Riscoprire la filosofia della cura: dall’accudimento alla persona al prendersi cura delle possibilità
/in Attualità/da Padre IvanoDiciassetti anni, ubriaca e drogata, violentata alle quattro di notte. Tutta colpa del patriarcato
/in Le brevi dei Padri/da Padre ArielDICIASSETTE ANNI, UBRIACA E DROGATA, VIOLENTATA ALLE QUATTRO DI NOTTE. TUTTA COLPA DEL PATRIARCATO
Se una ragazza di 17 anni esce drogata e ubriaca dalla discoteca alle quattro della notte chiedendo a due pusher tunisini di essere accompagnata a casa perché non si regge in piedi, alle spalle ha due disgraziati che hanno miserabilmente fallito come genitori ed educatori. Però bisogna dare la colpa al patriarcato, al maschilismo, alla società, volendo persino agli alieni e ai rettiliani, è più semplice e comodo, pur di non assumersi la responsabilità dei nostri disastrosi fallimenti familiari e sociali.
— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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In un angolo d’Italia una ragazza di 17 anni è uscita dalla discoteca alle quattro di notte senza essere in grado di mettersi alla guida della sua microcar con la quale era giunta attorno alle 22, tanto era ubriaca e fatta di cocaina.

Decide di lasciare la sua minivettura nel parcheggio della discoteca e chiedere un passaggio a due ragazzi sconosciuti, dei ventenni tunisini con vari precedenti penali per questioni legate allo spaccio di droga. Mentre erano per strada i due si fermano e, visto che c’erano, decidono di stuprarla.
Dinanzi a questo fatto vanno subito chiarite alcune cose: se una ragazza di 17 anni drogata e ubriaca chiede di essere accompagnata a casa da due sconosciuti alla quattro della notte perché non si regge in piedi, nessuno ha il diritto di stuprarla. Detto questo la devastante correttezza politica imperante non consente però di affermare che per inverso, se una ragazza di 17 anni non vuole correre seri rischi eviterà di uscire ubriaca e drogata dalla discoteca alle quattro della notte chiedendo un passaggio a due sconosciuti. Questa seconda affermazione non è lecita da farsi, perché non è letta come un invito alla prudenza ma come tentativo di limitare la libertà di certi giovani ai quali deve essere concesso tutto, nel bene e soprattutto nel male. Se poi accade qualcosa, a quel punto si vanno a ricercare le colpe negli altri.
Gravissimo errore indicare i due violentatori come tunisini, è puro razzismo. Bisogna nascondere la loro nazionalità per evitare discriminazioni e se dovesse venire fuori affrettarci a precisare che potevano essere anche due stupratori italiani, perché col surreale “potevano essere”, la vittima sarà sicuramente molto meno traumatizzata per lo stupro subìto. Ma soprattutto va chiarito che lo stupro consumato è colpa del patriarcato. Per saperne di più, o per montare tutte le proteste ideologiche e mediatiche del caso, basterà chiamare Elena, sorella della povera Giulia Cecchettin e suo padre Gino, ormai specializzati a invocare di tutto e di più, dal patriarcato al maschilismo, pur di non ammettere che se una ragazza di 17 anni esce drogata e ubriaca dalla discoteca alle quattro della notte chiedendo a due pusher tunisini di essere accompagnata a casa perché non si regge in piedi, alle spalle ha due disgraziati che hanno miserabilmente fallito come genitori ed educatori. Però bisogna dare la colpa al patriarcato, al maschilismo, alla società, volendo persino agli alieni e ai rettiliani, è più semplice e comodo, pur di non assumersi la responsabilità dei nostri disastrosi fallimenti familiari e sociali.
Dall’Isola di Patmos, 17 agosto 2025
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I Padri dell’Isola di Patmos
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È da oltre mezzo secolo che si cerca di giustificare la qualunque con la teoria dei Pontefici ingannati, non informati, messi dinanzi a fatti compiuti …
/in Le brevi dei Padri/da Monaco EremitaÈ DA OLTRE MEZZO SECOLO CHE SI CERCA DI GIUSTIFICARE LA QUALUNQUE CON LA TEORIA DEI PONTEFICI INGANNATI, NON INFORMATI, MESSI DINANZI A FATTI COMPIUTI …
Ci sono momenti in cui piacerebbe che le cose stessero in altro modo e che la colpa fosse degli altri. Diamo quindi pure la colpa al cardinale maltese Mario Grech, senza però dimenticare che il Sommo Pontefice dà l’assenso.
— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

Autore
Monaco Eremita
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Ho provato sincera tenerezza nel leggere sul portale Informazionecattolica.it un articolo breve ma incisivo, scritto e argomentato bene, nel quale si spiega che il discusso Giubileo LGBT sarebbe il classico colpo basso a totale insaputa del Santo Padre Leone XIV. Scrive l’Autore:

«C’è un’arte tutta curiale che consiste nel far dire al Papa ciò che il Papa non ha mai detto. Non si tratta di falsificare parole, ma di costruire scenografie. Inviti strategici, incontri fotografati, sorrisi immortalati, e il gioco è fatto: il giorno dopo i titoli saranno pronti, e il messaggio sarà lanciato – anche se il Pontefice non ha cambiato una virgola della dottrina» (cfr. articolo QUI).
ci sono momenti in cui piacerebbe che le cose stessero in altro modo e che la colpa fosse degli altri. Diamo quindi pure la colpa al cardinale maltese Mario Grech, senza però dimenticare che il Sommo Pontefice dà l’assenso. E Leone XIV non è Francesco, parla e legge inglese, a seguire spagnolo e italiano quasi come madrelingua. Presumo sappia che certi gesti hanno grande risonanza, se però non lo sa, o se non arriva a capirlo, in tal caso sarebbe un ingenuo. Poi, fosse anche trascinato dentro a certi giochi avrebbe comunque modo di correggerli o redarguire chi ce l’ha tirato dentro a sua insaputa, è già accaduto in passato con diversi suoi predecessori.
Ormai io sono “vecchio”, questo modo di fare, da una parte e dall’altra non mi appartiene più, per questo decisi a suo tempo di salvare la mia fede e la mia vocazione ritirandomi a vita eremitica.
Ancóra una volta pare che il nostro Padre Ariel abbia fatto centro, quando pochi giorni dopo l’elezione del Pontefice regnante concluse così un articolo che invito a rileggere oggi con gli occhi del presente:
«Dio benedica il Romano Pontefice, visto che in questa condizione di disastro potrebbe fare poco o niente. Però, dinanzi a una situazione disperata come la nostra, averci provato anche senza riuscirci, costituirà già merito di grazia e salvezza, attraverso la gloria del cristologico fallimento» (cfr. articolo QUI).
Dall’Eremo, 17 agosto 2025
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I Padri dell’Isola di Patmos
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Essere simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze
/in Omiletica/da Monaco Eremita
Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos
ESSERE SIMILI A QUELLI CHE ASPETTANO IL LORO PADRONE QUANDO TORNA DALLE NOZZE
I discepoli di Gesù vivono sulla terra, ma come pellegrini, mentre la loro residenza è nei cieli. Siamo, perciò, chiamati a un’attesa che tante volte ci supera.

Autore
Monaco Eremita
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«La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio».

Sono le parole iniziali della prima lettura di questa Domenica, tratte dal Libro della Sapienza, e ben preparano l’ascolto del brano evangelico qui sotto riportato:
«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”. Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”» (Lc 12,32-48).
I primi tre versetti dell’odierno Vangelo (12,32-34) fanno testo a sé, perché chiudono un’intera pericope consacrata all’insegnamento di Gesù sul possesso dei beni materiali. Essi sono il Suo invito finale, che si può cogliere solo se si ha in mente quanto è stato scritto appena prima nel Vangelo, ma non riportato nell’odierna liturgia, ovvero i versetti dal 22 al 31 del capitolo 12 di Luca. Quelli che invece seguono, facenti parte del brano odierno (vv. 35-48), sono da considerarsi come un’esortazione alla vigilanza. Sono un insieme di sentenze, di immagini e piccole parabole — l’esegeta Maggioni le chiama: «parabole accennate» — che hanno un comune denominatore: il ritorno del «Figlio dell’uomo», che, come si diceva, richiede vigilante attesa.
Per specificare questa attesa Gesù si paragona di volta in volta ad un Signore (ὁ κύριος, v. 36.37.43) che torna da un banchetto, arriva alla porta e bussa, quindi premia i servi rimasti svegli servendoli a tavola. Oppure a un ladro (ὁ κλέπτης, v. 39) che arriva ad un’ora che il padrone di casa (ὁ οἰκοδεσπότης) disconosce. O ancora a quel Signore che promuove di responsabilità un amministratore degno di fiducia e prudente (ὁ πιστὸς οἰκονόμος, ὁ φρόνιμος, v. 42). Tutte queste immagini infine, ci rivela Gesù, calzano alla figura di quel «Figlio dell’uomo [che] verrà nell’ora che non pensate» (v. 40).
Essere attenti e vigilanti a costo di perdere il sonno è decisivo, ma chi sono coloro che attendono? Nel brano Gesù parla di servi ed amministratori, ma ovunque nel testo le persone chiamate a vigilare sono indicate con la seconda persona plurale, come ad includere sia i discepoli che udirono allora il Signore, sia gli ascoltatori o lettori contemporanei del Vangelo, quindi anche noi: «voi siate pronti» (v. 35); «voi dovete essere simili a…» (v. 36); «voi tenetevi pronti» (v. 40). Infine emerge la risposta data a Pietro che aveva chiesto: «Questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore, rivelando una graduatoria di responsabilità nell’attesa, gli dice: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». In questo modo si precisa che se i destinatari dell’insegnamento, nel complesso, sono tutti i credenti, risalta tuttavia la responsabilità dei capi della comunità cristiana a cui Gesù dedica una specifica parabola.
Che il discorso sia rivolto alla Chiesa ed ai suoi responsabili risulta chiaro dai termini usati, i quali fanno riferimento a un contesto spazio temporale preciso, si tratti esso della casa, della notte o del tempo dilatato dell’attesa. Gesù parla di «fianchi cinti» (v.34), mentre la parola «casa» è citata esplicitamente e poi c’è la notte per via delle «lucerne accese» (v.35) e della «seconda e terza veglia» (v.38 in greco). Abbiamo qui un rimando al tema dell’Esodo — i «lombi cinti» sono un’esplicita citazione di Es 12,11 — dove la celebrazione pasquale avvenne di sera, in casa e in famiglia (Es 12,3). Viene evocata la frettolosa partenza dall’Egitto dei figli di Israele avvenuta di notte e sollevare i lembi del lungo abito orientale e legarlo ai fianchi con una cintura rendeva più agevole il cammino. Sembra che Gesù voglia esortare la Chiesa a mettersi in cammino, a fare un esodo, ma in realtà si tratta di un procedere in profondità più che in estensione, un viaggio che rende pronti a ricevere Colui che sta per giungere: il vero cammino lo fa il Signore che viene! Il centro dell’annuncio delle tre parabole è dunque la venuta del Signore e il nome del cammino a cui sono chiamati i discepoli è vigilanza. Infatti Gesù ha già dato indicazioni affinché essa non sia ostacolata da inutili ingombri quali la cupidigia (Lc 12,15), le preoccupazioni (Lc 12,22.26) e le paure (Lc 12,32) che occupano il cuore e tolgono libertà.
La parabola dei servi vigilanti (vv. 36-38) sembra essere la versione narrativa di una beatitudine ― «beati quei servi» (v. 37); «beati loro» (v.38) ― che potrebbe suonare così: «beati i servi vigilanti, perché il Signore stesso si farà loro servo». Il capovolgimento di valori presente nelle beatitudini è qui espresso nella paradossale figura del padrone che rientra a casa, anche a notte fonda, e, trovando svegli i suoi servi per aprirgli la porta e accoglierlo per salutarlo, lui stesso si mette a servirli. Ma questa è la logica di Gesù che capovolge le logiche mondane e che dovrebbe vigere nella comunità cristiana: «Chi è più grande? Chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).
Domina su tutta la narrazione un senso di imminenza per qualcosa che deve ancora accadere eppure implica tutt’altro che la staticità o lo stare fermi. Da tutto quanto abbiamo visto sopra sembra emergere una indeterminatezza, che però rende bene il senso dell’esperienza cristiana. I discepoli di Gesù vivono sulla terra, ma come pellegrini, mentre la loro residenza è nei cieli (Lettera a Diogneto). Siamo, perciò, chiamati ad un’attesa che tante volte ci supera. Il problema della vigilanza in queste brevi parabole, detto in altro modo, è quello del tempo, soprattutto del tempo quotidiano, feriale. Ogni giorno, qualsiasi giorno feriale, se colmo di attesa, è «giorno del Signore». Come nella parabola di Luca ogni giorno è buono per rimanere svegli, tenere le lampade accese e accogliere il Figlio dell’uomo che tornerà. Così ci invitava ad attendere la preghiera di Colletta di questa Domenica: «Non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna».
Dall’Eremo, 10 agosto 2025
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L’immancabile pianto da prefiche degli attivisti LGBT pronti a trasformare in polemico scontro ideologico persino un funerale
/in Le brevi dei Padri/da Padre ArielL’IMMANCABILE PIANTO DA PREFICHE DEGLI ATTIVISTI LGBT PRONTI A TRASFORMARE IN POLEMICO SCONTRO IDEOLOGICO PERSINO UN FUNERALE
E che Dio abbia oggi pietà delle loro anime e domani delle nostre, forse molto più peccatrici, perché può essere che questi due defunti, come i pubblicani e le prostitute a cui riguardo ci ammonisce Cristo, ci passino avanti nel regno dei cieli. Nessuno conosce il giudizio di Dio, però sappiamo dalle parole del Santo Vangelo cos’è bene e cosa è male, cos’è virtù e cos’è peccato.
— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Cosa avrebbe dovuto fare il parroco che ha celebrato il funerale dei due celebri gay morti in un terribile incidente stradale, forse magnificare il loro splendido “matrimonio”?

Questo il peccato di cui gli attivisti LGBT accusano il prete, quasi come avesse pronunciata una imperdonabile bestemmia contro lo Spirito Santo (cfr. Mt 12, 31-32), ossia aver parlato di «amicizia» anziché «amore», ignorando in modo doloso e disumano che i due erano «sposi» e non «amici» (!?). Queste le contestazioni mosse dagli immancabili attivisti, fatte ovviamente — superfluo a dirsi ma lo dico lo stesso — con pianti da prefiche professioniste (vedere QUI).
Personalmente avrei accettato di celebrare le esequie solo in forma privata, a porte chiuse, per un preciso motivo: perché per esperienza pastorale ormai consolidata sappiamo che queste occasioni si mutano in teatrini LGBT per reclamare direttamente dentro le chiese cose inaccettabili poiché contrarie alla dottrina e alla morale cattolica, nonché di piagnistei in salsa ideologica da parte di lobbisti politicizzati alla massima potenza pronti a criticare la dottrina e il magistero della Chiesa che chiunque — beninteso — ha il diritto di rigettare, non però di piegare ai propri capricci, questo nessuno può chiederlo né pretenderlo, se davvero si vuol essere coerenti. O che forse, noi preti e teologi, andiamo al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli a pretendere che insegnino le meraviglie delle virtù eterosessuali? A nessuno di noi passerebbe per la mente di pretendere o peggio fare una assurdità simile.
E adesso avanti coi commenti dei catto-arcobalenati: “ma se c’è l’ammmore … quel che conta è l’ammmore … Gesù predicava l’ammmore …”. Sì, predicava l’amore inteso come Χάρις (charis) parola greca dai plurimi significati: grazia, bellezza, amabilità … Gesù predicava questo genere di amore-charis invitando a passare per la porta stretta (cfr. Lc 13, 22-24); predicava l’amore-charis invitando a rinnegare noi stessi — vale a dire il peccato — e a prendere ciascuno la propria croce (cfr. Mc 8,34), non certo a prenderlo nel culo.
E qui i catto-arcobalenati urleranno “al prete volgare”, forse vergando le solite lettere indignate all’Autorità Ecclesiastica scritte senza neppure essersi lavati le mani al termine delle loro pratiche ludiche, pur di non ammettere che la volgarità non è costituita dalla mia parola “culo” espressa per inciso in modo retorico mediante una evidente iperbole paolina; la volgarità è costituita da due uomini che giocano a marito e moglie. Volgari, ma oltre che volgari privi pure di senso d’umana misura, sono coloro che vorrebbero costringere la Chiesa ad approvare certi disordini, che chiunque resta libero di praticare, come io resto libero di considerarli tali, senza impedire a nessuno di vivere la sessualità che meglio desidera, senza dare giudizi morali a chicchessia, se non espressamente richiesti dal diretto interessato in sede privata. E anche quando richiesti in sede privata li ho sempre espressi con estrema delicatezza nei rapporti con la singola persona, tenendo sempre presente che è mio cristologico mandato combattere il peccato ma accogliere sempre il peccatore, mentre nessuno può chiedermi invece di benedire il peccato, di affermare che il male è bene e che il bene è male, né sono disposto a prendere sul serio, ma all’occorrenza solo in giro qualche povero gay sfranto che vorrebbero relegare, con tanto di assurdi richiami alla dottrina e al diritto canonico, certi disordini morali nella sfera strettamente privata delle persone.
E che Dio abbia oggi pietà delle loro anime domani delle nostre forse più peccatrici, perché questi due defunti, come Cristo ammonisce, potrebbero anche passarci avanti come i pubblicani e le prostitute nel regno dei cieli (cfr. Mt 21, 28-32). Nessuno conosce il giudizio di Dio, ma dalle parole del Santo Vangelo sappiamo cos’è bene e cos’è male, cos’è virtù e cos’è peccato. Non andrebbe poi dimenticato che nella sua predicazione il Divin Maestro fa richiamo a inferno e dannazione per decine di volte.
Scontata la replica emotiva del catto-arcobalenato: «Sì, però ci sono cose peggiori», «Sì, però molti altri fanno peggio …». Forse questa gente non ha bisogno neppure di confessarsi, non solo perché il prete — a partire da chi scrive — è più peccatore di loro, ma perché gli altri commetterebbero sempre e in ogni caso peccati peggiori. Mai dirgli che il loro non è un pensiero cattolico ma un cattolicesimo stravagante alla come-mi-pare, perché a quel punto la lettera di protesta per i nostri vescovi sarà già pronta e …
dinanzi allo laico prepotente, purché ei sia compiaciuto
pur se intriso in marcio torto in dottrina e moral,
li boni ‘piscopi d’ultima e penultima generazione
non esitan far delli preti loro orrida carne da macello
(Episcopi disgraziati, inedito di Dante rinvenuto di recente).
Malgrado i tempi di vacche magre episcopali io sono stato benedetto: il Vescovo mio non è una vacchetta smunta macilenta ma un vitellone di pura razza lucana e con lui certi soggetti, indistintamente etero od homo, andrebbero a bussare a vuoto, perché è intelligente e geloso dei propri preti. Per questo è bene non fargli perder tempo, perché si finirebbe per rendersi conto che parlargli male inutilmente dei suoi preti è proprio tempo perso, ma chi lo vuol perdere, che s’accomodi pure.
Dall’Isola di Patmos, 4 agosto 2025
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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
Creatrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI

