Com’è possibile che Gesù discese agli inferi dopo la sua morte? – How is it possible that Jesus descended into hell after his death? – ¿Cómo es posible que Jesús descendiera a los infiernos después de su muerte?

Italian, english, español

 

COM’È POSSIBILE CHE GESÙ DISCESE AGLI INFERI DOPO LA SUA MORTE?

Quando professiamo che «discese agli inferi», confessiamo che non esiste luogo dell’esistenza umana — nemmeno la morte — nel quale Cristo non sia entrato per portare la luce della salvezza.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Non è raro, oggi, ascoltare fedeli — e talvolta persino qualche sacerdote — recitare il Simbolo degli Apostoli senza coglierne il significato più profondo.

Tra le espressioni che più spesso generano confusione vi è quella che proclama: «discese agli inferi». Per alcuni si tratta di una formula oscura, per altri di un’immagine simbolica, per altri ancora di un linguaggio arcaico ormai incomprensibile. In realtà, queste parole custodiscono uno dei passaggi più solenni del mistero pasquale. Esse non descrivono un dettaglio secondario della fede cristiana, ma proclamano la verità della morte di Cristo e la sua vittoria sulla morte stessa. Comprenderle significa entrare più profondamente nel cuore della fede della Chiesa.

Questo Simbolo è legato in modo particolare alla liturgia battesimale, nella quale il catecumeno professa la fede della Chiesa prima di essere immerso nel mistero della morte e risurrezione di Cristo. Non è dunque soltanto una formula dottrinale, ma una professione di fede che nasce dalla vita sacramentale della Chiesa. Per questo motivo trova una collocazione privilegiata nel tempo quaresimale e nel tempo pasquale, periodi nei quali la liturgia invita i fedeli a riscoprire la grazia del proprio Battesimo. In modo del tutto particolare il Simbolo degli Apostoli ritorna nella Veglia Pasquale, quando l’assemblea cristiana rinnova le promesse battesimali e proclama nuovamente la fede ricevuta dagli Apostoli.

Tra le sue affermazioni più dense di significato vi è quella che spesso suscita interrogativi: «discese agli inferi». Molti fedeli pronunciano queste parole senza soffermarsi sul loro significato, mentre altri le interpretano secondo categorie moderne che finiscono per alterarne il senso autentico. In realtà, questa espressione custodisce un mistero centrale della fede cristiana. Quando il Simbolo degli Apostoli afferma che Cristo «discese agli inferi», intende anzitutto proclamare la realtà della sua morte. Il Figlio di Dio non ha attraversato una morte simbolica o apparente. Come ogni uomo, anche Gesù ha conosciuto la morte nella sua realtà più concreta: la separazione tra l’anima e il corpo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e ha raggiunto con la sua anima la dimora dei morti (cfr. CCC 632). Questa dimora dei morti è ciò che la Sacra Scrittura chiama Sheol in ebraico e Ade in greco.

Nel linguaggio moderno la parola “inferi” viene facilmente associata all’Inferno dei dannati, ma il Simbolo della fede non intende questo. Nel linguaggio biblico lo Sheol indica il regno dei morti, la condizione nella quale si trovavano coloro che avevano lasciato questa vita prima della redenzione operata da Cristo. Per questo motivo il Catechismo precisa che Gesù non discese agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che lo avevano preceduto (cfr. CCC 633). La tradizione cristiana ha spesso indicato questa dimora dei giusti con l’espressione “seno di Abramo”, richiamandosi alla parabola evangelica del ricco e del povero Lazzaro (cfr. Lc 16, 22). Qui si trovavano i giusti dell’Antica Alleanza — Abramo, Mosè, i profeti e tutti coloro che avevano vissuto nella speranza delle promesse divine — in attesa della redenzione.

Cristo annuncia la salvezza ai giusti, la Sacra Scrittura accenna a questo mistero nelle parole dell’Apostolo Pietro:

«Cristo andò ad annunciare la salvezza anche agli spiriti che erano in prigione» (1 Pt 3, 19) «Per questo anche ai morti è stata annunciata la buona novella» (1 Pt 4, 6).

La tradizione della Chiesa ha sempre compreso questi testi come riferimento alla discesa di Cristo nella dimora dei morti, dove il Signore annuncia la salvezza ai giusti dell’Antica Alleanza. Cristo entra nel regno della morte non come prigioniero, ma come Salvatore. Questo mistero viene contemplato con particolare intensità nella liturgia del Sabato Santo, quando la Chiesa sosta in silenzio davanti al sepolcro del Signore. È il giorno del grande silenzio. Cristo riposa nel sepolcro secondo la carne, mentre la sua anima scende nella dimora dei morti per annunciare la salvezza ai giusti che lo avevano preceduto.

Una celebre omelia antica sul Sabato Santo, proclamata nella Liturgia delle Ore, descrive con straordinaria forza questo evento:

«Io sono il tuo Dio che per te sono diventato tuo figlio. Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà».

Per questo la Chiesa contempla la discesa agli inferi non come un episodio marginale, ma come parte integrante del mistero pasquale. Il Figlio di Dio ha voluto condividere fino in fondo la condizione umana, entrando perfino nel regno della morte, per aprire a tutti la via della vita. Quando nella notte di Pasqua la Chiesa proclama la risurrezione del Signore, annuncia che nessuna regione della storia umana è rimasta estranea alla redenzione. Cristo ha attraversato la morte per spezzarne le catene e per condurre alla luce coloro che attendevano la promessa. Per questo la fede cristiana può proclamare con certezza che Cristo è il Signore dei vivi e dei morti. La sua Pasqua non riguarda soltanto il presente della Chiesa, ma l’intera storia dell’umanità.

Quando professiamo che «discese agli inferi», confessiamo che non esiste luogo dell’esistenza umana — nemmeno la morte — nel quale Cristo non sia entrato per portare la luce della salvezza.

Firenze, 7 marzo 2026

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HOW IS IT POSSIBLE THAT JESUS DESCENDED INTO HELL AFTER HIS DEATH?

When we profess that «he descended into hell», we confess that there is no place in human existence — not even death — into which Christ has not entered to bring the light of salvation.

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Today it is not uncommon to hear the faithful — and sometimes even certain priests — recite the Apostles’ Creed without grasping its deeper meaning. Among the expressions that most often generate confusion is the one that proclaims: «he descended into hell». For some it appears to be an obscure formula, for others a symbolic image, and for still others an archaic expression that has become difficult to understand. In reality, these words contain one of the most solemn passages of the Paschal mystery. They do not describe a secondary detail of the Christian faith, but proclaim the truth of Christ’s death and His victory over death itself. To understand them means to enter more deeply into the heart of the Church’s faith.

This Creed is particularly linked to the baptismal liturgy, in which the catechumen professes the faith of the Church before being immersed into the mystery of Christ’s death and resurrection. It is therefore not merely a doctrinal formula, but a profession of faith that arises from the sacramental life of the Church. For this reason it finds a privileged place during the seasons of Lent and Easter, periods in which the liturgy invites the faithful to rediscover the grace of their Baptism. In a very special way the Apostles’ Creed returns during the Easter Vigil, when the Christian assembly renews its baptismal promises and once again proclaims the faith received from the Apostles.

Among its most significant affirmations is the one that often raises questions: «he descended into hell». Many faithful pronounce these words without reflecting on their meaning, while others interpret them according to modern categories that end up altering their authentic sense. In reality, this expression contains a central mystery of the Christian faith. When the Apostles’ Creed affirms that Christ «descended into hell», it first of all proclaims the reality of His death. The Son of God did not pass through a symbolic or apparent death. Like every human being, Jesus truly experienced death in its most concrete reality: the separation of the soul from the body.

The Catechism of the Catholic Church teaches that Jesus experienced death like all men and that His soul reached the dwelling place of the dead (cf. CCC 632). This dwelling place of the dead is what Sacred Scripture calls Sheol in Hebrew and Hades in Greek.

In modern language the word “hell” is easily associated with the Hell of the damned, but the Creed does not mean this. In biblical language Sheol indicates the realm of the dead, the condition in which those who had left this life before the redemption accomplished by Christ were found. For this reason the Catechism clarifies that Jesus did not descend into hell to free the damned nor to destroy the hell of damnation, but to liberate the righteous who had preceded Him (cf. CCC 633). Christian tradition has often referred to this dwelling place of the righteous as the “bosom of Abraham”, recalling the Gospel parable of the rich man and the poor Lazarus (cf. Lk 16, 22). There were the righteous of the Old Covenant — Abraham, Moses, the prophets and all those who had lived in hope of the divine promises — awaiting redemption.

Christ proclaims salvation to the righteous, Sacred Scripture hints at this mystery in the words of the Apostle Peter:

«Christ went to proclaim salvation even to the spirits who were in prison» (1 Pt 3, 19) «For this reason the Gospel was also preached to the dead» (1 Pt 4, 6).

The tradition of the Church has always understood these texts as referring to Christ’s descent into the dwelling place of the dead, where the Lord proclaims salvation to the righteous of the Old Covenant. Christ enters the realm of death not as a prisoner, but as Savior. This mystery is contemplated with particular intensity in the liturgy of Holy Saturday, when the Church pauses in silence before the tomb of the Lord. It is the day of the great silence. Christ rests in the tomb according to the flesh, while His soul descends into the dwelling place of the dead to proclaim salvation to the righteous who had preceded Him.

A famous ancient homily for Holy Saturday, proclaimed in the Liturgy of the Hours, describes this event with extraordinary force:

«I am your God who for your sake have become your son. Awake, you who sleep, and rise from the dead, and Christ will give you light».

For this reason the Church contemplates the descent into hell not as a marginal episode, but as an integral part of the Paschal mystery. The Son of God wished to share fully in the human condition, even entering the realm of death, in order to open for all the way to life. When on the night of Easter the Church proclaims the resurrection of the Lord, it announces that no region of human history has remained untouched by redemption. Christ passed through death to break its chains and lead into the light those who awaited the promise. For this reason the Christian faith can proclaim with certainty that Christ is the Lord of the living and the dead. His Paschal mystery does not concern only the present life of the Church, but the entire history of humanity.

When we profess that «he descended into hell», we confess that there is no place in human existence — not even death — into which Christ has not entered to bring the light of salvation.

Florence, 7 March 2026

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¿CÓMO ES POSIBLE QUE JESÚS DESCENDIERA A LOS INFIERNOS DESPUÉS DE SU MUERTE?

Cuando profesamos que «descendió a los infiernos», confesamos que no existe lugar alguno de la existencia humana — ni siquiera la muerte — en el que Cristo no haya entrado para llevar la luz de la salvación.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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No es raro hoy escuchar a fieles — y a veces incluso a algunos sacerdotes — recitar el Símbolo de los Apóstoles sin captar su significado más profundo. Entre las expresiones que más a menudo generan confusión se encuentra la que proclama: «descendió a los infiernos». Para algunos se trata de una fórmula oscura, para otros de una imagen simbólica, y para otros más de un lenguaje arcaico que hoy resulta difícil de comprender. En realidad, estas palabras contienen uno de los pasajes más solemnes del misterio pascual. No describen un detalle secundario de la fe cristiana, sino que proclaman la verdad de la muerte de Cristo y su victoria sobre la muerte misma. Comprenderlas significa entrar más profundamente en el corazón de la fe de la Iglesia.

Este Símbolo está particularmente vinculado a la liturgia bautismal, en la cual el catecúmeno profesa la fe de la Iglesia antes de ser sumergido en el misterio de la muerte y resurrección de Cristo. No es, por tanto, únicamente una fórmula doctrinal, sino una profesión de fe que nace de la vida sacramental de la Iglesia. Por esta razón encuentra una colocación privilegiada en los tiempos litúrgicos de Cuaresma y Pascua, períodos en los que la liturgia invita a los fieles a redescubrir la gracia de su Bautismo. De manera especial el Símbolo de los Apóstoles vuelve en la Vigilia Pascual, cuando la asamblea cristiana renueva las promesas bautismales y proclama nuevamente la fe recibida de los Apóstoles.

Entre sus afirmaciones más densas de significado se encuentra la que a menudo suscita interrogantes: «descendió a los infiernos». Muchos fieles pronuncian estas palabras sin detenerse en su significado, mientras que otros las interpretan según categorías modernas que terminan alterando su sentido auténtico. En realidad, esta expresión contiene un misterio central de la fe cristiana. Cuando el Símbolo de los Apóstoles afirma que Cristo «descendió a los infiernos», proclama ante todo la realidad de su muerte. El Hijo de Dios no atravesó una muerte simbólica o aparente. Como todo hombre, también Jesús conoció la muerte en su realidad más concreta: la separación entre el alma y el cuerpo.

El Catecismo de la Iglesia Católica enseña que Jesús conoció la muerte como todos los hombres y que su alma alcanzó la morada de los muertos (cf. CIC 632). Esta morada de los muertos es lo que la Sagrada Escritura llama Sheol en hebreo y Hades en griego.

En el lenguaje moderno la palabra «infiernos» se asocia fácilmente con el infierno de los condenados, pero el Símbolo de la fe no se refiere a esto. En el lenguaje bíblico el Sheol indica el reino de los muertos, la condición en la que se encontraban quienes habían dejado esta vida antes de la redención realizada por Cristo. Por esta razón el Catecismo precisa que Jesús no descendió a los infiernos para liberar a los condenados ni para destruir el infierno de la condenación, sino para liberar a los justos que lo habían precedido (cf. CIC 633). La tradición cristiana ha indicado frecuentemente esta morada de los justos con la expresión «seno de Abraham», recordando la parábola evangélica del rico y del pobre Lázaro (cf. Lc 16, 22). Allí se encontraban los justos de la Antigua Alianza — Abraham, Moisés, los profetas y todos aquellos que habían vivido en la esperanza de las promesas divinas — esperando la redención.

Cristo anuncia la salvación a los justos, la Sagrada Escritura alude a este misterio en las palabras del apóstol Pedro:

«Cristo fue a anunciar la salvación a los espíritus que estaban en prisión» (1 Pe 3, 19) «Por eso también a los muertos se les anunció la Buena Nueva» (1 Pe 4, 6).

La tradición de la Iglesia ha comprendido siempre estos textos como referencia al descenso de Cristo a la morada de los muertos, donde el Señor anuncia la salvación a los justos de la Antigua Alianza. Cristo entra en el reino de la muerte no como prisionero, sino como el Salvador. Este misterio se contempla con particular intensidad en la liturgia del Sábado Santo, cuando la Iglesia permanece en silencio ante el sepulcro del Señor. Es el día del gran silencio.
Cristo reposa en el sepulcro según la carne, mientras su alma desciende a la morada de los muertos para anunciar la salvación a los justos que lo habían precedido.

Una célebre homilía antigua del Sábado Santo, proclamada en la Liturgia de las Horas, describe este acontecimiento con extraordinaria fuerza:

«Yo soy tu Dios que por ti me hice tu hijo. Despierta tú que duermes, levántate de entre los muertos y Cristo te iluminará».

Por eso la Iglesia contempla el descenso a los infiernos no como un episodio marginal, sino como parte integrante del misterio pascual. El Hijo de Dios quiso compartir plenamente la condición humana, entrando incluso en el reino de la muerte, para abrir a todos el camino de la vida. Cuando en la noche de Pascua la Iglesia proclama la resurrección del Señor, anuncia que ninguna región de la historia humana ha quedado fuera de la redención. Cristo atravesó la muerte para romper sus cadenas y conducir a la luz a quienes esperaban la promesa. Por eso la fe cristiana puede proclamar con certeza que Cristo es el Señor de vivos y muertos. Su Pascua no concierne solamente al presente de la Iglesia, sino a toda la historia de la humanidad.

Cuando profesamos que «descendió a los infiernos», confesamos que no existe lugar alguno de la existencia humana — ni siquiera la muerte — en el que Cristo no haya entrado para llevar la luz de la salvación.

Florencia, 7 de marzo de 2026

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Quanto è facile l’astinenza dalle carni come penitenza – How easy is abstinence from meat as a penitential practice – Qué fácil es la abstinencia de carne como penitencia

Italian, english, español

 

QUANTO È FACILE L’ASTINENZA DALLE CARNI COME PENITENZA

Oggi può essere più penitenziale mangiare un semplice panino con la mortadella che non ordinare una spigola di mare da ottanta euro al chilo. Non perché la disciplina ecclesiale sia diventata obsoleta, ma perché la realtà sociale si è trasformata. L’astinenza rimane segno, ma il segno rischia di svuotarsi se non viene compreso nel suo significato profondo.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Non per pungente ironia fiorentina, ma verità: talvolta mi sono chiesto, con sincera curiosità — quali penitenze quaresimali si possano proporre a vegetariani e vegani se già di per sé la carne non la mangiano. Forse l’astinenza dalla soia? O dall’insalata biologica? La domanda può strappare un sorriso, ma ne nasconde un’altra, ben più seria: che cosa significa davvero fare penitenza?

L’astinenza dalle carni non nasce da una dietetica ecclesiastica né da un’antica diffidenza teologica verso la bistecca. Affonda le sue radici in una tradizione ascetica che ha sempre compreso il valore simbolico e pedagogico del cibo. Nelle società antiche la carne non era alimento ordinario, ma segno di festa, di abbondanza, di gioia. Rinunciarvi significava sottrarsi volontariamente a ciò che era percepito come prezioso. Non si trattava di mortificare il corpo, ma di educare il desiderio.

La Chiesa ha custodito questa disciplina non come fine in sé, ma come segno concreto di un atteggiamento interiore: la conversione. Come ricordava san Leone Magno, «il digiuno quaresimale non consiste soltanto nell’astinenza dal cibo, ma soprattutto nell’allontanarsi dal peccato» (Sermo 39, 2). La penitenza cristiana non è mai stata un esercizio punitivo, ma un cammino di libertà. Si rinuncia a qualcosa di lecito per ricordare a se stessi che non tutto ciò che è lecito è necessario, e che la felicità non dipende dal possesso ma dall’ordine del cuore.

Con il mutare dei tempi, tuttavia, mutano anche le percezioni. Oggi può essere più penitenziale mangiare un semplice panino con la mortadella che non ordinare una spigola di mare da ottanta euro al chilo. Non perché la disciplina ecclesiale sia diventata obsoleta, ma perché la realtà sociale si è trasformata. L’astinenza rimane segno, ma il segno rischia di svuotarsi se non viene compreso nel suo significato profondo.

Il punto non è la carne: è la libertà. La penitenza non consiste nel cambiare menù, ma nel cambiare misura. Non è privazione fine a se stessa, né esercizio di volontarismo ascetico. È rinuncia ordinata a un bene per acquisire un bene maggiore. È sottrarre qualcosa al consumo per restituirlo alla fede, alla speranza e alla carità. Perché «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21): la penitenza sposta il tesoro per riorientare il cuore. E forse, in questo nostro tempo, le penitenze più difficili non passano necessariamente dal piatto. Rinunciare a una bistecca può risultare relativamente semplice; rinunciare allo schermo acceso per ore può esserlo molto meno. Spegnere il telefono, limitare l’uso dei social, sottrarsi all’intrattenimento fine a se stesso, custodire il silenzio in un mondo che vive di rumore continuo: queste sono privazioni che toccano nervi scoperti.

Per i più, è più arduo astenersi da notifiche e commenti che da una fiorentina al sangue. Eppure, se la penitenza ha lo scopo di educare il desiderio e rafforzare la libertà interiore, è proprio lì che si gioca la sfida. San Paolo lo esprimeva con immagini atletiche:

«Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato» (1 Cor 9,27).

Quello paolino non è disprezzo del corpo, ma disciplina della libertà. La penitenza cristiana non è un impoverimento, ma un investimento. Non produce sterilità, ma fecondità. Rinunciare a qualcosa per amore di Dio significa creare spazio affinché Dio agisca. È un gesto che riduce il superfluo per far emergere l’essenziale. E l’essenziale, per il cristiano, non è il sacrificio in sé, ma la comunione con Cristo.

La Quaresima è precisamente questo: un cammino penitenziale che culmina nella Settimana Santa e si apre alla gioia della Risurrezione. Non è un periodo di tristezza rituale, ma un tempo di preparazione. Si attraversa il deserto per giungere alla Pasqua. Si rinuncia a qualcosa di temporaneo per ricordare a se stessi che siamo destinati all’eterno.

L’astinenza dalle carni, allora, non è una reliquia disciplinare né un formalismo alimentare. È un segno. E come ogni segno, chiede di essere compreso. Se rimane gesto esteriore, si riduce a pratica vuota. Se diventa atto consapevole, si trasforma in scuola di libertà. Che si tratti di carne, di schermi o di altre abitudini radicate, la domanda resta la stessa: sono padrone dei miei desideri o ne sono governato? La penitenza serve a rispondere a questa domanda con un atto concreto. Perché la vera mortificazione non è rinunciare a ciò che non ci costa nulla, ma imparare a dire “no” a ciò che ci domina, per poter dire un “sì” più grande a Dio. E quel “sì” non si esaurisce in quaranta giorni. È l’anticipo di una Pasqua che non avrà tramonto.

Firenze, 23 febbraio 2026

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HOW EASY IS ABSTINENCE FROM MEAT AS A PENITENTIAL PRACTICE

Today it may be more penitential to eat a simple mortadella sandwich than to order a sea bass costing eighty euros per kilogram. Not because ecclesial discipline has become obsolete, but because social reality has changed. Abstinence remains a sign, yet the sign risks becoming empty if it is not understood in its deeper meaning.

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Not out of sharp Florentine irony, but in truth: at times I have wondered, with sincere curiosity, what Lenten penances might be proposed to vegetarians and vegans if they already do not eat meat. Perhaps abstinence from soy? Or from organic salad? The question may provoke a smile, but it conceals another, far more serious one: what does it truly mean to do penance?

Abstinence from meat does not arise from ecclesiastical dietetics nor from some ancient theological suspicion toward steak. It is rooted in an ascetical tradition that has always understood the symbolic and pedagogical value of food. In ancient societies, meat was not an ordinary food but a sign of celebration, abundance, and joy. To renounce it meant voluntarily refraining from what was perceived as precious. It was not about mortifying the body, but about educating desire.

The Church has preserved this discipline not as an end in itself, but as a concrete sign of an interior disposition: conversion. As Saint Leo the Great recalled, “Lenten fasting does not consist only in abstinence from food, but above all in turning away from sin” (Sermo 39, 2). Christian penance has never been a punitive exercise, but a path to freedom. One renounces something lawful in order to remind oneself that not everything lawful is necessary, and that happiness does not depend on possession but on the order of the heart.

With the passing of time, however, perceptions also change. Today it may be more penitential to eat a simple mortadella sandwich than to order a sea bass costing eighty euros per kilogram. Not because ecclesial discipline has become obsolete, but because social reality has changed. Abstinence remains a sign, yet the sign risks becoming empty if it is not understood in its deeper meaning.

The point is not meat; it is freedom. Penance does not consist in changing the menu, but in changing the measure. It is not deprivation for its own sake, nor an exercise in ascetical voluntarism. It is an ordered renunciation of a good in order to acquire a greater good. It is withdrawing something from consumption in order to restore it to faith, hope, and charity. For “where your treasure is, there your heart will be also” (Mt 6:21): penance shifts the treasure so as to reorient the heart. And perhaps, in our own time, the more difficult penances do not necessarily pass through the plate. Renouncing a steak may prove relatively simple; renouncing a screen left on for hours may be far more difficult. Turning off the phone, limiting the use of social media, abstaining from entertainment for its own sake, preserving silence in a world that lives in constant noise: these are privations that touch exposed nerves.

For many — perhaps for most — it is more arduous to abstain from notifications and comments than from a rare Florentine steak. Yet if penance aims to educate desire and strengthen interior freedom, it is precisely there that the challenge lies. Saint Paul expressed it with athletic imagery:

“I discipline my body and keep it under control, lest after preaching to others I myself should be disqualified” (1 Cor 9:27).

Paul’s words do not express contempt for the body, but discipline of freedom. Christian penance is not impoverishment, but investment. It does not produce sterility, but fruitfulness. To renounce something for love of God means creating space for God to act. It is a gesture that reduces the superfluous in order to bring forth the essential. And for the Christian, the essential is not sacrifice in itself, but communion with Christ.

Lent is precisely this: a penitential journey that culminates in Holy Week and opens onto the joy of the Resurrection. It is not a season of ritual sadness, but a time of preparation. One crosses the desert in order to reach Easter. One renounces something temporary in order to remember that we are destined for eternity.

Abstinence from meat, then, is neither a disciplinary relic nor a dietary formalism. It is a sign. And like every sign, it asks to be understood. If it remains an exterior gesture, it becomes an empty practice. If it becomes a conscious act, it turns into a school of freedom. Whether it concerns meat, screens, or other entrenched habits, the question remains the same: am I master of my desires, or am I governed by them? Penance helps us answer that question with a concrete act. For true mortification is not renouncing what costs us nothing, but learning to say “no” to what dominates us, in order to say a greater “yes” to God. And that “yes” does not end after forty days. It is the anticipation of an Easter that will know no sunset.

Florence, 23 February 2026

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QUÉ FÁCIL ES LA ABSTINENCIA DE CARNE COMO PENITENCIA

Hoy puede resultar más penitencial comer un sencillo bocadillo de mortadela que pedir una lubina que cuesta ochenta euros el kilo. No porque la disciplina eclesial se haya vuelto obsoleta, sino porque la realidad social ha cambiado. La abstinencia sigue siendo un signo, pero el signo corre el riesgo de vaciarse si no se comprende en su significado más profundo.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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No por aguda ironía florentina, sino en verdad: en ocasiones me he preguntado, con sincera curiosidad, qué penitencias cuaresmales se pueden proponer a vegetarianos y veganos si de por sí no comen carne. ¿Tal vez abstinencia de soja? ¿O de ensalada orgánica? La pregunta puede arrancar una sonrisa, pero encierra otra mucho más seria: ¿qué significa realmente hacer penitencia?

La abstinencia de carne no nace de una dietética eclesiástica ni de una antigua desconfianza teológica hacia el bistec. Hundee sus raíces en una tradición ascética que siempre ha comprendido el valor simbólico y pedagógico de la comida. En las sociedades antiguas, la carne no era un alimento ordinario, sino signo de fiesta, de abundancia y de alegría. Renunciar a ella significaba sustraerse voluntariamente a lo que era percibido como precioso. No se trataba de mortificar el cuerpo, sino de educar el deseo.

La Iglesia ha conservado esta disciplina no como un fin en sí mismo, sino como un signo concreto de una disposición interior: la conversión. Como recordaba san León Magno, «el ayuno cuaresmal no consiste solamente en la abstinencia de alimentos, sino sobre todo en apartarse del pecado» (Sermo 39, 2). La penitencia cristiana nunca ha sido un ejercicio punitivo, sino un camino de libertad. Se renuncia a algo lícito para recordarse que no todo lo lícito es necesario, y que la felicidad no depende de la posesión, sino del orden del corazón.

Con el paso del tiempo, sin embargo, cambian también las percepciones. Hoy puede resultar más penitencial comer un sencillo bocadillo de mortadela que pedir una lubina que cuesta ochenta euros el kilo. No porque la disciplina eclesial se haya vuelto obsoleta, sino porque la realidad social ha cambiado. La abstinencia sigue siendo un signo, pero el signo corre el riesgo de vaciarse si no se comprende en su significado más profundo.

El punto no es la carne: es la libertad. La penitencia no consiste en cambiar el menú, sino en cambiar la medida. No es privación por sí misma, ni ejercicio de voluntarismo ascético. Es una renuncia ordenada a un bien para adquirir un bien mayor. Es sustraer algo al consumo para devolverlo a la fe, a la esperanza y a la caridad. Porque «donde está tu tesoro, allí estará también tu corazón» (Mt 6,21): la penitencia desplaza el tesoro para reorientar el corazón. Y quizá, en nuestro tiempo, las penitencias más difíciles no pasan necesariamente por el plato. Renunciar a un bistec puede resultar relativamente sencillo; renunciar a una pantalla encendida durante horas puede ser mucho más difícil. Apagar el teléfono, limitar el uso de las redes sociales, abstenerse de un entretenimiento vacío, custodiar el silencio en un mundo que vive en ruido constante: estas son privaciones que tocan nervios sensibles.

Para muchos — quizá para la mayoría — es más arduo abstenerse de notificaciones y comentarios que de un buen bistec a la florentina. Sin embargo, si la penitencia tiene como finalidad educar el deseo y fortalecer la libertad interior, es precisamente ahí donde se juega el desafío. San Pablo lo expresaba con imágenes atléticas:

«Castigo mi cuerpo y lo esclavizo, no sea que, habiendo predicado a otros, yo mismo quede descalificado» (1 Cor 9,27).

Lo paulino no es desprecio del cuerpo, sino disciplina de la libertad. La penitencia cristiana no es empobrecimiento, sino inversión. No produce esterilidad, sino fecundidad. Renunciar a algo por amor a Dios significa crear espacio para que Dios actúe. Es un gesto que reduce lo superfluo para hacer emerger lo esencial. Y lo esencial, para el cristiano, no es el sacrificio en sí mismo, sino la comunión con Cristo.

La Cuaresma es precisamente esto: un camino penitencial que culmina en la Semana Santa y se abre a la alegría de la Resurrección. No es un período de tristeza ritual, sino un tiempo de preparación. Se atraviesa el desierto para llegar a la Pascua. Se renuncia a algo temporal para recordar que estamos destinados a la eternidad.

La abstinencia de carne, entonces, no es una reliquia disciplinaria ni un formalismo alimentario. Es un signo. Y como todo signo, pide ser comprendido. Si permanece como un gesto exterior, se reduce a una práctica vacía. Si se convierte en un acto consciente, se transforma en una escuela de libertad. Ya se trate de carne, de pantallas o de otras costumbres arraigadas, la pregunta sigue siendo la misma: ¿soy dueño de mis deseos o soy gobernado por ellos? La penitencia sirve para responder a esa pregunta con un acto concreto. Porque la verdadera mortificación no es renunciar a lo que no nos cuesta nada, sino aprender a decir “no” a aquello que nos domina, para poder decir un “sí” más grande a Dios. Y ese “sí” no se agota en cuarenta días. Es el anticipo de una Pascua que no tendrá ocaso.

Florencia, 23 de febrero de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il razionale, tra simbolo, storia e fraintendimenti estetici – The rationale: between symbol, history, and aesthetic misunderstandings – El racional: entre símbolo, historia y malentendidos estéticos

Italian, english, español

 

IL RAZIONALE: TRA SIMBOLO, STORIA E FRAINTENDIMENTI ESTETICI

È bene dirlo con chiarezza, anche a costo di deludere qualche entusiasmo ingenuo: molti paramenti liturgici cristiani derivano da abiti civili, onorifici o religiosi precristiani. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa – Article print format – articulo en formato impreso

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Una delle tentazioni più diffuse in certi ambiti ecclesiali è quella di fermarsi all’apparato esteriore della liturgia, trasformando paramenti, colori e forme in oggetti di contemplazione estetica, talora persino di compiacimento identitario.

Ieri, nella celebrazione dei Vespri nella Festa della Conversione di San Paolo, nella Basilica Ostiense, il Sommo Pontefice Leone XIV ha indossato per la prima volta nel suo pontificato, il razionale. Il rischio — già ampiamente verificabile su vari social media —, è quello di cedere a entusiasmi fervorosi per ciò che “si vede”, accompagnati però da una conoscenza spesso assai approssimativa — quando non del tutto assente — della genesi storica, del significato simbolico e della funzione teologica di quegli stessi elementi che tanto affascinano.

Il razionale rientra pienamente in questa categoria: paramento rarissimo, evocato con toni quasi mitologici, talvolta citato come emblema di una liturgia “più autentica”, ma in realtà poco conosciuto nella sua origine e nel suo senso profondo. Proprio per questo si presta bene a una riflessione che vada oltre l’estetica e recuperi la dimensione simbolica e storica della liturgia. Ma che cos’è il razionale? Con il termine razionale si indica un paramento liturgico indossato sopra la casula o il piviale, di forma generalmente rettangolare o leggermente arcuata, riccamente decorato, portato sul petto e fissato alle spalle. Non si tratta di un paramento di uso universale nella Chiesa latina, né di un elemento costitutivo della celebrazione eucaristica.

Utilizzato in alcuni contesti specifici, soprattutto in ambito episcopale, con particolare riferimento a determinate Chiese locali — notoriamente quella di Eichstätt e, in forma diversa, di Cracovia —. L’uso del razionale non è mai stato normativo per tutta la Chiesa, né tantomeno necessario alla validità o liceità del rito.

Di origine biblica, il nome stesso razionale rimanda esplicitamente al pettorale del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, descritto nel libro dell’Esodo (Es 28,15-30). Quel pettorale — chiamato חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ) “pettorale del giudizio” — portava dodici pietre preziose, simbolo delle dodici tribù di Israele, ed era segno della responsabilità sacerdotale nel portare il popolo davanti a Dio.

Il Cristianesimo nascente, come ha fatto con molti elementi del mondo antico, non ha rigettato simboli preesistenti, ma li ha assunti e trasfigurati. La liturgia cristiana non nasce in un vuoto culturale, si innesta nella storia, assume forme, linguaggi, simboli — anche provenienti dal mondo pagano o giudaico — e li riconduce a Cristo. In questa prospettiva, il razionale non è un ornamento decorativo, ma un segno teologico: richiama il ministero della responsabilità, del discernimento e del giudizio esercitato non in nome proprio, ma davanti a Dio e per il bene del popolo.

È poi bene dirlo con chiarezza, anche a costo di deludere qualche entusiasmo ingenuo: molti paramenti liturgici cristiani derivano da abiti civili, onorifici o religiosi precristiani. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile. Questo non ha mai rappresentato un problema per la Chiesa.

La liturgia non è mai stata una “ricostruzione archeologica” di un’epoca pura e incontaminata. È sempre stata, invece, un’opera di inculturazione e trasfigurazione. Ciò che cambia non è la forma esterna in sé, ma il significato che la Chiesa le attribuisce. Anche il razionale si colloca in questa linea: non un residuo di un passato idealizzato, ma un segno che ha avuto senso in determinati contesti ecclesiali e che oggi conserva soprattutto un valore storico e simbolico, non normativo.

Dal punto di vista strettamente liturgico, il razionale non è mai stato un paramento di uso ordinario, né tantomeno universale. Il suo utilizzo è sempre stato legato a concessioni particolari, tradizioni locali o privilegi specifici, mai a una prescrizione generale della Chiesa latina. Questo dato è fondamentale per evitare un errore ricorrente: confondere ciò che è simbolicamente suggestivo con ciò che è teologicamente necessario. La liturgia non cresce per accumulo di elementi esteriori, ma per chiarezza del segno e fedeltà alla sua funzione primaria: rendere visibile l’azione salvifica di Cristo.

Quando il razionale — come altri paramenti rari o desueti — viene assunto come vessillo identitario da certe forme di estetismo o come prova di una presunta superiorità liturgica, si cade in un fraintendimento profondo. La liturgia non è un museo, né un palcoscenico. È azione della Chiesa, non auto-rappresentazione di un gusto. Conoscere la storia dei paramenti, il loro sviluppo e il loro significato autentico non impoverisce la liturgia: la libera da letture ideologiche e la restituisce alla sua verità più profonda.

Dunque il razionale non è un feticcio liturgico né un simbolo di un’età dell’oro perduta. È un segno storico, teologico e simbolico che parla di responsabilità, di discernimento e di servizio. Compreso nel suo contesto, arricchisce la comprensione della liturgia; isolato e assolutizzato, la impoverisce. La vera tradizione non consiste nel moltiplicare gli ornamenti, ma nel custodire il senso. E il senso della liturgia, ieri come oggi, non è l’estetica, ma Cristo.

Firenze, 26 gennaio 2026

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THE RATIONALE: BETWEEN SYMBOL, HISTORY, AND AESTHETIC MISUNDERSTANDINGS

It must be stated clearly, even at the risk of disappointing some naïve enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction.

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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One of the most widespread temptations in certain ecclesial circles is to stop at the outward apparatus of the liturgy, transforming vestments, colours, and forms into objects of aesthetic contemplation and, at times, even of identity-driven self-complacency.

 

Yesterday, during the celebration of Vespers on the Feast of the Conversion of Saint Paul, in the Basilica of Saint Paul Outside the Walls, the Supreme Pontiff Leo XIV wore the rationale for the first time in his pontificate. The risk — already clearly observable across various social media platforms — is to give way to fervent enthusiasm for what “is seen”, accompanied, however, by a knowledge that is often highly approximate — when not entirely absent — of the historical genesis, symbolic meaning, and theological function of those very elements that so strongly fascinate.

The rationale fully belongs to this category: a very rare vestment, evoked in almost mythological terms, at times cited as an emblem of a “more authentic” liturgy, yet in reality scarcely known in its origin and deeper meaning. Precisely for this reason, it lends itself well to a reflection that goes beyond aesthetics and recovers the symbolic and historical dimension of the liturgy. But what, in fact, is the rationale? The term rationale designates a liturgical vestment worn over the chasuble or the cope, generally rectangular or slightly curved in shape, richly decorated, worn on the chest and fastened at the shoulders. It is not a vestment of universal use in the Latin Church, nor is it a constitutive element of the Eucharistic celebration.

It has been used in certain specific contexts, especially within the episcopal sphere, with particular reference to certain local Churches — most notably Eichstätt and, in a different form, Kraków. The use of the rationale has never been normative for the entire Church, nor has it ever been necessary for the validity or liceity of the rite.

Of biblical origin, the very name rationale explicitly refers to the breastplate of the high priest of the Old Testament, described in the Book of Exodus (Ex 28:15–30). That breastplate — called חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “breastplate of judgment” — bore twelve precious stones, symbolising the twelve tribes of Israel, and signified the priestly responsibility of bearing the people before God.

Early Christianity, as it did with many elements of the ancient world, did not reject pre-existing symbols but assumed and transfigured them. Christian liturgy does not arise in a cultural vacuum; it is grafted into history, assumes forms, languages, and symbols — including those drawn from the pagan or Jewish world — and reorients them toward Christ. In this perspective, the rationale is not a decorative ornament, but a theological sign: it recalls the ministry of responsibility, discernment, and judgment exercised not in one’s own name, but before God and for the good of the people.

It must also be stated clearly, even at the cost of disappointing some ingenuous enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction. This has never constituted a problem for the Church.

The liturgy has never been an “archaeological reconstruction” of a pure and uncontaminated age. Rather, it has always been a work of inculturation and transfiguration. What changes is not the external form as such, but the meaning that the Church attributes to it. The rationale too belongs to this line: not a remnant of an idealised past, but a sign that made sense in specific ecclesial contexts and that today retains primarily a historical and symbolic value, not a normative one.

From a strictly liturgical point of view, the rationale has never been a vestment of ordinary or universal use. Its employment has always been linked to particular concessions, local traditions, or specific privileges, never to a general prescription of the Latin Church. This datum is fundamental in order to avoid a recurrent error: confusing what is symbolically evocative with what is theologically necessary. The liturgy does not grow through the accumulation of external elements, but through clarity of sign and fidelity to its primary function: making visible the saving action of Christ.

When the rationale — like other rare or obsolete vestments — is taken up as an identity banner by certain forms of aestheticism or as proof of an alleged liturgical superiority, one falls into a profound misunderstanding. The liturgy is not a museum, nor a stage. It is the action of the Church, not the self-representation of a taste. Knowing the history of vestments, their development, and their authentic meaning does not impoverish the liturgy: it frees it from ideological readings and restores it to its deepest truth.

The rationale, therefore, is neither a liturgical fetish nor a symbol of a lost golden age. It is a historical, theological, and symbolic sign that speaks of responsibility, discernment, and service. Understood within its context, it enriches the understanding of the liturgy; isolated and absolutised, it impoverishes it. True tradition does not consist in multiplying ornaments, but in safeguarding meaning. And the meaning of the liturgy, yesterday as today, is not aesthetics, but Christ.

Florence, 26 January 2026

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EL RACIONAL: ENTRE SÍMBOLO, HISTORIA Y MALENTENDIDOS ESTÉTICOS

Conviene decirlo con claridad, aun a riesgo de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Una de las tentaciones más extendidas en ciertos ambientes eclesiales es detenerse en el aparato exterior de la liturgia, transformando paramentos, colores y formas en objetos de contemplación estética y, en ocasiones, incluso de complacencia identitaria.

Ayer, durante la celebración de las Vísperas en la Fiesta de la Conversión de San Pablo, en la Basílica de San Pablo Extramuros, el Sumo Pontífice León XIV vistió por primera vez en su pontificado el racional. El riesgo — ya ampliamente verificable en diversas redes sociales — es ceder a entusiasmos fervorosos por aquello que “se ve”, acompañados, sin embargo, de un conocimiento a menudo muy aproximado — cuando no totalmente ausente — de la génesis histórica, del significado simbólico y de la función teológica de esos mismos elementos que tanto fascinan.

El racional se inscribe plenamente en esta categoría: un paramento rarísimo, evocado con tonos casi mitológicos, a veces citado como emblema de una liturgia “más auténtica”, pero en realidad poco conocido en su origen y en su sentido profundo. Precisamente por ello, se presta a una reflexión que vaya más allá de la estética y recupere la dimensión simbólica e histórica de la liturgia. Pero ¿qué es el racional? Con el término racional se designa un paramento litúrgico que se lleva sobre la casulla o el pluvial, generalmente de forma rectangular o ligeramente curvada, ricamente decorado, colocado sobre el pecho y sujeto a los hombros. No se trata de un paramento de uso universal en la Iglesia latina, ni de un elemento constitutivo de la celebración eucarística.

Su uso se ha dado en algunos contextos específicos, sobre todo en el ámbito episcopal, con especial referencia a determinadas Iglesias locales — de modo notorio la de Eichstätt y, en forma diversa, la de Cracovia —. El uso del racional nunca ha sido normativo para toda la Iglesia, ni mucho menos necesario para la validez o licitud del rito.

De origen bíblico, el propio nombre racional remite explícitamente al pectoral del sumo sacerdote del Antiguo Testamento, descrito en el libro del Éxodo (Ex 28,15-30). Aquel pectoral — llamado חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “pectorál del juicio” — llevaba doce piedras preciosas, símbolo de las doce tribus de Israel, y era signo de la responsabilidad sacerdotal de llevar al pueblo delante de Dios.

El cristianismo naciente, como hizo con muchos elementos del mundo antiguo, no rechazó símbolos preexistentes, sino que los asumió y los transfiguró. La liturgia cristiana no nace en un vacío cultural: se inserta en la historia, asume formas, lenguajes y símbolos — también procedentes del mundo pagano o judío — y los reconduce a Cristo. En esta perspectiva, el racional no es un ornamento decorativo, sino un signo teológico: remite al ministerio de la responsabilidad, del discernimiento y del juicio ejercidos no en nombre propio, sino ante Dios y para el bien del pueblo.

Conviene también decirlo con claridad, aun a costa de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil. Esto nunca ha representado un problema para la Iglesia.

La liturgia nunca ha sido una “reconstrucción arqueológica” de una época pura e incontaminada. Ha sido siempre, en cambio, una obra de inculturación y transfiguración. Lo que cambia no es la forma exterior en sí misma, sino el significado que la Iglesia le atribuye. El racional se sitúa también en esta línea: no como residuo de un pasado idealizado, sino como un signo que tuvo sentido en determinados contextos eclesiales y que hoy conserva sobre todo un valor histórico y simbólico, no normativo.

Desde el punto de vista estrictamente litúrgico, el racional nunca ha sido un paramento de uso ordinario ni universal. Su utilización ha estado siempre vinculada a concesiones particulares, tradiciones locales o privilegios específicos, nunca a una prescripción general de la Iglesia latina. Este dato es fundamental para evitar un error recurrente: confundir lo que resulta simbólicamente sugestivo con lo que es teológicamente necesario. La liturgia no crece por acumulación de elementos exteriores, sino por claridad del signo y fidelidad a su función primaria: hacer visible la acción salvífica de Cristo.

Cuando el racional — como otros paramentos raros o en desuso — es asumido como estandarte identitario por ciertas formas de esteticismo o como prueba de una presunta superioridad litúrgica, se incurre en un malentendido profundo. La liturgia no es un museo ni un escenario. Es acción de la Iglesia, no autorrepresentación de un gusto. Conocer la historia de los paramentos, su desarrollo y su significado auténtico no empobrece la liturgia: la libera de lecturas ideológicas y la devuelve a su verdad más profunda.

El racional, por tanto, no es un fetiche litúrgico ni un símbolo de una edad de oro perdida. Es un signo histórico, teológico y simbólico que habla de responsabilidad, discernimiento y servicio. Comprendido en su contexto, enriquece la comprensión de la liturgia; aislado y absolutizado, la empobrece. La verdadera tradición no consiste en multiplicar ornamentos, sino en custodiar el sentido. Y el sentido de la liturgia, ayer como hoy, no es la estética, sino Cristo.

Florencia, 26 de enero de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La liturgia come catechesi vivente. Perché non è uno stagno da raffermare – The liturgy as living catechesis. Why it is not a stagnant pool to be preserved – La liturgia como catequesis viviente. Por qué no es un estanque que deba congelarse

 

Italian, english, español

 

LA LITURGIA COME CATECHESI VIVENTE. PERCHÉ NON È UNO STAGNO DA RAFFERMARE

Come ricordava San Giovanni Paolo II, facendo proprio un celebre detto di Gustav Mahler, la Tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Una liturgia che non cresce e non si sviluppa nelle forme è una liturgia che smette di essere linguaggio vivo della fede.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

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 PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

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Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di gruppi e ambienti che fanno della liturgia — e in particolare della celebrazione eucaristica — non il luogo dell’unità ecclesiale, ma un terreno di contrapposizione ideologica. Non si tratta semplicemente di sensibilità diverse o di legittime preferenze rituali, quanto piuttosto di un uso strumentale della liturgia come elemento estetico, identitario o come vessillo ideologico. In molti casi, tale fenomeno è promosso da gruppi rigorosamente laicali che, più che esprimere una fede ecclesiale matura, proiettano nella liturgia fragilità personali, disagi interiori e bisogni di auto-rassicurazione identitaria.

È necessario dirlo con chiarezza: utilizzare il Sacrificio Eucaristico come strumento di divisione è un fatto ecclesialmente gravissimo, perché colpisce il cuore stesso della vita della Chiesa. La liturgia non è mai stata concepita come luogo di autodefinizione soggettiva, ma come spazio nel quale la Chiesa riceve sé stessa dal mistero che celebra. Quando la liturgia viene piegata a fini estranei alla sua natura, essa viene svuotata e ridotta a ciò che non è mai stata.

La liturgia è atto pubblico della Chiesa, non iniziativa privata né linguaggio di gruppo. Il Concilio Vaticano II ha espresso con limpidezza questa verità affermando che la liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù» (Sacrosanctum Concilium, n. 10). Essa non è un accessorio della vita ecclesiale, ma il luogo in cui la Chiesa si manifesta come Corpo di Cristo.

Usare la liturgia per dividere significa contraddirne la natura più profonda. La liturgia non nasce per esprimere identità particolari, ma per generare comunione. Già Sant’Agostino ricordava ai fedeli che ciò che si celebra sull’altare è ciò che essi stessi sono chiamati a diventare: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Sermo 272). Quando la liturgia viene trasformata in strumento di contrapposizione, non è la Chiesa a parlare, ma l’ego ecclesiale di singoli o di gruppi.

La liturgia come catechesi vivente. Uno degli aspetti più trascurati da chi riduce la liturgia a questione estetica è la sua dimensione catechetica intrinseca. La liturgia non è solo celebrazione, ma anche forma primaria di trasmissione della fede. Prima ancora dei catechismi e delle formulazioni dottrinali, la Chiesa ha educato alla fede celebrando.

I Padri della Chiesa ne erano pienamente consapevoli. San Cirillo di Gerusalemme, nelle sue Catechesi mistagogiche, non spiegava i Sacramenti prima della loro celebrazione, ma a partire dall’esperienza liturgica, perché è il mistero celebrato a generare la comprensione della fede. La liturgia, infatti, non insegna soltanto attraverso le parole, ma attraverso l’insieme dei segni: gesti, silenzi, posture, ritmi, linguaggi simbolici (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogica I, 1).

Ridurre la liturgia a estetica significa svuotarla della sua funzione formativa e trasformarla in un oggetto da contemplare invece che in un mistero da vivere. In questo modo cessa di essere catechesi vivente e diventa un’esperienza autoreferenziale, incapace di generare una fede adulta e ecclesiale.

Sostanza e accidenti è una distinzione teologicamente imprescindibile e da chiarire molto bene, perché alla radice di molte derive liturgiche vi è la confusione — talvolta deliberata — tra questi due elementi. La teologia sacramentaria, fin dal Medioevo, ha sempre distinto con chiarezza questi due livelli.

La sostanza riguarda ciò che rende il Sacramento ciò che è: il Sacrificio di Cristo, la presenza reale, la forma sacramentale voluta dal Signore e custodita dalla Chiesa. Questa dimensione è immutabile, perché non dipende da contingenze storiche, ma dall’azione salvifica di Cristo.

Gli accidenti, invece, comprendono gli elementi esteriori della celebrazione: la lingua, le forme rituali, le discipline, le strutture celebrative. Essi non solo sono mutevoli, ma devono mutare, perché la liturgia è inserita nella storia ed è chiamata a parlare a uomini e donne concreti. Il Concilio di Trento stesso, spesso evocato in modo improprio, riconosceva alla Chiesa l’autorità di disporre dei riti «salva e integra la sostanza dei sacramenti» (Concilio di Trento, sess. XXI).

Elevare una lingua, come il latino, o un rito storico, come il Messale di San Pio V, al rango di articoli di fede è un errore teologico grave. Non perché tali elementi siano privi di valore, ma perché appartengono all’ordine degli accidenti e non a quello della sostanza. Confondere questi piani significa assolutizzare ciò che è storicamente determinato e relativizzare ciò che è essenziale.

La storia della liturgia testimonia che la Chiesa non ha mai concepito il culto come una realtà immobile. Nei primi secoli convivevano riti diversi; la disciplina sacramentale ha conosciuto trasformazioni profonde; le forme celebrative sono mutate in risposta a nuove esigenze pastorali e culturali. Tutto questo è avvenuto senza che la fede della Chiesa venisse meno, proprio perché la distinzione tra sostanza e accidenti è sempre stata salvaguardata.

Pensare la liturgia come una realtà da “congelare” significa adottare una visione museale della Chiesa, estranea alla sua natura. Come ricordava San Giovanni Paolo II, facendo proprio un celebre detto di Gustav Mahler, la Tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Una liturgia che non cresce e non si sviluppa nelle forme è una liturgia che smette di essere linguaggio vivo della fede.

La liturgia non è un’arma ideologica, non è un rifugio estetico, non è un terreno di rivendicazione identitaria. È il luogo nel quale la Chiesa riceve la propria forma dal mistero che celebra. Quando la liturgia divide, non è la liturgia a essere in crisi, ma le persone che la utilizzano per colmare vuoti interiori o per costruire identità alternative alla comunione ecclesiale.

Firenze, 12 gennaio 2026

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THE LITURGY AS LIVING CATECHESIS. WHY IT IS NOT A STAGNANT POOL TO BE PRESERVED

As Saint John Paul II recalled, making his own a well-known saying by Gustav Mahler, Tradition is not the preservation of ashes, but the safeguarding of the fire. A liturgy that does not grow and does not develop in its forms is a liturgy that ceases to be a living language of faith.

— Liturgical pastoral —

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Author
Simone Pifizzi

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In recent years, there has been a noticeable proliferation of groups and environments that make of the liturgy — and in particular of the Eucharistic celebration — not the place of ecclesial unity, but a field of ideological confrontation. This is not simply a matter of different sensibilities or legitimate ritual preferences, but rather of an instrumental use of the liturgy as an aesthetic, identity-forming element or as an ideological banner. In many cases, this phenomenon is promoted by strictly lay groups which, rather than expressing a mature ecclesial faith, project onto the liturgy personal fragilities, inner discomforts, and needs for identity-based self-reassurance.

This must be stated clearly: to use the Eucharistic Sacrifice as a means of division is an ecclesially most serious matter, because it strikes at the very heart of the life of the Church. The liturgy has never been conceived as a space for subjective self-definition, but as the place in which the Church receives herself from the mystery she celebrates. When the liturgy is bent to purposes foreign to its nature, it is emptied and reduced to something it has never been.

The liturgy is a public act of the Church, not a private initiative nor the language of a group. The Second Vatican Council expressed this truth with clarity, affirming that the liturgy is “the summit toward which the activity of the Church is directed and, at the same time, the font from which all her power flows” (Sacrosanctum Concilium, no. 10). It is not an accessory of ecclesial life, but the place in which the Church manifests herself as the Body of Christ.

To use the liturgy as an instrument of division means to contradict its deepest nature. The liturgy is not born to express particular identities, but to generate communion. Saint Augustine already reminded the faithful that what is celebrated on the altar is what they themselves are called to become: “Be what you see, and receive what you are” (Sermo 272). When the liturgy is transformed into a tool of opposition, it is not the Church that speaks, but the ecclesial ego of individuals or groups.

The liturgy as living catechesis. One of the most neglected aspects by those who reduce the liturgy to an aesthetic issue is its intrinsic catechetical dimension. The liturgy is not only celebration, but also the primary form of the transmission of faith. Even before catechisms and doctrinal formulations, the Church educated the faithful by celebrating.

The Fathers of the Church were fully aware of this. Saint Cyril of Jerusalem, in his Mystagogical Catecheses, did not explain the Sacraments before their celebration, but starting from the liturgical experience itself, because it is the celebrated mystery that generates understanding of the faith. Indeed, the liturgy teaches not only through words, but through the whole ensemble of signs: gestures, silences, postures, rhythms, and symbolic languages (Saint Cyril of Jerusalem, Mystagogical Catechesis I, 1).

To reduce the liturgy to aesthetics means to empty it of its formative function and to transform it into an object to be contemplated rather than a mystery to be lived. In this way, it ceases to be living catechesis and becomes a self-referential experience, incapable of generating a mature and ecclesial faith.

Substance and accidents: a necessary distinction. The distinction between substance and accidents is theologically indispensable and must be clearly explained, because at the root of many liturgical distortions lies the confusion — sometimes deliberate — between these two elements. Sacramental theology, since the Middle Ages, has always clearly distinguished between these two levels.

Substance concerns what makes a sacrament what it is: the Sacrifice of Christ, the Real Presence, the sacramental form willed by the Lord and safeguarded by the Church. This dimension is immutable, because it does not depend on historical contingencies, but on the saving action of Christ.

Accidents, on the other hand, include the external elements of the celebration: language, ritual forms, disciplines, and celebrative structures. These elements are not only mutable, but must change, because the liturgy is inserted into history and is called to speak to concrete men and women. The Council of Trent itself, often invoked improperly, acknowledged the Church’s authority to regulate the rites, “the substance of the sacraments being preserved intact” (Council of Trent, Session XXI).

To elevate a language, such as Latin, or a historical rite, such as the Missal of Saint Pius V, to the rank of articles of faith is a serious theological error. Not because such elements lack value, but because they belong to the order of accidents and not to that of substance. To confuse these levels means to absolutize what is historically determined and to relativize what is essential.

The history of the liturgy shows that the Church has never conceived worship as an immobile reality. In the early centuries, different rites coexisted; sacramental discipline underwent profound transformations; celebrative forms changed in response to new pastoral and cultural needs. All this took place without the faith of the Church being diminished, precisely because the distinction between substance and accidents was always preserved.

To think of the liturgy as something to be “frozen” is to adopt a museum-like vision of the Church, foreign to her nature. As Saint John Paul II recalled, making his own a well-known saying by Gustav Mahler, Tradition is not the preservation of ashes, but the safeguarding of the fire. A liturgy that does not grow and does not develop in its forms is a liturgy that ceases to be a living language of faith.

The liturgy is not an ideological weapon, not an aesthetic refuge, not a terrain for identity-based claims. It is the place in which the Church receives her form from the mystery she celebrates. When the liturgy divides, it is not the liturgy that is in crisis, but the people who use it to fill inner voids or to construct identities alternative to ecclesial communion.

Florence, 12 January 2026

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LA LITURGIA COMO CATEQUESIS VIVIENTE. PORQUÉ NO ES UN ESTANQUE QUE DEBA CONGELARSE

Como recordaba san Juan Pablo II, haciendo suyo un célebre dicho de Gustav Mahler, la Tradición no es la conservación de las cenizas, sino la custodia del fuego. Una liturgia que no crece ni se desarrolla en sus formas es una liturgia que deja de ser un lenguaje vivo de la fe.

— Pastoral liturgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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En los últimos años se ha asistido a la proliferación de grupos y ambientes que hacen de la liturgia — y en particular de la celebración eucarística — no el lugar de la unidad eclesial, sino un campo de confrontación ideológica. No se trata simplemente de sensibilidades diversas o de legítimas preferencias rituales, sino más bien de un uso instrumental de la liturgia como elemento estético, identitario o como estandarte ideológico. En muchos casos, este fenómeno es promovido por grupos estrictamente laicales que, más que expresar una fe eclesial madura, proyectan sobre la liturgia fragilidades personales, malestares interiores y necesidades de autoafirmación identitaria.

Es necesario decirlo con claridad: utilizar el Sacrificio Eucarístico como instrumento de división es un hecho de extrema gravedad eclesial, porque golpea el corazón mismo de la vida de la Iglesia. La liturgia nunca ha sido concebida como un lugar de autodefinición subjetiva, sino como el espacio en el que la Iglesia recibe de sí misma del misterio que celebra. Cuando la liturgia es sometida a fines ajenos a su naturaleza, queda vaciada y reducida a algo que nunca ha sido.

La liturgia es un acto público de la Iglesia, no una iniciativa privada ni el lenguaje de un grupo. El Concilio Vaticano II expresó esta verdad con claridad al afirmar que la liturgia es “la cumbre a la que tiende la acción de la Iglesia y, al mismo tiempo, la fuente de donde mana toda su fuerza” (Sacrosanctum Concilium, n. 10). No es un accesorio de la vida eclesial, sino el lugar en el que la Iglesia se manifiesta como Cuerpo de Cristo.

Utilizar la liturgia para dividir significa contradecir su naturaleza más profunda. La liturgia no nace para expresar identidades particulares, sino para generar comunión. Ya san Agustín recordaba a los fieles que aquello que se celebra en el altar es aquello mismo que ellos están llamados a llegar a ser: “Sed lo que veis y recibid lo que sois” (Sermo 272). Cuando la liturgia se transforma en instrumento de confrontación, no es la Iglesia la que habla, sino el ego eclesial de individuos o grupos.

La liturgia como catequesis viviente. Uno de los aspectos más descuidados por quienes reducen la liturgia a una cuestión estética es su dimensión catequética intrínseca. La liturgia no es solo celebración, sino también la forma primaria de transmisión de la fe. Incluso antes de los catecismos y de las formulaciones doctrinales, la Iglesia educó en la fe celebrando.

Los Padres de la Iglesia eran plenamente conscientes de ello. San Cirilo de Jerusalén, en sus Catequesis mistagógicas, no explicaba los Sacramentos antes de su celebración, sino a partir de la experiencia litúrgica, porque es el misterio celebrado el que genera la comprensión de la fe. La liturgia, en efecto, no enseña únicamente a través de las palabras, sino mediante el conjunto de los signos: gestos, silencios, posturas, ritmos y lenguajes simbólicos (San Cirilo de Jerusalén, Catequesis mistagógica I, 1).

Reducir la liturgia a la estética significa vaciarla de su función formativa y transformarla en un objeto para ser contemplado en lugar de un misterio para ser vivido. De este modo deja de ser catequesis viviente y se convierte en una experiencia autorreferencial, incapaz de generar una fe adulta y verdaderamente eclesial.

Sustancia y accidentes: una distinción imprescindible. La distinción entre sustancia y accidentes es teológicamente imprescindible y debe ser aclarada con precisión, porque en la raíz de muchas derivas litúrgicas se encuentra la confusión — a veces deliberada — entre estos dos elementos. La teología sacramentaria, desde la Edad Media, ha distinguido siempre con claridad estos dos niveles.

La sustancia se refiere a aquello que hace que un sacramento sea lo que es: el Sacrificio de Cristo, la presencia real, la forma sacramental querida por el Señor y custodiada por la Iglesia. Esta dimensión es inmutable, porque no depende de contingencias históricas, sino de la acción salvífica de Cristo.

Los accidentes, en cambio, comprenden los elementos externos de la celebración: la lengua, las formas rituales, las disciplinas, las estructuras celebrativas. Estos elementos no solo son mutables, sino que deben cambiar, porque la liturgia está inserta en la historia y está llamada a hablar a hombres y mujeres concretos. El propio Concilio de Trento, a menudo invocado de manera impropia, reconocía a la Iglesia la autoridad para disponer de los ritos, “salva e íntegra la sustancia de los sacramentos” (Concilio de Trento, sesión XXI).

Elevar una lengua, como el latín, o un rito histórico, como el Misal de san Pío V, al rango de artículos de fe constituye un grave error teológico. No porque tales elementos carezcan de valor, sino porque pertenecen al orden de los accidentes y no al de la sustancia. Confundir estos planos significa absolutizar lo que está históricamente determinado y relativizar lo que es esencial.

La historia de la liturgia demuestra que la Iglesia nunca ha concebido el culto como una realidad inmóvil. En los primeros siglos coexistían ritos diversos; la disciplina sacramental conoció transformaciones profundas; las formas celebrativas cambiaron en respuesta a nuevas exigencias pastorales y culturales. Todo ello ocurrió sin que la fe de la Iglesia se viera menoscabada, precisamente porque la distinción entre sustancia y accidentes fue siempre salvaguardada.

Pensar la liturgia como una realidad que deba ser “congelada” significa adoptar una visión museística de la Iglesia, ajena a su naturaleza. Como recordaba san Juan Pablo II, haciendo suyo un célebre dicho de Gustav Mahler, la Tradición no es la conservación de las cenizas, sino la custodia del fuego. Una liturgia que no crece ni se desarrolla en sus formas es una liturgia que deja de ser un lenguaje vivo de la fe.

La liturgia no es un arma ideológica, no es un refugio estético, no es un terreno de reivindicación identitaria. Es el lugar en el que la Iglesia recibe su forma del misterio que celebra. Cuando la liturgia divide, no es la liturgia la que está en crisis, sino las personas que la utilizan para colmar vacíos interiores o para construir identidades alternativas a la comunión eclesial.

Florencia, 12 de enero de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il sabato andando alla Messa – El sábado yendo a Misa – Going to Mass on Saturday

 

Italian, español, english.

 

IL SABATO ANDANDO ALLA MESSA

La concessione viene da lontano e trova la sua giustificazione sia in una prassi liturgica antica, sia perché dettata dalla premura pastorale la quale desidera che tutti i battezzati possano adempiere al precetto della partecipazione alla Santa Messa e accostarsi alla mensa del Signore.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

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.PDF articolo formato stampa – PDF articulo en formato impreso – PDF article print format

 

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Bisogna tornare indietro nel tempo e per l’esattezza al 1970, quando Gigliola Cinquetti, cantante di successo in quel periodo, interpretò una canzone rimasta famosa, dal titolo: «La domenica andando alla Messa».

Perché a quell’epoca la partecipazione alla Messa era ancora una consuetudine ben radicata nella cultura e nella fede del popolo cristiano, almeno in Italia. Oggi invece constatiamo con sgomento il disamore che si è creato fra i battezzati riguardo la partecipazione all’Eucarestia domenicale. È una cosa che fa soffrire, in particolare i sacerdoti, e i motivi sono così molteplici che non è possibile farne oggetto di una breve trattazione come questa.   

La Liturgia cristiana, sia nei suoi aspetti fondamentali che in quelli più prettamente rituali, è sempre stata un tema sensibile, nondimeno talvolta di disputa. Da sempre, non solo oggi. Per citare un esempio eclatante, tutti ricordiamo le reprimende dell’apostolo Paolo ai turbolenti Corinti riguardo la loro disordinata partecipazione alla «cena del Signore» (1Cor 11,20-34).

Come allora, ancora oggi i fedeli si rivolgono ai sacerdoti, in particolare quelli in cura d’anime, per chiedere spiegazioni o approfondimenti su qualcuno degli aspetti che fanno riferimento alla Liturgia. Fra questi, una domanda che qualche volta ancora viene posta, riguarda la validità dell’Eucarestia vespertina del Sabato, comunemente chiamata: «Messa prefestiva». Un termine non proprio calzante come vedremo, ma ormai abituale, poiché si tratta in effetti di una celebrazione che avviene nel lasso di tempo festivo, secondo le indicazioni che la Chiesa ha dato ai fedeli per venire incontro alle loro necessità.

Non prendiamo qui in considerazione quelli che sono eccessi o abusi della celebrazione nel giorno di Sabato. Sappiamo che, ad esempio, le cosiddette Comunità Neocatecumenali, celebrano l’eucarestia solo il Sabato sera e quasi mai insieme a tutto il resto della comunità parrocchiale. Ricordiamo, a tal proposito, quel che dice la Nota pastorale della C.E.I. Il giorno del Signore, del 15 Luglio 1984. Ovvero che il dies dominicus è anche il dies ecclesiae, il giorno della Chiesa. Una comunità riunita nella fede e nella carità è il primo sacramento della presenza del Signore in mezzo ai suoi. La celebrazione della Messa festiva deve quindi vedere riunita tutta la comunità cristiana attorno al Vescovo o a coloro che legittimamente lo rappresentano nelle parrocchie:

«Il gruppo o il movimento, da soli, non sono l’assemblea: essi sono parte dell’assemblea domenicale, così come sono parte della Chiesa».

Criterio pastorale fondamentale è quindi l’esigenza di assicurare una celebrazione comunitaria, che manifesti e attui la partecipazione attiva dei fedeli e la varietà dei ministeri, nell’unità di quel corpo mistico che è la Chiesa (cfr. nr. 9 e 10).

Ma ci sono anche quelli, come coloro che annovereremmo fra i conservatori, che storcono il naso a riguardo della celebrazione eucaristica anticipata al giorno che precede la Domenica, una festa o solennità. Bisogna ricordare che questa possibilità di celebrazione vespertina venne istituita prima del Concilio Vaticano II da papa Pio XII con la costituzione apostolica Christus Dominus del 1953 e poi col Motu proprio Sacram Communionem del 1957, accompagnato da un commento del Cardinale Alfredo Ottaviani che così si espresse:

«È maturato così il frutto benefico della Costituzione apostolica Christus Dominus del 6 gennaio 1953, che già apriva le porte a una più ampia possibilità per i fedeli di nutrirsi del Pane della vita».

Il motivo per cui fu concessa questa possibilità fu di natura squisitamente pastorale. Il Sommo Pontefice volle venire incontro a coloro che per ragioni determinanti non potevano partecipare alla celebrazione domenicale del mattino. Così, riprendendo l’uso ebraico di iniziare il giorno dal tramonto della sera precedente — come si può notare in questo celebre passo biblico di Genesi 1,5b: «E fu sera e fu mattina, primo giorno» — la comunità cristiana dei primi secoli ha celebrato i giorni delle solennità e delle domeniche a partire dalla sera precedente, con i «primi vespri»; cioè con la preghiera liturgica collegata al tramonto del giorno precedente. In tal modo, per esemplificare, il giorno liturgico della domenica inizia con i primi vespri che vengono celebrati il sabato sera. Ecco perché dal 1953, grazie alla costituzione apostolica di papa Pio XII, nel pomeriggio del sabato è stato possibile celebrare oltre ai primi vespri, anche la liturgia eucaristica domenicale dando così maggiore disponibilità di tempo per adempiere al precetto festivo e poter celebrare il giorno del Signore.

Sulla validità, dunque, della Messa celebrata nel vespro del Sabato o di una solennità, non vi è nulla da eccepire. La regola che vale, come per tutte le altre cose, è quella di seguire cosa ci dice la Chiesa, poiché certe scelte o decisioni son sempre frutto di accurata riflessione e ponderatezza. In questo modo la possibilità di celebrare la Messa festiva nel vespro del Sabato è divenuta norma della Chiesa, come leggiamo nel Codice di Diritto Canonico al canone 1248, §1:

«Soddisfa il precetto di partecipare alla Messa chi vi assiste dovunque venga celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente».

Ne deriva che la possibilità di adempiere al precetto festivo, anche a partire dal vespro del giorno che precede la festa, non è più legata a una facoltà concessa dalla Santa Sede al vescovo e da questi ai parroci, per determinate Messe — le così dette «messe prefestive» —  ma è un diritto riconosciuto ad ogni fedele e si estende a qualsiasi Messa celebrata nel vespro del sabato o vigilia di festa. Le parole del Codice le ritroviamo identiche anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2180 con la doverosa premessa: «La domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa».

Ai fedeli italiani i vescovi nella succitata nota pastorale Il giorno del Signore del 1984, danno la seguente indicazione: «Liturgicamente il dies festus comincia con i primi vespri del giorno precedente la festa; così il sabato sera, dal punto di vista liturgico, è già domenica» (n. 34).

Come è ovvio la Domenica è il giorno per antonomasia per il cristiano, giorno che ricorda la Risurrezione di Cristo e di per sé insostituibile. Così infatti recita il Catechismo al numero 2185: «Durante la domenica e gli altri giorni festivi di precetto, i fedeli si asterranno dal dedicarsi a lavori o attività che impediscano il culto dovuto a Dio, la letizia propria del giorno del Signore, la pratica delle opere di misericordia e la necessaria distensione della mente e del corpo».

Con la possibilità di partecipare alla celebrazione vespertina del Sabato evidentemente si perde qualcosa di quel che il Catechismo appena qui sopra indicava, almeno tre delle quattro caratteristiche della Domenica cristiana. Ma, come si è visto, la concessione viene da lontano e trova la sua giustificazione sia in una prassi liturgica antica, sia perché dettata dalla premura pastorale la quale desidera che tutti i battezzati possano adempiere al precetto della partecipazione alla Santa Messa e accostarsi alla mensa del Signore.

Firenze, 20 dicembre 2025

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EL SÁBADO YENDO A MISA

Esta concesión hunde sus raíces en una antigua praxis litúrgica y encuentra su justificación tanto en la tradición como en la solicitud pastoral, que desea que todos los bautizados puedan cumplir con el precepto de la participación en la Santa Misa y acercarse a la mesa del Señor.

— Pastoral liturgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Una célebre cantante italiana, Gigliola Cinquetti, muy conocida también en varios países de América Latina por sus canciones traducidas al español (ejemplo de una canción famosa: AQUÍ) interpretó en 1971 una canción que se hizo famosa: El domingo al ir a Misa.

Ello se explica porque en aquella época la participación en la Santa Misa constituía todavía una costumbre profundamente arraigada en la cultura y en la fe del pueblo cristiano, al menos en Italia. Hoy, en cambio, constatamos con pesar el desapego que se ha ido generando entre muchos bautizados respecto a la participación en la Eucaristía dominical. Se trata de una realidad que provoca sufrimiento, en particular entre los sacerdotes, y cuyas causas son tan numerosas y complejas que no pueden ser abordadas adecuadamente en una reflexión breve como esta.

La Liturgia cristiana, tanto en sus aspectos fundamentales como en los más propiamente rituales, ha sido siempre un ámbito delicado y, en no pocas ocasiones, motivo de discusión. Así ha sido desde siempre, no solo en nuestros días. Baste recordar, a modo de ejemplo significativo, las severas amonestaciones del apóstol Pablo a la turbulenta comunidad de Corinto a propósito de su participación desordenada en la «Cena del Señor» (cf. 1 Cor 11,20-34).

Como entonces, también hoy los fieles se dirigen a los sacerdotes — en particular a aquellos dedicados al cuidado pastoral de las almas — para pedir aclaraciones o profundizaciones sobre algunos aspectos relacionados con la Liturgia. Entre estas consultas, una cuestión que todavía se plantea en ocasiones es la relativa a la validez de la Eucaristía celebrada en la tarde del sábado, comúnmente denominada «Misa prefestiva». Una expresión no del todo adecuada, como veremos, pero ya de uso habitual, puesto que se trata en realidad de una celebración que tiene lugar dentro del tiempo festivo, conforme a las indicaciones que la Iglesia ha dado a los fieles para responder a sus necesidades.

El criterio pastoral fundamental es, por tanto, la exigencia de asegurar una celebración comunitaria que manifieste y realice la participación activa de los fieles y la diversidad de los ministerios, en la unidad de ese Cuerpo místico que es la Iglesia (cf. nn. 9 y 10).

Pero existen también quienes — entre los que podríamos contar a los llamados conservadores — manifiestan su desagrado ante la celebración eucarística anticipada al día que precede al domingo, a una fiesta o a una solemnidad. Conviene recordar que esta posibilidad de celebración vespertina fue instituida antes del Concilio Vaticano II por el papa Pío XII, mediante la Constitución Apostólica Christus Dominus de 1953, y posteriormente con el Motu proprio Sacram Communionem de 1957, acompañado de un comentario del cardenal Alfredo Ottaviani, quien se expresó en estos términos:

«Ha madurado así el fruto beneficioso de la Constitución Apostólica Christus Dominus del 6 de enero de 1953, que ya abría las puertas a una posibilidad más amplia para que los fieles se nutrieran del Pan de la vida».

La razón por la cual se concedió esta posibilidad fue de naturaleza estrictamente pastoral. El Sumo Pontífice quiso salir al encuentro de aquellos fieles que, por motivos graves, no podían participar en la celebración dominical de la mañana. De este modo, retomando el uso judío de iniciar el día al ponerse el sol de la tarde precedente — como puede observarse en el conocido pasaje bíblico de Génesis 1,5b: «Y fue la tarde y fue la mañana: día primero» —, la comunidad cristiana de los primeros siglos celebró las solemnidades y los domingos a partir de la tarde anterior, con los llamados «primeros vísperas», es decir, con la oración litúrgica vinculada al ocaso del día precedente.

Así, a modo de ejemplo, el día litúrgico del domingo comienza con las primeras vísperas celebradas el sábado por la tarde. Por esta razón, desde 1953, gracias a la Constitución Apostólica de Pío XII, ha sido posible celebrar en la tarde del sábado — además de las primeras vísperas — también la liturgia eucarística dominical, ofreciendo así una mayor disponibilidad de tiempo para cumplir con el precepto festivo y celebrar el Día del Señor.

En lo que respecta, por tanto, a la validez de la Misa celebrada en el vespro del sábado o en la vigilia de una solemnidad, no existe objeción alguna. La norma que rige, como en todas las demás cuestiones, es la de seguir lo que indica la Iglesia, puesto que determinadas decisiones y disposiciones son siempre fruto de una reflexión atenta y ponderada. De este modo, la posibilidad de celebrar la Misa festiva en el vespro del sábado se ha convertido en norma de la Iglesia, como leemos en el Código de Derecho Canónico, en el canon 1248, §1:

«Cumple el precepto de participar en la Misa quien asiste a ella dondequiera que se celebre en rito católico, ya sea el mismo día de la fiesta, ya sea en la tarde del día precedente».

De ello se deriva que la posibilidad de cumplir con el precepto festivo, incluso a partir del vespro del día precedente a la fiesta, ya no está ligada a una facultad concedida por la Santa Sede al obispo y por este a los párrocos para determinadas celebraciones —las así llamadas «misas prefestivas»—, sino que constituye un derecho reconocido a todo fiel y se extiende a cualquier Misa celebrada en el vespro del sábado o en la vigilia de una fiesta. Las palabras del Código de Derecho Canónico se encuentran reproducidas de manera idéntica también en el Catecismo de la Iglesia Católica, en el número 2180, con la debida premisa:

«El domingo y las demás fiestas de precepto, los fieles tienen la obligación de participar en la Misa».

A los fieles italianos, los obispos, en la ya citada Nota pastoral Il giorno del Signore de 1984, ofrecen la siguiente indicación: «Litúrgicamente el dies festus comienza con las primeras vísperas del día precedente a la fiesta; por ello, el sábado por la tarde, desde el punto de vista litúrgico, ya es domingo» (n. 34).

Como es evidente, el domingo es el día por antonomasia para el cristiano, el día que conmemora la Resurrección de Cristo y que, en sí mismo, es insustituible. Así lo afirma el Catecismo en el número 2185:

«Los fieles cristianos recuerdan la resurrección del Señor y cumplen su compromiso pascual con la Iglesia en el día que se llama del Señor o Domingo, cuando se reúnen en asamblea para escuchar la Palabra de Dios y participar en la Eucaristía, conmemoran la Pasión, la Resurrección y la gloriosa venida del Señor Jesús, y dan gracias a Dios que los ha transfigurado en su Hijo amado»

Con la posibilidad de participar en la celebración vespertina del sábado se pierde, evidentemente, algo de lo que el Catecismo acaba de indicar, al menos tres de las cuatro características propias del domingo cristiano. Sin embargo, como se ha visto, esta concesión hunde sus raíces en una antigua praxis litúrgica y encuentra su justificación tanto en la tradición como en la solicitud pastoral, que desea que todos los bautizados puedan cumplir con el precepto de la participación en la Santa Misa y acercarse a la mesa del Señor.

Florencia, 20 de diciembre de 2025

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GOING TO MASS ON SATURDAY

This concession has deep historical roots and finds its justification both in an ancient liturgical practice and in a pastoral concern aimed at ensuring that all the baptised are able to fulfil the obligation of participating in Holy Mass and to approach the table of the Lord.

— Liturgical pastoral —

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Author
Simone Pifizzi

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In 1971, the well-known Italian singer Gigliola Cinquetti performed a song that would become widely popular: La domenica andando alla Messa (On Sunday, Going to Mass).

At that time, participation in Mass was still a deeply rooted custom in the culture and faith of the Christian people, at least in Italy. Today, instead, we observe with dismay the growing lack of love among the baptised for participation in the Sunday Eucharist. This is something that causes suffering, especially to priests, and the reasons are so numerous that it is impossible to address them adequately in a brief reflection such as this.

Christian liturgy, both in its fundamental aspects and in its more strictly ritual ones, has always been a sensitive topic and, at times, even a matter of dispute — not only today, but always. As a striking example, we all recall the rebukes addressed by the Apostle Paul to the turbulent Corinthians regarding their disorderly participation in the “Lord’s Supper” (cf. 1 Cor 11:20–34).

Just as in those times, even today the faithful turn to priests — especially those engaged in pastoral care — to ask for explanations or deeper insight into certain aspects related to the liturgy. Among these, a question that is still sometimes raised concerns the validity of the Eucharist celebrated on Saturday evening, commonly referred to as the “anticipated Mass” or “Saturday evening Mass”.

This terminology, as we shall see, is not entirely precise, though it has become customary, since in reality this celebration takes place within the festive time itself, according to the indications given by the Church in order to meet the needs of the faithful.

We shall not consider here the excesses or abuses that may occur in celebrations held on Saturday. It is well known, for example, that the so-called Neocatechumenal Communities celebrate the Eucharist exclusively on Saturday evening and only rarely together with the rest of the parish community. In this regard, it is worth recalling what the Italian Episcopal Conference stated in its pastoral note Il giorno del Signore (The Day of the Lord) of 15 July 1984. The document recalls that the dies dominicus is also the dies ecclesiae, the day of the Church. A community gathered in faith and charity is the first sacrament of the Lord’s presence in its midst. For this reason, the celebration of the Sunday Eucharist should see the entire Christian community gathered around the Bishop, or around those who legitimately represent him in the parishes:

“A group or a movement, taken by itself, is not the assembly; it is part of the Sunday assembly, just as it is part of the Church.”

A fundamental pastoral criterion, therefore, is the need to ensure a communitarian celebration, one that manifests and actualises the active participation of the faithful and the variety of ministries, within the unity of that Mystical Body which is the Church (cf. nos. 9-10).

There are also those — whom we might classify among the more conservative — who look askance at the Eucharistic celebration anticipated on the day preceding Sunday, a feast, or a solemnity. It must be recalled, however, that this possibility of an evening celebration was instituted before the Second Vatican Council by H.H. Pius XII, first with the Apostolic Constitution Christus Dominus in 1953, and later with the Motu proprio Sacram Communionem in 1957, accompanied by a commentary from Cardinal Alfredo Ottaviani, who expressed himself as follows:

“Thus the beneficial fruit of the Apostolic Constitution Christus Dominus of 6 January 1953 has matured, opening the door to a broader possibility for the faithful to nourish themselves with the Bread of Life.”

The reason for granting this possibility was purely pastoral in nature. The Supreme Pontiff wished to meet the needs of those who, for compelling reasons, were unable to participate in the Sunday morning celebration. Thus, by drawing upon the Jewish practice of beginning the day at sunset on the preceding evening — as can be observed in the well-known biblical passage from Genesis 1:5b, And there was evening and there was morning, the first day — the Christian community of the early centuries celebrated Sundays and solemnities beginning on the previous evening with the First Vespers, that is, with the liturgical prayer associated with the sunset of the preceding day.

In this way, to give an example, the liturgical day of Sunday begins with First Vespers celebrated on Saturday evening. This is why, beginning in 1953, thanks to the Apostolic Constitution of Pope Pius XII, it became possible to celebrate not only First Vespers on Saturday afternoon, but also the Sunday Eucharistic liturgy itself, thus providing greater availability of time to fulfil the festive precept and to celebrate the Lord’s Day.

As for the validity of the Mass celebrated on the evening of Saturday or on the vigil of a solemnity, there is nothing to object. The rule that applies — as in all other matters — is to follow what the Church teaches, since certain choices or decisions are always the fruit of careful reflection and prudent consideration. In this way, the possibility of celebrating the festive Mass on Saturday evening has become a norm of the Church, as we read in the Code of Canon Law, canon 1248 §1:

“The precept of participating in the Mass is satisfied by one who attends a Mass celebrated anywhere in a Catholic rite either on the feast day itself or on the evening of the preceding day.”

It follows that the possibility of fulfilling the festive precept starting from the evening of the day preceding the feast is no longer linked to a faculty granted by the Holy See to the bishop and by him to parish priests for specific celebrations — the so-called “anticipated Masses” — but is a right recognised for every member of the faithful, and it extends to any Mass celebrated on the evening of Saturday or on the vigil of a feast.

The wording of the Code is reproduced verbatim in the Catechism of the Catholic Church at no. 2180, with the necessary premise: On Sundays and other holy days of obligation, the faithful are obliged to participate in the Mass.”

To the Italian faithful, the bishops, in the aforementioned Pastoral Note The Day of the Lord of 1984, give the following indication:

“Liturgically, the dies festus begins with First Vespers on the day preceding the feast; thus Saturday evening, from a liturgical point of view, is already Sunday” (no. 34).

As is obvious, Sunday is the day par excellence for the Christian, the day that commemorates the Resurrection of Christ and is, in itself, irreplaceable. Thus the Catechism states at no. 2185:

«On Sundays and other holy days of obligation, the faithful are to refrain from engaging in work or activities that hinder the worship owed to God, the joy proper to the Lord’s Day, the performance of the works of mercy, and the appropriate relaxation of mind and body. Family needs or important social service can legitimately excuse from the obligation of Sunday rest. The faithful should see to it that legitimate excuses do not lead to habits prejudicial to religion, family life, and health».

As is evident, Sunday remains the Christian day par excellence, the day that commemorates the Resurrection of Christ and is, by its very nature, irreplaceable. Precisely for this reason, the Church teaches that on Sundays and other holy days of obligation the faithful are called to refrain from activities that hinder the worship due to God, the joy proper to the Lord’s Day, the practice of works of mercy, and the necessary rest of mind and body.

With the possibility of participating in the Saturday evening celebration, it is clear that something of what characterises the Christian Sunday may be diminished — at least three of its defining elements. Nevertheless, as we have seen, this concession has deep historical roots and finds its justification both in an ancient liturgical practice and in a pastoral concern aimed at ensuring that all the baptised are able to fulfil the obligation of participating in Holy Mass and to approach the table of the Lord.

Florence, 20 December 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Sono necessarie le quote rosa all’altare? Dalla teo-ideologia femminista alla sapienza pastorale di Sri Lanka – Are «pink quotas» at the altar necessary? From feminist theo-ideology to Sri Lanka’s pastoral wisdom – ¿Son necesarias las «cuotas rosas» en el altar? De la teo‑ideología feminista a la prudencia pastoral de Sri Lanka

Italian, english, español 

 

SONO NECESSARIE LE QUOTE ROSA ALL’ALTARE? DALLA TEO-IDEOLOGIA FEMMINISTA ALLA SAPIENZA PASTORALE DI SRI LANKA

Il vescovo può permettere le chierichette, ma non può obbligare i parroci a utilizzarle. I fedeli non ordinati «non hanno un diritto» a servire all’altare e rimane l’obbligo di promuovere gruppi maschili di chierichetti, anche per la loro comprovata valenza vocazionale.

— Attualità ecclesiale —

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Vedere fanciulli attorno all’altare rallegra il cuore e lo spirito. È un segno di vita in un’Europa — a partire dalla nostra Italia — in cui la natalità è ferma da decenni e l’età media della popolazione, e del clero, continua a salire. In un contesto così fragile, la presenza dei bambini in chiesa è già una buona notizia, un anticipo di futuro.

Nel video: S.E. Rev.ma Mons. Raymond Kingsley Wickramasinghe, Vescovo di Galle (Sri Lanka)

Quando due genitori mi chiesero scusa alla fine della Santa Messa per i due figli un po’ chiassosi, risposi: «Finché i bambini rumoreggiano nelle nostre chiese, significa che siamo sempre vivi». Non lo aggiunsi allora, ma lo faccio adesso per inciso nel discorso: quando durante le sacre liturgie non udremo più le voci dei bambini, sicuramente sentiremo quelle dei muezzin che canteranno dai campanili delle nostre chiese trasformate in moschee, come già accaduto in vari Paesi dell’Europa del Nord. Gli esempi sono noti, ne prendo solo alcuni: ad Amburgo l’ex Kapernaumkirche luterana è stata acquistata e riaperta come Moschea Al-Nour; ad Amsterdam la Fatih Moskee ha sede nella ex chiesa cattolica di Sant’Ignazio; a Bristol la Jamia Mosque sorge nella ex St. Katherine’s Church. Quanto poi alla chiamata del muezzin con altoparlanti, la città di Colonia ha avviato nel 2021 un progetto cittadino che consente il richiamo del venerdì, poi stabilizzato nel 2024.

Negli ultimi decenni, in non poche diocesi è invalsa l’abitudine di ammettere anche bambine al servizio all’altare. Prassi che molti vescovi e parroci, pur non amandola, hanno tollerato o mantenuto per non scatenare polemiche. Col passare degli anni alcune di loro, diventate ormai adolescenti e giovani hanno continuato a servire all’altare, non senza imbarazzo per taluni sacerdoti, incluso il sottoscritto, che con estremo garbo non ha mai permesso a bambine e soprattutto a ragazze adolescenti di prestare servizio. Beninteso, non si tratta di inibire alle donne certi servizi, ma di pensare con pedagogica sapienza pastorale: quante vocazioni sacerdotali sono nate accanto all’altare, nel gruppo dei chierichetti? E come si spiega a una bambina appassionata di liturgia che il ministero dell’Ordine non è, né può essere una prospettiva aperta alla sua condizione femminile? Perché su questo punto la dottrina è chiarissima: «Riceve validamente la sacra ordinazione soltanto l’uomo battezzato» (Codice di Diritto Canonico 1983, can. 1024); «La Chiesa si riconosce vincolata dalla scelta fatta dal Signore stesso. Per questo motivo l’ordinazione di donne non è possibile» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1577); e il Santo Pontefice Giovanni Paolo II ha confermato in modo definitivo che la Chiesa «non ha alcuna autorità» di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne (Ordinatio sacerdotalis, 22 maggio 1994, n. 4).

C’è poi un aspetto socio-pedagogico ben noto a chi frequenta le sacrestie: le bambine, spesso più pronte, diligenti e mature dei coetanei, tendono a prevalere nei piccoli gruppi; l’esperienza mostra che, laddove il numero delle bambine al presbiterio diventa nettamente superiore, non pochi ragazzi si ritraggono percependo quel servizio come “cosa da femmine”. Il risultato paradossale è che proprio i soggetti più potenzialmente vocazionali si allontanano dal cuore della celebrazione. Sarebbe quindi opportuno chiedersi: in un Occidente con età media sacerdotale elevata, seminari vuoti o ridotti in numero di seminaristi ai minimi termini, con sempre più parrocchie senza parroco, ha senso rinunciare a ciò che può favorire anche pochi germi di vocazione per inseguire la logica — mondana e politicamente corretta — delle “quote rosa clericali”?

Per capire “che cosa si può” e soprattutto “che cosa conviene”, il punto di partenza non sono le opinioni ma le norme liturgiche. La liturgia non è campo di sperimentazioni sociologiche: «Assolutamente nessuno, neppure il sacerdote, aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa» (Sacrosanctum Concilium, 22 §3). Le funzioni dei ministri sono delineate con precisi richiami a sobrietà ruoli e limiti (Institutio Generalis Missalis Romani, nn. 100; 107; 187-193). Sul versante dei ministeri, il Santo Pontefice Paolo VI ha sostituito gli antichi “ordini minori” con i ministeri istituiti di lettore e accolito, allora riservati ai viri laici (cfr. Ministeria quaedam, nn. I-IV). Il Sommo Pontefice Francesco ha modificato il can. 230 §1, aprendo i ministeri istituiti di lettore e accolito anche alle donne, ma questi non si identificano con il servizio dei chierichetti, che rientra nella deputazione temporanea prevista dal can. 230 §2 e riguarda l’aiuto all’altare affidato di volta in volta a laici (crf. Motu proprio Spiritus Domini, 2021; CIC 1983, can. 230 §1-2).

Due testi della Santa Sede hanno poi fissato il perimetro con rara chiarezza. La Lettera circolare della Congregazione per il Culto Divino, indirizzata ai Presidenti delle Conferenze Episcopali per la corretta interpretazione del can. 230 §2 (15 marzo 1994, Prot. 2482/93), ha riconosciuto la possibilità — a discrezione del vescovo — di ammettere anche donne al servizio all’altare, precisando però che «sarà sempre molto opportuno seguire la nobile tradizione di avere ragazzi chierichetti» e che dall’ammissione non nasce alcun diritto soggettivo a servire (cfr. Notitiae 30 [1994] 333-335). A distanza di pochi anni, le Litterae della stessa Congregazione (27 luglio 2001) hanno ulteriormente chiarito che il vescovo può permettere le chierichette ma non può obbligare i parroci a utilizzarle; che i fedeli non ordinati «non hanno un diritto» a servire all’altare; che rimane l’obbligo di promuovere gruppi maschili di chierichetti, anche per la loro comprovata valenza vocazionale. È «sempre molto appropriato» — recita il documento — seguire la nobile tradizione dei ragazzi all’altare (testo latino in Notitiae 37 [2001] 397-399; trad. it. in Notitiae 38 [2002] 46-48).

Dentro questo quadro, la pedagogia dell’altare torna a risplendere: la prossimità al Mistero educa con la forza dei segni, introduce a una confidenza filiale con l’Eucaristia e, per molti ragazzi, è stata una vera “palestra” di discernimento. La Chiesa che non ha la facoltà di conferire l’Ordine alle donne (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1577; Ordinatio sacerdotalis, 4) è chiamata a custodire con prudenza quegli spazi che storicamente si sono rivelati fecondi per l’emergere di vocazioni sacerdotali. Questo non svaluta la presenza e i carismi femminili; al contrario, libera la comunità dalla tentazione di clericalizzare il laicato e di laicizzare i chierici — e in particolare le donne — spingendole simbolicamente dentro al presbiterio, come se quello fosse l’unico luogo “che conti” (cfr. richiamo sul clericalismo in Evangelii gaudium, 102-104). Per bambine e giovani esistono percorsi ricchissimi, istituiti e di fatto: lettorato istituito o, secondo i casi, esercitato come lettura nella celebrazione, canto e musica sacra, servizio di sacrestia, ministeri della Parola e della carità, catechesi e, oggi, anche il ministero istituito di catechista (Antiquum ministerium, 2021). Sono àmbiti nei quali il “genio femminile” offre alla Chiesa un contributo decisivo senza generare attese impossibili circa l’accesso al sacerdozio (cfr. Antiquum ministerium, 2021; Spiritus Domini, 2021; can. 230 §1-2).

L’esperienza di altre Chiese particolari illumina ulteriormente la questione. Nel Sri Lanka, dove l’età media del clero è molto più bassa dell’Italia e i seminari sono popolati di vocazioni, l’Arcivescovo metropolita di Colombo, Cardinale Albert Malcolm Ranjith, ha indicato come inopportuno il ricorso alle chierichette per ragioni pastorali e pedagogiche: nessuna di loro, infatti, da adulte potrà entrare in seminario; ha senso dunque preservare spazi educativi tipicamente maschili attorno all’altare, senza nulla togliere alla ricca partecipazione femminile in altri ambiti? In altri contesti, come negli Stati Uniti, alcune diocesi e parrocchie hanno legittimamente mantenuto gruppi solo maschili di ministranti proprio sulla base dei testi del 1994 e del 2001. Non si tratta di “escludere”, ma di valorizzare una prassi che in certi luoghi si rivela più feconda per la pastorale vocazionale (cfr. linee diocesane: Diocesi di Lincoln – Nebraska; Phoenix – Cathedral Parish; altre realtà locali degli Stati Uniti d’America).

A questo punto qualcuno invoca però le quote rosa al presbiterio, come se la rappresentanza simmetrica fosse la cartina di tornasole della valorizzazione della donna. Una logica, quella delle quote rosa, che però appartiene al sociopolitico; la liturgia non è un parlamento da rappresentare proporzionalmente, è azione di Cristo e della Chiesa. Qui vale il discernimento, non la rivendicazione. E il discernimento domanda: in un territorio con pochi sacerdoti e poche vocazioni, quale scelta concreta favorisce meglio la crescita di futuri presbiteri senza svilire la presenza femminile? Le risposte della Santa Sede non lasciano equivoci: ammettere le bambine è lecito quando opportuno, ma è opportuno e perfino doveroso promuovere gruppi maschili di chierichetti, anche in vista della pastorale vocazionale (cfr. Notitiae 30 [1994] 333-335; Notitiae 37 [2001] 397-399; Notitiae 38 [2002] 46-48).

In questi mesi è circolata anche la tesi — ripresa dal teologo Marinella Perroni, secondo cui la scelta di Colombo costituirebbe un «sillogismo» perfetto ma «da respingere», perché renderebbe il gruppo dei chierichetti impermeabile alle differenze e dunque dannoso.

Argomento, quello di questa teologo, che confonde ingegneria sociale e liturgia in modo a tratti davvero superficiale e grossolano. La liturgia non mira a rappresentare tutte le differenze ma a servire il Mistero secondo norme comuni (cfr. Sacrosanctum Concilium 22 §3). Le fonti ufficiali, come si è visto, ricordano tre cose elementari: la facoltà di ammettere le bambine è possibile ma non crea diritti; il vescovo può autorizzare, non però imporre; e «rimane l’obbligo» di promuovere gruppi maschili per ragioni anche vocazionali (cfr. Notitiae 37 [2001] 397-399; trad. it. Notitiae 38 [2002] 46-48; più la Lettera circolare del 15.03.1994, Prot. 2482/93).

In altre parole: il Cardinale Albert Malcom Ranjith non esclude le donne: esercita una prudenza pastorale precisamente prevista dal diritto e dalla prassi. Scambiare questa prudenza per misoginia è pura ideologia, non discernimento. E se davvero la vitalità ecclesiale dipendesse da un turibolo “rosa”, allora due millenni di sante, di donne dottori e martiri — senza mai rivendicare l’altare ministeriale — varrebbero meno di una quota: una conclusione ingiusta verso le donne e, per giunta, irrazionale per la fede (cfr.  Marinella Perroni: «Sri Lanka, ma perché il divieto alle chierichette favorirebbe le vocazioni sacerdotali?», L’Osservatore Romano in Donne Chiesa Mondo, 1 febbraio 2025).

In definitiva, all’altare non servono quote, servono cuori educati al Mistero. È legittimo — e talora opportuno — che alcune Chiese particolari ammettano bambine al servizio; ed è altrettanto legittimo — e spesso più saggio — mantenere gruppi maschili di ministranti quando ciò giova alla chiarezza dei segni e alla promozione delle vocazioni. Non è una resa all’“ordine maschile”, ma un atto di prudenza pastorale a servizio della comunità intera.

Se vogliamo bene alle ragazze, offriamo loro ministeri e servizi grandi secondo il Vangelo: Parola, carità, catechesi, custodia e decoro della chiesa e dell’altare, musica, canto … senza ridurre la loro dignità a una postazione accanto al turibolo. Invece, se vogliamo bene ai ragazzi, custodiamo con intelligenza quegli spazi educativi che, da secoli, hanno aiutato la Chiesa a riconoscere e accompagnare il dono di una vita sacerdotale.

Una nota conclusiva come testimonianza personale: avevo nove anni quando al termine della Santa Messa tornai a casa dicendo ai miei genitori che volevo diventare prete. Cosa che fu presa come una delle tante fantasie tipiche dei bambini, capaci a dire oggi di voler fare gli astronauti, domani i coltivatori di fragole, domani l’altro i medici. Eppure, quella che pareva una fantasia, si rivelò non essere tale: trentacinque anni dopo ricevetti il Sacro ordine sacerdotale. Sì, la mia fu una vocazione adulta, ma nata da fanciullo, mentre facevo servizio come chierichetto all’altare, all’età di nove anni.

dall’Isola di Patmos, 8 ottobre 2025

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ARE «PINK QUOTAS» AT THE ALTAR NECESSARY? FROM FEMINIST THEO‑IDEOLOGY TO SRI LANKA’S PASTORAL WISDOM

A bishop may permit altar girls, but he cannot require pastors to use them. The non-ordained faithful «have no right» to serve at the altar, and there remains an obligation to promote boys’ altar-server groups, also for their proven vocational value.

— Ecclesial actuality —

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Seeing children around the altar gladdens the heart and spirit. It is a sign of life in a Europe — beginning with our Italy — where the birth rate has been flat for decades and the average age of the population, and of the clergy, keeps rising. In such a fragile context, the presence of children in church is already good news, a foretaste of the future.

In the video: His Excellency Msgr. Raymond Kingsley Wickramasinghe, Bishop of Galle (Sri Lanka)

When two parents apologized to me at the end of Holy Mass for their two rather noisy children, I replied: «As long as children make noise in our churches, it means we are still alive». I did not add then — but I do so now in passing — that when we no longer hear the voices of children in our churches, we will surely hear the voices of the muezzins singing from the bell towers of our churches turned into mosques, as has already happened in various countries of Northern Europe.

The examples are well known, I will mention only a few: in Hamburg the former Lutheran Kapernaumkirche was purchased and reopened as the Al‑Nour Mosque; in Amsterdam the Fatih Moskee occupies the former Catholic Church of St Ignatius («De Zaaier»); in Bristol the Jamia Mosque stands in the former St. Katherine’s Church. As for the amplified call of the muezzin, the city of Cologne launched in 2021 a municipal pilot allowing the Friday call, which was then stabilized in 2024.

In recent decades, in not a few dioceses it has become customary to admit girls as well to service at the altar. Many bishops and pastors, though not fond of the practice, have tolerated or maintained it to avoid controversy. Over the years, some of those girls became adolescents and young women and continued serving, not without embarrassment for certain priests — including the undersigned — who, with the greatest courtesy, have never allowed girls, and especially adolescent young women, to serve.

To be clear, this is not about forbidding women certain services, least of all young girls. It is about thinking with pedagogical and pastoral wisdom: how many priestly vocations have been born at the altar, within a group of altar boys? And how does one explain to a girl who loves the liturgy that the sacrament of Orders is not, and cannot be, a path open to her as a woman? The doctrine is crystal‑clear: «A baptized male alone receives sacred ordination validly» (cf. Code of Canon Law, can. 1024); «The Church recognizes herself to be bound by the choice made by the Lord himself. For this reason the ordination of women is not possible» cf. Catechism of the Catholic Church, 1577); and Saint John Paul II definitively confirmed that the Church «has no authority whatsoever» to confer priestly ordination on women (cf. Ordinatio sacerdotalis (1994), n. 4; CDF, Responsum ad dubium (1995).

There is also a socio‑pedagogical aspect known to those who frequent sacristies: girls — often readier, more diligent and mature than their peers — tend to take the lead in small groups; experience shows that where the number of girls in the sanctuary clearly exceeds that of boys, not a few boys withdraw, perceiving the service as a «girls’ thing». The paradoxical result is that those most potentially receptive to a vocation drift away from the heart of the celebration. In a West where the average age of priests is high, seminaries are empty or reduced and parishes are without pastors, does it make sense to give up what may foster even a few vocations in order to pursue the worldly logic of “clerical pink quotas”?

To understand not only «what is allowed» but above all «what is fitting», we must start from the liturgical norms. The liturgy is not a field for sociological experiments: «Therefore no other person, even if he be a priest, may add, remove, or change anything in the liturgy on his own authority» (cf. Sacrosanctum Concilium, 22 §3). The functions of ministers are laid out with sober precision (cf. General Instruction of the Roman Missal). As for ministries, Saint Paul VI replaced the former “minor orders” with the instituted ministries of lector and acolyte, then reserved to lay men cf. Ministeria quaedam, 1972). Pope Francis modified can. 230 §1, opening the instituted ministries of lector and acolyte also to women, but these are not to be identified with altar‑server service, which belongs to the temporary deputation of can. 230 §2 and concerns assistance at the altar entrusted case by case to lay faithful (cf. Spiritus Domini, 2021).

Two texts of the Holy See clarified the matter with unusual precision. The Circular Letter of the Congregation for Divine Worship to the Presidents of Bishops’ Conferences on the correct interpretation of can. 230 §2 (15 March 1994, Prot. 2482/93) recognized the possibility — at the bishop’s discretion — of admitting girls to service at the altar, while stressing that it is “always very appropriate” to maintain the noble tradition of boys as altar servers, and that such admission does not create any subjective “right” to serve (Notitiae 30 (1994) 333–335). A few years later, the Litterae of the same Congregation (27 July 2001) clarified further: the bishop may permit altar girls but cannot oblige pastors to use them; the non‑ordained faithful «have no right» to serve; and there remains the obligation to promote male groups also for their vocational value (cf. Notitiae 37 (2001) 397–399; .Notitiae 38 (2002) 46–48).

The experience of other local Churches also sheds light. In Sri Lanka — where the average age of diocesan clergy is much lower than in Italy and the seminaries are well populated — the Metropolitan Archbishop of Colombo, Cardinal Albert Malcolm Ranjith, indicated the inopportuneness of altar girls for pastoral and pedagogical reasons: none of them, as adults, can enter the seminary; it therefore makes sense to preserve characteristically male formative spaces around the altar, without in any way diminishing the rich female participation elsewhere (see his pastoral indication cited here: Il Timone).

In other contexts, such as the United States, some dioceses and parishes have legitimately maintained boys‑only altar‑server groups precisely on the basis of the 1994 and 2001 texts. This is not “exclusion”, but the promotion of a practice that in certain places proves more fruitful for vocational ministry (cf. Diocese of Lincoln (policy explanation; and the 2011 decision at the Cathedral of Sts. Simon & Jude, Phoenix — news report).

In recent months, this thesis has been taken up by the italian theologian Mrss Marinella Perroni, who argues that the choice made in Colombo follows a «syllogism» that may be logically neat but should nonetheless be rejected.

In doing so, however, her argument slides from liturgy into social engineering. The liturgy is not a proportional mirror of social constituencies; it is the Church’s worship of God according to norms that safeguard the clarity of signs and the freedom of grace (cf. Sacrosanctum Concilium 22 §3). The Holy See’s documents, as shown above, recall three elementary points: the faculty to admit girls is possible but does not create subjective rights; the diocesan bishop may authorize but not impose it on pastors; and there remains the obligation to promote boys’ altar‑server groups also for vocational reasons (cf. Notitiae 30 (1994) 333–335; Notitiae 37 (2001) 397–399; Notitiae 38 (2002) 46–48). To mistake this prudence for misogyny is ideology, not discernment (See Perroni’s article: «Sri Lanka, but why would the ban on altar girls encourage priestly vocations?» — L’Osservatore Romano, the official organ of the Holy See Italian originalEnglish version).

In short, the altar does not need quotas; it needs hearts formed by the Mystery. It is legitimate — and at times opportune — for some particular Churches to admit girls to service; and it is equally legitimate — and often wiser — to maintain male altar‑server groups where this serves the clarity of signs and the promotion of vocations. This is not a capitulation to a “male order”, but an act of pastoral prudence in service of the whole community.

A concluding personal note: I was nine years old when, after Holy Mass, I went home and told my parents I wanted to become a priest. They took it as one of the many fantasies typical of children, who today want to be astronauts, tomorrow strawberry growers, and the day after doctors. And yet, what seemed a fantasy proved otherwise: thirty‑five years later I received sacred priestly ordination. Yes, mine was an adult vocation — but born as a child, while serving as an altar boy at the altar.

from the Island of Patmos, October 8, 2025

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¿SON NECESARIAS LAS «CUOTAS ROSAS» EN EL ALTAR? DE LA TEO‑IDEOLOGÍA FEMINISTA A LA SABIDURÍA PASTORAL DE SRI LANKA

El obispo puede permitir a las monaguillas, pero no puede obligar a los párrocos a utilizarlas. Los fieles no ordenados «no tienen derecho» a servir en el altar y permanece la obligación de promover grupos masculinos de monaguillos, también por su probada valencia vocacional.

— Actualidad eclesial —

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Ver a niños alrededor del altar alegra el corazón y el espíritu. Es un signo de vida en una Europa — empezando por nuestra Italia — en la que la natalidad lleva décadas estancada y la edad media de la población, y del clero, no deja de aumentar. En un contexto tan frágil, la presencia de niños en la iglesia es ya una buena noticia, un anticipo del futuro.

En el vídeo: Su Excelencia Monseñor Raymond Kingsley Wickramasinghe, Obispo de Galle (Sri Lanka)

Cuando, al final de la Santa Misa, dos padres me pidieron disculpas por sus dos hijos algo ruidosos, les tranquilicé diciendo: «Mientras los niños hagan ruido en nuestras iglesias, significa que seguimos vivos». No lo añadí entonces — pero lo hago ahora a modo de inciso—: cuando ya no escuchemos las voces de los niños en nuestras iglesias, seguramente oiremos a los muecines cantar desde los campanarios de nuestras iglesias convertidas en mezquitas, como ya ha sucedido en varios países del Norte de Europa. Los ejemplos son conocidos; cito sólo algunos: en Hamburgo, la antigua Kapernaumkirche luterana fue adquirida y reabierta como Mezquita Al‑Nour; en Ámsterdam, la Fatih Moskee tiene su sede en la antigua iglesia católica de San Ignacio; en Bristol, la Jamia Mosque se levanta en la antigua St. Katherine’s Church. En cuanto a la llamada del muecín por altavoz, la ciudad de Colonia inició en 2021 un proyecto municipal que permite la llamada de los viernes, estabilizado posteriormente en 2024.

En las últimas décadas, no pocas diócesis han admitido también a niñas al servicio del altar. Muchos obispos y párrocos, aun no apreciándolo, han tolerado o mantenido la práctica para evitar polémicas. Con el paso de los años, algunas han continuado como adolescentes y jóvenes, no sin cierto embarazo para algunos sacerdotes, incluido quien escribe, que con suma cortesía nunca ha permitido que niñas — y en especial adolescentes — sirvieran en el altar. Conviene precisarlo: no se trata de negar a las mujeres determinados servicios, sino de pensar con sabiduría pastoral y pedagógica. ¿Cuántas vocaciones sacerdotales nacieron junto al altar, en el grupo de monaguillos? ¿Y cómo se explica a una niña entusiasmada por la liturgia que el sacramento del Orden no es — ni puede ser — una perspectiva abierta a su condición femenina? La doctrina es clarísima: «Recibe válidamente la sagrada ordenación sólo el varón bautizado» (cf. CIC 1983, can. 1024); «La Iglesia se reconoce vinculada por la elección hecha por el mismo Señor. Por este motivo, no es posible la ordenación de las mujeres» (cf. CEC n.1577); y san Juan Pablo II confirmó de modo definitivo que la Iglesia «no tiene de ningún modo la facultad» de conferir la ordenación sacerdotal a las mujeres (cf. Ordinatio sacerdotalis, 22 de mayo de 1994, n. 4).

Hay además un aspecto socio‑pedagógico bien conocido por quienes frecuentan las sacristías: las niñas, a menudo más prontas, diligentes y maduras que sus coetáneos, tienden a prevalecer en los grupos pequeños; la experiencia muestra que, donde el número de niñas en el presbiterio se hace claramente superior, no pocos chicos se retraen, percibiendo ese servicio como “cosa de niñas”. El resultado paradójico es que precisamente los sujetos con mayor potencial vocacional se alejan del corazón de la celebración. ¿Tiene sentido, entonces, en un Occidente con edad media sacerdotal elevada, seminarios vacíos o reducidos y parroquias sin párroco, renunciar a lo que puede favorecer aunque sea unos pocos gérmenes de vocación para perseguir la lógica — ma y políticamente correcta — de las “cuotas rosas clericales”?

Para comprender no sólo lo que “se puede”, sino sobre todo lo que “conviene”, el punto de partida son las normas litúrgicas, no las opiniones. La liturgia no es campo de experimentos sociológicos: «De ningún modo permite a nadie, ni siquiera al sacerdote, añadir, quitar o cambiar cosa alguna por iniciativa propia» (cf. Sacrosanctum Concilium 22 §3). Las funciones de los ministros están delineadas con sobriedad, con papeles y límites (cf. Institutio Generalis Missalis Romani [IGMR], nn. 100; 107; 187–193).

En el ámbito de los ministerios, san Pablo VI sustituyó las antiguas “órdenes menores” por los ministerios instituidos de lector y acólito, entonces reservados a los varones laicos (cf. Ministeria quaedam, nn. I–IV). El papa Francisco modificó después el can. 230 §1, abriendo estos ministerios instituidos también a las mujeres, pero ellos no se identifican con el servicio de monaguillos, que pertenece a la deputación temporal prevista por el can. 230 §2 (cf. Spiritus Domini, 2021; CIC 1983, can. 230 §1–2).

Dos textos de la Santa Sede fijaron luego el perímetro con rara claridad. La Carta circular de la Congregación para el Culto Divino a los Presidentes de las Conferencias Episcopales sobre la correcta interpretación del can. 230 §2 (15 de marzo de 1994, Prot. 2482/93) reconoció la posibilidad — a discreción del obispo — de admitir también a niñas al servicio del altar, precisando al mismo tiempo que «siempre es muy oportuno» mantener la noble tradición de los niños monaguillos y que dicha admisión no crea ningún «derecho» subjetivo a servir (cf. Notitiae 30 (1994) 333–335). A los pocos años, las Litterae de la misma Congregación (27 de julio de 2001) aclararon todavía más: el obispo puede permitir a las monaguillas, pero no puede obligar a los párrocos a usarlas; los fieles no ordenados «no tienen derecho» a servir; y permanece la obligación de promover grupos masculinos también por su probada valencia vocacional (cf. Notitiae 37 (2001) 397–399; véase también la traducción italiana: Notitiae 38 (2002) 46–48).

La experiencia de otras Iglesias particulares ilumina ulteriormente la cuestión. En Sri Lanka — donde la edad media del clero diocesano es mucho más baja que en Italia y los seminarios están bien poblados —, el arzobispo metropolitano de Colombo, el cardenal Albert Malcolm Ranjith, señaló la inoportunidad de las monaguillas por razones pastorales y pedagógicas: ninguna de ellas, ya adulta, podrá entrar en el seminario; por tanto, tiene sentido preservar espacios educativos típicamente masculinos alrededor del altar, sin restar nada a la rica participación femenina en otros ámbitos (véase esta indicación pastoral citada aquí: Il Timone).

En otros contextos, como en Estados Unidos, algunas diócesis y parroquias han mantenido legítimamente grupos de monaguillos sólo varones precisamente sobre la base de los textos de 1994 y 2001. Esto no es «exclusión», sino la promoción de una praxis que en ciertos lugares se muestra más fecunda para la pastoral vocacional (véase la Diócesis de Lincoln (explicación de política); y la decisión de 2011 en la Catedral de los Santos Simón y Judas, Phoenix — crónica periodística).

En estos meses, esta tesis ha sido retomada por la teóloga Marinella Perroni, quien sostiene que la opción de Colombo responde a un «silogismo» impecable pero, a su juicio, rechazable. Sin embargo, su argumento confunde la liturgia con la ingeniería social. La liturgia no es un espejo proporcional de las pertenencias sociales; es el culto de la Iglesia a Dios según normas que custodian la claridad de los signos y la libertad de la gracia (cf. Sacrosanctum Concilium 22 §3). Los documentos de la Santa Sede, como hemos visto, recuerdan tres puntos elementales: se puede admitir a niñas, pero ello no crea derechos subjetivos; el obispo diocesano puede autorizarlo, no imponerlo a los párrocos; y permanece la obligación de promover grupos masculinos de monaguillos también por razones vocacionales (cf. Notitiae 30 (1994) 333–335; Notitiae 37 (2001) 397–399; Notitiae 38 (2002) 46–48). Tomar esta prudencia por misoginia es ideología, no discernimiento. Véase el artículo de Perroni: «Sri Lanka, ma perché il divieto alle chierichette favorirebbe le vocazioni sacerdotali?» — original italianoversión inglesa.

En definitiva, en el altar no hacen falta cuotas, sino corazones educados por el Misterio. Es legítimo — y en ocasiones oportuno — que algunas Iglesias particulares admitan a niñas al servicio; y es igualmente legítimo — y a menudo más prudente — mantener grupos masculinos de monaguillos cuando ello sirve a la claridad de los signos y a la promoción de las vocaciones. No es una rendición al “orden masculino”, sino un acto de prudencia pastoral al servicio de toda la comunidad.

Una nota personal a modo de testimonio: tenía nueve años cuando, al terminar la Santa Misa, volví a casa diciendo a mis padres que quería ser sacerdote. Lo tomaron como una de tantas fantasías propias de los niños, capaces de decir hoy que quieren ser astronautas, mañana cultivadores de fresas y pasado médicos. Y, sin embargo, lo que parecía una fantasía no lo fue: treinta y cinco años después recibí la sagrada ordenación sacerdotal. Sí, la mía fue una vocación adulta, pero nacida de niño, mientras servía como monaguillo en el altar.

Desde la isla de Patmos, 8 de octubre de 2025

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Quando muore il Romano Pontefice. Breve excursus storico-liturgico — When the Roman Pontiff dies. A brief historical-liturgical excursus

QUANDO MUORE IL ROMANO PONTEFICE. BREVE EXCURSUS STORICO-LITURGICO

Ogni Papa, nella sua veste di Vicario di Cristo, non appartiene interamente a sé stesso; questo risulta evidente in particolare quando ne sopraggiunge la morte. Nel passato anche recente, difficilmente, i Papi riuscivano a morire in santa pace, nel silenzio, lontano da occhi indiscreti o rituali di preambolo. Un Papa trapassava quasi mai da solo ma, come un antico sovrano, era circondato dai suoi cortigiani.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

 

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La morte del Romano Pontefice è un momento particolare per la vita della Chiesa Cattolica; un passaggio definito tecnicamente Sede Apostolica vacante, che porta con sé un insieme di atti, di avvenimenti e di riti che, per loro natura, sono unici nel loro genere. 

Non vogliamo farne qui una trattazione sistematica, ma piuttosto toccare, anche per mezzo del ricorso alla storia, alcuni aspetti liturgici e rituali che sono passati sotto i nostri occhi in occasione della morte di Papa Francesco.

Morire da Papa. La prima stazione

Ogni Papa, nella sua veste di Vicario di Cristo, non appartiene interamente a sé stesso; questo risulta evidente in particolare quando ne sopraggiunge la morte. Nel passato anche recente, difficilmente, i Papi riuscivano a morire in santa pace, nel silenzio, lontano da occhi indiscreti o rituali di preambolo. Un Papa trapassava quasi mai da solo ma, come un antico sovrano, era circondato dai suoi cortigiani. Alle prime avvisaglie di agonia, infatti, si metteva in moto una serie di minuziose azioni cerimoniali che accompagnavano il Pontefice verso la fine terrena.

Come prima cosa venivano avvisati tutti i cardinali residenti a Roma, così come tutti i titolari dei vari Dicasteri della Santa Sede; ed iniziava una silenziosa processione davanti al moribondo per rendergli l’ultimo omaggio. L’Unzione degli Infermi ed il Viatico erano amministrati dal Cardinale Vicario, mentre era compito dei penitenzieri e dei canonici della Basilica Vaticana elevare le preghiere di accompagnamento nell’agonia, soprattutto le litanie dei santi canonizzati dal Pontefice morente.

Emesso l’ultimo respiro, la morte del Papa era accertata dal medico; il Maestro di Camera copriva il volto del Pontefice defunto con un velo bianco e, mentre nella cappella privata iniziavano le celebrazioni delle SS. Messe per la sua anima, si provvedeva ad una prima vestizione: la talare bianca, il rocchetto e la mozzetta papale. Solo in questo momento veniva introdotto il Cardinale Camerlengo che di fatto, nella Sede Apostolica Vacante, assume la «reggenza» della Chiesa. Scortato dalle guardie svizzere compiva l’atto di riconoscimento ufficiale della morte del Pontefice per tutta la Chiesa. Il Camerlengo, intonato il De Profundis, toglieva il velo e batteva per tre volte la fronte del defunto, chiamandolo col nome di battesimo: «N. sei morto?»; al terzo colpo, non ricevendo risposta, annunciava: «Vere Papa mortuus est». Questo rito oggi non avviene più. La riforma voluta da Papa Francesco, stabilisce che la costatazione ufficiale della morte avvenga nella cappella, dopo che la salma del Papa è già stata composta.

Oggi quei rituali che possono perfino sembrare «folcroristici» e che gravitavano intorno all’agonia e alla morte del Papa hanno lasciato il passo ai momenti di preghiera ecclesiale, per affermare la fede in Dio a cui sempre apparteniamo e nelle cui mani sempre siamo, vivi o defunti. A Dio Padre è raccomandato il Papa che ha appena lasciato questo mondo e alla Vergine Maria, col canto del Salve Regina, si chiede di mostrare al Papa defunto il volto di Gesù, frutto benedetto del suo grembo. Compito del Cardinale Camerlengo, in questa fase, è quello di spezzare l’Anello del Pescatore e annullare il Sigillo Papale.

La salma del Papa viene imbalsamata per permettere la conservazione nei giorni di esposizione pubblica. Un tempo questo processo, che contemplava l’utilizzo di antiche tecniche imbalsamatorie, prevedeva anche il prelevamento dei visceri, mentre il cuore del Papa defunto veniva conservato in un’urna nel coro della Chiesa dei SS. Vincenzo e Atanasio alla Fontana di Trevi. Si ritiene che questa pratica sia avvenuta l’ultima volta in occasione della morte di Leone XIII. Oggi, per evitare eccessive manipolazioni, vengono usati metodi meno invasivi.

Il corpo del Papa, sotto la supervisione del Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, viene rivestito degli abiti pontificali: il camice, la casula rossa, il pallio, la mitria bianca bordata d’oro, lo zucchetto bianco, un anello episcopale e la croce pettorale. Il rosso è il colore liturgico del «lutto papale», usato dal Pontefice anche in vita, quando per esempio presiede il rito delle esequie. Come sappiamo è un colore che richiama il sangue dei martiri e la presenza viva dello Spirito Santo; per questo motivo il Papa, in quanto successore di Pietro, è avvolto nei paramenti rossi che simboleggiano il suo servizio interamente consacrato a Cristo e alla Chiesa, nella testimonianza della fede.

Con la deposizione del corpo del defunto nella bara — un tempo era posto su una portantina, ma Francesco, riformando i riti delle esequie pontificie, ha disposto diversamente — inizia la Prima Stazione, che si svolge nel luogo dove il Papa è morto. È quindi un momento riservato alle persone più vicine al lui, accompagnato dalla preghiera di suffragio.

Videre Petrum. La seconda stazione

Nel giorno e nell’ora stabilita dal Collegio Cardinalizio, la salma del Pontefice defunto viene traslata nella Basilica di San Pietro «dove ha esercitato spesso il suo ministero di Vescovo della Chiesa che è in Roma e di Pastore della Chiesa Universale» (Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, in seguito OERP, editio 2005, n. 68) per ricevere l’omaggio dei fedeli. Un tempo il corpo del Papa veniva esposto nella Cappella del Santissimo Sacramento, su un catafalco reclinato che permetteva ai fedeli di toccarne i piedi per l’ultimo atto di venerazione. Oggi, più significativamente, la bara viene posta davanti all’altare della Confessione, in corrispondenza della tomba dell’Apostolo Pietro.

La processione è accompagnata dal canto di alcuni salmi e cantici evangelici adatti alla circostanza, mentre all’ingresso in Basilica si intonano le litanie dei santi. Per alcuni giorni, la salma del Pontefice rimarrà esposta nella basilica e riceverà l’omaggio dei fedeli: «Presso la salma, i fedeli innalzeranno a Dio incessanti preghiere per il defunto Pontefice» (OERP, editio 2005, n.87).

Durante questi giorni sono previsti vari momenti di preghiera comunitaria, in modo particolare la celebrazione dell’Eucaristia e la Liturgia delle Ore.

Et in carne mea videbo Deum, salvatorem meum. La terza stazione: Messa esequiale e sepoltura

La Santa Messa esequiale rappresenta il momento culminante delle esequie del Romano Pontefice. La Costituzione Universi Dominici Gregis che regola le fasi della Sede Apostolica Vacante, stabilisce che questo momento avvenga entro il 4° e il 6° giorno dalla morte del Papa. Sono i Cardinali a stabilire il luogo delle esequie solenni, ma, dato il prevedibile concorso di popolo,  generalmente queste avvengono in Piazza San Pietro.

Il giorno precedente i funerali avviene il rito della chiusura del feretro, un’occasione densa di significato, poiché è il momento in cui il corpo del Papa viene sottratto da ora in poi alla vista del popolo di Dio. Dopo la lettura e la firma del Rogito, un documento che ricorda i principali avvenimenti e atti della vita del Pontefice, il volto del Papa viene coperto con un velo bianco «nella viva speranza che egli possa contemplare il volto del Padre, insieme con la beata Vergine Maria e tutti i Santi» (OERP, editio 2005, n.95). Quindi il Rogito ed alcune monete coniate nel corso del pontificato vengono deposte nella bara prima della sua effettiva chiusura.

La Messa esequiale è presieduta dal Cardinale Decano e concelebrata dai Cardinali e dai Patriarchi delle Chiese orientali. Queste esequie non si discostano, nella loro struttura principale, da quelle di un qualsiasi cristiano. Come prima lettura viene proclamato un testo degli Atti degli Apostoli (10,34-43); come responsorio il Salmo 23 («Il Signore è il mio pastore») a cui segue un brano della Lettera ai Filippesi (3,20–4,1) e la celebre pagina evangelica di Giovanni che richiama direttamente il ministero petrino: «Simone, mi ami tu? Signore, tu lo sai che ti voglio bene» (Gv 21,15-19).

Un elemento caratteristico della liturgia esequiale del Sommo Pontefice è rappresentato dall’Ultima Raccomandazione e Commiato che corrisponde al saluto che la comunità dei credenti rivolge al fratello e al Pastore della Chiesa universale. Nelle esequie del Papa questo saluto è dato:

– Dalla Chiesa di Roma al suo vescovo, per bocca del Cardinale Vicario, invocando la Beata Vergine Maria Salus populi romani, gli apostoli, i martiri, i papi, i santi e le sante romani;

– Dalle Chiese Orientali, per bocca di un Patriarca unito agli altri rappresentanti delle Chiese d’Oriente;

– Da tutta la Chiesa cattolica al suo pastore, per bocca del Cardinale Decano.

Questo triplice affidamento dell’anima del defunto, si conclude con una rinnovata professione di fede, espressa dalla schola che, durante l’aspersione e l’incensazione, canta:

«Io credo: Il Signore è risorto e vive,
e un giorno anch’io risorgerò con lui.
Che io possa contemplarti, mio Dio e Salvatore mio.
I miei occhi si apriranno alla sua luce,
e su di lui si poserà il mio sguardo.
Che io possa contemplarti, mio Dio e Salvatore mio.
Conservo salda questa speranza in cuore:
Che io possa contemplarti, mio Dio e Salvatore mio».

Al termine della celebrazione esequiale, il feretro viene prelevato ed accompagnato al luogo della sepoltura. La sepoltura nelle grotte vaticane, sotto la Basilica di San Pietro, è diventato tradizionale; tuttavia il Papa può decidere diversamente, come ha fatto Papa Francesco che ha scelto di essere sepolto in Santa Maria Maggiore.

I novendiali

È tradizione, confermata anche dalla riforma voluta da Papa Francesco, che a partire dalla Messa esequiale seguano nove giorni di celebrazioni eucaristiche in suffragio del Papa defunto. In queste celebrazioni è coinvolto tutto il popolo di Dio, anche se esse sono affidate a particolari categorie di persone: fedeli della Città del Vaticano, della Chiesa di Roma, i Capitoli delle Basiliche papali, i membri della Curia Romana, le Chiese Orientali.

Tutta la Chiesa sparsa nel mondo si unisce nella preghiera e rafforza la fede e la speranza; così anche la morte diventa dono di grazia e occasione per ringraziare e benedire il Dio di ogni consolazione.

«Morto un Papa, se ne fa un altro»

Questo celebre detto, che può suonare addirittura fatalista, è, nei fatti, ciò che avviene dopo la morte di ogni Pontefice Romano. Si potrebbe affermare che la Sede Vacante è quel momento forte in cui il Pontificato entra in una sorta di «anonimato» cosicché il pontefice defunto e il suo successore eletto, poiché appartengono a qualcosa di più grande, paiono passarsi l’anima del ruolo. È quanto afferma il celebre poeta romanesco Giacchino Belli: il Papa morto consegna al neoeletto lo spirito dell’importante compito. Possono variare le forme esteriori del corpo o anche il cervello, ma il lascito sarà quello, poiché voluto dall’eterno. Con versi arditi, ma significativi, il poeta dice: sembra quasi che il corpo del nuovo Papa cada dal cielo senz’anima, ma solo col fiato vitale. Perché la dignità, l’anima del ruolo di ogni pontefice gli viene lasciata da chi lo ha preceduto.

Lascio adesso al Padre Ariel la lettura della poesia Er passa-mano, pubblicata da Gioacchino Belli il 4 ottobre 1835:

«Er Papa, er Visceddio, Nostro Siggnore,
È un Padre eterno com’ er Padr’ Eterno.
Ciovè nun more, o, ppe ddí mmejjo, more,
Ma mmore solamente in ne l’isterno.

Ché cquanno er corpo suo lassa er governo,
L’anima, ferma in ne l’antico onore,
Nun va nné in paradiso né a l’inferno,
Passa subbito in corpo ar zuccessore.

Accussí ppò vvariasse un po’ er cervello,
Lo stòmmico, l’orecchie, er naso, er pelo;
Ma er Papa, in quant’ a Ppapa, è ssempre quello.

E ppe cquesto oggni corpo distinato
A cquella indiggnità, ccasca dar celo
Senz’anima, e nun porta antro, ch’ er fiato».

Firenze, 1° maggio 2025

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WHEN THE ROMAN PONTIFF DIES. A BRIEF HISTORICAL-LITURGICAL EXCURSUS

Every Pope, in his role as Vicar of Christ, does not belong entirely to himself; this is particularly evident when death comes. In the recent past, Popes rarely managed to die in peace, in silence, far from prying eyes or preamble rituals. A Pope almost never passed away alone but, like an ancient sovereign, was surrounded by his courtiers.

— Liturgical pastoral —

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Autore
Simone Pifizzi

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The death of the Roman Pontiff is a special moment in the life of the Catholic Church; a passage technically defined Vacant See, which brings with it a set of acts, events and rites that, by their nature, are unique in their kind.

We do not want to make a systematic treatment of it here, but rather touch, also by recourse to history, on some liturgical and ritual aspects that passed before our eyes on the occasion of the death of Pope Francis.

Dying as Pope. The First stage

Every Pope, in his role as Vicar of Christ, does not belong entirely to himself; this is particularly evident when death comes. In the recent past, Popes rarely managed to die in peace, in silence, far from prying eyes or preamble rituals. A Pope almost never passed away alone but, like an ancient sovereign, was surrounded by his courtiers. At the first signs of agony, in fact, a series of meticulous ceremonial actions were set in motion that accompanied the Pontiff towards his earthly end.

The first thing to do: notify all the cardinals residing in Rome, and all the heads of the various Dicasteries of the Holy See; a silent procession before the dying man to pay him their last respects. The Anointing of the Sick and the Viaticum administered by the Cardinal Vicar, while it was the task of the penitentiaries and canons of the Vatican Basilica to raise the prayers accompanying him in his agony, especially the Litanies of the Saints canonized by the dying Pontiff.

After the Pope’s last breath, his death is certified by the doctor; the Master of the Chamber covered the deceased Pontiff’s face with a white veil and, while the celebrations of the Holy Masses for his soul began in the private chapel, the first vestment was carried out: the white cassock, the rochet and the papal mozzetta. Only at this moment was the Cardinal Camerlengo introduced, who in fact, in the Vacant Apostolic See, assumed the “regency” of the Church. Escorted by the Swiss guards, he performed the act of official recognition of the Pontiff’s death for the entire Church. The Camerlengo, having intoned the De Profundis, removed the veil and struck the deceased’s forehead three times, calling him by his baptismal name: «(Name). are you dead?»; at the third blow, receiving no response, he announced: «Vere Papa mortuus est». This rite no longer occurs today. The reform desired by Pope Francis establishes that the official certification of death takes place in the chapel, after the Pope’s body has already been composed.

Today those rituals that may even seem “folkloristic” around the agony and death of the Pope have given way to moments of ecclesial prayer, to affirm faith in God to whom we always belong and in whose hands we always are, whether alive or dead. The Pope who has just left this world is recommended to God the Father and the Virgin Mary, with the singing of the Salve Regina, is asked to show the deceased Pope the face of Jesus, the blessed fruit of her womb. The task of the Cardinal Camerlengo, in this phase, is to break the Ring of the Fisherman and cancel the Papal Seal.

The body of the Roman Pontiff is embalmed to allow for its preservation during the days of public display. At one time, this process, which involved the use of ancient embalming techniques, also included the removal of the viscera, while the heart of the deceased Pope was preserved in an urn in the choir of the Church of St. Vincenzo e Atanasio at the Trevi Fountain. It is believed that this practice took place for the last time on the occasion of the death of Leo XIII. Today, to avoid excessive manipulation, less invasive methods are used.

The body of the Roman Pontiff, under the supervision of the Master of Pontifical Liturgical Celebrations, is dressed in pontifical vestments: the alb, the red chasuble, the pallium, the white miter edged with gold, the white zucchetto, an episcopal ring and the pectoral cross. Red is the liturgical colour of “papal mourning”, used by the Pontiff even in life, for example when he presides over the funeral rite. As we know, it is a colour that recalls the blood of the martyrs and the living presence of the Holy Spirit; for this reason the Pope, as the successor of Peter, is wrapped in red vestments that symbolize his service entirely consecrated to Christ and to the Church, in the testimony of faith.

With the deposition of the body of the deceased in the catafalque — once it was placed on a stretcher, but Francis, reforming the rites of papal funerals, has arranged otherwise — the First Station begins, which takes place in the place where the Pope died. It is therefore a moment reserved for the people closest to him, accompanied by prayers of suffrage.

Videre Petrum. The Second Stage

On the day and at the time established by the College of Cardinals, the body of the deceased Pontiff is transferred to St. Peter’s Papal Archibasilic “where he often exercised his ministry as Bishop of the Church in Rome and Pastor of the Universal Church” (Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, hereinafter, 2005 edition, n. 68) to receive the homage of the faithful. In the past, the body of the Pope was exposed in the Chapel of the Blessed Sacrament, on a reclining catafalque that allowed the faithful to touch his feet for the final act of veneration. Today, more significantly, the coffin is placed in front of the Altar of Confession, in correspondence with the tomb of the Apostle Peter.

The procession is accompanied by the singing of some psalms and evangelical hymns appropriate to the occasion, while at the entrance to the Basilica the litanies of the saints are intoned. For a few days, the body of the Pontiff will remain exposed in the basilica and will receive the homage of the faithful: “At the body, the faithful will raise incessant prayers to God for the deceased Pontiff” (Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, 2005 edition, n.87).

During these days, various moments of community prayer are planned, in particular the celebration of the Eucharist and the Liturgy of the Hours.

Et in carne mea videbo Deum, Salvatorem meum. The Third Stage: Funeral Mass and Burial

The Funeral Mass is the culminating moment of the funeral of the Roman Pontiff. The Constitution Universi Dominici Gregis which regulates the phases of the Apostolic See Vacant, establishes that this moment occurs within the 4th and 6th day after the death of the Pope. The Cardinals are the ones who establish the place of the solemn funeral, but, given the foreseeable crowd of people, generally these take place in St. Peter’s Square.

The day before the funeral, the rite of closing the coffin takes place, an occasion full of meaning, since it is the moment in which the Pope’s body is removed from the sight of the people of God from now on. After the reading and signing of the Deed, a document that recalls the main events and acts of the Pontiff’s life, the Pope’s face is covered with a white veil “in the fervent hope that he may contemplate the face of the Father, together with the Blessed Virgin Mary and all the Saints” (Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, 2005 edition, n.95). Then the Deed and some coins minted during the pontificate are placed in the coffin before its actual closing.

The funeral Mass is presided over by the Cardinal Dean and concelebrated by the Cardinals and Patriarchs of the Eastern Churches. These funerals do not differ, in their main structure, from those of any Christian. As the first reading, a text from the Acts of the Apostles is proclaimed (10:34-43); as a responsory, Psalm 23 (“The Lord is my shepherd”), followed by a passage from the Letter to the Philippians (3:20-4:1) and the famous Gospel passage from John which directly recalls the Petrine ministry: “Simon, do you love me? Lord, you know that I love you” (Jn 21:15-19).

A characteristic element of the funeral liturgy of the Supreme Pontiff is represented by the Last Recommendation and Farewell which corresponds to the greeting that the community of believers addresses to the brother and the Pastor of the universal Church. In the funeral of the Pope this greeting is given:

– From the Church of Rome to its Bishop, through the mouth of the Cardinal Vicar, invoking the Blessed Virgin Mary Salus populi romani, the apostles, the martyrs, the popes, the Roman saints and saints;

– From the Eastern Churches, through the mouth of a Patriarch united with the other representatives of the Eastern Churches;

– From the entire Catholic Church to its pastor, through the mouth of the Cardinal Dean.

This triple entrustment of the soul of the deceased ends with a renewed profession of faith, expressed by the choir which, during the sprinkling and incensing, sings:

«I believe: The Lord is risen and lives,
and one day I too will rise with him.
That I may contemplate you, my God and my Savior.
My eyes will open to his light,
and my gaze will rest on him.
That I may contemplate you, my God and my Savior.
I keep this hope firm in my heart:
That I may contemplate you, my God and my Savior».

At the end of the funeral celebration, the coffin is collected and accompanied to the place of burial. Burial in the Vatican Grottoes, under St. Peter’s Basilica, has become traditional; however, the Pope can decide otherwise, as Pope Francis did, who chose to be buried in the Papal Basilica of St. Mary Greater.

The novendials

It is a tradition, also confirmed by the reform desired by Holy Father Francis, that starting from the funeral Mass, nine days of Eucharistic celebrations follow in suffrage of the deceased Pope. All the people of God are involved in these celebrations, even if they are entrusted to particular categories of People of God: faithful of the Vatican City, of the Church of Rome, the Chapters of the Papal Basilicas, members of the Roman Curia, the Eastern Churches.

The entire Church throughout the world unites in prayer and strengthens faith and hope; thus even death becomes a gift of grace and an opportunity to thank and bless the God of all consolation.

«When a Pope dies, another one is always made»

This famous saying, which may even sound fatalistic, is, in fact, what happens after the death of every Roman Pontiff. One could say that the Vacant See is that moment in which the Pontificate enters into a sort of “anonymity” so that the deceased pontiff and his elected successor, since they belong to something greater, seem to pass on the soul of the role.

This is what the famous Roman poet Gioacchino Belli stated in 1835: the dead Pope hands over to the newly elected the spirit of the important task. The external forms of the body or even the brain may vary, but the legacy will be the same, since it is willed by the eternal. With bold but significant verses, the poet says: it almost seems as if the body of the new Pope falls from the sky without a soul, but only with the breath of life. Because the dignity, the soul of the role of every pontiff is left to him by those who preceded him.

Florence, May 1st 2025

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Dalla polvere all’acqua: il significato dell’austero simbolo delle ceneri – From dust to water: the meaning of the austere symbol of ashes

(English text after the Italian)

 

DALLA POLVERE ALL’ACQUA: IL SIGNIFICATO DELL’AUSTERO SIMBOLO DELLE CENERI

Le sante ceneri che tradizionalmente sono ricavate dalla bruciatura dei rami di olivo benedetti per la Domenica delle Palme dell’anno precedente svolgono la loro funzione di porta d’ingresso per il tempo forte della Quaresima e lasciano già intravvedere l’uomo rinnovato da Cristo Risorto e rinato nelle acque del battesimo, come la liturgia ci fa rivivere nella Santa Veglia della notte di Pasqua.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

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Ieri, con la Liturgia delle Ceneri  è iniziato per la Chiesa il tempo santo della Quaresima. Un tempo che, secondo quanto riportato nelle norme per l’anno liturgico e il calendario, ha lo scopo di preparare alla Pasqua. La Liturgia quaresimale guida alla celebrazione del mistero Pasquale sia i catecumeni, attraverso i diversi gradi dell’iniziazione cristiana, sia i fedeli per mezzo del ricordo del battesimo e mediante la penitenza.

Come tutti sanno il tempo santo della Quaresima inizia con un simbolo che viene definito austero: ricevere la cenere sul capo. Nell’Antico Testamento la cenere è simbolo di ciò che è provvisorio, perituro e in quanto tale viene ridotto in polvere, come si legge in Giobbe 10, 9; o perché è privo di valore (Gen 18, 27). Sempre nell’Antico Testamento la cenere era segno della desolazione e del lutto. Ecco allora i gesti di spargere la cenere sul capo (2Sam 13, 19), sedere nella cenere come Giobbe (Giob 2, 8), rotolarsi nella cenere (Ez  27, 30), cibarsi di cenere come di pane (Sal 102). Davide espiò nella cenere i suoi peccati, i niniviti dopo la predicazione di Giona si coprirono la testa di cenere. La cenere si usava nei riti di purificazione, quando veniva bruciata una vacca rossa le cui ceneri venivano poi gettate nell’acqua, usata per le varie purificazioni rituali (Num 19, 1 e ssg). Soprattutto la cenere riporta il pensiero alle parole che Dio rivolge ad Adamo dopo il peccato: «Polvere, sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19); esse sottolineano il castigo della morte e il nulla della creatura plasmata dalla polvere del suolo.

Nel medioevo i pubblici penitenti che dovevano espiare le loro colpe e ricevere il Sacramento della penitenza come un secondo battesimo si presentavano all’inizio della Quaresima ricoperti di cenere e col cilicio. Nella liturgia cristiana, anche attualmente, l’espressione che il sacerdote usa benedicendo e imponendo le ceneri nel mercoledì che segna l’inizio appunto della Quaresima sono queste: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Accetto, cioè, il significato del dolore, del lutto di morte come conseguenza del peccato e della fragilità dell’uomo. Da ciò discende il dovere di riconoscere le proprie colpe e di impegnarsi in una vita salutare, come esorta la formula alternativa della imposizione delle ceneri: «Convertiti e credi al Vangelo». La cenere ricordandoci che siamo polvere ci aiuta a rinvigorire il senso della vera coscienza cristiana che ci accusa di essere colpevoli e non ci dà pace finché non abbiamo trovato rimedio alla nostra inclinazione al male.

La penitenza diventa un bisogno: dobbiamo fare penitenza per denunciare noi stessi al cielo e alla terra che siamo gente miserabile. Ci incombe l’obbligo di implorare pietà e di dimostrare con qualche nostro atto che ripudiamo il male compiuto e il male che siamo capaci di fare. Ben lontano allora da essere un segno di superstizione, la cenere ci ricorda una verità teologica ben sintetizzata dalle parole della benedizione, quella più antica, che si può usare il giorno del mercoledì che da inizio alla Santa Quaresima:

«O Dio che non vuoi la morte ma la conversione dei peccatori, fa che riconoscendo che il nostro corpo tornerà in polvere, l’esercizio della penitenza ci ottenga il perdono dei peccati e una vita rinnovata ad immagine del Signore risorto. Per Cristo, nostro Signore. Amen».

Il medesimo concetto viene espresso anche nella formula rinnovata della benedizione delle ceneri che recita:

«O Dio che hai pietà di chi si pente e doni la tua pace a chi si converte, ascolta con paterna bontà le preghiere del tuo popolo e benedici questi tuoi figli che riceveranno l’austero simbolo delle ceneri, perché attraverso l’itinerario spirituale della quaresima giungano completamente rinnovate a celebrare la Pasqua del tuo Figlio».

E si ripete anche nella formula alternativa nella quale sono usate queste parole:

«O Dio che non vuoi la morte dei peccatori ma la conversione, ascolta benigno la nostra preghiera e benedici queste ceneri che stiamo per ricevere sul nostro capo, riconoscendo che noi siamo polvere e in polvere ritorneremo. L’esercizio della penitenza quaresimale ci ottenga il perdono dei peccati ed una vita rinnovata a immagine del Figlio tuo risorto, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen».

Le preghiere, qui sopra ricordate, ci presentano dunque la giusta prospettiva da cui guardare il segno delle ceneri imposte sul capo di quanti iniziano con buona volontà l’itinerario quaresimale. E’ essenzialmente un gesto di umiltà, che significa: mi riconosco per quello che sono, una creatura fragile, fatta di terra e destinata alla terra, ma anche fatta ad immagine di Dio e destinata a Lui. Polvere, sì, ma amata, plasmata dall’amore di Dio, animata dal suo soffio vitale e capace di riconoscere la sua voce e quindi di rispondergli; libera e, per questo, capace anche di disobbedirgli, cedendo alla tentazione dell’orgoglio e dell’autosufficienza. Ecco il peccato, malattia mortale entrata ben presto ad inquinare la terra benedetta che è l’essere umano. Creato ad immagine del Santo e del Giusto l’uomo ha perduto la propria innocenza ed ora può ritornare ad essere giusto solo grazie alla giustizia di Dio, la giustizia dell’amore che, come scrive san Paolo:

«Si è manifestata per mezzo della fede in Cristo» (Rm 3,22).

Proprio la seconda lettura della Liturgia della Parola del giorno del Mercoledì delle ceneri, contiene l’appello di  Paolo a lasciarsi riconciliare con Dio (cfr 2Cor 5,20), attraverso uno dei suoi celebri paradossi che riconduce tutta la riflessione sulla giustizia al mistero di Cristo. Scrive san Paolo:

«Colui che non aveva conosciuto peccato [cioè il suo Figlio fatto uomo] Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21).

Nel cuore di Cristo, cioè nel centro della sua Persona divino-umana, si è giocato in termini decisivi e definitivi tutto il dramma della libertà. Dio ha portato alle estreme conseguenze il proprio disegno di salvezza, rimanendo fedele al suo amore anche a costo di consegnare il Figlio unigenito alla morte e alla morte di croce. Qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana: «Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia «più grande», che è quella dell’amore» (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima, 2010)

La Santa Quaresima, pur iniziando col gesto austero delle ceneri che ci fa chinare il capo, allarga tuttavia il nostro orizzonte e ci orienta verso la vita eterna, poiché su questa terra siamo in pellegrinaggio:

«non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14).

La Quaresima mentre ci fa capire la relatività dei beni di questa terra e perciò ci rende capaci di rinunce necessarie, ci dona altresì la libertà per fare il bene, di aprire la terra alla luce del Cielo, alla presenza di Dio in mezzo a noi.

Così le sante ceneri che tradizionalmente sono ricavate dalla bruciatura dei rami di olivo benedetti per la Domenica delle Palme dell’anno precedente svolgono la loro funzione di porta d’ingresso per il tempo forte della Quaresima e lasciano già intravvedere l’uomo rinnovato da Cristo Risorto e rinato nelle acque del battesimo, come la liturgia ci fa rivivere nella Santa Veglia della notte di Pasqua.

Firenze, 6 marzo 2025

Inizio della Quaresima

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FROM DUST TO WATER: THE MEANING OF THE AUSTERE SYMBOL OF ASHES

The holy ashes which are traditionally obtained from the burning of the olive branches blessed for Palm Sunday of the previous year perform their function as the gateway to the strong season of Lent and already allow us to glimpse the man renewed by the Risen Christ and reborn in the waters of baptism, as the liturgy makes us relive in the Holy Vigil of Easter night

— liturgical pastoral —

Autore
Simone Pifizzi

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Yesterday, with the Liturgy of Ashes, the holy season of Lent began for the Church. A time which, according to what is reported in the norms and the calendar for the liturgical year, has the purpose of preparing for Easter. The Lenten Liturgy guides both the catechumens, through the different degrees of Christian initiation, and the faithful through the memory of baptism and through penance in the celebration of the Paschal mystery.

As everyone knows, the holy season of Lent begins with a symbol that is defined as austere: receiving ashes on the head. In the Old Testament, ashes are a symbol of what is temporary, perishable and as such is reduced to dust, as we read in Job 10:9; or because it is worthless (Gen 18:27). Also in the Old Testament, ashes were a sign of desolation and mourning. Here then are the gestures of sprinkling ashes on the head (2Sam 13:19), sitting in ashes like Job (Job 2:8), rolling in ashes (Ez 27:30), eating ashes like bread (Ps 102). David atoned for his sins in ashes, the Ninevites after Jonah’s preaching covered their heads in ashes. Ashes were used in purification rites, when a red cow was burned and its ashes were then thrown into the water used for the various ritual purifications (Num 19:1ff). Above all, ashes bring to mind the words that God addressed to Adam after his sin: “You are dust, and to dust you shall return” (Gen 3:19); they underline the punishment of death and the nothingness of the creature shaped from the dust of the ground.

In the Middle Ages, public penitents who had to atone for their sins and receive the Sacrament of Penance as a second baptism appeared at the beginning of Lent covered in ashes and wearing sackcloths. Today, In the Christian liturgy, the expression that the priest uses when blessing and imposing the ashes on Wednesday which marks the beginning of Lent are these:

«Remember that you are dust and to dust you will return».

That is, I accept the meaning of pain, of death mourning as a consequence of sin and man’s fragility. From this comes the duty to recognize one’s faults and to commit to a healthy life, as exhorted by the alternative formula for the imposition of ashes:

«Convert and believe in the Gospel».

The ash, reminding us that we are dust, helps us to reinvigorate the sense of true Christian conscience which accuses us of being guilty and does not give us peace until we have found a remedy for our inclination to evil.

Penance becomes a need: we must do penance to denounce ourselves to heaven and earth that we are miserable people. We have the obligation to implore mercy and to demonstrate with some of our actions that we repudiate the evil done and the evil we are capable of doing. Far from being a sign of superstition, the ash reminds us of a theological truth well summarized by the words of the blessing, the oldest one, which can be used on the Wednesday that begins Holy Lent:

«O God who does not want death but the conversion of sinners, grant that by recognizing that our body will return to dust, the exercise of penance obtains for us the forgiveness of sins and a renewed life in the image of the risen Lord. Through Christ, our Lord. Amen» (From the Roman ritual)

The same concept is also expressed in the renewed formula of the blessing of the ashes which reads:

«O God who has mercy on those who repent and gives your peace to those who convert, listen with paternal goodness to the prayers of your people and bless these children of yours who will receive the austere symbol of the ashes, so that through the spiritual itinerary of Lent they may arrive completely renewed to celebrate the Easter of your Son».

And it is also repeated in the alternative formula in which these words are used:

«O God who does not want the death of sinners but conversion, listen kindly to our prayer and bless these ashes that we are about to receive on our heads, recognizing that we are dust and to dust we will return. May the exercise of Lenten penance obtain for us the forgiveness of sins and a renewed life in the image of your risen Son, who lives and reigns forever and ever. Amen».

The prayers mentioned above therefore present us with the right perspective from which to look at the sign of the ashes placed on the heads of those who begin the Lenten journey with good will. It is essentially a gesture of humility, which means: I recognize myself for what I am, a fragile creature, made of earth and destined for the earth, but also made in the image of God and destined for Him. Dust, yes, but loved, shaped by the love of God, animated by his vital breath and capable of recognizing his voice and therefore responding to him; free and, for this reason, also capable of disobeying him, giving in to the temptation of pride and self-sufficiency. Here is sin, a deadly disease that soon began to pollute the blessed earth that is the human being. Created in the image of the Holy and the Just, man has lost his innocence and can now return to being just only thanks to the justice of God, the justice of love which, as Saint Paul writes:

«was manifested through faith in Christ» (Rom 3:22).

Precisely the second reading of the Liturgy of the Word on Ash Wednesday contains Paul’s appeal to be reconciled with God (see 2 Cor 5:20), through one of his famous paradoxes which leads all reflection on justice to the mystery of Christ. Saint Paul writes:

«For he hath made him to be sin for us, who knew no sin; that we might be made the righteousness of God in him» (2 Cor 5:21).

In the heart of Christ, that is, in the center of his divine-human Person, the entire drama of freedom was played out in decisive and definitive terms. God took his plan of salvation to the extreme consequences, remaining faithful to his love even at the cost of handing over his only begotten Son to death and death on the cross. Here divine justice is revealed, profoundly different from human justice:

«Thanks to the action of Christ, we can enter into the “greater” justice, which is that of love» (Benedict XVI, Message for Lent, 2010)

Holy Lent, although it begins with the austere gesture of the ashes that makes us bow our heads, nevertheless broadens our horizon and orients us towards eternal life, since on this earth we are on a pilgrimage:

«For here we have no lasting city, but we seek the one that is to come» (Heb 13:14).

While Lent makes us understand the relativity of the goods of this earth and therefore makes us capable of necessary renunciations, it also gives us the freedom to do good, to open the earth to the light of Heaven, to the presence of God among us.

Thus the holy ashes which are traditionally obtained from the burning of the olive branches blessed for Palm Sunday of the previous year perform their function as the gateway to the strong season of Lent and already allow us to glimpse the man renewed by the Risen Christ and reborn in the waters of baptism, as the liturgy makes us relive in the Holy Vigil of Easter night.

Florence, 6 March 2025

Beginning of Lent

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Non vengo al concerto, non sono un principe rinascimentale», disse il Santo Padre, ciò non vuol dire però sdoganare il peggio della sciatteria

«NON VENGO AL CONCERTO, NON SONO UN PRINCIPE RINASCIMENTALE» DISSE IL SANTO PADRE, CIÒ NON VUOL DIRE PERÒ SDOGANARE IL PEGGIO DELLA SCIATTERIA

I nostri saggi maestri ci hanno messi in guardia sin da giovani su diversi insidiosi pericoli, facendoci presente che esiste l’anticonformismo dei conformisti, che è il conformismo peggiore; lo sprezzo del clericalismo da parte dei clericali, che si traduce poi nel clericalismo peggiore; il fascismo degli antifascisti, che finisce col manifestarsi come una forma violenta di neofascismo persino peggiore di quello del Ventennio Fascista.

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Autore
Simone Pifizzi

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Da allora sono passati ormai undici anni, era il giugno del 2013 quando il Santo Padre Francesco lasciò vuota la poltrona al centro dell’aula Paolo VI, mentre invitati e autorità ascoltavano un po’ interdetti il «Grande concerto di musica classica per l’Anno della Fede», il tutto all’assenza, anziché alla presenza, del Papa. Pochi giorni prima, parlando ai nunzi di tutto il mondo, il Santo Padre aveva denunciato la «mondanità spirituale» che è la «lebbra» della Chiesa, il «cedere allo spirito del mondo» che «espone noi pastori al ridicolo», quella «sorta di borghesia dello spirito e della vita che spinge ad adagiarsi, a ricercare una vita comoda e tranquilla». Fatto sta che a nessuno era mai capitato di annunciare ciò che è toccato all’Arcivescovo Rino Fisichella quando tutti, alle 17,30, si attendevano l’ingresso in sala del pontefice: «Il Santo Padre non potrà essere presente per un’incombenza urgente e improrogabile» (cfr. Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera, QUI).

Cercherò di essere breve, ma non perché mancano argomenti, tutt’altro: di argomenti ce ne sarebbero fin troppi e, se in alcuni casi proprio non si può tacere, è bene essere molto misurati.

Chi di noi ha avuto la grazia di avere degli autentici maestri ― e ciascuno di noi Padri de L’Isola di Patmos, per divina grazia, li ha avuti ― ha potuto imparare ciò che forse qualcuno non ha avuto modo di imparare a Buenos Aires prima come religioso, poi come presbitero gesuita, infine come vescovo. Giunto infine al sacro soglio a 77 anni, non è facile cambiare visuale e prospettiva da anziani, affinché ciò avvenga sarebbe necessario che lo Spirito Santo si posasse sul capo del prescelto non come una colomba ma come un condor delle Ande.

I nostri saggi maestri ci hanno messi in guardia sin da giovani su diversi insidiosi pericoli, facendoci presente che esiste l’anticonformismo dei conformisti, che è il conformismo peggiore; lo sprezzo del clericalismo da parte dei clericali, che si traduce poi nel clericalismo peggiore; il fascismo degli antifascisti, che finisce col manifestarsi come una forma violenta di neofascismo persino peggiore di quello del Ventennio Fascista.

Qualcuno pensa che a esporre «noi pastori al ridicolo» siano soltanto le parate di quei personaggi, cosiddetti pizzi & merletti, che estetizzano la sacra liturgia in modo esasperato e talvolta esasperante? Nessuno nega la sussistenza dell’elemento del ridicolo in questi soggetti, se vogliamo pure del grottesco, ma il ridicolo ha però tante facce, quindi non dovrebbe essere considerato meno ridicolo che il Cardinale Sebastian Francis, Vescovo della Diocesi Penang in Malesia celebri la Santa Messa seduto a un tavolo con altri concelebranti e che elevi il Corpo di Cristo a capo coperto dallo zucchetto rosso; il tutto quando persino noi, all’epoca che facevamo i chierichetti, sapevamo che dinanzi al Santissimo Sacramento esposto il vescovo sta a capo scoperto e che durante le liturgie, finché l’Eucaristia non è stata riposta dentro il tabernacolo, non torna a coprirsi il capo (cfr. Cerimoniale dei Vescovi, nn. 153-166). E qui, sia chiaro, non si tratta di essere iper-critici, perché le foto che documentano il tutto sono veramente inquietanti.

Il Cardinale Sebastian Francis, che sarà sicuramente un sant’uomo, ha 72 anni. Se il Pontefice felicemente regnante non giungerà centenario, entrerà in conclave come elettore, dove si ritroverà di fronte a fratelli cardinali di precise tendenze, ma soprattutto di paesi ricchi in grado di sostenere intere Chiese locali dei paesi poveri, che con un dito gli indicheranno la sacca di soldi, con un altro dito gli indicheranno il candidato da scrivere sulla scheda.

Questo accade quando si cade nell’anticonformismo dei conformisti, nello sprezzo del clericalismo dei clericali, nel fascismo degli antifascisti. Ma il bello, se bello lo vogliamo chiamare, è ancora tutto da venire. E che Dio ci assista!

Firenze, 1° settembre 2024

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Fatti più in là, così vicino mi fai turbar …» Se un prete toglie il crocifisso dal centro dell’altare affinché non copra la “centralità” del celebrante-protagonista, vuol dire che siamo giunti al capolinea

«FATTI PIÙ IN LÀ, COSÌ VICINO MI FAI TURBAR …» SE UN PRETE TOGLIE IL CROCIFISSO DAL CENTRO DELL’ALTARE AFFINCHÈ NON COPRA LA “CENTRALITÀ” DEL CELEBRANTE-PROTAGONISTA, VUOL DIRE CHE SIAMO GIUNTI AL CAPOLINEA     

Che dire se circolano video nei quali si vedono sacerdoti e perfino vescovi salire all’altare e rimuovere il crocifisso da sopra lo stesso perché evidentemente toglie visibilità, occupa lo spazio che poco dopo si prenderà il celebrante, brandendo talvolta mostruosi microfoni che, quelli si, possono benissimo rimanere dove sono?

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Autore
Simone Pifizzi

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Ciò che è strano e bizzarro di solito fa breccia sui social, perché aumenta a dismisura le visualizzazioni e attira i commenti della gente. Nessun ambito umano può ritenersi alieno da quest’ansia di ricerca del particolare, dal ridicolo fino al mostruoso, perfino quello religioso. 

Alcuni eventi davvero strani avvenuti nelle chiese hanno trovato fortuna sulle diverse più famose e usate piattaforme. Dal prete che canta dall’altare una canzone in voga o ne fa lo sfondo per piccoli risibili video, agli abiti sconvolgenti di alcuni sposi, a certe eccessive benedizioni con l’acqua santa. Qualcuno usa i social anche per stigmatizzare questi comportamenti che accadono nelle chiese o quei gesti che rasentano l’abuso sia del luogo, perché non consoni, che della liturgia usata a piacimento. Il mondo è diventato un gran palcoscenico e purtroppo anche i religiosi pensano che vi si possa salire sfruttando lo spazio dell’aula di una chiesa o di un presbiterio. È di pochi giorni fa la notizia di una stilista che ha disegnato un più che trasparente abito da sposa per un matrimonio in chiesa e non è mancato chi ha potuto commentare: «Una chiesa è solo un edificio, può indossare quello che vuole»  (QUI).

Che dire però se circolano video nei quali si vedono sacerdoti e perfino vescovi salire all’altare e rimuovere il crocifisso da sopra lo stesso perché evidentemente toglie visibilità, occupa lo spazio che poco dopo si prenderà il celebrante, brandendo talvolta mostruosi microfoni che, quelli si, possono benissimo rimanere dove sono?

Il Vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro

Un presbitero dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno

Le bizzarrie del nostro tempo che intersecano anche il mondo religioso e come si vive e celebra la liturgia ci da il «La» per ricordare che i presbiteri non sono i padroni indiscussi delle celebrazioni e che in verità stanno agendo per un servizio che veicola un mistero più grande e profondo. A tal proposito mi vorrei soffermare proprio sull’altare perché alcune bizzarrie e storture sono avvenute lì, per mano di qualche celebrante o solerte “operatore pastorale”, per non parlare dei cosiddetti “animatori liturgici” che pensano di poter agire a loro piacimento o più probabilmente dimenticano che l’altare non è un arredo qualsiasi, un posto dove poggiare cose alla rinfusa.

Tanto per mettere subito le cose in chiaro, nel rito di dedicazione dell’altare si dice che:

«con l’unzione del Crisma [esso] diventa simbolo di Cristo, che fu detto Unto più degnamente di tutti; il Padre infatti lo unse con lo Spirito Santo e lo costituì Sommo Sacerdote, che offrisse il sacrificio della vita per la salvezza di tutti sull’altare del proprio corpo» (Ordo dedicationis Ecclesiae et Altaris, IV/22).

L’altare dunque è simbolo di Cristo e questa dottrina è tradizionale. Sant’Ambrogio l’ha ricordata più volte:

«Cos’è l’altare, se non il segno del corpo di Cristo?» (Quid est enim altare, nisi forma corporis Christi?), (Comm. in Cant. I,6: PL 15,1855; De sacram., V, 2, 7; cfr IV, 2, 7: PL 16, 447. 437).

Le vicende storiche che riguardano la presenza degli altari nelle chiese sono antiche e complesse e naturalmente esulano da questo modesto contributo. Si potrebbe cominciare dall’altare fisso che inizia a comparire nelle basiliche del IV secolo, fino all’adozione dell’altare lapideo per il quale non fu estraneo il simbolo biblico di Cristo «pietra angolare dell’edificio spirituale» (cfr. Sal 118, 22Mt 21, 42At 4, 111Cor 10, 41Pt 2, 4-8). Si potrebbe citare l’uso antico di celebrare l’Eucaristia sulle tombe dei martiri che trovò concreta traduzione nella costruzione di altari sopra i sepolcri degli stessi, come pure della traslazione delle loro reliquie sotto gli altari delle nuove basiliche. Al riguardo sempre sant’Ambrogio scrive: «Nel luogo in cui Cristo è vittima, vi siano anche le vittime trionfali. Sopra l’altare lui, che è morto per tutti; questi, redenti dalla sua passione, sotto l’altare» (Epistula 22, 13: pl 16, 1023).

Tra tutti i luoghi che sono presenti in una chiesa solo l’altare conosce un rito di dedicazione, a sottolinearne l’eccellenza:

«L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Santa Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia» (Institutio generalis Missalis Romani, 296).

Anche il Sommo Pontefice lo ha ricordato: «Verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso» (Discorso del 24 agosto 2017).

L’importanza dell’altare è ricordata naturalmente anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

«L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore, e tanto più in quanto l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi» (n. 1383).

Per tali motivi la riforma liturgica risalendo la tradizione cristiana antica ha voluto che nelle chiese si costruisse un solo altare, staccato dalla parete per potervi girare attorno e celebrare verso il popolo, collocato in modo da attirare l’attenzione. Che fosse normalmente fisso e dedicato, con la mensa di pietra, ma non è esclusa altra materia degna, solida e ben lavorata. E sotto l’altare si possono porre reliquie di santi; che fosse coperto da una tovaglia e sopra o accanto a esso vi siano una croce e i candelieri (Institutio generalis Missalis Romani, 298-308).

La venerazione per l’altare ― che infatti si bacia, si incensa e davanti a esso ci si inchina ― è motivata dal suo legame col sacrificio di Cristo, al quale, nel Sacramento, si associa il sacrificio della Chiesa orante. Su di esso viene deposta l’offerta spirituale dei fedeli, significata nel pane e nel vino, perché lo Spirito Santo, per il ministero del sacerdote, li renda sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, così che quanti se ne nutrono diventino un solo corpo in Cristo, a lode di Dio Padre. Lo esprime bene la preghiera del prefazio nella messa di dedicazione: «Intorno a quest’altare ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio per formare la tua Chiesa una e santa».

Ed è proprio l’unicità del sacrificio redentore, sul Calvario e nell’Eucaristia, da parte di Cristo sacerdote e vittima, che ha portato la riforma liturgica conciliare a stabilire che in una stessa chiesa non si celebrino contemporaneamente più Messe e che nelle nuove chiese l’altare fisso sia uno solo. È chiara l’intenzione di educare il popolo cristiano con questa prassi e con questo segno, l’altare, il quale «rappresenta (significat) in modo evidente e permanente Cristo Gesù, Pietra viva, e rappresenta in mezzo all’assemblea dei fedeli l’unico Cristo e l’unica Eucaristia della Chiesa» (Institutio generalis Missalis Romani, nn. 298, 303).

Il Concilio Vaticano II si chiuse nel 1965, eppure su questo aspetto, come su altri del resto, la sensibilità di quei Padri che celebrarono l’importante assise e quella dei molti documenti che ne seguirono non sembra purtroppo acquisita o recuperata da tutti. Nel 2002, per fare un esempio, la Santa Sede, ovvero la Congregazione per il Culto Divino, è dovuta intervenire per dichiarare «illecito» celebrare la Messa di Prima Comunione su un altare provvisorio in mezzo alla chiesa con l’ingenua intenzione di «evocare l’Ultima Cena», poiché inutile doppione del «segno già presente»; gesto atto a confondere il popolo distraendolo dall’essenziale. Ma anche ai nostri giorni in alcune Parrocchie, talvolta davanti l’altare, qualcuno pone un tavolo con sopra i simboli della Pasqua ebraica, ingenerando così una totale confusione liturgica e teologica, anche se l’intento sarebbe invece il contrario. Non è inconsueto che l’altare diventi un supporto per cartelloni esplicativi, per esempio di un particolare tempo liturgico e al di sotto vi si ponga di tutto, dal Presepe in tempo di Natale alle varie offerte, talvolta curiose, in alcune celebrazioni. Una volta ho visto un povero agnellino costretto a stare tutto il tempo dentro una cesta sotto l’altare mentre probabilmente avrebbe preferito brucare in un prato. Ad un certo punto si mise a belare, creando ilarità nei presenti all’Eucarestia. E sopra vi si pone di tutto un po’ e forse proprio per questo, come sopra ricordato, qualche celebrante non trova niente di meglio che levare la Croce, ritenendola probabilmente una ridondante suppellettile, mentre invece è prevista e lì collocata per ricordarci verso chi dobbiamo volgere lo sguardo.

Come rimediare a tutto ciò? Sicuramente attraverso la formazione continua di tutti. Dei presbiteri per primi che devono curare le celebrazioni e quindi essere esperti conoscitori della materia. In questo caso della peculiarità e della centralità del segno dell’altare che rimanda a quella di Cristo. Dovrebbero ricordare, per esempio, che anche al di fuori dell’azione liturgica, l’altare è invocazione e attesa della presenza di Colui, Cristo, che fa nuove tutte le cose (cfr. Ap 21, 5).

Per questo, attraverso le catechesi e i momenti educativi, devono aiutare i fedeli a formarsi spiritualmente e divenire consci che una liturgia ben celebrata con i suoi segni propri, trasparenti e più importanti, com’è appunto l’altare, è e deve essere per se stessa la prima scuola: «Lex orandi, lex credendi».

Abbiamo iniziato ricordando gli orrori che i social sono pronti a riverberare finché non ne salta fuori uno nuovo ed eclatante. Fra questi alcuni hanno a che fare con quanto avviene in chiesa e nelle liturgie. Così è nato questo contributo che non ha lo scopo di far ridere o moltiplicare i commenti negativi, come avviene sul web. Ma è solo un invito a cogliere, da questa circostanza, l’importanza e la bellezza dei contenuti della fede e come essi si esprimano nella liturgia. Se in questo ambito errori sono stati fatti e se ne faranno, vale sempre il principio: «Error corrigitur ubi deprehenditur»; che potremmo tradurre: gli errori si correggano appena ci si accorge di averli commessi.

In conclusione non possiamo omettere di ricordare a tutti quei cattolici ingenui, così preoccupati di scandalizzarsi e di gridare allo scandalo, non però altrettanto preoccupati di verificare con cura notizie e immagini, che molti video da loro postati sui social non hanno niente a che fare con la Chiesa Cattolica e il nostro clero. In giro per il mondo esistono infatti pseudo chiese che nell’apparato esterno liturgico si ispirano alla Chiesa Cattolica. A tal proposito basterebbe ricordare che dopo il Concilio Vaticano I (aperto nel 1869, terminato nel 1870, ma formalmente chiuso solo nel 1960) vi fu uno scisma che dette vita alla cosiddetta “chiesa” vetero-cattolica. Solo da questa aggregazione sono nate e a seguire si sono moltiplicate decine di sedicenti “chiese” gestite da personaggi alquanto esotici. Visto e considerato che nel nostro clero cattolico di abusi liturgici ne avvengono a sufficienza; visto e considerato che a volte si ha quasi l’impressione che certi nostri preti gareggino tra di loro a chi compie la stravaganza più eccentrica, che perlomeno non ci vengano attribuite le sceneggiate altrui, perché le nostre ci bastano e avanzano, oltre a imbarazzare a sufficienza quanti di noi seguitano a essere cattolici.

 

Firenze, 20 luglio 2024

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