Dalla porno-teologia di Avvenire all’ambiguità dei Vescovi argentini che non può produrre chiaro e inequivocabile magistero pontificio

DALLA PORNO-TEOLOGIA DI AVVENIRE ALL’AMBIGUITÀ DEI VESCOVI ARGENTINI CHE NON PUÒ PRODURRE CHIARO E INEQUIVOCABILE MAGISTERO PONTIFICIO

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La pubblicazione della risposta del Romano Pontefice ai vescovi argentini sugli Acta Apostolicae Sedis sta facendo esultare i modernisti, che però non si rendono conto che la questione non è del tutto risolta, perché purtroppo, la sentenza pontificia, per quanto utile e degna di considerazione, non fa ancora piena chiarezza circa la tormentata questione, che è sempre quella: se possono darsi o no dei casi nei quali i divorziati risposati possono essere ammessi alla Confessione e alla Santa Comunione; ma soprattutto quali sono e quali possono essere, questi casi.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

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Giovanni Cavalcoli, O.P. e Ariel S. Levi di Gualdo avevano un certo languorino, ma ecco che dalla riserva delle colonne del quotidiano porno-teologico di Avvenire, gli viene servita, forse in modo provvidenziale, una improvvida antilope …

Su Avvenire è apparso un articolo che tratta il complesso argomento della Comunione per le coppie di divorziati risposati [testo: QUI]. Duole a dirsi, ma nemmeno un gruppo di comari in fila sotto i caschi del parrucchiere in attesa che finisca il tempo di posa per la permanente, tratterebbero in simil modo delle faccende di gossip dopo aver letto un articolo su Novella 2000. Valutino i Lettori quanto ciò sia sconveniente per chiunque è preposto a firmare articoli sull’organo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana.

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Dobbiamo prendere atto che la pericolosità del povero articolista, dovuta perlopiù al modo in cui egli ignora non solo le basi della teologia fondamentale e della morale cattolica, ma anche della storia della Chiesa e del papato, è resa grave proprio dal contenitore in cui le sue parole sono state racchiuse per poi essere lanciate al pubblico. Infatti, che direttamente dal giornale dei Vescovi d’Italia si conceda a siffatto soggetto di confondere i fedeli, è cosa di tal gravità dinanzi alla quale le membra vive del nostro sempre più pavido episcopato non dovrebbero tacere. Perché è proprio sul giornale dei Vescovi d’Italia che l’articolista, riguardo la lettera di risposta scritta ai Vescovi argentini dal Pontefice regnante [lettera in originale e in traduzione: QUI] afferma: «Parole difficilmente equivocabili, che però avevano fatto arricciare il naso ai soliti difensori del tempo che fu».

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Ricordiamo che di questo giornale ormai porno-teologico, è editore la Conferenza Episcopale Italiana. Pertanto ci si aspetterebbe che qualcuno, a partire proprio dal suo Eminentissimo Cardinal Presidente, informasse questo articolista che con simile frase egli s’è fatto pubblica beffa del magistero di tutti i Sommi Pontefici del post-concilio. Sia chiaro: non dei Pontefici del “tremebondo” e forse a suo parere “stagnante” pre-concilio, ma proprio di tutti i Pontefici succedutisi sulla Cattedra del Beato Apostolo Pietro dopo il Concilio Vaticano II. Egli infatti, con questa frase acida sui «difensori del tempo che fu», ha attaccato la dottrina di uomini di Dio che hanno nomi ben precisi: il Beato Pontefice Paolo VI, il Santo Pontefice Giovanni Paolo II, il Venerabile Pontefice Benedetto XVI. Ma forse, per il povero articolista, le beatificazioni e le canonizzazioni, dinanzi a questo pontificato intriso di una santità misericordiosa che non s’era mai vista prima in duemila anni di storia, potrebbero contare di fatto poco o niente. Urge pertanto sia spiegato al povero articolista che quando si beatifica o si canonizza un Pontefice, si tiene anzitutto conto proprio della gran levatura di quel suo magistero del … «tempo che fu». Infatti, il Beato Pontefice Pio IX, non è stato beatificato per avere fatto innalzare gli argini del Tevere e restaurato le fognature, evitando così che durante le piogge i poveri abitanti dell’allora quartiere ultra popolare di Trastevere si trovassero con fiumi di merda per i vicoli. Allo stesso modo, in un eventuale futuro, non sarà proposto per gli onori degli altari il Pontefice regnante per avere fatto installare, nel luminoso tempo presente che è — quello contrapposto dal povero articolista di Avvenire al «tempo che fu» —, i gabinetti e le docce per i barboni sotto il Colonnato del Bernini, meno che mai per avere rilasciato interviste a Eugenio Scalfari, o invitato un figlio di Lucifero come Marco Pannella a «tenere duro», o per avere definita la abortista fiera e impenitente Emma Bonino come «una grande italiana». Perché non solo, tutto questo, non è affatto sommo magistero, perché c’è di più e volendo di peggio: casomai magistero lo fosse, in tal caso, per l’onore della Chiesa di Cristo e per l’onore stesso del sacro ministero petrino, sarebbe bene dimenticarlo quanto prima. Non è invece possibile dimenticare molti solenni atti di magistero del Beato Pontefice Pio IX, non pochi dei quali reggono come pilastri teologici, dottrinali e dogmatici la struttura del Concilio Vaticano II, perché è proprio «dal tempo che fu» che nasce il tempo che è, a prescindere dalle empietà vergata dal povero articolista sul quotidiano pornoteologico della Conferenza Episcopale Italiana, il tutto, ribadiamo, nel totale silenzio pavido dei nostri vescovi.

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Questo articolo vergato da una persona che si manifesta priva delle basilari cognizioni filosofiche, storiche, teologiche e giuridiche, si conclude con questa frase: «Un passo ormai irrinunciabile per togliere Amoris laetitia dal girone delle polemiche sterili e inserirla fruttuosamente nella realtà della vita quotidiana». Affermazione che equivale a dire: per mezzo secolo è stato lecito attaccare il magistero del Beato Pontefice Paolo VI, pubblicargli alle spalle il Catechismo Olandese, contestargli la Humanae vitae e renderlo oggetto di sberleffi in tutte le istituzioni accademiche ecclesiastiche nel Nord dell’Europa; come per anni è stato lecito attaccare il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, contestarlo durante le lezioni tenute nelle università pontificie romane, diffondere manifesti firmati dalla intellighenzia teologica europea. E per inciso sia chiaro: chi ha studiato il magistero di tutti i Sommi Pontefici del post-concilio, sa bene quanto esso sia chiaro, preciso e non passibile di equivoci. Se però le contestazioni mosse dai teologi ai Sommi Predecessori del Pontefice regnante sono state sempre lecite, anche quando erano aggressive, arroganti e persino diffamatorie, come nel caso del Beato Paolo VI che giunse a essere gravemente infamato da un diabolico millantatore, oggi, muovere invece delle lecite perplessità sul modo di fare ambiguo del Santo Padre Francesco e sulla sua mancanza di chiarezza, pare che costituisca una vero e proprio oltraggio al dogma.

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La pubblicazione della risposta del Romano Pontefice ai vescovi argentini sugli Acta Apostolicae Sedis sta facendo esultare i modernisti, che però non si rendono conto che la questione non è del tutto risolta, perché purtroppo, la sentenza pontificia, per quanto utile e degna di considerazione, non fa ancora piena chiarezza circa la tormentata questione, che è sempre quella: se possono darsi o no dei casi nei quali i divorziati risposati possono essere ammessi alla Confessione e alla Santa Comunione; ma soprattutto quali sono e quali possono essere, questi casi. Pertanto, non siamo ancora al Roma locuta, causa finita, come sproloquia il povero articolista, per due semplici motivi: perché non è chiaro il pensiero dei vescovi e perché, per logica conseguenza, non sono chiari i termini nei quali il Romano Pontefice darebbe la sua approvazione dell’interpretazione della Amoris Laetitia fatta dai Vescovi argentini. Infatti, nell’elenco dei «Criteri fondamentali per l’applicazione del capitolo VIII di Amoris laetitia» preparato dai Vescovi argentini, troviamo questi punti problematici, a partire dal primo nel quale essi affermano:

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«non è opportuno parlare di “permesso” per accedere ai sacramenti, ma di processo di discernimento accompagnati da un pastore».

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Evitando adesso di entrare nel tema di questo «accompagnamento» che suona talvolta dolce ed a volte persino sdolcinato e che da tempo ha preso il posto di quella che dovrebbe essere invece la direzione spirituale delle anime, facciamo osservare che affermare: «non è opportuno parlare di permesso», è un’asserzione che non ha senso. Infatti, la questione, è invece proprio questa: sapere se il Romano Pontefice permette o non permette che i divorziati risposati accedano in certi casi alla Santa Comunione Eucaristica. In caso contrario, i Vescovi argentini rischiano di fare harakiri, perché è come se dicessero che il Sommo Pontefice non ha dato il permesso; e difatti noi crediamo sia proprio così, ossia che questo permesso non lo ha mai dato. Dunque?

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Il discernere se certe coppie che vivono in stato di irregolarità possono o non possono fare la Comunione, non è un atto che può essere scisso o contrapposto o sostitutivo del permesso pontificio, ma è un atto legittimo del Pastore solo nella condizione in cui il Romano Pontefice abbia dato il permesso affinché in certi casi essi facciano la Comunione; un permesso che, come adesso dimostreremo, non risulta.

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Al n. 5 e al n. 6 della loro lettera, i Vescovi dell’Argentina dicono che la Amoris laetitia «lascia aperta la possibilità» ― posibilidad ― «di accedere al Sacramento della Riconciliazione». Ebbene, facciamo osservare che l’unico riferimento o aggancio che tale asserzione possa avere alla Amoris laetitia è la nota n. 351, nella quale sono riferite queste parole ai divorziati risposati: «Per certi casi potrebbe essere anche l’aiuto del Sacramento». Parole dinanzi alle quali è doveroso domandarsi: che cosa intendono dire i Vescovi con l’espressione «lascia aperta la possibilità»? La risposta dovrà forse venire dalle parole non poco ambigue di questa nota? In attesa di risposta in tal senso, non possiamo frattanto omettere un ragionevole quesito: dinanzi ad un testo di circa duecento pagine, era proprio necessario inserire una frase così ambigua e sibillina in una nota a fondo di pagina, per trattare un argomento di tale e delicata complessità? Dopo che sono state scritte pagine e pagine di retorica socio-pastorale per indicare e spiegare le tenerezze del rapporto di coppia, può essere che un delicatissimo tema legato alla morale cattolica ed alla disciplina dei Sacramenti finisca con l’essere relegato di straforo in una noticina tutt’altro che chiara a fondo di pagina? Sicuramente, questa nota, potrebbe anche dare l’impressione di costituire un permesso alla Comunione per i divorziati risposati, ma in realtà non è così. In questa nota a fondo di pagina non si esprime una norma attuale, bensì la futuribile possibilità di una norma, come prova la formulazione della frase stessa che è espressa al condizionale. E noi sappiamo bene che una norma valida e vincolante si esprime o con l’indicativo o con l’imperativo, non con il potrebbe essere, peggio che mai con il potrebbe essere si, ma potrebbe essere anche no.

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Quando un legislatore emana una legge con riferimento a casi che fanno eccezione, affinché la legge sia valida, questi casi devono essere precisati, cosa che però non fa la controversa nota a fondo di pagina inserita in un testo di circa duecento pagine. Quindi in essa, il Romano Pontefice, non dice affatto ciò che concede o intende concedere, ma ipotizza solamente ciò che potrebbe concedere. Per adesso egli non dà alcun permesso, dice solo che potrebbe concederlo. Pertanto, se sono valide le precedenti considerazioni, dobbiamo evincere da esse che il Romano Pontefice, affermando che i Vescovi hanno interpretato bene, sembra voler dire in sostanza che egli per adesso il permesso non lo dà, ma potrebbe darlo. Purtroppo però, la cosa, non è affatto chiara, sia perché non è chiaro il pensiero dei Vescovi argentini, sia perché non è chiaro lo stesso Romano Pontefice in quello che dice. Poi, che la Lettera dei vescovi con relativa risposta del Sommo Pontefice sia stata pubblicata sugli Acta Apostolicae Sedis, è un passo avanti nel processo di chiarificazione, ma non affatto sufficiente per far piena chiarezza e dar certezza in una questione così delicata e complessa. Tutt’altro, in questo modo il Romano Pontefice corre il serio rischio di gettarsi in un ginepraio, se non peggio: di finire proprio intrappolato nel filo spinato di una trincea sul fronte di una guerra che purtroppo, lui stesso, ha contribuito prima a scatenare, poi ad alimentare.

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Mentre Avvenire esulta per la penna di un suo galantiniano articolista informando urbi et orbi che la risposta sarebbe agli Atti della Santa Sede e come tale sarebbe magistero, proviamo adesso ad analizzare, in modo oggettivo e imparziale, ciò che di grave è invece accaduto, perché nella concreta realtà dei fatti è accaduto questo: i Vescovi argentini hanno scritto una lettera nella quale avanzano ipotesi interpretative con relative e probabili soluzioni altrettanto ipotetiche riguardo i casi delle coppie cosiddette irregolari ed il loro accesso ai Sacramenti. Il Romano Pontefice, senza assumersi alcuna responsabilità e guardandosi bene dal chiarire la questione con risposte e affermazioni precise, ha risposto che la loro interpretazione è giusta (!?). Se qualcuno non avesse capito questa evidente contorsione giocata tutta sulla fuga dalla assunzione di responsabilità, allora ribadiamo di nuovo: i Vescovi argentini avanzano una ipotesi, il Sommo Pontefice la definisce di fatto una ipotesi giusta, dopodiché, questa ipotesi interpretativa diviene atto di magistero, senza che né i Vescovi argentini né il Sommo Pontefice si siano assunti una responsabilità chiara è diretta dicendo in modo chiaro si o no. Purtroppo, piaccia o non piaccia, le cose si sono svolte di fatto a questo modo; e non crediamo proprio di esserci perduti qualche cosa, o di avere mal compreso.

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Detto questo sfidiamo adesso i migliori storici della Chiesa ed i migliori studiosi della storia della teologia a trovare, in tutta quanta la bimillenaria vita della Chiesa, un solo caso analogo in tutto il precedente magistero, a partire dal Concilio di Nicea fino a giungere al Concilio Vaticano II.

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Non parliamo poi del pericoloso precedente che questo caso rischia di creare, perché da oggi a seguire, qualsiasi gruppo di vescovi in giro per il mondo potrebbe per esempio ipotizzare ― s’intende, sempre a livello puramente ipotetico ―, che andrebbe studiata la possibilità di concedere il Sacro Ordine Sacerdotale alle donne, formulando a tal proposito delle interpretazioni altrettanto ipotetiche. Dopodiché, un Sommo Pontefice, risponde a quei vescovi che l’interpretazione ipotetica è quella giusta. E, fatto questo, potrebbe essere così dichiarata lecita nella prassi ― con sommo gaudio di Avvenire e dei suoi improvvidi articolisti galantiniani ―, in certe condizioni ed in particolari situazioni, la sacra ordinazione sacerdotale delle donne. Il tutto senza che coloro che hanno avanzata l’ipotesi e abbozzata una interpretazione, assieme a colui che al Sommo Grado l’ha dichiarata come l’interpretazione giusta, si sia assunto alcuna responsabilità, ma soprattutto senza che nessuno abbia mai affermato che è lecito consacrare sacerdoti delle donne, quindi rimarrebbe sempre valido, pur con le “donne prete” ordinate di prassi in casi speciali, quanto dichiarato in modo definitivo dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II:

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«dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» [Ordinatio Sacerdotalis, 19. Testo QUI].

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Una dichiarazione che rimarrebbe valida come le disposizioni dettate dallo stesso Santo Pontefice nella sua Familiaris Consortio [cf. n. 84, testo QUI], salvo però essere poi disattese nella prassi pastorale. O forse i capocomici di queste tristi commedie in corso, pensano che nessuno abbia capito a cosa essi mirano? Tristemente e semplicemente, mirano a questo: lasciare la dottrina tal quale, non toccarla, ma svuotarla però di significato, quindi mutarla, se non sovvertirla del tutto, nella cosiddetta prassi pastorale. Insomma, come dire … «fatta la legge trovato l’inganno».

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Le persone così profondamente dissociate dal reale dottrinale e pastorale, sono davvero convinte che nessuno, dinanzi a questi loro giochi fatti con una palla lanciata da un canestro all’altro, colga la penosa essenza di queste cosiddette furberie, che peraltro, a ben pensarci, hanno in sé e di per sé molto di ridicolo, poco di furbo?

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E mentre il tutto avviene, l’episcopato tace sperando in vicini tempi migliori, senza valutare dopo quali irreparabili danni rischiano di giungere dei tempi migliori, semmai giungeranno. Domanda: tra i vari peccati derubricati, per caso, è stato cancellato anche il peccato di omissione? Perché in tal caso bisognerà correggere anche l’atto penitenziale e, durante la Santa Messa, chiedere perdono solo per avere peccato in «pensieri e parole», quindi togliendo di mezzo le omissioni, non altro per salvare l’anima ad un numero considerevole di vescovi.

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Suggerimenti al Sommo Pontefice

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Per venire fuori da questa situazione giocata sulla ambiguità, a nostro modesto parere occorre che il Romano Pontefice, eventualmente in un motu proprio o in un’Esortazione Apostolica o in un’Istruzione affidata alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti, sviluppando quanto ha fatto pubblicare negli Atti della Santa Sede, quindi assumendosi tutte le sue responsabilità, affronti e chiuda la questione con tutta l’ampiezza e la fondatezza che merita, esponendo i princìpi teologici, morali e giuridici che ne stanno alla base, quindi risolvendo e rispondendo alle difficoltà, ai dubbi ed alle obiezioni.

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L’eventuale mutamento della disciplina della Comunione Eucaristica, sarebbe infatti un passo di tale portata storica, da richiedere di essere giustificato da gravi e speciali istanze pastorali, mostrando come un simile mutamento lascerebbe intatti i princìpi morali e dogmatici, ed anzi sarebbe una migliore applicazione degli stessi. Cosa del tutto diversa, invece, sarebbe il lasciare intatti centri princìpi dottrinali sulla carta, mutandoli poi nella prassi pastorale.

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Il Romano Pontefice ha tutta la potestà per fare un passo del genere, ma deve farlo con un impegno molto maggiore, con circospezione e prudenza canonistica, con competenza storica, rigore speculativo, fondatezza teologica e serietà morale, mandando a spasso i teologastri ed i ciarlatani che ha attorno e fondandosi su solide basi scritturistiche, tradizionali e magisteriali. Anche perché certe ferite inferte alla Chiesa ed ai fedeli sempre più smarriti, purtroppo non si curano con i baci dell’Arcivescovo Victor Manuel Fernandez, il novello San Tommaso d’Aquino che ci ha deliziati con la sua summa: Sáname con tu boca, el arte de besar [Sanami con la tua bocca, l’arte di baciare, QUI], perché a questo punto, attorno al Sommo Pontefice, ci manca solo Pedro Almodovar come autore di riferimento per i trattati di mistica e di spiritualità. Né si faccia scudo, il Sommo Pontefice, dei due passati Sinodi sulla Famiglia, ma si assuma in pieno la sua responsabilità: Tu es Petrus [cf. Mt 16, 13-20]. Il Romano Pontefice non è un notaio che ratifica gli atti dei vescovi, ma è la guida dei vescovi. Pertanto, lasci perdere Alberto Melloni ed i baci dell’Arcivescovo Victor Manuel Fernandez, ed ascolti invece il suo Sommo e Santo Predecessore Gregorio Magno, che ha molto più e molto di meglio da insegnargli, anche se forse, per gli articolisti di Avvenire, rischia di essere annoverato tra … «i soliti difensori del tempo che fu».

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I Padri de L’Isola di Patmos, che benedicendo Dio sono più letti e soprattutto giudicati dai Christi fideles ben più attendibili del porno-teologico Avvenire, si permettono quindi di suggerire alla Santità di Nostro Signore Gesù Cristo il Sommo Pontefice Francesco I, i punti seguenti:

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  1. Il Romano Pontefice dovrebbe ricordare che Cristo gli ha affidato non solo il compito di confermare i fratelli nella fede, ma anche di pascerli e guidarli nella loro condotta morale e quindi anche nel retto uso dei Sacramenti [cf. Gv 21, 15-19].

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  1. Mentre nel campo dogmatico il Romano Pontefice conserva ed insegna infallibilmente le immutabili verità della fede ― tra le quali abbiamo la dottrina dei Sacramenti ―, nel campo disciplinare e dell’amministrazione dei Sacramenti, nonché nel dettare le condizioni per una loro degna recezione da parte dei fedeli, egli si avvale della sua prudenza pastorale, per la quale, in base all’evolversi o al variare delle possibilità, delle capacità e dei bisogni delle anime in un dato periodo della storia o nei vari luoghi, può anche mutare una direttiva o una normativa emanata da un suo Predecessore. In tal caso egli dovrebbe però, avendone piena potestà, mutare la disciplina di San Giovanni Paolo II, non certo lasciarla da una parte inalterata sulla carta, permettendo però al tempo stesso ch’essa sia mutata nella prassi pastorale e per di più solo sulla base di pure ipotesi interpretative.

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  1. Il Romano Pontefice potrebbe anche concedere i Sacramenti ai divorziati risposati, in casi speciali da lui precisati, avvalendosi ad esempio delle proposte formulate in forma ipotetica dai Vescovi argentini, dal Cardinale Francesco Coccopalmerio o da altri prudenti pastori o canonisti. Ma deve farlo lui, in modo chiaro e inequivocabile, assumendosi tutte le piene e dirette responsabilità di tale decisione.

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  1. Simili casi speciali non dovrebbero assolutamente essere intesi o interpretati come una smentita alla dottrina dell’atto intrinsecamente e sempre cattivo, dando in qualche modo avallo, sia pure eccezionale, di quanto mai potrà essere invece ammesso ed avallato, vale a dire l’adulterio, quasi come se il dovere o la Legge morale nella sua universalità ed immutabilità, non dipendessero dai fini della natura umana, quindi in ultima analisi dalla volontà del Creatore, ma potessero essere stabiliti dalla coscienza soggettiva di ognuno, eretta ad assoluto, in base al variare delle situazioni, dei tempi e dei costumi sociali.

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  1. Occorre distinguere il peccato considerato in se stesso, oggettivamente preso, dal peccato così come appare soggettivamente in una coscienza in buona fede, eventualmente errante. Questa distinzione impone di ammettere la possibilità, anche nei divorziati risposati, di un’attenuazione della colpa da mortale a veniale a causa della fragilità umana e in caso di ignoranza in buona fede. La grazia, quindi, non verrebbe perduta, per cui potrebbero fare la Comunione; e se perdono la grazia, si possono confessare.

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  1. Bisogna distinguere uno stato irregolare, come per esempio quello dei divorziati risposati, dallo stato di peccato mortale. Perché anche se l’adulterio è oggettivamente e sempre peccato mortale, non è detto però che la coppia irregolare sia sempre in stato di peccato mortale e quindi priva della grazia, anche se la cosa è possibile e forse anche molto probabile; perché presumere che lo sia ― come purtroppo fanno certi cosiddetti rigoristi in opposizione a certi cosiddetti lassisti ― equivarrebbe ad un vero e proprio sostituirsi al giudizio di Dio, posto che Dio solo può leggere e giudicare la profonda coscienza degli uomini. Infatti, mentre uno stato irregolare è una oggettiva condizione di vita esterna dalla quale i due, in certi casi, anche volendo, non possono o non riescono ad uscire, lo stato di peccato o di colpa è una condizione stabile o duratura della volontà ribelle a Dio, mantenuto dalla stessa volontà, per cui, la stessa volontà può, in qualsiasi momento, sotto l’impulso della grazia, rimuoverlo, pentirsi, chiedere perdono a Dio e recuperare la grazia. O per dirla con un esempio: noi possiamo presumere che per ciò che ha fatto ed il modo in cui l’ha fatto Giuda Iscariota si trovi nell’Inferno, ma nessuno, a partire dalla Chiesa stessa, può affermare con assoluta certezza che sia all’Inferno, perché a nessuno è dato sapere cosa è accaduto tra Dio e la coscienza di Giuda nei brevi minuti in cui la corda che si legò al collo lo tolse alla vita.

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  1. Da un medesimo principio morale possono discendere applicazioni opposte. Esempio: proprio dal dovere del rispetto e della tutela della vita umana può discendere la pena di morte inflitta ad un pericoloso terrorista o ad un dittatore la cui sopravvivenza porrebbe a rischio intere popolazioni, come dallo stesso rispetto per la vita umana può nascere invece la grazia per un assassino pentito od il rifiuto stesso della pena di morte. Ugualmente, dal dovere di rispettare il Sacramento del matrimonio, si può ricavare sia la proibizione come il permesso dei Sacramenti ai divorziati risposati, perché ciò che il Santo Pontefice Giovanni Paolo II ha sapientemente disposto nella sua Familiaris Consortio [cf. n. 84] è una disciplina ecclesiastica basata sulla antica tradizione della Chiesa, non è un dogma di fede. E coloro che tentano di dogmatizzare questa disciplina, cadono in modo diverso ma simile nella stessa gravità d’errore di coloro che vorrebbero invece mutarla in maniera furbesca attraverso la prassi pastorale, perché se è cosa grave de-costruire i dogmi, è cosa altrettanto e non meno grave proclamare dogmi che non esistono. A questo si aggiunga, sempre per ribadire la gravità degli asserti di certi cosiddetti rigoristi, che la Chiesa stessa, ed i suoi pastori in cura d’anime, hanno l’inderogabile obbligo di mettere in guardia i fedeli che certe condotte peccaminose possono condurre alla dannazione eterna, o che, percorrendo certe vie, è probabile finire all’Inferno. Nessuno però — tanto meno certi laici che si arrogano inauditi “diritti” di sentenziare su che cosa sia la “vera dottrina” —, può decretare che certi uomini e donne siano fuori dalla grazia di Dio, perché a loro dire in stato perenne di peccato mortale e quindi destinate alla dannazione. Neppure la Chiesa di Cristo ha facoltà di stabilire questo: la Chiesa deve infatti insegnare e mettere in guardia in che modo, attraverso il peccato, si può perdere la grazia, ma non può decretare in modo certo e assoluto che un peccatore è perennemente fuori dalla grazia di Dio.

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  1. Ciò che però fa non poca difficoltà è di motivare non la proibizione, ma il permesso, sul quale è bene soffermarsi. Infatti, il motivo non è quello di supporre che il matrimonio sia solubile, come pensano Andrea Grillo, il Cardinale Walter Kasper, i modernisti, i rahneriani ed i luterani. Per quanto la cosa possa sembrare paradossale, l’eventuale permesso potrebbe significare il soccorso della grazia a chi ne ha particolarmente bisogno, per aiutare a vivere in grazia una coppia che, in una condizione irregolare e sventurata, dalla quale ― si suppone ― non può uscire, si sforza di vivere comunque in grazia.

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  1. I divorziati risposati, se vogliono vivere in grazia, devono continuamente purificarsi dei loro peccati, anche se non possono accedere al Sacramento della penitenza e alla Comunione Eucaristica, rinnovando il proposito di non più peccare e fare penitenza.

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  1. Il Romano Pontefice dovrebbe chiarire quali sono i casi ai quali accenna la nota n. 351. Sono forse quelli citati nella ipotesi interpretativa data dai Vescovi argentini? Allora dovrebbe riprendere questi casi, farli propri esplicitamente e non limitarsi a un vago «avete interpretato bene», il tutto senza che i propositori per un verso, l’accoglitore per altro verso, abbiano fatta chiara e inequivocabile assunzione di responsabilità.

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  1. È vero che il Pastore deve saper rintracciare casi imprevisti dal legislatore e sapersi regolare di conseguenza, dato che il legislatore non può prevederli tutti. Ma l’indeterminatezza su ciò, non è certo un aiuto né per i pastori né per i fedeli ad orientarsi su di una questione così difficile, fluida, complessa ed incerta, dentro la quale può sguazzare solo chi è un incosciente ed ama pescare nel torbido.

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  1. Anche se resta vero che il confessore mantiene una sua responsabilità nel discernere in casi particolari non previsti dalla legge, chi in definitiva può essere ammesso e chi non può essere ammesso alla Comunione, sarebbe bene fosse determinato e stabilito dal Romano Pontefice con la massima precisione e l’indicazione dei casi nei quali la coppia può essere ammessa dopo un opportuno esame, così che i confessori possano disporre di criteri chiari, oggettivi, sicuri e verificabili da far conoscere agli interessati. In questo modo sarebbe limitato al massimo lo spazio arbitrale dei confessori, così che essi possano essere al riparo da contestazioni o lamentele, altrimenti forte è il rischio di valutazioni soggettive e contrastanti, che non farebbero che suscitare scontento o disappunto negli interessati e dissidi o spiacevoli antagonismi tra confessori, creando il fenomeno ben conosciuto che diventano i più ricercati i confessori più permissivi. I più esigenti passano per essere poco misericordiosi, mentre invece sono quelli che facendo entrare per la «porta stretta», insegnano la vera via della santità [cf. Lc 13, 24].

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  1. Se dopo maturo esame il confessore si vede obbligato a rifiutare l’assoluzione e quindi la Comunione, deve farlo con la massima prudenza e carità, anche se agendo con fermezza, spiegando i motivi e impiegando la massima cura pastorale nel far presente alla coppia che Dio può salvare anche senza i Sacramenti. Spiegando che questa coppia irregolare può e deve fare comunque un cammino cristiano di conversione e che essa fa parte della Chiesa e deve sforzarsi di progredire nella comunione con essa e nell’esercizio delle buone opere.

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Conclusione

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Si ha l’impressione, nella condotta del Sommo Pontefice, di una grave leggerezza e faciloneria pastorali che danno spazio ai furbi e di un atteggiamento sbrigativo, ed al tempo stesso duro e autoritario, quasi sdegnato o infastidito, per le difficoltà, i dubbi e le obiezioni che sorgono da ogni parte, salvo che da una claque e da un contorno di adulatori modernisti e filo-luterani, abili manovratori delle masse, ma non del corpo dei fedeli. Infatti, i fedeli, purtroppo sono sempre più smarriti e scontenti di questo pontificato caratterizzato da chiese e da piazze vuote, che seguitano a svuotarsi sempre di più ad ogni aumento di applausi verso il Sommo Pontefice da parte di quei laicisti che hanno trascorse le proprie esistenze a battagliare la Chiesa, a negare la sua morale ed a sprezzare il magistero dei precedenti Sommi Pontefici, pur gridando oggi «viva Francesco il rivoluzionario!».

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Inutile dire che un tale comportamento non è dignitoso né si addice al Successore del Principe degli Apostoli che proclama continuamente di voler ascoltare tutti, accogliere tutti, rispondere a tutti, dialogare con tutti, aver misericordia per tutti. Pertanto noi, come fedeli sacerdoti preposti alla cura delle anime e come teologi preposti alla trasmissione della sana dottrina e del Magistero della Chiesa, vogliamo sperare che il Sommo Pontefice ascolti e provveda, specie considerando che Cristo Signore, a Pietro, non si limitò a solamente a dire «conferma i fratelli nella fede», perché prima di esortarlo a questo, lo invitò anzitutto a ravvedersi:

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» [Lc 22, 31-32].

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Proprio così: «una volta ravveduto» …

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dall’Isola di Patmos, 13 dicembre 2017 – Santa Lucia vergine e martire

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… e non pensate cose sbagliate su di noi, perché, in verità: i Padri de L’Isola di Patmos sono molto amorevoli con gli umani, un po’ meno con i disumani … 

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nella foto: un penitente riconoscente abbraccia Giovanni Cavalcoli, O.P. dopo la confessione sacramentale

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27 thoughts on “Dalla porno-teologia di Avvenire all’ambiguità dei Vescovi argentini che non può produrre chiaro e inequivocabile magistero pontificio

  1. Ma quando Gesù afferma che “Chiunque(πᾶς ὁ) ripudia… e ne sposa un’altra(o), commette adulterio”, si riferiva ai soli ebrei osservanti o a tutti quelli che mettono in comune le proprie vite in maniera assimilabile al matrimonio?

  2. Reverendi Padri,

    Il documento dice che

    “ Se si giunge a riconoscere che, in un determinato caso, ci sono dei limiti personali che attenuano la responsabilità e la colpevolezza (cfr. 301-302), particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in ulteriori mancanze danneggiando i figli della nuova unione, Amoris laetitia apre la possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia”.

    Pertanto dice chiaramente che apre alla possibilità dell’accesso ai Sacramenti di Riconciliazione E Eucarestia (se uno viene assolto ovviamente), non si esprime in forma dubitativa e non parla solo del Sacramento della Riconciliazione.

    Invece voi avete scritto

    “Al n. 5 e al n. 6 della loro lettera, i Vescovi dell’Argentina dicono che la Amoris laetitia «lascia aperta la possibilità» ― posibilidad ― «di accedere al Sacramento della Riconciliazione». “

    Ma non è proprio così, come ho mostrato sopra. A me ciò che hanno scritto i vescovi argentini sembra chiaro e aldilà di ogni fraintendimento, poi fate voi.

    1. Caro Achille,

      io temo sinceramente – e glielo dico con autentico rispetto – che lei non capisce ciò che legge, oppure siamo noi a tal punto ottusi e limitati da non capire quello che leggiamo.

      Lei ha letto il nostro articolo da cima a fondo? Oppure lo ha scorso in qua e in là? Perché vede, lei è libero di leggere o non leggere ciò che vuole, però, al momento in cui posta un commento, lo scritto che lei commenta dovrebbe non solo averlo letto, ma averlo letto anche bene.

      Provo allora a porre la questione in questi termini:

      1. Giovanni Cavalcoli, O.P. ed io celebriamo il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa ed amministriamo ai fedeli tutti i Sacramenti pertinenti il nostro grado sacramentale ;

      2. amministriamo le confessioni e, quando ancora esisteva la “riserva canonica”, che appunto riservava al Vescovo la assoluzione dal peccato di aborto procurato, noi avevamo facoltà per assolvere da questo peccato su mandato dei rispettivi vescovi diocesani, i quali ci avevano conferito a entrambi anche il ministero di esorcista;

      3. presumiamo di conoscere il Catechismo della Chiesa Cattolica e forse anche qualche cosa di teologia …

      Eppure, come molti nostri Confratelli, ci troviamo in serie difficoltà a trattare certi casi ed a rispondere ai quesiti dei fedeli, perché nel documento in questione manca chiarezza e soprattutto mancano indicazioni precise date ai confessori. Pertanto, ad oggi, noi rispondiamo che è confermata la disciplina dettata da San Giovanni Paolo II perché al momento non è stata in alcun modo riformata.

      Ora io le domando: secondo lei, che differenza c’è tra «lascia aperta la possibilità» e invece da la possibilità?

      Premesso che in tutto il nostro testo noi non abbiamo mai usato una sola volta il termine «forma dubitativa» ma abbiamo fatto ampio uso del termine di “ipotesi”, se come lei dice il documento «non si esprime in forma dubitativa e non parla solo del Sacramento della Riconciliazione», allora ci indichi dove, in modo chiaro, in modo affermativo e volendo anche imperativo, viene indicato con chiarezza che i divorziati risposati possono ricevere l’assoluzione ed accedere alla Comunione Eucaristica alle seguenti e precise condizioni:

      1 ……..
      2 ……..
      3 ……..

      ecc …

      Perché noi, al momento, nulla di questo abbiamo ancora letto, ed a noi che celebriamo la Santa Messa ed amministriamo i Sacramenti, nessuno ha ancora detto quando, in quali casi ed a quali condizioni, assolvere e dare la Santa Comunione ai divorziati risposati che vivono una unione al di fuori del matrimonio sacramentale senza che il precedente sia mai stato dichiarano nullo – ossia mai esistito, sebbene formalmente celebrato – dalla sentenza di un tribunale ecclesiastico.

      1. Reverendi Padri,
        Temo proprio che abbia ragione Achille. Infatti qui “possibilità” non significa affatto una possibilità teorica o ipotetica, ma proprio un permesso concreto. Avete ragione a dire che non è questa una maniera giuridicamente precisa né dignitosa di esprimersi, ma il significato del testo è chiaro, sia pure viziato da quest’indeterminatezza che giustamente censurate.

        Siete poi in grave errore al pensare che la disciplina di FC sia modificabile, poiché GPII ha detto chiaro che essa è fondata “sulla legge divina”.

        Siete anche in errore nel dire che coloro che sostengono questa immodificabilità si permettono di dare giudizi sullo stato di grazia delle persone: essi dicono solo che
        è lo stato oggettivo dei risposati a non permettere loro l’accesso ai sacramenti. Proprio come dice FC. Quindi non c’entrano nulla le “attenuanti”, tanto care ai difensori di AL e, pare, ora anche a voi.
        Maggiori dettagli nella mia ultima risposta a Buttiglione:

        Here’s why every argument allowing Communion for ‘remarried’ ultimately fails
        https://www.lifesitenews.com/news/heres-why-every-argument-allowing-adulterers-to-receive-communion-ultimatel

        Cordiali…

        1. Caro Claudio,

          nei Santi Vangeli viene fatto chiaro e indubbio riferimento all’adulterio: Gv 8, 1-11, Mt 5, 32.

          In nessun passo dei Vangeli è però contenuta la proibizione dell’accesso alla Comunione Eucaristica per le coppie cosiddette irregolari, che nasce da una giusta, prudente e antica disciplina ecclesiastica che fa parte della tradizione e che spero rimanga in vigore, anche se non sarò certo io a deciderlo, ma chi ne ha piena potestà.

          Il Beato Apostolo Paolo fa riferimento a «chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» [1 Cor 11,29], ma non indica nello specifico adulteri e concubini, che all’epoca non mancavano di certo, ed in specie nella città di Corinto. In queste sue righe il Beato Apostolo si rifà alla Santa Comunione ricevuta in stato di peccato.

          Invece, il Verbo di Dio fatto uomo, dinanzi alla domanda a lui rivolta dai farisei se era giusto e lecito pagare le tasse a Cesare, in modo chiaro e non passibile di facile smentita, afferma:

          «”Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”» [Mt 22, 19-21].

          Ebbene, lei conviene sul fatto che, dinanzi a questa espressione così chiara di Cristo Dio, il dovere di pagare le tasse non è un semplice dovere, ma dovrebbe essere proclamato come un vero e proprio dogma della fede cattolica? O vogliamo forse dubitare, dinanzi a parole così chiare, che il comando dato circa il dovuto pagamento delle tasse, sia una legge divina immutabile data da Cristo Dio in persona, in modo chiaro e preciso?

          Ecco, io non capisco come mai, quando c’è da pagare le tasse, allora questa frase del Vangelo va interpretata, contestualizzata, compresa … mentre invece, quando c’è da entrare nelle camere da letto altrui, si proclamano con estrema facilità anche i dogmi che non esistono.

          Non siamo noi in errore, è lei che non ha un’idea chiara della dogmatica.

          «Amoris Laetitia. Siate casti, però pagate le tasse, perché il pagamento delle tasse è un vero dogma di fede»

        2. @ Claudio Pierantoni

          Nella FC al n. 84 si legge:

          «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento (…). C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio».

          Le faccio notare due cose:

          1) l’accento messo sulla “prassi” all’inizio;

          2) Il “peculiare motivo pastorale” addotto.

          Ora, questo peculiare motivo si fonda su ragioni di opportunità (l’indurre in confusione…), ma la presenza di questa ragione di opportunità risulterebbe assurda, pleonastica e fuorviante per i fedeli se la non ammissione alla comunione derivasse ne-ces-sa-ria-men-te dalla dottrina. La Chiesa oggi vorrebbe allargare la via stretta individuata dalla FC: ma non dice come. Il fatto che i rivoluzionari della Chiesa misericordiosa se ne servano per distruggere il dogma non significa che questa via non possa – teoricamente – esistere ed essere praticabile.

        3. Caro Claudio,

          San Giovanni Paolo II intendeva dire che la proibizione dei sacramenti ai divorziati risposati si fonda sulla legge divina, ma non nel senso che da questa legge il Papa, per esempio Papa Francesco, in base al potere delle chiavi, non possa dedurre da quella medesima legge, una norma che muta la disciplina precedente, ma nel senso che la detta proibizione è sostenuta da buone ragioni, alle quali però se ne possono sostituire altre di peso uguale o similare.

          Quanto invece alla questione dell’eventuale stato di grazia di certi divorziati risposati, purtroppo in realtà, ci sono degli oppositori al permesso del loro accesso ai Sacramenti, i quali per il semplice fatto che i divorziati risposatisi trovano in uno stato irregolare, credono che essi siano sempre in peccato mortale, cosa che suppone un giudizio temerario inaccettabile, dato che il Papa stesso ammette che almeno occasionalmente possono essere un grazia.

      2. Gentile Achille,

        dopo la risposta che le ha data il Padre Ariel ci sono giunti tre suoi commenti che sulla parte finale erano tutti incompleti, quindi abbiamo provveduto a rinviarglieli chiedendole di completarli sul finale mancante e di unirli poi in un unico commento, perché altrimenti non saremmo stati in grado di pubblicarli.

        Poco dopo ci è giunta questa notifica dal sistema:

        Indirizzo non trovato
        Il tuo messaggio non è stato recapitato a XXXXXXX@virgilio.it perché l’indirizzo risulta inesistente o non può ricevere email.

        Se lei ci invia commenti da un indirizzo inesistente, poi, a fronte di un problema come quello che si è verificato, noi non siamo in grado di comunicarle né di pubblicare dei commenti giunti staccati e incompleti sul finale.

        1. Reverendi Padri, io i commenti li ho pubblicati, e non sono incompleti.

          Sono incompleti solo nel senso che l’uno è la continuazione dell’altro, perché c’è un limite ai caratteri disponibili. E a questo proposito, come faccio a inviarvi un unico commento, se c’è il limite di caratteri e l’unico commento sorpasserebbe di molto questo limite?

          1. Caro Achille,

            ci sono dei limiti di caratteri perché in passato è accaduto alcune volte che ci siano giunti dei “commenti” più lunghi ancora dei nostri articoli.
            Una volta ci fu postato un commento di circa 30 pagine che era un copia/incolla fatto da un testo.

            Le abbiamo rinviato per email i suoi tre commenti perché nella parte finale, avendo appunto superato il limite di caratteri, mancano delle parole, quindi noi, anche volendo, non potremmo unirli assieme. Dovrebbe farlo lei e inviarceli per email.

            Alla email nella quale le spiegavamo questo, il sistema ha però risposto con un messaggio automatico:

            Indirizzo non trovato
            Il tuo messaggio non è stato recapitato a XXXXXXX@virgilio.it perché l’indirizzo risulta inesistente o non può ricevere email.

            Più di questo non possiamo fare.

    2. Caro Achille,

      innanzitutto in quei numeri della Amoris Laetitia non si accenna affatto a un permesso dei sacramenti ai divorziati risposati. In secondo luogo questa espressione «apre la possibilità» non è chiara, perché, come ho già detto, il Papa, nella sua risposta ai Vescovi argentini, non chiarisce se questo permesso c’è adesso, è attuale, è presente, è in vigore, oppure se si tratta di un permesso possibile, ipotetico, eventuale o futuro. Non si fruisce di un permesso possibile, ma di un permesso in vigore.

      «Aprire alla possibilità» non vuol dire ancora permettere attualmente. Confondere l’uno con l’altro vuol dire o non sapersi esprimere o avere le idee confuse o giocare sull’equivoco. Al Papa basterebbe poco per chiarire questo punto. Avrebbe fatto un bel passo avanti per un chiarimento completo e totale, che però, a nostro giudizio, richiederebbe anche l’assolvimento delle altre condizioni che abbiamo indicato nel nostro articolo.

      Frattanto, finchè il Papa, con atto ufficiale e formale non abrogherà esplicitamente la normativa vigente, e concederà del permesso, precisando con cura i casi ammessi, resta in vigore la normativa del Codice di Diritto Canonico (can. 915), del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1650) e del n. 84 della Familiaris consortio.

  3. Articolo equilibrato e ben ponderato. Quanto a papa Francesco, c’è poco da sperare, l’uomo è quello che è. Affidiamoci a Dio.
    Buon Natale ai Padri dell’Isola di Patmos
    Licio Zuliani

  4. Vorrei ricordare a coloro i quali ritengono che la Chiesa oggi autorizzi gli adulteri, pur solo in taluni casi, ad accostarsi all’Eucarestia, che il canone 915 che recita: “Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto “, non è stato abrogato.
    Se pertanto una persona non persevera ostinatamente in peccato grave manifesto, può essere ammessa, come stabilito non da oggi, alla sacra Comunione.

    1. La domanda, caro Orenzo, è se il canone 915 sia abrogabile. Di certo non è stato abrogato, ma può l’autorità ecclesiastica abrogarlo in linea di principio. Don Levi Di Gualdo (e padre Cavalcoli) pensano di sì. Il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi nel 2000 (era allora papa Giovanni Paolo II) pensava proprio di no. (Già mi immagino i sofismi di don Levi Di Gualdo, quindi specifico che a non essere abrogabile è la sostanza di CIC915, non la formulazione o la numerazione o altri aspetti accidentali).

    2. Caro Orenzo,

      certamente che non è stato abrogato, come ho detto ad Achille. Tuttavia la Amoris Laetitia riconosce che possono darsi casi nei quali certi divorziati risposati, almeno occasionalmente o saltuariamente, possono esser in grazia. Ciò ovviamente non per ammettere eccezioni alla proibizione dell’adulterio, ma per dire ch’esso può essere perdonato da un’opportuna penitenza, la quale, nei casi nei quali i divorziati risposati non possono lasciarsi, può restituir loro la grazia eventualmente perduta.

  5. http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20000706_declaration_it.html

    In questo documento si spiega bene che A) non si tratta di disciplina ecclesiastica, eventualmente derogabile con un pronunciamento chiaro da parte del Romano Pontefice, ma B) di un principio fondato sulla legge divina, esposto da san Paolo proprio nel passo opportunamente citato da Claudio Pierantoni.
    Questo articolo sottende che CIC 915 non si fonda sulla legge divina, ma e’ disciplina ecclesiastica. C’e’ quindi una contraddizione tra il contenuto di questo articolo e il documento da me summenzionato.

    Un saluto affettuoso a padre Giovanni.

    1. Vuole rispondere anche lei al quesito che segue sotto? Perché può essere che le sia sfuggito, ma contiene una “verità di fede” avente a che fare con una legge divina data da Cristo Dio in persona: pagare le tasse.
      Quindi vorremmo una sua preziosa risposta di carattere canonistico e teologico a tal proposito.

      ______________

      nei Santi Vangeli viene fatto chiaro e indubbio riferimento all’adulterio: Gv 8, 1-11, Mt 5, 32.

      In nessun passo dei Vangeli è però contenuta la proibizione dell’accesso alla Comunione Eucaristica per le coppie cosiddette irregolari, che nasce da una giusta, prudente e antica disciplina ecclesiastica che fa parte della tradizione e che spero rimanga in vigore, anche se non sarò certo io a deciderlo, ma chi ne ha piena potestà.

      Il Beato Apostolo Paolo fa riferimento a «chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» [1 Cor 11,29], ma non indica nello specifico adulteri e concubini, che all’epoca non mancavano di certo, ed in specie nella città di Corinto. In queste sue righe il Beato Apostolo si rifà alla Santa Comunione ricevuta in stato di peccato.

      Invece, il Verbo di Dio fatto uomo, dinanzi alla domanda a lui rivolta dai farisei se era giusto e lecito pagare le tasse a Cesare, in modo chiaro e non passibile di facile smentita, afferma:

      «”Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”» [Mt 22, 19-21].

      Ebbene, lei conviene sul fatto che, dinanzi a questa espressione così chiara di Cristo Dio, il dovere di pagare le tasse non è un semplice dovere, ma dovrebbe essere proclamato come un vero e proprio dogma della fede cattolica? O vogliamo forse dubitare, dinanzi a parole così chiare, che il comando dato circa il dovuto pagamento delle tasse, sia una legge divina immutabile data da Cristo Dio in persona, in modo chiaro e preciso?

      Ecco, io non capisco come mai, quando c’è da pagare le tasse, allora questa frase del Vangelo va interpretata, contestualizzata, compresa … mentre invece, quando c’è da entrare nelle camere da letto altrui, si proclamano con estrema facilità anche i dogmi che non esistono.

      Vedere in archivio:

      «Amoris Laetitia. Siate casti, però pagate le tasse, perché il pagamento delle tasse è un vero dogma di fede»

      1. Guardi non so come risponderle. Se le rispondessi, lei avrebbe successo nell’uso di questa tecnica sofistica di sottrarsi al tema in oggetto. Quindi, per il bene soprattutto suo, non le rispondo. E sottolineo che io non ho posto nessuna domanda, tantomeno a lei. Piuttosto mi rivolgevo a chi ha competenze teologiche (padre Giovanni) per sollevare il problema del documento del Post. Consiglio Testi Legislativi. 2000 che contraddice il contenuto del vostro articolo.
        Mi stia bene e si legga qualche libro, le farà bene.

        1. Se avrà la bontà di indicarmi qualche libro, le sarò davvero grato, però tenga presente che le mie lacune sono davvero molte, perché dinanzi al divino mistero, io non cesserò mai di sentirmi un povero ignorante, al contrario di coloro che invece, il divino mistero, lo posseggono e lo destreggiano con maestria.

          Quindi, i libri di cui necessito, sono davvero molti, per esempio dovrebbe indicarmi:

          1. un libro che mi chiarisca il senso del sacerdozio ministeriale ;
          2. un libro che mi insegni a celebrare il Sacrificio Eucaristico ed a capire che attraverso di esso il pane e il vino si convertono nel Corpo e nel Sangue adorabili di Cristo;
          3. un libro che mi insegni a predicare il Santo Vangelo;
          4. un libro che mi insegni ad amministrare le confessioni ;
          ecc … ecc …

          Perché se io non imparo questo e molto altro ancora, i laici come lei, persi sulle alte nuvole speculative, saranno purtroppo costretti ad amministrarsi i Sacramenti da soli, avendo purtroppo a che fare con preti ignoranti come me, se non – oserei dire – persino peggio. In ogni caso può sempre prendere l’Etica Nicomachea di Aristotele ed assolversi da solo.

          E non vado oltre nel domandarle se il suo “personale” San Tommaso d’Aquino, non le ha mai insegnato a rispettare i ministri in sacris, il tutto detto da uno che sa essere ironico ma mai offensivo, ma soprattutto detto da uno che, persino nel più immorale e peccatore dei preti di questo mondo, venera il mistero del Sacerdozio ministeriale di Cristo.

          Ma io non sono uno speculativo. Cosa dirle … grazie a Dio!

          1. Vorrei capire in cosa le ho mancato di rispetto. Certo che io non la rispetto come dovrei, ma stia sicuro della mia simpatia e mi creda che scriverle pubblicamente per sottolineare che lei cade in sofismi, cattive argomentazioni ecc. non è affatto piacevole.

          2. Non credo di dover più intervenire per risponderle pubblicamente. I lettori di questo sgradevole scambio di commenti saranno in grado da soli di capire che (a) Lei non ha mai risposto al merito della mia obiezione; (b) io non le ho mai mancato di rispetto; (c) le sue risposte si distinguono per la violenza verbale e il loro carattere manipolatorio unite al totale disinteresse per le questioni di merito.

      2. Vedo anche che, in risposta al mio commento, riposta, con copia-incolla, la risposta sgangherata alle osservazioni pacate e fondate di Claudio Pierantoni.
        Davvero non capisco come lei sia riuscito a coinvolgere nelle sue iniziative sopra le righe persone rispettabili come don Livi e padre Cavacoli.

    2. @Luca Gili
      La disciplina ecclesiastica e la legge divina sono cose distinte ma non separate, per cui non vi sono leggi positive della Chiesa che rientrino solo nell’uno o nell’altro dei due ambiti: esse devono sempre muoversi nel rispetto della legge divina, ma la legge divina non ha nella disciplina ecclesiastica uno sbocco unico e necessario, tant’è vero che la seconda è cambiata spesso nel corso di 2.000 anni, sempre nel rispetto della prima. Il CIC 915 da lei citato enuncia solamente un principio generale di indirizzo.

    3. Caro Luca,

      il tuo intervento mi ha fatto molto piacere. Ricordo con nostalgia il tempo nel quale, dieci anni fa, a Bologna parlavamo del Servo di Dio Padre Tomas Tyn.

      Rispondo al tuo intervento facendoti presente che il semplice fatto che Papa Francesco ipotizzi di concedere il permesso dei sacramenti ai divorziati risposati, ci dice già implicitamente che tale eventuale permesso non andrebbe affatto né contro la Scrittura né contro la legge divina.
      Il Papa è sottomesso solo alla legge naturale ed alla legge divina; ma ha un suo campo, nel governo della Chiesa e delle anime, dove gli è consentito legiferare, ovviamente nel rispetto di quelle supreme, la legge naturale e quella divina. Questa sua competenza si esercita appunto in Amoris Laetitia.

      Che attualmente, pertanto, esistano norme pontificie, prese di posizione di Organismi della Santa Sede o leggi canoniche, le quali contrastano con la suddetta eventualità, non vuol dire che il Papa, in forza del suo potere giurisdizionale conferitogli da Cristo (“pasce oves meas”), la cosiddetta potestas clavium, non abbia, se lo ritiene opportuno o necessario per il bene della Chiesa e delle anime, il potere di mutare o abrogare le norme precedenti, anche se di antica tradizione. E questo è appunto il caso.

      Quello che si deve negare è la tesi di coloro che ritengono che il Papa abbia già concesso i sacramenti ai divorziati risposati con l’approvazione, pubblicata sugli AAS, dell’interpretazione di Amoris Laetitia fatta dai vescovi argentini. Invece, come ho spiegato di recente su questo sito, il contenuto di detta approvazione non è sufficientemente chiaro, per cui occorre che il Papa si spieghi meglio. Nel frattempo, vale la norma attuali della proibizione dei sacramenti ai divorziati risposati.

      Bisogna distinguere, nell’autorità pontificia, il potere magisteriale da quello giurisdizionale, nel quale rientra quello di regolamentare la disciplina dell’amministrazione e della recezione dei sacramenti. Nel potere magisteriale, col quale il Sommo Pontefice, insegna, interpreta e difende la dottrina delle fede, riguardanti per esempio l’essenza del matrimonio o dell’eucaristia, che sono verità divine ed immutabili, gli insegnamenti del Papa, che gode dell’assistenza dello Spirito Santo, sono infallibili ed immutabili.

      Invece, nel potere giurisdizionale – per esempio nel campo della disciplina liturgica o sacramentale – dove la materia è spesso di per sé mutevole, variabile ed incerta, il Papa non fruisce di tale infallibilità, benché si suppone che normalmente decida con prudenza.
      È vero che le norme liturgiche stabilite dal Sommo Pontefice – per esempio la regolamentazione dell’uso dell’eucaristia – sono un’applicazione di leggi divine – per esempio, il comando del Signore di nutrirci del suo corpo o la proibizione paolina di fare la Comunione in stato di peccato mortale -; ma occorre distinguere la deduzione pratica da quella teoretica.

      Nel campo della teoresi, la conclusione di un sillogismo è una e una sola. Una conclusione diversa sarebbe errore. Per esempio, dalla spiritualità dell’anima non si può non dedurre l’immortalità e solo l’immortalità. Invece, da un principio morale – sia per esempio il caso di chi può fare non può fare la Comunione – il Papa può trarre conclusioni pratiche diverse ed anche opposte nel succedersi dei tempi. Gli esempi storici di ciò sono numerosi. Per esempio, dal V Comandamento – il rispetto della vita umana – si può trarre sia la promozione del bene comune che la pena di morte; dal VI Comandamento si può trarre sia l’esercizio del sesso che l’astinenza sessuale e così via.

      Un caso simile è quello del problema della Comunione ai divorziati risposati. In linea di principio, il Papa ha la facoltà di ricavare, proprio dal rispetto del matrimonio e dell’Eucaristia – per quanto ciò possa apparire paradossale se non blasfemo ad alcuni – sia la proibizione che il permesso, sempre in casi speciali, s’intende.

      Mentre è facile comprendere il motivo della proibizione, non è perspicuo, anzi sembra creare scandalo in molti il motivo del permesso. In particolare molti si chiedono ed hanno chiesto al Papa come e perché l’eventuale permesso non sarebbe una profanazione sacrilega del sacramento del matrimonio e dell’Eucaristia.

      Il fatto che finora il Papa non abbia risposto agli obiettori, ai dubbiosi ed ai richiedenti, fa pensare che egli stia riflettendo sulla grave questione, che egli per ora (nota 351 dell’Amoris Laetitia), ha risolto solo in forma ipotetica e non formale ed assertiva, quindi priva di valore legale e vincolante.

      Per questo, il Papa, prima di fare questo eventuale passo delicato, che segnerebbe una svolta storica nella prassi dell’eucaristia, dovrebbe spiegare il perché della sua decisione, con appropriate ragioni pastorali e teologiche, in un apposito documento, che potrebbe essere un Motu proprio.

      Frattanto bisogna denunciare con fermezza e chiarezza la manovra disonesta dei soliti modernisti truffatori, i quali, ancora una volta – quousque tandem? – hanno la spudoratezza di tentare di strumentalizzare a loro vantaggio l’impressione, non fondata ma possibile, che il quadro etico di riferimento dell’Amoris Laetitia non sia il rispetto sacro dell’immutabile legge naturale e divina, ma l’opinione ereticale riscontrabile in Rahner, Kasper, Andrea Grillo, Maurizio Chiodi e Teilhard de Chardin, che la legge naturale e divina non è fissa ed immutabile, ma evolve e muta nel corso della storia, sicché, se ieri il matrimonio era indissolubile, oggi lo si può considerare dissolubile e se ieri l’eucaristia poteva essere assunta solo da chi fosse in grazia e libero da colpa mortale, oggi che Rahner ha scoperto che tutti sono in grazia (“cristiani anonimi”), chiunque, luterani compresi, può fare la Comunione quando e come crede – tanto la transustanziazione è una mera opinione – e l’ostinarsi a proibirla sarebbe segno di un gretto conservatorismo, di legalismo farisaico e di imperdonabile mancanza di misericordia. L’importante, come dice Padre Hermes Ronchi, nell’Eucaristia non è adorare, ma mangiare. Non si sa bene che cosa.

      Ma non siamo ancora arrivati al punto sul quale il lettore attende una risposta: perché e come anche l’eventuale permesso sarebbe ancora rispetto del matrimonio dell’eucaristia? Nel senso, così almeno mi pare si debba interpretare il punto di vista, la mens di Papa Francesco, che la grazia che riceverebbero i divorziati risposati servirebbe a guarirli e rafforzarli nel loro amore e nella fedeltà reciproci, nell’educazione dei figli, nella purificazione dai loro peccati e nel loro cammino di conversione.

      E da dove deriverebbe questa forza soprannaturale, se non dalla grazia di quel sacramento del matrimonio, che essi hanno bensì offeso con l’adulterio, grazia che però comunque, per l’immensa misericordia di Dio, continua ad agire segretamente nel sottosuolo della loro anima desiderosa di riscatto e di salvezza?

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