Le parabole non bastano mai, perché non passano e parlano all’eterno

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LE PARABOLE NON BASTANO MAI, PERCHÈ NON PASSANO E PARLANO ALL’ETERNO

«C’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare»

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Come un pittore che terminata l’opera appone la sua firma a lato del quadro, così Matteo, con una frase, sigla la pagina del Vangelo dove ha raffigurato, in forma narrativa, le parabole di Gesù, un intero discorso dedicato al Regno di Dio:

«Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» [Mt 13, 52].

Matteo il pubblicano [Mt 9,9] è divenuto ormai lo scriba sapiente che ha veduto compiersi in Gesù l’opera di reinterpretazione dell’antico deposito della fede, portando alla luce realtà nuove e inaspettate. Perciò invita i suoi lettori e i discepoli a diventare quei proprietari che non tengono solo per sé la ricchezza della novità insospettata del Regno, ma sanno anche offrirla generosamente.

L’abbondanza sulla bocca di Gesù delle parabole che descrivono il Regno di Dio non deve sorprendere, come pure la moltiplicazione di metafore, simboli e immagini. Perché esse vanno a comporre una realtà che continuamente eccede e supera ogni umana misura, pur rispettandola. Il Regno essendo appunto di Dio non è possibile circoscriverlo o rinchiuderlo in un’unica formula. Le diverse parabole sulla bocca di Gesù esprimono la complessità e la polisemia di questa nuova realtà teologica e chi le ha raccolte, come sarà per i Vangeli che sono quattro e non uno solo[1], ha sentito che ponendole una accanto all’altra, tutte insieme, avessero qualcosa di importante da dire riguardo al Regno di Dio che Gesù inaugura, spiega e rende presente.

Ma ecco finalmente la pagina evangelica di questa XVII domenica del tempo per annum:

«In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”».

L’ultima parabola è di tenore escatologico e la sua collocazione alla fine diviene importante poiché apre una finestra su come Gesù si poneva rispetto al mondo. La rete da pesca altrove, per esempio nell’ultimo capitolo del quarto Vangelo[2], simboleggiava ormai la missione della Chiesa e la necessità che tradizioni diverse — in quel caso la sinottica e quella giovannea — rimanessero unite perché quella era l’intenzione del Signore che aveva invitato i discepoli a pescare[3]. In questa circostanza la rete che viene tirata in barca è metafora del giudizio finale poiché si parla esplicitamente di “fine del mondo” o della storia.

Permettetemi di fare a questo punto una piccola digressione che spero non ecceda i limiti di questo commento al Vangelo domenicale. E ormai assodato che la predicazione di Gesù fosse improntata a una visione escatologica. Almeno da quando Albert Schweitzer agli inizi del ‘900 in un celebre libro pose fine all’esegesi liberale e alla prima tappa della ricerca sul Gesù storico affermando che lo stesso non poteva che essere pensato se non escatologicamente[4].

Nella sua predicazione Gesù si spinse oltre il pensiero dell’apocalittica giudaica che prevedeva un immaginifico evento futuro. Per lui esso è una realtà che è già oggetto di esperienza, un evento attuale in cui è ricapitolata la totalità della storia. il Regno di Dio in quanto tale, cioè il pieno dispiegamento della sua sovranità redentrice, non si è ancora realizzato, ma il tempo della fine è giunto e dunque, propriamente parlando, non c’è più sviluppo storico, bensì ricapitolazione di tutta la storia chiamata a giudizio. In Gesù e nella sua predicazione avviene come un processo di condensazione per cui il tempo si fa brevissimo. “Il tempo è compiuto ed è vicino il Regno di Dio: convertitevi, e credete nell’evangelo” [Mc 1, 14-15]. Ciò che qui viene annunciata è l’ora (il kairós) del compimento definitivo, l’avvento promesso del Regno, la grande svolta del mondo inaugurata da Gesù di cui sta per compiersi l’ultimo atto con la sua parusia. E il discepolo vive nel tempo condensato che va dalla risurrezione alla parusia. Per questo ora, a differenza dell’escatologia giudaica, occorre “fede nell’evangelo”, cioè in Gesù Cristo, nel Messia, che è presente come colui che è venuto e che viene[5].

Il giudizio su questo mondo certo avverrà alla fine, dice l’evangelo, ma il mondo stesso, nella predicazione di Gesù è entrato nella fase escatologica. Non si capirebbero altrimenti le esigenze radicali di Gesù rivolte ai discepoli e la sua lotta col maligno. Che non è lotta contro il mondo, ma contro colui che illude il mondo di poter essere autosufficiente, senza Dio e quindi di poter trovare senso solo in sé stesso e nelle sue realizzazioni. Contro questa potente illusione Gesù annuncia il Regno di Dio e contestualmente guarisce e risana e perfino fa risorgere dei morti.

Trovo illuminante questa affermazione sul cristiano che probabilmente uno come Frederick Nietzsche poteva controfirmare:

«Per questo, per questa sua coscienza nichilistica, la presenza del cristiano è insopportabile, e doppiamente insopportabile; perché nega significato alla radicale volontà di esserci e, dunque, nega la volontà di potenza, ma allo stesso tempo patisce in se stesso la passione del mondo. Egli non si sottrae all’aspirazione del mondo alla felicità, perché il Regno non è altro da questo mondo; e perciò egli vuole e si adopera per la felicità nell’ordine profano che continuamente trapassa, ma sa che nella felicità non è possibile permanere, poiché essa stessa aspira a trapassare. È il punto in cui il cuore si spezza: nella felicità estrema come nell’estremo dolore. Di questo  i Vangeli danno la rappresentazione sublime»[6].

Tutto questo preambolo che spero non sia stato prolisso mi serve per dire che le parabole di Gesù non sono affatto raccontini della buona notte, ma vanno prese tremendamente sul serio. E, tornando sui nostri binari, ci permette di capire le prime due parabole del Vangelo odierno. In entrambe due uomini trovano qualcosa di nuovo — poiché nelle parole e nei fatti di Gesù il Regno è il “novum” — e vendono tutto quello che hanno per farlo proprio[7]. Mentre il mercante è già uno scopritore di belle perle (καλοὺς μαργαρίταςkaloùs margarítas) e in questo senso è qualcuno che sta cercando qualcosa di straordinario e probabilmente di unico che manca alla sua collezione. Il primo, un uomo non ben identificato, invece, trova fortuitamente un tesoro. Forse per questo di lui viene sottolineata anche la gioia, perché il ritrovamento non se lo aspettava.  In tutti e due ciò che è centrale è il trovare ciò che finalmente basta alla loro vita e che preclude ad ogni ulteriore cercare. E’ a questo punto che mettono in vendita tutto quel che possiedono per acquistare ciò che hanno finalmente trovato. Essi devono aver compreso il valore unico e definitivo del Regno, ciò per cui val la pena rischiare tutto. Non c’è altro tempo da aspettare che questo o ulteriori tentennamenti, poiché questo è il tempo del compimento.

I due personaggi del Vangelo mettono così in atto un comportamento sapiente. Probabilmente è per questo che i curatori della Liturgia hanno accostato la pagina di Matteo alla vicenda del giovane Salomone che nella prima lettura di questa domenica cerca di ottenere da Dio «Un cuore docile» [1Re 3,9], ma riceve in contraccambio da Lui una perla ancor più preziosa, quella  di «un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te» e anche molto di più in ricchezze e gloria [1Re 2, 12-13].

A proposito della perla, Sant’Agostino, acutamente nota che il mercante cercava più perle, al plurale, e alla fine trova la singola perla per eccellenza che è Cristo, il Verbo in cui tutto si riassume:

«Quell’uomo, che cercava perle preziose, ne trova una veramente di gran pregio e, venduto tutto ciò che possedeva, la compra. Questo tale, dunque, nel ricercare uomini buoni con i quali vivere con profitto, ne incontra soprattutto uno che è senza alcun peccato: il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù. Forse anche egli era alla ricerca di precetti, osservando i quali potesse comportarsi bene con gli uomini, e incontrò l’amore del prossimo, nel quale da solo, al dire dell’Apostolo, sono contenuti tutti gli altri. Infatti non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza e ogni altro comandamento sono le singole perle che si riassumono in questa massima: Ama il prossimo tuo come te stesso. O, forse, si tratta di un uomo che è alla ricerca di concetti intellegibili e trova colui nel quale tutti sono contenuti, cioè il Verbo, che era in principio, era presso Dio ed era Dio: il Verbo luminoso per lo splendore della verità, stabile perché immutabile nella sua eternità e sotto ogni aspetto simile a se stesso per la bellezza della divinità: quel Verbo che quanti riescono a oltrepassare la copertura della carne identificano con Dio»[8].

Mi permetto di chiudere questo commento al Vangelo dell’odierna domenica riportando un apologo di M. Buber sul sognare di cercare e alla fine trovare. Poiché le parabole non bastano mai. 

«Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin li dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”. “Ricordati bene di questa storia — aggiungeva allora Rabbi Bunam — e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”»[9].

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 30 luglio 2023

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NOTE

[1] Il Vangelo quadriforme [cfr. Dei Verbum 18; Ireneo, Adv. Haer., III, 11, 8: PG 7, 885)

[2] Gv 21, 3.6.11

[3] «Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto… Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: “Signore, che cosa sarà di lui?”. Gesù gli rispose: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi”» (Gv 21, 20.22)

[4] Albert Schweitzer Storia della ricerca sulla vita di Gesù, Paideia, Brescia 1986, pp. 744 sgg.

[5] «Vieni Signore Gesù» (Ap 22, 20)

[6] Gaeta G., Il tempo della fine, Quodlibet, p. 96

[7] «Va’, vendi quanto possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi» (Mt 19,21)

[8] Sancti Aurelii Augustini, Quaestionum septendecim in Evangelium secundum Matthaeum liber unus, PL 35

[9] Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Einaudi, 2023

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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Il mercante in cerca della perla del Regno di Dio

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

IL MERCANTE IN CERCA DELLA PERLA DEL REGNO DI DIO

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra»

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

il tempo estivo può diventare un momento propizio per cercare di approfondire la nostra fede e i suoi contenuti. Esso è un periodo di libertà che è un tempo sacro in cui, come Dio, ci riposiamo. Per questo diventa un tempo in cui quel riposo può essere anche dedicato alle letture e alla preghiera. La nostra ricerca di Dio, del nostro stare con Lui non cessa mai di attuarsi. Scriveva il padre Henri De Lubac:

«La mente umana è così fatta che non può avere una verità e mantenerla, se non cercando e cercando sempre. Il riposo del pensiero equivale alla sua morte».

Nelle parabole di Gesù, che già da qualche domenica parlano del Regno, in questa XVII domenica del tempo ordinario ci si sofferma sulla ricerca continua del Regno. Una ricerca che per noi prosegue incessantemente. In effetti Gesù esprime tre parabole. Quella che mi sembra centrale è proprio quella del mercante e della perla di grande valore nella quale il Signore narra:

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra»

Gesù usa la similitudine del mercante. Una figura che doveva essere molto conosciuta al tempo dagli ascoltatori del Signore. Abbiamo innanzitutto un mercante che va in cerca. Un mercante che cerca è una persona molto attenta al territorio in cui sta cercando, ai movimenti degli altri cercatori e mercanti. È una persona che si è informata appunto prima di mettersi in viaggio, ha svolto ricerche sui luoghi dove cercare le perle prima di viaggiare.

Il mercante è la metafora del credente che coerentemente si pone alla ricerca di Dio. Noi cattolici abbiamo tre grandi “segnavia” sul sentiero della fede: la Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero. Queste sono le nostre fonti previe, con cui poi costruiamo il nostro atto di fede. Ognuno ha il suo personale sì al Signore, in cui costruisce la propria spiritualità e il suo modo di credere e vivere la fede.

Il mercante è in cerca delle perle. Fino a quando non trova la perla preziosa che poi decide di acquistare. Una perla che per gli ascoltatori del tempo è una pietra che ha un valore inestimabile, perché importata dall’India. Perciò il mercante è colui che va in cerca di diverse perle preziose e alla fine trova la perla, quella inestimabile per cui vende tutto.

Perché Gesù usa l’immagine della perla (margariten in greco)? La perla è immagine biblica che si trova in diversi passi. Ad esempio, nel Cantico dei Cantici (Ct 1,10) le perle sono i gioielli che l’Amata porta al collo. Mentre in Apocalisse, la perla è uno dei materiali con cui è costruita la nuova Gerusalemme (Ap 21,21).

La Perla che il credente cerca di acquistare è il regno di Dio. Questo regno di Dio se è assimilata alla perla di Cantico dei Cantici, potremo dire che è la Chiesa. Infatti, il Cantico tradizionalmente è ritenuto un dialogo di amore fra l’Amato che è Cristo e l’Amata che è la Chiesa. Se invece la perla è il materiale con cui è costruita la Gerusalemme Celeste, diremo che il Regno di Dio del quale appropriarsi in tutti i modi è il Paradiso.

Applicato il tutto a noi credenti che cerchiamo Dio, potremmo dire che la perla preziosa è raggiungere la vita Eterna in Paradiso, camminando nella Chiesa Cattolica, liberandoci da tutto ciò che ostacola la nostra fede. Così, anche le altre perle che sono di seconda mano, sono dunque quei beni sia materiali che spiritali che sembrano tali solo all’apparenza, ma che in realtà ci allontanano dalla comunione nella Chiesa Cattolica e con Dio, e che non ci fanno arrivare al Regno di Dio in Paradiso.

La metafora del mercante che vende tutto e va, infine mostra che il Signore ci pone su un cammino di fede in cui ci chiede di dare tutto per arrivare al regno, invita a sforzarci il più possibile di essere coerenti nella fede, mettersi in gioco sapendo che si perde tutto per guadagnare tutto (Fil 3, 8: R, Manes 211). Cioè che camminando sul sentiero verso il regno di Dio tutte le rinunce che avremmo fatto per arrivare in Paradiso, già da adesso saranno dei guadagni spirituali, un centuplo ottenuto con la grazia di Dio.

Chiediamo al Signore di essere mercanti sempre più desiderosi di ottenere le perle di Dio, per imparare ad amare tutto il mondo con la gioia di chi ha ricevuto il tesoro del cielo.

Così sia!

Santa Maria Novella in Firenze, 29 luglio 2023

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La patologia difensiva del «siamo solo noi» e la medicina curativa del Santo Vangelo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA PATOLOGIA DIFENSIVA DEL «SIAMO SOLO NOI» E LA MEDICINA CURATIVA DEL SANTO VANGELO

La patologia del “siamo solo noi” non è comparsa adesso ai nostri giorni, perché già Gesù, narra il Vangelo di Luca, fu costretto a rimproverare due apostoli, Giacomo e Giovanni, che, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme.

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La patologia del «siamo solo noi» non è comparsa adesso ai nostri giorni, perché già Gesù, narra il Vangelo di Luca, fu costretto a rimproverare due apostoli, Giacomo e Giovanni, che, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme.

Vasco Rossi in occasione della presentazione del film concerto Tutto in una notte, Live Kom 015′ a Milano, 14 marzo 2015. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

«Siamo solo noi» ripeteva Vasco Rossi in una sua vecchia hit [cfr. QUI] dove vi elencava situazioni nelle quali potevano riconoscersi quei suoi fans che condividevano i malesseri di una generazione di qualche tempo fa. Anche nella Chiesa, scossa dalle vicissitudini del mondo moderno, si è diffuso un certo qual malessere che potremmo definire del «Siamo solo noi». Esso compare tutte quelle volte che persone o gruppi di opinione manifestano scontento e lamentela, con la conseguenza di sentirsi come attaccati o assediati e perciò arroccati in posizione di difesa o in quella di appartenere alla sola élite capace di durare e comprendere ciò che convulsamente sta accadendo.

La patologia del «Siamo solo noi» non è comparsa adesso ai nostri giorni, perché già Gesù, narra il Vangelo di Luca, fu costretto a rimproverare due apostoli, Giacomo e Giovanni, che, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme[1].

Per guarire da questa condizione il Vangelo di questa domenica ci offre un farmaco che dal nome sembra proprio una medicina: la makrothimia (μακροθυμῖα), cioè la pazienza. È un termine che in verità non c’è nel brano evangelico proclamato oggi, ma ne esprime il senso. Lo troviamo, invece, nella seconda lettera di Pietro dove l’apostolo afferma:

«Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è paziente ― μακροθυμεῖ makrothimei ― con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» [2Pt 3, 9].

Questo per indicare che già nella primissima generazione cristiana c’era il desiderio di forzare i tempi e di mettersi al posto di Colui per il quale «[…] un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno» [2Pt 3, 8]. Ma ecco la pagina evangelica di questa sedicesima domenica per annum (Mt 13, 24-43):

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Come già ho cercato di spiegare [cfr. mia precedente omelia]. Gesù amava parlare in parabole presentando realtà immediatamente comprensibili tratte dal mondo contadino o casalingo come in questa domenica. Contestualmente, usando metafore, metteva in scena situazioni paradossali affinché la stessa realtà potesse esser vista diversamente da come la si percepisce abitualmente. Essa viene da Lui rimodellata non solo al fine di presentare una nuova etica, ma soprattutto per raccontare cos’è il regno di Dio, realtà che sfugge a qualsiasi appropriazione o catalogazione. È il mondo di Dio che Gesù rivela e vive e che continuamente spiazza.

La prima parabola del buon grano e della zizzania[2] si differenzia da quella del seminatore ascoltata domenica scorsa perché mentre lì si trattava di semina e ricezione del terreno, qui si descrive insieme alla semina (v. 24), anche la crescita del seme, la sua fruttificazione (v. 26) e la mietitura (v. 30). Tuttavia i lettori a differenza dei servi del padrone sono avvertiti subito che qualcuno, approfittando dell’oscurità della notte, ha seminato zizzania nello stesso campo. La scoperta della zizzania, operata dai servi, porta questi ultimi a esprimere il loro stupore e il loro sconcerto al seminatore (v. 27). Nelle loro parole si può forse cogliere anche una punta di sospetto o un dubbio sulla semina, e dunque sul padrone stesso. Ma la risposta del seminatore mostra che la presenza della zizzania in mezzo al grano non è per niente sorprendente, non deve stupire o far gridare allo scandalo. E così anche la reazione del lettore viene orientata non tanto a interrogarsi sull’origine della zizzania, ma sul come comportarsi constatandone la presenza. Lo spiazzamento del lettore, come dei servi, avviene lì. Non sradicate la zizzania, che tra l’altro è anche simile al grano, ma lasciate che le due piante crescano insieme: si rischierebbe infatti di strappare anche quelle di grano. La zizzania andrà certamente separata dal grano, ma a suo tempo. Non ora. Ora è il tempo della pazienza. La pazienza è forza nei confronti di se stessi, è capacità di astenersi dall’intervenire dominando l’istinto che porterebbe immediatamente a “far pulizia”. Ma questo non è l’agire di Dio. Dio è paziente e longanime.

Quante volte gli uomini si sono interrogati sulla presenza del male nella storia umana o nella stessa singola vita di ognuno di noi. Perché se seminiamo il bene talvolta ci vengono restituite cattiverie? Chi è questo operatore notturno che come nemico geloso dei buoni frutti della vita fa in modo che nascano tante situazioni nelle quali inciampiamo come su erbacce indesiderate?

Anche nella comunità cristiana può esistere questa commistione fra buono e cattivo, fra giusti e ingiusti come fu già nella piccola comunità di quelli che seguivano Gesù: qualcuno lo tradì, un altro lo rinnegò e alcuni pavidi se la dettero a gambe levate.

Però il Figlio dell’Uomo, Gesù, insegna ai suoi ad avere pazienza comportandosi come figli del Regno finché non verrà il giudizio che liquefarà ogni scandalo e bruttura. Scomparso il fumo delle opere dell’avversario ridotte a nulla, finalmente splenderà solo la luce del giorno senza tramonto[3].

Ma fino ad allora siamo nel tempo della crescita del Regno di Dio la quale può incontrare mille ostacoli e difficoltà. Ecco allora perché è importante imparare la pazienza di Dio stupendamente raffigurata dal libro della Sapienza nella prima lettura di questa Liturgia della Parola:

«[…] Il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento» [Sap 12, 19-20].

La comunità dei credenti, la Chiesa, è il luogo dove si fa esperienza di questa indulgenza divina ed essa, a sua volta, la testimonia al mondo. Come è espresso in queste belle parole del Concilio:

«La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria».[4]  

Nelle parole del Concilio viene detto esplicitamente che la Chiesa non è il Regno di Dio, ma vi anela mentre cammina nel tempo. Poiché essa stessa è composta di santi e peccatori bisognosi della pazienza e della misericordia divine. Mentre una pianta spunta per rimanere sé stessa, o grano buono o zizzania, le persone possono cambiare, tornare indietro, cadere e pure pentirsi. Una miriade di santi è lì a testimoniarlo e lo stesso apostolo Paolo più volte lo ricorda nelle sue lettere. Nella seconda lettura di questa Liturgia si spinge ad affermare che neanche «sappiamo come pregare in modo conveniente» se non intervenisse lo Spirito di Dio a intercedere per i santi. Questo ci mette al riparo dal sentirci non solo già arrivati, ma anche migliori di altri, i soli puri e santi desiderosi di estirpare già da ora quanti secondo noi sono simbolicamente zizzania.

Nelle altre due parabole che seguono quella del grano e della zizzania Gesù parla del Regno come fosse un seme che da piccolissime e umili origini inaspettatamente diventa un albero capace di accogliere vita nuova, simboleggiata dai nidi che vengono costruiti fra i suoi rami. Un’esperienza che la Chiesa che si rifaceva alla tradizione del Vangelo di Matteo già sperimentava, perché composta di persone provenienti sia dal giudaismo che dal paganesimo. Oppure ne parla come del lievito che fa crescere una gran quantità di farina. Tre misure sono quaranta chilogrammi! La Chiesa gioisce nel vedere questa opera divina e ne prova meraviglia. Allo stesso modo di Sara alla quale Abramo chiese di impastare la stessa quantità di farina per accogliere il Signore presso la quercia di Mamre[5]. Per questo la Chiesa, come a suo tempo Abramo e Sara, è chiamata alla fede nelle opere di Dio. Poco più oltre, infatti, nel Vangelo di Matteo Gesù dirà:

«Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spostati da qui a là” ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» [Mt 17, 20].

Possiamo a questo punto capire che il Regno che Gesù amava declinare in parabole è una realtà divina che sempre ci trascende. Una riserva di grazia, per usare parole di una teologia più matura, che ci insegna ad avere pazienza verso i peccatori, misericordia e fede in Dio fino al compimento del tempo quando opererà il giudizio escatologico.

In questa direzione vanno anche le due preghiere di colletta che possono usarsi in questa Liturgia. La prima più antica recita:

«Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore, e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia”.

La seconda più nuova ci fa pregare così:

«Ci sostengano sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore, perché la tua parola, seme e lievito del regno, fruttifichi in noi e ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova».

Buona domenica a tutti.

dall’Eremo, 23 luglio 2023

 

NOTE

[1] «…Entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò».  (Lc 9, 51-55)

[2] Pianta graminacea (Lolium temulentum), che infesta i campi di cereali.

[3] «Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli». (Ap 22, 5)

[4] Lumen Gentium, 5.

[5] «Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce» (Gen 18,6).

 

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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I Padri dell’Isola di Patmos

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È molto pericoloso affermare: «Io sono ciò che sento di essere», perché vuol dire imporre il mondo dell’irreale, spesso anche in modo violento

È MOLTO PERICOLOSO AFFERMARE «IO SONO CIÒ CHE SENTO DI ESSERE», PERCHÉ VUOL DIRE IMPORRE IL MONDO DELL’IRREALE, SPESSO ANCHE IN MODO VIOLENTO

Dopo mezzo secolo di lotte femministe, finalmente un maschio vince il primo premio a un concorso di bellezza per donne. Un successo straordinario per noi uomini!

— Storia e attualità —

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Esistono dei negri insopportabili, alcuni persino criminali pericolosi appartenenti a etnie notoriamente molto violente? Sì, ma con buona pace della semantica latina homines nigri non vanno indicati come “negri”, ma come “uomini di colore”. La parola “negro” è una espressione razzista.

“Transexual, Transylvanian” – The Rocky Horror Picture Show, Jim Sharman (1975)

Penso sia lecita una domanda: come mai quando loro indicano gli Homines albi (uomini bianchi), ci chiamano “bianchi” anziché “uomini senza colore”? Questi negri detti “uomini di colore”, sono forse razzisti? Come mai è razzista dire niger (negro) ma non lo è dire albi (bianco)? Se in qualsiasi Paese europeo, durante un diverbio, uno dicesse a un nero “sporco negro”, prima finirebbe alla gogna mediatica, poi alla sbarra dei nostri tribunali con accuse di razzismo, cosa sulla quale si può essere anche d’accordo, posto che non dovrebbe esistere un disprezzo passibile dell’accusa di razzismo e un disprezzo analogo considerato invece solo accesa espressione fuoriuscita di bocca nel corso di un diverbio, con il giudizio sostanziale e formale che varia secondo il colore della pelle indicata. O qualcuno conosce forse il caso di qualche negro svergognato su tutta la stampa politically correct e poi trascinato alla sbarra di un tribunale con accusa di razzismo per avere detto a qualcuno “sporco bianco”?  

Volendo essere equi, forse sarebbe il caso di trascinare alla sbarra del tribunale anche l’africano che si rivolge a un europeo indicandolo come bianco, o peggio usando l’espressione razzista di “sporco bianco”. Se infatti i neri non sono neri o negri bensì “uomini di colore”, a nostra volta noi bianchi non siamo dei bianchi bensì “uomini senza colore”, o se preferiamo “uomini di colorazione non scura” o “uomini scoloriti”. Si scelga quindi tra queste tre la definizione più politicamente corretta, perché così dovremmo essere chiamati, allo stesso modo in cui un africano non è chiamato “negro” o “nero” ma “uomo di colore”.

Per quanto riguarda le varie popolazioni nere del Continente Africano, andrebbe chiarito che spesso sono molto diverse le une dalle altre, all’incirca come un europeo della Norvegia può esserlo da un europeo italiano nativo della regione Calabria. A tal proposito il vocabolario fornisce questa indicazione:

«negroide, aggettivo e sostantivo maschile e femminile [composto di negro e oide]. In antropologia fisica, ramo negro, uno dei due rami delle forme primarie equatoriali, comprendente i ceppi degli steatopigidi, dei pigmidi e dei negridi. In senso generico (e spesso sostantivato), di individuo che presenti le caratteristiche dei negri (pelle molto scura, camerrinia, prognatismo, capelli crespi, dolicocefalia)» [cfr. Enciclopedia Treccani].

Se però andiamo a leggere la enciclopedia più inaffidabile di tutto il globo terracqueo, ossia Wikipedia, dove spesso il politicamente corretto è spinto sino al parossismo e alla negazione stessa dei fondamenti delle varie scienze, incluse quelle antropologiche e biologiche, possiamo leggere:

«Il termine negroide o negride, talvolta congoide, indica una classificazione antropologica ormai obsoleta dell’Homo sapiens, definibile a partire dalla forma del cranio ed altre caratteristiche craniometriche ed antropometriche: tale termine identifica gli esseri umani autoctoni dell’Africa subsahariana» [cfr. QUI].

Come mai in modo tacito e silenzioso certe università americane danno agli studenti neri di origine afro-americana dei test di ammissione più facili rispetto a quelli dati agli studenti bianchi di origine europeo-americana? Può essere che ciò avvenga allo stesso modo in cui qualsiasi bianco di origine europeo-americana avrebbe serie difficoltà nel gareggiare in certe competizioni sportive con degli afro-americani? Peggio che mai con dei puri africani di certe particolari popolazioni del Continente Nero, notoriamente favoriti in vari sport da quella loro felice conformazione fisica che noi “uomini senza colore” non abbiamo, per nostra diversa genetica, perché in molte cose siamo inferiori a loro, dotati di capacità e risorse fisiche che noi non abbiamo, inclusa quella estensione vocale che nel canto rende certe voci uniche, tanto da essere definite voci nere o negre proprio per la loro particolarità. Poi, se taluni pensano sia possibile e fattibile far gareggiare dei giapponesi con dei camerunensi in una gara di corsa in velocità col salto a ostacoli, che facciano pure, ma temo che i risultati sarebbero alquanto scontati, oltre che ridicoli. In ogni caso il problema non si porrebbe perché i giapponesi, memori delle loro grandezze ma al tempo stesso anche di quelli che potrebbero essere certi loro limiti fisici dinanzi ad altri competitori, con l’atavico senso di onore che hanno non si esporrebbero mai al pubblico ridicolo. Noi europei invece sì, perché abbiamo perduto da tempo il senso dell’umano pudore, ma più ancóra quello della vergogna.

Ciascuno è libero di affermare che i più grandi maestri del pensiero filosofico e quelli delle principali scienze esatte sono nati tutti in Congo, nel Camerun, nel Togo, in Ghana, in Liberia e nel Burkina Faso, dove gli archeologi hanno scoperto antichi siti che per ingegneria, architettura e pregio artistico superano di gran lunga quelli dell’antico Egitto e delle civiltà degli Incas e degli Aztechi, degli etruschi, dei greci e dei romani. La cosa indubbiamente tragica è che se cose del genere qualcuno le affermasse dinanzi a una platea di esperti studiosi e specialisti, tutti taceranno e nessuno di loro farà un sospiro. Ci si domandi: perché?     

La correttezza politica più degenerata ci spinge persino a credere all’esistenza di popoli e popolazioni che non esistono più, per esempio gli egiziani e i greci. Capisco che gli uni e gli altri, considerato il patrimonio legato alle loro terre, possano vantare certe antiche origini, resta però il fatto che la civiltà egizia ― e con essa gli egizi ―, si è estinta da secoli. Coloro che dicono di essere gli attuali egizi sono una popolazione arabica; lo sono da quando i “popoli delle sabbie”, noti anche come maomettani, invasero quella regione nel VII secolo facendo tabula rasa di ciò che rimaneva di quella cultura che già da alcuni secoli aveva dato avvio a una lenta decadenza. Gli antichi egizio-maomettani erano anche amanti dei grandi falò, perché furono loro, guidati dal Califfo Omar, ad appiccare il fuoco definitivo che distrusse l’antica biblioteca di Alessandria nel 640. Come secoli e secoli dopo furono dei jihadisti musulmani a distruggere nell’agosto del 2015 l’antico sito archeologico di Palmira. È vero che i responsabili della distruzione furono degli integralisti islamisti, come si affrettarono a precisare i maestri occidentali del politicamente corretto, ma è vero altresì che questi integralisti erano comunque musulmani, degenerati e indegni quanto vogliamo, ma comunque musulmani. E al compimento di ogni loro azione criminale, incluso lo sgozzamento filmato di molte vittime cristiane, si proclamavano veri seguaci del Corano. Il tutto contrariamente ai tanto vituperati cristiani che non hanno mai distrutto gli antichi templi pagani romani e greci, li salvarono trasformandoli in chiese, facendoli giungere sino ai giorni nostri.

Fosse vera la leggenda nera che i crudeli conquistadores spagnoli, con altrettanti crudeli domenicani e francescani al seguito, distrussero i templi di quelle antiche civiltà, resta comunque da capire come mai, in Messico e nel Perù i siti archeologici sono tutt’oggi integri e visibili. Perché inventare leggende nere e incolpare gli altri, pur di non dire che molte distruzioni furono fatte dalle popolazioni locali nel corso delle varie guerre civili che si susseguirono a partire dagli inizi del XX secolo, dopo che gli spagnoli cessarono di dominare quei territori come loro protettorati o colonie? Con l’invasione napoleonica nel 1808 prese avvio la disgregazione dell’impero spagnolo in Sudamerica attraverso le guerre d’indipendenza ispanoamericane, l’ultima delle quali nel 1898, nota anche come “grande disastro”. Non potendo né volendo dire che i conquistadores, giunti nelle Americhe nel XVI secolo, trovarono la civiltà azteca in stato avanzato di decadenza e che per prima cosa impedirono la prosecuzione della pratica dei sacrifici umani, si preferisce seguitare a diffondere leggende nere sugli spagnoli giunti con domenicani e francescani al seguito che imponevano in modo coatto il battesimo a intere popolazioni. Tutt’altra la verità storica: a convertire gli indigeni delle popolazioni dell’attuale Messico nel XVI secolo, a seguire quelle dell’America Latina, fu la Virgen Morenita, nota come Madonna di Guadalupe, che non fu portata dagli spagnoli, apparve al giovane azteco Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Lo stesso nome “Guadalupe” è un termine di origine azteca che deriva da Coatlaxopeuh e significa «colei che schiaccia il serpente». Anche in questo evento gli spagnoli, assieme ai tremebondi domenicani e francescani non c’entrano niente. Si noti altresì che nella cultura azteca il Quetzalcóatl era il serpente divino che simboleggiava la conoscenza e la guerra. Quindi, colei che schiaccia il serpente, in quella antica cultura simboleggia la sconfitta della guerra e l’inizio di una nuova conoscenza. Ecco chi convertì quegli antichi popoli, la Vergine Maria, non i battesimi forzati, condannati e puniti da sempre, peraltro, dal diritto ecclesiastico.

Gli attuali egiziani parlano in arabo e scrivono usando i caratteri dell’alfabeto arabo perché in verità questa era la lingua originaria che parlava nel XIII sec. a.C. il Faraone Ramses II detto il Grande, ne sono ulteriore prova le iscrizioni interne delle piramidi che abbondano di caratteri alfabetici arabici, detti non a caso: “lingua araba cuneiforme”. Poi, a chi non fosse informato, basti ricordare che Maometto si ispirò ai geroglifici egizi astrali per capire bene dove costruire la Mecca.

Gli attuali greci sono fieri più che mai della loro storia, sentendosi profondamente e intimamente tali, peccato che non lo siano. Se infatti per greci intendiamo gli abitanti di quella regione geografica, nulla da dire, ma tenendo conto che lo sono solo a livello geografico. Gli attuali abitanti di quella regione sono infatti greci allo stesso modo in cui gli abitanti di quel territorio chiamato Egitto sono egiziani. Pertanto, gli abitanti di quella regione sono eredi e discendenti degli antichi greci allo stesso modo in cui gli svedesi sono eredi e discendenti degli abitanti del Madgascar. In quella regione geografica chiamata Grecia i turchi hanno dominato per quattro lunghi secoli, dal 1453 al 1821. Gli antichi greci ci hanno lasciato un grande patrimonio d’arte che testimonia quella che era la morfologia e la conformazione fisica del tutto tipica e caratteristica degli uomini e delle donne di quell’antico popolo. Gli attuali ateniesi che vantano in lungo e in largo la loro antica grecità, dovrebbero fare i conti con un dato di fatto tanto semplice quanto evidente: che gli piaccia o meno, morfologicamente sono turchi. Qualcuno ne vuole la prova? Basta andare a passeggio per le vie di Istanbul e per quelle di Atene per appurare che tra gli abitanti dell’una e dell’altra Città non c’è differenza, perché sono uomini di ceppo turco gli abitanti di Istambul come sono turchi nella loro conformazione fisica gli abitanti di Atene, che dopo quattro secoli di dominio pretendono di spacciarsi per discendenti degli antichi greci, come se oggi avessero la conformazione e le fattezze delle sculture di Skopas, Prassitele e Lisippo. Liberi i greco-turchi di sentirsi tali e quali ai bronzi di Riace, libero al tempo stesso qualsiasi conoscitore della storia, della antropologia e dell’arte di ridergli in faccia dinanzi a simili pretese.

Noi italiani non abbiamo di questi problemi, essendo uno dei popoli tra i più bastardi del mondo. Ecco un esempio esaustivo: in una delle nostre isole maggiori, la Sardegna, è possibile vedere figure maschili di medio-bassa statura, tarchiati e di ossatura pesante, mori di capelli e dalla pelle olivastra, che ricordano certi musulmani della casba di Algeri. Allo stesso tempo è possibile vedere uomini biondi, alti di statura e con gli occhi azzurro ghiaccio che ricordano i vichinghi della attuale Scandinavia. Com’è possibile, domandò un ingenuo milanese in vacanza proprio a un antropologo cagliaritano, che con gran senso di umorismo rispose:

«Le nostre nonne erano donne molto accoglienti e ospitali con tutti gli stranieri che hanno visitato nei secoli la nostra terra».

Il compianto Indro Montanelli, quando avevo appena 25 anni, con il suo spirito fiorentino al veleno dolce mi disse:

«L’Italia ha la forma geografica di uno stivale, ma nei fatti concreti è paragonabile al letto di una puttana, sul quale tutti quanti si sono sdraiati, rendendoci il popolo più bastardo del mondo. Cosa questa dai risvolti anche molto positivi, perché come risaputo i bastardi ― si prendano come esempio i cani ― sono più intelligenti e anche più longevi rispetto a quelli di pura razza».

Intelligenti e creativi, aggiungo io, nel bene e nel male, ma anche in questo caso con una differenza: se affermiamo che certi napoletani hanno messo a segno furti e truffe da meritare ammirazione, non certo per il crimine, beninteso, ma per l’ingegno geniale, questo si può dire, perché è consentito. Se invece si afferma che gran parte degli zingari ― non alcuni, ma gran parte dei cosiddetti Rom ― vivono di furti e traffici illeciti, in tal caso si è tacciati di razzismo, il tutto a prescindere dalle sentenze dei tribunali e dal continuo recupero di refurtive nei Campi Rom. Se infatti il napoletano mette a segno furti e truffe con raro ingegno, è un delinquente, se però uno zingaro ruba, in quel caso si tirano in ballo tutte le colpe, anche quelle più improbabili, della società, secondo le tesi di quello sciagurato rovinatore del pensiero giuridico europeo di Jean Jacques Rousseau, che dette vita nel XVIII secolo alla teoria del cosiddetto “buon selvaggio”. Secondo il pensiero roussoiano l’uomo in origine era un “animale” buono e pacifico e solo successivamente, corrotto dalla società e dal progresso, entrambi colpevoli, è divenuto malvagio. Un pensiero molto pericoloso che oggi va per la maggiore e che spesso porta ad affermare che coloro che delinquono lo fanno non perché hanno scelto di perseguire la via del crimine, ma perché la colpa è degli altri, o peggio della società intera.

Presto detto: i negri violenti che mossi da impulsi tribali fanno a pezzi a colpi di machete anche donne e bambini, non agiscono per istinti criminali mossi da disumanità, perché il loro agire sarebbe la causa dell’imperialismo coloniale che li ha incattiviti. Perché, come noto e risaputo, prima dell’arrivo dei cattivi colonizzatori nel Continente Africano, non si scannavano affatto tra di loro, ma vivevano pacifici come in un idillico Paradiso di Eden. E i colonizzatori furono a tal punto spietati e cattivi da proibire e impedire la pratica del cannibalismo diffuso in non poche tribù assieme ai sacrifici umani. Tra i tanti casi recenti che smentiscono quanti identificano l’uomo negro con il buono, la vittima e lo sfruttato dalla spregiudicatezza dell’Occidente, cito il genocidio del Ruanda che produsse a inizi anni Novanta del Novecento circa un milione di morti nelle lotte tribali tra Hutu e i Tutsi. gran parte dei quali donne e bambini.

I dati forniti in seguito dalla Banca Nazionale del Ruanda, documentarono attraverso migliaia di transazioni commerciali internazionali che circa un milione di machete usati per i massacri erano stati importati attraverso vari canali e che per la maggior parte erano di fabbricazione cinese. Le transazioni bancarie dimostrarono che furono acquistati e pagati con fondi stanziati da vari Paesi Occidentali donatori per sostenere lo sviluppo economico e sociale del Ruanda. Lo stanziamento dei fondi prevedeva che quei soldi non potessero mai essere usati per armi o altri materiali militari. L’accordo con la Banca Mondiale era più restrittivo ancóra e prevedeva che i fondi non potevano essere usati per importare neppure prodotti civili, se questi erano destinati all’uso militare o paramilitare. Dopo accurate indagini la Banca Mondiale appurò che il governo del dittatore Juvénal Habyarimana (1973-1994) fece uso dei fondi della Banca Mondiale per finanziare l’importazione di machete dalla Cina, classificandola come importazione di “prodotti civili” per uso non militare e non para-militare. In ogni caso, il cattivo, rimane di prassi “l’uomo bianco”, mentre “l’uomo nero” è buono, poi, se diventa cattivo, la colpa è tutta quanta dell’Occidente, non certo degli impulsi derivanti dalla sua mai assopita cultura tribale, che solo un altro genere di cultura è riuscita ad assopire e in alcuni casi persino a sconfiggere: il Cristianesimo.

Gli arabo-egizi sono liberi di sentirsi i discendenti degli antichi faraoni come i turco-greci possono dichiararsi discendenti della antica civiltà ellenica. Possiamo trascinare alla sbarra dei tribunali chi osa dire “negro” anziché “uomo di colore”, ovviamente sorvolando sui negri che a noi ci chiamano “bianchi” con tutta la solare ovvietà del caso, perché tali siamo: bianchi. Possiamo seguitare ad avvelenare il pensiero del decadente Occidente con le teorie roussoiane e credere che l’uomo è fondamentalmente buono e che se diventa cattivo, o se delinque, la colpa non è sua ma della società liberal-capitalista.

Allo stesso modo un uomo è libero di sentirsi donna, come quella transessuale che giorni fa ha vinto in Olanda il premio di Miss Universo. Premio dinanzi al quale ammetto di essermi sbizzarrito anch’io sui social media scrivendo:

«Dopo mezzo secolo di lotte femministe, finalmente un maschio vince il primo premio a un concorso di bellezza per donne. Un successo straordinario per noi uomini!».

Dinanzi a certi ostinati rifiuti della realtà, spesso esercitati in modo anche violento, talora persino a colpi di leggi o con il ricorso alle leggi sulle non meglio precisate “discriminazioni”, chiunque ragioni e intenda seguitare a farlo, sulle prime può gettarla in ridere, ma dopo una risata reattiva capirà subito che in verità ci sarebbe da piangere.

Penso sia legittimo e affatto razzista e discriminante porsi una domanda: se un uomo decide di sentirsi donna e di presentarsi a un concorso di bellezza per donne, per quanto mi riguarda è libero di farlo, così come i responsabili delle ammissioni al concorso affetti da evidente idiozia, seguiti appresso da una giuria composta da evidenti imbecilli, sono liberi sia di ammettere una trans sia di premiarla come la donna più bella. Però, allo stesso modo, dovrebbe essere altrettanto legittimo, per esempio da parte mia, porre una domanda affatto ironica, ma veramente innocente e soprattutto realistica: se alla trans olandese neo-eletta Miss Universo fosse diagnosticato un varicocele al testicolo destro e fosse necessario un intervento chirurgico, di quelli ai quali talvolta sono sottoposti anche i bambini, dove la ricoveriamo: nel reparto di ginecologia, in quanto si sente donna benché biologicamente uomo, oppure nel reparto di urologia, in quanto di fatto, benché si senta donna, è un uomo, tanto da richiedere un piccolo intervento chirurgico a un testicolo?

Qualsiasi mente raziocinante capisce bene quanto sia insidioso a livello sociale, politico e giuridico avallare la tesi che una persona non è ciò che nella sua realtà fisica e biologica è, ma ciò che sente di essere o che ritiene o vuole essere.

Le parole di Gilbert Keith Chesterton risuonano profetiche più che mai, quando nella sua opera Eretici scrisse nel lontano 1905:

«La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto».

E così, in caso di necessità, ricovereremo Miss Universo nel reparto di ginecologia e non in quello di urologia, anche se deve essere operata a un varicocele al testicolo destro, perché ciò che conta non è il dato di fatto oggettivo e biologico che costei abbia i testicoli; conta solo che questa trans si sente donna e rivendica il diritto a esserlo.

Stiamo precipitando nel mondo dell’irreale, ma nessuno se ne vuole accorgere, chi poi se ne accorge tace per paura o per quieto vivere, evitando così di essere accusato di omotransfobia. Perché non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che il soggetto vuole, ciò che sente e ciò che a lui piace.

dall’Isola di Patmos, 16 luglio 2023

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È appena uscito ed è in distribuzione il nuovo libro di Padre Ariel, potete acquistarlo cliccando direttamente sull’immagine di copertina o entrando nel nostro negozio librario QUI

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Il cento, il sessanta, il trenta nel seme di Dio

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

IL CENTO, IL SESSANTA, IL TRENTA NEL SEME SACRO DI DIO

La fede infatti «è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela». Dunque è una risposta che diamo a Dio e che certi giorni può essere più certa ed altri più insicura.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori de L’Isola di Patmos,

il tempo estivo è tempo in cui spesso molti di noi vanno in vacanza, specialmente nelle mete di mare. Inconsapevolmente stiamo facendo una scelta evangelica. Infatti, il mare è descritto nel brano evangelico di questa XV Domenica del tempo ordinario quale luogo in cui Gesù espone e spiega la parabola del seminatore. Una parabola che è una piccola mappa per tutti noi: una piccola chiave di lettura della vita di fede. Il mare, dunque, è il luogo dove Gesù offre chiarezza per il nostro cammino di credenti. Potremmo dire con il poeta Rainer Maria Rilke:

«Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso».

Il brano del Vangelo di oggi è composto per lo più da una parabola, una delle poche che Gesù decide di spiegare direttamente ai discepoli mentre invece rimane in forma di narrazione per tutti gli altri che lo ascoltano in riva al mare. Gesù usa le parabole. I discepoli gli domandano perché, Lui risponde:

«Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. […] Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono».

Sembra una risposta sibillina. Invece il Signore vuole far capire l’importanza della parabola.

Vorrei soffermarmi un momento sul perché. In effetti, la finalità delle parabole consiste nell’illuminare circa la natura del regno e di aprire alla comprensione di cose nuove, ad esempio su come agisce Dio. La parabola è un racconto basato sull’avvicinamento e la comparazione di due realtà, una reale e una fittizia che si richiamano ma non coincidono. Essa contiene metafore che fanno riferimento a una situazione “diversa” rispetto a quella narrata. In tal modo le parabole spingono gli uditori a un esercizio che richiede intelligenza, fantasia, elasticità mentale e capacità riflessiva. Insomma: richiede a tutti di trasferirsi idealmente nel racconto fittizio per tornare al reale con un’acquisizione nuova. Dunque le parabole selezionano realtà quotidiane come elemento di comparazione, e allo stesso tempo manifestando il loro limite per far emergere la “sporgenza” o “eccedenza” della realtà a cui rimandano. In tal modo esse operano un passaggio verso ciò che supera la mente umana e permettono agli uditori di esporsi personalmente a ”l’inedito” e “all’inaudito” di Dio. Diventano così rivelazioni “dell’atmosfera” amorevole e tenera di Dio e lo rendono in qualche modo più accessibile, conoscibile e attraente per chiunque le ascolti[1]

Ecco perché nella parabola del seminatore troviamo in controluce tutta la nostra vita di fede. Gesù spiega bene nei dettagli e offre una fenomenologia dei diversi credenti. Il seme seminato lungo la strada, potremmo dire che è il credente non praticante. Il seme seminato sul terreno sassoso è il credente che facilmente è preda dei facili entusiasmi, incostante nel tempo che spesso va in crisi, senza una scelta definitiva nella fede. Il seme seminato tra i rovi è il credente distratto tra le mille voci del mondo e della cultura attuale, mosso da buoni sentimenti e da una buona pratica di fede, ma che non riconosce poi facilmente i peccati e i vizi del tempo e così li asseconda. Infine, il seme seminato sul terreno buono che produce cento, sessanta e trenta è il credente che crede con convinzione forte e si sforza di essere coerente nella pratica della fede, ma date le sue fragilità non sempre riesce a dare il massimo. Gesù accetta però anche quei piccoli gesti di fede e carità attuati con tenerezza ed amore.

Tutti noi possiamo essere uno di questi credenti, dal meno fervoroso al più fervoroso. Direi anche che ciascuno di noi può avere delle fasi in cui passa dall’essere seme infecondo sulla strada a seme piantato sul terreno buono. Questi quattro semi descritti da Gesù possono rappresentare anche un momento della nostra vita di fede, in cui siamo più aridi o più convinti.

La fede infatti «è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela» [cfr. CCC 166] Dunque è una risposta che diamo a Dio e che certi giorni può essere più certa ed altri più insicura. A noi di essere sempre pronti a ricevere la grazia per un atto di fede sempre più fermo.

Chiediamo al Signore di crescere nella fede, per diventare un seme di vita eterna, un fermento sacro per tutto il mondo, affinché possiamo donare il nostro trenta, sessanta, cento al mondo sempre più orfano di Dio.

Così sia!

Santa Maria Novella in Firenze, 16 luglio 2023

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NOTE

[1] Cfr R. Manes Vangelo secondo Matteo, Ancora, 2019, 197 – 198.

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Il Vangelo narra che il seminatore uscì a seminare, non ci dice però che fece ritorno

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL VANGELO NARRA CHE IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE, NON CI DICE PERÒ CHE FECE RITORNO

Un missionario italiano ucciso nel 1985 in Brasile soleva dire: «Il seminatore uscì a seminare, ma non dice che poi ritornò». E proseguiva: «Il destino del seme non sarà differente dal destino del seminatore».

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Un missionario italiano[1] ucciso nel 1985 in Brasile soleva dire: «Il seminatore uscì a seminare, ma non dice che poi ritornò». E proseguiva: «Il destino del seme non sarà differente dal destino del seminatore».

Seminatore al tramonto, Vincent Willem van Gogh

Questa frase molto concisa condensa il cuore del messaggio evangelico di questa XV Domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo (Mt 13, 1-23) che verrà proclamato nella Liturgia della Parola si apre, infatti, con uno degli incipit più conosciuti di tutti i Vangeli: «Il seminatore uscì a seminare». A questo collegamento potrete trovare il testo nella versione più lunga[2].

Il brano da inizio al discorso in parabole[3] terzo dei cinque grandi discorsi che Matteo mette sulla bocca di Gesù ed è strutturato in quattro parti. Una breve introduzione (vv. 1-3a), la parabola del seminatore (vv. 3b-9) e la sua spiegazione (vv. 18-23). Nel mezzo (vv. 10-17) si trova una breve pericope che affronta la questione metodologica: perché Gesù parla alle folle in parabole?

La parabola è il genere che Gesù prediligeva quando voleva presentare, nella forma del racconto, una verità nascosta a partire da situazioni, esempi e realtà che i suoi uditori potevano immediatamente comprendere. È divenuta così un modello pedagogico che travalicando il tempo conserva il suo valore ancora oggi che viviamo nell’epoca del disincanto. Un’epoca, la nostra, in cui il simbolico possiede un forte impatto e proprio a questo tende il parlare in parabole di Gesù: cogliere il significato nuovo ed inaspettato della realtà, presentata simbolicamente. Mettendo in scena contadini e vignaioli, re e servi, pescatori oppure pastori, una massaia o una donna che ha perso una moneta, tutte realtà familiari agli uditori, Gesù parlò a questo modo del Regno di Dio, addirittura senza nominare Dio.

Ma l’immediatezza e la semplicità della parabola non devono ingannare, poiché essa ha anche un valore paradossale. Tutti conoscono i paradossi del filosofo greco Zenone di Elea[4] – famoso quello di Achille e la tartaruga – che avevano lo scopo di confutare la molteplicità e il movimento. Gesù invece, con le parabole, pone in essere realtà paradossali per invitare uditori e lettori a cogliere un senso ulteriore, altro, rispetto a ciò che normalmente si vede, crede e vive. L’inaspettato con Gesù abita la vita quotidiana.

Nessuno infatti getta del seme prezioso ovunque se non nei solchi preparati, nessuno dopo aver seminato frumento non si preoccupa più del terreno e aspetta solo la mietitura. Chi lascerebbe un gregge intero per andare a ritrovare una sola pecora perduta? Come fa un granello piccolissimo a diventare grandissimo? Chi dà la stessa paga a tutti senza guardare le ore di lavoro a giornata? Solo Dio e lo si può scorgere nell’agire di Gesù mentre annuncia il suo Regno. In fondo le parabole hanno questo come scopo: sorprendere e spiazzare per aiutare a rimodellare la realtà, guardandola altrimenti, secondo una logica nuova, quella paradossale del Vangelo, che Gesù incarna. Egli infatti è la parabola vivente di Dio o, come ebbe a dire Massimo il Confessore: «Egli è simbolo di sé stesso»[5].

Nella parabola di questa domenica il seme è simbolo, secondo la spiegazione che ne da Gesù, della Parola di Dio, realtà teologica che va ascoltata e compresa. La vicenda paradossale è che finisce su vari terreni generando tutta una serie di reazioni. La Parola divina, infatti, come dice il profeta Isaia nell’odierna prima lettura «non ritornerà a me senza effetto» allo stesso modo della pioggia o della neve che vengono dal cielo. Ora Dio «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» aveva detto Gesù nel Discorso della Montagna (cfr. Mt 5, 45). La Parola di Dio, dunque, non è una realtà misterica rivolta ad iniziati, ma si compromette con le situazioni umane accettando anche l’insuccesso che, nella parabola, è grande, poiché su quattro terreni ben tre non produrranno frutti. Nella spiegazione che ne da Gesù, riprendendo le parole gravi del libro di Isaia[6], le persone che non ascolteranno la Parola non faranno altro che irrigidirsi nella loro situazione, non potranno cioè cambiare la loro realtà né aprirsi alla novità del Regno. Sono quelli che hanno mancanza di interiorità, i superficiali che si lasciano portar via il seme della Parola dalla prima cosa che arriva, come fosse un passero svolazzante. Sono quelli che mancano di perseveranza perché per loro la vita è come un sasso che forse difende dagli assalti esterni, ma neanche fa mettere radici alle cose buone e belle. Gli uomini dell’attimo li chiama il Vangelo (πρόσκαιρός, proskairos v. 21) che prendono fuoco al momento. La Parola l’ascoltano eccome, ma se c’è da durare tutto diventa faticoso. Non avendo radici di fronte alla prima difficoltà abbandonano. Ci sono poi quelli che pur avendo ascoltato poi preferiscono le sirene della vita dietro a ricchezze e mondanità e perciò le preoccupazioni e le ansie li avviluppano come rovi e spine che non lasciano filtrare la luce che permetterebbe alla Parola di emergere e permetter loro di guardare e vivere la vita diversamente.

Infine ci sono quelli che, per usare l’immagine della parabola, sono la minoranza del terreno buono che porta frutto a secondo delle possibilità. Sono coloro che non solo sanno ascoltare, ma sanno anche comprendere la Parola. Ovvero sanno mettere insieme (συνιείς, synieis v. 23) componendoli Parola e vita costantemente. Della Parola hanno una comprensione profonda, spirituale e vitale. Ma non è facile, perché il terreno potrebbe diventar duro e refrattario anche per loro, sassoso o riempirsi di spine e rovi infestanti. Ecco allora la necessità di una costante vigilanza e un lavoro spirituale perché da semplici “uditori della Parola”[7] essa divenga una realtà che cresca con loro. Come nella felicissima espressione di Gregorio Magno: «Textus crescit cum legenti»[8] (Il testo cresce con colui che lo legge).

Possiamo porci a questo punto due domande, chi da la forza affinché la Parola cresca e dove trovo questa forza? Alla prima domanda si può rispondere ricordando un’altra parabola del seme che troviamo stavolta nel quarto Vangelo: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». (Gv 12, 24). Gesù sta parlando della sua morte sulla croce. Il redattore del Vangelo, infatti, reagendo all’affermazione di Gesù: «E io quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» commenta: «Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire» (Gv 12, 32-33).

Gesù dunque si paragona a un seme inviato dal Padre nel cuore della terra — «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3, 16a) —  e tutto questo amore che Gesù ha rivelato nel corso della sua esistenza si condenserà e porterà il suo massimo frutto proprio nel momento del suo morire, sulla croce. Secondo Giovanni il primo frutto della morte di Gesù è lo Spirito[9] che come acqua scende dal suo corpo morto verso i credenti: la madre ed il discepolo amato.

Questo Spirito non solo ha risuscitato Gesù dai morti[10] ma è l’ermeneuta che svela il senso della Parola di verità che è Gesù. Le sue parole, infatti, sono spirito e vita (Gv 6, 63). È dunque ormai lo Spirito di Cristo che aiuta i credenti ad essere quel terreno fecondo che sa accogliere la Parola e la fa comprendere perché porti frutti buoni.

In questo senso, secondo le parole del missionario riportate all’inizio di questo testo, Gesù, che si è fatto seme di amore fino alla croce, per mezzo del suo Spirito non smette di seminare la Parola e mai farà ritorno. Questa azione costante è espressa dalle parole del salmo responsoriale della Liturgia che annuncia:

«Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli» (Sal 64).

Nel tempo della difficile gestazione che l’intera opera creata patisce, come ricorda Paolo nella odierna seconda lettura. E, infine, per rispondere alla seconda domanda, è nella liturgia eucaristica Che la Chiesa sperimenta al massimo grado questa azione di Gesù e dello Spirito. Quando Egli nel brano del Vangelo di questa domenica afferma: «Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano» (v. 16) non sta privilegiando alcuni escludendo altri. È vero, l’esperienza diretta e concreta che fecero i discepoli di incontrare l’umanità di Gesù fu unica e irripetibile tanto da far affermare a Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita» (1Gv 1,1).

Ma questa umanità, ormai glorificata del Verbo la possiamo “toccare” ancora oggi quando durante l’azione sacramentale, grazie al medesimo Spirito[11] che agisce sulla parola e sulle offerte eucaristiche, ascoltiamo di nuovo quella Parola e ci nutriamo di Cristo. Questa grazia scende abbondante, oggi, qui e ora, sul terreno che è la nostra situazione vitale, in qualsiasi condizione esso si trovi al momento, nella speranza che tutto questo dono, che è l’amore del Padre in Gesù per mezzo dello Spirito non vada perduto, ma porti frutto a sua volta.

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 15 luglio 2023

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NOTE

[1] Padre Ezechiele Ramin, comboniano missionario in Brasile, fu ucciso il 24 Luglio 1985 mentre difendeva i piccoli agricoltori e gli indios nel Mato Grosso. San Giovanni Paolo II lo definì «testimone della carità di Cristo» durante un Angelus

[2] La liturgia prevede anche una forma più breve.

[3] Mt 13, 1-52.

[4] Zenone di Elea (489 a.C. – 431 a.C.) è stato un filosofo greco antico presocratico della Magna Grecia e un membro della Scuola eleatica fondata da Parmenide. Aristotele lo definisce inventore della dialettica.

[5] «Il Signore […] è diventato precursore di se stesso; è diventato tipo e simbolo di se stesso. Simbolicamente fa conoscere se stesso attraverso se stesso. Cioè conduce tutta la creazione, partendo da se stesso in quanto si manifesta, ma per condurla a se stesso in quanto è insondabilmente nascosto» (Cantarella R., Mistagogia ed altri scritti, 1931).

[6] Is 6,9-10.

[7] Rahner K., Uditori della Parola, Borla, 1967.

[8] Bori P. C., L’interpretazione infinita, L’ermeneutica cristiana antica e le sue trasformazioni, 1988.

[9] «E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19, 30).

[10] «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rom 8, 15).

[11] Il vescovo orientale Mons. Neofito Edelby, il 5 ottobre 1964, durante i lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II lasciò un segno importante pronunciando queste parole: «La Sacra Scrittura non è soltanto una norma scritta, piuttosto quasi consacrazione della Storia della salvezza sotto le specie della parola umana, inseparabile però dalla consacrazione eucaristica nella quale si ricapitola tutto il Corpo di Cristo […] Non si può separare la missione dello Spirito Santo dalla missione del Verbo Incarnato. È questo il primo principio teologico di qualsiasi interpretazione della Sacra Scrittura. E non si può dimenticare che, oltre alle scienze ausiliari di ogni genere, il fine ultimo dell’esegesi cristiana è la comprensione spirituale della Sacra Scrittura alla luce di Cristo risuscitato».

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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“Miss Universo”. L’Isola di Patmos si occupa del bello perchè è una espressione manifesta di Dio e dei suoi doni nella storia dell’uomo

“MISS UNIVERSO”. L’ISOLA DI PATMOS SI OCCUPA DEL BELLO PERCHÉ È UNA ESPRESSIONE MANIFESTA DI DIO E DEI SUOI DONI NELLA STORIA DELL’UOMO

Premiazione dinanzi alla quale solo gli irriducibili omotransfobici, gli esponenti delle destre filo-fasciste e i cattolici integralisti potranno sollevare obiezioni. 

— Notizie in breve —

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

 

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Una transessuale olandese è stata incoronata Miss Universo alla sfilata che si è tenuta l’8 luglio nei Paesi Bassi.

Oltre alla indubitabile e straordinaria bellezza, questa premiazione è stata anche una incoronazione per la cultura europea della inclusione delle diversità. Premiazione dinanzi alla quale solo gli irriducibili omotransfobici, gli esponenti delle destre filo-fasciste e i cattolici integralisti potranno sollevare obiezioni.

 

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dall’Isola di Patmos 10 luglio 2023

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.https://www.youtube.com/watch?v=ltEAQNopUYM&t=2s

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Un altro “scappato di casa” in corsa con l’eretico scismatico scomunicato e dimesso dallo stato clericale Alessandro Minutella

UN ALTRO “SCAPPATO DI CASA” IN CORSA CON L’ERETICO SCISMATICO SCOMUNICATO E DIMESSO DALLO STATO CLERICALE ALESSANDRO MINUTELLA

Chiunque malgrado la sentenza data su di loro dalla Chiesa, ascolti la Messa e riceva i Sacramenti dal Sig. Minutella e dai sacerdoti che si sono messi al suo seguito cadendo nel delitto di eresia e scisma, cade in peccato e pecca gravemente, perché la Chiesa li ha colpiti con una sentenza.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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I membri degli antichi ordini storici vivono da sempre con disagio e sofferenza deviazioni e tradimenti della dottrina della fede di alcuni loro membri, specie quando scivolano nell’eresia e nello scisma.

Solo guardando ai tempi recenti: i Benedettini hanno avuto il caso di Giovanni Franzoni, i Francescani il caso di Leonard Boff, i Gesuiti il caso eclatante di Alighiero Tondi. Tutti gli ordini storici e le congregazioni hanno avuto alcuni loro membri che hanno dato problemi deviando dalla dottrina della fede o generato pubblici scandali. Il tutto rammarica e addolora, indubbiamente, ma al tempo stesso non deve destare neppure eccessivo stupore, basta pensare al tradimento di Giuda Iscariota.

Come nelle migliori famiglie, può capitare che alcuni figli siano dotati delle migliori capacità umane e morali, mentre uno, seppur nato dagli stessi genitori ed educato come tutti gli altri, prenda invece delle strade sbagliate, a volte persino pessime.

È il caso del presbitero domenicano Vincenzo Avvinti, che dopo vari problemi generati all’interno dell’Ordine dei Predicatori è stato colpito dal provvedimento estremo della dimissione – leggasi espulsione – dalla nostra Famiglia Religiosa. Non mi soffermo sui motivi, non perché non possa farlo, ma proprio perché non voglio farlo. Desidero infatti sia chiaro che per me è un dolore enorme che un presbitero che ho conosciuto di persona anni fa e che ho stimato tanto per la sua caratura umana e intellettuale, abbia compiuto adesso questo passo. 

Purtroppo, questo nostro ex confratello ha deciso di aggiungere danno al danno e male al male mettendosi al seguito dell’eretico scismatico scomunicato e dimesso dallo stato clericale Alessandro Minutella.

Ritengo giusto informarne sia i nostri Lettori sia i membri del Terz’Ordine Secolare Domenicano, facendo presente agli uni e agli altri ciò che diceva San Tommaso d’Aquino nella quaestio n. 82 che da anni viene stravolta e manipolata dal Sig. Minutella:

«Et ideo peccat quicumque eorum Missam audit vel ab eis accipit Sacramenta» (E quindi pecca chiunque ascolti la loro Messa o riceva da essi i Sacramenti) [vedere testo latino e italiano QUI].

Perché dico che da anni stravolge e manipola questa questio? Per il semplice fatto che come suo uso e costume taglia dei pezzi dal loro contesto e li presenta facendogli dire quel che non dicono. Infatti, questo brano da lui citato come un mantra, è preceduto dalla parte in cui si dice:

«Differt tamen inter praedictas sectas. Nam haeretici et schismatici et excommunicati sunt per sententiam Ecclesiae executione consecrandi privati» (Tra codeste categorie però c’è qualche differenza. Infatti gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati vengono privati dell’esercizio dei loro poteri da una sentenza della Chiesa).

Proprio questa è la questione. Il Sig. Minutella, con lui anche l’ex membro dell’Ordine dei Predicatori Vincenzo Avvinti, sono degli eretici scismatici che come tali la Chiesa ha privati con una sentenza della potestà di esercitare il sacro ministero sacerdotale. Pertanto: «Et ideo peccat quicumque eorum Missam audit vel ab eis accipit sacramenta» (E quindi pecca chiunque ascolti la loro Messa o riceva da essi i Sacramenti).

Esattamente così: chiunque, malgrado la sentenza data su di loro dalla Chiesa, ascolti la Messa e riceva i Sacramenti dal Sig. Minutella e dai sacerdoti che si sono messi al suo seguito cadendo anch’essi nel delitto di eresia e scisma, cade in peccato e pecca gravemente, perché la Chiesa li ha colpiti con una sentenza.

Permanendo nel rispetto che ci è richiesto dalle Costituzioni Domenicane, ma ancor di più rispettoso della salvezza delle anime ― che è il fine primo del nostro Ordine ― offro questo avviso ai nostri Lettori pregando per la conversione di questo nostro ex confratello.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 10 luglio 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dalle polemiche sulle croci in montagna alle vette e altezze della Parola di Dio

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLE POLEMICHE SULLE CROCI IN MONTAGNA ALLE VETTE E ALTEZZE DELLA PAROLA DI DIO

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Come una tempesta in un bicchier d’acqua la settimana scorsa è scoppiata la polemica sulle croci di vetta [vedere, QUI], fra l’altro scaturita da affermazioni mai pronunciate, che ha tenuto banco per qualche giorno sui quotidiani nazionali. Ancora una volta, alla fine dei discorsi, si è rischiato di banalizzare e far passare come un’imposizione quello che è il simbolo per eccellenza del Cristianesimo, la croce di Gesù rappresentazione visiva dell’amore fino alla fine [cfr. Gv 1, 3] offertoci dal Signore.

Croce di vetta di Piccola Legazuoi [immagine di Stefano Zardini cfr. QUI]

Per questo, proprio come quell’acqua fresca che a volte trovi in montagna dopo un’erta salita, ben venga la sequenza di letture di questa XIV Domenica del tempo per annum. Non sempre accade di trovare in un’unica Liturgia della Parola una serie di scritti dove ogni singola frase è bella di per sé tanto che andrebbero conservate e rimeditate nel corso della settimana. Al culmine di essa leggiamo la pericope evangelica [Mt 11, 25-30] che è tanto preziosa, quanto rara, perché ci offre uno spaccato di quella che fu la coscienza profonda di Gesù, la sua coscienza filiale. Non a caso questo brano di Matteo è stato definito come il più giovanneo di tutti i Vangeli sinottici. Solitamente, infatti, è nel quarto Vangelo che troviamo simili altezze e profondità, spesso, come qui in Matteo, in un contesto di preghiera nel quale Gesù si rivolge al Padre, come nella nota pericope, quella cosiddetta della sua ora: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te» [Gv 17, 1]. Ecco il brano del Vangelo della prossima domenica:

«In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”».

Il rigo iniziale del brano nel testo greco precisa: «In quel tempo, rispondendo[1], Gesù disse». A cosa Gesù sta rispondendo e perché in questo momento cruciale [2]? Agli eventi precedenti che non sono stati felici. Dapprima la domanda di Giovanni Battista tramite i discepoli, poiché lui era imprigionato: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» [11,3] e poi la mancata risposta alla predicazione e all’azione di Gesù delle tre cittadine di Corazin, Betsaida e Cafarnao, dove egli ha sperimentato il fallimento o perlomeno uno scarso successo [11, 21-24].

Chi può dire di non aver provato scoramento a fronte di una situazione di empasse, di mancata riuscita o non comprensione da parte di altri di chi siamo veramente? Gesù integra queste situazioni spiacevoli nella preghiera. Mette tutto, anche l’insuccesso, davanti al Padre e rinnova il suo “Sì” [v. 26] poiché comprende che tutto è parte del suo progetto di benevolenza. Il “no” che ha ricevuto diviene un “Sì” svincolato dal successo in vista di una adesione più radicale.

Con la preghiera che si apre al ringraziamento ― «ti rendo lode» ― anche il fallimento, o ciò che noi giudichiamo tale, come il fallimento pastorale, l’assenza di frutti del ministero, la sterilità della predicazione, il rifiuto o il disinteresse degli altri, diviene non causa di scoraggiamento o di abbandono, ma momento di paradossale conferma della sequela del Signore.

È a questo punto che Gesù ci porta nella profondità del suo rapporto col Padre, in quanto Figlio suo. San Giovanni direbbe che è qui che si dovrebbe “rimanere” in quanto discepoli amati. Ma questo discorso, però, ci porterebbe troppo lontano. Matteo, invece, da par suo[3] presenta Gesù come colui che rivela[4] l’intenzione profonda del Padre che solo lui conosce perché solo a lui tutto è stato consegnato.

«Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

A Gesù è stato dato tutto perché è il Figlio del Padre, colui che il Padre solo conosce, fino a poter dire di lui: «Tu sei il mio Figlio, l’amato» [Mt 3,17; 17,5]. Ma anche Gesù solo conosce pienamente il Padre, Dio, perché da lui è venuto nel mondo, e solo Gesù può far conoscere Dio al suo discepolo, perché nessuno va al Padre se non attraverso di lui [Gv 14,6]. Ecco la rivelazione dell’identità di Gesù, del suo rapporto con Dio e della conoscenza di Dio da parte del discepolo. Siamo al vertice della rivelazione divina di Gesù secondo il primo Vangelo. Questo mistero ora è consegnato al discepolo: mistero da adorare, da accogliere in silenzio, da viversi quotidianamente nella fedele sequela di Gesù che ci porta al Padre.

Il Vangelo ci dice anche a chi è rivolta questa rivelazione e chi può comprenderla. Sono i piccoli (νηπίοις), che in quanto tali sono senza voce. Sono coloro che testimoniano a Giovanni Battista che il regno è qui e non c’è bisogno d’aspettare altro: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» [11, 5]. E il piccolo secondo Gesù è beato perché «non trova in me motivo di scandalo!» [11, 6].

Invece la rivelazione è chiusa per i sapienti ― «Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intellettuali» [Is 29,14] ― perché, pur avendo visto e udito, non sono stati capaci di aprirsi alla buona notizia del Vangelo e di accoglierla.

Per tornare all’esempio iniziale, non so se avete fatto l’esperienza di salire in montagna. Quando si arriva sulla vetta, insieme alla soddisfazione di essere arrivati fin lì e godere la splendida visuale su ciò che circonda, la cosa più bella è potersi riposare, lasciare a terra lo zaino e i bastoncini, mangiare e bere, riprendere le forze.

Ugualmente Gesù dopo averci condotto sulla cima del suo intimo e profondo rapporto col Padre ora ci invita a riposare:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» [vv 28-30].

Solo lui conosceva il sentiero, anzi lui stesso si è fatto via [Gv 14, 6], che poteva portarci fin lassù. Ora qui riposiamo e ci ritempriamo, nell’intimità con lui che incarna la beatitudine di coloro ai quali è stata data la terra, che sono figli di Dio, figli nel Figlio[5]. Una terra presa non con la violenza e la guerra perché suo tratto distintivo è la pace, la giustizia e la misericordia[6].

Così Zaccaria prefigurava il Messia nella odierna prima lettura: «Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni” [Zac 9, 10]. E il salmo gli risponde: «Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» [Sal 144].

E per finire il giogo. Che cosa avrà voluto dire Gesù? Permettetemi ancora di far riferimento alla montagna. Se c’è una cosa fra le più sconsigliate da fare quando si percorre i sentieri è quella di uscirne fuori, di far di testa propria a sprezzo del pericolo e contro le indicazioni della guida. Soprattutto su certi terreni, non seguire la traccia, vuol dire mettere a rischio sé stessi e il gruppo. In positivo: è consigliabile rimanere in gruppo per non perdere nessuno, procedere sulla via segnata, ascoltare ciò che suggerisce la guida.

Ugualmente nella vita cristiana. Un giogo rimane tale e sembra un peso ed un’imposizione. Ma seguendo la linea che il Vangelo ha tracciato fin qui, nelle parole di Gesù esso appare più come un legame che ci tiene uniti senza assoggettarci. Non siamo per lui buoi muti. Egli la strada la fa con noi e se capita «sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto» (salmo di oggi).

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 9 luglio 2023

 

NOTE

[1] ἀποκριθεὶς: rispondendo

[2] Ἐν ἐκείνῳ τῷ καιρῷ: in quel tempo

[3] Qualche commentatore ha colto nella struttura tripartita del brano matteano una somiglianza col testo sapienziale di Sir 51. Un inno di ringraziamento (vv. 25-26), un monologo sul rapporto tra Gesù e il Padre (v. 27) e l’invito a mettersi alla scuola di Gesù e ad assumere il suo giogo (vv. 28-30). in Sir 51 abbiamo un inno di ringraziamento (vv. 1-12), un monologo sulla ricerca della sapienza (vv. 13-22), un invito a mettersi alla scuola della sapienza e a prendere su di sé il suo giogo (vv. 23-30). Non è un caso che in Mt 11,19 si parli delle opere della Sapienza riferendosi alle opere del Messia (cfr. Mt 11,2-6): Cristo è la Sapienza di Dio.

[4] “nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto” (10, 26)

[5] “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 5-9)

[6] “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia… Beati i misericordiosi… Beati gli operatori di pace” (Mt 5, 6-9)

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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