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Perchè Caravaggio sì e Rupnik no? – Why Caravaggio yes and Rupnik no? – ¿Por qué Caravaggio sí y Rupnik no?

14 Giugno 2026/in Attualità/da Padre Simone

Italian, english, español

PERCHÉ CARAVAGGIO SÌ E RUPNIK NO?

Se il valore di un’opera dipende dalla moralità del suo autore, allora dovremo svuotare chiese, musei e gallerie d’arte di mezzo Occidente

— Attualità —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

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Da alcuni anni si sono formate schiere di anime candide che chiedono che le opere del gesuita Marko Ivan Rupnik vengano rimosse da chiese, santuari e luoghi di culto. Non mancano gli indignati professionali, gli scandalizzati permanenti e le vergini vestali che, dopo avere scoperto improvvisamente l’esistenza dei peccati contro il Sesto Comandamento, invocano la cancellazione dei mosaici realizzati dall’ex gesuita sloveno.

I più accaniti accusatori di questo artista sono proprio quei soggetti che una pagina prima o due pagine dopo affermano e spiegano che certi ecclesiastici a tinte arcobaleno non sarebbero contestabili per le loro condotte di vita, perché certi vizi e vezzi farebbero parte della loro vita privata.

Sorge allora una domanda inevitabile: le esecrabili condotte sessuali attribuite a Marko Ivan Rupnik si svolgevano forse in Piazza San Pietro durante la recita dell’Angelus domenicale, oppure appartenevano anch’esse alla sua vita privata? Perché, se la vita privata viene invocata come ragione per sottrarre alcuni soggetti a ogni giudizio pubblico, risulta difficile comprendere per quale ragione lo stesso criterio debba essere improvvisamente abbandonato quando il soggetto in questione è Marko Ivan Rupnik.

L’accusa secondo la quale l’artista avrebbe tenuto una condotta morale incompatibile con la presenza delle sue opere negli edifici sacri introduce infatti un criterio talmente eccentrico da risultare impraticabile alla prova dei fatti. Se applicato con un minimo di coerenza, esso costringerebbe infatti a svuotare non soltanto una parte della storia dell’arte cristiana, ma una parte considerevole della storia dell’arte occidentale, soprattutto di quella sacra. Eppure proprio questo criterio viene oggi proposto con crescente insistenza. Non si chiede semplicemente che eventuali responsabilità personali siano accertate dalle competenti autorità ecclesiastiche, si pretende qualcosa di diverso: che l’opera venga trascinata nel medesimo processo dell’uomo che l’ha realizzata; che il giudizio morale sull’autore si trasformi automaticamente in condanna dell’opera; che mosaici, affreschi, dipinti e sculture vengano valutati non per ciò che rappresentano, ma per la biografia privata di chi li ha creati.

La questione, pertanto, non riguarda più soltanto Marko Ivan Rupnik. Riguarda un principio molto più ampio. Perché se il valore artistico e spirituale di un’opera deve essere misurato sulla base della condotta morale del suo autore, allora occorre avere il coraggio di applicare questo criterio a tutta la storia dell’arte e non soltanto all’artista che, per ragioni mediatiche o ideologiche, è diventato il bersaglio del momento.

Già nel dicembre del 2022, quando il caso aveva assunto dimensioni internazionali, il Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Cardinale Angelo De Donatis, ricordava che il Padre Marko Ivan Rupnik aveva prestato alla Chiesa di Roma «numerosi e preziosi servizi di carattere ministeriale» e che la sua attività artistica aveva lasciato un segno visibile in luoghi ecclesiali di primaria importanza. Nello stesso tempo esprimeva sgomento per la vicenda e assicurava piena collaborazione alle autorità competenti. Due affermazioni che non si escludono reciprocamente e che, anzi dovrebbero essere tenute insieme. Una cosa è l’accertamento delle eventuali responsabilità personali, altra il giudizio sull’opera artistica prodotta da una persona (cfr. Diocesi di Roma, Dichiarazioni del Cardinale Angelo De Donatis sul caso Rupnik, 19 dicembre 2022, qui).

A questo punto la domanda diventa inevitabile: siamo davvero disposti ad applicare alla storia dell’arte il criterio secondo cui l’opera deve essere condannata insieme all’uomo che l’ha realizzata? Perché, se questa è la strada che intendiamo percorrere, dovremo essere coerenti sino in fondo. E allora il problema non riguarderà più soltanto Marko Ivan Rupnik.

Cominciamo da Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Pittore straordinario, autore di alcuni dei più grandi capolavori dell’arte sacra, fu al tempo stesso un uomo violento, coinvolto in continue risse e vicende giudiziarie, fino a uccidere Ranuccio Tomassoni nel 1606 e a essere condannato formalmente a morte dalla giustizia dello Stato Pontificio. Eppure nessuno propone di rimuovere dalle chiese la Vocazione di San Matteo, la Conversione di San Paolo, la Deposizione, il Martirio di Santa Lucia e via dicendo. Evidentemente il valore dell’opera non viene giudicato sulla base della fedina penale del suo autore.

Passiamo a Benvenuto Cellini, scultore, orafo e artista geniale. Le cronache del suo tempo e la sua stessa autobiografia raccontano di omicidi, violenze, risse e processi per sodomia. Anche in questo caso nessuno ha mai pensato di eliminare le sue opere dai musei o di cancellarne il nome dalla storia dell’arte.

Proseguiamo con Giovanni Antonio Bazzi, passato alla storia con il soprannome di Sodoma, che non gli fu attribuito per distrazione né per gratuita maldicenza. Eppure i suoi affreschi, intrisi di scene palesemente omoerotiche in salsa rinascimentale, continuano a essere ammirati nelle chiese e nei monasteri senza che alcuno invochi campagne di rimozione o di cancellazioni di serie d’affreschi dai chiostri monastici.

Veniamo poi a Gian Lorenzo Bernini, il massimo artista del Barocco romano. Quando scoprì la relazione tra suo fratello e Costanza Bonarelli, di cui egli era amante, reagì con una violenza tale da far sfregiare per vendetta il volto della donna da un suo servo. Ciò non ha impedito che le sue opere continuassero a ornare basiliche, piazze e chiese, senza che nessuno abbia mai pensato di abbattere l’Estasi di Santa Teresa o il Baldacchino di San Pietro.

Potremmo continuare a lungo. Ma il punto è già chiaro: per secoli la civiltà cristiana e occidentale ha distinto il giudizio morale sull’uomo dal giudizio artistico sull’opera. Oggi, invece, qualcuno pretende di introdurre un criterio nuovo secondo il quale il peccato dell’artista dovrebbe contaminare automaticamente anche ciò che egli ha creato. Salvo sostenere, quando i protagonisti sono altri, che nessuno dovrebbe interessarsi delle loro condotte di vita perché appartengono a quella sfera privata che, a quanto pare, resta inviolabile per alcuni e diventa criterio di pubblica condanna per altri.

Firenze, 14 giugno 2026

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WHY CARAVAGGIO YES AND RUPNIK NO?

If the value of a work of art depends upon the morality of its creator, then we shall have to empty churches, museums and art galleries throughout much of the Western world

— Actuality —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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For several years now, whole ranks of pure souls have been demanding that the works of the Jesuit Marko Ivan Rupnik be removed from churches, shrines and places of worship. There is no shortage of professional moralists, perpetual scandal-seekers and modern vestal virgins who, having suddenly discovered the existence of sin, call for the removal of the mosaics created by the former Slovenian Jesuit (cf. here). The most relentless accusers of this artist are often the very same people who, one page earlier or two pages later, explain that certain rainbow-coloured churchmen should not be criticised for their conduct because such vices and habits belong to their private lives (cf. here).

An inevitable question therefore arises: were the sexual acts attributed to Marko Ivan Rupnik carried out in Saint Peter’s Square during the Sunday Angelus, or did they also belong to his private life? For if private life is invoked as a reason for shielding certain individuals from public scrutiny, it becomes difficult to understand why the same principle should suddenly be abandoned when the person concerned is Marko Ivan Rupnik.

The accusation that the artist’s alleged moral conduct is incompatible with the presence of his works in sacred buildings introduces a criterion so eccentric as to prove unworkable when tested against historical reality. Applied with even a minimum degree of consistency, it would require us to empty not only a significant part of Christian art, but a considerable portion of Western art as a whole, especially sacred art. Yet this is precisely the criterion that is being proposed with increasing insistence today. What is being demanded is not simply that any personal responsibilities be investigated by the competent ecclesiastical authorities. Something far more radical is being proposed: that the work of art be dragged into the same trial as the man who created it; that moral judgement upon the artist automatically become a condemnation of the work itself; that mosaics, frescoes, paintings and sculptures be evaluated not according to what they represent, but according to the private biography of their creator.

The issue, therefore, no longer concerns Marko Ivan Rupnik alone. It concerns a much broader principle. For if the artistic and spiritual value of a work must be measured according to the moral conduct of its creator, then one must have the courage to apply the same criterion to the whole history of art and not merely to the artist who, for media or ideological reasons, has become the latest target of public condemnation.

As early as December 2022, when the case had already assumed international dimensions, Cardinal Angelo De Donatis, Vicar General of His Holiness for the Diocese of Rome, recalled that Father Marko Ivan Rupnik had rendered «numerous and valuable ministerial services» to the Church of Rome and that his artistic activity had left a visible mark upon ecclesiastical sites of primary importance. At the same time, he expressed deep concern over the affair and assured full cooperation with the competent authorities. These are two statements that do not exclude one another and which, indeed, ought to be held together. One thing is the investigation of any personal responsibilities; quite another is the judgement to be passed on the artistic work produced by a person (cf. Diocese of Rome, Statement of Cardinal Angelo De Donatis regarding the Rupnik case, 19 December 2022, here).

At this point the question becomes unavoidable: are we truly prepared to apply to the whole history of art the principle that a work must be condemned together with the man who created it? For if this is the road we intend to take, then we must be consistent to the very end. And in that case the problem will no longer concern Marko Ivan Rupnik alone.

Let us begin, then, with Michelangelo Merisi, known as Caravaggio. An extraordinary painter and the creator of some of the greatest masterpieces of sacred art, he was at the same time a violent man, constantly involved in brawls and legal troubles, eventually killing Ranuccio Tomassoni in 1606 and being sentenced to death by the courts of the Papal States. Yet no one proposes removing from churches The Calling of Saint Matthew, The Conversion of Saint Paul, The Entombment, or The Burial of Saint Lucy. Evidently, the value of the work is not judged on the basis of the criminal record of its creator.

Let us move on to Benvenuto Cellini, sculptor, goldsmith and artistic genius. The chronicles of his age and his own autobiography recount murders, acts of violence, brawls and trials for sodomy. Yet no one has ever suggested removing his works from museums or erasing his name from the history of art.

We may continue with Giovanni Antonio Bazzi, who entered history under the nickname of Sodoma, a name that was certainly not bestowed upon him by accident, still less through gratuitous slander. Nevertheless, his frescoes, permeated with unmistakably homoerotic Renaissance imagery, continue to be admired in churches and monasteries without anyone calling for campaigns of removal or for entire cycles of frescoes to be erased from monastic cloisters.

Then there is Gian Lorenzo Bernini, the greatest artist of the Roman Baroque. Upon discovering the relationship between his brother and Costanza Bonarelli, with whom he himself was involved, he reacted with such violence that he had the woman’s face slashed by one of his servants in an act of revenge. Yet this has not prevented his works from continuing to adorn basilicas, churches and public squares, nor has anyone ever suggested demolishing the Ecstasy of Saint Teresa or the Baldachin of Saint Peter’s Basilica.

We could continue at length. Yet the point is already clear enough: for centuries Christian and Western civilisation distinguished between moral judgement upon the individual and artistic judgement upon the work. Today, by contrast, some seek to introduce a new criterion according to which the artist’s sin should automatically contaminate whatever he has created.

This principle, however, is not applied consistently. For the very same people who demand that works of art be judged according to the moral conduct of their creators are often the first to insist, when confronted with the conduct of others, that such matters belong exclusively to the sphere of private life and should therefore be of no concern to anyone else.

The question, then, remains unanswered: why should one principle apply to Marko Ivan Rupnik and another to everyone else? If the value of a work of art truly depends upon the moral perfection of its creator, then consistency would require us to remove from churches, monasteries, museums and galleries a considerable part of the artistic heritage of the Christian West. If, on the other hand, we recognise that the value of a work cannot simply be reduced to the virtues or vices of its author, then we must admit that the issue extends far beyond the case of Marko Ivan Rupnik.

For this reason the debate is not really about one artist. It is about whether we wish to preserve a civilisation capable of distinguishing between the moral failings of a human being and the objective value of what that human being has created.

From Florence, 14 June 2026

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¿POR QUÉ CARAVAGGIO SÍ Y RUPNIK NO?

Si el valor de una obra de arte depende de la moralidad de su autor, entonces tendremos que vaciar las iglesias, los museos y las galerías de arte de buena parte del Occidente

— Actualidad —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Desde hace algunos años se han formado verdaderas legiones de almas cándidas que exigen que las obras del jesuita Marko Ivan Rupnik sean retiradas de iglesias, santuarios y lugares de culto (cf. aqui). No faltan los indignados por profesión, los escandalizados permanentes y las vírgenes vestales que, tras haber descubierto repentinamente la existencia de los pecados contra el Sexto Mandamiento, invocan la eliminación de los mosaicos realizados por el ex jesuita esloveno. Los acusadores más encarnizados de este artista son precisamente aquellos que, una página antes o dos páginas después, afirman y explican que ciertos eclesiásticos de tonalidades arcoíris no deberían ser cuestionados por su modo de vida, porque determinados vicios y costumbres formarían parte de su esfera privada (cf. aqui).

Surge entonces una pregunta inevitable: ¿acaso las execrables conductas sexuales atribuidas a Marko Ivan Rupnik tenían lugar en la Plaza de San Pedro durante el rezo dominical del Ángelus, o también ellas pertenecían a su vida privada? Porque, si la vida privada es invocada como motivo para sustraer a determinadas personas de toda critica, resulta difícil comprender por qué este criterio debe ser abandonado cuando la persona en cuestión es Marko Ivan Rupnik.

La acusación según la cual el artista habría mantenido una conducta moral incompatible con la presencia de sus obras en los edificios sagrados introduce, en efecto, un criterio tan excéntrico que resulta impracticable cuando se lo confronta con la realidad de los hechos. Este criterio, Aplicado con un mínimo de coherencia, obligaría no solo a vaciar una parte de la historia del arte cristiano, sino también considerablemente de la historia del arte occidental, y en particular del arte sacro. Y, sin embargo, precisamente dicho criterio es hoy propuesto con insistencia creciente. No se pide simplemente que las eventuales responsabilidades personales sean esclarecidas por las autoridades eclesiásticas competentes; se pretende algo muy distinto: que la obra sea arrastrada al mismo proceso que el hombre que la realizó. Que el juicio moral sobre el autor se transforme automáticamente en condena de la obra; que mosaicos, frescos, pinturas y esculturas sean valorados no por lo que representan, sino por la biografía privada de quien los creó.

La cuestión, por tanto, ya no concierne únicamente a Marko Ivan Rupnik. Se refiere a un principio mucho más amplio. Porque si el valor artístico y espiritual de una obra debe medirse sobre la base de la conducta moral de su autor, entonces es necesario tener el valor de aplicar este criterio a toda la historia del arte y no solamente al artista que, por razones mediáticas o ideológicas, se ha convertido en el blanco del momento.

Ya en diciembre de 2022, cuando el caso había adquirido dimensiones internacionales, el Vicario General de Su Santidad para la Diócesis de Roma, el Cardenal Angelo De Donatis, recordaba que el Padre Marko Ivan Rupnik había prestado a la Iglesia de Roma «numerosos y valiosos servicios de carácter ministerial» y que su actividad artística había dejado una huella visible en lugares eclesiales de primera importancia. Al mismo tiempo, expresaba su consternación por los hechos y aseguraba plena colaboración con las autoridades competentes. Son dos afirmaciones que no se excluyen mutuamente y que, por el contrario, deberían mantenerse unidas. Una cosa es el esclarecimiento de las eventuales responsabilidades personales; otra muy distinta es el juicio sobre la obra artística producida por una persona (cf. Diócesis de Roma, Declaraciones del Cardenal Angelo De Donatis sobre el caso Rupnik, 19 de diciembre de 2022, aquí).

Llegados a este punto, la pregunta se vuelve inevitable: ¿estamos realmente dispuestos a aplicar a la historia del arte el criterio según el cual la obra debe ser condenada junto con el hombre que la realizó? Porque, si ese es el camino que pretendemos recorrer, tendremos que ser coherentes hasta las últimas consecuencias. Y entonces el problema ya no afectaría únicamente a Marko Ivan Rupnik.

Comencemos por Michelangelo Merisi, conocido como Caravaggio. Pintor extraordinario, autor de algunas de las más grandes obras maestras del arte sacro, quien fue al mismo tiempo un hombre violento, involucrado continuamente en riñas y procesos judiciales, hasta el punto de matar a Ranuccio Tomassoni en 1606 y ser formalmente condenado a muerte por la justicia de los Estados Pontificios. Y, sin embargo, nadie propone retirar de las iglesias La vocación de San Mateo, La conversión de San Pablo, El descendimiento de Cristo, El entierro de Santa Lucía y tantas otras obras. Evidentemente, el valor de una obra no se juzga sobre la base de los antecedentes penales de su autor.

Pasemos ahora a Benvenuto Cellini, escultor, orfebre y artista genial. Las crónicas de su tiempo y su propia autobiografía relatan homicidios, actos de violencia, riñas y procesos por sodomía. Tampoco en este caso nadie ha pensado jamás en retirar sus obras de los museos ni borrar su nombre de la historia del arte.

Prosigamos con Giovanni Antonio Bazzi, pasado a la historia con el sobrenombre de Sodoma, que no le fue atribuido ni por descuido ni por gratuita maledicencia. Sin embargo, sus frescos, impregnados de escenas abiertamente homoeróticas en clave renacentista, siguen siendo admirados en iglesias y monasterios sin que nadie invoque campañas de retiro o la eliminación de los ciclos enteros de frescos de los claustros monásticos.

Vengamos ahora a Gian Lorenzo Bernini, la máxima figura del Barroco romano. Cuando descubrió la relación entre su hermano y Costanza Bonarelli, de quien era amante, reaccionó con tal violencia que ordenó a uno de sus sirvientes desfigurar el rostro de la mujer por venganza. Ello no ha impedido que sus obras continúen adornando basílicas, plazas e iglesias, sin que nadie haya pensado jamás en derribar el Éxtasis de Santa Teresa o el Baldaquino de San Pedro.

Podríamos continuar así por mucho tiempo. Pero el punto está ya aclarado: durante siglos, la civilización cristiana y occidental distinguió entre el juicio moral sobre el hombre y el juicio artístico sobre la obra. Hoy, en cambio, algunos pretenden introducir un criterio nuevo según el cual el pecado del artista debería contaminar automáticamente también aquello que ha creado. Salvo sostener, cuando los protagonistas son otros, que nadie debería interesarse por sus conductas de vida porque pertenecen a esa esfera privada que, al parecer, permanece inviolable para unos y se convierte en criterio de condena pública para otros.

Florencia, 14 de junio de 2026

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