Frate Cipolla, quel personaggio ideato da Giovanni Boccaccio che ispirò un sermone di fuoco a San Bernardino in quel medioevo che fu grande luce e non certo buio

FRATE CIPOLLA, QUEL PERSONAGGIO IDEATO DA GIOVANNI BOCCACCIO CHE ISPIRÒ UN SERMONE DI FUOCO A SAN BERNARDINO IN QUEL MEDIOEVO CHE FU GRANDE LUCE E NON CERTO BUIO

[…] una volta giunsero di primo mattino i camerieri per avvisare il Sommo Pontefice Benedetto XIV che durante la notte era scoppiato un incendio a Roma nel rione Monti. Al ché sbottò: «Cazzo! E ci sono stati morti?». Monsignor Teodoro Boccapaduli lo strattonò discretamente. Dopo che i camerieri gli ebbero dettagliato la gravità del fatto, il Sommo Pontefice replicò sbottando: «Cazzo!». E Monsignore lo strattona di nuovo. A quel punto Benedetto XIV, preso dal dispiacere per quel grave resoconto, si volta verso il prelato sbottando: «Boccapaduli, mi hai rotto i coglioni: cazzo, cazzo, cazzo! Ah, la voglio santificare questa parola. Anzi voglio promulgare una bolla del cazzo, per concedere l’indulgenza plenaria a chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

—  Storia e attualità —

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Più che avanzare un’ipotesi, oso attribuirmi una piccola scoperta: in un suo sermone infuocato San Bernardino da Siena [Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444] si ispirò, o fu in ogni caso influenzato dalla novella di Frate Cipolla racchiusa nell’opera Decameron, composta da Giovanni Boccaccio tra il 1349 e il 1351.

Il fratacchione boccaccesco era solito girare i paesi del contado mostrando ai bifolchi le reliquie più improbabili, tra le quali il dito mignolo dello Spirito Santo, una delle costole del «Verbum caro fatti alla finestra» [storpiatura del latino: et Verbum caro factum est], i raggi della stella che apparve ai tre Magi in Oriente, un’ampolla contenente il sudore di San Michele Arcangelo caduto dalla sua fronte quando combatté col Diavolo, la mascella della Morte di San Lazzaro e via dicendo.

Trovandosi in quel di Certaldo, aveva promesso ai villici che il giorno seguente avrebbe esibita al popolo una straordinaria reliquia: una penna caduta all’Arcangelo Gabriele durante l’Annunciazione. Senonché, di notte, due burloni del luogo sottrassero la preziosa penna angelica dall’interno della scatola in cui si trovava custodita, sostituendola con dei carboni. Quando Frate Cipolla aprì la scatola per esibire la preziosa reliquia ai beoti, scoprendo al suo interno dei carboni non si sgomentò, provvide a scusarsi coi presenti dicendo che alla sua partenza aveva preso per errore il contenitore sbagliato, identico a quello in cui si trovava conservata la preziosa penna. Così, dopo le scuse, provvide a esibire al popolo i carboni sui quali fu arrostito il Santo Martire Lorenzo.

Alcuni decenni dopo, Bernardino degli Albizzeschi, figlio di una potente famiglia dell’alta Maremma toscana, oggi universalmente noto come San Bernardino da Siena [Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444], in uno dei suoi sermoni si scagliò contro le superstizioni popolari, prendendosela in particolare con le false reliquie e il redditizio mercato che vi girava attorno. Oggetto di quel sermone dall’evidente impianto boccaccesco fu la reliquia del latte della Beata Vergine Maria conservata nella chiesa collegiata di Montevarchi, a cui riguardo tuonò Frate Bernardino:

«E sia chi si voglia, io dico che non piacciono a Dio queste tali cose. Come del latte della Vergine Maria. O donne, dove siete voi? E anco voi, valenti uomini, vedestene mai? Sapete che si va mostrando per reliquie: non v’aviate fede […] Forse che ella fu una vacca la Vergine Maria, che ella avesse lassato il latte suo, come si lassa delle bestie, che si lassano mugnare? Io ho questa opinione: ossia che ella avesse tanto latte né più né meno, quanto bastava a quella bochina di Cristo Jesu benedetto» [San Bernardino da Siena Devozioni Ipocrite. in: Baldi. Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Firenze, 1916].

Dipinto d’epoca del Sommo Pontefice Benedetto XIV [Bologna 1675 – Roma 1758], che con scurrile eleganza minac-ciò alcuni curiali scandalizzati dalle sue parole colorite, di promulgare una «Bolla del cazzo»

Com’è noto agli studiosi veri e seri, il Medioevo, quello vero, suddiviso nello spazio di quasi mille anni in tre diverse epoche susseguite nel corso della storia, non fu affatto l’epoca dei “secoli bui”, ma dei secoli della luce. Nel Medioevo si ebbe il più alto sviluppo della luce della ragione speculativa, unita al senso critico e a uno spirito di incessante ricerca nei vari àmbiti del sapere scientifico. Se i libri di storia in uso nelle scuole non fossero scritti da ideologi, sarebbe chiaro a tutti che le leggende nere sul Medioevo sono state costruite a tavolino sul finire del Settecento dagli illuministi avvelenati d’odio verso tutto ciò che era cattolico. Furono infatti costoro, animati da ideologia distruttiva, a relegare il Medioevo ai “secoli bui” in nome dei loro presunti “lumi della ragione” accesi sotto le ghigliottine francesi, dove le teste cadevano una dietro l’altra in seguito ad accuse basate su mere illazioni, spesso su pura invidia sociale, oppure dopo farseschi processi sommari nei quali non era concesso agli imputati né il diritto alla difesa, né quello alla parola [vedere la mia opera Nada te turbe]. Questo al contrario del tremebondo processo inquisitorio, frutto questo sì, delle più assurde e false leggende nere. Oh, quale crassa ignoranza! Il processo inquisitorio, oltre ad aver stabilito il diritto giuridico alla difesa dell’imputato, non poteva proprio essere celebrato senza difesa e diritto di parola. Fu il processo inquisitorio a dare vita alla consuetudine che dopo la lettura della sentenza fosse concesso l’ultimo diritto di parola al condannato. Basterebbe leggere le opere giuridiche e i relativi atti dei glossatori bolognesi, che tra l’XI e il XII secolo, nel “buio” medioevo dettero vita a tutti quelli che poi diverranno i moderni istituti giuridici, dopo avere recuperato il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano e reinterpretato tutti i testi classici.

Eppure, ai giorni nostri, anche l’ultimo dei gai illetterati ideologicamente avvelenati verso il Cattolicesimo, ma assurto agli onori televisivi di qualche seguito talk show dove è impensabile possano mancare quote gaie, dall’alto della sua vittimistica e desolante ignoranza non manca di fare riferimenti pseudo storico-intellettuali al Medioevo, o allo spirito medioevale, per creare effetto e mettere in cattiva e ridicola luce qualche cosa di retrivo o di superstizioso, oltre a tutto ciò che è cattolico e legato alla Chiesa Cattolica. Purtroppo, il gaio attivista televisivo o da social network, ignora però che il Medioevo è l’epoca della riscoperta, dello studio e della messa in salvo di tutta la filosofia e letteratura classica. Se oggi possiamo leggere le opere più critiche redatte da autori greci e romani scritte contro il nascente Cristianesimo, o i carmi più lussuriosi e pornografici vergati da Valerio Gaio Catullo, non è certo per merito degli illuministi inventori di leggende nere e falsi storici, né per l’attivismo delle odierne e agguerrite lobby LGBT, ma perché queste opere sono state salvate, trascritte e tramandate sino ai giorni nostri dai monaci amanuensi benedettini, nati nel VI secolo dal monachesimo fondato da San Benedetto da Norcia. E, nell’ambito del monachesimo benedettino, tra le varie cose si sviluppò sia il nome sia lo stesso concetto socio-politico di Europa, la stessa che oggi nega un dato di fatto storico incontrovertibile: le radici cristiane del nostro antico Continente Europeo. Quindi, sempre con buona pace del gaio attivista che dal portentoso mezzo televisivo o dai social  network si rivolge sovente a milioni di ascoltatori, è presto detto che il Medioevo è Pier Damiani, Pietro Abelardo, Anselmo d’Aosta e i grandi maestri della scolastica. Il Medioevo è Bernardo di Chiaravalle, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Duns Scoto. Il Medioevo sono i grandi ingegneri, architetti, matematici, astronomi e alchimisti, gran parte dei quali appartenenti all’Ordine Certosino e all’Ordine Cistercense. Il Medioevo ha segnata la stagione dei grandi letterati: la Scuola letteraria siciliana di Federico II di Svevia, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio …

L’uomo del Medioevo aveva anche un gusto straordinario della satira che, tanto più era pungente quanto più faceva ridere pontefici, imperatori e regnanti, nessuno dei quali rinunciò a dilettarsi sulle opere satiriche più pungenti, non solo quelle del Boccaccio, ma anche quelle del più scurrile Pietro l’Aretino. Bisognava giungere ai giorni nostri per finire nei tribunali grazie a qualche attivista piagnone per il quale dibattere, anche in modo polemico, nella sostanza vuol dire questo: “Io ho il diritto di distruggerti la cultura e la morale cattolica pezzo per pezzo, perché sono la sacra vittima immacolata LGBT, ma tu non hai il diritto di replica, salvo querela”. Altri tempi erano invece quelli medievali, dove quando qualcuno voleva deliziare il Sommo Pontefice Pio II [Corsignano di Pienza 1405 – Ancona 1464], non doveva far altro che ingaggiare un talentato cantastorie per eseguire le rime del suo concittadino senese Cecco Angiolieri [Siena 1260 – Siena 1311 c.a], che soleva motteggiare nelle taverne tra risa, vino e donnine molto allegre:

S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse Papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

Non che Silvio Enea dei conti Piccolomini, salito poi al sacro soglio col nome di Pio II, fosse da meno in sarcasmo tagliente, come quando in modo ironico condannò la richiesta e la speranza di ottenere da lui favori motteggiando:

Quad’ero Enea,

nessun mi conoscea,

ma adesso ch’io sono Pio,

tutti mi chiaman zio.

Un anziano teologo, discorrendo a riguardo del Medioevo definito epoca dei cosiddetti “secoli bui” da molti odierni attivisti di quella metodica distruzione delle società europee fatta passare per “rivendicazione dei diritti”, con scientifica sapienza ironizzò dicendo: «Magari, l’uomo d’oggi avesse la ragione speculativa e il senso critico e analitico di quello del Medioevo! Purtroppo oggi, l’uomo per così dire evoluto, che rivendica ogni diritto ma rigetta qualsiasi dovere, la sua presunta ragione la esercita ragionando col cazzo». Precisai io al confratello anziano: «Hai ragione, ma non dimenticare però anche quelli che ragionano con le emozioni soggettive del culo!». Tutto questo genere dà vita a una cultura della morte che attraverso l’annientamento della ragione ci ha fatti precipitare in nuove forme di analfabetismo, molto più devastanti di quelle del passato, ma soprattutto in una nuova forma di dittatura: La dittature delle minoranze. Senza infatti andare a ritroso nei secoli, basta fare un salto all’indietro di appena un secolo, agli inizi del Novecento, ai tempi delle Veglie di Neri, opera dello scrittore toscano Renato Fucini [Monterotondo Marittimo 1843 – Empoli 1921]. Partiamo anzitutto dall’elemento della memoria: anziani contadini che a malapena sapevano leggere e scrivere, non pochi dei quali versavano in condizioni di totale analfabetismo, erano delle autentiche biblioteche ambulanti di letteratura. Durante le veglie serali, nei tempi in cui non esisteva cinematografo, men che mai il televisore, intrattenevano narrando opere imparate a memoria: dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso a L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Io stesso posso di ciò dare testimonianza, quando bambino di appena dieci anni, nella bassa Maremma toscana, sul confine con il Lazio, per la prima volta conobbi l’esistenza dell’opera di Dante Alighieri, per l’esattezza L’Inferno, grazie a un anziano contadino, all’epoca ultra ottantenne – stiamo quindi parlando di un uomo nato sul finire dell’Ottocento – che si mise a narrare, a noi bimbi, del Conte Ugolino e dell’Arcivescovo Ruggieri recitando a memoria:

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme […]

Presente una mia cugina, all’epoca appena laureata in lettere classiche, sbalordita disse poi agli altri familiari presenti: «Non ha sbagliata, non dico una frase, ma neppure una parola!». Quell’uomo aveva memorizzato interi libri di letteratura, che non aveva letto: li aveva appresi sin da bimbo nel corso delle veglie. Seppi, in seguito, che aveva fatto la seconda classe delle scuole elementari, il tempo strettamente necessario per imparare i basilari rudimenti della scrittura e della lettura, acquisiti i quali aveva seguito genitori e familiari nei campi di lavoro agricolo.

Molti dei nostri adolescenti super tecnologici, già sul finire delle scuole elementari hanno intere collezioni di film pornografici registrati nei loro smartphone; mentre le ragazzine, già a undici o dodici anni, postano le loro foto sui social media in abiti e posizioni che farebbero impallidire le prostitute che lavoravano nei vecchi bordelli, prima che nel 1952 la Legge Merlin ne decretasse la chiusura, grazie a una proposta di legge del Senatore Angelina Merlin, del Partito Socialista, presentata nel 1948. Eppure, questi moderni “mostri” iper-tecnologici, al contrario dell’uomo del Medioevo e dell’uomo di ieri, quello de Le veglie di Neri, posseggono tali carenze mnemoniche da non ricordare neppure il numero del telefono cellulare dei loro genitori. Ebbene: sapete che cosa accade se l’umana intelligenza, soprattutto attraverso il ragionamento e la memoria, non è esercitata? All’incirca può accadere quel che abbiamo sotto gli occhi: una generazione di idioti apatici e ignoranti. Proprio così: siamo regrediti a forme di analfabetismo spaventoso, basterebbe leggere i testi redatti da neo-laureati, per rimanere sconcertati dinanzi a cotanta sintassi deficitaria arricchita da errori grammaticali grossolani. Però … siamo evoluti. Tanto da permetterci con inaudita spocchia di fare ironia sul Medioevo, noi che non siamo più in grado di esercitare la ragione e il giudizio critico oggettivo, perché ormai ragioniamo solamente: o col cazzo o con le emozioni soggettive, o peggio col culo dal quale fuoriesce il peggio del nostro egocentrismo e del nostro cieco narcisismo patologico, quello che ci porta a rivendicare i diritti e a rigettare i doveri, sino al tentativo, grazie a Dio naufragato per adesso in Italia, di usare la legge per combattere come reato la legittima opinione di chi non la pensa come te — mi riferisco al felice e benedetto naufragio del Disegno di legge Zan, sul quale Padre Ivano Liguori e io scrivemmo il libro Dal Prozan al Prozac —, quindi perseguendo chi osa dire e sostenere che un figlio può nascere solo da un uomo e da una donna che sono padre e madre, che due omosessuali non possono comprarsi un bambino da un utero in affitto o che due donne lesbiche non possono programmare con egoismo luciferino la nascita di un orfano con il ricorso all’inseminazione artificiale rivendicando di essere riconosciute entrambe dalla legge come legittimi genitori. È presto detto che questa generazione, figlia degenerata dell’analfabetismo digitale, priva di memoria storica e di quella stessa memoria cerebrale esercitata, utile a farci ricordare perlomeno il numero telefonico dei nostri genitori, non dovrebbe mai permettersi, neppure per scherzo o per gioco ai paradossi, di ironizzare sul glorioso Medioevo bollandolo come epoca dei “secoli bui”.

In questa narrazione sono ricorso quattro volte alla parola “cazzo”, quasi come se non riuscissi a esprimermi senza certi schizzi di colore, cosa che invece riesco benissimo a fare. Che dire: in questi momenti di desolazione uno schizzo di colore acceso lasciatelo pure a questo povero prete alle soglie dei sessant’anni, affinché ciascuno possa godere del proprio divertimento. Al lemma “cazzo” si unisce anche quell’altra bella frase idiomatica di … “notorie teste di cazzo”, ossia l’esercito sconfinato di coloro che non capiscono un emerito cazzo di ciò che hai scritto, o del modo profondo, volendo anche scientificamente pertinente in cui l’hai scritto, a ben considerare che ormai, giunti nel fondo del barile, non ci resta altro che la provocazione. Quindi, le idiomatiche e omonime teste di cazzo, si fossilizzano solo su questa parola, dopodiché bigotti, pinzochere e sedicenti cattolici si indignano verso il prete volgare, il tutto corredato con lezioni di stile date con un moralismo da fare invidia ai calvinisti americani del Seicento da parte di quei gai personaggi che si scandalizzano con profonda indignazione dinanzi al richiamo poetico e provocatorio alla parola “cazzo”, salvo però prenderlo allegramente e legittimamente nel culo e rivendicando poco dopo il “sacro diritto” all’acquisto di un figlio comprato da un utero in affitto. E questo che cosa vuol dire? Per caso vuol dire che attraverso il coito anale e la sodomia uno dei due uomini non può rimanere incinta, al punto da avere bisogno di un utero a pagamento? Ma quanto ingrata e cattiva è stata la natura, quindi correggiamola a colpi di lobby LGBT.

Questo nobile termine era molto amato e usato dal Sommo Pontefice Benedetto XIV [Bologna 1675 – Roma 1758], al secolo Prospero Lambertini, bolognese. Con usuale frequenza l’Augusto Pontefice si lasciava andare a espressioni molto colorite, a partire dal suo primo affaccio dinanzi alla folla esultate dopo la sua elezione al sacro soglio. Fu infatti in quell’occasione che, vedendo quella gran folla radunata nella piazza della papale arcibasilica di San Pietro, disse a bassa voce al prelato a lui vicino: «E tutta questa gente, come campa?». Il prelato, che non era da meno e che del neo-eletto aveva profonda conoscenza, rispose: «… campano tirandoselo nel culo gli uni con gli altri». Replica il Pontefice: «… già! Poi ci siamo noi, che invece lo tiriamo nel culo a tutti!». In seguito, all’interno della curia romana, destò più volte stupore e perplessità ch’egli solesse intercalare dicendo «cazzo!». Fin quando l’Augusto Pontefice incaricò un suo assistente di camera, Monsignor Teodoro Boccapaduli, di tirarlo discretamente per la veste, se fosse partito con certi frasari coloriti. Fin quando una volta giunsero di primo mattino i camerieri per avvisare il Sommo Pontefice che durante la notte era scoppiato un incendio a Roma nel rione Monti. Al ché sbottò: «Cazzo! E ci sono stati morti?». Monsignore lo strattonò discretamente. Dopo che i camerieri gli ebbero dettagliato la gravità del fatto, il Sommo Pontefice replicò sbottando: «Cazzo!». E Monsignore lo strattona di nuovo. A quel punto Benedetto XIV, preso dal dispiacere per quel grave resoconto, si volta verso il prelato sbottando: «Boccapaduli, mi hai rotto i coglioni: cazzo, cazzo, cazzo! Ah, la voglio santificare questa parola. Anzi voglio promulgare una bolla del cazzo, per concedere l’indulgenza plenaria a chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

Molto vi sarebbe da narrare su questa grande figura, ma ci limitiamo a dire in breve che il Sommo Pontefice Benedetto XIV fu un attento amministratore in favore dei bisogni del popolo e delle attività caritative, al tempo stesso fu un grande promotore delle arti e delle scienze. Dotato di acuta abilità politica, ma al contempo di grande spirito pastorale, fu indefesso custode della fede, promotore delle missioni per la nuova evangelizzazione e al tempo stesso uomo di profonda cultura e apertura mentale, tanto da intrattenere intensi rapporti epistolari con figure molto distanti dal mondo cattolico, dai sovrani protestanti sino al padre stesso dell’anticlericalismo moderno: François-Marie Arouet, noto con lo pseudonimo di Voltaire.

Oggi i figli di questo grande secolo buio non sono in grado, all’apice del loro analfabetismo digitale, di ridere sulla Novella di Frate Cipolla, come facevano gli arguti illetterati del contado medioevale. Né sono in grado di comprendere un grande uomo di fede, talmente libero da ogni forma di volgarità interiore ed esteriore, da poter affermare con vero candore: «… se non la smettete di rompermi i coglioni, vi promulgo una bolla del cazzo, con tanto di indulgenza plenaria per chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

Domandiamoci: ma chi sono, i veri volgari? Ve lo spiego subito: sono certi cattolici che inviano immagini create con photoshop, raffiguranti un Gesù Cristo in croce sacrilegamente gayzzato, con un volto androgino e un’espressione languida che non ricorda affatto il mistero della passione, piuttosto una fanciulla in attesa del coito. E dinanzi a queste immagini blasfeme, io che ho l’occhio abituato a Cimabue, al Beato Angelico, a Filippino Lippi da Prato, a Tiziano, Giotto e Michelangelo, per seguire con Guido Reni e Cararavaggio, sino alla più recente meravigliosa crocifissione di Salvador Dalì, forse non dovrei sbottare: pseudo cattolici del cazzo, mi avete rotto i coglioni, razza di blasfemi digitali! Cristo Signore non era un bamboccio languido da photoshop con l’aria androgina affisso alla croce, era vero Dio e vero uomo, per questo rese terribilmente vera la croce, per quanto era vero Dio e vero uomo.

I figli della moderna èra digitale di questo secolo buio, dopo avere letta mezza pagina e scorso in due minuti tutto il testo, individuata poi la parolina sulla quale polemizzare, nella fattispecie il mitico lemma “cazzo”, già hanno inviato messaggi indignati, quasi ci tenessero, al di sopra d’ogni altra cosa, a dimostrare fino in fondo quanto non abbiano proprio capito un emerito cazzo. E mentre del tutto indifferente li lascio affaccendarsi, posto che da anni e anni, ormai, non riescono più neppure a rompermi i coglioni, mi rivolgo ai pochi in grado di ridere su tutti i moderni Frate Cipolla che hanno però una prerogativa: far uscire fuori di tasca i soldi più di quanto un incantatore di serpenti possa riuscire a imbambolare un cobra indiano. Infatti, basta dire al popolino beota, quello dello pseudo cattolicesimo costruito sullo sprezzo della ragione ed eretto sulle soggettive emozioni sentimentali, che il tal giorno nel tal luogo mi è apparsa la Madonna che mi ha dato un messaggio. Poi, se detto questo si aggiungerà anche che la Madonna mi ha rivelato un segreto terrificante che sconvolgerà l’umanità … ecco i portafogli aprirsi come fisarmoniche. Cosa mi ha detto la Madonna apparendomi? Basterà dire: “… la Madonna mi ha detto di dirvi che lei vi ama e che vi invita a essere buoni e a pregare …”. A quel punto le fisarmoniche si allargheranno ancora di più, se alla insulsa banalità del messaggio si unirà il grande prurito morboso del terrificante segreto, perché a quel punto le fisarmoniche esploderanno, sino alla vera e propria pioggia di danaro. E vogliamo parlare, perlomeno per breve inciso, dell’esercito di sedicenti figli e figlie spirituali di San Pio da Pietrelcina, ultra specializzati a far uscire soldi a pioggia, diversi dei quali appena sessantenni?  

La verità ci renderà liberi, come recita il nostro motto tratto dal Vangelo del Beato Apostolo Giovanni [cf. Gv 8,32], ma al tempo stesso sappiamo quanto la verità non abbia mai pagato nessuno, in particolare quando si dicono quelle verità che nessuno vuol sentirsi dire, né quando si richiama alla realtà, alla fuga dalle emozioni e dai fatui sentimentalismi. La verità non paga quando si insiste a più non posso che la fede si muove sulla ragione e che richiede raziocinio e profondo senso critico e analitico, perché in questa era dell’analfabetismo digitale agire a questo modo è un’autentica politica al suicidio, a ben considerare che oggi, la gente che si dice cattolica, vuole emozioni irrazionali, elementi sensazionali, tanta polemica sterile e tanto futile pettegolezzo. E chi offre questi prodotti, sarà sempre e in ogni modo lautamente pagato. Mentre chi, dinanzi a tutto questo, sbotta dicendo “eccheccazzo!”, è solo un volgare, per non dire: una vergogna di prete.

dall’Isola di Patmos, 17 giugno 2023

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Dall’amicizia di Gesù con Abramo a Gesù che ci accoglie chiamandoci amici

DALL’AMICIZIA DI DIO CON ABRAMO A GESÙ CHE CI ACCOGLIE CHIAMANDOCI AMICI

Questa famosa storia biblica ci dice che essere amici non è sicuramente una diminuzione o una sottrazione rispetto al rapporto di fede, perché richiama la condiscendenza, la complicità e l’attesa quando, per esempio, un amico è in difficoltà. Non a caso, molto tempo dopo la storia di Abramo in Genesi, una delle più belle espressioni che troviamo nella Scrittura riguardo il rapporto fra l’inviato di Dio, Gesù, e chi lo seguiva fu: «Vi ho chiamato amici».

— Pagine bibliche—

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Sembra che il termine amico non possa esistere senza una sua specifica qualificazione. Abbiamo diverse tipologie declinate, nelle varie arti, che propongono di volta in volta l’immagine di un amico fragile, ritrovato oppure geniale. Se ne potrebbe discorrere all’infinito. Un amico potrà essere vero o falso, esserci sempre o scomparire, di lui o lei ti potrai fidare incondizionatamente o nella peggiore delle ipotesi venir da essi tradito.

La Bibbia che è una letteratura formatasi in un lunghissimo periodo, oltre che parlare del protagonista principale, che è Dio, presenta una variegata serie di situazioni umane. Non a caso il poeta Byron la definì «il grande codice dell’arte», espressione poi ripresa dal critico N. Frye che ne fece un libro[1]. In questa carrellata di umanità disparata non poteva mancare l’interesse per gli amici. È così che il codice della Bibbia è stato capace di suscitare simboli che sono rimasti nell’immaginario di ognuno (Frye le chiamava imagery), anche dei non cultori del libro biblico.

Famoso è il personaggio di Giuda che incarna l’amicizia tradita: «Amico, per questo sei qui» (Mt 26,50), sono le parole che Gesù rivolge al traditore dopo aver ricevuto il suo bacio. Rimanendo ai Vangeli non si può dimenticare l’amicizia di Gesù per la famiglia di Betania: Marta, Maria e Lazzaro. Quando questi muore Gesù dirà: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Come pure la nomea di amico dei pubblicani e dei peccatori che portò Gesù ad essere inviso alle autorità.

Sono tante le espressioni bibliche che fan riferimento all’amicizia, soprattutto nei libri sapienziali. Ecco due menzioni fra tante:

«Un amico fedele è medicina che dà vita:
lo troveranno quelli che temono il Signore» (Sir 6, 16).

«Un amico fedele è rifugio sicuro:
chi lo trova, trova un tesoro» (Sir 6,14).

Un detto divenuto famoso quello che recita «chi trova un amico trova un tesoro». Ma il primo personaggio biblico ad essere definito amico, nientemeno che di Dio, fu Abramo. Il profeta Isaia lo chiamò così: «Ma tu, Israele, mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abramo, mio amico» (Is 41,8). Gli fa eco il libro di Daniele: «Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo, tuo amico, di Isacco, tuo servo, di Israele, tuo santo» (3,35) e il secondo libro delle Cronache: «Non hai scacciato tu, nostro Dio, gli abitanti di questa terra di fronte al tuo popolo Israele e non l’hai data per sempre alla discendenza del tuo amico Abramo?» (20,7). Fino al secondo testamento dove troviamo nella lettera di Giacomo: «E si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio» (2,23).

E se l’Autore della lettera di Giacomo insisté sulle azioni compiute da Abramo come qualificanti la sua fede, dall’altra Paolo di Tarso rovesciò la medaglia, nella lettera ai Romani, ponendo la fede di Abramo avanti le sue opere e grazie a questa e solo per questa fu giustificato.

Qui non vogliamo affrontare l’argomento arduo e complesso della giustificazione e della grazia che attiene alla teologia. Ma vogliamo semplicemente declinare in che modo il racconto biblico ci parla della relazione fra Dio e Abramo. Che tipo di amicizia fu? Abramo meritò questo rapporto così particolare? Vi corrispose sempre? Sembra un argomento interessante visto che è divenuto paramento del dono della vita divina all’uomo di fede e della grazia che salva. Senza tralasciare il fatto che Abramo viene considerato il padre delle tre grandi religioni monoteiste, anche se a taluni appare difficile definire il Cristianesimo come un monoteismo.

Poiché la bibbia ama preferibilmente narrare che esporre teorie, proveremo a risalire la china dei racconti delle vicende di Abramo per capire questo rapporto di amicizia e per comprendere alla fine che Abramo non fu così distante da noi, dalle nostre attese ed emozioni, dai nostri punti di vista che appaiono incrollabili e che vengono messi a dura prova dalle istanze e dalle promesse divine che subito non si svelano.

C’è un episodio della vicenda di Abramo narrata nel libro della Genesi (18, 25-32) che sembra porre in evidenza più di altri, più della stessa chiamata, il rapporto di amicizia particolare fra lui e Dio, ed è il racconto della trattativa circa la distruzione della città di Sodoma. A Dio che aveva già deciso la sorte della città Abramo fa presente la possibile presenza in essa di persone giuste. E di dieci in dieci a scendere riesce a carpire un pezzo di benevolenza di Dio. Questo episodio mette in evidenza una caratteristica del patriarca che ritorna più volte nei racconti, ovvero la sua indiscutibile capacità di negoziare. Si tratti di un pozzo, di divisione del territorio, della terra per la tomba della moglie Sara, di come trovare moglie per Isacco suo figlio o di Dio stesso, come nel caso suddetto, Abramo è imbattibile.

Un po’ meno, parecchio meno, quando si tratta di aver fede nelle parole divine e questo appare incredibile per tutto quello che normalmente si pensa di lui. Ma Dio sembra non preoccuparsene. Come del resto fanno i veri amici.

Anche l’esegesi rabbinica ha guardato con favore la capacità abramitica di trattare, quando serve a salvare persone. I maestri della Torah, infatti, non hanno accordato uguale benevolenza a un altro famoso patriarca, Noè, che ricevette il comando di costruire un’arca a motivo dell’imminente diluvio. Questi, a differenza di Abramo, non fece nulla per contrastare il proposito distruttivo.[2] Noè fu uomo obbediente che non poneva domande, «camminava con Dio» (Gen 6,9) ma con Lui non istaurò alcun rapporto, forse a motivo della fine di ogni cosa che stava per arrivare. Con Abramo che «camminava avanti a Dio» (Gen 17, 1) si richiedeva, invece una relazione attiva, paziente ed amichevole.

E di pazienza con Abramo bisogna averne molta. Un lettore moderno del testo biblico si sorprenderebbe di trovare nella vita del patriarca alcuni tratti imbarazzanti. Questi fanno da contraltare alle evidenti capacità mediatorie già ricordate, al suo essere esperto di armi e di guerriglia (Gen 14, 14-16), di uomini e di alleanze (Gen 17, 17-24) e capace imprenditore del mondo antico (Gen 24, 34-35).

Eppure le prime parole in assoluto di Abramo nella Bibbia, subito dopo la chiamata di Dio, proferiscono una bugia, facendo passare Sara, agli occhi del faraone egiziano, come una sorella invece che la moglie[3]. Un episodio che si ripeterà più avanti con un altro re (cap. 20). Nonostante la reiterata promessa divina che sicuramente avrà una discendenza, acconsentirà, più avanti, al proposito di Sara di avere un figlio con la schiava Agar; ma quando le due donne entreranno in conflitto la scaccerà nel deserto, pur a malincuore, con solo un pane e un otre di acqua. Quando col figlio Isacco salirà verso il monte Moria, luogo del suo sacrificio, caricherà la legna sulle spalle del figlio. Quale padre avrebbe fatto questo sapendo a quale sorte andava incontro?

Ma Abramo, giustamente, è ricordato soprattutto per la fede: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15, 6). Ma questa fede evidentemente è dovuta crescere e maturare, passando al vaglio di prove importanti, oltre al fatto che a suscitarla è stata una parola e una promessa divina, più e più volte ricordata.

Nel Libro della Genesi (cfr. 12) Dio parlò per la prima volta ad Abramo. L’espressione usata in ebraico, è piaciuta molto agli psicanalisti: לֶךְ-לְךָ (lek leka) “Va per te” o “Va verso di te”[4]. Una parola nuova, personale, rivolta ad Abramo figlio di Terack, lo invitava a lasciare il padre e ad andare verso una terra per diventare una nazione benedetta. Partì, ma come spesso accade, l’entusiasmo si perse per strada. Il viaggio fu faticoso, a tappe, le genti ostili e, soprattutto, quale discendenza avrebbe potuto avere se un figlio non arrivava? È così che, vuoi per le difficoltà, vuoi per l’età che avanzava, si accontentò. In fondo il figlio della schiava, Ismaele, era già qualcosa. Così a un certo punto Abramo sbottò davanti a Dio: «Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te!» (Gen 17, 18). Finché dinanzi all’ennesima promessa di un figlio loro, Abramo e Sara scoppiarono a ridere. Abramo addirittura si piegò in due dalle risa (Gen 17, 17).

Ma ecco la svolta. Sara partorì davvero un figlio ad Abramo: Isacco, il promesso. Ma quale amico ti fa un regalo simile: Isacco, dall’ebraico יִצְחָק alla lettera “il figlio che ride, che suscita la risata, che si può prendere in giro e dileggiare[5]?  Che proprio per questo diventò la causa dell’allontanamento dell’altro figlio, Ismaele, che non aveva difetti?

Abramo rimase senza parole alla nascita del figlio, poiché il testo riporta solo le parole di Sara, che parlavano di riso e risata. Chi è mai questo figlio che l’amico Dio ha mandato? Bisogna accettare questo dono? Poiché Isacco, fra tutti i patriarchi biblici è sui generis. Non ebbe mai il ruolo del protagonista e apparve da subito privo di personalità propria. Non riuscì neanche a trovarsi la moglie da solo e questa, Rebecca, quando lo vide finalmente da vicino, cadde dal cammello. Non a caso diversi commentatori, sia ebrei che cristiani, hanno messo in evidenza che Isacco potesse essere un figlio non perfetto, disabile, figlio autistico di un padre ormai vecchio[6]. Immaginiamo i sentimenti di Abramo se questa doveva essere la realizzazione della promessa. Come accettare tutto questo?

È a questo punto che la narrazione biblica ci presenta uno degli episodi più affascinati e drammatici di tutta la sua letteratura. Il racconto del sacrificio o meglio della עֲקֵדָה (aqedàh, la legatura) di Isacco nel capitolo 22. Un episodio che ha ispirato artisti e commentatori dall’antichità fino ad oggi. Non è possibile qui darne conto, ma possiamo proporre una interpretazione che ben si lega con quello che si è venuto dicendo finora circa il rapporto fra Dio e Abramo.

Innanzitutto fu un nuovo inizio. Ritroviamo al versetto 2 lo stesso “lek leka” (va per te, verso di te) del capitolo 12. Di nuovo un andare verso sé stessi. Ma questa volta la promessa si è realizzata, in maniera inaspettata. Dove deve andare Abramo?  La salita al monte Morìa, col solo dialogo circa un ariete da trovare, è straziante. Nonostante l’esito alla fine felice, l’episodio conserverà la sua tragicità: nel silenzio che cala durante il ritorno a casa dei due, nella mancanza di esultanza o di gioia, nella successiva separazione fisica fra il padre e il figlio e nella morte di Sara che un מדרש (midrash)[7] fa discendere dal fatto di essere venuta a sapere ciò che stava per succedere sul monte.

Che cosa dunque era accaduto? Che Abramo era stato chiamato ad accettare la promessa di Dio, nella persona di Isacco, figlio imperfetto.  Per questo la sua fede venne provata e ne uscì rafforzata. L’amico aveva compreso finalmente quel che gli era stato chiesto fin dall’inizio, anche se inaspettato e lontano dalle sue prerogative e caratteristiche psicologiche. Ma Abramo andò verso di sé, per aprirsi ad un nuovo sé e al tu del figlio finalmente sciolto e lasciato libero di andare.

Qualcuno, molti secoli dopo avrebbe detto: «Dio sceglie ciò che nel mondo è debole» (1Cor 1,27). Probabilmente è questo che la fede di Abramo doveva drammaticamente comprendere: accogliere nella persona fragile di Isacco la promessa. Solo quando avrà capito sceglierà per Isacco una donna con la quale consolarsi per la morte della madre, gli conferirà ogni suo bene, lo proteggerà dai possibili concorrenti e se ne morirà «sazio di giorni» seppellito dai suoi figli Isacco e Ismaele finalmente riuniti (Gen 25,9).

La vicenda di Abramo e Dio può essere letta in molti modi. La Bibbia al di là dei risvolti che fanno capo alla fede e che passando per San Paolo e Giacomo sopra citati sono arrivati fino ad oggi, la Legge come una storia di amicizia. Con tutti i suoi toni e variazioni, poiché Abramo rimane un uomo con la sua personalità fatta di limiti e grandezze. Questa famosa storia biblica ci dice che essere amici non è sicuramente una diminuzione o una sottrazione rispetto al rapporto di fede, perché richiama la condiscendenza, la complicità e l’attesa quando, per esempio, un amico è in difficoltà. Non a caso, molto tempo dopo la storia di Abramo in Genesi, una delle più belle espressioni che troviamo nella Scrittura riguardo il rapporto fra l’inviato di Dio, Gesù, e chi lo seguiva fu: «Vi ho chiamato amici» (Gv 15, 15).

dall’Eremo, 17 giugno 2023

 

Note

[1] N. Frye, Great code, Bible and literature, 1981 (trad. it.: Einaudi, 1986)

[2] Il parallelo fra il diluvio e la distruzione di Sodoma è stato colto da molti. Si tratta di distruzioni totali. Solo una famiglia si salva in ambedue i casi. La presenza di rapporti incestuosi nei due racconti, da cui nascono tribù non ebree (Cananei da Cam, figlio di Noè e Moabiti e Ammoniti dalle figlie di Lot).

[3] Anche se è vero, poiché erano figli dello stesso padre, ma di madri diverse.

[4] Ugualmente Noè riceve il comando di fare un’arca di cipresso “per te” (Gen 6, 14)

[5] la radice del nome (zade/chet/qof) con questi sensi, compare 179 volte nella Bibbia di cui 112 volte riferita ad Isacco in Genesi

[6] Marmorini G., Isacco, il figlio imperfetto, Claudiana 2018; Baharier H., La Genesi spiegata da mia figlia, Milano 2015

[7] Nd.R. Midrash, dall’ebraico מדרש, termine che indica un metodo di esegesi biblica della tradizione ebraica

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