La trasfigurazione. il memoriale dell’incarnazione, passione, morte, risurrezione e ascensione di Cristo Signore, non si dovrebbe celebrare con danze assiro-babilonesi attorno all’altare ridotto a totem

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

LA TRASFIGURAZIONE. IL MEMORIALE DELL’INCARNAZIONE, PASSIONE, MORTE, RISURREZIONE E ASCENSIONE DI CRISTO SIGNORE, NON SI DOVREBBE CELEBRARE CON DANZE ASSIRO-BABILONESI ATTORNO ALL’ALTARE RIDOTTO A TOTEM 

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Spesso, in nome delle proprie  esotiche e arbitrarie “tradizioni” che celano solamente gli smodati personalismi egocentrici di certi loro fondatori, i nostri movimenti laicali rischiano di smarrire la cattolica tradizione della Chiesa universale; e certe insidie si capiscono proprio dal loro modo di pregare. Non è infatti raro che al centro di certe azioni liturgiche finisca con l’essere posto l’uomo e non Cristo. Così, la centralità, non è più data dall’Eucarista, ma da tutto ciò che attorno ad essa è stato messo in circolo: dalle cosiddette “risonanze” — che non di rado sono veri e propri sproloqui emotivi infarciti di errori dottrinari e teologici — sino alla danze assiro-babilonesi eseguite attorno all’altare mutato in una specie di totem.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Laudetur Jesus Christus !

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Danze assiro-babilonesi attorno al totem [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

In questa IIª Domenica di Quaresima il Santo Vangelo narra la trasfigurazione di Cristo Signore [cf. Lc 9, 28-36, testo della Liturgia della Parola, QUI]. Dopo il brano delle tentazioni dove Gesù vero Dio e vero uomo vince la presenza di Satana [cf. QUI], il Signore sale di nuovo sul monte. Assieme a Lui ci sono Pietro, Giacomo e Giovanni, le colonne della prima Chiesa. Sul monte Gesù si trasfigura, cambia d’aspetto. Il suo volto brilla come il sole e la sua veste diviene candida come luce. Il Beato Evangelista Luca, a differenza del Beato Evangelista Matteo, narra che Cristo Signore stava pregando [cf. Lc 9, 29].

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È proprio nella preghiera che ci scopriamo diversi, se veramente preghiamo Dio. Se invece preghiamo noi stessi e pregando adoriamo le nostre tradizioni religiose o laicali fatte passare per Dio, confuse con Dio o peggio messe spesso al di sopra di Dio, questa è altra faccenda. A dire il vero è anche una faccenda alquanto pericolosa, presente e insidiosa da sempre negli ambiti della vita religiosa e nei movimenti laicali che sovente hanno preso vita proprio sulle macerie della vita religiosa. Spesso, in nome delle proprie esotiche e arbitrarie “tradizioni” che celano smodati personalismi egocentrici di certi fondatori, i nostri movimenti laicali rischiano di smarrire la cattolica tradizione della Chiesa universale; e certe insidie si capiscono proprio dal loro modo di pregare. Non è infatti raro che al centro di certe azioni liturgiche finisca con l’essere posto l’uomo e non Cristo. Così, la centralità, non è più data dall’Eucarista, ma da tutto ciò che attorno ad essa è stato messo in circolo: dalle cosiddette “risonanze” — che non di rado sono sproloqui emotivi infarciti di errori dottrinari e teologici — sino alla danze assiro-babilonesi eseguite attorno all’altare mutato in una specie di totem.

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Il problema è che oggi un numero elevatissimo di fedeli non sa più che cos’è la Santa Messa, motivo per il quale sono stati inseriti in essa cosiddetti vezzi e malvezzi meglio noti come abusi liturgici, che mirano proprio a supplire questa carenza di conoscenza, affinché tutto cada ed anneghi nell’emotivo soggettivo o di gruppo. Tentiamo allora di dirlo con poche brevi e precise parole: la Santa Messa è sacrificio di grazia è sta al centro del mistero della redenzione. Nella Prima Preghiera Eucaristica, o Canone Romano — quella che in molte chiese è caduta ormai in disuso, sostituita dall’uso quasi unico della più breve delle Preghiere Eucaristiche, la Seconda —, dopo che il Popolo di Dio ha acclamato «Mistero della fede», il sacerdote, che non è semplicemente “il presidente” ma un alter Christus il quale agisce come tale in Persona Christi, seguita recitando:

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«Unde et mémores, Dómine, nos servi tui, sed et plebs tua sancta, eiúsdem Christi Fílii tui Dómini nostri tam béatæ Passiónis, nec non et ab ínferis Resurrectiónis, sed et in coelos gloriósæ Ascensiónis: offérimus præcláræ maiestáti tuæ, de tuis donis, ac datis, hóstiam puram, hóstiam sanctam, hóstiam immaculátam, Panem sanctum vitæ ætérnæ et Cálicem salútis perpétuæ».

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[In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore; e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna e calice dell’eterna salvezza].

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Già da queste brevi parole si dovrebbe comprendere che nella celebrazione di tutte le azioni sacramentali, che sono una azione trinitaria compiuta nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, noi realizziamo il nostro incontro col Cristo risorto. Nel Sacrificio Eucaristico Cristo Signore si rende presente — attraverso la Santissima Eucaristia — con la sua vita intera: dalla sua incarnazione nel ventre della Beata Vergine Maria sino alla discesa dello Spirito Santo — il Consolatore — inviato dal Padre e dal Figlio nel cenacolo degli Apostoli a Pentecoste.

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Con la risurrezione, la passione e morte di Cristo è tutt’altro che cancellata, n’è prova il fatto che il Risorto si è mostrato agli Apostoli con il suo corpo glorioso nel quale erano sempre impressi i segni della passione. E il corpo glorioso di Cristo, seguita tutt’oggi a portare impressi su di sé i segni della passione.

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Quando il celebrante recita «… questo sacrificio vivo e santo», indica con quelle parole l’azione redentrice della passione e morte di Cristo Signore. Verrebbe pertanto da domandarsi: a qualcuno risulta che sul Calvario, sotto la croce, la Beata Vergine Maria, assieme a Maddalena ed al giovane Apostolo Giovanni, danzassero in circolo gioiosamente abbracciati in un appassionato girotondo attorno alla “croce totem“? Fede e tradizione ci tramandano tutt’altro, per esempio:

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Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius.

[La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
sulla quale pendeva il Figlio]

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O risulta invece che

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Danzava la madre giocosa

sotto la croce gioiosa

sulla quale pendeva il Figlio?

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Quando si prega veramente, anche in totale solitudine ed isolamento, si prega sempre in comunione di fede e di amore con tutta la Chiesa universale; non in comunione con un particolare gruppo o con i suoi stili personalistici di preghiera. E quando veramente si prega, in solitudine o con i fratelli, dopo un po’ di tempo si ha questa esatta sensazione: si cambia d’aspetto, si è meno rigidi, il pensiero vola verso un reale infinito e si sperimenta una sensazione oserei dire mistica. L’esperienza e la dimensione della preghiera parte necessariamente — e così deve essere — da una dimensione fisica attraverso la quale saremo condotti in una dimensione di esperienza tutta quanta metafisica.

                                                                             

Questo il frangente nel quale Cristo Signore dialoga con Mosè ed Elia secondo la fedele cronaca di questo Santo Vangelo. Mosè rappresenta la Legge del Sinai, i dieci comandamenti, la Torah ebraica. Elia, il profeta asceso al cielo in un carro di fuoco di cui gli ebrei attendono da un momento all’altro il ritorno. La legge e i profeti, l’antica e prima alleanza dialogano in comunione con Gesù, il Verbo di Dio che si è incarnato non per abolire la legge degli antichi profeti, ma per portarla a pieno compimento [cf. Mt 5, 17-19], ed il pieno compimento è lui: il Verbo fatto carne [cf. Gv 1, 14]. 

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Tenera oltre modo la figura di Pietro, mediterraneo e focoso come sempre, che vorrebbe fermare questo momento mettendolo in cornice in una bella foto. Vorrebbe che la vita si fermasse lì al Tabor, senza andare al Calvario.  

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La nube avvolge infine i tre discepoli che entrano al suo interno. Una nube che rappresenta Dio che avvolge l’uomo ogni volta che l’uomo decide di lasciarsi avvolgere. E dopo questo avvolgimento si ode la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo» [cf. Mc 9, 7].

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Il Padre proclama ai discepoli Gesù suo Figlio diletto, che tutti noi siamo chiamati ad ascoltare, riconoscendo adoranti in lui la parola del Verbo Incarnato.

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Davanti a queste parole i discepoli si prostrano con la faccia a terra e hanno timore. Il Vangelo non dice che hanno paura, ma che hanno timore. Quel santo timore di Dio di cui avremmo molto bisogno oggi. Un santo timore che è dono ineffabile dello Spirito Santo di Dio, che non vuole la nostra paura, ma il nostro libero e adorante rispetto. Come infatti scrisse l’equipollente e quasi coevo Tommaso d’Aquino degli ebrei, Moshe ben Maimon, meglio conosciuto come Maimonide: «il timore di Dio è il principio di ogni sapienza».                                 .                                             

Gesù, fa risvegliare infine i discepoli caduti per sacro timore con la faccia a terra; e li fa rialzare usando precise parole: «Alzatevi e non temete» [Mt 17, 7]. E vengono invitati a rimanere in silenzio.                  

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Solo dopo la Pasqua potranno comprendere ciò che è avvenuto. Gesù ha rivelato nella trasfigurazione la sua gloria futura, che però avverrà solo dopo la morte in croce. Non vi sarà solo il monte Tabor, quello della trasfigurazione, i discepoli dovranno scoprire un altro monte molto più amaro: il monte Calvario. Tra questi due monti ve n’è un altro ancora nell’esperienza di vita dell’uomo Gesù: il monte sul quale in precedenza s’è ritirato per quaranta giorni e dove viene tentato dal Demonio. Monte, quest’ultimo, che raffigura la tremenda realtà del mistero del male, che ci segue sin dagli inizi dei tempi.                                                              

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La vita è sofferenza e gioia che si sfidano in un duello perenne in questa nostra storia. Una vita che è costellata di momenti meravigliosi e di momenti molto tristi, a volte intersecati insieme. Ma proprio quando sembra che tutto svanisca, il Signore arriva a salvarci, a sostenerci. Quando viceversa tutto appare positivo, quando è la vita a vivere noi anziché noi a vivere la vita, a volte succede quell’evento negativo che  non aspettavamo.

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La vita è in fondo questa: una Pasqua continua attraverso la quale Gesù, risorgendo, restituisce speranza nuova a ciascuno di noi, invitandoci a salire il monte e non a temere Dio, ma a nutrire libero e amorevole timore verso il mistero d’amore di Dio, che si realizza attraverso l’incarnazione, la vita, la passione, la morte, la risurrezione e l’ascensione al cielo di Cristo Signore, il cui corpo glorioso vive tutt’oggi portando impressi i segni della passione. Ecco perché, la Santa Messa, è sacrificio; è il sacrificio incruento della croce che si rinnova, non un banchetto gioioso, una mensa tra allegri commensali, più o meno danzanti, più o meno tamburellanti secondo le stramberie dettate da un bohémienne spagnolo rimasto illeso da decenni di impunità…

 

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Dall’Isola di Patmos, 17 marzo 2019

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E disponibile il Libro delle Sante Messe per i defunti de L’Isola di Patmos [vedere QUI]

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5 thoughts on “La trasfigurazione. il memoriale dell’incarnazione, passione, morte, risurrezione e ascensione di Cristo Signore, non si dovrebbe celebrare con danze assiro-babilonesi attorno all’altare ridotto a totem

  1. E la carenza di conoscenza non fa altro che alimentare una certa “frigidità”, che con la prima va d’amore e d’accordo. Uso questo termine, frigidità, per significare un’incapacità, un rifiuto, una paura di cogliere l’essenza di una cosa e di gioirne. Insomma, una perversione. Vale per il sacro, ma vale anche per il profano. Quel riempire affannoso di vanità ogni aspetto della vita, i disordini, gli eccessi, le distorsioni, le bizzarrie, le volgarità che rovinano i piaceri onesti, quelli intellettuali e quelli fisici, a ben vedere sono un modo di “buttare in vacca” ciò che di bello c’è nella vita, e di surrogare con montagne di falso la preziosità del vero, e quindi sottendono una paura riposta del bello e del vero, e indirettamente di Dio. E non basta la forza del branco a trasformarla in vera felicità e in vero piacere, che per essere tali devono essere onesti.
    (Parlo da peccatore, s’intende.)

  2. Naturalmente, per ritornare alla questione specifica affrontata nell’articolo, bisogna anche stare attenti a non cadere, per reazione, nel feticismo estetico di certo gelide e irrespirabili liturgie tradizionaliste, che forse sono anche peggio dei balletti assiri-babilonesi alla romagnola di cui sopra.

    1. Sig Zamax l’espressione “feticismo estetico di certe gelide e irrespirabili liturgie tradizionaliste” non mi sembra accettabile sia perché tali liturgie sono pienamente valide secondo le leggi della Chiesa sia perché l’elemento estetico è del tutto secondario rispetto alla ricchezza simbolica che quella liturgia rappresenta. Molti ne vedono la bellezza estetica prima della ricchezza simbolica ma è un problema loro non certamente della liturgia in sé.
      Tuttavia, accostarle alle danze assiro-babilonesi mi sembra assurdo sia perché tali danze non sono in alcun modo permesse ma soprattutto perché mi chiedo come si stia manifestando l’ adorazione di Dio.
      Sul tema P Ariel centra il segno perchè è portato a riaffermare l’aspetto sacrificale della Messa, aspetto che secondo Giuseppe Pulcinelli di Famiglia Cristiana, dovrebbe essere ridimensionato in quanto “nei testi neotestamentari dell’istituzione dell’Eucaristia non ricorre mai il lessico tecnico cultuale-sacrificale”. Proporrei, a giovamento di tutti, P Ariel come teologo di Famiglia Cristiana 🙂

      1. Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci. Parlando di “feticismo estetico” intendevo appunto parlare di un’atmosfera “gelida e irrespirabile” che trasuda da certe liturgie: è ovvio che ciò non dipende dalle liturgie, ma dal modo in cui sono vissute in un certo ambiente di malinteso “tradizionalismo”. Ecco: quest’atmosfera può essere anche peggiore di quella che si vive nelle pagliacciate di segno opposto, a mio vedere.

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