«Giubileo LGBT»? Ridateci gli antichi barbari, perché loro si convertirono, non pretesero di piegare la Chiesa ai propri disordini morali
«GIUBILEO LGBT»? RIDATECI GLI ANTICHI BARBARI, PERCHÈ LORO SI CONVETIRONO, NON PRETESERO DI CONVERTIRE LA CHIESA AI PROPRI DISORDINI MORALI
Certe iniziative variamente camuffate dagli arcobaleniti dietro denominazioni tipo “Cattolici Omosessuali” o “Cattolici LGBT”, hanno sempre nascosto una pericolosa insidia: negare il peccato, normalizzarlo come bene e far passare per amore il disordine morale.
— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La caduta dell’Impero Romano coincise con le invasioni dei barbari discesi dal Nord dell’Europa animati da intenzioni tutt’altro che miti. Sebbene maschi rudi e guerrieri aggressivi, rimasero così affascinati dall’autorità e dall’autorevolezza dei nostri grandi Padri della Chiesa che si convertirono in massa al Cristianesimo.

Sgombro subito il campo dai malintesi di chi esige mal intendere: né il sottoscritto né i Padri redattori di questa rivista intendono elargire a chicchessia giudizi morali, soprattutto se non richiesti. Come pastori in cura d’anime sappiamo che il peccatore va sempre accolto, compito e dovere nostro è respingere il peccato, non il peccatore. Più volte ho spiegato che se un sacerdote respingesse un peccatore tradirebbe nel modo peggiore la missione che Cristo ha affidato alla Chiesa:
«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrificio”. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).
Certe iniziative variamente camuffate dagli arcobaleniti dietro denominazioni tipo “Cattolici Omosessuali” o “Cattolici LGBT”, hanno sempre nascosto una pericolosa insidia: negare il peccato, normalizzarlo come bene e far passare per amore il disordine morale per capovolgere la massima evangelica e dichiarare il malato in perfetta salute fisica e la malattia elemento di grande salute. Questa è la morale cattolica che è nostro dovere insegnare e ricordare all’occorrenza a tutti i battezzati che si proclamano credenti, senza impedire ai laicisti e ai non credenti di un mondo libero e liberale in cui vige il principio di libera Chiesa in libero Stato e dove i peccati sono cosa del tutto diversa dai reati e viceversa, di vivere la sessualità che vogliono, come vogliono e con chi vogliono, purché non vengano però a battere i piedi sopra i nostri altari pretendendo che certe condotte sessuali disordinate siano dichiarate buone e giuste dalla Chiesa, quindi accolte e benedette, perché ciò non è possibile. La Chiesa ha il dovere di benedire il peccatore pentito, non il peccato, né il peccatore fiero e orgoglioso di essere tale.
Accogliere gli omosessuali è doveroso, come esorta e insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr. nn. 2357-2359), ma prestando attenzione a impedire a gruppi ideologizzati di far entrare dentro la Chiesa il cavallo di Troia dei programmi e delle istanze LGBT. Sia infatti chiaro: a sbagliare non è la Chiesa dottrinalmente indefettibile che ha impresso certe precise parole nei numeri del Catechismo appena richiamati, ma gli autonominati «Cattolici LGBT» che rivendicano l’eccentrico “diritto” a vivere in stato di peccato mortale e che si cimentano nel pianto vittimistico (cfr. QUI). Quindi, se vogliono passare la Porta Santa nell’anno giubilare, lo facciano come tutti noi peccatori in cerca del perdono che redime e apre alla grazia di Dio, non in gruppo con lo sventolio delle bandiere arcobaleno LGBT, perché la Chiesa non può tollerare ad alcun titolo un Gay Pride giubilare dentro l’Arcibasilica Papale di San Pietro.
Quando i Barbari scesero dal Nord dell’Europa, del glorioso e ormai decaduto Impero Romano che fu, trovarono gli uomini truccati da donna con le parrucche in testa, intenti a darsi ai festini orgiastici con giovani efebici o con aitanti maschi neri importati a uso sessuale dai territori africani. In pratica trovarono il Gay Pride con tutti i suoi annessi e connessi, ed eravamo nel V secolo. Da allora a seguire, abbiamo forse dimenticato le lezioni della storia al punto da volerla ripetere più di prima e peggio di prima?
Dall’Isola di Patmos, 17 giugno 2025
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I Padri dell’Isola di Patmos
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Che strano modo di parlare dei peccatori impenitenti che sono in punto di morte:
– si afferma, giustamente, che non c’è la certezza che Giuda sia all’inferno, anche se Gesù di lui dice: “meglio per quell’uomo se non fosse mai nato” e
– non accenna all’invito di seguire il comportamento del “buon ladrone” al quale Gesù dice: “oggi sarai con me in paradiso”.
I gay che perseverano a vivere nel peccato fino alla morte andranno all’inferno, ma saranno in “buona” compagnia: ” Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio.
Noi non sappiamo se all’Inferno ci sia lo stesso Giuda Iscariota, che mai la Chiesa, madre e maestra, ha dichiarato essere condannato alla dannazione eterna, perché nessuno conosce il giudizio di Dio, a partire dalla Chiesa stessa. Nessuno di noi può sapere cosa sia accaduto tra la coscienza di Giuda e Dio in quei sei/sette minuti circa che sono trascorsi dal momento dell’impiccagione alla sua morte per soffocamento. Per certo sappiano invece quanto segue, perché ce lo ha detto Gesù Cristo:
«In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli» (Mt 21, 31-23)
Sei proprio sicuro di aver ragione tu e torto chi sostiene che, se non c’è pentimento, e poco importa se per timore della pena eterna o per aver offeso Dio infinitamente buono, si va all’inferno?
Questo non è un gioco alla ragione o al torto, non si fanno “campionati” a chi ha ragione sulla salvezza eterna delle anime, lei ha affermato in modo tassativo «I gay che perseverano a vivere nel peccato fino alla morte andranno all’inferno», citando in modo del tutto de-contestualizzato il Beato Apostolo Paolo, io le ho risposto in totale aderenza al deposito della fede e al perenne magistero della Chiesa.
Lei cita questo frammento della Prima epistola indirizzata dal Beato Apostolo agli abitanti di Corinto, redatta in un contesto storico-sociale ben preciso e dinanzi a precisi problemi esulando dai quali, quelle sue parole, possono solo essere fraintese e non comprese:
«Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, 10 né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (I Cor 6, 9-10)
A questo modo San Paolo mette in guardia, non assicura né garantisce l’Inferno, ne paventa il pericolo, la possibilità. Dopodiché prosegue immediatamente dicendo:
«E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (I Cor 6, 11)
Questo non è un gioco ma è una questione di vera fede: chi persevera fino alla morte nel proprio peccato, e gli atti omosessuali sono uno dei quattro peccati che gridano al cielo, va all’inferno!
“Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».” (CCC 1033)
La ringrazio per le sue reiterate e ostinate lezioni di dottrina cattolica fatte attraverso pezzi estrapolati dal contesto ai quali tenta di far dire ciò che nella loro complessa e precisa esposizione non dicono.
Prendo atto che come presbitero e come teologo valgo veramente niente, ma grazie a Dio esiste però un coltissimo laicato pronto a salire in cattedra per impartire lezione ai ministri in sacris e a quei preti che allo studio della teologia e alla ricerca teologica hanno dedicato quattro decenni di vita, senza però capirci niente, esattamente come il sottoscritto.
Le offro la mia stola viola, che sicuramente non so usare, in quanto ignorante sui fondamenti della morale cattolica, pregandola di entrare nel confessionale al posto mio ad amministrare la grazia e il perdono di Dio, o se preferisce per mandare eserciti di persone all’Inferno, compito questo che non è, peraltro, del confessore, né di alcun altro.
Preso atto del tutto, la saluto e chiudo il discorso.