizione per la Chiesa, al fine di arrivare ad una «comprensione più ampia delle benedizioni e la proposta di accrescere le benedizioni pastorali, che non esigono le medesime condizioni delle benedizioni in un contesto liturgico o rituale».
Non vivendo più ormai da molto tempo in un contesto cristianizzato, la Chiesa incontrerà sempre più spesso situazioni non regolari secondo la dottrina. Essa potrà arroccarsi su una posizione difensiva e trincerarsi semplicemente dietro la dottrina che riconosce l’illiceità di alcune umane condizioni, ma questo non direbbe nulla di nuovo in proposito. Oppure, seguendo l’esempio del suo Maestro, potrà riconoscere che una relazione è errata, eppure conserva dentro di essa elementi positivi che non si possono negare e dunque perché non versare su queste situazioni «l’olio della consolazione e il vino della speranza», anche una semplice informale benedizione ove richiesta con fiducia? Anche qui, tuttavia, il discernimento rimane decisivo: una cosa è soccorrere pastoralmente persone che, pur in una condizione oggettivamente disordinate o irregolare, chiedono un aiuto spirituale senza rivendicare alcuna legittimazione; altra cosa sarebbe avallare, anche solo indirettamente, la pretesa che l’accoglienza ecclesiale coincida con il riconoscimento del loro stato come conforme al Vangelo. La misericordia della Chiesa non consiste nell’oscurare la verità, ma nell’accompagnare le persone verso di essa con pazienza, senza respingere e umiliare nessuno, ma al tempo stesso senza falsare nulla.
Ecco qui, dunque, un piccolo contributo alla riflessione che non ha alcuna pretesa, mosso solo da quello spirito che sta dietro all’invito di Gesù ad essere un discepolo «simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Proprio per questo, il compito della Chiesa non è né chiudere la porta della grazia a chi la domanda con sincera fiducia, né confondere la misericordia con la legittimazione di ciò che resta contrario al Vangelo, ma custodire insieme verità e carità, affinché ogni gesto pastorale sia autentico aiuto per le persone e mai occasione di equivoco circa la dottrina. Tutto questo, senza mai perdere di vista l’essenza stessa della missione a noi affidata da Cristo con delle precise parole:
«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).
Dall’Eremo, 19 marzo 2026
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THE VARIOUS FACETS OF BLESSING
The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous.
The DeclarationFiducia Supplicans, issued in December 2023, concerned the possibility of blessing irregular couples and even same-sex couples. Its reception, at least initially, must have elicited contrasting responses within the episcopate, if already in January of the following year the Dicastery for the Doctrine of the Faith felt the need to issue a press release with clarifications regarding the simple, informal and pastoral character of such blessings, so as not to create confusion with the doctrine concerning marriage and with the ordinary ritual liturgical blessings. In the same context, reference was made to the possibility of a gradual acceptance of the Declaration or even to its non-reception in the most delicate and difficult cases. Nevertheless, its value was encouraged, as a way of remaining attentive to the requests arising from the faithful and of offering them an appropriate catechesis on the matter.
Toward the end of an article published in this same journal, which dealt with the theme of homosexuality and the Bible (Here), the hope was expressed that the path of reflection on these themes would not be abandoned. With the present text, despite its brevity and the inadequacy of its author, I would like to continue this task by responding to the question of whether it is right to grant a spiritual good of the Church, such as a blessing, even to those who live in a situation that we might define as particular — an exception, if one wishes to avoid the recurring term that refers to irregularity — starting from, or extending, what the Church already does in other situations.
In the Code of Canon Law of the Catholic Church the question of intercommunion with separated brethren is addressed; in particular, canon 844 deals with the administration of the Sacraments by a minister of the Church to the faithful who are not in full communion with the Catholic Church, the so-called communicatio in sacris. The text considers two categories of non-Catholic Christians: the “members of the Eastern Churches” (§ 3) and “other Christians,” that is, those belonging to Western Christian confessions, namely those existing in the West since the time of the Reformation (§ 4). For both categories the canonical text states that “Catholic ministers administer licitly the sacraments of penance, the Eucharist and the anointing of the sick” (§§ 3–4). Concerning both categories the same canon reiterates that they “are not in full communion with the Catholic Church” (§§ 3–4); which means — stated positively — that these Christians are in a true, though not full, communion with the Catholic Church (cf. especially Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).
More specifically, canon 844 § 4 requires that for the administration of the Sacraments by the Catholic Church to non-Catholic Christians belonging to Western confessions there must be a grave and urgent necessity. However, the encyclical Ut unum sint, in no. 46, also speaks of the existence of “particular cases,” and Ecclesia de Eucharistia, in no. 45, likewise refers to “special circumstances.” Since the Code of Canon Law depends essentially on the Second Vatican Council, one cannot fail to mention what is the most important text on this subject, namely Unitatis redintegratio, no. 8, which states: “The sharing in the Sacraments (communicatio in sacris) depends chiefly on two principles: the manifestation of the unity of the Church and the sharing in the means of grace.” The manifestation of unity generally forbids intercommunion. The sharing in grace, the gratia procuranda, sometimes recommends it. Naturally, the first principle serves to safeguard ecclesial communion and to avoid the danger of error or indifferentism, as if administering the Sacraments to Catholics and to those who are not were the same thing, which it is not, without giving rise to misunderstanding. To maintain that there is no difference between being or not being in communion with the Catholic Church would lead to confusion and scandal. On the other hand — and I recall here the words of Cardinal Coccopalmerio, emeritus president of the Pontifical Council for Legislative Texts —:
“The second principle recalls the necessity for the Catholic Church to confer grace not in just any way, but in a specific way through the administration of the Sacraments. And this applies not only to Catholic Christians, but to all the baptized, including non-Catholics. This is the great teaching affirmed with clarity and conviction by the great texts of Vatican II. Let us be fully aware: non-Catholic Christians have a spiritual need to receive the conferral of grace through the administration of the Sacraments. They therefore have a spiritual need to receive the Sacraments. We can also say that non-Catholic Christians have the right to receive the Sacraments. And the Catholic Church has the duty to administer the Sacraments to these Christians. All this can be understood as a concrete application of the principle of gratia procuranda, note the gerund, which indicates necessity” (edited by Andrea Tornielli, here).
Carrying the reasoning through to its conclusion, one may ask whether a married couple, one Catholic and the other not in full communion with the Church, participating together in Holy Mass and desiring also to receive the Eucharist, might constitute an exceptional case — if this corresponds to a spiritual need of the spouses, who would otherwise experience that moment as separated or would not experience it at all, abstaining from it. The expert prelate responds as follows:
“If the Catholic minister were to administer Holy Communion to the non-Catholic spouse, everyone could reasonably consider that such a concession is determined by the just necessity of not separating a married couple, especially at such a special moment as participation in the sacrament of the Eucharist. All this can, in any case, always be clarified through an explanatory catechesis offered to the community of the faithful, even on a recurring basis.”
I do not wish to dwell too long on this topic, also because the focus, as mentioned at the beginning, is another. Much more could be said, since the matter is still being studied and deepened, and I have not mentioned — precisely in order not to prolong the discussion — the prior conditions or the spiritual dispositions that must be present in those who, although not in full communion with the Church, may in specific and exceptional cases receive from a Catholic minister the sacraments of grace. It is also evident that all this belongs to a sphere rigorously regulated by the law of the Church and cannot in any way be confused with forms of indiscriminate intercommunion or, worse, with Eucharistic celebrations that disregard full ecclesial communion and the validity of the priestly ministry. Precisely because this is a delicate matter, reference to exceptional cases must never be taken as an ordinary criterion, but as confirmation that the Church, while firmly safeguarding the meaning of her spiritual goods, does not cease to question how to provide them, where permitted, for the salvation of all souls.
As one can imagine, all this reasoning — which from the Council has found its way into the Code — arises both from theological reflection on the spiritual goods of the Church, which by their nature are meant to be poured out abundantly and can hardly be denied to those who request them with trust, respect and proper disposition, and from the recognition that the human situations people experience in this world are manifold and varied. And the Church, which safeguards the treasures of divine grace, cannot but reflect on this.
Returning therefore to the question that gave rise to this text, the answer can only be affirmative. The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous. If they can, under the proper conditions, receive the Sacraments like all the other baptized — and, as we have seen, even those belonging to another confession can do so when they are unable to turn to their own ministers — why not also a simple blessing, which would serve only to reaffirm what the Church has always done: reject sin but welcome and love the sinner, as the Lord has taught?
It remains necessary, however, to clarify that such a blessing could never rightly be understood as a confirmation, ratification or legitimation of the objective condition in which such persons find themselves. If that were the case, both the meaning of the blessing and the truth of ecclesial pastoral care would be betrayed. The Church, in fact, can bless the person who asks God for help, not sin as such, nor the claim that a situation contrary to her doctrine should thereby be recognized as morally good or ecclesially legitimate. Precisely for this reason the blessing, if requested with faith and humility, preserves its meaning only if it remains an act of invocation, of entrustment and of accompaniment, never of implicit consecration of a state of life.
As was specified at the time by the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith in the above-mentioned press release, the purpose of the Declaration — which, it must be admitted, some have found difficult to accept — was to highlight the value of blessing for the Church, in order to arrive at “a broader understanding of blessings and the proposal to increase pastoral blessings, which do not require the same conditions as blessings in a liturgical or ritual context.”
Since we no longer live in a Christianized context, the Church will increasingly encounter situations that are not regular according to doctrine. She may take refuge in a defensive position and simply entrench herself behind doctrine, which recognizes the unlawfulness of certain human conditions, but this would say nothing new. Or, following the example of her Master, she may acknowledge that a relationship is erroneous and yet contains within itself positive elements that cannot be denied, and therefore why not pour upon these situations “the oil of consolation and the wine of hope,” even a simple informal blessing when requested with trust?
Here too, however, discernment remains decisive: one thing is to offer pastoral assistance to persons who, though in an objectively disordered or irregular condition, ask for spiritual help without claiming any form of legitimation; another would be to endorse, even indirectly, the claim that ecclesial welcome coincides with recognizing their condition as in conformity with the Gospel. The Church’s mercy does not consist in obscuring the truth, but in accompanying persons toward it with patience, without rejecting or humiliating anyone, while at the same time falsifying nothing.
Here, then, is a small contribution to a reflection that makes no claim to completeness, moved only by that spirit which lies behind Jesus’ invitation to be a disciple “like a householder who brings out of his treasure what is new and what is old” (Mt 13:52). Precisely for this reason, the task of the Church is neither to close the door of grace to those who ask for it with sincere trust, nor to confuse mercy with the legitimation of what remains contrary to the Gospel, but to safeguard together truth and charity, so that every pastoral act may be a genuine help to persons and never an occasion for misunderstanding concerning doctrine. All this without ever losing sight of the very essence of the mission entrusted to us by Christ in these precise words:
“Those who are well have no need of a physician, but those who are sick. Go and learn what this means: I desire mercy, and not sacrifice. For I have not come to call the righteous, but sinners” (Mt 9:12–13).
From the Hermitage, March 19, 2026
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LAS DIVERSAS FACETAS DE LA BENDICIÓN
La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea.
La Declaración Fiducia Supplicans, de diciembre de 2023, se refería a la posibilidad de bendecir a parejas irregulares e incluso del mismo sexo. Su recepción, en un primer momento, debió suscitar respuestas contrastantes en el episcopado, si ya en enero del año siguiente el Dicasterio para la Doctrina de la Fe sintió la necesidad de emitir un comunicado con precisiones acerca del carácter sencillo, informal y pastoral de dichas bendiciones, sin crear confusión con la doctrina relativa al matrimonio ni con las bendiciones litúrgicas ritualizadas. En el mismo contexto se hacía referencia a la posibilidad de una aceptación gradual de la Declaración o incluso a su no recepción en los casos más delicados y difíciles. Sin embargo, se subrayaba su valor, en cuanto posibilidad de permanecer atentos a las peticiones que surgen de los fieles y de ofrecerles una catequesis adecuada al respecto.
Hacia el final de un artículo publicado en esta misma revista, en el que se trataba el tema de la homosexualidad y la Biblia (Aquí), se expresaba el deseo de que el camino de reflexión sobre estas cuestiones no fuera abandonado. Con el presente escrito, a pesar de su brevedad y de la insuficiencia de su autor, quisiera continuar esta tarea, respondiendo a la pregunta de si es justo conceder un bien espiritual de la Iglesia, como puede ser la bendición, también a quienes viven en una situación que podríamos definir como particular, que constituye una excepción — si se quiere evitar el término recurrente que alude a la irregularidad — partiendo de lo que la Iglesia ya hace en otras situaciones o extendiéndolo.
En el Código de Derecho Canónico de la Iglesia Católica se trata el tema de la intercomunión con los hermanos separados; en particular, el canon 844 aborda la cuestión de la administración de los Sacramentos por parte de un ministro de la Iglesia a los fieles que no están en plena comunión con la Iglesia católica, la llamada communicatio in sacris. El texto considera dos categorías de cristianos no católicos: los «miembros de las Iglesias orientales» (§ 3) y «los demás cristianos», es decir, los pertenecientes a las confesiones cristianas occidentales, aquellas que existen en Occidente desde el tiempo de la Reforma (§ 4). Para ambas categorías el texto canónico afirma que «los ministros católicos administran lícitamente los sacramentos de la penitencia, de la Eucaristía y de la unción de los enfermos» (§§ 3-4). De ambas categorías el mismo canon reafirma que «no están en plena comunión con la Iglesia católica» (§§ 3-4); lo cual significa — dicho positivamente — que estos cristianos están en verdadera comunión con la Iglesia católica, aunque no plena (cf. especialmente Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).
Más en particular, el canon 844 § 4 exige que, para la administración de los Sacramentos por parte de la Iglesia católica a cristianos no católicos pertenecientes a las confesiones occidentales, debe existir una necesidad grave y urgente. Sin embargo, la encíclica Ut unum sint, en el número 46, habla también de la existencia de «casos particulares», y Ecclesia de Eucharistia, en el número 45, alude igualmente a «circunstancias especiales». Dado que el Código de Derecho Canónico depende esencialmente del Concilio Vaticano II, no se puede dejar de mencionar el texto más importante sobre este tema, es decir, Unitatis redintegratio, n. 8, que así se expresa: «La intercomunión (en los Sacramentos) depende sobre todo de dos principios: de la manifestación de la unidad de la Iglesia y de la participación en los medios de la gracia». La manifestación de la unidad por lo general prohíbe la intercomunión. La participación en la gracia, la gratia procuranda, a veces la recomienda.
Naturalmente, el primer principio sirve para salvaguardar la comunión eclesial y evitar el peligro de error o de indiferentismo, como si administrar los Sacramentos a los católicos y a quienes no lo son fuese lo mismo, lo cual no es, sin riesgo de equívoco. Sostener que no existe diferencia entre estar o no en comunión con la Iglesia católica conduciría a desorientación y escándalo. Por otra parte — y retomo aquí las palabras del cardenal Coccopalmerio, presidente emérito del Pontificio Consejo para los Textos Legislativos —:
«El segundo principio recuerda la necesidad de conferir la gracia por parte de la Iglesia católica no de cualquier modo, sino de manera específica mediante la administración de los Sacramentos. Y esto vale no sólo para los cristianos católicos, sino para todos los bautizados, también para los no católicos. Ésta es la gran enseñanza afirmada con claridad y convicción por el gran texto del Vaticano II. Seamos plenamente conscientes: los cristianos no católicos tienen la necesidad espiritual de recibir la gracia mediante la administración de los Sacramentos. Tienen, por tanto, la necesidad espiritual de recibir los Sacramentos. Podemos decir también que los cristianos no católicos tienen el derecho de recibir los Sacramentos. Y la Iglesia católica tiene el deber de administrarlos a estos cristianos. Todo esto puede considerarse como una concreta determinación del principio de la gratia procuranda, obsérvese el gerundio como signo de necesidad» (editado por Andrea Tornielli, aquí).
Llevando el razonamiento hasta sus últimas consecuencias, ante la pregunta de si una pareja de esposos, uno católico y el otro no en plena comunión con la Iglesia, participando juntos en la Santa Misa y deseando también recibir la Eucaristía, puede constituir un caso excepcional — si ello responde a una necesidad espiritual de los esposos que de otro modo vivirían ese momento separados o no lo vivirían en absoluto —, el experto prelado responde así:
«Si el ministro católico administrara la sagrada Comunión al cónyuge no católico, todos podrían razonablemente considerar que tal concesión está determinada por la justa necesidad de no separar a una pareja de esposos, especialmente en un momento tan especial como la participación en el sacramento de la Eucaristía. Todo esto puede, en cualquier caso, ser siempre aclarado mediante una catequesis explicativa ofrecida a la comunidad de los fieles, incluso de manera recurrente».
No quiero extenderme demasiado sobre este tema, también porque el foco, como se ha indicado al inicio, es otro. Se podrían decir muchas otras cosas, ya que la cuestión sigue siendo objeto de estudio y profundización, y no he mencionado — precisamente para no alargar — las condiciones previas o las disposiciones espirituales que deben estar presentes en quien, aun no estando en plena comunión con la Iglesia, puede, en casos específicos y excepcionales, recibir de un ministro católico los sacramentos de la gracia. Es además evidente que todo esto pertenece a un ámbito rigurosamente regulado por el derecho de la Iglesia y no puede en modo alguno confundirse con formas de intercomunión indiscriminada o, peor aún, con celebraciones eucarísticas que prescindan de la plena comunión eclesial y de la validez del ministerio sacerdotal. Precisamente porque se trata de una materia delicada, la referencia a los casos excepcionales no debe ser asumida nunca como criterio ordinario, sino como confirmación de que la Iglesia, aun custodiando con firmeza el significado de sus bienes espirituales, no deja de preguntarse cómo procurarlos, en los casos permitidos, para la salvación de todas las almas.
Como se puede imaginar, todo este razonamiento — que desde el Concilio ha pasado al Código — nace tanto de la reflexión teológica sobre los bienes espirituales de la Iglesia, que por su propia naturaleza quieren ser derramados en abundancia y difícilmente pueden negarse a quien los pide con confianza, respeto y buena disposición, como del hecho de que las situaciones humanas que las personas viven en este mundo son múltiples y variadas. Y la Iglesia, que custodia los tesoros de la gracia divina, no puede sino interrogarse sobre ello.
Volviendo, por tanto, al tema que ha dado origen a este escrito, la respuesta no puede sino ser afirmativa. La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea. Si pueden, en las debidas condiciones, recibir los Sacramentos como todos los demás bautizados — y, como hemos visto, incluso quienes pertenecen a otra confesión pueden hacerlo cuando no pueden recurrir a sus propios ministros —, ¿por qué no también una simple bendición, que sólo serviría para reafirmar lo que la Iglesia ha hecho siempre: rechazar el pecado, pero acoger y amar al pecador, como el Señor ha enseñado?
Sin embargo, es necesario precisar que una bendición de este tipo nunca podría entenderse correctamente como confirmación, ratificación o legitimación de la condición objetiva en la que tales personas se encuentran. Si así fuera, se traicionaría tanto el significado de la bendición como la verdad misma de la pastoral eclesial. La Iglesia puede bendecir a la persona que pide ayuda a Dios, no el pecado en cuanto tal, ni la pretensión de que una situación contraria a su doctrina sea reconocida como moralmente buena o eclesialmente legítima. Precisamente por ello, la bendición, si se pide con fe y humildad, conserva su significado sólo si permanece como gesto de invocación, de confianza y de acompañamiento, nunca como una consagración implícita de una condición de vida.
Como en su momento especificó el prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe en el citado comunicado, el objetivo de la Declaración — que, hay que admitirlo, algunos han digerido mal — era poner de relieve el valor de la bendición para la Iglesia, con el fin de llegar a una «comprensión más amplia de las bendiciones y la propuesta de incrementar las bendiciones pastorales, que no exigen las mismas condiciones que las bendiciones en un contexto litúrgico o ritual».
Al no vivir ya desde hace tiempo en un contexto cristianizado, la Iglesia se encontrará cada vez más con situaciones no conformes a la doctrina. Podrá atrincherarse en una posición defensiva y limitarse a refugiarse detrás de la doctrina que reconoce la ilicitud de ciertas condiciones humanas, pero esto no diría nada nuevo. O bien, siguiendo el ejemplo de su Maestro, podrá reconocer que una relación es errónea y, sin embargo, contiene en su interior elementos positivos que no se pueden negar, y entonces ¿por qué no derramar sobre estas situaciones «el aceite de la consolación y el vino de la esperanza», incluso con una simple bendición informal, si se solicita con confianza?
También aquí, sin embargo, el discernimiento sigue siendo decisivo: una cosa es acompañar pastoralmente a personas que, aun en una condición objetivamente desordenada o irregular, piden ayuda espiritual sin pretender legitimación alguna; otra cosa sería avalar, siquiera indirectamente, la pretensión de que la acogida eclesial coincida con el reconocimiento de su estado como conforme al Evangelio. La misericordia de la Iglesia no consiste en oscurecer la verdad, sino en acompañar a las personas hacia ella con paciencia, sin rechazar ni humillar a nadie, pero al mismo tiempo sin falsear nada.
He aquí, pues, una pequeña contribución a la reflexión que no tiene ninguna pretensión, movida sólo por aquel espíritu que está detrás de la invitación de Jesús a ser un discípulo «semejante a un dueño de casa que saca de su tesoro cosas nuevas y cosas antiguas» (Mt 13,52). Precisamente por eso, la tarea de la Iglesia no es ni cerrar la puerta de la gracia a quien la pide con sincera confianza, ni confundir la misericordia con la legitimación de lo que sigue siendo contrario al Evangelio, sino custodiar conjuntamente la verdad y la caridad, para que cada gesto pastoral sea una ayuda auténtica para las personas y nunca ocasión de equívoco acerca de la doctrina. Todo esto, sin perder nunca de vista la esencia misma de la misión que Cristo nos ha confiado con palabras precisas:
«No tienen necesidad de médico los sanos, sino los enfermos. Id, pues, y aprended qué significa: Misericordia quiero y no sacrificio. Porque no he venido a llamar a los justos, sino a los pecadores» (Mt 9,12-13).
Desde el Eremo, 19 de marzo de 2026
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CORDOGLIO PER LA MORTE DELL’ABATE UGO GIANLUIGI TAGNI
E tornato alla casa del Padre il Rev.mo Dom Ugo Gianluigi Tagni, dell’Ordine Cistercense, Abate emerito dell’Abbazia di Casamari
– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –
Autore Redazione de L’Isola di Patmos
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I Padri de L’Isola di Patmos si uniscono in fraterno cordoglio alla famiglia dei Monaci Cistercensi per la morte del Rev.mo Dom Ugo Gianluigi Tagni, Abate emerito dell’Abbazia di Casamari, uomo di qualità umane e spirituali tanto grandi quanto rare.
Le esequie funebri si svolgeranno domani, 17 febbraio, alle ore 15:00, nella chiesa abbaziale di Casamari.
(Nella foto: l’Abate Ugo Gianluigi Tagni e Padre Ariel S. Levi di Gualdo)
Affidiamo la sua anima all’Intercessione della Mater Dei con la Preghiera di San Bernardo alla Beata Vergine Maria.
Roma, 16 febbraio 2026
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2026-02-16 22:41:242026-02-17 09:19:54Cordoglio per la morte dell’Abate Ugo Gianluigi Tagni
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Ivanohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ivano2026-02-10 20:14:162026-02-10 20:45:15Il caso “Don Rava”: tra colpevolisti e innocentisti e quel sintomo di un malessere ecclesiale che non si vuole ancora riconoscere
I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ
Gli unici coi quali la Sfranta non se la prende mai sono i proci, che ricordiamo sono i circa cento nobili di Itaca che nell’Odissea di Omero corteggiano insistentemente Penelope durante l’assenza di Ulisse, ma che nella moderna versione clerical-rainbow corteggiano invece Ulisse e ignorano del tutto Penelope.
— Il cogitatorio di Ipazia—
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Autore Ipazia Gatta Romana
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La lobby clerical-rainbowsi preserva evitando l’esposizione diretta. Non agisce apertamente, non si assume la responsabilità delle decisioni più controverse. Preferisce operare per interposta persona, servendosi di soggetti che fungono da schermo, da esecutori, da strumenti sacrificabili. Sono i classici uomini di paglia e gli utili idioti: figure incaricate di fare ciò che i lobbisti decidono, una volta instillata in loro l’illusione di contare, di appartenere al potere clericale e di poterne trarre qualche riconoscimento. Ecco un saggio di quanto testé detto nell’immagine che sotto segue:
Foto: composizione grafica contenente estratti testuali riprodotti senza indicazione di autore e di fonte, come nello Sfranta’s style.
Nel mondo clericale, tali soggetti sono spesso laici clericalizzati che godono, proprio in quanto tali, di una libertà operativa che altri non possono permettersi. Sono loro a intervenire là dove i clerics-rainbownon intendono — o non possono — esporsi direttamente: delegittimano, offendono, segnalano, accusano, danno corso a procedimenti privi di reale fondamento, consapevoli che non produrranno alcun esito concreto. Ciò che conta non è vincere, ma compiere azioni di disturbo, intimidire. Questo è l’obiettivo.
Agiscono convinti di contare e di avere un peso all’interno della struttura di potere clericale; in realtà vengono utilizzati proprio perché sostituibili, esposti e sacrificabili. Ridotti a meri strumenti esecutivi, sono destinati ad assorbire l’urto delle azioni più oscure, quelle con cui i clerical-rainbowche li pilotano non intendono sporcarsi le mani. Pensano di dirigere, mentre in realtà sono diretti, alla maniera dei peggiori servi subordinati.
Questa modalità di azione non è episodica, ma strutturale. I clerics-rainbowconservano così una distanza di sicurezza: non firmano, non parlano, non appaiono. A esporsi è sempre l’utile idiota, al quale viene demandato il lavoro sporco. È il medesimo meccanismo che si riscontra in ogni organizzazione che intenda esercitare controllo senza assumersene apertamente il peso morale e giuridico. La responsabilità resta invisibile; l’azione, invece, è concretissima.
Accanto a questa prima categoria, ne emerge una seconda, più aggressiva e pericolosa: quella che il compianto Paolo Polisoleva chiamare, con impareggiabile precisione teatrale, le “sfrante”.
Clericalizzata alla massima potenza e caratterizzata da una militanza aspra, vendicativa e talora apertamente violenta sul piano relazionale, la Sfranta, anziché costruirsi un presente dignitoso per un futuro maturo, preferisce passare le giornate ad aggredire sui propri social chiunque decida sul momento: oggi i membri della Associazione Nazionale Magistrati da lei definiti «peggiori dei delinquenti» nonché «associazione paramafiosa», domani il Ministro della Giustizia accusato di essere «colluso» e «pagliaccio», segue un noto magistrato indicato come «pregiudicato» e «più criminale di tutti gli altri», dopodomani lancia fiamme sui membri di un dicastero della Santa Sede indicati come «analfabeti» e «idioti», il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti definito «volgare scaricatore di porto», uno tra i più noti giornalisti e conduttori televisivi italiani bollato come «il più vomitevole» e «bullo represso», per seguire con gli idraulici, i meccanici, le parrucchiere unisex … nessuno si salva dalla Sfranta.
ecc… ecc …
Gli unici coi quali la Sfranta non se la prende mai sono i proci, che ricordiamo sono i circa cento nobili di Itaca che nell’Odissea di Omerocorteggiano insistentemente Penelope durante l’assenza di Ulisse, ma che nella moderna versione clerical-rainbow corteggiano invece Ulisse e ignorano del tutto Penelope.
A cascata seguono segnalazioni mirabolanti: esposti all’Ordine degli Psicologi contro una delle più note criminologhe italiane; minacce di querela a una diocesi che osò smentire ufficialmente la Sfranta con un pubblico comunicato della curia dopo che aveva offeso ripetutamente il vescovo in vari articoli; inviti a firmare una protesta ufficiale per destituire dalla cattedra un teologo di riconosciuta preparazione e innegabili qualità didattiche …
La Sfranta non si limita a fungere da strumento passivo del sistema, ma ne diventa attrice attiva, mossa dal frenetico obiettivo di sdoganare e legittimare the fantastic rainbow worldall’interno della Chiesa. E se qualcuno si oppone all’ingresso di questo Rainbow Trojan Horsedentro le mura della Civitas Dei, l’accusa è pronta e il critico bollato come «soggetto affettivamente irrisolto». La Sfranta agisce come una vera avanguardia del sistema: dice e scrive, tramite blog e social media, ciò che certi clerical-rainbownon possono permettersi di affermare pubblicamente; colpisce coloro che questi ultimi non possono attaccare direttamente; esercita una pressione costante attraverso accuse, insinuazioni, segnalazioni alle autorità ecclesiastiche, lettere, esposti, campagne di delegittimazione. Guai però a smentirla, o a reagire alle sue raffiche di insulti, non sia mai! Seduta stante si proclama immediatamente vittima urlando alla discriminazione, secondo gli schemi ormai noti e consolidati della Sfranta’s logic.
La “forza” della Sfranta risiede nell’assenza pressoché totale di vincoli. Non risponde ad alcuna autorità ecclesiastica, non rischia sanzioni canoniche, non paga alcun prezzo istituzionale. Agisce, di fatto, in una zona griga di sostanziale impunità, che rende inefficace ogni tentativo di reazione giuridica proporzionata. Per questo risulta molto utile a certe frange di clerical-rainbow che se ne servono mantenendo una posizione apparentemente neutra: perché è lei a esporsi, a parlare, a scrivere, a segnalare; i pupari restano nel totale anonimato.
I clerical-rainbow che governano questo sistema raramente compaiono in prima linea. Osservano, proteggono, orientano, lasciando che sia la Sfranta ad agire e metterci la faccia, nel tentativo disperato di delegittimare sacerdoti e teologi ostili a questa Rainbow Pious Brotherhood. È in questo contesto che una Sfranta priva di qualsiasi mandato formale si trasforma in promotrice di “segnalazioni” motivate da un presunto zelo per il bene della Chiesa. Oltre agli scritti diffonde anche video nei quali sospira, singhiozza e si abbandona a mossettine che ricordano la sorella meno dotata della satirica Rita da Cascia impersonata dal già citato grandissimo Paolo Poli.
Nessuna accusa esplicita, nessuna prova concreta: solo allusioni, sospetti, frasi lasciate cadere con apparente discrezione, nella speranza che, a forza di ripetere palesi falsità ripetutamente smentite come tali, queste finiscano per essere percepite come vere, passando infine come tali.
È all’interno di questo ambiente opaco che la Rainbow Pious Brotherhoodtrova le condizioni ideali per consolidarsi e riprodursi, rimanendo anonima e mandando all’attacco una Sfranta che cammina sul filo del rasoio, bordando insulti e facendo audaci allusioni a comportamenti che vengono indicati come penalmente rilevanti senza mai nominare apertamente il soggetto preso di mira, ma facendo capire a tutti chi sia questo innominato che, poco dopo, incomincia a ricevere numerosi messaggi di lettori e amici che lo avvisano «la Sfranta se l’è presa di nuovo con te».
In tal senso, la Sfranta ha fatto scuola. Tanto che ho deciso di imitarla con la stessa identica tecnica: non l’ho nominata, proprio come lei non nomina, spesso, quelli che prende pesantemente di mira.
E adesso vi saluto, devo correre a prestare assistenza a Penelope, profondamente depressa da quando i proci di Itaca si sono messi a sventolare the flag rainbowe a corteggiare Ulisse ignorando totalmente lei. Anche i proci di Itaca hanno fatto ormai un onesto coming-out, o come diceva Sant’Agostino in un suo celebre sermone: «Silere non possum (non posso tacere)» (Serm. 88, 14, 13, PL). Così, hanno deciso di non silere (non tacere) e di corteggiare apertamente Ulisse.
Dall’Isola dei Proci, 8 febbraio 2026
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2023/01/ipazia-tondo-piccolo.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Ipaziahttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngIpazia2026-02-08 21:38:212026-02-08 22:12:10I Proci di Itaca e l’epopea della Sfranta che tacer non può
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Ivanohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ivano2026-02-01 15:28:252026-02-20 12:31:37Alberto Ravagnani. I preti in crisi sono la conseguenza della crisi dell’autorità ecclesiastica
IL CASO FEDE & CULTURA E L’IMPORTANZA DI NON SEGUIRE UNA “TEOLOGIA DELLA EMOTIVITÀ” CHE SI OPPONE AL MAGISTERO DELLA CHIESA
La teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Se mancano questi presupposti, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.
È necessario anzitutto chiarire un punto di metodo: la teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Se mancano questi presupposti, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.
Il mio articolo avanzava una tesi precisa, articolata e verificabile (cfr Qui). Chiunque lo legga ed esamini poi il contenuto della replica del dott. Zenone, potrà constatare un dato oggettivo: le questioni da me sollevate non vengono affrontate nel loro merito, ma aggirate mediante uno spostamento del discorso su piani laterali, che non toccano l’argomentazione da me proposta, anzi: neppure la sfiorano.
Chiunque può verificare che nel testo contestato ho esplicitamente chiarito di intervenire in qualità di sacerdote, pastore in cura d’anime, confessore e direttore spirituale. La replica del dott. Zenone richiama invece genericamente il diritto dei laici a esprimersi eludendo però il punto centrale, senza tenere conto che il discorso non verteva sul diritto di parola o di critica, ma sull’esperienza ecclesiale specifica dalla quale trae origine la riflessione: il Sacramento della Penitenza e la direzione spirituale, dove ad operare sono i presbiteri, non i laici. È da questa prassi concreta, non da una costruzione teorica astratta, che il mio intervento prende avvio e si struttura. E su questo piano specifico, la replica risulta semplicemente non pertinente.
L’argomento secondo cui l’aver avuto sei figli lascia sottintendere una sorta di competenza superiore a quella dei sacerdoti in ambito morale e pastorale rientra in una tipologia argomentativa ben nota, storicamente utilizzata da ambienti laicisti e anticlericali per delegittimare il magistero e la parola del clero su questioni familiari e relazionali. Riproporre tale schema non rafforza il discorso, ma ne rivela la debolezza metodologica.
Vi è poi un punto centrale, che non ammette ambiguità. Il dott. Zenone ha pubblicamente contestato più volte, con toni duri e irrispettosi, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede in relazione alla Nota dottrinale Mater Populi Fidelis, concernente l’inopportunità dell’uso del titolo di “corredentrice” riferito alla Beata Vergine Maria. Ora, il fatto determinante è il seguente: quel documento, approvato dal Sommo Pontefice che ne ha ordinata la pubblicazione, rientra nel Magistero autentico della Chiesa. Questo dato, di per sé, chiude il problema sul piano ecclesiale a ogni pretestuoso “diritto di critica”.
Replicare poi invocando la libertà di pensiero per respingere questo atto equivale a confondere deliberatamente il piano della ricerca teologica con quello dell’assenso dovuto al Magistero. La libertà teologica non autorizza la contestazione pubblica e sprezzante di un documento approvato dal Sommo Pontefice, né consente di porre sullo stesso piano opinioni personali e atti dell’autorità ecclesiale, salvo poi proclamarsi teologi, difensori della fede e formatori cattolici.
Il richiamo a santi, mistici o a singole affermazioni di Pontefici del passato non modifica questo quadro, perché la teologia cattolica ha sempre distinto:
– le espressioni devozionali o mistiche, che non vincolano ad alcun titolo la fede dei credenti;
– le affermazioni fatte dai Pontefici come dottori privati;
– gli atti del Magistero autentico, che richiedono invece adesione ecclesiale unita a filiale rispetto e devota obbedienza al Romano Pontefice e ai Vescovi.
È inoltre un dato storico incontestabile che San Giovanni Paolo II abbia sempre respinta la richiesta di definire il dogma di Maria corredentrice; che Benedetto XVI abbia evidenziato le difficoltà cristologiche poste dal termine stesso; che Francesco, così come infine Leone XIV, abbiano confermato tale orientamento, approvando la Nota dottrinale in questione. Di fronte a questo insieme coerente di dati, l’insistenza su citazioni isolate e decontestualizzate non costituisce argomentazione teologica, ma una selezione ideologica delle fonti, preceduta e accompagnata dalla loro manipolazione, previo approccio dilettantesco alla teologia e alla storia del dogma che sortisce, come effetto, quello di avvelenare le membra più semplici del Popolo di Dio, lo stesso che noi dobbiamo tutelare e proteggere per imperativo di coscienza, in quanto Sacerdoti di Cristo istituiti per insegnare, santificare e guidare.
Applicando lo stesso criterio di estrapolazione e manipolazione, si potrebbe contestare il dogma dell’Immacolata Concezione richiamando le riserve di San Tommaso d’Aquino, oppure rimettere in discussione l’attuale disciplina della Penitenza sulla base delle posizioni di Sant’Ambrogio e di San Gregorio Magno, maturate in un contesto storico radicalmente diverso, quando questo Sacramento non era ripetibile ed era amministrabile una sola volta nella vita e mai più. Sempre seguendo questa logica anti-teologica e anti-storica, si potrebbe smentire persino il Primo Concilio di Nicea, rifacendosi a ipotesi e opinioni espresse da diversi Santi Padri prima dell’anno 325.
È dunque immediatamente evidente l’inconsistenza di tale metodo che — tra santi e mistici, messaggi di Fatima e maldestre vite di Gesù romanzate da Maria Valtorta — ricondurrebbe il discorso nell’ambito del pietismo e del fideismo più desolante, realtà che nulla hanno a che spartire con la fede cattolica e con la speculazione teologica propriamente e scientificamente detta.
Dai video diffusi dal dott. Zenone emerge un approccio non propriamente corretto e non pienamente ortodosso alla teologia fondamentale: si rilevano forme manifeste di ostilità nei confronti del Magistero della Chiesa; ci si erge a difensori della “vera fede” e della “vera tradizione”, che tali gruppi pretenderebbero di tutelare di fronte a un operato di Pontefici e Vescovi da loro ritenuto dottrinalmente discutibile; il tutto viene mascherato sotto il richiamo alla libertà di pensiero e di opinione, che però, nei fatti, si risolve in prese di posizione ideologiche.
Il quadro si completa — e qui concludo — con una serie di altri video “altamente formativi”, distinti e successivi rispetto a quello oggetto di questa mia risposta, che si commentano da sé. Per citarne uno soltanto, tra i molti, basti pensare ad affermazioni di inaudita gravità quali ad esempio: «L’eresia è peggiore della pedofilia»
Si tratta di un’affermazione priva di ogni criterio logico e teologico, fondata su un accostamento improprio tra delle realtà radicalmente differenti sul piano ontologico e morale. Sono paragoni che, se proposti da chi si presenta come teologo, pedagogo e formatore cattolico, non possono essere liquidati come semplici ingenuità espressive, ma rivelano una grave carenza di prudenza e discernimento metodologico sul piano pedagogico e teologico.
Dall’Isola di Patmos, 14 gennaio 2026
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L’INSOPPRIMIBILE FASCINO ESERCITATO SU CERTI LAICI DALLA “TEOLOGIA DELLA MUTANDA”
È bene ricordare a questi laici — che da una parte stabiliscono «Fino a dove arrivare?» secondo la loro “teologia della mutanda” e che dall’altra sono protagonisti del pubblico disprezzo della legittima Autorità ecclesiastica —, che la contestazione sistematica, pubblica e sprezzante del Magistero della Chiesa costituisce un peccato ben più grave, più serio e più oggettivamente disordinato della fragilità affettiva di due giovani che vivono una relazione al di fuori del matrimonio.
Ogni epoca ecclesiale conosce le proprie deformazioni morali. Una delle più ricorrenti — perché apparentemente rassicurante — è quella che riduce la questione del bene e del male quasi esclusivamente alla sfera sessuale. Una riduzione che non nasce dalla serietà morale, ma da una semplificazione tanto rozza quanto fuorviante che finisce per tradire proprio ciò che pretende di difendere.
Nel dibattito ecclesiale contemporaneo, soprattutto in alcuni ambienti laicali legati a una non meglio precisata tradizione, si assiste a un fenomeno curioso e insieme preoccupante: l’emergere di una sorta di “teologia della mutanda”, nella quale il mistero del male viene sostanzialmente circoscritto a ciò che accade — o si presume accada — dalla cintura in giù. Tutto il resto può passare in secondo piano: la carità ferita, la giustizia calpestata, la verità manipolata, la coscienza violentata. L’importante è che la mutanda resti al suo posto, reale o simbolica che sia.
Moralismo e morale non sono la stessa cosa, è bene chiarirlo subito: non coincidono, anzi spesso si oppongono. Il moralismo è una caricatura della morale, perché si fonda su criteri rigidi, astratti e selettivi, mentre la morale cattolica si regge sulla carità, virtù teologale che non elimina la verità, ma la rende abitabile per l’uomo concreto, fragile e peccatore.
Il bigottismo, il puritanesimo nel senso peggiore del termine e il moralismo ossessivo sono realtà ben note, ma va detto con onestà che molto raramente nascono dal ministero sacerdotale vissuto santamente. Più spesso prendono forma in ambienti laicali autoreferenziali, nei quali la mancanza di esperienza pastorale reale viene compensata con una sicurezza dottrinale tanto inflessibile quanto astratta.
Non si tratta di difendere una categoria — quella dei sacerdoti — ma di constatare un dato di fatto: laici che non hanno mai ascoltato una coscienza ferita, che non hanno mai accompagnato un penitente reale, che non hanno mai portato il peso di certe delicate direzioni spirituali, difficilmente possiedono gli strumenti per giudicare con equilibrio la complessità del peccato umano. Malgrado ciò si lanciano su temi che toccano le sfere più intime e delicate degli animi umani, spesso anche in modo saccente, dando così ai laicisti un’immagine bizzarra della Cattolicità e aumentando i loro pregiudizi e i loro giudizi negativi sulla Chiesa Cattolica.
La gerarchia dei peccati è una verità spesso dimenticata. La tradizione morale cattolica ha sempre insegnato che non tutti i peccati hanno lo stesso peso. Esiste una gerarchia oggettiva del male, fondata sulla gravità della materia, sull’intenzionalità e sulle conseguenze. E in questa gerarchia, i peccati contro la carità, la giustizia e la verità occupano un posto ben più alto rispetto a molte colpe legate alla sfera sessuale.
Eppure, per i cultori della “teologia della mutanda”, questa distinzione sembra insopportabile. Meglio un peccato grave contro la carità, purché ben vestito, che una fragilità umana vissuta nella lotta e nella vergogna. Meglio l’ipocrisia rispettabile che la verità faticosa. Così, ciò che dovrebbe scandalizzare — l’odio, la menzogna, l’abuso di potere, la manipolazione delle coscienze — viene relativizzato, mentre ciò che riguarda l’intimità delle persone diventa il campo privilegiato di una sorveglianza ossessiva, tutta quanta tipica – ripeto – di certi laici bigotti, non dei preti.
La “teologia della mutanda” è un’ossessione che dice spesso più di chi giudica che di chi viene giudicato. L’ossessione maniacale alle camere da letto, ai centimetri, alle posture e alle intenzioni presunte rivela una difficoltà profonda ad abitare il proprio mondo interiore. È più facile misurare il peccato degli altri con il bilancino dell’orefice che fare i conti con la propria coscienza. Il sacerdote, invece, quando esercita seriamente il suo ministero, parte da un presupposto elementare e tutt’altro che teorico: tutti siamo peccatori, noi per primi chiamati ad assolvere i peccati. È questa consapevolezza che genera misericordia, non il lassismo; comprensione, non il relativismo. La misericordia cristiana non nasce da una minimizzazione del peccato, ma dalla conoscenza reale dell’uomo.
Non è un caso che il Vangelo riservi parole durissime non tanto ai peccatori manifesti, quanto a coloro che trasformano la legge in uno strumento di oppressione. Quel monito di Gesù, spesso dimenticato dai laici moralisti di professione, resta di una attualità sconcertante:
«Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» (Lc 11,46).
È davanti a questa parola che ogni facile “teologia della mutanda” dovrebbe crollare. Perché il problema non è la difesa della morale, ma l’uso perverso della morale come strumento di controllo, di autoassoluzione e di superiorità spirituale.
Una morale che perde il contatto con la carità diventa ideologia. Una morale che seleziona i peccati in base alla propria ossessione smette di essere cristiana. Una morale che ignora la gerarchia del male finisce per proteggere i peccati più gravi e perseguitare quelli più visibili.
La “teologia della mutanda” non è segno di fedeltà alla dottrina, ma di una profonda incomprensione del Vangelo. Non difende la morale cattolica: la tradisce. E, paradossalmente, rende un pessimo servizio proprio a quella Chiesa che pretende di voler salvare.
Per concludere con un concreto esempio realmente incarnato: nei giorni scorsi ho avuto modo di raccogliere il dolore di un uomo che si è sentito tradito e abbandonato da un altro uomo che aveva amato — e che continuava ad amare — con il quale aveva intrecciato una relazione poi bruscamente interrotta. Un dolore vero, lacerante, che non aveva bisogno di lezioni, ma di ascolto. Ho forse pronunciato giudizi morali? Ho forse stilato una casistica di colpe o misurato quella relazione con il bilancino della morale astratta? Assolutamente no. Il mio compito sacerdotale, in quel momento, era accogliere un’anima ferita, raccoglierne il dolore, aiutarla — per quanto possibile — a non soccombere sotto il peso della delusione e dell’abbandono.
Non oso immaginare quale “lezione sulla purezza” avrebbe ricevuto quell’uomo se si fosse rivolto a certi zelanti animatori laicali che, con aria sorridente e linguaggio patinato, si propongono persino come formatori cattolici, salvo poi permettersi di insultare pubblicamente con insolenza il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e di contestarne ripetutamente i documenti ufficiali approvati dal Sommo Pontefice.
Infatti, lo stesso Signore che in video spiega ai giovani «Fino dove arrivare?» è il solito che con altrettanti video ha scaricato autobotti di fango contro il Cardinale Víctor Manuel Fernández per un documento approvato dal Sommo Pontefice — e dunque atto autentico del Magistero —, rinchiuso con i propri sodali nella logica di una Chiesa “a-modo-mio”, dove l’autorità è accettata solo quando conferma le loro ossessioni: dal Vetus Ordo Missae all’aberrazione teologica di Maria Corredentrice.
È bene allora ricordare a questi laici — che da una parte stabiliscono «Fino dove arrivare?» secondo la loro “teologia della mutanda” e che dall’altra sono protagonisti del pubblico disprezzo della legittima Autorità ecclesiastica —, che la contestazione sistematica, pubblica e sprezzante del Magistero della Chiesa costituisce un peccato ben più grave, più serio e più oggettivamente disordinato della fragilità affettiva di due giovani che vivono una relazione al di fuori del matrimonio. Lo affermo senza ambiguità da uomo, da sacerdote, da teologo, da confessore e da direttore spirituale. Perché sono un prete e, prima ancora, un peccatore. E di questo ringrazio Dio, come prima di me lo hanno ringraziato altri due grandi peccatori: San Paolo e Sant’Agostino.
Amen.
Dall’Isola di Patmos, 13 gennaio 2026
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THE IRRESISTIBLE FASCINATION EXERTED ON CERTAIN LAY PEOPLE BY THE “THEOLOGY OF THE UNDERWEAR”
It is therefore fitting to remind these lay people — who on the one hand establish “how far you may go” according to their theology of the underwear, and on the other hand make themselves protagonists of public contempt for legitimate ecclesial authority — that the systematic, public, and contemptuous contestation of the Magisterium of the Church constitutes a sin far more grave, more serious, and more objectively disordered than the affective fragility of two young people who live a relationship outside of marriage.
Every ecclesial age knows its own moral distortions. One of the most recurrent — precisely because it appears reassuring — is the tendency to reduce the question of good and evil almost exclusively to the sexual sphere. This reduction does not arise from moral seriousness, but from a simplification that is as crude as it is misleading, and which ultimately betrays precisely what it claims to defend.
In contemporary ecclesial debate, especially in certain lay environments loosely connected to an ill-defined notion of “tradition”, one observes a curious and at the same time troubling phenomenon: the emergence of a kind of “theology of the underwear”, in which the mystery of evil is essentially confined to what happens — or is presumed to happen — below the waist. Everything else may be relegated to the background: wounded charity, trampled justice, manipulated truth, violated conscience. What matters is that the underwear remains in place, whether real or symbolic.
Moralism and moral theology are not the same thing; this must be made clear at once. They do not coincide — indeed, they often stand in opposition. Moralism is a caricature of morality, because it is based on rigid, abstract and selective criteria, whereas Catholic moral teaching rests upon charity, the theological virtue that does not abolish truth but renders it habitable for the concrete, fragile and sinful human being.
Bigotry, puritanism in its worst sense, and obsessive moralism are well-known realities; yet it must be said honestly that they very rarely arise from a priestly ministry lived in a holy and authentic manner. Much more often they take shape in self-referential lay circles, where the lack of real pastoral experience is compensated by a doctrinal self-assurance that is as inflexible as it is abstract.
This is not a matter of defending a category — that of priests — but of acknowledging a simple fact: lay people who have never listened to a wounded conscience, who have never accompanied a real penitent, who have never borne the weight of delicate spiritual direction, can scarcely possess the tools required to judge with balance the complexity of human sin. Yet they rush headlong into issues that touch the most intimate and delicate spheres of the human soul, often in a pedantic manner, thus offering secularists a bizarre image of Catholicism and reinforcing their prejudices and negative judgments about the Catholic Church.
The hierarchy of sins is a truth that is often forgotten. Catholic moral tradition has always taught that not all sins carry the same weight. There exists an objective hierarchy of evil, grounded in the gravity of the matter, intentionality, and consequences. Within this hierarchy, sins against charity, justice, and truth occupy a far more serious place than many faults connected to the sexual sphere.
And yet, for the devotees of the “theology of the underwear”, this distinction appears intolerable. Better a grave sin against charity, provided it is well dressed, than a human fragility lived in struggle and shame. Better respectable hypocrisy than demanding truth. Thus, what ought truly to scandalize — hatred, lies, abuse of power, manipulation of consciences — is relativized, while everything concerning personal intimacy becomes the privileged field of an obsessive surveillance, entirely typical — I repeat — of certain bigoted lay people, not of priests.
The “theology of the underwear” is an obsession that often reveals far more about those who judge than about those who are judged. A manic fixation on bedrooms, measurements, postures, and presumed intentions betrays a profound inability to inhabit one’s own interior world. It is easier to measure the sins of others with the goldsmith’s scale than to come to terms with one’s own conscience. The priest, on the other hand, when he exercises his ministry seriously, begins from an elementary and anything but theoretical premise: all of us are sinners — we who are first called to absolve sins. It is this awareness that gives rise to mercy, not laxity; understanding, not relativism. Christian mercy is not born from minimizing sin, but from a real knowledge of the human person.
It is no coincidence that the Gospel reserves its harshest words not so much for manifest sinners as for those who transform the law into an instrument of oppression. That warning of Jesus, so often forgotten by professional lay moralists, remains strikingly актуal:
“Woe also to you, lawyers, for you load people with burdens hard to bear, and you yourselves do not lift a finger to ease them!” (Lk 11:46)
It is before this word that every facile “theology of the underwear” ought to collapse. For the problem is not the defense of morality, but the perverse use of morality as an instrument of control, self-absolution, and spiritual superiority.
A morality that loses contact with charity becomes ideology. A morality that selects sins according to its own obsessions ceases to be Christian. A morality that ignores the hierarchy of evil ends up protecting the gravest sins and persecuting those that are merely more visible.
The “theology of the underwear” is not a sign of fidelity to doctrine, but of a profound misunderstanding of the Gospel. It does not defend Catholic morality; it betrays it. And, paradoxically, it renders a very poor service precisely to the Church it claims to want to save.
To conclude with a concrete and truly incarnated example: in recent days I had occasion to receive the pain of an excellent young man who felt betrayed and abandoned by another young man whom he had loved — and whom he continued to love — and with whom he had entered into a relationship that was then abruptly broken off. A real, lacerating pain, which did not require lessons, but listening. Did I pronounce moral judgments? Did I draw up a casuistry of faults or measure that relationship with the scales of abstract morality? Absolutely not. My priestly task at that moment was to welcome a wounded soul, to gather its pain, and to help it — insofar as possible — not to succumb beneath the weight of disappointment and abandonment.
I do not dare imagine what kind of “lesson on purity” that young man would have received had he turned to certain zealous lay animators who, with smiling faces and polished language, present themselves as Catholic formators, only then to permit themselves to publicly and insolently insult the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith and to repeatedly contest official documents approved by the Supreme Pontiff.
The same individual who, in videos, explains to young people “how far you may go”, is the very one who, through other videos, has poured tanker loads of mud upon Cardinal Víctor Manuel Fernández for a document approved by the Supreme Pontiff — and therefore an authentic act of the Magisterium — enclosed together with his associates within the logic of a “Church my way”, in which authority is accepted only when it confirms their obsessions: from the Vetus Ordo Missae to the theological aberration of Mary Co-Redemptrix.
It is therefore fitting to remind these lay people — who on the one hand establish “how far you may go” according to their theology of the underwear, and on the other hand make themselves protagonists of public contempt for legitimate ecclesial authority — that the systematic, public, and contemptuous contestation of the Magisterium of the Church constitutes a sin far more grave, more serious, and more objectively disordered than the affective fragility of two young people who live a relationship outside of marriage.
I affirm this without ambiguity as a man, as a priest, as a theologian, as a confessor, and as a spiritual director. For I am a priest and, before that, a sinner. And for this I give thanks to God, as before me two other great sinners gave thanks: Saint Paul and Saint Augustine.
Amen.
From the Island of Patmos, 13 January 2026
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EL FASCINANTE E IRRESISTIBLE ATRACTIVO QUE EJERCE SOBRE CIERTOS LAICOS LA “TEOLOGÍA DE LA BRAGA”
Conviene, pues, recordar a estos laicos — que por un lado establecen «hasta dónde puedes llegar» según su teología de la braga y por otro se erigen en protagonistas del desprecio público de la legítima Autoridad eclesiástica — que la contestación sistemática, pública y despreciativa del Magisterio de la Iglesia constituye un pecado mucho más grave, más serio y más objetivamente desordenado que la fragilidad afectiva de dos jóvenes que viven una relación fuera del matrimonio.
Toda época eclesial conoce sus propias deformaciones morales. Una de las más recurrentes — precisamente porque resulta tranquilizadora — es la que reduce la cuestión del bien y del mal casi exclusivamente al ámbito sexual. Se trata de una reducción que no nace de la seriedad moral, sino de una simplificación tan burda como engañosa, que termina traicionando precisamente aquello que pretende defender.
En el debate eclesial contemporáneo, especialmente en ciertos ambientes laicales vinculados a una tradición mal definida, se observa un fenómeno curioso y a la vez preocupante: el surgimiento de una especie de “teología de la braga”, en la cual el misterio del mal queda sustancialmente circunscrito a lo que ocurre — o se presume que ocurre — de la cintura para abajo. Todo lo demás puede quedar en segundo plano: la caridad herida, la justicia pisoteada, la verdad manipulada, la conciencia violentada. Lo importante es que la braga permanezca en su sitio, sea real o simbólica.
Moralismo y moral no son lo mismo; conviene aclararlo desde el inicio. No coinciden y, con frecuencia, se oponen. El moralismo es una caricatura de la moral, porque se apoya en criterios rígidos, abstractos y selectivos, mientras que la moral católica se funda en la caridad, virtud teologal que no elimina la verdad, sino que la hace habitable para el hombre concreto, frágil y pecador.
El beaterío, el puritanismo en su peor acepción y el moralismo obsesivo son realidades bien conocidas; pero debe decirse con honestidad que muy raramente nacen de un ministerio sacerdotal vivido santamente. Con mayor frecuencia toman forma en ambientes laicales autorreferenciales, en los que la falta de una experiencia pastoral real se compensa con una seguridad doctrinal tan inflexible como abstracta.
No se trata de defender una categoría — la de los sacerdotes — sino de constatar un hecho: laicos que jamás han escuchado una conciencia herida, que nunca han acompañado a un penitente real, que nunca han cargado con el peso de delicadas direcciones espirituales, difícilmente poseen los instrumentos necesarios para juzgar con equilibrio la complejidad del pecado humano. Y, sin embargo, se lanzan sobre temas que tocan las esferas más íntimas y delicadas del alma humana, a menudo con actitud pedante, ofreciendo así a los laicistas una imagen extravagante de la Catolicidad y alimentando sus prejuicios y juicios negativos sobre la Iglesia Católica.
La jerarquía de los pecados es una verdad a menudo olvidada. La tradición moral católica ha enseñado siempre que no todos los pecados tienen el mismo peso. Existe una jerarquía objetiva del mal, fundada en la gravedad de la materia, en la intencionalidad y en las consecuencias. Y dentro de esta jerarquía, los pecados contra la caridad, la justicia y la verdad ocupan un lugar mucho más grave que muchas culpas vinculadas al ámbito sexual.
Sin embargo, para los adeptos de la “teología de la braga”, esta distinción resulta insoportable. Mejor un pecado grave contra la caridad, siempre que esté bien vestido, que una fragilidad humana vivida en la lucha y en la vergüenza. Mejor la hipocresía respetable que la verdad exigente. Así, lo que debería escandalizar — el odio, la mentira, el abuso de poder, la manipulación de las conciencias — queda relativizado, mientras que todo lo que se refiere a la intimidad de las personas se convierte en el campo privilegiado de una vigilancia obsesiva, enteramente típica — repito — de ciertos laicos beatos, no de los sacerdotes.
La “teología de la braga” es una obsesión que a menudo dice más de quien juzga que de quien es juzgado. La fijación maníaca por los dormitorios, los centímetros, las posturas y las intenciones presuntas revela una profunda dificultad para habitar el propio mundo interior. Es más fácil medir el pecado ajeno con la balanza del orfebre que afrontar la propia conciencia. El sacerdote, en cambio, cuando ejerce seriamente su ministerio, parte de un presupuesto elemental y nada teórico: todos somos pecadores, empezando por nosotros, que somos los primeros llamados a absolver los pecados. Es esta conciencia la que genera misericordia, no laxitud; comprensión, no relativismo. La misericordia cristiana no nace de minimizar el pecado, sino del conocimiento real del hombre.
No es casualidad que el Evangelio reserve palabras durísimas no tanto para los pecadores manifiestos, cuanto para quienes transforman la ley en un instrumento de opresión. Aquella advertencia de Jesús, tan a menudo olvidada por los moralistas laicos de profesión, conserva una actualidad desconcertante:
«¡Ay también de vosotros, doctores de la ley, que cargáis a los hombres con pesos insoportables y vosotros no los tocáis ni con un dedo!» (Lc 11,46)
Es ante esta palabra que toda fácil “teología de la braga” debería derrumbarse. Porque el problema no es la defensa de la moral, sino el uso perverso de la moral como instrumento de control, de autoabsolución y de superioridad espiritual.
Una moral que pierde el contacto con la caridad se convierte en ideología. Una moral que selecciona los pecados según sus propias obsesiones deja de ser cristiana. Una moral que ignora la jerarquía del mal termina protegiendo los pecados más graves y persiguiendo los más visibles.
La “teología de la braga” no es signo de fidelidad a la doctrina, sino de una profunda incomprensión del Evangelio. No defiende la moral católica: la traiciona. Y, paradójicamente, presta un pésimo servicio precisamente a la Iglesia que pretende querer salvar.
Para concluir con un ejemplo concreto y verdaderamente encarnado: en días recientes tuve ocasión de acoger el dolor de un excelente joven que se sintió traicionado y abandonado por otro joven a quien había amado — y a quien seguía amando — y con quien había entablado una relación que luego se vio bruscamente interrumpida. Un dolor real, desgarrador, que no necesitaba lecciones, sino escucha. ¿Pronuncié acaso juicios morales? ¿Elaboré una casuística de culpas o medí aquella relación con la balanza de la moral abstracta? En absoluto. Mi tarea sacerdotal en ese momento consistía en acoger un alma herida, recoger su dolor y ayudarla — en la medida de lo posible — a no sucumbir bajo el peso de la decepción y del abandono.
No me atrevo a imaginar qué “lección sobre la pureza” habría recibido aquel joven si se hubiera dirigido a ciertos animadores laicales celosos que, con rostro sonriente y lenguaje pulido, se presentan como formadores católicos, para luego permitirse insultar públicamente con insolencia al Prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe y contestar reiteradamente documentos oficiales aprobados por el Sumo Pontífice.
El mismo personaje que en vídeos explica a los jóvenes «hasta dónde puedes llegar», es el mismo que, mediante otros vídeos, ha descargado auténticas cisternas de fango contra el cardenal Víctor Manuel Fernández por un documento aprobado por el Sumo Pontífice — y, por tanto, acto auténtico del Magisterio —, encerrado junto a sus adeptos en la lógica de una Iglesia “a mi manera”, donde la autoridad solo es aceptada cuando confirma sus obsesiones: desde el Vetus Ordo Missae hasta la aberración teológica de María Corredentora.
Conviene, pues, recordar a estos laicos — que por un lado establecen «hasta dónde puedes llegar» según su teología de la braga y por otro se erigen en protagonistas del desprecio público de la legítima Autoridad eclesiástica — que la contestación sistemática, pública y despreciativa del Magisterio de la Iglesia constituye un pecado mucho más grave, más serio y más objetivamente desordenado que la fragilidad afectiva de dos jóvenes que viven una relación fuera del matrimonio.
Lo afirmo sin ambigüedad como hombre, como sacerdote, como teólogo, como confesor y como director espiritual. Porque soy sacerdote y, antes aún, pecador. Y por ello doy gracias a Dios, como antes que yo dieron gracias otros dos grandes pecadores: san Pablo y san Agustín.
Amén.
Desde la Isla de Patmos, 13 de enero de 2026
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DIE UNWIDERSTEHLICHE FASZINATION, DIE DIE „UNTERWÄSCHEN-THEOLOGIE“ AUF BESTIMMTE LAIEN AUSÜBT
Es ist daher angebracht, diese Laien daran zu erinnern — die einerseits festlegen, „wie weit man gehen darf“ gemäß ihrer Unterwäsche-Theologie und andererseits als Protagonisten der öffentlichen Verachtung legitimer kirchlicher Autorität auftreten —, dass die systematische, öffentliche und verächtliche Anfechtung des kirchlichen Lehramtes eine weit schwerere, ernstere und objektiv ungeordnetere Sünde darstellt als die affektive Fragilität zweier junger Menschen, die außerhalb der Ehe in einer Beziehung leben.
Jede kirchliche Epoche kennt ihre eigenen moralischen Verzerrungen. Eine der häufigsten — gerade weil sie scheinbar beruhigend wirkt — besteht darin, die Frage von Gut und Böse nahezu ausschließlich auf den Bereich der Sexualität zu reduzieren. Eine solche Reduktion entspringt jedoch nicht moralischer Ernsthaftigkeit, sondern einer ebenso groben wie irreführenden Vereinfachung, die am Ende gerade das verrät, was sie zu verteidigen vorgibt.
In der gegenwärtigen kirchlichen Debatte, insbesondere in bestimmten laiengeprägten Milieus, die sich auf eine nur vage definierte „Tradition“ berufen, lässt sich ein ebenso kurioses wie beunruhigendes Phänomen beobachten: das Aufkommen einer Art „Unterwäsche-Theologie“, in der das Geheimnis des Bösen im Wesentlichen auf das beschränkt wird, was — oder was vermeintlich — unterhalb der Gürtelliniegeschieht. Alles Übrige kann in den Hintergrund treten: verletzte Nächstenliebe, mit Füßen getretene Gerechtigkeit, manipulierte Wahrheit, vergewaltigtes Gewissen. Entscheidend ist allein, dass die Unterwäsche an ihrem Platz bleibt — sei sie nun real oder symbolisch.
Moralismus und Moral sind nicht dasselbe; das muss von Anfang an klar gesagt werden. Sie fallen nicht zusammen, vielmehr stehen sie einander oft entgegen. Moralismus ist eine Karikatur der Moral, weil er auf rigiden, abstrakten und selektiven Kriterien beruht, während die katholische Moral in der Liebe gründet — jener theologischen Tugend, die die Wahrheit nicht aufhebt, sondern sie für den konkreten, fragilen und sündigen Menschen bewohnbar macht.
Bigotterie, Puritanismus im schlimmsten Sinn und obsessiver Moralismus sind wohlbekannte Erscheinungen. Ehrlicherweise muss jedoch gesagt werden, dass sie nur sehr selten aus einem heilig und authentisch gelebten priesterlichen Dienst hervorgehen. Weitaus häufiger entstehen sie in selbstreferenziellen laienhaften Kreisen, in denen der Mangel an wirklicher pastoraler Erfahrung durch eine ebenso unbeugsame wie abstrakte doktrinäre Selbstsicherheit kompensiert wird.
Es geht hier nicht darum, eine bestimmte Kategorie — die der Priester — zu verteidigen, sondern um die nüchterne Feststellung eines Sachverhalts: Laien, die niemals einer verwundeten Gewissensstimme zugehört haben, die nie einen wirklichen Büßer begleitet haben, die nie das Gewicht heikler geistlicher Begleitungen getragen haben, verfügen kaum über die nötigen Instrumente, um die Komplexität menschlicher Sünde ausgewogen zu beurteilen. Dennoch stürzen sie sich auf Themen, die die intimsten und verletzlichsten Bereiche der menschlichen Seele berühren — oft in belehrendem Ton — und liefern so den Laizisten ein bizarr verzerrtes Bild der Katholizität, während sie zugleich deren Vorurteile und negativen Urteile über die katholische Kirche verstärken.
Die Hierarchie der Sünden ist eine Wahrheit, die heute häufig vergessen wird. Die katholische Morallehre hat stets gelehrt, dass nicht alle Sünden dasselbe Gewicht haben. Es gibt eine objektive Hierarchie des Bösen, begründet in der Schwere der Materie, in der Intention und in den Folgen. Innerhalb dieser Ordnung nehmen die Sünden gegen die Liebe, die Gerechtigkeit und die Wahrheit einen weit schwereren Rang ein als viele Verfehlungen im sexuellen Bereich.
Für die Anhänger der „Unterwäsche-Theologie“ jedoch scheint diese Unterscheidung unerträglich zu sein. Lieber eine schwere Sünde gegen die Nächstenliebe, sofern sie gut gekleidet ist, als eine menschliche Fragilität, die in Kampf und Scham gelebt wird. Lieber respektable Heuchelei als mühsame Wahrheit. So wird das, was eigentlich skandalisieren müsste — Hass, Lüge, Machtmissbrauch, Manipulation der Gewissen — relativiert, während alles, was die persönliche Intimität betrifft, zum bevorzugten Feld einer obsessiven Überwachung wird, ganz typisch — ich wiederhole es — für bestimmte bigotte Laien, nicht für Priester.
Die „Unterwäsche-Theologie“ ist eine Obsession, die oft mehr über jene aussagt, die urteilen, als über jene, über die geurteilt wird. Die manische Fixierung auf Schlafzimmer, Zentimeter, Haltungen und vermeintliche Absichten verrät eine tiefe Unfähigkeit, den eigenen inneren Raum zu bewohnen. Es ist leichter, die Sünden anderer mit der Goldwaage zu messen, als sich der eigenen Gewissensprüfung zu stellen. Der Priester hingegen beginnt — sofern er seinen Dienst ernsthaft ausübt — von einer elementaren und alles andere als theoretischen Voraussetzung: Wir alle sind Sünder, und wir selbst sind die Ersten, die zur Lossprechung von Sünden berufen sind. Aus dieser Einsicht erwächst Barmherzigkeit, nicht Laxheit; Verständnis, nicht Relativismus. Christliche Barmherzigkeit entsteht nicht aus der Verharmlosung der Sünde, sondern aus einer realistischen Kenntnis des Menschen.
Es ist kein Zufall, dass das Evangelium seine schärfsten Worte nicht so sehr an offenkundige Sünder richtet, sondern an jene, die das Gesetz in ein Instrument der Unterdrückung verwandeln. Diese Mahnung Jesu, von berufsmäßigen laienhaften Moralisten so oft vergessen, besitzt eine erschreckende Aktualität:
„Weh auch euch, Gesetzeslehrern! Ihr ladet den Menschen Lasten auf, die sie kaum tragen können, selbst aber rührt ihr diese Lasten nicht einmal mit einem Finger an.“ (Lk 11,46)
Vor diesem Wort müsste jede oberflächliche „Unterwäsche-Theologie“ in sich zusammenbrechen. Denn das Problem ist nicht die Verteidigung der Moral, sondern der perverse Gebrauch der Moral als Instrument der Kontrolle, der Selbstrechtfertigung und der geistlichen Überlegenheit.
Eine Moral, die den Kontakt zur Liebe verliert, wird zur Ideologie. Eine Moral, die Sünden nach den eigenen Obsessionen auswählt, hört auf, christlich zu sein. Eine Moral, die die Hierarchie des Bösen ignoriert, endet darin, die schwersten Sünden zu schützen und die sichtbareren zu verfolgen.
Die „Unterwäsche-Theologie“ ist kein Zeichen der Treue zur Lehre, sondern Ausdruck eines tiefgreifenden Missverständnisses des Evangeliums. Sie verteidigt die katholische Moral nicht — sie verrät sie. Und paradoxerweise erweist sie gerade jener Kirche, die sie zu retten vorgibt, einen schlechten Dienst.
Zum Schluss ein konkretes, wirklich inkarniertes Beispiel: In den vergangenen Tagen hatte ich Gelegenheit, den Schmerz eines ausgezeichneten jungen Mannes aufzunehmen, der sich von einem anderen jungen Mann, den er geliebt hatte — und den er weiterhin liebte —, verraten und verlassen fühlte; mit ihm hatte er eine Beziehung geführt, die plötzlich und abrupt beendet worden war. Ein wirklicher, zerreißender Schmerz, der keine Belehrungen brauchte, sondern Zuhören. Habe ich moralische Urteile gefällt? Habe ich eine Kasuistik der Schuld erstellt oder diese Beziehung mit dem Maßstab abstrakter Moral vermessen? Keineswegs. Meine priesterliche Aufgabe bestand in diesem Moment darin, eine verwundete Seele aufzunehmen, ihren Schmerz zu sammeln und ihr — soweit möglich — zu helfen, nicht unter dem Gewicht von Enttäuschung und Verlassenheit zusammenzubrechen.
Ich wage mir nicht vorzustellen, welche „Lehre über die Reinheit“ dieser junge Mann erhalten hätte, wenn er sich an gewisse eifrige laienhafte Animatoren gewandt hätte, die sich mit lächelndem Gesicht und geschniegelt-polierter Sprache als katholische Formatoren präsentieren, um sich dann zu erlauben, den Präfekten des Dikasteriums für die Glaubenslehre öffentlich und mit Unverschämtheit zu beleidigen und wiederholt offizielle, vom Heiligen Vater approbierte Dokumente anzufechten.
Dieselben Personen, die in Videos Jugendlichen erklären, „wie weit man gehen darf“, haben in anderen Videos regelrechte Schmutzlaster über Kardinal Víctor Manuel Fernández ausgekippt — wegen eines Dokuments, das vom Papst approbiert wurde und somit einen authentischen Akt des Lehramtes darstellt —, eingeschlossen mit ihren Gefährten in der Logik einer Kirche „nach meinem Geschmack“, in der Autorität nur dann akzeptiert wird, wenn sie die eigenen Obsessionen bestätigt: vom Vetus Ordo Missae bis hin zur theologischen Abirrung einer „Miterlöserschaft“ Mariens.
Es ist daher angebracht, diese Laien daran zu erinnern — die einerseits festlegen, „wie weit man gehen darf“ gemäß ihrer Unterwäsche-Theologie und andererseits als Protagonisten der öffentlichen Verachtung legitimer kirchlicher Autorität auftreten —, dass die systematische, öffentliche und verächtliche Anfechtung des kirchlichen Lehramtes eine weit schwerere, ernstere und objektiv ungeordnetere Sünde darstellt als die affektive Fragilität zweier junger Menschen, die außerhalb der Ehe in einer Beziehung leben.
Ich sage dies ohne jede Zweideutigkeit — als Mensch, als Priester, als Theologe, als Beichtvater und als geistlicher Begleiter. Denn ich bin Priester und davor ein Sünder. Und dafür danke ich Gott, wie vor mir zwei andere große Sünder Gott gedankt haben: der heilige Paulus und der heilige Augustinus.
Amen.
Von der Insel Patmos, 13. Januar 2026
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Babamın ikinci evliliğini yapmasıyla birlikte üvey kız kardeşe sahip oldum porno indir Yeni kız kardeşim tembelin teki porno izle ne okula gidiyor ne ders çalışıyor seks hikaye Bulduğu her fırsatta okulu ekiyor bedava porno aile bireyleri bu yüzden ona çok kızıyor brazzers porno Bugün evde kimsecikler yokken bahçede biraz spor yapayım dedim sex hikayeleri Şans eseri kız kardeşimi gördüm okula gitmemiş odasında saklanıyor rokettube Ona bağırdım ve zorla okula gitmesini sağladım türk porno Evden çıktığı vakit bahçede sporuma başladım porno Kısa bir süre sonra telefonuma evdeki alarmın devre dışı kaldığına dair bildirim geldi ensest hikayeler Karşımda çıplak durması ve tahrik edici konuşmalarıyla beni sekse ikna etti.
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