Il Santo Padre Francesco «eretico» e «apostata». E se fosse un provvidenziale “pifferaio magico”?

Rispondono i Padri de L’Isola di Patmos

IL SANTO PADRE FRANCESCO «ERETICO» E «APOSTATA». E SE FOSSE UN PROVVIDENZIALE PIFFERAIO MAGICO ?

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Non si ha memoria storica di un Sommo Pontefice che come quello regnante sia stato bollato come “eretico” e “apostata” da un numero di cattolici affatto irrilevante e non riconducibili ai soli ambiti degli “integralisti”. Pertanto riteniamo che questo nuovo fenomeno meriti una chiara e onesta risposta sul piano teologico ed ecclesiologico, fornita qui di seguito dai Padri de L’Isola di Patmos in due loro diversi scritti dedicati al delicato tema.

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Capisco bene i Vostri limiti di manovra, dire tuttavia che “il Santo Padre si trova in una «gabbia» nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire …», è francamente poco credibile, considerata la personalità del Santo Padre, che ha oramai al suo fianco chi egli ha voluto. Gli altri sono emarginati. O sbaglio?

Licio Zuliani

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I Reverendi Padri di questa isola che sostengono questa teoria [Ndr. «il Santo Padre si trova in una “gabbia” nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire»], non sanno di aggravare ulteriormente la situazione. Rendono un cattivo servigio che va a discapito della salvezza delle anime. Il dottore privato sta demolendo tutto. Che scandalo la visita sulla tomba del don Milan, addirittura vorrebbe emularlo invitando i sacerdoti a fare lo stesso. Dal 2013 abbiamo una tale quantità di elementi oggettivi (scritti, omelie, discorsi, video) per definirlo un apostata […]. Cari Padri di quest’Isola, abbiate la carità di dire per intero la verità è in gioco la salvezza delle anime di cui voi risponderete dinanzi al tribunale di Dio. Nessuno può essere convinto che il sole sia un granello di sale.

Aquila

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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il compianto Lucio Battisti [Rieti 1943 – Milano 1998], uno dei “mostri sacri” della storia della musica pop italiana, autore del brano Confusione. Per ascoltare cliccare sopra l’immagine

Il problema del Santo Padre Francesco è un problema sostanzialmente morale, cioè è il problema della sua condotta morale e della sua pastorale, non della sua dottrina di Vicario di Cristo. Su questo punto dobbiamo ascoltarlo da buoni cattolici e non fare come i lefebvriani e i luterani, che lo accusano di eresia. È questo, in sostanza, quello che il Padre Ariel ricorda nella sua risposta secca e decisa.

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Il problema del Santo Padre, a comune avviso dei Padri de L’Isola di Patmos, che a questo tema dedicano due diverse risposte, è proprio quello di non avere una forte personalità, ma di essere una persona influenzabile, salvo ad assumere a volte atteggiamenti autoritari, che però colpiscono i deboli e lasciano prosperare i forti.

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Il Santo Padre si trova a doversi misurare con un ambiente modernista molto potente, che è quello che ha spinto il Sommo Pontefice Benedetto XVI a fare atto di rinuncia. Il Papa è accerchiato, circonvenuto e adulato da falsi amici e traditori. La Chiesa ha il nemico in casa, ormai giunto ai più alti posti: pensiamo al caso del Cardinale Gianfranco Ravasi, per il quale i massoni sono nostri «cari fratelli» [cf. QUI, QUI] o del Cardinale Walter Kasper, per il quale il dogma è mutevole, o del Preposito generale della Compagnia di Gesù Arturo Sosa [cf. QUI], per il quale non sappiamo che cosa abbia insegnato Cristo, dato che a quel tempo non esistevano i registratori [cf. QUI], o dell’Arcivescovo Vincenzo Paglia, devoto di Pannella o di Bianchi, per il quale l’omosessualità è un dono di Dio.

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Alberto Melloni è invece convinto che ormai il sacerdozio è finito e che il Papa è alla pari del Patriarca di Costantinopoli [cf. QUI]. I modernisti sono penetrati nelle Facoltà Pontificie, nella Curia Romana e nella stessa Segreteria di Stato. Il Demonio bussa all’ingresso dell’Ospizio Santa Marta travestito da immigrato musulmano. Il Papa è costretto a scegliere i collaboratori tra quelli che di fatto si trova ad avere attorno. Deve fare buon viso a cattivo gioco.

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I modernisti giocano perfidamente la carta della forte capacità che il Papa ha di contatto umano e di comprensione umana, ed avendo in mano i grandi mass-media, diffondono la falsa immagine di un Papa simpaticone, populista e rivoluzionario, “leader della sinistra internazionale” contro Donald Trump, dipinto come odiatore dei poveri immigrati e servo del capitalismo americano, celando alla gente la sua identità di Vicario di Cristo e presentandolo come un modernista o un nuovo Che Guevara. La storia sembra veramente retrocessa al 1968 ed oggi si ha l’impressione di vivere, all’interno della Chiesa, a inizi anni Settanta del Novecento.

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In questa difficilissima situazione di emergenza, sotto questo assalto di forze diaboliche mai successo nella storia della Chiesa, il Papa deve barcamenarsi, deve fare attenzione ad ogni passo che fa, deve in qualche modo adattarsi alla situazione proprio per proteggere il suo ruolo di Romano Pontefice.

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I modernisti infatti hanno capito e favoriscono nel Papa il suo eccessivo affetto per la gente, organizzando delle adunate popolari, circa le quali ci si può chiedere cosa vale questo successo, ossia se esso nasce da una retta interpretazione del ruolo del Papa o forse piuttosto dalla sua semplice carica di umanità. Queste folle, che cosa vedono nel Papa? Il messaggero del Vangelo o il grande conduttore di entusiasmanti spettacoli di folla? Questo dubbio successo, secondo noi, rende il Papa influenzabile e cedevole alla formidabile, danarosa ed astuta pressione modernista.

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Questa incresciosa situazione si trascina sin dai tempi di Paolo VI ed oggi è ancora peggio. Il fatto è pertanto che il Papa non ha i mezzi per difendersi e per difendere la Chiesa dai modernisti. Il Papa deve fare, come si suol dire, buon viso a cattivo gioco. Per questo non ci sentiamo assolutamente di accusare il Papa di favorire gli eretici. E se accusandoci di «non dire tutto», alcuni vorrebbero che noi dicessimo che il Papa è eretico, o peggio ancora apostata, ebbene cavatevelo pure dalla testa, perché ciò ci sarebbe impossibile sia come sacerdoti sia come teologi. Oltre al fatto che dire ciò ― ossia accusare il Pontefice regnante di “eresia” o “apostasia” ―, non sarebbe «dire tutto», come sollecita un nostro Lettore, ma dire invece il falso.

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Nessun problema invece ad affermare che a nostro parere il Santo Padre sia cedevole è troppo accondiscendente, o troppo buono, come si suol dire, mosso dal desiderio di non causare alla Chiesa ulteriori sofferenze e non farle patire nuovi scandali. Se infatti egli rivelasse apertamente le trame di modernisti, accadrebbe nella Chiesa uno scompiglio maggiore di quello che avvenne nel 1943 in Italia con la caduta del Fascismo.

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In tale evenienza drammatica, il Papa potrebbe essere processato e deposto e i modernisti potrebbero eleggere un antipapa, Giovanni XXIV, dietro illuminata proposta di Gianfranco Ravasi e Walter Kasper, offesissimi, nonché di Alberto Melloni e di Andrea Grillo. I lefebvriani, per reazione a questo affronto intollerabile, potrebbero a loro volta eleggere, dietro suggerimento di Antonio Socci, Don Alessandro Minutella e degli Ecc.mi Monsignori Bernard Fallay e Richard Williamson, un altro antipapa, Pio XIII, del loro partito. Così si avrebbero tre Papi, senza contare il quarto, Benedetto XVI, sempre che sia ancora vivo. Frattanto, il deposto Francesco I, beneficiando di un indulto speciale, potrebbe dedicarsi a tempo pieno all’assistenza agli immigrati sull’isola di Lampedusa. Certo, il tutto può sembrare fanta-ecclesiologia, ma non ci siamo poi tanto lontani.

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Pertanto, i fedeli, per non scandalizzarsi del Papa e mancargli del dovuto rispetto come a Vicario di Cristo, devono fare questa lettura di quello che sta succedendo: occorre combattere i modernisti e difendere il Papa, perché se in qualsiasi modo viene attaccato il Papa, come spiega Padre Ariel nel suo commento di risposta che segue: si scardina la pietra che regge l’intera costruzione, con conseguenze non poi così difficili da immaginare …

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da L’Isola di Patmos, 26 giugno 2017

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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un vecchio 45 giri del complesso I Camaleonti: Non c’è niente di nuovo, una canzone che oggi sarebbe adatta da suonare e cantare in diverse chiese cattedrali, al posto dell’inno Ecce sacerdos magnus.  Per ascoltare cliccare sopra l’immagine

I Padri de L’Isola di Patmos sono coscienti della situazione ecclesiale ed ecclesiastica attuale e per questo si guardano dall’andare a scardinare la pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa [cf. Mt 13,16-20], perché sono uomini di fede. Non c’è infatti cosa peggiore che distruggere la casa sulla base del “perché io penso”, “perché io sento”

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I misteri della fede non si fondano sul “io penso”, “io sento”… due presupposti che danno vita ad una “fede” emotiva, immatura e infantile, priva peraltro di una prospettiva fondamentale legata all’azione di grazia dello Spirito Santo che alla fine trasformò, uno spocchioso debole e pauroso come Pietro, in un martire e testimone della fede.

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Se il Pontefice regnante è «apostata», come afferma un nostro Lettore, allo stesso Lettore va ricordato che Pietro, scelto e voluto da Cristo in persona, era molto peggiore di Francesco I. Anche perché Pietro, atto di apostasia dalla fede nel Verbo di Dio incarnato la fece sul serio. Invece, Francesco I, non ha mai rinnegato pubblicamente Cristo e dinanzi al pericolo non s’è dato alla fuga. Pietro invece non solo lo rinnegò pubblicamente, ma lo fece giurando il falso e imprecando: «Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo!”» [Mt 26,69-75].

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Noi non abbiamo mai negati i difetti, le carenze teologiche e la pastorale ambigua e confusa del Santo Padre Francesco, come fanno invece certi pavidi ecclesiastici in carriera, improvvisatisi oggi tutti quanti poveri&profughi. Non abbiamo mai negato i suoi difetti nella stessa misura in cui crediamo nello Spirito Santo «che è Signore e da la vita e procede dal Padre e dal Figlio» [cf. Simbolo di fede], inviato da Cristo alla Chiesa nascente nel giorno di Pentecoste. Pertanto non escludiamo che una persona limitata e ambigua come mostra d’esserlo il Pontefice regnante possa, anche alla fine della sua vita, come accaduto con Pietro, mutarsi in un grande confessore e difensore della fede.

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Di questa prospettiva molti sono purtroppo privi, semplicemente perché non hanno fede nelle azioni di grazia, perché la loro fede si gioca tutta sui clik del “mi piace”, “non mi piace”, perché vivono la Chiesa come un fenomeno socio-politico utile come valvola di sfogo per litigare nel microcosmo del loro cortile, laddove esiste solo nero e bianco, buoni e cattivi, dove si sentenzia “è così e basta“, ma non perché lo stabiliscono i dati oggettivi o le somme verità della fede, ma perché lo stabilisce il “io penso”, “io sento”, che finisce con l’essere il solo vero e oggettivo, il nuovo tragico dogma dell’essere e dell’esistere di molti uomini immersi nel mondo dell’iocentrismo e della auto-referenzialità. La fede è però altra cosa: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1-7].

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Mai cesseremo di rendere grazie al Santo Padre Francesco per avere portato allo scoperto un esercito così fitto e numeroso di cristiani la cui “fede”, di fatto, si basava sul niente. Infatti, al primo colpo di vento sono caduti, urlando in modo concitato ed emotivo «eresia!», «apostasia!», ed ogni altro genere di rabbia verso la Cattedra di Pietro. Ma soprattutto lo ringraziamo per avere portato allo scoperto soggetti di gran lunga più pericolosi, vale a dire tutte quelle frange di cardinali, vescovi e sacerdoti, oltre ad un esercito di teologi eretici in cattedra da alcuni decenni, che sotto i pontificati di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno a lungo lavorato con “ammirevole” pazienza nel nascondimento, dietro le quinte, giocando finché hanno potuto al trasformismo dettato da palesi mire di carriera, il tutto secondo la tecnica tanto acuta quanto pericolosa dei modernisti, che non mancano né di progettualità né di pazienza.

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Nessun problema, da parte mia, a fornire a tal proposito esempi. Figurarsi se io, come esorta a fare lo stesso Sommo Pontefice [vedere QUI], ho paura a «denunciare con nomi e cognomi». Semmai il problema è che il Santo Padre, al di là delle sue parole pronunciate nei predicozzi mattutini, i denunciati con nome e cognome se li tieni tutti attorno come edera avvolta attorno alla Cattedra di Pietro, mentre i pochi che hanno osato denunciare il covo dei serpenti attorno al sacro soglio, sono finiti come sono finiti, a lode e gloria di Dio. Pertanto, il Sommo Pontefice, oltre a essere limitato è purtroppo anche incoerente, perché mostra che tra il suo predicare a colpi di slogan a effetto per la gioia della stampa laicista, ed il suo agire concreto, non c’è corrispondenza.

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All’esortazione racchiusa in questo ennesimo predicozzo mattutino, rispondo offrendo quindi alla Santità di Nostro Signore Gesù Cristo l’Augusto Pontefice felicemente regnante, un nome di alto lignaggio che può valere per molti altri: il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia e oggi Presidente della Conferenza Episcopale Italiana …

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 il Cardinale Bassetti, è riuscito ad andare avanti con quella “furbizia contadina” che induce a dire al padrone ciò che esso desidera sentirsi dire, sino a convincersi che quel semplice colono agisce come un servo davvero fedele nel migliore interesse del padrone e della proprietà. Adesso vedremo in che modo egli ha portata avanti la propria scalata, visto che al Successore di Pietro pare piacciano tanto le «denunce» corredate di «nomi e cognomi» — oltre che di fatti, naturalmente —, alle quali egli ci esorta nei suoi predicozzi mattutini.

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Gualtiero Bassetti, entrato nelle grazie del Cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo metropolita di Firenze, è favorito infine nella sua promozione episcopale. Egli non è mai stato un’aquila teologica né uomo di profonda cultura, cosa che non costituisce in sé e di per sé alcun problema, anzi tutt’altro, conosciamo infatti bene i danni immani recati sotto il pontificato dell’ultimo Giovanni Paolo II dalle infauste infornate di vescovi professori. Va quindi precisato che oggi, il Popolo di Dio e noi stessi ministri in sacris veneriamo dei santi che erano persone di una limitatezza teologica e culturale a volte desolante, ma ciò non ha pregiudicato l’eroicità delle loro virtù, sino a essere canonizzati e proclamati modelli di santità per gli stessi sacerdoti, a partire dal nostro patrono, che con buona pace del Sommo Pontefice e del Cardinale Bassetti, rimane il Santo Curato d’Ars Giovanni Maria Vianney. Pur malgrado, pochi giorni fa, si è assistita alla elevazione del Priore di Barbiana Don Lorenzo Milani a sublime modello di prete per opera della Santità di Nostro Signore Gesù Cristo l’Augusto Pontefice felicemente regnante, al quale l’Enzo Bianchi e l’Alberto Melloni di turno hanno detto in modo diretto o indiretto le due parole magiche dinanzi alle quali Francesco I giunge persino a perdere la ragione, ma soprattutto ogni spirito obbiettivo: «un vero prete dei poveri … un prete degli ultimi … un prete di frontiera sperduto nelle periferie esistenziali …», ed il gioco è stato fatto, a lode dell’eretico di Bose e del politicante non meno eretico della Scuola di Bologna.

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Il futuro vescovo cardinale e presidente della C.E.I Gualtiero Bassetti, con certi santi condivide sicuramente la mediocrità e la limitatezza, non però la eroicità delle virtù e la santità. Ed a parte una giovanile “nomina d’ufficio” a vice-parroco, di fatto ha trascorso tutta la sua vita sacerdotale precedente l’episcopato tra i meandri della curia fiorentina: assistente presso il seminario, poi rettore del seminario minore, poi rettore del seminario maggiore, poi pro-vicario generale … Nel 1994 è nominato vescovo di una piccola ma antica diocesi della Maremma toscana, Massa Marittima, eretta nel V secolo in un angolo di quella splendida terra etrusca e retta dal proto-vescovo Cerbone; una Chiesa particolare nella quale egli, ragionevolmente, avrebbe dovuto raggiungere i suoi 75 anni d’età.

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Sappiamo però bene, ma soprattutto abbiamo sperimentato più volte amaramente sulla nostra pelle sacerdotale, sia nella nostra veste di sottoposti sia nella nostra veste di vittime, che mentre gli uomini di Dio tremano se chiamati a certi incarichi, giacché più son dotati di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio, più si sentono inadeguati, al loro contrario i mediocri che tendono a essere ammantati di esteriore umiltà e sopra i quali i doni dello Spirito Santo rimbalzano all’indietro come palle di gomma su di un muro di cemento, dentro sé stessi non sono mai contenti di quanto di immeritato hanno ottenuto, per questo cercano di supplire a tutti i loro demeriti aspirando ad ottenere sempre di più. Ecco allora che con tutta la fedeltà tipica dello sposo amorevole e devoto, Gualtiero Bassetti lascia solo dopo quattro anni, nel 1998, la diocesi di Massa Marittima, per divenire vescovo della Diocesi di Arezzo, che per estensione territoriale e numero di presbiteri è la seconda diocesi più grande della Toscana. Ovviamente — ci mancherebbe altro! —, questi soggetti sono adusi rivolgersi dalla loro cattedra episcopale al clero ed ai fedeli con la lacrima da teatro d’arte drammatica all’occhio, pronunciando la fatidica frase che … «mio malgrado, diletti figli e figlie amatissime, il Santo Padre mi ha comandato, ed io ubbidisco» …

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… ma anche una sposa come la Chiesa di Arezzo non era all’altezza di cotanto marito, proprio come quei mariti vicini ai sessant’anni che una volta ben piazzatisi nella società come professionisti o imprenditori e fatto un certo gruzzolo di soldi, per prima cosa lasciano la moglie a dibattersi con i problemi della sua menopausa e si prendono come fidanzata una ragazza di 25 anni che potrebbe essere loro figlia, la quale si unisce a loro per amore, solo ed esclusivamente per profonda passione d’amore. In questo caso, lo sposo devoto Gualtiero Bassetti, lascia la sposa aretina per divenire Arcivescovo metropolita di Perugia. E, per la seconda volta, ripete la rappresentazione d’arte drammatica di rito, con l’annuncio dato dalla cattedra episcopale di Arezzo: «mio malgrado, il Santo Padre mi ha comandato, ed io ubbidisco».

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È veramente insolito che nel corso dell’ultimo ventennio, dinanzi a questi comandi dati dal Santo Padre, che semmai non conosceva neppure l’esistenza, il nome e l’ubicazione geografica di certe piccole e medie diocesi d’Italia, ma che pur malgrado comandava e manco a dirsi offriva per la terza volta allo sposo una sposa più “ricca” e “bella” … mai, dico mai, uno solo di questi “mariti fedifraghi” che abbia risposto: «Beatissimo Padre, ho già cambiato ben due spose, pertanto vi supplico: lasciatemi sposo della mia sposa. Non assegnatemi per la terza volta ad una nuova e più grande diocesi». Nessuno sposo fedele ha invece agito a questo modo, in un episcopato che pare favorevole al divorzio e alle seconde e terze nozze con spose più allettanti. Comprensibile il motivo: perché tutti sono di rigore degli indefessi obbedienti quando si tratta di passare da una piccola a una media diocesi, poi da una media diocesi a una grande sede storica che beneficia del pallio metropolitano. Insomma, se un ometto, in prime nozze, ha avuto il colpo di grazia di sposare la figlia di un barone di provincia, poi in seconde nozze la figlia di un conte di città, può essere forse così sciocco da non accettare di lasciare la seconda per prendersi come terza moglie la figlia di un principe che vive nella capitale? In fondo, nei cammini pastorali della fede — perché qui è di pura fede che si tratta, intendiamoci! —, bisogna da una parte puntare sempre più in alto, dall’altra puntare al duc in altum, ossia prendere il largo, ce lo insegna Cristo stesso nel Vangelo della pesca miracolosa, anzi lo comanda proprio Egli stesso a Pietro: «Prendi il largo» [Lc 5,1-11]. Resta però un dubbio: Cristo Signore, a Pietro, lo fece capo dei pescatori di uomini, o capo di un gruppo di pescatori di mogli sempre più altolocate?

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Per inciso sia chiaro, è legittimo, anzi a volte auspicabile che a certe grandi sedi metropolitane siano assegnati dei vescovi che hanno già maturata esperienza pastorale, cosa che in rari casi avveniva anche in passato, quando pure un vescovo, una volta eletto a una sede, era inamovibile sino alla morte. Ma si tratta, appunto, di casi molto rari. Per esempio, in Italia, dove abbiamo oltre duecento diocesi, le grandi sedi che potrebbero richiedere un vescovo con esperienza pastorale già maturata, saranno più o meno dieci: Palermo, Napoli, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino … E qui faccio nuovamente notare che mentre la Diocesi di Arezzo, più grande ed estesa dell’Arcidiocesi umbra, ha 245 parrocchie e un presbiterio formato da 270 sacerdoti tra secolari e regolari, l’Arcidiocesi di Perugia ha 155 parrocchie e  un clero composto da 190 sacerdoti, tra secolari e regolari. Però, quello di Perugia, è un arcivescovo metropolita, mentre quella di Arezzo, sebbene diocesi di maggiori proporzioni come parrocchie, clero ed estensione territoriale, è una diocesi suffraganea della sede metropolitana di Firenze. E proprio in quel di Firenze, città che al futuro cardinale iper-bergogliano ha dato i natali, dinanzi a certe figure si è soliti motteggiare: «Eh, ti conosco, mascherina …». 

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Il Cardinale Gualtiero Bassetti è un paradigma per un motivo che adesso illustro sul finire: sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, tutti ricordano questo personaggio, a Massa Marittima prima e ad Arezzo in seguito, come un pubblico difensore della famiglia e dei valori non negoziabili. Sotto il pontificato di Benedetto XVI, tutti lo ricordano a Perugia come un pubblico difensore della ortodossia teologica e della buona liturgia. Sotto il pontificato di Francesco I, tutti lo stiamo vedendo, nel suo nuovo ruolo di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, come un uomo tutto poveri, profughi e jus soli. Ecco, mi domandavo se per caso, i grandi padri del Diritto Romano, oltre al jus soli, non abbiamo anche coniato l’istituto giuridico del … jus sòla.

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Forse, quella lingua biforcuta di Pietro l’Aretino, dinanzi al quale Giovanni Boccaccio era pressoché una “timida educanda”, avrebbe esordito con qualche sonetto più o meno a questo modo … « perlomeno le baldracche cambian clienti, ma eziandio restan sempre se stesse, allo contrario d’altri, che mutan invece vezzi e forme secondo le diverse esigenze di lor novi clienti ».

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Come capite, stiamo parlando di persone non solo prive di coerenza, ma prive di comune senso del ridicolo, convinte che il Popolo di Dio sia formato di poveri beoti incapaci di cogliere, capire e analizzare. Non c’è problema, perché capiranno, volenti o nolenti, vuoi per obbligo vuoi in modo forzato, quando giungendo un giorno parati a festa nella piazza della loro chiesa cattedrale si sentiranno strillare da una turba inferocita: «buffoni, buffoni!». E da questa eventualità tutt’altro che fantascientifica e remota, oggi io vi dico — o se mi permettete “vi profeto” — che non siamo affatto lontani. E siccome, di questo, sono in cuor loro consapevoli anche diversi episcopetti e cardinaletti, potete ben capire come mai, dinanzi a questioni morali e sociali di inaudita gravità, hanno piegato il capo e calato il silenzio sul matrimonio tra coppie omosessuali, sugli ennesimi colpi dati al poco che resta della famiglia, sulle forme ideologiche violente di un laicismo sempre più aggressivo verso ogni sentimento cristiano, sulla dittatura del gender, sulle azioni da polizia repressiva della gaystapo e via dicendo, perché da una parte non hanno il virile coraggio, dall’altra vivono col terrore di perdere il loro potere sociale ed economico, che presto però perderanno, perché il conto alla rovescia è iniziato sin dagli inizi di questo nuovo millennio, ed oggi siamo ormai agli sgoccioli degli ultimi grani di sabbia della clessidra. Vogliamo capirla o no, che a breve, in Europa saremo messi fuorilegge, mentre il miope episcopato italiano si scalda in seno la pericolosa serpe islamica che domani metterà le nostre teste nei campanili al posto dei batacchi delle campane? È che le teste saranno le nostre, non quelle di Gualtiero Bassetti e di Nunzio Galantino, loro saranno frattanto emigrati in Svizzera, dove seguiteranno a parlare di accoglienza sulla nostra pelle e sul nostro sangue, seguitando a garantire che l’Islam è una religione di pace.

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O pensate che l’episcopato italiano si sia prostituito sino a lisciare il pelo a quel demonio incarnato di Marco Pannella per pura carità cristiana? Suvvia, mica siamo bambini! Se hanno chinato il capo dinanzi al padre delle leggi sull’aborto, sulle unioni civili, sul matrimonio gay, nonché ideologo indefesso della cultura omosessualista, del gender, dell’eutanasia, delle sperimentazioni genetiche, degli uteri in affitto … è stato solo per un semplice motivo: con un Pontefice che da una parte ha dato inizio al proprio pontificato invocando una Chiesa povera per i poveri [cf. QUI], una forte crisi economica in corso, ed al contempo una caduta libera in corso della credibilità del clero, vessato da scandali morali ed economici senza precedenti, in siffatta situazione all’indemoniato Marco Pannella sarebbe bastato solo mezzo fischio per segnare un trionfo elettorale senza precedenti chiamando alle urne gli italiani per un referendum popolare sulla abolizione del tributo dell’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica; ed i primi a votare a favore sarebbero stati molti cattolici. Proprio così … l’episcopato italiano si è svenduto come Esaù svendette la primogenitura per un piatto di lenticchie [Gen 12,50] …

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… e per la prima volta, attorno alla Cattedra di Pietro, si sono visti volteggiare degli accoliti di Satana come Marco Pannella ed Emma Bonino, colei che tutt’oggi chiama l’aborto «grande conquista sociale degna di un Paese civile», mentre il Pontefice che sogna una Chiesa povera per i poveri, non esitava ad accoglierla ripetutamente — cosa invece più volte negata a quattro pii cardinali —, ed a definirla «una grande d’Italia», assieme al comunista ateo e anticlericale Giorgio Napolitano [cf. QUI]. E qui facciamo notare per inciso che il grande ateo e comunista italiano Giorgio Napolitano, rivolse nel suo discorso ufficiale queste parole al Romano Pontefice:

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«Ci ha colpito l’assenza di ogni dogmatismo, la presa di distanze da “posizioni non sfiorate da un margine di incertezza”, il richiamo a quel “lasciare spazio al dubbio” proprio delle “grandi guide del popolo di Dio”» [testo del discorso, QUI].

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Che tradotto vuol dire: finalmente, un Pontefice che non parla dei dogmi della fede, o del fatto che certi temi non sono negoziabili da parte della morale cattolica, come per esempio il valore e la tutela della vita umana sin dal momento del concepimento e via dicendo. Segue poi un discorso improntato sul relativismo, l’antropocentrismo e via dicendo, dietro al quale non è difficile individuare, per noi addetti ai lavori, la mano di certi teologi, o meglio di qualche nota scuola teologica italiana, i cui fondatori frequentarono fin troppo la politica ed il palazzi politici …

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Ah, la Chiesa povera per i poveri! Speriamo che domani la gente non ci prenda a colpi di spranga per la strada, quando tra non molto scapperanno fuori i raggiri di vari preti trafficoni che dalla sera alla mattina hanno messo in piedi centri di accoglienza per “profughi”, gestendo da una parte grosse somme di danaro e dall’altra donando qualche appartamento agli amati nipoti. Cosa accadrà, per la mancanza di vigilanza delle nostre «guide cieche» [cf. Mt 23,16], quando saranno denunciate svariate Onlus fondate da preti per i più disparati scopi benefici, sociali e assistenziali, ivi inclusa persino una benemerita associazione per la lotta contro la pedofilia, ed il tutto specie nel Meridione d’Italia, quando si scoprirà che queste “pie fondazioni” non hanno mai presentato un bilancio, che ricevono finanziamenti generosi da vari enti statali ed europei, pur avendo dei consigli d’associazione “segretissimi” formati tutti quanti da fratelli, sorelle, nipoti e cugini, nessuno dei quali ha semmai un lavoro, ma vivono come suol dirsi alla grande sul gran mercato della “carità”? E cosa accadrà quando si scoprirà che grazie ai “profughi”, diverse strutture della Caritas, soprattutto da Napoli in giù, lungi dal beneficiare al novanta per cento di volontari gratis et amor Dei, hanno risolto certi problemi di disoccupazione, o più facilmente di carente voglia di lavoro, garantendo uno stipendio a fratelli, sorelle, nipoti, cugini, amici e … persino “fidanzati” di certi preti? 

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Torniamo quindi ai vescovi ed ai cardinali del nostro discorso in questione, che forse è meglio …

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Anche il Cardinale Giuseppe Betori, attuale Arcivescovo metropolita di Firenze, è stato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, a partire da quand’era Segretario generale della C.E.I. sotto la presidenza del Cardinale Camillo Ruini, un difensore della famiglia e dei valori non negoziabili; in seguito, come vescovo diocesano e come cardinale, sotto il pontificato di Benedetto XVI è stato un difensore della ortodossia teologica e della buona liturgia. La differenza che però corre tra il Cardinale Giuseppe Betori e il Cardinale Gualtiero Bassetti, è che il primo, memore di ciò che pensavano sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI, ed ancor prima di loro Paolo VI e Giovanni XXIII, s’è ben guardato dal beatificare Don Lorenzo Milani, anzi ha dichiarato «per me non è santo» [cf. QUI, QUI], ed in tal modo è rimasto in coscienza se stesso dinanzi al mondo e alla storia. Tutt’altra pasta il Cardinale Gualtiero Bassetti, che cambiata non natura, ma cambiato semplicemente cliente, si è immediatamente adeguato dichiarando «per me è santo», mostrando in tal modo il proprio sé stesso nella miracolosa evoluzione dei tempi [cf. QUI, vedere video QUI], il cosiddetto … jus sòla.

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In conclusione ribadisco che al Santo Padre Francesco noi dobbiamo profonda gratitudine, perché come il pifferaio magico di Hamelin ha portato allo scoperto tutti questi topi; e qui permettetemi di dirvi che, questa analisi, non l’ho fatta adesso, ma quattro anni fa, dopo appena tre mesi di pontificato [vedere QUI]. E noi, dopo l’opera straordinaria del pifferaio magico, i topi li condurremo tutti a gettarsi nelle acque del fiume. Perché domani, queste persone paralizzate nel potere presente, certe che questo presente è una sorta di motore immobile che non passerà mai, prive come tali di una prospettiva escatologica futura perché paralizzate nel tutto e subito, nell’immediato, non potranno più in alcun modo riciclarsi sul carro del nuovo condottiero, cosa di cui dovremo rendere profonde grazie al Sommo Pontefice Francesco I, per sempre. In caso contrario, dinanzi a qualsiasi tentativo di gattopardesco riciclaggio clericale, per noi sarà un cosiddetto gioco da ragazzi, ricordare a tutti costoro come hanno vissuto e con quale piaggeria hanno agito sotto questo pontificato, pur di ottenere cariche ecclesiastiche e benefici d’ogni genere al merito dei poveri, dei profughi e delle periferie esistenziali. Infine sarà nostra cristiana missione “tagliar loro le teste”, a partire da quella del Cardinale Gualtiero Bassetti, uno dei diversi ai quali, casomai fosse stata eretta nell’Urbe, avrebbero dovuto dare come titolo cardinalizio quello della Chiesa di Santa Maria del Camaleonte. Perché costui, domani, come prova ampiamente la sua vita vissuta, al minimo cambio di vento non esiterebbe a presentarsi in pubblico con sette metri di cappa magna ed a dichiarare che i crociati salvarono intere popolazioni dagli attacchi dei musulmani e che pertanto vanno venerati come autentici difensori della fede. Ma soprattutto, al primo cambio di vento, non esiterebbe a dichiarare che andrebbero ripristinati i sani e santi metodi della vecchia inquisizione per procedere ad ardere al rogo Enzo Bianchi e Alberto Melloni.

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Che la Chiesa fosse santa e meretrice, questo lo afferma il Santo vescovo e dottore Ambrogio, ma dicendo ciò in un proprio sermone [casta meretrix, in Lucam III, 23], egli si rifaceva alla letteratura dell’Antico Testamento ed in particolare all’episodio della prostituta di Rahab che aiutò a Gerico gli israeliti come una «meretrice casta», che «molti amanti frequentano per le attrattive dell’amore ma senza la contaminazione della colpa». In modo contrario, personaggi come Gualtiero Bassetti e affini, hanno mutata invece la Chiesa in una baldracca che va dove tira il vento; e questo è tutt’altra cosa, rispetto al casto meretricio. O per dirla con il Reverendo Prof. Joseph Ratzinger, ciò vuol dire mutare la Santa Chiesa di Cristo «in una struttura di peccato» [cf. Introduzione al Cristianesimo, ed 1968], con buona pace del pretesto dei poveri, dei profughi, delle periferie esistenziali e dei tanti preti improvvisatisi oggi di strada, di frontiera e di periferia, per seguire con tutti gli stereotipi da Repubblica delle Banane sudamericana degli anni Settanta oggi in gran voga, sui quali molti stanno facendo folgoranti e dannose carriere ecclesiastiche, senza che l’Augusto Inquilino di Santa Marta si renda conto dei danni che sta favorendo, ma soprattutto di ciò di cui in futuro dovrà rispondere a Cristo, che gli ha affidata la propria Santa Sposa, non una ideale e idealizzata villas de las miseria

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Nonostante tutto questo, noi crediamo con fede profonda e certa che quello del Sommo Pontefice Francesco I, per opera di grazia dello Spirito Santo, finirà con l’essere e col risultare a posteriori un pontificato che come pochi altri avrà reso grande servizio e grande bene alla Chiesa di Cristo per il suo futuro.

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Nel maggio 2016, quando ancora nessuno poteva immaginare certi eventi presenti, per sincera onestà intellettuale reputai opportuno indirizzare queste parole al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, verso il quale fui durissimo nel 2013 in occasione del funerale porcino del presbìtero Andrea Gallo:

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«Eminentissimo Padre Cardinale, non passerà molto tempo che noi, con la morte nel cuore e le lacrime agli occhi risogneremo i tempi recenti nei quali avevamo come punto di riferimento e modelli di equilibrio pastorale uomini straordinari come lei. Domani noi vivremo nel vostro ricordo e sentiremo in modo drammatico la vostra mancanza. E quelli che, come il sottoscritto, in alcuni momenti vi hanno trattati con severità, si pentiranno − ma se è per questo io sono già pentito – d’esser stati severi con voi e renderanno la vostra vecchiaia meno sofferente venendovi a baciare la mano e dicendovi con profonda devozione che in verità voi eravate degli autentici Padri della Chiesa; e ve lo diremo sinceri e convinti dopo avere provato il peggio del peggio che sulla nostra pelle di presbìteri fedeli alla Santa Chiesa di Cristo e alla sua dottrina si sta ormai preparando» [l’intero articolo è leggibile QUI].

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Io non sono mai saltato sul carro del vincitore, basti dire che ho vissuto anni di formazione sacerdotale a Roma e poi altri anni a seguire di sacerdozio nella Diocesi del Sommo Pontefice, senza mai avere visto una sola volta da vicino né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI né Francesco I. Anche perché non ho mai cercato di avvicinarli, persino quando più e più volte ho prestato servizio liturgico ai pontificali di Benedetto XVI. E perché mai avrei dovuto? Menziono tutti i giorni il Sommo Pontefice nel canone della Santa Messa, cosa questa che basta a loro e basta a me. Semmai, io mi avvicino a coloro che dal gran carro sono scesi, cessando alla loro discesa di essere delle stelle, ed oggi nessuno li cerca, forse nemmeno li ricorda, a partire dai giornalisti che li inseguivano come segugi. A quelli io sono da sempre vicino, nella loro solitudine e nel loro cammino; ed è lì che nascono le più belle relazioni, quando il rapporto tra colui che avvicina e colui che si lascia avvicinare, è caratterizzato dalla totale mancanza di qualsiasi genere di interesse, non certo dalla speranza di finire in una terna per una nomina episcopale.

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Ciò premesso concludo: su queste parole scritte oltre un anno fa al Cardinale Angelo Bagnasco, c’è forse qualcuno che oggi intende darmi torto, sia dinanzi al nuovo episcopato italiano, sia dinanzi alla nuova presidenza della C.E.I, che mi suona tanto come la nuova presidenza del jus sòla  sul carro del gran carnevale di Rio de Janeiro?

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da L’Isola di Patmos, 26 giugno 2017

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Cari Lettori,

L’Isola di Patmos è ripiena di Spirito ma non vive di solo spirito, ed il mantenimento del sito che ospita questo osservatorio, questa rivista, ha dei costi, tra l’altro in aumento. Noi siamo sempre andati avanti grazie alle vostre offerte, di cui vi ringraziamo. La verità ve la offriamo gratis di tutto cuore ed a nostro totale “rischio e pericolo”, però ricordate che lavorarla, confezionarla e diffonderla, purtroppo costa.

Dio ve ne renda merito.

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35 thoughts on “Il Santo Padre Francesco «eretico» e «apostata». E se fosse un provvidenziale “pifferaio magico”?

  1. Dalle premesse realisticamente catastrofiche, alla conclusione, dovremmo denunciare un rotondo e perentorio ” Non Sequitur”. A meno di non metterci in una prospettiva di grande fede, e di affidarci ” In spe contra spem”.

  2. Caro padre Ariel, anche se tu volessi (so benissimo che la tua è una boutade) “… scardinare la pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa…”, forse ci riusciresti?
    Ed anche supposto che fosse volontà del nostro Santo Padre Francesco “… scardinare la pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa… “, forse ci riuscirebbe?

  3. Caro Padre Ariel,

    condivido solo parzialmente la sua riflessione, faccio notare due cose:

    – il paragone tra Pietro e il Santo Padre Francesco mi sembra fuori luogo. Certo Pietro ha tradito Cristo ma non era ancora al momento del fatto “Capo della Chiesa” visto che non esisteva la Chiesa, dovevano compiersi alcuni eventi fondamentali come la Resurrezione e la Pentecoste. Infatti Gesù parla al futuro quando: “..tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ..” Mt16,18

    – Scrive: “…Invece, Francesco I, non ha mai rinnegato pubblicamente Cristo..” anche su questa frase ho delle riserve. La invito a risentire il discorso ai rifugiati del 19 gennaio 2014 dove invita i musulmani ad “andare avanti con la fede(?) ricevuta dai loro padri “.

    Qua c’è un esplicito rinnegamento di Cristo come “Unica Vera Salvezza”, anche se parziale nella forma e indiretto, comunque rimane gravissimo per il Vicario di Cristo. Se non è così allora potrei pensare che anche lei, padre Ariel, dovrebbe usare i stessi termini davanti a dei pagani senza farsi “gravi” problemi di coscienza.

  4. Cari Padri,

    Nel vortice della tempesta, chi regge la barca di Pietro?

    Fors’anche un «pifferaio magico»: un Papa sprovveduto, abilmente circuito da leccacalzini, forse addirittura plagiato … nella gabbia dalla segreteria vaticana.

    Un Papa, molto amato dal mondo, un papa che nei suoi «predicozzi» ha dispensato e dispensa a iosa multiformi offensive definizioni delle pecore del suo (poco amato) gregge (oltre un centinaio secondo chi tiene questo tipo di contabilità…)

    Il collaboratore più affidabile del Papa dovrebbe essere il Card. Müller, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, cioè custode del Depositum Fidei.

    E’ opinione comune che il Papa incontri difficoltà persino sul piano umano nelle relazioni col cardinale, non si tratta solo di diversità di carattere, di forma mentis e studi, di conoscenza della Storia della Chiesa. Sembra che lo soffra e ne abbia quasi timore, perché è ancora vissuto come uomo di Benedetto XVI, da cui lo ha ereditato. Un vaticanista qualche giorno fa riferiva che il Papa non ha accolto l’ennesima accorata esortazione del suo fedele collaboratore – che tante umiliazioni ha dovuto subire per certe intemperanze papali, che con encomiabile accortezza ha saputo svolgere il suo delicatissimo incarico, tenendosi spesso in disparte – circa la ormai inderogabile necessità di rispondere ai Dubia; addirittura avrebbe impedito all’obbediente servitore – il vaticanista dice gli avrebbe espressamente proibito – di pronunciarsi ufficialmente a nome della Congregazione.

    Povero card. Müller, a giorni – il prossimo 2 luglio scade il mandato quinquennale – poi il Papa finalmente, sarà libero – scegliendosi un collaboratore più malleabile ed ossequiente – di volare ancora più alto, senza più timori e remore, per rinnovare finalmente, per lo meno così arriva a scrivere, un giornale argentino:

    https://www.clarin.com/mundo/papa-analiza-cambios-cupula-iglesia-abrir-etapa-renovacion_0_rkZeATqX-.html

    Tante ne abbiamo già viste di simili vicende di uomini e di cose del mondo, tanto appassionanti ma alla fine tutte così terrene …

    Altrettante ne dovremo vivere …

    Vicende e cose per mezzo delle quali siamo messi alla prova e domani quando toccherà a noi: saremo vagliati dal Signore, alcune pecore alla destra … altri i capri alla sinistra …

    Chi regge la barca di Pietro? Fors’anche un «pifferaio magico», poco importa.

    Importa restare fedeli.

    Noi abbiamo ricevuto una promessa: Ma Dio aveva altri progetti.

    Noi abbiamo una sola certezza: Nulla è impossibile a Dio.

    Noi umilmente ripetiamo: Fiat voluntas Dei, nunc et semper.

  5. Con tutto il rispetto per l’opinione sul Santo Padre Francesco espressa dai reverendi padri che scrivono su questo sito, e pur non condividendo gli irrispettosi inviti a dichiarare “eretico” e “apostata” il papa, non posso non dissentire dal vostro ritenerlo semplicemente cedevole e accondiscendente alle pressioni dei modernisti. Molti fedeli (tra i quali io) – e in quanto tali fedeli anche al Santo Padre – hanno la percezione che alcune posizioni discutibili assunte dal pontefice non siano conseguenza di accondiscendenza o di cedevolezza alle pressioni moderniste, ma siano un moto proprio del suo animo e che piuttosto alcuni prelati (sottolineo alcuni), in passato ineccepibili sui temi sensibili in questione, si stiano mostrano cedevoli e accondiscendenti al nuovo corso impresso da Francesco e a cui Francesco sembra credere per intimo convincimento e non per compromesso. Mi dispiace contraddirvi, ma per molti non si tratta di un banale “io sento”, “io penso”, bensì di una percezione.. ossia non di pensiero astratto, ma di dati oggettivi processati dalla nostra facoltà raziocinante. Condivido d’altronde che non potranno essere le accuse di eresia e apostasia a risolvere…

    1. Anche il Papa ha le sue opinioni

      Caro Petrus,

      a qualunque Papa e a qualunque cattolico è consentito avere delle posizioni “discutibili”. Non c’è da allarmarsi né c’è da impressionarsi. L’importante è non mettere in discussione ciò che, per la sua certezza di ragione o di fede, non dev’essere discusso. Esistono invece opinioni legittimamente discutibili. Anzi, caratteristica propria dell’opinione è quella di essere una proposizione discutibile, a causa della sua inevidenza e mancanza di certezza. Questo discutibile, allora, non va respinto, non va soppresso e non va proibito, ma appunto affrontato e discusso, perché dalla discussione e dal confronto può emergere la verità e la certezza.

      Il fenomeno dell’opinare e quindi di formulare una proposizione semplicemente probabile, confutabile, mutevole e discutibile, è un fenomeno normale ed inevitabile della fenomenologia del pensare umano, dovuto in parte alla sua fallibilità, in parte alla sua natura evolutiva. Solo un pensare divino o angelico non conosce l’opinare ed è assoluta certezza ed intuitività. Certo, anche il pensare umano possiede delle certezze assolute di ragione e di fede. Ma pretendere di fare a meno dell’opinione per possedere solo la scienza è un vizio del razionalismo cartesiano, fonte di dogmatismo e di saccenteria.

      A noi piace la certezza e ammiriamo le persone certe di quello che dicono. Ma dobbiamo stare in guardia a non aver fretta di raggiungere la certezza, quando la materia è oscura, intricata o inevidente, per non dar per certo, magari per fare bella figura, quello che non lo è. Ma dobbiamo anche guardarci dal vizio opposto dello scetticismo, per il quale mettiamo in dubbio le verità che non ci piacciono.
      Viceversa, un regolato esercizio dell’opinare è proprio delle persone umili, libere ed intelligenti, pronte a correggersi quando si accorgono di sbagliare. Dubitare di ciò che è dubitabile, discutere di ciò che è discutibile è segno di saggezza e di autentico amore per la verità. Anche un Papa, in quanto uomo fallibile, è soggetto a queste condizioni dell’umano pensare e deve trarne le conseguenze. Nell’opinare, un Papa non fruisce del carisma dell’infallibilità, ma è soggetto come tutti alla possibilità di errare.

      Anzi l’opinare è un delicato esercizio del pensiero, che dev’esser regolato oltre che dalle regole della dialettica, che è l’arte del dialogare, dalla virtù morale della modestia o della prudenza. E anche su questo punto un Papa non è al riparo dal peccato: può accogliere, sostenere o lasciarsi sfuggire opinioni imprudenti ed avventare, per cui è tenuto a correggerle. Può essere cocciuto nell’attaccamento ad opinioni errate e respingere la correzione. Può imporre illegittimamente le proprie opinioni.

      Ciò che nel pensare va respinto è l’erroneo e soprattutto ciò che è certamente erroneo, perché ciò che lo è solo probabilmente, ciò che non si è dimostrato essere erroneo, dev’essere lasciato in circolazione, perchè ciò che appare o sembra solo erroneo, ad una maggiore verifica, può risultare vero. Oppure può capitare che ciò che sembra erroneo, ad una più accurata verifica, lo è veramente.

      Se nell’opinare c’è il rischio del dogmatismo o, come si dice, del “fondamentalismo”, dovuto alla presunzione, all’intolleranza ed all’aggressività, c’è anche il rischio opposto di ridurre ogni pensare all’opinare, sicché per una falsa modestia, per opportunismo e con la scusa di evitare il dogmatismo, ogni idea, compresi le verità di fede e i dogmi, diventa discutibile, incerta, soggettiva, rivedibile e mutevole. È interessante come proprio i teorici del relativismo, trombettieri del “dialogo” e del “rispetto per il diverso”, sono poi i più assolutisti ed intolleranti nei confronti di chi smaschera la loro menzogna.

      Lei ha già capito che un Papa, in quanto infallibile custode della verità di fede, non può cadere in questo difetto. Non può ridurre la fede ad opinione, la verità all’apparenza, il certo all’incerto, l’immutabile al mutevole, l’oggettivo al soggettivo, l’eterno al temporale, l’indiscutibile al discutibile, l’irrinunciabile al rinunciabile, il non negoziabile al barattabile. Egli può avere opinioni discutibili in tutti i campi, esclusa la materia di fede. Non può ridurre la roccia alla sabbia, il robusto al fragile, il corruttibile al corruttibile, egli che è la “pietra” sulla quale Cristo edifica la sua Chiesa.

      Se non ci è lecito dissentire dall’insegnamento dogmatico del Papa, come fanno i modernisti e certi cosiddetti “collaboratori”, ci è invece lecito dissentire da certe sue opinioni, che, come dottore privato in aereo o al twitter possono apparirci discutibili o addirittura erronee.

      È pertanto farneticazione e impostura dei modernisti e stolto allarmismo dei lefevriani la diffusione della calunnia che il Papa non crede al dogma dell’inferno, del peccato originale, della soddisfazione vicaria di Cristo, del valore sacrificale della Messa, della transustanziazione eucaristica, e che si accinga a permettere la communicatio in sacris con i luterani, a legalizzare il divorzio, la sodomia e gli anticoncezionali, ad autorizzare la Comunione a chi è un in stato di peccato mortale, ad ammettere le donne al sacerdozio ministeriale, mentre considererebbe superata la condanna delle eresie di Lutero pronunciata da Leone X e dal Concilio di Trento.

      Il Papa, poi, se non può apportare mutamento al dogma, può fare cambiamenti nelle leggi ecclesiastiche e canoniche, nonché nelle direttive liturgiche e pastorali contingenti, dove egli può cambiare quello che ha fatto il Papa precedente o il Papa successivo può cambiare a sua volta quello che ha fatto il Papa presente. La fedeltà al dogma non è conservatorismo, ma sacro dovere; il mutare il dogma non è progresso, ma eresia. Avanzare nella storia con la Chiesa non è modernismo, ma sacro dovere. Assolutizzare le leggi contingenti della Chiesa non è cattolicesimo, ma ideologia.

      Sarebbe quindi dar prova di indiscreto conservatorismo, se si volesse restare attaccati a norme del Papa precedente, così come è tipico dell’indisciplina e di un falso profetismo modernista disobbedire alle leggi vigenti e presumere arbitrariamente di poter anticipare i tempi prima che il Papa si sia pronunciato.

      Ricordiamoci infine che il modernismo è un’eresia, per cui il sospettare che il Papa ceda al modernismo è come accusarlo di eresia. Quello che si può dire è che ogni tanto gli capita di usare espressioni che sanno di modernismo o di luteranesimo, che possono essere interpretate in senso modernista o luterano o che vengono slealmente interpretate in quel senso.

      Papa Francesco non sostiene mai apertamente degli errori contro la fede, cosa impensabile. Tuttavia, quello che si può dire è che è troppo preoccupato di non dispiacere ai modernisti e ai luterani, sicché non ricorda mai o quasi mai quelle verità che ad essi non piacciono o che essi trascurano, come per esempio il timor di Dio, l’immutabilità e l’impassibilità divine, la visione beatifica e la vita eterna, il rapporto ragione-fede, il valore dei miracoli, l’opposizione del dogma all’eresia, il primato della contemplazione e dell’amore di Dio sulla misericordia, il valore riparatore della Redenzione e della Messa, la transustanziazione eucaristica, l’autorità del Papa, il primato del Chiesa cattolica sulle altre religioni, la necessità della Chiesa per la salvezza, l’universalità e l’immutabilità dei valori morali, i meriti soprannaturali, i fondamenti metafisici della morale, l’esistenza dei dannati, i castighi divini,

      C’è da osservare ancora che quando il Papa parla, non fa sempre capire se parla autorevolmente o infallibilmente come Papa, ossia come maestro della fede o come dottore privato, come il fallibile uomo Bergoglio. Occorre fare attenzione alla materia che tratta, se di fede o di ragione, ma non è sempre facile. Parla troppo e a braccio, e in tal modo facilmente escono giudizi avventati ed espressioni imprudenti, come quando in aereo, forse sotto l’influsso della stanchezza o preso alla sprovvista, disse che “Lutero era mosso da retta intenzione, non voleva dividere la Chiesa, ma le ha offerto la medicina”.

      È evidente che quando ho detto che il Papa deve rassegnarsi ad accettare e sopportare la pressione modernista e massonica, onde evitare alla Chiesa sofferenze maggiori ed avere un decente spazio di manovra per l’esercizio del suo ministero, non intendevo dire che egli non sia libero di esercitare la sua volontà e che quindi non sia responsabile sia dei lati buoni della sua pastorale, sia dei difetti che gli addebitiamo.

      Dico solo che non dobbiamo estendere tale responsabilità a certe prese di posizione o dichiarazioni scandalose o ereticali di certi suoi collaboratori o millantati “amici”, che, fattisi avanti a forza di raccomandazioni per non dir di peggio, vorrebbero valersi del loro ambiguo rapporto col Papa per far passare le tesi del modernismo o della massoneria.

      I modernisti vorrebbero far passare il Papa come un “rivoluzionario” e un “riformatore”. In realtà sono degli ipocriti adulatori, perché se, veramente volessero la riforma, dovrebbero cominciare col riformare se stessi, cosa della quale non hanno alcuna intenzione, perché essi si considerano le punte avanzate della Chiesa (i sedicenti “progressisti”).

      Il Papa dovrebbe quindi liberarsi da questa palla al piede e sostituirli con pastori buoni, fedeli, timorati di Dio, ortodossi, capaci, pii, dotti, zelanti, fervorosi, amanti della Chiesa ed dediti alla salvezza delle anime. Ma non ne ha la forza; troppi sono gli ostacoli. Troppo pochi e troppo deboli sono i buoni, a volte timidi e paurosi. Bisogna allora ricordare serenamente che anche a Papi santi sfuggono di mano certe situazioni o devono adattarsi per evitare il peggio: Gesù stesso non ha avuto un Giuda tra gli apostoli? E non ha dovuto accettarli nella loro ignoranza e rozzezza?

  6. Dopo aver letto questo articolo -come sempre ben fatto- ho riletto i dubia dei cardinali su Amoris Laetitia; Bergoglio non mi pare accetti la possibilità che la comunione ai divorziati civilmente risposati sia una legge ecclesiastica e, comunque, le affermazioni a mio parere non in linea con la dottrina cattolica sono anche altre. Per quale motivo Francesco non chiarisce? Non vuole o non può? Ma come è possibile lasciare che vescovi diano l’autorizzazione a comunicare persone in situazione irregolare senza incorrere nell’ira divina ? E come pretendere che i fedeli se ne stiano zitti? Ammettiamo che la comunione ai divorziati sia una regola ecclesiastica: ma dove è stata cambiata? Se i vescovi tedeschi o argentini o siciliani cominciassero ad ordinare preti sposati o a celebrare la S.Messa con nuovi riti inventati o altro, dovremmo assolvere il papa solo perché è circondato da cattivissimi collaboratori – che si è scelto lui – e, poverino, non può opporvisi. Pietro ha “rinnegato” Cristo sotto minaccia, ma ha peccato gravemente. Quante volte questo (presunto, a mio parere) pontefice ha rinnegato Cristo, non solo nella dottrina, ma nella prassi pastorale e nei rapporti coi vari principi del cattolicesimo?

    1. Caro Physicus,

      Papa Francesco sa benissimo che la norma che concede o proibisce la Comunione a certe persone è una legge ecclesiastica, perché entra nel potere pastorale che Cristo gli ha concesso di amministrare i sacramenti. Ora, mentre la legge divina – per esempio l’indissolubilità del matrimonio – è talmente obbligatoria, che vi è vincolato il Papa stesso, al contrario, per quanto concerne le leggi ecclesiastiche, un Papa può cambiare quello che ha fatto il precedente. Così, mentre San Giovanni Paolo II proibiva la Comunione ai divorziati risposati, il Papa presente può concederla, mentre un Papa successivo al presente potrebbe reintrodurre la legge di San Giovanni Paolo II.

  7. Caro don Ariel Stefano,

    leggo che alcuni si scandalizzano e rinfacciano ai benemeriti Padri de L’Isola di Patmos di difendere l’indifendibile, col sostenere il Successore di San Pietro e criticare solo certi suoi collaboratori.

    Ma poiché mala tempora currunt sed peiora parantur [andrà molto peggio prima di andare meglio], occorre apologeticamente essere «prudenti come i serpenti e semplici come colombe» [Mt 10,16], a costo di apparire agli occhi di qualcuno financo come poveri allocchi.

    Ritengo quindi che tu, quale iscritto alla Fe.Ca.Ma.Ca. [Fe.derazione Ca.cciatori Ma.remmani Ca.ttolici], nella tua solerte difesa «armata» [cf Ef 6,16–17] della vigna che la destra del Signore degli eserciti ha piantato [cf Sal 80,15], giustamente ti rifiuti di sparare direttamente sul cinghiale del bosco che la devasta e miri invece a colpire i tanti animali selvatici dai quali è circondato [cf Sal 80,14] o, meglio, si circonda.

    La fede cattolica nel primato petrino raccomanda tale tattica venatoria per raggiungere il fine prefisso, cioè proteggere il germoglio che il Signore si è coltivato [cf Sal 80,16]: la Santa Chiesa, nella quale le anime trovano la propria salvezza eterna, mediante la fede saldamente stabilita sulla roccia che è Pietro apostolo e i suoi legittimi successori.

    Occorre imitare quanto già al tempo dell’Antica Alleanza David fece nei confronti di Saul: «Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore» [1Re 24,7].

    Altrimenti: «Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» [Sal 11, 3], che cosa gli rimarrebbe da fare?

    Dai Santi, come la grande Caterina da Siena, ci viene proprio questo esempio: filiale e incrollabile devozione al Pontefice romano, anche se questi nell’esercizio del munus petrinum sia vittima di se stesso o dia ascolto a cattivi consiglieri o dia cattivi insegnamenti [cf Dante Alighieri, Inferno XXVII, 85–132] e ammonirlo alla bisogna, perché se non se ne pentirà in tempo ne pagherà le conseguenze al giudizio di Dio.

    Solo così si possono poi anche a lui cantar chiare, tutte e forti le critiche per la sua condotta di governo.

    Questa è la vera libertà spirituale che distingue i figli adottivi di Dio dai cortigiani, ieri, oggi e per sempre «vil razza dannata».

    Uriele

  8. Ho letto solo ora (e sommariamente) questo doppio articolo e mi rendo conto di aver sbagliato a scrivere un commento in calce a un articolo precedente: sarebbe stato più appropriato scriverlo qui, dove il doppio articolo prende spunto da due commenti di lettori che anch’io ho usato come spunto per il mio.
    Avrei potuto così tener conto anche dei chiarimenti ora forniti dai due reverendi autori sull’oggetto del mio commento (a prima vista direi che sia stato chiarito che avevo ben compreso le motivazioni fideistiche della loro ipotesi ma ciò non me la ha resa più convincente).

    Approfitto per segnalare che la “teoria del pifferaio” non è originale (non che gli autori dei due articoli ne abbiano vantato la primogenitura): personalmente, non con questo bel nome fiabesco (complimenti! 🙂 ) ma di uguale sostanza, l’avevo per la prima volta letta qualche mese fa in un commento di un lettore su un popolare blog italiano sulla Chiesa.

  9. Carissimi Padri,

    ragionare sulla situazione di Santa Madre Chiesa in questo momento è cosa alquanto ardua. Conformarsi alla “massa” che descrive il Santo Padre come un eretico sembra cosa ormai facile, ma ovviamente, senza negare fatti oggettivamente sospetti, è difficile capire cosa succede all’interno del Vaticano.

    Papa Francesco ha manifestato fin da subito l’intenzione di “creare” una Chiesa Cristocentrica che avrebbe dovuto riaccendere la fiamma della Misericordia nel cuore di tutti i Cristiani e magari, pian piano, riavvicinare a Dio qualche pecorella smarrita. Il risultato però fino ad oggi è stato abbastanza deludente, tanto che, stando agli ultimi dati, l’andamento delle vocazioni sacerdotali è calato e di molto (nel 2015 i seminaristi maggiori sono pari a 116.843 unità, contro i 116.939 del 2014, i 118.251 del 2013, i 120.051 del 2012, i 120.616 del 2011 e i 118.990 del 2010) e soprattutto nell’Europa “Cattolica” (e la cosa mi tocca in prima persona visto che, a Dio piacendo, vorrei entrare al più presto in seminario). Un incremento sostanziale si è avuto solamente in Africa. Credo che questi siano dati che dovrebbero far riflettere.

    Probabilmente etichettare il Santo Padre come eretico non è del tutto giusto ma forse non è neanche del tutto giusto definirlo un “pifferaio magico”. La verità credo stia in mezzo: Papa Francesco forse è diviso tra l’idea originale di un rinnovamento sano e genuino e l’obbligo di dover sottostare alle continue pressioni di certi elementi sia del clero che non, i quali spingono per un “rimodernamento” neo-protestante che, a mio parere, non può portare a nulla di buono; e questa “resa” papale ci sta avvicinando sempre più ad una veloce, inquietante e totale (visto che ancora può essere definita “parziale”) scristianizzazione che forse nella storia non avrà eguali. Ma come si dice spesso in questi casi, Dio vuole mettere alla prova il Suo popolo e allora bisogna solamente aspettare e vedere l’evolversi della situazione, con la speranza che la mano Divina possa realmente e in maniera tangibile risollevare la Chiesa da un collasso morale e politico importante.

    Certo è che semmai Papa Francesco dovesse apportare nuove modifiche alla Santa Messa o addirittura alterare in maniera blasfema il reale significato della Transustanziazione (cosa di cui ormai si parla con insistenza) beh, in quel caso non ci sarebbero più scuse né giustificazioni.

    La cosa che preoccupa ancor di più è questo nuovo medioevo sociale e spirituale che vive oggi l’intera società europea che sicuramente è lo specchio della Chiesa moderna. La rotta sembra ormai segnata e la gente pare sempre di più in balìa di questa ondata primitiva di valori materiali e futili che stanno dando origine ad un mondo puerile, in-sensato e spaventosamente cannibale. Il divismo la fa da padrona e il senso della spiritualità è un concetto talmente astratto che anche per chi ha buona volontà è difficile rimanere in piedi.

    Anche la questione Islam nuoce e non poco a tutti noi. È terribile il fatto che diversi giovani di famiglie dichiaratamente Cristiane, decidono di seguire la “moda” del Corano. Forse qui qualcuno nella sede Vaticana dovrebbe cominciare a riflettere un po’ e capire che in questo momento sono troppe le pecorelle che si sono smarrite e che difficilmente saranno recuperate. Ma come sempre: Fiat volùntas Sua!

    1. Caro Luca,

      grazie per il tuo commento.
      Mi limito a darti un consiglio assolutamente non richiesto, che è questo: prima di entrare in un seminario, pensaci bene. E dico pensaci bene perché talvolta, per intraprendere adeguatamente un percorso vocazionale, può essere necessario e opportuno attendere anni, quando il momento storico è così sfavorevole e drammatico.

      L’ho detto e ripetuto più volte, in passato, a diversi ventenni impazienti, che mi rispondevano variamente: « ma io ho la vocazione … io non posso aspettare … io devo diventare prete prima possibile …». E quando facevo a loro presente la situazione a dir poco difficile e soprattutto la non garanzia di una formazione cattolica al sacerdozio data da molti seminari, loro rispondevano che … «l’importante è raggiungere lo scopo».

      I risultati sono stati poi questi:

      1. alcuni, sono entrati e poi usciti dai seminari in profonda crisi di fede ;

      2. altri, hanno deciso di reggere, convinti che «quando poi sarò prete io cambierò le cose», con il risultato che divenuti preti si sono trovati in situazioni talmente ingestibili e soprattutto incancrenite, che dopo soli 6/7 mesi hanno abbandonato il sacerdozio.

      Pero, dovevano «prima possibile», avrebbero «cambiato le cose».

      Tu indichi i dati statistici del calo delle vocazioni, ebbene io ti dico che ci sono dei dati molto più allarmanti, sui quali però nessuno parla, ma te li dico io: è aumentato parecchio il numero degli abbandoni del sacerdozio, nel corso di questi ultimi felici quattro anni. E ad abbandonare il sacerdozio sono stati anche e soprattutto presbìteri con venti/venticinque anni di sacro ministero alle spalle.

      Proprio ieri, leggevo le statistiche di una diocesi della Toscana, dove su sei sacre ordinazioni fatte nel corso degli ultimi sette anni, ben cinque hanno lasciato il sacerdozio.

      Se tu non sei uno di quelli convinti che «quando sarò prete cambierò le cose» e se io posso esserti di qualsiasi utilità, non esitare a scrivermi in privato.

      1. Carissimo Padre Ariel,

        La ringrazio per le sue delucidazioni, avevo sentito qualcosa in merito ma non credevo che la situazione fosse così seria.
        Con vero piacere La contatterò per poter usufruire dei suoi consigli.

        Luca

  10. … un sacerdote con un talento per la scrittura unico. Spesso molto lungo, ma mai banale e sempre preciso nelle sue argomentazioni. Oggi propone questa lettura che merita tutti i circa 20 minuti necessari per leggere attentamente la sua lucida e tagliente analisi della attuale situazione ecclesiale.
    Un carissimo saluto a tutti, e non perdiamo la speranza uniti nella preghiera

  11. Cari Padri, l’ipotesi del “Pifferaio di Hamelin” è suggestiva, più arduo sarebbe convertirla in tesi dimostrabile. In ogni caso si tratta di una favola, leggenda bene che vada. Se poi lo vogliamo anche definire “Magico”, la situazione non può che peggiorare… Però, ripeto, capisco bene che state facendo il massimo, il Padre Cavalcoli ha già recentemente subito ingiustamente il suo (stavo per scrivere che ha già pagato, ma pagato che? di aver detto la verità).
    Giusto: fede, preghiera e speranza.
    Con stima
    Licio

    1. Caro Licio,

      … e quello che ho pagato io, grazie a Dio non è pubblico, ma è rimasto, anche per mia decisa volontà, racchiuso nelle sfere del povero e piccolo mondo ecclesiastico.
      Insomma, come suol dirsi “non ci siamo fatti mancare niente”.
      Ma il servizio alla verità e la salvezza dell’anima, ha un proprio ragionevole prezzo da pagare, che è però poco o niente, dinanzi alla salvezza eterna.

  12. Beh, Massa Marittima era una diocesi difficile anche negli anni Quaranta, figuriamoci che sarà diventata in tempi più vicini a noi.
    Circa l’omelia di papa Francesco citata, è commovente come egli eviti di citare il “me ne frego”, espressione originariamente volgare e sconcia anche se ormai non se ne rende conto più nessuno o quasi. Tuttavia sia lui (che di queste cose non sa niente, gliele hanno raccontate altri, è evidente) sia don Milani stesso non ci hanno capito niente: il “me ne frego” fascista non era “me ne frego degli altri”, bensì “me ne frego della morte”, con riferimento agli arditi della Grande Guerra. A suo modo anche il regime fascista aveva un notorio afflato “sociale”, che terminò appunto con la Repubblica Sociale Italiana. Di più: Mussolini era di estrazione poverissima e ricordò sempre con indignazione gli anni da bambino al convitto salesiano dove gli facevano trovare i vermi nella minestra mentre i convittori di famiglie benestanti mangiavano come si deve. Non basta dunque dire di amare i poveri per vantare meriti.

  13. Invece temo proprio che le Onlus non verranno mai linciate. In Italia è ormai radicata la convinzione che tutti abbiano diritto a soldi pubblici per campare, indipendentemente dal fatto che tali soldi vadano a retribuire un lavoro vero. E’ lo stesso meccanismo per cui le scuole non bocciano più nessuno, sperando così di mantenere iscrizioni e “cattedre”.

  14. In queste ore si sta per compiere l’infanticidio del piccolo Charlie. La Chiesa è totalmente silente. Compreso il Santo Padre. È impossibile che non sappia la notizia e c’è anche una supplica di fedeli perché parli pubblicamente del caso. Non mi viene in mente nessun motivo razionale per cui potrebbe dover starsene zitto. È sempre stato zitto anche nel caso di Asia Bibi, e in quella circostanza si poteva pensare a motivi diplomatici. Non sussistono nel caso della Gran Bretagna. È difficile pensare che i collaboratori gli impediscano di fare qualcosa; è inevitabile supporre piuttosto che la cosa non gli interessi. D’altronde di lui conosciamo solo due espressioni facciali: sghignazzante o truce (quando pontifica contro i rigidi o non si accorge di essere inquadrato). GPII rideva, gioiva, era severo, ma anche soffriva, si vedeva chiaramente che era compartecipe delle sofferenze di Cristo e degli altri. Onestamente l'”amore” per le anime di questo pontificato appare più un freddo trattato di sociologia, stile marxista, dove esistono “classi” sociali (come p.es. gli “scarti”), ma non i singoli come Charlie e i suoi genitori.

  15. Oggi è la Solennità dei Santi Pietro e Paolo Apostoli. Ricordo a tutti, in primis ai Padri dell’Isola, che Papa Francesco, come ogni papa, è dotato del petrino “carisma di verità e di FEDE CHE NON VIENE MAI MENO” [“fidei numquam deficientis”, Pastor Aeternus, IV (Denzinger 3071)], ossia è dottrina definitiva e fatto dogmatico che Papa Francesco è indefettibile nella fede: per quanto possa peccare ed errare, non potrà mai cadere in eresia né tantomeno in apostasia (né ovviamente in scisma, dato che nessuno può insubordinarsi a se stesso). Non è lui a dover rimanere in comunione con noialtri, ma noialtri con lui. Questo i Padri dovrebbero insegnarlo di più e meglio, confutando con logica implacabile ogni posizione avversa (inclusi quei commenti che sul punto sono incerti, quando non di avviso contrario), e dovrebbero ricordarlo al Card. Caffarra, richiamando lui e gli altri 3 al loro grave dovere di professare pubblicamente l’indefettibilità del Papa, per essere fino in fondo leali verso la sua augusta persona e franchi verso tutta la Chiesa, in un momento in cui guardano a loro molti che palesemente non credono a questa verità assolutamente vincolante per chi si professa…

    1. La ringraziamo per la sua dotta lezione e le garantiamo che ci rimetteremo quanto prima a studiare tutti e due i trattati basilari della teologia dogmatica, ed il primo dei due che si rimetterà a studiarli come un seminaretto, sarà l’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli.

      Se lei avesse letto tutto ciò che noi abbiamo scritto nel corso di questi ultimi due anni e mezzo, in difesa del ministero petrino ed anche in difesa del Pontefice regnante che ne è legittimo depositario, non ci avrebbe inviato questo “predicozzo” che qualifica lei e non certo noi.

      E adesso si faccia un bel giro istruttivo nell’archivio de L’Isola di Patmos, prima di scriverci altre ulteriori ed eventuali fesserie, che proprio non le fanno onore.

    2. Se i Padri non lo ritengono inopportuno, avrei una domanda per Maurilio.

      Lei, Maurilio, rimprovera il card. Caffarra, evidentemente per i dubia. Mi spiega dov’è il problema? La modalità operativa dei dubia è una prassi tradizionale della Chiesa. Da quando in qua viene interpretata come una contestazione al Papa? Forse ritiene che siano inutili, perché la posizione del Papa è chiara? Ma allora come spiega che vari vescovi ed intere conferenze episcopali abbiano esplicitamente preso posizioni opposte? Se lei attraversa un ponte sull’Oder, confine tra Germania e Polonia, da una parte certe cose sono lecite e dall’altra no. Ritiene che sia normale? Nella mia ignoranza, mi pare che nel Canone di S. Vincenzo di Lerin ci sia scritto “ubique”. E credo che sia ancora valido il principio di non contraddizione. Non è solo questione di divorziati: ci sono vescovi, che sulla base delle loro interpretazioni della Amoris Laetitia, danno la Comunione anche agli omosessuali, diciamo così, “nell’esercizio delle loro funzioni”. Lei non crede che sia necessario un chiarimento?

  16. Per capire come colui che, per opposti motivi, da destra e da sinistra, viene dipinto come una specie di “subcomandante Bergoglio”, sia in realtà intimamente lontano da ogni modernismo, basterebbe leggere questi suoi due interventi recenti:
    http://www.famigliacristiana.it/articolo/il-papa-se-il-matrimonio-non-e-per-sempre-e-meglio-non-sposarsi/393940.aspx
    https://www.avvenire.it/papa/pagine/santi-pietro-e-paolo
    Sono discorsi inattuali, coraggiosi, vigorosi, non di facciata. Nonostante i suoi limiti culturali e le sue fissazioni più “peroniste” che cristiane per i poveri, è strano che la sua stessa tempra non gli abbia ancora rivelato quanto essa sia diversa da quella di coloro di cui si circonda.

    1. Per quello che ne so io, correggimi se sbaglio, che il matrimonio sia indissolubile l’ha detto Cristo: sono forse “discorsi inattuali, coraggiosi, vigorosi, non di facciata” ripetere quanto affermato nei Vangeli o è il “minimo sindacale” che ci si può aspettare dal successore di Pietro?

      1. Il Santo Padre ha ribadito in tutti i modi la indissolubilità del matrimonio e la sua natura sacramentale.
        Ciò che proprio non si riesce a far capire a molte persone e che molte persone si ostinano a non capire e se gli viene spiegato con tutti i criteri teologici del caso a quel punto rifiutano la spiegazione, è che la “indissolubilità del matrimonio” e la “comunione ai divorziati risposati” sono due temi e problemi diversi.

        Abbiamo spiegato in tutti i modi e con tutti i criteri dottrinali, ma a quanto pare inutilmente, che la proibizione della Comunione ai divorziati risposati non è un dogma della fede cattolica ma una disciplina ecclesiastica, nata dalla prudenza e dalla sapienza pastorale della Chiesa; disciplina che ci auspichiamo venga mantenuta, soprattutto oggi. Non possiamo però negare che il Sommo Pontefice, se volesse, avrebbe piena e legittima facoltà di mutare questa disciplina, senza che nessuno possa urlare all’eresia, all’apostasia, alla violazione del dogma di fede.
        La disciplina non l’ha affatto mutata, anzi di fatto la Amoris Laetitia riconferma la disciplina di San Giovanni Paolo II, però, alcune espressioni ambigue, hanno aperto le porte sulla situazione di confusione che oggi abbiamo sotto gli occhi.

        Ogni volta che abbiamo spiegato tutto questo, ci sono giunti numerosi messaggi di persone che ci spiegavano la loro confusa idea di teologia dogmatica e di dogmatica sacramentaria, dicendoci in modo più o meno esplicito o implicito che noi avevamo “sbagliato mestiere”, perché le cose stavano in verità come sostenevano loro, ed il tutto anche se buona parte di queste persone sarebbero cadute come pere dinanzi alle domande più elementari del Catechismo di San Pio X sulla dottrina cattolica predisposte per la preparazione dei bambini alla Prima Comunione.

        Il problema è che un numero sempre più alto di persone si rifiuta di ascoltare e se vengono date loro spiegazioni, reagiscono o talvolta aggrediscono dicendo: «no, è come dico io».

        Pertanto, se da una parte il Cardinale Walter Kasper sostiene la “evoluzione” del dogma, dall’altra, c’è un ben più pericoloso esercito di “teologi praticoni” o di “teologi-fai-da-te” che dopo avere beccato come uccellini da un blog all’altro, si inventano dogmi che non esistono e si arrabbiano pure se due teologi dogmatici dicono loro che il dogma di fede sul no alla Comunione ai divorziati risposati non esiste.

        1. Cavalcoli e Levi di Gualdo appartengono alla categoria più raffinata e più pericolosa della corrente modernista: criticano e condannano il modernismo, ma al tempo stesso ne sposano diversi dei fondamentali errori.
          Se Cristo ha dichiarato dogmaticamente indissolubile il matrimonio, di conseguenza il divieto della Comunione ai divorziati risposati è vincolato a un dogma, quindi questa proibizione è un dogma di conseguenza, e chi dice il contrario nega una verità dogmatica.

          1. Non tutti i divorziati risposati vivono in peccato…
            Non tutti i coniugati regolari vivono in stato di grazia…
            Il Magistero insegna che è conveniente e salutare accostarsi all’Eucarestia in stato di grazia o di peccato?

          2. Caro Andrea,

            il divieto della Comunione ai divorziati risposati è certamente un’applicazione pratica del dogma dell’indissolubilità del matrimonio, ma il dogma potrebbe essere rispettato anche se il Papa concedesse la Comunione in certi casi. E questo perché il divieto della Comunione non discende necessariamente da un dogma morale come un’unica conseguenza logica discende da un dogma speculativo, ma come un’applicazione contingente e quindi variabile e mutevole discende da un principio morale universale.

            Facciamo un esempio di entrambi i casi. Dal dogma della transustanziazione, dogma speculativo, si deduce necessariamente una e una sola conseguenza, e cioè che sotto le specie eucaristiche Cristo è realmente presente. Per questo, il negare questa conseguenza comporta necessariamente la negazione del dogma. Non così avviene quando si tratta di applicare princìpi o dogmi pratici. In questo caso, da un unico principio si possono dedurre conseguenze anche opposte.

            Per esempio, il comandamento del rispetto della vita può richiedere in certi casi il curare il malato e in altri la pena di morte per il criminale. Un caso simile è quello della questione della Comunione ai divorziati risposati, a proposito del quale, fermo restando il valore assoluto dell’indissolubilità del matrimonio, dogma morale, il Papa dimostra nell’Amoris Laetitia che in certi casi non si può escludere che il loro accesso ai Sacramenti possa essere un modo col quale essi rendono omaggio alla dignità del matrimonio, non certo in quanto lo vivono, dato il loro stato concubinario o unione “irregolare”, ma in quanto il loro amore, per quanto difettoso e incline al peccato e non esente dal peccato, tuttavia, può essere sostenuto, almeno ad intervalli, da quella grazia, che raggiunge la sua pienezza nel matrimonio.

          3. A questo proposito faccio notare che nella FC al n. 84 si legge: “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.”
            E rimarco questo: 1) l’accento messo sulla “prassi” all’inizio; 2) Il “peculiare motivo pastorale” addotto: ora, questo peculiare motivo si fonda su ragioni di opportunità (l’indurre in confusione…), ma la presenza di questa ragione di opportunità risulterebbe assurda, e essa sì dottrinalmente confusionaria e fuorviante, se la non ammissione alla comunione, come dice p. Cavalcoli, “discendesse necessariamente da un dogma morale come un’unica conseguenza logica discende da un dogma speculativo.”

            Ciò detto, io penso che “progressisti” in buona fede (e non credo siano mica tanti…) che mirano alla modifica della disciplina in questa materia vadano ad infilarsi in un ginepraio inestricabile. In ogni caso, bisognerebbe mettere efficacemente in chiaro il quadro dottrinale che fa da sfondo a quest’allentamento misericordioso della “legge positiva” della Chiesa, in modo tale che la chiarezza faccia, pedagogicamente, contrappeso al perdono, e ne sia al tempo stesso il presupposto. Si sta muovendo in questa direzione la Chiesa? Per niente, mi pare, col rischio di trasformare l’incontro con la “gente” in quello con lo spirito del mondo.

        2. Non è necessario che si proclami un dogma per sapere che la Comunione non è possibile concederla ai divorziati risposati. Da quando in quà bisogna far presente a due Sacerdoti, benchè sostanzialmente modernisti come Padre Ariel e Padre Cavalcoli, che non è possibile accostarsi alla S Comunione in peccato mortale, non è cosa che sanno persino i bambini al Catechismo? Come è possibile che due come loro che si ritengono teologi mettano in dubbio questa basilare ed elementare Verità?. E’ veramente assurdo ciò che dicono in merito a questa questione. Sò già che mi risponderanno che “non è sempre detto che i divorziati risposati siano in peccato mortale” e qui raggiungiamo il non plus ultra delle eresie non contenti della già precedente menzionata.

          1. Caro Bazzorini,

            come fa Lei a sapere che i divorziati risposati siano sempre in stato di peccato mortale? Il fatto che essi si trovino in uno stato irregolare non ci autorizza a pronunciare quel giudizio, che non può che essere temerario, dato che noi, per poterlo formare con fondatezza o cognizione di causa, dovremmo essere in grado di monitorare i moti intimi della loro coscienza giorno e notte, 24 ore su 24, cosa evidentemente possibile solo a Dio che scruta i cuori e agli interessati.

            Il loro stato irregolare è certamente riprovevole e scandaloso, è una condizione di vita assai pericolosa per la loro anima, costituisce una tentazione continua al peccato; ma dir questo e dire che sono sempre in colpa, ci corre e non è lecito farlo, giacché il passare dalla tendenza al peccato o dal poter peccare all’atto del peccato dipende dl libero arbitrio, dei cui atti noi siamo padroni, libero arbitrio che può sempre rifiutarsi di peccare, così come, se cade, può subito pentirsi, rialzarsi e chiedere perdono a Dio; può quindi sempre recuperare la grazia perduta ed ottenere il perdono richiesto, anche senza la confessione.

            Per questo il Santo Padre nell’Amoris Laetitia, pur riconoscendo l’evidente grave malizia dell’adulterio, ci ricorda che la misericordia di Dio è sempre alla ricerca dei peccatori per indurli al pentimento, per cui non è impossibile che i divorziati risposati, ad intervalli tra un peccato e l’altro, siano in grazia, per cui in linea di principio, una volta che il Papa lo concedesse (nota 351), potrebbero essere ammessi alla Comunione.

      2. Metti insieme contenuto e tono e vedrai che nella Chiesa di oggi sono esattamente quello che ho detto: discorsi inattuali. Inoltre, vi è una bella differenza tra ripetere come un pappagallo o un notaio “ciò che ha detto Cristo” e ribadirlo indirettamente con una visione della vita (e in questo caso particolare del matrimonio) che suona autentica e non presa a prestito. Che poi quando si tratta di stendere encicliche il Papa si faccia irretire nello stile sfatto, logorroico e ambiguo di certa teologia contemporanea nel cui “grigiore” vede un’indizio di misericordia, o non sappia dominare intellettualmente la materia di cui tratta; o che quando parla a braccio gli escano fuori parole variamente interpretabili; quella è un’altra faccenda.

  17. Caro Andrea,

    le spiego la differenza che corre tra il Padre Giovanni Cavalcoli e me, ed uno specialista in chirurgia toracica.

    Se lei si presentasse da un chirurgo e, senza conoscere i rudimenti della anatomia umana e della medicina interna, gli spiegasse anzitutto la sua originale idea di anatomia, poi appresso in che modo egli deve eseguire un intervento chirurgico per un trapianto di polmone, questi … s’incazzerebbe come una iena e la farebbe correre fuori dall’ospedale.

    Padre Giovanni ed io, pur nella stessa situazione, non c’incazziamo e neppure facciamo correre chicchessia “fuori dall’ospedale”, perché abbiamo il cosiddetto … “dovere d’ufficio” della carità cristiana con tutti i relativi “obblighi di deontologia professionale“.

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