Sui cosiddetti “cattolici tradizionali” e sulla “messa tradizionale” [con nota postuma inserita il 27.03.2015]

SUI COSIDDETTI CATTOLICI TRADIZIONALI  E SULLA MESSA TRADIZIONALE

Volersi fermare al 1962 e voler bloccare tutto a prima del Concilio, come se esso non fosse avvenuto o avesse portato la Chiesa fuori strada, non è un vero essere tradizionali, non è fedeltà coerente e saldezza nella verità, ma un congelare un organismo vivente, è impedire il cammino della Chiesa, è ostinata arretratezza e presuntuosa disobbedienza alla Chiesa che avanza nella storia, è un inganno del demonio che conduce alla perdizione.


Giovanni Cavalcoli OP
Giovanni Cavalcoli OP

 

 

Con una nota postuma inserita in fondo dall’autore il 27.03.2015

 

 

cattolici tradizionali
un gruppo di “cattolici tradizionali”

Sta entrando nell’uso un’espressione che a ben guardare crea difficoltà ed appare equivoca, per non dire che è errata e pericolosa: cattolici “tradizionali”, espressione in apparenza innocua, forse anche bella. Essa può sembrare anche giusta, opportuna e appropriata, evidentemente dotata, per coloro che la usano per se stessi e la diffondono, di un senso positivo, quasi a dire: i cattolici fedeli alla Sacra Tradizione.

Un’espressione apparentemente chiarificatrice ma che in realtà, come cercherò di dimostrare, crea confusione e può, al di là delle buone intenzioni, aprire uno spiraglio al lefevrismo. Per questo, in fin dei conti, credo che sia meglio non usarla o quanto meno non usarla nel senso che spiegherò.

Al riguardo propongo le seguenti osservazioni.

Pio X
il Santo Pontefice Pio X

Prima. L’essere tradizionale, come già insegnava San Pio X, è una caratteristica del cattolico come tale, in quanto la dottrina della fede sorge dalla confluenza della Sacra Scrittura con la Sacra Tradizione. Entra nella definizione dell’essere cattolico. Per questo, il parlare di cattolico tradizionale non è che una tautologia, dire lo stesso dello stesso, è come dire che il cavallo è il cavallo. O tutt’al più è un’enunciazione del principio di identità, noto anche ai bambini. Bella scoperta!

L’essere tradizionale entra nell’essenza stessa dell’essere cattolico, così come l’appartenere alla razza equina appartiene all’essenza del cavallo. In tal senso un cattolico che non sia tradizionale, non è un cattolico. Così come un cavallo che non sia equino non è un cavallo. Pertanto, chi si qualifica come cattolico tradizionale, sembra dire: “Noi sì, che siamo i veri cattolici! Noi soli lo siamo!”. Il cattolico non tradizionale, quindi, non può essere un buon cattolico.

Non ha senso, quindi — commento io — aggiungere al termine “cattolico” l’aggettivo “tradizionale”, perchè questo attributo è già implicito nel concetto di cattolico, così come non avrebbe senso o sarebbe un’aggiunta inutile parlare di un cavallo equino.

Paolo VI 2
il Beato Pontefice Paolo VI

Così pure: perché chiamare Messa “tradizionale” solo la Messa vetus ordo? [QUI, QUI, QUI, ecc..] Anche quella novus ordo è la Messa tradizionale, è la “Messa di sempre”. Il Concilio non ha affatto cambiato la sostanza della Messa; ma ha solo apportato delle modifiche accidentali e contingenti, e come ha sostituto le modalità di prima, così un domani le presenti potranno essere sostitute da altre, senza che per questo la Messa venga mutata nella sua essenza.

Non sa distinguere questa gente miope la sostanza dagli accidenti [cf. nostri precedenti articoli QUI, QUI]? La riforma liturgica ha semplicemente introdotto un nuovo rito, un nuovo modo contingente di celebrare la stessa ed identica Messa istituita da Nostro Signore Gesù Cristo. Forse che Gesù Cristo ha celebrato l’Eucaristia secondo il … vetus ordo?

Seconda. Il parlare di cattolici tradizionali sembra alludere al fatto che esistano cattolici non tradizionali, il che poi sarebbe cattolicesimo nuovo o moderno. Ma, stando al loro ragionamento, nel tal caso questo cattolico sarebbe un falso cattolico, perchè non è “tradizionale”.

In realtà bisogna precisare che non ci è proibito l’aggettivo “tradizionale” applicato alla vita dello spirito, andando per analogia a come ci esprimiamo nel campo materiale, come per esempio in quello dell’arte o dell’alimentazione. Così, per esempio, sono apprezzati certi canti tradizionali o certi cibi tradizionali, senza che ciò implichi disprezzo per i canti e i cibi moderni. Ognuno è libero di scegliere.

cibi romagnoli
cibi tradizionali romagnoli

Nessun ristoratore che propaganda cibi tradizionali invita a non comprare cibi moderni. Eppure questi cattolici “tradizionali”, per una specie di disprezzo indiscriminato nei confronti della modernità, sembrano avere questo disprezzo nei confronti dei cattolici che vogliono essere moderni [vedere QUI, QUI, QUI, ecc..]; ed esser moderni — sia chiaro — non vuol dire affatto esser “modernisti”, anzi tutt’altro.

Nella Chiesa non c’è nulla di male che alcuni abbiano più simpatia per la tradizione ed altri invece per il rinnovamento e per il progresso, a patto che tutti stiano nell’ambito dell’ortodossia. Ma allora non conviene usare per chi ama in special modo la tradizione, il termine “tradizionale”, che fa apparire i progressisti, ossia chi ama il progresso, come falsi cattolici, contrari alla Tradizione e modernisti. Progredire è un dovere; essere modernisti è un’eresia.

Tomas Tyn 2
Il Servo di Dio Tomas Tyn,

Meglio sarebbe mantenere il termine “tradizionalista” da tempo largamente usato, dandogli in senso positivo e legittimo come sopra. Io stesso ho scritto un libro sul Servo di Dio Tomas Tyn col sottotitolo di “Tradizionalista postconciliare” [1], alludendo al fatto che esiste un sano tradizionalismo il quale contrariamente al tradizionalismo lefevriano, accoglie lo sviluppo della Tradizione operato dal Concilio e dai Papi del post-concilio, rifiutando nettamente di vedere una contraddizione del magistero conciliare rispetto a quello del pre-concilio.

ariel vetus ordo
Uno dei Padri dell’Isola di Patmos, autore di articoli critici verso il lefebvrismo e le correnti anti-conciliariste, una volta a settimana celebra col vetus ordo missae, contribuendo alla conservazione del Messale di San Pio V secondo le direttive del motu proprio di Benedetto XVI

Terza. Ma quello che desta preoccupazione è che coloro che hanno messo in giro questa espressione e si considerano con vanto cattolici tradizionali, esprimono delle idee che si avvicinano pericolosamente al lefevrismo, in quanto respingono come anti-tradizionali le dottrine del Concilio Vaticano II e quelle dei Papi seguenti, ritenendo che il vero cattolicesimo, fedele alla Tradizione, sia solo quel tipo di cattolicesimo, in quelle forme particolari – per esempio il rito tridentino della Messa -, che esisteva prima del Concilio.

Quarta. Il vero cattolico tradizionale è quello del post-concilio. Ogni vero cattolico, come ho detto, è certamente per essenza tradizionale, ma lo è — e ciò non sembri contraddizione — anche il progressista, come lo fu per esempio il Maritain (non il modernista che è un eretico), ma nel senso dello sviluppo operato dal Concilio e dal postconcilio. Infatti un sano progresso, quale quello promosso dal Concilio, non è altro che uno sviluppo e una migliore conoscenza del dato immutabile della Tradizione.

 

Giovanni Cavalcoli breviario
un altro dei Padri dell’Isola di Patmos che per la liturgia delle ore usa il breviario latino

Questo è il vero rispetto della Tradizione. Volersi fermare al 1962 e voler bloccare tutto a prima del Concilio, come se esso non fosse avvenuto o avesse portato la Chiesa fuori strada, non è un vero essere tradizionali, non è fedeltà coerente e saldezza nella verità, ma un congelare un organismo vivente, è impedire il cammino della Chiesa, è ostinata arretratezza e presuntuosa disobbedienza alla Chiesa che avanza nella storia, è un inganno del demonio che conduce alla perdizione.

Varazze, 24 marzo 2015

[1] Tomas Tyn, un tradizionalista postconciliare, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2007.

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NOTA POSTUMA DEL 27.03.2015  SULLA SOSTANZA DELLA SANTA MESSA

 

 

Secondo lei, rabbino Ariel, per un Cattolico che voglia restare fedele alla retta Dottrina si dovrebbe stare ad ascoltare le “elucubrazioni mentali” di due [censurato] Ariel&Cavalcoli che si mettono a discettare sul nulla distinguendo, per esempio sostanza e accidenti nella Tradizione e nalla Sacra Liturgia, oppure non sarebbe molto più edificante restando con certezza fedeli alla Sana Dottrina Cattolica leggere, per esempio, un brano di un Mistico e grande Sacerdote quale Don Divo Barsotti sul sito Chiesa&Postconcilio, il quale sconfessa le “elucubrazioni mentali” del duo [censurato] Ariel&Cavalcoli su quelli che questi chiamano gli “accidenti esterni”? Penso che a qualsiasi Cattolico che gli sia rimasto il lume della ragione non avrebbe dubbi cosa rispondere.

[Commento postato da Gianluigi Bazzorini il 25.03.2015]

 

 

Luigi Bazzorini è un nostro lettore dai toni fortemente critici. Nell’ultimo suo intervento nel blog ha superato però i limiti della decenza, per cui abbiamo deciso di non pubblicarlo, non perchè esso ci insulta, essendo noi ormai stimati dai buoni cattolici, ma proprio per la salvaguardia del suo onore che sarebbe alquanto compromesso, se certi suoi interventi insultanti fossero pubblicati.
Reteniamo invece di utilità ai lettori trattare, con la seguente nota, la questione da lui sollevata: la distinzione fra sostanza e accidenti è fondamentale non solo in filosofia e nel comune buon senso, ma anche in campo teologico e nello stesso dogma, come per esempio abbiamo nel dogma della transustanziazione.
La sostanza di una persona, per esempio, è la persona stessa nella sua identità, Paolo è sempre Paolo dalla nascita alla morte.
Gli accidenti, invece, almeno quelli contengenti, mutano. Paolo è sempre Paolo, anche se non ha quel dato accidente. Essi riguardano cose che ora ci sono ora non ci sono, ossia ciò per cui Paolo muta: il peso, l’altezza, gli umori, i suoi luoghi di residenza, il grado della sua istruzione, gli abiti che porta, i suoi rapporti sociali, il denaro di cui dispone, ora sano ora malato, ora sveglio ora dormiente, ecc ..

Così similmente la Santa Messa ha una costituzione fondamentale, mancando la quale non è valida; ha un’essenza  immutabile istituita da Nostro Signore Gesù Cristo, ed una forma rituale, convenzionale, gestuale, cerimoniale o rubricistica esteriore ed  accidentale, le modalità o espressioni del rito, che Cristo ha rimesso al potere della Chiesa onde disciplinare le forme accidentali o cerimoniali dei sacramenti.

Per esempio: l’altare volto o non volto verso il popolo, la presenza o meno della balaustra, il Canone Eucaristico ad alta o bassa a voce, le letture fatte o non fatte da una donna, nominare poche o molte volte il sacrificio e gli angeli, poche o molte genuflessioni, la Comunione in bocca o in mano, la lingua latina o italiana, ecc.. sono accidenti esterni che non intaccano la sostanza.

Così, per quanto riguarda la Santa Messa come tale, la sua essenza o sostanza fu istituita una volta per tutte da Cristo, per cui la Chiesa non ha nessun potere di mutarla, ma la conserva immutata nei secoli con l’assistenza dello Spirito Santo.

Sarebbe eretico pensare che la Chiesa possa mutare la sostanza di un sacramento. Essa può mutare invece certi accidenti. Infatti, per quanto riguarda il cerimoniale o il rituale, esso può essere modificato ad arbitrio della Chiesa, secondo le necessità o le opportunità. Qui la Chiesa può emanare leggi o diposizioni anche discutibili e rivedibili. Si può inventare il nuovo o tornare all’antico. Un conto è quindi la dottrina dei sacramenti in sé e di per sé immutabile; e un conto è la pastorale dei sacramenti, in sé di per sé mutevole.

Così il vetus ordo e il novus ordo missae, in quanto modalità contingenti di celebrare la Santa Messa, la lasciano intatta la sostanza di fede e toccano solo l’aspetto accidentale e mutabile.

Il Concilio Vaticano II ha stabilito il novus ordo missae. Domani un altro Concilio  potrà cambiare ancora questi aspetti accidentali e non sostanziali. L’esistenza del novus ordo non proibisce in dovute circostanze l’uso del vetus ordo missae. Si tratta sempre della Messa. Chi può, è libero di scegliere. L’importante è che la Messa sia valida, lecita e celebrata dignitosamente, nel ripetto delle regole e del rispettivo rito. Sarebbe dunque un errore credere che la sostanza della Messa sia conservata solo nel vetus ordo o che viceversa il vetus ordo missae sia da proibire.

L’importante è che tutti ci sentiamo una cosa sola attorno al mysterium fidei, sia che preferiamo il novus ordo, sia che preferiamo il vetus ordo missae.  

Giovanni Cavalcoli, OP

Varazze, 27 marzo 2015

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25 thoughts on “Sui cosiddetti “cattolici tradizionali” e sulla “messa tradizionale” [con nota postuma inserita il 27.03.2015]

  1. Rev. Padre, la mia innata timidezza mi impedisce anche per scritto e a distanza dietro un computer di esternare certi sentimenti, non posso però non offrire a lei e al Padre Ariel la mia viva riconoscenza, e un giorno spero di poterle dire a voce quanto bene avete fatto a me e a mio marito con i vostri scritti.
    So che in questo momento è nel bel convento domenicano di Varazze. Anche io mi trovo in Ligura e non molto distante da lei, penso proprio che piglierò coraggio e una domenica verremo assieme con mio marito a salutarla, e se avrà tempo per raccontarle perchè ci avete fatto tanto bene.
    Le anticipo gli auguri pasquali.

    1. Io invece abito in Puglia e giungere in quella località mi è più difficile, però, sono sicura che ringrazierete, quuesto buon padre, anche per me, per tutti i chiarimenti che mi ha dato, e che nessuno, mi aveva dato, pure se frequento preti …

  2. Padre Cavalcoli, voglio tanto ringraziarla per avermi chiarito, con parole così chiare e incisive, l’idea, il concetto di tradizione. Credo di avere fede, e di essere un buon cattolico praticante, ma nessuno mi aveva spiegato, quello che mi ha spiegato lei, eppure frequento le chiese, ascolto le prediche,vado anche alle catechesi … grazie!!

    1. Grazie di chè? uno che dice che la S Messa Novus Ordo è ancora La S Messa Tradizionale come il Vetus Ordo vuol dire che non ha capito nulla del concetto di Tradizione e lei, sig Luca,, continua a rimanere nell’ignoranza del concetto di Tradizione pensando che il Cavalcoli glielo abbia spiegato. Quando i vari Cavalcoli. Ariel ecc cominciano a fare distinzioni tra Sostanza e accidenti, dottrina e pastorale e si illudono e fanno illudere la gente che la Tradizione cambi in base alle epoche storiche facendola apparire come una “creazione” umana e non la Parola immutabile di Dio che è al di sopra di ogni tempo perchè sovrannaturale i malcapitati, come lei, che credono che ciò esposto dai succitati sia Verità e che li ringraziano pure sono vittime di un tremendo errore ed abbaglio.

      1. Scusi, ma se ciò che scrivono i padri non le va bene, perché seguita a stracciarsi le vesti? La rete è piena di blog dove le sue argomentazioni sarebbero applaudite, non capisco questa ostinazione da parte sua.

  3. Gent.mo Padre. Voi riuscite a spiegare cose difficili in parole comprensibili, a toccare e lasciare il segno. Non mi sono sentito mai una cima, sì,sono laureato in discipline umanistiche,pur lavorando in una banca da 20anni, però mi piace leggere … ascoltare … però a un dato punto ho cominciato a chiedermi se ero io a non capire prediche astruse o se era il prete che non sapeva predicare, se ero io che non capivo le catechesi per gli adulti o se era quel giovane teologo ye-ye chiamato dal parroco per parlare di tutto e poi del contrario di tutto, che non sapeva catechizzare. Dissi una volta al parroco: “invita il padre Cavalcoli e il padre Levi di Gualdo a farci una conferenza” (perchè nel circolo degli adulti A.C. della mia parrocchia vi leggono in diversi). Lui mi rispose ” … ma sai, sono due un po’ troppo conservatori”. “Caspita!” risposi: “hanno mollato sberloni ai tradizionalisti come riso all’uscita degli sposi dalla chiesa, alla faccia dei … troppo conservatori!!”. E giorni dopo lessi un suo articolo dove spiegava che ogni cattolico è, in quanto cattolico, un tradizionalista, se per tradizionalismo si intende difesa del patrimonio di fede della tradizione cattolica.
    grazie! Buon lavoro e buona Pasqua.

    1. Il Signor Alberto T.

      commentando il mio articolo sul cattolico tradizionale, mi attribuisce la seguente tesi: “ogni cattolico è, in quanto cattolico, un tradizionalista, se per tradizionalismo si intende difesa del patrimonio di fede della tradizione cattolica“.
      Ora, io non ho detto questo, ma ho detto che il cattolico in quanto tale è tradizionale. Il che è un’altra cosa. Infatti, l’essere tradizionale entra nell’essenza stessa dell’essere cattolico, per cui il cattolico che non è tradizionale non è vero cattolico.
      Invece, un cattolico può essere benissimo cattolico, anche se non è tradizionalista. Infatti, l’esser tradizionalista è una scelta facoltativa, la cui alternativa è l’essere progressista.
      Da notare poi che il sano progressismo nulla ha a che vedere col modernismo, col quale a volte viene confuso, dato che mentre questo è un’eresia, il progressismo non è altro nella Chiesa che la tendenza di coloro che concentrano in special modo l’interesse attorno a ciò che fa avanzare la Chiesa verso il regno di Dio in un sano e critico recupero della modernità.
      In che senso e perchè l’esser tradizionale entra nell’essenza dell’essere cattolico? In quanto l’esser cattolico trae origine e fondamento dalla Sacra Tradizione insieme con la Scrittura nell’interpretazione del Magistero della Chiesa.
      La difesa del patrimonio di fede della tradizione cattolica non è il tradizionalismo, ma l’esser tradizionale, perchè tale dfesa è dovere del cattolico come tale, senza la quale il cattolico non è cattolico.
      Il tradizionalismo, invece, consiste in uno speciale interesse per la tradizione, non necessario all’essere cattolico come tale, ma lasciato alla libera scelta di ognuno.
      Per esempio, il teologo domenicano Servo di Dio Tomas Tyn si faceva un vanto del suo dichiarato tradizionalismo. Invece un altro grande maestro, il Maritain, elogiato e raccomandato dal Beato Paolo VI e da S.Giovanni Paolo II, era di tendenza progressista, senza che ciò intaccasse minimamente il suo essere cattolico, cioè tradizionale.
      Di fatto c’è chi intende il termine “tradizionalista” in un senso negativo, come falso sostenitore della Tradizione e in tal senso lo ha usato Papa Francesco nel suo discorso al termine del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia.
      Per questo, il termine va usato con cautela, spiegando il senso nel quale lo usiamo, per non essere fraintesi. Oppure occorre guardare il contesto. Il Papa, per esempio, non ha spiegato in che senso lo usava, ma si è capito benissimo guardando il contesto del discorso.
      Tradizionalismo e progressismo sono due modalità dell’essere cattolico normali e necessarie alla vita della Chiesa, la quale, come tutti gli organismi viventi, soprattutto spirituali, ha bisogno di un fattore di conservazione, quindi tradizionale, e di un fattore di avanzamento e di progresso.
      L’importante è che gli uni e gli altri stiano tutti nell’alveo dell’ortodossia e dell’obbedienza al Magistero della Chiesa.
      Mentre le idee di queste due correnti sono spesso opinabili, incerte, parziali e mutevoli e possono essere sbagliate, l’essere tradizionale, in quanto concerne la Tradizione, tocca i fondamenti essenziali, dogmatici, universali ed immutabili dell’essere e vivere cattolico; per cui devono essere per tutti, sotto la guida di Pietro, indiscusso patrimonio comune della fede.
      La distinzione fra il tradizionale e il tradizionalismo si fonda rispettivamente sulla distinzione nel cattolicesimo fra valori universali di ragione e di fede da una parte e, dall’altra, le scelte particolari e facoltative, o le varie correnti e tendenze, come possono essere il tradizionalismo e il progressismo.
      Occorre fare attenzione a non relativizzare il tradizionale, che è essenziale al cattolicesimo e a non assolutizzare il particolare, dove troviamo il tradizionalismo.
      Occorre evitare i due eccessi contrari: il falso tradizionale,che è il lefevrismo, e il falso progressismo, che è il modernismo.
      Occorre realizzare quella imparzialità che aderisce all’universale, senza per questo rinunciare a fare le proprie libere scelte, evitando la faziosità di ridurre il tradizionale a tradizionalismo e il progresso a modernismo.

  4. Ecco la “mitica frase” che i “buoni Modernisti” alla Cavalcoli o alla Ariel non fanno mai mancare nelle loro “vuote discettazioni” sulla Tradizione. ” Forse che Gesù Cristo ha celebrato l’Eucaristia secondo il … vetus ordo?”. Anche Ariel mi aveva risposto così per giustificare i cambiamenti nella S Messa ed in generale nei cambiamenti nella Tradizione. Frase totalmente assurda e pure offensiva nei riguardi di Nostro Signore perchè i suddetti “articolisti” dovrebbero sapere che Gesù ha sostanzialmente “istituito” il Vetus Ordo nell’intervallo di tempo tra la sua Resurrezione e l’Ascensione al Cielo spiegando agli Apostoli tutti gli aspetti (nei minimi particolari) della Celebrazione Eucaristica e di tutti questi aspetti non vi era niente di “accidentale” come dicono ancora i due rinnovando così un’altro insulto nei confronti di Nostro Signore.

    1. i suddetti “articolisti” dovrebbero sapere che Gesù ha sostanzialmente “istituito” il Vetus Ordo nell’intervallo di tempo tra la sua Resurrezione e l’Ascensione al Cielo spiegando agli Apostoli tutti gli aspetti (nei minimi particolari) della Celebrazione Eucaristica

      Caro Bazzorini.

      La redazione dell’Isola di Patmos, se lei è d’accordo, vorrebbe creare una apposita rubrica, intitolata, per esempio “La bazzorrinata settimanale“.
      Lei dovrebbe solo garantirci, una volta alla settimana, un commento esilarante come questo che ci ha mandato. Ovviamente la sospenderemo nei tempi penitenziali forti dell’anno liturgico, ma la manteremo aperta tutto il resto dell’anno per offrire tra tanti argomenti seri dei momenti di umorismo ai nostri lettori.
      Perché lei, Bazzorini, è veramente una figura mitica e come tale va valorizzata, ne è convinta persino Ipazia, la gatta romana filosofa.
      Ci capisca se le diciamo che non capita tutti i giorni uno che offre immagini di questo genere, perché l’immagine che in concreto lei ha offerto è la seguente; e creda se le diciamo che ci ha fatti ridere tutti quanti con le lacrime agli occhi:

      1. Nostro Signore Gesù Cristo, che per inciso parlava in aramaico, tra la risurrezione e l’ascensione ha insegnato agli apostoli a celebrare la cosiddetta “messa di sempre” col Messale di San Pio V redatto in un latino il cui impianto è quello del XIII/XIV secolo.

      2. Tra la risurrezione e l’Ascensione, la Beata Vergine Maria assieme alle altre due marie hanno messo in piedi una sartoria ed hanno fabbricato paramenti del XVI/ XVII secolo.

      3. Una volta asceso il Signore al cielo, Pietro, che aveva appreso nel mentre dal Divino Maestro la corretta ars celebrandi della cosiddetta “messa di sempre“, è entrato in processione in una cattedrale barocca della Giudea e sull’altare a muro con le spalle rivolte al popolo ha celebrato un solenne pontificale col servizio di diaconi e suddiaconi in dalmatica, accoliti, lettori, ostiari, oltre ai presbiteri assistenti che indossavano piviali disegnati da Maria di Cleofa e Maria di Magdala, divenute nel mentre due celebri stiliste di abiti liturgici; mentre la Beata Vergine Maria, che stava seduta sotto il presbiterio fuori dalla balaustra, con modesta vanteria diceva a tutte le amiche: “Si però, il pezzo forte, le chiroteche con i ricami in argento e oro, quelle a Pietro gliel’ho fatte io!”.

      Bazzorini, lei riesce ad immaginarsi davvero Nostro Signore Gesù Cristo che ad una testa dura tal era quel pescatore galileo di Pietro, gli insegna ad inchinarsi ed a recitare in un latino del XVI secolo: “Introibo ad altare Dei …”?. O per caso lei riesce ad immaginare quell’uomo rude e poco colto di Pietro, che canta un prefazio in metro gregoriano?

      Tutta la redazione, inclusa la Gatta filosofa, la ringrazia veramente e dal profondo del cuore, perché lei ci sta regalando dei momenti veramente indimenticabili.

      E che per tutto questo possa il Signore renderle merito.

      1. Signori, giuro che, mentre ridevo di brutto, mi è venuta la stessa idea leggendo questo Giangi. Lo ringrazio per questo.
        Ottima idea questa della rubrica, Redazione, anche se temo avrebbe vita breve.
        Le cartuccie a salve di questi figuri sono pochissime, sempre uguali, sempre erronee.
        E Giangi ce le ha appena regalate tutte in due commenti… sigh, peccato.

    1. Caro Bazzorini.

      Non volevamo fare gli spiritosi, ma solo complimentarci con lei, veramente!
      Adesso che però è passato a discorsi veramente molto seri, non possiamo che chinare il capo e darle ragione, anche perché lei cita fonti inoppugnabili, per esempio:

      «Eusebio riferisce che sant’Elena edificò sul monte degli Olivi una piccola chiesa in una specie di caverna, dove, secondo un’antica tradizione, «discipuli et apostoli, [..] arcanis mysteriis initiati fuerunt».

      Ora, visto che Sant’Elena è colei che nel 326, a tre secoli di distanza dagli avvenimenti, assistette personalmente al ritrovamento della santa croce del Signore e di quella dei due ladroni, in un luogo nel quale erano stati crocifissi centinaia di condannati, lei capisce bene che bisogna prendere ciò che lei afferma, chinare il capo e, questa volta, ringraziarla con auntetica e profonda serietà.

      Le rinnoviamo la proposta: vuole una rubrica settimanale?

      1. cari padri, cara redazione, avete avuto un’idea eccezionale, come sempre, proponendo al sig. Bazzorini una rubrica settimanale, sinceramente io spero che accetti, perché, come dite voi, questo signore è veramente straordinario. Anche voi, però, con le vostre risposte, avete fatto ridere me “con le lacrime agli occhi”. Quando sono giunto a leggere della Madonna che aveva ricamato, lei personalmente, le chiroteche a Pietro, dalla stanza vicina sono corse nell’ufficio parrocchiale le catechiste, avendomi sentito ridere ad alta voce, a domandarmi che cosa fosse successo, e quando ho fatto leggere sullo schermo del computer tutto quanto anche a loro, pure loro sono morte dalle risate. Anche in questo, penso, sta la grandezza dell’Isola di Patmos, dove trattate argomenti molto seri, ma dove non vi tirate indietro, quando c’è da fare (o da offrire ai lettori) una sonora risata.

        1. Purtroppo avrei voluto avere una rubrica nella quale trattare argomenti con leggerezza ma in modo serio nell’Isola di Patmos, tuttavia con profonda tristezza e rammarico, mi rendo conto che rispetto al Bazzorini sono uno gnomo perché come sa il padre Ariel avrei tutta la consapevolezza di riuscire a far ridere i lettori. La cosa straordinaria del Bazzorini è però riuscire ad essere un comico eccezionale senza però saperlo, pertanto lo invito a spegnere tutta la sua permalosità lefebvriana e pensare seriamente all’offerta dei padri dell’Isola di Patmos.
          Potrei far conoscere a Bazzorini un suo gemello il quale sosteneva che San Pietro celebrava con i diaconi ed i suddiaconi e che i romani stavano fuori dalle sinagoghe della Giudea, essendo ancora impuri, mentre il maturgheman traduceva a loro in latino i testi in aramaico che venivano usati per le liturgie sinagogali.
          Ecco, penso che se questi due soggetti si incotrassero, come dice la canzone “bomba o non bomba” di De Gregori: “a Roncobilaccio vi fu l’apoteosi …”
          Bazzorini, grazie di esistere!

  5. Condivido l’articolo di padre Cavalcoli.
    A suo sostegno intervengo richiamando le parole del Concilio di Trento:

    “Il concilio dichiara, inoltre, che la chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e mutare nella distribuzione dei sacramenti, salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse di maggiore utilità per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle circostanze, dei tempi e dei luoghi”
    (SESSIONE XXI del 16 giugno 1562, capitolo II).

    Padre Cavalcoli ripete a braccio anche le paroIe del Papa Pio XII, che ripete pari pari le parole del Concilio di Trento:

    “La Gerarchia Ecclesiastica ha sempre usato di questo suo diritto in materia liturgica allestendo e ordinando il culto divino e arricchendolo di sempre nuovo splendore e decoro a gloria di Dio e per il vantaggio dei fedeli. Non dubitò, inoltre – salva la sostanza del Sacrificio Eucaristico e dei Sacramenti – mutare ciò che non riteneva adatto, aggiungere ciò che meglio sembrava contribuire all’onore di Gesù Cristo e della Trinità augusta alla istruzione e a stimolo salutare del popolo cristiano. La sacra Liturgia, difatti, consta di elementi umani e di elementi divini: questi, essendo stati istituiti dal Divin Redentore, non possono, evidentemente, esser mutati dagli uomini; quelli, invece, possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime”.

    Le stesse parole sono ripetute dal Concilio Vaticano II (Sacrosanctum Concilium 27).

    Nel discorso di padre Cavalcoli tutto torna.

  6. Caro Bazzorini,

    Lei ci ha fatto giungere una dichiarazione sulla Santa Messa con la quale afferma che “Gesù ha sostanzialmente “istituito” il Vetus Ordo nell’intervallo di tempo tra la sua Resurrezione e l’Ascensione al Cielo spiegando agli Apostoli tutti gli aspetti (nei minimi particolari) della Celebrazione Eucaristica e di tutti questi aspetti non vi era niente di “accidentale” .

    Le rispondo nello specifico dicendo che è possibile che il Signore risorto, nei quaranta giorni che seguirono la Risurrezione prima dell’Ascensione, giorni durante i quali Egli dette istruzioni ulteriori agli Apostoli circa il Regno di Dio, abbia trattato della Santa Messa. Ma nè la Scrittura, nè la Tradizione, nè il Magistero della Chiesa precisano che cosa esattamente Cristo avrebbe detto. Per questo, la sua affermazione secondo la quale il divino Maestro “ha sostanzialmente istituito il Vetus Ordo … spiegando agli Apostoli tutti gli aspetti, e nei minimi particolari, della Celebrazione Eucaristica, quindi che di tutti questi aspetti non vi era niente di accidentale“, è una affermazione errata.

    Quello che la Chiesa sa ci circa l’istituzione della Santa Messa da parte di Nostro Signore, nonchè circa l’essenza o sostanza stessa della Messa, lo sa dagli insegnamenti dogmatici del Concilio di Trento (Denz. 1739-1742), dove risulta che il Signore istituì il divino Sacrificio il Giovedì Santo e non dopo la Risurrezione.

    Il vetus ordo, pertanto, non è così legato alla sostanza della Messa, quasi ne fosse un elemento sostanziale e necessario, e quindi da essa inscindibile, così che l’assenza del vetus ordo muterebbe la sostanza della Messa e la renderbbe invalida,come erroneamte credeva Mons. Lefebvre.

    Quando San Pio V istituì quello che oggi chiamiamo vetus ordo, esso allora era nuovo rispetto a quelli precedenti, che furono aboliti, pertanto non è che la Messa sia nata allora, esisteva già. Il che vuol dire che la Messa non è necessariamente, solamente e sostanzialmente legata al rito di San Pio V, ma può essere celebrata anche in altri modi o in altri riti approvati dalla Chiesa.

    Le modalità liturgiche o cerimoniali accidentali e passeggere della foma e della celebrazione della Messa (vetus o novus ordo che sia) non sono state stabilite da Cristo.

    A meno che non sosteniamo che la Messa dovrebbe essere celebrata negli stessi modi in cui fu celebrata l’ultima Cena: attorno a una mensa, ciascuno col suo bicchiere, probabilmente seduti per terra, spezzando e dividendosi l’un l’altro una grossa pagnotta, ecc., cosa che la Chiesa non ha mai pensato di fare e che comunque ben poco ha a che vedere con le modalità del rito di San Pio V, sapendo essa cogliere sin dall’inizio che cosa nella Messa è sostanziale ed immutabile e che cosa è legato alle diverse mutevoli circostanze, ossia gli elementi accidentali.

    Per questo, sin dagli inizi la Chiesa stabilì particolari modi di celebrare la Messa – l’ordo Missae -, il quale, a discrezione della Chiesa, cominciò a variare nel tempo, senza che ciò intaccasse la sostanza della Messa, cosa che la Chiesa non potrà mai fare, così come essa non può mutare ciò che ha voluto Nostro Signore un volta per sempre.
    Ma lo stabilire o determinare l’ordo Missae Gesù lo ha lasciato alla prudenza pastorale e liturgica della Chiesa, da conservare, mutare, rinnovare o abolire secondo il suo giudizio.

    Quindi in ciò stesso che Gesù fece nell’ultima Cena vi furono elementi accidentali, oggi scomparsi, per nulla necessari alla validità o alla sostanza della Messa.

    Attaccarsi al contingente come fosse essenziale è stato l’errore di Lefebvre, il quale ha creduto che il novus ordo fosse una Messa falsa.

  7. Dire che Gesù ha spiegato agli apostoli nei minimi particolari la Messa vetus ordo equivale a quanto dicono i testimoni di Geova, secondo cui Abele sarebbe stato il primo testimone (no comment): siamo di fronte ad affermazioni antistoriche. La più antica testimonianza sui particolari della Messa risale a quanto racconta il padre apologista san Giustino, morto martirizzato nel 150, nell’opera Apologia I, al capitolo 67, che si può leggere al link http://www.monasterovirtuale.it/la-patristica/s.-giustino-apologia-prima/dal-par.-lx.html. Lì c’è tutto: la comunità che si raduna nel giorno del Signore e che partecipa alla Messa, il presbitero e il diacono, la liturgia della parola (AT e NT), l’omelia, la preghiera dei fedeli, l’offertorio, la consacrazione e la preghiera eucaristica, la comunione, la raccolta delle offerte. Questa impostazione, a cui si aggiungono diverse cose della tradizione medievale, è quella del novus ordo.

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