Aquele dia em que um endemoninhado reconheceu imediatamente Jesus Cristo como poder divino

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

QUEL GIORNO IN CUI UN INDEMONIATO RICONOBBE IMMEDIATAMENTE GESU CRISTO COME POTENZA DIVINA

«Nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, provérbio: “O que você quer de nós, Jesus Nazareno? Vieste para nos destruir? eu sei quem você é: o santo de Deus!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui».

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Canção evangélica deste domingo forma parte di quella che viene comunemente definita la «giornata di Gesù a Cafarnao».

"Naquela época, Jesus, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao] ele ensinou. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. E aqui, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, provérbio: “O que você quer de nós, Jesus Nazareno? Vieste para nos destruir? eu sei quem você é: o santo de Deus!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea». (MC 1,21-28).

Si tratta di una raccolta di brevi episodi che vanno da MC 1,21 tão longe quanto 1,34 che l’Evangelista racchiude nell’arco di ventiquattro ore. Si inizia con la preghiera del mattino in sinagoga, descritta dal v. 21― preghiera celebrata ancora oggi dagli Ebrei, che prevede la proclamazione della Torah, del Profeta e il successivo sermone tenuto dal rabbino ― per arrivare al tramonto del sole, quando ormai, finito lo Shabat, è permesso portare i malati davanti a Gesù. L’attività di Gesù è frenetica: non ha tempo se non per insegnare e per guarire. C’è un avverbio, «subito» (εὐθύς, euthys), importantissimo per Marco, che si ripete nei vv. 21.23.28 ― purtroppo non colto dalla traduzione italiana, ma presente in greco ― e addirittura dodici volte solo nel primo capitolo, quarantacinque nell’intero vangelo di Marco; sta a indicare la fretta di Gesù per il quale «il tempo è compiuto» (MC 1,15): se il tempo è compiuto, non c’è tempo da perdere per mostrare come il Regno è arrivato tra gli uomini.

La prima attività che ci riferisce Marco su Gesù è il fatto che insegnava con autorità. Il primo miracolo, vamos chamá-lo assim, che compie non è una guarigione o un esorcismo, ma l’insegnamento. E, in proporzione, Marco presenta Gesù come un maestro, più degli altri Vangeli: per cinque volte usa a suo riguardo la parola didachē ― «insegnamento» ― e per dieci volte lo chiama «maestro», riferendo questo titolo solo a lui. L’insegnamento è uno dei ministeri di cui parla Paolo nella Lettera ai Romani (12,7), ed è forse la carità di cui più abbiamo bisogno in tempi in cui è difficile trasmettere la fede.

Os outros, a cui viene paragonato Gesù, sono gli scribi. Ma non hanno la sua stessa «autorità». Anche se non vengono disprezzati o diminuiti dall’Evangelista, Marco sottolinea due volte (vv. 22 e 27) che egli insegna in modo molto diverso rispetto a loro. La differenza tra lui e gli altri «rabbini» potrebbe stare a due livelli. Il primo è quello dell’autorevolezza con cui Gesù dice le cose. Leggendo i testi della tradizione rabbinica, che sono stati raccolti a partire dalla caduta del secondo Tempio, nella seconda metà del I secolo d.C., si rimane colpiti dall’attaccamento alle «tradizioni degli antichi» ― di cui parla anche Marco in 7,1-13 ― tramandate con una lunga catena di detti e di sentenze, ma soprattutto dal modo in cui queste sono elencate una dopo l’altra, come una raccolta di opinioni diverse ma dello stesso valore. La parola di Gesù invece ha un carattere più creativo ed un peso più grande: si rifà direttamente alla Legge e a Dio e, acquisendone forza, la sua parola non è mai solo un parere. Ma c’è di più e qui siamo al secondo livello dell’autorità di Gesù. Le sue non sono semplicemente parole, ma compiono ciò che dicono. Egli è il «santo di Dio» (MC 1,24) e perciò la sua autorità esprime il potere di Dio stesso: per questo insegna, esorcizza e guarisce, ma sempre attraverso una parola che libera e salva.

Il Regno di Dio è una nuova creazione no qual, come già nella prima, le parole proferite autorevolmente realizzano ciò che proferiscono. Questo diventa evidente nella seconda attività che contraddistingue l’avvento del Regno in Gesù: la guarigione dei malati e gli esorcismi. Dove c’è Dio con il suo regno, lì non c’è spazio per il male e le sue potenze: se ne devono andare.

Gesù infatti non lascia parlare lo spirito immondo: «Taci», gli ordina. Non vuole che Satana apra bocca e non solo perché il diavolo è «menzognero e padre della menzogna» (GV 8,44). Infatti già era accaduto una volta che il serpente avesse parlato, ed ebbe inizio la triste storia del peccato dell’uomo: il serpente antico per tentare al male Adamo aveva infatti inculcato il veleno del dubbio in Eva: "É verdade que?» (Geração 3,1). Se allora fosse stato fatto tacere, Adamo avrebbe vinto la tentazione.

In questa parte del Vangelo secondo Marco la cristologia è centrata sull’idea che Gesù sia capace di recuperare la sorte del primo uomo. Who, quando fa tacere il demonio e anche nella scena del deserto, ovvero nel racconto della sua tentação. Gesù viene «cacciato» in quel luogo (MC 1,12) così come Adamo era stato «cacciato» dal paradiso (Geração 3,24), condividendone così la sventura, ma uscendo vittorioso dalla prova. Al termine di essa, registra Marco, Gesù «stava con le fiere», cioè di nuovo in pace con la creazione, come Adamo, «e gli angeli lo servivano», cioè ricevendo lo stesso onore che, secondo una tradizione rabbinica, Dio aveva dato alla sua più bella creatura, l’onore di essere nutrito dagli spiriti buoni. Jesus, no fim, appare nel Vangelo di Marco non come un bambino, come invece nei vangeli dell’infanzia di Matteo e di Luca, ma arriva sulla scena già adulto, uomo fatto, come anche Adamo era stato creato adulto.

La giornata di Cafarnao si svolge in un sabato, il giorno in cui Dio si è riposato dopo aver creato l’uomo. In questo giorno Gesù può riportare alla sua originale bellezza il mondo, per mezzo della stessa parola creatrice che ha fatto l’universo e che gli permette di esercitare la sua autorità forte; ma anche esercitando su quel giorno, il sabato, una speciale signoria. Il «Figlio dell’uomo», come ascolteremo in un’altra domenica, è «Signore anche del sabato» (MC 2,28). Il tempo è di Dio e Gesù afferma questa sovranità sul tempo compiendo guarigioni di sabato. E sono guarigioni che toccano uomini e donne che a causa della loro malattia avevano perso la ragione stessa del tempo. Per una persona sana, lo svolgersi delle attività lungo l’arco della settimana mirava ad un compimento nel riposo sabbatico: l’incontro con Dio e con la sua parola permeava di significato e di speranza l’esistenza.

Per una persona invalida, che era esclusa dal riposo sabbatico e dallo spazio del tempio, ecco che ogni giorno della settimana si caricava del medesimo dolore e sofferenza. Le guarigioni di Gesù nel giorno di sabato interrompono questo fluire indistinto del tempo nel corpo dei malati e ridonano a uomini e donne che hanno perso il senso del tempo il suo pieno valore attraverso il sabato. La guarigione di quell’uomo «posseduto da uno spirito impuro», che quel giorno di sabato si trovava proprio lì dove era presente anche Gesù, è l’inizio di un nuovo sabato, ossia di una nuova creazione, in cui al centro c’è la vita di ogni persona da salvare. Come ha scritto il rabbino e filosofo Heshel:

«Dobbiamo sentirci sopraffatti dalla meraviglia del tempo se vogliamo essere pronti a ricevere la presenza dell’eternità in un singolo momento. Dobbiamo vivere ed agire come se il destino di tutto il tempo dipendesse da un singolo momento» (Heshel A. (J), No sábado, Garzanti, Milão 2015, p. 96).

 

Do Eremitério, 27 Janeiro 2024

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Caverna de Sant'Angelo em Maduro (Civitella del Tronto)

 

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Os Padres da Ilha de Patmos

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A caridade lava e limpa até o dinheiro sujo, Os grandes Santos da Caridade nos ensinam isso na história da Igreja

A CARIDADE LAVA E FAZ LIMPAR ATÉ O DINHEIRO SUJO, OS GRANDES SANTOS DA CARIDADE NOS ENSINAM NA HISTÓRIA DA IGREJA

Certos bispos de Migrantopoli e Pauperopoli parecem querer apresentar-se hoje mais puros e imaculados que a Bem-Aventurada Virgem Maria, apenas para agradar o mundo e agradá-lo. Até entendermos que a caridade “tudo cobre” e “tudo transforma”, que, no entanto, eles não conseguem captar e compreender, se encontrarem uma pessoa que se afirme como seu presidente: “o Evangelho não é uma destilação da verdade”.

- Notícias da Igreja -

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Quando o Beato Apóstolo Paulo ele compôs o louvor da caridade e também falou hoje. Esta é a característica da Palavra de Deus: uma linguagem eterna que se comunica com os homens de todos os tempos e que ao longo dos séculos revela novas mensagens contidas nessas mesmas palavras.

As Sagradas Escrituras eles têm um estilo e linguagem apocalípticos no sentido etimológico do termo. Embora o termo apocalipse seja comumente falado, o grego revelação, é erroneamente usado para indicar um evento catastrófico ou o fim do mundo, seu verdadeiro significado é “revelar”, “remova o véu que cobre”, então descubra. Entre o termo apocalipse e o termo epifania, derivado do grego superfície, que significa “eu me manifesto”, há uma ligação estreita. A epifania entendida como manifestação da divindade é um “desvelamento” contínuo dos conteúdos contidos nas falas, dentro das linhas e além das linhas das Sagradas Escrituras que contêm a Palavra de Deus.

Na música em questão, também conhecido como Hino à Caridade, o Beato Apóstolo Paulo expressa:

«A caridade é paciente, caridade é gentil; caridade não é invejosa, não se vangloria, não incha, não falta respeito, não busca o interesse dele, ele não está bravo, não leva em consideração o mal recebido, não gosta de injustiça, mas tem prazer na verdade. Tudo cobre, todo mundo acredita, espero tudo, aguenta tudo. Caridade nunca vai acabar. […] Estas são as três coisas que permanecem: fé, esperança e caridade; mas de tudo o maior é a caridade!» (I Coríntios 1, 1-13)

Vamos comparar esta passagem paulina, fácil e compreensível apenas na aparência, com um recente evento de notícias eclesiais:

«"O hospital pediátrico Bambino Gesù de Roma teve razão em recusar a rica doação da empresa Leonardo" porque "é dinheiro sujo, sujo com armas, manchado de sangue, sujeira de guerra". Mons. Giovanni Ricchiuti presidente nacional da Pax Christi e bispo de Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, assume uma posição mais que clara depois disso A República ele escreveu que um milhão e meio de euros teria sido rejeitado. “Finalmente”, diz ele, “estamos alinhados com uma Igreja que realmente se liberta dessas restrições, dessas doações que chegam, como no caso, de uma indústria que produz armas. O Vaticano estava certo em recusar esta oferta. Digo isso como bispo: é uma Igreja que ama a verdade"" (cf.. WHO e WHO).

Primeiro uma pergunta. Depois do presidente do Paz de cristo anunciou que a nossa corrente “é uma Igreja que ama a verdade”, seria necessário esclarecer duas coisas fundamentais. O primeiro: anteriormente, a Igreja, por dois mil anos que verdade ele amou, presumindo que ele a amava? A segunda: o que é a verdade?

Recentemente, o Presidente dos Bispos da Itália, no silêncio total do nosso episcopado nacional afirmou que “o Evangelho não é uma destilação da verdade” (cf.. WHO). Pelo menos, Pôncio Pilatos, na época ele não fez uma declaração como a do Presidente dos Bispos da Itália, de uma forma muito mais elegante ele fez uma pergunta a Cristo: «O que é verdade?», O que é verdade (cf.. GV 18,38).

Não é fácil falar sobre a verdade na hoje emocionante Igreja de Migrantopoli e Pauperopoli. Então, tentemos voltar àquele São Tomás de Aquino que nas salas de estar dos clérigos cada vez mais ignorantes chique radical é referido como "antigo" e "desatualizado". Para o Doutor Angélico o Doutor Comum A verdade é o próprio Deus a mais alta e primeira verdade em si (Summa, eu q. 16 uma. 5 c). A verdade nunca se revela totalmente, por esta razão «a verdade e a opinião errada, verdade e mentiras no mundo estão continuamente misturadas de uma forma quase inextricável [...] torna-se reconhecível, se Deus se tornar reconhecível. Ele se torna reconhecível em Jesus Cristo. Nele Deus entrou no mundo, e elevou o critério da verdade no meio da história" (Joseph Ratzinger, dentro Jesus de Nazaré, A pergunta de Pilatos, pp. 216-218).

Por vontade do seu divino fundador a Igreja de Cristo não nasceu para agradar o mundo e agradá-lo, mas para lutar contra isso:

"Se o mundo vos odeia, sei que ele odiava-me antes. Se você fosse do mundo, o mundo amaria o que era seu; porque não sois do mundo, mas eu vos escolhi a vós do mundo, é por isso que o mundo te odeia" (GV 15, 18-19).

Se opiniões errôneas se sobrepõem à verdade que ganham vida a partir de elementos emocionais subjetivos ou coletivos, permanece completamente escondido na comovente Igreja de Migrantopoli e Pauperopoli, onde não há hesitação em afirmar que “o Evangelho não é uma destilação da verdade”, tudo no silêncio de todo o episcopado italiano.

Ao recusar essa doação mais uma vez tentamos agradar o mundo, em particular aquela formada por pessoas que longe de irem à Santa Missa na Páscoa e no Natal, eles nem sabem fazer o sinal da cruz. Este é o mundo que esta nossa Igreja visível e de sabor cada vez mais exótico quer agradar a todo custo, esquecendo sua própria história, a partir daquele dos grandes santos da caridade.

Vamos começar com os Jesuítas, a quem no presente momento histórico é justo dar um merecido direito de prioridade: os institutos faraônicos construídos ao redor do mundo, muitas vezes beirando a megalomania, juntamente com as igrejas adjacentes, suas faculdades, que em muitas ocasiões irritaram muito os bispos diocesanos, porque eles foram deliberadamente construídos maiores, rico e solene de suas igrejas catedrais, com o dinheiro e contribuições de quem os construiu? Porque os espanhóis e portugueses que lhes ofereceram amplo financiamento eram os mesmos que administravam o mercado de escravos ou que, quando necessário, administravam a justiça de forma casual, ou seja,: primeiro eles cortaram sua cabeça ou te enforcaram, então eles finalmente avaliaram se você realmente fez algo errado. Os jesuítas de hoje, que são o motor ideológico de Migrantopoli e Pauperopoli, Eles realmente não têm nenhuma memória da história?

Aos grandes Santos da Caridade e aos grandes pedagogos a quem devemos a fundação de preciosas instituições de bem-estar para órfãos, idosos abandonados, para a educação das crianças pobres e para o acolhimento e cuidado das pessoas com deficiência, da San Filippo Neri mas para Santo João Bosco, passando por São Vincenzo de 'Paoli e chegando aos mais recentes São José Benedito Cottolengo, São Giovanni Calábria e São Luís Orione, que forneceram os recursos financeiros necessários para a realização de suas obras? quando em 1980 Luís Orione foi beatificado, pouco depois surgiram vários protestos de círculos de pessoas que nem sequer conheciam as primeiras seis palavras do Nosso pai, incluindo o patético protesto da ANPI (Associação Nacional de Partidários Italianos) que o acusou de ter sido um apoiante do regime fascista graças ao qual recebeu fundos para a criação das suas obras; protesto que se repetiu em 2004, quando o beato Luís Orione foi canonizado.

As grandes obras destes Santos da caridade eles ainda estão ativos hoje, alguns dos quais constituem centros clínicos e assistenciais considerados de verdadeira excelência a nível europeu: a obra de Turim de San Giovanni Benedetto Cottolengo, as enormes obras assistenciais de São Luigi Orione em Gênova, o Hospital do Sagrado Coração de Verona em San Giovanni Calabria... alguém, você já se perguntou de onde e de quem veio o dinheiro? Mais do que tudo, alguém se pergunta se hoje, especialmente diante de certos protestos absurdos, a Igreja visível teria tido a coragem de beatificá-los e canonizá-los, ou se, em vez disso, ele teria cedido a grupos de pessoas que nem sequer conhecem as primeiras seis palavras do Nosso pai mas que, no entanto, afirmam ditar a lei para nós, com as nossas Autoridades Eclesiásticas que inclinam a cabeça e cedem aos caprichos políticos e ideológicos de ambientes não católicos e não cristãos. A este respeito, refiro-me aos meus trabalhos Ervas Amare e Pio XII e a Shoah no qual explico as influências externas exercidas por certos grupos agressivos que tentaram por todos os meios injustos, ao ponto de recorrer à fabricação de falsificações históricas, bloquear a causa de beatificação de Pio XII e a cerimônia de beatificação do Padre Leão Dehon para o qual a data já havia sido marcada 24 abril 2005 na Praça de São Pedro, mas que foi cancelado devido a improváveis ​​acusações de anti-semitismo levantadas contra ele por alguns círculos judaicos. Dado que nunca e sob nenhuma circunstância a Igreja pode receber ordens do moderno Grande Sinédrio e aceitar os seus protestos, a pergunta a fazer era a seguinte: assumindo que o Padre Leon Dehon escreveu algumas frases críticas sobre os empresários judeus - que precisavam de ser lidas e contextualizadas historicamente no contexto da Revolução Industrial -, dado que o seu processo de beatificação durou quase meio século, porque certos círculos judaicos esperaram pacientemente até que a cerimônia de beatificação fosse marcada para dar origem àquela polêmica pública na imprensa mundial? Simples: mesmo que eles sempre tivessem conhecido esses escritos, eles tiveram que provar, com um verdadeiro teste de força, que puderam dar ordens à Igreja e induzi-la a recuar não só numa decisão tomada, mas mesmo de uma cerimónia de beatificação já formalizada e agendada. Este era o verdadeiro propósito, o que foi em grande parte conseguido através da sua arrogância e da nossa fraqueza. O problema não foi a beatificação em si do Padre Leon Dehon, a Igreja pode beatificar quem quiser e nunca deve aceitar protestos nesse sentido, já que os judeus não têm nenhum tipo de obrigação de venerar nossos Beatos e Santos em suas sinagogas, assim como certas franjas do sionismo político, nasceu e se desenvolveu a partir do coração do Judaísmo, eles não aceitam críticas dirigidas ao Exército Israelita quando este arrasa centros populacionais inteiros na Faixa de Gaza, exceto gritar como um anti-semita para qualquer um que ouse discordar de ações que não constituem legítima defesa, mas verdadeiros crimes contra humanidade.

Estes grandes santos da caridade não hesitaram em aceitar dinheiro do património de indivíduos conhecidos e conhecidos pela sua imoralidade e pela forma bastante casual como conduziam os seus negócios sem muitos escrúpulos. Os bons jesuítas quais eles eram, cuja moral rígida era bem conhecida e que durante muito tempo tentou transformar adolescentes em meio a crises hormonais num casto exército de São Luís Gonzaga, eles nunca tiveram nenhum escrúpulo particular em aceitar grandes doações dos maiores prostitutos e trapaceiros dos tribunais espanhóis. Apenas os adolescentes deveriam ser puros e castos, a quem ele se impôs em suas faculdades, até longe dos tempos remotos, dormir com as mãos fora dos lençóis para evitar o risco de cometer “abomináveis ​​atos impuros”, enquanto ao mesmo tempo, sob os lençóis daqueles a quem deviam grandes doações em dinheiro para a construção de suas estruturas faraônicas, em vez disso, tudo e muito mais poderia ter sido feito, em atos impuros verdadeiramente abomináveis.

O grande problema - dado que “o Evangelho não é uma destilação da verdade” - é dada pela incapacidade de ler as palavras do Beato Apóstolo Paulo sobre a caridade, por exemplo, a afirmação de que "cobre tudo". Se suas palavras fossem lidas e compreendidas em profundidade, entenderíamos que para a realização de obras de caridade deveríamos aceitar não apenas o dinheiro das empresas que fabricam armas, mas até o dinheiro doado pelos narcotraficantes mexicanos. Porque se esse dinheiro sujo for inteiramente usado em obras de caridade para os pobres, fraco, oprimido, deficiente e doente, eles ainda ficarão limpos, porque a caridade “cobre tudo”, ou se preferirmos: «tudo se transforma», porque só a caridade divina, que é Cristo, pode transformar o mal em bem, então dinheiro sujo em dinheiro limpo. Caso contrário, poderia surgir um problema teológico de não pouca importância.: negar que a graça de Deus pode transformar o mal em bem. Como é bem conhecido, no entanto,, uma das coisas que está menos na moda hoje em dia na Igreja do emocional e do politicamente correto é justamente a teologia.

Certos bispos de Migrantopoli e Pauperopoli parece que querem apresentar-se hoje mais puros e imaculados que a Bem-Aventurada Virgem Maria, apenas para agradar o mundo e agradá-lo. Até entendermos que a caridade “tudo cobre” e “tudo transforma”, que, no entanto, eles não conseguem captar e compreender, se encontrarem uma pessoa que se afirme como seu presidente: “o Evangelho não é uma destilação da verdade”.

a Ilha de Patmos, 23 Janeiro 2024

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Os Padres da Ilha de Patmos

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«Venha atrás de mim, Eu vos farei pescadores de homens ". E imediatamente eles deixaram as redes e o seguiram

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

«VENHA ATRÁS DE MIM, FAREI QUE VOCÊS SE TORNAREM PESCADORES DE HOMENS". E SUBITO LASCIARONO LE RETI E LO SEGUIRONO

Come potremmo descrivere il regno di Dio proclamato da Gesù? A principal dificuldade é que Jesus nunca usou nenhuma definição para falar sobre isso. Em vez disso, ele usou parábolas e imagens, paragonandolo, per rimanere sempre al Vangelo di Marco che leggeremo quest’anno, a un seminatore che getta del seme in terra o a un granello di senapa e così via.

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Lasciato alle spalle il passaggio nel Vangelo secondo Giovanni di domenica scorsa, il lezionario ci riporta a Marco, Who, terminata l’esposizione della trilogia comune ai sinottici (João Batista, Battesimo di Gesù e la prova nel deserto), riprende la narrazione dandoci un’indicazione temporale importante che apprendiamo dall’attacco del Vangelo di oggi.

«Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, ele viu Simone e Andrea, irmão da simone, enquanto lançam suas redes no mar; eles eram na verdade pescadores. Jesus disse-lhes:: «Venite dietro a me, Eu vos farei pescadores de homens ". E imediatamente eles deixaram as redes e o seguiram. Indo um pouco mais longe, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui. (MC 1,14-20).

Scrive Marco che Gesù inizia a proclamare il regno di Dio «dopo che Giovanni fu arrestato» (MC 1,14 cf.. Além disso MT 4,12). Molti immaginano che la cronologia dell’inizio del ministero pubblico di Gesù si sia svolta così: da Galiléia, regione da cui viene, Gesù scende al Giordano per essere battezzato. Subito dopo, tentativa de, rimane quaranta giorni nel deserto per poi ritornare in Galilea. Ma deve invece essere passato più tempo e il punto di svolta, ciò che fa tornare Gesù in Galilea è rappresentato dall’arresto del Battista. Forse è in quel preciso momento che per Gesù giunge la consapevolezza che è ora di assumersi le sue responsabilità.

La voce che gridava nel deserto, poiché è stata messa a tacere, passa ora alla Parola che annuncia il regno. Questa interpretazione aiuta noi credenti nei momenti di difficoltà e sofferenza, come deve essere stato per Gesù l’arresto di Giovanni e ci fa proferire: bisogna fare qualcosa. È in tali situazioni che, se non vai tu, nessuno può andare al posto tuo. La chiamata che ora Gesù farà dei discepoli, l’ha vissuta in prima persona lui; il regno che annuncia l’ha visto arrivare per primo lui, anche nella dolorosa notizia che Giovanni non può più parlare.

Ma eccoci a una questione teologica importante. Come potremmo descrivere il regno di Dio proclamato da Gesù? A principal dificuldade é que Jesus nunca usou nenhuma definição para falar sobre isso. Em vez disso, ele usou parábolas e imagens, paragonandolo, per rimanere sempre al Vangelo di Marco che leggeremo quest’anno, a un seminatore che getta del seme in terra (MC 4,26) o a un granello di senapa (MC 4,31) e assim por diante. Il regno, diz Jesus, non solo è vicino, ma bisogna accoglierlo come fanno i bambini (MC 10,15) ed entrarci dentro, anche se non è così facile, soprattutto se si hanno molte ricchezze (MC 10,23). È presente, cioè qui o vicino, ma è anche futuro, come quello in cui Gesù berrà, junto conosco, il vino nuovo, altro vino rispetto a quello dell’ultima sua cena (MC 14,25). La teologia cristiana ha elaborato a proposito una formula, quella del «già» ma «non ancora», quasi un ossimoro che dice però come il regno possiamo già ereditarlo e viverci, anche se non è ancora compiuto. Non è ancora esteso a tutti gli uomini, mãe, come insegna il documento del Concilio Vaticano II A luz «è già presente in mistero» con la Chiesa (cf.. n. 5).

Nesse sentido Gesù si distingue dalle due principali concezioni sul regno che circolavano nel giudaismo del suo tempo. Egli infatti non ha inventato questa idea, già nota all’Antico Testamento (cf. 1Cr 28,5) e non l’ha applicata né a quel modo di pensare che vedeva il regno come una realtà «nazionalistica», tutta presente, da attuare magari ad ogni costo, né tanto meno alla concezione opposta, di tipo apocalittico, che vedeva il regno possibile solo come una realizzazione futura che negava il presente. Se vogliamo rintracciare questi due estremi nella storia dell’umanità, potremmo dire che il materialismo si è spesso fondato sull’illusione che tutto potesse risolversi qui, agora; ma dall’altra parte è facile riconoscere in certi movimenti spiritualistici la svalutano del presente, considerato in modo negativo.

Gesù ha invece usato l’idea di regno per dire anzitutto che è arrivato e quindi ci si può entrare. Ma per farlo bisogna cambiare mentalità, modo di ragionare e pensare; per dirlo con le parole di Gesù: «convertirsi» (MC 1,15). "Venha seu reino!», prega ancora la Chiesa, hoje, após dois mil anos. Il regno c’è già, ma deve ancora essere accolto come un dono e trovato lì anche dove si fatica a vederlo.

In conformità dunque con l’attesa escatologica giudaica, ma con la differenza decisiva però che non più di attesa si tratta, il Regno di Dio è l’effetto dell’evento messianico annunciato da Gesù e in lui presente. Il pieno dispiegamento della sua sovranità redentrice non si è ancora realizzato, ma il tempo della fine è giunto e dunque per parlare in modo appropriato non c’è più sviluppo storico, mas sim uma recapitulação de toda a história chamada a julgamento.

«È questo il contenuto dell’«evangelo di Dio» quale ci è sinteticamente riferito dalla tradizione più antica raccolta da Marco: «Il tempo è compiuto ed è vicino il Regno di Dio: converter, e credete nell’evangelo» (1,14-15). O que se anuncia aqui é o tempo (a kairos) de conclusão final, o advento prometido do Reino, a grande virada do mundo inaugurada por Jesus, cujo último ato com sua parusia está prestes a acontecer. Evidentemente qui non può essere il Gesù storico a parlare, bensì il Risorto predicato dall’evangelista, che segna con precisione il tempo della fine tra resurrezione e parusia, come un evento unico in cui tutto il tempo, tutta la storia si condensa, ivi compresa la vita stessa di Gesù. Para isso agora, ao contrário da escatologia judaica, occorre «fede nell’evangelo», isto é, em Jesus Cristo, no Messias, que está presente como quem veio e quem vem. Tutto dunque in forza di questa fede precipita e si concentra nel presente, non vi è più oscillazione tra passato e futuro, tradizione e attesa; ma solo l’ora attuale in cui il passato è redento e il futuro è solo desiderio del compimento: "Vem Senhor Jesus" (Ap 22, 20).[1]

Il Vangelo prosegue descrivendo la fretta di Gesù di portare ad attuazione la sua parola sul regno, perché “il tempo è compiuto”. Il concetto emerge molto chiaramente nel Vangelo di Marco, dove abbonda l’avverbio euthus (εὐθὺς), «subito», ripetuto decine di volte. Tale sollecitudine trova una prima applicazione nella chiamata dei quattro discepoli (vv. 16-20) e nell’episodio dell’insegnamento nella sinagoga di Cafarnao, accompagnato dalla liberazione di un indemoniato (próximo domingo). Jesus, con gesti e con parole, mostra davvero come il regno è arrivato, e lo dice: ai discepoli (appena chiamati a sé) e alla sua gente (nella sinagoga). Ecco che allora il regno può essere solo uno spazio in cui Dio è presente, Onde, precisamente, solo lui regna. Le altre potenze non possono fare altro che riconoscerne l’autorità («Io so chi tu sei: il santo di Dio» di MC 1,24) e sottomettersi.

I padri della Chiesa erano colpiti dal modo in cui Gesù chiamò i primi a seguirlo: rilevano che erano persone semplici e illetterate (Orígenes), che probabilmente avranno obiettato con la loro inadeguatezza (Eusebio); noi ci stupiamo anche del fatto che questi «subito» lascino le reti lo seguano (cf.. MC 1,18), ma soprattutto per il fatto che ancora oggi, depois de muitos anos, Gesù ancora «passi accanto» (MC 1,16) alle nostre situazioni, al nostro quotidiano, alle nostre reti, e ci inviti a seguirlo per stare con lui.

Ciascuno di noi viene chiamato lì dove si trova e ogni inizio ha sempre un prima che lo ha preparato su cui poi si innesta una novità, un cambiamento: come il seme che è stato seminato ha una forma diversa dalla pianta che poi germoglierà, così anche noi siamo presi dal Signore a partire dalle nostre storie e dal nostro oggi per far sviluppare quelle potenzialità di bene e di vita che sono racchiuse nel «piccolo seme» della nostra vita e che solo il Signore può dischiudere e trasformare con la forza e la fantasia del suo Spirito. A noi è chiesta l’attenzione alla sua voce che chiama, l’abbandono filiale e fiducioso alle sue parole, e la prontezza nel rispondere senza dilazioni nel tempo o attaccamenti al «già», a quel noto e conosciuto che ci rassicura ma anche rischia di bloccarci: «E subito lasciarono le reti e lo seguirono».

 

Do Eremitério, 21 Janeiro 2024

 

NOTA

[1] Gaeta G., A hora do fim, Qualquer, 2020

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Os Padres da Ilha de Patmos

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Gabriele Giordano M. Scardocci
Da Ordem dos Pregadores
Presbítero e Teólogo

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Padre Gabriel

Um domínio de caridade: "Rabino, onde você mora? Venha e veja"

Homilética dos Padres da Ilha de Patmos

UM MESTRE DE CARIDADE: "RABINO, ONDE VOCÊ MORA? VENITE E VEDETE»

Scriveva Isaac Newton «Più imparo, mais percebo quantas coisas não sei". Hoje parece que muitos não querem aprender mesmo tendo certeza e certeza de que sabem.

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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artigo em formato de impressão PDF

 

 

 

Caros Leitores da Ilha de Patmos,

uno degli atteggiamenti più naturali che tutti abbiamo è quello della ricerca. Quando siamo bambini ci domandiamo spesso il perché delle cose. Crescendo troviamo poi delle risposte, e continuamente rinnoviamo questa nostra ricerca del senso della verità nelle cose. Scriveva Isaac Newton «Più imparo, mais percebo quantas coisas não sei".

Nel Vangelo di oggi Gesù ci mostra due uomini in ricerca e la via da seguire per trovare la risposta definitiva. La risposta è molto bella: andare con Lui e vedere dove dimora il Signore.

«Gesù allora si voltò e, osservando che [Giovanni e due discepoli] lo seguivano, ele disse-lhes: “Che cosa cercate?”. Eles responderam a ele: “Rabbì — che, tradotto, significa maestro — , onde você mora?”. Disse loro: “Venite e vedrete”».

Troviamo dunque una scena molto bella. Giovanni, Andrea e un altro discepolo di cui non sappiamo il nome si muovono seguendo Gesù. Lui se ne accorge e li interroga. Rispondono e così lo riconoscono come maestro e vogliono sapere dove abita. Ed è allora che Gesù li invita a venire e vedere.

È un dialogo vivido e forte fra i tre e Gesù. Il Signore con il suo sguardo umano divino coglie un cuore e una mente pronti a cercare la casa di Dio. Pronti a cercare quel luogo dove possono trovare la verità che schiude il loro mistero e quello di Dio.

Gesù è davvero maestro per loro perché in quanto figlio di Dio può condurre Andrea, Giovanni e l’altro discepolo ad una maestria, ad una conoscenza che diventa amore. Una conoscenza di Dio che gli permette di amare in modo concreto e pratico sé stessi e gli altri.

In questo incontro ci siamo anche noi. Potremmo dire che siamo simboleggiati da quel discepolo innominato. Quello senza nome è colui che ascolta e chiede a Gesù qual è la sua dimora oggi nel 2024.

Il Signore chiede a tutti noi di cercarlo innanzitutto nella Chiesa, eua sua dimora principale, perché in essa si vive e si celebra l’Eucarestia, cioè la presenza reale di Gesù in corpo, sangue, alma e divindade. Se seguiamo e vediamo Gesù nella Chiesa che celebra l’Eucarestia, e dunque ci rende partecipi attivamente nell’Incontro con Lui, tutti possiamo crescere anche nell’imparare la comunione con il prossimo. Porque, efetivamente, la seconda dimora dove possiamo incontrare Gesù oggi, è proprio il nostro prossimo. Tutti noi infatti siamo tempio dello Spirito Santo e tempio dell’Eucarestia. Perciò impariamo a guardare nel prossimo sofferente e bisognoso, quello stesso Gesù che ci chiede aiuto.

Così dobbiamo innanzitutto imparare ad ascoltare la voce di Gesù che oggi domanda ai nostri cuori “Cosa cercate?”. Domandiamoci se i nostri desideri sono santi, giusti e buoni, e davvero sentiremo il Signore invitarci a camminare sui sentieri dell’Eternità.

Chiediamo al Signore il dono di una ricerca che ci porti alla vita autentica, la vita in Lui e nella sua Chiesa, per diventare ricercatori della Luce Eterna.

 

santa maria novela em Florença, 14 Janeiro 2024

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Os Padres da Ilha de Patmos

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O divino provocador Jesus aos Apóstolos: "O que você está procurando??»

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

O DIVINO PROVOCADOR JESUS ​​​​AOS APÓSTOLOS: "O QUE VOCÊ ESTÁ PROCURANDO?»

Questo primo incontro di Gesù coi suoi primi discepoli è un intreccio di sguardi e di testimonianze che convergono verso il Signore. O profundo mistério da sua pessoa começa a revelar-se, bem como os nomes dos primeiros seguidores. Tanto significativo dovette essere questo momento che ne conservarono anche l’orario: le quattro del pomeriggio, l’ora decima.

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.HTTPS://youtu.be/4fP7neCJapw.

 

Nel Vangelo di questa II domenica del tempo ordinario vamos ler: «In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, ele disse-lhes: "O que você está procurando??». Eles responderam a ele: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, onde você mora?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro». (GV 1,35-42).

La Chiesa ha compreso l’unità dei tre misteri che hanno attinenza con la rivelazione di Gesù, e li ha legati già nell’antica antifona dei Secondi Vespri del giorno dell’Epifania:

«Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia».

Quest’anno il terzo mistero che attiene alla manifestazione di Gesù è annunciato sempre tramite il Vangelo secondo San Giovanni, ma invece che l’episodio di Cana, la liturgia propone quello della prima manifestazione di Gesù ai discepoli, a seguito della indicazione di Giovanni Battista che lo definisce come «Agnello di Dio».

L’episodio evangelico si colloca al terzo giorno della settimana inaugurale del ministero di Gesù, settimana che culminerà nella manifestazione della sua gloria a Cana davanti ai suoi discepoli che «credettero in lui» (GV 2,11). Il testo offre la versione giovannea della chiamata dei primi discepoli narrata dalla tradizione sinottica, ma con differenze rimarchevoli. Giovanni presenta uno schema in cui è fondamentale la mediazione di un testimone che confessa la fede in Gesù e conduce altri all’incontro con lui: è così per Giovanni Battista nei riguardi di due suoi discepoli (1,35-39), per Andrea nei confronti di Simon Pietro (1,40-41), per Filippo che si rivolge a Natanaele. In particolare Giovanni Battista che, dopo una testimonianza negativa su di sé («Io non sono il Cristo») e una positiva su Gesù («Ecco l’Agnello di Dio»), rivela davanti a due suoi discepoli l’identità di colui di cui egli è stato il precursore e li conduce a farsi discepoli di Gesù. Colui che era stato inviato da Dio come testimone del Verbo «perché tutti credessero per mezzo di lui» (1,7) adempie così il suo mandato lasciando che i suoi discepoli diventino di Gesù, chiedendo che aderiscano a lui.

Che siamo di fronte alla manifestazione di un mistero è segnalato anche dallo “schema di rivelazione”, spesso usato dall’evangelista nella sua opera e che si può riassumere nelle tre fasi del vedere, dire e proferire l’avverbio: «Ecco». Il brano evangelico si apre, assim, con Giovanni che «fissa lo sguardo» (1,36) su Gesù e dice: «Ecco l’Agnello di Dio» e si chiude con Gesù che «fissando lo sguardo» (1,42) su Simon Pietro gli dice: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, sarai chiamato Cefa – che significa Pietro». Lida com, in entrambi i casi, di uno sguardo intenso, un vedere in profondità, un discernere l’identità di una persona. La vocazione non è solo una chiamata come nei sinottici, ma anche uno sguardo come qui in Giovanni. Lo sguardo, come e forse più della voce è comunicazione e rivelazione. In Giovanni Il verbo più neutro è scorgere, βλέπειν (Blepein). Lo troviamo per la scena iniziale del battesimo al Giordano. Giovanni Battista scorge Gesù che viene a lui e dice: «Ecco l’agnello di Dio». Ma si nota già in questo episodio un passaggio dallo scorgere al contemplare (GV 1,32) e poi all’«ho visto» di GV 1,34, come in GV 14,9.

Alla forma verbale più completa arriviamo in GV 14,9, dove il verbo «vede­re» verrà usato al perfetto: έώρακα (Eoraka). Applicato a Gesù, descrive ciò che lo sguardo attento e stupito ha scoperto in lui e di cui si conserva nella memoria la scoperta. Possiamo osservare che ogni volta che Giovanni usa questo verbo «ho visto» (e ne conservo la memoria) Gesù viene riconosciuto come il luogo santo dove Dio si manifesta, il tempio della presenza divina, casa, ovvero la dimora in cui Dio stesso abita. In un tale contesto diventa chiaro il senso del versetto di Gv14,9: "Quem me viu tem visto o pai". Aver visto Gesù e conservarne la visione interiore nella memoria vuol dire riconoscere Gesù come il luogo di inabitazione del Padre, presente nel suo Figlio come in una dimora. Por causa disso, ritornando al brano evangelico di questa domenica, bisogna dire che in modo adeguato la versione rinnovata della Bibbia CEI del 2008 ha tradotto il v.38 con: «Rabbì dove dimori?» e non «dove abiti?» come era nella precedente versione, data la presenza del verbo μένεις (Menein) che riveste nel quarto Vangelo una importanza particolare. Il tema del dimorare corre, na verdade, come un filo rosso attraverso tutto il quarto Vangelo, arricchendosi progressivamente. Allargando lo sguardo all’insieme del Vangelo e provando a tirare le fila del nostro discorso possiamo affermare che lo stesso evan­gelista in 1,14 ci invita a comprendere che nell’uomo Gesù — il Verbo fatto carne «pieno della grazia della verità» in cui i testimoni hanno «contemplato la gloria dell’unigenito» — c’era un mistero, «insondabilmente nascosto» ma che ci viene manifestato «simbolicamente» (São Máximo o Confessor). È il mistero dell’«unigenito venuto da presso il Padre», che «è venuto a mettere la sua tenda in mezzo a noi». Così egli diventa la dimora del Padre (GV 14,10), il nuovo tempio della presenza di Dio (GV 2,21; cf.. GV 4,20-24). Un bellissimo brano di san Massimo il Confessore, sep­pur difficile, dice l’essenziale:

«Il Signore […] è diventato precursore di se stesso; è diventato tipo e simbolo di se stesso. Simbolicamente fa conoscere se stesso attraverso se stes­so. Cioè conduce tutta la creazione, partendo da se stesso in quanto si manifesta, ma per condurla a se stesso in quanto è insondabilmente nascosto».

Forse più intellegibile e nello stesso tempo mirabile è questa frase di Guglielmo di Saint-Thierry, l’amico di San Bernardo, che interpretò in senso spirituale e trinitario la domanda dei primi discepoli:

"Maestro, onde você mora? Vieni e vedi, disse Egli. Non credi che io sono nel Padre, e che il Padre è in me? Grazie a te, homem! […] Noi abbiamo trovato il tuo luogo. Il tuo luogo è il Padre; e novamente, il luogo del Padre sei tu. Tu sei dunque localizzato a partire da questo luogo. Ma questa localizzazione, che è la tua, […] è l’unità del Padre e del Figlio»[1].

Questo primo incontro di Gesù coi suoi primi discepoli è un intreccio di sguardi e di testimonianze che convergono verso il Signore. O profundo mistério da sua pessoa começa a revelar-se, bem como os nomes dos primeiros seguidores. Tanto significativo dovette essere questo momento che ne conservarono anche l’orario: le quattro del pomeriggio, l’ora decima. Così iniziamo a conoscere Andrea fratello di Simon Pietro, (1,42) che da Gesù riceve la vocazione a diventare «roccia» (questo significa «Cefa»), in mezzo ai suoi fratelli. Chi è l’altro discepolo che era insieme a Andrea? Possiamo ipotizzare che sia «il discepolo amato». Egli è colui che, presente alla croce di Gesù, vedendo Gesù morire come Agnello a cui non viene spezzato alcun osso (GV 19,33.36) «testimonia perché voi crediate» (GV 19,35), proprio come Giovanni Battista testimonia di Gesù, dopo averlo visto e indicato come Agnello di Dio perché tutti credano (GV 1,34.36.37). Il parallelismo tra GV 1,38 («Voltatosi Gesù e vedendo essi che lo seguivano dice loro») e GV 21,20-21 («Voltatosi, Pietro vede il discepolo che Gesù amava che seguiva … e dice a Gesù») mostra che accanto a Pietro, agli inizi della sequela e dopo la Pasqua, c’è, con ogni probabilità, il discepolo amato che ha seguito l’Agnello con fedeltà fin dagli inizi. E Pietro, mentre viene costituito pastore delle pecore del Signore e invitato nuovamente a seguire Gesù come pecora egli stesso (cf.. GV 10,4), riceve la rivelazione che la sequela dell’Agnello e il ministero pastorale trovano il loro esito nel dare la vita per le pecore, nel glorificare Dio con il martirio. Questa sarà la testimonianza di Pietro: nella morte di croce l’apostolo si troverà là dove è stato il suo Signore: «Se uno mi vuol servire mi segua e dove sono io, là sarà anche il mio servo» (GV 12,26).

Do Eremitério, 13 Janeiro 2024

 

NOTA

[1] GUGLIELMO DI SAINT-THIERRY, La contemplation de Dieu. L’oraison de Dom Guillaume, Paris, Ed. Du Cerf, 1959 (Cole. Sources Chrétiennes, n.61), 124-125.

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Giuseppe Betori, um homem de cultura e um bispo que conseguiu a difícil tarefa de se tornar querido pelo presbitério florentino

GIUSEPPE BETORI, UM HOMEM DE CULTURA E UM BISPO QUE TEM SUCESSO NA DIFÍCIL TAREFA DE TORNAR O PRESBITERIO DE FLORENÇA COMO ELE

Enquanto um miserável traficante de veneno afirma: «Sem esquecer que o clero de Florença está farto de Betori que causou mais danos do que qualquer outra coisa», Em vez disso, ressoa em todos nós uma pergunta que, se desejada, desperta ansiedade em nossas almas: e depois?

- Notícias da Igreja -

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Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF

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A partir da última semana do Advento e seguidas pelas solenidades do Santo Natal, os Padres da Ilha de Patmos - que antes de serem estudiosos e publicitários são antes de tudo sacerdotes - estavam empenhados em atividades pastorais. Certas solenidades, em particular Santo Natal e Santa Páscoa, eles são sempre precedidos por sermões, confissões e orientações espirituais, hoje mais do que nunca tudo menos fácil, considerando os tempos de confusão que os fiéis católicos vivem, por um lado, nós sacerdotes, por outro lado. Retomamos assim a nossa actividade publicitária nesta nossa revista com a apresentação de um vídeo muito interessante que recomendamos que vejam..

No final do próximo mês de fevereiro Cardeal Giuseppe Betori, Arcebispo Metropolitano de Florença, celebrará seu 77º aniversário. Ele passou muitos desses anos de sua vida 16 à frente da Igreja Florentina, que está chegando em breve’ deixar nas mãos de seu sucessor.

Apesar dos julgamentos maliciosos recentemente difundido por algum personagem obscuro e doloroso que se estabeleceu como juiz intransigente de toda a hierarquia eclesiástica (cf.. WHO) e que costuma afirmar «nós no Vaticano… aqui no Vaticano…», exceto não poder sequer chegar perto dos portões de entrada daquele pequeno Estado Soberano, entre a maioria do clero florentino há a consciência de que este bispo da Úmbria - apesar das limitações de cada ser humano - deu verdadeiramente uma grande contribuição à sua Igreja particular e a toda a Igreja italiana. Por esta razão, será sem dúvida lamentável o equilíbrio, a clareza e profundidade teológica e cultural que demonstrou no seu serviço apostólico.

Fazendo uma análise realista dos últimos vinte anos, verificar-se-á que tivemos a oportunidade de experimentar dois tipos completamente diferentes de bispos. antigamente, entre o final do pontificado do Santo Pontífice João Paulo II e o pontificado do Venerável Bento XVI tivemos a temporada dos “professores bispos”. Compreensível, a crise da doutrina gerou situações que ele ilustrou bem 14 anos atrás nosso Padre Ariel S. Levi di Gualdo em um de seus livros sobre a análise da Igreja:

«A crise da doutrina gerou uma profunda crise de fé que por sua vez deu origem a uma crise moral dentro do nosso clero» (cf.. E Satanás se tornou trino, Edições A ilha de Patmos, 2010).

Nesse assunto Nosso Padre Ivano Liguori também retornou recentemente com um artigo preciso e dramático de sua autoria:

«Da desorientação doutrinária da Igreja ao pecado dos sacerdotes e à reciclagem dos leigos. Perspectiva de uma cultura intransigente que ao condenar santifica e condena santificando" (cf.. WHO).

Os chamados “professores bispos”, à luz dessas questões, por si só, eles não eram uma má ideia, mas os resultados nem sempre são felizes, quando começamos a ter pessoas catapultadas de uma cátedra universitária para uma cátedra episcopal à frente das dioceses, porque são duas cátedras substancialmente diferentes. Bispos muitas vezes sem experiência pastoral que tendiam a relacionar-se com os seus sacerdotes como professores com estudantes ou que transformavam assembleias e reuniões do clero em aulas académicas, ignorando, muitas vezes não entendendo nada, os problemas que seus sacerdotes vivenciaram e tiveram que enfrentar todos os dias.

Na próxima mudança de vento a necessidade de “pastores com cheiro de ovelha” começou a ser invocada, o que por si só não seria uma má ideia, assim como a dos “professores bispos” não foi. Infelizmente, quando a ideologia mina por trás das aparentes boas intenções, ou se queremos uma verdadeira prevenção em relação aos "principescos" (!?) episcopado italiano, os resultados só podem ser infelizes. E hoje nos encontramos com um número substancial de bispos retirados dos centros da Caritas ou de “periferias” não especificadas, só é capaz de falar dos pobres, migrantes e a “Igreja em movimento”.

Em vez de seguir em frente fomos catapultados para trás, no início dos anos setenta, quando os sessenta e oito falaram de “proibido proibir” e de “imaginação no poder”. Sobre a preparação doutrinal e teológica destes bispos, todos projectados num sistema social que já vimos fracassar abundantemente nos vários campos sociais e políticos, vamos tirar um véu compassivo da caridade cristã. De fato, quando o Presidente dos Bispos da Itália responde afirmando que “o Evangelho não é uma destilação da verdade” (cf.. WHO), não há muito mais a acrescentar, tanto em relação aos padres de “fronteira” ou de “rua”, tanto em relação à "Igreja em saída" que nos aparece, mais do que "extrovertido", à beira da falência, prova disso é o facto de há alguns anos que tentamos resolver os problemas colocando sob comissário todos os comissários possíveis e imagináveis, com uma exceção: a Companhia de Jesus.

Cardeal Giuseppe Betori, talvez um dos últimos de uma geração agora em extinção, soube colocar a sua ciência e a sua cultura ao serviço integral da pastoral. Personagem na primeira abordagem introvertido e tímido, nas relações com o clero demonstrou grande capacidade de escuta e acolhimento, ele era um professor e um guardião da fé, não é um professor na cadeira. Amou a sua Igreja e soube fazer-se amar, mesmo por aqueles que o acolheram à sua chegada com aquele ar de condescendência, suspeita e desconfiança típicas de nós, florentinos, que somos historicamente sujeitos que não são exatamente fáceis de lidar, tratar e governar. Suas homilias, sempre profundo, mas ao mesmo tempo claro e compreensível, despertaram estima e respeito por parte dos fiéis católicos.

E enquanto um miserável traficante de veneno afirma: «Sem esquecer que o clero de Florença está farto de Betori que causou mais danos do que qualquer outra coisa» (cf.. WHO), Em vez disso, ressoa em todos nós uma pergunta que, se desejada, desperta ansiedade em nossas almas: e depois?

Florença, 12 Janeiro 2024

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