Il mostro di Frankenstein e i pericoli del transumanesimo moderno – Frankenstein’s monster and the dangers of modern transhumanism – O monstro de Frankenstein e os perigos do transumanismo moderno

(texto original em português / english text after the portuguese originaly)

 

IL MOSTRO DI FRANKENSTEIN E I PERICOLI DEL TRANSUMANESIMO MODERNO

Le implicazioni etiche di Frankenstein e del moderno transumanesimo sono profonde. In Frankenstein, la creazione della vita artificiale solleva interrogativi sulla responsabilità del creatore e sui diritti delle creature. Allo stesso modo, il transumanesimo sfida i concetti tradizionali di identità, dignità e valore intrinseco della vita umana.

— Riflessioni pastorali —

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L’opera Frankenstein di Mary Shelley, pubblicata nel 1818, racconta la storia di uno scienziato che sfida i limiti naturali creando la vita artificialmente, dando vita a un mostro che diventa una minaccia sia per lui che per la società.

Nel mondo contemporaneo, il transumanesimo emerge come un movimento che cerca di superare i limiti umani attraverso la tecnologia.

Il transumanesimo è un movimento filosofico e scientifico che propone l’uso della tecnologia per trasformare la condizione umana, migliorandone le capacità fisiche, intellettuali e psicologiche. Le promesse del transumanesimo includono la sconfitta delle malattie, l’aumento della longevità, l’espansione dell’intelligenza e il miglioramento delle capacità sensoriali e motorie.

I pericoli del transumanesimo sono altrettanto significativi. Le principali preoccupazioni riguardano la perdita dell’identità umana, la disuguaglianza sociale aggravata dall’accesso ineguale alle tecnologie, i rischi per la sicurezza associati alle nuove biotecnologie e le implicazioni etiche della modifica genetica degli esseri umani. Inoltre, si teme l’emergere di una nuova forma di eugenetica e la creazione di un divario ancora più grande tra ricchi e poveri.

Mary Shelley, in Frankenstein, solleva interrogativi sulle conseguenze imprevedibili della manipolazione della vita. Victor Frankenstein, creando il mostro, sfida i limiti naturali e subisce le conseguenze della sua arroganza scientifica. Il mostro, abbandonato e incompreso, diventa una forza distruttiva, riflesso della responsabilità morale ed etica che accompagna la creazione artificiale della vita.

Le preoccupazioni di Shelley sono simili ai pericoli del moderno transumanesimo, in cui la ricerca del superamento dei limiti umani può avere conseguenze indesiderate e dannose. Entrambi i contesti evidenziano il pericolo di una scienza senza confini etici e la necessità di considerare le implicazioni a lungo termine delle nostre innovazioni tecnologiche.

Le implicazioni etiche di Frankenstein e del moderno transumanesimo sono profonde. In Frankenstein, la creazione della vita artificiale solleva interrogativi sulla responsabilità del creatore e sui diritti delle creature. Allo stesso modo, il transumanesimo sfida i concetti tradizionali di identità, dignità e valore intrinseco della vita umana.

Da un punto di vista teologico, entrambe le narrazioni mettono in discussione la posizione dell’essere umano come co-creatore insieme a Dio. La visione cattolica sostiene che la vita umana è sacra e che esistono limiti etici all’intervento tecnologico sulla natura umana. Modificare geneticamente gli esseri umani o creare vita artificiale può essere visto come un tentativo di usurpare il ruolo di Dio, mettendo a rischio la dignità umana e l’ordine morale stabilito.

Gli esseri umani sono creati a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1,27), il che conferisce a ogni persona un’intrinseca dignità. Modificare geneticamente gli esseri umani o creare vita artificiale può essere visto come un tentativo di usurpare il ruolo di Dio, mettendo a repentaglio la dignità di Dio e l’ordine morale da Lui stabilito. Inoltre, il Salmo 139:13-14 sottolinea l’intima e divina partecipazione di Dio nella creazione della vita umana:

«Tu hai creato le mie reni, mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo, meraviglioso; meravigliose sono le tue opere!».

Questi testi biblici sostengono la tesi secondo cui l’intervento umano nella creazione deve rispettare i limiti stabiliti da Dio, preservando la sacralità e l’integrità della vita.

La visione cattolica può dare un contributo significativo al dibattito sui limiti della tecnologia e della dignità umana, sottolineando la sacralità della vita e l’importanza di un’etica basata sulla dignità umana. La Chiesa cattolica sostiene un approccio prudente ed etico alla scienza e alla tecnologia, nel rispetto dei limiti naturali e dell’integrità della persona umana. Il documento vaticano Dignitas Personae rafforza questa posizione affermando che «l’essere umano deve essere rispettato e trattato come persona fin dal concepimento” (cfr. n. 4) e che «la scienza e la tecnologia devono essere ordinate al bene della persona umana e alla sua integrità» (cfr. n. 3). Questo documento sottolinea che qualsiasi progresso scientifico deve essere valutato alla luce del rispetto della dignità umana, evitando pratiche che manchino di rispetto alla vita o che possano portare a un’eccessiva manipolazione della condizione umana.

La prospettiva cattolica può offrire un necessario equilibrio tra innovazione e responsabilità, promuovendo l’uso della tecnologia per il bene comune e lo sviluppo integrale dell’essere umano, senza compromettere la dignità o creare disuguaglianze. Difendendo la dignità intrinseca di ogni persona, la Chiesa può contribuire a orientare lo sviluppo tecnologico in modi che vadano a beneficio di tutta l’umanità, specialmente dei più vulnerabili.

La visione cattolica offre una preziosa guida etica, sottolineando la dignità umana e i limiti necessari per garantire che il progresso tecnologico serva il bene comune senza compromettere l’essenza della condizione umana, l’immagine di Dio.

Jundiaì, 31 agosto 2025

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FRANKENSTEIN’S MONSTER AND THE DANGERS OF MODERN TRANSHUMANISM

The ethical implications of Frankenstein and modern transhumanism are profound. In Frankenstein, the creation of artificial life raises questions about the creator’s responsibility and the rights of creatures. Likewise, transhumanism challenges traditional concepts of identity, dignity, and the intrinsic value of human life.

— pastoral reflections —

Autor
Eneas De Camargo Bête

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Mary Shelley’s “Frankenstein”, published in 1818, tells the story of a scientist who challenges natural limits by creating life artificially; creating a monster that becomes a threat to both himself and society.

In the contemporary world, transhumanism emerges as a movement that seeks to overcome human limitations through technology.

Transhumanism is a philosophical and scientific movement that proposes the use of technology to transform the human condition by enhancing physical, intellectual, and psychological capabilities. The promises of transhumanism include the eradication of disease, increased longevity, increased intelligence, and improved sensory and motor skills.

The dangers of transhumanism are equally significant. The main concerns include the loss of human identity, social inequality exacerbated by unequal access to technology, the security risks associated with new biotechnologies, and the ethical implications of genetic modification of humans. Furthermore, there are fears of the emergence of a new form of eugenics and the creation of an even greater gap between rich and poor.

Mary Shelley, in Frankenstein, raises questions about the unpredictable consequences of the manipulation of life. Victor Frankenstein, in creating the monster, challenges natural limits and suffers the consequences of his scientific arrogance. The monster, abandoned and misunderstood, becomes a destructive force, reflecting the moral and ethical responsibility that accompanies the artificial creation of life.

Shelley’s concerns are similar to the dangers of modern transhumanism, in which the pursuit of transcending human limitations can have unintended and harmful consequences. Both contexts highlight the danger of a science without ethical boundaries and the need to consider the long-term implications of our technological innovations.

The ethical implications of Frankenstein and modern transhumanism are profound. In Frankenstein, the creation of artificial life raises questions about the creator’s responsibility and the rights of creatures. Likewise, transhumanism challenges traditional concepts of identity, dignity, and the intrinsic value of human life.

Theologically, both narratives question the position of the human being as a co-creator with God. The Catholic view holds that human life is sacred and that there are ethical limits to technological intervention in human nature. Genetically modifying humans or creating artificial life can be seen as an attempt to usurp God’s role, jeopardizing human dignity and the established moral order.

Humans are created in the image and likeness of God (cf. Gen 1:27), which gives each person an intrinsic dignity. Genetically modifying humans or creating artificial life can be seen as an attempt to usurp God’s role, jeopardizing God’s dignity and the moral order He established. Furthermore, Psalm 139:13-14 emphasizes God’s intimate and divine participation in the creation of human life:

«For it was you who formed my inward parts; you knit me together in my mother’s womb. I praise you, for I am fearfully and wonderfully made. Wonderful are your works; that I know very well».

These biblical texts support the thesis that human intervention in creation must respect the limits established by God, preserving the sacredness and integrity of life.

The catholic vision can make a significant contribution to the debate on the limits of technology and human dignity by emphasizing the sacredness of life and the importance of an ethic based on human dignity. The Catholic Church advocates a prudent and ethical approach to science and technology, respecting natural limits and the integrity of the human person. The Vatican document Dignitas Personae reinforces this position by stating that «the human being must be respected and treated as a person from conception» (no. 4) and that «science and technology must be ordered to the good of the human person and to his or her integrity» (no. 3). This document emphasizes that any scientific progress must be evaluated in light of respect for human dignity, avoiding practices that disrespect life or that could lead to excessive manipulation of the human condition.

The catholic perspective can offer a necessary balance between innovation and responsibility, promoting the use of technology for the common good and integral human development, without compromising dignity or creating inequalities. By defending the intrinsic dignity of every person, the Church can help guide technological development in ways that benefit all humanity, especially the most vulnerable. The catholic vision offers valuable ethical guidance, emphasizing human dignity and the necessary limits to ensure that technological progress serves the common good without compromising the essence of the human condition, the image of God.

Jundiaì, 31 agosto 2025

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O MONSTRO DE FRANKENSTEIN E OS PERIGOS DO TRANSUMANISMO MODERNO

As implicações éticas de Frankenstein e do transumanismo moderno são profundas. Em “Frankenstein”, a criação de vida artificial levanta questões sobre a responsabilidade do criador e os direitos da criatura. Similarmente, o transumanismo desafia conceitos tradicionais de identidade, dignidade e o valor intrínseco da vida humana.

Reflexões pastorais

Author
Eneas De Camargo Bête

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A obra “Frankenstein” de Mary Shelley, publicada em 1818, narra a história de um cientista que desafia os limites naturais ao criar vida artificialmente, resultando em um monstro que se torna uma ameaça tanto para ele quanto para a sociedade.

No mundo contemporâneo, o transumanismo surge como um movimento que busca superar as limitações humanas por meio da tecnologia.

O transumanismo é um movimento filosófico e científico que propõe o uso da tecnologia para transformar a condição humana, melhorando capacidades físicas, intelectuais e psicológicas. As promessas do transumanismo incluem a superação de doenças, o aumento da longevidade, a ampliação da inteligência e o aprimoramento das capacidades sensoriais e motoras.

No entanto, os perigos do transumanismo são igualmente significativos. As principais preocupações incluem a perda de identidade humana, a desigualdade social exacerbada pelo acesso desigual às tecnologias, os riscos de segurança associados a novos biotecnologias, e as implicações éticas de modificar geneticamente seres humanos. Além disso, há temores sobre o surgimento de uma nova forma de eugenia e a criação de uma divisão ainda maior entre ricos e pobres.

Mary Shelley, em Frankenstein, levanta questões sobre as consequências imprevisíveis da manipulação da vida. Victor Frankenstein, ao criar o monstro, desafia os limites naturais e sofre as consequências de sua arrogância científica. O monstro, abandonado e incompreendido, se torna uma força destrutiva, refletindo a responsabilidade moral e ética que acompanha a criação artificial da vida.

As preocupações de Shelley se assemelham aos perigos do transumanismo moderno, onde a busca pela superação das limitações humanas pode resultar em consequências não intencionais e prejudiciais. Ambos os contextos destacam o perigo de uma ciência sem limites éticos e a necessidade de considerar as implicações a longo prazo de nossas inovações tecnológicas.

As implicações éticas de Frankenstein e do transumanismo moderno são profundas. Em “Frankenstein”, a criação de vida artificial levanta questões sobre a responsabilidade do criador e os direitos da criatura. Similarmente, o transumanismo desafia conceitos tradicionais de identidade, dignidade e o valor intrínseco da vida humana.

Do ponto de vista teológico, ambas as narrativas questionam a posição do ser humano como co-criador com Deus. A visão católica sustenta que a vida humana é sagrada e que há limites éticos para a intervenção tecnológica na natureza humana. Modificar geneticamente humanos ou criar vida artificial pode ser visto como uma tentativa de usurpar o papel de Deus, colocando em risco a dignidade humana e a ordem moral estabelecida.

A Bíblia afirma que o ser humano é criado à imagem e semelhança de Deus (cf. Gn 1,27), conferindo uma dignidade intrínseca a cada pessoa. Modificar geneticamente humanos ou criar vida artificial pode ser visto como uma tentativa de usurpar o papel de Deus, colocando em risco essa dignidade e a ordem moral estabelecida por Ele. Além disso, o Salmo 139,13-14 destaca a íntima e divina participação de Deus na criação da vida humana:

«Tu criaste o íntimo do meu ser e me teceste no ventre de minha mãe. Eu te louvo porque me fizeste de modo especial e admirável; tuas obras são maravilhosas!».

Esses textos bíblicos fundamentam a visão de que a intervenção humana na criação deve respeitar os limites estabelecidos por Deus, preservando a sacralidade e a integridade da vida.

A visão católica pode contribuir significativamente para a discussão sobre os limites da tecnologia e a dignidade humana ao enfatizar a sacralidade da vida e a importância de uma ética baseada na dignidade humana. A Igreja Católica advoga por uma abordagem prudente e ética à ciência e tecnologia, respeitando os limites naturais e a integridade da pessoa humana. O documento Dignitas Personae (Dignidade da Pessoa) do Vaticano reforça essa posição ao afirmar que «o ser humano deve ser respeitado e tratado como uma pessoa desde o momento da concepção» (n. 4) e que «a ciência e a tecnologia devem ser ordenadas ao bem da pessoa humana e à sua integralidade» (n. 3). Esse documento destaca que qualquer avanço científico deve ser avaliado à luz do respeito à dignidade humana, evitando práticas que desrespeitem a vida ou que possam levar a uma manipulação excessiva da condição humana.

A perspectiva católica pode oferecer um equilíbrio necessário entre inovação e responsabilidade, promovendo o uso da tecnologia para o bem comum e o desenvolvimento integral do ser humano, sem comprometer a dignidade ou criar desigualdades. Ao defender a dignidade intrínseca de cada pessoa, a Igreja pode ajudar a orientar o desenvolvimento tecnológico de forma que beneficie toda a humanidade, especialmente os mais vulneráveis.

A visão católica oferece uma orientação ética valiosa, enfatizando a dignidade humana e os limites necessários para garantir que o progresso tecnológico sirva ao bem comum sem comprometer a essência da condição do ser humano, imagem de Deus.

Jundiaì, 31 Agosto 2025

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Riscoprire la filosofia della cura: dall’accudimento alla persona al prendersi cura delle possibilità

RISCOPRIRE LA FILOSOFIA DELLA CURA: DALL’ACCUDIMENTO ALLA PERSONA AL PRENDERSI CURA DELLE POSSIBILITÀ1

L’accudimento è un elemento essenziale di ogni consorzio umano civile, il grado di sviluppo di una società matura si riconosce non tanto dalla sua capacità di fare o di creare ma nella sua capacità di prendersi cura degli altri. Anche nell’ipotesi del migliore dei mondi possibili in cui siano state finalmente abolite le guerre, le povertà e le malattie, l’imperativo alla cura resta immutato dentro quella componente umana, troppo umana ma anche felicemente umana che ci permette di mantenerci autentici.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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L’autenticità come perdita di tempo. Il tempo estivo è quel momento propizio per riscoprire il senso più genuino “del sé”.

E questo non soltanto come realtà psicologica comprendente la consapevolezza e la percezione che un individuo ha di sé stesso ma proprio come soggetto ontologico che riflette e fa memoria sul proprio essere. L’estate è quel tempo opportuno per ricentrarsi sulla propria umanità, non è un tempo di inerzia o di pigrizia come per molto tempo è stato considerato ma è un tempo in cui la coscienza di arricchisce e si approfondisce.

È proprio dell’essere umano, infatti, formulare interrogativi e porre domande che toccano la propria essenza.  I nostri antichi padri del pensiero si erano accorti che ognuno di noi è capace di filosofeggiare sulla propria esistenza: sull’essere e sull’esserci.

Questo percorso di ricerca non può che riguardare le scelte individuali e quotidiane, le situazioni che oppongono delle obiezioni e a cui bisogna dare un senso, fino ad arrivare alla contemplazione senza giudizio di quel bene e di quel male con cui ogni uomo è impastato e che lo rende così unico e raro tanto da caratterizzarlo all’interno di una tensione verso la verità, tra il tormento e la grazia. C’è da riconoscere che oggi sempre più raramente desideriamo filosofeggiare su noi stessi e sul mondo che ci circonda e questo è oggettivamente e filosoficamente un male. Consideriamo tutto ciò come una perdita di tempo inutile e privilegiamo le strategie e le soluzioni facili ― last minute ― cadendo in quel peccato dell’uomo moderno che è identificabile in un’esistenza inautentica.

Quando non sono capace a determinarmi, altri prenderanno il mio posto e lo faranno per me, insieme a tutte quelle realtà che il mondo moderno dispone a questo proposito: addormentare la coscienza critica per vivere un continuo presente fatto di una successione compulsiva di eventi che mi lasciano spettatore passivo e tristemente compiaciuto.

Il pensiero filosofico ci permette di porre un freno a questo vorticoso turbinio di eventi, esso è capace di distinguere tra verità e autenticità ed è proprio nell’autenticità che scorgiamo più profondamente l’individuo nel suo essere soggetto ontologico, nel mantenersi fedele a sé stesso e quindi alla propria natura umana. Per certi versi l’autenticità dell’uomo è il saper essere coerenti in quella ricerca della verità e di senso.

Martin Heidegger, rimprovera all’uomo il rischio di cadere nella non autenticità per i tanti doveri, obblighi e impegni nei quali vive e che lo allontanano da sé stesso e dagli altri. Abbiamo tutti troppo da fare per preoccuparci di essere e di esistere, di esserci e di esistere nella vita degli altri.

L’uomo autentico, che è capace di inseguire la verità del proprio essere, ama la lentezza, che è un po’ quella capacità di saper perdere il tempo per poterlo poi ritrovare non in senso quantitativo ma qualitativo. E una logica oggi impopolare quella del perdere per guadagnare e se ci pensiamo le cose più importanti della vita dell’uomo sembrano essere costantemente in perdita per poter funzionare a dovere, per crescere e svilupparsi armonicamente.

Mi capita spesse volte di rivolgere alle coppie di coniugi in stanca matrimoniale queste due semplici domande: «Quanto tempo dedichi a tuo marito/moglie?»; «Quanto tempo sapete ritagliarvi nella vostra giornata per stare insieme?» La risposta è quasi sempre la medesima, salvo piccole varianti: «Padre non abbiamo tempo, siamo troppo impegnati, siamo troppo indaffarati». Queste risposte sono il segnale di una autenticità personale e di coppia che sta soffrendo, di un essere che non è più.

Stesso discorso lo possiamo fare in ambiti differenti: tra figli e genitori, tra amici e colleghi di lavoro. Anche all’interno della Chiesa il bisogno di autenticità tocca la persona dei consacrati e dei fedeli. La non autenticità dell’essere è come la ruggine che corrode l’umanità di ciascuno con il rischio di diventarne talmente parte di essa che è poi difficile distinguerla da quello che è autentico. È solo nell’autenticità che io mi permetto di essere e di esserci, di conoscere me stesso e l’altro. Non sono le cose da sbrigare che mi determinarono, non sono i ruoli con cui mi presento al mondo che mi identificano o quello che gli altri mi caricano sulle spalle attraverso mille aspettative.

L’autentico soggetto ontologico che racchiude la verità di me stesso e il medesimo che mi permette di conoscere e dialogare con la verità dell’altro, ma per far questo occorre saper perdere tempo, camminare con lentezza, che è la vera forma della memoria come scriveva Milan Kundera. Il saper filosofeggiare dei nostri antichi padri comprendeva tutto questo, il cui guadagno consisteva anzitutto in una perdita di tempo che era capace di curare e di accudire la persona.

La cura come possibilità di essere e di esserci. Tutti siamo bisognosi di cura, così come tutti possiamo essere i soggetti attivi di una cura. La cura non è solo una prerogativa dei deboli e dei fragili ma fa parte di ogni essere uomo che viene al mondo, nella consapevolezza di non poter vivere come un assoluto a sé stesso.

Il mito dell’uomo che «non deve chiedere mai» indipendentemente dal suo essere maschio o femmina ― è appunto un miraggio dell’ideologia del benessere, di chi presume di potersi fare da solo, un mito prometeico di assoluto che abbiamo visto naufragare proprio con l’evento pandemico di alcuni anni fa che ha messo in crisi questa modalità di vedere l’uomo moderno come invincibile e padrone di sé. L’accudimento è un elemento essenziale di ogni consorzio umano civile, il grado di sviluppo di una società matura si riconosce non tanto dalla sua capacità di fare o di creare ma nella sua capacità di prendersi cura degli altri. Anche nell’ipotesi del migliore dei mondi possibili in cui siano state finalmente abolite le guerre, le povertà e le malattie, l’imperativo alla cura resta immutato dentro quella componente umana, troppo umana ma anche felicemente umana che ci permette di mantenerci autentici. Ne è un esempio l’immagine evocativa di Anchise portato in braccio dal figlio Enea che la mitologia antica ha individuato come icona della virtù della pietà ― precedente e anticipatrice della pietas cristiana ― e che comprende e racchiude il dovere, la devozione e l’affetto, caratteristiche tutte che ritroviamo nella cura verso gli altri qui racchiuse nell’autenticità di una relazione tra padre e figlio.

Forse è necessario ritornare a riscoprire una filosofia della cura per poter successivamente elaborare un’etica efficace della cura: la consapevolezza di perdere tempo sapendo che «aver cura significa prendersi a cuore, preoccuparsi con premura» (cf. L. Mortari, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015), così come il gesto di Enea suggerisce. Colui che curandosi del vecchio padre, dopo la disfatta di Troia, viene reciprocamente da lui custodito in quella stretta dei Penati, le divinità protettrici della famiglia, nelle mani del vecchio genitore.

Perché questi richiami? Perché il saper filosofeggiare ci permette di leggere e di interpretare il presente che ci circonda fuggendo la non autenticità e la distorsione della verità dell’essere che risiede come evenienza per ogni uomo. Tutti noi ricordiamo i casi di cronaca recente di Laura Santi e di don Matteo Balzano, ebbene sono proprio queste due vite spezzate dal suicidio che rendono doveroso un sapersi fermare e interrogare sull’importanza che ogni uomo ha e sulla cura che ogni uomo merita di avere. Delle domande non possono che essere formulate davanti a queste due vite che non sono più, non per cercare facili consolazioni e inutili responsabilità ma per sottolineare ancora una volta come preferiamo spesso accomodarci sull’inganno della non autenticità che sulla faticosa perdita di tempo che il curare comporta.  

Quando una società civile si abbandona nell’illusione di normalizzare e regolamentare il suicidio di un uomo ― inteso anche come scelta eutanasica ― in base a giustificazioni che fanno capo a circostanze dispotiche e capricciose o a una necessità ineludibile, ebbene siamo al vertice della non autenticità dell’uomo e quindi al capolinea della sua disumanizzazione e della negazione del suo essere ontologico, l’anti-uomo per eccellenza. M. Heidegger parlava di «prendersi cura delle possibilità» (cf. Heidegger, Segnavia, (1967), Adelphi, Milano 2002, p. 21), intendendo come l’uomo abbia la possibilità di aspirare e realizzare la migliore forma di vita possibile, realizzando quella capacitività del suo essere che non si limita al solo esistere ma è caratterizzata da una progettualità, da un divenire più ampio di esistenza: «l’essere nell’esserci». Ed è proprio questo divenire più ampio di esistenza, l’autentica cura che il mondo moderno deve saper riscoprire come elemento di civiltà e di umanizzazione davanti al pericolo della negazione dell’essere che vede il suicidio come tollerabile e la malattia grave come fatalità da cui non è più possibile uscire.

La possibilità di aspirare e di realizzare una migliore forma possibile è quello che permette all’uomo di poter stare in ogni contesto e situazione della sua esistenza, aprendo porte che fino a quel momento sembravano chiuse, superando ostacoli apparentemente insormontabili. Il sapersi riconoscere uniti l’uno all’altro smuove il coraggio di promuovere ampie possibilità di umanizzazione, di responsabilità, di incoraggiamento e di sostegno della propria autentica identità.

Proviamo ancora a filosofeggiare ed immaginiamo diversi ambiti dove anche ciascuno di noi vive e lavora. Forse certe situazioni che ci appaiono difficoltose o disperate sono caratterizzate non tanto dalla cattiveria, dall’invidia o del cieco fato ma dalla mancanza di sapersi prendere cura e di sentirsi oggetto di una cura premurosa e attenta. Come è possibile farci portatori di quell’essere nell’esserci all’interno di una situazione di malattia terminale o di oppressione e disperazione mortale che svuota di ogni senso? In altre parole, quale responsabilità abbiamo davanti a questi bisogni di cura più o meno espressi, più o meno coscienti e consapevoli? La cura dell’esserci è anzitutto gratuità e desiderare ardentemente di perdere tempo e di compromettersi con l’altro con rispetto, senza pretesa di dominio o di imposizione. La cura richiede coraggio che al giorno d’oggi più che mai si esprime come atto politico nel senso originario del termine.

Joan C. Tronto, una delle voci più autorevoli nella riflessione contemporanea sulla filosofia della cura, sottolinea come questa rappresenti una tra le pratiche basilari per una buona convivenza democratica e per una giustizia sociale non ideologica e questo è vero ma non ancora sufficientemente compreso perché ancora relegato ad ambiti circoscrittiti come quelli familiari, privati o confessionali.

Ricordiamoci questo e ritorniamo a filosofeggiare e a pensare che dietro le proposte apparentemente pietose dell’eutanasia e della facile commozione per coloro che con un gesto estremo ci hanno lasciato, esiste l’opzione della cura che ci permette di «riparare il nostro mondo così da poterci vivere nel modo migliore possibile», quel mondo che include tutto: i nostri corpi, le nostre identità personali, il nostro ambiente. (cf. B. Fisher, J.C. Tronto, Toward a Feminist Theory of Caring, in E. Abel, M. Nelon, Circles of Care, SUNY Press, Albania 1990, p. 40).

Sanluri, 18 agosto 2025

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1 Articolo liberamente tratto dal quadrimestrale di filosofia pratica La chiave di Sophia, N.27 Anno X Giu-Ott 2025, cfr. articoli di Elisa Giraud e Chiara Frezza.

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Diciassetti anni, ubriaca e drogata, violentata alle quattro di notte. Tutta colpa del patriarcato

DICIASSETTE ANNI, UBRIACA E DROGATA, VIOLENTATA ALLE QUATTRO DI NOTTE. TUTTA COLPA DEL PATRIARCATO

Se una ragazza di 17 anni esce drogata e ubriaca dalla discoteca alle quattro della notte chiedendo a due pusher tunisini di essere accompagnata a casa perché non si regge in piedi, alle spalle ha due disgraziati che hanno miserabilmente fallito come genitori ed educatori. Però bisogna dare la colpa al patriarcato, al maschilismo, alla società, volendo persino agli alieni e ai rettiliani, è più semplice e comodo, pur di non assumersi la responsabilità dei nostri disastrosi fallimenti familiari e sociali.

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

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In un angolo d’Italia una ragazza di 17 anni è uscita dalla discoteca alle quattro di notte senza essere in grado di mettersi alla guida della sua microcar con la quale era giunta attorno alle 22, tanto era ubriaca e fatta di cocaina.

Decide di lasciare la sua minivettura nel parcheggio della discoteca e chiedere un passaggio a due ragazzi sconosciuti, dei ventenni tunisini con vari precedenti penali per questioni legate allo spaccio di droga. Mentre erano per strada i due si fermano e, visto che c’erano, decidono di stuprarla.

Dinanzi a questo fatto vanno subito chiarite alcune cose: se una ragazza di 17 anni drogata e ubriaca chiede di essere accompagnata a casa da due sconosciuti alla quattro della notte perché non si regge in piedi, nessuno ha il diritto di stuprarla. Detto questo la devastante correttezza politica imperante non consente però di affermare che per inverso, se una ragazza di 17 anni non vuole correre seri rischi eviterà di uscire ubriaca e drogata dalla discoteca alle quattro della notte chiedendo un passaggio a due sconosciuti. Questa seconda affermazione non è lecita da farsi, perché non è letta come un invito alla prudenza ma come tentativo di limitare la libertà di certi giovani ai quali deve essere concesso tutto, nel bene e soprattutto nel male. Se poi accade qualcosa, a quel punto si vanno a ricercare le colpe negli altri.

Gravissimo errore indicare i due violentatori come tunisini, è puro razzismo. Bisogna nascondere la loro nazionalità per evitare discriminazioni e se dovesse venire fuori affrettarci a precisare che potevano essere anche due stupratori italiani, perché col surreale “potevano essere”, la vittima sarà sicuramente molto meno traumatizzata per lo stupro subìto. Ma soprattutto va chiarito che lo stupro consumato è colpa del patriarcato. Per saperne di più, o per montare tutte le proteste ideologiche e mediatiche del caso, basterà chiamare Elena, sorella della povera Giulia Cecchettin e suo padre Gino, ormai specializzati a invocare di tutto e di più, dal patriarcato al maschilismo, pur di non ammettere che se una ragazza di 17 anni esce drogata e ubriaca dalla discoteca alle quattro della notte chiedendo a due pusher tunisini di essere accompagnata a casa perché non si regge in piedi, alle spalle ha due disgraziati che hanno miserabilmente fallito come genitori ed educatori. Però bisogna dare la colpa al patriarcato, al maschilismo, alla società, volendo persino agli alieni e ai rettiliani, è più semplice e comodo, pur di non assumersi la responsabilità dei nostri disastrosi fallimenti familiari e sociali.

Dall’Isola di Patmos, 17 agosto 2025

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È da oltre mezzo secolo che si cerca di giustificare la qualunque con la teoria dei Pontefici ingannati, non informati, messi dinanzi a fatti compiuti …

È DA OLTRE MEZZO SECOLO CHE SI CERCA DI GIUSTIFICARE LA QUALUNQUE CON LA TEORIA DEI PONTEFICI INGANNATI, NON INFORMATI, MESSI DINANZI A FATTI COMPIUTI …

Ci sono momenti in cui piacerebbe che le cose stessero in altro modo e che la colpa fosse degli altri. Diamo quindi pure la colpa al cardinale maltese Mario Grech, senza però dimenticare che il Sommo Pontefice dà l’assenso.

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

 

 

 

 

 

 

 

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Ho provato sincera tenerezza nel leggere sul portale Informazionecattolica.it un articolo breve ma incisivo, scritto e argomentato bene, nel quale si spiega che il discusso Giubileo LGBT sarebbe il classico colpo basso a totale insaputa del Santo Padre Leone XIV. Scrive l’Autore:

«C’è un’arte tutta curiale che consiste nel far dire al Papa ciò che il Papa non ha mai detto. Non si tratta di falsificare parole, ma di costruire scenografie. Inviti strategici, incontri fotografati, sorrisi immortalati, e il gioco è fatto: il giorno dopo i titoli saranno pronti, e il messaggio sarà lanciato – anche se il Pontefice non ha cambiato una virgola della dottrina» (cfr. articolo QUI).

ci sono momenti in cui piacerebbe che le cose stessero in altro modo e che la colpa fosse degli altri. Diamo quindi pure la colpa al cardinale maltese Mario Grech, senza però dimenticare che il Sommo Pontefice dà l’assenso. E Leone XIV non è Francesco, parla e legge inglese, a seguire spagnolo e italiano quasi come madrelingua. Presumo sappia che certi gesti hanno grande risonanza, se però non lo sa, o se non arriva a capirlo, in tal caso sarebbe un ingenuo. Poi, fosse anche trascinato dentro a certi giochi avrebbe comunque modo di correggerli o redarguire chi ce l’ha tirato dentro a sua insaputa, è già accaduto in passato con diversi suoi predecessori.

Ormai io sono “vecchio”, questo modo di fare, da una parte e dall’altra non mi appartiene più, per questo decisi a suo tempo di salvare la mia fede e la mia vocazione ritirandomi a vita eremitica.

Ancóra una volta pare che il nostro Padre Ariel abbia fatto centro, quando pochi giorni dopo l’elezione del Pontefice regnante concluse così un articolo che invito a rileggere oggi con gli occhi del presente:

«Dio benedica il Romano Pontefice, visto che in questa condizione di disastro potrebbe fare poco o niente. Però, dinanzi a una situazione disperata come la nostra, averci provato anche senza riuscirci, costituirà già merito di grazia e salvezza, attraverso la gloria del cristologico fallimento» (cfr. articolo QUI).

 

Dall’Eremo, 17 agosto 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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“Silere non possum” e quella parola tabù che non riesce proprio a pronunciare: “omosessualità”

SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”

Non ce la fa proprio, l’uomo della verità, a pronunciare questa parola tabù: “omosessualità”, neppure quanto si tratta di una storia così banale e penosa di omosessualità clericale e marchette.

– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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Il Capo della Banda della Sileriana che dedica 18 minuti di video al caso di un giovane a suo dire problematico, equivale al bue che dà del cornuto all’asino.

La storia: un canonico della Papale Basilica di Santa Maria Maggiore si invaghisce di un giovane efebico che decide di mantenere. Lo ha fatto per filantropia o male intesa carità cristiana? Non è dato sapere, ma una cosa è certa: a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Giulio Andreotti usando questa frase presa in prestito dal Cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani (cfr. QUI).

L’uomo della verità e delle prove inconfutabili torna così a prestare la propria faccia — sempre più tondeggiante, dalla quale è ormai sfiorita l’aria d’adolescente efebico allo scocco dei trent’anni — per sferrare come suo stile un attacco al cianuro, nel corso del quale non è stato capace neppure a sospirare le due parole sulle quali nasce e si regge tutta storia: un ecclesiastico omosessuale da una parte e un giovane mantenuto dall’altra.

Non ce la fa proprio, l’uomo della verità e delle prove inconfutabili, a pronunciare questa parola tabù: “omosessualità”, neppure quando si tratta di una storia così banale e penosa di omosessualità clericale e marchette.

Dall’Isola di Patmos, 16 agosto 2025

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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”  (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Magnificat», il grande “hard rock” della Beata Vergine Maria nella solennità dell’Assunta

Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«MAGNIFICAT», IL GRANDE HARD ROCK DELLA BEATA VERGINE MARIA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNTA

Persino l’eresiarca Martin Lutero, che alla Beata Vergine fu sempre molto devoto — cosa che gran parte dei fedeli cattolici, ma pure molti studiosi ignorano —, nel 1521 compose un intenso libretto intitolato Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato.

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Nel giorno di Natale del 1886 il giovane scrittore e poeta, all’epoca agnostico, Paul Claudel, attraversa il portale di Notre Dame de Paris e gli arriva all’orecchio il canto del Magnificat, testo evangelico della liturgia dei Vespri.

A seguire confesserà di essere uscito da quell’esperienza trasformato, destinato a diventare ormai il cantore della fede cristiana a tutti noto; molti conoscono il suo dramma: Annonce fait à Marie. Anni dopo, nel 1913, narrerà:

«In quel giorno credetti con una tale forza di adesione, con una tale elevazione di tutto il mio essere, con una convinzione così forte, con una tale certezza, con una tale assenza di dubbi che in seguito né i libri, né i ragionamenti, né le sorti di una vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede».

Il 15 agosto di ogni anno, il calendario ricorda la solennità dell’assunzione al cielo della Beata Vergina Maria, la madre del Signore, nonostante la diffusa denominazione secolarizzata di «Ferragosto». Ebbene, che si acceda in una cattedrale solenne come Notre Dame o in una piccola cappella sperduta fra i monti, ognuno, in questo giorno, sentirà proclamare quel canto del Magnificat che contraddistingue la Santa Messa di questa Solennità. Ecco il brano riportato dall’evangelista Luca.

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre”. Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua» (Lc 1,39-56).

Maria, incinta di Gesù, mentre è in visita alla parente Elisabetta, incinta a sua volta di Giovanni Battista, intona questo inno straordinariamente lungo che Luca riferisce. È l’unica volta che le parole della Madre di Cristo si dilatano fino a comprendere ben 102 parole nel greco, compresi articoli, pronomi e particelle. Le altre volte, in tutto solo cinque, le frasi di Maria che i Vangeli riportano sono brevi e quasi stentate, come a Cana durante le nozze a cui partecipa anche suo Figlio: «Non hanno più vino» e «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2, 3.5). Seguiamo, allora, il flusso poetico di questa salmodia mariana intessuta su un palinsesto di allusioni bibliche.

Idealmente il canto è per solista e coro. Il primo movimento è intonato dall’«io» di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,46-49). Si chiede Origene (III° sec.):

«Che cosa aveva, la madre del Signore, di umile e di basso, ella che portava nel seno il Figlio di Dio? Dicendo: “Ha guardato l’umiltà della sua ancella”, è come se dicesse: ha guardato la giustizia della sua ancella, ha guardato la sua temperanza, ha guardato la sua fortezza e la sua sapienza» (Origene, Omelie su Luca).

Nel secondo movimento dell’inno entra la voce di un coro nella quale si innesta quella di Maria, proprio come una soprano che fa emergere il suo canto. È il coro dei cristiani, eredi di quei «poveri» dell’Antico Testamento, gli ענבים (‘anawîm), coloro che sono curvi, non solo sotto l’oppressione del potente, ma anche nell’umiltà dell’adorazione nei confronti di Dio, vincendo così la superbia dell’orgoglioso. Costoro, poveri socialmente, ma soprattutto fedeli e giusti, celebrano, unendosi idealmente alla voce di Maria, le particolari scelte divine che si differenziano dalle logiche mondane, privilegiando non il forte o il potente, ma l’ultimo e l’emarginato; ribaltando cosi le gerarchie storiche. L’Evangelista Luca, utilizzando il tempo greco aoristo chiamato «gnomico», perché fa riferimento a esperienze acquisite al di là del loro carattere temporale, descrive attraverso dei verbi in numero di sette, un numero che sta ad indicare la pienezza, le singolari scelte divine:

«Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili, / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote, / ha soccorso Israele suo servo» (Lc 1,51-54).

È una logica costante di Dio che ritroviamo anche sulle labbra di Gesù: «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16) e «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11).

Il fascino delle parole di Maria, nel Magnificat, si è impresso da allora nella spiritualità cristiana, informando la vita di molti santi e ha fatto scaturire una miriade di commenti di ogni genere e tantissime opere d’arte sia pittorica, che musicale. Persino l’eresiarca Martin Lutero, che alla Beata Vergine fu sempre molto devoto — cosa che gran parte dei fedeli cattolici, ma pure molti studiosi ignorano —, nel 1521 compose un intenso libretto intitolato Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato.

Questo bellissimo canto del Magnificat è dalla Liturgia collocato come castone della Solennità della Assunzione di Maria che ovunque si celebra, in Oriente, come nell’Occidente cristiano. Poiché la Dormizione-Assunzione di Maria è un segno delle realtà ultime, di ciò che deve accadere in un futuro non tanto cronologico quanto di senso, un segno della pienezza cui i nostri limiti anelano: in lei intuiamo la glorificazione che attende il cosmo intero alla fine dei tempi, quando «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28) e in tutto. Lei, la Vergine Maria, è la porzione di umanità già redenta, figura di quella terra promessa cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo. Un inno della Chiesa ortodossa serba canta Maria come «terra del cielo», terra ormai in Dio per sempre, anticipazione del nostro comune destino.

Vorrei concludere con le parole di una famosa preghiera con le quali San Francesco saluta Maria oggi ricordata Assunta in cielo:

«Ave Signora, santa regina, santa genitrice di Dio, Maria, che sei vergine fatta Chiesa / ed eletta dal santissimo Padre celeste, che ti ha consacrata insieme con il santissimo suo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito; / tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene. / Ave, suo palazzo, ave, suo tabernacolo, ave, sua casa. / Ave, suo vestimento, ave, sua ancella, ave, sua Madre. / E saluto voi tutte, sante virtù, che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo venite infuse nei cuori dei fedeli, perché da infedeli / fedeli a Dio li rendiate» (FF 259-260).

 

Dall’Isola di Patmos, 15 agosto 2025

Solennità dell’Assunta

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C’è di mezzo un omosessuale? Allora “Silere non possum” difende anche l’indifendibile

C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE

Il capo sileriano e i suoi anonimi scrittori non perdono occasione per tacciare chi pone l’accento sull’oggettivo pericolo del cancro della lobby gay all’interno della Chiesa di essere «ossessionati dagli omosessuali», di essere «degli omosessuali irrisolti», con tanto di frasi roboanti a effetto tipo «proiezione, ossessione, omofobia interiorizzata», espressioni senza senso che come tali ricordano la mitica «supercazzola» di Amici miei, assurta ormai a neologismo nel vocabolario della lingua italiana.

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

 

 

 

 

 

 

 

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Alcuni reati o delitti colpiscono l’immaginario collettivo e sono maggiormente riprovati. È il caso, per esempio, degli abusi sui minori da parte di alcuni rappresentanti del clero.

Da quando l’informazione si è appropriata di questi fatti, ormai l’opinione pubblica reagisce d’istinto fino a collocare qualsiasi rappresentante del mondo ecclesiastico fra i possibili esecutori di tali aberranti crimini. Basta avere dimestichezza del mondo social per averne un riscontro.

Quando si trovano fra le mani uno di questi casi scottanti, è comprensibile che i Pastori della Chiesa agiscano con la massima prudenza e trasparenza, cercando di limitare lo scandalo all’interno della compagine ecclesiale oltre che la riprovazione della società civile. E, innanzitutto, cercano di salvaguardare le vittime degli abusi, anche se su questo aspetto il cammino è ancora agli inizi. Se fate un giro sui siti internet di ogni diocesi italiana troverete il link che rimanda all’ufficio predisposto alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili, con il relativo centro di ascolto, secondo quanto fu predisposto dal Motu Proprio di Papa Francesco: Vos estis lux mundi del 2019.

In questi giorni la Conferenza episcopale francese ha consigliato (QUI) il Vescovo di Toulouse di riconsiderare «la decisione presa in merito alla nomina del cancelliere della sua diocesi», perché era stato scelto per questo incarico un prete condannato dalla giustizia civile per abusi sui minori. Le reazioni dall’interno della Chiesa francese, dalla opinione pubblica e dalla stampa non si erano fatte attendere, specie dopo che alcuni vescovi si erano sentiti di non poter tacere oltre su questa vicenda. Ricordiamo, fra l’altro, che quel tipo di ruolo di cancelliere prevede una responsabilità sugli archivi diocesani ed è da sottolineare che il Codice di diritto canonico richiede una reputazione intatta per certi incarichi, il che rendeva problematica la nomina di quel soggetto.

Per cui suscita curiosità ― sebbene ormai da quelle parti non ci si meraviglia più di niente ―, che un blog (QUI) attivo nel nostro paese, abbia ancora una volta sentito quell’irresistibile prurito a non tacere e si sia lanciato in un attacco smodato contro tutta la Conferenza episcopale francese, rea di aver dato quel consiglio al Vescovo di Toulouse, sino ad arrivare a dire:

«Questo atteggiamento da parte dei vescovi francesi è scandaloso e grida vendetta al cospetto di Dio. Gesù Cristo fu trattato allo stesso modo con cui ora i vescovi francesi trattano Mons. Guy de Kerimel» (Il vescovo di Tolosa, n.d.r.).

Addirittura!

Proprio non ce la fanno! Anche di fronte a un caso così orribile e sanzionato dalla giustizia come quello di un prete che aggredisce sessualmente un minore, devono trovare attenuanti, lanciare velate accuse ma soprattutto spostare il discorso altrove, pur di far prevalere la tesi che, se uno ha scontato la sua pena, può tornare a fare quello che faceva ed essere persino promosso. Senza tener conto della delicatezza della vicenda, dell’opinione pubblica ed ecclesiale, di vescovi che esercitano il loro diritto di consigliarsi e, a volte, criticarsi a vicenda. No, per certe categorie di persone ― guarda caso sempre quelle ― sono gli altri a sbagliare, a formare male seminaristi e presbiteri, ad esercitare il proprio compito in modo errato. Ma c’è di più, sempre per rimanere nel triste àmbito del tragicomico: il capo sileriano e i suoi anonimi scrittori non perdono occasione per tacciare chi pone l’accento sull’oggettivo pericolo del cancro della lobby gay all’interno della Chiesa di essere «ossessionati dagli omosessuali», di essere «degli omosessuali irrisolti» (!?), con tanto di frasi roboanti a effetto tipo «proiezione, ossessione, omofobia interiorizzata» (cfr. QUI), espressioni senza senso che come tali ricordano la mitica «supercazzola» di Amici miei, assurta ormai a neologismo nel vocabolario della lingua italiana Treccani.

Tra gli articolisti anonimi di quel blog-avvelenato deve esserci un disturbo borderline latente, che ogni tanto viene fuori. Come quando, sempre recentemente, il blog Silere non possum è partito lancia in resta contro il Vescovo di Ascoli Piceno-San Benedetto del Tronto, S.E. Mons. Gianpiero Palmieri. Col solito metodo del buttare lì voci e accuse di corridoio, smodate affermazioni usate come squittii fastidiosi, per arrivare all’accusa vera e propria. Il Vescovo avrebbe accolto nella sua Diocesi un religioso molto vicino a Marko Rupnik, sul cui capo pesano molte accuse di abuso di ogni genere. Sì, però su quel religioso accolto, per quanto vicino al suddetto ex gesuita mosaicista, non pesa proprio alcuna accusa. Il Vescovo è stato imprudente? Forse. Ma da qui a tacciarlo addirittura di essere il diavolo (sic!) affermando perfino di abusare della coscienza dei suoi preti mettendoli a tacere, ce ne corre (cfr. QUI, QUI, QUI). Forse che un abuso di coscienza e sessuale perpetuato da un presbitero eterosessuale adulto verso delle donne maggiorenni è più grave di quello inflitto da un prete omosessuale a un minore maschio? A questo punto vien quasi voglia di pensare che per i Sileriani sia un sì, o per meglio dire: quando in gioco ci sono le gesta di un omosessuale praticante e impenitente, tutto si giustifica, come nel caso eclatante del defunto Abate di Montecassino, le gesta del quale avrebbero fatto impallidire il Marchese de Sade e Guillaume Apollinaire (cfr. QUI).

A questo si può arrivare se toccati nelle proprie convinzioni o nei propri desideri che la Chiesa debba essere in un certo modo e che deve accogliere persone nei seminari o case di formazione con tendenze, chiamiamole così … eccentriche. In caso contrario ci si agita, parte la reprimenda, si perde il lume di ragione oltre che della penna e si scrive di tutto e di più contro altri, persino contro vescovi ai quali si dovrebbe filiale rispetto e devota obbedienza per il ruolo che svolgono. E non basta, perfino contro intere Conferenze episcopali colpevoli di aver chiesto a un confratello prudenza, evitando di dare un incarico così in evidenza e delicato a chi pervertendo la sua vocazione oltre che la propria inclinazione omosessuale, ha abusato di un minore.

La risposta è comunque semplice e breve: quanti per libera scelta vivono nel disordine sessuale sentendosi gratificati dal loro stesso disordine, pretendono di sdoganare all’interno della Chiesa e del suo clero tutti quei vizi del mondo che per la morale cattolica sono e rimangono situazioni di grave deviazione dal sentire e dal vivere cristiano. E chi a tutto questo osa opporsi, viene tacciato di essere un «ossessionato dagli omosessuali», un «omosessuale irrisolto», un affetto da «proiezione, ossessione, omofobia interiorizzata». Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe veramente da ridere.

 

Dall’Eremo, 14 agosto 2025

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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”  (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”  (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

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Essere simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ESSERE SIMILI A QUELLI CHE ASPETTANO IL LORO PADRONE QUANDO TORNA DALLE NOZZE 

I discepoli di Gesù vivono sulla terra, ma come pellegrini, mentre la loro residenza è nei cieli. Siamo, perciò, chiamati a un’attesa che tante volte ci supera.

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«La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio».

Sono le parole iniziali della prima lettura di questa Domenica, tratte dal Libro della Sapienza, e ben preparano l’ascolto del brano evangelico qui sotto riportato:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”. Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”» (Lc 12,32-48).

I primi tre versetti dell’odierno Vangelo (12,32-34) fanno testo a sé, perché chiudono un’intera pericope consacrata all’insegnamento di Gesù sul possesso dei beni materiali. Essi sono il Suo invito finale, che si può cogliere solo se si ha in mente quanto è stato scritto appena prima nel Vangelo, ma non riportato nell’odierna liturgia, ovvero i versetti dal 22 al 31 del capitolo 12 di Luca. Quelli che invece seguono, facenti parte del brano odierno (vv. 35-48), sono da considerarsi come un’esortazione alla vigilanza. Sono un insieme di sentenze, di immagini e piccole parabole — l’esegeta Maggioni le chiama: «parabole accennate» — che hanno un comune denominatore: il ritorno del «Figlio dell’uomo», che, come si diceva, richiede vigilante attesa.

Per specificare questa attesa Gesù si paragona di volta in volta ad un Signore (ὁ κύριος, v. 36.37.43) che torna da un banchetto, arriva alla porta e bussa, quindi premia i servi rimasti svegli servendoli a tavola. Oppure a un ladro (ὁ κλέπτης, v. 39) che arriva ad un’ora che il padrone di casa (ὁ οἰκοδεσπότης) disconosce. O ancora a quel Signore che promuove di responsabilità un amministratore degno di fiducia e prudente (ὁ πιστὸς οἰκονόμος, ὁ φρόνιμος, v. 42). Tutte queste immagini infine, ci rivela Gesù, calzano alla figura di quel «Figlio dell’uomo [che] verrà nell’ora che non pensate» (v. 40).

Essere attenti e vigilanti a costo di perdere il sonno è decisivo, ma chi sono coloro che attendono? Nel brano Gesù parla di servi ed amministratori, ma ovunque nel testo le persone chiamate a vigilare sono indicate con la seconda persona plurale, come ad includere sia i discepoli che udirono allora il Signore, sia gli ascoltatori o lettori contemporanei del Vangelo, quindi anche noi: «voi siate pronti» (v. 35); «voi dovete essere simili a…» (v. 36); «voi tenetevi pronti» (v. 40). Infine emerge la risposta data a Pietro che aveva chiesto: «Questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore, rivelando una graduatoria di responsabilità nell’attesa, gli dice: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». In questo modo si precisa che se i destinatari dell’insegnamento, nel complesso, sono tutti i credenti, risalta tuttavia la responsabilità dei capi della comunità cristiana a cui Gesù dedica una specifica parabola.

Che il discorso sia rivolto alla Chiesa ed ai suoi responsabili risulta chiaro dai termini usati, i quali fanno riferimento a un contesto spazio temporale preciso, si tratti esso della casa, della notte o del tempo dilatato dell’attesa. Gesù parla di «fianchi cinti» (v.34), mentre la parola «casa» è citata esplicitamente e poi c’è la notte per via delle «lucerne accese» (v.35) e della «seconda e terza veglia» (v.38 in greco). Abbiamo qui un rimando al tema dell’Esodo — i «lombi cinti» sono un’esplicita citazione di Es 12,11 — dove la celebrazione pasquale avvenne di sera, in casa e in famiglia (Es 12,3). Viene evocata la frettolosa partenza dall’Egitto dei figli di Israele avvenuta di notte e sollevare i lembi del lungo abito orientale e legarlo ai fianchi con una cintura rendeva più agevole il cammino. Sembra che Gesù voglia esortare la Chiesa a mettersi in cammino, a fare un esodo, ma in realtà si tratta di un procedere in profondità più che in estensione, un viaggio che rende pronti a ricevere Colui che sta per giungere: il vero cammino lo fa il Signore che viene! Il centro dell’annuncio delle tre parabole è dunque la venuta del Signore e il nome del cammino a cui sono chiamati i discepoli è vigilanza. Infatti Gesù ha già dato indicazioni affinché essa non sia ostacolata da inutili ingombri quali la cupidigia (Lc 12,15), le preoccupazioni (Lc 12,22.26) e le paure (Lc 12,32) che occupano il cuore e tolgono libertà.

La parabola dei servi vigilanti (vv. 36-38) sembra essere la versione narrativa di una beatitudine ― «beati quei servi» (v. 37); «beati loro» (v.38) ― che potrebbe suonare così: «beati i servi vigilanti, perché il Signore stesso si farà loro servo». Il capovolgimento di valori presente nelle beatitudini è qui espresso nella paradossale figura del padrone che rientra a casa, anche a notte fonda, e, trovando svegli i suoi servi per aprirgli la porta e accoglierlo per salutarlo, lui stesso si mette a servirli. Ma questa è la logica di Gesù che capovolge le logiche mondane e che dovrebbe vigere nella comunità cristiana: «Chi è più grande? Chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Domina su tutta la narrazione un senso di imminenza per qualcosa che deve ancora accadere eppure implica tutt’altro che la staticità o lo stare fermi. Da tutto quanto abbiamo visto sopra sembra emergere una indeterminatezza, che però rende bene il senso dell’esperienza cristiana. I discepoli di Gesù vivono sulla terra, ma come pellegrini, mentre la loro residenza è nei cieli (Lettera a Diogneto). Siamo, perciò, chiamati ad un’attesa che tante volte ci supera. Il problema della vigilanza in queste brevi parabole, detto in altro modo, è quello del tempo, soprattutto del tempo quotidiano, feriale. Ogni giorno, qualsiasi giorno feriale, se colmo di attesa, è «giorno del Signore». Come nella parabola di Luca ogni giorno è buono per rimanere svegli, tenere le lampade accese e accogliere il Figlio dell’uomo che tornerà. Così ci invitava ad attendere la preghiera di Colletta di questa Domenica: «Non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna».

Dall’Eremo, 10 agosto 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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L’immancabile pianto da prefiche degli attivisti LGBT pronti a trasformare in polemico scontro ideologico persino un funerale

L’IMMANCABILE PIANTO DA PREFICHE DEGLI ATTIVISTI LGBT PRONTI A TRASFORMARE IN POLEMICO SCONTRO IDEOLOGICO PERSINO UN FUNERALE

E che Dio abbia oggi pietà delle loro anime e domani delle nostre, forse molto più peccatrici, perché può essere che questi due defunti, come i pubblicani e le prostitute a cui riguardo ci ammonisce Cristo, ci passino avanti nel regno dei cieli. Nessuno conosce il giudizio di Dio, però sappiamo dalle parole del Santo Vangelo cos’è bene e cosa è male, cos’è virtù e cos’è peccato.

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

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Cosa avrebbe dovuto fare il parroco che ha celebrato il funerale dei due celebri gay morti in un terribile incidente stradale, forse magnificare il loro splendido “matrimonio”?

Questo il peccato di cui gli attivisti LGBT accusano il prete, quasi come avesse pronunciata una imperdonabile bestemmia contro lo Spirito Santo (cfr. Mt 12, 31-32), ossia aver parlato di «amicizia» anziché «amore», ignorando in modo doloso e disumano che i due erano «sposi» e non «amici» (!?). Queste le contestazioni mosse dagli immancabili attivisti, fatte ovviamente — superfluo a dirsi ma lo dico lo stesso — con pianti da prefiche professioniste (vedere QUI).

Personalmente avrei accettato di celebrare le esequie solo in forma privata, a porte chiuse, per un preciso motivo: perché per esperienza pastorale ormai consolidata sappiamo che queste occasioni si mutano in teatrini LGBT per reclamare direttamente dentro le chiese cose inaccettabili poiché contrarie alla dottrina e alla morale cattolica, nonché di piagnistei in salsa ideologica da parte di lobbisti politicizzati alla massima potenza pronti a criticare la dottrina e il magistero della Chiesa che chiunque — beninteso — ha il diritto di rigettare, non però di piegare ai propri capricci, questo nessuno può chiederlo né pretenderlo, se davvero si vuol essere coerenti. O che forse, noi preti e teologi, andiamo al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli a pretendere che insegnino le meraviglie delle virtù eterosessuali? A nessuno di noi passerebbe per la mente di pretendere o peggio fare una assurdità simile.

E adesso avanti coi commenti dei catto-arcobalenati: “ma se c’è l’ammmore … quel che conta è l’ammmore … Gesù predicava l’ammmore …”. Sì, predicava l’amore inteso come Χάρις (charis) parola greca dai plurimi significati: grazia, bellezza, amabilità … Gesù predicava questo genere di amore-charis invitando a passare per la porta stretta (cfr. Lc 13, 22-24); predicava l’amore-charis invitando a rinnegare noi stessi — vale a dire il peccato — e a prendere ciascuno la propria croce (cfr. Mc 8,34), non certo a prenderlo nel culo.

E qui i catto-arcobalenati urleranno “al prete volgare”, forse vergando le solite lettere indignate all’Autorità Ecclesiastica scritte senza neppure essersi lavati le mani al termine delle loro pratiche ludiche, pur di non ammettere che la volgarità non è costituita dalla mia parola “culo” espressa per inciso in modo retorico mediante una evidente iperbole paolina; la volgarità è costituita da due uomini che giocano a marito e moglie. Volgari, ma oltre che volgari privi pure di senso d’umana misura, sono coloro che vorrebbero costringere la Chiesa ad approvare certi disordini, che chiunque resta libero di praticare, come io resto libero di considerarli tali, senza impedire a nessuno di vivere la sessualità che meglio desidera, senza dare giudizi morali a chicchessia, se non espressamente richiesti dal diretto interessato in sede privata. E anche quando richiesti in sede privata li ho sempre espressi con estrema delicatezza nei rapporti con la singola persona, tenendo sempre presente che è mio cristologico mandato combattere il peccato ma accogliere sempre il peccatore, mentre nessuno può chiedermi invece di benedire il peccato, di affermare che il male è bene e che il bene è male, né sono disposto a prendere sul serio, ma all’occorrenza solo in giro qualche povero gay sfranto che vorrebbero relegare, con tanto di assurdi richiami alla dottrina e al diritto canonico, certi disordini morali nella sfera strettamente privata delle persone.

E che Dio abbia oggi pietà delle loro anime domani delle nostre forse più peccatrici, perché questi due defunti, come Cristo ammonisce, potrebbero anche passarci avanti come i pubblicani e le prostitute nel regno dei cieli (cfr. Mt 21, 28-32). Nessuno conosce il giudizio di Dio, ma dalle parole del Santo Vangelo sappiamo cos’è bene e cos’è male, cos’è virtù e cos’è peccato. Non andrebbe poi dimenticato che nella sua predicazione il Divin Maestro fa richiamo a inferno e dannazione per decine di volte. 

Scontata la replica emotiva del catto-arcobalenato: «Sì, però ci sono cose peggiori», «Sì, però molti altri fanno peggio …». Forse questa gente non ha bisogno neppure di confessarsi, non solo perché il prete — a partire da chi scrive — è più peccatore di loro, ma perché gli altri commetterebbero sempre e in ogni caso peccati peggiori. Mai dirgli che il loro non è un pensiero cattolico ma un cattolicesimo stravagante alla come-mi-pare, perché a quel punto la lettera di protesta per i nostri vescovi sarà già pronta e …

dinanzi allo laico prepotente, purché ei sia compiaciuto 

pur se intriso in marcio torto in dottrina e moral,

li boni ‘piscopi d’ultima e penultima generazione

non esitan far delli preti loro orrida carne da macello

(Episcopi disgraziati, inedito di Dante rinvenuto di recente).

Malgrado i tempi di vacche magre episcopali io sono stato benedetto: il Vescovo mio non è una vacchetta smunta macilenta ma un vitellone di pura razza lucana e con lui certi soggetti, indistintamente etero od homo, andrebbero a bussare a vuoto, perché è intelligente e geloso dei propri preti. Per questo è bene non fargli perder tempo, perché si finirebbe per rendersi conto che parlargli male inutilmente dei suoi preti è proprio tempo perso, ma chi lo vuol perdere, che s’accomodi pure.

Dall’Isola di Patmos, 4 agosto 2025

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