Fuori dalla Chiesa visibile non c’è salvezza? I mezzi ordinari ed i mezzi straordinari di salvezza: Dio non ha bisogno del nostro permesso

FUORI DALLA CHIESA VISIBILE NON C’E’ SALVEZZA?
I MEZZI ORDINARI ED I MEZZI STRAORDINARI DI SALVEZZA: DIO NON HA BISOGNO DEL NOSTRO PERMESSO

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Extra Ecclesiam nulla salus, o salus extra Ecclesiam non est, è un monito rivolto a noi, un invito a non abbandonare mai la via, la verità e la vita. Un monito coerentemente, dogmaticamente e dottrinalmente legato ai mezzi ordinari di salvezza. A meno che, all’apice della follia farisaica, qualcuno non voglia contestare a Dio Padre l’uso legittimo di mezzi straordinari di salvezza, a Dio Figlio di avere celebrato l’Eucaristia nel corso dell’Ultima Cena senza il messale della «Messa di sempre», ed infine, a Dio Spirito Santo, di non essersi attenuto per le sue azioni di grazia a qualche enciclica del magistero, di carattere puramente politico, scritta un paio di secoli fa, essendo con essa stato legato un nodo che, lungi dall’essere un dogma di fede, a parere di alcuni avrebbe vincolato in eterno e per sempre la Terra e il Cielo.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Assieme all’articolo dedicato da Giovanni Cavalcoli, OP alle teorie palesemente ereticati di Raniero La Valle [cf. QUI], riproponiamo questo vecchio articolo scritto nel novembre 2014 da Ariel S. Levi di Gualdo, nel quale si chiarisce il vero senso di extra Ecclesiam nulla salus.

La Redazione de L’Isola di Patmos

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vipere

“Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della Geenna? Perciò, ecco, io vi mando dei profeti e dei savi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, affinché venga su voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare” [Mt 23 , 33-35]

Molti cosiddetti tradizionalisti che dicono di rifarsi al tomismo ed alla più genuina scolastica, in verità si rifanno a quattro formule trite della neoscolastica decadente; che rispetto alla scolastica, al tomismo ed alla buona scienza metafisica sono altra cosa. Formule che usano allo stesso modo in cui gli antichi farisei usavano la Legge con formalismo fine a se stesso, tanto da procacciarsi i severi rimproveri del Verbo di Dio fatto uomo che trattandoli più volte a dure parole li accusa di filtrare il moscerino e di ingoiare il cammello [Cf. Mt 23, 24]. Da sempre, infatti, l’ateismo peggiore è quello religioso, portato avanti dai clericali di tutti i tempi che, in maniera si spera inconsapevole, si pongono al di sopra dello stesso mistero della grazia di Dio. Il Signore Gesù, che non era politicamente corretto, soleva chiamarli: «Razza di vipere [Mt 23, 33]». E qui sarebbe interessante introdurre un complesso discorso di carattere antropologico ed esegetico, solo per spiegare che genere d’insulto immane costituissero certe espressioni di Gesù nella società dell’epoca e nel lessico aramaico.

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San Tommaso d’Aquino mise in guardia da certe insidie affermando: «Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te» [1]. Questo perché la Verità presuppone il nostro devoto servizio, non il nostro possesso, perché la Verità è Dio, che si adora, non si possiede; la Verità è Dio che si serve, non Dio che si usa.

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farisei

… guai a voi che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello [Cf. Mt 23, 24].

Nel mondo di quella che viene impropriamente definita Tradizione, dove primeggiano i fans dei lefebvriani con tutte le loro confusioni connesse talora all’incapacità di distinguere le sostanze dagli accidenti secondo la migliore metafisica, aleggia anche una mancata percezione teologica legata a quelli che sono i mezzi ordinari ed i mezzi straordinari dell’azione di grazia di Dio in rapporto al mistero della salvezza e della redenzione, per non parlare del concetto di Chiesa visibile e di Chiesa invisibile. Anche in questo i modernisti per un verso ed i fans dei lefebvriani per l’altro, procedono su due binari opposti, ma paralleli, ed entrambi fanno marciare lo stesso treno con tutti i suoi ignari passeggeri verso il ponte pericolante di Cassandra Crossing, com’ebbi a scrivere nel mio primo articolo sull’Isola di Patmos [cf. qui].

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I modernisti hanno sviluppato in seno alla Chiesa varie metastasi che concorrono tutte al dramma della stessa neoplasia. Mezzo secolo fa, si è partiti dalla teoria ardita di Karl Rahner sui “cristiani anonimi”; e dico ardita perché il linguaggio espressivo di questo teologo gesuita tedesco, che per suo impianto strutturale è nebuloso e ambiguo, se colto e male interpretato — come di prassi accade — può portare ad una vanificazione dell’intero mistero della redenzione. La pericolosa teoria dei “cristiani anonimi” finisce così col divenire una delle basi portanti del relativismo teologico che sfocia per naturale conseguenza nel relativismo religioso: una religione vale l’altra, cristiana o non cristiana che sia. Affermare ciò in questo modo è sbagliato e pericoloso, mentre è corretto sotto tutti i profili della migliore dottrina parlare — come faremo di seguito — dei mezzi ordinari e dei mezzi straordinari di salvezza.

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cacqueray

Il superiore del distretto di Francia della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, padre Régis de Cacqueray, attaccando duramente papa Benedetto XVI, aveva detto ai primi di aprile del 2012 che «occorre diffidare come della peste delle novità introdotte dal Concilio Vaticano II e dai Papi che sono venuti dopo di esso» [qui]

A queste evidenti eresie istituzionalizzate che da decenni sono insegnate all’interno dei centri di formazione teologica per la massiccia opera dei modernisti, i fans dei lefevbriani reagiscono affermando «Extra ecclesiam nulla salus», abusando un’espressione di San Cipriano di Cartagine che, per l’esattezza, nel suo scritto affermò: «Salus extra ecclesiam non est» [2]. Girando per i siti e per i blog della cosiddetta “Tradizione”, si rimane interdetti nel leggere delle assurde esegesi su questa frase vergate da personaggi che dal bar dello sport, dove si sostiene la squadra del cuore, sono passati con spirito disinvolto ma del tutto simile a discutere di teologia, o peggio di metafisica e di dogmatica. Già in passato ho tentato di chiarire questa espressione alquanto insidiosa se presa ed estrapolata dal suo àmbito; perché si tratta di una frase che emerge da un preciso contesto storico legato ad accese diatribe dottrinali che si susseguivano nel III secolo, in epoche antecedenti al Concilio di Nicea che definirà alcuni dei dogmi fondamentali della fede. Basterebbe ricordare per inciso che Cipriano affermò e sostenne in una sua dettagliata richiesta inviata con tutti i crismi della ufficialità al Vescovo di Roma la necessità di amministrare nuovamente il Sacramento del Battesimo agli eretici pentiti usciti in precedenza dalla Chiesa che domandavano di essere riammessi al suo interno. Oggi, una simile richiesta del Vescovo di Cartagine, santo martire e padre della Chiesa, farebbe in parte sorridere in parte rabbrividire tutti i Padri radunati nella assisa del Concilio di Trento; e cito di proposito il concilio tridentino, non l’ultimo concilio della Chiesa, proprio per non dare a certuni motivi di pretesto per chiudersi a priori a questo mio discorso, tendendo essi a valutare tabù, se non peggio “eresia”, tutto ciò che di dottrinale e di pastorale ha fatto seguito al Concilio Ecumenico Vaticano II.

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niceo icona bizantina

icona bizantina raffigurante l’assisa del Concilio di Nicea del 325

Certe parole ed espressioni di alcuni Santi Padri e Dottori della Chiesa vanno sempre prese con cautela, specie quelle di molti Padri dei primi secoli, quando ancora il Cristianesimo era nella sua prima fase evolutiva e non erano stati ancora sanciti i dogmi che prenderanno forma nei primi otto secoli di vita della Chiesa; perché occorsero secoli, dopo l’incarnazione, la vita, la morte e la risurrezione del Cristo, per giungere a percepire cosa davvero era accaduto attraverso l’uomo Gesù, vero Dio e vero uomo, quindi definirne il mistero della natura umana e divina e cogliendo il senso della sua missione e rivelazione. Altrettanti secoli occorreranno per avere una professione di fede, redatta al Concilio di Nicea (anno 325) e poi perfezionata in quello di Costantinopoli (anno 381). Volendo potremmo anche fornire l’elenco dettagliato di tutte le eresie nelle quali diversi Padri, oggi santi e dottori della Chiesa, caddero ripetutamente durante le accese diatribe dottrinarie che erano all’epoca all’ordine del giorno, quando si cercava di penetrare un mistero per il quale non esistevano neppure parole sul vocabolario per poterlo in qualche modo definire, tanto da costringere i Padri a prendere in prestito lemmi dal vocabolario greco e adattarli alle verità di fede che mano a mano stavano cominciando a penetrare. Soprattutto, certe espressioni dei Padri, vanno sempre e di rigore lette all’interno di precisi contesti storici, sociali ed ecclesiali; salvo rischiare in caso contrario di attribuire ad essi pensieri ed affermazioni che in verità non hanno mai attraversato le loro apostoliche ed illuminate menti.

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Evito di entrare in dettaglio nel discorso paradigmatico del Limbo, che prende vita principalmentelimbo-title da un “equivoco” dovuto alla mal comprensione di alcuni scambi polemici tra Agostino vescovo d’Ippona ed il geniale ed acuto eresiarca Pelagio, per poi svilupparsi appresso nel medioevo, anche attraverso la poetica di Dante.

Le speculazioni teologiche sul Limbo non sono mai entrate nelle definizioni dogmatiche del Magistero, checché ne scrivano certi “teologi” da bar dello sport. Anche se il Magistero ne ha fatta menzione nel proprio insegnamento fino al Concilio Vaticano II, il Limbo è stato prospettato sempre come ipotesi, mai come verità dogmatica di fede, come invece lo sono l’esistenza del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno.

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limbo 2Nell’ultima edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica edita nel 1992, il Limbo non viene in alcun modo menzionato. Sul problema teologico del Limbo sorvolò il Concilio Vaticano II, lasciando che ad esprimersi fosse decenni dopo la Commissione Teologica Internazionale [3], che da mezzo secolo a questa parte pare specializzata anche a redigere documenti che lasciano aperte tutte le possibili porte, pur di non dare quelle precise risposte reclamate di prassi dalla dottrina e dalla teologia. Lungo e complesso sarebbe dunque il discorso, ma quanto sin qui accennato è sufficiente per tentare di far capire ai teologi del “bar dello sport” che i dogmi non s’inventano; mentre per quanto riguarda quelli esistenti, è bene non fare estrapolazioni, evitando taglia e cuci ed evitando di far affermare al Magistero ciò che il Magistero non ha mai affermato e sancito, per non dire di peggio …

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… udire infatti membri della Fraternità Sacerdotale di San Pio X che brandiscono come una sciabola l’Enciclica Mirari Vos del Sommo Pontefice Gregorio XVI, più che patetico è contro ogni sana ecclesiologia pastorale. Quella enciclica fu redatta nel 1832 per motivi pastorali dettati da precise condizioni sociali e politiche, in una situazione storica europea nella quale la Chiesa doveva fare i conti con tutti i postumi della Rivoluzione francese, col liberalismo, la massoneria anti-cattolica, i troni europei sui quali non erano affatto seduti dei San Luigi Gonzaga e che tra colpi di mano e intrighi internazionali tremavano sempre di più. Quella enciclica è un documento di pura condanna che non sancisce nuove dottrine e tanto meno nuovi dogmi della fede e che ruota tutta su contenuti legati a problemi socio-politici non applicabili alla società civile ed ecclesiale contemporanea, a meno che non si voglia cadere nella aberrazione ideologica intesa stricto sensu secondo l’etimo latino di aberratio. Tutto questo nasce ovviamente dal pericoloso rifiuto del dato di fatto teologico e pastorale che la Chiesa è un corpo in evoluzione (si legga: accidenti esterni mutevoli), edificato su verità immutabili nel tempo (si legga sostanze immutabili), ammesso che si voglia fare realmente metafisica, teologia dogmatica e storia del dogma in modo serio e corretto per la migliore edificazione del Popolo che Dio ci ha affidato in cura pastorale.

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cipriano

San Cipriano vescovo di Cartagine, icona bizantina

È quindi tanto pacifico quanto evidente che Cipriano, rivolgendosi ai figli della Chiesa, non agli appartenenti ad altre religioni, ammonisce i fedeli cristiani variamente caduti in eresia o in errori dottrinari affermando — ed affermando a loro — che fuori dalla Chiesa non c’era salvezza. Perché a quanto ci è dato sapere dalle fonti storiche e patrologiche in nostro possesso, il Vescovo Cipriano non rivolge affatto questo monito agli ebrei, od agli appartenenti ai vari culti pagani all’epoca ancora molto presenti e forti, perché si tratta di un monito tutto quanto da lui rivolto ai cristiani.

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Il concilio che tra il 1431 ed il 1445 si celebrò tra Basilea, Ferrara, Firenze e Roma, afferma senza pena di equivoco:

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«Come una buona madre è sempre in ansia per la salute dei figli, e non si dà pace fino a che, se vi è qualche disaccordo tra loro, la discordia non sia sopita, cosi e molto più la Santa Madre Chiesa, che genera i figli alla vita eterna, ha sempre usato mettere in opera ogni tentativo perché tutti i cristiani, tolto di mezzo ogni dissenso, con fraterna carità conservino l’unità della stessa fede, senza la quale non può esservi salvezza» [4].

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Anche in questo caso i Padri della Chiesa riuniti in concilio rivolgono il loro monito ai cristiani, che invitano a conservare quella fede cattolica senza la quale non può esserci salvezza. Non rivolgono questo monito agli appartenenti ad altre religioni cristiane e non cristiane.

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salvezza

… ci ha liberati dai lacci

Alla domanda se fuori dalla appartenenza alla Chiesa visibile può esservi salvezza, la nostra risposta non può essere che sì. In questo caso bisogna però distinguere quella che è l’appartenenza visibile, implicita e consapevole alla Chiesa, che è sia visibile, in quanto terrena, sia invisibile, in quanto celeste; da quella che invece è un’appartenenza invisibile di tipo implicito-inconscio, per esempio il naturale rispetto delle leggi fondamentali di Dio, onorate e messe in pratica senza essere minimamente consapevoli — per ignoranza invincibile — di onorare e di seguire in tal modo i fondamentali precetti della fede. Questo secondo genere di appartenenza implicita-inconscia alla Chiesa invisibile, non va intesa però nella accezione rahneriana della “esperienza trascendentale atematica” da cui prende poi vita la teoria dei “cristiani anonimi”.

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Chiunque, teologo o ecclesiastico, lefebvriano o cosiddetto tradizionalista che sostenesse il contrario, se non la caduta nell’eresia che richiede a monte sempre una spiccata intelligenza, rischia comunque di cadere in una grande contraddizione in termini nella dottrina della redenzione, perché Cristo, l’agnello di Dio senza macchia, si è immolato per tutti. Il problema è che non tutti accettano di essere salvati dal sangue del Verbo di Dio fatto uomo, come gli stessi Vangeli narrano attraverso una scena drammatica della crocifissione, quella in cui i due ladroni posti alla sua destra e alla sua sinistra manifestano dinanzi alla presenza viva e sanguinante di Cristo stesso come funziona il mistero della salvezza sempre connesso strettamente alla libertà dell’uomo. Uno dei ladroni, lo insulta e impreca, mentre l’altro domanda di essere accolto e salvato. L’altro, quello chiuso ad ogni azione di grazia, per tutta risposta riceve il silenzio di Dio, nel quale è racchiuso il suo divino rispetto per la libertà dell’uomo che lo rifiuta [Cf Lc 23, 39-43]. Anche in questo caso, però, pur di fronte a quel silenzio nessuno è in grado di affermare se il malfattore indomito è finito dannato in eterno. Proprio come non ci è dato sapere se Giuda stesso, l’artefice del tradimento di Cristo, è finito dannato in eterno. E non possiamo saperlo perché nessuno di noi può leggere il cuore di Dio. Ciò che invece dobbiamo tenere presenti sono le cause di certi nostri effetti, perché è lo stesso Signore Gesù che ci parla del fuoco della Geenna e dell’esistenza del castigo eterno dove sarà pianto e stridore di denti. Nel mistero della rivelazione ci è dato un cammino da seguire e una legge da rispettare, negando ostinatamente il quale può esserci il serio rischio del pianto eterno; ma nessuno di noi può sapere quali peccatori sono stati o saranno abbandonati a questo pianto eterno dal rispetto di Dio per la libera e cosciente scelta dell’uomo.

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La Chiesa stessa è tornata a fare propria questa consapevolezza con lungimirante spirito pastorale. Prova n’è il fatto chesuicida oggi non vengono più negate le esequie funebri e la sepoltura cristiana a coloro che sono morti per suicidio. Inutile dire quali orrende accuse di “eresia” e di “apostasia dalla fede” si levano anche in tal caso in certi àmbiti della cosiddetta Tradizione.
La Chiesa può, anzi in alcuni casi deve negare le esequie funebri dinanzi ai casi di peccatori manifesti che sono morti negando sino all’ultimo qualsiasi segno, anche leggero, di pentimento [Cf. C.I.C. can. 1184,1]. Ciò che invece la Chiesa non può fare è di dare per condannata un’anima. La Chiesa può e deve insegnare che ponendo in essere e perseverando con deliberata ostinazione in certi comportamenti si rischia seriamente di compromettere la salute eterna dell’anima; ma la Chiesa non ha il potere di affermare che l’anima di quel suicida o di quel peccatore incallito è stata dannata. Primo: perché nessuno può stabilire se il sucida ha compiuto quel gesto mosso da profondo sprezzo per la vita umana e per il suo Creatore. Nessuno di noi infatti, se non Dio, può leggere la profonda coscienza dell’uomo; e nessuno, se non Dio che solo può leggerla, può di conseguenza giudicarla. Secondo: a nessuno è dato sapere cosa è accaduto in quelle frazioni di secondo nelle quali la persona è passata dalla vita alla morte, ed in che modo in quel breve lasso di tempo sia intervenuta e sia stata eventualmente accolta pienamente la grazia di Dio. Presumere di poter leggere e giudicare la coscienza profonda dell’uomo, stabilendo se è salvo o dannato, è una autentica bestemmia.

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Il Beato Pontefice Pio IX affermava:

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«A voi è assai noto che quelli i quali per ignoranza invincibile non conoscono la nostra religione, ma conoscono la legge naturale ed i suoi precetti da Dio scolpiti nei cuori di tutti e sono disposti ad ubbidire a Dio e conducono una vita onesta, questi con l’aiuto della luce e della grazia divina possono conseguire la vita eterna; perché Dio, il quale vede, scruta e conosce le menti, gli animi, i pensieri, le disposizioni di tutti, per ragione della sua somma bontà e clemenza non può assolutamente permettere che sia punito con eterni supplizi chi non sia reo di colpa volontaria» [5].

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Quella Naturale è la legge che ognuno può conoscere attraverso la ragione e che abita nel cuore di ogni uomo, a prescindere dall’atto di Fede. Questo il motivo per il quale la Chiesa Cattolica insegna da sempre che quanti sono al di fuori di essa senza loro colpa non possono essere condannati.

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E l’elenco di coloro che per cosiddetta dotta ignoranza [6] o per cosiddetta ignoranza invincibile [7] sono fuori dalla Chiesa, senza che però sia ad essi preclusa la salvezza, sono da sempre molti. Ci avvisa in tal senso lo stesso Signore Gesù, ed in toni anche molto severi: «I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli» [Cf. Mt 21, 28-32].

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Per leggere il testo della Dichiarazione Dominus Jesus cliccare QUI

Dopo avere chiarito, con documenti del Magistero rigorosamente antecedenti al Concilio Vaticano II, il reale sentire ecclesiale e teologico riguardo il mistero della salvezza, senza così indurre alla chiusura a priori coloro che in giro per il grande far west della rete telematica si cimentano in commenti esilaranti sulla frase distorta e abusata del Santo Vescovo Cipriano, passiamo adesso ad un documento del Magistero scritto a quattro decenni di distanza dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Il documento in questione è la dichiarazione Dominus Jesus, che se non fosse drammatica sarebbe comica, come ho scritto con tutte le dovute spiegazioni in altre sedi, ben precisando il mio riferimento alla comicità che, se non spiegato a dovere, potrebbe suonare a dir poco irriverente. Infatti, un documento simile redatto e diffuso a quasi mezzo secolo dalla celebrazione di un concilio ecumenico, palesa il drammatico tentativo di correre a chiudere la stalla quando i buoi sono ormai dispersi da mezzo secolo per le praterie del post concilio; in questo risiede l’elemento … tragicomico di questo documento.

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Riguardo la teologia della salvezza la Dominus Jesus afferma:

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«[…] l’azione salvifica di Gesù Cristo, con e per il suo Spirito, si estende, oltre i confini visibili della Chiesa, a tutta l’umanità. Parlando del mistero pasquale, nel quale Cristo già ora associa a sé vitalmente nello Spirito il credente e gli dona la speranza della risurrezione, il Concilio afferma: «E ciò non vale solamente per i cristiani ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» [Cf Gaudium et spes, n. 22.] [8]

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San Tommaso d’Aquino, affresco del XV secolo

Affermando «Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te», tra le righe e sotto le righe l’Aquinate l’ha detta molto più profonda e articolata di quanto si possa immaginare, a partire dal mistero stesso della Chiesa, che della salvezza è mezzo e strumento, non padrona. Possiamo, ed anzi dobbiamo dire e insegnare che la salvezza dimora nella Chiesa santa sposa di Cristo e suo Corpo Mistico e non a caso definita come «sacramento di salvezza» [9], ma non possiamo dire che la salvezza appartiene alla Chiesa ed ai suoi uomini, a partire dal Successore di Pietro sino all’ultimo dei sacerdoti. A tal proposito non andrebbe mai dimenticato a certi rigorosi personaggi con annesso esercito di “teologi” che impazzano nel grande far west della rete telematica, il monito del Signore Gesù impresso nel Vangelo di San Matteo, da leggere e da cogliere, al di là dei tempi, per ciò che veramente racchiude:

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«Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”». [Mt 17, 7-9].

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Quante volte l’uomo, o per così dire il cieco e ottuso clericale di tutti i tempi, ha annullato la parola di Dio in nome del culto idolatra della sua personale e soggettiva tradizione?

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il teologo gesuita Karl Rahner

Karl Rahner tende a concepire il mistero della fede come una «esperienza originaria preconcettuale di Dio», data a tutti in modo implicito, da qui la sua teoria dei cosiddetti «cristiani anonimi» che sarebbe espressa nella Chiesa in forme concettuali, vale a dire la scrittura, la tradizione ed i dogmi, relativamente connesse ai diversi modi di interpretare la originaria esperienza soprannaturale secondo le diverse culture e climi storici, dando in tal modo vita ad un vero e proprio relativismo dogmatico. Errori questi dovuti, perlopiù, al fatto che per Rahner il concetto non rappresenta una realtà esterna, perché essendo influenzato e infarcito di idealismo romantico di matrice tedesca, l’essere è per lui l’essere pensato, il tutto secondo le linee tracciate dal pensiero di Heiddeger riguardo l’essere della “precomprensione”, che si tratti dell’essere divino o del proprio essere oppure dell’essere del mondo. Per Rahner il concetto della conoscenza non parte dall’esperienza sensibile delle cose esterne, secondo le linee tracciate da Aristotele e da San Tommaso d’Aquino, bensì dal criterio cartesiano dall’autocoscienza che a suo modo delinea già in modo implicito e inconscio una esperienza dell’Assoluto, il tutto secondo il pensiero di Hegel, dal quale egli attinge a piene mani con risultati a dir poco disastrosi, quando poi finisce con l’applicarne il pensiero alla speculazione teologica. Dunque, il mistero della fede, per Rahner non si esprime affatto in un insieme di nozioni fisse e precise determinate in modo certo e invariabile secondo i criteri dettati dalla Professione di Fede; secondo il suo pensiero la fede giunge a sperimentare in modo originario e diretto Dio senza la mediazione del concetto. In questa architettura complessa, friabile e soprattutto pericolosa, si inserisce la cosiddetta teoria dei «cristiani anonimi», che è tutt’altra cosa rispetto alla cattolica affermazione che adesso segue: … la redenzione conseguita attraverso i mezzi ordinari ed i mezzi straordinari di salvezza.

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Se da una parte abbiamo il binario di quel modernismo di cui Karl Rahner è un prodotto ultimo finito e rifinito e tramite il quale si può giungere a relativizzare il mistero stesso della redenzione e della salvezza, ed al quale pare cucito addosso il monito del Beato Apostolo Paolo … «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [Cf. II Tm 4, 3-4]; dall’altra parte, sul binario parallelo, abbiamo invece l’immobilismo dei lefebvriani, ai quali pare cucita addosso la frase del Signore Gesù … «Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione» [Cf. Mt 17, 7].

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vescovo indigeni

Il vescovo delle Isole Solomons con i giovani indigeni. Si precisa, visti i contenuti di questo passo dell’articolo, che i giovani qui ritratti in foto non sono affatto cannibali ma devoti cattolici apostolici romani, come dimostra il vescovo vivo e sorridente in mezzo a loro.

Nel susseguirsi di questi discorsi abbiamo portato vari esempi ed usato come paradigma la tragica immagine del suicida, l’immagine del Limbo … molti altri sarebbero però gli esempi che potremo aggiungere, a partire dal cannibale che vola redento in Paradiso dopo avere scannato e mangiato un gruppo di missionari. Se poi i missionari di cui s’è cibato erano teologi o biblisti gesuiti, in tal caso sarà volato redento in Paradiso ed ammesso direttamente nella Candida Rosa dei Beati. Il problema è che i cannibali del vecchio Latino America i gesuiti non se li sono mangiati tutti, tant’è che, alcuni secoli dopo, costoro sono tornati all’attacco importando in quelle terre la Teologia della Liberazione, fungendo questa volta loro da cannibali della dottrina e della teologia cattolica, animati in tal senso da dotta ignoranza e non certo da ignoranza inevitabile. Se invece i missionari erano domenicani, in quel caso, oltre ad andare in Paradiso, il pio cannibale s’è procurato pure le scorte di cibo per tutto l’inverno, perché trovare un domenicano magro non è impresa facile, la gran parte sono tutti di stazza modello San Tommaso d’Aquino, soprannominato dai compagni di studi «il bue muto», forse anche per la sua imponenza fisica. Santa ragione ebbe però Alberto Magno, che dell’Aquinate fu maestro, quando replicò a questi allievi ironici: «Quando questo bue muggirà, i suoi muggiti si udranno da un’estremità all’altra della terra». È che purtroppo, oggi, ai muggiti del bue d’Aquino, si sono sostituiti i ragli dell’asino Rahner.

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Le vie del Signore …

Riferendosi ai disegni imperscrutabili di Dio, gli autori dei salmi cantano e gridano più volte, anche sotto forma di tenero lamento, che le sue vie non sono le nostre vie. Se da una parte non possiamo certo conoscere i piani di Dio e le sue azioni che procedono quasi sempre per vie imperscrutabili, dall’altra ci è stata però pienamente rivelata in carne e ossa la sua via da perseguire, che è quella dello stesso Verbo di Dio fatto uomo che proclama: «Io sono la via, la verità e la vita» [Gv 14, 6]. Dandoci quindi la via, la verità e la vita, il Padre, per mezzo del Figlio, ed assieme entrambi per il tramite dell’opera dello Spirito Santo, ci hanno aperto le porte alla redenzione che procede attraverso la Chiesa «Sacramento di salvezza»; attraverso i Sacramenti di grazia, donati e istituiti tutti dal Signore Gesù, che rappresentano i mezzi e gli strumenti ordinari di salvezza del Cristo Dio che è via, verità e vita. Cristo Dio non è però legato e vincolato ai Sacramenti di grazia, di cui abbiamo bisogno noi, non certo Lui; meno che mai è vincolato alle rubriche liturgiche, od alla «Messa di sempre», elevata da certuni a dogma superiore al mistero stesso della Santissima Trinità, tanto incapaci sono, certi moderni e cupi farisei, di distinguere le sostanze eterne e immutabili dagli accidenti che sono — e che per loro preziosa natura devono essere — mutevoli.

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chiave del regno

la vera chiave del Regno dei Cieli …

Oltre ai mezzi ordinari di salvezza offerti in uso alla Chiesa per servire Cristo e per portare a compimento i suoi piani di salvezza, esistono da sempre mezzi straordinari che sono per loro natura stessa imperscrutabili, perché dimorano nel cuore di Dio e da Dio procedono; pur non avendo niente a che fare coi voli pindarici rahneriani sul “cristianesimo anonimo”. Nulla pertanto da dire, se il divo Dante ha collocato Giuda nell’Inferno attraverso le immagini della sua poetica; possiamo persino presumere che forse vi si trovi, ma a nessuno di noi è dato affermare con certezza che Giuda Iscariota è dannato alla pena eterna. Per altro verso, sempre procedendo per esempi, ricordo il giorno in cui, discutendo con l’allora promotore della fede della Congregazione per le cause dei santi, che forse eccedendo in passione affermò che un certo candidato alla canonizzazione, dal Paradiso, ci stava sicuramente assistendo tutti quanti, per tutta risposta replicai … «Una cosa è certa, ed è tale perché sancita con un atto solenne della Chiesa: costui è stato beatificato e tra poco sarà canonizzato, senza possibilità alcuna né di smentita né di discussione. Però, per quanto riguarda la certezza del Paradiso, noi, possiamo sapere se questo santo si trova al momento a godere della visione beatifica di Dio, oppure a fare un po’ di anticamera nel Purgatorio?». Preso più che mai da passione, il teologo mi disse … «Non hai mai letto là dove sta scritto di Gesù che dice a Pietro: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”?» [cf. Mt 16, 13-20]. Assunsi un’aria da svampito e risposi: «Si, forse da qualche parte devo averlo letto, non ricordo dove, però devo proprio averlo letto». E aggiunsi: «Tu lo sai, vero, che chi lega e chi scioglie, nei cieli e sulla terra, è la volontà di Cristo Dio accolta dall’uomo che si fa suo fedele strumento per la realizzazione dei suoi piani? A Pietro, il Signore, le chiavi del Regno le ha date in comodato d’uso, non in possesso. Dunque, il protagonista, nonché il vero padrone delle chiavi del Regno, non è Pietro, è il Risorto per il quale Pietro lega e scioglie secondo la Sua volontà tramite l’opera dello Spirito Santo». E detto questo precisai subito che la mia era una provocazione speculativa, perché è cosa del tutto ovvia che un santo goda della eterna beatitudine nel Paradiso. Prima di giungere alla sua canonizzazione è stato svolto un lavoro certosino, con dei teologi oggi come oggi sempre più profondi, preparati e riluttanti a qualsiasi superficialità. Se il candidato alla beatificazione era poi un Romano Pontefice, il suo processo è stato aperto prudentemente trent’anni dopo la sua morte, ed è durato a lungo, perché sono stati impiegati anni e anni solo per lo studio dei suoi atti di magistero, dei suoi scritti pubblici e privati, delle sue omelie e dei suoi discorsi, per non parlare dei suoi atti di governo, ed in specie se si è trattato di un lungo pontificato. Poi c’è la prova del miracolo accertato, salvo che non sia intervenuta la dispensa pontificia dal miracolo, visto che certi santi sono talmente santi che la prova del miracolo potrebbe essere ritenuta del tutto superflua. E nel corso di questo lungo iter durato molti anni, sono state spese anche fiumane di danaro, sempre a prova del lavoro meticolosissimo che è stato svolto e che di per sé, inevitabilmente, è molto costoso. Ciò che comunque taglia la cosiddetta testa al toro è l’atto di canonizzazione, che implica appunto un atto mediante il quale il Sommo Pontefice, con giudizio inappellabile e sentenza definitiva, inscrive in modo solenne un Servo di Dio, precedentemente beatificato, nell’albo dei Santi» [10]. Questa definizione implica l’infallibilità secondo i gradi stabiliti nella Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II [cf. Giovanni Cavalcoli, OP QUI, testo documento QUI], con buona pace di quel delizioso e lezioso canonista siciliano che giocò a fare il teologo dogmatico adottando maldestri schemi giuridici [cf. QUI]. L’atto solenne si conclude con la precisazione che il Sommo Pontefice intende dichiarare con essa la presenza del canonizzato nella gloria eterna, nonché la sua esemplarità per tutta la Chiesa ed il dovere d’onorarlo ovunque con il culto dovuto ai Santi. E detto questo il discorso è chiuso, senza possibilità alcuna di discussione, meno che mai d’ironia, memori del saggio detto popolare: «Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi».

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soliti noti, stesso copione … quando si muta la fede in ridicolo nella sicura certezza di essere seri.

Extra Ecclesiam nulla salus, o salus extra Ecclesiam non est, è un monito rivolto a noi, un invito a non abbandonare mai la via, la verità e la vita. È un monito coerentemente, dogmaticamente e dottrinalmente legato ai mezzi ordinari di salvezza. A meno che, all’apice della follia farisaica, qualcuno non voglia contestare a Dio Padre l’uso legittimo di mezzi straordinari di salvezza, a Dio Figlio di avere celebrato l’Eucaristia nel corso dell’Ultima Cena senza il messale della «Messa di sempre», ed infine, a Dio Spirito Santo, di non essersi attenuto per le sue azioni di grazia a qualche enciclica del magistero di carattere puramente politico, nonché redatta per precisi problemi politico-sociali un paio di secoli fa, essendo con essa stato legato un nodo che, lungi dall’essere un dogma di fede, a parere di alcuni avrebbe comunque vincolato, in eterno e per sempre la Terra e il Cielo.

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La battuta del Santo Padre Francesco circa il fatto che «Dio non è cattolico», non fu un’espressione felice, come non lo sono state altre non particolarmente chiare, forse talvolta neppure opportune, tutte fatte però, sempre e di rigore, come dottore privato, o come si direbbe in altro gergo: come privato cittadino. Quando però il Sommo Pontefice, nella sua veste di Sommo Maestro, ha fatto la prolusione finale al Sinodo sulla Famiglia, il Padre Giovanni Cavalcoli ed io abbiamo “danzato” dalla contentezza per giorni, dinanzi alla lucidità di quelle parole che uscivano fuori da Pietro [cf. qui]. Certo, forse sarebbe stato meglio se quella volta, invece di dire che «Dio non è cattolico» avesse spiegato: «Nelle nostre azioni e per le nostre azioni noi siamo vincolati al magistero della Chiesa ed alla dottrina cattolica nei modi e nelle forme in cui la Chiesa, che ha ricevuto il proprio mandato dal Verbo di Dio in persona attraverso Pietro, stabilirà nel nome di Cristo Signore per tutti i Christi fideles, ma Dio, che è verità una, eterna e immutabile, al magistero della Chiesa ed alla dottrina cattolica non è ad alcun titolo vincolato, per quanto riguarda le sue azioni di grazia».
Ma in questi tempi di mucche magre, o forse peggio di mucche pazze, non si può avere certo tutto. Oggi avere poco, od avere il cosiddetto “minimo sindacale”, deve farci danzare e cantare gioiosi: «Osanna nell’alto dei cieli!», ripieni di fede, di speranza e di carità.

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NOTE

[1] De veritate

[2] Epistola 72 indirizzata al Pontefice Stefano I

[3] La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo [Testo della Commissione teologica internazionale leggibile qui]

[4] Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma SESSIONE XIX del 7 settembre 1434.

[5] Enciclica Quanto conficiamur moerore, 10 agosto 1863.

[6] L’espressione De docta ignorantia risale a Sant’Agostino Agostino, anche se resa celebre da celebre Nicolò Cusano che indica la posizione dell’intelletto umano di fronte a Dio: l’intelletto umano, in quanto finito, non può dir nulla di Dio, che è l’assoluto e l’infinito, se non per via negativa, negando cioè di lui ogni attributo e riconoscendo di potersi avvicinare all’Assoluto solo sapendo di non sapere. Ignoranza, quindi, ma dotta perché si pone al di là e al di sopra di ogni più completo conoscere umano.

[7] «Se l’ignoranza è invincibile, o il giudizio erroneo è senza responsabilità da parte del soggetto morale, il male commesso dalla persona non può esserle imputato. Nondimeno resta un male, una privazione, un disordine. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori» [Catechismo della Chiesa Cattolica, 1793].

[8] Dichiarazione Dominus Jesus, II, 12.

[9] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS 57 (1965) 5.

[10] Daniel Ols, OP in Fondamenti teologici del culto dei Santi, in AA. VV. Dello Studium Congreg. De Causis Sanct. , pars theologica, Roma 2002, p. 1-54.

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Conservatorismo e progressismo, due categorie giornalistiche, non del magistero della Chiesa

CONSERVATORISMO E PROGRESSISMO:

DUE CATEGORIE GIORNALISTICHE, NON DEL

MAGISTERO DELLA CHIESA

 

Il timoniere della barca sta dormendo. Non occorre svegliarlo, per non sentirci rimproverare di aver poca fede. Sa Lui quando e come intervenire. Sta a Lui semmai svegliarci. Quanto a noi, continuiamo a remare, per quanto la nostra azione ci sembri inefficace. Se la barca correrà veramente il pericolo di affondare, penserà Lui a calmare le acque.

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

progressisti conservatori

Progressisti e conservatori, due categorie mai fatte proprie dal linguaggio ecclesiale

Cosa valgono queste due categorie giornalistiche, che tengono banco da cinquant’anni nei grossi mass-media, mai fatte proprie dal linguaggio del Magistero della Chiesa? Esse riflettono una visione superficiale ed estremamente approssimativa delle questioni morali e dottrinali, confondendo il dibattito e la problematica ecclesiali con le controversie e le contrastanti quanto effimere correnti ed opinioni del mondo politico. Come cercherò di dimostrare in questo articolo, esse sono assolutamente inadeguate e fuorvianti rispetto al problema dottrinale che oggi nella Chiesa si è fatto gravissimo. Sono una specie di ipocrita cortina fumogena o, come si suol dire, di “specchietto per le allodole”, che da cinquant’anni i modernisti e i nemici della Chiesa, aperti o nascosti, sono riusciti ad imporre all’opinione pubblica con una potentissima propaganda, connivente la debolezza o l’improntitudine dell’autorità ecclesiastica, per diffondere impunemente i loro errori e vizi morali nella Chiesa.

togliere maschera

è giunta l’ora di togliere la maschera …

Per questo è giunta l’ora di dire basta e di smascherare una volta per tutte gli impostori recuperando la saggezza, l’onestà, la serietà, la precisione e la chiarezza del linguaggio della Chiesa, attestato nella storia di duemila anni di cristianesimo e basato sullo stesso senso comune, che avverte la necessità fondamentale di distinguere, nelle questioni vitali, non tanto il conservare dal progredire, cose certamente rispettabili ma non decisive, quanto piuttosto il vero dal falso, il bene dal male, la giustizia dal peccato. È ammissibile nel linguaggio, quando l’argomento o l’opportunità lo impone, un certo stile indeterminato, diplomatico o sfumato; non si può sempre procedere a colpi di accetta, col rischio anche di essere offensivi (1), questo è vero, ma anche il costume oggi diffusissimo dell’ambiguità sistematica, della slealtà abituale, di quel dire e non dire che ironicamente vien chiamato il polically correct, è cosa ripugnante e sorgente di infiniti mali.

Cardinale martini

ll defunto cardinale Carlo Maria Martini, si prestò come punto di riferimento critico verso Benedetto XVI e leader di una teologia liberal-progressista.

E’ vero che queste categorie fuorvianti, benchè in se stesse non illecite, sono favorite da quell’ala oggi assai potente del mondo e della teologia cattolica, che si pavoneggia narcisisticamente del titolo di “progressista” emarginando con degnazione, altezzoso compatimento e malcelata insofferenza tutti coloro che nella Chiesa non condividono il suo modernismo, dai lefevriani e dai sedevacantisti sino ai cattolici più puri, integerrimi e fedeli e perfino ai progressisti alla Maritain o alla Congar. Ma questo progressismo per loro non è ancora sufficiente, dato che costoro sono talmente avanzati verso la Chiesa del futuro, che considerano lo stesso Concilio Vaticano II e il successivo pontificato come superato ed ancora legato agli avanzi del passato. Il Cardinale Carlo Maria Martini, pochi mesi prima della morte, ebbe a dichiarare sul Corriere della Sera che la Chiesa di Ratzinger è rimasta indietro di due secoli [vedere qui].

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Il Santo Padre Francesco

Papa Francesco nel suo recente discorso al sinodo ha condannato i “progressisti”, [vedere qui] ma è evidente che si riferiva ai modernisti, i quali da cinquant’anni sono riusciti finora a sopravvivere da parassiti della Chiesa, figurando come i primi della classe, ed a mietere successo nascondendosi sotto l’onorevole titolo di “progressisti”. Infatti è indubbio che il Concilio ha avuto un carattere progressista, in quanto ha promosso il progresso della pietà cristiana, dell’ecclesiologia, della teologia, della morale, del dialogo col mondo e della vita spirituale. D’altra parte, possiamo capire perchè i Papi finora non hanno parlato se non in rarissime occasioni di “modernismo”; perchè tutti abbiamo ancora il ricordo drammatico del modernismo dei tempi di San Pio X, il quale definì il fenomeno come la “somma di tutte le eresie”. Eppure, da cinquant’anni, studiosi di primo piano ed autorevolissimi pastori della Chiesa, come furono Jacques Maritain (2), Dietrich von Hildebrand (3), Cornelio Fabro (4), il Cardinale Giuseppe Siri (5), il Cardinale Pietro Parente (6) ed il Cardinale Alfredo Ottaviani, segnalarono profeticamente il ritorno di un modernismo che si verificò sin dall’immediato postconcilio. È vero che ci fu anche Monsignor Marcel Lefèbvre, il quale però, disgraziatamente, cadendo in un gravissimo equivoco accusò di modernismo lo stesso Concilio. Per questo senza dubbio la parola “modernismo” spaventa. Eppure, ad un’analisi attenta della situazione della Chiesa e della teologia di oggi, le cose stanno proprio così. Naturalmente non si deve dire che questa malattia dello spirito colpisce tutti i pazienti al grado massimo; tuttavia sappiamo bene che per parlare di neoplasia maligna non è necessario che l’organismo si trovi in metastasi, ma è sufficiente una presenza iniziale che, grazie ad un pronto intervento, può essere anche eliminata. Così è lecito usare l’appellativo di “modernista” anche per soggetti nei quali si trovano solo tracce di questa grave malattia dello spirito.

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Opera pittorica di Ruben

L’importante è non confondere il progressismo col modernismo. Il progressismo, come ho detto, è un aspetto del tutto normale e direi obbligatorio della sana vita cristiana. “La carità, dice Sant’Agostino, se non progredisce, non è carità”. E San Paolo esorta tutti a tendere con tutte le forze e ad avanzare continuamente verso la perfezione. La Chiesa, dal canto suo, assistita dallo Spirito Santo, avanza continuamente nella storia verso la pienezza della verità. Il modernismo invece è un falso progressismo; è un tentativo ingannevole e sbagliato che, pretendendo dolosamente di rifarsi al Concilio, vuole ammodernare la vita cristiana mediante un’assunzione acritica della modernità, la quale, invece di essere giudicata dal Vangelo, pretende essa stessa di giudicarlo. Il progressismo legittimo, pertanto, può essere espressione di una sana propensione per il nuovo, effetto di una libera scelta o preferenza del tutto normale di certi fedeli all’interno della Chiesa, maggiormente interessati di altri all’elemento dinamico, evolutivo e propulsivo. Niente di male, anzi è un gran bene. Un prezioso servizio, certo non privo di rischi, che vale la pena di correre al fine di suggerire vie nuove, progetti di ricerca e di realizzazione, onde favorire l’avanzamento della Chiesa nella storia verso la pienezza escatologica.

tradizionalisti

Lo splendore dell’antica liturgia è un patrimonio di fede che non può essere disperso né andare perduto

Indispensabile e vitale, nella Chiesa come nella teologia, è inoltre un certo elemento o ufficio di conservazione o di tradizione, in quanto si tratta di approfondire, chiarire, esplicitare, sviluppare, migliorare, far crescere e progredire un patrimonio, potremmo dire un tesoro divino, incorruttibile, immarcescibile ed immutabile di valori teoretici e morali, “non negoziabili”, universali ed assoluti, rivelati, comandati e fondati da Cristo e da Lui affidati agli apostoli. In questa luce San Paolo comanda a Timoteo: «Custodisci il deposito» [I Tm 6,20]. Evidentemente non si tratta di restare attaccati a usi, istituzioni, cose, dottrine del passato che, avendo esaurita la loro funzione, o mostratesi dannose, non servono più, non hanno più nulla da dare ed anzi diventano pericolose: ecco il “tradizionalismo” condannato dal Papa nel citato discorso. Questo “tradizionalismo” non sarebbe fedeltà, ma arretratezza e impedimento al progresso, come si suol dire, “una palla al piede” o addirittura un veleno, come sarebbe per esempio il consumare un cibo scaduto o il “mettere la museruola al bue che trebbia” [I Cor 9,9].

Nokter Wolf

Dom Notker Wolf, abate primate della confederazione benedettina, durante un concerto rock

Progressismo e sano conservatorismo si richiamano a vicenda, così come un organismo ha bisogno ad un tempo di crescere mantenendo la propria identità. Un fissismo rigido e chiuso, senza movimento e adattamento, o per converso il movimento disordinato proprio della dissoluzione di un corpo privato della propria identità non sono i fenomeni della vita, ma della morte. Il conservatore, come il lefevriano, che si oppone al progressista o il progressista modernista, che rifiuti il conservatore sono entrambi degli estremisti che rovinano la Chiesa e la conducono fuori della verità. È urgente pertanto apportare alcune modifiche a un certo modo di esprimersi su queste questioni. Per esempio, nel grande dibattito recentemente avvenuto attorno alla vicenda e alle conclusioni del sinodo dei vescovi sulla famiglia, bisogna fare alcune puntualizzazioni. La grande stampa modernista e massonica si è compiaciuta di presentare la corrente del Cardinale Walter Kasper come “progressista” e vicina al Papa, mentre la corrente degli ormai famosi cinque cardinali includente il Cardinale Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è stata calunniosamente o quanto meno impropriamente spacciata come “conservatrice” e contraria al Papa “progressista”. Questo significa, come si usa dire, cambiare le carte in tavola in modo perfido e sleale. Mettiamo quindi le cose a posto. I cinque cardinali, che non hanno fatto altro che ricordare i valori essenziali e dogmatici del matrimonio e della famiglia non sono affatto “conservatori”, ma perfetti cattolici. il Cardinale Kasper ed amici, per converso, con i loro presupposti malcelatamente relativistici e storicistici, non vanno chiamati “progressisti”, ma semmai modernisti.

Paolo VI

Il Beato Pontefice Paolo VI

Al Papa poi, ovviamente super partes grazie al carisma di Pietro e come maestro della fede, se vogliamo proprio dare una qualifica, potremmo assegnargli al massimo quella di progressista, ma non alla Rahner o alla Kasper o alla Küng, bensì alla Paolo VI, alla Maritain o alla Congar, non certo, quindi, un modernista, con buona pace dei modernisti che se lo vorrebbero accaparrare. Anche un Pontefice è libero di preferire una data corrente teologica o di esprimere una sua linea culturale personale, che nulla ha a che vedere con il suo ufficio di infallibile dottore universale della Chiesa, al di là di tutte le opinioni o possibili tendenze teologiche. Se quindi c’è uno contro il Papa, maestro della fede, al di là delle sue sbandierate e inattendibili dichiarazioni di rappresentare il Papa, questi è proprio Kasper; e se c’è uno col Papa maestro della fede, questi sarà proprio il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non si venga quindi a raccontarci delle fandonie. I giornalisti improvvisati teologi, prima di scrivere delle corbellerie, si facciano istruire da chi di teologia se ne intende un po’ più di loro.

Un’ultima considerazione su questo argomento, ed è questa. Il problema del modernismo è in se stesso molto più serio di quello del conservatorismo o del lefevrismo. Senonchè il primo è molto più difficile da risolvere che non il secondo, perchè mentre i lefevriani e affini costituiscono una piccolissima minoranza, quindi di assai scarso potere, i modernisti, dopo un indefesso lavoro di scalata ai vertici, che dura da cinquant’anni, sono ormai riusciti a conquistare nella Chiesa e nella stessa gerarchia un enorme potere. Si capisce allora come, mentre è facile intervenire nei confronti dei lefevriani, dei conservatori e dei tradizionalisti, è assai più difficile eliminare il modernismo, dato che ne sono impelagate proprio quelle autorità che dovrebbero intervenire. È, come ha detto umoristicamente un bravo giornalista, come mettere i topi a custodire il formaggio. In tal modo è evidente l’ingiustizia che oggi si sta attuando. Sono i cosiddetti “due pesi e due misure”. Esempi eclatanti e paradigmatici sono da una parte la persecuzione in atto nei confronti dei Francescani dell’Immacolata e dall’altra l’impunità e il permanere del successo enorme del quale tuttora gode il rahnerismo, tuttora perdurante dopo cinquant’anni, nonostante le opposizioni e denunce di illustri teologi. C’è infatti da considerare che, se da una parte i lefevriani hanno almeno rispetto per l’immutabilità del dogma mentre respingono il progresso dogmatico, i modernisti sono molto peggio, a causa del loro relativismo ed evoluzionismo dogmatico, che li porta a distruggere tutti i dogmi e scalzano le basi della fede (7) conducendo le anime all’apostasia ed all’immoralità, al di là di tutto il loro finto cattolicesimo.

Burke de Mattei

Il cardinale Raymond Leonard Burke alla Marcia per la Vita, alla sua sinistra il prof. Roberto de Mattei che da anni ne è il principale organizzatore

Il rimedio o per lo meno un importante rimedio a questo clima di falsità e di ingiustizia, per il quale, secondo un’efficace espressione del Cardinale Raymond Leonard Burke, sentiamo il “mal di mare” nella barca della Chiesa che pare senza timoniere in mezzo alla tempesta, sembra essere da parte del Magistero una decisa, saggia e coraggiosa ripresa dell’autentico e genuino linguaggio dottrinale e pastorale, che sempre ha distinto le grandi guide della Chiesa, i grandi riformatori e i santi pastori e maestri, quella sapienza pedagogica, catechetica, terapeutica, risanatrice ed evangelizzatrice della Chiesa, ispirata alla Parola di Dio, guidata dallo Spirito, sapienza educatrice che eccelle su ogni altra scuola di teologia, di spiritualità, e di perfezione morale e di virtù dell’umanità. In particolare bisogna che la Chiesa torni a parlare della distinzione dell’eresia dal dogma, dell’ortodossia dall’eterodossia, ossia in sostanza del vero dal falso nel campo della fede, così come è normale per il medico parlare di malattia e di salute. Qual è quel medico che non si azzarda di dire al malato che è malato? C’è troppo scrupolo nelle autorità e fra i pastori di parlare francamente di errore, quasi che ciò possa offendere l’errante. Certo occorre saperne parlare, ma il saperne parlare è in realtà a tutto vantaggio dell’errante e di coloro che da lui sono ingannati. Oggi ci sono centinaia di migliaia, per non dire milioni di cattolici o comunque di persone ingannati dagli eretici.

correzione

Il Santo Padre Benedetto XVI

Non serve a nulla far finta di non vedere o limitarsi a condanne o denunce vaghe e generiche, che non disturbano nessuno, se non peggiorano la situazione degli erranti e finiscono col dare mano libera agli impostori. Sembra che il Magistero da tempo sia preso da un eccessivo riguardo per gli erranti, che poi si capovolge a loro stesso danno. Non dovrebbe temere di toccare teologi o pastori famosi o di grido, anche se vicini alla stessa Santa Sede o appartenenti alla stessa Curia Romana od a Facoltà pontificie. La franchezza con la quale i cardinali fedeli hanno criticato, a difesa del Magistero della Chiesa, i confratelli che sbagliano, è esemplare e confortante. Era ora che i buoni cardinali uscissero allo scoperto. Naturalmente i modernisti si lamentano che Roma è troppo severa. Ma questo si capisce benissimo e non dobbiamo tenerne alcun conto. La denuncia dell’errore serve proprio a correggere l’errante, mentre un eccessivo riguardo, un linguaggio impreciso e generico, troppo morbido e indulgente non è misericordia, ma alla fine è connivenza con l’errore, col danno evidente dell’errante.

timone

timone

Un linguaggio timido, balbettante e tergiversante mostra mancanza di convinzioni, desideri di plauso e non genera alcun rispetto, non serve a moderare gli arroganti ed anzi suscita solo riso o la compassione. Le cose devono essere chiamate col loro nome. Occorre essere cauti prima di qualificare una proposizione come eretica; ma se ci accorgiamo con certezza che è eretica, si deve dire che è eretica. Occorre certo a volte, anzi di solito, essere miti e delicati negli interventi, aver pazienza e saper attendere. Ma per scuotere una coscienza addormentata o spavalda, occorre energia e severità. Le espressioni allusive ed eufemistiche, le circonlocuzioni, le parafrasi o le perifrasi, se elevate a sistema, sono assolutamente inefficaci a mostrare i mali e a correggere i costumi e le idee sbagliate, come dimostra ad abundantiam l’esperienza di chi si dedica all’educazione, alla formazione del prossimo o alla guida delle anime.

Il timoniere della barca sta dormendo. Non occorre svegliarlo, per non sentirci rimproverare di aver poca fede. Sa Lui quando e come intervenire. Sta a Lui semmai svegliarci. Quanto a noi, continuiamo a remare, per quanto la nostra azione ci sembri inefficace. Se la barca correrà veramente il pericolo di affondare, penserà Lui a calmare le acque.

Fontanellato, 3 novembre 2014

 

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NOTE

(1) Cf Le paysan de la Garonne. Un vieux laïc s’interroge à propos du temps prèsent, Desclée de Brouwer, Paris 1966.
(2) Cf Le paysan de la Garonne. Un vieux laïc s’interroge à propos du temps prèsent, Desclée de Brouwer, Paris 1966.
(3) Cf Il cavallo di Troia nella città di Dio, Edizioni Giovanni Volpe, Roma 1969.
(4) Cf L’avventura della teologia progressista, Rusconi Editore, Milano 1974.
(5) Cf Getsemani. Riflessioni sul movimento teologico contemporaneo, Edizioni della Fraternità della SS.Vergine Maria, Roma 1980.
(6) Cf La crisi della verità e il Concilio Vaticano II, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1983.
(7) Una “fede”, per esempio, come quella predicata dal card.Martini, nella quale è intrinseco l’ateismo o come quella preconizzata dal card.Ravasi, che porterebbe in se stessa il dubbio, o la fede “atematica” di Rahner o la fede non come dottrina ma come “incontro” o “esperienza” che fede è?