Dal Bello al Moro: la santità non è il decaduto Premio Nobel, le canonizzazioni sono atti del magistero infallibile dalle quali poi, indietro, non si torna

― Theologica: i saggi di fine estate de L’Isola di Patmos  ―

DAL BELLO AL MORO: LA SANTITÀ NON È IL DECADUTO PREMIO NOBEL, LE CANONIZZAZIONI SONO ATTI DEL MAGISTERO INFALLIBILE DALLE QUALI POI, INDIETRO, NON SI TORNA

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Indice I. SE LA SANTITÀ È SCISSA DALLA LOTTA CONTRO IL PECCATO, DIVIENE PURA BONTÀ FILANTROPICA ―  II. GLI ASPETTI TEOLOGICI DELLA SANTITÀ ALLA LUCE DEL MISTERO DELLA CREAZIONE E DELLA REDENZIONE ― III. L’AVVENTO DELL’ERA CRISTIANA ED I BEATI MARTIRI ― IV. CHI PROCLAMAVA CERTI SANTI E BEATI IERI, CHI LI PROCLAMA OGGI ― V. LE CAUSE DI BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE: LA FIGURA DEL POSTULATORE ― VI. DINANZI AI PRESUNTI MIRACOLI IL POSTULATORE DEVE ESSERE IL PIÙ SCETTICO TRA GLI SCETTICI, SE VUOLE RENDERE DAVVERO UN BUON SERVIZIO ― VII. BEATI E SANTI IN CORSA, BEATI E SANTI IN PRUDENTE ATTESA: IL CASO DI PADRE LÉON DEHON ACCUSATO DI ANTISEMITISMO. IL PROBLEMA DEI SANTI CHE HANNO FAVORITA LA PERSECUZIONE DI ALTRI SANTI: IL CASO DEL SANTO FRATE PIO DA PIETRELCINA E DEL SANTO PONTEFICE GIOVANNI XXIII ― VIII. GAUDETE ET EXULTATE, LA LETTERA APOSTOLICA NELLA QUALE I MARTIRI CRISTIANI MENZIONATI DAL SANTO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II SONO RACCHIUSI SOTTO IL TITOLO FILMICO: «I SANTI DELLA PORTA ACCANTO» ― IX. NOI PECCATORI A SERVIZIO DELLE CAUSE DI BEATI E SANTI.  SAREBBE BENE RICORDARE CHE ALCUNI GRANDI PECCATORI SCRISSERO ALCUNI DEI CANONI PIÙ BELLI ED EFFICACI DEI CONCILÎ DELLA CHIESA ― X. LE BEATIFICAZIONI E LA CANONIZZAZIONI NON SONO IL PREMIO PULITZER ED IL PREMIO NOBEL. ALCUNE LEGITTIME PERPLESSITÀ SU ALCUNI PROCESSI DI BEATIFICAZIONE IN CORSO, SEBBENE NELLA “CHIESA DEL CONFORMISMO” NON SI DISPUTI PIÙ ― XI NELLA FASE PROCESSUALE SI DEVE ASCOLTARE TUTTI, COMPRESI COLORO CHE SI RITIENE SIANO PREVENUTI, PERCHÉ NON ASCOLTANDO SI POSSONO COMPIERE DANNI PEGGIORI, A VOLTE PERSINO IRREPARABILI.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Prima di parlare della santità e delle modalità attraverso le quali si giunge a proclamare alcuni uomini e donne santi e beati, è necessario chiarire due punti fondamentali. Primo punto: santi si è nella misura in cui si è scelto di non essere figli di questo mondo ma figli della luce [cf. Lc 16, 8], quindi di fuggire dalle insidie del peccato, conformando la propria vita alle virtù teologali di fede, speranza e carità [cf. I Cor 13, 13], ed alle virtù cardinali di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza [Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1805-1809]. Secondo punto: la santità è connaturata all’uomo per il mistero della creazione, sino all’entrata nella scena del mondo del peccato originale, che non ci impedisce però di diventare santi, o se preferiamo di tornare al nostro stato originario di santità. I santi non sono dunque divenuti tali perché caratterizzati da grande impegno pastorale e sociale, o per le loro attività caritatevoli o per le loro numerose fondazioni a favore di poveri ed emarginati, di orfani, vedove, anziani e ammalati, di persone colpite sin dalla nascita da gravi malformazioni fisiche o psichiche. Tutto questo viene dopo, in un certo senso è posto in secondo piano, perché aver dato vita ad efficienti fondazioni di assistenza sociale, non vuol certo dire essere santi, perché se così fosse dovremmo canonizzare tutti quei governi scandinavi che in Europa hanno sfrattato primi avanti a tutti la stessa idea di Dio dal nostro vecchio Continente, dopo avere fondato efficienti sistemi grazie ai quali il cittadino è assistito in tutto e per tutto dalla culla fino alla bara. I santi sono divenuti tali nella misura in cui hanno combattuto il peccato, che è la negazione stessa della santità; ed attraverso la negazione del peccato hanno testimoniato il Santo Vangelo ed annunciato il mistero della redenzione, dando così vita a tutte le loro  opere. Solo così il precetto biblico dell’Antica Alleanza: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» [cf. Lv 19, 18] assume il proprio senso pieno e concreto. Un precetto confermato come fondamento della Nuova Alleanza da Cristo Signore:

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«”Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”. Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» [cf. Lev 19, 18].

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E il prossimo, proprio come ci insegnano i Santi, si ama dicendogli anzitutto che cosa è bene e che cosa è male, quali sono le vie della salvezza e quali quelle che conducono alla perdizione eterna. Se il prossimo segue le perniciose eresie di Martin Lutero, è necessario ricordare che questo monaco agostiniano tedesco del XVI secolo è un venefico eresiarca, ed i suoi errori non sono affatto «un modo diverso di intendere la fede e la Chiesa» — espressione questa che avrebbe fatto uscire fuori dai gangheri un lottatore contro l’eresia luterana tale fu Sant’Ignazio di Loyola, per seguire con San Pietro Canisio —, ma un modo per danneggiare la Chiesa di Cristo nel modo più sbagliato, anche perché la Chiesa è una, come una è la verità, il Santo Vangelo non contempla una molteplicità di chiese e di verità, ma ci pone dinanzi alla unicità ed alla assolutezza salvifica di Cristo e della Chiesa [Cf. Dichiarazione Dominus Jesus, circa l’unicità e l’universalità di Cristo e della Chiesa, 06.08.2000, testo QUI] :

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«Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”» [Gv 14, 5-7].

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A quanti seguono il pensiero di Maometto che considera il Verbo di Dio incarnato, Cristo Signore, solo un profeta a lui inferiore e del quale egli corresse il pensiero imperfetto, è necessario ricordare che costui è uno dei falsi profeti della storia. A nulla serve rincuorare i seguaci dicendo loro che noi crediamo che «l’Islam è una religione di pace e di amore», quando sappiamo che la violenza, l’aggressione e la conversione forzata sotto minaccia di morte costituiscono alcuni dei basilari fondamenti dei suoi testi cosiddetti sacri e tutt’oggi attuali. E questo ce lo insegna la storia di ieri e di oggi: ovunque sono arrivati, a cominciare dal Nord dell’Africa, culla delle più antiche chiese e patria natale dei nostri più grandi Padri e Dottori della Chiesa, i seguaci di Maometto hanno spazzato via tutte le comunità cristiane. E se nel corso dei secoli, più Santi e Sante, inclusi quelli più venerati dal popolo, hanno predicato le crociate ed invitato gli uomini ad arruolarsi, era perché i musulmani minacciavano la sopravvivenza e la vita di intere comunità cristiane; con buona pace delle leggende nere fabbricate sulle crociate nel periodo illuminista e poi travasate tra l’Ottocento e il Novecento sui libri di storia per opera di governi di matrice anticlericale e massonica.

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Del tutto diverso se dall’impianto socio-culturale, intriso a volte anche di profondi connotati tribali, passiamo invece alla sfera dei rapporti privati o anche pubblici con le singole persone ed i singoli appartenenti all’Islam, come del resto di qualsiasi altro credo religioso. Perché l’espressione del tutto ovvia, oltre che reale: «ma io conosco tanti bravi musulmani che sono persone splendide», non può rendere, sulla base di rapporti personali soggettivi, oggettivamente giusto un messaggio intriso di errori gravi, oltre che molto pericolosi quando poi trovano quei generi di applicazioni al sociale e al politico che danno vita a rigide e violente teocrazie religiose. Ma purtroppo, uno dei sapienti elementi della saggezza cristiana che ormai da tempo abbiamo perduto per annegare completamente nel soggettivo e nell’emotivo, è la prudente e sapiente distinzione tra l’errore e l’errante, tra l’eresia e l’eretico.

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Tutto questo per ricordare — dato che purtroppo non è ricordato da troppo tempo —, che il prossimo, all’occorrenza, si ama anche e soprattutto difendendolo, sino a dare la vita per i propri amici:

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«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando».

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Amare veramente, non vuol forse dire essere capaci di sacrificare la propria stessa vita per gli altri? E quand’è che solitamente si sacrifica la propria vita per gli altri, se non per difenderli e per proteggerli dalle varie e concrete forme del male? O qualcuno pensa forse che l’amore al quale ci chiama Cristo Dio, è solo un pensiero empirico, emotivo, espresso solo per fare un po’ di romantica poesia fine a se stessa, quindi privo come tale di causa e di effetto?

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San Francesco d’Assisi partì nel 1219 con i crociati durante la V crociata per andare ad annunciare Cristo al sultano Malek al Kamel e pregando per la sua conversione alla vera fede. San Nicasio Camuto de Burgio, che era capitano al seguito del Gran Maestro dell’Ordine Gerosolimitano Ruggero des Moulins, fu fatto prigioniero durante la battaglia di Hattin nel 1187 e dopo essersi rifiutato di rinnegare Cristo e convertirsi all’Islam, fu decapitato in odio alla fede dinanzi al Saladino. Predicarono le crociate Santa Caterina da Siena, San Bernardino da Siena e numerosi altri uomini e donne oggi Santi e Beati. Particolarmente bella la figura del Frate Cappuccino Marco d’Aviano, beatificato non in epoche remote, ma dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II il 27 aprile 2003. Mentre i turchi erano ormai giunti a Vienna, dinanzi al pericolo della caduta della città che avrebbe segnata l’avanzata dei maomettani fino a Roma, grazie ad un numeroso esercito comandato da Mustafà detto il Nero, generale di Maometto IV, il Sommo Pontefice Innocenzo XI affidò a Padre Marco d’Aviano l’arduo e delicato compito di riappacificare i litigiosi comandanti degli eserciti cristiani, che poco dopo, riunitisi assieme sotto il comando di Giovanni Sobieski, il 12 settembre 1683 liberarono Vienna. Marco d’Aviano, riconosciuto ormai come figura di alta autorevolezza morale, proseguì a riunire ed organizzare i cristiani nella lotta contro i musulmani che furono in seguito sconfitti nel 1684-1686 nelle battaglie di Budapest, nel 1685 a Neuhäusel, nel 1687 a Mohacz, nel 1688 a Belgrado. Le battaglie cessarono con la pace di Karlowitz del 26 gennaio 1699 che pose fine alle guerre tra la Lega Santa e l’Impero Ottomano. Oggi, il Beato Marco d’Aviano, è venerato come amorevole difensore dell’Europa, non è certo venerato come un guerrafondaio privo d’amore per il prossimo.

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Questi sono i fondamenti di quell’amore per il prossimo di cui oggi si è quasi perduta memoria, giacché se di questi tempi un ladro è colto in flagranza di reato dentro una casa con la refurtiva in mano, dopo averla completamente devastata e danneggiata, può anche capitare che qualcuno gli dica: figliolo, non preoccuparti se sei un ladro, né occorre che tu ti converta, perché Dio ti ama lo stesso così come sei. Ovviamente quest’ultimo è un paradosso, ma un paradosso che intende rendere l’idea.

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Proteggere le case dalle devastazioni e dai furti dei ladri, è un profondo atto di amore verso il prossimo; e questo ce lo insegnano proprio le vite dei Santi, in particolare quelle dei Beati e dei Santi Martiri.

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I

SE LA SANTITÀ È  SCISSA DALLA LOTTA CONTRO IL PECCATO, DIVIENE PURA BONTÀ FILANTROPICA

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Da sempre il mondo è pieno di persone che non credono al Verbo di Dio fatto uomo, che anzi lo negano, ed assieme a Lui negano tutte le verità della fede annunciate dal Cristo, ma che pur malgrado sono dediti a lodevoli opere buone, alla tutela dei bisognosi e dei deboli, ad attività filantropiche di vario genere. Però non hanno carità e non vivono nella carità, pur vivendo dimensioni mondane di umana bontà. Detto questo: se la santità è scissa dalla lotta contro il peccato che della santità è il primo presupposto, per essere mutata in una non meglio precisata bontà umana senza Dio ed a prescindere totalmente da Dio, ecco risuonare il monito di Cristo Signore:

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«Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [Mt 5, 46-48].

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Questa è l’essenza della santità radicata nella carità: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste», non la bontà filantropica fine a se stessa dei figli di questo mondo. E con questo è stato chiarito sin dalle prime righe quali sono i grandi pericoli che oggi può correre il concetto stesso di santità: essere svuotata di Cristo per essere riempita di altro, dalle buone azioni fini a se stesse all’impegno nell’attivismo sociale, facendo così risuonare il severo monito: «Non fanno così anche i pagani?» [Mt 5, 47].

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II

GLI ASPETTI TEOLOGICI DELLA SANTITÀ ALLA LUCE DEL MISTERO DELLA CREAZIONE E DELLA REDENZIONE

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Partiamo allora dal primo punto: se di domenica ci piazziamo all’uscita di una delle nostre chiese parrocchiali sempre più vuote e domandiamo ai fedeli che escono dalla Santa Messa «che cos’è la santità», «chi sono i Santi ed i Beati», o  «perché la Chiesa proclama alcuni uomini e donne Santi e Beati», dinanzi alle risposte che raccoglieremo potremo a nostra scelta decidere se piangere o ridere. Che si scelga di ridere o che si scelga di piangere, va però precisato che la colpa non è dei Christi fideles o di ciò che di essi rimane; la colpa è di certi socio-vescovi e di certi socio-preti di new generation. Dicasi infatti socio-vescovi e socio-preti di new generation quanti hanno fatto perdere sapore al sale della terra:

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«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» [cf. Mt 5, 13].

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Purtroppo, la realtà che brilla oggi sotto gli occhi di tutti è che il sale è stato trasformato in zucchero filato venduto tra le giostre del luna park, dopo avere smarrito il ricordo delle pesanti parole pronunciate dal Verbo di Dio fatto uomo:

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«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» [cf. Mt 10, 34].

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Parole seguite da un invito intriso di drammaticità che ci fornisce la chiave di accesso alla porta principale della santità con queste parole:

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«chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» [cf. Mt 10, 38-39].

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Quanti sono i Beati ed Santi che pur non essendo morti martiri, nel corso delle loro vite hanno vissuto la cristologica dimensione umana e spirituale del Getzemani e del Golgota, posto che oltre a queste due non esistono altre strade per giungere alla pietra rovesciata del sepolcro vuoto del Cristo risorto? L’Enciclica Salvifici Doloris del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, sul valore salvifico della sofferenza [vedere testo QUI], è anche una mappa che traccia in modo preciso la via verso la santità. O qualcuno che conosca a fondo le reali vite dei santi, che sono da sempre molto diverse rispetto alle leggende dei santini da iconografica popolare, è forse in grado di indicarne molti, le cui vite non siano state contrassegnate da profonde sofferenze a loro inflitte, assieme ad umiliazioni spesso indicibili generate dall’esercizio della peggiore cattiveria umana?

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Riguardo poi la «porta», per la quale ci è fornita sia la strada per giungervi sia la chiave per aprirla, il Verbo di Dio ci avvisa:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Inutile ricordare che percorrere la via angusta e passare poi dalla porta stretta, comporta fatica, dolore e sofferenza. Ora, senza turbare lo stupefacente idillio nato negli ultimi anni da un concetto male inteso e male annunciato di amore e di misericordia, finiti presto entrambi mutati nel sociale sentire comune in una sorta di “avanti c’è posto per tutti”, perché per essere salvi basta un non meglio precisato “amore” ed un soggettivo “sentire”, è bene ricordare che nei Santi Vangeli il Verbo di Dio usa per decine di volte pesanti e precise parole come «giudizio, castigo, inferno, fuoco che brucia, dannazione eterna, pianto e stridore di denti …». E dinanzi a parole così chiare c’è poco da interpretate, perché il Verbo di Dio, parlando attraverso parabole, usa spesso il linguaggio allegorico consono agli stili espressivi ed ai costumi culturali dell’epoca.

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Attenzione però: allegorica è la parabola, non sono allegorici i contenuti. Tutt’altro, il Verbo di Dio usa l’allegoria della cosiddetta parabola per trasmetterci delle precise verità di fede che fondano il mistero della Redenzione, quindi per chiamarci a tornare al nostro stato di originaria santità attraverso la nostra lotta e la nostra decisa divisione dal peccato.

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Queste verità di fede, oggi più che mai andrebbero annunciate anche col ricorso alla «spada» e alla «guerra» [cf. Mt 10, 34], due elementi raffigurati con un linguaggio allegorico che mira a farci capire che se da una parte siamo chiamati a essere «perfetti nell’unità» [Gv 17, 23], che è unità nell’amore cristologico, nella fede e nella santità, per altro verso dobbiamo essere divisi ed in perenne lotta contro il peccato e contro gli stessi fieri propagatori del peccato. Altro che andare incontro a pubblici e indomiti peccatori fieri del proprio peccato, a scismatici e ad eretici e suvvia dicendo a seguire, convinti che bisogna cercare con costoro e con molti altri ancòra «quello che ci unisce», dimenticando per irrazionale incanto tutto ciò che di grave e di molto pericoloso divide e infetta, proprio come nel contatto con la lebbra ed i lebbrosi. O pensiamo forse, noi figli della luce, di essere davvero più scaltri dei figli di questo mondo? [cf. Lc 16, 8].

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Dinanzi a quest’ultima affermazione il socio-vescovo ed il socio-prete ribadirà che Gesù Cristo si avvicinava eccome ai lebbrosi, lasciandosi toccare senza alcun problema da loro. È vero, ma bisogna anzitutto ricordare che in tutta la letteratura vetero testamentaria la lebbra era segno e simbolo di peccato e del conseguente castigo di Dio. Per questo era vietato avvicinarsi ai lebbrosi, per non subire una duplice contaminazione: quella della malattia fisica, che era la lebbra, quella della malattia spirituale, che era il peccato. È quindi bene ricordare al socio-vescovo ed al socio-prete che il lebbroso narrato dai Santi Vangeli, consapevole di questa sua condizione per così dire biblica, prende coraggio, si avvicina al Verbo di Dio e compie un puro atto di fede dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi» [Mt 8, 2]. E dicendo questo egli sottintende “tu Signore puoi tutto”, “ed io, Signore, credo in te”. O risulta per caso al socio-vescovo ed al socio-prete che il lebbroso si sia avvicinato giocando alla leprosy pride, orgoglio della lebbra, pretendendo che Egli dichiarasse che leprosy is wonderful, la lebbra è meravigliosa, che lui era in procinto di sposarsi con un altro lebbroso, che avrebbero poi commissionato assieme la fabbricazione di un bambino ad un utero in affitto e che se Gesù Cristo era davvero misericordioso come diceva di essere, doveva accogliere con gioia il grande valore umano e sociale della lebbra, chiamandola semmai persino amore, accoglienza e includenza?

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Alla prostituta pentita, il Verbo di Dio dice:

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«”Nessuno ti ha condannata?” Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno”» [Gv 7, 10-11]. Cristo Signore non la condanna perché in lei c’era sincero pentimento, accolto il quale ed in virtù del quale egli la accoglie e la perdona, congedandola infine con un preciso monito che non andrebbe mai dimenticato: «va’ e d’ora in poi non peccare più» [Gv 7, 11].

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O forse a qualcuno risulta che il Verbo di Dio le abbia invece risposto: “Figliola, va’ e continua pure la tua stessa vita, perché ciò che solo importa è quello che tu senti e desideri, ciò che tu vuoi e che in coscienza reputi giusto, perché il sentire della coscienza personale è al di sopra di tutto” ?

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Il socio-vescovo ed il socio-prete potrebbero allora ricordarci che Cristo Signore ci ammonisce: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» [Mt 21, 31]. È vero, dice proprio questo, ma si tratta però solo della prima parte del discorso, perché i testi dei Santi Vangeli non permettono né agevoli estrapolazioni né comodi taglia e cuci. Non a caso il Verbo di Dio ― senza pena di essere frainteso in ciò neppure da una mente de-costruttiva come Rudolf Bultmann, padre della de-mitizzazione dei Santi Vangeli ― prosegue subito appresso dicendo e spiegando:

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«È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli» [Mt 21, 32].

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Parole queste che dovrebbero essere molto chiare: le prostitute ed i pubblicani hanno creduto, hanno avuto fede e soprattutto si sono pentiti. Cercare invece con certi pubblici, indomiti ed orgogliosi peccatori fieri del proprio peccato ed instancabili diffusori del grande “valore” umano, sociale e spirituale del peccato; o cercare con eretici impenitenti fieri dei propri gravi errori e delle proprie gravi eresie quello che unisce, dimenticando quello che di irreparabile dividere, è una delle peggiori negazioni della santità in sé e di per sé e di tutte quelle vie verso la santità indicate all’uomo dal Divino Padre alla creazione del mondo, offerte dal Divino Figlio attraverso il mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo, donate attraverso le azioni di grazia, a partire dai Sacramenti, dal Divino Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio. Inutile a dirsi: cercare quello che ci unisce con aggregazioni e persone che hanno persino abolito il sacerdozio ministeriale e buona parte dei Sacramenti di grazia, sarebbe come cercare con un terrorista che piazza bombe per far saltare in aria palazzi abitati da civili inermi, il sistema migliore per tutelare le strutture abitative civili e la sicurezza interna dei suoi abitanti, convinti che ciò che conta è di cercare col terrorista dinamitardo quello che ci unisce e non quello che ci divide.

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Passiamo adesso al secondo punto: la santità intesa come elemento connaturato nell’uomo in quanto parte del mistero della creazione, sino all’entrata nella scena del mondo del peccato originale, che non ci impedisce comunque di diventare santi o, se preferiamo, di tornare al nostro naturale stato originario di santità. A provare che l’uomo è stato creato santo è la forma stessa nella quale egli è stato creato:

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«E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”» [Gn 1, 26-28].

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Essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire essere stati creati santi. Infatti l’uomo, in origine, non conosceva dolore, sofferenza, malattia e decadimento, ma soprattutto non conosceva la morte, che non è stata un’invenzione di Dio ma dell’uomo. Invenzione intesa come conseguenza della sua ribellione al Creatore, attraverso la quale ha alterata la divina e perfetta armonia del creato, lasciando così alla prole del genere umano una natura corrotta come conseguenza del peccato originale, che è bene ricordare non è un peccato da noi commesso, ma a noi trasmesso, ossia da noi ereditato.

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La narrazione della “caduta dell’uomo” è racchiusa nel Capitolo III del Libro della Genesi. Il linguaggio usato è quello delle immagini figurate, ed attraverso il racconto allegorico narra un avvenimento primordiale accaduto realmente agli inizi dei tempi. È bene pertanto ricordare che il peccato originale è un fatto  realmente accaduto, non è né una metafora né un’allegoria. Tentato dal Maligno, l’uomo lasciò morire in se stesso la propria fiducia verso Dio Creatore [Cf. Gn 3,1-11]; e facendo un uso del tutto distorto del grande dono della libertà e del libero arbitrio, disobbedisce e si ribella a Dio. Peccando a questo modo, l’uomo ha anteposto se stesso a Dio, scegliendo se stesso al posto di Dio e contro Dio. Creato e costituito in uno stato di santità, l’uomo era destinato ad essere pienamente “divinizzato” da Dio nella gloria. Indotto però in errore dal Maligno, dopo avere liberamente scelto la strada dell’errore ha voluto diventare «come Dio» [cf. Gn 3,5], però «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio» [cf. San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber. PG 91, 1156]. Se dunque il peccato originale segna la perdita nell’uomo della connaturata santità e giustizia con la conseguente trasmissione agli uomini di una natura corrotta in origine da questo peccato, l’uomo che si santifica è colui che torna al proprio stato originale primigenio, tale e quale fu creato da Dio [cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 385-412].

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Tutto l’Antico Testamento, i Libri dei Santi Profeti ed i Salmi, contengono numerosi richiami e inviti alla santità, ma tra tutti il più chiaro ed esauriente è quello giunto direttamente dalla bocca di Dio al Patriarca:

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«Il Signore disse ancora a Mosè: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo”» [Lev 19, 1-2].

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Il tutto a conferma che la santità nasce con l’uomo agli inizi dei tempi, non nasce né con il Nuovo Testamento né tanto meno con la istituzione della attuale Congregazione delle Cause dei Santi.

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III

L’AVVENTO DELL’ERA CRISTIANA ED I BEATI MARTIRI

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Mediante l’incarnazione del Verbo di Dio, quella che sarà chiamata “esperienza di fede cristiana” si edifica e si regge sul mistero della risurrezione del Cristo, come ci spiega con estrema chiarezza il Beato Apostolo Paolo:

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« […] se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» [I Cor 15, 14].

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A questo fondamento della fede si giunge però attraverso la morte sacrificale del Cristo immolato sulla croce come agnello di Dio che lava il peccato del mondo [cf. Gv 1,29; 1,36]. L’immagine della croce è a suo modo anticipata dall’Antico Testamento, patrimonio propedeutico al Nuovo Testamento, attraverso il racconto biblico del serpente di Mosè:

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«Allora il popolo venne a Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti”. Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita”. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita» [Nm 21, 7-9].

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La liberazione dalla morte, o per meglio dire dall’avvelenamento causato dal peccato, avveniva se si guardava il serpente innalzato, mostrando in tal modo un chiaro segno di fede verso quel simbolo di salvezza. L’innalzamento del Cristo agnello senza macchia sulla croce e la via tracciata verso la risurrezione è strumento sacrificale di salvezza e di liberazione dal peccato per l’intera umanità. È infatti Cristo Dio stesso che avvicinandosi alla sua passione afferma: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me»  [Gv 12,32]. E ciò avverrà ed è avvenuto perché come narra il Beato Apostolo Paolo nell’Inno racchiuso nella Lettera indirizzata agli abitanti di Filippi, il Verbo di Dio incarnato è Colui che si era “svuotato” e “umiliato” fino alla morte di croce [Fil 2, 5-11].

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Quella di Cristo Dio è un’opera salvifica e santificante, che da tutte le righe dei Santi Vangeli ci richiama alle vie della santità. Di conseguenza, il modello sacrificale del Cristo indusse i primissimi ebreo-gesuani e poco dopo i cristiani ad identificare la santità col supremo sacrificio: il martirio. Tutti i primi Santi della Chiesa nascente erano infatti martiri uccisi in odium fidei durante le varie persecuzioni. Nei primi tre secoli ed oltre di vita della Chiesa, non era neppure pensabile di poter proclamare santo uno che non fosse morto martire. Solamente dopo molti anni, alle soglie del V secolo, sarà canonizzato il primo santo non morto martire, il Santo Vescovo Martino di Tours [Sabaria 316 – Candes 397].

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IV

CHI PROCLAMAVA CERTI SANTI E BEATI IERI, CHI LI PROCLAMA OGGI

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Lungo e complesso sul piano storico, teologico e giuridico sarebbe solo il riassumere la evoluzione del concetto di santità e quello delle modalità attraverso le quali la Chiesa ha proceduto nel corso dei secoli a canonizzare i Santi. Basti cominciare col dire che la distinzione tra Santi e Beati, oggi comunemente intesa come una sorta di primo grado e secondo grado, prende vita dopo l’anno Mille, anche se solo nel XVI secolo, come vedremo più avanti, sarà definita con una precisa distinzione. Questo inciderà sia sulle procedure sia sul culto stesso di Santi e Beati.

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Per secoli, dire Santi o Beati era un modo diverso per esprimere e indicare la stessa identica cosa. Ciò è facilmente deducibile dai testi liturgici della Santa Messa, sia in quelli latini che in numerosi di quelli tradotti nelle varie lingue nazionali. Esempio: nella tradizione liturgica si è soliti rivolgersi alla Beata Vergine Maria, alla quale è conferito titolo di Santissima, od ai Beati Apostoli e Martiri, che sono tutti Santi. Eppure, per secoli, ci si è rivolti a certe figure sia col titolo di beati che con quello di santi, senza alcuna distinzione di grado.

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Più delicata e complessa la questione circa il chi, per secoli ha proceduto alle canonizzazioni. Partiamo allora dai primordi: quelle che oggi noi chiamiamo canonizzazioni, nei primi secoli della cristianità erano frutto della vox populi, che quando era universale era riconosciuta come vox Dei. Oggi il tutto non avviene più, anzi sotto vari aspetti può essere persino impensabile. Tutti ricordiamo che durante le esequie funebri del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II fu levato il grido inneggiante «Santo subito!», preceduto e seguito dalla esibizione di alcuni cartelloni innalzati in Piazza San Pietro e già predisposti e scritti in anticipo nella Polonia. La Chiesa non riconobbe però il tutto come vox Dei espressa per mezzo della vox populi. Il suo processo di beatificazione, poi di canonizzazione, sono stati entrambi molto brevi, a mio parere troppo: dall’apertura del processo di beatificazione avvenuto il 28 giugno 2005 alla beatificazione avvenuta il 1° maggio 2011 sono trascorsi meno di sei anni, il tutto previa dispensa iniziale concessa dal Sommo Pontefice Benedetto XVI in deroga alla norma che prevede il decorso di cinque anni dalla morte all’apertura del processo. La canonizzazione è avvenuta tre anni dopo, il 27 aprile 2014.

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Desidero precisare che in discussione non è la fama sanctitatis e la eroicità delle virtù che hanno portato il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ad essere prima beatificato e poi canonizzato, ma l’iter del suo primo e del suo secondo processo. Pertanto, a chiunque mi ha chiesto in passato, ed a chi seguita a chiedermi oggi chiarimenti in proposito, sono solito ripetere che sarebbe opportuno non aprire i processi di beatificazione dei Sommi Pontefici se non dopo trent’anni dalla loro morte. I processi di beatificazione dei Sommi Pontefici non possono essere equiparati ad un processo per così dire “semplice” e “lineare” come quello che ha portato alla beatificazione e poi alla canonizzazione una figura semplice nella sua disarmante ed eclatante santità come Santa Maria Goretti o come Madre Teresa di Calcutta. Rispetto a tutti gli altri candidati alla beatificazione, i processi dei Sommi Pontefici implicano e racchiudono ben altre complessità oggettive e sostanziali, legate in parte alla singolarità del ministero che hanno svolto nella Chiesa, seguiti dalle altrettante complesse circostanze, a volte anche del tutto particolari, nelle quali hanno esercitato le virtù cristiane. A questo si unisca poi la molteplicità delle responsabilità e delle decisioni che hanno dovuto prendere, semmai anche in periodi storici molto delicati, mostrandosi solidi sulle fondamentali virtù teologali e sulle virtù cardinali, tra le quali spicca la prudenza, in eventuale mancanza o carenza della quale non si può neppure parlare di giustizia, fortezza e temperanza, perché la prudenza regge le altre tre virtù cardinali, San Tommaso d’Aquino suole infatti definirla: «directiva virtutum moralium […] moralibus motor […] auriga virtutum» [cf. Summa theologiae I-II 21, e ad 2; 58, 2 ad 4; III, 85 3 ad 4]. Sarebbe pertanto opportuno, ma soprattutto prudente, che i processi di beatificazione dei Romani Pontefici richiedessero molte più indagine, soprattutto indagini più attente. Dunque in tutti i casi, ma in particolare per i processi dei Romani Pontefici, sarebbe bene non intervenire ora con la dispensa dai cinque anni trascorsi dalla morte richiesti per l’apertura del processo, poi con la dispensa dalla fase storica, poi con la dispensa dal miracolo richiesto e via dicendo a seguire.

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L’ultimo Sommo Pontefice canonizzato prima di San Giovanni Paolo II fu San Pio X, morto nel 1914, beatificato trentasette anni dopo la sua morte dal Venerabile Servo di Dio Pio XII nel 1951 e dallo stesso canonizzato tre anni dopo nel 1954, a quarant’anni esatti di distanza dalla sua morte.

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Oggi persino un laico tra i più digiuni di faccende cattoliche è informato circa il fatto che ad elevare alle glorie degli altari i Beati ed i Santi è il Sommo Pontefice attraverso un preciso dicastero della Santa Sede, la Congregazione delle Cause dei Santi. È infatti presso la Santa Sede che la procedura è interamente accentrata, dopo che nella diocesi dove il candidato alla beatificazione è vissuto e morto il vescovo del luogo avrà istruito il primo processo diocesano. Concluso con esito positivo il processo istruito nella cosiddetta fase diocesana, gli atti saranno trasmessi a Roma, dove inizierà la fase processuale romana, quella che stabilirà anzitutto se vi sono gli elementi per procedere; se ci sono, sarà dato avvio al previsto iter per giungere alla proclamazione del beato, o alla canonizzazione del beato che diverrà santo. Nel primo e nel secondo caso, o se preferiamo nel primo e nel secondo grado, cambia anche lo stesso concetto di culto, perché mentre quello dei Beati è un culto locale legato ad un preciso luogo o diocesi, quello dei Santi è un culto esteso all’intera Chiesa universale. Soprattutto cambia la natura stessa dell’atto, ed in forma affatto formale ma sostanziale. Infatti, diversamente dalla beatificazione, la canonizzazione implica un pronunciamento del magistero infallibile, del quale parleremo in dettaglio più avanti.

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La procedura seguìta oggi non è stata per secoli questa. In passato, a proclamare Santi e Beati ― che come abbiamo spiegato avanti erano due espressioni diverse ma del tutto equipollenti ―, procedevano i vescovi delle diocesi. Detto questo proviamo a immaginare che cosa può essere accaduto in certe diocesi ed in certe epoche non propriamente felici della storia della Chiesa, per esempio tra i secoli IX e XI, in anni nei quali è pure capitato di ritrovarsi come Romano Pontefice un giovanotto spensierato di diciotto anni, tale fu Giovanni XII, al secolo Ottaviano dei conti di Tuscolo. È presto detto: se certe potenti famiglie erano capaci a far eleggere Romano Pontefice un ragazzo diciottenne, con quanta più eventuale facilità potevano essere capaci di far proclamare dei propri antenati Beati o Santi da certi vescovi compiacenti? Quando poi in certe epoche storiche Beati o Santi erano molto legati al prestigio delle Chiese locali e di riflesso al potere politico, figurarsi come certe diocesi o certe famiglie potenti gareggiassero a chi aveva un numero più elevato di Santi o Beati. A tutto questo si potrebbe aggiungere altro: visto e considerato che la simonia risale già alla prima epoca apostolica, a maggior ragione è bene anche chiedersi se per la proclamazione di certi Beati e Santi operata da certi vescovi, spesso figure molto più politiche che pastorali, non concorse per caso pure la simonia. E giacché nulla di questi tempi deve essere dato per scontato, è bene ricordare che cos’è la simonia, condannata da più concili ecumenici della Chiesa a partire dal II canone del Concilio di Calcedonia dell’anno 451. Il termine simonia, usato per indicare l’acquisto di beni spirituali, di dignità ecclesiastiche e di favori di vario genere attraverso scambi di danaro od altri beni materiali, nasce da Simon Mago, un personaggio narrato negli Atti degli Apostoli [cf. At 8, 18-24]. Simon Mago era un taumaturgo samaritano convertito al Cristianesimo che desiderava aumentare i propri poteri, al punto da offrire al Beato Apostolo Pietro  del denaro, chiedendo di poter ricevere in cambio le facoltà taumaturgiche concesse dallo Spirito Santo. Duro e severo, per tutta risposta, fu il rimprovero del Beato Apostolo Pietro.

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Chiarito che la simonia si affaccia sulla scena sin dalla prima epoca apostolica, sebbene con totale insuccesso, dato che in quel caso l’interlocutore era il Beato Apostolo Pietro e non altri personaggi della storia che poi seguiranno, è legittimo domandarsi: come possono aver proceduto taluni vescovi per diversi secoli nel proclamare Beati o Santi? Purtroppo non sempre la storia è generosa, specie laddove documenta senza pena di facile smentita le gesta di soggetti che erano ben lungi dall’avere anche un solo e vago pallore di santità. Così come la storia ha infine documentato che certi venerati Beati e Santi non sono proprio mai esistiti, in testa a tutti San Giorgio, o che altri non erano se non veri e propri duplicati di altri Beati e Santi ai quali fu cambiato il nome per poterli adottare in altre città e paesi come Beati e Santi propri, creando su di loro storie e leggende che si potessero adattare a quella precisa località e società civile.

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L’ilarità letteraria espressa da Giovanni Boccaccio nella sua esaustiva novella dedicata a Frate Cipolla, ha purtroppo molto di reale. Resta infatti inoppugnabile un fatto assodato: quando le distanze sino a secoli prima enormi e percorribili solo per pochi e ricchi eletti si ridussero progressivamente, si è finito con lo scoprire che diversi Beati e Santi particolarmente venerati avevano dei corpi e delle strutture scheletriche a dir poco eccezionali. Col trascorrer dei secoli e la riduzione di quelle che una volta erano delle lunghe e quasi impercorribili distanze, sono venuti alla luce Beati e Santi con cinquanta diti sparsi per i reliquiari di città e paesi di mezza Europa; Beati e Santi con dieci gambe dalle quali erano stati estratti per i reliquiari cento frammenti di ossa … altro che la reliquia de «la penna dell’agnolo Gabriello» caduta durante l’annuncio dato alla Beata Vergine Maria ed esibita in trionfo da Frate Cipolla ad un pubblico di bifolchi illetterati del contado rimasti esterrefatti a bocca aperta! Insomma, se la disciplina ecclesiastica prevede oggi che le reliquie debbano essere autenticate, certificate, confezionate e sigillate, un motivo deve proprio esserci, come di recente ha spiegato un esperto canonista della Congregazione delle Cause dei Santi, chiarendo che bisogna evitare «nuove forme della simonia al tempo del mercato globale», ed introducendo con queste precise parole la Istruzione della Congregazione delle Cause dei Santi su autenticità e conservazione delle reliquie [L’Osservatore Romano, 16.12.2017: Le reliquie nella Chiesa, presentazione dell’Istruzione della Congregazione delle Cause dei Santi a cura di Mons. Robert J. Sarno, documento leggibile QUI].

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Soprassediamo di conseguenza sul numero di chiodi con i quali fu inchiodato Gesù Cristo sulla croce, o sulla croce stessa, perché com’ebbe a dir qualcuno: se tutte le reliquie della Santa Croce fossero autentiche, Nostro Signore Gesù Cristo sarebbe stato inchiodato e crocifisso sopra gli alberi di un’intera foresta. E, a proposito della Santa Croce, basti richiamarsi alla leggenda aurea narrata dal Beato Jacopo da Varagine [1228-1298], nome latino della odierna Città ligure di Varazze. Egli, che fu frate domenicano e poi Arcivescovo di Genova [1292-1298], questa leggenda aurea la riprende a sua volta da altri autori. Il Beato Vescovo riporta e narra che Elena [248-329], madre dell’imperatore Costantino il Grande, dopo la sua conversione al Cristianesimo giunse pellegrina a Gerusalemme, dove  a distanza di circa quasi tre secoli dalla crocifissione chiese alle autorità locali se conoscevano il luogo nel quale si trovava la Croce della Passione di Cristo. Nessuno lo sapeva, se non un tale di nome Giuda, che fu costretto a rivelarlo col ricorso alle maniere forti. A quel punto si procedette a scavare nel luogo indicato e dalla terra furono estratte tre croci poi esposte nella piazza di Gerusalemme. Non sapendo però quali delle tre fosse quella di Cristo Signore, avvenne che mentre per la strada stava procedendo un corteo funebre, Giuda suggerì di porre sulle tre croci il cadavere condotto verso la sepoltura. Deposta la salma sulla prima croce non accadde nulla, altrettanto sulla seconda, ma quando infine fu deposto sopra la terza il morto riprese vita, ed in questo modo si identificò quale delle tre fosse la croce sulla quale fu inchiodato Cristo Signore. A parte la croce, è noto che a distanza di quasi trecento anni, questa pia cristiana nota oggi come Sant’Elena, trovò tutte le cose giuste al posto giusto; quasi come se Cristo Dio fosse morto e risorto la settimana prima. Mentre fu sempre lo stesso Giuda che durante queste ricerche, tutte e di rigore concluse con successo straordinario, ritrovò anche i chiodi della crocifissione. 

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A parte le leggende auree che possono indurci anche al sorriso, il grande merito di Sant’Elena è di avere dato avvio nell’antica Giudea ad una ricerca storica molto ben studiata e organizzata attraverso la quale, ripercorrendo gli spazi della vita di Cristo Signore, mediante ricerche e scavi individuò luoghi ed edifici reali e per nulla leggendari, procedendo poi alla protezione dei reperti autentici ed alla erezione di basiliche nei luoghi che furono reale teatro della vita di Cristo Dio. Nel fare questo, Sant’Elena seguì i racconti dei Santi Vangeli, dimostrando forse per prima il fondamento della loro storicità a tutti quei teologi, cattolici e non cattolici, che oggi la mettono tranquillamente in dubbio, senza che nessuna Autorità Ecclesiastica si curi più di tanto di mettere in dubbio l’ortodossia di questi teologi.

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Possiamo volendo aggiungere le reliquie del corpo del Santo fratello di Cristo Signore, martirizzato oltre duemila anni fa, Giovanni il Battista. Per inciso: oggi il Battista sarebbe indicato in grado di parentela come cugino di Cristo Signore, ma nella Giudea dell’epoca i cugini erano indicati come fratelli [cf. Mc 3,31-34; Mt 12,46-50; Lc 8,19]. Le reliquie di San Giovanni il Battista sono attualmente disseminate per ventiquattro chiese cattoliche. Vi sono però anche altre reliquie del suo corpo conservate nella Gran Moschea degli Ommayyadi nella Città del Cairo e presso il monastero copto egiziano di San Macario. Molte altre reliquie di San Giovanni il Battista erano conservate a Costantinopoli prima della caduta e della sua presa da parte dei maomettani, altre ancora pare siano disseminate in diversi monasteri ortodossi. In una chiesa di Monza si conserva una ciocca dei suoi capelli, mentre a Genova si conserva il piatto sul quale la sua testa sarebbe stata deposta dopo la decapitazione.

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Tra questo genere di mirabolanti reliquie, possiamo forse dimenticare la reliquia del latte della Beata Vergine Maria conservato in un’ampolla nella Chiesa Collegiata di Montevarchi d’Arezzo? Peraltro si tratta di una reliquia munita attorno al XII-XIII secolo di una precisa spiegazione: «Il latte fu sparso involontariamente dalla Mater Dei in una grotta prima della fuga in Egitto della Sacra Famiglia». A tal proposito, Frate Bernardino da Siena, in seguito Santo e Dottore della Chiesa, in uno dei suoi sermoni infuocati mise in guardia contro le superstizioni, le false reliquie ed il loro iniquo mercato; e citando proprio la reliquia del latte della Beata Vergine Maria tuonò:

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«E sia chi si voglia, io dico che non piacciono a Dio queste tali cose. O, del latte della Vergine Maria; o donne, dove siete voi? E anco voi, valenti uomini, vedestene mai? Sapete che si va mostrando per reliquie: non v’aviate fede, ché elli non è vero: elli se ne truova in tanti luoghi! Tenete che elli non è vero. Forse che ella fu una vacca la Vergine Maria, che ella avesse lassato il latte suo, come si lassa delle bestie, che si lassano mugnare? Io ho questa opinione, ch’io mi credo che ella avesse tanto latte né più né meno, quanto bastava a quella bochina di Cristo Jesu benedetto» [San Bernardino da Siena – Devozioni Ipocrite. in: Baldi. Novellette ed esempi morali di San Bernardino da Siena, 1916].

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Se Giovanni Boccaccio si limitò ad essere ironico nell’ideare la novella di Frate Cipolla, Frate Bernardino da Siena, divenuto invece Santo e Dottore della Chiesa, fu invece duro e severo nella misura in cui mai osò esserlo l’autore delle Novelle Boccaccesche, che si limitò solo all’esercizio di una elegante ironia letteraria del tutto appropriata alla realtà dei fatti dell’epoca.

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Forse, a partire da Simon Mago sino alle ripetute condanne fatte dai Concili della Chiesa sul turpe peccato di simonia, sarebbe il caso di domandarsi: dietro a tutto questo, siamo sicuri che c’era gratuità e autentico amore e venerazione per Beati e Santi, proclamati tali in epoche ormai remote da molti vescovi in modo sempre e di rigore limpido e cristallino? O che vi fosse devota venerazione per le loro reliquie, in modo del tutto esente da imbrogli e mercimoni di danaro?

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A dire il vero, che nel corso dei secoli qualche cosa non abbia funzionato per il verso giusto lo prova il modo in cui numerosi Beati e Santi furono fatti sparire motu proprio dal Beato Pontefice Paolo VI con la Lettera Apostolica Mysterii Paschalis [cf. testo leggibile QUI]. Con questo documento fu infatti approvato il nuovo ordinamento liturgico, cancellando dal calendario universale della Chiesa quei Santi per i quali gli studiosi ecclesiastici nutrivano da tempo fondati dubbi circa la loro stessa esistenza storica. Poi, nella blanda e indolore espressione sui «fondati dubbi circa la loro esistenza storica», sono stati di certo racchiusi anche quei numerosi Beati e Santi frutto di anni non propriamente sereni e felici della Santa Chiesa di Cristo; Santi e Beati di epoche remote dei quali è bene non ricordare la loro reale esistenza storica, assieme a quella dei vescovi locali che li proclamarono Beati e Santi. Ecco perché, malgrado i fatti, ci piacerebbe dire che i numerosi Santi e Beati depennati dal calendario non sono stati eliminati per un ripensamento della Chiesa che trascorsi secoli li ha fatti cadere nell’oblio, perché una cosa simile da parte della Chiesa mater et magistra non sarebbe neppure pensabile! Meglio per ciò spiegare che ad un certo punto, la Chiesa, ha agito in questo modo per opportuni e necessari criteri pastorali e liturgici. Criteri che io accetto e faccio miei, rimanendo però strettamente legato a quanto di sapiente ci ha trasmesso il Sommo Pontefice Leone XIII:

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«Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel far emergere la sua origine divina, superiore ad ogni concetto di ordine puramente terreno e naturale, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nessuna delle prove che gli errori dei suoi figli, e talvolta anche dei suoi stessi ministri, hanno fatto subire nel corso dei secoli a questa sposa del Cristo. Studiata in questo modo, la storia della Chiesa, da sé sola, costituisce una magnifica e convincente dimostrazione della verità e della divinità del Cristianesimo» [Lettera Apostolica al Clero di Francia, Depuis le jour, 1899, testo originale in italiano QUI].

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Nel XII secolo, il Sommo Pontefice Urbano II dette avvio ad un accentramento dei processi di beatificazione e canonizzazione. Domanda: non è che per caso lo fece anche per evitare gravi abusi dei vescovi locali? Nel XVI secolo il Sommo Pontefice Sisto V creò la Congregazione dei Riti che era competente per i processi di beatificazione e canonizzazione, mentre nello stesso arco di secolo il Sommo Pontefice Urbano VIII ampliò ed a suo modo rese ancora più rigida la procedura, ma soprattutto creò la netta distinzione che oggi corre tra beatificazione e canonizzazione. Tutto il resto è storia recente, sulla quale non è opportuno indugiare, perché un approfondimento richiederebbero dei trattati enciclopedici, mentre lo scopo di questo scritto, dopo alcune sommarie spiegazioni di carattere teologico, storico e giuridico, è quello di parlare sul finire di tutt’altro …

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V

LE CAUSE DI BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE: LA FIGURA DEL POSTULATORE

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Alle cause dei santi mi interesso da anni, ed a questo pio mestiere fui introdotto durante gli anni della mia formazione al sacerdozio e poi dopo ancòra a seguire da due maestri di indubbia eccezione che diressero per quattro decenni una postulazione generale. Nel corso degli anni e dei nostri lunghi colloqui, i due insigni postulatori mi insegnarono anzitutto a non “innamorarmi” mai della figura per la quale si è ricevuto il mandato dalla parte attrice che ha promossa la causa, perché il postulatore non è chiamato ad essere un “cieco innamorato” ed è tenuto a essere lui per primo imparziale. Certe forme di “cieco innamoramento” tolgono la necessaria lucidità critica e danneggiano il lavoro. Poi, dopo la beatificazione o la canonizzazione, il postulatore può anche divenire il primo dei devoti tra i più devoti del Beato o del Santo, ma dopo, quando la Chiesa avrà suggellato il tutto con la formula definitoria [cf. Ad tuendam fidem, testo QUI]. Ciò con buona pace del compianto e grande ecclesiologo Brunero Gherardini [1925-2017], che a mio parere ha giocato in modo tanto intelligente e pericoloso sul concetto di canonizzazione e infallibilità [vedere suo articolo in questione, QUI], ovviamente portando a suo tempo motivazioni tanto profonde quanto brillanti, degne in tutto e per tutto di un’intelligenza al di sopra delle righe come la sua, perché con uomini e presbìteri-teologi di tal levatura, si poteva anche non esser d’accordo e discutere, ma sempre salvando la stima e soprattutto quella fraternità che ci lega tra di noi sacerdoti in divina parentale mediante il sangue redentore di Cristo Dio. Il compianto Brunero Gherardini, di cui non condivido molte cose, inclusi svariati pensieri pericolosi, era indubbiamente uno dei nostri ultimi grandi cavalli di pura razza, per non parlare poi della sua santità di vita.

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Per chiarire il ruolo del postulatore a quanti non sono particolarmente addentro certe dinamiche ecclesiali ed ecclesiastiche, si potrebbe dire che il postulatore è un po’ equiparabile ad un avvocato, ovviamente con tutti i dovuti distinguo del caso. Il postulatore romano, o postulatore accreditato alla Congregazione delle Cause dei Santi, è invece quello che porta avanti la causa presso il competente Dicastero della Santa Sede, ed è più o meno equiparabile ad un patrocinante presso la Suprema corte di cassazione. Il postulatore ha l’obbligo morale solennemente giurato sui Santi Vangeli di non omettere dal porre in luce lui per primo i motivi di eventuale ostacolo alla causa, che egli non può tacere né tanto meno occultare, perché se sussistono deve anzi evidenziarli.

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Cosa vuol dire non tacere, non occultare e nulla omettere nell’esercizio dell’ufficio di postulatore? Proverò spiegarlo con un esempio molto esaustivo: quando ai miei due formatori si pensò di affidare il processo di beatificazione di Paolo VI, proprio loro che questo Pontefice lo avevano ben conosciuto e ne erano stati stretti collaboratori, sollevarono undici quesiti da risolvere prima di procedere ad istruire la fase romana del processo di beatificazione. Per tutta risposta, un noto galantuomo del Collegio Cardinalizio, subodorando che poteva aprirsi un processo lungo e complesso, come di prassi dovrebbe essere in modo particolare per un Romano Pontefice e tanto più per uno che visse gli anni storici difficilissimi di Paolo VI, fece sì che il tutto finisse in mani per così dire più malleabili. Narrando ciò torno a precisare che stiamo parlando di procedure canoniche e di fatti documentati, non di gossip clericali da cosiddetta lavanderia vaticana. Ma soprattutto non stiamo parlando della santità del Beato Pontefice Paolo VI che sarà canonizzato nel mese di ottobre di quest’anno 2018 con viva gioia del sottoscritto, anzi posso aggiungere che se fosse stato nelle mie facoltà lo avrei proclamato santo martire. Ma su questo argomento rimando ad un mio studio in preparazione sul martirio di sangue, quello dei martiri, ed il martirio bianco, legato invece, questo secondo, a figure che possono andare da San Benedetto Menni, martirizzato per una vita intera, sino all’imminente Santo Pontefice Paolo VI, diversamente ma altrettanto martirizzato nell’intero corso degli ultimi dieci anni del suo augusto pontificato.

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Nel dedicarmi alla postulazione delle cause dei Santi, sempre facendo gran tesoro degli insegnamenti ricevuti dai miei sapienti formatori, leggendo gli scritti a volte molto numerosi e complessi di certi candidati alla beatificazione ed alla canonizzazione, ho cercato anzitutto di verificare se tra di essi vi erano eventuali errori concettuali ed espressioni dottrinarie o teologiche non corrette. Quando poi si è trattato di figure di ecclesiastici posti in ruoli di governo o di fondatori o superiori di istituzioni religiose, ho cercato di verificare se nelle loro azioni di governo emergevano incongruenze, imprudenze e spirito di parzialità; quindi il modo in cui hanno agito e reagito dinanzi a certe difficoltà, soprattutto dinanzi a quelle incomprensioni, gelosie, tradimenti ed azioni persecutorie che caratterizzano quasi sempre le vite di Santi e Beati, a meno che non si tratti di figure di santi bambini o di santi appena adolescenti come la Beata Imelda o San Luigi Gonzaga, o come i piccoli pastorelli di Fatima San Francesco Marto e Santa Giacinta Marto.

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Non ho mai detto né mai dirò che certe figure oggetto del mio studio e lavoro sono dei santi e delle sante, perché non sarò io a canonizzarli ma la Chiesa, peraltro col ricorso ad una precisa formula che implica nella canonizzazione l’esercizio del magistero infallibile di cosiddetto secondo grado [oltre alla già citata Ad tuendam fidem vedere anche il n. 6 di questo documento QUI]; un esercizio del magistero infallibile entro il quale sono racchiusi tutti i miei passati e affettuosi litigi teologici col compianto Brunero Gherardini.

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VI

DINANZI AI PRESUNTI MIRACOLI IL POSTULATORE DEVE ESSERE IL PIÙ SCETTICO TRA GLI SCETTICI, SE VUOLE RENDERE DAVVERO UN BUON SERVIZIO

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Quando ho studiato i miracoli attribuiti all’intercessione di certi Beati o Santi, ho sempre ricordato a me stesso che dovevo essere il primo scettico tra gli scettici. Più volte, ad alcuni postulatori ch’ebbero a dirmi: «Finalmente abbiamo avuto il miracolo!». Ho sempre risposto: «Compito tuo non è di esultare per un presunto miracolo tutto da accertare, ma verificare tu per primo se è realmente autentico, prima che la relativa documentazione sia depositata alla Congregazione e non ultimo esaminata anche dai membri della Consulta Medica».

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In modo distaccato e piamente sospettoso ho sempre studiato, documento su documento, referto clinico su referto clinico, se poteva esserci anche qualche piccola cosa che non tornasse, ma soprattutto se poteva esserci una spiegazione scientifica al presente ed una eventuale possibilità di spiegazione scientifica futura. Anche per questo conosco e sono ormai in legami di amicizia con molti clinici e uomini di scienza accreditati a livello internazionale, perché varie volte mi sono rivolto a loro sollevando quesiti e dubbi su certe inspiegabili guarigioni, mettendomi infine l’animo in pace solo quando qualche insigne clinico, semmai tutt’altro che credente e con una vita per nulla improntate sulle cristiane virtù, ha esordito con immane stupore entro questi termini:

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«Se le cartelle cliniche e tutti i referti che lei mi presenta sono autentici, posso solo dirle che non c’è alcuna possibile spiegazione scientifica. Può infatti essere che in un futuro vicino o lontano non sia neppure più necessaria la cura del tumore, perché il suo insorgere sarà prevenuto con la somministrazione di un vaccino nel periodo dell’infanzia. Oggi però, come del resto domani, un tumore con metastasi diffuse accertato e diagnosticato, non può sparire senza lasciare alcuna traccia da un giorno all’altro».

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Nel caso che sto trattando al presente, un mostro sacro della neurologia da me interpellato ― che tra l’altro non è neppure cattolico ―, esaminate le cartelle cliniche e tutti i documenti connessi da me presentati ha infine risposto:

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«Una persona che cade malamente da sei metri e mezzo di altezza battendo la testa e della quale per due volte è stata dichiarata la morte cerebrale, non può uscire dall’ospedale dopo tre settimane camminando sulle proprie gambe senza avere riportato perlomeno dei gravissimi danni neurologici permanenti con conseguente infermità parziale o totale, con la possibile perdita dell’uso della parola e della memoria e via dicendo a seguire».

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Eppure, di fronte a questo caso, lungi dal gridare “al miracolo!”, consultati prima due neurologi, poi un terzo di grande e riconosciuta fama. E nel presentar loro il caso posi questo preciso quesito:

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«Quando si tratta del cervello umano tendo ad essere restìo nell’affermare che non c’è spiegazione scientifica, perché i neuro-scienziati affermano che per ciò che concerne le sue potenziali risorse, il cervello umano rimane per gran parte sempre da esplorare e conoscere. Pertanto, dinanzi ad un paziente di cui è stata dichiarata per due volte la morte cerebrale, tornato infine alla propria casa sulle sue gambe senza alcun danno dopo tre settimane di ospedale, io domando: in un futuro vicino o lontano, potrebbe esserci una spiegazione scientifica?».

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Come ho già riportato all’inizio di questo discorso, due neurologi ed un luminare considerato un mostro sacro della neurologia mi hanno risposto tassativamente di no. Il cosiddetto mostro sacro ha poi ribadito ulteriormente:

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«Nulla è da escludere, può anche essere che domani, dinanzi a sopraggiunto stato di morte cerebrale le neuroscienze riescano ad avere mezzi e tecniche per far riprendere il paziente, ma oggi come domani, in assenza di tecniche e di cure innovative che sono tutte quante lontane da venire, un paziente gravemente incidentato dichiarato per due volte cerebralmente morto non può alzarsi sulle sue gambe e tornare a casa dopo tre settimane senza avere riportato perlomeno dei gravissimi danni permanenti».

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VII

BEATI E SANTI IN CORSA, BEATI E SANTI IN PRUDENTE ATTESA: IL CASO DI PADRE LÉON DEHON ACCUSATO DI ANTISEMITISMO. IL PROBLEMA DEI SANTI CHE HANNO FAVORITA LA PERSECUZIONE DI ALTRI SANTI: IL CASO DEL SANTO FRATE PIO DA PIETRELCINA E DEL SANTO PONTEFICE GIOVANNI XXIII

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Ho sin qui spiegato che il servizio peggiore che possa essere reso ad una causa di beatificazione o di canonizzazione, in modo del tutto particolare dal postulatore, è di farsi prendere dalla passione emotiva e da quell’innamoramento più o meno irrazionale che porterà a rendere inevitabile e pessimo servizio alla causa, per il sommo bene della quale è necessario mantenere sempre lucidità, ma soprattutto non va mai perduto lo spirito critico, che deve essere elevato nella stessa misura in cui la figura trattata risulta veramente molto interessante. C’è però anche un’altra cosa molto importante, nella quale è bene non cadere mai: la fretta, il voler quanto prima la proclamazione del Beato o del Santo. Non è infatti detto che un Beato o un Santo sia sempre proponibile come modello nei tempi che corrono al presente. Può infatti non di rado accadere che pure dinanzi al lavoro fatto ed eseguito, semmai anche in modo egregio e meticoloso, sia opportuno attendere di presentare alla Congregazione tutta la documentazione. E questa si chiama prudenza, la prima virtù che va riscontrata nei candidati alla beatificazione e alla canonizzazione, ma che deve anche caratterizzare il lavoro del postulatore.

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Sino a prima della sua morte, più volte, il compianto Cardinale Carlo Caffarra ed io, ci siamo reciprocamente rammaricati per le enormi difficoltà che stava presentando la fase diocesana della causa di beatificazione di un pio Frate e Sacerdote, morto neppure quarantenne a inizi anni Novanta del Novecento dopo avere offerto in precedenza la propria vita per la liberazione del suo Paese natale dalla morsa del Comunismo. Come però è risaputo a livello sia storico che socio-ecclesiale, più litigiosi dei preti sono solo i frati. Poi, se attraverso un elevato numero di Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis redatte per i processi di beatificazione e di canonizzazione, vogliamo toccar con mano quali siano le creature che giungono ad infliggere le sofferenze peggiori e nei modi più crudeli, basti andare nelle comunità religiose femminili, perché nell’esercizio della cattiveria molte suore sono risultate tanto crudeli quanto insuperabili. E, “grazie” paradossalmente alla cattiveria ed alla crudeltà di certe religiose, nell’albo delle Sante abbiamo potuto iscrivere nel corso dei secoli tanti nomi di donne straordinarie, alcune delle quali proclamate anche Dottori della Chiesa.

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Il Cardinale Carlo Caffarra, che era anche membro della Congregazione delle Cause dei Santi e che aprì la fase diocesana di quel processo all’epoca che era Arcivescovo Metropolita di Bologna, ed io, che ho avuto modo di studiare questa grande e bella figura, avevamo entrambi molto chiara la straordinaria portata di questo pio Frate e Sacerdote, equiparabile per talento teologico ad un novello San Tommaso d’Aquino del XX secolo, ed al tempo stesso munito anche di grandi doti sul piano umano, pastorale, didattico e pedagogico. Eppure, la stessa postulazione generale del suo Ordine, oggi pronta a perdere tempo prezioso ed altrettanto prezioso danaro per promuovere persino processi del tutto improbabili, ha mostrato di non avere intenzione alcuna di portare avanti questo autentico gigante della fede e della teologia.

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Questa testé descritta è un’altra delle molteplici e dolorose facce dei processi delle cause dei Santi, spesso vittime in vita delle gelosie e degli ostracismi persecutori degli uomini, per poi essere talvolta di nuovo vittime, anche dopo morti, della superficialità e della stoltezza degli uomini che rifuggono la santità laddove brilla, per andare a cercare la santità dove semmai proprio non c’è, ma dove però la mancanza di santità fa quella notizia e quella tendenza sociale che quasi sempre fa rumore, accendendo i riflettori delle luci della ribalta su chi certi processi li ha promossi e sul postulatore che li porta avanti.

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Quanti sono i processi fatti e finiti, con tanto di miracoli accertati e riconosciuti, che giacciono negli archivi del Dicastero in attesa che si possa procedere alla cerimonia di beatificazione o di canonizzazione? Proviamo a prendere un caso eclatante: una volta terminato il processo di beatificazione del Padre Léon Dehon [1843-1925] e stabilito che la cerimonia di beatificazione si sarebbe tenuta il 24 aprile 2005 in Piazza San Pietro, accadde che alcune Comunità Ebraiche, ma più che altro circoli facenti capo al Movimento Sionista, rivolsero a suo carico pesanti accuse di antisemitismo. Si tratta anzitutto di accuse giocate su parole de-contestualizzate dall’àmbito storico, sociale e politico; e sappiamo bene quanto siffatte estrapolazioni finiscano col dar vita ad accuse insussistenti. Il Padre Léon se la prese infatti più volte con imprenditori e industriali che sfruttavano gli operai e la manodopera dei minori ed anche dei bambini, oltre che con i banchieri. Poi, se alcuni di loro erano ricchi e facoltosi ebrei, questo è irrilevante, perché il Padre Léon non se la prese con gli ebrei, ma con imprenditori, industriali e banchieri. Scrisse anche diversi articoli sul quotidiano cattolico La Croix, nel quale mosse al giudaismo sociale delle accuse che non dovrebbero mai essere scisse dal preciso contesto storico e politico di quegli anni. Così, a cerimonia fissata, dopo che s’era proceduto all’accertamento ed al pieno riconoscimento del miracolo avvenuto per intercessione del “terribile antisemita” Padre Léon Dehon, la beatificazione fu rinviata senza disporre un’ulteriore data.

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Tutti coloro che sono già glorificati nella Comunione dei Santi nella Chiesa trionfante della Gerusalemme Celeste, non è detto siano glorificati sulla delicata e complessa terra di questa nostra povera e Santa Chiesa visibile, sempre più debolmente militante. Pertanto all’occorrenza, Beati e Santi vanno anche prudentemente tutelati, evitando che finiscano archiviati in qualche armadio in attesa di opportuni tempi migliori, semmai dopo un coro di proteste sollevato da degne persone che, oltre a non credere alla santità ed al riconoscimento della santità da parte della Chiesa Cattolica, considerano tutt’oggi il Cristo un impostore sopra il quale altri impostori hanno inventata e poi diffusa la grande menzogna della sua risurrezione, pur rivendicando e pretendendo di esercitare al tempo stesso il diritto a comandare ed imporre le regole in casa degli altri [rimando su questo tema alla mia video lezione: L’antica menzogna dei giudei sulla risurrezione di Cristo, QUI, dal minuto 26 a seguire è citato anche il caso di Padre Léon Dehon].

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Se poi qualcuno volesse esaminare in modo freddo e lucido il modo in cui certi circoli ebraici sollevarono la protesta, basterebbe domandarsi solo questo: da quanto tempo gli agitatori di questi stessi circoli conoscevano bene quelle espressioni e quelle parole scritte dal Padre Leòn sul quotidiano francese La Croix? Esistono da decenni istituzioni ebraiche specializzate nel ricercare e individuare espressioni di antisemitismo; istituzioni che beneficiano tra l’altro di ampie sovvenzioni e fondi e che sono capaci a far emergere persino accuse spesso improbabili che lasciano assaporare il vero e proprio processo alle intenzioni. Ebbene, come mai, anziché sollevare proteste quando il processo fu aperto nel 1952, o durante i vari decenni in cui il lungo processo fu per oltre quarant’anni in corso, i solerti cacciatori specializzati anche nei più vaghi sospiri antisemiti veri o presunti, hanno atteso che fosse fissata la data per la cerimonia di beatificazione il 24 aprile del 1995? Molto semplice il motivo: il moderno Sinedrio ha voluto esibire tutta la propria forza e dimostrare al mondo che bastava una sua protesta per far retrocedere la Chiesa da un atto ormai stabilito e da una cerimonia già fissata a suggello di quell’atto. Purtroppo però, gli ecclesiastici di quegli anni, anziché comprendere questo gioco, hanno piegata la testa e prontamente concessa la richiesta soddisfazione, mostrando così che con un semplice straccio pubblico di vesti da parte del novello Kaifa il moderno Sinedrio poteva indurre le Autorità Ecclesiastiche a retrocedere pubblicamente, dimostrando ciò che alla fine volevano dimostrare: di essere più influenti della Chiesa di Cristo e di poterla all’occorrenza a tal punto condizionare sino a proibirle di procedere ad una cerimonia di beatificazione già fissata. O per caso qualcuno ha altre spiegazioni da dare a questa vicenda? Ma soprattutto torno a ribadire: come la mettiamo col miracolo accertato e pienamente riconosciuto avvenuto per intercessione del Padre Léon? Può essere che nel 1958, per intercessione di un “pericoloso antisemita”, un operaio brasiliano di 48 anni, non operato per tempo in seguito ad un grave problema al peritoneo, al quale furono date poche ore di vita dopo un intervento eseguito in ritardo e considerato per questo «incompleto e aleatorio», sia guarito da un giorno all’altro? [cf. Prospetto storico dello svolgimento della causa, pag. 7, vedere QUI]. Per la Chiesa è più importante un miracolo accertato e da ella stessa pubblicamente riconosciuto, oppure è più importante una protesta da parte del moderno Sinedrio?

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Nelle varie fasi del processo di Padre Pio da Pietrelcina, ed in particolare nella fase storica, c’era invece da gestire varie figure molto ingombranti, non ultima quella complessa e non sempre gradevole persona del Padre Agostino Gemelli, che nei confronti del Frate Cappuccino mostrò in modo palese di non essere né un uomo di scienza né un uomo di carità cristiana, bensì propenso ad agire mosso da antipatia personale e da prevenzioni irrazionali ed emotivo-umorali; cosa grave per tutti, ma in particolare per un religioso, per un sacerdote e per uno specialista in scienze psicologiche. Nello stile e nella psicologia del Gemelli permaneva poi anche un elemento per nulla da sottovalutare: l’elemento della crudeltà, col probabile piacere interiore che la psicologia del sadico prova nell’infliggere dolore agli altri, siano essi umani o animali. Tra le varie cose basti dire che egli era solito far catturare i gatti per improbabili e inutili esperimenti scientifici, sottoponendoli poi ad autentiche torture. Siccome le urla dei gatti ai quali veniva trapanato il cranio erano davvero strazianti, questo buon figlio di San Francesco d’Assisi, tale era il sadico vivisezionatore Padre Agostino Gemelli, prima gli recideva le corde vocali affinché non disturbassero con le loro urla di dolore, poi semmai, durante quelle operazioni di gratuita e scientificamente inutile tortura, forse da buon Francescano cantava anche: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature» [cf. San Francesco d’Assisi, Cantico delle creature].

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Il Padre Agostino Gemelli, che fu un deciso accusatore del Santo Cappuccino, non era però un accusatore qualunque, perché oltre alla gran fama di cui godeva all’epoca, al suo nome era legata una grande fondazione ospedaliera ed una università cattolica, non era quindi cosa facile ed agevole affermare e ammettere che questo Frate Minore Francescano racchiudeva nella propria poliedrica complessità anche i connotati della persona alquanto sgradevole, con buona pace per le sue fondazioni.

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Più delicata ancora la figura del Sommo Pontefice Giovanni XXIII, oggi Santo, al quale Padre Pio da Pietrelcina non era mai piaciuto sin dagli anni Venti del Novecento; pur non avendolo mai conosciuto, pur non avendoci mai parlato e pur non avendo mai scambiato con lui neppure un breve messaggio epistolare. In alcuni appunti vergati nel 1960 dalla mano del futuro Santo Pontefice, Padre Pio da Pietrelcina è da egli indicato come «disastro di anime», «immenso inganno», «idolo di stoppa». È presto detto: con qualche correzione di tiro e tanto frasario edulcorato, la vicenda legata alla figura ingombrante del Padre Agostino Gemelli, celebrato come scienziato e fondatore di due grandi opere, poteva essere tamponata, semmai con una di quelle ecclesiastiche pezze che sono sempre peggiori dello strappo stesso, a ben considerare che su certe pagine dei Santi Vangeli siamo a tal proposito ammaestrati: «Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore» [Lc 9, 16]. Come risolvere dunque un simile e non lieve problema, dinanzi alla figura di un Sommo Pontefice del quale era in pieno corso all’epoca il processo di beatificazione? Molto semplice: come in seguito accadrà per un altro Santo Pontefice, Giovanni Paolo II ― di cui di seguito narreremo in dettaglio un fatto diverso ma simile ―, è stato stabilito che Giovanni XXIII fu ingannato da falsi informatori e da varie persone che stravolsero i fatti a lui presentati. Evidentemente non tutti i Beati e Santi possono possedere ― semmai proprio in virtù della loro stessa santità ―, quella ipersensibilità che quasi sempre caratterizza le loro psicologie, sino a portarli allo sviluppo di particolari capacità introspettive e di analisi immediata, senza tirare in ballo qualità di preveggenza e vari altri carismi a seguire. Pur malgrado dobbiamo prendere atto ― e ne prendiamo serenamente atto ―, che proprio certi Santi possono essere facilmente ingannati e fuorviati nei loro giudizi, forse ancor più d’altri che, pur non essendo affatto santi, la menzogna ed il menzognero lo subodorano invece di lontano. Ebbene: posto che la eroicità delle virtù non ha mai richiesto la perfezione e posto altresì che le vite dei Beati e dei Santi, che per quanto virtuosi restano in ogni caso umani, è stata spesso caratterizzata anche da gravi errori, mi domando: costava proprio così tanto ai maestri del clerical correct ammettere che Padre Pio da Pietrelcina, per il Sommo Pontefice Giovanni XXIII, rappresentava in parte una idea fastidiosa, in parte una persona semplicemente antipatica? O qualcuno pensa che ciò avrebbe potuto pregiudicare la santità di Giovanni XXIII, posto che nella storia del genere umano sono nati senza macchia di peccato originale solo il Verbo di Dio e la Beata Vergine Maria, non certo Angelo Giuseppe Roncalli e tutti quanti i Santi e le Sante iscritti oggi sul calendario? E per non lasciare spazio a dubbi in tal senso, basterebbe a tal proposito ricordare un’omelia nella quale il Venerabile Pontefice Benedetto XVI ci spiega:

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«[…] i dodici Apostoli non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilità morale e religiosa. Erano credenti, sì, pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati nello stesso tempo dai loro limiti umani, talora anche gravi. Dunque, Gesù non li chiamò perché erano già santi, completi, perfetti, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati per trasformare così anche la storia. Tutto come per noi. Come per tutti i cristiani [Brindisi, 15 giugno 2008, testo integrale QUI]».

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È pertanto lecito applicare questi stessi sapienti criteri anche ai Sommi Pontefici di recente beatificati e canonizzati, a Giovanni XXIII, a Giovanni Paolo II ed a Paolo VI? In caso contrario non potremmo veramente capire l’atteggiamento duro ed a tratti persino sprezzante manifestato dal Sommo Pontefice Giovanni XXIII nei riguardi di Padre Pio da Pietrelcina; e nel tentativo di celare il tutto dietro un dito, si può correre solo il rischio di mettere solo più in evidenza la faccenda. Per non dire di peggio: qualcuno sta forse tentando di rivestire certi uomini di quella santità, intesa come perfezione assoluta, che come tale appartiene però solo a Dio, ed a Dio solo?

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Se si è giunti alla canonizzazione di San Pio da Pietrelcina solo dopo diversi decenni, sappiamo bene ch’essa è molto dovuta anche alla particolare venerazione che il Santo Pontefice Giovanni Paolo II aveva verso questo Santo sin dai tempi in cui era un giovane sacerdote ed in seguito vescovo polacco. Pur malgrado, sebbene Padre Pio da Pietrelcina sia morto nel 1968 ed il Cardinale Karol Woytila eletto al sacro soglio nel 1978, sono corsi ventuno anni di pontificato prima che questo Sommo Pontefice molto devoto al Santo Frate procedesse alla prima fase della sua beatificazione. Ecco, vorrei precisare che tra i tanti ostacoli che hanno caratterizzato questo lungo processo, oltre alla necessità di sistemare alcune famose figure ostili particolarmente ingombranti, buona parte delle responsabilità vanno anche addossate all’esercito di suoi figli spirituali veri e presunti, i danni prodotti dai quali non sono stati pochi e neppure lievi nel corso degli anni. Questo per ribadire i danni che possono essere prodotti dal cieco innamoramento che produce emotività e che genera di conseguenza mancanza di senso critico e soprattutto di prudenza, inducendo quindi la Chiesa ad usare tutta la debita e somma prudenza per procedere nelle fasi del processo di un santo taumaturgo di eclatante misura come San Pio da Pietrelcina, canonizzato a trentatré anni di distanza dalla sua morte.

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A tal proposito merita ricordare che tradizionalmente la morte del Cristo è indicata all’età di trentatré anni, sebbene si tenda a pensare che la sua vera età sia stata di trentacinque o trentasei anni; restando in ogni caso del tutto irrilevante l’età esatta. Trentatré è comunque l’età data dalla pia tradizione al Cristo Dio quando morì; quel Cristo Dio del quale Francesco Forgione, in religione Pio da Pietrelcina, portò le piaghe delle stimmate impresse sulle proprie mani, ed infine canonizzato dopo un processo durato gli stessi anni della vita terrena del Verbo di Dio fatto uomo.

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Studiando i Santi e le loro vite, nulla dev’essere lasciato al caso, dai numeri sino ai sospiri. Per questo, certi lavori o cause, richiedono e devono richiedere sempre tempo e prudenza, specie nella Chiesa odierna che pare la Chiesa dell’approssimativo, della fretta e del tutto e subito, ivi inclusa la santità low cost.

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VIII

GAUDETE ET EXULTATE, LA LETTERA APOSTOLICA NELLA QUALE I MARTIRI CRISTIANI MENZIONATI DAL SANTO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II SONO RACCHIUSI SOTTO IL TITOLO FILMICO: «I SANTI DELLA PORTA ACCANTO»

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I Santi, più che essere i cosiddetti «Santi della porta accanto» [Gaudete et Exultate, nn. 6-9, testo QUI], sono coloro che con sacrifici enormi e sofferenze spesso altrettanto enormi sono passati «per la porta stretta» dopo avere percorso una «via angusta» [Mt 7, 14]; e con i loro sacrifici enormi e le loro sofferenze altrettanto enormi, accompagnate sovente da incomprensioni e persecuzioni patite soprattutto all’interno della Chiesa, ci invitano al passaggio da questa cristologica porta di salvezza, che è appunto «La porta stretta», ricordandoci tra l’altro «quanto pochi sono quelli che la trovano!»  [Cf. supra].

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È vero che «La grazia, proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini» [Esortazione Apostolica Gaudete et Exultate, n. 50, testo QUI], ce lo spiega con molta chiarezza San Tommaso d’Aquino: «gratia non tollit naturam, sed perficit» [La grazia non supplisce alla natura dell’uomo ma la perfeziona Cf. Summa Theologiae, I,1,8 ad 2]. Prima ancora dell’Aquinate il tutto ce lo chiarisce il Santo vescovo e dottore della Chiesa Agostino d’Ippona nella sua opera De natura et gratia, scritta per confutare le dottrine errate dell’eresiarca Pelagio.

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Meriterebbe anzitutto ricordare che i Santi, in virtù delle azioni di quei doni di grazia da loro liberamente accolti, molto spesso hanno sopportato situazioni di dolore, di incomprensione e di metodiche persecuzioni che di per sé andavano oltre ogni possibile capacità di umana sopportazione, sino a divenire per questo degli autentici «superuomini». Ciò non per loro merito, ma per i meriti della grazia di Dio; l’unico loro merito è stato quello di avere liberamente accolte le azioni della grazia di Dio. Per quanto riguarda il rapporto tra la grazia di Dio e la natura dell’uomo riassunta dall’Aquinate, possiamo usare come paradigma una famosa analfabeta: Santa Caterina da Siena. Questa giovinetta senese di modeste origini ha seguitato per tutta la sua vita a non saper leggere e scrivere, la grazia di Dio non l’ha infatti resa più colta e più abile nella composizione letteraria di Dante Alighieri. Perfezionando però al massimo la sua natura, la grazia di Dio l’ha resa molto più efficace dei migliori letterati di quelle epoche, ed il suo analfabetismo non le ha impedito di essere proclamata in seguito Dottore della Chiesa, dopo che la grazia di Dio aveva fatto di lei una vera e propria superdonna, confermando in tal modo il canto nel quale la Beata Vergine Maria acclama: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha esaltato gli umili» [cf. Magnificat anima mea Dominum].

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Scindere la santità dall’elemento del dolore e della sofferenza che caratterizza le esistenze dei Santi e che li ha condotti sino alla santità, vuol dire creare un modello di santità nuova, fatta di cuoricini appassionati che palpitano mentre le romantiche stelle brillano sul santo alla “mi piace”, il tutto pervaso da un rincuorante … “suvvia figlio mio, non affliggerti, anche tu puoi farcela!”, disse il genitore al figlio diciottenne alto un metro e mezzo per cento chili di peso che aspirava ad entrare nella Guardia d’Onore Presidenziale dei Corazzieri, ignorando per amor di padre che la grazia può perfezionare la natura che c’è, ma non quella che non c’è, sino a rendere suo figlio alto il metro e novanta centimetri di statura, che è il minimo di regola richiesto. È pertanto singolare che nel portale di una delle diocesi tra la più grandi del mondo, che è quella di Milano, sia dato questo straordinario annuncio: «Papa Francesco: siamo tutti chiamati alla santità» [cf. QUI]. Dinanzi allo straordinario annuncio di questa grande “novità”, verrebbe da chiedersi se per caso, nella Diocesi di Milano, qualcuno si è accorto che dopo l’incarnazione, la vita, la morte, la risurrezione e l’ascensione al cielo del Verbo di Dio fatto uomo, duemila anni fa fu istituito il battesimo, la cui acqua ci purifica dal peccato originale e ci introduce sulla via della santità, alla quale tutti i battezzati sono chiamati, da sempre, proprio perché la santità, alla portata di tutti, lo è da sempre, non è divenuta tale nel corso degli ultimi cinque anni di storia e di vita della Chiesa in seguito a chissà quali scoperte o cosiddette “rivoluzioni epocali”.

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La parte iniziale del documento qui richiamato, che come tutte le parti iniziali dei testi è sempre la più delicata, pare giocare su parole e concetti in modo paludato [Gaudete et Exultate, n. 9, testo QUI]. Ciò potrebbe indurre qualche lettore superficiale a pensare che si stia per giungere alle canonizzazioni inter-confessionali e inter-religiose, cosa neppure vagamente accennata in questo testo poiché impossibile oggi, domani e forse sempre, stando almeno alla odierna dottrina della Chiesa. Se però molte agenzie di stampa in giro per il mondo hanno titolato alcuni anni fa: «La Chiesa apre la santità ai non cattolici», «La Chiesa verso la proclamazione dei santi ecumenici», «Anche i martiri ortodossi, anglicani e protestanti verso la santità» … è evidente che qualcuno potrebbe essersi lasciato equivocare. Proviamo adesso a capire come ciò potrebbe essere accaduto:

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«[…] Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà» [Mai avere paura della tenerezza, risposta data dal Sommo Pontefice Francesco I e tratta dall’intervista a cura di Andrea Tornielli, La Stampa del 16.12.2013. Testo integrale dell’intervista, QUI].

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Siccome nei numeri che compongono questo capitolo iniziale dedicato a «I Santi della porta accanto» è citato sul finire il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II come una sorta di suggello conclusivo, forse è bene rammentare che nella sua richiamata omelia tenuta al Colosseo di Roma il 7 maggio 2000 [cf. testo QUI], presenti i «Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali», nella sua breve esposizione ricorrono per sette volte le parole «martiri», «martirio», «martirizzati», ma non una sola volta ricorrono le parole “santo” e “santi”. Egli afferma infatti:

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«La persecuzione ha toccato quasi tutte le Chiese e le Comunità ecclesiali nel Novecento, unendo i cristiani nei luoghi del dolore e facendo del loro comune sacrificio un segno di speranza per i tempi che verranno» [cf. testo QUI].

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San Giovanni Paolo II parla infatti di persecuzioni, di martirio e di martiri, presentando sia i martiri cattolici che i martiri cristiani non cattolici come coloro che indicano «la via dell’unità ai cristiani del ventunesimo secolo» [cf. testo QUI], in quell’omelia egli non parla però mai di santi. Pur malgrado, i documenti citati e tratti dal magistero di questo Santo Pontefice, sono stati invece raccolti dal numero 6 al numero 9 della Gaudete et Exultate proprio sotto il titolo: «I Santi della porta accanto».

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Nella Gaudete et Exultate si cita sotto questo titolo di paragrafo anche la Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, il quale però, richiamandosi alla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, nel capitolo di questo suo documento dedicato a «La dimensione ecumenica» afferma senza alcuna pena di equivoco: 

«[…] La Città eterna ha così manifestato ancora una volta il suo ruolo provvidenziale di luogo in cui le ricchezze e i doni di ogni singola Chiesa, ed anzi di ogni singola nazione e cultura, si armonizzano nella “cattolicità”, perché l’unica Chiesa di Cristo manifesti in modo sempre più eloquente il suo mistero di sacramento di unità» [Novo Millennio Ineunte, n. 12, testo integrale QUI].

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Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II ribadisce la unicità della Chiesa di Cristo, che è una ed una sola, affidata tutt’oggi a Pietro; al tempo stesso egli ribadisce la centralità di Roma, come cuore della universalità cattolica. E siccome di fatto egli ha detto questo, sono certo che nessuno intenda fargli dire altro di ciò che mai ha detto, neppure sotto titoli di capitolo suggestivi.

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Sui documenti pontifici lavorano solitamente commissioni intere, ed altrettante commissioni di studio ne rileggono poi le bozze prima della stampa, temo per ciò che qualcuno, forse anche più di uno, abbia avuto una certa svista, a partire dall’espressione non proprio felice de «I santi della porta accanto», perché sotto questo titolo sono stati racchiusi dei documenti del magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II che nulla hanno proprio da spartire con la «porta accanto», tutt’altro: in essi è ribadito che la porta è una sola, come una sola è la vera Chiesa di Cristo, che è via di salvezza, di unità e di santità.

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Tutti sappiamo che «La Signora della porta accanto» [La femme d’à côté] è il titolo di un film drammatico prodotto in Francia nel 1981 e diretto dal regista François Truffaut [trailer originale del film, QUI]; film che di tutto parla fuorché della santità e delle vie per raggiungerla. Altresì bene sappiamo che certi titoli o espressioni, nel corso del tempo, sono divenuti dei veri e propri modi di dire molto diffusi e conosciuti; oltre che intrisi di significati molto precisi. Si pensi per esempio a Il Gattopardo, dal quale è nata una parola ed una espressione con un preciso significato, termine oggi inserito anche nel vocabolario della lingua italiana. Esattamente come è divenuto un modo di dire: «Pare la Signora della porta accanto!», il tutto per sottintendere che non si tratta di una Signora propriamente tranquilla e moralmente affidabile. Detto questo dovrebbe essere superfluo aggiungere che una parola o espressione di questo genere usata all’inizio di un documento del magistero pontificio, può di per sé creare problemi, specie se vi racchiudiamo dentro dei documenti del preciso e deciso magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, nei quali si afferma tutt’altro. Insomma, ancora una volta è un problema di linguaggio, con tutti i problemi che inevitabilmente ne conseguono da quando la Chiesa visibile, illusa di andare in tal senso meglio incontro al mondo, al proprio linguaggio specifico e preciso, che ricordiamo è quello metafisico, ha sostituito una sorta di neolingua, con l’inevitabile rischio di non essere affatto ascoltata dal mondo ma di essere invece fagocitata da esso [rimando in L’Isola di Patmos al mio articolo dell’11.12.2014: Babele e la neolingua, una Chiesa senza vocabolario da mezzo secolo, leggibile QUI; ed alla lectio magistralis del 5.4.2016: Il problema del linguaggio dottrinale e la neolingua dei nuovi teologi, video QUI].

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Questo argomento è di per sé complesso e come tale richiederebbe una trattazione a parte, alla quale forse mi dedicherò in un vicino futuro, semmai prima che a qualcuno passi per la mente di proporre la canonizzazione del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai Nazisti nell’aprile del 1945, che fu indubbiamente un martire della libertà contro la tirannide e anche un martire della fede evangelica, ma non della fede cattolica, pertanto non può essere scambiato per un santo della porta accanto, né mai potrebbe essere proposto appresso come doctor communis inter-religioso, oggi che i titoli fanno molta più presa in tutti coloro che di prassi non leggono, o che peggio non capiscono il vero significato dei documenti del Magistero della Chiesa. Documenti di magistero all’interno dei quali, come nella Gaudete et Exultate, si trovano buona dottrina e sapienti contenuti per la edificazione della Chiesa e del Popolo di Dio, ma al tempo stesso anche espressioni non particolarmente chiare e felici che potrebbero essere evitate.

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Anche quest’ultimo sarebbe però un altro argomento molto complesso, dinanzi al quale merita domandarsi: in una società come quella attuale, dove si è perduta la capacità di lettura, di comprensione e di analisi, dove persino i professionisti della stampa che confezionano notizie per il grande pubblico si limitano a saltare velocemente come api da un fiore all’altro, mentre i lettori cercano di farsi un’opinione su un dato fatto leggendo i titoli e poche righe su dieci blog nel giro di pochi minuti, merita veramente seguitare a scrivere documenti del magistero sempre più lunghi, all’interno dei quali non è trattato un singolo e preciso argomento, ma dietro l’apparente trattazione di un preciso e singolo argomento sono aperti invece dei temi nel tema riguardanti aspetti e problemi molteplici? La Chiesa è chiamata per sua divina missione a dare risposte e indicazioni sempre chiare e precise, oppure a seminare dubbi e ad aprire le porte sulle più disparate e divisive interpretazioni? 

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Mai come oggi, in una società come quella attuale, la Chiesa si dovrebbe sentire chiamata a fornire dei documenti brevi, precisi e decisi, anziché insiemi di argomenti che sono spesso un fiorire di temi sociologici dentro un tema trattato perlopiù in modo sociologico, dai quali ognuno tende poi a tirare fuori inevitabilmente ciò che vuole, a partire dai professionisti della polemica gratuita a tutti i costi, per seguire peggio ancòra con coloro che da mezzo secolo affermano che i documenti della Chiesa «vanno interpretati», non applicati tali e quali sono. E così ciascuno, laddove manca decisa chiarezza, si ritaglia e poi semmai impone sulla pelle dei Christi fideles la legge che più gli aggrada, il tutto non più secondo le norme del Codice di Diritto Canonico, fonte dell’arida legge “farisaica” e “pelagiana”, ma sui peggiori criteri della legge della giungla, nella quale l’ha vinta colui che più di tutti risulta prepotente. Perché è questo che alla fine genera la mancanza di quella decisa chiarezza che prima spalanca le porte dell’ovile, poi abbandona le pecore nei grandi pascoli delle interpretazioni soggettive; sin quando le pecore, anziché riconoscere sempre e in ogni caso il pastore, riconosceranno solo il pastore che a loro piace.

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IX

NOI PECCATORI A SERVIZIO DELLE CAUSE DI BEATI E SANTI.  SAREBBE BENE RICORDARE CHE ALCUNI GRANDI PECCATORI SCRISSERO ALCUNI DEI CANONI PIÙ BELLI ED EFFICACI DEI CONCILÎ DELLA CHIESA

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In questo mondo dove gli uomini caduti ormai nel post-umanesimo indugiano sempre più, ed in numero sempre maggiore, al delirio di onnipotenza; in questo mondo nel quale si rinnova come agli inizi dei tempi il peccato dei nostri progenitori che compromisero la perfetta armonia del creato, perdendo la loro connaturata santità e consegnando l’umanità in pasto al dolore, alla malattia, alla decadenza fisica e infine alla morte; in questo mondo nel quale il moderno Adamo post-umano ha voluto diventare «come Dio» [cf. Gn 3,5], però «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio» [Cf. San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber. PG 91, 1156], c’è un aspetto sia teologico che mistagogico legato al vivere e operare nella Chiesa a contatto con le vite di Beati e Santi, ed è un aspetto che ci porta anzitutto a prendere atto delle nostre limitatezze e delle nostre vite nelle quali peccati piccoli e grandi trovano spesso facile dimora. Sembra quasi un paradosso: peccatori più o meno grandi che lavorano per la gloria dei Santi, affinché siano riconosciute in altri quelle eroiche virtù che noi non abbiamo, ma che potremmo avere e che anzi dobbiamo avere, perché tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, con l’essenza di questa santità effusa ed infusa in noi. Questa in fondo è la santità: il ritorno dell’uomo nella dimensione del suo originario umanesimo: il Giardino di Eden, chiamati come siamo, tutti, a tornare a quella santità dalla quale siamo venuti e nella quale siamo stati generati.

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Ritengo che un grande insegnamento ci derivi dagli stessi concili ecumenici della Chiesa, in particolare da quelli che oltre a questioni di carattere teologico e dogmatico hanno trattato anche delicate questioni di carattere morale, disciplinare e pastorale. Ne cito a tal proposito due, nei quali assieme alle varie condotte deviate ed ai cattivi costumi del clero dell’epoca è anche condannata duramente quella simonia già varie volte richiamata tra queste righe: il IV Concilio Lateranense ed il Concilio di Trento. Nel primo più ancora che nel secondo, a scrivere e firmare certi canoni precisi, decisi e severi, furono per paradosso proprio quei prelati che di tutte quelle nefandezze diffuse nel clero erano soliti macchiarsi, dopo avere praticato certi vizi e dissolutezze in lungo e largo. Potremmo allora chiederci: a che a si deve un simile paradosso che pare nascere da una vera e propria contraddizione in termini? Che infatti dei vescovi dissoluti e simoniaci condannino le dissolutezze e la simonia nei canoni di un concilio, ed appongano infine a quelle condanne le loro firme, potrebbe davvero suonare come una vera contraddizione in termini. Senza per ciò mai dimenticare l’opera dello Spirito Santo da sempre capace a prendere anche le più impensabili vie traverse, se vogliamo fare un paragone tra quelle epoche tristi e l’epoca non meno triste che stiamo vivendo oggi, la differenza non è affatto formale ma sostanziale: tra i banchi dell’assise dal IV Concilio Lateranense e del Concilio di Trento erano seduti uomini che pur indugiando ai peggiori vizi morali ed alle peggiori corruttele, nonché alla totale incuria delle diocesi e delle chiese a loro affidate, spesso date in gestione a loro parenti ed amici, mentre vescovi, abati, prepositi e arcipreti risiedevano altrove in ben altre faccende affaccendati. Pur malgrado, costoro, non avevano però ancora smarrito il senso del bene e del male, ed in loro permaneva la cosciente consapevolezza interiore del male agire. Così, i primi ad approvare e firmare certi canoni che stabilivano per esempio l’obbligo tassativo per il vescovo di risiedere nella diocesi a lui assegnata, assieme a molte altre disposizioni di ordine ecclesiastico e disciplinare, furono anzitutto quei vescovi che a simili disposizioni non si erano mai attenuti e che tutte le discipline ecclesiastiche stabilite dai canoni del Concilio di Trento le avevano sempre e puntualmente disattese.

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Tutt’altra e ben diversa la situazione odierna, tanto da poter essere dichiarata per questo senza precedenti storici, perché oltre ad avere perduto la coscienza del male agire, si è giunti a mutare il male in bene ed il bene in male, il vizio in virtù e la virtù in vizio, l’eresia in ortodossia e l’ortodossia in eresia. E questa è alta e terribile opera del Demonio, come ci insegna Tertulliano affermando che «Il diavolo è imitatore di Dio». Concetto poi ripreso da vari Padri della Chiesa, da Sant’Agostino che definisce il Demonio «Scimmia di Dio», per seguire con San Girolamo che esprime in modo più articolato il concetto: «Il Diavolo vuole invertire bene e male per creare un’altra realtà».

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Com’è dunque possibile che nella Chiesa visibile ridotta a questo modo, afflitta da una crisi di fede e da una decadenza all’apparenza irreversibile, siano proclamati dei Beati e dei Santi per opera di peccatori come noi? Ebbene, posto che la Chiesa è di Cristo, di cui egli è capo e noi, per quanto infette, siamo membra vive, quand’è che c’è particolare bisogno di Beati e Santi, se non proprio in quelle epoche nelle quali la Chiesa visibile appare sempre più simile ad una struttura di peccato che genera e produce peccato al proprio interno? Ecco perché nel corso del Novecento, in un’Europa ed in un mondo insanguinato prima da due guerre mondiali, poi da rivoluzioni e sommosse che hanno causato molti milioni di morti tra civili innocenti, mentre in vari angoli della terra risuonava il nietzschiano grido «Dio è morto», con eserciti sempre più fitti di uomini convinti «io sono Dio», c’era bisogno più che mai di Santi, ma soprattutto del modello dei Santi Martiri della fede; infatti, proprio nel corso del Ventesimo secolo, i martiri, in particolare tra vescovi, presbiteri, religiosi e religiose sono stati in numero molte migliaia [cf. L’Osservatore Romano del 30.11.2010: Le memorie senza volto del Comunismo, testo QUI]. Mai bisognerebbe dimenticare che la maggioranza delle numerose beatificazioni e canonizzazioni fatte sotto il lungo pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, sono state perlopiù beatificazioni e canonizzazioni di martiri, nella consapevolezza che solo il loro sangue, o nel vivo ricordo del loro sangue, può rinvigorire la Chiesa ridotta oggi in preoccupante stato di anemia.

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X

LE BEATIFICAZIONI E LA CANONIZZAZIONI NON SONO IL PREMIO PULITZER ED IL PREMIO NOBEL. ALCUNE LEGITTIME PERPLESSITÀ SU ALCUNI PROCESSI DI BEATIFICAZIONE IN CORSO, SEBBENE NELLA “CHIESA DEL CONFORMISMO” NON SI DISPUTI PIÙ

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Volutamente solo sul finire di questa esposizione vorrei evidenziare delle sincere perplessità unite a profonde preoccupazioni su diversi processi di beatificazione in corso, da leggersi alla luce delle mutazioni intra ed extra ecclesiali che oggi stiamo vivendo e che a volte hanno quasi il sapore della vera e propria “mutazione genetica”. E ciò detto vorrei precisare: se queste preoccupazioni sono espresse da un presbìtero e da un teologo che non ha mai avuto paura del correre del tempo, che ha ripetutamente criticato in modo duro e impietoso quei cattolici catastrofico-millenaristi cristallizzati in un passato che non deve passare, o che peggio si inventano un passato che non è mai esistito, sino a vivere male il presente fuggendo dall’idea di quel futuro che è peraltro elemento escatologico legato al mistero stesso della Chiesa pellegrina sulla terra; se ad esprimere pubblica inquietudine e preoccupazione è quindi un soggetto come me, per quanto io possa essere niente e nessuno, forse qualcuno si potrebbe anche interrogare.

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Usando quindi la struttura retorica ed espositiva dei preambula, essenzialmente giocati sull’effetto di causa ed il relativo risultato finale prodotto, prima di entrare nel vivo del tema di questi due ultimi paragrafi è necessario chiarire che se d’improvviso la Chiesa non s’è mutata nel Terzo Millennio in una via di mezzo tra un regime ed il Grande Fratello dipinto da George Orwell nel romanzo 1984, al suo interno dovrebbe aver sempre diritto di legittima cittadinanza il dissenso filosofico e teologico inteso come disputatio, quindi la critica, anch’essa intesa sia come disputatio sia come propositio, peraltro tutti elementi principe della migliore retorica classica. Come però vado lamentando da anni in numerosi scritti, purtroppo è accaduto che la “grande Chiesa” dei “grandi teologi-interpreti” del “glorioso” post-concilio — che come risaputo del Concilio Vaticano II hanno fatto spesso solo immane scempio —, dopo avere a lungo sbraitato slogans del tipo «più collegialità, più dialogo, più democrazia nella Chiesa!», una volta fatto il loro golpe e inseriti tutti i loro uomini nelle università pontificie, nel Collegio Episcopale e nel Collegio Cardinalizio, ci hanno fatti infine sprofondare in una forma di totalitarismo che mai la Chiesa di Cristo aveva conosciuto in precedenza nel corso della sua storia intera. E dopo aver gridato negli anni passati «più collegialità, più dialogo e più democrazia nella Chiesa!» hanno infine instaurata la loro personale dittatura, dimentichi che la Chiesa non è una democrazia, ma una struttura divino-monarchica edificata su un Capo scelto e voluto da Cristo Dio, chiamato non a caso nella tradizione sin dai secoli più antichi Prìncipe degli Apostoli. Pietro non è né il presidente di una repubblica democratica, né un leader popolare né il capo di un libero sindacato, meno che mai un caudillo, sicché è bene ricordare che il Prìncipe designato degli Apostoli è la pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa [cf. Mt 13, 16-20].

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A quanti oggi parlano delle purghe date ai modernisti agli inizi del secolo XX° dal Santo Pontefice Pio X e dai suoi Sommi Successori, ritengo che qualche storico, qualche teologo e qualche canonista che si rispetti dovrebbe ricordare che tutti gli accusati di filo-modernismo ebbero all’epoca dei regolari processi canonici, nei quali era prevista anzitutto la difesa, senza la quale il processo non sarebbe stato né tale né tanto meno valido. In sede di processo canonico molti furono anche assolti, perché riconosciuti ingiustamente accusati e non infetti dalle eresie moderniste. Non poche volte i tribunali ecclesiastici dell’epoca dettero torto a diversi vescovi, alcuni dei quali, con l’intento di farsi belli col loro ostentato rigore dinanzi alla Santa Sede ed al Sommo Pontefice, condannarono per modernismo alcuni loro presbìteri, dei quali appresso fu però riconosciuta la estraneità a pensieri e diffusioni di pensieri ereticali, mentre ai loro vescovi fu invece dato torto. Questo è ciò che avveniva in quella Chiesa di cento anni fa presentata oggi da certi autentici adulteratori ideologici come non collegiale, non dialogante e non democratica. Oggi che al potere ci sono andati invece gli assetati di collegialità, di dialogo e di  democrazia, può capitare ― ed è ripetutamente capitato sino ai più alti livelli ― di essere destituiti dalla sera alla mattina da un ufficio ecclesiastico senza poterne conoscere neppure ragioni e motivi; o di ritrovarsi ostacolati nell’esercizio delle sacre funzioni sacerdotali senza poter sapere neppure perché e soprattutto per causa di chi. Molti di coloro che dal tutto si sono sentiti ingiustamente colpiti, che hanno ritenuto di essere stati castigati sulla base di pure delazioni anonime, od a causa delle irrazionali antipatie e gelosie di soggetti che operando alle spalle producono danni e sofferenze senza però mai venire allo scoperto, quando il tutto lo hanno lamentato presentando istanze ai competenti Dicasteri ed organi della Santa Sede, spesso non hanno mai ricevuto neppure risposta. Il tutto, che sia ben chiaro: è avvenuto in ossequio alla collegialità, al dialogo ed alla democrazia tanto agognata negli anni Settanta del Novecento da tutti coloro che oggi sono piazzati nelle cosiddette “stanze dei bottoni”, giunti nelle quali ci hanno infine donato un “regime ecclesiale” dal sapore totalitario, condito con proclami inneggianti al dialogo, allo spirito inclusivo, ma soprattutto ed avanti a tutto inneggiando alla misericordia.

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Quando dinanzi a suoi figli colpiti, ostracizzati e spesso perseguitati al proprio interno, la Chiesa — che pure ha chiesto perdono a tutto ed a tutti con la cenere in testa nel corso degli ultimi anni —, non offre loro neppure la possibilità di difendersi; quando non li ascolta e non applica le basilari norme di diritto, semmai perché il Diritto Canonico e considerato con calcolato sprezzo solo roba da pelagiani e da gente ossessionata dalla legge, in quel caso non si può parlare di misericordia neppure per principio di capovolgimento, salvo incorrere nella sicura condanna di Dio, che con certi soggetti mostrerà a tempo debito l’altra faccia della sua vera misericordia: la giustizia divina. Perché «A chiunque fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Nei primi grandi Concili della Chiesa, sappiamo bene che i Venerabili Padri non si limitarono solo a discutere accanitamente, perché più volte giunsero persino a prendersi a legnate tra di loro, ma suggellando alla fine i grandi dogmi cristologici e trinitari che stanno a fondamento della nostra fede, dopo avere condannato senza appello l’eresia ariana, che non definirono affatto, attraverso certi mortiferi frasari ecclesiali ed ecclesiastici odierni come una semplice «opinione diversa», ma come una pericolosa eresia, con tanto di ricorso ad anathema sit !

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Si provi invece oggi, nella nuova Chiesa aperta, includente e democratica che non giudica e non condanna più nessuno; che comprende ed accoglie tutto e tutti, prima di tutto ciò che non è cattolico, a ricordare alcune delle fondamentali verità della fede ed alcune delle basilari discipline ecclesiastiche, per vedere poi che fine ti faranno fare i grandi Padri moderni dei tanto decantati slogans «più dialogo, più collegialità e più democrazia nella Chiesa!».

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Questi articolati preambula non sono un inutile gioco introduttivo di mero esercizio storico e retorico da parte di chi intende sfogarsi tirando inutili pugni al cielo — che come sappiamo non servono né a chi li tira né a chi li legge —, ma sono la semplice analisi di un dato di fatto, perché la Chiesa visibile e la sua amministrazione oggi è proprio ridotta come sin qui descritto. Chi lo volesse negare, in tal caso negherebbe l’evidenza dei fatti. Certi preambula erano quindi necessari per giungere ad esprimere quella mia grande inquietudine che nulla ha di personale e soggettivo ma che tutto ha invece di oggettivo, anzi oserei dire di innegabile: negli ultimi anni sono stati aperti e sono portati avanti nelle varie Chiese particolari i processi diocesani di figure a dir poco ambigue, se non addirittura fuorvianti. Ma ciò che mi inquieta e mi preoccupa di più è che non sia neppure concesso discutere sulla ambiguità e sullo spirito fuorviante di certe figure. Se infatti nel legittimo esercizio della libertà dei figli di Dio uno osa manifestarsi esterrefatto che un soggetto come il Vescovo Tonino Bello [1935-1993] possa essere candidato alla beatificazione, per tutta risposta può correre il serio rischio di vedersi inibire da qualche vescovo collegiale, dialogante e democratico della Puglia la facoltà di predicare nel territorio della sua diocesi.

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Io non so da chi sia composta la Conferenza Episcopale dei Vescovi della Puglia, ma pur non conoscendone i membri prendo atto che una Assemblea di Vescovi ha dato il proprio sostegno all’apertura della fase diocesana di questo processo in vista della trasmissione degli atti a Roma per l’avvio dell’iter per la beatificazione del Vescovo Tonino Bello. Domando pertanto: premesso che libri, lettere, omelie, pubblici discorsi e interviste televisive e radiofoniche del Bello brulicano di grossolani errori dottrinali, di catechesi fuorvianti, parziali e di parte; di una pastorale intrisa di demagogia e di pauperismo, di una mariologia che spazia tra la poesia e l’oltraggio del tutto involontario alla Beata Vergine Maria; posto che il Bello, in modo tanto vistoso quanto eclatante, parte da Cristo per esaltare infine l’uomo, sostituendo di fatto il cristocentrismo cosmico con l’uomocentrismo, ebbene … quale teologia hanno studiato coloro che a tutto ciò hanno dato il proprio avallo? Quale commissione teologica, di quale Chiesa, a fronte di tutto ciò potrà dichiarare che il pensiero del Bello è ortodosso, conforme alla dottrina ed al magistero della Chiesa? Da quando, le evidenti carenze dottrinali e certe forme di esotica pastorale hanno cessato di costituire impedimento insormontabile per un processo di beatificazione, ed in specie per quello di un presbìtero o di un vescovo? O forse che la causa del Bello sarà portata avanti solo perché egli era un grande impegnato nel sociale, posto che oggi, il cosiddetto “sociale”, pare essere divenuto quella candeggina che sbianca qualsiasi panno, a partire da quelli più sudici? O vogliamo forse dare al Bello, come futuro patronato, quello di “Santo protettore degli eretici”? Se è per questo abbiamo anche una Santa protettrice delle prostitute, che è Santa Margherita da Cortona, ma si legga molto bene il titolo ad essa attribuito: è Santa protettrice delle prostitute pentite, non è Santa protettrice delle prostitute fiere del proprio mestiere e che mai lo cambierebbero per alcuna ragione al mondo dinanzi all’offerta di un onesto lavoro.

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I candidati alla beatificazione sono modelli tutti da accertare di virtù eroiche, non sono nuovi miti e nuovi dèi sociali sui quali non si può discutere, salvo incorrere in caso contrario nelle ire e nelle aggressioni dei loro ciechi fans.

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XI

NELLA FASE PROCESSUALE SI DEVE ASCOLTARE TUTTI, COMPRESI COLORO CHE SI RITIENE SIANO PREVENUTI, PERCHÉ NON ASCOLTANDO SI POSSONO COMPIERE DANNI PEGGIORI, A VOLTE PERSINO IRREPARABILI

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Durante la prima fase del processo di beatificazione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, numerosi teologi e diversi vescovi e presbìteri chiesero di essere auditi per poter esporre le loro contrarietà, che esigevano fossero poi messe agli atti del processo. Furono quasi tutti esclusi con la perentoria formula «è un soggetto prevenuto!». Tra questi richiedenti audizione vi era un famigerato nome illustre, quello del teologo Hans Küng, bollato ovviamente come il vero e proprio re dei prevenuti, quindi mai ascoltato. Ricordiamo a tal proposito che il Küng, sul cadavere ancora caldo del Sommo Pontefice Giovani Paolo II, enunciò sulla stampa internazionale, racchiusi in nove punti, i principali elementi del fallimento del suo pontificato [Cf. Il Corriere della sera del 3.03.2005, Wojtyla il Papa che ha fallito, testo QUI]. A mio parere hanno fatto male, ma posso dire di più: io avrei ascoltato il Küng per primo e tutti gli altri appresso a seguire. Detto questo non ho bisogno di giustificarmi spiegando quante volte ed in quali toni severi ho scritto nel corso degli anni che il Küng è anzitutto una immane vergogna del Sacro Ordine Sacerdotale, dinanzi al quale resta incredibile il fatto che il suo Ordinario Diocesano prima, la Santa Sede appresso, non lo abbiano sospeso a divinis, poi scomunicato e dimesso dallo stato clericale, dopo che egli ha pubblicamente distrutta tutta la struttura dogmatica della Chiesa, ivi inclusa la dogmatica sacramentaria. Eppure, per me, quella mente molto brillante e dotata del Küng, rimane un emblema Novecentesco di che cosa possa voler dire ricevere dalla grazia di Dio dei grandi talenti speculativi e intellettuali ed usarli non a beneficio della vigna del Signore, ma per devastarla come un cinghiale del bosco e un animale selvatico [cf. Sal 80, 14]. A maggior ragione, il Küng lo avrei ricevuto ed ascoltato per primo, mettendo poi nel verbale agli atti tutte le sue dichiarazioni e le sue espresse contrarietà alla beatificazione di Giovanni Paolo II.

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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, morto nel 1787, cinquantadue anni dopo la sua morte fu canonizzato nel 1839 e proclamato Dottore della Chiesa. Nel sistema processuale dell’epoca il postulatore doveva vedersela molto seriamente con il promotore di giustizia, detto anche avvocato del diavolo. Per intendersi: una sorta di avvocato difensore da una parte e di pubblico ministero dall’altra, sempre per chiarire ai non addetti ai lavori. Se ufficio del postulatore è quello di portare avanti la causa affinché la Chiesa riconosca le eroiche virtù e proclami il candidato Beato o Santo, il promotore di giustizia, o cosiddetto avvocato del diavolo, aveva come compito quello di portare tutte le eventuali prove contrarie e demolire all’occorrenza quanto sostenuto dal postulatore affinché si potesse giungere infine al decreto super vita, virtutibus et fama sactitatis del candidato alla beatificazione o canonizzazione. Accadde così che il processo di Alfonso Maria de’ Liguori, futuro Santo e sublime Dottore della Chiesa, rimase per alcuni anni bloccato perché il promotore di giustizia dimostrò che questo pio Vescovo soleva fumare il sigaro, che il fumo andava considerato sia un vizio sia un cedimento alla mondanità, ciò rendeva a suo dire il candidato carente sul piano dello spirito penitenziale e della privazione dal superfluo e via dicendo a seguire. Dopo lungo processo, ad oltre mezzo secolo dalla sua morte, la Chiesa proclamava infine un altro grande Santo ed un altro grande Dottore della Chiesa: il Vescovo Alfonso Maria de’ Liguori.

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Si valutino adesso le dinamiche ed il rigore eccessivo che caratterizzò il processo del Santo Vescovo Alfonso Maria de’ Liguori, poi si valutino invece le attuali tifoserie che circolano attorno alla figura del Vescovo Tonino Bello, pronte a tacitare in malo modo chiunque osi dissentire. Fatte quindi le debite valutazioni si risponda infine a questo quesito: eravamo più garantiti in passato da quelle certe forme di rigore, o lo siamo più oggi, dinanzi ad un fenomeno inquietante come quello sintetizzato dall’affermazione oggi molto diffusa: “mi piace, fa battere il mio irrazionale cuoricino emotivo, quindi è Santo” ? E chiunque dissenta è solo un prevenuto e un tradizionalista. Nel caso poi del Bello, vista la sua figura da sempre particolarmente benemerita in certi àmbiti della Sinistra radical chic e periferie più o meno limitrofe, può anche capitare di sentirsi rispondere: non ti piace il Bello perché sei un fascista!

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A questo stiamo forse riducendo la santità ed i suoi relativi processi? Il tutto con buona pace di chi pare non essersi chiesto quanta solida dottrina e quanto equilibrato non condizionato e sapiente spirito pastorale illuminato deve possedere un candidato alla beatificazione che ha ricevuto nel corso della sua vita la grazia del sacerdozio e poi la pienezza del sacerdozio apostolico. Il tutto sempre ammesso che sul Santo Vangelo rimanga scritto tutt’oggi: «A chiunque fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Gli esempi da portare in tal senso sono molti, concludiamo dunque con un esempio legato ad un’altra figura, quella dello statista Aldo Moro [1916-1978], per poter illustrare in qual modo, quando si decide di giocare sul pesante, non si esita ad andare a toccare i fili dell’alta tensione con le mani, dopo essersi prima sapientemente premurati di bagnarsele con l’acqua per avere così la sicura certezza di poter rimanere fulminati all’istante.

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Il ricordo di Aldo Moro è destinato a rimanere indelebile nella patria memoria d’Italia, perché la sua morte è da annoverare tra le peggiori pagine della nostra storia contemporanea. Oggi però la sua figura, indubbiamente grande e amabile, al contempo triste e tragica, ci induce a domandarci più che mai cosa s’intenda fare “con la santità” e “della santità”, posto che sia la prima sia la seconda domanda sono in sé e di per sé dei quesiti inappropriati e infelici.

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Dialogando con un teologo insigne al quale sono profondamente legato, ho espresso le mie perplessità su questa paventata causa e sulle parole scivolose con le quali il postulatore generale dell’Ordine Domenicano, che per essa ha ricevuto mandato, ha pronunciato in una sua recente intervista, nella quale tra l’altro confonde le virtù indicando fede, speranza e carità come «virtù cardinali», mentre si tratta delle virtù teologali racchiuse nell’epistolario paolino e indicate dal Beato Apostolo [I Cor 13, 13]. Cosa invero esilarante per un teologo domenicano eletto dal suo Maestro Generale al delicato ufficio di postulatore generale dell’Ordine dei Frati Predicatori, come dire: il lavoro della postulazione comincia davvero bene! [cf. video intervista, QUI].

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L’insigne teologo e confratello sacerdote con il quale ho discusso di questo caso, in un primo momento mi ha ricordato giustamente le belle e commoventi parole pronunciate dal Sommo Pontefice Paolo VI, prima alle esequie funebri di Aldo Moro e poi in seguito. Con garbo e ben lungi dal fare inopportuna ironia ho risposto dicendo che anche il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, oggi Santo, sul “benemerito” fondatore dei Legionari di Cristo disse pubblicamente belle parole, coinvolgendolo più volte in importanti attività della Santa Sede e incaricandolo di curare la organizzazione del suo viaggio apostolico nel Messico. Il tutto stando sempre alla provata storicità dei dati di fatto non passibili di possibile smentita. Purtroppo però, sempre i fatti non passibili di facile smentita, hanno provato in seguito che Padre Marcial Maciel Degollado [1920-2008] è risultato pedofilo, molestatore sessuale seriale, padre di più figli, amante di più donne e grande intrallazzatore finanziario. E portando questo triste esempio affermai per evidente paradosso: vogliamo forse aprire anche il processo di beatificazione del fondatore dei Legionari di Cristo, solo perché in più occasioni San Giovanni Paolo II disse belle e lusinghiere parole su di lui?

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Detto questo non si può però procedere oltre senza prima avere chiarito questo “rapporto pericoloso” tra un Santo Pontefice ed una figura diabolica come Marcial Maciel Degollado; come del resto è già stato fatto in questo stesso scritto pagine addietro, quando si è parlato di San Pio da Pietrelcina, della figura di Padre Agostino Gemelli, ma soprattutto della pessima stima che un altro futuro Santo, il Sommo Pontefice Giovanni XXIII, aveva del Frate Cappuccino.

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Se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dinanzi ad un soggetto diabolico come Marcial Maciel Degollado avesse a tal punto difettato nelle capacità di analisi e di giudizio, non sarebbe stato opportuno neppure aprire il suo processo di beatificazione. E qui è bene premettere ― come ho fatto più volte ed in più scritti ― che ai Santi non è richiesta la perfezione, che appartiene solo a Dio, né gli errori umani a volte persino gravi possono pregiudicare la loro santità. In questa vicenda, che avrebbe potuto far calare sul pontificato di Giovanni Paolo II un’ombra difficile da dissipare, assieme ed un oggettivo impedimento al suo primo processo, quello di beatificazione, la risposta c’è, ed è basata anzitutto sulla psicologia, la storia e l’esperienza umana del vescovo polacco Karol Woytila. Infatti, quando nella Polonia comunista il regime voleva togliere di mezzo dei sacerdoti scomodi, erano principalmente inventate a loro carico delle accuse di pedofilia e di molestie sessuali, a volte inducendo anche bambini e adolescenti a deporre false testimonianze. Questo vissuto segnò molto Karol Woytila prima come vescovo ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia. Da fonti molto attendibili risulta anche che negli ultimi anni della sua vita, quando verso il tramonto del pontificato di Giovanni Paolo II presero vita le gravi accuse su Marcial Maciel Degollago, non ultimo anche per le dettagliate informative trasmesse in precedenza dall’allora Nunzio Apostolico in Messico, l’Arcivescovo Justo Mullor Garcia [Los Villares 1932 – Roma 2016], il Santo Padre domandò egli stesso al diretto interessato se c’era anche e solo del vago vero in ciò di cui era accusato. Un Alto Prelato, in sua qualità di testimone oculare, nonché di persona che lavorò all’allora grave caso del fondatore dei Legionari di Cristo, un decennio fa mi riferì quella che fu la risposta data dal Marcial Maciel al Sommo Pontefice:

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«Beatissimo Padre, sono tutte falsità, ma io sono pronto a sopportare anche questa umiliazione e offrirla a Dio per il bene della mia Congregazione e dei suoi giovani sacerdoti e seminaristi».

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Giovanni Paolo II prestò fede alla sua parola, forse rivivendo dentro di sé le numerose false accuse attraverso le quali furono tacitati ed a volte anche imprigionati diversi suoi presbìteri polacchi sotto il regime comunista. Di tutto questo nessuno può fare colpa a San Giovanni Paolo II, tanto meno far calare su di lui ombre che non hanno motivo di esistere.

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Detto questo è poi bene ricordare che il principale accusatore di Marcial Maciel Degollado, l’Arcivescovo Justo Mullor Garcia, dopo il suo mandato in Messico [cf. Breve servizio su S.E. Mons. Justo Mullor Garcia della televisione messicana, video QUI] e dopo altri brevi incarichi, rientrò a Roma dove fu nominato Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica [cf. video intervista a S.E. Mons. Justo Mullor Garcia presidente dell’Accademia Ecclesiastica, QUI]. Terminato il suo mandato presso la scuola di diplomazia della Santa Sede nel 2007 fu nominato membro della Congregazione delle Cause dei Santi, dove prese parte a tutte le fasi del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II. Posso per ciò io stesso testimoniare ― avendo conosciuto molto bene nel corso degli anni l’Arcivescovo Justo Mullor Garcia ed avendogli prestata la mia collaborazione privata quando svolgeva il suo ufficio presso la Congregazione delle Cause dei Santi ―, che se durante la fase del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II egli avesse avuto da dire qualche cosa, specie per ciò che riguardava la terribile vicenda del fondatore dei Legionari di Cristo, non si sarebbe mai tirato indietro, perché pochi, come lui, erano informati dei fatti su quella dolorosa vicenda [cf. alcuni servizi e interviste a S.E. Mons. Justo Mullor Garcia sul caso del fondatore dei Legionari di Cristo QUI, QUI]. Preciso altresì che l’Arcivescovo Justo Mullor Garcia, per quanto Nunzio Apostolico e vissuto per una vita intera nel servizio diplomatico della Santa Sede, era e rimaneva per suo carattere un andaluso focoso, io stesso ne feci ampia esperienza, quando egli cercò di far affidare a me il processo di beatificazione dello straordinario Segretario di Stato del Sommo Pontefice Pio X, Cardinale Rafael Merry del Val [1865-1930], affermando dinanzi all’allora postulatore generale dell’Arcidiocesi di Madrid ed al pronipote del grande porporato:

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«Questo processo molto delicato richiede una persona che non sia lusingabile e arrestabile nel corso del suo svolgimento con promesse di danaro e con promesse di carriera ecclesiastica».

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Udito il tutto replicai:

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«Sono lusingato che si riconosca la mia naturale non predisposizione a cedere all’uno e all’altro vizio oggi entrambi assai diffusi all’interno del clero, ma Vostra Eccellenza dovrebbe tenere conto anche di un’altra cosa: il Cardinale Rafael Merry del Val è stata la principale mente e la principale mano dietro l’Enciclica Pascendi Domici Gregis del Santo Pontefice Pio X contro gli errori del modernismo; e la definizione del modernismo come “sintesi di tutte le eresie”, poi usata dal Santo Pontefice, è una espressione sua. In questo momento storico ecclesiale ed ecclesiastico, ma soprattutto valutando lo stato in cui versa oggi la teologia cattolica o ciò che di essa rimane, presentare un modello di eroiche virtù come il Cardinale Rafael Merry del Val, nemico teologico giurato del Modernismo e fautore principale della sua condanna, vorrebbe dire liberare in volo una colomba sotto il tiro incrociato dei fucili dei cacciatori in piena battuta di caccia».

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Debbo dire che il “focoso andaluso”, sul momento non prese affatto bene quelle mie parole dette — purtroppo, ma inevitabilmente! — da un “giovane” prete, all’epoca quarantacinque anni, che stava pubblicamente interloquendo con un arcivescovo anziano di settantotto anni dinanzi a più illustri interlocutori laici ed ecclesiastici. Però, pochi anni dopo, seppur non a me personalmente, riconobbe che avevo ragione e che quel processo doveva attende tempi lunghi, ma soprattutto tempi molto migliori. E mai l’Arcivescovo Justo Mullor cessò di volermi bene e stimarmi per il mio spirito sincero e leale, specie quanto sincerità e lealtà espresse in ossequio alla verità hanno sempre dei prezzi da pagare, spesso tutt’altro che gradevoli, perché non sempre la verità fa piacere, anzi è molto raro che faccia piacere, soprattutto dentro la Chiesa dei giorni nostri.

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Quest’ultimo racconto che potrebbe avere un sapore del tutto personale — considerando che fu proprio il compianto Arcivescovo Justo Mullor Garcia a indirizzarmi verso lo studio delle cause dei Santi —, non mira affatto ad inserire delle mie vicende più o meno private tra queste righe, bensì mira solo a ribadire in modo provato e autorevole che durante il processo di beatificazione del futuro Santo Pontefice Giovanni Paolo II era membro della Congregazione delle Cause dei Santi anche il grande scopritore delle malefatte del Maciel Degollado nonché suo instancabile accusatore; e se al tutto si unisce il carattere molto risoluto di questo alto prelato, è presto detto che mai egli avrebbe taciuto, ed in specie nel corso di un processo canonico di beatificazione, se sulla figura del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II poteva esserci anche e solo un vago dubbio in proposito destinato a creare chissà quali potenziali e gravi problemi futuri. Tra gli allora membri della Congregazione delle Cause dei Santi l’Arcivescovo Justo Mullor era quindi colui che in questo caso specifico poteva affermare con maggiore autorevolezza derivante dalla sua profonda conoscenza diretta, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II era stato ingannato da Marcial Maciel Degollado [cf. le dichiarazioni di S.E. Mons. Justo Mullor Garcia, all’epoca arcivescovo membro della Congregazione delle Cause dei Santi: Giovanni Paolo II è stato ingannato da Marcial Maciel, vedere servizio QUI].

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A parte l’abbinamento assurdo e assolutamente paradossale tra Aldo Moro, magnificato per le sue virtù dal Sommo Pontefice Paolo VI, ed il Maciel Degollado, apprezzato più volte pubblicamente dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, credo che l’ipotesi del processo dell’eminente statista assassinato dalle Brigate Rosse sia stato lanciato sin dal’inizio sui fili dell’alta tensione. Pertanto il postulatore generale dell’Ordine Domenicano dovrebbe forse valutare anzitutto e con cura quanto segue:

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  1. noi non conosciamo le vere ragioni per le quali Aldo Moro è stato rapito ;
  2. noi sappiamo che materialmente lo hanno ucciso le Brigate Rosse, ma non sappiamo chi siano stati i veri mandanti o coloro che hanno indotto le Brigate Rosse ad ucciderlo dopo averle semmai strumentalizzate a loro stessa e totale insaputa ;
  3. se questo processo fosse portato avanti, non sarebbe possibile procedere in modo corretto alla fase storica, perché sebbene il segreto di Stato sia ormai decaduto per decorrenza dei tempi fissati dall’articolo 39, comma 8 della Legge 124/2007, muoversi su un caso del genere non è certo cosa agevole e sotto certi aspetti, forse, neppure auspicabile, se non si dispone di una nutrita squadra di studiosi, ultra-competenti, che dovrebbero lavorare per anni e anni, con spese e costi neppure immaginabili;
  4. oltre agli archivi dei Servizi di Sicurezza Nazionale Italiani, molte altre documentazioni sul caso Moro si trovano negli archivi di vari altri Servizi Segreti, a partire da quelli della CIA e del vecchio KGB.
  5. Il postulatore generale dell’Ordine Domenicano, essendo di formazione storico, nonché allievo del gesuita Giacomo Martina [1924-2012] ― il quale fu grande e instancabile demolitore del processo di beatificazione del Sommo Pontefice Pio IX, visto che all’epoca si poteva ancòra disputare controbattere, a torto o ragione ―, di storia dovrebbe un po’ intendersene. E visto che se ne intende, pensa forse di chiedere autorizzazione per accedere a tutti questi archivi, facendo presente che l’esame di certi materiali è imprescindibile sin dalla prima fase processuale per l’iter verso la beatificazione? Immaginiamo infatti con quale meticolosa dedizione dovrà essere curata tutta la fase processuale storica, ed in specie per una figura così particolare come quella di Aldo Moro. Ecco, qualora egli intendesse rivolgere queste richieste e domandare certe consultazioni, io prego sin da adesso il postulatore generale dell’Ordine Domenicano di farci poi sapere che cosa gli hanno risposto gli organi competenti interessati, compresi soprattutto gli alti funzionari dei Servizi Segreti di sicurezza internazionali, perché il grosso dei documenti necessari ad una seria ed attenta fase storica, si trovano proprio lì: negli archivi dei Servizi segreti nazionali e internazionali.

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La sola impossibilità di accedere a tutta la documentazione e la oggettiva esistenza di molti documenti internazionali di difficile o meglio impossibile consultazione, dovrebbe indurre chicchessia a non pensare neppure per vaga ipotesi di aprire un simile processo. 

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Senza per ciò discutere sulle eroiche virtù di certe figure, rimane tutt’oggi dubbio — prendendo un esempio tra i tanti — il martirio del Beato presbitero palermitano Pino Puglisi, del quale non discuto certo la santità di vita, suggellata dalla Chiesa con la sua beatificazione, ciò sul quale resto invece dubbioso è il suo martirio in odium fidei; e non solo il suo, sinceramente. Semplice il motivo del dubbio: per gli uomini della mafia di Cosa Nostra, è impensabile la sola idea di poter uccidere un prete in odio alla fede cattolica. Soprattutto mai, Cosa Nostra, avrebbe osato uccidere un prete in un contesto socio-storico e antropologico come la Sicilia. A meno che non si fosse trattato di un prete lasciato solo ed isolato nella propria opera, dando in tal modo ai mafiosi l’impressione che forse egli, col suo apostolato, i primi fastidi li creava proprio alla sua diocesi ed ai suoi confratelli, oggi peraltro tutti in prima linea nel dichiararsi a vario titolo suoi discepoli. Inoltre, se proprio si voleva riconoscere col giusto titolo il martirio del Beato Pino Puglisi, egli andava allora proclamato protomartire di mafia, non invece, in modo molto generico «martire della criminalità organizzata», perché quella criminalità che l’ha ucciso ha un nome chiaro, preciso e conosciuto: Cosa Nostra. Pertanto, nel corso del tempo, certi Beati e Santi, o finiscono col cadere nel cosiddetto dimenticatoio oppure, quando tutti i protagonisti viventi — inclusi i viventi che dipendono dal mantenimento della buona memoria di certi recenti morti che li hanno favoriti nelle loro carriere ecclesiastiche — saranno del tutto scomparsi, allora forse uscirà fuori la vera storia del Beato o del Santo. Proprio come nel caso poco prima citato di San Benedetto Menni, che tramite false accuse infamanti fu trascinato dai frati, nonché dalle suore da egli stesso fondate, da un tribunale all’altro, sia civile che ecclesiastico. E tanto per chiarire ricordiamo che frati e suore lo accusarono di avere abusato sessualmente di una povera giovane demente, il cosiddetto Caso Semillan. La reale “colpa” di San Benedetto Menni era invece quella di essere stato prima nominato dalla Santa Sede visitatore apostolico dell’Ordine dei Fatebenefratelli, col delicato compito di far rinascere lo spirito e l’osservanza religiosa. Adempiuto poi in modo egregio a questo compito, il Santo Pontefice Pio X lo nominò di propria autorità nel 1911 Preposito Generale dell’Ordine. E chi vuol capire capisca da dove, ma soprattutto per quali motivi, nascono le infamanti accuse da parte di frati e suore verso un Superiore Generale imposto d’autorità dal Sommo Pontefice, allo scopo di riportare i figli di San Giovani di Dio all’adempimento della loro vera missione secondo l’originario carisma fondativo.

Torniamo allora ad Aldo Moro. Diversi sostenitori della sua figura affermano che “Aldo Moro è un martire”. Ebbene io non so quale sia l’idea che taluni hanno del martirio, pertanto domando: chi mai sarebbe in grado di provare che egli è stato ucciso in odio alla fede cattolica? O forse risulta a qualcuno che i Brigatisti Rossi italiani, analogamente ai Comunisti spagnoli nel 1937, assaltavano e distruggevano le chiese, uccidevano i sacerdoti dopo averli torturati, violentavano le religiose, alcune delle quali ― per esempio le Monache Visitandine ― seviziate per giorni e poi inchiodate agli alberi e infine bruciate, o che si accanissero persino sui cadaveri togliendo dai sepolcri delle cattedrali i vescovi e gettandone i feretri per le strade dopo averli esposti al pubblico ludibrio? Perché l’odio alla fede cattolica è più o meno questo, ed è su queste basi e su questo genere di morti che si proclamano poi martiri gli uccisi in odio alla Santa fede cattolica.

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Uccidere un primo ministro in quanto democristiano, non è odio alla fede cattolica, al limite è odio verso una parte politica che ha peraltro storicamente dimostrato nei successivi anni di avere ben poco di cristiano. E se qualcuno ha dubbi di quanto doppi e opportunisti siano stati i politici democristiani a partire proprio da quegli anni Settanta del Novecento, basti solo ricordare che la legge sull’aborto è stata approvata e firmata dai politici democristiani e infine promulgata da un Presidente della Repubblica democristiano; e tutti quanti i politici democristiani che firmarono quella legge si nascosero dietro la penosa frase «è stato un atto istituzionale dovuto». Peraltro è storicamente provato e accertato che i presupposti politici affinché questa legge fosse varata, aveva concorso a crearli anche lo stesso Aldo Moro; e poco vale sostenere che lo abbia fatto “inconsapevolmente” o “senza immaginare”, perché qui viene allora a mancare la prima delle virtù che regge tutte le altre e senza la quale non è possibile parlare di eroicità delle virtù, vale a dire la prudenza, ed in modo del tutto particolare per uno statista. Credo quindi che in questo — e spero che in molti concorderanno —, Aldo Moro è molto diverso, formalmente e sostanzialmente, da un politico cattolico come San Tommaso Moro [Thomas More]. Torno di nuovo a ribadire che i santi sono umani, possono commettere errori anche grossolani ed essere ugualmente santi, ma non possono essere carenti della fondamentale e imprescindibile virtù della prudenza.

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Ascoltando poi l’intervista rilasciata dal postulatore generale dell’Ordine Domenicano, ho notato che egli abbina la figura di Aldo Moro a quella di Giuseppe Dossetti, sottolineando che entrambi sono stati allievi di Paolo VI. Attenzione, perché qui c’è un serio rischio: non potendo aprire il processo di beatificazione di Giuseppe Dossetti con conseguente “beatificazione” dell’intera Scuola di Bologna, si potrebbe tentare la via traversa. Prima Aldo Moro, poi appresso Giuseppe Dossetti e di conseguenza la sua corrente di pensiero con relativa canonizzazione finale della ermeneutica della rottura e della discontinuità applicata al Concilio Vaticano II. Perché a questo siamo tristemente e tragicamente giunti: beatificare le persone ― delle quali a certi beatificatori non interessa in verità più di tanto ― per poter poi beatificare tramite di loro delle correnti intra-ecclesiali o delle scuole teologiche, sino a renderle dei veri e propri dogmi della fede. Un caso tanto emblematico per quanto non facile da negare alla prova dei fatti? Presto detto: da una parte si è voluto beatificare e canonizzare il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in straordinarî tempi record, ed al tempo stesso, mentre ciò avveniva, gli stessi beatificatori e canonizzatori lavoravano a distruggere quel che rimaneva del suo magistero. La cosa si sta ripetendo in questi tempi per il Beato Paolo VI: da una parte ci si accinge a canonizzarlo, ed al tempo stesso si sta cercando di “rileggere” e di “reinterpretare” la sua Enciclica Humanæ Vitæ.

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Sempre al postulatore generale dell’Ordine Domenicano che abbina Giuseppe Dossetti e tutti i suoi a Paolo VI e che lascia così passare il messaggio che il fondatore della Scuola di Bologna è stato allievo e forse in un certo senso pupillo di questo Santo Pontefice, tanto per cominciare è bene ricordare senza pena di storica smentita che nell’assise del Concilio Vaticano II il caposcuola bolognese voleva accendere la miccia di uno scontro aperto giocato sulle contrapposte categorie di “progressista” e “conservatore”. E quando su insistenza del Cardinale Giacomo Lercaro che se lo portò come suo perito nell’assise, egli fu nominato segretario della commissione dei moderatori, il Sommo Pontefice Paolo VI, reputando molto pericoloso il gioco su certe contrapposizioni messo in atto dal Dossetti, affermò: «quello non è il posto di Dossetti!». E così, su richiesta del Cardinale Pericle Felici, Segretario generale del Concilio, Giuseppe Dossetti dovette dimettersi dall’incarico [cf. Giacomo Biffi, in Memorie: la “teologia” di Dossetti, pagg. 485-493; G. Baget Bozzo – P. P. Salieri, Giuseppe Dossetti, cit. p. 147]. Spero che il postulatore generale dell’Ordine Domenicano non ometta di leggere e di studiare bene queste e molte altre pagine, casomai qualcuno gli avesse sin d’ora suggerita e commissionata la trasversale linea strategica: “intanto facciamo santo il maestro, poi sulla scia del maestro facciamo santi anche gli allievi”, ed a questo aggiungo io: … semmai mentre gli allievi degli allievi sono ormai da tempo impegnare a piazzare cariche di esplosivo sotto il monumento del magistero pontificio del Santo Maestro!

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I beati ed i santi non si fanno in base al “mi piace”, ed il martirio non si inventa su due piedi, anche perché se viene riconosciuto il martirio non occorre neppure il richiesto miracolo per poter procedere alla beatificazione, perché la morte stessa è considerata un miracolo. 

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Per quanto riguarda Aldo Moro, sulle cui virtù cristiane non si discute, esistono troppe ombre, con un rischio terribile: che tra alcuni decenni possano uscire fuori da archivi attualmente inaccessibili cose al momento inimmaginabili, per lui come per molti altri; ed il tutto a fronte del non lieve problema, ossia che la Chiesa, quando come nel caso delle canonizzazioni si esprime infallibilmente, non può sbagliare. In tal caso la Chiesa non potrebbe dire a posteriori: “all’epoca i nostri predecessori hanno sbagliato”. Salvo far diventare la santità una medaglietta analoga al decaduto Premio Nobel ed all’altrettanto decaduto Premio Pulitzer. Ma soprattutto, in tale eventualità del tutto improbabile, oltre che impossibile, un Sommo Pontefice non potrebbe nuovamente intervenire come in passato si è intervenuti procedendo a togliere dal calendario un considerevole numero di Beati e Santi non chiari sia nella loro vita sia nella loro stessa improbabile esistenza [cf. Paolo VI, Lettera Apostolica Mysterii Paschalis, testo leggibile QUI]. I vescovi dei primi secoli, che come narrato all’inizio canonizzavano in modo a volte disinvolto, non esercitavano lo speciale carisma petrino della infallibilità, mentre oggi, quando si procedere ad una canonizzazione, l’atto implica un pronunciamento del magistero infallibile, dal quale poi non si può tornare indietro, se non facendo cadere l’intera impalcatura dogmatica della Chiesa.

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Esistono molte persone vissute e morte santamente, seppur mai beatificate e canonizzate; ed esistono altrettante persone che si sono offerte e sacrificate per salvare la vita di altre persone, ma che non sono mai stati proclamati beati martiri, uno di questi è Salvo d’Acquisto, per il quale dopo un Convegno di studio indetto dalla Congregazione delle Cause dei Santi nel 2007, il Dicastero ha proceduto con un voto in maggioranza sospensivo circa la possibilità di dichiararlo martire, ed a distanza di undici anni l’esame della documentazione da parte dei membri della Congregazione non è ancora avvenuto.

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Le Brigate Rosse non hanno ucciso Aldo Moro in odio alla fede cattolica, ma per tutt’altri scopi, che in parte non sono ancora chiari ed in gran parte non sono stati ancora chiariti. E non credo proprio che si possa procedere a certi delicati, fondamentali e imprescindibili chiarimenti storico-politici tramite un processo di beatificazione, ed in specie con la superficialità che pare regnare dovunque nella Chiesa di questi tempi.

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Sempre riguardo la figura di Aldo Moro, nel corso di questo breve excursus mi sono ben guardato dall’entrare nel merito delle sue numerose lettere scritte mentre era recluso nel covo segreto delle Brigate Rosse, non poche delle quali ci lasciano l’immagine di un uomo comprensibilmente disperato, intriso di una angoscia caratterizzata da frasi e da espressioni che poco si addicono alle eroiche virtù, perlomeno come sino ad oggi le abbiamo intese alla luce delle virtù teologali e delle virtù cardinali. Ma soprattutto non ricordano affatto l’immagine del modello per antonomasia che da sempre caratterizza i martiri ed il martirio: Cristo Signore nell’Orto degli Ulivi soffre sino a sudare sangue, ma non dispera [cf. Lc 22, 43-44]. Anche in questo caso, dimostrare che molte lettere di Aldo Moro non contengono questo bensì altro, sarà compito non facile della postulazione generale dell’Ordine Domenicano, posto che quelle lettere sono pubbliche e conosciute da decenni, incluse quelle dove si lanciano accuse severe ai politici o altrettanto severa accusa rivolta allo stesso Sommo Pontefice Paolo VI, accusato di avere fatto poco per la sua salvezza. E, questa accusa, ricordiamo che fece a tal punto presa sui suoi familiari, che costoro negarono la presenza della salma in San Giovanni in Laterano ai funerali presieduti dallo stesso Sommo Pontefice Paolo VI [cf. documento filmico, QUI]. A quanto ci è dato sapere Cristo Signore, nell’Orto degli Ulivi, accetta la volontà del Padre, non lamenta al Padre di avere fatto poco per salvarlo dall’orribile supplizio che lo attendeva:

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«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» [Lc 22, 43-44].

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E non risulta neppure che i familiari di Cristo Signore, a partire dalla Beata Vergine Maria Genitrice del Verbo Incarnato, se la siano presa con il Padre. Può essere però che si decida, sulla vicenda di Aldo Moro, di dare vita ad una figura “emotiva” di martirio del tutto nuova, non è da escludere.

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A chi di alto dovere, mi sento per ciò in coscienza di dire: cerchiamo di placare le tifoserie dei beati o dei santi alla “perché mi piace”, “perché faceva tendenza”, “perché era un personaggio molto sociale”; evitiamo di beatificare e di canonizzare delle figure con lo scopo di usarle poi per canonizzare, quindi per “dogmatizzare”, periodi storici, pensieri e scuole teologiche, perché ciò è disonesto, oltre che molto pericoloso.

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Il Premio Pulitzer ed il Premio Nobel sono entrambi decaduti, ma non può decadere la santità, perché in gioco non è una commissione di svedesi infarciti di ideologie politically correct o di americani che devono far contento qualche prezioso finanziatore; per quanto riguarda la santità è in gioco il dogma, quello della infallibilità di Pietro, che i santi li canonizza attraverso un pronunciamento infallibile, non perché ad altri “batte il cuoricino” colmo di “emozioni sociali”, o tanto meno perché altri vogliono canonizzare e “dogmatizzare” i propri pensieri.

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dall’Isola di Patmos 19 settembre 2018

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3 thoughts on “Dal Bello al Moro: la santità non è il decaduto Premio Nobel, le canonizzazioni sono atti del magistero infallibile dalle quali poi, indietro, non si torna

  1. Nel programma di Rai 1 Storie italiane di venerdì 21 settembre un tale, definitosi non credente, intervistato a proposito di Padre Pio ha affermato che il frate era detestato da Pio XII. In realtà Pio XII apprezzava molto Padre Pio, mentre a disprezzarlo fu papa Giovanni XXIII, ma, poiché è considerato “il Papa buono” ed è divenuto un mito dei cosiddetti progressisti, allora suona stonato ricordare il suo atteggiamento negativo verso qualcuno, a maggior ragione verso un santo (anche se in realtà papa Roncalli ebbe atteggiamenti di fastidio e irritazione verso più di qualcuno). Analogamente Pio XII viene spacciato per Papa reazionario, autoritario, “cattivo”, e dunque adesso qualcuno gli attribuisce anche la cattiveria di aver trattato male Padre Pio. Con tanti saluti alla verità.

  2. Per quanto riguarda Aldo Moro, pace all’anima sua, qualcuno dubita anche di alcune sue virtù umane. Ma, lasciando da parte i pettegolezzi, il punto è che viene visto come un santino perché simboleggerebbe il connubio cattolici-comunisti visto come culmine della storia d’Italia. In poche parole, una sorta di precursore del PD che, com’è noto, contiene la crema del genere umano. Sia lecito a qualche reprobo come il sottoscritto opporsi alla filosofia della storia targata PD.
    Mi chiedo peraltro che conoscenza della storia d’Italia abbia il postulatore domenicano, spagnolo se non erro. Siccome Moro era terziario domenicano, alcuni di essi, ex democristiani, come un certo Alfano della Lateranense, lo citano a modello. Bah. Le politiche di Moro e di Montini (incontro col “mondo moderno”) finirono in disastro, e forse Paolo VI se ne rese conto morendo di crepacuore.

  3. Solo una domanda: Hic et Nunc, come atti del magistero infallibile sono rimaste solamente le canonizzazioni ? E perché esse sì, e TUTTO il resto no ? O magari, neanche più esse ?

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