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Nel salotto del fazioso Fabio Fazio l’Arcivescovo Vincenzo Paglia si conferma il fratello idiota di Don Abbondio

25 Aprile 2021/5 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel
—  attualità ecclesiale —

NEL SALOTTO DEL FAZIOSO FABIO FAZIO L’ARCIVESCOVO VINCENZO PAGLIA SI CONFERMA IL FRATELLO IDIOTA DI DON ABBONDIO

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Il Santo Padre Francesco disse veramente la frase «chi sono io per giudicare un gay» alla maniera in cui vuol darla a intendere l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, parlando non come il Presidente della Pontificia Accademia della vita, ma come un qualsiasi Nichi Vendola?

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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rappresentazione satirica de I Promessi Sposi

Il Prof. Luigi Manconi e S.E. Mons. Vincenzo Paglia hanno dato alle stampe il libro Il senso della vita. Dialogo tra un religioso e un pococredente. Il 18 aprile i due autori sono stati ospiti nel salotto del fazioso Fabio Fazio, eccellente macchina da guerra della sinistra radical chic.

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È davvero tenero Fabio Fazio quando sorride ingenuo, fingendo imbarazzi e rossori degni di una fanciulla alle prime mestruazioni, mentre Luciana Littizzetto, feroce come una iena affamata, fa in pezzi la Chiesa Cattolica e il sentimento cristiano a suon di sberleffi. Entrambi — manco a dirsi — riparati dietro al dito del diritto alla satira: fanciulla timida e iena famelica.

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Dialogare con studiosi non credenti può essere molto importante e costruttivo. Inizialmente, Vincenzo Paglia, non parte male, comincia però a perdersi dopo la prime battute, per poi smarrirsi in breve, completamente. Da questa desolante ospitata televisiva emerge un soggetto che cerca di andare incontro all’interlocutore in modo davvero avvilente, mostrando nei concreti fatti di avere paura a dire proprio le cose che andrebbero dette. Esempio: dinanzi a una obiezione del tipo «In caso di grave malattia l’ultima decisione, se morire o vivere, deve essere la mia», l’Arcivescovo Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, non può rispondere: «L’importante è che il malato non sia lasciato solo». È un’affermazione degna di una suorina romantica convinta di risolvere i drammi della vita e della morte accarezzando la manina al morente. Tutt’altro sarebbe stato il discorso da fare, ma Vincenzo Paglia lo ha  eluso senza dare risposta a un quesito fondamentale: può un paziente chiedere allo Stato di farsi uccidere, senza che nessuno possa dargli speranze di alcun genere solo perché lui ha deciso così?

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La realtà dei fatti è che Vincenzo Paglia è un piccolo uomo limitato non in grado di reggere dialoghi di questo genere, tanto più a una diretta televisiva. Il suo grave difetto è di tendere in maniera eccessiva a snaturare l’essenza della fede e della morale cattolica per andare incontro a chi rivendica il diritto a non tenere in minima considerazione la fede e la morale cattolica. Noi possiamo, anzi dobbiamo dialogare con tutti, ma tenendo sempre dei punti fermi, perché se in alcuni casi è bene distinguersi in altri siamo tenuti a prendere le distanze e a dividerci da certi interlocutori che cercano di imporre delle idee sulla vita, l’etica e la morale che sono totalmente inaccettabili per la fede e il sentimento cattolico.

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Provo a chiarire meglio il tutto con un esempio: nel 2000, quando uscì la Dichiarazione Dominus Jesus nella quale è ribadito il concetto esclusivo di unicità salvifica di Cristo Dio, presso un Porta a Porta diretto sul Primo Canale Rai da Bruno Vespa, fu invitato il teologo domenicano Daniel Ols. Presente in studio l’allora presidente delle Comunità Ebraiche Italiane, Tullia Zevi, che conosceva già poco e male la cultura e la teologia ebraica, figurarsi quella cattolica. Pur malgrado polemizzò affermando che quella dichiarazione segnava a suo dire «un grande passo indietro nel tempo dopo il Concilio Vaticano II» (!?). Il teologo domenicano si animò e con garbo le disse in modo secco e deciso: «Signora, mi dispiace, ma io non posso svendere e avvilire i fondamenti della mia fede per fare piacere a lei».

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Lo stile di questo maestro domenicano, francese di nascita e famiglia ma di fatto più romano dei romani, fu per me modello illuminante quando anni dopo mi ritrovai, come presbitero e teologo, a interloquire su temi non particolarmente facili da trattare in un parterre televisivo durante una diretta, con tempi di risposta molto stretti e la presenza di interlocutori specializzati a sviare il discorso per impedire di parlare a chi osava sollevare questioni reputate inaccettabili dalla dittatura del politicamente corretto.      

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A un certo punto Fabio Fazio lancia questa domanda appetitosa a Luigi Manconi:

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«[…] c’è anche la scelta individuale della sfera della sessualità, è un tema che viene affrontato in modo molto chiaro. Anche qui, l’orientamento sessuale mi pare non vi veda d’accordo fino in fondo». 

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Risponde prontamente lo studioso:

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«[…] Va detto che la Chiesa Cattolica, la pastorale ecclesiale, grazie anche a Papa Francesco ha fatto passi avanti enormi. E tuttavia il Catechismo della Chiesa Cattolica ancora reca l’affermazione che l’omosessualità è espressione di disordine sessuale. Allora, la grande apertura della Chiesa nei confronti degli omosessuali rischia in sostanza di perfettuare un grave equivoco, cioè sostanzialmente accolgo l’omosessuale purché non faccia l’omosessuale, cioè accolgo l’omosessuale solo se attua la castità … cioè, quello che emerge non è solo una questione giuridica. Il matrimonio omosessuale, per capirsi, è una questione di sostanza e riguarda lo stesso concetto di amore e di piacere, questo è il nodo molto affascinante …».

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Prestate bene attenzione: con poche parole Luigi Manconi compie un’opera di totale devastazione distruttiva che scinde la morale dalla pastorale e la Chiesa dal Sommo Pontefice. Da una parte loda ed esalta il Pontefice Regnante, dall’altra attacca il Catechismo che presenta come improponibile nell’attualità. Fabio Fazio non indugia e interviene con una serie di affermazioni mascherate da domande:

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«Distanze vere, però non superabili, mi pare, da qualunque punto di vista. E non potrebbe che essere così. Diciamo che i percorsi che si compiono per accorciare queste distanze sono percorsi che segnano, per dirla bene, il tremore del timore, nel senso che non ci sono scelte in nessun modo facili e non ci sono prese di posizione in nessun modo facili. Però, Monsignore, mi pare di poter dire che il tema dell’auto-determinazione sia fondamentale, cioè le posizioni divergono quando si arriva a parlare di temi come l’eutanasia, gli orientamenti sessuali, l’aborto, in cui appunto entra in campo quella che chiamiamo auto-determinazione».

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A questo punto Vincenzo Paglia manifesta il meglio della sua limitatezza, dimostrando di non essere neppure riuscito a cogliere le distruttive scissioni operate da Luigi Manconi, mentre l’intervistatore si è premurato di confezionargli un bignè al veleno che il Presidente della Pontificia Accademia per la vita ingoia senza neppure masticare, attraverso questa sua risposta:

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«Io starei attento a riflettere su questo tema della auto-determinazione, che è una parola legata anche alla libertà. Ecco, qui il punto nodale è: ma noi, siamo liberi davvero in senso assoluto? Siamo slegati dagli altri? Per me non è così, siamo tutti uniti. Ogni nostro gesto è sempre un gesto sociale, richiede sempre una relazione con l’altro e il covid ce lo ha fatto vedere in maniera drammatica: ci mettiamo le mascherine, abbiamo una distanza, non solo per difendere noi stessi ma per difendere anche gli altri. In questo senso io dicevo, nel nostro dialogo con Luigi, che l’auto-determinazione alle libertà è ovvio che è un valore fondante, ma la libertà va sempre legata a fraternità e a uguaglianza, se vogliamo riprendere la triade della Rivoluzione Francese. E in questo la linea della carità, della solidarietà, o direbbe Papa Francesco “della fraternità universale”, credo che è una linea che dobbiamo riprendere a pieno titolo su tutti i fronti».

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Una simile risposta è peggio dell’alzare bandiera bianca dalla trincea, perché in guerra, l’atto di resa, ha una sua profonda dignità, mentre la prostituzione di chi si concede a tutti i peggiori capricci del cliente senza provare godimento e senza farsi pagare, di dignità non ne ha alcuna, dato che non lo fa neppure per piacere o per danaro, ma solo per puro e gratuito servilismo mirato all’altrui compiacimento. Per comprendere questo dialogo fallimentare che nasce dalle incapacità e dalle limitatezze di Vincenzo Paglia, basterebbe pensare al quadrato degli opposti, o logico, di Michele Psello: le proposizioni opposte volendo si vengono incontro, ma le contraddittorie no. Per questo Vincenzo Paglia si è rivelato non in grado di portare avanti un dialogo di questo tipo, non mancando di suscitare imbarazzo in tutti noi, presbiteri e teologi cattolici, mediante utilizzo di categorie degne del più scafato massone, invece che dei pastori in cura d’anime. Ecco allora che la dialettica viene trascinata ancora una volta dentro la lotta politica e l’annientamento dell’avversario, cosa ben chiara al Professor Luigi Manconi, ignota invece all’Arcivescovo Vincenzo Paglia che si lancia in un continuo gorgoglio di luoghi comuni e pastoralismi di terz’ordine, ignorando persino i basamenti di quelle categorie filosofiche e teologiche che dovrebbero sostenere un pensiero cristiano.

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Avere poi magnificato l’idolo di cartone della Rivoluzione Francese per piacere a tutti i costi agli ultra laicisti, ha segnato l’apoteosi dell’oggettiva idiozia di Vincenzo Paglia, ignaro che i principi di libertà, uguaglianza e fraternità sono dei fondamenti dell’etica cristiana, non un’invenzione dell’Illuminismo e tanto meno della Rivoluzione Francese, che fu il più grande e violento bagno di sangue della modernità. Questi tre principi evangelici furono quindi presi, stravolti e mutati in elementi anti-cristiani, mentre il sangue correva a fiumi sotto le ghigliottine. Insomma, quale storia ha studiato Vincenzo Paglia, se l’ha studiata? Nessuno gli ha mai detto che la Rivoluzione Francese culmina con il periodo del terrore di Robespierre, con gli innocenti condannati e uccisi sulla base di semplici delazioni, ma soprattutto che il grande frutto da essa prodotto fu Napoleone Bonaparte? Proprio così: tagliata la testa a un re che proveniva perlomeno da un casato antico di mille anni, i francesi misero in testa la corona di imperatore a un piccolo caporale della Corsica, che poi se la mise in testa da solo, tanto era arrogante. Questi, sono i frutti storici della rivoluzione francese, tutto il resto sono falsi storici e leggende create a tavolino nel corso dell’Ottocento da illuministi liberali e massoni. Ebbene temo che tutto questo il povero Vincenzo Paglia lo ignori, allo stesso modo in cui forse lo ignora chi lo ha messo nel delicato ruolo che ricopre.

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Dopo avere fatto centro, Fabio Fazio riprende le redini per condurre l’asino e legarlo infine dove vuole il padrone, proseguendo così:

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«La domanda la giro naturalmente a Monsignor Paglia e la estendo appena. Non trova che — quello che stava dicendo il Professor Manconi — si possa riassumere così: non c’è un eccesso di attenzione da sempre, da molto tempo, da parte della Chiesa, rispetto alla sessualità, che questo distinguo, che poi Manconi ha sintetizzato perfettamente in questa obiezione, sia effettivamente superato dalla realtà dei fatti e dalla natura umana?»   

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Legato ormai come un asino al palo per lui prescelto, Vincenzo Paglia è ormai letteralmente drogato dal desiderio di piacere a tutti i costi e costi quel che costi, sino a dare una risposta che sembra confezionata e poi uscita fuori dalla bocca di Nichi Vendola:

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«Anzitutto andiamo per ordine, il tema del matrimonio è chiaro da sempre, il matrimonio è tra un uomo e una donna. Poi, che ci possano essere altre convivenze di altra natura questo è ovvio e a me basta sul tema della omosessualità quello che Papa Francesco ha detto con grande chiarezza: “Chi sono io per giudicarlo?”. Quindi in questo senso è una dimensione che va recuperata e certamente va combattuta con decisione ogni omofobia. Per quanto riguarda poi la domanda che faceva lei, lo sappiamo che non è mai stato lineare il rapporto tra la Chiesa e la sessualità, in effetti è vero che a volte c’è stata come una identificazione tra sessualità e peccato e viceversa e questo ha portato un sacco di danni […]»          

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Il Sommo Pontefice Francesco I, che come più volte ho scritto e spiegato non è un poliglotta come lo era il suo Sommo Predecessore Giovanni Paolo II e che non padroneggia particolarmente bene la lingua italiana, ma che presuntuoso e testardo come pochi si ostina a parlare con i giornalisti a braccio, in ogni caso ha enunciato un concetto profondamente e ovviamente cattolico. Andiamo per ordine, anzitutto ha cominciato dicendo: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà» — premessa questa di non poco conto — «chi sono io» prosegue il Sommo Pontefice «per giudicarla?». Poi prosegue affermando: «Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte». A chi poi il messaggio non fosse stato chiaro aggiunge: «Il problema non è avere queste tendenze, sono fratelli, il problema è fare lobby […]».

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Questa è la frase intera pronunciata in risposta al giornalista dal Sommo Pontefice Francesco durante uno dei suoi voli di rientro a Roma. Sono anni che purtroppo, inutilmente, in miei articoli, video-lezioni e conferenze, spiego che cosa ha detto realmente il Sommo Pontefice con quella frase: anzitutto che accogliere il peccatore che cerca Dio è missione fondante della Chiesa, che non respinge nessuno, a partire dalle persone omosessuali. Inoltre, nessuno di noi, a partire dal Successore del Beato Apostolo Pietro può leggere e giudicare la coscienza di un uomo, che Dio solo può leggere e, soprattutto, giudicare. Da qui l’ovvia affermazione coerentemente e teologicamente cattolica: «Chi sono io per giudicare?». Per seguire con il richiamo alle lobby che equivale a dire: il problema non è avere queste tendenze, ma farle passare come bene attraverso l’attivismo sociale e politico delle lobby gay. Che equivale a dire: il problema, per la Chiesa che deve sempre accogliere il peccatore, non è avere queste tendenze; il problema è il peccato, o meglio le lobby che pretenderebbero l’accoglienza e la legittimazione non del peccatore, ma del peccato. E la Chiesa non potrà mai santificare il peccato, neppure se tutte le lobby di questo mondo lo rivendicano e lo pretendono.

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Purtroppo, la frase mozza «chi sono io per giudicare?» strappata da questo suo articolato contesto, è finita sugli striscioni del Gay Pride tra i gridolini delle checche impazzite mascherate da suorine con le calze a rete e i tacchi a spillo. Quindi il Sommo Pontefice non ha detto questo allo stesso modo in cui, per citare un altro cartellone del Gay Pride, quando Sant’Agostino vescovo e Dottore della Chiesa afferma «ama e fa ciò che vuoi», non intende affatto dire che un maschietto possa mettersi a quattro zampe con un altro maschietto che gli lavora dietro. Questa espressione agostiniana malamente estrapolata, è inserita in un commento alla Prima Lettera di San Giovanni, nella quale, amare, vuol dire conformare, attraverso l’umana libertà, la nostra volontà alla volontà di Dio. Questo vuol dire «ama e fa ciò che vuoi», fare pienamente la volontà di Dio fonte dell’eterno amore.  Non vuol dire mettersi a quattro zampe con un maschietto che ti lavora dietro e con tutto quanto il Gay Pride che inneggia «ama e fa ciò che vuoi».

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Mi rifiuto di commentare questo confuso florilegio di Vincenzo Paglia, nella stessa misura in cui mi rifiuterei di vedere e poi commentare un film porno. Battuta quest’ultima legata a una espressione del grande filosofo e teologo del Novecento Cornelio Fabro, che indicava certi soggetti come porno-teologi della porno-teologia. Ecco, Vincenzo Paglia è un autentico pornocrate quando afferma:

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«[…] è vero che a volte c’è stata come una identificazione tra sessualità e peccato e viceversa e questo ha portato un sacco di danni. In realtà sta emergendo invece un rapporto più sereno […]».

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Affermando questo si sta in pratica scusando con gli ultra-laicisti se la Chiesa, per lungo tempo, ha annoverata la lussuria tra i Sette Peccati Capitali. Anche per questo mi rifiuto di commentare le parole deficienti e incoscienti di questo piccolo uomo, che di sicuro, un vescovo e dottore della Chiesa come Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, considerato padre della morale cattolica, avrebbe preso letteralmente a legnate. Perché questo, in fondo, meriterebbe Vincenzo Paglia: essere preso a legnate come i mercanti nel tempio.

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L’ossequio alla verità impone di concludere ricordando a tutti gli affetti da anti-bergoglismo cronico che Vincenzo Paglia lo ha voluto vescovo il Santo Padre santo subito Giovanni Paolo II, con il Cardinale Camillo Ruini che questa nomina la caldeggiò accogliendo i pii suggerimenti della Comunità di Sant’Egidio. Tutto questo avveniva nel 2000, mentre colui che alcuni hanno preso il vezzo a indicare come il più grande teologo del Novecento, era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Cardinale Joseph Ratzinger, assurto poi al sacro soglio. E sotto il pontificato di Benedetto XVI, il buon Vincenzo Paglia ha prosperato per otto anni, facendo danni a non finire nella Diocesi di Terni-Narni-Amelia, dove tra l’altro lasciò un deficit per decine di milioni di euro e un affresco nella chiesa cattedrale che pare la raffigurazione di un’orgia in un locale gay del Testaccio. Detto questo è bene chiarire che al Sommo Pontefice Francesco I, che pure ha dato saggio di essere straordinario nella scelta delle persone sbagliate, non è però imputabile la responsabilità di avere scelto Vincenzo Paglia. Perché la colpa è tutta quanta del Santo Padre santo subito e del più grande teologo del Novecento, Benedetto XVI. 

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Dall’Isola di Patmos, 23 aprile 2021

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Il Buon Pastore è colui che guida con serenità donandosi con carità nel mondo liquido

25 Aprile 2021/in Omiletica/da Padre Gabriele
—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL BUON PASTORE È COLUI CHE GUIDA CON SERENITÀ DONANDOSI CON CARITÀ NEL MONDO LIQUIDO

 

Gesù descrive la figura del mercenario come opposta alla sua. Il mercenario esprime la mentalità del mondo liquido. Infatti non dà la vita, fugge dinanzi ai pericoli di chi gli è stato affidato. Il mercenario usa le pecore come oggetti, finché gli è comodo e per tornaconto personale. Egli non sa custodire, ma usa solo un’ottica di dominio

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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acquedotto romano sull’Appia Antica

Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

quando ero liceale andavo ogni tanto a fare una corsa nel parco vicino casa, una enorme campagna dentro il Parco dell’Appia Antica. Un giorno ricordo che in questo grande verde comparì un folto gregge di pecore. Dietro un giovane pastore che le indirizzava fischiando in loro direzione. E le pecore silenziose, accompagnate anche dal cane pastore, obbedivano.

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Questo racconto del Vangelo di San Giovanni offerto dalla liturgia di questa IV domenica di Pasqua [cfr. 10, 11-18], ci ricorda provvidenzialmente che in questi tempi di grande incertezza, oggi il Signore ci viene incontro e ci ricorda che Lui è il Buon Pastore della nostra vita. È proprio in questo grande mistero che ci introducono le letture di oggi. In particolar modo nel Vangelo di Giovanni, Gesù si presenta come tale affermando:

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«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario […] vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore».

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Notiamo immediatamente che Gesù descrive la figura del mercenario come opposta alla sua. Il mercenario esprime chiaramente la mentalità del mondo liquido. Infatti non dà la vita, fugge dinanzi ai pericoli di chi gli è stato affidato. Il mercenario usa le pecore come oggetti, finché gli è comodo e per un tornaconto personale. Egli non sa custodire, ma usa solo un’ottica di dominio. Ha dunque una mentalità solo utilitaristica.

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Tutto il contrario è invece il buon Pastore. Egli conosce ed ama le sue pecore. Interessante come ci sia questo legame fra conoscere ed amare, che trova fondamento nel rapporto di conoscenza ed amore che c’è fra l’Eterno Padre e il Cristo Logos. Infatti, nella lingua ebraica e aramaica parlata da Gesù, la parola conoscere è detta con il vocabolo yadah che indica sia una conoscenza intellettuale, sia allo stesso tempo una intimità affettiva. Quando Gesù dice conoscere allora vuole indicare che c’è un rapporto di verità e intimissimo fra lui e noi, le sue pecore. Proprio perché ci ama, offre la sua vita e rimane, donandosi fino alla fine, nel Getsemani. Offre tutto sé stesso per liberarci dalla schiavitù del peccato.

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Nell’offrire la vita c’è la ragione più profonda di tutto il moto trinitario.  Ce lo spiega con parole chiare il Signore proseguendo così:

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«Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

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L’Eterno Padre infatti ha affidato la missione visibile a Gesù di incarnarsi, diventare uomo come noi, vivere i giorni della passione e morte per poi risorgere. Ecco allora che l’Incarnazione e la Pasqua hanno in comune l’elemento dell’amore: tutti quanti in Gesù risorto otteniamo la grazia per amare e conoscere Dio. La mentalità trinitaria di offerta ed amore di sé supera la mentalità utilitaristica. Perché rinnova l’uomo in Dio integralmente: anima, corpo e spirito. Questo interroga profondamente le nostre vite di fede.

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Vogliamo essere mercenari o pastori? Vogliamo entrare nell’ottica del dominio o dell’offerta di sé? Se davvero scegliamo di sforzarci ad essere coerenti con la nostra vocazione, entriamo anche noi nell’ottica dell’Eterno Padre che invia Gesù: rispondiamo allora al Suo comando, che però non è un’imposizione dittatoriale. È aderire ad un progetto d’amore personale comunitario che è espressione di una libertà più grande. Entrare nella prospettiva della Trinità, vuol dire accogliere la nostra missione che offrirà una gioia e soddisfazione impagabili.

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Chiediamo al Signore di entrare sempre più nella sua ottica di offerta e oblazione di noi stessi, per coinvolgere tutto il mondo nell’orizzonte della carità teologale e generare la vera civiltà dell’amore, uniti nell’amore dell’unico Pastore.

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Roma, 25 aprile 2021

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La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

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