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La teologia e il diritto canonico della libera carta igienica: i tacchini e le clamorose idiozie sulla invalidità della rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI

23 Novembre 2021/15 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel
—  Attualità ecclesiale — 

LA TEOLOGIA E IL DIRITTO CANONICO DELLA LIBERA CARTA IGIENICA: I TACCHINI E LE CLAMOROSE IDIOZIE SULLA INVALIDITÀ DELLA RINUNCIA DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI

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Se una elezione avvenisse persino mediante simonia, ossia attraverso scambi di danaro o di altri beni o benefici, coloro che hanno posto il tutto in essere incorreranno in scomunica latae sententiae, però, l’elezione del Romano Pontefice, pur avvenuta attraverso la perpetrazione di questo gravissimo delitto già condannato da più concili della Chiesa e dalle leggi ecclesiastiche, non sarà da ritenersi invalida ma in ogni caso legittima. Così è scritto, senza pena di smentita, nella costituzione apostolica Universi Dominici Gregis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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Libere fiat et rite manifestetur …

Se qualche cattolico fosse indeciso se leggere Il Manifesto, storico quotidiano comunista fondato nel 1971 da Rossana Rossanda e Lucio Magri, brillanti intellettuali e raffinate penne del giornalismo italiano, oppure il quotidiano Libero, fondato da quel simpatico gagà di Vittorio Feltri e diretto oggi da quella faccia da becchino depresso di Alessandro Sallusti, senza esitazione legga il primo e non usi il secondo neppure come fondo per il cesto della raccolta differenziata dell’umido. Infatti, questo quotidiano privo di pudore e senso del ridicolo sta dando ampio spazio da mesi a un giornalista che sostiene tesi demenziali sulla invalidità della rinuncia al sacro soglio del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Detto questo va chiarito che il diritto di pensiero, parola ed espressione non può essere confuso col diritto alla manipolazione, alla mistificazione e alla grave offesa rivolta al Pontefice oggi regnante e ad anni e anni di suo governo pastorale della Chiesa universale.

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Questo giornalista concede visibilità a personaggi fuori equilibrio, come il presbitero dell’Arcidiocesi di Palermo che da anni avvelena i cattolici più semplici e fragili con teorie folli attraverso le sue giornaliere video-dirette su Facebook. Prima di procedere merita riassumere, per poi replicare e smentire, ciò che questo soggetto va dicendo da quattro anni a questa parte:

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1. La rinuncia di Benedetto XVI è invalida perché è stato costretto con la forza, quindi egli continua a essere il legittimo Sommo Pontefice;

2. Quello che viene chiamato “Papa Francesco” non esiste, è un antipapa, un usurpatore, un emissario di Satana, quindi tutti i suoi atti di governo, i suoi documenti e le sue nomine sono invalidi;

3. La elezione del “falso papa” Jorge Mario Bergoglio è stata orchestrata da un gruppo di cardinali noti come La mafia di San Gallo, che hanno operato con i poteri forti e la massoneria internazionale per destituire Benedetto XVI ed eleggere lui;

4. Jorge Mario Bergoglio è un satanico distruttore della Chiesa e della dottrina cattolica, è un eretico;

5. Tutti i sacerdoti che celebrano la Santa Messa in comunione con il “falso” papa usurpatore ed eretico celebrano delle Messe invalide, anzi delle messe sataniche;

6. I fedeli che ricevono la Santissima Eucaristia dai sacerdoti in comunione con il falso papa non ricevono il Santissimo Corpo di Cristo ma il corpo dell’Anticristo, allo stesso modo sono invalidi tutti i Sacramenti da loro amministrati;

7. Quando alla morte dell’antipapa usurpatore si celebrerà un conclave, sarà di fatto invalido, perché procederanno all’elezione del successore dei cardinali creati dall’antipapa, quindi eleggeranno un altro antipapa.

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Persino un bambino che ha studiato con dedizione il catechismo per prepararsi alla Prima Santa Comunione capirebbe che si tratta di autentiche idiozie.

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Nessuno, incluso il giornalista complottardo di Libero e i seguaci di questo povero prete, dovrebbe stupirsi se l’autore di siffatte tesi è stato prima sospeso a divinis, poi scomunicato, infine, come ultimo atto estremo, dimesso dallo stato clericale, visto il suo ostinato accanimento e l’odio feroce che semina tra la gente, mutando i propri seguaci in fanatici che a loro volta spargono odio fanatizzante verso la «falsa chiesa», il «falso papa» e il Collegio Sacerdotale composto a loro dire da «vigliacchi che tremano dinanzi all’antipapa usurpatore». 

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Con una domanda chiudiamo adesso il discorso sul quotidiano Libero per passare a dissertazioni più serie: visto che a partire dal titolo di testata i redattori si dichiarano così liberi nelle opinioni, sarebbero disposti a concedere spazio sulle stesse colonne a un giornalista che similmente portasse avanti in modo martellante, per mesi e mesi, le più assurde teorie distruttive e offensive contro il Senatore Matteo Salvini la Onorevole Giorgia Meloni? Oppure, se solo provasse a farlo, sarebbe cacciato seduta stante al primo tentativo di pubblicare qualche cosa del genere? E con questo abbiamo chiarito quanto sia davvero libero questo quotidiano diretto da quella faccia da becchino depresso di Alessandro Sallusti. Perché per questi soggetti la libertà pare consista solo nel lasciare liberi certi giornalisti di lanciare palate di merda sulla Chiesa Cattolica e il Papato. Però non permetterebbero mai che una ballerina di flamenco lanciasse una rosa sulla Destra cosiddetta populista al termine della sua danza. Questa la loro libertà di informazione, questa la loro indipendenza. Ribadisco dunque l’invito: cattolici, comprate e leggete Il Manifesto, ma non comprate e non leggete Libero.

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Sui social media, che non andrebbero mai sottovalutati con spirito di snobismo intellettuale, vi sono sedicenti cattolici che deviati dalla retta via da questi deformatori della notizia si sono convinti delle loro teorie assurde, mutandosi a loro volta in divulgatori di “sensazionali verità”. Così, con lo spirito di chi tifa per la Lazio anziché per la Roma o viceversa, con desolante superficialità affermano:

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«Ormai è chiaro che Benedetto XVI rinunciando al ministero non ha rinunciato al papato. Dunque è lui il Sommo Pontefice, l’usurpatore Jorge Mario Bergoglio è solo un antipapa e per di più anche un eretico».

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Cominciamo col rispondere a questa affermazione totalmente al di fuori da ogni logica teologica e di diritto. Per farlo bisogna prima domandarsi: cosa intendono certe persone sobillate dai loro guru per munus e ministerium in riferimento al Romano Pontefice Vescovo di Roma? Il munus del Romano Pontefice non è un Sacramento indelebile, come la consacrazione di un episcopo o la consacrazione di un presbitero, quello petrino è solo un primato di giurisdizione. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI non ha compiuto un atto di rinuncia mantenendo qualche cosa del primato apostolico di questo ufficio, perché l’elezione in conclave non segna l’eletto con un Sacramento indelebile che seguiterebbe a permanere anche dopo la rinuncia, come avviene per i vescovi quando rinunciano al governo delle loro diocesi e divengono vescovi emeriti, ma rimanendo sempre vescovi, che come tali hanno rinunciato al ministerium, mantenendo però quel munus incancellabile legato a un Sacramento indelebile.

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Il passaggio fondamentale che sfugge a certi praticoni della teologia fai-da-te, a preti scomunicati sedicenti bidottori e a poveri giornalisti con il pericoloso hobby del libero complottisimo, è appunto che il papato non è un Sacramento, quindi il munus non è indelebile. E se i “teologi” e i “canonisti” da bar dello sport non comprendono questo e pensano di dissertare su temi estremamente complessi sul piano teologico e canonico, l’unico risultato sarà di confondere prima sé stessi, poi tutti quei semplici che invece di ascoltare noi sacerdoti e teologi di solida formazione si abbeverano su internet alle demenzialità di questi squilibrati irrazionali.

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Al Sommo Pontefice che rinuncia al ministerium rimane quindi il munus espiscopale, non il munus del papato. Rimane il Sacramento della pienezza del sacerdozio, l’episcopato, in quanto munus che deriva da un Sacramento che non può essere in alcun modo cancellato. Ciò allo stesso modo in cui io non potrei mai rinunciare al munus sacerdotale, potrei rinunciare all’esercizio del ministero sacerdotale, ma non al munus. Oppure come se un battezzato volesse rinunciare al Santo Battesimo, che è un Sacramento indelebile. Non può farlo. Se lo desidera può rinnegare il proprio battesimo e dichiarare che non si sente un battezzato e che non intende appartenere alla Chiesa Cattolica, ma il Sacramento che nella sostanza e nella forma ha ricevuto, nessuno glielo potrà togliere. Un altro esempio ancora: a un cardinale può essere tolta la dignità cardinalizia, perché è un puro titolo onorifico ecclesiastico. Quella del cardinale è una dignità, non un Sacramento. Mentre il vescovo o il presbitero, che con la consacrazione episcopale e la consacrazione sacerdotale hanno ricevuto il sacerdozio ministeriale di Cristo e la sacramentale pienezza del sacerdozio apostolico che imprimono nei consacrati un carattere indelebile che li ha ontologicamente trasformati, possono rinunciare a tutto ciò che l’episcopato e il presbiterato comportano in oneri e onori, ma non cesseranno mai di essere vescovi e presbiteri, perché tali saranno per sempre. Allo stesso modo in cui un vescovo o un presbitero scomunicati e sottoposti anche all’atto estremo della dimissione dallo stato clericale, non cesseranno mai di essere vescovi e sacerdoti.

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Il pontificato si acquisisce per via giuridica e non per via sacramentale. Quindi Benedetto XVI, con il suo atto di rinuncia ha rinunciato al ministerium e mantenuto il munus episcopale al quale, lui come qualsiasi vescovo, non potrebbe mai rinunciare, perché il munus episcopale ― l’ho detto ma torno a ripeterlo per le teste particolarmente dure ― deriva da un Sacramento indelebile che imprime un carattere, il papato no.

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Questo è ciò che comporta la rinuncia del Romano Pontefice. Purtroppo, certe povere e buone persone, più o meno cattoliche, sono impegnate a prendere per oro colato idiozie davvero colossali, sino a rifiutarsi in modo ostinato di ascoltare gli esperti. A quel punto risulta per loro difficile imparare come realmente stanno le cose sul piano della dogmatica sacramentaria e su quello della disciplina canonica dei Sacramenti. Mentre a noi resta pressoché impossibile smuoverli, perché sono loro, quantunque digiuni di teologia e di diritto ecclesiastico, a … spiegare a noi come stanno veramente le cose (!?).

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Il libero giornalista ebete per un verso, il prete scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale per altro verso, con lo stile del celeberrimo Dottor Dulcamara citano come prova inconfutabile il Codice di Diritto Canonico. Poco vale che lo trasformino in una sorta di «supercazzola prematurata con scappellamento a destra», per rifarsi alla saga di Amici miei, grazie alla quale oggi, il termine supercazzola è entrato nel lessico filosofico per indicare una frase o espressione completamente priva di senso. Quel che vale, però, è che citare un canone del Codice di Diritto Canonico produce lo stesso effetto che in certi plebei ignoranti producevano le mirabolanti reliquie di Frate Cipolla narrato da Giovanni Boccaccio. E così, giornalista ebete e prete scomunicato oggi dimesso dallo stato clericale, con fare solenne affermano:

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«Benedetto XVI è sempre il legittimo Sommo Pontefice perché non ha fatto ciò che il canone 332 paragrafo 2 richiede».

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Proprio così, la loro carta vincente e prova inconfutabile delle idiozie che affermano è quel Codice di Diritto Canonico che alla prova dei fatti non sanno neppure leggere. Andiamo a leggere noi quel che è scritto in questo canone 332 comma 2, questo:

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«Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti».

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, dopo avere annunciato il suo atto di rinuncia l’11 febbraio 2013, sino al giorno 28 di quello stesso mese ribadì più volte la piena libertà con la quale era giunto a maturare la propria decisione. Lo ribadì nel discorso ai cardinali, nel discorso al clero di Roma, in due udienze generali e in vari saluti pubblici ufficiali. In seguito, dopo l’elezione del suo Sommo Successore, è tornato a ribadirlo di nuovo, sino ad affermare che non solo la sua scelta è stata totalmente libera e ponderata, ma che se qualcuno avesse fatto qualsiasi pressione per indurlo a rinunciare, non avrebbe mai rinunciato per alcun motivo.

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Si può essere più chiari? Certo che no, ma per assurdo, proprio da queste parole così chiare e inequivocabili, certi manipolatori costruiscono illogici castelli di sabbia per sostenere:

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«Queste parole sono la prova che è stato pressato da forti costrizioni e che il messaggio in codice di Benedetto XVI va interpretato proprio dietro queste sue parole» (!?).

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Presto detto: se le cose stessero come afferma il libero giornalista ebete e il prete scomunicato dimesso oggi dallo stato clericale, Benedetto XVI sarebbe il più grande bugiardo e il più grande vigliacco dell’intera storia del papato, o no?

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Dinanzi a queste contestazioni i personaggi in questione cominciano a giocare su elementi che sarebbero di per sé comici, se dietro non vi fosse il disastro delle anime che si trascinano in errore. Per esempio affermando:

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«Nella sua declaratio redatta in latino Benedetto XVI ha fatto numerosi errori. E siccome questa declaratio deve essere perfetta nella forma, questi errori di sintassi latina la rendono invalida. Cosa questa che Benedetto XVI sapeva bene, ma essendo stato costretto a fare atto di rinuncia, ha stilato un atto formale gravandolo della invalidità per degli errori di sintassi latina da lui scientemente voluti».

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Chiariamo: se Benedetto XVI avesse fatto veramente una cosa del genere susciterebbe disgusto persino nei peggiori vigliacchi della storia dell’umanità. Presto detto: sostenere simili cose, che comportano peraltro la lettura della altrui coscienza più profonda e quindi la celebrazione di assurdi processi alle più recondite intenzioni, equivale a sostenere la presenza di alieni invisibili atterrati sul pianeta Terra e nascosti tra di noi umani. Ma proseguiamo oltre:

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«Benedetto XVI ha seguitato a firmarsi facendo seguire al proprio nome la sigla “P.P.” che significa pontifex pontificum!».

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Così tuona da alcuni anni nelle sue dirette su Facebook l’ignorantissimo prete scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale, che a ogni piè sospinto vanta di avere conseguito due dottorati teologici. Ciò a riprova che i dottorati non hanno mai instillata intelligenza nei mediocri limitati che per natura ne sono privi e che mai hanno costituito garanzia di scienza e sapienza. Infatti, il bidottore scomunicato per eresia e scisma, è a tal punto ignorante in storia ecclesiastica da non sapere neppure che quella sigla, all’origine, nasce durante i primi grandi concili dogmatici celebrati in Oriente per indicare il Vescovo di Roma come Pater Pauperum, che alla lettera si traduce: Padre dei Poveri, o Padre dei Piccoli, dei Semplici. Questa sigla, il Vescovo di Roma, la adottò in epoche nelle quali il titolo di Sommo Pontefice o Romano Pontefice non esisteva ancora. Come poteva dunque, quella sigla, significare Pontifex Pontificum, come afferma da anni l’ignorantissimo bidottore? E la adottò, questa sigla, per dare una elegante lezione ― leggasi sberla ― al Patriarca di Costantinopoli che si fregiava di una ventina di titolo altisonanti. Questo il vero e originario significato di quella sigla, asino di un bidottore eretico che impazza su Facebook a caccia di anime da rovinare!

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Non paghi del tutto, il libero giornalista ebete e il prete bidottore scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale si lanciano poi nei sofismi sulla esegesi del Nuovo Testamento. Prendono due frasi contenute nei testi evangelici e poi gli fanno dire ciò che in essi non è scritto:

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«La differenza sta nel fatto che il munus è l’autorità del Sommo Pontefice, “Tu sei Pietro” (cfr. Mt 16, 18), mentre il ministerium è il suo svolgimento: “Pasci i miei agnelli” (cfr. Gv 21, 15).

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La differenza tra munus e ministerium e viceversa, di cui parlano il libero giornalista ebete e il prete bidottore scomunicato, è una pura distinzione di logica formale, o concettuale, che dovrebbe essere usata in appositi manuali e libri nei quali si avanzano ― e nei quali si devono avanzare ― anche le ipotesi più assurde per riuscire a comprendere e chiarire tutti i lati necessari per la corretta conoscenza e competenza della materia. È uno strumento speculativo usato sin dalla tarda scolastica da Guglielmo di Ockham sino all’eccesso “terministico” soggettivista che diede le basi al pensiero del giurista gesuita Francisco Suarez, che andrebbe preso con le pinze da esperti navigati. Non affrontato da quel mediocre e limitato praticone di prete scomunicato arruffapopoli che si vanta bidottore, ma che se uscisse dalla sua saletta di riprese per le dirette su Facebook, dov’è circondato dalle sue badanti adoranti, per confrontarsi pubblicamente con uno specialista vero, nel giro di cinque minuti, a questo tronfio tacchino, non rimarrebbe più neppure una penna attaccata addosso. Il tutto perché, certi strumenti speculativi erano usati negli specifici contesti accademici all’interno delle discussioni filosofiche, teologiche e giuridiche in cui sono stati tolti successivamente i preambula, ossia le apposite introduzioni storico-critiche che spiegavano, a livello puramente pedagogico e logico come si era arrivati allo stato attuale del problema e quindi alla vexata quaestio. Una volta omesse queste parti che fungevano da introduzione e spiegazione rimanevano solo gli studi specifici delle tematiche e delle esposizioni sintetiche o persino eclettiche indirizzate unicamente a stabilire il vero di uno scritto. Presto detto: coloro che non hanno ― come questo prete scomunicato bidottore ― una adeguata formazione filosofica e teologica che parte a monte da una solida base scolastica e da una conoscenza altrettanto solida dell’arte della retorica e della speculazione filosofico teologica; che si vantano tradizionalisti, ma che di fatto sono degli eretici modernisti del tutto inconsapevoli, perché neppure si rendono conto di esserlo, non saranno neppure in grado di leggere e comprendere questi testi, ma mettendovi mano li stravolgeranno, infine riterranno di avere scoperto in essi quel che mai era saltato agli occhi di nessun altro nel corso dei secoli.

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Spiegando il tutto abbiamo fornita anche la prova implicita del fallimento di questo approccio speculativo, ieri come oggi. Perché le persone non adeguatamente preparate a monte, in modo profondo e solido, riterranno di poter lanciare la loro sensazionale scoperta o interpretazione centrando tutto su una parolina scissa dal complesso contesto, escludendo tutto il percorso storico, teologico e giuridico che celano dietro di sé certe disputationes theologicae e ogni singolo appartato del diritto canonico. Tutto questo per un semplice e triste fatto: perché non conoscono la materia e non sanno neppure come certe dispute accademiche vanno inquadrate, lette e svolte. Prendono una parolina, la estrapolano dopo avere frainteso o non compreso tutto il contesto e vi costruiscono sopra assurde verità presentate poi come inconfutabili.

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In certe speculazioni e dissertazioni accademiche basate perlopiù sui principi della scolastica classica, si portavano certe tematiche sino all’inverosimile, il cosiddetto παράδοξος (paradosso). Già Cicerone, nell’arte della retorica latina faceva ricorso al paradosso. Anche lo stesso Beato Apostolo Paolo nella sua esposizione ricorreva alla ὑπερβολή (iperbole), che era tipica della retorica greca. Nella realtà, però, queste distinzioni non esistono proprio, sono appunto solo paradossi retorici o tematici, delle iperboli o comunque degli eccessi che mirano a creare ragionamenti speculativi anche sulle ipotesi più inverosimili e assurde. Esempio: una volta, dissertando con dei confratelli anch’essi di formazione teologi dogmatici e storici del dogma, in modo del tutto serio ― non perché ci eravamo sballati con degli alcolici e con dell’hashish ― ci mettemmo a discutere circa la ipotetica esistenza di altre vite in altri mondi e pianeti al di fuori del sistema solare. A tal fine ci interrogammo: casomai altre forme di vita esistessero, in che modo rileggere il mistero della creazione dell’uomo, ma soprattutto l’incarnazione del Verbo di Dio e il sacrificio compiuto attraverso la sua morte salvifica per la redenzione degli uomini? Una dissertazione, paradossale, iperbolica, spinta appunto all’estremo paradosso. Forse però, se fosse stato presente il libero giornalista ebete e il prete scomunicato bidottore, prese e fraintese quattro parole, da lì a seguire avrebbero dato vita alla teologia degli alieni.

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Per questo nessun canonista, sino al giorno d’oggi, è riuscito a portare avanti questo flatus vocis senza concetto o realtà, come la invalida elezione di un Romano Pontefice o per contro la invalidità di un suo atto di rinuncia. Questo perché, nel mondo del reale, i veri teologi sono cosa del tutto diversa rispetto a praticoni, dilettanti e sedicenti bidottori, per non parlare di coloro che li seguono e che in quattro balletti si sono a loro volta addottorati in dogmatica sacramentaria e in diritto canonico su Facebook e Instagram.

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Noi che siamo teologi veri, anzitutto perché in obbedienza alla Chiesa e alle sue legittime Autorità e perché siamo stati formati dai nostri sapienti maestri per essere menti razionali e speculative, parliamo sulla base di ciò che esiste e che è accaduto, vale a dire questo: Benedetto XVI ha liberamente, legittimamente e validamente rinunciato alla Cattedra di Pietro, confermando e ribadendo la piena libertà del proprio atto di rinuncia. Tutto il resto è teologia e diritto canonico della carta igienica del quotidiano Libero e follie senza senso urlate da un povero prete fuori equilibrio che impazza nelle dirette Facebook, dalle quali ricorda ai suoi adepti, ogni tre scemenze sparate a vanvera, che ha conseguito due dottorati e che è due volte dottore … due volte dottore! Salvo affermare poco dopo che Dio si è rivelato ai poveri e agli ignoranti per fare dispetto proprio ai dotti e ai sapienti.

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Fare sofismi sul munus e sul ministerium, o inventare persino un Codice Benedetto, come ha fatto il libero giornalista ebete sulle colonne telematiche di Libero, vuol dire fare fanta-teologia e fanta-diritto canonico, aggrappandosi alle paroline e a certe distinzioni con spirito neppure sofista, ma proprio illogico e irrazionale, cercando qualche cosa che non esiste ma che taluni, per loro disagi psicologici o spirituali, vogliono a tutti i costi che esista. A quel punto ciò che non esiste se lo inventano, dando alle parole un significato diverso o alterando attraverso la manipolazione i documenti della Chiesa, per esempio la Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, circa la vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice. Infatti, il povero bidottore, da sempre specializzato a far dire ai documenti ciò che non dicono, pare non essersi neppure accorto di ciò che questa Costituzione scrive al capitolo VI, n. 78:

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«Se nell’elezione del Romano Pontefice fosse perpetrato ― che Dio ce ne scampi ― il crimine della simonia, delibero e dichiaro che tutti coloro che se ne rendessero colpevoli incorreranno nella scomunica latae sententiae e che è tuttavia tolta la nullità o la non validità della medesima provvista simoniaca, affinché per tale motivo ― come già stabilito dai miei Predecessori ― non venga impugnata la validità dell’elezione del Romano Pontefice».

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Che cosa vuol dire tutto questo? È scritto a chiare lettere: se una elezione avvenisse persino mediante simonia, ossia attraverso scambi di danaro o di altri beni o benefici, coloro che hanno posto il tutto in essere incorreranno in scomunica latae sententiae, però, l’elezione del Romano Pontefice, pur avvenuta attraverso la perpetrazione di questo gravissimo delitto già condannato da più concili della Chiesa e dalle leggi ecclesiastiche, non sarà da ritenersi invalida ma in ogni caso legittima. Così è scritto, senza pena di smentita.

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Miei cari seguaci del prete eretico scomunicato che spara idiozie a raffica su Facebook esibendo a voi, suo pubblico, le mirabolanti reliquie di Frate Cipolla. A voi, che noi pastori in cura d’anime desideriamo in tutti i modi recuperare dall’errore e strappare all’inganno, mi rivolgo con l’invito a riflettere su questo elemento innegabile: da un documento articolato come questa Costituzione, non si possono tagliare due parole, isolarle da tutto il contesto e poi far dire al documento ciò che in esso non è scritto. Sì, il seguente n. 79 dello stesso capitolo sancisce:

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«Confermando pure le prescrizioni dei Predecessori, proibisco a chiunque, anche se insignito della dignità del Cardinalato, di contrattare, mentre il Pontefice è in vita e senza averlo consultato, circa l’elezione del suo Successore, o promettere voti, o prendere decisioni a questo riguardo in conventicole private».

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Prestate bene attenzione: questa precisa e decisa proibizione, già contenuta in analoghi documenti promulgati da altri Sommi Predecessori del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, anche se venisse totalmente violata da dei cardinali, non contempla assolutamente la pena della invalidità e della nullità dell’elezione. Lo dice il documento, basterebbe solo leggerlo, anziché prendere come oro colato ciò che d’inverosimile sostiene quel certo tacchino che strepita nelle dirette Facebook. Pertanto, a fronte di quanto appena riportato e spiegato, intendete veramente seguitare a dare credito a questo miserevole soggetto che da anni vi racconta che l’elezione del Pontefice regnante è invalida perché orchestrata da un gruppo di cardinali indicati come «La mafia di San Gallo»? Vi prego di ragionare, soprattutto di leggere: se neppure una elezione avvenuta attraverso il turpe delitto della simonia rende invalida e nulla l’elezione di un Romano Pontefice, pensate davvero che possa essere resa tale da dei cardinali che si incontravano ogni tanto in Svizzera per stare assieme a parlare tra di loro? Ragionate: è lo stesso documento in questione, che da una parte condanna ogni genere di patto pre-conclave, ma al tempo stesso non mette in minima discussione la legittima e valida elezione di colui che fosse anche eletto per questa via. Ragionate e soprattutto leggete i documenti, non ascoltate ciò che il tacchino strepitante pretende di fargli dire, di ciò che mai certi documenti hanno detto e scritto.

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La cosiddetta «Mafia di San Gallo» è una semplice battuta umoristica fatta dal defunto Cardinale Godfried Maria Jules Danneels a un giornalista, al quale disse, in tono puramente scherzoso, che ogni tanto, un gruppo di cardinali, lui incluso, si incontravano in questa località svizzera. E ridendo, disse: «Eravamo un po’ come una mafia che si radunava». Su questa battuta scherzosa è stata costruita la teoria di un complotto che avrebbe obbligato con la coercizione e la violenza psicologica Benedetto XVI a fare atto di rinuncia per eleggere al suo posto il già preparato Cardinale Jorge Mario Bergoglio, sostenuto da questa mafia cardinalizia gallese, dai poteri forti e dalla massoneria internazionale, come afferma da anni il prete scomunicato urlatore.

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Miei cari, ve lo chiedo in tono supplice per la carità divina che ha dotato persino i più limitati della capacità, perlomeno parziale, di intendere e volere: come potete dare credito a cose di questo genere, smentite dai fatti, dalle leggi ecclesiastiche e dalla Costituzione Apostolica che regola la elezione del Romano Pontefice? Tutto questo al solo scopo di negare, con ostinazione illogica e irrazionale, ciò che è realmente accaduto: Benedetto XVI ha liberamente, legittimamente e validamente rinunciato al ministero petrino e non saranno certo alcuni errori grammaticali a rendere invalida la sua rinuncia formale. Chi nega questo nega la realtà per vivere nell’iperuranio.

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Per tutti noi sacerdoti e teologi che abbiamo donato la nostra intera esistenza alla Chiesa e al Popolo Santo di Dio, è davvero avvilente cercare di contrastare persone sprofondate nell’errore più assurdo che non accettano correzione alcuna, perché si rifiutano di vedere in noi delle guide e dei maestri. In queste dolorose circostanze risuonano nei nostri cuori di pastori in cura d’anime le tremende parole profetiche scritte dal Beato Apostolo Paolo al suo discepolo Timoteo:

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (II Tm 4, 1-5).

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Oggi noi servitori della Chiesa e della sana dottrina ci sentiamo tutti quanti Timoteo nella lotta, che è un lottare spesso inutile contro l’idiozia prodotta da menti illogiche e irrazionali che stanno trascinando molte anime verso la rovina. E che si arrabbiano, ci aggrediscono verbalmente e ci offendono in modo grave, se solo tentiamo di recuperarle alla ragione. Tempi duri oggi per i sacerdoti e i teologi, soprattutto per i pastori in cura d’anime animati da profonda fede, che per questo avvertono forte il dovere di difendere a tutti i costi il Popolo di Dio dai lupi rapaci e dai Frate Cipolla che abusano della loro popolare credulità con l’esibizione di mirabolanti reliquie.

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dall’Isola di Patmos,  23 novembre 2021

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RIMANDO A QUESTA MIA PRECEDENTE VIDEO-LEZIONE PER CHI DESIDERA APPROFONDIRE L’ARGOMENTO QUI TRATTATO

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