In questa terribile notte buia, per il nuovo anno 2019 il programma di lavoro è stato dettato a L’Isola di Patmos dal Beato Apostolo Pietro: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi»

 — Theologica —

IN QUESTA TERRIBILE NOTTE BUIA, PER IL NUOVO ANNO 2019 IL PROGRAMMA DI LAVORO È STATO DETTATO A L’ISOLA DI PATMOS DAL BEATO APOSTOLO PIETRO: «IL VOSTRO NEMICO, IL DIAVOLO, COME LEONE RUGGENTE VA IN GIRO, CERCANDO CHI DIVORARE. RESISTETEGLI SALDI NELLA FEDE, SAPENDO CHE I VOSTRI FRATELLI SPARSI PER IL MONDO SUBISCONO LE STESSE SOFFERENZE DI VOI»

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«La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il pastore, si disperda il gregge» [S.S. Leone XIII, Exorcismus in Satanam et Angelos Apostaticos]

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Il periodo che segna la fine e l’inizio di un nuovo anno, più che tempo di bilanci e programmi è un’occasione particolare in più per affidarsi a Dio e alla Beata Vergine Maria Mater Dei, soprattutto in questi tempi non felici, dinanzi ai quali sovviene alla mia mente il tenero ricordo del compianto Cardinale Carlo Caffarra, che in uno dei nostri ultimi colloqui, quando il 19 agosto 2017 ebbe la bontà di chiamarmi per farmi gli auguri per il mio 54° compleanno, nel volgere del discorso mi disse:

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«Che la Chiesa viva un momento drammatico che non ha precedenti storici, soltanto ciechi e irrazionali possono negarlo, semmai rimanendo in passiva attesa che tutto passi e giungano come per incanto tempi migliori».

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E proprio col Cardinale Carlo Caffarra affrontai più volte complessi e dolorosi discorsi legati a quei passi delle Sacre Scritture oggi usati da non pochi esegeti, sicuri di poterli utilizzare come fossero pillole omeopatiche con le quali curare un tumore degenerato nella sua irreversibile fase terminale. Sia chiaro: «pillole omeopatiche» non sono certo le Sacre Scritture o taluni passi in particolare, lo è il modo in cui taluni presumono di usare in maniera surreal rassicurante quei passi della Parola di Dio che racchiudono al proprio interno la tragedia del nostro presente. A questo si unisce un’operazione di per sé peggiore: usare le Sacre Scritture monche, estrapolando un pezzo di frase dal contesto e farne uso per far dire ad esse ciò che su di esse non è proprio scritto. È presto detto che usare a questo modo la Parola di Dio per imporre o per suggellare col soprannaturale le proprie opinioni umane, sotto certi aspetti potrebbe essere peggio che enunciare un’eresia. Forse fu proprio questo modo di agire che fece dire a Karl Marx — il quale non s’inventò il concetto ma lo estrapolò da Tito Lucrezio Caro — che «La religione è l’oppio dei Popoli». E aveva ragione, se con questa definizione egli intendeva quel genere di religiosità che usa Dio in modo pretestuoso, o per così dire oppiaceo, al fine primo e ultimo d’imporre le idee soggettive e del tutto opinabili dell’uomo. Da sempre esiste infatti un ateismo molto peggiore dell’ateismo classico che nega Dio: l’ateismo di chi usa Dio per divinizzare le proprie opinioni ed interpretazioni, mutandole in verità divine non passibili di discussione e di smentita. Da sempre, l’ateismo peggiore, non è il negare Dio, ma il sostituirsi a Dio; non è il negare la sua Parola, ma lo stravolgimento della sua Parola. E oggi, purtroppo, nella Chiesa visibile brulicano vescovi e preti che sono dei perfetti atei devoti praticanti.

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Per inciso ricordiamo che Tito Lucrezio Caro [Campania 94 a.C. – Roma 54 a.C], nella sua opera De rerum natura, afferma in che modo siano evidenti le infauste conseguenze della religione, adducendo come esempio il caso di Ifigenia, spiegando appresso che il mito è una rappresentazione falsata della realtà, il cosiddetto evemerismo, che prende nome da Εὐήμερος [Evemero da Messina, vissuto tra il IV e III secolo a.C. nella Magna Grecia] da cui si sviluppa l’idea che all’origine degli dèi, altro non vi sarebbero state che delle personalità umane, segnate da particolari doti e talenti, ed infine giunte ad attribuirsi natura divina e conseguente culto di adorazione da parte delle popolazioni. La religione, secondo l’Autore classico romano, è per ciò la causa principale dell’ignoranza e dell’infelicità degli uomini. Ora, siccome Tito Lucrezio Caro nasce circa un secolo e muore circa mezzo secolo prima della nascita di Cristo, è presto detto ch’egli non si rivolge al Cristianesimo, ma a quello spirito religioso negativo che percorre l’intera storia dell’umanità. Lungo sarebbe il discorso di carattere antropologico e storico per spiegare e dimostrare con rigore scientifico che nella storia dell’umanità, la decadenza, a volte la scomparsa di molte antiche civiltà, è sempre stata preceduta dalla decadenza religiosa, che giunta al suo culmine ha prodotto il collasso dei sistemi politici e di governo, infine la totale decadenza con conseguente scomparsa di quelle civiltà stesse.

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IL PROBLEMA ESCATOLOGICO DELLA GRANDE APOSTASIA NELLA CHIESA VISIBILE

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Da tutto quanto sin qui narrato noi ci sentiamo però immuni con una presunzione senza limiti, perché, facendo taglia e cuci sulle Sacre Scritture, estrapoliamo da esse delle pillole omeopatiche del tipo: «Cristo Signore ha assicurato che le porte degli inferi non prevarranno!». È vero, lo ha detto. Però, vogliamo chiederci su che cosa le porte degli inferi non prevarranno? Quando infatti Cristo Signore dice a Pietro:

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«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» [Mt 16, 18]

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è a dir poco d’obbligo domandarsi: a quale Chiesa si riferiva? Ovvio: alla sua, o meglio: alla Chiesa del Verbo di Dio, giacché la definizione mistica e soteriologica di Chiesa ce la fornisce il Beato Apostolo Paolo indicando Cristo come «il capo del corpo che è la Chiesa» [Col 1, 18]. È quindi naturale che le porte degli inferi non prevarranno su Cristo, nella stessa misura in cui Satana, tentando nel deserto l’uomo Gesù [Cf Mt 4, 1-11], non poté certo far vacillare il Verbo di Dio incarnato. Temo però che serpeggi — oggi forse persino più di ieri — una certa confusione dinanzi alla quale sorge la domanda: non è che l’animale religioso, o se preferiamo l’animale teologico, sia giunto a confondere la Chiesa corpo mistico di Cristo, di cui il Cristo glorificato è capo e noi membra vive, con quella palese struttura di peccato tal è l’attuale Chiesa visibile, strutturata su una gerarchia umana e composta di uomini, non pochi dei quali vivono ormai al di là del bene e del male, dopo avere da tempo smarrito il senso stesso, del bene e del male? Perché nel caso in cui taluni non lo avessero capito, è proprio facendo riferimento a questo genere di struttura che Cristo Signore afferma con un terribile interrogativo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» [Lc 18, 8]. Che motivo avrebbe mai avuto, il Verbo di Dio, di lanciare questo interrogativo che pesa più di quanto possano pesare i macigni di un’intera montagna, se la Chiesa è di Cristo ed è governata dallo Spirito Santo e quindi «le porte degli inferi non prevarranno contro di essa»? [Mt 16, 18]. Forse, quello di Cristo Signore sulla fede, è per caso un interrogativo inopportuno che necessita di essere corretto sul piano metafisico e sul piano dogmatico? Può anche essere, perché in fondo, Cristo Signore, era un principiante animato da buone intenzioni, sprovvisto come tale di tutti quegli strumenti della scolastica e della metafisica che verranno solo secoli dopo. Insomma: nella sua “divina ignoranza” non conosceva e non applicava la logica di Aristotele.

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Fatto ciò, bisogna procedere anche a cambiare il Catechismo della Chiesa Cattolica, molti articoli del quale sono resi di giorno in giorno lettera morta, o svuotati dal loro significato, grazie ad una odierna prassi pastorale che dobbiamo naturalmente credere che sia ispirata rigorosamente dallo Spirito Santo, anzi dettata parola per parola, intervista su intervista direttamente dalla Terza Persona della Santissima Trinità. E se così stanno davvero le cose, allora sarebbe bene correggere tutti i testi delle Sacre Scritture che fanno ad esempio riferimento  alla grande apostasia nella Chiesa:

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«Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti [cf. II Ts 2,4-12; I Ts 5,2-3; 2 Gv 7; 1 Gv 2,18.22]. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra [cf. Lc 21,12; Gv 15,19-20] svelerà il “mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anticristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne [cf. II Ts 2,4-12; I Ts 5,2-3; 2 Gv 7; I Gv 2,18.22]. Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogni qualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo [cf. Sant’Offizio, Decretum de millenarismo (19 luglio 1944): DS 3839] soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato “intrinsecamente perverso” [Pio XI, Lett. enc. Divini Redemptoris (19 marzo 1937): AAS 29 (1937) 65-106, che condanna “il falso misticismo” di questa “contraffazione della redenzione degli umili” (p. 69); Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 20-21: AAS 58 (1966) 1040-1042]. La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione [cf. Ap 19,1-9]. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa [cf. Ap 13] secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male [cf. Ap 20,7-10] che farà discendere dal cielo la sua Sposa [cf. Ap 21,2-4]. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio [cf. Ap 20,12] dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa» [Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 675-677].

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Se il Catechismo tutt’oggi in vigore, per quanto sovrastato e di fatto accantonato dalla nuova pastorale del buonismo, supportandosi sull’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni e sulle altre Lettere Apostoliche, oltre ed anzitutto che sul Santo Vangelo stesso, afferma:

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«Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male» [Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 677]

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in che modo corretto e molto poco fantasioso, dovremmo leggere e interpretare quel «non prevarranno»? Perché se qualcuno pensa che le potenze degli inferi non prevarranno mai sulla Chiesa visibile oggi visibilmente ridotta ad una struttura di peccato che produce al proprio interno peccato e che lo diffonde all’esterno, in tal caso meglio abbandonare la metafisica e la dogmatica e darsi alla ben più salutare e soddisfacente arte della gastronomia e della enologia.

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LA NOSTRA CONTEMPORANEITÀ È SCRITTA COME IN UNA CRONACA DI ATTUALITÀ NEL LIBRO DELL’APOCALISSE

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In questi ultimi tempi ho meditato sempre più spesso su diversi temi collegati tra di loro da un comune filo conduttore, a partire dalla struttura dell’Apocalisse redatta dal Beato Apostolo Giovanni in un’isola dell’Egeo nota come Isola di Patmos, detta anche il luogo dell’ultima rivelazione, da cui prende nome non a caso questa nostra rivista. Come sappiamo, l’Apocalisse parla dell’Anticristo e della sua sconfitta finale, prima della quale egli seminerà però un male che al momento non riusciamo forse neppure a immaginare nella sua devastante portata. Ovviamente, quello apocalittico è un linguaggio allegorico che illustra al di là delle immagini qualche cosa di molto reale; e si tratta di qualche cosa che oggi potremmo ragionevolmente definire nella propria fase avanzata di realizzazione. Scrive il Beato Apostolo:

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«Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque.  Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione» [Ap 17, 2]

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E poco avanti prosegue:

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«È caduta, è caduta
Babilonia la grande
ed è diventata covo di demòni,
carcere di ogni spirito immondo,
carcere d’ogni uccello impuro e aborrito
e carcere di ogni bestia immonda e aborrita. 
Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino
della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con essa
e i mercanti della terra si sono arricchiti
del suo lusso sfrenato» [Ap 18, 2-3].

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Per lungo tempo si è pensato — e gli esegeti lo hanno spiegato con grande dovizia — che il Beato Apostolo, usando un linguaggio allegorico, in queste righe avesse celata l’immagine di Roma e dell’Impero Romano. A tal proposito, in un mio precedente scritto cercai di spiegare:

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«… facendo uso di un’immagine vetero testamentaria Il beato Apostolo Giovanni si rivolge all’Impero Romano, quindi a Roma celata dietro «Babilonia la grande», il tutto per motivi che chiunque può capire. Motivi legati in parte alla sicurezza e in parte alla diffusione del testo, onde evitare la loro distruzione da parte dei romani che all’epoca nutrivano forti sospetti verso il movimento gesuano e la relativa diffusione del suo messaggio. Trascorsi ormai duemila anni, viene da affermare che mai come oggi quel riferimento all’antica Roma celata dietro l’immagine di Babilonia sia attuale, posto che da tempo Roma «ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione» [vedere articolo, QUI].

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Dopo avere dipinto queste immagini, il Beato Apostolo seguita affermando che il Popolo Eletto deve fuggire da Babilonia:

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«Uscite, popolo mio, da Babilonia
per non associarvi ai suoi peccati
e non ricevere parte dei suoi flagelli. 
Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo
e Dio si è ricordato delle sue iniquità. 
Pagatela con la sua stessa moneta,
retribuitele il doppio dei suoi misfatti.
Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva. 
Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo
lusso, restituiteglielo in tanto tormento e afflizione.
Poiché diceva in cuor suo: Io seggo regina,
vedova non sono e lutto non vedrò; 
per questo, in un solo giorno,
verranno su di lei questi flagelli:
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio
che l’ha condannata» [Ap 18, 4-8]

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Cosa s’intende dire col drammatico invito:

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«Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli»? [Ap 18, 4]. 

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Il significato di questo drammatico invito ho tentato di rappresentarlo in un mio articolo nel quale spiego in che modo la Chiesa visibile, dopo la Shoah del mondo cattolico, sarà portata sul banco degli imputati al nuovo processo di Norimberga, dove udremo un esercito di ecclesiastici affermare: «Ma io ho solo obbedito a degli ordini superiori!» [l’articolo è leggibile, QUI]. 

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IL NOBILE VALORE SALVIFICO DELLA FUGA DINANZI AI COMPLICI ATTIVI ED AI COMPLICI PASSIVI

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Vi sono momenti nei quali è necessario fuggire, oppure allontanarsi in modo deciso, che è anch’esso sinonimo di fuga, in virtù del fatto che all’interno di una struttura di peccato, quindi di una struttura marcia che produce peccato al proprio interno e che lo diffonde al proprio esterno, esistono due diversi generi di gravi responsabilità: la complicità attiva di coloro che generano il male e lo diffondono, per seguire con la complicità passiva, non per questo meno grave, di tutti coloro che pur di non perdere il proprio posticino al sole tacciono e fingono di non vedere, dimenticando come il Signore fece fuggire i suoi pochi fedeli sopravvissuti dalle Città di Sodoma e Gomorra prima della loro distruzione, invitandoli a non voltarsi indietro mentre la sua ira si sarebbe scatenata, salvo finire mutati, come accadde alla moglie di Lot, in una statua di sale [cf. Gen 19, 1-29]. 

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In una Chiesa nella quale il diritto ecclesiastico è stato sostituito dai capricci arbitrari di soggetti capaci a colpire degli innocenti con la inaudita cattiveria distruttiva degna di un Joseph Goebbels, tutti i buoni officiali e segretarietti che assistono impotenti, salvo lamentarsi con i loro intimi dentro le chiuse stanze, sono altrettanto responsabili e complici nel peccato; e finiranno un giorno distrutti assieme a tutti gli altri abitanti di Sodoma e Gomora. Quando infatti all’interno di una struttura di peccato non è possibile fare niente, allora è necessario fuggire dalla complice impotenza passiva, rinunciare senza esitazione al proprio posticino al sole, rivolgendo supplica al proprio vescovo diocesano per chiedere la grazia di essere mandato a fare il curato nella più sperduta delle parrocchie di campagna o di alta montagna. È infatti bene chiarire che la giustificazione «non potevo fare niente», o quella ben peggiore data dai gerarchi nazisti a Norimberga: «ho ubbidito agli ordini superiori», non può salvare il colpevole dalla giusta forca degli uomini, ancor meno dal ben più severo castigo dato dalla giustizia e dalla misericordia di Dio, che ricordiamo: «Egli castiga ed usa misericordia» [Tb 13, 1].

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La verità è che purtroppo il peccato e con esso le strutture di peccato, fanno comodo a tutti: a chi genera il peccato, a chi lo commette, a chi lo copre ed a chi dinanzi ad esso assiste silenzioso e impotente, nel desiderio interiore non meno perverso di poter ricavare qualche cosa dal peccato. È la verità, che non fa comodo ai peccatori attivi come ai peccatori passivi; per questo costoro cercano in tutti i modi, col ricorso alla falsità ed a mezzi coercitivi e violenti, di distruggere la verità assieme al bene che da essa procede. 

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PIETRO ESERCITA IL PROPRIO MAGISTERO INFALLIBILE SOLO SE È APERTO ALLA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO, ALTRIMENTI LA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO NON È IN LUI E NON AGISCE PER MEZZO DI LUI

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Cristo Signore ricorda il pericolo e le insidie di Satana in modo molto preciso a Pietro stesso, all’interno di un discorso dal quale a molti piace estrapolare e citare solo un pezzo di frase: «Conferma i tuoi fratelli» [Lc 22, 32], per dare in tal modo vita non tanto ad un Super Pietro, ma ad un Super Pontefice. Questa frase, però, è preceduta da un tragico “prima”, ed è seguita da un drammatico “dopo”. Proviamo allora ad analizzarla tutta, evitando di far dire a Cristo Signore ciò che il Verbo di Dio non ha detto, considerando ch’Egli mette seriamente in guardia Pietro dicendogli:

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano;  ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede».

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Fermiamoci a questa prima parte e proviamo a domandarci: ma dov’è che Cristo Signore — a quel Pietro al quale aveva detto «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» [Mt 16, 18] — afferma e rassicura che la sua fede non verrà mai assolutamente meno? Cristo Signore non lo afferma affatto, Egli rassicura Pietro che pregherà affinché la sua fede «non venga meno», non afferma e non garantisce affatto che la fede di Pietro non verrà mai ed in alcun modo meno. Cosa peraltro ampiamente dimostrata dalla prosecuzione della frase, quando Cristo Signore, a Pietro che tutto baldanzoso afferma:

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«Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte» [Lc 22, 33]

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senza esitare risponde:  

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«Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» [Lc 22, 34].

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La sequenza è dunque questa: Cristo Signore mette Pietro in guardia contro Satana, assicurandolo che pregherà affinché la sua fede non venga meno, ma nel caso in cui venisse anche meno, Dio, come i fatti dimostrano, non farà nulla per impedirlo, perché altrimenti negherebbe un suffisso stesso della creazione dell’uomo, che è la libertà ed il libero arbitrio; e Dio non può contraddire sé stesso. Infatti Pietro, che è il primo sommo maestro della dottrina e della fede, non trova di meglio da fare che rinnegare poco dopo per tre volte il Verbo di Dio fatto uomo, ed il tutto dopo che Cristo Signore, durante l’ultima cena, lo aveva istituito sacerdote e capo del Collegio degli Apostoli, vale a dire Sommo Pontefice [Cf Lc 22, 7-19]. Non aveva forse ricevuto Pietro, viepiù da Cristo Dio in persona, una grazia speciale ed altrettanta assistenza del tutto speciale dello Spirito Santo che, è bene ricordarlo, non “nasce” solo successivamente, a Pentecoste, poiché già aleggiava sulle acque nei giorni della creazione del mondo? [Gen 1, 1-2].

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Sappiamo pure che le vicende di Pietro non finiscono qua, perché lo stesso Beato Apostolo Paolo ci narra che ad Antiochia riprese e rimproverò pubblicamente il Principe degli Apostoli proprio in materia di dottrina e di fede [cf. Gal 2, 11-14]; perché se Pietro avesse proseguito e indotto i Christi fideles in quell’errore, oggi noi non saremmo cristiani, saremmo solo una sette eretica di matrice giudaica, a causa di Pietro che mostrò in quel frangente di non comprendere, o di avere compreso male alcuni dei fondamenti del mistero della rivelazione e della redenzione. Anche in questo caso, forse bisogna capire che solo diciotto secoli dopo sarà definito quel dogma della infallibilità pontificia che rende il Romano Pontefice non soggetto ad erranza in materia di dottrina e di fede, mentre invece Pietro, scelto da Cristo Dio in persona, a quanto pare poteva tranquillamente errare in materia di dottrina e di fede, evidentemente perché il dogma della infallibilità pontificia non era stato ancora proclamato?

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Vediamo quale fu l’errore di Pietro ed a cui riguardo ci narra il Beato Apostolo Paolo:  

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«Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei”?» [cf. Gal 2, 11-14]

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Molti non sanno cosa significhi il tutto, cerchiamo allora di riassumerlo in breve: Pietro, prima di questo episodio narrato da Paolo, prendeva i pasti con i pagani ed aveva insegnato che la salvezza si ottiene mediante la fede, posto che non è cristianamente concepibile l’osservanza della legge fine a se stessa senza la fede dalla quale nascono le opere [cf. Giac 2, 14-26]. Però, quando si unirono alla comunità alcuni ebrei, per timore di dar loro dispiacere a prendere pasti con i pagani, egli si ritirava a mangiare in disparte osservando tutte le meticolose disposizioni della legge rabbinica — la cosiddetta כַּשְׁרוּת kasherùt —, perché agli ebrei era proibito prendere cibi assieme ai pagani, considerati impuri; ed in tal modo dava ambiguamente ad intendere che la salvezza si ottiene mediante il rispetto delle leggi rabbiniche, quelle racchiuse poi nel תַּלְמוּד Talmud, dove a partire dal III secolo sono redatte queste norme in vigore già molto prima dell’epoca gesuana; norme in seguito codificate nel XVI secolo nel testo normativo שולחן ערוך Shulkhan aruck. Questo comportamento fu reputato da Paolo molto pericoloso su quello che oggi chiameremmo piano strettamente dottrinale. Infatti, questo modo di agire, avrebbe indotto i pagani a farsi una loro Chiesa, oppure a sottostare a quelle che erano le prescrizioni della הֲלָכָה halakha, la legge rabbinica eretta dall’interpretazione dei rabbini stessi sui dettami del Libro del Levitico e del Libro del Deuteronomio; oppure, i pagani, avrebbero dovuto sottostare alle הֲלָכוֹת halakhot [leggi degli ebrei], a partire dalla circoncisione. Agendo a questo modo Pietro metteva a serio rischio l’unità della Chiesa, al punto tale che Paolo lo riprende pubblicamente ed in modo severo, dandogli dell’ipocrita e dicendogli nella sostanza: come puoi evangelizzare se sei proprio tu il primo ad essere ambiguo e privo di chiarezza nell’annunciare il mistero della Rivelazione e della Redenzione?

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Così stanno le cose e così si svolsero i fatti: Pietro, scelto ed eletto da Cristo Signore, ha errato in materia di dottrina e di fede rischiando di compromettere l’unità della Chiesa, un fatto documentato e poi tramandato attraverso la storicità dei sacri testi dalle Lettere Paoline. Per il resto, chi ha letto ed inteso, faccia per suo conto le proprie valutazioni. Pur precisando dal mio canto che, a prescindere dalle antiche dispute apostoliche antiochene ed a prescindere dalle ironie teologiche che io ho speso su chi considera l’infallibilità del Romano Pontefice in materia di dottrina e di fede come una sorta di magia dello Spirito Santo che agirebbe persino al di là della volontà stessa del Successore di Pietro, il dogma della infallibilità pontificia resta fuori discussione e la sua applicazione è esplicata nella costituzione dogmatica Pastor Aeternus del Beato Pontefice Pio IX e successivamente nella Ad tuendam fidem del Santo Pontefice Giovanni Paolo II. L’esercizio del magistero infallibile, comporta però ben precise caratteristiche e requisiti che non possono prescindere dalla libertà e dal libero arbitrio di chi questo magistero infallibile lo esercita. Queste caratteristiche sono riassunte dal raffinato teologo Cardinale Charles Journet [1891-1975] che nella sua opera Eglise du Verbe Incarné  spiega: 

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«L’assioma “dov’è il Papa lì è la Chiesa”, vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; in caso contrario, né La Chiesa è in lui, né lui è nella Chiesa».

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Esattamente come accadde ad Antiochia ed esattamente come potrebbe ripetersi nel corso della storia, senza che il dogma della infallibilità pontificia sia minimamente ed in alcun modo intaccato, tutt’altro: riconoscere la libertà ed il libero arbitrio, con la relativa possibilità di accettare o di rifiutare la grazia di stato, vuol dire tutelare, ed a mio parere anche nel migliore dei modi, il dogma stesso della infallibilità. Questo il motivo per il quale poco tempo fa, in un quesito che potremmo chiamare pura e semplice speculazione accademica, mi interrogai: «Può un Romano Pontefice legittimamente eletto e Successore legittimo del Beato Apostolo Pietro essere privo della grazia di stato?» [vedere articolo, QUI]. Seguendo la logica delle Sacre Scritture, a partire dal mistero della creazione stessa e dal Libro della Genesi, pare proprio di si, basti considerare che Dio non impedì ad Adamo ed Eva di commettere quel peccato originale a causa del quale fu consegnata una natura corrotta e mortale a tutta l’umanità che da loro è discesa; una povera umanità che quel peccato non lo ha commesso, ma che a causa loro lo ha ereditato attraverso la corruzione di questa natura a causa del loro peccato di ribellione a Dio Padre. Ora, perché Dio, se non per quei due sciagurati, ma perlomeno per la povera umanità che da essi sarebbe seguita, non sospese la loro libertà ed il loro libero arbitrio impedendogli di compiere quel peccato? Da ciò ne possiamo logicamente e teologicamente dedurre che tutti gli uomini, compresi fedeli cattolici, presbiteri, vescovi e persino il Romano Pontefice, possono essere chiusi alla grazia santificante o rifiutare la grazia santificante, perché mai, Dio, si è messo contro la libertà dell’uomo, né mai ha sospeso per un solo minuto nell’uomo l’esercizio di questa facoltà, né mai ha agito su di esso al di là della sua volontà, non lo ha fatto con Adamo ed Eva, non lo ha fatto con Caino, non lo ha fatto con Giuda Iscariota, non lo ha fatto con il Beato Apostolo Pietro che dopo essere stato consacrato sommo sacerdote e scelto come Vicario di Cristo sulla terra, dà avvio al proprio ministero rinnegando Cristo, dandosi alla fuga, deviando dalla retta dottrina, tentando nuovamente la fuga anche nella vecchiaia a Roma, se Cristo stesso, come narra la tradizione, non gli fosse apparso sulla Via Appia, o cosiddetta Via del Quo Vadis? Per inciso: secondo il racconto del testo apocrifo degli Atti di Pietro, nella vecchiaia, il Principe degli Apostoli, era tornato a darsi alla fuga, questa volta a Roma, durante le persecuzioni anti-cristiane di Nerone. Mentre percorreva la Via Appia, Cristo Risorto gli apparve. Pietro domandò: «Quo vadis, Domine?» [Dove vai, Signore?]. Cristo Signore rispose: «Eo Romam, iterum crucifigi» [Sto andando a Roma per essere nuovamente crocifisso]. Solo allora, nella vecchiaia, Pietro cessò di fuggire, tornò a Roma ed accettò la grazia santificante del martirio. 

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A conclusione di questo discorso merita ricordare sempre per quanto riguarda la libertà e il libero arbitrio —, che Dio Padre, per realizzare il mistero dell’incarnazione del Verbo, attese la risposta della Beata Vergine Maria, la ripiena di grazia, dopo avere bussato alle porte delle sua libertà e del suo libero arbitrio. Perché Maria, la Immacolata Concezione, è stata sì, predestinata, ma non è stata affatto preordinata. E Maria, all’Arcangelo Gabriele, avrebbe potuto anche dire di no, nel pieno e legittimo esercizio di quella libertà dei figli di Dio che è parte strutturale del mistero stesso della creazione.

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L’IMMAGINE DELLA CHIESA COME STRUTTURA DI PECCATO CHE TANTO SPAVENTÒ DIVERSI PONTEFICI DALLA FINE DELL’OTTOCENTO AGLI INIZI DEL NUOVO MILLENNIO

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Riguardo poi il mio enunciato circa la Chiesa visibile ridotta a struttura di peccato che produce peccato al proprio interno e che lo diffonde all’esterno, vorrei richiamarmi a tre diversi Pontefici del Novecento, a partire dal Sommo Pontefice Leone XIII che dopo una visione scrisse una preghiera a San Michele Arcangelo imponendone la recita nel 1886 al termine di ogni Santa Messa in tutte le chiese della orbe catholica. La preghiera originale è molto lunga e pochi ne conoscono il testo originale integrale, mentre quella che veniva recitata al termine delle Sante Messe era una sua riduzione. Nel testo originale integrale dell’ Exorcismus in Satanam et Angelos Apostaticos, il Sommo Pontefice Leone XIII scrive:

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«Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant» [Traduzione italiana: «La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il pastore, si disperda il gregge».

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Domanda: che cosa vide in questa terribile visione il Sommo Pontefice Leone XIII, per essere giunto a scrivere ed a profetare che Satana ed i suoi accoliti prenderanno il controllo della «sede di Pietro» e da un certo punto a seguire della «Cattedra della Verità», vale a dire del papato, pur senza riuscire a prevalere alla fine su di essa? O forse il Sommo Pontefice Leone XIII non era consapevole del fatto che il Romano Pontefice, custode supremo della verità, non può mai errare in materia di dottrina e di fede, godendo di una assistenza del tutto speciale dello Spirito Santo, il quale — ribadisco — non può operare contro la volontà ed il libero arbitrio dell’uomo, salvo far cadere Dio in contraddizione con sé stesso? Ritengo che il Sommo Pontefice Leone XIII le prerogative del Romano Pontefice le conoscesse tutte e molto bene, anche perché egli fu tra i Padri che composero l’assise del Concilio Vaticano I, nel quale il dogma della infallibilità pontificia in materia di dottrina e di fede fu solennemente suggellato.

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IL MYSTERIUM INIQUITATIS E LA CHIESA COME STRUTTURA DI PECCATO CHE PRODUCE PECCATO AL PROPRIO INTERNO E LO DIFFONDE ALL’ESTERNO

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Dal Pontefice Leone XIII procediamo con un salto agli anni Sessanta del Novecento, quando il giovane teologo Joseph Ratzinger, cinquant’anni fa, scriveva:

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«Se non vogliamo nasconderci nulla, siamo senz’altro tentati di dire che la Chiesa non è né santa, né cattolica: lo stesso concilio Vaticano II è arrivato a parlare non più soltanto della Chiesa santa, ma della Chiesa peccatrice; se a questo riguardo gli si è rimproverato qualcosa, è per lo più di essere rimasto ancora troppo timido, tanto profonda è nella coscienza di noi tutti la sensazione della peccaminosità della Chiesa» [Introduzione al Cristianesimo, 1968].

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In una situazione di questo genere, che cosa possiamo fare? Specie considerando che sedici anni dopo quelle analisi del giovane Joseph Ratzinger il Santo Pontefice Giovani Paolo II, che nel mentre lo aveva chiamato a presiedere la Congregazione per la dottrina della fede, nell’ormai lontano ottobre del 1984, durante la sua seconda visita apostolica in Germania, affermò che «Il mondo sta vivendo il XII libro dell’Apocalisse»? [vedere mio vecchio articolo, QUI

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Analizzando e sviluppando certi temi, ormai quasi due anni fa scrissi un lungo articolo nel quale parlavo di certe problematiche sotto il titolo: «La caduta dell’impero: quelle brutte storie del Vaticano II che nessuno racconta per non intaccare il superdogma …» [vedere QUI]. Tre mesi fa, in un altro articolo, spiegai invece in che modo possiamo e forse dovremmo reagire dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale ormai irreversibile [vedere QUI]. Oggi, agli inizi di quest’anno 2019, dopo tanto scrivere, dopo avere usato in passato toni molto severi, per poi passare all’ironia e persino al salutare sberleffo, devo prendere tristemente atto in che modo la severità non scalfisca neppure di striscio certi ecclesiastici che sono ormai al di là dall’essere dei semplici peccatori, perché costituiscono ormai un radicato gruppo di potere intoccabile formato da figure diaboliche che vivono incancrenite nel proprio peccato. E del loro grave e turpe peccato si manifestano pubblicamente fieri, perché le loro turpitudini peccaminose vanno di pari passo col potere ch’essi gestiscono; un potere che li ha resi ormai ubriachi e deliranti onnipotenza, proprio come la grande prostituta narrata nell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni [cf. Ap 18, 2-3]. Dinanzi a questo anticamera dell’Inferno il quesito al quale dare adeguata risposta è molto semplice, oserei dire lapalissiano, ed è il seguente: nel concreto, che cosa possiamo e dobbiamo fare per imperativo di coscienza, animati dalle teologali virtù della fede, della speranza e della carità? Perché se non diamo una risposta, pur povera che sia, a quel punto il parlare rischia di essere un parlare fine a se stesso, una speculazione fine a se stessa, una analisi fine a se stessa, infine una critica sterile fine a se stessa. E le sterili critiche fini a se stesse, non nobilitano chi le formula e non aiutano chi le raccoglie, specie se chi le raccoglie è un Popolo di Dio sempre più smarrito in cerca di risposte, punti di riferimento e guide affidabili e sicure.

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In quattro anni di attività pubblicista su L’Isola di Patmos [2015-2018], sono svariate decine gli articoli dove parlo della decadenza irreversibile, spiegando che da essa, una volta superata la soglia del non ritorno, indietro non si torna, perché è impossibile. Comunque, di certi temi già parlavo in un mio libro scritto tra il 2008 e il 2009 e pubblicato alla fine del 2010, quando certi fatti oggi esplosi in tutta la loro scandalosa devastazione erano ancora lontani da venire, basti rammentare le mie analisi sulla omosessualizzazione della Chiesa visibile, che giunsi a paragonare allo scoppio di un vero e proprio nubifrocio universale. E Dio solo sa quanti nemici mi conquistai attraverso quelle righe, sebbene oggi, i problemi da me anticipati ieri, siano poi esplosi attraverso scandali morali molto gravi e di proporzioni mondiali, facendo accanire i miei nemici di più ancòra, casomai qualche pia anima ingenua pensasse che qualche Autorità Ecclesiastica abbia ammesso: “Purtroppo avevi ragione e ci avevi visto giusto, vorrà dire che imporremo ai tuoi aguzzini di lasciarti in pace”. Soprattutto, un decennio fa, a proposito degli scandali inevitabili che sarebbero infine esplosi, spiegai in che modo, superata la cosiddetta soglia del non ritorno, neppure per opera dello Spirito Santo la rotta si sarebbe più potuta invertire, perché la Terza Persona della Santissima Trinità non può sovvertire le leggi della fisica. È infatti una “legge fisica”, come lo è quella della forza di gravità, il fatto che un processo di decadenza, una volta entrato nella sua fase irreversibile, non è più arrestabile. A tal proposito, nel mio scritto di tre mesi fa, in tono critico amareggiato portai l’esempio del paracadute:

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«Certi soggetti non esiterebbero a rivoluzionare le leggi della fisica in nome della loro soggettiva verità e della loro altrettanto soggettiva logica, ma il quesito che costoro dovrebbero porsi è in fondo molto pratico e anche molto semplice: per uno spaventoso errore al quale possono avere anche concorso sia i tanto criticati modernisti sia i tanto criticati rahneriani, oppure anche e solo per una negligenza a dir poco assurda, è accaduto che un paracadutista si sia lanciato dall’aereo senza avere indossato il paracadute, perché questa è la situazione attuale della Chiesa: un lancio dall’aereo senza paracadute. Ebbene, i grandi maestri della logica aristotelica, della scolastica e della metafisica, a questo punto dovrebbero portare le migliori argomentazioni per spiegare che questo paracadutista, precipitando verso il suolo da duemila metri di altezza, può comunque arrestarsi, risalire, provvedere a indossare il paracadute e lanciarsi di nuovo. Se poi questi soloni della metafisica risponderanno che egli si è lanciato senza paracadute per colpa dei Modernisti e di Karl Rahner, io replicherò che ciò, fosse anche vero, ormai è cosa del tutto irrilevante, perché la causa andava individuata e annientata prima che costui si lanciasse. Se poi, peggio ancora, dinanzi al paracadutista che precipita senza paracadute, coloro che non possono mai essere privi di una risposta “logica” per tutto, si attaccassero a dire che c’è lo Spirito Santo, a quel punto io replicherò che lo Spirito Santo non è Mago Merlino, quindi li inviterò a spiegare in che modo la Terza Persona della Santissima Trinità, dinanzi ad un libero atto singolo o collettivo della volontà dell’uomo che comporta delle precise conseguenze, annullerà la sua libertà ed il suo libero arbitrio per riportarlo sull’aereo, fargli indossare il paracadute e poi lasciarlo di nuovo lanciare, dopo avere nel mentre sconfessato i modernisti ed i rahneriani, per causa dei quali egli si è lanciato senza paracadute […]» [l’articolo intero è contenuto QUI]. 

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UNO PSEUDO TOMISMO CRITICO E AGGRESSIVO DAL QUALE SI PASSA POI AD ACCUSE DI ERESIA VERSO CHIUNQUE ANALIZZI I PROBLEMI IN ALTRO MODO, NON SERVE A NIENTE, DISPERDE ANCORA DI PIÙ IL GREGGE ED È SOLO DISTRUTTIVO

 

La mia povera esperienza ed i risultati del lavoro svolto nel corso degli ultimi anni, mi hanno infine insegnato, come poc’anzi ho accennato, che le critiche severe, le battaglie contro gli ecclesiastici immorali fieri della propria immoralità e soprattutto piazzati fino ai sommi vertici della Chiesa, non servono più a niente. Neppure le sapienti ironie ed i salutari sberleffi, servono più per smuovere una simile situazione incancrenita, o se preferiamo questa caduta senza paracadute. Devo dire che a questa conclusione sono giunto attraverso la preghiera e la meditazione sui testi sacri, tra i quali mi è stato di particolare aiuto il sapienziale Libro dell’Ecclesiaste:

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Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace [Ec 3, 1-8].

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Sia chiaro: non ho né gettato la spugna sul ring di pugilato, né ho alzato bandiera bianca dinanzi al nemico, meno che mai da leone ruggente sono divenuto un castrato del Settecento barocco che canta con la voce di una soprano afona. Molto semplicemente, nel tracciare un piano di lavoro per l’anno nuovo, ho riflettuto sul fatto che

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«c’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare …».

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E oggi bisogna misurare bene, su che cosa parlare, per evitare che il parlare, ma soprattutto il denunciare ed il criticare, sia solo fine a se stesso, con il solo risultato di non scalfire minimamente gli accoliti di Satana, ma al tempo stesso disorientare però ancòra di più il Popolo di Dio molto sofferente e smarrito, che ha bisogno di essere sostenuto nella grande prova. E dubito che il Popolo di Dio, in questo immane sfacelo, possa essere sostenuto offrendogli grandi lezioni contro le eresie dei Modernisti e contro la teologia di Karl Rahner, spiegando quanto sia importante ripartire dalla scolastica e da San Tommaso d’Aquino, insomma: innaffiare le margherite del giardino per evitare che col calore della casa che brucia possano appassire, perché ciò che solo conta, mentre tutto brucia, è salvare il bel ricordo di quando in passato le margherite fiorivano attorno alla casa.

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Anche per questo ho cessato di discutere con gli innamorati dei metodi, utili per speculare sulle verità della fede e per giungere pienamente alle stesse verità della fede, ma non sempre efficaci in tutte le situazioni storiche e sociali. Ma soprattutto ho cessato di discutere con coloro che finiscono col divinizzare il metodo, che rimane sempre e solo uno strumento per giungere alla verità; e non è detto che questo metodo, pure se risultato efficace per secoli, lo sia sempre sino al ritorno di Cristo Signore alla fine dei tempi. Mi riferisco alla scolastica ed a San Tommaso d’Aquino, ed a coloro che dinanzi alla caduta senza paracadute dall’aereo insistono in modo ostinato che è necessario arrestare la caduta, riportare il paracadutista sull’aereo, fargli indossare il paracadute della scolastica ed il doppio paracadute di sicurezza di San Tommaso d’Aquino, poi farlo nuovamente lanciare, cosicché il lancio e la discesa a terra vada a buon fine. Sono forse io un anti-scolastico ed un anti-tomista? Giammai! Io sono un autentico prodotto filosofico-teologico ed un autentico cultore della scolastica e del tomismo. Ciò di cui devo essere logicamente e razionalmente consapevole — come ripetutamente e per molti inutilmente ho spiegato nei miei scritti — è che sia la scolastica sia il tomismo richiedono un preciso linguaggio e delle precise tecniche speculative che al presente risultano ormai perdute da oltre mezzo secolo. Solo per dare di nuovo vita al loro necessario e naturale linguaggio — prima ancòra di poter pensare al recupero della scolastica e del tomismo —, occorrerebbero decenni di duro lavoro, da svolgere in modo non so quanto proficuo, considerando che nel mentre lo stabile dell’intera casa brucia velocemente, ossia mentre ci sono, oggettivamente e logicamente, delle priorità parecchio maggiori e più impellenti. Esempio concreto e non passibile di facile smentita: se oggi noi parliamo un linguaggio scolastico e metafisico di impianto tomista, i primi a non capire sono i vescovi, non pochi dei quali rasentano l’analfabetismo teologico, formati come sono, la gran parte di loro, sui sociologismi emotivi fatti passare per teologia che hanno invasa la Chiesa intera nella stagione del post-concilio Vaticano II. E come già ho scritto in un altro precedente articolo: se in una libreria contenente copie uniche di libri preziosi divampa un incendio e solo pochi testi possono essere sottratti alle fiamme, sinceramente io ritengo di avere il dovere e l’obbligo morale di mettere in salvo i testi dei Santi Vangeli, le Lettere Apostoliche e gli Atti degli Apostoli, non certo la Logica di Aristotele, l’opera di Sant’Anselmo d’Aosta e quella di San Tommaso d’Aquino, perché né Aristotele, né l’Aostano né l’Aquinate ci sarebbero di alcuna utilità senza i Santi Vangeli, le Lettere Apostoliche e gli Atti degli Apostoli. E se qualcuno tenta di replicare che l’Aostano e l’Aquinate servono proprio per poter leggere e capire la Parola del Verbo di Dio, in tal caso è bene rispondere che per oltre un millennio, il patrimonio di fede della Rivelazione, è stato trasmesso e tutto sommato capito prima ancora che nascessero Sant’Anselmo d’Aosta e San Tommaso d’Aquino, preceduti da numerosi e grandi Santi Padri e Dottori della Chiesa.

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NOSTRO COMPITO PASTORALE E TEOLOGICO E DI METTERE IN SALVO I SEMI DEL SANTO VANGELO E CON ESSI CUSTODIRE IL SENSUS FIDEI NEL POPOLO DI DIO

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Sulla nostra Isola di Patmos grava per ciò questo drammatico e felice compito: mettere in salvo i fondamenti della Santa Fede Cattolica — la cosiddetta «banca del seme» [cf. QUI] — e con essi il sensus fidei nel Popolo Santo di Dio sempre più smarrito e disperso. È pertanto necessario avvertire e vivere verso il Popolo di Dio quella autentica commozione cristologica su cui sta scritto:

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«Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» [Mc 6, 34].

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Compito nostro è salvare ciò che il Verbo di Dio ha insegnato, proteggendo la sua Parola dalle falsificazioni, dalle adulterazione e dalle mistificazioni, consapevoli che non è possibile vivere a Sodoma e Gomorra, neppure assistendo passivi all’abominio del peccato, perché è in queste situazioni che Dio Padre ci spinge e ci stimola a quel grande valore che è la fuga verso la salvezza, al contrario di chi cinico e impotente rimane immerso nell’abominio in attesa di tempi migliori, o in attesa che le cose cambino. Dio Padre, dalla fuga dall’Egitto sino alla fuga da Sodoma e Gomorra, i propri figli li stimola a fuggire ed a mettersi in salvo dall’abominio della desolazione.

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Molto più complesso, terribile e doloroso è invece il dramma di noi presbìteri, se pensiamo che forse un giorno potremmo trovarci persino nella situazione di dire di no a quelle stesse Autorità Ecclesiastiche alle quali abbiamo promessa filiale e devota obbedienza, nel caso in cui costoro ci comandassero, o cercassero di imporci qualche cosa di contrario al Santo Vangelo; e ciò che va contro al Santo Vangelo, solamente i sofisti impenitenti possono tentare di interpretarlo in bonam partem arrampicandosi sopra a degli specchi cosparsi d’olio. E, una eventualità del genere, per un qualsiasi presbitero è un dramma doloroso al quale è difficile anche e solo pensare, perché verrebbe data origine ad un lacerante conflitto con la natura stessa del carattere sacerdotale, che è di per sé frutto di comunione e obbedienza all’Autorità Apostolica. Anche a questo quesito doloroso e lacerante esiste però risposta: quando infatti siamo stati consacrati nel Sacro Ordine, il Vescovo ordinante non ci ha messo tra le mani il libello delle sue personali volontà soggettive o le sue pseudo teologie emotive, né ci ha chiesto di attenerci ai contenuti delle sue esternazioni più o meno corrette e felici; nelle nostre mani è stato messo il sacro libro del Santo Vangelo. E quando dopo la Preghiera Consacratoria e l’imposizione delle mani, il Vescovo ci ha consegnato la patena con il pane ed il calice con il vino, ci ha detto:

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«Ricevi le offerte del Popolo Santo per il Sacrificio Eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore».

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E la fonte della consapevolezza che ci porta a renderci conto di ciò che facciamo e ad imitare ciò che celebriamo, affinché la nostra vita sia conforme al mistero della croce di Cristo Signore, è tutta quanta racchiusa nei Santi Vangeli, non certo nelle campagne mondane di stampo politico-sociologico portate ormai avanti da molti vescovi che hanno deciso di piacere ai figli di questo mondo, sino a mitigare od annacquare il Santo Vangelo e le Lettere Apostoliche, nel caso in cui questi testi non piacessero e non fossero graditi ai figli di questo mondo, che entrano ed escono ormai dai sacri palazzi nella loro veste di atei devoti o di pervertiti impenitenti che plaudono al grido di “viva la rivoluzione!”, mentre al tempo stesso i devoti fedeli, come una vera e propria emorragia, disertano sempre più le nostre chiese affermando sempre più numerosi : «Io mi vergogno di questa Chiesa … io mi vergogno di essere cattolico». 

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Nella notte buia e nello smarrimento, sarà nostro sostegno e soccorso la parola del Beato Apostolo Paolo che ci ammonisce:

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«Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàthema! L’abbiamo gia detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàthema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» [Gal 1, 8-10]

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Per questo oggi risuona in noi l’accorato invito del Beato Apostolo Pietro:

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«Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il Diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» [I Pt 5, 8-9].

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Forse a breve noi faremo la fine che fecero molti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. E faremo diversa ma simile fine per l’opera luciferina di quei Goebbels ecclesiastici e laici compiacenti che oggi sono attaccati come dei polipi alla Cattedra di Pietro, proprio come narra la Preghiera a San Michele Arcangelo del Sommo Pontefice Leone XIII. Una cosa è però certa: nella futura Norimberga Celeste, ad essere legati mani e piedi e gettati fuori nelle tenebre dove sarà pianto e stridore di denti [cf. Mt 22, 13], saranno certi attuali, devastanti e mortiferi Goebbels, ecclesiastici e laici, non certo noi devoti servitori di Cristo e della sua Chiesa sino alla fine, per la sincera fede nella vita del mondo che verrà e nella piena consapevolezza che «molti sono chiamati, ma pochi eletti» [cf Mt 22, 14].

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Amen!

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dall’Isola di Patmos, 1 gennaio 2019

Nella solennità della Gran Madre di Dio

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Ringraziando tutti i cari Lettori che ci hanno sostenuti, ricordo, come ormai ben sanno i nostri numerosi affezionati, che la nostra opera si regge interamente sul vostro sostegno economico [cf. QUI], ed a tal proposito ricordiamo:

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«Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
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7 thoughts on “In questa terribile notte buia, per il nuovo anno 2019 il programma di lavoro è stato dettato a L’Isola di Patmos dal Beato Apostolo Pietro: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi»

  1. Grazie, per questa sua vibrante, accorata riflessione. Un provvido paracadute spirituale, una fiammella di speranza per guidare i nostri passi nella notte tenebrosa, rendendo più lieve il carico della nostra croce.

  2. Grazie di portare avanti, quasi in solitudine, una Fiaccola di Fede nel buio imperante del tutto è lecito…

  3. Grazie Padre Ariel.

    L’articolo odierno è profetico.
    In particolare mi ha impressionato la parte finale:

    «Forse a breve noi faremo la fine che fecero molti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. E faremo diversa ma simile fine per l’opera luciferina di quei Goebbels ecclesiastici e laici compiacenti che oggi sono attaccati come dei polipi alla Cattedra di Pietro, proprio come narra la Preghiera a San Michele Arcangelo del Sommo Pontefice Leone XIII╗.

    Sento dentro di me che può essere plausibile che finisca in persecuzione.Non scorgo però i passaggi che possono portare a ciò.
    Perdoni se posso sembrarle in questo caso un curioso…
    Secondo lei come si può passare dal contesto attuale a quello delle persecuzioni di tipo religioso per chi rimane fedele alla dottrina?

    1. Caro Giovanni,

      anzitutto noi, quando parliamo di persecuzioni, così come quando parliamo di martirio, pensiamo sempre – tutto sommato anche giustamente – al martirio di sangue, od alle persecuzioni dei cristiani nascosti più o meno nelle catacombe.

      Credo sia necessario entrare nell’ordine d’idee che le persecuzioni future e forse imminenti o forse già cominciate saranno di altro tipo, per esempio: l’indifferenza verso chi annuncia la vera dottrina evangelica, il conseguente ostracismo o la riduzione al silenzio ed allo stato di impotenza imposta; la esclusione di fatto dalla comunità senza possibilità alcuna di potersi né difendere né tanto meno avere spiegazioni circa i motivi e via dicendo a seguire… Tutte queste, non sono forme di persecuzione forse peggiori, specie quando non si è più perseguitati per la Chiesa bensì dentro la Chiesa?

      Ridurre poi i devoti fedeli o autentici uomini di Dio, ad uno stato simile per tutta la loro esistenza, non è forse peggio di un martirio di sangue che si risolve con un colpo di arma da fuoco o con una esecuzione che dura solo pochi secondi?

      Insomma, io credo che andremo incontro a persecuzioni e martirii peggiori, di quelli ai quali eravamo abituati, anche perché nel corso dei secoli, Satana, si è ulteriormente e profondamente raffinato.

  4. Grande articolo, padre Ariel!
    All’amico Giovanni vorrei dire due parole sulla persecuzione, ovviamente senza nulla togliere alla precisazione che ha già fatto p. Ariel. Lei non vede i ‘passaggi’, ma sappia che il mondo odia la Chiesa e le sue cose con odio inimmaginabile, nonostante che molti dei membri provino a piacergli con sforzi immani. Provi a leggere i commenti sulla Chiesa nei vari giornali web tipo il Fatto: si renderebbe conto che se potessero mettere le mani sulla Chiesa e i suoi membri la farebbero a pezzi. Solo non lo fanno, a mio avviso, ancora per paura superstiziosa, esattamente la stessa paura che ebbero di Gesù. Ma quando, al pari di Giuda iscariota, alcuni dei corrotti di cui parlava p. Ariel, daranno il via, quella paura sparirà e inizierà quella che Gesù diceva essere la persecuzione che non aveva precedenti.

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