La filosofia di Martin Heidegger e il Nazismo

— Theologica —

LA FILOSOFIA DI MARTIN HEIDEGGER E IL NAZISMO

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Nel 1933, l’anno stesso dell’ascesa al potere di Hitler, Martin Heidegger divenne rettore dell’Università di Friburgo ed assunse il ruolo di filosofo ufficiale e più autorevole del Partito Nazional Socialista, la cui tessera egli conservò senz’alcun pentimento fino al 1945, anche se già nel 1934 egli dette le dimissioni, non però per un recesso dalla dottrina nazista, ma perché a suo dire, il Nazismo, nei fatti era venuto meno alla sua essenza e per aver rinunciato al suo radicalismo «spirituale». 

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

Accingendomi a trattare questo delicato argomento filosofico-teologico per la nostra pagina di Theologica, hanno risuonato spesso nella mia mente le parole del compianto Cardinale Giacomo Biffi, che per anni fu mio Vescovo quando vivevo a Bologna e svolgevo il mio ministero presso lo Studio Teologico Domenicano:

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«Noi ci imbattiamo spesso in profeti del nulla, che non hanno niente da dire all’uomo come uomo,  ma lo dicono con grande impegno e dovizia di mezzi, annunciatori aggressivi del vuoto esistenziale,  che essi cercano di mimetizzare con lo scintillio di una razionalità puramente formale,  portatori di una cultura di morte, che tentano di imporsi come maestri di vita» [Esplorando il disegno, LDC 1994, p. 308].

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Delle parole accompagnate dal monito contenuto nel Libro della Sapienza:

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Gli empi invocano su di sé la morte con gesti e con parole; ritenendola amica,  si consumano per essa e con essa concludono alleanza, perché son degni di appartenerle [1,16].

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Nell’ampio dibattito internazionale su Martin Heidegger [1889–1976] in corso da settant’anni a questa parte non si è indagato e riflettuto finora abbastanza sul legame di questo filosofo col nazismo. Legame al quale Heidegger, da rettore dell’Università di Friburgo, dette molta importanza sul piano teoretico, parlando di un «nazionalsocialismo spirituale» ed elogiando Adolf Hitler come «guida del pensiero».

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Questo accostamento ci aiuta a capire da una parte quali sono state le radici intellettuali e gli impulsi fondamentali del nazismo, dall’altra, ci fa comprendere meglio le conseguenze pratiche della metafisica di Heidegger. In particolare, considerando quali sono le conseguenze pratiche della metafisica di Heidegger, comprenderemo perché Heidegger ha avuto ammirazione per la dottrina nazista.

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Bisognerà allora brevemente ricordare i princìpi dell’ontologia esistenziale heideggeriana, mettendoli a confronto con la dottrina e il programma nazisti, che Hitler riassume nella sua famosa opera Mein Kampf, la quale peraltro, al di là del programma storico-politico-nazionale di orientamento socialista-statalista, ha alle spalle un retroterra morale e spirituale profondi, radicati nella tradizionale fiera autocoscienza che la «nobiltà cristiana di nazione tedesca» aveva maturato ormai da secoli,  soprattutto a partire dalla formidabile spinta datale da Lutero, il quale ebbe la geniale ma diabolica idea, foriera di enorme successo tra i Tedeschi, che dura tuttora, di concepire un modo tedesco di essere cristiano ― fin qui nulla di male ―, ma da questo si sviluppò il veleno del conflitto con la Sede Apostolica Romana, nella convinzione ostinatissima di aver ritrovato o trovato l’autentico Vangelo ― in pratica una riedizione dell’eresia di Marcione ― proponendosi ed imponendosi come profeta, dottore e riformatore cristiano del popolo tedesco, che egli seppe però conquistare solo in parte, perché sempre, fino ad oggi, è rimasta una parte cattolica della popolazione che ha mantenuto, spesso tra sofferenze ed umiliazioni, la fedeltà a Roma ed alla precedente tradizione cattolica, spesso accusata ingiustamente dai protestanti di scarso spirito patriottico, mentre in realtà sono proprio i cattolici tedeschi a mantenere alto nei secoli l’onore cristiano di questa grande e nobile Nazione.

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Un’umiliazione del genere la subirono i cattolici tedeschi in occasione dell’ascesa di Hitler al potere. Infatti, mentre i cattolici, per la loro fedeltà a Roma, vennero accusati di anti-patriottismo, i protestanti educati da Hegel, sulla scorta di Lutero, spinti a considerare lo Stato come suprema manifestazione della volontà di Dio, non ebbero difficoltà a prestare al Führer un’obbedienza assoluta, la quale, come sappiamo, giunse, per molti di loro, a seguirlo in una spaventosa guerra di aggressione all’Europa, accompagnata dallo sterminio dei tedeschi di religione israelitica. Per questo si può dire con certezza che la dottrina hegeliana dello Stato è una delle basi teoriche del nazismo.

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IL NICHILISMO COME ANIMA DEL NAZISMO

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La tendenza nichilista è di antica origine manicheo-zoroastriana, ed è legata alla concezione ciclica dell’esistenza, presente nel mondo pagano, sia occidentale che orientale, per esempio in India, con l’antichissimo simbolo della svastica. Il ritorno al punto di partenza annulla tutto il moto intermedio, anche se è vero che nell’antichità, per esempio in Platone e nello Pseudo-Dionigi, il cerchio è il simbolo della perfezione dello spirito, che riflette su se stesso.

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Non si può escludere peraltro che la coincidenza del punto di arrivo col punto di partenza possa essere intesa come la corrispondenza della causa efficiente con la causa finale, il che sarebbe segno di saggezza. Ma purtroppo di fatto la svastica è stata assunta dai nazisti per significare l’eterna opposizione vita-morte, che è un principio anche della massoneria esoterica [kein Leben ohne Tod, kein Tod ohne Leben].

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Anche le antiche concezioni dualiste e gnostiche della realtà hanno un aspetto nichilistico, in quanto considerano la materia come non-essere e come male. Da questo punto di vista, Pitagora e Platone non sono esenti da una sfumatura nichilistica.

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Il nichilismo come negazione di Dio, entra nel cristianesimo con Marcione, col suo disprezzo per il Dio dell’Antico Testamento e nel corso della storia del cristianesimo ogni tanto ricompare, come per esempio con i catari del XIII secolo. Il pessimismo luterano nei confronti della ragione e del libero arbitrio ha certamente un carattere nichilistico.

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L’idealismo tedesco, che riduce l’essere al pensare e l’oggetto al soggetto, ha certamente un aspetto nichilistico, in quanto nega la realtà esterna o la dissolve nell’idea, per concludere alla fine con l’ateismo, dimenticando il fatto che è partendo dalle cose che noi sappiamo che Dio esiste. Ma se l’essere si riduce alle idee del soggetto, è chiaro che il soggetto non arriva a Dio, ma semmai si chiude nel proprio mondo, fa Dio di se stesso e resta con un pugno di mosche in mano. È la misera storia di Nietzsche.

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La cosa interessante è che la storia del nichilismo va di pari passo con l’odio per gli Ebrei, a causa della valorizzazione biblica dell’essere creato ed increato. Infatti si nota che ogni nichilista è sempre un antisemita, ed è logico, perché nessun popolo, come quello degli antichi israeliti, ha il senso della realtà, sia essa quella materiale creata, sia essa quella spirituale divina.

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Per definire il nichilismo nietzschiano-nazista collochiamolo nel quadro più ampio e opportuno del nichilismo in generale. Il nichilismo, infatti, ha molte forme. Esso, in generale, è la tendenza a negare l’essere, sia esso materiale o spirituale, mondano o divino, il proprio o l’altrui essere.

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Il nichilismo, come ogni moto pratico dello spirito, è l’applicazione pratica di una teoria. Vediamone allora innanzitutto la base teorica o gnoseologica. Essa punta su Dio e sull’azione umana. Il nichilismo teorico è la convinzione che l’essere non esiste; l’essere è nulla, non vale niente. Tutto è nulla. Esso è bene espresso dal lamento amaro e sconsolato del Qohelet: «tutto è vanità». Questo è anche il nichilismo buddista. Tuttavia, nel Qohelet, la vanità della quale parla è la vanità di questo mondo. Resta sempre affermata l’esistenza di Dio, Che dà senso al mondo da Lui creato.

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Il nichilismo nazista appare come potenza di essere, essere in espansione, essere aggressivo, e tuttavia suppone il suddetto quadro gnoseologico. Tuttavia per esso l’esistenza non ha senso. Esiste originariamente solo il nulla. Il nulla è il fondo di tutte cose. Tutto è apparenza. Tutto è soggettivo, non c’è niente di oggettivo. La metafisica è illusione. Nulla è intellegibile. Di tutto si può dubitare. Affermare e negare sono la stessa cosa. Si trova anche nei sofisti greci e negli scettici.

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Diversa forma di nichilismo è quella hegeliana, per la quale l’essere è contraddetto o annullato dal nulla. L’essere coincide col non-essere. L’essere non può stare senza il non-essere. L’essere è, ed al tempo stesso non è. Tutto diviene, tutto passa e tutto ritorna.

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Altra forma è il nichilismo leopardiano: l’essere sorge da sé dal nulla, tutte le cose vengono dal nulla e tornano al nulla. Il più viene dal meno e il più torna al meno. Tutto è assurdo, a caso, senza senso e senza ragione. Non c’è nulla per cui valga la pena di vivere. Questo è un nichilismo pessimista; invece quello nazista è ottimista. È un inno alla vita, che però finisce con la morte tragica, è un «essere-per-la-morte».

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Nichilismo teologico. Per il nazista Dio è l’espandersi dell’uomo come volontà di potenza. Dio è nel nazista non come un Tu che è presente all’io, ma come forza originaria, intima, profonda e fondamentale dell’io. Il nazista non nega semplicemente l’esistenza del Dio creatore cristiano, ma lo sopprime attivamente, lo uccide, lo annulla, come insegna Nietzsche.

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Notare la differenza dal nichilismo hegeliano. Per esso, Dio è identità di essere e non-essere. Egli è quindi nulla ed essere ad un tempo. Il mondo non è qualcosa, ma è nulla. Dio è tutto e nulla. Quindi Dio non crea, cioè non trae il mondo dal nulla. Ma il mondo appartiene all’essenza di Dio, che è essere e non essere ad un tempo, vero e falso, buono e cattivo. Dio nega se stesso così come il non-essere nega l’essere. Dio non può esistere senza il mondo. Come l’essere si identifica col non-essere, così Dio si identifica col mondo.

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Il nichilismo pratico è una forma di disprezzo o di odio nei confronti del reale, che appare odioso e cattivo. Da qui il desiderio o il tentativo di annullarlo come nemico, per sostituirlo con la propria volontà, con le proprie idee o con un mondo fittizio inventato da noi.

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L’«istinto di morte», del quale parla Freud, l’«essere-per-la-morte» [sein zum Tode] di Heidegger, l’affermarsi a scapito degli altri, lo spirito polemico o litigioso, lo spirito di contraddizione [1], la violenza, lo spirito di sopraffazione ― come la «volontà di potenza» [Wille zu Macht] di Nietzsche ― la volontà di dominio, la volontà omicida, lo spirito prometeico, la volontà di annullare Dio, sono forme di nichilismo. Il nichilismo nietzschiano e nazista ha così il carattere di un nichilismo aggressivo, per il quale l’essere è male e va distrutto. È l’odio o il disprezzo per la realtà, per l’essere e quindi per il vero e il buono. È volontà distruttiva, volontà di morte, di annullare, di annientare, di uccidere. Questa è la forma più grave, che sconfina con la pazzia, come è successo a Nietzsche, secondo le sue ben note formule: «la verità è menzogna»; «occorre trasvalutare tutti i valori».

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È chiaro che nessun nichilista crede seriamente che l’essere non esista o sia un sogno o sia contraddittorio, perché si tratta di una tale assurdità, che non è neanche pensabile. Esiste bensì la riduzione eracliteo-hegeliana dell’essere al divenire. Ed è in fondo l’idea heideggeriana dell’essere, se non fosse che essa tende al nichilismo col suo credere che l’essere «appare» dal nulla.

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Ma anche l’idea di un divenire assoluto si può esprimere a parole, ma non si può realmente pensare. L’idea giusta del divenire è solo quella di Aristotele, come passaggio dalla potenza all’atto. Ma qui siamo sempre sul piano dell’essere e non c’è alcuna contraddizione.

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LA NASCITA E LA FINE DELLA TRAGEDIA

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L’impresa nazista fu concepita e realizzata sotto il segno di una concezione tragica della vita e in particolare dell’eroe, che combatte per una causa disperata, sapendo in partenza che sarà sconfitto e ciononostante si lancia nella guerra. Essa si ispira alla concezione nietzschiana della vita e del superuomo, i cui princìpi sono già presenti nell’opera giovanile La nascita della tragedia, dotta opera di filologo e conoscitore della letteratura greca, dove già da allora appare la teoria nicciana della scaturigine della serenità apollinea, che rappresenta la razionalità, da un fondo originario tenebroso, caotico e sfrenato, il dionisiaco, che rappresenta l’autocomprensione dell’io.

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Nell’ulteriore produzione nietzschiana, con Ecce homo, appare il mito del Fato, il Destino [Geschick], che avrà molta importanza in Heidegger e nel nazismo. Nel contempo Nietzsche elabora la famosa teoria del superuomo e della volontà di potenza, da cui la prospettiva dell’uomo che da una parte è destinato alla morte, mentre dall’altra vuole sconfinatamente la propria potenza e le propria autoaffermazione, per cui, se da una parte ama il Fato [amor Fati], dall’altra sente se stesso come Fato al posto di Dio, che egli sopprime [morte di Dio] per affermare se stesso. Zarathustra in Così parlò Zarathustra è il modello del superuomo, che sale alle altezze della verità e da là scende compassionevolmente tra gli uomini ad insegnar loro a salire là da dove egli è disceso, onde prendano coscienza della loro infinita potenza, che nel contempo è corsa verso la morte, in un eterno ciclo di vita-morte e morte-vita.

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La mia tesi è che la grande tragedia dell’età moderna comincia con Lutero e finisce con Hitler. Ma oggi il virus capace di gettarci ancora in questa tragedia — la “gettatezza” [Geworfenheit o “deiezione”, come la chiama Heidegger] — è ancora vivo, ed è la teologia di Rahner, il quale, per sua esplicita dichiarazione, negli ultimi anni della sua vita, affermò che Heidegger era stato il ”suo unico maestro”.

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Nel 1933, l’anno stesso dell’ascesa al potere di Hitler, Heidegger divenne rettore dell’Università di Friburgo ed assunse il ruolo di filosofo ufficiale e più autorevole del Partito Nazional Socialista, la cui tessera egli conservò senz’alcun pentimento fino al 1945, anche se già nel 1934 egli dette le dimissioni, non però per un recesso dalla dottrina nazista, ma perché a suo dire, il Nazismo, nei fatti era venuto meno alla sua essenza e per aver rinunciato al suo radicalismo «spirituale».

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Il concetto che Heidegger si era fatto dell’ideale nazista era desunto da Nietzsche, il quale, benché facesse derivare lo spirito dal corpo, tuttavia presagiva ed auspicava una progenie di signori e di padroni emergente sulla massa dei deboli e dei pecoroni non su base biologica, come sarà poi nel nazismo razzista, ma per la forza della volontà, per la quale, come già diceva Hegel, «la volontà vuole se stessa».

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Altro ingrediente dell’ideale nazista era l’idea della missione umanizzante, liberante e salvifica del popolo tedesco, come popolo eletto da Dio tra tutti i popoli a insegnare al mondo il vero concetto di Dio e la libertà divina.

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Da qui discendeva la convinzione che alla Germania spettava, per diritto divino, il dominio su tutti i popoli: Deutschland über Alles, mediante la guerra di conquista, sul modello biblico di come Israele, per volontà divina, conquistò la terra promessa scacciando da essa o facendo prigionieri gli abitanti che vi trovava.

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Da qui nasce l’antisemitismo nazista: considerandosi quello germanico il popolo divinamente eletto, non poteva tollerare accanto a sé un altro popolo eletto, quale quello degli israeliti. L’idea razzista fu una materializzazione dell’idea della missione liberatrice-dominatrice, di carattere spirituale. In tal senso Heidegger si rifiutò di accettare tale volgarizzazione, per la quale ai suoi occhi il nazismo perdeva così la sua elevatezza spirituale.

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LUTERO E LA MISSIONE DEL POPOLO TEDESCO

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In fondo era l’idea già lanciata a suo tempo da Lutero col suo pamphlet An den christlichen Adel des deutscher Nation von des christlichen Standes Besserung [Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca sull’emendamento della società cristiana]. Grazie a Lutero il popolo tedesco si scopriva, contro la Roma falsificatrice farisaica del Vangelo e contro gli Ebrei del Dio terribile dell’Antico Testamento, il vero annunciatore del Vangelo della misericordia divina per tutti, senza opere e senza meriti, che le soldataglie tedesche luterane imporranno agli abitanti di Roma col Sacco del 1527.

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Con questa esaltazione bellicosa ed irrazionale del popolo tedesco Lutero si prendeva la rivincita, prima, contro quella Roma pagana imperiale, che nell’Antichità aveva cercato di domarlo; poi, contro quella Roma dei Papi, che lo aveva sfruttato e umiliato.

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Lutero, col suo Dio interiore, irrazionale e fatale, si poneva così, con una violenta polemica contro la Roma papale, nel solco di una precedente tradizione spirituale apparsa nel XIV secolo con Meister Eckhart, il quale, senza cadere negli eccessi antiromani di Lutero, ma tuttavia incrinando la piena comunione dottrinale con Roma [2], inaugurava un modo specificamente tedesco di far teologia, fondata sulla categoria del Gemüth, ossia come “sentimento” pre-razionale e mistico [3]. Il termine Gemüth è assai difficilmente traducibile, perché rappresenta un complesso di fattori psichici di per sé distinti tra di loro, ma che vengono espressi tutti assieme nel Gemüth. Esso potrebbe essere assimilato al termine biblico “cuore”. Comporta finezza di sguardo interiore, di  gusto e discernimento, profondità di intuito, sapienza morale, purezza di coscienza, robustezza di convinzione. Ma Lutero, rompendo con Roma, ha traviato il popolo tedesco dalla sua vera missione all’interno della civiltà e della Chiesa, missione che si era già fatta luce nei secoli precedenti coi suoi santi, come per esempio San Bonifacio, San Brunone, Santa Ildegarda, Santa Gertrude, Sant’Alberto Magno e i mistici renani. Invece Lutero ha esaltato il suo popolo in una maniera sbagliata, ha iniettato in lui il virus della superbia, il quale, nel corso dei secoli successivi, a causa di un progressivo allontanamento dalla verità e dalla fede cristiana, lo ha condotto alla follia del nazismo ed alla catastrofe della seconda guerra mondiale.

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Permane così nei secoli la convinzione dei Tedeschi di essere popolo eletto da Dio, che va di pari passo con la convinzione di possedere una propria potente e rivoluzionaria teologia, espressione del genio intuitivo e guerriero tedesco, contraria e superiore a quella razionale e moderata latina o greca, considerata debole o decadente. E questa convinzione di essere il popolo sano, forte ed eletto va di pari passo nei secoli, fino al nazismo e allo stesso Karl Rahner, con la convinzione del primato della filosofia e della teologia tedesca su tutte le altre filosofie e teologie dell’umanità.

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Così nel XV secolo appare la Teologia tedesca, auto-incensazione della Germania e della sua teologia, di ignoto autore, teologia del fondo oscuro dell’anima e dello slancio mistico ineffabile, opera della quale Lutero curò la pubblicazione. Essa, con la sua tendenza immanentistica, concorre certamente alla costituzione ed alla fama della teologia di Lutero.

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Anche la famosa tesi cusaniana della coincidentia oppositorum in Dio è stata sfruttata dagli idealisti, probabilmente male interpretando il pensiero del buon Cusano, per avallare il loro Dio assurdo della contraddizione, del sì e del no.

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I luterani tedeschi si accorsero di quanto potevano utilizzare a loro favore il cogito cartesiano sin dal suo primo sorgere, benché fosse stato inventato da un cattolico: vedi per esempio Leibniz. Infatti l’io cartesiano, al di là della sua apparente razionalità, si sposa benissimo con l’io luterano. Basta porre come oggetto interiore immediato dell’autocoscienza cartesiana la Parola di Dio, come fece Lutero, al posto dell’idea innata cartesiana, e il gioco è fatto. È vero che Lutero era sostanzialmente realista del realismo biblico. Ma il suo era un realismo interiorista, di tipo agostiniano, diffidente dell’esperienza del senso, per cui il passaggio all’idealismo non era difficile.

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Fece questo passo la gnoseologia kantiana e da allora, fino a Nietzsche ed Heidegger, il soggetto o l’io è diventato padrone dell’essere, in barba a Lutero, che pur seppe conservare il realismo biblico cattolico, presente nello stesso San Tommaso d’Aquino ed in Guglielmo di Ockham, che era stato maestro di Lutero. Infatti per l’Aquinate ed Ockham, come insegna la Bibbia, l’essere non è prodotto o espansione dell’io, ma è creato da Dio.

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Nel XVII secolo appare poi Jakob Böhme, contorto e paradossale filosofo dell’ Abgrund, dell’abisso insondabile e del Dio crudelmente misericordioso, origine del paradiso e dell’inferno, del bene del male. Böhme, visionario geniale e temerario, dalla fantasia sbrigliata, ignorantissimo di filosofia scolastica, ma tanto meglio, sarà considerato per eccellenza dai Tedeschi il philosophus teutonicus, e preparerà il sorgere dell’idealismo del XIX secolo, soprattutto con Fichte, Hegel, Hölderlin e Schleiermacher, dove il Gemüth diventa il Gehfühl, sentimento dell’Assoluto. Il Gemüth è presente anche in Kant, che parla altresì dell’abisso o “baratro della ragione” [die Abgrund des Vernunft] [4].

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Anche l’ebreo Spinoza, benché ebreo, viene cooptato dagli idealisti, soprattutto da Hegel, come «colui dal quale occorre cominciare per far filosofia». Il fatto che Spinoza fosse stato giustamente cacciato come empio dalla sinagoga dopo essere stato colpito da cherem [dall’ebraico חרם, scomunica] era per gli idealisti un titolo in più di gloria, che li confermava nel loro antisemitismo.

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Hegel e Schelling vedono in Giordano Bruno, principe dell’occultismo magico rinascimentale, un ispiratore e precursore del panteismo idealista, con particolare riferimento all’opposizione dell’essere col non-essere, che, secondo il Nolano, sarebbe una sorgente di potenza magica. Hegel trae da qui spunto per la sua dialettica e per il ”potere del negativo”. Bruno, benché non tedesco, viene adottato dagli idealisti come nuovo tassello alla “filosofia tedesca”.

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Il Gemüth riappare come sfondo della coscienza in Husserl, maestro ad un tempo di Heidegger e di Edith Stein. Paradigmatica è per la cultura tedesca e per la storia della civiltà europea e della Chiesa, la vicenda dei rapporti fra queste tre grandi figure della filosofia tedesca. Edmund Husserl e la Edith Stein, ebrei, Martin Heidegger, antisemita.

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Husserl, agli inizi della sua ricerca filosofica, fu suscitatore di grandi speranze in molti spiriti anelanti al vero sapere, delusi o insoddisfatti dallo storicismo relativista, dal meschino positivismo e dal piatto psicologismo dell’epoca. Si sentiva anche il bisogno di tornare al realismo gnoseologico, guastato dall’idealismo hegeliano. Fu così che Husserl lanciò il famoso programma: «torniamo alle cose stesse!».

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E per attuare tale programma, per il quale sarebbe bastato tornare a San Tommaso d’Aquino, come pochi anni prima Leone XIII aveva invitato a fare, Husserl concepì un piano estremamente ambizioso, ossia quello di fondare addirittura una nuova scienza, la «fenomenologia», la quale finalmente, dopo la crisi delle scienze europee, avrebbe assicurato definitivamente all’umanità il metodo, i princìpi e contenuti della «filosofia come scienza».

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All’inizio Husserl parlava di una wesenschau, un’intuizione o esperienza dell’essere come essenza oggettiva, che appare come «fenomeno», dato di fatto, manifestazione o rivelazione immediata e certa della verità universale, spirituale e logica alla coscienza.

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Fin qui Heidegger e la Stein seguirono Husserl. Ma in seguito, sia il primo che la seconda cominciarono a prendere le distanze. Heidegger, sensibile da una parte alla tematica del soggetto esistente concreto e dall’altra alla tematica dell’essere cha appare nei presocratici, avviò la sua ontologia esistenziale, mentre la Stein, dopo che Husserl, mancando alle promesse, volle rivalorizzare Cartesio e quindi abbracciò l’idealismo, scoprì il realismo tomista e lo accolse, tanto da scrivere un’opera di metafisica «Essere finito ed essere eterno» [Endliche sein und ewigen sein] con la quale metteva in luce il fatto che l’uomo, partendo dalla conoscenza delle cose, nella sua finitezza si trova davanti all’Essere eterno, ossia Dio, per cui veniva a confutare il soggettivismo autoreferenziale sia di Husserl che di Heidegger, chiusi entrambi alla realtà oggettiva dell’essere, e quindi all’incontro dell’io con Dio: Husserl, per il fatto che per lui l’essere, privo della sua indipendenza dalla coscienza, si era ridotto ad essere un semplice ”correlato” o “fenomeno” della coscienza; Heidegger, perché aveva ridotto l’essere alla finitezza e temporalità del fragile uomo peccatore e mortale.

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É interessante il confronto fra l’esito del cammino esistenziale di Heidgger e quello della Stein. Questa sarebbe morta martire ad Auschwitz nel 1942. Heidegger, invece da perfetto istrione quale era sempre stato, lo fu fino alla fine e, perché nonostante la pessima figura che aveva fatto col nazismo, si continuasse a parlare di lui, seppe ancora una volta, con incredibile abilità mistificatoria,  raccogliere attorno a sé l’attenzione sia degli atei che dei credenti sprovveduti.

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Così, dopo l’ignominiosa fine del suo venerato Führer, ebbe la vergognosa faccia tosta di presentarsi nel 1946, con la sua famosa Lettera sull’umanesimolui, il teoreta dell’ «essere-per-la-morte», come l’avvocato della dignità dell’uomo, «pastore dell’essere», rifiutando con affettato sdegno di casta vergine l’ammiccante e volgare proposta del suo degno compare Sartre, esistenzialista ateo, di associarsi al suo «esistenzialismo», perché lui, disse Heidegger, era il «filosofo dell’essere», concludendo nella famosa frase: «ora solo un dio ci può salvare», ma che in realtà non è affatto il Dio cristiano, ma il ”sacro” di Hölderlin e quindi, daccapo, il dio dei nazisti.

 

ULTERIORI  VICENDE DEL GEMÜTH

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Il Gemüth si ritrova  in Heidegger e col nazismo. Esso è certamente vicino al Gefühl di Scleiermacher ed è sotteso al Geist hegeliano. Kant, nella stessa Critica della Ragion pura,  usa questo termine; ma il traduttore italiano,  non sapendo come renderlo, ricorre al termine “spirito”.

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Il Gemüth è altresì strettamente connesso all’Erfahrung, come esperienza spirituale o interiore, in Hegel, Heidegger e Rahner: quella con una connotazione emotiva dell’atto morale; mentre questa è un atto meramente gnoseologico. Il motivo ricorrente del Gemüth è la convinzione che la ragione concettuale non sia la funzione gnoseologica primaria e profonda dell’uomo, ma che questa funzione primaria giaccia a-prioricamente, più in profondità, previamente e pre-categorialmente nello spirito o nella coscienza. Per questa somiglianza dell’io oscuro inintellegibile ed a-priorico con l’auto-coscienza cartesiana, Cartesio, sebbene cattolico, ma in realtà auto-centrico, troverà molto successo nel sorgere dell’egocentrismo idealista tedesco, fino ad arrivare all’Io assoluto di Fichte e all’io di Nietzsche, che si afferma sulle ceneri del Dio che ha ucciso.

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La teologia tedesca, nella sua tormentata storia, oscilla continuamente tra due tendenze contrarie, tra le quali non trova mai pace: quella gnostica del Dio gnostòsconoscibile, razionale, comprensibile, e concettualizzabile, che trova la sua massima espressione nel Dio-Concetto di Hegel, dove il mistero è svelato; e quella agnostica del Dio àgnoston, della misteriosofia pagana, inconoscibile, irrazionale, inintellegibile, non-concettualizzabile, mistero assoluto ed impenetrabile.

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Questo Dio si trova in Heidegger [il “sacro”] e in Rahner. Non è tanto il vero Dio, quanto piuttosto ”un” dio o “il” dio, il che lascia intendere un retroterra politeistico. È questo il dio di Hölderlin, di Heidegger e del nazismo, non privo di rimandi all’antica mitologia germanica.

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I teologi tedeschi hanno sempre fatto un’enorme fatica a comprendere e ad accogliere la nozione analogico-partecipativa dell’essere, che è la garanzia per accedere ad una nozione autentica di Dio, quale è quella biblica, che evita sia lo gnosticismo politeista che l’agnosticismo della falsa mistica. Si tratta della nozione paolina di Dio, per la quale Dio è conoscibile, ma incomprensibile; se ne può parlare con verità e per analogia, ma, al vertice dell’esperienza mistica, è meglio tacere.

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Il Tedesco sente il bisogno dell’esperienza mistica, di sentire Dio con sé, ed è un ottimo desiderio;  sa che Dio è nel profondo della coscienza, intimior intimo meo, ma manca di criterio, di umiltà e di sobrietà nell’immergersi in queste profondità abissali ed imperscrutabili, per cui si perde incautamente nell’oscurità, ma nonostante ciò pretende di profetare o vaticinare, mentre in realtà pronuncia con aria oracolare parole senza senso, che gli ingenui ascoltano avidamente e fanno oggetto di infinite discussioni ed interpretazioni, senza mai cavare un ragno dal buco.

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E’ stupefacente, ma anche disgustoso, al riguardo, l’astuzia con la quale Heidegger, dopo la disfatta di quel nazismo nel quale aveva giocato un ruolo di primo piano, senza dare alcun segno di pentimento, riuscì a rifarsi l’immagine, da molti anni svanita dietro l’esaltazione di Nietzsche, del profondo indagatore dell’essere [5], tanto da non disdegnare di parlare di Dio «salvatore dell’uomo» e dell’uomo «pastore dell’essere» e «casa dell’essere», salvo a mantenere un cordiale disprezzo per la teologia cristiana, da lui chiamata con sussiego «ontoteologia», cosa volgare e grossolana, mentre invece sì, il suo Dio era il «Dio divino». E questo sarebbe colui che Rahner ha chiamato il «suo unico e vero maestro».

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HEIDEGGER E NIETZSCHE

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Nietzsche non risparmia critiche al popolo tedesco, ma sempre sul presupposto scontato che si tratta di una «razza di signori», nella quale egli funge da guida sovrumana della nuova umanità senza Dio, il suo vate e führer filosofico, così come Hitler ne sarà il führer politico. Le ambizioni di Heidegger non saranno diverse. Heidegger si vantava di aver scoperto una volta per tutte, dopo i primi bagliori di Anassimandro, Eraclito e Parmenide, il senso o la verità dell’essere, dopo quella che da allora, prima di lui, è stata la ”storia dell’errore”, cristianesimo compreso. E in una nota scritta nel 1933, si rifà ad Hitler, che, a suo dire, «ha risvegliato una nuova realtà che mette il nostro pensiero sulla strada giusta e gli conferisce forza d’urto» [6].

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Il primo contatto con la metafisica Heidegger lo ha nel suo saggio giovanile del 1916 Die Kategorien und Bedeutungslehre des Duns Scotus, dove egli incontra l’univocità scotista dell’essere, nonché l’intuizionismo e il volontarismo del grande teologo francescano. Questi orientamenti di fondo resteranno sempre in Heidegger, anche quando egli, a contatto con la metafisica di Parmenide ed Eraclito, perderà la luce della fede cattolica, nella quale era stato educato, tanto da aver avuto il pensiero, presto abbandonato, di farsi gesuita. Subentra infatti nel suo animo la presunzione, che d’ora in avanti non lo abbandonerà più, tipica dello gnosticismo idealista, di aver raggiunto un grado di intelligenza speculativa superiore a quello assicurato dal realismo gnoseologico biblico e dalla teologia cattolica.

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L’interesse metafisico permane, ma sembrano nel contempo intervenire influssi luterani, come quello dell’ ”angoscia” [Angst], della deiezione [Geworfenheit], della preoccupazione [Sorge], della colpa [Schuld], della concentrazione sull’io come concretezza esistenziale [Dasein].

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La perdita della fede invece causa in Heidegger un’assolutizzazione della metafisica a scapito della teologia. La metafisica non conduce più a Dio, ma si ripiega su stessa e sull’uomo, sul Dasein. Resta la consapevolezza che l’essere trascende l’ente [la «differenza ontologica»]; ma questo «essere» [seyn] non è l’ ipsum Esse, non è Colui Che È [Es 3,14].

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Per Heidegger l’essere non è atto dell’ente, ma negazione dell’ente. Incontrando il pensiero di Nietzsche, egli, nella sua monumentale opera di 900 pagine su Nietzsche, elaborata nel corso di dieci anni [1930-1940] nel pieno dell’ascesa del nazismo, giunge a concepire l’essere, sulla sua scorta,  come impulso irrefrenabile, come volontà assoluta di azione bellica irrazionale.

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La verità, sulla scorta di Nietzsche, non è adeguazione all’ente già dato, ma  rivelazione o apparizione dell’ente voluto dal soggetto. La verità non è principio ma effetto della volontà. Non è vero ciò che esiste, ma ciò che io voglio che esista. La verità coincide con la libertà. Lo stesso concetto riappare in Heidegger e lo si ritrova in Rahner.

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L’essere, come già in Duns Scoto, non è analogico o diversificato, ma univoco. E’ autocomprensione. Non è gerarchico, ma orizzontale. La trascendenza non è un salire,  ma un estendersi, un uscire da sé, un’”estasi”. L’ente non si concettualizza, ma appare; si precomprende [Vorverständnis] e si sperimenta. Come già in Duns Scoto, l’essere non è connesso all’intelletto, ma al volere. Non all’astratto, ma al concreto. Non all’universale, ma all’individuo. Il vero è il bene. Da qui verrà fuori l’idea heideggeriana della verità come libertà, che riapparirà il Rahner.

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L’essere, il senso o la verità dell’essere per Heidegger, è possibilità, poter fare, tendenza, volere, agire, divenire, finitezza, presenza, tempo, evento, vita, libertà, storia. L’essere non è prima del nulla, ma emerge dal nulla. L’essere è il pensato, il vissuto, il nascosto. Anche il non-essere, il male e il falso entrano nell’essere. Il divenire è meglio dell’essere. Io sono nella totalità dell’essere [Dasein]. L’essere è l’uomo agente nel mondo.

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Cambiare, divenire, mutare è meglio che conservare. L’uomo è un essere «storico». L’essere è «evento» [Ereignis]. La volontà è sempre in movimento, senza meta fissa; stabilisce la legge e decide del bene e del male. Non la legge nella situazione; ma la situazione crea la legge. In ciò sta la libertà. «Io voglio» al posto del “tu devi”. Distruggere e creare. «libertà per il nulla nella necessità liberamente voluta di un eterno ritorno» [7]. Il pensiero è rammemorante [andenken] perché pensare è ritrovare l’originario, ciò che si è perduto. Il futuro è ritorno del passato. Non esiste un progresso, ma una circolarità.

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Quando tutto diviene, nulla diviene. Nell’etica heideggeriana, come in quella di Nietzsche, non c’è passaggio o progresso dalla morte alla vita, dal meno al più, ma un’eterna, disperante ed esperante conflittualità fra morte e vita. Come nel mito di Prometeo, il fegato del dio ricresce sempre e viene divorato dal corvo, o nella fatica di Sisifo, egli deve sempre ricominciare dopo esser giunto alla vetta.

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Amor Fati, secondo la prospettiva nicciana. E Platone: «Tutto ciò che è grande sta nella tempesta» [8]. Emergere sugli altri è meglio che servire gli altri. La violenza è il segno della forza. Il forte non solleva il debole, ma lo domina. L’odio è l’arma della vittoria. Il vincitore ha sempre ragione. Lo sconfitto ha sempre torto. Il dato di fatto coincide col giusto e col buono.

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La Germania nazista si fece la convinzione che il popolo tedesco aveva da Dio [Gott mit uns] la sacra missione di instaurare in Europa, sotto la guida del Führer, mediante l’uso della forza e una guerra-lampo di conquista [blitz Krieg], un nuovo ordine rivoluzionario politico-spirituale «millenario» [III Reich] «socialista» [«nazionalsocialista»], comportante l’eliminazione del popolo ebraico, in quanto esso era considerato massimo rappresentante della religione del Dio trascendente schiavista, dal quale aveva tratto origine il cristianesimo.

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L’antisemitismo, prima di essere odio per il popolo ebraico, è odio per il loro testo sacro, ossia l’Antico Testamento, e quindi per il Dio creatore trascendente e legislatore, che castiga il peccato ed esige riparazione mediante un sacrificio. Come avviene nell’eresia di Marcione, i Tedeschi con Lutero respinsero questo Dio per sostituirlo col Dio di Cristo. Sennonché quella concezione ostile al Dio veterotestamentario si ritorse contro il Dio cristiano falsandolo. Infatti avvenne con Lutero che, sempre nella linea di Marcione, pretendeva di esaltare la misericordia del Dio cristiano, le opere riparatrici non sono più necessarie, sicché la legge morale viene relativizzata e resa facoltativa, la libertà cristiana diventò pretesto alla licenza e la vita di grazia cominciò ad essere intesa in senso panteistico, mentre  la dignità umana esaltata da Cristo cominciò ad essere talmente gonfiata, che alla fine si finì nell’ateismo. Il primo esito fu quello di Hegel; il secondo fu quello di Nietzsche.

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L’IMPRESA DEL NAZIONALSOCIALISMO

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I nazisti credevano di aver condotto a termine la riforma luterana di liberazione della coscienza, che attraverso Hegel giunge a Nietzsche [9]. Heidegger fu il maggior interprete di questa evoluzione spirituale, per cui fu il filosofo che dette alla cultura nazionalsocialista le sue basi teoriche. La base teologica del nazismo è la convinzione del  nazista di avere Dio con sé. Tale convinzione si sviluppa nell’idealismo panteista hegeliano con la dottrina della divinità dello Stato. Per quanto riguarda l’etica, il nazismo assume la concezione nicciana della volontà di potenza. Sulla base di Nietzsche Heidegger invece fornisce al nazismo la concezione dell’uomo e del suo destino come auto-comprensione atematica in situazione emotiva e pre-comprensione storica di sé come esserci, progetto e decisione della propria esistenza creatrice e dominatrice nel mondo come essere-per-la-morte. Da qui il grande progetto nazista dell’invasione armata dell’Europa al fine di occupare quello che Hitler chiamava “spazio vitale” del popolo tedesco, cui spettava a suo dire di diritto, per cui gli era consentito occuparlo con la forza. Era questo anche il programma di Mein Kampf.

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Per ottenere questo fine Hitler applicò la lezione di Nietzsche di aumentare gradatamente l’aggressività senza un termine preciso, ma in maniera indefinita e insaziabile, fino al limite delle proprie forze, ossia fino al crollo finale. E così effettivamente avvenne. Un cammino tragico verso la morte mediante l’esercizio della volontà di potenza. Non si trattò di conquistare un dominio in Europa, che fosse atteso e favorito o gradito dalla stessa Europa. Eppure il principio nietzschiano era proprio quello che la «razza dei signori», esponente del superuomo, aveva dal destino la missione di sottomettere i popoli decadenti, ancora irretiti negli ideali borghesi della democrazia e  dell’uguaglianza, insomma dell’”esistenza inautentica”, come dirà Heidegger, quando non proprio nella trappola della religione, della morale e della spiritualità. Dunque alla base dell’impresa hitleriana ci fu la dottrina della nicciana volontà di potenza, che Heidegger interpretò nel suo Nietzsche come essenza dell’uomo tedesco — la ”belva bionda”, come lo chiamava Nietzsche —, destinato al dominio sul mondo e congiuntamente come totalità dell’essere [seyn] autoprogettantesi [Entwurf] e “gettato” [Geworfenheit], nella «cura» [Sorge] e nella colpa [Schuld], emergente dal nulla [Nicht] e proteso verso la morte.

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Per quanto la Germania durante il nazismo fosse assurta al livello di una grande potenza mondiale con la sua cultura, la sua industria, la sua tecnica, la sua economia, la sua organizzazione sociale e le sue forze armate, nonché con le sue colonie e l’alleanza dell’Italia e del Giappone, che aveva saputo attirare a sé, e non mancassero simpatie per Hitler in vari ambienti europei, tuttavia l’impresa bellica della conquista dell’Europa dalla Francia, all’Inghilterra, alla Scandinavia, alla Russia, ai Balcani, fino al Nord Africa, associata peraltro all’eliminazione degli Ebrei, non poteva non apparire ad ogni mente sana una follia. Per questo, bisogna dire che, se Heidegger appoggiò questa impresa, ciò si spiega — e non potrebbe essere diversamente — che coi princìpi stessi, fondamentalmente nichilistici ed atei della sua metafisica, soprattutto di quella fase centrale, che dette l’appoggio al superomismo ateo e nichilista nicciano. Io credo che gli stessi nazisti, Hitler ed Heidegger compresi, sapevano già all’inizio che sarebbe finita male.

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Perché allora intraprenderla? Qui entriamo nel vivo dell’ateismo nichilista o diciamo sic et simpliciter del nichilismo, perché, come abbiamo visto, ogni ateismo è un nichilismo. Tuttavia, dobbiamo tener presente che il nichilista nega l’essere e quindi il bene non in modo assoluto, giacché, come abbiamo visto, questo è impossibile. Al di là delle espressioni reboanti, che fanno colpo sugli sciocchi [«tutto è nulla», «l’essere è il non essere», «tutto è vanità», ecc..], il cosiddetto nichilista è in realtà nient’altro che un volgare e misero omuncolo disperatamente aggrappato a se stesso, non è altro che il figlio di Adamo peccatore, bene attaccato ai beni di questa terra. Certo è mosso da uno spirito mortifero e distruttivo, che è l’essenza stessa del peccato. Infatti il clima ideologico dell’heideggerismo, del nietzschianismo e del nazismo sono in fondo quelli della tragedia, descritta dallo stesso Nietzsche, del quale sono rimaste famose le parole «incipit tragoedia», a significare che si stava per entrare in una tragedia. Sarebbe stata la tragedia della prima e poi della seconda guerra mondiale. Ma il virus della tragedia non è del tutto debellato. Esso resta assopito tra le pieghe della storia anche di oggi. E non ci vorrebbe molto a risvegliarlo..

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LA TRAGEDIA PUÒ RICOMINCIARE

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Il pensiero di Heidegger infatti fu assunto poi da Rahner, come ispirazione di fondo, negli anni della sua formazione teologica negli anni Venti del Novecento, nel corso di quali egli seguì entusiasticamente le lezioni di Heidegger. Così Rahner, alla fine della sua vita, dopo aver tentato di fare di Tommaso, negli anni 1939–1941, un idealista, dichiarò apertamente appunto che Heidegger era stato l’ «unico suo maestro».

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E difatti, benché Rahner non lo citi mai espressamente, non è difficile notare l’influsso heideggeriano nella teologia, nella metafisica, nella gnoseologia, nell’antropologia e nell’etica di Rahner.  In teologia, l’inintelligibilità ed ineffabilità del mistero divino della teologia rahneriana, ricorda da vicino il ”nulla” heideggeriano, dal quale appare l’essere, un nulla che non è semplice non-essere, ma appartiene all’orizzonte impenetrabile ed ineffabile dell’essere nascosto.

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In metafisica, l’essere come autocoscienza di Rahner, colto a priori come orizzonte trascendentale della comprensione categoriale, è certamente l’essere heideggeriano dell’auto-comprensione dell’uomo nel mondo, condizione a-priori di possibilità della conoscenza e dell’esperienza del mondo. In gnoseologia la precomprensione [Vorgriff] atematica rahneriana dell’essere corrisponde alla Vorverständnis di Heidegger. La tematizzazione o concettualizzazione è il momento successivo e derivato, di carattere empirico, dell’autocoscienza originaria o esperienza trascendentale dell’identità dell’essenza con l’essere, nella quale l’essere coincide col pensare. In questo modo Dio non si distingue più dall’io e da Dio, in quanto l’uno e l’altro costituiscono univocamente l’orizzonte dell’essere, nel quale l’essere, seppur finito come essere umano, coincide col divenire e col volere come essere divino.

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Rahner parla bensì di Dio, come del resto anche Heidegger. Ma potremmo chiederci che Dio è e se è il vero Dio, Essere sussistente, immutabile ed impassibile, conoscibile  “per analogia” [Sap 13,5] e «per ea quae facta sunt» [Rm 1,20], creatore del cielo e della terra, distinto dal mondo, ossia il Dio di Gesù Cristo? Non sembrerebbe proprio, perché gli attributi,  la via e il modo con cui Dio è conosciuto sono in stridente contrasto col vero Dio. Il Dio di Rahner, vertice dell’uomo, a-tematicamente, immediatamente ed originariamente sperimentato, mistero inintelligibile e innominabile, assomiglia di più al superuomo di Nietzsche che al vero Dio della ragione e della fede.

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L’istanza etica, in Rahner si configura come «spirito nel mondo». L’uomo appare come esserci [Dasein] dell’essere, quindi come storicità e come auto trascendenza nell’orizzonte dell’essere. Come spirito, l’uomo è libertà che non agisce sulla base di una legge morale dettata da una natura umana fissa e definita;  ma il soggetto agente determina liberamente il proprio essere destinato alla morte. L’agire umano, per Rahner, non è regolato da leggi morali oggettive, universali ed immutabili. Siccome l’agire è nel concreto e nella mutabilità e varietà delle circostanze, sta ad ogni singola persona, soggetto concreto, decidere secondo coscienza il da farsi. La singola persona, quindi, secondo Rahner, ha il dovere, la facoltà e la responsabilità di aggiungere, a suo arbitrio, modificandola, all’astrattezza di per sé inoperante della legge morale, quell’elemento di concretezza, che la rende operativa, ma per ciò stesso mutevole.

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Può così accadere, secondo Rahner, che un comando divino, per esempio, come quello della misericordia, non avendo nella sua astrattezza un carattere di assolutezza, possa essere sostituito, in certi casi, in nome della ”libertà”, dalla pratica della violenza. In tal modo Rahner, con uno stile perfettamente nietzschiano, con queste sconcertanti parole, viene addirittura a giustificare la violenza: «La realizzazione della libertà … è già restrizione dell’ambito della libertà di un altro e della sua essenza e ciò inevitabilmente. Nessuno può agire liberamente, senza con ciò usare ‘violenza’ ed esercitare una forza fisica sull’altro» [10].

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Anzi Rahner arriva addirittura a parlare di una «necessità trascendentale della violenza», la quale, «condizione di possibilità della libertà creaturale, deve essere riconosciuta teologicamente anche come naturale, voluta da Dio ed intrinsecamente non peccaminosa» [11].

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Per quanto riguarda  il significato cristiano della morte, Rahner, che non crede all’immortalità dell’anima, ma ritiene che con la morte muore tutto l’uomo, non concepisce neppure una sopravvivenza dopo la morte, ma secondo lui la vita eterna consiste nella morte stessa, come «compimento personale di sé» e come momento in cui l’uomo raggiunge il suo «compimento» e la «libertà raggiunge la propria definitività» [12]. È la stessa idea di Heidegger dell’essere umano come «essere-per-la-morte». È la stessa idea nietzschiana e nazista della morte come atto eroico di libera volontà nel volere ciò stesso che vuole il Destino [Geschick] ovvero il comando del Führer.

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I virus della tragedia dunque non sono morti, ma solo dormono. Di fatto, come ha notato Papa Francesco, è già in atto la terza guerra mondiale, la quale peraltro non distrugge i corpi, come le altre due, distrugge le anime col peccato mortale. Non trionfa la morte fisica, ma quella interiore, sotto le apparenze della vita. Imperversa la tragedia interiore sotto l’apparenza della tranquillità e della normalità.

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Ciò su cui dovremmo meditare profondamente è  come sia stato possibile che un grande popolo come il popolo tedesco, così ricco di qualità umane e spirituali, di così antiche tradizioni cristiane e civili, abbia potuto lasciarsi sedurre e trascinare da un pazzo indemoniato come Hitler in un’impresa criminale assolutamente folle di voler assoggettare il mondo alla Germania, insieme col progetto sacrilego di sopprimere il Popolo Messianico e Sacerdotale, dal quale è nato il Salvatore dell’umanità.

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Che cos’è, quali idee, quali interessi, quali impulsi, quali scopi, quali errori, quali illusioni, quali pretesti, quali cattivi esempi, quali cattivi maestri, quale volontà lo hanno spinto a tanto? Occorre rispondere a queste domande, e vedremo che i virus che ci hanno avvelenati non sono morti.

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Oggi che corre voce che l’Inferno non esiste e Dio non castiga, in realtà l’Inferno e l’imperversare di Satana li stiamo sperimentando all’interno della Chiesa. Oggi che si proclama il «primato della coscienza», siamo più che mai tormentati dalla coscienza. Oggi, in piena retorica dialogistica, siamo ferocemente chiusi a chi non la pensa come noi. Oggi ci immaginiamo di essere accarezzati da un Dio «misericordioso» da noi inventato, perché vogliamo avere il permesso di peccare senza essere puniti. Mai come oggi le anime, che secondo Rahner sarebbero tutte in grazia, sono state in realtà così prive della grazia. Da cosa si capisce? Dall’ignoranza colpevole. Mai infatti come oggi abbiamo avuto a disposizione tanti mezzi e così efficaci per istruirci nella fede. Eppure mai come oggi si è giunti tanto a negare o ad ignorare le fondamenta stesse dell’esistenza, della conoscenza e della vita, ed hanno pullulato tante eresie tra gli stessi teologi, vescovi e cardinali.

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I Tedeschi, che non sono riusciti a conquistare l’Europa e il mondo con le armi, non hanno abbandonato l’intento di conquistare il mondo. Ma tentano adesso di conquistarlo sottomettendolo a Lutero e ai suoi epigoni, fino ad Hegel, Marx, Nietzsche ed Heidegger. Rahner è il cavallo di Troia per mezzo del quale Lutero dovrebbe sottomettere la Chiesa e il mondo alla Germania. L’ostacolo a questa operazione è certamente il papato. Contro di lui si concentrano oggi tutte le potenze diaboliche. Si nota che oggi il Romano Pontefice avverte i colpi, a volte vacilla, sembra crollare, sente le seduzioni, è attorniato da figli del Diavolo. Occorre stringersi attorno a lui, sollecitarlo alla vigilanza ed aiutarlo nella lotta tremenda contro Satana.

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Varazze, 6 maggio 2018

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NOTE

[1] Cit.da K.Löwith, op.ct., p.294.

[2] Cf A.Colombo, op.cit., p.65. Una frase probabilmente strumentalizzata.

[3] Cf K.Löwith, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria del sec. XIX,  Edizioni Einaudi, 1993.

[4] Saggi di spiritualità, Edizioni Paoline 1969, p.308.

[5] Ibid., p.309.

[6] I passi di Rahner sono reperibili nel mio Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009, pp.134-144.

[7] cf. l’eracliteo polemos pater panton.

[8] Vedi le sue proposizioni condannate da Papa Giovanni XXII nel 1329 (Denz.950-980).

[9] Cf G.Faggin, Meister Eckhart e la mistica tedesca pre-protestante, Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, pp 192-194; 208; 296; 298ss.

[10] Critica della ragion pura, Laterza, Bari 1965, p.491.

[11] Vedi la sua famosa Lettera sull’umanesimo del 1946.

[12] Cit. da A.Colombo, I maledetti. Dalla parte sbagliata della storia, Edizioni Lindau, Torino 2017, p.65.

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