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VI. Colazione di Catechismo con il Cappuccino – «Il Sacramento della Penitenza, la Confessione» (Parte Sesta)

7 Maggio 2022/in I nostri video/da Padre Ivano

— Video di Dottrina Cattolica —

Colazione di Catechismo con il Cappuccino

VI. COLAZIONE DI CATECHISMO CON IL CAPPUCCINO – «IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA, LA CONFESSIONE» (Parte Sesta)

La triste realtà è che noi siamo di fronte a due diverse tendenze: o negare il peccato e dire che il peccato non esiste e che si tratta di una favola inventata dalla Chiesa per tenere le persone schiave sotto la sua obbedienza, oppure la tendenza a normalizzare il peccato. Se infatti il peccato lo normalizzo, allora non è più tale, perché si muterà in un elemento accettabile, normale, comune o persino piacente, divenendo così qualche cosa col quale posso tranquillamente convivere.

 

               Autore
    Ivano Liguori, Ofm. Capp..

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Il Sommo Pontefice in un confessionale della Papale Arcibasilica di San Pietro

Offriamo la sesta delle sette catechesi tenute dal nostro redattore Padre Ivano Liguori. 

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Riprendiamo da quell’interrogativo con cui ci siamo lasciati la volta scorsa che è un po’ l’interrogativo che fanno i bambini della prima confessione ma anche i grandi che si dimenticano di Dio, che si dimenticano della loro fede e quindi chiedono al sacerdote, o alle persone che considerano invece nella fede: perché devo confessarmi? La triste realtà è che noi siamo di fronte a due diverse tendenze: o negare il peccato e dire che il peccato non esiste e che si tratta di una favola inventata dalla Chiesa per tenere le persone schiave sotto la sua obbedienza, oppure la tendenza a normalizzare il peccato. Se infatti il peccato lo normalizzo, allora non è più tale, perché si muterà in un elemento accettabile, normale, comune o persino piacente, divenendo così qualche cosa col quale posso tranquillamente convivere.

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I social media possono essere uno strumento portentoso per lo svolgimento delle attività pastorali e per l’annuncio del Santo Vangelo, per incontrare, venire incontro e rispondere ai quesiti dei Christi Fideles e sostenerli nel loro cammino cristiano di ricerca o di ritorno alla fede. Tutto sta vedere cosa le persone cercano in questo oceano dove è possibile trovare di tutto e in tutti i sensi. Questa iniziativa de L’Isola di Patmos è una opportunità offerta a tutti coloro che voglio riprendere o approfondire i temi della fede partendo dagli elementi basilari del Catechismo e del Magistero della Chiesa.

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dall’Isola di Patmos, 7 maggio 2022

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L’ultimo libro di Padre Ivano potere trovarlo nel nostro negozio librario, per accedervi cliccare sopra l’immagine di copertina

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E adesso vi spiego perché il narcisismo onanista dei giornalisti fa più vittime della guerra in Ucraina sino a generare maggiori distruzioni

7 Maggio 2022/in Attualità/da Padre Ariel

E ADESSO VI SPIEGO PERCHÈ IL NARCISISMO ONANISTA DEI GIORNALISTI FA PIÙ VITTIME DELLA GUERRA IN UCRAINA SINO A GENERARE MAGGIORI DISTRUZIONI

L’Italia è un paese di patogeni narcisisti con il complesso dei furbi in cerca di facile fortuna, allergici al duro lavoro e al sacrificio, che seguitano a credere che quel che conta è trovare l’amico dell’amico giusto per avere la strada spianata. Un Paese, il nostro, dove il numero di quelli che scrivono è maggiore a quelli che comprano libri e leggono. E non parliamo di quelli che non hanno tempo di leggere perché impegnati in alte attività “culturali” e che cercano di capire qualche cosa con domande che rivelano tutta la demenza che li avvelena.

— Attualità —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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PDF  articolo formato stampa

 

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Da pochi giorni le Edizioni L’Isola di Patmos hanno pubblicato un mio nuovo libro, ovviamente è scritto molto bene. Il testo è una analisi precisa e lucida sul conflitto russo-ucraino, con punte critiche e ironiche all’informazione mainstream che annebbia l’opinione pubblica, fatte salve rare eccezioni. Inutile indugiare nel dipingere quanto io sia bravo, perché nel mio mestiere sono un fuoriclasse. E, detto ciò, non vado oltre, parlare di cose scontate mi annoia.

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Per dover di cronaca aggiungo che sono anche umile, perché come riconosco le mie virtù e capacità ― che non potrei mettere a frutto se le ignorassi, come insegna nel Santo Vangelo la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30] ―, allo stesso modo riconosco anche i miei limiti e difetti, che sono il primo a porre in risalto, prendendomi poi in giro pubblicamente da me stesso. Questa è la differenza che corre tra una Ferrari e un carrettino, tra un prete veramente umile e un clericale che piagnucola a collo torto «no, io non sono degno … non sono all’altezza!». Divenendo però una iena quando ribatti: «È vero! E oltre a non essere degno né all’altezza, con l’occasione ti ricordo che non hai indicato quelle che sono le tue indegnità e le tue limitatezze peggiori che recano molti danni anche agli altri, visto il ruolo delicato in cui gli scellerati che dirigono il teatrino dei pupi ti hanno fatto assurgere. Aspetta, adesso ti elenco tutti i motivi del tuo non essere degno, del tuo non essere all’altezza …». E così ti sarai fabbricato un nuovo nemico di quelli implacabili grazie ai quali mi mantengo arguto nella mente, brillante nella dialettica, giovanile e sportivo nel corpo, perché più mi rivolgono attacchi più mi rivitalizzano e rendono riflessivo, acuto e battagliero. D’altronde, noi aquile reali siamo così, anche se i polli che ruspano nel pollaio non se ne danno pace, senza mai perdonarti di essere ciò che loro non sono e che mai potranno essere.

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Vendere libri in Italia è difficile, il nostro è un popolo in cui pullulano finti esperti e intellettuali che di rigore presumono anzitutto di sapere, poi di scrivere. In pieno lockdown per Covid-19 anche i soggetti capaci a malapena a scrivere la lista della spesa erano divenuti saggisti, ma soprattutto romanzieri. Se però prendiamo queste persone – come più volte ho fatto – e li facciamo parlare attraverso la tecnica con cui si incalzano gli imbecilli che non si rendono neppure conto di essere sottoposti a un interrogatorio mascherato da dialogo, alla domanda su quanto studiano e quali sono state le ultime opere letterarie che hanno letto, all’incirca la risposta sarà questa: «Studiare … leggere? Ma io non ho tempo, sono troppo impegnato a scrivere!». Se poi andiamo a leggere i loro ammassi di paccottiglie, oltre alla mancanza di capacità di scrittura emergerà all’istante una totale assenza di conoscenza delle più grandi opere e dei principali stili letterari. Le fonti dalle quali attingono sono siti e blog trovati sulla rete telematica, dove abbondano altrettanti “scienziati” che pensano di potersi occupare di storia, filosofia, teologia, geopolitica, scienze esatte e via a seguire, usando come fonte tutte le stronzate pubblicate su Wikipedia da un esercito di anonimi ricercatori falliti e di vecchi professori in pensione incattiviti con l’intero universo cosmico.

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L’Italia è un paese di patogeni narcisisti con il complesso dei furbi in cerca di facile fortuna, allergici al duro lavoro e al sacrificio, che seguitano a credere che quel che conta è trovare l’amico dell’amico giusto per avere la strada spianata. Un Paese, il nostro, dove il numero di quelli che scrivono è maggiore a quelli che comprano libri e leggono. E non parliamo di quelli che non hanno tempo di leggere perché impegnati in alte attività “culturali”, o che cercano di capire qualche cosa con domande che rivelano tutta la demenza che li avvelena. A un tale, che su un social mi chiese informazioni sul sionismo politico, risposi: «Su questo tema ho scritto un libro nel 2006, spiegandone il complesso fenomeno storico». Ribadisce il demente, risultato poi un insegnante di ruolo in un liceo: «Sì, ma non potrebbe rispondermi in poche parole, perché io non ho tempo di leggere». La cosa che trovo veramente singolare è che una tantum questi soggetti mandano qualche email di protesta all’Autorità Ecclesiastica per accusarmi di essere un volgare aggressivo, una vergogna del sacerdozio cattolico colpevole di averli mandati affanculo. Francamente, se un autore che ha dedicato cinque anni di intenso lavoro e ricerca alla trattazione di un tema molto delicato e complesso, manda affanculo uno che pretende gli sia spiegato il tutto in poche parole dopo averti candidamente dichiarato che non ha tempo di leggere, la sfanculata andrebbe giudicata come il minimo sindacale, non un attentato di lesa maestà tale da reclamare la mia testa all’Autorità Ecclesiastica, non vi pare?  

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Forse i miei erano altri tempi, ma di sicuro non mi sarei mai presentato a ricevimento da un accademico per chiedergli di riassumermi in due parole il suo libro e presentarmi così all’esame senza doverlo leggere, essendo affaccendato in altre faccende. I vecchi professori coi quali ebbi a che fare non mi avrebbero mai fatto passare l’esame, se non dopo avere imparato il loro libro di mille pagine a memoria, incluse note a piè di pagina.

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Un libro da vendere e diffondere, come si pubblicizza? I romantici pensano: le recensioni giornalistiche, semmai previo ricorso, di prassi e rigore, all’amico dell’amico. Sarò franco: per quanto mi riguarda ai giornalisti posso inviare in omaggio una confezione di carta igienica formato famiglia per aiutarli ad abbattere i gravosi costi di consumo dovuti ai loro problemi di diarrea, ma un mio libro in omaggio neppure a morire, perché le mie sono opere di alta qualità. In tutta Italia i giornalisti a cui dono i miei libri in omaggio sono solo cinque amici ai quali ogni volta ripeto: «Non sentirti tenuto a fare una recensione».

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Qualcuno potrebbe pensare che questa mia sia una stranezza, in fondo conosco molte celebrità del giornalismo italiano, compresi direttori di diverse testate nazionali. Ecco, partiamo da questi ultimi: per quale motivo il direttore di un giornale che scrive coi piedi, al punto da non necessitare del controllo del correttore di bozze ma di un accurato editing dei suoi scritti, dovrebbe favorire il lancio del libro di un autore ben più dotato e acculturato, che scrive molto bene e analizza i fatti con una imparzialità a lui sconosciuta, tenuto com’è a rendere conto a padroni, azionisti e padroncini vari, salvo dichiararsi veritiero e indipendente da un programma televisivo all’altro, con una faccia di culo più o meno equiparabile a quella di una puttana che si proclama vergine? Sarebbe come se alla figlia di Fantozzi afflitta da comprensibili complessi e divenuta poi madre di una creatura più simile a una scimmia che a una bambina, fosse chiesto di pubblicizzare la bellezza di Monica Bellucci e di scrivere che sua figlia Deva, per incanto della natura, è persino più bella della madre stessa.

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Voglio rivelare una cosa a molti sconosciuta: il giornalista è il primo a non leggere e a non documentarsi. Fatta eccezione per poche e rare penne d’oro italiane ormai ridotte a un felice mondo di nicchia, i nostri giornalisti versano in condizioni d’ignoranza imbarazzante, principalmente dovuta al fatto che la massa del pubblico vuole pane e circo, sangue e coriandoli. O non vi siete forse accorti che nelle edizioni on-line dei giornali evidenziano ormai alcune frasi in grassetto negli articoli, tanto sono consapevoli che il webete medio o l’analfabeta digitale, che costituiscono una percentuale di pubblico spaventosamente alta, non legge mai un articolo da cima a fondo? Per questo evidenziano tre o quattro frasi, affinché webeti e analfabeti digitali abbiano l’illusione di essersi fatta un’opinione, per poi impazzare da un social all’altro, tracotanti e aggressivi più che mai, per dare ampia riprova di quando non abbiano capito un emerito cazzo. Il giornalista che ha acquisito una certa notorietà è un narcisista-onanista che non legge neppure gli articoli degli altri suoi colleghi pubblicati nella stessa pagina in cui è pubblicato l’articolo suo. È troppo impegnato a piacersi per riuscire ad accettare l’esistenza di uomini molto migliori e soprattutto parecchio più capaci di lui.

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Certi direttori di giornale che ogni sera vedete vagare per i talk show, non hanno neppure idea di quello che pubblica la loro testata, altro che leggere con cura il bozzino da cima a fondo prima che il giornale finito e approvato vada in stampa, figurarsi! Eppure si chiamano non a caso “direttori responsabili”, proprio perché responsabili dinanzi alla Legge e al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di quello che i vari autori pubblicano sul loro giornale. I bozzini li leggevano con estrema cura Indro Montanelli ed Enzo Biagi, chiamando spesso il giornalista autore del pezzo per chiedergli spiegazioni, oppure correzioni e modifiche, per dargli un suggerimento o per esortarlo a seguitare a lavorare bene a quel modo. E da diversi di questi vecchi direttori sono usciti fuori dei bravi giornalisti, alcuni sono rimasti tali migliorando nel tempo, altri si sono rovinati divenendo narcisisti vanesi appena saliti alle luci della ribalta. 

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A me non interessa vendere 100 o 10.000 copie ma fare bene il mio lavoro ed essere annoverato nella cerchia dei migliori, dei leali e dei coerenti, nella quale da anni ho il mio meritato spazio guadagnato a caro prezzo in 58 anni di vita. Il mio è un lavoro radicato nel presente ma proiettato in una prospettiva futura, ne sono prova diversi miei libri pubblicati dieci o vent’anni fa, dove con analisi precise, decise e spesso impietose anticipavo il futuro. E le cose sono poi andate come le avevo descritte in quelle mie opere con anni di anticipo. E mai mi sono gloriato esultando «l’avevo detto … l’avevo scritto …», semmai ho espresso il mio più sincero dolore e ho realmente sofferto per non essermi sbagliato, perché a distanza di anni mi sarebbe piaciuto poter smentire me stesso e spiegare che la mia analisi era del tutto errata. Questo è il punto dal quale si potrebbe dare avvio a un discorso molto serio sulla grande virtù cristiana dell’umiltà, che non ha niente da spartire col veleno dei collotorti clericali.

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Per questo non mando i miei libri in omaggio a nessuno, se non a pochi amici del cuore, lasciando le persone libere di attingere da una fonte sicura e onesta, oppure di seguitare a ravvoltolarsi tra pane e circo, sangue e coriandoli, pensando di avere capito tutto con la tipica arroganza incosciente di coloro che seguitando a leggere titolo e forse sottotitolo, assieme a due o tre frasi evidenziate per la massa dei webeti e degli analfabeti digitali, che grazie a Dio non potranno mai costituire il pubblico dei miei Lettori.  

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Purtroppo Giovanni Boccaccio e Pietro l’Aretino non hanno potuto conoscermi perché i secoli ci hanno separati. Di certo, dal loro meritato Paradiso mi apprezzano e tifano per me, non per certi coglioni sui quali ebbero a scrivere quasi otto secoli fa, racchiudendo le loro ridicole immagini nella straordinaria figura di Frate Cipolla che cercava di fottere i poveri beoti esibendo le sue reliquie tanto mirabolanti quanto improbabili. Oggi Frate Cipolla dirige una delle principali testate giornalistiche italiane, poi la sera partecipa ai talk show, dove con una serietà senza pari sostiene la indubbia autenticità della reliquia della penna caduta all’Arcangelo Gabriele durante l’annunciazione fatta alla Beata Vergine Maria, ed al quale prestano fede tutti coloro che leggono solo titolo e sottotitolo, i più attenti due frasi evidenziate in grassetto nell’articolo, affinché possano finire fottuti molto più di quanto non vi finissero i bifolchi che popolavano le campagne italiane del XIV secolo. Magari, l’uomo di oggi, avesse il senso dell’auto-ironia e soprattutto il senso critico e speculativo che aveva l’uomo del medioevo, magari! 

dall’Isola di Patmos, 7 maggio 2022

 

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(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

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