https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Antonio-Livi-Patmos2.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Antoniohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Antonio2014-11-10 13:02:482021-04-21 00:35:48Theologica – Rivelazione e storia
MODELLI DI FEDE UMANITÀ E DIVINITÀ DI CRISTO IN SAN MASSIMO IL CONFESSORE
In quei secoli così lontani dal mondo della notizia in tempo reale, le varie eresie che prendevano vita in Oriente e nel Nord dell’Africa si sviluppavano e si diffondevano con estrema rapidità nel mondo cristiano ed in modo molto veloce raggiungevano tutti gli estremi poli della orbe cristiana.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/a.-1-e1415608213385.jpg?fit=150%2C155&ssl=1155150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2014-11-10 13:01:462014-12-02 21:00:41Theologica – Umanità e divinità di Cristo in San Massimo il Confessore
[…] al riguardo si può spendere una parola a proposito del dialogo interreligioso tra cristiani, ebrei e mussulmani. Alcuni cattolici si rifiutano di parlare di “tre religioni monoteistiche”, asserendo che il Dio trinitario dei cristiani è “diverso” da quello degli altri. Ora qui c’è un equivoco. Si confonde Dio in se stesso con la conoscenza di Dio […]
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2014-11-10 12:59:242021-04-21 00:36:35Theologica – LA MONADE E LA TRIADE
[…] il Deposito della Fede è da sempre insidiato dal diavolo, ma è pure attaccato dalla superbia degli uomini. Sembra incredibile in effetti constatare quanta e quale superbia vi sia, ad esempio, in tante teorie “ teologiche” alla moda che purtroppo spesso hanno successo anche in alcuni “ uomini di Chiesa”.
Autore
Gianni T. Battisti
Una delle numerose chiese date alle fiamme dai fondamentalisti islamici
Viviamo tempi difficili, anche in ambito ecclesiale. Molti fedeli non conoscono più i fondamenti della loro Fede Cattolica, non si appassionano più alle cose di Dio. Si pratica, da parte di molti credenti, una forma di individualismo religioso — e questo anche in persone colte e preparate — che porta a trascurare le fondamentali opere di misericordia spirituale, opere che han sempre fatto parte del DNA cristiano e cattolico, opere che contribuiscono, come nessuna, alla rettitudine morale, all’edificazione spirituale ed alla salvezza delle anime.
Distratti dalle sirene mondane, lusingati dal successo e dai piaceri che il mondo sa offrire, spesso gli uomini di questo nostro tempo scelgono una religiosità “fai da te”, facile, comoda, che sa andare a braccetto con le istanze della società contemporanea materialista ed edonista e spesso, purtroppo, divengono preda di una forma deviata di sentimentalismo che allontana dalla Rivelazione e quindi dal Dio vivo e vero.
Durante lo svolgimento degli antichi concili sappiamo che nei mercati, si dibatteva, con competenza e santo entusiasmo, circa la natura di Cristo, si ragionava cioè per altissimas causas e si vedevano le cose sub specie aeternitatis. Oggi, nella società del “benessere”, nella società “ evoluta”, il Depositum Fidei custodito nei secoli dalla Chiesa di Dio, Una, Santa, Cattolica e Apostolica è un bene trascurato dai più, bene che sarebbe invece da conservare, da coltivare, da comprender sempre meglio, da vivere. San Paolo Apostolo esorta così il discepolo da lui consacrato vescovo: «O Timoteo, custodisci il deposito» [1Tm 6,20]. In effetti il Deposito della Fede, bene davvero sublime, è sì, da sempre, insidiato dal diavolo, ma è pure attaccato dalla superbia degli uomini. Sembra incredibile in effetti constatare quanta e quale superbia vi sia, ad esempio, in tante teorie “ teologiche” alla moda che purtroppo spesso hanno successo anche in alcuni “ uomini di Chiesa”.
Pittura del XVIII secolo raffigurante il Vescovo Atanasio che schiaccia l’eresiarca Ario
È incredibile constatare altresì che tali “nuove teorie” sono in realtà, nella maggior parte dei casi — come da anni fanno notare i teologi più attenti come il domenicano Giovanni Cavalcoli — la riproposizione, in salsa contemporanea, di eresie vecchie come il cucco, eresie condannate più e più volte, peraltro, da vari concili, dal Magistero succedutosi nei secoli. Evidentemente tale spiacevole situazione fa nascere un malessere ecclesiale che serpeggia e che inquieta i buoni — il cardinale Raymond Leonard Burke ha parlato a tal proposito di “ mal di mare” — poiché il male interno sa essere più subdolo ed insidioso degli attacchi esterni, attacchi che pur ci sono in gran quantità, attacchi che pur son dolorosi e contribuiscono a rendere, a loro volta, sofferente il Corpo Mistico di Cristo e la società civile. Molti soffrono e pregano in silenzio. La confusione è grande e sembra talvolta avere la meglio.
Prima della sua abdicazione dal sacro soglio il Santo Padre Benedetto XVI fece collocare una statua raffigurante San Michele Arcangelo che trafigge il Demonio, con la scritta in evidenza … non praevalebunt e la scritta sottostante: “Protettore della Città del Vaticano”. E con questo disse più o meno tutto …
Il Signore tuttavia, in virtù della Sua infinita misericordia, ha sempre posto sul cammino accidentato della nostra vita dei Baluardi, delle Stelle Luminose, delle Vigili Sentinelle , dei Campioni della Fede che operano, con la loro dottrina, con le loro opere, col loro esempio, con la loro sagacia, la loro ispirazione, con il loro geniale discernimento, con l’ossequio al Magistero perenne, con la santità di vita, a servizio di Dio e della Sua Sposa Immacolata, che lavorano incessantemente in favore della vera Fede, della società e delle anime. Anche per questo siamo grati al buon Dio che ci dona, pur tra le tante difficoltà in cui ci dibattiamo, pur tra le tempeste che spesso, come per i Santi Apostoli, sembrano sommergere la Barca di Pietro, dei veri pastori che sanno condurci a Cristo che è la Verità, Cristo Gesù che placa i marosi e sostiene la Sua Chiesa. E il Signore ci dona pure, se sappiamo chiederlo con fiduciosa preghiera, il discernimento che ci fa distinguere i buoni maestri e i pastori autentici dai tanti falsi profeti e cattivi maestri che imperversano, al giorno d’oggi, forse come non mai.
Il Signore ci custodisce. Il buon Dio custodisce la Sua Chiesa.Sappiamo che la promessa del Signore è vera. Siamo profondamente consapevoli che il male non potrà mai vincere, che Portae inferi non praevalebunt. Il Padre Celeste non ci abbandona mai. Maria che il Beato Pontefice Paolo VI, al termine del Concilio Vaticano II, ha proclamato “ Madre della Chiesa”, illumina le tenebre di questo nostro mondo come “Stella del mattino”. Lei che e’ “la nostra speranza”, ci restituisce la fiducia per ripetere ancora: “Proteggimi o Dio, in Te mi rifugio” [Sal 16,1].
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* Questo breve: scritto, con una piccola aggiunta, è apparso già in Verità della Fede, che cosa credere e a chi, a cura di Gianni T. Battisti edizioni Leonardo da Vinci Roma 2014 [vedere qui].
cliccare sotto per ascoltare un canto della tradizione popolare mariana
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FUORI DALLA CHIESA VISIBILE NON C’E’ SALVEZZA? I MEZZI ORDINARI ED I MEZZI STRAORDINARI DI SALVEZZA: DIO NON HA BISOGNO DEL NOSTRO PERMESSO
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Extra Ecclesiam nulla salus, o salus extra Ecclesiam non est, è un monito rivolto a noi, un invito a non abbandonare mai la via, la verità e la vita. Un monito coerentemente, dogmaticamente e dottrinalmente legato ai mezzi ordinari di salvezza. A meno che, all’apice della follia farisaica, qualcuno non voglia contestare a Dio Padre l’uso legittimo di mezzi straordinari di salvezza, a Dio Figlio di avere celebrato l’Eucaristia nel corso dell’Ultima Cena senza il messale della «Messa di sempre», ed infine, a Dio Spirito Santo, di non essersi attenuto per le sue azioni di grazia a qualche enciclica del magistero, di carattere puramente politico, scritta un paio di secoli fa, essendo con essa stato legato un nodo che, lungi dall’essere un dogma di fede, a parere di alcuni avrebbe vincolato in eterno e per sempre la Terra e il Cielo.
Assieme all’articolo dedicato da Giovanni Cavalcoli, OP alle teorie palesemente ereticati di Raniero La Valle [cf. QUI], riproponiamo questo vecchio articolo scritto nel novembre 2014 da Ariel S. Levi di Gualdo, nel quale si chiarisce il vero senso di extra Ecclesiam nulla salus.
La Redazione de L’Isola di Patmos
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“Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della Geenna? Perciò, ecco, io vi mando dei profeti e dei savi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, affinché venga su voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare” [Mt 23 , 33-35]
Molti cosiddetti tradizionalisti che dicono di rifarsi al tomismo ed alla più genuina scolastica, in verità si rifanno a quattro formule trite della neoscolastica decadente; che rispetto alla scolastica, al tomismo ed alla buona scienza metafisica sono altra cosa. Formule che usano allo stesso modo in cui gli antichi farisei usavano la Legge con formalismo fine a se stesso, tanto da procacciarsi i severi rimproveri del Verbo di Dio fatto uomo che trattandoli più volte a dure parole li accusa di filtrare il moscerino e di ingoiare il cammello [Cf. Mt 23, 24]. Da sempre, infatti, l’ateismo peggiore è quello religioso, portato avanti dai clericali di tutti i tempi che, in maniera si spera inconsapevole, si pongono al di sopra dello stesso mistero della grazia di Dio. Il Signore Gesù, che non era politicamente corretto, soleva chiamarli: «Razza di vipere [Mt 23, 33]». E qui sarebbe interessante introdurre un complesso discorso di carattere antropologico ed esegetico, solo per spiegare che genere d’insulto immane costituissero certe espressioni di Gesù nella società dell’epoca e nel lessico aramaico.
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San Tommaso d’Aquino mise in guardia da certe insidie affermando: «Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te» [1]. Questo perché la Verità presuppone il nostro devoto servizio, non il nostro possesso, perché la Verità è Dio, che si adora, non si possiede; la Verità è Dio che si serve, non Dio che si usa.
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… guai a voi che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello [Cf. Mt 23, 24].
Nel mondo di quella che viene impropriamente definita Tradizione, dove primeggiano i fans dei lefebvriani con tutte le loro confusioni connesse talora all’incapacità di distinguere le sostanze dagli accidenti secondo la migliore metafisica, aleggia anche una mancata percezione teologica legata a quelli che sono i mezzi ordinari ed i mezzi straordinari dell’azione di grazia di Dio in rapporto al mistero della salvezza e della redenzione, per non parlare del concetto di Chiesa visibile e di Chiesa invisibile. Anche in questo i modernisti per un verso ed i fans dei lefebvriani per l’altro, procedono su due binari opposti, ma paralleli, ed entrambi fanno marciare lo stesso treno con tutti i suoi ignari passeggeri verso il ponte pericolante di Cassandra Crossing, com’ebbi a scrivere nel mio primo articolo sull’Isola di Patmos [cf. qui].
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I modernisti hanno sviluppato in seno alla Chiesa varie metastasi che concorrono tutte al dramma della stessa neoplasia. Mezzo secolo fa, si è partiti dalla teoria ardita di Karl Rahner sui “cristiani anonimi”; e dico ardita perché il linguaggio espressivo di questo teologo gesuita tedesco, che per suo impianto strutturale è nebuloso e ambiguo, se colto e male interpretato — come di prassi accade — può portare ad una vanificazione dell’intero mistero della redenzione. La pericolosa teoria dei “cristiani anonimi” finisce così col divenire una delle basi portanti del relativismo teologico che sfocia per naturale conseguenza nel relativismo religioso: una religione vale l’altra, cristiana o non cristiana che sia. Affermare ciò in questo modo è sbagliato e pericoloso, mentre è corretto sotto tutti i profili della migliore dottrina parlare — come faremo di seguito — dei mezzi ordinari e dei mezzi straordinari di salvezza.
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Il superiore del distretto di Francia della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, padre Régis de Cacqueray, attaccando duramente papa Benedetto XVI, aveva detto ai primi di aprile del 2012 che «occorre diffidare come della peste delle novità introdotte dal Concilio Vaticano II e dai Papi che sono venuti dopo di esso» [qui]
A queste evidenti eresie istituzionalizzate che da decenni sono insegnate all’interno dei centri di formazione teologica per la massiccia opera dei modernisti, i fans dei lefevbriani reagiscono affermando «Extra ecclesiam nulla salus», abusando un’espressione di San Cipriano di Cartagine che, per l’esattezza, nel suo scritto affermò: «Salus extra ecclesiam non est» [2]. Girando per i siti e per i blog della cosiddetta “Tradizione”, si rimane interdetti nel leggere delle assurde esegesi su questa frase vergate da personaggi che dal bar dello sport, dove si sostiene la squadra del cuore, sono passati con spirito disinvolto ma del tutto simile a discutere di teologia, o peggio di metafisica e di dogmatica. Già in passato ho tentato di chiarire questa espressione alquanto insidiosa se presa ed estrapolata dal suo àmbito; perché si tratta di una frase che emerge da un preciso contesto storico legato ad accese diatribe dottrinali che si susseguivano nel III secolo, in epoche antecedenti al Concilio di Nicea che definirà alcuni dei dogmi fondamentali della fede. Basterebbe ricordare per inciso che Cipriano affermò e sostenne in una sua dettagliata richiesta inviata con tutti i crismi della ufficialità al Vescovo di Roma la necessità di amministrare nuovamente il Sacramento del Battesimo agli eretici pentiti usciti in precedenza dalla Chiesa che domandavano di essere riammessi al suo interno. Oggi, una simile richiesta del Vescovo di Cartagine, santo martire e padre della Chiesa, farebbe in parte sorridere in parte rabbrividire tutti i Padri radunati nella assisa del Concilio di Trento; e cito di proposito il concilio tridentino, non l’ultimo concilio della Chiesa, proprio per non dare a certuni motivi di pretesto per chiudersi a priori a questo mio discorso, tendendo essi a valutare tabù, se non peggio “eresia”, tutto ciò che di dottrinale e di pastorale ha fatto seguito al Concilio Ecumenico Vaticano II.
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icona bizantina raffigurante l’assisa del Concilio di Nicea del 325
Certe parole ed espressioni di alcuni Santi Padri e Dottori della Chiesa vanno sempre prese con cautela, specie quelle di molti Padri dei primi secoli, quando ancora il Cristianesimo era nella sua prima fase evolutiva e non erano stati ancora sanciti i dogmi che prenderanno forma nei primi otto secoli di vita della Chiesa; perché occorsero secoli, dopo l’incarnazione, la vita, la morte e la risurrezione del Cristo, per giungere a percepire cosa davvero era accaduto attraverso l’uomo Gesù, vero Dio e vero uomo, quindi definirne il mistero della natura umana e divina e cogliendo il senso della sua missione e rivelazione. Altrettanti secoli occorreranno per avere una professione di fede, redatta al Concilio di Nicea (anno 325) e poi perfezionata in quello di Costantinopoli (anno 381). Volendo potremmo anche fornire l’elenco dettagliato di tutte le eresie nelle quali diversi Padri, oggi santi e dottori della Chiesa, caddero ripetutamente durante le accese diatribe dottrinarie che erano all’epoca all’ordine del giorno, quando si cercava di penetrare un mistero per il quale non esistevano neppure parole sul vocabolario per poterlo in qualche modo definire, tanto da costringere i Padri a prendere in prestito lemmi dal vocabolario greco e adattarli alle verità di fede che mano a mano stavano cominciando a penetrare. Soprattutto, certe espressioni dei Padri, vanno sempre e di rigore lette all’interno di precisi contesti storici, sociali ed ecclesiali; salvo rischiare in caso contrario di attribuire ad essi pensieri ed affermazioni che in verità non hanno mai attraversato le loro apostoliche ed illuminate menti.
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Evito di entrare in dettaglio nel discorso paradigmatico del Limbo, che prende vita principalmente da un “equivoco” dovuto alla mal comprensione di alcuni scambi polemici tra Agostino vescovo d’Ippona ed il geniale ed acuto eresiarca Pelagio, per poi svilupparsi appresso nel medioevo, anche attraverso la poetica di Dante.
Le speculazioni teologiche sul Limbo non sono mai entrate nelle definizioni dogmatiche del Magistero, checché ne scrivano certi “teologi” da bar dello sport. Anche se il Magistero ne ha fatta menzione nel proprio insegnamento fino al Concilio Vaticano II, il Limbo è stato prospettato sempre come ipotesi, mai come verità dogmatica di fede, come invece lo sono l’esistenza del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno.
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Nell’ultima edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica edita nel 1992, il Limbo non viene in alcun modo menzionato. Sul problema teologico del Limbo sorvolò il Concilio Vaticano II, lasciando che ad esprimersi fosse decenni dopo la Commissione Teologica Internazionale [3], che da mezzo secolo a questa parte pare specializzata anche a redigere documenti che lasciano aperte tutte le possibili porte, pur di non dare quelle precise risposte reclamate di prassi dalla dottrina e dalla teologia. Lungo e complesso sarebbe dunque il discorso, ma quanto sin qui accennato è sufficiente per tentare di far capire ai teologi del “bar dello sport” che i dogmi non s’inventano; mentre per quanto riguarda quelli esistenti, è bene non fare estrapolazioni, evitando taglia e cuci ed evitando di far affermare al Magistero ciò che il Magistero non ha mai affermato e sancito, per non dire di peggio …
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… udire infatti membri della Fraternità Sacerdotale di San Pio X che brandiscono come una sciabola l’Enciclica Mirari Vos del Sommo Pontefice Gregorio XVI, più che patetico è contro ogni sana ecclesiologia pastorale. Quella enciclica fu redatta nel 1832 per motivi pastorali dettati da precise condizioni sociali e politiche, in una situazione storica europea nella quale la Chiesa doveva fare i conti con tutti i postumi della Rivoluzione francese, col liberalismo, la massoneria anti-cattolica, i troni europei sui quali non erano affatto seduti dei San Luigi Gonzaga e che tra colpi di mano e intrighi internazionali tremavano sempre di più. Quella enciclica è un documento di pura condanna che non sancisce nuove dottrine e tanto meno nuovi dogmi della fede e che ruota tutta su contenuti legati a problemi socio-politici non applicabili alla società civile ed ecclesiale contemporanea, a meno che non si voglia cadere nella aberrazione ideologica intesa stricto sensu secondo l’etimo latino di aberratio. Tutto questo nasce ovviamente dal pericoloso rifiuto del dato di fatto teologico e pastorale che la Chiesa è un corpo in evoluzione (si legga: accidenti esterni mutevoli), edificato su verità immutabili nel tempo (si legga sostanze immutabili), ammesso che si voglia fare realmente metafisica, teologia dogmatica e storia del dogma in modo serio e corretto per la migliore edificazione del Popolo che Dio ci ha affidato in cura pastorale.
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San Cipriano vescovo di Cartagine, icona bizantina
È quindi tanto pacifico quanto evidente che Cipriano, rivolgendosi ai figli della Chiesa, non agli appartenenti ad altre religioni, ammonisce i fedeli cristiani variamente caduti in eresia o in errori dottrinari affermando — ed affermando a loro — che fuori dalla Chiesa non c’era salvezza. Perché a quanto ci è dato sapere dalle fonti storiche e patrologiche in nostro possesso, il Vescovo Cipriano non rivolge affatto questo monito agli ebrei, od agli appartenenti ai vari culti pagani all’epoca ancora molto presenti e forti, perché si tratta di un monito tutto quanto da lui rivolto ai cristiani.
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Il concilio che tra il 1431 ed il 1445 si celebrò tra Basilea, Ferrara, Firenze e Roma, afferma senza pena di equivoco:
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«Come una buona madre è sempre in ansia per la salute dei figli, e non si dà pace fino a che, se vi è qualche disaccordo tra loro, la discordia non sia sopita, cosi e molto più la Santa Madre Chiesa, che genera i figli alla vita eterna, ha sempre usato mettere in opera ogni tentativo perché tutti i cristiani, tolto di mezzo ogni dissenso, con fraterna carità conservino l’unità della stessa fede, senza la quale non può esservi salvezza» [4].
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Anche in questo caso i Padri della Chiesa riuniti in concilio rivolgono il loro monito ai cristiani, che invitano a conservare quella fede cattolica senza la quale non può esserci salvezza. Non rivolgono questo monito agli appartenenti ad altre religioni cristiane e non cristiane.
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… ci ha liberati dai lacci
Alla domanda se fuori dalla appartenenza alla Chiesa visibile può esservi salvezza, la nostra risposta non può essere che sì.In questo caso bisogna però distinguere quella che è l’appartenenza visibile, implicita e consapevole alla Chiesa, che è sia visibile, in quanto terrena, sia invisibile, in quanto celeste; da quella che invece è un’appartenenza invisibile di tipo implicito-inconscio, per esempio il naturale rispetto delle leggi fondamentali di Dio, onorate e messe in pratica senza essere minimamente consapevoli — per ignoranza invincibile — di onorare e di seguire in tal modo i fondamentali precetti della fede. Questo secondo genere di appartenenza implicita-inconscia alla Chiesa invisibile, non va intesa però nella accezione rahneriana della “esperienza trascendentale atematica” da cui prende poi vita la teoria dei “cristiani anonimi”.
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Chiunque, teologo o ecclesiastico, lefebvriano o cosiddetto tradizionalista che sostenesse il contrario, se non la caduta nell’eresia che richiede a monte sempre una spiccata intelligenza, rischia comunque di cadere in una grande contraddizione in termini nella dottrina della redenzione, perché Cristo, l’agnello di Dio senza macchia, si è immolato per tutti. Il problema è che non tutti accettano di essere salvati dal sangue del Verbo di Dio fatto uomo, come gli stessi Vangeli narrano attraverso una scena drammatica della crocifissione, quella in cui i due ladroni posti alla sua destra e alla sua sinistra manifestano dinanzi alla presenza viva e sanguinante di Cristo stesso come funziona il mistero della salvezza sempre connesso strettamente alla libertà dell’uomo. Uno dei ladroni, lo insulta e impreca, mentre l’altro domanda di essere accolto e salvato. L’altro, quello chiuso ad ogni azione di grazia, per tutta risposta riceve il silenzio di Dio, nel quale è racchiuso il suo divino rispetto per la libertà dell’uomo che lo rifiuta [Cf Lc 23, 39-43]. Anche in questo caso, però, pur di fronte a quel silenzio nessuno è in grado di affermare se il malfattore indomito è finito dannato in eterno. Proprio come non ci è dato sapere se Giuda stesso, l’artefice del tradimento di Cristo, è finito dannato in eterno. E non possiamo saperlo perché nessuno di noi può leggere il cuore di Dio. Ciò che invece dobbiamo tenere presenti sono le cause di certi nostri effetti, perché è lo stesso Signore Gesù che ci parla del fuoco della Geenna e dell’esistenza del castigo eterno dove sarà pianto e stridore di denti. Nel mistero della rivelazione ci è dato un cammino da seguire e una legge da rispettare, negando ostinatamente il quale può esserci il serio rischio del pianto eterno; ma nessuno di noi può sapere quali peccatori sono stati o saranno abbandonati a questo pianto eterno dal rispetto di Dio per la libera e cosciente scelta dell’uomo.
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La Chiesa stessa è tornata a fare propria questa consapevolezza con lungimirante spirito pastorale. Prova n’è il fatto cheoggi non vengono più negate le esequie funebri e la sepoltura cristiana a coloro che sono morti per suicidio.Inutile dire quali orrende accuse di “eresia” e di “apostasia dalla fede” si levano anche in tal caso in certi àmbiti della cosiddetta Tradizione. La Chiesa può, anzi in alcuni casi deve negare le esequie funebri dinanzi ai casi di peccatori manifesti che sono morti negando sino all’ultimo qualsiasi segno, anche leggero, di pentimento [Cf. C.I.C. can. 1184,1]. Ciò che invece la Chiesa non può fare è di dare per condannata un’anima. La Chiesa può e deve insegnare che ponendo in essere e perseverando con deliberata ostinazione in certi comportamenti si rischia seriamente di compromettere la salute eterna dell’anima; ma la Chiesa non ha il potere di affermare che l’anima di quel suicida o di quel peccatore incallito è stata dannata. Primo: perché nessuno può stabilire se il sucida ha compiuto quel gesto mosso da profondo sprezzo per la vita umana e per il suo Creatore. Nessuno di noi infatti, se non Dio, può leggere la profonda coscienza dell’uomo; e nessuno, se non Dio che solo può leggerla, può di conseguenza giudicarla. Secondo: a nessuno è dato sapere cosa è accaduto in quelle frazioni di secondo nelle quali la persona è passata dalla vita alla morte, ed in che modo in quel breve lasso di tempo sia intervenuta e sia stata eventualmente accolta pienamente la grazia di Dio. Presumere di poter leggere e giudicare la coscienza profonda dell’uomo, stabilendo se è salvo o dannato, è una autentica bestemmia.
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Il Beato Pontefice Pio IX affermava:
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«A voi è assai noto che quelli i quali per ignoranza invincibile non conoscono la nostra religione, ma conoscono la legge naturale ed i suoi precetti da Dio scolpiti nei cuori di tutti e sono disposti ad ubbidire a Dio e conducono una vita onesta, questi con l’aiuto della luce e della grazia divina possono conseguire la vita eterna; perché Dio, il quale vede, scruta e conosce le menti, gli animi, i pensieri, le disposizioni di tutti, per ragione della sua somma bontà e clemenza non può assolutamente permettere che sia punito con eterni supplizi chi non sia reo di colpa volontaria» [5].
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Quella Naturale è la legge che ognuno può conoscere attraverso la ragione e che abita nel cuore di ogni uomo, a prescindere dall’atto di Fede. Questo il motivo per il quale la Chiesa Cattolica insegna da sempre che quanti sono al di fuori di essa senza loro colpa non possono essere condannati.
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E l’elenco di coloro che per cosiddetta dotta ignoranza[6] o per cosiddetta ignoranza invincibile[7] sono fuori dalla Chiesa, senza che però sia ad essi preclusa la salvezza, sono da sempre molti. Ci avvisa in tal senso lo stesso Signore Gesù, ed in toni anche molto severi: «I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli» [Cf. Mt 21, 28-32].
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Per leggere il testo della Dichiarazione Dominus Jesus cliccareQUI
Dopo avere chiarito, con documenti del Magistero rigorosamente antecedenti al Concilio Vaticano II, il reale sentire ecclesiale e teologico riguardo il mistero della salvezza, senza così indurre alla chiusura a priori coloro che in giro per il grande far west della rete telematica si cimentano in commenti esilaranti sulla frase distorta e abusata del Santo Vescovo Cipriano, passiamo adesso ad un documento del Magistero scritto a quattro decenni di distanza dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Il documento in questione è la dichiarazione Dominus Jesus, che se non fosse drammatica sarebbe comica, come ho scritto con tutte le dovute spiegazioni in altre sedi, ben precisando il mio riferimento alla comicità che, se non spiegato a dovere, potrebbe suonare a dir poco irriverente. Infatti, un documento simile redatto e diffuso a quasi mezzo secolo dalla celebrazione di un concilio ecumenico, palesa il drammatico tentativo di correre a chiudere la stalla quando i buoi sono ormai dispersi da mezzo secolo per le praterie del post concilio; in questo risiede l’elemento … tragicomico di questo documento.
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Riguardo la teologia della salvezza la Dominus Jesus afferma:
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«[…] l’azione salvifica di Gesù Cristo, con e per il suo Spirito, si estende, oltre i confini visibili della Chiesa, a tutta l’umanità. Parlando del mistero pasquale, nel quale Cristo già ora associa a sé vitalmente nello Spirito il credente e gli dona la speranza della risurrezione, il Concilio afferma: «E ciò non vale solamente per i cristiani ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» [Cf Gaudium et spes, n. 22.] [8]
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San Tommaso d’Aquino, affresco del XV secolo
Affermando «Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te», tra le righe e sotto le righe l’Aquinate l’ha detta molto più profonda e articolata di quanto si possa immaginare, a partire dal mistero stesso della Chiesa, che della salvezza è mezzo e strumento, non padrona. Possiamo, ed anzi dobbiamo dire e insegnare che la salvezza dimora nella Chiesa santa sposa di Cristo e suo Corpo Mistico e non a caso definita come «sacramento di salvezza» [9], ma non possiamo dire che la salvezza appartiene alla Chiesa ed ai suoi uomini, a partire dal Successore di Pietro sino all’ultimo dei sacerdoti. A tal proposito non andrebbe mai dimenticato a certi rigorosi personaggi con annesso esercito di “teologi” che impazzano nel grande far west della rete telematica, il monito del Signore Gesù impresso nel Vangelo di San Matteo, da leggere e da cogliere, al di là dei tempi, per ciò che veramente racchiude:
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«Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”». [Mt 17, 7-9].
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Quante volte l’uomo, o per così dire il cieco e ottuso clericale di tutti i tempi, ha annullato la parola di Dio in nome del culto idolatra della sua personale e soggettiva tradizione?
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il teologo gesuita Karl Rahner
Karl Rahner tende a concepire il mistero della fede come una «esperienza originaria preconcettuale di Dio», data a tutti in modo implicito, da qui la sua teoria dei cosiddetti «cristiani anonimi» che sarebbe espressa nella Chiesa in forme concettuali, vale a dire la scrittura, la tradizione ed i dogmi, relativamente connesse ai diversi modi di interpretare la originaria esperienza soprannaturale secondo le diverse culture e climi storici, dando in tal modo vita ad un vero e proprio relativismo dogmatico. Errori questi dovuti, perlopiù, al fatto che per Rahner il concetto non rappresenta una realtà esterna, perché essendo influenzato e infarcito di idealismo romantico di matrice tedesca, l’essere è per lui l’essere pensato, il tutto secondo le linee tracciate dal pensiero di Heiddeger riguardo l’essere della “precomprensione”, che si tratti dell’essere divino o del proprio essere oppure dell’essere del mondo. Per Rahner il concetto della conoscenza non parte dall’esperienza sensibile delle cose esterne, secondo le linee tracciate da Aristotele e da San Tommaso d’Aquino, bensì dal criterio cartesiano dall’autocoscienza che a suo modo delinea già in modo implicito e inconscio una esperienza dell’Assoluto, il tutto secondo il pensiero di Hegel, dal quale egli attinge a piene mani con risultati a dir poco disastrosi, quando poi finisce con l’applicarne il pensiero alla speculazione teologica. Dunque, il mistero della fede, per Rahner non si esprime affatto in un insieme di nozioni fisse e precise determinate in modo certo e invariabile secondo i criteri dettati dalla Professione di Fede; secondo il suo pensiero la fede giunge a sperimentare in modo originario e diretto Dio senza la mediazione del concetto. In questa architettura complessa, friabile e soprattutto pericolosa, si inserisce la cosiddetta teoria dei «cristiani anonimi», che è tutt’altra cosa rispetto alla cattolica affermazione che adesso segue: … la redenzione conseguita attraverso i mezzi ordinari ed i mezzi straordinari di salvezza.
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Se da una parte abbiamo il binario di quel modernismo di cui Karl Rahner è un prodotto ultimo finito e rifinito e tramite il quale si può giungere a relativizzare il mistero stesso della redenzione e della salvezza, ed al quale pare cucito addosso il monito del Beato Apostolo Paolo … «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [Cf. II Tm 4, 3-4]; dall’altra parte, sul binario parallelo, abbiamo invece l’immobilismo dei lefebvriani, ai quali pare cucita addosso la frase del Signore Gesù … «Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione» [Cf. Mt 17, 7].
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Il vescovo delle Isole Solomons con i giovani indigeni. Si precisa, visti i contenuti di questo passo dell’articolo, che i giovani qui ritratti in foto non sono affatto cannibali ma devoti cattolici apostolici romani, come dimostra il vescovo vivo e sorridente in mezzo a loro.
Nel susseguirsi di questi discorsi abbiamo portato vari esempi ed usato come paradigma la tragica immagine del suicida, l’immagine del Limbo … molti altri sarebbero però gli esempi che potremo aggiungere, a partire dal cannibale che vola redento in Paradiso dopo avere scannato e mangiato un gruppo di missionari. Se poi i missionari di cui s’è cibato erano teologi o biblisti gesuiti, in tal caso sarà volato redento in Paradiso ed ammesso direttamente nella Candida Rosa dei Beati. Il problema è che i cannibali del vecchio Latino America i gesuiti non se li sono mangiati tutti, tant’è che, alcuni secoli dopo, costoro sono tornati all’attacco importando in quelle terre la Teologia della Liberazione, fungendo questa volta loro da cannibali della dottrina e della teologia cattolica, animati in tal senso da dotta ignoranza e non certo da ignoranza inevitabile. Se invece i missionari erano domenicani, in quel caso, oltre ad andare in Paradiso, il pio cannibale s’è procurato pure le scorte di cibo per tutto l’inverno, perché trovare un domenicano magro non è impresa facile, la gran parte sono tutti di stazza modello San Tommaso d’Aquino, soprannominato dai compagni di studi «il bue muto», forse anche per la sua imponenza fisica. Santa ragione ebbe però Alberto Magno, che dell’Aquinate fu maestro, quando replicò a questi allievi ironici: «Quando questo bue muggirà, i suoi muggiti si udranno da un’estremità all’altra della terra». È che purtroppo, oggi, ai muggiti del bue d’Aquino, si sono sostituiti i ragli dell’asino Rahner.
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Le vie del Signore …
Riferendosi ai disegni imperscrutabili di Dio, gli autori dei salmi cantano e gridano più volte, anche sotto forma di tenero lamento, che le sue vie non sono le nostre vie. Se da una parte non possiamo certo conoscere i piani di Dio e le sue azioni che procedono quasi sempre per vie imperscrutabili, dall’altra ci è stata però pienamente rivelata in carne e ossa la sua via da perseguire, che è quella dello stesso Verbo di Dio fatto uomo che proclama: «Io sono la via, la verità e la vita» [Gv 14, 6]. Dandoci quindi la via, la verità e la vita, il Padre, per mezzo del Figlio, ed assieme entrambi per il tramite dell’opera dello Spirito Santo, ci hanno aperto le porte alla redenzione che procede attraverso la Chiesa «Sacramento di salvezza»; attraverso i Sacramenti di grazia, donati e istituiti tutti dal Signore Gesù, che rappresentano i mezzi e gli strumenti ordinari di salvezza del Cristo Dio che è via, verità e vita. Cristo Dio non è però legato e vincolato ai Sacramenti di grazia, di cui abbiamo bisogno noi, non certo Lui; meno che mai è vincolato alle rubriche liturgiche, od alla «Messa di sempre», elevata da certuni a dogma superiore al mistero stesso della Santissima Trinità, tanto incapaci sono, certi moderni e cupi farisei, di distinguere le sostanze eterne e immutabili dagli accidenti che sono — e che per loro preziosa natura devono essere — mutevoli.
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la vera chiave del Regno dei Cieli …
Oltre ai mezzi ordinari di salvezza offerti in uso alla Chiesa per servire Cristo e per portare a compimento i suoi piani di salvezza, esistono da sempre mezzi straordinari che sono per loro natura stessa imperscrutabili, perché dimorano nel cuore di Dio e da Dio procedono; pur non avendo niente a che fare coi voli pindarici rahneriani sul “cristianesimo anonimo”. Nulla pertanto da dire, se il divo Dante ha collocato Giuda nell’Inferno attraverso le immagini della sua poetica; possiamo persino presumere che forse vi si trovi, ma a nessuno di noi è dato affermare con certezza che Giuda Iscariota è dannato alla pena eterna. Per altro verso, sempre procedendo per esempi, ricordo il giorno in cui, discutendo con l’allora promotore della fede della Congregazione per le cause dei santi, che forse eccedendo in passione affermò che un certo candidato alla canonizzazione, dal Paradiso, ci stava sicuramente assistendo tutti quanti, per tutta risposta replicai … «Una cosa è certa, ed è tale perché sancita con un atto solenne della Chiesa: costui è stato beatificato e tra poco sarà canonizzato, senza possibilità alcuna né di smentita né di discussione. Però, per quanto riguarda la certezza del Paradiso, noi, possiamo sapere se questo santo si trova al momento a godere della visione beatifica di Dio, oppure a fare un po’ di anticamera nel Purgatorio?». Preso più che mai da passione, il teologo mi disse … «Non hai mai letto là dove sta scritto di Gesù che dice a Pietro: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”?» [cf. Mt 16, 13-20]. Assunsi un’aria da svampito e risposi: «Si, forse da qualche parte devo averlo letto, non ricordo dove, però devo proprio averlo letto». E aggiunsi: «Tu lo sai, vero, che chi lega e chi scioglie, nei cieli e sulla terra, è la volontà di Cristo Dio accolta dall’uomo che si fa suo fedele strumento per la realizzazione dei suoi piani? A Pietro, il Signore, le chiavi del Regno le ha date in comodato d’uso, non in possesso. Dunque, il protagonista, nonché il vero padrone delle chiavi del Regno, non è Pietro, è il Risorto per il quale Pietro lega e scioglie secondo la Sua volontà tramite l’opera dello Spirito Santo». E detto questo precisai subito che la mia era una provocazione speculativa, perché è cosa del tutto ovvia che un santo goda della eterna beatitudine nel Paradiso. Prima di giungere alla sua canonizzazione è stato svolto un lavoro certosino, con dei teologi oggi come oggi sempre più profondi, preparati e riluttanti a qualsiasi superficialità. Se il candidato alla beatificazione era poi un Romano Pontefice, il suo processo è stato aperto prudentemente trent’anni dopo la sua morte, ed è durato a lungo, perché sono stati impiegati anni e anni solo per lo studio dei suoi atti di magistero, dei suoi scritti pubblici e privati, delle sue omelie e dei suoi discorsi, per non parlare dei suoi atti di governo, ed in specie se si è trattato di un lungo pontificato. Poi c’è la prova del miracolo accertato, salvo che non sia intervenuta la dispensa pontificia dal miracolo, visto che certi santi sono talmente santi che la prova del miracolo potrebbe essere ritenuta del tutto superflua. E nel corso di questo lungo iter durato molti anni, sono state spese anche fiumane di danaro, sempre a prova del lavoro meticolosissimo che è stato svolto e che di per sé, inevitabilmente, è molto costoso. Ciò che comunque taglia la cosiddetta testa al toro è l’atto di canonizzazione, che implica appunto un atto mediante il quale il Sommo Pontefice, con giudizio inappellabile e sentenza definitiva, inscrive in modo solenne un Servo di Dio, precedentemente beatificato, nell’albo dei Santi» [10]. Questa definizione implica l’infallibilità secondo i gradi stabiliti nella Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II [cf. Giovanni Cavalcoli, OP QUI, testo documento QUI], con buona pace di quel delizioso e lezioso canonista siciliano che giocò a fare il teologo dogmatico adottando maldestri schemi giuridici [cf. QUI]. L’atto solenne si conclude con la precisazione che il Sommo Pontefice intende dichiarare con essa la presenza del canonizzato nella gloria eterna, nonché la sua esemplarità per tutta la Chiesa ed il dovere d’onorarlo ovunque con il culto dovuto ai Santi. E detto questo il discorso è chiuso, senza possibilità alcuna di discussione, meno che mai d’ironia, memori del saggio detto popolare: «Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi».
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soliti noti, stesso copione … quando si muta la fede in ridicolo nella sicura certezza di essere seri.
Extra Ecclesiam nulla salus, o salus extra Ecclesiam non est, è un monito rivolto a noi,un invito a non abbandonare mai la via, la verità e la vita. È un monito coerentemente, dogmaticamente e dottrinalmente legato ai mezzi ordinari di salvezza. A meno che, all’apice della follia farisaica, qualcuno non voglia contestare a Dio Padre l’uso legittimo di mezzi straordinari di salvezza, a Dio Figlio di avere celebrato l’Eucaristia nel corso dell’Ultima Cena senza il messale della «Messa di sempre», ed infine, a Dio Spirito Santo, di non essersi attenuto per le sue azioni di grazia a qualche enciclica del magistero di carattere puramente politico, nonché redatta per precisi problemi politico-sociali un paio di secoli fa, essendo con essa stato legato un nodo che, lungi dall’essere un dogma di fede, a parere di alcuni avrebbe comunque vincolato, in eterno e per sempre la Terra e il Cielo.
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La battuta del Santo Padre Francesco circa il fatto che «Dio non è cattolico», non fu un’espressione felice, come non lo sono state altre non particolarmente chiare, forse talvolta neppure opportune, tutte fatte però, sempre e di rigore, come dottore privato, o come si direbbe in altro gergo: come privato cittadino. Quando però il Sommo Pontefice, nella sua veste di Sommo Maestro, ha fatto la prolusione finale al Sinodo sulla Famiglia, il Padre Giovanni Cavalcoli ed io abbiamo “danzato” dalla contentezza per giorni, dinanzi alla lucidità di quelle parole che uscivano fuori da Pietro [cf. qui]. Certo, forse sarebbe stato meglio se quella volta, invece di dire che «Dio non è cattolico» avesse spiegato: «Nelle nostre azioni e per le nostre azioni noi siamo vincolati al magistero della Chiesa ed alla dottrina cattolica nei modi e nelle forme in cui la Chiesa, che ha ricevuto il proprio mandato dal Verbo di Dio in persona attraverso Pietro, stabilirà nel nome di Cristo Signore per tutti i Christi fideles, ma Dio, che è verità una, eterna e immutabile, al magistero della Chiesa ed alla dottrina cattolica non è ad alcun titolo vincolato, per quanto riguarda le sue azioni di grazia». Ma in questi tempi di mucche magre, o forse peggio di mucche pazze, non si può avere certo tutto. Oggi avere poco, od avere il cosiddetto “minimo sindacale”, deve farci danzare e cantare gioiosi: «Osanna nell’alto dei cieli!», ripieni di fede, di speranza e di carità.
[2] Epistola 72 indirizzata al Pontefice Stefano I
[3]La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo [Testo della Commissione teologica internazionale leggibile qui]
[4] Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma SESSIONE XIX del 7 settembre 1434.
[5] Enciclica Quanto conficiamur moerore, 10 agosto 1863.
[6] L’espressione De docta ignorantia risale a Sant’Agostino Agostino, anche se resa celebre da celebre Nicolò Cusano che indica la posizione dell’intelletto umano di fronte a Dio: l’intelletto umano, in quanto finito, non può dir nulla di Dio, che è l’assoluto e l’infinito, se non per via negativa, negando cioè di lui ogni attributo e riconoscendo di potersi avvicinare all’Assoluto solo sapendo di non sapere. Ignoranza, quindi, ma dotta perché si pone al di là e al di sopra di ogni più completo conoscere umano.
[7] «Se l’ignoranza è invincibile, o il giudizio erroneo è senza responsabilità da parte del soggetto morale, il male commesso dalla persona non può esserle imputato. Nondimeno resta un male, una privazione, un disordine. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori» [Catechismo della Chiesa Cattolica, 1793].
[10] Daniel Ols, OP in Fondamenti teologici del culto dei Santi, in AA. VV. Dello Studium Congreg. De Causis Sanct. , pars theologica, Roma 2002, p. 1-54.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2014-11-07 01:51:302017-06-08 17:29:07Fuori dalla Chiesa visibile non c’è salvezza? I mezzi ordinari ed i mezzi straordinari di salvezza: Dio non ha bisogno del nostro permesso
Il timoniere della barca sta dormendo. Non occorre svegliarlo, per non sentirci rimproverare di aver poca fede. Sa Lui quando e come intervenire. Sta a Lui semmai svegliarci. Quanto a noi, continuiamo a remare, per quanto la nostra azione ci sembri inefficace. Se la barca correrà veramente il pericolo di affondare, penserà Lui a calmare le acque.
Autore Giovanni Cavalcoli OP
Progressisti e conservatori, due categorie mai fatte proprie dal linguaggio ecclesiale
Cosa valgono queste due categorie giornalistiche, che tengono banco da cinquant’anni nei grossi mass-media, mai fatte proprie dal linguaggio del Magistero della Chiesa? Esse riflettono una visione superficiale ed estremamente approssimativa delle questioni morali e dottrinali, confondendo il dibattito e la problematica ecclesiali con le controversie e le contrastanti quanto effimere correnti ed opinioni del mondo politico.Come cercherò di dimostrare in questo articolo, esse sono assolutamente inadeguate e fuorvianti rispetto al problema dottrinale che oggi nella Chiesa si è fatto gravissimo. Sono una specie di ipocrita cortina fumogena o, come si suol dire, di “specchietto per le allodole”, che da cinquant’anni i modernisti e i nemici della Chiesa, aperti o nascosti, sono riusciti ad imporre all’opinione pubblica con una potentissima propaganda, connivente la debolezza o l’improntitudine dell’autorità ecclesiastica, per diffondere impunemente i loro errori e vizi morali nella Chiesa.
è giunta l’ora di togliere la maschera …
Per questo è giunta l’ora di dire basta e di smascherare una volta per tutte gli impostorirecuperando la saggezza, l’onestà, la serietà, la precisione e la chiarezza del linguaggio della Chiesa, attestato nella storia di duemila anni di cristianesimo e basato sullo stesso senso comune, che avverte la necessità fondamentale di distinguere, nelle questioni vitali, non tanto il conservare dal progredire, cose certamente rispettabili ma non decisive, quanto piuttosto il vero dal falso, il bene dal male, la giustizia dal peccato. È ammissibile nel linguaggio, quando l’argomento o l’opportunità lo impone, un certo stile indeterminato, diplomatico o sfumato; non si può sempre procedere a colpi di accetta, col rischio anche di essere offensivi (1), questo è vero, ma anche il costume oggi diffusissimo dell’ambiguità sistematica, della slealtà abituale, di quel dire e non dire che ironicamente vien chiamato il polically correct, è cosa ripugnante e sorgente di infiniti mali.
ll defunto cardinale Carlo Maria Martini, si prestò come punto di riferimento critico verso Benedetto XVI e leader di una teologia liberal-progressista.
E’ vero che queste categorie fuorvianti,benchè in se stesse non illecite, sono favorite da quell’ala oggi assai potente del mondo e della teologia cattolica, che si pavoneggia narcisisticamente del titolo di “progressista” emarginando con degnazione, altezzoso compatimento e malcelata insofferenza tutti coloro che nella Chiesa non condividono il suo modernismo, dai lefevriani e dai sedevacantisti sino ai cattolici più puri, integerrimi e fedeli e perfino ai progressisti alla Maritain o alla Congar. Ma questo progressismo per loro non è ancora sufficiente, dato che costoro sono talmente avanzati verso la Chiesa del futuro, che considerano lo stesso Concilio Vaticano II e il successivo pontificato come superato ed ancora legato agli avanzi del passato. Il Cardinale Carlo Maria Martini, pochi mesi prima della morte, ebbe a dichiarare sul Corriere della Sera che la Chiesa di Ratzinger è rimasta indietro di due secoli [vedere qui].
Il Santo Padre Francesco
Papa Francesco nel suo recente discorso al sinodo ha condannato i “progressisti”,[vedere qui] ma è evidente che si riferiva ai modernisti, i quali da cinquant’anni sono riusciti finora a sopravvivere da parassiti della Chiesa, figurando come i primi della classe, ed a mietere successo nascondendosi sotto l’onorevole titolo di “progressisti”. Infatti è indubbio che il Concilio ha avuto un carattere progressista, in quanto ha promosso il progresso della pietà cristiana, dell’ecclesiologia, della teologia, della morale, del dialogo col mondo e della vita spirituale.D’altra parte, possiamo capire perchè i Papi finora non hanno parlato se non in rarissime occasioni di “modernismo”; perchè tutti abbiamo ancora il ricordo drammatico del modernismo dei tempi di San Pio X, il quale definì il fenomeno come la “somma di tutte le eresie”. Eppure, da cinquant’anni, studiosi di primo piano ed autorevolissimi pastori della Chiesa, come furono Jacques Maritain (2), Dietrich von Hildebrand (3), Cornelio Fabro (4), il Cardinale Giuseppe Siri (5), il Cardinale Pietro Parente (6) ed il Cardinale Alfredo Ottaviani, segnalarono profeticamente il ritorno di un modernismo che si verificò sin dall’immediato postconcilio. È vero che ci fu anche Monsignor Marcel Lefèbvre, il quale però, disgraziatamente, cadendo in un gravissimo equivoco accusò di modernismo lo stesso Concilio.Per questo senza dubbio la parola “modernismo” spaventa. Eppure, ad un’analisi attenta della situazione della Chiesa e della teologia di oggi, le cose stanno proprio così. Naturalmente non si deve dire che questa malattia dello spirito colpisce tutti i pazienti al grado massimo; tuttavia sappiamo bene che per parlare di neoplasia maligna non è necessario che l’organismo si trovi in metastasi, ma è sufficiente una presenza iniziale che, grazie ad un pronto intervento, può essere anche eliminata. Così è lecito usare l’appellativo di “modernista” anche per soggetti nei quali si trovano solo tracce di questa grave malattia dello spirito.
Opera pittorica di Ruben
L’importante è non confondere il progressismo col modernismo.Il progressismo, come ho detto, è un aspetto del tutto normale e direi obbligatorio della sana vita cristiana. “La carità, dice Sant’Agostino, se non progredisce, non è carità”. E San Paolo esorta tutti a tendere con tutte le forze e ad avanzare continuamente verso la perfezione. La Chiesa, dal canto suo, assistita dallo Spirito Santo, avanza continuamente nella storia verso la pienezza della verità. Il modernismo invece è un falso progressismo; è un tentativo ingannevole e sbagliato che, pretendendo dolosamente di rifarsi al Concilio, vuole ammodernare la vita cristiana mediante un’assunzione acritica della modernità, la quale, invece di essere giudicata dal Vangelo, pretende essa stessa di giudicarlo. Il progressismo legittimo, pertanto, può essere espressione di una sana propensione per il nuovo, effetto di una libera scelta o preferenza del tutto normale di certi fedeli all’interno della Chiesa, maggiormente interessati di altri all’elemento dinamico, evolutivo e propulsivo. Niente di male, anzi è un gran bene. Un prezioso servizio, certo non privo di rischi, che vale la pena di correre al fine di suggerire vie nuove, progetti di ricerca e di realizzazione, onde favorire l’avanzamento della Chiesa nella storia verso la pienezza escatologica.
Lo splendore dell’antica liturgia è un patrimonio di fede che non può essere disperso né andare perduto
Indispensabile e vitale, nella Chiesa come nella teologia, è inoltre un certo elemento o ufficio di conservazione o di tradizione, in quanto si tratta di approfondire, chiarire, esplicitare, sviluppare, migliorare, far crescere e progredire un patrimonio, potremmo dire un tesoro divino, incorruttibile, immarcescibile ed immutabile di valori teoretici e morali, “non negoziabili”, universali ed assoluti, rivelati, comandati e fondati da Cristo e da Lui affidati agli apostoli. In questa luce San Paolo comanda a Timoteo: «Custodisci il deposito» [I Tm 6,20].Evidentemente non si tratta di restare attaccati a usi, istituzioni, cose, dottrine del passato che, avendo esaurita la loro funzione, o mostratesi dannose, non servono più, non hanno più nulla da dare ed anzi diventano pericolose: ecco il “tradizionalismo” condannato dal Papa nel citato discorso. Questo “tradizionalismo” non sarebbe fedeltà, ma arretratezza e impedimento al progresso, come si suol dire, “una palla al piede” o addirittura un veleno, come sarebbe per esempio il consumare un cibo scaduto o il “mettere la museruola al bue che trebbia” [I Cor 9,9].
Dom Notker Wolf, abate primate della confederazione benedettina, durante un concerto rock
Progressismo e sano conservatorismo si richiamano a vicenda, così come un organismo ha bisogno ad un tempo di crescere mantenendo la propria identità. Un fissismo rigido e chiuso, senza movimento e adattamento, o per converso il movimento disordinato proprio della dissoluzione di un corpo privato della propria identità non sono i fenomeni della vita, ma della morte. Il conservatore, come il lefevriano, che si oppone al progressista o il progressista modernista, che rifiuti il conservatore sono entrambi degli estremisti che rovinano la Chiesa e la conducono fuori della verità. È urgente pertanto apportare alcune modifiche a un certo modo di esprimersi su queste questioni.Per esempio, nel grande dibattito recentemente avvenuto attorno alla vicenda e alle conclusioni del sinodo dei vescovi sulla famiglia, bisogna fare alcune puntualizzazioni. La grande stampa modernista e massonica si è compiaciuta di presentare la corrente del Cardinale Walter Kasper come “progressista” e vicina al Papa, mentre la corrente degli ormai famosi cinque cardinali includente il Cardinale Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è stata calunniosamente o quanto meno impropriamente spacciata come “conservatrice” e contraria al Papa “progressista”.Questo significa, come si usa dire, cambiare le carte in tavola in modo perfido e sleale. Mettiamo quindi le cose a posto. I cinque cardinali, che non hanno fatto altro che ricordare i valori essenziali e dogmatici del matrimonio e della famiglia non sono affatto “conservatori”, ma perfetti cattolici. il Cardinale Kasper ed amici, per converso, con i loro presupposti malcelatamente relativistici e storicistici, non vanno chiamati “progressisti”, ma semmai modernisti.
Il Beato Pontefice Paolo VI
Al Papa poi, ovviamente super partes grazie al carisma di Pietro e come maestro della fede,se vogliamo proprio dare una qualifica, potremmo assegnargli al massimo quella di progressista, ma non alla Rahner o alla Kasper o alla Küng, bensì alla Paolo VI, alla Maritain o alla Congar, non certo, quindi, un modernista, con buona pace dei modernisti che se lo vorrebbero accaparrare. Anche un Pontefice è libero di preferire una data corrente teologica o di esprimere una sua linea culturale personale, che nulla ha a che vedere con il suo ufficio di infallibile dottore universale della Chiesa, al di là di tutte le opinioni o possibili tendenze teologiche. Se quindi c’è uno contro il Papa, maestro della fede, al di là delle sue sbandierate e inattendibili dichiarazioni di rappresentare il Papa, questi è proprio Kasper; e se c’è uno col Papa maestro della fede, questi sarà proprio il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non si venga quindi a raccontarci delle fandonie. I giornalisti improvvisati teologi, prima di scrivere delle corbellerie, si facciano istruire da chi di teologia se ne intende un po’ più di loro.
Un’ultima considerazione su questo argomento, ed è questa. Il problema del modernismo è in se stesso molto più serio di quello del conservatorismo o del lefevrismo. Senonchè il primo è molto più difficile da risolvere che non il secondo, perchè mentre i lefevriani e affini costituiscono una piccolissima minoranza, quindi di assai scarso potere, i modernisti, dopo un indefesso lavoro di scalata ai vertici, che dura da cinquant’anni, sono ormai riusciti a conquistare nella Chiesa e nella stessa gerarchia un enorme potere. Si capisce allora come, mentre è facile intervenire nei confronti dei lefevriani, dei conservatori e dei tradizionalisti, è assai più difficile eliminare il modernismo, dato che ne sono impelagate proprio quelle autorità che dovrebbero intervenire. È, come ha detto umoristicamente un bravo giornalista, come mettere i topi a custodire il formaggio.In tal modo è evidente l’ingiustizia che oggi si sta attuando. Sono i cosiddetti “due pesi e due misure”. Esempi eclatanti e paradigmatici sono da una parte la persecuzione in atto nei confronti dei Francescani dell’Immacolata e dall’altra l’impunità e il permanere del successo enorme del quale tuttora gode il rahnerismo, tuttora perdurante dopo cinquant’anni, nonostante le opposizioni e denunce di illustri teologi.C’è infatti da considerare che, se da una parte i lefevriani hanno almeno rispetto per l’immutabilità del dogma mentre respingono il progresso dogmatico, i modernisti sono molto peggio, a causa del loro relativismo ed evoluzionismo dogmatico, che li porta a distruggere tutti i dogmi e scalzano le basi della fede (7) conducendo le anime all’apostasia ed all’immoralità, al di là di tutto il loro finto cattolicesimo.
Il cardinale Raymond Leonard Burke alla Marcia per la Vita, alla sua sinistra il prof. Roberto de Mattei che da anni ne è il principale organizzatore
Il rimedio o per lo meno un importante rimedio a questo clima di falsità e di ingiustizia, per il quale, secondo un’efficace espressione del Cardinale Raymond Leonard Burke, sentiamo il “mal di mare” nella barca della Chiesa che pare senza timoniere in mezzo alla tempesta, sembra essere da parte del Magistero una decisa, saggia e coraggiosa ripresa dell’autentico e genuino linguaggio dottrinale e pastorale, che sempre ha distinto le grandi guide della Chiesa, i grandi riformatori e i santi pastori e maestri, quella sapienza pedagogica, catechetica, terapeutica, risanatrice ed evangelizzatrice della Chiesa, ispirata alla Parola di Dio, guidata dallo Spirito, sapienza educatrice che eccelle su ogni altra scuola di teologia, di spiritualità, e di perfezione morale e di virtù dell’umanità.In particolare bisogna che la Chiesa torni a parlare della distinzione dell’eresia dal dogma, dell’ortodossia dall’eterodossia, ossia in sostanza del vero dal falso nel campo della fede, così come è normale per il medico parlare di malattia e di salute. Qual è quel medico che non si azzarda di dire al malato che è malato? C’è troppo scrupolo nelle autorità e fra i pastori di parlare francamente di errore, quasi che ciò possa offendere l’errante. Certo occorre saperne parlare, ma il saperne parlare è in realtà a tutto vantaggio dell’errante e di coloro che da lui sono ingannati. Oggi ci sono centinaia di migliaia, per non dire milioni di cattolici o comunque di persone ingannati dagli eretici.
Il Santo Padre Benedetto XVI
Non serve a nulla far finta di non vedere o limitarsi a condanne o denunce vaghe e generiche,che non disturbano nessuno, se non peggiorano la situazione degli erranti e finiscono col dare mano libera agli impostori. Sembra che il Magistero da tempo sia preso da un eccessivo riguardo per gli erranti, che poi si capovolge a loro stesso danno. Non dovrebbe temere di toccare teologi o pastori famosi o di grido, anche se vicini alla stessa Santa Sede o appartenenti alla stessa Curia Romana od a Facoltà pontificie. La franchezza con la quale i cardinali fedeli hanno criticato, a difesa del Magistero della Chiesa, i confratelli che sbagliano, è esemplare e confortante. Era ora che i buoni cardinali uscissero allo scoperto. Naturalmente i modernisti si lamentano che Roma è troppo severa. Ma questo si capisce benissimo e non dobbiamo tenerne alcun conto. La denuncia dell’errore serve proprio a correggere l’errante, mentre un eccessivo riguardo, un linguaggio impreciso e generico, troppo morbido e indulgente non è misericordia, ma alla fine è connivenza con l’errore, col danno evidente dell’errante.
timone
Un linguaggio timido, balbettante e tergiversante mostra mancanza di convinzioni, desideri di plauso e non genera alcun rispetto, non serve a moderare gli arroganti ed anzi suscita solo riso o la compassione. Le cose devono essere chiamate col loro nome.Occorre essere cauti prima di qualificare una proposizione come eretica; ma se ci accorgiamo con certezza che è eretica, si deve dire che è eretica. Occorre certo a volte, anzi di solito, essere miti e delicati negli interventi, aver pazienza e saper attendere. Ma per scuotere una coscienza addormentata o spavalda, occorre energia e severità.Le espressioni allusive ed eufemistiche, le circonlocuzioni, le parafrasi o le perifrasi, se elevate a sistema, sono assolutamente inefficaci a mostrare i mali e a correggere i costumi e le idee sbagliate, come dimostra ad abundantiam l’esperienza di chi si dedica all’educazione, alla formazione del prossimo o alla guida delle anime.
Il timoniere della barca sta dormendo. Non occorre svegliarlo, per non sentirci rimproverare di aver poca fede. Sa Lui quando e come intervenire. Sta a Lui semmai svegliarci. Quanto a noi, continuiamo a remare, per quanto la nostra azione ci sembri inefficace. Se la barca correrà veramente il pericolo di affondare, penserà Lui a calmare le acque.
Fontanellato, 3 novembre 2014
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NOTE
(1) Cf Le paysan de la Garonne. Un vieux laïc s’interroge à propos du temps prèsent, Desclée de Brouwer, Paris 1966. (2) Cf Le paysan de la Garonne. Un vieux laïc s’interroge à propos du temps prèsent, Desclée de Brouwer, Paris 1966. (3) Cf Il cavallo di Troia nella città di Dio, Edizioni Giovanni Volpe, Roma 1969. (4) Cf L’avventura della teologia progressista, Rusconi Editore, Milano 1974. (5) Cf Getsemani. Riflessioni sul movimento teologico contemporaneo, Edizioni della Fraternità della SS.Vergine Maria, Roma 1980. (6) Cf La crisi della verità e il Concilio Vaticano II, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1983. (7) Una “fede”, per esempio, come quella predicata dal card.Martini, nella quale è intrinseco l’ateismo o come quella preconizzata dal card.Ravasi, che porterebbe in se stessa il dubbio, o la fede “atematica” di Rahner o la fede non come dottrina ma come “incontro” o “esperienza” che fede è?
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2014-11-07 00:24:142021-04-21 00:37:23Conservatorismo e progressismo, due categorie giornalistiche, non del magistero della Chiesa
[…] alla fine della guerra civile spagnola negli anni Trenta del Novecento, si conteranno 6.832 assassinati fra il clero, suddivisi in 13 vescovi, 4.184 sacerdoti secolari, compresi i seminaristi, 2.365 religiosi e 283 religiose; ad essi vanno aggiunti almeno 60.000 laici, uccisi perché facenti parte dell’Azione cattolica o di qualche associazione religiosa, o semplicemente perché cristiani, oltre a diverse centinaia di migliaia di persone ammazzate in quanto anti-marxisti, monarchici o simpatizzanti di destra.
Autore Ludovico Gadaleta, I.C. *
Nel 1978, tre anni dopo la scomparsa di Francisco Franco, un sacerdote spagnolo – che fu protagonista e testimone oculare degli eventi della rivoluzione di Spagna del 1936, scampando miracolosamente alla feroce persecuzione anti-cattolica scatenata da anarchici e comunisti – ad un gruppo di giovani intellettuali di sinistra che alla sua presenza ne dissero d’ogni peggiore sorta sul generale Francisco Franco, con serena e disarmante pacatezza rispose:
«Io che quegli anni terribili li ho vissuti e che ho visto i miei confratelli sacerdoti torturati e uccisi, le religiose stuprate da orde di mercenari al soldo dei comunisti sovietici e poi uccise in modo crudele, le chiese profanate, i simboli della Cristianità distrutti, con danni immani al patrimonio artistico … ebbene, se oggi incontrassi Nostro Signore Gesù Cristo che passeggia sottobraccio a Francisco Franco, prima io saluterei Franco, poi il Signore Gesù!».
Questa espressione iperbolica tutta giocata sul puro paradosso serviva a quel sacerdote, all’epoca ottantenne, per dire a quei cosiddetti intellettuali poco più che ventenni, reduci dalle “glorie” del Sessantotto: «Perché parlate per cieca ideologia di ciò che non conoscete assolutamente?»
la mancanza di memoria storica è uno tra i principali drammi della nostra modernità
In una situazione sociale come la nostra odierna, nella quale le valutazioni procedono spesso sulla base di umori privi delle più basilari cognizioni storiche, nostro compito pastorale è anche quello di lavorare ad un corretto recupero di una adeguata memoria storica,depurando la storia da falsi miti e leggende che si sono sostituite nel tempo allo storico vero: difatti, «chi non conosce la storia del passato, è spesso condannato a ripeterla», come ebbe ad affermare il filosofo e scrittore spagnolo George Santayana.
La «clericale complicità» col regime di Franco è un’accusa tutt’oggi rivolta alla Chiesa universale ed alla Chiesa particolare di Spagna da parte di intellettuali a basso mercato, oltre alle accuse rivolte ai Sommi Pontefici Pio XI e Pio XII, “rei” di avere appoggiato questo caudillo anziché i cosiddetti “combattenti per la libertà e la democrazia”: ovviamente, molti di coloro che oggi fanno simili valutazioni si ritrovano nei circoli della sinistre europee radical chic, sopravvissute in modo ostinato alla caduta del Comunismo sotto le macerie del Muro di Berlino e vittime del proprio pertinace rifiuto della realtà; e se la realtà confligge con l’ideale, tanto peggio per la realtà – diceva Voltaire!Per capire invece certi fatti e dare quindi una serena valutazione sull’appoggio offerto a Franco dalla Chiesa e da due suoi pontefici, bisogna tornare indietro nel tempo al periodo della rivoluzione spagnola, offrire al lettore la documentata verità dei fatti e lasciare poi a lui le conseguenti conclusioni, senza mutare gli umori in verità e le ideologie in storia.
la Massoneria, che tanto peso e incidenza ha avuto in tutti gli attacchi rivolti alla Chiesa nel corso della storia moderna …
Le origini della guerra civile si possono collocare fin dal 1931, quando s’instaura in Ispagna la repubblica, egemonizzata dalle sinistre e dal liberalismo massonico: il capo del governo è Manuel Azaña, anticlericale e acceso massone, che compone un ministero formato da radicali, socialisti e comunisti. Aizzate dai loro capi, le masse anarchiche cominciano subito in diverse città: Madrid, Siviglia, Malaga, Cadice, Alicante, a dare l’assalto a chiese e conventi, profanandoli, saccheggiandoli e dandoli alle fiamme. Sollecitato ad intervenire per difendere l’incolumità personale e locale, il governo si rifiuta però di inviare la Guardia Civil: «Tutti i conventi di Madrid non valgono la vita di un solo repubblicano» (1) dichiara Azaña. Nei mesi seguenti un’assemblea costituente, in cui i massoni sono ben 183, approvano una nuova costituzione, che ufficialmente è democratica, ma che nella pratica discrimina ogni opposizione e si accanisce in particolare contro la Chiesa: il cattolicesimo non è più la religione dello Stato, che ora è divenuto laico e si ispira, specie in materia di educazione, alle teorie settarie della massoneria; alle congregazioni religiose viene impedito di ricevere alcun sostegno economico pubblico, i loro beni mobili e immobili vengono depredati dallo Stato e molte di esse saranno arbitrariamente soppresse con la scusa di essere nemiche della nazione; i gesuiti vengono addirittura soppressi per espresso articolo della costituzione. Inoltre viene approvato il divorzio e negata ogni validità al matrimonio sacramentale.
Ai religiosi è proibito totalmente di insegnare e di avere attività d’industria e di commercio,e questo – unito all’esproprio dei beni – ne getta la gran parte in miseria. La libertà religiosa è possibile solo nelle case e il culto pubblico della religione non è ammesso, ed il governo si premura di vietare le processioni, abolire l’insegnamento religioso nelle scuole e togliere da esse e da ogni luogo pubblico il Crocifisso e tutti i simboli religiosi.
foto d’archivio: due delle monache della visitazione condotte alla fucilazione dai miliziani rossi. Le sette monache visitandine sono state proclamate beate martiri il 7 luglio 1997 assieme ad altri 491 martiri spagnoli.
La persecuzione religiosa è tanto violenta quanto ingiustificata,poiché «la Chiesa non ha dimostrato alcuna sistematica ostilità alla Repubblica» (2), ammetterà il massone Alejandro Lerroux biasimando, seppure come voce isolata, le illegalità; ma gli anarchici spingono per misure ben più radicali: «La Chiesa deve sparire per sempre. I templi non serviranno più per favorire le complicità più immonde. […] Sono finite le acquasantiere di acqua benedetta. È orribile constatare che i repubblicani madrileni non si sono accorti della vera importanza delle raffiche incendiarie che hanno tinto durante le prime giornate di luglio il nostro firmamento sociale. Non esistono più stamberghe cattoliche. Le torce del popolo le hanno incenerite. Al loro posto rinascerà uno spirito libero che non avrà nulla in comune con il masochismo che si incuba nelle navate delle cattedrali. […] Per questo è chiaro che ci impadroniremo di tutti i suoi [della Chiesa, N.d.R.] beni che per giustizia appartengono al popolo. Gli ordini religiosi devono essere disciolti. I vescovi e i cardinali devono essere fucilati. E i beni ecclesiastici devono essere espropriati» (3), scrive il quotidiano del POUM Solidaridad Obrera.
croce pettorale della visitandina Suor Cecilia trapassata da un proiettile e oggi conservata nel Monastero della Visitazione
I comunisti non sono da meno: il leader trotzkista Andrés Nin afferma che «la classe operaia ha risolto il problema della Chiesa semplicemente, non lasciandone in piedi neanche una», e che «abbiamo molti problemi in Spagna, e i repubblicani borghesi non si sono preoccupati di risolverli: il problema della Chiesa … ; noi lo abbiamo risolto andando alla radice. Abbiamo soppresso i suoi sacerdoti, le chiese e il culto» (4). Si arriva a dire, come il comunista Juan Peyrò, che «ammazzare Dio, se esistesse, al calore della rivoluzione, quando il popolo, infiammato dal giusto odio, trasborda, è una misura molto naturale e umana» (5); «la Spagna ha cessato di essere cattolica» (6), dichiara entusiasta Azaña alle Cortes commentando la costituzione nel 1931.
foto d’archivio: oltre che con i vivi la furia dei rossi si accanisce persino sui cadaveri dei sacerdoti e delle religiose, che vengono tirati fuori dalle tombe ed esposti a macabro ludibrio
Da Roma il Pontefice Pio XI condanna le violenze dei senzaDio con l’enciclica Dilectissima nobis del 1933: «Noi protestiamo solennemente con tutta la Nostra forza contro questa legge, dichiarando che non può essere invocata contro i diritti inviolabili della Chiesa», scrive, auspicando che il popolo iberico inducesse i governanti «a riformare queste disposizioni […] sostituendole con altre leggi conciliabili colla coscienza cattolica».
cadavere di una monaca estratto dalla tomba ed esposto sulla strada
I cattolici perseguitati approfittano delle elezioni del 1934 per mandare al governo il fronte delle destre, che attenuano per quanto possibile le misure persecutorie e cercano di riportare l’ordine nel paese, sconvolto da espropri e violenze: l’esercito, comandato da Francisco Franco, reprime le rivolte dei minatori asturiani, che – aizzati dalla stampa anarchica – avevano trucidato 33 sacerdoti e religiosi, distruggendo chiese e simboli religiosi, bombardando la cattedrale di Oviedo ed incendiando persino il palazzo episcopale ed il seminario. Ma nel 1936, scaduta la legislatura, le nuove elezioni segnano l’ascesa del Fronte popolare, composto da radicali, socialcomunisti e anarchici, i quali votando ne permettono per pochi voti la vittoria: le violenze compiute dalle sinistre durante la campagna elettorale vengono denunciate alle Cortes dal deputato delle destre José Calvo Sotelo, il “Matteotti spagnolo”, ma il 13 luglio 1936 i comunisti lo rapiscono e lo uccidono. È la goccia che fa traboccare il vaso.
un plotone di esecuzione di rossi inscena la fucilazione della statua del Cristo Redentore
Di fronte al pericolo di una repubblica sovietica spagnola, ormai considerata inevitabile da entrambi i fronti,il 17 luglio nasce una sollevazione militare sostenuta immediatamente dalle destre, dai monarchici e dai cattolici: l’alzamiento è accolto calorosamente a Burgos, Salamanca, Segovia, Avila e Zamora, nonché a Pamplona dove la popolazione «trasformò il golpe in una festa popolare, rovesciandosi nelle strade al grido di “Viva Cristo Rey!”» (7). La risposta dei repubblicani è immediata: si scatena la spietata caccia al cattolico, essere sacerdote o religioso è di per sé meritevole di morte, così come avere simpatia per la religione; sistematicamente le chiese vengono saccheggiate e bruciate, oppure adibite ad autorimesse o cinema, mentre si assiste a vergognosi episodi di sacrilegio per cui le Specie Eucaristiche vengono estratte dai tabernacoli e calpestate, le statue ed i crocifissi mutilati, decapitati e fucilati. Opere d’arte di inestimabile valore finiscono distrutte o rubate dalla furia rossa: i repubblicani arrivano sino al punto di aprire le antiche tombe nelle chiese per rubare gli ori eventualmente presenti, e persino a disseppellire i cadaveri di monache e religiosi esponendoli agli scherni macabri della folla.
i frati dell’Ordine di San Giovanni di Dio, Fatebenefratelli, dediti all’assistenza ed alla cura degli ammalati, portati fuori dai loro ospedali e trucidati dai rossi
Il 30 settembre 1936 il vescovo di Salamanca Pla y Daniel emana la sua lettera pastorale Las dos ciudades, in cui rivela agli occhi di tutto il mondo gli orrori e i patimenti subìti dalla Chiesa iberica, spiegando i motivi per cui la Chiesa e Pio XI benedicono Franco e i nazionalisti: «la lotta attuale […] riveste sì la forma esterna di una guerra civile; ma in realtà è una crociata […] una sollevazione non per perturbare, ma per ristabilire l’ordine»; una crociata «a favore dell’ordine contro il dissolvente comunismo, a favore della difesa della civilizzazione cristiana e dei suoi fondamenti, religione, Patria e famiglia, contro i sin Dios y contra Dios. […] L’alzamiento spagnolo non è una mera guerra civile, bensì in sostanza una crociata per la religione, per la Patria e per la civiltà contro il comunismo». Ad ogni atto ufficiale della Chiesa, i repubblicani reagiscono incrudelendo le persecuzioni: vengono sterminati senza riguardo tutti i sacerdoti e i religiosi, accanendosi anche contro le suore e le monache di clausura che spesso vengono ripetutamente stuprate prima di essere uccise; ad alcuni preti viene promessa salva la vita se acconsentiranno a perdere la propria castità nei bordelli, ma nessuno acconsentirà a questa ignominia.
Alla fine della guerra, si conteranno 6.832 assassinati fra il clero, suddivisi in 13 vescovi, 4.184 sacerdoti secolari, compresi i seminaristi, 2.365 religiosi e 283 religiose; ad essi vanno aggiunti almeno 60.000 laici, uccisi perché facenti parte dell’Azione cattolica o di qualche associazione religiosa, o semplicemente perché cristiani, oltre ad diverse centinaia di migliaia di persone ammazzate in quanto anti-marxisti, monarchici o simpatizzanti di destra.
Francisco Franco, copertina del Times
Nel 1937 tutti i vescovi spagnoli firmano una lettera collettiva per sostenere la cruzada di Francoe chiedere aiuto alle nazioni europee, che nel frattempo si sono schierate: inviano volontari per Franco le nazioni cattoliche di Portogallo e Irlanda e per i repubblicani le nazioni socialiste di Francia e URSS. Germania e Italia, per motivi di ordine politico la prima e politico-religioso la seconda, inviano contingenti armati a sostegno dei nazionalisti, che pian piano procedono alla liberazione dei territori, dove i pochi sacerdoti riusciti a fuggire o ancora in vita tornano e ripristinano il culto cattolico, fra di essi Josemarìa Escriva de Balaguer, futuro fondatore dell’Opus Dei. Intanto, i cappellani militari italiani, suppliscono ai bisogni spirituali degli spagnoli amministrando i Sacramenti.
Fra i contingenti italiani ci sono i volontari delle Camicie Nere, che oltre che con i miliziani repubblicani si trovano a dover combattere contro i propri connazionali: in Ispagna sono presenti, infatti, numerosi italiani socialcomunisti e azionisti nelle fila delle Brigate internazionali, che vedono nella guerra spagnola una crociata contro il fascismo, secondo la propaganda di Mosca, che intanto estende il suo controllo sullo schieramento repubblicano facendo sì che i comunisti eliminino fisicamente gli anarchici per assumere la leadership della guerra.
pittura contemporanea raffigurante il martirio dei frati agostiniani. Nel 1936 i frati dell’Ordine di Sant’Agostino trucidati dai miliziani rossi furono 97
Nella battaglia attorno a Guadalajara, a nord di Madrid, i due schieramenti vengono a confronto, italiani contro italiani: la battaglia è serrata e lunga, dall’8 al 25 marzo 1937; i repubblicani debbono assolutamente respingere l’assalto dei nazionalisti, euforici per aver appena liberato Malaga, per poter evitare la caduta della capitale in cui sono asserragliati, e per questo ricorrono all’aiuto dei carri armati sovietici. Dopo iniziali successi nazionalisti, i repubblicani hanno la meglio e le truppe italiane sono costrette a ritirarsi: tuttavia si tratta di una vittoria di Pirro. Nemmeno due anni dopo le truppe vittoriose del generale Francisco Franco entreranno nella Capitale chiudendo la guerra, con la benedizione di Pio XII (8), il quale vede con gioia la fine di un regime anticristiano e l’instaurarsi di uno stato cattolico che durerà fino al 1975 e che esprime agli spagnoli la sua «paterna congratulazione per il dono della pace e della vittoria con cui Dio si è degnato coronare l’eroismo cristiano della vostra fede e carità», combattendo per la Spagna, «nazione scelta da Dio […] come baluardo inespugnabile della fede [che] doveva dare ai proseliti dell’ateismo materialista del nostro secolo la prova più eccelsa che in cima a tutto vi sono i valori eterni della Religione
i 22 martiri dell’Ordine Francescano
e dello spirito». Dopo aver lodato che — nonostante «la propaganda intensa e gli sforzi costanti dei nemici di Gesù Cristo pare che abbiano voluto fare in Ispagna un esperimento supremo delle forze distruttrici che tengono a loro disposizione in tutto il mondo», il popolo spagnolo s’era levato «deciso nella difesa degli ideali della fede e della civiltà cristiana» e «aiutato da Dio seppe resistere all’istigazione di quanti, ingannati da quel che credevano un ideale umanitario di esaltazione dell’umiltà, in realtà, non lottavano se non in favore dell’ateismo» — Pio XII elevava infine un ringraziamento alla memoria di «tutti quelli che hanno saputo sacrificarsi con eroismo in difesa dei diritti inalienabili di Dio e della Religione, sia nei campi di battaglia, sia consacrati nei sublimi offici della carità cristiana nelle carceri e negli ospedali».
Da questo breve sunto storico è possibile capire quella iperbole costruita sul puro paradosso, alla quale quell’anziano sacerdote, che aveva visto i propri confratelli trucidati dall’odio di anarchici e comunisti, fece ricorso illustrando Gesù Cristo a passeggio sottobraccio con Francisco Franco, il tutto semplicemente per dire a dei giovani ideologi: studiate la storia, perché se non la conoscete, sarete condannati a ripeterla.
*L’AUTORE –Religioso dell’Istituto della Carità (Rosminiani), ha conseguito la laurea magistrale in Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed il baccalaureato teologico alla Pontificia Università Lateranense.
(1) Cit. in P. PRESTON, La guerra civile spagnola, Oscar Storia Mondadori, 2000, p. 35. (2) Cit. in G. ROUX, La guerra civile di Spagna, trad. it. Sansoni, Firenze, 1966, p. 29. (3) Abajo la Iglesia! Editoriale anonimo in Solidaridad Obrera, 15 agosto 1936, cit. in A. MONTERO MORENO, Sintesis històrica de la persecuciòn religiosa en España 1936-1939, Madrid, 1961, p. 55-56. (4) Cit. entrambe in A. MONTERO MORENO, Sintesis històrica, p. 55. (5) Cit. entrambe in A. MONTERO MORENO, Sintesis històrica, p. 55. (6) Cit. in Ibid., p. 56, nota. (7) Ibid., p 81. (8) S. S. PIO XII, Radiomessaggio “Con inmenso gozo”, 16 aprile 1939.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/11/ludovico-5.jpg?fit=109%2C146&ssl=1146109administratorhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngadministrator2014-11-03 02:08:532021-04-21 00:37:58La correttezza storica come missione pedagogico-pastorale: la Chiesa ed il governo di Francisco Franco
ECUMENISMO? PURCHÈ FATTO NELLA VERITÀ E PER LA VERITÀ: IL SUCCESSO DI LUTERO
ll successo di Lutero è in gran parte dovuto al fatto che egli raccolse e sviluppò istanze ereticali già esistite nella storia della Chiesa, come per esempio quelle più immediatamente precedenti di Hus e di Wycliff, nonchè dei valdesi, dei manichei, dei catari, di Ockham e di Cusano, anche se è vero che ogni eresiarca dà sempre un carattere peculiare alle dottrine che inventa, e ciò evidentemente consente di distinguere le eresie di Lutero da quelle degli altri eretici. D’altra parte bisogna anche ritrovare in Lutero traccia di istanze riformatrici autentiche, che già caratterizzarono i grandi riformatori medioevali come San Brunone, San Pier Damiani, San Romualdo, San Bernardo, San Giovanni Gualberto, San Francesco, e Santa Caterina da Siena.
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Autore Giovanni Cavalcoli, OP
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Con tutta l’attualità del caso, mentre si sta avvicinando la celebrazione dei 500 anni della “riforma” dell’eresiarca Lutero, la Redazione dell’Isola di Patmos ripropone un articolo pubblicato due anni fa dal Padre Giovanni Cavalcoli, OP
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predicazione di Martin Luther, stampa del XVI secolo
Oggi più che mai, in epoca di ecumenismo, ci chiediamo qual è il senso o il significato del luteranesimo. E su questo punto continuano le discussioni e le interpretazioni contrastanti, nonostante i passi fatti dall’ecumenismo. Quali sono le origini e le cause del luteranesimo? Quali i suoi intenti, le sue istanze, i suoi temi essenziali? Quali i suoi risultati? Come è possibile che a cinque secoli di distanza, dopo le condanne della Chiesa, esso sia ancora vivo, tanto da influenzare oggi la teologia cattolica? Da cosa dipende la potenza della sua seduzione? Come mai attira anche grandi intelligenze e uomini di valore? E cosa si potrebbe fare per ricondurre i fratelli separati alla comunione con la Chiesa Romana?
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Lutero affigge le sue 95 tesi sul portale della chiesa cattedrale
Un’idea sbagliata che si è diffusa nel mondo cattolico a causa di un falso ecumenismo, è che, tutto sommato, il luteranesimo è stata una scelta come un’altra, all’interno del cristianesimo o della Chiesa, come furono per esempio le famiglie religiose fondate da San Benedetto o San Francesco o San Domenico. Il luteranesimo non sarebbe una falsa interpretazione del cristianesimo e della Chiesa, ma sarebbe semplicemente una scelta diversa. Per altri, poi, Lutero sarebbe stato un grande riformatore della Chiesa, un grande genio religioso assetato di Cristo e della sua giustizia, una tromba profetica, un fustigatore di scandali, abusi, vizi ed eresie, il quale avrebbe fatto prender coscienza alla Chiesa e a Roma delle loro deviazioni dottrinali e morali medioevali e le avrebbe condotte con energia ed intransigenza alla riscoperta del vero Vangelo e del vero rapporto salvifico con Cristo, rifiutando molte concezioni e pratiche spuri, pure tradizioni di uomini, che si erano accumulate nel passato, quali detriti che ricoprono col tempo un monumento nascondendone la genuina bellezza.
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la “vescovessa” Elizabeth Eaton presidente dei vescovi luterani degli U.S.A.
I moderni seguaci di Lutero,considerando anche il clima ecumenico, non fanno più propria la violenza degli attacchi del “Riformatore” contro il Papa, la dottrina e la morale cattoliche, e tuttavia, se legittimano l’esistenza della Chiesa Romana, la vedono con una certa sufficienza, un certo tollerante e benevolo compatimento, come un rispettabile avanzo del passato, per cui non si sognerebbero mai di considerarla la guida della Chiesa, ruolo, questo, che riservano gelosamente solo a loro stessi, che da cinquant’anni ormai si sono fregiati del titolo di “progressisti” e sono venerati e proclamati tali.
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la “vescovessa” Elizabeth Eaton
Altri, credendo poi di operare in tal modo per l’unione dei cristiani, si sono fatti l’idea che cattolici e protestanti rappresentino alla pari, seppur in modo diverso e reciprocamente complementare, due grandi frantumi di Chiesa, divisasi all’epoca di Lutero a causa di torti e incomprensioni reciproci e quindi per colpe da ambo le parti. Per cui la soluzione o il rimedio di questa spaccatura, rottura, frattura, o divisione o come vogliamo chiamarla, non starebbe nel fatto, come ordina ed auspica lo stesso documento conciliare sull’ecumenismo (1) che i fratelli separati, rinunciando ai loro errori, siano “pienamente incorporati” nella Chiesa cattolica, nella quale soltanto c’è le pienezza della verità, ma essi possono mantenere tranquillamente le loro posizioni. L’importante è che ci sia il dialogo e la reciproca collaborazione. Nel contempo si continua a “pregare per l’unità”. Ma io mi domando se in queste condizioni d’animo e di mentalità tale preghiera non diventi un’ipocrisia.
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il Vescovo di Ragusa Paolo Urso con la pastora luterana Gisela Salomon ed un gruppo di pentecostali durante una preghiera ecumenica
Così, per ritrovare l’unità, e riaccomodare il vaso rotto, ognuna delle due parti dovrebbe rinunciare a ciò che la oppone all’altra, come propose Karl Rahner nel suo libro Unione delle Chiese possibilità reale (2). In pratica, egli suggerì che la Chiesa cattolica dovrebbe chiedere a tutti, cattolici e protestanti, l’adesione ai quei dogmi che abbiamo già tutti in comune, mentre essa dovrebbe rendere “facoltativi” per tutti e soprattutto per i protestanti quei dogmi da essi non accettati.
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Bisogna dire con chiarezza che in realtà è sbagliato concepire il ritrovamento dell’unità paragonando l’operazione a quella di un ortopedico che ricompone la frattura di un femore spezzato. Il giusto rifermento qui ce lo dà invece Cristo stesso: gli eretici sono tralci che si sono staccati o quasi staccati dalla vite, che è la Chiesa Romana; per cui, mentre la Chiesa come Chiesa (non come singoli cattolici!) non ha torti o errori da riparare, ma ha solo la totalità del Vangelo da annunziare a tutto il mondo dissipando le tenebre dell’errore, viceversa i fratelli separati si salvano solo se, corretti i loro errori, giungono alla piena comunione con Roma, comunione che peraltro, come nota il Concilio, non è adesso totalmente assente, ma solo parziale, imperfetta ed incompleta, cosa che non esclude la possibilità del luterano in buona fede di salvarsi.
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Vescovi cattolici e “vescovesse” metodiste, foto d’archivio de L’Osservatore Romano
La Chiesa in se stessa è essenzialmente una e indivisibile.Nessuna forza disgregatrice la può scindere o dividere e mettere una parte contro l’altra dall’interno o dall’esterno. Possono esserci e ci sono divisioni tra cristiani, ma non nella Chiesa e tanto meno della Chiesa. Gli eretici e gli scismatici non dividono la Chiesa, ma si dividono dalla Chiesa; non sono una parte di Chiesa, ma si separano dalla Chiesa, la quale resta essenzialmente intera e una. Quindi non si tratta di riunire la Chiesa, ma che gli eretici e gli scismatici tornino nella Chiesa. E sarà difficile che la Chiesa, come essi vorrebbero, vada dalla loro parte. I veri cattolici sono viceversa, in quanto cattolici, non in quanto peccatori, tutti uniti tra di loro nella Chiesa, il che ovviamente non toglie che esistano scontri o dissensi tra di loro, i quali però non intaccano la loro fondamentale comunione nella Chiesa ed appartenenza alla Chiesa. E spetta supremamente al Papa definire, procurare, custodire, proteggere e incrementare l’unità della Chiesa promovendo l’unione o la riunione dei cristiani, la concordia e la riconciliazione tra i partiti avversi — per esempio modernisti e lefevriani — e il ritrovamento delle pecorelle smarrite. Questa missione del Papa gli scismatici e gli eretici non la capiscono assolutamente. Essi credono che il Papa sia principio di divisione perchè esige, per essere veri cristiani, condizioni che essi non vogliono ammettere. Così ci sono degli stolti che credono che l’ecumenismo andrebbe meglio, se non ci fosse il Papa.
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il domenicano olandese Prof. Edward Schillebeeckx
il Reverendo Prof. Hans Kung
A questa ricerca dei lontani, quindi a questa chiamata all’unità con Roma — il “centro” — si riferisce Papa Francesco quando parla della necessità che la Chiesa “esca” e vada “nelle periferie”; non si tratta tanto delle bidonvilles, quanto piuttosto delle aree umane più denutrite dal punto di vista spirituale. La periferia può essere anche il parroco o l’insegnante di catechismo che non vivono in piena comunione con la Chiesa. Altri ancora, come Hans Küng (3) ed Edward Schillebeeckx (4), spingendo al massimo il sincretismo indifferentista, e fraintendendo la famosa tesi del Concilio, secondo cui «la Chiesa di Cristo sussiste» (subsistit) «nella Chiesa cattolica» (5), arrivano a prospettare una “Chiesa di Cristo” o un “cristianesimo” che risulti dalla sintesi di tutte le religioni preoccupate dei diritti umani, della giustizia e della pace nell’umanità, dove i dogmi cattolici non son negati ma, privati della loro universalità ed obbligatorietà, sono integrati dalle dottrine delle altre religioni, evidente secolarizzazione illuministica del cristianesimo che esclude il soprannaturale, considerato mito, fanatismo e superstizione, secondo il ben noto modulo della massoneria. Certo una cosa del genere non sarebbe piaciuta neanche a Lutero, attaccato in fin dei conti, benchè a modo suo, al contenuto irrinunciabile di fede del Vangelo (6). Tuttavia Lutero non si rese conto che una volta abbattuto il Magistero della Chiesa, il puro e semplice rifarsi privato alla Scrittura, pur nella convinzione di essere illuminati dallo Spirito Santo e ammettendo senza difficoltà la chiarezza di molti passi della stessa Scrittura, non è assolutamente sufficiente a garantire con certezza e precisione i contenuti della fede. Ma soprattutto non corrisponde alla volontà di Cristo espressa nello stesso Vangelo.
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Bibbia di Lutero, edizione del 1534
A tal riguardo dobbiamo ricordare che la Chiesa e la dottrina della fede sono organismi creati e protetti dall’infinita sapienza divina, tali quindi da poter resistere, se ben custoditi, ad ogni attacco del nemico, ma nel contempo, in quanto creature, sono il risultato di un armonioso insieme di elementi e fattori, “giunture e legami” [Col 2,8], dove i nessi non hanno tutti la stessa solidità, ma alcuni sono meno saldi di altri, per cui possono essere spezzati più facilmente da una volontà maligna. Così, per esempio, nel corpo umano, che pure è meravigliosa opera divina, alcune strutture sono maggiormente vulnerabili di altre: se uno pone male il piede, facilmente prende una storta; se non tiene puliti i denti, facilmente prendono la carie e così via. La Parola di Dio tiene effettivamente unite “le giunture e le midolla” [Eb 4,12]; ma se l’anima non si tiene al riparo dalle insidie e dalle menzogne del demonio, questi delicati legami rischiano di spezzarsi. È quanto avviene nelle eresie. È quanto è successo a Lutero, il quale, per quanto abbia avuto per conto suo una forte personalità capace di influire sugli altri, non è che abbia inventato di sana pianta le sue eresie, come Giove che fa uscire Minerva dal suo capo, armata di tutto punto. Invece egli è andato ad intaccare punti o giunture fragili della compagine ecclesiale, altre volte messi in crisi nella storia della Chiesa, come sono per esempio il rapporto Papa-Chiesa o Scrittura-Chiesa o grazia-libero arbitrio o grazia-peccato o fede-ragione o fede-opere.
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Assise del Concilio di Trento, stampa d’epoca
D’altra parte, non si può più vedere in Lutero solo l’eresia, ma in certo senso è più importante evidenziare le sue istanze positive di riforma, che hanno contribuito al suo successo e che, dovutamente purificate ed inserite in contesto cattolico, hanno trovato una qualche loro soddisfazione nelle dottrine e nella pastorale del Concilio Vaticano II. Lo stesso fenomeno del modernismo dei tempi di San Pio X, fu in gran parte un tentativo mal riuscito di operare questo recupero, che invece è stato fatto dal Concilio con tutta l’autorità che spetta a un Concilio ecumenico.
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il filosofo Romano Amerio
Quanto alla questione della riforma, dobbiamo dire che l’essenza della Chiesa è immutabile in se stessa, ma questo non toglie che essa abbia periodicamente bisogno di riforme: Ecclesia semper reformanda, dice un antico adagio. Il timore di Romano Amerio che il Concilio Vaticano II abbia “mutato” l’essenza della Chiesa non ha nessun fondamento ed egli tende a confondere la vera ecclesiologia del Concilio con le interpretazioni datene dai modernisti. Per operare però una vera riforma, che sia cosa benefica e conforme a Cristo suo Fondatore, occorre sapere che cosa nella Chiesa può cambiare e che cosa non può cambiare senza con ciò stesso distruggere, menomare o corrompere l’essenza della Chiesa. Per la verità, la Chiesa è in se stessa indistruttibile (portae inferi non praevalebunt). Il guaio è che la sua essenza può corrompersi nella mente di falsi riformatori, i quali credono di riformarla, ma in realtà costruiscono una falsa chiesa, che è contraria al volere di Cristo. Pertanto occorre distinguere riforma da deformazione. La riforma periodicamente necessaria e richiesta dalla stessa essenza umana e storica della Chiesa, ha il compito di ritrovare, mantenere e rafforzare la forma offuscata da aggiunte o sottrazioni arbitrarie, spurie o puramente umane.
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Invece una riforma che pretendesse di mutare l’essenza della Chiesa o concepisse questa essenza come naturalmente mutevole, secondo il modulo modernista, invece di rinnovarla, purificarla e migliorarla, la distruggerebbe. Nell’opera di Lutero ci sono tutti e due gli aspetti, per cui è supremamente necessario, sotto la guida del Magistero della Chiesa, operare questa distinzione per accogliere il positivo e rifiutare il negativo.
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Lutero ascoltò troppo le ragioni di se stesso
Il successo di Lutero è così in gran parte dovuto al fatto che egli raccolse e sviluppò istanze ereticali già esistite nella storia della Chiesa, come per esempio quelle più immediatamente precedenti di Hus e di Wycliff, nonchè dei valdesi, dei manichei, dei catari, di Ockham e di Cusano, anche se è vero che ogni eresiarca dà sempre un carattere peculiare alle dottrine che inventa, e ciò evidentemente consente di distinguere le eresie di Lutero da quelle degli altri eretici. D’altra parte, come ho detto, bisogna anche ritrovare in Lutero traccia di istanze riformatrici autentiche, che già caratterizzarono i grandi riformatori medioevali come San Brunone, San Pier Damiani, San Romualdo, San Bernardo, San Giovanni Gualberto, San Francesco, e Santa Caterina da Siena.
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incontro tra domenicani e francescani
Uno dei motivi per i quali il luteranesimo non attecchì in certi paesi come l’Italia, fu che già prima di Lutero certi Ordini religiosi, come per esempio i Domenicani, avevano promosso una riforma contro le suggestioni paganeggianti del nascente Umanesimo, come fu per la scuola cateriniana del Beato Raimondo da Capua, del Beato Giovanni Dominici, di Sant’Antonino da Firenze e di Girolamo Savonarola. L’eresia, dal canto suo, attacca sempre qualche punto debole, qualche passaggio difficile, spezza qualche nesso o legame fragile, dove molti possono cadere, e per questo ha successo, anche se possono esistere eresie così assurde, che trovano sempre il citrullo che le fa entusiasticamente sue, specie ai nostri giorni. Un punto delicato della fede cattolica è quello dell’ufficio petrino. Per questo tutti gli eretici negano in vari modi l’autorità del Papa. E si sa con quanta violenza Lutero rifiutò il carisma di Pietro. Circa infatti la missione del Papa, ci sono in linea di principio due difficoltà, dove facilmente gioca lo spirito della menzogna.
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la cattedra del Romano Pontefice nella Basilica di San Giovanni in Laterano
La prima è che nel Papa bisogna distinguere due cose:l’infallibilità del suo ministero come maestro della fede e la fragilità della sua umanità di figlio di Adamo, la quale può commettere anche azioni ingiuste, imprudenze o peccati sul piano, oltre che personale, anche del governo o della pastorale. La tattica usuale degli eretici, alla quale non sfugge neanche Lutero, è quella di partire da critiche o rivendicazioni magari giuste circa la pastorale o la condotta morale del Papa, per attaccarlo come maestro della fede e guida alla salvezza.
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La seconda difficoltà sta nel capire ed apprezzare il legame del Papa con la Chiesa. Che la Chiesa sia guidata da Cristo, gli eretici generalmente lo ammettono. Quello che a loro non va è che sia guidata dal Papa nell’interpretazione della Scrittura e della Tradizione, in sostanza, della verità di fede e della rivelazione divina.
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San Pietro Apostolo
Secondo loro è sufficiente Cristo o l’ispirazione dello Spirito Santo.E in linea di principio, ciò potrebbe esser vero. Se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fondare una comunità di salvezza da Lui direttamente guidata, senza mediazioni letterarie, magisteriali, catechetiche, gerarchiche, liturgiche o sacramentali, sacerdotali o pontificie. Dio non ha problemi a farsi conoscere direttamente a ciascuno nella propria coscienza, ed a comandargli direttamente ciò che deve fare ed a guidarlo con la grazia in paradiso. Senonchè però Dio ha voluto regolare le cose diversamente. E trattandosi di problemi che solo Dio può risolvere, come quelli relativi alla salvezza, è logico che dobbiamo fidarci di ciò che Egli ha positivamente e storicamente voluto (“diritto divino”) attraverso i suoi apostoli e soprattutto Gesù Cristo. Il problema dell’eresia non è quello di non credere in Cristo; il problema è quello di accettare tutto quello che Cristo ha insegnato e voluto.
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statua di Giordano Bruno da Nola
L’eretico può anche parlare di Chiesa, di fede, di carità, di Scrittura, di Tradizione, di Rivelazione, di sacramenti, di Spirito Santo, di grazia, di virtù, di peccato, di salvezza, di mistica. Può parlare della Santissima Trinità, di Cristo e di Dio. Ma si tratta di vedere uno per uno come concepisce questi valori. Non badiamo alle sole parole, perchè esse nell’eresia sono svuotate del loro vero significato. Per questo non è sempre facile smascherare le eresie, ben mascherate sotto apparenze di pietà, interpretazioni della Scrittura o della Tradizione, progetti di santità, proclami riformatori, idee teologiche geniali, profezie apocalittiche, visioni celesti …
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il Sommo Pontefice Leone X
Nel caso di Lutero la ribellione al Papasorge dal fatto che egli, nelle sue tendenziose letture paoline, si convinse di aver trovato la pace della sua anima e quella sostanza del Vangelo che secondo lui Roma aveva perso. Da qui il suo ripudio della dottrina del Magistero della Chiesa. Da qui poi l’opposizione a molti altri dogmi in quanto sanciti da quell’infallibilità pontificia che egli non volle più riconoscere. D’altra parte, come insegna Sant’Agostino, noi arriviamo a credere in Cristo credendo alla testimonianza della Chiesa. È dalla Chiesa e sotto il patrocinio della Chiesa che noi riceviamo la Bibbia, ossia la verità di fede e quindi giungiamo alla fede in Cristo.
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Una fede in Cristo immediata, apriorica, atematica, preconcettuale, data a tutti, come la intende Karl Rahner, senza alcuna appartenenza neppure invisibile o implicita alla Chiesa, non esiste. Non che si debba credere all’infallibilità della Chiesa solo perchè ce lo dice la Chiesa. Sarebbe un circolo vizioso. Si giunge invece a credere all’infallibilità della Chiesa mediante i segni di credibilità che la Chiesa offre. Ma una volta giunti a scoprire Cristo nella Chiesa, abbiamo il dovere di credere nell’infallibilità della Chiesa perchè, sapendo che la Chiesa è infallibile, la Chiesa stessa insegna di essere infallibile in nome della nostra fede in Cristo.
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Lutero: maschera funeraria e calco delle mani.
Lutero, come c’è da supporre, grazie alla formazione cattolica ricevuta, era ben giunto a credere nella Chiesa, se addirittura entrò a far parte di un Ordine religioso. Perchè allora a un certo punto ripudiò la fede nella Chiesa? Come Lutero giunse a perder la fede nell’autorità del Papa? Era una vera fede? Se era vera fede, perchè perderla? In nome di che cosa? Sotto quale spinta? Sotto quale suggestione? Fu veramente preoccupato della propria salvezza o di qualcos’altro di non così nobile? Non seppe conservare la vera fede in Cristo perchè perse la fede nella Chiesa.
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Cristo rialza Pietro che sprofonda nelle acque
Credendo di aver trovato la vera fede, in realtà Lutero la perse nel momento in cui perse la fede nell’autorità dottrinale del Papa, con la pretesa di interpretare la Scrittura meglio di lui. Credette di scoprire la verità e cadde nell’illusione; e chi lo segue è vittima della stessa illusione. Quale più grande tragedia per un uomo che scambiare per fede ciò che è illusione? È come scambiare Cristo con Beliar. E quale maggior danno si può fare al prossimo che condurlo fuori del sentiero della verità? Che senso ha dunque tutta la predicazione di Lutero? Sono domande serie, alle quali ancor oggi, dopo cinque secoli di studi su Lutero, è difficile rispondere. Una cosa è certa. Una lezione che ci viene da Lutero è questa: aver cura di procurarsi una fede solida ed autentica e di custodirla sempre a costo della vita.
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Fontanellato, 31 ottobre 2014
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NOTE (1) Unitatis redintegratio, 3.
(2) Morcelliana, Brescia 1986 (3) Cf Salviamo la Chiesa, Rizzoli, Milano 2011 (4) Cf Umanità. La storia di Dio, Queriniana, Brescia 1992, pp.218-223. (5) Lumen Gentium, 8
(6) La sua tremenda ostinazione nel restar attaccato all’eresia era proprio la sua convinzione di essere nella vera fede, mentre secondo lui era Roma ad essere caduta nell’eresia.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2014-11-02 14:38:592021-04-21 00:58:19Ecumenismo? Purché fatto nella verità e per la verità: il successo di Lutero
iscrizione all’Albo speciale dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio
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