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Sulla transustanziazione il Sommo Pontefice Francesco conferma la tradizione

29 Aprile 2018/5 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

SULLA TRANSUSTANZIAZIONE IL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO CONFERMA LA TRADIZIONE

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Il Pontefice regnante, con le parole «perché e nel pane e nel vino ci sia Gesù» intende dire che Cristo viene nel pane e nel vino non per stargli accanto o entrargli dentro, come lo zucchero nel caffè, come credeva Lutero, ma per transustanziarlo, ossia per mutarlo nel suo corpo, sicché fare la Comunione non vuol dire mangiare del pane, sia pure alla presenza di Cristo, ma mangiare il corpo di Cristo.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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il Sommo Pontefice Francesco I durante una celebrazione eucaristica

All’Udienza del 7 marzo scorso [cf. QUI] il Santo Padre ha trattato della Preghiera Eucaristica della Santa Messa e, riferendosi alla formula della consacrazione eucaristica pronunciata dal celebrante, ha avuto le seguenti parole:

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«invochiamo lo Spirito perché venga, e nel pane e nel vino ci sia Gesù. L’azione dello Spirito Santo e l’efficacia delle stesse parole di Cristo proferite dal sacerdote, rendono realmente presente, sotto le specie del pane e del vino, il suo Corpo e il suo Sangue».

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Le parole del Papa a tutta prima potrebbero sembrar avere un senso luterano, ossia che la presenza reale del corpo di Cristo nell’Eucaristia sia da intendersi, come credeva Lutero, come presenza di Gesù nel pane. In tal caso, secondo Lutero, con la consacrazione il pane non viene mutato, ossia transustanziato nel corpo di Cristo, ma il pane resta pane e vi è solo la presenza di Cristo nel pane, sia pure dopo avere invocato la discesa dello Spirito Santo.

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il Sommo Pontefice Francesco I, celebrazione eucaristica

È necessario aprire un inciso per chiarire che in teologia dogmatica, nello specifico in dogmatica sacramentaria, col termine transustanziazione [dal latino, trans-substantiatio], si indica la conversione della sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, della sostanza del vino, nella sostanza del Sangue di Cristo. Questo termine indica il passaggio di una sostanza in un’altra. Durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, sebbene le specie del pane e del vino rimangano invariate nel loro colore e sapore — e questi sono indicati in linguaggio filosofico e teologico come cosiddetti “accidenti esterni” —, la sostanza, vale a dire l’elemento sostanziale, nonostante permangano le apparenze “accidentali” del pane e del vino si trasforma nel Corpo e nel Sangue di Cristo, realmente presente, vivo e vero, in corpo, anima e divinità.

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Il Papa, con le parole «perché e nel pane e nel vino ci sia Gesù» intende dire che Cristo viene nel pane e nel vino non per stargli accanto o entrargli dentro, come lo zucchero nel caffè, come credeva Lutero, ma per transustanziarlo, ossia per mutarlo nel suo corpo, sicché fare la Comunione non vuol dire mangiare del pane, sia pure alla presenza di Cristo, ma mangiare il corpo di Cristo.

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il Sommo Pontefice Francesco I, celebrazione eucaristica

Infatti il Concilio di Trento ha spiegato che la verità della presenza reale eucaristica suppone che, dopo le parole della Preghiera Eucaristica contenenti la cosiddetta formula consacratoria, il pane non sia più pane, ma corpo di Cristo [vedere QUI], come precisa subito dopo il Pontefice. Ciò vuol dire che la spiegazione cattolica e quella luterana della presenza reale non sono, come crede Andrea Grillo [vedere QUI], due possibili spiegazioni entrambe legittime, del fatto — che è ad un tempo dogma di fede — della presenza reale, perché si escludono a vicenda secondo il principio di non-contraddizione, per cui, se è vera l’una, non può esser vera l’altra, insomma: non possono esser vere entrambe simultaneamente.

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Qui infatti non si tratta di opinioni soggettive o di apparenze o di diversità di punti di vista, come sostiene Andrea Grillo. No. Qui c’è in gioco la verità oggettiva, che deve valere per tutti ed ha diritto al consenso di tutti e che rispecchia la realtà in sé così com’è; è quindi verità universale, una per tutti e valida per tutti.

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Lutero dice infatti che il pane resta pane. La Chiesa invece dice: il pane non è più pane. Lutero dice che Cristo è nel pane. La Chiesa, invece, come riporta il Papa dice che il pane non è più pane, ma corpo di Cristo. Ora, se è vera l’una proposizione, l’altra necessariamente è falsa. A meno che non distinguiamo più il sì dal no. Ma il Concilio di Trento ci ha detto qual è quella vera. Dunque, quella luterana è falsa.

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il Sommo Pontefice Francesco I, celebrazione eucaristica

Lutero, nello spiegare le parole di Cristo «questo è il mio corpo», le interpreta come se Cristo dicesse qualcosa di diverso da quello che effettivamente dice. Vediamo allora di giustificare l’assunto. È nota la sua teoria dell’impanazione o consustanziazione: Cristo non è sotto le specie del pane transustanziato nel corpo di Cristo, ma Cristo è nel pane ed insieme col pane. Quindi, sulla mensa non c’è solo il corpo di Cristo, ma ci sono il pane e il corpo di Cristo. Non una sostanza, il corpo di Cristo, bensì due: il pane e il corpo.

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Lutero cambia le parole di Cristo. Anziché «questo è il mio corpo», gli fa dire: «Io sono in questo pane». Si vede chiaramente che Lutero purtroppo rifiuta la distinzione fra sostanza e accidenti, che serve tanto utilmente ad accogliere il dogma della transustanziazione e quindi ad interpretare rettamente le parole del Signore, in particolare il «questo» [in greco τοῦτο, in latino  hoc].

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La tesi luterana di Cristo nel pane svuota del suo significato proprio ed originale il mistero eucaristico; non dice nulla, che non corrisponda a quel che è la presenza generale di Cristo in tutte le cose. Secondo Lutero, nell’Ultima Cena Gesù non avrebbe detto nulla di speciale o di nuovo rispetto a ciò che gli Apostoli sapevano già. Mangiando il pane consacrato da Cristo, essi non mangiarono il corpo di Cristo, ma semplicemente un pane nel quale Cristo era presente, così come Egli è presente nel cuore degli uomini giusti e in tutte le creature dell’universo.

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il Sommo Pontefice Francesco I, celebrazione eucaristica

Dunque quell’hoc non è più pane, ma non è ancora il corpo fino a che Cristo non terminò di pronunciare le parole della consacrazione. Nel momento in cui pronunciò quell’hoc, stava avvenendo la transustanziazione. Essa avvenne nel corso del parlare di Nostro Signore ed a causa delle sue parole. Così pure avviene nel corso del pronunciare le parole della consacrazione da parte del sacerdote mentre le pronuncia.

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Il Santo Padre ricorda poi giustamente ed opportunamente che il corpo del Signore è nascosto sotto le «specie» del pane. Che vuol dire «specie»? Non dobbiamo pensare alla “specie” nel senso biologico o logico. La parola, che deriva dal latino species, in questo caso significa “aspetto”, “sembianza”. Una cosa può avere l’aspetto di un’altra, per cui questa cela se stessa, la sua essenza o la sua sostanza sotto quell’aspetto. Per esempio, a Pentecoste lo Spirito Santo apparve sotto l’aspetto di lingue di fuoco [cf. At 2, 4-11], al battesimo di Cristo sotto l’aspetto di una colomba [cf.   Mt 3, 13-17].

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Bisogna però qui fare attenzione a che cosa la Chiesa intende dire con la parola specie. Non intende riferirsi ad un’apparenza o sembianza ingannevole, puramente soggettiva, come potrebbe essere un sogno, un’allucinazione o un’illusione ottica. Non è che l’ostia consacrata sembri bianca, rotonda e piccola, perché essa lo è in realtà. Lo è veramente, certamente ed oggettivamente. I sensi mantengono la loro veracità, non si tratta di vane apparenze; resta la verità sensibile. L’ostia è veramente bianca, rotonda e piccola. Questo è il senso della frase dei Padri: l’ostia sembra pane, ma non è pane: è il corpo del Signore. E dicendo “sembra” — come la Chiesa spiegherà successivamente — i Padri intendono: cogliere realmente la specie, anche se la sostanza del Corpo di Cristo resta nascosta ed è vista solo con gli occhi della fede.

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Volendo usare con prudente riserva il concetto kantiano di fenomeno, potremmo dire che il credente vede nell’ostia consacrata il fenomeno del pane, ma non vede la cosa in sé, ossia non vede il pane. Egli però sa che la cosa in sé, ossia la sostanza del pane, non c’è, ma che al suo posto c’è il corpo di Cristo. Certamente non sarà Kant, semplice filosofo, a dargli questa certezza, ma ovviamente è la fede. Tuttavia Kant, col concetto della cosa in sé, come Aristotele col concetto della  sostanza, può aiutarci a distinguere ciò che nell’ostia colgono i sensi da ciò che intende l’intelletto.

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Lo svantaggio di Kant rispetto ad Aristotele è che mentre per Aristotele la sostanza — in greco οὐσία, ousia  — è intellegibile e concettualizzabile, ossia se ne può conoscere ed esprimere l’essenza, per Kant, invece, la cosa in sé esiste, è pensata [dal greco νοούμενον], ma non è conosciuta; quindi non può essere concettualizzata, perché per Kant il concetto speculativo coglie soltanto il fenomeno, per cui la sostanza, per Kant, non può essere un dato ontologico, ma è solo empirico o al massimo è un’esigenza logica della predicazione. È evidente allora che, con un simile concetto di sostanza, in Kant non si può parlare di transustanziazione.

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Occorre dire allora che la dualità kantiana fenomeno-cosa in sé per un verso aiuta a capire l’effetto della transustanziazione, ma per un altro è sviante. Aiuta, in quanto tale dualità dice apparizione al senso — il fenomeno — di qualità sensibili che suppongono una cosa in sé inattingibile dal senso, ma solo dall’intelletto [νοούμενον]. Il fenomeno, quindi, non è pura apparenza [Schein], ma manifestazione [Erscheinung] sensibile, oggettiva, certa e verace del reale.

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il Sommo Pontefice Francesco I, celebrazione eucaristica

Ma questa dualità, per un altro verso, non aiuta, perché essa implica una cosa in sé, che è certo reale [res = Ding an sich] ed indipendente dal soggetto, ma inconoscibile in se stessa, della quale è fenomeno; ma il fenomeno offre all’intelletto un oggetto proprio, che non è la cosa in sé.

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Ora le specie eucaristiche rimandano sì ad una cosa in sé, che però per il credente non è affatto inconoscibile o imprecisabile, perché è il Corpo del Signore. Se vogliamo, potremmo dire che è inconoscibile alla pura ragione, ma non alla fede. Una semplice ragione come quella del non-credente, sarebbe convinta che dietro le apparenze del pane non c’è altro che il pane. Del resto, è normale per la ragione conoscere la sostanza invisibile e impalpabile mediante gli accidenti esterni visibili e palpabili.

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il Sommo Pontefice Francesco I, celebrazione eucaristica

È soltanto la fede che ci dice che dietro gli accidenti del pane non c’è il pane ma il corpo di Cristo. Sostenere dunque che dopo la consacrazione il pane resti pane, per quanto avvalorato dalla presenza di Cristo, vuol dire in ultima analisi non credere nelle parole del Signore. Il che vuol dire che la fede si salva solo ammettendo la transustanziazione.

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Restando invece nel quadro kantiano sappiamo bensì che sotto al fenomeno c’è la cosa in sé, che potrebbe far pensare alla sostanza. Senonché, come però abbiamo detto, per Kant la cosa in sé è bensì realtà sussistente, anzi certissima ed assoluta, distinta e indipendente dall’intelletto; ma, come è noto, è inconoscibile ed indeterminabile — c’è la “cosa”, non le cose — mentre per lui la sostanza, moltiplicabile e determinabile, è solo categoria a priori dell’intelletto, che vale solo per classificare i fenomeni e per la quale l’intelletto ha bisogno di un soggetto assoluto e fisso sottostante il divenire. Inoltre, quella che la Chiesa nel caso dell’Eucaristia chiama specie, corrisponde a ciò che in metafisica ed anche nel linguaggio comune si chiama accidente, proprietà ontologica aggiuntiva all’essenza delle cose, necessaria o contingente, inamissibile o amissibile, corruttiva o perfettiva, immancabilmente presente in tutte le realtà materiali e spirituali create. L’accidente può cadere sotto il senso come sotto l’intelletto. Esso concerne ciò che della cosa o di una realtà ci appare immediatamente, per così dire alla superficie, e che emana dall’intimo o dal profondo, o dal “cuore” della cosa, detti “sostanza”, che è ciò per cui un ente finito sussiste da sé e in sé, ciò che in logica è il soggetto predicante, che parla e del quale si parla ed al quale si attribuisce il predicato, che può essere o sostanziale o accidentale. Ma dell’accidente non si predica se non sostanzializzandolo. Essa è detta appunto “soggetto”, attraverso l’uso del termine greco ὑποκείμενον [ypokèimenon], di cui fa uso Aristotele e che alla lettera significa “stare sotto”; termine poi trasposto in latino — sub-iectum — per significare che essa soggiace o fa da supporto agli accidenti.

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Sostanza e accidenti

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il Sommo Pontefice Francesco I, celebrazione eucaristica

La sostanza [2] è l’ente completo in quanto sussistente ed agente secondo la sua essenza o natura specifica [sostanza seconda] o individuale [sostanza prima]. La sostanza può essere naturale o artificiale, l’artefatto, opera della tecnica o dell’arte. Quella naturale è creata da Dio ed è formata da un’unica forma sostanziale, per esempio la forma della sostanza chimica e l’anima dei viventi. Quella artificiale è prodotto dell’uomo ed è un insieme o composto ordinato di parti di sostanze diverse. L’ostia è una sostanza artificiale.

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Esigenza profonda ed essenziale dell’intelletto è conoscere la sostanza delle cose, al di là degli accidenti magari caduchi ed effimeri, oggetto dei sensi. La sostanza è ciò che nell’ente e nel reale vi è di più consistente, di più importante, di più interessante per l’intelletto, il quale solo, e non il senso, sa cogliere la sostanza. Certo, per una conoscenza precisa e soprattutto storica e concreta, occorre conoscere anche gli accidenti, soprattutto quelli essenziali e inamissibili. Invece, nel sapere scientifico, dove interessa conoscere l’universale, conoscere l’essenziale e il fondamentale, la conoscenza dell’accidentale è di scarso interesse. Conosciamo la sostanza per il tramite degli accidenti, perché la sostanza si apprende nei suoi accidenti.

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La sostanza del pane è il pane. Ma è chiaro che quando si dice il “pane”, s’intende il pane coi suoi accidenti. Tuttavia, la sostanza del pane è realmente distinta dai suoi accidenti, anche se normalmente la sostanza sta coi suoi accidenti e questi ineriscono alla loro sostanza. La sostanza non può rimanere, di norma, senza i suoi accidenti.

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Nella transustanziazione, quindi, la sostanza del pane non resta da sola, non è annullata, come infatti insegna il dogma tridentino [3] «si converte totalmente nella sostanza del corpo di Cristo». Solo questa sostanza del corpo di Cristo non ha i suoi accidenti, perché va intesa non nel senso della sostanza del corpo di Cristo risorto e asceso al cielo, laddove soltanto ha i suoi accidenti — ossia il suo corpo glorioso che porta sempre impressi su di di esso i segni della passione —, ma è, per la potenza divina, pura sostanza esente dagli accidenti [per modum substantiae].

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il Maestro e Custode della fede in cattedra

Per questo, il corpo di Cristo presente a modo di sostanza nel Santissimo Sacramento è indipendente dal luogo, dallo spazio e dal tempo, e può quindi essere presente in tutti i tabernacoli della terra fino alla fine del mondo. Infatti, luogo, tempo e spazio sono accidenti della sostanza. Quanto agli accidenti eucaristici del pane e del vino, è da ricordare che Dio onnipotente, creatore della sostanza e degli accidenti, fa sì che essi esistano senza la loro sostanza, sostenuti nell’essere da Lui. Ed è appunto quanto avviene nell’Eucaristia.

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Siccome nel Santissimo Sacramento restano gli accidenti eucaristici, e questi accidenti entro breve tempo o per vari motivi si corrompono, all’atto della corruzione, viene meno la presenza reale, perché vengono meno gli accidenti del pane e del vino, sotto i quali c’è la presenza reale.

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Nel momento della consacrazione eucaristica avvengono dunque tre miracoli, che solo gli occhi della fede possono vedere: primo, la transustanziazione; secondo, Dio sostiene gli accidenti eucaristici privi della loro sostanza; terzo, Dio dispensa dal possesso dei propri accidenti la sostanza del corpo di Cristo Risorto sotto le specie eucaristiche.

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Ecco perché sul Corpo e il Sangue di Cristo, realmente presente dopo la Preghiera Eucaristica in anima, corpo e divinità, il Popolo di Dio acclama: mistero della fede! Annunciando la morte di Cristo e proclamando la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta.

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Varazze, 28 aprile 2018

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NOTE 

[1] Synopsis theologiae dogmaticae specialis, Desclée et Socii, Romae-Tornacii-Pariis, 1908, vol.II, p.339.

[2] Due trattati magistrali sulla nozione metafisica di sostanza: Tomas Tyn, O.P, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009; M.-D.Philippe,OP, L’être. Recherche d’une philosophie première,Téqui, Paris 1972.

[3] Denz.1642.

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5 commenti
  1. Massimo
    Massimo dice:
    15 Marzo 2020 in 0:25

    Sostanza, accidenti, noumeni, transustanziazione… Gesù si esprime così? Ma non è più giusto tornare al Vangelo, a tutte le parole che ha pronunciato Gesù, non limitandosi alla frase “questo è il mio corpo”. Es.: “Io sono il pane di vita”, “il pane disceso dal cielo”, “il pane è la mia carne per la vita del mondo”? E poi cosa c’entra la scienza dell’uomo moderno e la chimica? Se aveste fede quanto un granello di sabbia sapreste che Dio può far nascere figli di Abramo dai sassi. Il papa è un uomo di fede e bene fa a non dare alcun rilievo a parole che Gesù non ha mai detto nè mai si sarebbe sognato di pronunciare ai suoi discepoli. Dio non ha bisogno della Teologia.

  2. Beppe1944 dice:
    9 Maggio 2018 in 10:23

    “… il miracolo eucaristico (impropriamente miracolo, perché il miracolo è tale in quanto visibile) non ha niente a che fare con una mutazione alchemica della struttura molecolare della materia, al microscopio elettronico l’ostia consacrata non rivela proprio nulla di diverso…”

    ma allora cosa muta? non gli accidenti… ciò che si vede, il colore, il sapore ecc… non c’è mutazione alchemica della struttura molecolare della materia… non gli atomi che costituiscono la molecola… non i neutroni, i protoni e gli elettroni che costituiscono gli atomi… e così via … quindi cosa muta? meglio Lutero: non muta niente, ma si aggiunge il Cristo…

  3. riccardo.tv dice:
    6 Maggio 2018 in 11:51

    Trovo inquietante che si debba celebrare il fatto che il Papa “confermi la Tradizione”, quasi fosse un fatto eccezionale e non il “minimo sindacale” che ci si dovrebbe aspettare

  4. non metuens verbum dice:
    29 Aprile 2018 in 17:52

    a beneficio dell’uomo moderno, che rispetto agli antichi sa un po’più di scienza e meno di metafisica, ritengo utile dire esplicitamente che le specie accidentali del pane e del vino non sono solamente il loro aspetto esteriore immediatamente percepibile, ma anche la loro struttura molecolare e atomica osservabili con gli strumenti scientifici quale il microscopio, i reagenti eccetera. Insomma il miracolo eucaristico (impropriamente miracolo, perché il miracolo è tale in quanto visibile) non ha niente a che fare con una mutazione alchemica della struttura molecolare della materia, al microscopio elettronico l’ostia consacrata non rivela proprio nulla di diverso.

  5. orenzo
    orenzo dice:
    29 Aprile 2018 in 14:14

    Il nostro Santo Padre ha testualmente detto: «invochiamo lo Spirito perché venga, e nel pane e nel vino ci sia Gesù.», frase che ha fatto ritenere a non pochi evangelici che la Chiesa si stia allineando alle loro posizioni.
    Un conto è infatti dire: “… nel pane e nel vino ci sia Gesù”,
    un altro dire: “… il pane e il vino sia Gesù”.
    Forse che dire: “,,, nella via c’è Gesù”,
    equivale a dire: “… la via è Gesù”?

I commenti sono chiusi.

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«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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