Il nuovo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e ciò che la Chiesa si attende sul problema di Karl Rahner
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/7 Commenti/in Attualità/da Padre ArielIl Santo Padre Francesco «eretico» e «apostata». E se fosse un provvidenziale “pifferaio magico”?
/35 Commenti/in Attualità/da RedazioneRispondono i Padri de L’Isola di Patmos
IL SANTO PADRE FRANCESCO «ERETICO» E «APOSTATA». E SE FOSSE UN PROVVIDENZIALE PIFFERAIO MAGICO ?
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Non si ha memoria storica di un Sommo Pontefice che come quello regnante sia stato bollato come “eretico” e “apostata” da un numero di cattolici affatto irrilevante e non riconducibili ai soli ambiti degli “integralisti”. Pertanto riteniamo che questo nuovo fenomeno meriti una chiara e onesta risposta sul piano teologico ed ecclesiologico, fornita qui di seguito dai Padri de L’Isola di Patmos in due loro diversi scritti dedicati al delicato tema.
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Capisco bene i Vostri limiti di manovra, dire tuttavia che “il Santo Padre si trova in una «gabbia» nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire …», è francamente poco credibile, considerata la personalità del Santo Padre, che ha oramai al suo fianco chi egli ha voluto. Gli altri sono emarginati. O sbaglio?
Licio Zuliani
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I Reverendi Padri di questa isola che sostengono questa teoria [Ndr. «il Santo Padre si trova in una “gabbia” nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire»], non sanno di aggravare ulteriormente la situazione. Rendono un cattivo servigio che va a discapito della salvezza delle anime. Il dottore privato sta demolendo tutto. Che scandalo la visita sulla tomba del don Milan, addirittura vorrebbe emularlo invitando i sacerdoti a fare lo stesso. Dal 2013 abbiamo una tale quantità di elementi oggettivi (scritti, omelie, discorsi, video) per definirlo un apostata […]. Cari Padri di quest’Isola, abbiate la carità di dire per intero la verità è in gioco la salvezza delle anime di cui voi risponderete dinanzi al tribunale di Dio. Nessuno può essere convinto che il sole sia un granello di sale.
Aquila
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il compianto Lucio Battisti [Rieti 1943 – Milano 1998], uno dei “mostri sacri” della storia della musica pop italiana, autore del brano Confusione. Per ascoltare cliccare sopra l’immagine
Il problema del Santo Padre Francesco è un problema sostanzialmente morale, cioè è il problema della sua condotta morale e della sua pastorale, non della sua dottrina di Vicario di Cristo. Su questo punto dobbiamo ascoltarlo da buoni cattolici e non fare come i lefebvriani e i luterani, che lo accusano di eresia. È questo, in sostanza, quello che il Padre Ariel ricorda nella sua risposta secca e decisa.
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Il problema del Santo Padre, a comune avviso dei Padri de L’Isola di Patmos, che a questo tema dedicano due diverse risposte, è proprio quello di non avere una forte personalità, ma di essere una persona influenzabile, salvo ad assumere a volte atteggiamenti autoritari, che però colpiscono i deboli e lasciano prosperare i forti.
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Il Santo Padre si trova a doversi misurare con un ambiente modernista molto potente, che è quello che ha spinto il Sommo Pontefice Benedetto XVI a fare atto di rinuncia. Il Papa è accerchiato, circonvenuto e adulato da falsi amici e traditori. La Chiesa ha il nemico in casa, ormai giunto ai più alti posti: pensiamo al caso del Cardinale Gianfranco Ravasi, per il quale i massoni sono nostri «cari fratelli» [cf. QUI, QUI] o del Cardinale Walter Kasper, per il quale il dogma è mutevole, o del Preposito generale della Compagnia di Gesù Arturo Sosa [cf. QUI], per il quale non sappiamo che cosa abbia insegnato Cristo, dato che a quel tempo non esistevano i registratori [cf. QUI], o dell’Arcivescovo Vincenzo Paglia, devoto di Pannella o di Bianchi, per il quale l’omosessualità è un dono di Dio.
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Alberto Melloni è invece convinto che ormai il sacerdozio è finito e che il Papa è alla pari del Patriarca di Costantinopoli [cf. QUI]. I modernisti sono penetrati nelle Facoltà Pontificie, nella Curia Romana e nella stessa Segreteria di Stato. Il Demonio bussa all’ingresso dell’Ospizio Santa Marta travestito da immigrato musulmano. Il Papa è costretto a scegliere i collaboratori tra quelli che di fatto si trova ad avere attorno. Deve fare buon viso a cattivo gioco.
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I modernisti giocano perfidamente la carta della forte capacità che il Papa ha di contatto umano e di comprensione umana, ed avendo in mano i grandi mass-media, diffondono la falsa immagine di un Papa simpaticone, populista e rivoluzionario, “leader della sinistra internazionale” contro Donald Trump, dipinto come odiatore dei poveri immigrati e servo del capitalismo americano, celando alla gente la sua identità di Vicario di Cristo e presentandolo come un modernista o un nuovo Che Guevara. La storia sembra veramente retrocessa al 1968 ed oggi si ha l’impressione di vivere, all’interno della Chiesa, a inizi anni Settanta del Novecento.
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In questa difficilissima situazione di emergenza, sotto questo assalto di forze diaboliche mai successo nella storia della Chiesa, il Papa deve barcamenarsi, deve fare attenzione ad ogni passo che fa, deve in qualche modo adattarsi alla situazione proprio per proteggere il suo ruolo di Romano Pontefice.
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I modernisti infatti hanno capito e favoriscono nel Papa il suo eccessivo affetto per la gente, organizzando delle adunate popolari, circa le quali ci si può chiedere cosa vale questo successo, ossia se esso nasce da una retta interpretazione del ruolo del Papa o forse piuttosto dalla sua semplice carica di umanità. Queste folle, che cosa vedono nel Papa? Il messaggero del Vangelo o il grande conduttore di entusiasmanti spettacoli di folla? Questo dubbio successo, secondo noi, rende il Papa influenzabile e cedevole alla formidabile, danarosa ed astuta pressione modernista.
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Questa incresciosa situazione si trascina sin dai tempi di Paolo VI ed oggi è ancora peggio. Il fatto è pertanto che il Papa non ha i mezzi per difendersi e per difendere la Chiesa dai modernisti. Il Papa deve fare, come si suol dire, buon viso a cattivo gioco. Per questo non ci sentiamo assolutamente di accusare il Papa di favorire gli eretici. E se accusandoci di «non dire tutto», alcuni vorrebbero che noi dicessimo che il Papa è eretico, o peggio ancora apostata, ebbene cavatevelo pure dalla testa, perché ciò ci sarebbe impossibile sia come sacerdoti sia come teologi. Oltre al fatto che dire ciò ― ossia accusare il Pontefice regnante di “eresia” o “apostasia” ―, non sarebbe «dire tutto», come sollecita un nostro Lettore, ma dire invece il falso.
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Nessun problema invece ad affermare che a nostro parere il Santo Padre sia cedevole è troppo accondiscendente, o troppo buono, come si suol dire, mosso dal desiderio di non causare alla Chiesa ulteriori sofferenze e non farle patire nuovi scandali. Se infatti egli rivelasse apertamente le trame di modernisti, accadrebbe nella Chiesa uno scompiglio maggiore di quello che avvenne nel 1943 in Italia con la caduta del Fascismo.
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In tale evenienza drammatica, il Papa potrebbe essere processato e deposto e i modernisti potrebbero eleggere un antipapa, Giovanni XXIV, dietro illuminata proposta di Gianfranco Ravasi e Walter Kasper, offesissimi, nonché di Alberto Melloni e di Andrea Grillo. I lefebvriani, per reazione a questo affronto intollerabile, potrebbero a loro volta eleggere, dietro suggerimento di Antonio Socci, Don Alessandro Minutella e degli Ecc.mi Monsignori Bernard Fallay e Richard Williamson, un altro antipapa, Pio XIII, del loro partito. Così si avrebbero tre Papi, senza contare il quarto, Benedetto XVI, sempre che sia ancora vivo. Frattanto, il deposto Francesco I, beneficiando di un indulto speciale, potrebbe dedicarsi a tempo pieno all’assistenza agli immigrati sull’isola di Lampedusa. Certo, il tutto può sembrare fanta-ecclesiologia, ma non ci siamo poi tanto lontani.
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Pertanto, i fedeli, per non scandalizzarsi del Papa e mancargli del dovuto rispetto come a Vicario di Cristo, devono fare questa lettura di quello che sta succedendo: occorre combattere i modernisti e difendere il Papa, perché se in qualsiasi modo viene attaccato il Papa, come spiega Padre Ariel nel suo commento di risposta che segue: si scardina la pietra che regge l’intera costruzione, con conseguenze non poi così difficili da immaginare …
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da L’Isola di Patmos, 26 giugno 2017
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un vecchio 45 giri del complesso I Camaleonti: Non c’è niente di nuovo, una canzone che oggi sarebbe adatta da suonare e cantare in diverse chiese cattedrali, al posto dell’inno Ecce sacerdos magnus. Per ascoltare cliccare sopra l’immagine
I Padri de L’Isola di Patmos sono coscienti della situazione ecclesiale ed ecclesiastica attuale e per questo si guardano dall’andare a scardinare la pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa [cf. Mt 13,16-20], perché sono uomini di fede. Non c’è infatti cosa peggiore che distruggere la casa sulla base del “perché io penso”, “perché io sento”…
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I misteri della fede non si fondano sul “io penso”, “io sento”… due presupposti che danno vita ad una “fede” emotiva, immatura e infantile, priva peraltro di una prospettiva fondamentale legata all’azione di grazia dello Spirito Santo che alla fine trasformò, uno spocchioso debole e pauroso come Pietro, in un martire e testimone della fede.
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Se il Pontefice regnante è «apostata», come afferma un nostro Lettore, allo stesso Lettore va ricordato che Pietro, scelto e voluto da Cristo in persona, era molto peggiore di Francesco I. Anche perché Pietro, atto di apostasia dalla fede nel Verbo di Dio incarnato la fece sul serio. Invece, Francesco I, non ha mai rinnegato pubblicamente Cristo e dinanzi al pericolo non s’è dato alla fuga. Pietro invece non solo lo rinnegò pubblicamente, ma lo fece giurando il falso e imprecando: «Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo!”» [Mt 26,69-75].
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Noi non abbiamo mai negati i difetti, le carenze teologiche e la pastorale ambigua e confusa del Santo Padre Francesco, come fanno invece certi pavidi ecclesiastici in carriera, improvvisatisi oggi tutti quanti poveri&profughi. Non abbiamo mai negato i suoi difetti nella stessa misura in cui crediamo nello Spirito Santo «che è Signore e da la vita e procede dal Padre e dal Figlio» [cf. Simbolo di fede], inviato da Cristo alla Chiesa nascente nel giorno di Pentecoste. Pertanto non escludiamo che una persona limitata e ambigua come mostra d’esserlo il Pontefice regnante possa, anche alla fine della sua vita, come accaduto con Pietro, mutarsi in un grande confessore e difensore della fede.
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Di questa prospettiva molti sono purtroppo privi, semplicemente perché non hanno fede nelle azioni di grazia, perché la loro fede si gioca tutta sui clik del “mi piace”, “non mi piace”, perché vivono la Chiesa come un fenomeno socio-politico utile come valvola di sfogo per litigare nel microcosmo del loro cortile, laddove esiste solo nero e bianco, buoni e cattivi, dove si sentenzia “è così e basta“, ma non perché lo stabiliscono i dati oggettivi o le somme verità della fede, ma perché lo stabilisce il “io penso”, “io sento”, che finisce con l’essere il solo vero e oggettivo, il nuovo tragico dogma dell’essere e dell’esistere di molti uomini immersi nel mondo dell’iocentrismo e della auto-referenzialità. La fede è però altra cosa: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1-7].
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Mai cesseremo di rendere grazie al Santo Padre Francesco per avere portato allo scoperto un esercito così fitto e numeroso di cristiani la cui “fede”, di fatto, si basava sul niente. Infatti, al primo colpo di vento sono caduti, urlando in modo concitato ed emotivo «eresia!», «apostasia!», ed ogni altro genere di rabbia verso la Cattedra di Pietro. Ma soprattutto lo ringraziamo per avere portato allo scoperto soggetti di gran lunga più pericolosi, vale a dire tutte quelle frange di cardinali, vescovi e sacerdoti, oltre ad un esercito di teologi eretici in cattedra da alcuni decenni, che sotto i pontificati di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno a lungo lavorato con “ammirevole” pazienza nel nascondimento, dietro le quinte, giocando finché hanno potuto al trasformismo dettato da palesi mire di carriera, il tutto secondo la tecnica tanto acuta quanto pericolosa dei modernisti, che non mancano né di progettualità né di pazienza.
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Nessun problema, da parte mia, a fornire a tal proposito esempi. Figurarsi se io, come esorta a fare lo stesso Sommo Pontefice [vedere QUI], ho paura a «denunciare con nomi e cognomi». Semmai il problema è che il Santo Padre, al di là delle sue parole pronunciate nei predicozzi mattutini, i denunciati con nome e cognome se li tieni tutti attorno come edera avvolta attorno alla Cattedra di Pietro, mentre i pochi che hanno osato denunciare il covo dei serpenti attorno al sacro soglio, sono finiti come sono finiti, a lode e gloria di Dio. Pertanto, il Sommo Pontefice, oltre a essere limitato è purtroppo anche incoerente, perché mostra che tra il suo predicare a colpi di slogan a effetto per la gioia della stampa laicista, ed il suo agire concreto, non c’è corrispondenza.
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All’esortazione racchiusa in questo ennesimo predicozzo mattutino, rispondo offrendo quindi alla Santità di Nostro Signore Gesù Cristo l’Augusto Pontefice felicemente regnante, un nome di alto lignaggio che può valere per molti altri: il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia e oggi Presidente della Conferenza Episcopale Italiana …
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… il Cardinale Bassetti, è riuscito ad andare avanti con quella “furbizia contadina” che induce a dire al padrone ciò che esso desidera sentirsi dire, sino a convincersi che quel semplice colono agisce come un servo davvero fedele nel migliore interesse del padrone e della proprietà. Adesso vedremo in che modo egli ha portata avanti la propria scalata, visto che al Successore di Pietro pare piacciano tanto le «denunce» corredate di «nomi e cognomi» — oltre che di fatti, naturalmente —, alle quali egli ci esorta nei suoi predicozzi mattutini.
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Gualtiero Bassetti, entrato nelle grazie del Cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo metropolita di Firenze, è favorito infine nella sua promozione episcopale. Egli non è mai stato un’aquila teologica né uomo di profonda cultura, cosa che non costituisce in sé e di per sé alcun problema, anzi tutt’altro, conosciamo infatti bene i danni immani recati sotto il pontificato dell’ultimo Giovanni Paolo II dalle infauste infornate di vescovi professori. Va quindi precisato che oggi, il Popolo di Dio e noi stessi ministri in sacris veneriamo dei santi che erano persone di una limitatezza teologica e culturale a volte desolante, ma ciò non ha pregiudicato l’eroicità delle loro virtù, sino a essere canonizzati e proclamati modelli di santità per gli stessi sacerdoti, a partire dal nostro patrono, che con buona pace del Sommo Pontefice e del Cardinale Bassetti, rimane il Santo Curato d’Ars Giovanni Maria Vianney. Pur malgrado, pochi giorni fa, si è assistita alla elevazione del Priore di Barbiana Don Lorenzo Milani a sublime modello di prete per opera della Santità di Nostro Signore Gesù Cristo l’Augusto Pontefice felicemente regnante, al quale l’Enzo Bianchi e l’Alberto Melloni di turno hanno detto in modo diretto o indiretto le due parole magiche dinanzi alle quali Francesco I giunge persino a perdere la ragione, ma soprattutto ogni spirito obbiettivo: «un vero prete dei poveri … un prete degli ultimi … un prete di frontiera sperduto nelle periferie esistenziali …», ed il gioco è stato fatto, a lode dell’eretico di Bose e del politicante non meno eretico della Scuola di Bologna.
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Il futuro vescovo cardinale e presidente della C.E.I Gualtiero Bassetti, con certi santi condivide sicuramente la mediocrità e la limitatezza, non però la eroicità delle virtù e la santità. Ed a parte una giovanile “nomina d’ufficio” a vice-parroco, di fatto ha trascorso tutta la sua vita sacerdotale precedente l’episcopato tra i meandri della curia fiorentina: assistente presso il seminario, poi rettore del seminario minore, poi rettore del seminario maggiore, poi pro-vicario generale … Nel 1994 è nominato vescovo di una piccola ma antica diocesi della Maremma toscana, Massa Marittima, eretta nel V secolo in un angolo di quella splendida terra etrusca e retta dal proto-vescovo Cerbone; una Chiesa particolare nella quale egli, ragionevolmente, avrebbe dovuto raggiungere i suoi 75 anni d’età.
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Sappiamo però bene, ma soprattutto abbiamo sperimentato più volte amaramente sulla nostra pelle sacerdotale, sia nella nostra veste di sottoposti sia nella nostra veste di vittime, che mentre gli uomini di Dio tremano se chiamati a certi incarichi, giacché più son dotati di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio, più si sentono inadeguati, al loro contrario i mediocri che tendono a essere ammantati di esteriore umiltà e sopra i quali i doni dello Spirito Santo rimbalzano all’indietro come palle di gomma su di un muro di cemento, dentro sé stessi non sono mai contenti di quanto di immeritato hanno ottenuto, per questo cercano di supplire a tutti i loro demeriti aspirando ad ottenere sempre di più. Ecco allora che con tutta la fedeltà tipica dello sposo amorevole e devoto, Gualtiero Bassetti lascia solo dopo quattro anni, nel 1998, la diocesi di Massa Marittima, per divenire vescovo della Diocesi di Arezzo, che per estensione territoriale e numero di presbiteri è la seconda diocesi più grande della Toscana. Ovviamente — ci mancherebbe altro! —, questi soggetti sono adusi rivolgersi dalla loro cattedra episcopale al clero ed ai fedeli con la lacrima da teatro d’arte drammatica all’occhio, pronunciando la fatidica frase che … «mio malgrado, diletti figli e figlie amatissime, il Santo Padre mi ha comandato, ed io ubbidisco» …
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… ma anche una sposa come la Chiesa di Arezzo non era all’altezza di cotanto marito, proprio come quei mariti vicini ai sessant’anni che una volta ben piazzatisi nella società come professionisti o imprenditori e fatto un certo gruzzolo di soldi, per prima cosa lasciano la moglie a dibattersi con i problemi della sua menopausa e si prendono come fidanzata una ragazza di 25 anni che potrebbe essere loro figlia, la quale si unisce a loro per amore, solo ed esclusivamente per profonda passione d’amore. In questo caso, lo sposo devoto Gualtiero Bassetti, lascia la sposa aretina per divenire Arcivescovo metropolita di Perugia. E, per la seconda volta, ripete la rappresentazione d’arte drammatica di rito, con l’annuncio dato dalla cattedra episcopale di Arezzo: «mio malgrado, il Santo Padre mi ha comandato, ed io ubbidisco».
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È veramente insolito che nel corso dell’ultimo ventennio, dinanzi a questi comandi dati dal Santo Padre, che semmai non conosceva neppure l’esistenza, il nome e l’ubicazione geografica di certe piccole e medie diocesi d’Italia, ma che pur malgrado comandava e manco a dirsi offriva per la terza volta allo sposo una sposa più “ricca” e “bella” … mai, dico mai, uno solo di questi “mariti fedifraghi” che abbia risposto: «Beatissimo Padre, ho già cambiato ben due spose, pertanto vi supplico: lasciatemi sposo della mia sposa. Non assegnatemi per la terza volta ad una nuova e più grande diocesi». Nessuno sposo fedele ha invece agito a questo modo, in un episcopato che pare favorevole al divorzio e alle seconde e terze nozze con spose più allettanti. Comprensibile il motivo: perché tutti sono di rigore degli indefessi obbedienti quando si tratta di passare da una piccola a una media diocesi, poi da una media diocesi a una grande sede storica che beneficia del pallio metropolitano. Insomma, se un ometto, in prime nozze, ha avuto il colpo di grazia di sposare la figlia di un barone di provincia, poi in seconde nozze la figlia di un conte di città, può essere forse così sciocco da non accettare di lasciare la seconda per prendersi come terza moglie la figlia di un principe che vive nella capitale? In fondo, nei cammini pastorali della fede — perché qui è di pura fede che si tratta, intendiamoci! —, bisogna da una parte puntare sempre più in alto, dall’altra puntare al duc in altum, ossia prendere il largo, ce lo insegna Cristo stesso nel Vangelo della pesca miracolosa, anzi lo comanda proprio Egli stesso a Pietro: «Prendi il largo» [Lc 5,1-11]. Resta però un dubbio: Cristo Signore, a Pietro, lo fece capo dei pescatori di uomini, o capo di un gruppo di pescatori di mogli sempre più altolocate?
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Per inciso sia chiaro, è legittimo, anzi a volte auspicabile che a certe grandi sedi metropolitane siano assegnati dei vescovi che hanno già maturata esperienza pastorale, cosa che in rari casi avveniva anche in passato, quando pure un vescovo, una volta eletto a una sede, era inamovibile sino alla morte. Ma si tratta, appunto, di casi molto rari. Per esempio, in Italia, dove abbiamo oltre duecento diocesi, le grandi sedi che potrebbero richiedere un vescovo con esperienza pastorale già maturata, saranno più o meno dieci: Palermo, Napoli, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino … E qui faccio nuovamente notare che mentre la Diocesi di Arezzo, più grande ed estesa dell’Arcidiocesi umbra, ha 245 parrocchie e un presbiterio formato da 270 sacerdoti tra secolari e regolari, l’Arcidiocesi di Perugia ha 155 parrocchie e un clero composto da 190 sacerdoti, tra secolari e regolari. Però, quello di Perugia, è un arcivescovo metropolita, mentre quella di Arezzo, sebbene diocesi di maggiori proporzioni come parrocchie, clero ed estensione territoriale, è una diocesi suffraganea della sede metropolitana di Firenze. E proprio in quel di Firenze, città che al futuro cardinale iper-bergogliano ha dato i natali, dinanzi a certe figure si è soliti motteggiare: «Eh, ti conosco, mascherina …».
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Il Cardinale Gualtiero Bassetti è un paradigma per un motivo che adesso illustro sul finire: sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, tutti ricordano questo personaggio, a Massa Marittima prima e ad Arezzo in seguito, come un pubblico difensore della famiglia e dei valori non negoziabili. Sotto il pontificato di Benedetto XVI, tutti lo ricordano a Perugia come un pubblico difensore della ortodossia teologica e della buona liturgia. Sotto il pontificato di Francesco I, tutti lo stiamo vedendo, nel suo nuovo ruolo di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, come un uomo tutto poveri, profughi e jus soli. Ecco, mi domandavo se per caso, i grandi padri del Diritto Romano, oltre al jus soli, non abbiamo anche coniato l’istituto giuridico del … jus sòla.
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Forse, quella lingua biforcuta di Pietro l’Aretino, dinanzi al quale Giovanni Boccaccio era pressoché una “timida educanda”, avrebbe esordito con qualche sonetto più o meno a questo modo … « perlomeno le baldracche cambian clienti, ma eziandio restan sempre se stesse, allo contrario d’altri, che mutan invece vezzi e forme secondo le diverse esigenze di lor novi clienti ».
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Come capite, stiamo parlando di persone non solo prive di coerenza, ma prive di comune senso del ridicolo, convinte che il Popolo di Dio sia formato di poveri beoti incapaci di cogliere, capire e analizzare. Non c’è problema, perché capiranno, volenti o nolenti, vuoi per obbligo vuoi in modo forzato, quando giungendo un giorno parati a festa nella piazza della loro chiesa cattedrale si sentiranno strillare da una turba inferocita: «buffoni, buffoni!». E da questa eventualità tutt’altro che fantascientifica e remota, oggi io vi dico — o se mi permettete “vi profeto” — che non siamo affatto lontani. E siccome, di questo, sono in cuor loro consapevoli anche diversi episcopetti e cardinaletti, potete ben capire come mai, dinanzi a questioni morali e sociali di inaudita gravità, hanno piegato il capo e calato il silenzio sul matrimonio tra coppie omosessuali, sugli ennesimi colpi dati al poco che resta della famiglia, sulle forme ideologiche violente di un laicismo sempre più aggressivo verso ogni sentimento cristiano, sulla dittatura del gender, sulle azioni da polizia repressiva della gaystapo e via dicendo, perché da una parte non hanno il virile coraggio, dall’altra vivono col terrore di perdere il loro potere sociale ed economico, che presto però perderanno, perché il conto alla rovescia è iniziato sin dagli inizi di questo nuovo millennio, ed oggi siamo ormai agli sgoccioli degli ultimi grani di sabbia della clessidra. Vogliamo capirla o no, che a breve, in Europa saremo messi fuorilegge, mentre il miope episcopato italiano si scalda in seno la pericolosa serpe islamica che domani metterà le nostre teste nei campanili al posto dei batacchi delle campane? È che le teste saranno le nostre, non quelle di Gualtiero Bassetti e di Nunzio Galantino, loro saranno frattanto emigrati in Svizzera, dove seguiteranno a parlare di accoglienza sulla nostra pelle e sul nostro sangue, seguitando a garantire che l’Islam è una religione di pace.
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O pensate che l’episcopato italiano si sia prostituito sino a lisciare il pelo a quel demonio incarnato di Marco Pannella per pura carità cristiana? Suvvia, mica siamo bambini! Se hanno chinato il capo dinanzi al padre delle leggi sull’aborto, sulle unioni civili, sul matrimonio gay, nonché ideologo indefesso della cultura omosessualista, del gender, dell’eutanasia, delle sperimentazioni genetiche, degli uteri in affitto … è stato solo per un semplice motivo: con un Pontefice che da una parte ha dato inizio al proprio pontificato invocando una Chiesa povera per i poveri [cf. QUI], una forte crisi economica in corso, ed al contempo una caduta libera in corso della credibilità del clero, vessato da scandali morali ed economici senza precedenti, in siffatta situazione all’indemoniato Marco Pannella sarebbe bastato solo mezzo fischio per segnare un trionfo elettorale senza precedenti chiamando alle urne gli italiani per un referendum popolare sulla abolizione del tributo dell’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica; ed i primi a votare a favore sarebbero stati molti cattolici. Proprio così … l’episcopato italiano si è svenduto come Esaù svendette la primogenitura per un piatto di lenticchie [Gen 12,50] …
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… e per la prima volta, attorno alla Cattedra di Pietro, si sono visti volteggiare degli accoliti di Satana come Marco Pannella ed Emma Bonino, colei che tutt’oggi chiama l’aborto «grande conquista sociale degna di un Paese civile», mentre il Pontefice che sogna una Chiesa povera per i poveri, non esitava ad accoglierla ripetutamente — cosa invece più volte negata a quattro pii cardinali —, ed a definirla «una grande d’Italia», assieme al comunista ateo e anticlericale Giorgio Napolitano [cf. QUI]. E qui facciamo notare per inciso che il grande ateo e comunista italiano Giorgio Napolitano, rivolse nel suo discorso ufficiale queste parole al Romano Pontefice:
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«Ci ha colpito l’assenza di ogni dogmatismo, la presa di distanze da “posizioni non sfiorate da un margine di incertezza”, il richiamo a quel “lasciare spazio al dubbio” proprio delle “grandi guide del popolo di Dio”» [testo del discorso, QUI].
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Che tradotto vuol dire: finalmente, un Pontefice che non parla dei dogmi della fede, o del fatto che certi temi non sono negoziabili da parte della morale cattolica, come per esempio il valore e la tutela della vita umana sin dal momento del concepimento e via dicendo. Segue poi un discorso improntato sul relativismo, l’antropocentrismo e via dicendo, dietro al quale non è difficile individuare, per noi addetti ai lavori, la mano di certi teologi, o meglio di qualche nota scuola teologica italiana, i cui fondatori frequentarono fin troppo la politica ed il palazzi politici …
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Ah, la Chiesa povera per i poveri! Speriamo che domani la gente non ci prenda a colpi di spranga per la strada, quando tra non molto scapperanno fuori i raggiri di vari preti trafficoni che dalla sera alla mattina hanno messo in piedi centri di accoglienza per “profughi”, gestendo da una parte grosse somme di danaro e dall’altra donando qualche appartamento agli amati nipoti. Cosa accadrà, per la mancanza di vigilanza delle nostre «guide cieche» [cf. Mt 23,16], quando saranno denunciate svariate Onlus fondate da preti per i più disparati scopi benefici, sociali e assistenziali, ivi inclusa persino una benemerita associazione per la lotta contro la pedofilia, ed il tutto specie nel Meridione d’Italia, quando si scoprirà che queste “pie fondazioni” non hanno mai presentato un bilancio, che ricevono finanziamenti generosi da vari enti statali ed europei, pur avendo dei consigli d’associazione “segretissimi” formati tutti quanti da fratelli, sorelle, nipoti e cugini, nessuno dei quali ha semmai un lavoro, ma vivono come suol dirsi alla grande sul gran mercato della “carità”? E cosa accadrà quando si scoprirà che grazie ai “profughi”, diverse strutture della Caritas, soprattutto da Napoli in giù, lungi dal beneficiare al novanta per cento di volontari gratis et amor Dei, hanno risolto certi problemi di disoccupazione, o più facilmente di carente voglia di lavoro, garantendo uno stipendio a fratelli, sorelle, nipoti, cugini, amici e … persino “fidanzati” di certi preti?
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Torniamo quindi ai vescovi ed ai cardinali del nostro discorso in questione, che forse è meglio …
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Anche il Cardinale Giuseppe Betori, attuale Arcivescovo metropolita di Firenze, è stato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, a partire da quand’era Segretario generale della C.E.I. sotto la presidenza del Cardinale Camillo Ruini, un difensore della famiglia e dei valori non negoziabili; in seguito, come vescovo diocesano e come cardinale, sotto il pontificato di Benedetto XVI è stato un difensore della ortodossia teologica e della buona liturgia. La differenza che però corre tra il Cardinale Giuseppe Betori e il Cardinale Gualtiero Bassetti, è che il primo, memore di ciò che pensavano sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI, ed ancor prima di loro Paolo VI e Giovanni XXIII, s’è ben guardato dal beatificare Don Lorenzo Milani, anzi ha dichiarato «per me non è santo» [cf. QUI, QUI], ed in tal modo è rimasto in coscienza se stesso dinanzi al mondo e alla storia. Tutt’altra pasta il Cardinale Gualtiero Bassetti, che cambiata non natura, ma cambiato semplicemente cliente, si è immediatamente adeguato dichiarando «per me è santo», mostrando in tal modo il proprio sé stesso nella miracolosa evoluzione dei tempi [cf. QUI, vedere video QUI], il cosiddetto … jus sòla.
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In conclusione ribadisco che al Santo Padre Francesco noi dobbiamo profonda gratitudine, perché come il pifferaio magico di Hamelin ha portato allo scoperto tutti questi topi; e qui permettetemi di dirvi che, questa analisi, non l’ho fatta adesso, ma quattro anni fa, dopo appena tre mesi di pontificato [vedere QUI]. E noi, dopo l’opera straordinaria del pifferaio magico, i topi li condurremo tutti a gettarsi nelle acque del fiume. Perché domani, queste persone paralizzate nel potere presente, certe che questo presente è una sorta di motore immobile che non passerà mai, prive come tali di una prospettiva escatologica futura perché paralizzate nel tutto e subito, nell’immediato, non potranno più in alcun modo riciclarsi sul carro del nuovo condottiero, cosa di cui dovremo rendere profonde grazie al Sommo Pontefice Francesco I, per sempre. In caso contrario, dinanzi a qualsiasi tentativo di gattopardesco riciclaggio clericale, per noi sarà un cosiddetto gioco da ragazzi, ricordare a tutti costoro come hanno vissuto e con quale piaggeria hanno agito sotto questo pontificato, pur di ottenere cariche ecclesiastiche e benefici d’ogni genere al merito dei poveri, dei profughi e delle periferie esistenziali. Infine sarà nostra cristiana missione “tagliar loro le teste”, a partire da quella del Cardinale Gualtiero Bassetti, uno dei diversi ai quali, casomai fosse stata eretta nell’Urbe, avrebbero dovuto dare come titolo cardinalizio quello della Chiesa di Santa Maria del Camaleonte. Perché costui, domani, come prova ampiamente la sua vita vissuta, al minimo cambio di vento non esiterebbe a presentarsi in pubblico con sette metri di cappa magna ed a dichiarare che i crociati salvarono intere popolazioni dagli attacchi dei musulmani e che pertanto vanno venerati come autentici difensori della fede. Ma soprattutto, al primo cambio di vento, non esiterebbe a dichiarare che andrebbero ripristinati i sani e santi metodi della vecchia inquisizione per procedere ad ardere al rogo Enzo Bianchi e Alberto Melloni.
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Che la Chiesa fosse santa e meretrice, questo lo afferma il Santo vescovo e dottore Ambrogio, ma dicendo ciò in un proprio sermone [casta meretrix, in Lucam III, 23], egli si rifaceva alla letteratura dell’Antico Testamento ed in particolare all’episodio della prostituta di Rahab che aiutò a Gerico gli israeliti come una «meretrice casta», che «molti amanti frequentano per le attrattive dell’amore ma senza la contaminazione della colpa». In modo contrario, personaggi come Gualtiero Bassetti e affini, hanno mutata invece la Chiesa in una baldracca che va dove tira il vento; e questo è tutt’altra cosa, rispetto al casto meretricio. O per dirla con il Reverendo Prof. Joseph Ratzinger, ciò vuol dire mutare la Santa Chiesa di Cristo «in una struttura di peccato» [cf. Introduzione al Cristianesimo, ed 1968], con buona pace del pretesto dei poveri, dei profughi, delle periferie esistenziali e dei tanti preti improvvisatisi oggi di strada, di frontiera e di periferia, per seguire con tutti gli stereotipi da Repubblica delle Banane sudamericana degli anni Settanta oggi in gran voga, sui quali molti stanno facendo folgoranti e dannose carriere ecclesiastiche, senza che l’Augusto Inquilino di Santa Marta si renda conto dei danni che sta favorendo, ma soprattutto di ciò di cui in futuro dovrà rispondere a Cristo, che gli ha affidata la propria Santa Sposa, non una ideale e idealizzata villas de las miseria …
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Nonostante tutto questo, noi crediamo con fede profonda e certa che quello del Sommo Pontefice Francesco I, per opera di grazia dello Spirito Santo, finirà con l’essere e col risultare a posteriori un pontificato che come pochi altri avrà reso grande servizio e grande bene alla Chiesa di Cristo per il suo futuro.
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Nel maggio 2016, quando ancora nessuno poteva immaginare certi eventi presenti, per sincera onestà intellettuale reputai opportuno indirizzare queste parole al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, verso il quale fui durissimo nel 2013 in occasione del funerale porcino del presbìtero Andrea Gallo:
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«Eminentissimo Padre Cardinale, non passerà molto tempo che noi, con la morte nel cuore e le lacrime agli occhi risogneremo i tempi recenti nei quali avevamo come punto di riferimento e modelli di equilibrio pastorale uomini straordinari come lei. Domani noi vivremo nel vostro ricordo e sentiremo in modo drammatico la vostra mancanza. E quelli che, come il sottoscritto, in alcuni momenti vi hanno trattati con severità, si pentiranno − ma se è per questo io sono già pentito – d’esser stati severi con voi e renderanno la vostra vecchiaia meno sofferente venendovi a baciare la mano e dicendovi con profonda devozione che in verità voi eravate degli autentici Padri della Chiesa; e ve lo diremo sinceri e convinti dopo avere provato il peggio del peggio che sulla nostra pelle di presbìteri fedeli alla Santa Chiesa di Cristo e alla sua dottrina si sta ormai preparando» [l’intero articolo è leggibile QUI].
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Io non sono mai saltato sul carro del vincitore, basti dire che ho vissuto anni di formazione sacerdotale a Roma e poi altri anni a seguire di sacerdozio nella Diocesi del Sommo Pontefice, senza mai avere visto una sola volta da vicino né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI né Francesco I. Anche perché non ho mai cercato di avvicinarli, persino quando più e più volte ho prestato servizio liturgico ai pontificali di Benedetto XVI. E perché mai avrei dovuto? Menziono tutti i giorni il Sommo Pontefice nel canone della Santa Messa, cosa questa che basta a loro e basta a me. Semmai, io mi avvicino a coloro che dal gran carro sono scesi, cessando alla loro discesa di essere delle stelle, ed oggi nessuno li cerca, forse nemmeno li ricorda, a partire dai giornalisti che li inseguivano come segugi. A quelli io sono da sempre vicino, nella loro solitudine e nel loro cammino; ed è lì che nascono le più belle relazioni, quando il rapporto tra colui che avvicina e colui che si lascia avvicinare, è caratterizzato dalla totale mancanza di qualsiasi genere di interesse, non certo dalla speranza di finire in una terna per una nomina episcopale.
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Ciò premesso concludo: su queste parole scritte oltre un anno fa al Cardinale Angelo Bagnasco, c’è forse qualcuno che oggi intende darmi torto, sia dinanzi al nuovo episcopato italiano, sia dinanzi alla nuova presidenza della C.E.I, che mi suona tanto come la nuova presidenza del jus sòla sul carro del gran carnevale di Rio de Janeiro?
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da L’Isola di Patmos, 26 giugno 2017
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Cari Lettori,
L’Isola di Patmos è ripiena di Spirito ma non vive di solo spirito, ed il mantenimento del sito che ospita questo osservatorio, questa rivista, ha dei costi, tra l’altro in aumento. Noi siamo sempre andati avanti grazie alle vostre offerte, di cui vi ringraziamo. La verità ve la offriamo gratis di tutto cuore ed a nostro totale “rischio e pericolo”, però ricordate che lavorarla, confezionarla e diffonderla, purtroppo costa.
Dio ve ne renda merito.
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I porno-teologi del galantiniano Avvenire: una profanazione sacrilega dell’Eucaristia di Padre Ermes Ronchi
/10 Commenti/in Attualità/da Redazione— bollettino di guerra: è in corso una guerra contro la fede? —
I PORNO-TEOLOGI DEL GALANTINIANO AVVENIRE : UNA PROFANAZIONE SACRILEGA DELL’EUCARISTIA DI PADRE ERMES RONCHI SUL GIORNALE DEI VESCOVI ITALIANI.
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… bisogna delineare la differenza sostanziale e formale che corre tra due “benemerite” riviste erotiche come Playboy e Penthouse, ed il galantiniano Avvenire : le prime due, sono delle riviste erotiche, mentre il secondo ― il galantiniano Avvenire ―, tramite questo articolo di Ermes Ronchi è “consacrato” in tutto e per tutto come quotidiano porno nel senso etimologico del termine.
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«Fino ad oggi si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero ed infallibile metodo; ma è difficile. Hic opus, hic labor»
Don Ernesto Buonaiuti [Roma 1881 – Roma 1946]

L’articolo del porno-teologo Ermes Ronchi su Avvenire [vedere QUI ]
Sull’ineffabile Avvenire galantiniano del 15 giugno è apparso un commento al Vangelo della Solennità del Corpo e del Sangue del Signore [cf. Gv 6,51-58], in cui si afferma e si scrive candidamente che in questa liturgia «non adoriamo il Corpo e il Sangue del Signore» e che non è esatto affermare che «celebriamo Cristo che si dona, corpo spezzato e sangue versato» [vedere articolo, QUI] .
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Seguendo la logica filosofico-teologico-pedagogica «non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo», campagna pastorale lanciata tempo fa da L’Isola di Patmos [cf. QUI], questa volta tocca al porno-teologo Ermes Ronchi O.S.M, autore di questo commento sull’organo della Conferenza Episcopale Italiana e personaggio del quale già ci siamo occupati quando fu invitato a sparare raffiche di eresie a tutta la curia romana per la predicazione dei pii esercizi spirituali [vedere precedente articolo, QUI]. Dinanzi a quella predicazione a parlare non furono i commenti dei convenuti ma le immagini delle loro facce: il Cardinale Gianfranco Ravasi era ritratto in foto sorridente, distante alcuni metri dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard Ludwig Müller, impietrito e sbiancato in volto come uno ch’è in procinto d’accasciarsi a terra colto da un colpo apoplettico. Inutile dire che se al posto del Cardinale Müller fosse stato presente un suo predecessore come il Cardinale Alfredo Ottaviani, prima sarebbero partite le legnate, poi, direttamente nel cortile della casa di esercizi spirituali che si trova in quel di Ariccia e che è gestita dai membri della Compagnia delle Indie, già Compagnia di Gesù, sarebbe stato issato un rogo. Se ci pensate bene sarebbe stato un gesto salutare di giubilo misericordioso, una espressione della più perfetta carità cristiana che avvolge con tutto l’amore del fuoco che arde il corpo dell’eretico, purificandone l’anima. Certo, oggi è difficile parlare di arrosti salvifici in un mondo nel quale sono in continuo aumento i fedeli della “chiesa dei vegetariani ” e della “chiesa dei vegani ”, pertanto chiudiamo il discorso per non recare offesa ai membri di questi altri culti religiosi oggi sempre più diffusi e anche agguerriti.
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Dinanzi alla parola «porno» poc’anzi richiamata, qualcuno potrebbe pensare a due riviste come Playboy e Penthouse, che però non sono pornografiche. Infatti, questi due mensili sono catalogati tra le riviste erotiche, che come sappiamo si differenziano parecchio in sostanza e forma da quelle porno. Una cosa è infatti ἔρως [eros], cosa ben diversa è invece πόρνη [pòrne]. Detto questo i nostri Lettori non si lascino sviare per i rivoli delle varie tangenti, perché noi intendiamo rimanere sulla più squisita autostrada etimologica del πόρνη, che per intendersi è la precisa e diritta autostrada greca, sia sul piano lessicale che su quello etimologico.
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Al termine greco πόρνηια, da cui derivano i lemmi porno e pornografia, noi diamo l’originario significato filosofico per così dire autostradale, poi trasposto nel lessico sia evangelico che in quello dell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni. Il termine πόρνη [pòrne], che è sinonimo indicativo anche di prostituta ― in nobile romanesco mignotta ―, è presente nella letteratura apocalittica [Ap 17:1], ed è citato per ben quaranta volte nell’Antico Testamento.
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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?
Detto questo va delineata la differenza sostanziale e formale che corre tra due “benemerite” riviste erotiche come Playboy e Penthouse, ed il galantiniano Avvenire : le prime due, sono delle riviste erotiche, mentre il secondo ― il galantiniano Avvenire ―, tramite questo articolo di Ermes Ronchi è “consacrato” in tutto e per tutto come quotidiano porno nel senso etimologico del termine.
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Fece ricorso al termine di porno-teologia l’insigne filosofo tomista e teologo Padre Cornelio Fabro, che nel lontano 1973 apostrofò così i porno-teologi :
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«Chi pretende di avanzare tagliando i ponti con il passato non avanza, ma precipita nel vuoto, non incontra l’uomo storico in cammino verso il futuro della salvezza, ma viene risucchiato dai gorghi del tempo senza speranza».
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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?
L’articolo di Ermes Ronchi, prima di essere eretico è sacrilego, o come sin qui spiegato è porno-teologico. Infatti, per costui, nell’Eucaristia non si tratta di adorare ma di mangiare, perché in caso contrario disprezzeremmo il dono che Cristo ci fa: «che dono è quello che nessuno accoglie? Che regalo è se ti offro qualcosa e tu non lo gradisci e lo abbandoni in un angolo?».
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Ebbene, secondo Ermes Ronchi, lasciare Gesù nel tabernacolo, vuol forse dire disprezzarLo e «lasciarLo in un angolo»? Perché seguendo le sue parole è presto detto che non si tratta di guardare al tabernacolo e alla pisside «con ciò che contiene», ma si tratta solo di mangiare. Inutile ricordare che questi sono i presupposti fondanti attraverso i quali Giovanni Calvino distrusse il mistero della presenza reale di Cristo nella Santissima Eucaristia, riducendola ad un banchetto, ad un solo mangiare tra fratelli, che ricordava simbolicamente la presenza di Cristo nel mondo.
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Prosegue Ermes Ronchi: «Nel Vangelo della Messa, Gesù non sta parlando del sacramento dell’Eucaristia, ma del sacramento della sua esistenza, che diventa mio pane quando la prendo come misura, energia, seme, lievito della mia umanità […]. Mangiare e bere la vita di Cristo non si limita alle celebrazioni liturgiche, ma si dissemina sul grande altare del pianeta, nella “messa del mondo”» [Teilhard de Chardin]».
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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?
Osserviamo che nel Vangelo Gesù ci invita a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane unito a me e io a lui» [cf. Gv 6, 51-58]. E detto questo ricordiamo che nell’Ultima Cena, Cristo Dio prese il pane e disse «questo è il mio corpo»; e preso il vino, disse: «Questo è il mio sangue» [cf. Mt 26; Mc 14; Lc 22; I Cor 11]. l’Eucaristia è pertanto il sacramento del corpo e del sangue del Signore, ed è falso affermare che nel Vangelo della Messa Cristo non stia parlando dell’Eucaristia. È falso anche affermare che l’Eucaristia non sia il sacramento dell’esistenza del Signore, giacché al contrario essa contiene tutto Cristo: corpo, sangue, anima e divinità, basti leggere neppure i grandi trattati di dogmatica sacramentaria, né le stupende encicliche dedicate alla Santissima Eucaristia dai Sommi Pontefici del Novecento, ma solo il Catechismo della Chiesa Cattolica, che forse Ermes Ronchi non conosce, o se lo conosce, lo capovolge male [cf. CCC 1322-1405]. E siccome l’Eucaristia contiene per concomitanza la divinità di Cristo che dev’essere adorato come nostro Dio, è falso negare che nella liturgia della Messa «non adoriamo il Corpo e il Sangue del Signore» …
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… ciò equivale a dire con giochi di fatua semantica poetica — ed i misteri della fede non sono poesia —, che Dio non è realmente presente nell’Eucaristia, il che è eresia. Infine c’è da notare che il «pianeta» non è affatto l’altare del sacrificio di Cristo e quindi della Messa. Sul «pianeta» non si celebra alcuna liturgia. Il luogo nel quale si celebra la liturgia, di norma non è il «mondo», ma è un luogo e un edificio sacro, è il tempio. Perché mai vengono costruite le chiese? Per tenerci che cosa? Si deve dire dunque che l’altare sul quale si è consumato il sacrificio di Cristo, l’altare sul quale Cristo Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza ha celebrato la sua Messa, il sacrificio liturgico, grazie al quale abbiamo l’Eucaristia, non è genericamente il «mondo», ma è la croce, capisci Ronchi ― oh, marrucine asini ― la croce!
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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?
Dunque l’altare della Messa non è «il mondo», ma l’altare è il simbolo della croce e sull’altare il sacerdote, pronunciando le parole della consacrazione del pane e del vino, rinnova in modo incruento il sacrificio di Cristo, che è il fondamento e la ragion d’essere del sacramento dell’Eucaristia.
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Il mondo è la creazione che è salvata e redenta dal sacrificio della croce che si perpetua nella Messa. L’altare è il luogo del sacro, dove il sacer-dote celebra il sacri-ficio e confeziona [conficit] il sacra-mento. Il mondo è la profanità [pane], che viene purificata, consacrata ed innalzata al sacro [corpo di Cristo], ma non è di per sé sacro.
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È vero che grazie all’Eucaristia Cristo viene in me, Dio è in me. Tuttavia, se nell’Eucaristia non c’è Dio, diversamente la si potrebbe e dovrebbe adorare? Come fa Dio a venire in me per il tramite dell’Eucaristia? Allora, delle due cose una: o l’Eucaristia contiene Dio per concomitanza, ed allora vale e ha senso l’adorazione eucaristica; oppure Dio non c’è nell’Eucaristia, ma .. «Dio è egualmente in me». Ma che Dio è, questo Dio che è «ugualmente in me»? È presto detto: non è il Dio cristiano, ma ha tutta l’aria di essere il Dio panteistico dell’immanentismo hegeliano. Dunque un falso Dio, un idolo.
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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?
Ci vuole una bella dose di fantasia o di ignoranza teologica o di empietà o di spudoratezza o di confusione mentale o come meglio la vogliamo chiamare, per collezionare un tale cumulo di errori e di eresie in così poche righe su di un tema così fondamentale della fede come il mistero eucaristico, per di più su di un quotidiano cattolico controllato dai vescovi italiani, i quali evidentemente non hanno fatto caso ad Ermes Ronchi, occupati in più importanti impegni pastorali, a partire da S.E. Mons. Nunzio Galantino loro segretario generale, da una parte impegnato ad affermare che Dio non castigò le città di Sodoma e Gomorra [cf. QUI], dall’altra a definire «paganesimo senza limiti» l’affermazione legata alla teologia del peccato originale [cf. QUI]. Tutto questo dinanzi ad una generale incuranza: se c’è davvero un problema «senza limiti», è purtroppo la palese ignoranza dottrinale manifestata da certi soggetti con le loro improvvide e infauste dichiarazioni. E dopo che qualcuno osò scuotere con una orrenda “bestemmia” il mondo galantiniano misericordista, molliccio, buonista ed ecologista, affermando che «Dio castiga e usa misericordia» [cf. QUI], lo scandalo prodotto fu tanto e tale che poco dopo si videro alcuni membri dell’episcopato italiano muoversi in mutande tra una dichiarazione concitata e l’altra, dopo che si furono stracciati di dosso le vesti come il Sommo Sacerdote nel Tempio di Gerusalemme [cf. Mt 27,56-68; Mc 14,53-55]. Pare che in quei giorni, la sartoria ecclesiastica romana del nostro amico Ety Cicioni in Borgo Santo Spirito, fece affari d’oro, nel rifare corredi interi a diversi vescovi [cf. QUI], con i Padri de L’Isola di Patmos che riscuotevano gioiosi percentuali sottobanco per avergli procurato svariati clienti di riguardo.
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Noi non pretendiamo che S.E. Mons. Nunzio Galantino faccia scrivere su Avvenire che lo scritto di Ermes Ronchi è di un «paganesimo senza limiti», anche perché di prassi, i ladri della fede, quando si mettono in coppia agiscono di solito a questo modo: uno ruba e l’altro gli regge il sacco. Sicuramente, i nostri Lettori, dinanzi a queste evidenze capiranno meglio ancora il senso del lancio della nostra accorata e disperata campagna … «non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo» [cf. QUI]. Cos’altro ci resta da fare, dinanzi ad eresie sul mistero eucaristico pubblicate dal giornale dei Vescovi italiani e quindi diffuse a mezzo stampa col marchio C.E.I, le cui iniziali, purtroppo, come tutti ben sappiamo non indicano affatto i tarocchi China Export, ma la Conferenza Episcopale, che di questi tempi, in quanto a tarocchi …
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da L’Isola di Patmos, 25 giugno 2017
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… e daije: famose ‘na cultura teologgica !
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Lettera del Cardinale Carlo Caffarra al Sommo Pontefice: «Mossi dalla nostra coscienza …».
/12 Commenti/in Attualità/da Padre ArielLETTERA DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA AL SOMMO PONTEFICE: « MOSSI DALLA NOSTRA COSCIENZA … »
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Riproduciamo la lettera che il Cardinale Carlo Caffarra ha inviato nel mese di aprile al Sommo Pontefice e che a distanza di due mesi è stata resa pubblica. Il teologo Carlo Caffarra è riconosciuto come il più autorevole esperto sui temi legati alla famiglia ed alla vita. Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II lo considerava un proprio punto di riferimento e più volte si è avvalso della sua collaborazione per la redazione di importanti atti di magistero. Anche il Sommo Pontefice Francesco I nutre verso di lui stima, non ultimo per la sua fedeltà al Successore di Pietro, ma purtroppo, il Santo Padre si trova in una “gabbia” nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire …

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La recente lettera del Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna, ha molto toccato il Padre Giovanni Cavalcoli e me, non a livello emotivo, ma nella più profonda dimensione spirituale, oltre che sul piano teologico e pastorale. Entrambi stimiamo profondamente il Cardinale Carlo Caffarra e conoscendolo sappiamo quanto sia un autentico uomo di Dio, un autentico modello di fede, un teologo di altissima levatura.
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Di questi tempi c’è poco da sorridere, ma con una espressione di devoto affetto, ci viene da dire al Cardinale: «Padre Cardinale, il giorno in cui come noi tutti, ella risponderà del proprio operato dinanzi a Dio, forse dovrà rispondere per alcuni pensieri, per alcune parole, per alcune opere … ma non per le omissioni! E forse — sebbene nessuno di noi possa interpretare e tanto più in anticipo il giudizio di Dio —, ci piace sperare che questa sua virile, pastorale e lodevole fuga dalle compiacenti omissioni, comporterà da parte del Supremo Giudice il pieno perdono per avere eventualmente peccato come noi tutti in pensieri, parole e opere. Infatti, la fuga da quelle omissioni nelle quali non solo gran parte dell’episcopato è caduto, ma sulle quali esso ha proprio improntato il proprio pavido agire ed operare pastorale, è da parte sua un atto di autentico eroismo per il quale Cristo sposo della Chiesa le renderà ampio merito».
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Il pubblico parlare del Cardinale Carlo Caffarra è tutt’altra cosa rispetto al parlare di coloro che nei chiusi salotti alto prelatizi lanciano fuochi e saette sul dire e non dire del Santo Padre, sulla confusione nella quale il Successore di Pietro ci ha fatti scivolare con certe sue espressioni ambigue. Il parlare del Cardinale Carlo Caffarra è mosso da gratuito amore eroico verso la Chiesa di Cristo, mentre il pettegolare salottiero di certi prelati e curiali è dovuto solo ad un livore che nasce principalmente da carriere e cariche non concesse. Infatti, se ad alcuni di essi il Santo Padre Francesco avesse imposta la agognata berretta cardinalizia, oggi costoro sosterrebbero che Amoris laetitia è il più grande documento del magistero pontificio degli ultimi cinquecento anni e che un Sommo Pontefice come Francesco I non lo si vedeva dai tempi in cui il Verbo di Dio Incarnato camminava sopra le acque dei laghi dell’antica Palestina.
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In uomini di Dio come Carlo Caffarra, vediamo quella luce della nostra cristologica speranza futura dinanzi alla quale esprimiamo con fede più che mai: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Invece, dinanzi ai politicanti in carriera, che sono a monte i responsabili della situazione sempre più insostenibile nella quale versiamo, non possiamo che dire: «Preserva la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» dai danni immani ad essa recata dai difensori dei valori “politici” non negoziabili, che all’epoca in cui il vento tirava per altro verso, si vedevano già cardinali al merito della difesa dei valori “politici” non negoziabili. Personaggi il cui vivere e agire è stata una vita di schiavitù interamente condizionata dal desiderio di conseguire una grande sede arcivescovile ed una berretta cardinalizia; vescovi che nella migliore delle ipotesi hanno lasciato diocesi allo sfacelo composte oggi da preti divisi e litigiosi; vescovi che con i propri preti si sono palesati dotati di una paternità più o meno equiparabile a quella di un cocomero; vescovi che dinanzi a Dio e alla storia saranno giudicati come i responsabili ed i padri partorienti del pessimo episcopato odierno, nato proprio per meccanismi reattivi — tutto sommato anche comprensibili —, fatti scaturire nell’episcopato italiano dai soggetti devastanti che li hanno preceduti ieri …
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… è vero, oggi abbiamo un episcopato formato purtroppo da numerosi elementi intrisi delle peggiori eresie moderniste, però, cercando persino nella tragedia un possibile “risvolto positivo”, possiamo perlomeno dire che non abbiamo più quei vescovi politiconi che mentre i loro preti in crisi abbandonavano il sacerdozio, loro erano a Montecitorio a parlare con Gianni Letta per vedere se anche lui, con una parola buona, poteva favorire il loro trasferimento alla sede arcivescovile di Milano o al Patriarcato di Venezia. E dovendo scegliere tra i vescovi che andavano e venivano dai salotti dei peggiori politici pluri-inquisiti e quelli che oggi, forse per conformismo o per convenienza, parlano in modo ossessivo solo di profughi, ahimè, sarei costretto per cristiana onestà intellettuale a scegliere questi secondi, a partire dal santegidino S.E. Mons. Matteo Maria Zuppi e dall’enfant prodige della scuola di Bologna S.E. Mons. Corrado Lorefice, baciando all’uno e all’altro dieci volte la mano. E ad ogni bacio di mano cercherei di cancellare dalla recente memoria il nefasto ricordo dei loro predecessori difensori “politici” dei valori non negoziabili, che dinanzi ai festini orgiastici di Silvio Berlusconi non si facevano scrupolo a dichiarare che … «un primo ministro non si giudica dalla sua vita privata, ma dai suoi atti di governo», aggiungendo a reprimenda verso molti italiani che osarono persino rimanere indignati per certi festini a luci rosse, che «L’indignazione non è un sentimento cristiano». E oggi questi vescovi, pensionati e come suol dirsi bellamente trombati, sono coloro che più di tutti strepitano come leoni da salotto sulla Amoris laetitia ed i divorziati risposati, mentre Silvio Berlusconi, che andava giudicato «non dalla sua vita privata ma dai suoi atti di governo», oggi ha ottant’anni e come terza compagna una ragazza appena trentenne, si è dichiarato favorevole a tutte le legislazioni più anticristiane, ed è più o meno patetico come lo erano e lo sono certi vescovi difensori “politici” dei valori non negoziabili, dietro ai quali speravano solo in una porpora cardinalizia, grazie a Dio mai giunta, mentre il loro beniamino, Berlusconi, come un albero lo abbiamo riconosciuto tutti quanti dai frutti che ha dato …
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C’è per caso qualche vergine vilipesa che intende lamentarsi perché oggi abbiamo un episcopato italiano che reattivamente, ed anche comprensibilmente, è per la gran parte tutto sbilanciato a sinistra?
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da L’Isola di Patmos, 20 giugno 2017
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Beatissimo Padre,
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è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.
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Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il «dolce Cristo in terra», come amava dire Santa Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l’indivisibile responsabilità del munus petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal munus cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell’Episcopato, che «ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue» [At 20, 28].
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Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque dubia, [Ndr. cf. QUI] chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia.
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Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.
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Beatissimo Padre,
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è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di Amoris Laetitia. In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo ― oh quanto è doloroso constatarlo! ― che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”.
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Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: «Fare chiarezza».
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Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.
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Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.
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† Carlo Card. Caffarra
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Roma, 25 aprile 2017
Festa di San Marco Evangelista
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FOGLIO D’UDIENZA
1. Richiesta di chiarificazione dei cinque punti indicati dai “dubia”; ragioni di tale richiesta.
2. Situazione di confusione e smarrimento, soprattutto nei pastori d’anime, in primis i parroci.
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Supplica al Sommo Pontefice: «Santità, non andate a rendere omaggio al cattivo maestro Lorenzo Milani»
/28 Commenti/in Tutte/da Padre Ariel— gli amici de L’Isola di Patmos scrivono … —
SUPPLICA AL SOMMO PONTEFICE: «SANTITÀ, NON ANDATE A RENDERE OMAGGIO AL CATTIVO MAESTRO LORENZO MILANI»
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Passino i vescovi mediocri e quelli ruffiani, i quali rappresentano un fenomeno grave e deprimente, perché una visita privata promossa a Barbiana dall’Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori e da Michele Gesualdi, allievo del Milani e Presidente della Fondazione intestata al Priore di Barbiana, potrebbe mutarsi in una vera e propria “beatificazione” di questo cattivo maestro, con conseguenze politiche, sociali e pastorali ancora peggiori.
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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video-messaggio del Sommo Pontefice Francesco I su don Lorenzo Milani – per aprire il video cliccare sopra l’immagine
L’Isola di Patmos non è solo una rivista telematica, ma anche strumento attraverso il quale due sacerdoti e teologi esercitano il loro sacro ministero, fatto soprattutto di tante relazioni pubbliche e private, di tanti dubbi presentati e risolti, di tante richieste spirituali evase, di tanti quesiti teologici e dottrinari chiariti. Questa, dietro le righe e oltre le righe, è L’Isola di Patmos, inclusa anzitutto l’assistenza spirituale e la vicinanza offerta a non pochi sacerdoti che si trovano in difficoltà di vario genere.
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Tra i nostri numerosi Lettori, in quest’Isola sempre più frequentata che marcia da tempo su una media di un milione di visite al mese, vi è un fiorentino, Pier Luigi Tossani. Tossani è un fedele cattolico che interessandosi, sia pure da non professionista o specialista, di religione, cultura, politica e società, ha realizzato una ricerca sulla figura del priore di Barbiana, la sua personalità e i frutti della sua attività pastorale. Il nostro Lettore ci ha inviato il frutto del suo lavoro, unito alla supplica da lui inviata lo scorso mercoledì 14 giugno 2017 per posta elettronica al Santo Padre Francesco, tramite la Segreteria di Stato Vaticana, nella quale egli chiede al Pontefice di non andare in visita a Barbiana, martedì 20 giugno prossimo, a pregare sulla tomba di don Lorenzo Milani. Il Sommo Pontefice darebbe evidentemente in tal modo il suo inequivocabile avallo e la sua approvazione ad una figura di sacerdote e di educatore «drammaticamente negativa», come rivelano le stesse parole del priore di Barbiana, puntualmente citate da Tossani nella supplica. La supplica è rivolta, oltre che al Romano Pontefice, anche a tre Cardinali che sono, a vario titolo, coinvolti nella vicenda milaniana.
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Mi sono consultato col Padre Giovanni Cavalcoli e il giovane filosofo e teologo Jorge Facio Lince, giungendo tutti e tre alla medesima conclusione: nessuno di noi conosce a fondo la figura di don Lorenzo Milani. La nostra è una conoscenza perlopiù superficiale.
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Alberto Melloni alla presentazione dell’opera su don Lorenzo Milani – per aprire il video cliccare sull’immagine
La ricerca di Pier Luigi Tossani ci ha colpiti, perché svolta anzitutto con molta serietà. Si tratta infatti di uno studio che non mira a denigrare una figura controversa, quanto piuttosto a far luce su di essa; soprattutto a scindere il vero dal verosimile, la realtà dall’alone di leggenda creato attorno a quel sacerdote ed educatore. Tossani, nell’analizzare la figura milaniana, distingue con cristiana e caritatevole cura l’errore da segnalare al popolo, dall’errante da correggere, da richiamare allo stato di grazia e quindi da perdonare.
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Dopo avere premessa e ammessa la mia non conoscenza, esprimo un pensiero in forma dubitativa, che in breve vi riassumo: iniziai le scuole medie inferiori tra il 1974 ed il 1975. Ricordo sempre che una delle prime letture che l’insegnante d’italiano ci propose fu proprio quella delle Lettere di don Lorenzo Milani. Si trattava di un’insegnante uscita poco prima dalla stagione del vietato vietare e della immaginazione al potere, che manifestava il proprio anticlericalismo viscerale col ricorso a grossolani falsi storici, trasmettendo leggende nere sulla Chiesa Cattolica anziché dati storici oggettivi. Però era una che amava oltre misura la figura di don Lorenzo Milani. In seguito seppi anni dopo che questa insegnante era stata, ed era ai tempi del suo insegnamento, una militante nelle file di Lotta Continua.
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La figura di don Lorenzo Milani mi fu riproposta nella terza classe della scuole medie, dove fu persino oggetto di esame. Poi ancora dopo al liceo classico.
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Un recente evento decicato pochi giorni fa, il 7 giugno, a don Lorenzo Milani, promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, al centro la nota e coltissima ministro dell’istruzione dell’attuale governo …- per aprire il video clicca sull’immagine
Per la terza volta ripeto — a costo d’esser prolisso —, che non ho mai approfondita la conoscenza di questa figura che non suscitò mai il mio particolare interesse, però una cosa la ricordo bene: gli insegnanti che proponevano don Lorenzo Milani come vessillo, erano tutti militanti nell’allora Partito Comunista Italiano, se non nelle frange più estreme della sinistra radicale; e don Lorenzo Milani lo proponevano in modo più o meno subdolo come bandiera contro il «potere ecclesiastico» e contro il sistema detto all’epoca «catto-fascista».
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Portando come esempio me stesso — ma solo perché in questo discorso non potrei fare diversamente —, domando ai nostri Lettori: quante volte, su queste colonne, come prima altrove, compreso un libro che a suo tempo ebbe una certa eco e diffusione, ho scritto e parlato senza veli e senza mezzi termini della decadenza morale, dottrinale e spirituale del clero? Quante, ed in quali toni duri, ho indicato i difetti della Chiesa visibile? E detto questo vi domando: come mai, i nemici della Chiesa di ieri e di oggi, non mi hanno mai usato come loro bandiera? Permettetemi quindi di dare quella risposta che in molti già conoscete: perché certe critiche basate su dati oggettivi, nascono dal mio amore per la Chiesa di Cristo e dalla consapevolezza che io sono sacerdote in eterno; mai io accetterei di diventare un lupo solitario all’interno della Chiesa circondato da un codazzo di adulanti intellettuali o sedicenti tali della Sinistra, che inneggiano a me come ad un «prete di rottura», come ad un «prete contro-tendenza», ad un «prete fuori dal coro». Oggi vanno invece di moda i «preti di strada», ed i «preti di periferia», ma la solfa è sempre la stessa: giunge da una parte don Luigi Ciotti per lo show di una delle sue Messe socio-politiche, ed accorre subito festante e sculettante Niki Vendola con i suoi al seguito ad applaudire il «prete di base». Perché, il Vendola ed i suoi, non vengono ad applaudire me, che pure, col clero e la Chiesa gerarchica, sono stato spesso di una severità pesantissima? … Perché sanno benissimo che li inviterei a pentirsi anzitutto dei loro peccati, a partire da quello di sodomia. E con questo è presto detto perché questa gente ha bisogno dei vari don Luigi Ciotti che citano con la lacrima all’occhio quel “grande profeta” del Milani indicandolo come «prete di base» …
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… ecco i modelli di preti che avevano sempre pronta sulle labbra la citazione di don Lorenzo Milani da loro considerato un profeta: don Andrea Gallo in chiesa, al termine della Santa Messa, che come canto finale canta un inno della resistenza comunista sventolando un fazzoletto rosso – per aprire il video cliccare sull’immagine
I fricchettoni della Sinistra radical-chic, hanno bisogno degli Andrea Gallo, dei Paolo Farinella e dei Vitaliano Della Sala, ma non di un Ariel S. Levi di Gualdo, il quale non farebbe mai il loro gioco, anzi smaschererebbe i loro giochi, casomai qualcuno avesse la dabbenaggine — che però non hanno — di invitarmi a dibattere con certa gente a una diretta televisiva. Infatti, i Massoni, hanno bisogno delle parole untuose di un Gianfranco Ravasi [cf. QUI], hanno bisogno di un Alberto Melloni e di una Marinella Perroni che vadano ad un simposio organizzato dal Grande Oriente d’Italia in falso e pretestuoso onore del Santo Padre Francesco [cf. QUI, QUI, QUI pag. 6], non hanno bisogno di un Ariel S. Levi di Gualdo che direbbe loro in faccia che la Massoneria è esoterismo pagano nonché negazione di quei princìpi di libertà, uguaglianza e fraternità di cui essi si riempono la bocca al solo scopo di infinocchiare gli allocchi, inclusi i danarosi per un verso, ed i bramosi di brillanti carriere professionali, cliniche e accademiche, seguiti da un esercito di frammassoni che aspirano a lucrare maggiori convenienze commerciali, imprenditoriali e politiche. E con questo ho detto in breve che io — che pure parlo delle immoralità diffuse nel clero e delle derive della Chiesa visibile —, non sono un donciottesco «prete di rottura» al quale inneggiare, perché sono un prete pronto a “rompere la testa” a chiunque tentasse di spaccare la comunione della Chiesa o di rendere la Chiesa di Cristo altro da quella che essa è.
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l’insolito e imbarazzante caso dell’eletto vescovo ausiliare di Palermo, altro grande estimatore della pedagogia di don Lorenzo Milani, che rinuncia alla nomina dichiarandosi colpito da «calunnie del tutto infondate». A maggior ragione, se davvero le accuse erano infondate e calunniose, non avrebbe mai dovuto rinunciare all’incarico – per aprire il video cliccare sull’immagine
Alberto Melloni ha già fatto fin troppi danni, presentandosi direttamente o per interposta persona alla Domus Sactae Marthae con le liste dei nuovi vescovi da nominare, ed all’uscita sua è entrato un altro soggetto non meno dannoso con altrettanta lista: Andrea Riccardi. Gli esiti dei vescovi melloniani si stanno però vedendo già a breve distanza dalle loro nomine, a partire dall’Arcivescovo di Palermo che di recente, in questo mondo senza memoria fatto di notizie che passano il giorno dopo, si era scelto come proprio vescovo ausiliare un soggetto talmente discusso che da svariate parti d’Italia, dopo l’ufficializzazione della sua nomina ed il decreto pontificio firmato dal Sommo Pontefice, giunsero alla Santa Sede segnalazioni accompagnate da stupore per quella scelta. E così fu prima richiesto un diplomatico «supplemento d’indagine» [cf. QUI], poi, un mese e mezzo dopo, il neo eletto ausiliare scriveva — in modo del tutto spontaneo, s’intende! —, la propria rinuncia alla nomina episcopale. Nel mentre, la sua benemerita Provincia Cappuccina, si stracciava addolorata le vesti, con i frati suoi membri nel ruolo delle vergini vestali addolorate per quanto patito dal loro povero confratello. Ma nel fare questo hanno sbagliato, perché se il loro confratello elevato alla dignità episcopale era immacolato, non avrebbe mai dovuto rinunciare alla nomina. Facendolo ha corso il rischio di dare a intendere lui stesso che forse così immacolato non era, sempre con buona pace delle vergini vestali cappuccine della Provincia di Sicilia [cf. QUI], probabilmente ignare che presso la Santa Sede le segnalazioni più gravi sull’eletto vescovo ausiliare di Palermo, giunsero proprio da non pochi Frati Minori Cappuccini, da religiosi di altre famiglie religiose e da svariate religiose che lamentavano i suoi discutibili metodi psicologici. E dinanzi a questo siamo costretti a dare ragione ai vecchi anticlericali dell’Ottocento, quando dalle colonne dei giornali anticlericali parlavano e ironizzavano sulla proverbiale ingenuità dei Frati Francescani …
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Alberto Melloni, colui che vede le «ingiustizie» solo secondo la sua convenienza ideologica e politica – per aprire il video cliccare sopra l’immagine
Tra queste righe abbiamo dipinto uno tra i figli episcopali più illustri del Melloni e della sua Scuola di Bologna, che è la scuola dei conferenzieri dei salotti politici della Sinistra e delle sale da convegno extra lusso con alloggi negli hotel a cinque stelle presso i quali parlano della «Chiesa povera per i poveri» e della «rivoluzione epocale di Francesco». Abbiamo dipinto un Melloni pauperista-ideologico, che osa parlare di «ingiustizia sanata» — quella recata a don Lorenzo Milani —, dal gran cuore misericordioso del Santo Padre Francesco. Ora, viene da chiedersi: ha il Melloni la più pallida idea delle sofferenze e delle ingiustizie recate a non pochi sacerdoti, a partire da quel fermo dissenziente dal pensiero di Giuseppe Dossetti e Giuseppe Alberigo, i fondatori della Scuola di Bologna, che è stato il Venerabile Padre Divo Barsotti, il quale trascorse tutti i primi anni del proprio ministero sacerdotale a casa dei propri genitori, senza alcun incarico pastorale affidatogli dal Vescovo della Diocesi, quella di San Miniato? Almeno, a don Lorenzo Milani, dopo i danni da lui fatti in una parrocchia fiorentina, dettero la chiesa parrocchiale di Barbiana, ma a quel santo uomo di Dio di don Divo Barsotti, non dettero nemmeno quella! Perché, il Melloni, non invoca che sia ripristinata la giustizia per i torti sofferti da questo autentico uomo di Dio? Semplice la risposta: perché il Padre Divo Barsotti non era uno che si lasciava strumentalizzare né dall’allora grande e potente Partito Comunista Italiano, né da quei pacifondisti degli anni Settanta che con le spranghe di ferro in mano gridavano «fate l’amore non fate la guerra», «mettete i fiori nei vostri cannoni» e via dicendo a seguire. Il tutto a riprova di quanto il Melloni sia una figura di dubbia onestà intellettuale, sembrando egli misurare le ingiustizie con metro diverso, a seconda della tendenza politica delle vittime, vere o presunte che siano. E che soggetti come Melloni, esercitino persino influenze sul Sommo Pontefice, è cosa gravissima che non può che inquietarci …
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un altro grande citatore di don Lorenzo Milani: don Luigi Ciotti, durante il “comizio” tenuto al “funerale porcino” di don Andrea Gallo in una chiesa ridotta ad un teatrino sacrilego di comunisti radicali, scalmanati dei centri sociali, transessuali, travestiti, abortisti, eutanasisti, ideologi del gender e via dicendo … per aprire il video cliccare sull’immagine
… ma siccome le pezze sono peggiori degli strappi, dopo quest’infelice sortita del Primate di Sicilia, figlio prediletto della Scuola di Bologna, che per la scelta di un vescovo ausiliare ha messo in imbarazzo la Santa Sede, oltre ai vescovi siciliani che hanno approvata la proposta di quel candidato, ecco che l’episcopato siciliano ha cercato in questi giorni di rifarsi la verginità dinanzi al Pontefice felicemente regnante con un gattopardesco tentativo di lusinga: la concessione della Comunione ai divorziati risposati previo discernimento accurato [cf. QUI, QUI]. Che equivale a dire: “Santità, non pensate male, perché noi, mitici figli del Gattopardo, proprio per questo siamo ancor più avanguardisti dello stesso episcopato tedesco!”…
… basta pertanto sbirciare, come abbiamo fatto, sotto la tovaglia in apparenza linda dell’altarino, per vedere la crosta di grasso che c’è sotto e capire che tutto questo, se non fosse tragico, sarebbe davvero comico. Com’è tragico il fatto che, mentre il Melloni va e viene, direttamente o indirettamente dalla Domus Sanctae Marthae, ha il tempo, nella circostanza della “consegna” a tutte le scuole italiane della lettura di don Lorenzo Milani da parte della Ministra alla Pubblica Istruzione Valeria Fedeli, di gettare fango, in un velenoso discorso, sulla memoria del grande Arcivescovo di Firenze Ermenegildo Florit, già ordinario diocesano del priore di Barbiana. E qui correggo amichevolmente Tossani: il discorso di Melloni [il cui testo è riportato integralmente QUI da La Repubblica], non verrà pronunziato martedì prossimo a Barbiana, alla presenza del Sommo Pontefice, ma è già stato tenuto nella circostanza della solenne “consegna” di don Lorenzo Milani da parte del Ministro Fedeli alla scuola italiana. È quello l’evento a cui si riferisce La Repubblica, non la visita del Santo Padre a Barbiana. La sostanza del discorso, peraltro, non cambia di una virgola.
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Certo, pensavamo — sbagliando! —, che anche alla piaggeria gattopardesca vi fosse un limite, ma per l’appunto ci eravamo sbagliati, perché in realtà c’è sempre chi crede — proprio come i vescovi siciliani portati poc’anzi come paradigma —, che il mondo sia fatto di persone completamente incapaci di capire, discernere e analizzare i motivi reali che muovono certi eventi, certe tovaglie messe sugli altarini, ed infine certe colossali leccate di … quel che voi sapete [chi volesse approfondire legga questo mio precedente articolo, QUI].
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un altro grande citatore di don Lorenzo Milani, il presbitero genovese Paolo Farinella, che sul palco di una tribuna politica si presenta dicendo … «di professione faccio il prete», poi comincia il suo comizio … – per aprire il video cliccare sopra l’immagine
Passino i vescovi mediocri e quelli ruffiani, i quali rappresentano un fenomeno grave e deprimente, perché temo che le conseguenze sociali, politiche e soprattutto pastorali di una visita privata del Romano Pontefice promossa a Barbiana dal Cardinale Giuseppe Betori e da Michele Gesualdi, come si è detto allievo del priore e Presidente della Fondazione don Milani, traducendosi in una vera e propria “beatificazione” di questo cattivo maestro, potrebbero essere molto peggiori.
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Facciamo dunque voti affinché la supplica del nostro amico fiorentino venga accolta, che il Sommo Pontefice Francesco I e l’Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori – la supplica è infatti stata rivolta anche a lui! – non vadano martedì prossimo a Barbiana e che essi vogliano censurare severamente Melloni — come Tossani ha richiesto —, per le infamanti accuse da lui lanciate al Cardinale Ermenegildo Florit, descritto come un’assetato di potere e spietato vessatore del “profeta” don Milani [vedere articolo di Alberto Melloni, QUI], mentre invece ancora oggi, questo Arcivescovo di Firenze di benedetta memoria, è ricordato come un autentico uomo di Dio da numerosi fedeli della Chiesa fiorentina.
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Vi invito e vi lascio alla lettura della supplica al Sommo Pontefice firmata da Pier Luigi Tossani, invitandovi a leggere anche l’esaustivo dossier, anch’esso inviato al Sommo Pontefice e ai tre Cardinali, nel quale egli approfondisce in dettaglio le ragioni delle sue richieste, senza alcuna prevenzione nei riguardi di don Lorenzo Milani, per il quale invochiamo che Dio possa avere avuto pietà della sua anima, come ebbe a dire il Beato Paolo VI apprendendo della sua morte: «Speriamo bene!…». Ma anche in questo sta il cuore del problema: Paolo VI e Giovanni Paolo II li abbiamo beatificati e canonizzati, però non li abbiamo ascoltati …
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Facendo quindi nostra una felice espressione chiarificatrice di Marcello Veneziani, riteniamo di poter dire con lui che don Lorenzo Milani «non è un maestro cattivo, ma un cattivo maestro» [cf. QUI].
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da L’Isola di Patmos, 17 giugno 2017
Festa del Corpus Domini
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A quanti volessero approfondire il tema, rimandiamo a una pubblicazione del 1977 di un insigne teologo domenicano:
TITO S. CENTI, OP – «INCONTRI E SCONTRI CON DON LORENZO MILANI» [ed. Civiltà Brescia, 1977]
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Pier Luigi Tossani
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Beatissimo Padre,
Eminenze Reverendissime,
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è noto che, nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantenario della morte di don Lorenzo Milani, è previsto che martedì 20 giugno prossimo Sua Santità Papa Francesco si rechi a Barbiana, in forma privata, a pregare sulla tomba del priore.
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A fronte di tal evento, il sottoscritto Vi trasmette un articolato dossier dal quale risultano molteplici caratteristiche del pensiero, dell’insegnamento e delle opere del priore di Barbiana, che inducono a ritenere non opportuna tale visita. Nello specifico, si evince dalle stesse parole del priore, anche nei suoi scritti più noti, che:
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1. Don Milani, lungi dall’essere quel «ribelle obbediente» alla Chiesa, come viene correntemente definito, viveva invece in uno stato di permanente ammutinamento verso di essa [cf. capp. 1, 3, 6, 10 del dossier allegato], al punto, per esempio, da descrivere il suo superiore l’Arcivescovo Ermenegildo Florit, in una lettera indirizzata al suo allievo Francesco Gesualdi, come «un deficiente indemoniato».
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2. Il priore si rivela sostenitore della violenza rivoluzionaria di stampo giacobino [cf. capp. 3 e 4 del dossier allegato]. Ad esempio, egli infatti scrive nella famosa Lettera a Gianni : «Ma domani, quando i contadini impugneranno il forcone e sommergeranno nel sangue insieme a tanto male anche grandi valori di bene accumulati dalle famiglie universitarie nelle loro menti e nelle loro specializzazioni, ricordati quel giorno di non fare ingiustizie nella valutazione storica di quegli avvenimenti. Ricordati di non piangere il danno della Chiesa e della scienza, del pensiero o dell’arte per lo scempio di tante teste di pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti».
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3. Il priore è anche sostenitore della lotta di classe di stampo marxista-leninista [ancora capp. 3 e 4 del dossier allegato]. Si veda, ad esempio, quando egli scrive nella Lettera ai cappellani militari toscani : «…E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi».
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4. Don Milani sostiene esplicitamente lo spargimento del sangue dei nemici del popolo, come si legge nel cap. 4 del dossier allegato, quando nella Lettera a Ettore Bernabei egli scrive: «…Per il bene dei poveri. Perché si facciano strada senza che scorra il sangue. E se anche il sangue dovesse scorrere un’altra volta, perché almeno non scorra invano per loro come è stato finora tutte le volte».
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In ultimo, don Milani manifesta anche pulsioni omosessuali e pedofile [vedi al cap. 5 del dossier allegato], quando in una lettera a Giorgio Pecorini egli scrive:
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«Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani piú che la Chiesa e il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)». e che «… E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?».
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Il sottoscritto argomenta in dettaglio nel dossier allegato che:
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– L’insieme degli aspetti disturbati della psiche del priore ha ovviamente influenzato il suo progetto educativo [vedi al cap. 2 del dossier allegato], attribuendo ad esso un carattere ideologico e classista, che ne ha pregiudicato gravemente il livello nella qualità e nei contenuti. Ciò si è risolto in un danno, paradossalmente proprio nei confronti di quei poveri e di quegli ultimi che egli diceva di aver a cuore e voler aiutare, vale a dire in prima istanza i suoi allievi. Secondariamente verso tutti coloro, docenti e discenti, che si sono ispirati al suo esempio educativo. Si evince infatti dal dossier, ancora al capitolo 2, che anche tutta la scuola italiana è stata largamente contaminata in modo negativo dal portato milaniano, che come si sa ha avuto moltissimi estimatori e promotori.
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– L’infelice eredità milaniana, oltre ad aver avuto ripercussioni negative nel tessuto sociale e religioso, in particolare in quello fiorentino [vedi al capitolo 9 del dossier allegato], si è altresì tradotta in esperienze negative che ad essa si sono esplicitamente richiamate, come quella del Forteto [Ndr. QUI, QUI]e quella del cappellano della Comunità fiorentina delle Piagge, don Alessandro Santoro [vedi al cap. 8 del dossier allegato] [Ndr. QUI, QUI]
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Il sottoscritto coglie la presente circostanza per segnalare a Sua Santità e alle Loro Eminenze la possibile alternativa al pensiero milaniano classista e rivoluzionario, come anche al pensiero del Servo di Dio Giorgio La Pira (questione appena accennata nel dossier allegato alla presente, nei capitoli 7 e 9), purtroppo politicamente caratterizzato da statalismo, assistenzialismo e dall’adesione pratica ai meccanismi perversi della società dei consumi. Tale alternativa, illustrata nel cap. 7 del dossier allegato, consiste nell’idea della Società partecipativa secondo la Dottrina sociale, elaborata a suo tempo dallo studioso lombardo Pier Luigi Zampetti, già nominato membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali da San Giovanni Paolo II.
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Da ultimo, il prof. Alberto Melloni, segretario della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII, è stato incaricato di un discorso da tenere martedì prossimo 20 giugno a Barbiana, alla presenza di Sua Santità Papa Francesco. In tale discorso, già reso pubblico sulla stampa, Melloni, sostenitore del priore, attacca con veemenza il Cardinal Ermenegildo Florit, già Arcivescovo di Firenze e superiore di don Milani, dipingendolo come un sadico vessatore, assetato di potere. Per cui, secondo Melloni, che nel suo discorso ribadisce su Florit le medesime parole don Milani, bene fece il priore a qualificarlo nei termini di “un deficiente indemoniato” [vedi al cap. 11 del dossier allegato]. La realtà dei fatti è invece che ovviamente – insulti di Melloni a parte – su don Milani, sia l’Arcivescovo Florit che il suo predecessore, il Venerabile Cardinal Elia Dalla Costa, avevano visto giusto. Il sottoscritto ne parla nel dossier allegato alla presente, al capitolo 1.
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Alle luce di tutto quanto sopra esposto ed ampiamente approfondito nel dossier allegato, il sottoscritto rivolge dunque a Sua Santità e alle Loro Eminenze la seguente
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S u p p l i c a
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– A Sua Santità Papa Francesco, umilmente chiede di voler verificare il Suo giudizio sulla figura di don Milani e, qualora trovasse fondati gli argomenti nel dossier allegato alla presente, di non andare a Barbiana a rendere omaggio alla memoria di quello che l’esame dei fatti indica inequivocabilmente come un cattivo maestro. Se ciò dovesse avvenire, se la la figura di don Milani dovesse essere ancora presentata come esempio al popolo dalla massima autorità della Chiesa cattolica, è evidente che le conseguenze sarebbero assai gravi, e si protrarrebbero per molti anni.
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A Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, il sottoscritto porge umilmente la medesima istanza: se gli argomenti del dossier fossero per lui convincenti, a pro del bene del popolo, chiede di non andare a Barbiana, di voler dismettere la diffusione dell’infelice lezione milaniana, e, il sottoscritto si permette nella circostanza, anche di quella lapiriana. Per il bene del popolo vi sarebbe, semmai, da promuovere il ricco insegnamento sociale ispirato ai princìpi di sussidiarietà e di partecipazione, espresso dal Servo di Dio don Luigi Sturzo e da Pier Luigi Zampetti. Il sottoscritto supplica infine Mons. Giuseppe Betori affinché voglia anche provvedere al popolo delle Piagge, che ha già troppo sofferto in passato, e ancora sta soffrendo.
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– Al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Sua Eminenza il Cardinale Gerhard Ludwig Müller. Dalla vicenda della rivalutazione della figura milaniana, si evince che essa ha preso le mosse da un parere favorevole della Congregazione per la Dottrina della Fede, circa la riabilitazione del libro di don Milani Esperienze Pastorali. Per quell’opera, al tempo di quegli eventi vi fu una comunicazione data dalla Congregazione all’Arcivescovo di Firenze, Elia Dalla Costa, nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro, e di non ristamparlo o tradurlo. Oggi risulta che per la Congregazione «le circostanze sono mutate e pertanto quell’intervento non ha più ragione di sussistere». Alla luce di quanto è esposto al capitolo 6 del dossier allegato, il sottoscritto supplica quindi umilmente il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, di voler verificare, e se del caso revocare, la Sua positiva valutazione.
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A Sua Eminenza il Cardinale Gualtiero Bassetti, recentemente nominato alla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, noto estimatore di don Milani e di La Pira. Il sottoscritto coglie questa inusuale occasione per rivolgere umilmente anche a Lui la medesima supplica rivolta al Cardinale Betori, per la dismissione della diffusione della lezione milaniana e di quella lapiriana. promuovendo semmai in loro vece, per il bene del popolo, l’insegnamento sociale espresso da Sturzo e da Zampetti.
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Infine, a tutti e quattro gli autorevoli destinatari, il sottoscritto rivolge umilmente un’ultima supplica per un’immediata e severa censura nei confronti del prof. Alberto Melloni, che ha così indegnamente infangato la memoria del nostro fu Arcivescovo di Firenze Ermenegildo Florit.
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Il sottoscritto, per trasparenza, informa le SS.VV. che il dossier in PDF allegato, che viene spedito oggi per posta elettronica e per raccomandata celere, è l’anteprima di quello che verrà pubblicato domani sul sito web La filosofia della TAV, da lui gestito, e parimenti informa che del dossier medesimo e della supplica a Loro rivolta sarà data notizia ai media in una conferenza stampa che si terrà domani 15 giugno a Firenze, alle ore 11.30, presso il Gran Caffè Giubbe Rosse in piazza della Repubblica.
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Firenze, 14 giugno 2017
Pier Luigi Tossani
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Per aprire il dossier su don Lorenzo Milani cliccare sotto:
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il terremoto come “teofania” e … la “supercazzola” dell’esegeta biblico Padre Giulio Michelini …
/8 Commenti/in Attualità/da Redazione— bollettino di guerra: è in corso una guerra contro la fede? —
IL TERREMOTO COME TEOFANIA E … LA «SUPERCAZZOLA» DELL’ESEGETA BIBLICO PADRE GIULIO MICHELINI
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Chi interpreta il concetto e il dato di fede «Dio castiga e usa misericordia», come una espressione che denota «un giudizio di un paganesimo senza limiti», mostra di essere persona appartenente ad un’altra religione, o comunque ad un pensiero diverso da quello cattolico, oltre che immerso in pensieri “preistorici”. In caso contrario, si corre purtroppo il rischio di cercare risposta nelle supercazzole: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca» [cf. Amici miei, II atto, 1982].
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Cari Padri,
sono un sacerdote della Diocesi di Milano impegnato al momento in studi biblici. Durante una lezione di pochi giorni fa, è emerso il tema dei “castighi di Dio” […] Il docente ci ha invitati a leggere un articolo del biblista francescano Giulio Michelini, che vi giro con la presente. A me, questo articolo non convince, ma forse sbaglio io, per questo domando un vostro parere.
don Emanuele (Milano)
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Premessa minore alla risposta:
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Supercazzola, definizione dal vocabolario italiano: «Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore».
Dizionario Zingarelli, 2016
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le supercazzole di Ugo Tognazzi, nel ruolo del mitico Conte Mascetti, al cimitero di San Miniato al Monte in Firenze – per aprire il video cliccare sopra l’immagine.
Ugo Tognazzi dette vita con altri mostri sacri del cinema italiano alla trilogia Amici miei, nella quale fu coniata l’espressione «supercazzola», oggi divenuta lemma letterario, come in precedenza lo divenne «il gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tanto che gattopardo è ormai inserito nel vocabolario della lingua italiana e vari altri internazionali come sinonimo di trasformismo. Il lemma «supercazzola», che dal 2016 è stato inserito nel vocabolario della lingua italiana [vedere QUI, QUI], è un termine che indica invece una «Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore».
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Chiarito il significato letterario di «supercazzola» secondo il vocabolario della lingua italiana, procediamo adesso alla disamina dell’articolo del teologo francescano Padre Giulio Michelini, pubblicato in Avvenire del 9 novembre 2016 e così titolato: «Matteo e il racconto del sisma. Nel Vangelo il terremoto è teofania, non un castigo». Rispondiamo volentieri al quesito a noi rivolto da un giovane sacerdote ambrosiano che ci domanda lumi a tal proposito; e lo facciamo rimandando anzitutto i Lettori al testo integrale dell’articolo del dotto francescano, a noi proposto a distanza di sette mesi dalla sua pubblicazione [vedere QUI].
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Leggendo questo testo ci si accorge che l’Autore non sa né che cosa è una teofania, né che cos’è il castigo divino. Infatti, la osservazione di fondo da fare a Padre Giulio Michelini è che il castigo divino è una teofania e la teofania può essere il castigo divino, perché in caso contrario si rischia di cadere nelle espressioni senza senso di Ugo Tognazzi nella veste del mitico Conte Mascetti: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca … » [vedere video riportato sopra].
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“Teofania”, infatti, non significa altro che “manifestazione” o “apparizione” di Dio. Naturalmente nella vita presente Dio non appare immediatamente nella sua intima essenza, «faccia a faccia» [I Cor 13,12], cosa che potrà avvenire solo nella visione beatifica del Paradiso. E tuttavia, come risulta dalle narrazioni bibliche, Dio può apparire ed appare in vari modi indirettamente, velatamente, «come in enigma» [ibid.], tramite immagini, simboli, visioni, creature e fenomeni naturali, che possono raccogliersi sostanzialmente in due categorie: a volte Dio appare in modo gratificante, incoraggiante e consolante, sì da mostrare la sua tenerezza, la sua dolcezza e la sua misericordia; a volte invece ci mostra un volto adirato e severo, benché sempre paterno, mandando sventure e sofferenze, per provare e rafforzare la nostra virtù, farci pentire dei nostri peccati ed esortarci alla conversione. Egli appare in modo terribile e spaventoso soprattutto ai peccatori e ai suoi nemici.
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In questo secondo caso abbiamo il castigo, che però dobbiamo intendere come correzione, ed accettare come espiazione per noi o per gli altri, sull’esempio di Cristo, sì che, se abbiamo da soffrire da innocenti per amore di Cristo, la prova si trasforma in «perfetta letizia» [Gc 1,2]. Solo ai dannati Dio appare come nemico irreconciliabile, non però per colpa di Dio, ma per colpa loro, perché fino alla fine della loro vita hanno rifiutato l’offerta della misericordia divina.
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I passi del Vangelo citati da Padre Giulio Michelini possono essere espressioni plastiche ed enfatiche per manifestare e significare la forza e il potere di Dio in eventi eccezionali. In tal senso conveniamo che in certi luoghi dei Vangeli un terremoto non significa necessariamente castigo, ma appunto è una teofania della potenza divina che segnala e sottolinea l’importanza di certi eventi della storia della salvezza.
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In altri luoghi della Scrittura, invece, il significato punitivo del terremoto è evidente [Ap 6,12; 8,5; 11,13.19; 16,18]. Del resto, come troviamo nel racconto racchiuso nel Libro della Genesi, dove si narra del castigo per il peccato originale, l’ostilità della natura è conseguenza di questo peccato [Gen 3,18]. Non è infatti pensabile l’esistenza di terremoti nel Paradiso terrestre.
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Se è vero che, come insegna la Scrittura, il peccato produce sofferenza e morte, non è difficile riconoscere come i danni che ci vengono dalla natura, senza escludere le trascuratezze, l’incuria e le improvvidenze dell’uomo, abbiano un legame col peccato originale ed anche, come indica la Bibbia, con i nostri stessi peccati, anche se è vero che un terremoto che colpisce intere popolazioni, può coinvolgere anche e soprattutto molti innocenti. Ma è appunto anche per questo fatto che la fede cristiana ha una risposta consolante, e cioè che questi innocenti ― ché poi nessuno di noi è mai perfettamente innocente ― hanno la possibilità di unirsi alla croce redentiva di Cristo.
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In tal modo la saggezza del cristiano sta nel vedere la presenza di Dio in tutto ciò che gli accade. Certamente, il termine “teofania” conviene soprattutto alle manifestazioni divine che danno gioia; eppure il cristiano sa vedere una teofania nel senso suddetto anche nei momenti della sventura, del dolore e della disgrazia. Anzi, sta proprio qui il cosiddetto asso nella manica del cristiano.
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Ogni uomo di buon senso, se non è uno stolto ateo, sa vedere Dio nelle cose che gli vanno bene. Il difficile è saper vedere un Dio di giustizia e di misericordia quando le cose vanno male. Saper vedere Dio, come diceva Lutero, «sub contraria specie». Saper capire il mistero del Crocifisso, «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» [I Cor 1,23]. Saper vedere la suprema bellezza sotto l’apparenza dello sfacelo, la vita sotto la sembianza del morente, la salvezza sotto l’apparenza del condannato, la beatitudine sotto le apparenze del disperato; perché anche e soprattutto in questi elementi, si manifesta la vera e solida fede in Dio Padre creatore del Cielo e della terra, nel Verbo Incarnato Suo Figlio unigenito, nello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio.
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Il cristiano che è scampato ad un terremoto, che cosa fa? Cosa pensa? Come reagisce? Quali idee, quali sentimenti dovrebbero ispirargli il prete o il vescovo? Non certo prendersela con un Dio crudele o impotente, col destino o con la natura matrigna, come ha fatto il poeta Giacomo Leopardi; non certo restarsene fatalisticamente intontito e muto davanti a un fatto che appare assurdo e incomprensibile; non basta a tranquillizzarlo, come farebbero Lucrezio o Spinoza, il pensiero delle “leggi della natura”; non impreca contro il Ministero dell’Ambiente o contro i geologi, non protesta per il ritardo dei soccorsi, ma ringrazia Dio di essere scampato; si ricorda del peccato originale e chiede a Dio misericordia; prega per le vittime, si dà a consolare i sofferenti, collabora all’opera di soccorso e, scosso dal forte richiamo di Dio, si pente dei propri peccati, aumenta i buoni propositi ed offre la sua sofferenza per la conversione dei peccatori.
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La novità del Cristianesimo rispetto all’antica religio greco-romana, è stata proprio quella di portare il pensare e il sentire umano al di fuori da una visione irascibile-punitiva degli dèi, guidando verso la visione preventiva e correttiva di un Padre amorevole e misericordioso, «lento all’ira e grande nell’amore» [Sal 102] che si prende cura della creazione e dell’uomo creato a propria immagine e somiglianza. Pertanto, chi interpreta il concetto ed il dato di fede «Dio castiga e usa misericordia» [cf. Tb 13,2], come un’espressione che denota «un giudizio di un paganesimo senza limiti» [cf. QUI], mostra di essere persona appartenente ad un’altra religione, o comunque ad un pensiero diverso da quello cattolico, oltre che immerso in pensieri “preistorici”. E qui, purtroppo, anziché cercare risposta e via per il nostro cammino nei misteri rivelati della fede, si corre purtroppo il rischio di cercare risposta nelle supercazzole: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca …» [cf. Amici miei, II atto, 1982, cf. QUI].
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[video] il mistero dell’immortalità dell’anima: la salvezza, la giustizia divina e l’inferno
/10 Commenti/in I nostri video/da Padre Giovanni– i nostri video –
IL MISTERO DELL’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA: LA SALVEZZA, LA GIUSTIZIA DIVINA E L’INFERNO
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Un viaggio nel cuore di uno dei più grandi misteri dell’uomo e dell’umanità: Dio ci vuole tutti salvi, ma non tutti si salveranno, ciò non per volere di Dio, ma per la libera volontà dell’uomo.
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due sacerdoti e due teologi a servizio dei loro numerosissimi lettori, lungo il tunnel della vita, a riflettere sul mistero dell’immortalità dell’anima … [nella foto di spalle: Giovanni Cavalcoli, OP e Ariel S. Levi di Gualdo]
Come da tempo avevamo promesso ai nostri Lettori, L’Isola di Patmos vi offrirà una serie di video-lezioni del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli.
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In questo primo video, girato nel mese di maggio presso lo splendido convento ligure di Varazze, il Padre Giovanni affronta il grande tema dell’immortalità dell’anima in rapporto al mistero della salvezza. Dio Padre desidera che tutti gli uomini possano essere salvi, ed a tutti offre mezzi, strumenti e vie di salvezza. Dio ha desiderato a tal punto la nostra salvezza da inviare a noi il proprio Figlio Unigenito, il Verbo di Dio incarnato.
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È necessario però ricordare, in quest’epoca di buonismi e di falsi misericordismi, che la salvezza è offerta a tutti, ma che non tutti gli uomini saranno salvi. Dio, che ci ha creati liberi e dotati di libero arbitrio, rispetterà fino in fondo questa libertà dell’uomo; libero di scegliere di camminare verso l’eterna beatitudine, o libero di scegliere di camminare verso le fiamme dell’Inferno [segue il video …]
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Per aprire il video cliccare sotto
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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
ratrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI

















