L’anti-dogmatismo non è, alla fonte, soltanto un atteggiamento irrazionale, superficiale e incoerente: è molto peggio, è qualcosa di estremamente pernicioso per la vita di fede della comunità cristiana, perché nasce da un progetto teoricamente ben strutturato che mira decisamente ad attuare nella Chiesa quelle riforme che da anni Hans Küng ed i suoi discepoli, ad esempio Enzo Bianchi, hanno teorizzato come necessarie al “cammino” della Chiesa nella storia e hanno profetizzato come di imminente realizzazione […]
Autore Antonio Livi
Il termine che si sente ripetere in questi giorni, anche dopo l’intervista di Papa Francesco a La Nación,è quello della necessità di un adeguato “approfondimento” della dottrina [vederequi]. È la tesi di Gianni Gennari [sul Corriere della Sera] a proposito dell’auspicata “retromarcia” del Magistero sui metodi naturali: grandi cambiamenti, ma che sarebbero solo “approfondimenti” della dottrina dell’Humanae vitae. Per analogia questo schema interpretativo viene applicato alla questione “sinodale”, quella della comunione per i divorziati che si sono sposati civilmente. Peraltro questa tesi è sposata anche da Andrea Tornielli (La Stampa), che già tempo fa parlava di “approfondimenti” in riferimento alla nuova dottrina conciliare sulla libertà religiosa.
… viviamo nel mondo delle “etichette”
ritratto del Sommo Pontefice Pio XI
Vedendo il ricorso a questa etichetta che i media stanno applicandoai progetti di riforma della dottrina sui sacramenti (il Matrimonio, la Penitenza e l’Eucaristia) mi sono reso conto ancora una volta di quanto sarebbe auspicabile che i giornalisti si limitassero a informare sull’attualità degli eventi ecclesiali senza continuare a confondere le idee ai cattolici con le loro interpretazioni sociopolitiche [vedere mio precedente articolo qui].
Qualsiasi etichetta apposta ai fatti della Chiesa,anche se appare giornalisticamente efficace, non aiuta affatto a capire di che cosa si tratta. L’etichetta è una pretesa di interpretazione facile e rapida, “prêt-à-porter”, ma l’effetto sull’opinione pubblica è negativo, non solo per l’inevitabile superficialità di questo genere di interpretazione ma anche e soprattutto per il messaggio che indirettamente veicola. L’«approfondimento», etichetta dalla quale sono partito, non è un’eccezione alla regola: il messaggio che con essa viene veicolato è che la Chiesa cattolica, sotto il pontificato di Papa Francesco, procede rapidamente verso un mutamento sostanziale della sua dottrina morale, e di conseguenza procede ineluttabilmente verso un mutamento radicale della sua prassi pastorale, con il plauso di tutti, credenti e non credenti.
Quelli che sono etichettati come “approfondimenti” sono dunque,nelle intenzioni di chi le sponsorizza, dei mutamenti sostanziali della dottrina fin qui insegnata dal Magistero, e andrebbero pertanto etichettati piuttosto come “rottura” con la Tradizione. Si tratta infatti di “piccoli passi” nella direzione di una normativa che andrebbe a rivoluzionare la struttura stessa della disciplina ecclesiastica, a tal punto che – se effettivamente fossero adottati dall’autorità ecclesiastica – comporterebbero una riforma radicale della dottrina: ma non nel senso indicato da Benedetto XVI («riforma nella continuità del medesimo soggetto Chiesa») ma nel senso che papa Ratzinger considerava inaccettabile, ossia di una vera e propria “rottura” con la Tradizione, ossia con la dottrina del Magistero, dal Concilio di Trento al Vaticano II, dall’enciclica Casti connubii di Pio XI all’esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II.
esortazione apostolica di San Giovanni Paolo II
Certo, abbiamo sentito in occasione della prima fase del Sinodo dei vescovisulla famiglia, non pochi teologi e alti prelati auspicare il superamento (cioè l’abolizione) degli insegnamenti di Paolo VI (Humanae vitae) e di Giovanni Paolo II (Familaris consortio), e poi abbiamo sentito, nella medesima occasione, altri teologi e altri prelati che hanno fatto notare che questi cambiamenti sono in contraddizione, non con dettagli senza importanza, ma con il significato essenziale, profondo, del messaggio trasmesso dalla Chiesa in quei documenti.
Chi scava in profondità, con la ragione teologica,per scoprire quel messaggio nella sua essenza di verità rivelata, si rende conto che una proposta che risulti in netta contraddizione con esso non è che la sua negazione. Insomma, una rivoluzione, una rottura, non certamente uno dei tanti modi con cui può avvenire ed avviene di fatto che la Chiesa progredisca nella comprensione della verità rivelata, secondo la formula, teologicamente perfetta, di una «evoluzione omogenea del dogma». «Omogenea» è quell’evoluzione che porta a una dottrina che rientra nel medesimo “genere”, ossia non propone una dottrina di altro genere, bensì la medesima dottrina arricchita di modifiche accidentali, con applicazioni pastorali. Insomma, una rottura non può essere chiamata «approfondimento».
Il termine «approfondimento» è usato dai “vaticanisti”,nella loro proverbiale sudditanza psicologica al linguaggio di volta in volta prevalente nella cultura di massa, perché è il termine che si usa per i commenti e i dibattiti al margine di una notizia. Se i fatti sono separati dalle opinioni, le opinioni sono l’«approfondimento». Che così si chiama perché si ripromette di approfondire il significato di una situazione di attualità o di un fatto di cronaca, senza però l’intenzione di annullarlo. Nessun approfondimento riguardo alla “mafia capitale” finisce col negare che ci sia stata un’inchiesta della magistratura e di conseguenza uno scandalo e delle gravi ripercussioni politiche. Approfondire vuol dire andare in profondità, e andando in profondità si trova il “nucleo aletico” di un evento o di una teoria, che è ciò che nel corso dell’analisi resta tale e quale.
Se invece cambia, non si può più parlare di «approfondimento»:si deve parlare di “rivoluzione scientifica” (Thomas Kuhn). Applicando questo criterio epistemico alle discussioni in atto in ambito ecclesiale, non si può etichettare come «approfondimento» la proposta di una riforma sostanziale, che piace a chi patrocina l’avvento della nuova “Chiesa universale” di stampo “ecumenico” e “umanistico” dove siano recepite le istanze dello scisma di Oriente e della riforma luterana.
Queste mie distinzioni possono sembrare cavilli o bizantinismi astrattidi fronte a questioni così vitali e coinvolgenti come l’accesso dei cattolici divorziati alla Comunione o l’uso dei contraccettivi nel matrimonio tra fedeli. Ma – dico io – se un giornalista o un lettore di giornali non ama addentrarsi in questa problematica teologica, si occupi di altro: nessuno gli chiede di avere un parere personale in merito alle polemiche di scuola tra teologi o in merito alle nomine e alle destituzioni di alti ecclesiastici. Se si tratta di un non credente, si disinteressi di questi problemi interni della Chiesa. Se invece è credente, si interessi solo di quello che la Chiesa insegna in queste e nelle altre materie, senza preoccuparsi di interpretare le intenzioni segrete del Papa o di giudicare se al Sinodo dei vescovi abbiano ragione i conservatori o i progressisti.
la “scorrettezza politica” del teologo domenicano Yves Congar
Nessuno vorrà seguire il mio consiglio;ma allora, se uno intende entrare nel merito di questi problemi, l’unico criterio serio di valutazione è quello teologico, non certamente quello socio-politico, che va bene solo per la cronaca di altro genere: finanziaria, parlamentare, giudiziaria. E il criterio di valutazione deve esser fornito da persone competenti, le cui considerazioni vanno analizzate con pazienza e con l’intenzione di capire nozioni complesse, legate a premesse teoriche non immediatamente intuibili e a una massa enorme di dati storici. Se si farà questo sforzo, la prima cosa che si comprenderà è che ogni vero approfondimento della dottrina rivelata è una migliore com- prensione della sua trascendenza rispetto alle vicissitudini storico-culturali.
Detto questo, aggiungo: l’intenzione implicitadi chi parla di “approfondimenti”è di far giungere all’opinione pubblica cattolica il messaggio di una nuova pastorale che dovrebbe prescindere dal dogma: non solo ignorando nei fatti ma anche proclamandone indirettamente l’inutilità o peggio ancora la funzione negativa, di “freno” alle novità che sarebbero suggerite dallo Spirito Santo.
E qui colgo l’occasione per ripetere ancora una volta che questo anti-dogmatismonon è, alla fonte, soltanto un atteggiamento irrazionale, superficiale e incoerente: è molto peggio, è qualcosa di estremamente pernicioso per la vita di fede della comunità cristiana, perché nasce da un progetto teoricamente ben strutturato che mira decisamente ad attuare nella Chiesa quelle riforme che da anni Hans Küng ed i suoi discepoli (Enzo Bianchi) hanno teorizzato come necessarie al “cammino” della Chiesa nella storia e hanno profetizzato come di imminente realizzazione.
Queste riforme, che sono ben altro che un mero “approfondimento”,snaturerebbero la Chiesa di Cristo, facendole rinnegare quella coscienza di sé come «sacramento universale di salvezza», non tanto per gli adattamenti della sua azione pastorale alle necessità contingenti (adattamenti che peraltro sono necessari, tant’è che ci sono sempre stati) quanto per il carisma dell’infallibilità (che le consente di custodire e interpretare secondo la “mente di Cristo stesso” la verità rivelata) e per la promessa dell’indefettibilità (grazie alla quale essa è sempre stata e sarà sempre santa, cattolica e apostolica, capace di amministrare il sacramenti della grazia).
… un Pontefice che aveva intuito tutto
Trovo alquanto ipocrita l’uso dell’etichetta dell’ approfondimentoper propagandare una riforma della Chiesa che finisca per abolire i fondamenti dogmatici della sua fede e della sua disciplina. Perché – come ho spiegato a più riprese – non esiste una prassi che non si richiami, almeno implicitamente, a una teoria, ossia a dei principi regolatori dell’azione, a delle mete da raggiungere in quanto considerate in sé positive, apportatrici di progresso e di felicità.
L’antidogmatismo non è altro che la retorica ipocritadi chi, mentre nega al dogma la sua funzione di orientamento della coscienza religiosa, opera in vista di determinati mutamenti della Chiesa che ritiene necessari per la realizzazione della sua utopia politico-religiosa. Il dogma cattolico, che è la verità rivelata da Dio in Cristo, viene messo da parte non perché lo si considera una teoria astratta dalla quale non possa derivare una prassi “aggiornata” ma perché si è scelta una teoria diversa, anzi opposta, in base alla quale si vuole favorire una prassi riformatrice o rivoluzionaria. Insomma, ci si dichiara nemici del dogma come tale, ma in realtà si è sostenitori fanatici di un diverso dogma.
… uno scrittore che aveva intuito tutto
Se uno ascolta tante voci di segno progressista e riformatore, noterà che alcuni, i teologi più ascoltati, hanno il coraggio di parlare chiaramente di questi principi dogmatici, riconducibili allo storicismo, declinato in chiave dialettica secondo lo schema hegeliano del «superamento mediante la negazione» (Aufhebung) del quale ho già parlato in varie occasione (vedi quello che ho scritto su Hans Kung e la sua ecclesiologia, qui). Ma tanti mediocri discepoli e timidi accoliti di questi opinion makers ecclesiali non hanno il coraggio e la capacità intellettuale di dichiarare a quale sistema ideologico e a quali principi dogmatici si ispirano nel proporre certe mutazioni della prassi pastorale come necessarie al progresso della Chiesa nel tempo che sitiamo vivendo. Ecco che allora viene fuori l’insulso discorso della pastorale che, pur rispettando a parole la dottrina, la contraddice nei fatti. E questa contraddizione la presenta ipocritamente come «approfondimento».
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Antonio-Livi-Patmos2.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Antoniohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Antonio2014-12-27 22:24:202021-04-20 18:53:01Approfondimento della dottrina? No, è tradimento
” PUER NATUS IN BETHLEHEM. ALLELUIA! ” – FELICE NATALE
VIGILIA DI NATALE
Prologo del Vangelo di San Giovanni Apostolo
Con grande gioia rivolgiamo a tutti i nostri Lettori ed a tutte le nostre Lettrici un felice augurio di Buon Natale nella gioia del mistero ineffabile del Verbo di Dio fatto Uomo.
Per noi sacerdoti, questi sono giorni di particolare lavoro pastorale, motivo per il quale torneremo tra di voi con i nostri articoli solamente verso la fine di questo mese.
Cogliamo l’occasione per informarvi che alle porte di questo Santo Natale L’Isola di Patmos ha festeggiato i suoi primi due mesi di vita, nel corso dei quali il sito della nostra rivista telematica è giunto ad una media di circa 1.000 visite al giorno per un totale di circa 50.000 visite complessive.
Ancora una volta vi invitiamo a sostenerci, perché per poter far fronte alle spese della gestione dell’Isola di Patmos possiamo confidare solo sulla vostra generosità [vedere QUI]
A tutti voi giunga il nostro più sincero augurio di pace, grazia e benedizioni da Dio.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2014-12-24 15:31:022021-04-21 00:57:52“Puer Natus in Bethlehem. Alleluia!” – Felice Natale [versión disponible en español]
Il martinismo è ancora più insidiosamente pericoloso del rahnerismo, che ne è il fondamento teologico. Infatti, Rahner ha dei princìpi gnoseologici, logici e metafisici contrari al dogma cattolico, che Martini, assai meno dotato dal punto di vista speculativo, non ha esplicitamente assunto […]
Giovanni Cavalcoli OP
Un bisogno urgente della Chiesa di oggi, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II,è ancora quello di un sua retta e piena applicazione, cosa che non esclude la necessità o l’opportunità di alcune modifiche o correzioni di alcune direttive pastorali, che soprattutto alla prova dei fatti, si sono rivelate meno prudenti o addirittura controproducenti.
Per quanto invece riguarda l’aspetto dottrinale o dogmatico del Concilio, il problema, ancora dopo tanto tempo, resta quello della retta interpretazione, a causa di un linguaggio non sempre chiaro, di alcune sue dottrine, soprattutto quelle nuove, che esplicitano e sviluppano i dati di fede tradizionali.
Il Magistero della Chiesa, in questi cinquant’anni,si è molto adoperato per spiegare il vero senso delle dottrine conciliari — basti pensare le encicliche del Beato Paolo VI o di San Giovanni Paolo II o il Catechismo della Chiesa Cattolica —; ma nel contempo non ha operato abbastanza per correggere le cattive interpretazioni, soprattutto di marca modernista, che nel corso del tempo hanno preso sempre più piede procurandosi la patente di interpretazione migliore, più moderna e avanzata di quella proposta dagli stessi Pontefici, che essa è riuscita a far apparire a molti come superata e legata alla teologia del pre-concilio.
“Pop&Rock”. Il Cardinale Oscar Maradiaga e la nuova pastorale sassofonica. Nulla da dire: i tempi cambiano ed è bene che cambino. Senza però andare ai “tempi sospetti” del pre Concilio Vaticano II e rimanendo invece nell’ambito dei pontificati dei pontefici del post concilio, una domanda sorge spontanea: come avrebbero reagito San Giovanni XXIII ed il Beato Paolo VI, ma forse anche il San Giovanni Paolo II degli anni Ottanta, dinanzi ad una immagine del genere? Lo avrebbero nominato membro di un gran consiglio di saggi cardinali? Meditate gente, meditate …
Purtroppo i Pontefici nel tentativo generoso di conservare il dialogo con i modernisti, non si sono sufficientemente difesi da queste accuse, sicchè è successo che essi stessi hanno in qualche modo permesso, forse per non provocare mali maggiori, che nel mondo cattolico si diffondesse e si affermasse una duplice visione della Chiesa e del cattolicesimo, quasi due correnti di pari legittimità e coesistenti nonostante i contrasti tra di esse: una corrente di maggioranza, o quanto meno assai potente ed influente a tutti i livelli della Chiesa, pastori e fedeli, con esponenti presenti nella stessa gerarchia e collegio cardinalizio, e soprattutto negli ambienti teologici e accademici, forte di potenti mezzi pubblicitari, espressione dell’interpretazione modernistica del Concilio, e una corrente di minoranza, fedele all’interpretazione dei Pontefici.
Questa corrente modernista sa nascondere bene le sue radici dirompenti e demolitrici e la sua doppiezza sotto le apparenze di un cattolicesimo moderno, colto, gradevole, moderato, accomodante, mitigato, tollerante, comprensivo, aperto, ecumenico, tranquillo ed operoso, nemico delle esagerazioni e dei fanatismi.
Un cattolicesimo signorile e garbato, barcamenante ed opportunista, astuto e manovratore, che calma le ire, attenua i contrasti, amante del pluralismo e della diversità, ammorbidisce le posizioni, evita le polemiche, le rigidezze e le puntigliosità dottrinali, conosce la buona educazione, media tra gli opposti, che tutti rispetta, tutti accetta, tutti comprende, tutti scusa, per tutti ha compassione, a tutti è aperto, tutti salva, di nessuno è nemico, di tutti è amico, almeno a parole.
raffigurazione pittorica dei sepolcri imbiancati
Si tratta di una bella facciata, seducente e grandiosa, che però già ad uno sguardo attento mostra delle crepe e delle pezze, dietro alle quali non è impossibile scorgere il vuoto, il nichilismo e lo squallore. Un gigante dai piedi di argilla. E questo perchè manca un sincero amore per la verità e per i valori assoluti, manca l’onestà e la limpidezza intellettuale, mancano le basi e le certezze metafisiche, sostituite dal dubbio, dagli espedienti, dalle convenienze soggettive, dal relativismo e dal lassismo morale, dallo scetticismo, dall’accomodamento diplomatico, dall’erudizione scintillante, dalla banale bonomia, dalla finta pietà.
Quando lavoravo in Segreteria di Stato negli anni Ottanta mi parlavano del Cardinale Carlo Maria Martini come di un personaggio che pretendeva di porsi in alternativa al Papa, ed egli non si è mai smentito: fino a pochi mesi prima della morte, sul Corriere della Sera, osò affermare che la Chiesa di Ratzinger è rimasta indietro di due secoli [vedere qui].Ancora sul medesimo quotidiano della massoneria, sempre in quel periodo, disse, con apparente contraddizione, che mai la Chiesa è andata bene come ai nostri giorni e citò Karl Rahner come esempio di grande maestro.
Immagine del 1985. Carlo Maria Martini, 57 anni, da cinque anni arcivescovo metropolita di Milano e da due anni cardinale. Nell’aspetto e nel modo di porgersi il porporato ha indubbiamente rappresentato una tra le più belle figure del collegio cardinazio degli ultimi cinquant’anni.
Come sappiamo, alla morte degli ultimi Papi, i grandi emissari dei poteri modernisti facevano regolarmente il nome di Martini, ma lo Spirito Santo, come era da sperare e da attendersi da parte dei buoni, è stato di diverso avviso.In altra occasione Martini disse che per salvarsi non occorre la Chiesa, ma basta lo Spirito Santo, contraddicendo in ciò il Concilio di Firenze del 1439-1442, il quale invece ha la famosa sentenza Extra Ecclesiam, nulla salus, il che, naturalmente, non vuol dire che Dio non possa salvare con mezzi a Lui solo noti, come dice il Vaticano II, chi non per sua colpa non ha sentito la predicazione del Vangelo [rimando a questo nostro articolo, qui]. Ma ciò non vuol dire che non appartenga alla Chiesa. Le appartiene senza saperlo.
Famosa poi è la tesi del Cardinale Martini, secondo la quale «c’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere» [vedere qui], sicchè la fede non è certezza assoluta ed indiscutibile, ma continuo dibattito ed incertezza mai risolta tra il sì e il no. Non è difficile immaginare quale condotta morale può scaturire da idee del genere. E difatti sono note le sue posizioni lassiste in etica sessuale e il favore che egli accorda al sacerdozio della donna, al falso profetismo di Enzo Bianchi, oltre al suo ecumenismo relativista e buonista, sulla linea di quello del Cardinale Walter Kasper. Inoltre, in molte occasioni, ho avuto modo di ricevere e di udire lamentele da preti e seminaristi formati alla scuola di Milano.
Immagine del 2002. Carlo Maria Martini, fu veramente un uomo capace di vedere lontano?
Non mettiamo in discussione la grande preparazione biblica di Martini; ma ci chiediamo a che serve tanta dottrina, se poi manca una fedeltà al Magistero della Chiesa, che dovrebbe essere esemplare in un Cardinale di Santa Romana Chiesa, senza che questo grave errore avvicini Martini al luteranesimo?Notevole è stata la sua presentazione del libro di Vito Mancuso sull’anima [vedere qui], dove il Cardinale si barcamena tra il sì e il no evitando di condannare come avrebbe dovuto con nettezza e sdegno, — ma a questo punto non poteva fare la presentazione —, gli orribili errori del falso teologo, cosa che certo ha accontentato le centinaia di migliaia di ammiratori di entrambi, ma non so quanto accontenti una netta coscienza di cattolico e di uomo ragionevole. Mi fermo qui e non vado oltre. Già questo saggio è significativo.
Il martinismo secondo me è ancora più insidiosamente pericoloso del rahnerismo, che ne è il fondamento teologico. Infatti, Rahner ha dei princìpi gnoseologici, logici e metafisici contrari al dogma cattolico, che Martini, assai meno dotato dal punto di vista speculativo, non ha esplicitamente assunto.Tuttavia Rahner possiede anche l’abilità di tradurre in termini accessibili e concetti semplificati ed addirittura popolari, assai seducenti, le sue astruse, complicate e contorte elucubrazioni pseudo trascendentali. Egli è molto abile nel relativizzare la concettualità del dogma con la sua “esperienza atematica preconcettuale” (Vorgriff) e la sua gnoseologia evoluzionista e modernista, ma poi sa usare con estrema abilità la più articolata e studiata concettualità per istillare nella mente degli sprovveduti i suoi errori. Si serve del concetto per distruggere il valore del concetto e per sostituire il concetto falso a quello vero.
Carlo Maria Martini durante un solenne pontificale ambrosiano. Quando sedeva sulla Cattedra di Sant’Ambrogio, la sua figura incuteva una sorta di sacra venerazione
Rahner, certo, non è un esegeta ma un teologo o si picca di essere teologo o è considerato tale da coloro che non sanno che cosa è la teologia; ed a tal proposito potremmo chiedere ad Antonio Livi che cosa ne pensa. Ora è vero che il teologo non prende in considerazione i singoli temi biblici per commentarli. A lui è necessario e sufficiente citare i passi biblici sui quali fondare le sue tesi teologiche.Ma queste citazioni non hanno bisogno di essere frequenti e sistematiche, come avviene nell’esegeta o nel biblista o anche nel teologo biblico. Il teologo in senso proprio e stretto, sopratutto quello sistematico o speculativo, ossia il vero teologo che non esprima semplicemente un pensare religioso o vagamente cristiano, costruisce il suo sapere mediante rigorosi ragionamenti e saldi princìpi filosofici e metafisici, sempre sottomesso alla dottrina della Chiesa.
Ora, Rahner, benchè esplicitamente sostenitore del principio sola Scriptura, come Lutero, e trascuri la Tradizione, rarissimamente cita passi della Scrittura, perchè sa bene che quasi sempre gli sarebbero contrari; pensiamo per esempio ai passi della Scrittura che trattano dell’importanza dei concetti dogmatici, del Magistero della Chiesa, della Tradizione, dell’assolutezza dei contenuti della legge morale, del libero arbitrio, della composizione dell’uomo di anima e corpo, del merito, del peccato e della grazia, del paradiso, del purgatorio e dell’inferno, della Parusia di Cristo alla fine del mondo, del valore del sacerdozio e del sacrificio della Messa, ecc..
Carlo Maria Martini anziano e ammalato, poco prima della sua scomparsa, conservava sempre la virile bellezza della sua figura ed il suo aspetto solenne.
Martini, partendo da Rahner, trattenuto ancora da un certo pudore o forse prudenza,elabora un cattolicesimo che, se non assume il panteismo rahneriano, tuttavia raccoglie il suo antropocentrismo buonistico filo-luterano, e, si noti bene, di un luteranesimo ancora più lontano dal cattolicesimo di quanto fosse lo stesso Lutero, giacchè il biblicismo martiniano è quello che Rahner esplicitamente desume da Bultmann, noto protestante liberale del secolo scorso, seguace di Heidegger come lo fu lo stesso Rahner.
Martini dunque attenua l’hegelismo rahneriano ed elabora un cattolicesimo vicino a Lutero, senza tuttavia separarsi pienamente dalle eresie di Lutero, nè da quelle di Rahner. Un cattolicesimo di compromesso che vuole essere cattolicesimo, ma senza staccarsi del tutto, per un malinteso, opportunistico e confusionistico ecumenismo, nè da Rahner, nè da Lutero. Si tratta di una falsa interpretazione dell’ecumenismo voluto dal Concilio; ma in ciò stanno le ragioni del successo del biblicismo martiniano.
Il problema posto dal martinismoè che esso, per la sua rispettabilità, il suo prestigio, la sua apparente moderazione e il suo successo internazionale, sempre in apparente armonia con la Santa Sede, si è affermato nel collegio cardinalizio costituendovi una potente corrente, che assai probabilmente appoggia quella kasperiana e degli altri cardinali filorahneriani o filomodernisti.Tuttavia è facile immaginare che all’interno del sacro collegio esista attualmente una situazione di forte disagio, data dal fatto che anche il martinismo, per quanto sia un rahnerismo mitigato e addolcito, non è del tutto libero dai princìpi corruttori e dissolventi del rahnerismo, strettamente congiunto con l’eresia luterana nei suoi ulteriori sviluppi hegeliani ed heideggeriani.
Carlo Maria Martini fu uomo dallo sguardo malinconico, anche quando sorrideva. Elegante e ieratico, da vivo e da morto. Nel proprio aspetto sobrio ma solenne la sua figura ha sempre personificato un modello di Principe della Chiesa. Per intercessione di Sant’Ambrogio vescovo e dottore della Chiesa, di cui egli fu per oltre due decenni successore, possa riposare in pace nella grazia di Dio.
Ciò che dunque noi “ragazzi” dell’Isola di Patmos auspichiamo e per cui preghiamo è che la corrente migliore del collegio cardinalizio, che si è espressa nel recente sinodo contro la tendenza separatista, libera da tentazioni moderniste o conservatrici, voglia esser vicina al Santo Padre nel compito che con sempre maggiore urgenza gli si impone, grazie all’assistenza dello Spirito Santo e l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli, di svolgere con chiarezza, decisione, saggezza ed energia la sua insostituibile funzione di principio e garante dell’unità della Chiesa, inducendo a penitenza i peccatori, abbassando i superbi, confortando i deboli, riconciliando tra di loro le fazioni avverse, nell’ armonia tra le correnti diverse nella reciprocità dei doni ricevuti, nella vittoria sulle forze sataniche, per la comune edificazione del regno di Dio e l’irraggiamento del Vangelo a tutto il mondo.
Canto d’Avvento di Rito Ambrosiano: Quoniam Tu Illuminas
Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del buon canto e del latino liturgico
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2014-12-16 00:21:432021-04-21 00:32:14Il successo del Cardinale Carlo Maria Martini [versión disponible en español]
BABELE E LA NEOLINGUA: UNA CHIESA SENZA VOCABOLARIO DA MEZZO SECOLO
Quando la Chiesa rinuncia ad un linguaggio comune, universale e preciso, tale è il linguaggio dogmatico, fisso e senza tempo, giacché suo compito è percorrere i tempi, a quel punto nasce la incomunicabilità e si rinnova il dramma della superbia di Babele.Insomma, urge correre ai ripari e prendere atto del dato drammatico: abbiamo perduto il linguaggio per comunicare i misteri della fede, che richiedono un lessico proprio e preciso, che prescinde dalla società e dai tempi; e questo linguaggio è il linguaggio metafisico […]
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Anni addietro ho dedicato molto tempo alla riflessione ed allo studio di alcune particolari tematiche socio-ecclesiali, fissando poi in alcuni miei libri — in particolare nell’opera E Satana si fece Trino — un concetto sul quale seguito sempre a ribattere: il principio di inversione del bene e del male che muta il male in bene ed il bene in male, sino alla “naturale” distruzione del concetto stesso di bene e di male, in un mondo ecclesiale e secolare dove la coscienza soggettiva è annullata e la coscienza oggettiva — quella che Carl Gustav Jung chiamerebbe a suo modo “inconscio collettivo” o “coscienza collettiva” — risulta spesso totalmente annichilita. Questo processo, di cui è sommo artefice il Demonio, passa inevitabilmente attraverso lo “svuotamento” delle parole, prima private di contenuto poi riempite d’altro, per esempio la carità senza verità, la misericordia senza giustizia …
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misericordia e giudizio di Dio
Quando agli inizi dell’anno 2000 cominciai a percepire certe forme di buonismo filantropico all’epoca in fase di sviluppo ed oggi giunte all’apice della vera e propria perversione, nell’apertura di un mio libro edito poi nel 2007 scrissi: «La Carità senza Verità è zoppa, la Verità senza Carità è cieca. La Carità si compiace della Verità nella misura in cui la Verità si compiace della Carità» (1). Ed è proprio la carità che mi porta a definire il nostro Creatore come un Dio virile in quanto fonte originante del concetto stesso di quella virilità che prende forma fisica visibile e tangibile nel Verbo Incarnato, Cristo Signore, vero Dio e vero Uomo. Il tutto per dire che la carità — perlomeno quella cristiana — non ha nulla da spartire con certe melasse. La carità-amore è un vero e proprio “attributo” di Dio che come tale non è neppure concepibile senza la verità; allo stesso modo in cui la misericordia non è pensabile — perlomeno cristianamente — senza la verità e la giustizia. Se dunque vogliamo ridurre l’uomo alla vera impotenza del non essere per condannarlo al non divenire, prima è necessario svuotare le parole, alterarle e falsificarle, poi privarlo di un vocabolario, quindi di una lingua.
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Nel correre dell’ultimo mezzo secolo si è rinnovato all’interno della società ecclesiale ciò che i figli di Dio hanno già vissuto in passato, il tutto tramite le stesse modalità di fondo e con le stesse conseguenze finali. La nostra modernità è difatti racchiusa nel racconto vetero testamentario in cui si narra della costruzione della Torre di Babele, dall’ebraico מגדל בבל – migdol bavel :
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Torre di Babele
Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra (2).
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tentazione
Tra le numerose interpretazioni di questo racconto allegoricoche oltre l’allegoria racchiude la radice della divina verità, amo da sempre prediligere l’immagine della punizione per un atto di umana superbia dell’uomo che non solo tenta di sfidare Dio, ma di sostituirsi a Dio. D’altronde, il cuore della grande tentazione alla quale Adamo ed Eva cedettero fu l’inganno del Demonio racchiuso in una espressione che percorre dall’alba dei tempi la storia dell’umanità: … se mangerete di questo frutto del quale vi è stato proibito di cibarvi, sarete simili a Dio. A questo modo il Tentatore altera e mette in dubbio la parola di Dio, appunto svuotandola e trasformandola in altro, insinuando il malevolo dubbio che quella proibizione nasce solo dalla gelosia di Dio, desideroso che Adamo ed Eva non fossero simili a lui.
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Nelle antiche esegesi fatte quando ancora possedevamo e conservavamo con cura un vocabolario che racchiudeva al proprio interno i significati reali delle parole ed una lingua comune universale, si soleva fare un collegamento tra l’episodio della Torre di Babele e la discesa dello Spirito Santo sul cenacolo degli apostoli a Pentecoste. Attraverso l’azione di grazia dello Spirito Santo gli Apostoli prendono a parlare lingue diverse divenendo così comprensibili agli uomini di tutti i popoli, sanando a questo modo la frattura originata in passato a Babele.
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dispute teologiche
Sono il primo a criticare i limiti della neoscolastica decadente, che della autentica scolastica è solo una parodia. Volendo possiamo anche muovere delle critiche scientifiche e pertinenti ad alcune parti dell’opera o ad alcuni degli stessi pensieri del Doctor Angelicus, che tratta verità dogmatiche — in maniera mirabile e sino ad oggi insuperata — ma il cui pensiero, non esente anch’esso da alcuni errori umani, non è dogma di fede. San Tommaso d’Aquino parla dei dogmi, ed in modo efficace li trasmette attraverso il metro della migliore metafisica, ma la Summa Teologica non è un dogma, lo sanno e lo affermano da sempre i tomisti per primi, alcuni anche in modo ilare affermando che «Dio non è uno, trino e … tomista», pur essendo la speculazione dell’Aquinate comprovata nei secoli per la preziosa efficacia con la quale ci guida a penetrare gli arcani misteri del Dio uno e Trino.
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I Cardinali Walter Kasper e Karl Lehmann, discepoli del teologo tedesco Karl Rahner
Gli esponenti delle diverse scuole teologiche si sono affrontanti per secoliin profondi e talvolta anche furenti dibattiti teologici, tutti beneficiando del legittimo diritto di cittadinanza all’interno della Chiesa. Ciò avveniva nelle varie epoche di quel lungo spazio che fu il medioevo, definito tutt’oggi da certi irriducibili asini come “epoca dei secoli bui”, espressione fatta propria anche da certi ecclesiastici e teologi, alcuni dei quali in cattedra nelle nostre università pontificie. La verità, è che in quella “terribile” stagione dei “secoli bui”, che segnò invece delle straordinarie esplosioni dell’umano intelletto attraverso le scienze, le arti, la filosofia e la teologia, non solo il confronto era possibile ma cercato, favorito e auspicato; al contrario di oggi, dove sopra le ceneri del linguaggio metafisico ormai de-costruito è stata originata una crisi del dogma senza precedenti, sino allo sprofondamento nel paradosso inteso nel più stretto senso etimologico della radice greca di παρά [contro] e δόξα [opinione]. Il perverso paradosso odierno è che si può mettere in discussione l’incarnazione del Verbo di Dio, si può leggere in chiave puramente allegorica la risurrezione del Cristo, si può ridurre la Santissima Eucaristia a mera simbologia di un banchetto gioioso, si può scempiare la sacra liturgia secondo gli arbitrî del bohèmienneKiko Arguello e di Carmen Hernández, si può trascinare dentro la Chiesa l’animismo africano ed il pentecostalismo nordamericano attraverso la devastante opera di certi carismatici invasati, si può spacciare per ecclesiologia il più ambiguo politichese ciellino assiso di prassi sul carrieristico carro del vincitore, ma non si possono porre in discussione le perniciose teorie di Karl Rahner e di tutte le étoiles della Nouvelle Théologie; di tutti gli astri nati dal post concilio erettosi come una autentica Babele sopra le dottrine del Concilio Vaticano II, sulle quali si è celebrato il grande tradimento in un clima di feroce dittatura che non ammette alcuna sana discussione. O come disse in uno studio teologico dell’Italia Meridionale un docente ad un seminarista: «Quel che tu pensi a me non interessa. Ciò che voglio è che parola per parola tu mi porti all’esame la cristologia di Walter Kasper e di Karl Lehmann, se vuoi superare il mio esame, altrimenti …». E questi moderni “teologi” oggi in cattedra, che hanno studiato la patristica non sui testi greci ma su sunti di dispense tradotte, che hanno sostituito il parlare dogmatico col parlare sociologico; questi distruttori della metafisica e di ogni senso comune, spesso sono proprio coloro che ironizzano con stile da illuministi volteriani in odore di massoneria Settecentesca sui cosiddetti “secoli bui”; loro che hanno preso la lampada da sopra il tavolo e l’hanno nascosta sotto al moggio (3) consegnando infine la Sposa di Cristo ad una lunga notte di tenebre.
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il Cardinale Carlo Maria Martini durante una lectio magistralis
Una volta, uno dei diversi sacerdoti tirati su dentro i nostri pretifici— quelle odierne fabbriche di deformazione alle quali sono ormai ridotti certi seminari — ed allevato attraverso il meglio del peggio delle esegesi protestanti, baccalaureato, specializzato e infine dottorato presso la “scuola rabbinica” del Pontificio Istituto Biblico senza avere mai sfiorato ciò che in filosofia e in teologia è il pensiero veramente cattolico, sollevò lagnanze su di me, a suo dire colpevole di avere criticato il pensiero del “santissimo padre della Chiesa” Carlo Maria Martini. Il vescovo di questo prete mi esortò in modo amabile ad essere meno impetuoso. Risposi al vescovo: «Questo suo presbitero, non solo amoreggia con tutto ciò che non è cattolico, ma strizza gli occhi all’eutanasia, afferma in modo sibilino che il discorso sull’aborto andrebbe valutato “caso per caso”, che un giorno la Chiesa valuterà se non il sacerdozio femminile perlomeno il diaconato alla donne, che il discorso dei cattolici divorziati andrà valutato presto e bene. Preposto a curare un centro di formazione teologica, chiama a tenere conferenze esponenti della sinistra ideologica e sostenitori della cultura del gender … eppure ha persino l’impudenza di lamentare che io avrei proferito una sacrilega “bestemmia contro lo Spirito Santo”, ossia l’avere osato criticare il pensiero di un pensatore che temo abbia reso l’anima a Dio in piena crisi di fede. E badi bene, Venerabile Vescovo, non affermo questo perché oso giudicare la coscienza intima del Cardinale Martini, che solo Dio può scrutare e giudicare, ma perché ho analizzato certi suoi testi; e se pure lei vorrà leggere Conversazioni notturne a Gerusalemme, capirà il dramma interiore di quest’uomo al quale in giro per gli studi teologici italiani sono dedicati cicli di lezioni celebrative intitolate “La parola del Cardinale Martini”, il tutto mentre giorno dietro giorno si dimentica sempre di più la Parola di Dio, sostituita col verbo dei moderni idoli, ivi incluso tra di essi anche il Cardinale Martini. Non è però questo il problema ma altro: lei sa che questo suo presbitero critica in modo subliminale il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, lanciando su entrambi il martiniano “anatema” che la Chiesa sarebbe indietro di almeno 200 anni? Ebbene mi dica: si può forse mettere in discussione i capisaldi della morale cattolica, criticare il magistero della Chiesa e degli ultimi due Sommi Pontefici con modernistica altezzosità da biblisti filo-protestanti, ed al tempo stesso essere però impediti a porre in discussione, sul piano strettamente scientifico, teologico e pastorale, certe affermazioni infelici e palesemente errate pronunciate dal Cardinale Martini?». Replicò il vescovo: «Figliolo caro, che cosa ci posso fare?». Risposi: «Al posto suo saprei che cosa fare, ma il vescovo è lei, non io. In ogni caso: il primo passo per risolvere dei gravi problemi, è quello di ammettere anzitutto la loro esistenza, non certo negarla». Poi, in maniera molto delicata, ricordai al vescovo qual grave e devastante mancanza costituisce per i presbiteri che esercitano il sacerdozio in comunione con la pienezza del suo sacerdozio e per il Popolo di Dio a lui affidato, il grave peccato di omissione, la impotenza derivante dal non-agire, sport ormai molto praticato nel nostro episcopato ridotto sempre più ad una compagine di funzionari in carriera che non vogliono grane, che non amano discutere e meno che mai sono disposti a richiamare i figli ribelli, pur essendo però capaci a richiamare chi afferma l’ovvio: «Questo agire non è pastorale» e spesso non è neppure cattolico. Il tutto con buona pace del defunto Cardinale Martini, che alla prova dei fatti non passibili di facile smentita ha trascorso la propria vita a piacere e ad essere celebrato in gloria da tutti i circoli intellettuali della sinistra, osannato dalla strampa anti-cattolica e massonica; il tutto mentre Giovanni Paolo II prima, Benedetto XVI dopo, dagli stessi circoli intellettuali e dagli stessi giornali erano fatti letteralmente a pezzi in modo metodico e spesso feroce. Ripeto, questi sono i fatti, con buona pace dei martinitt formatisi sul meglio del peggio delle esegesi protestanti e sulle eresie moderniste oggi al potere; e che in giro per gli studi teologici italiani organizzano seminari su “La parola del Cardinale Martini”, chiamando spesso a pontificare l’altro immacabile falso profeta e cattivo maestro: Enzo Bianchi.
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Dopo la de-costruzione del dogma eretto sulla rivelazione e sul deposito della fede sancito dai grandi concili dogmatici della Chiesa, al suo posto si sono sostituite le dogmatizzazioni dei pensieri umani dei vari Rahner, che hanno creato anzitutto il loro nuovo vocabolario. Infatti, affinché il golpe potesse risultare davvero devastante, era necessario creare anzitutto due “miti” intangibili che potessero fungere da neo-dogmi: anzitutto una nuova èra con tutte le implicazioni messianiche del caso, si legga “ermeneutica della rottura e della discontinuità”, ossia la Chiesa intesa come entità nata dal post-concilio Vaticano II; quindi un nuovo lessico, ossia tutte le ambigue terminologie del nuovo vocabolario teologico rahneriano.
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l’opera di Antonio Livi, Vera e falsa teologia
Nell’opera Vera e falsa teologia il mio confratello anziano Antonio Livi tratta il fenomeno della de-dogmatizzazione spiegando con scientifico rigore in che modo la metafisica è indispensabile per l’interpretazione del dogma, poiché esprime in modo scientifico le certezze del senso comune. Data alle stampe all’apice della sua maturità filosofica e teologica, quest’opera si richiama alla produzione del domenicano francese Réginald Garrigou-Lagrange, in particolare ai suoi studi surle sens commun ed alla philosophie de l’être et les formules dogmatiques, per seguire con l’enciclica Fides et Ratio di San Giovanni Paolo II, alla stesura della quale non è mancato anche il contributo di Antonio Livi.
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l’opera di George Orwell, 1984
Per avvelenare la verità è necessario anzitutto avvelenare la lingua idonea ad esprimerla. Sicché, tutti questi seminatori di veleni e di distruzioni che hanno avvelenato la buona teologia e de-strutturato o distrutto il dogma, hanno finito col creare una lingua infarcita dei loro tipici e specifici neologismi, o come direbbe George Orwell nel suo profetico romanzo “1984″: una neolingua. E chi non parla questa neolingua finisce per essere dichiarato tabù, per dirla con un neologismo di quel Freud tanto caro a certi teologi ed ecclesiologi modernisti.
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Quando la Chiesa rinuncia ad un linguaggio comune, universale e preciso,tale è il linguaggio dogmatico, fisso e senza tempo, giacché suo scopo e compito è di percorrere i tempi, a quel punto nasce la incomunicabilità e si rinnova il dramma della superbia di Babele.Insomma, urge correre ai ripari e prendere atto del dato drammatico: abbiamo perduto il linguaggio per comunicare i misteri della fede, che richiedono un lessico proprio e preciso, che prescinde dalla società e dai tempi; e questo linguaggio è il linguaggio metafisico.
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Nella Chiesa cambiano – e devono cambiare – gli accidenti del linguaggio, non però le sostanze del linguaggio fondate sull’eterno immutabile.O per dirla con un aulico esempio chiarificatore: “Poscia, pria chi niuno favellasse Iddio fu “. Traducento dal linguaggio aulico a quello corrente la sostanza è: prima che l’uomo parlasse Dio già era. L’ accidente — ossia la lingua espressiva — può invece cambiare e, senza mutare di un solo iota la sostanza, oggi possiamo tranquillamente affermare la stessa cosa dicendo: “Prima che chicchessia parlasse Dio già era”.
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prezioso calice
Dire: “Hoc est enim corpus meum ” o dire “Ecco questo è il mio corpo”, è la stessa cosa, con buona pace di certi lefebvriani che “adorano” più l’accidente esterno e mutevole del latinorum anziché la sostanza dell’Eucaristia che è il Cristo eterno e immutabile, presente vivo e vero, a prescindere dagli accidenti esterni che sono per loro stessa natura mutevoli. Dire invece “Ecco, questo rappresenta il mio corpo”, non sarebbe affatto una mutazione dell’accidente formale linguistico ma una mutazione della più delicata sostanza ontologica, legata appunto alla ontologia dell’essere divino increato, immutabile ed eterno. Da qui nasce ad esempio la discussione sul “pro multis” che per mezzo dell’accidente linguistico è invece divenuto “per tutti “, cosa sulla quale si potrebbero aprire profondi dibattiti teologici, che però non hanno motivo di essere perché Benedetto XVI ne dispose la correzione in “per molti ” nei messali tradotti nelle varie lingue, diversi dei quali già corretti e stampati. Per quanto mi riguarda dico da sempre “per molti ” sin dalla prima Messa celebrata; e ciò non per abuso arbitrario ma per aderente fedeltà ai testi originali, a partire naturalmente da quelli del Vangelo.
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Messale di San Pio V
Sia chiaro: il Sacrificio del Cristo distrugge il peccatoper l’uomo chiamato a suo modo a concorrere a questa distruzione per riedificare il Nuovo Adamo. L’Apostolo Paolo afferma con coerenza teologica che Cristo «è morto per tutti» e che la sua morte ha distrutto il peccato (4). In un diverso ma simile contesto l’Autore della Lettera agli Ebrei non fa riferimento a “tutti”, pro omnibus, ma a pro multis, a “molti”: «[…] i peccati di molti» (5). Esattamente quel provobis et pro multis effundetur che risuona nel testo originale latino della più antica Preghiera Eucaristica, tradotta poi nella gran parte delle lingue nazionali col termine “per tutti”. Nel testo originale greco viene usato oι πολλοι, che alla lettera significa “i più” ma non significa “tutti”, termine usato nei vangeli di San Marco e di San Matteo e proprio nella narrazione della istituzione dell’Eucaristia, nella quale gli Evangelisti non usano πάντες ἄνθρωποι [per tutti gli uomini]. Siamo allora dinanzi a una palese incoerenza? Come mai l’uso del termine “per tutti” e “per molti” in altri contesti pressoché analoghi? Non è un sofisma semantico se rapportiamo sul piano escalotologico e teologico “per molti” e “per tutti” al mistero del Sacerdozio regale di Cristo, che non nasce col carattere sacerdotale ma che lo assume; e siccome non lo assume per se stesso ma per noi, il quesito suona a dir poco legittimo: il Cristo si fa Sommo Sacerdote “per molti” o “per tutti”?
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dalla cattedra teologica alla Cattedra di Pietro
Nessuna contraddizione sussiste tra le diverse righe testé citate: la morte di Cristo, sebbene sia sufficiente per tutti e benché sia avvenuta per tutti non ha efficacia se non per coloro che devono essere salvati poiché vogliono essere salvati; altrettanto vale per il Sacerdozio Regale del Cristo che assume efficacia per i molti che vogliono parteciparvi per beneficiarne. Non tutti infatti si sottomettono a Lui nella fede e nelle opere attraverso quel piano di salvezza che viene offerto nell’amore e nella grazia dalla potenza divina; offerto a tutti ma non imposto. Dunque è l’uomo dotato di libertà e di libero arbitrio a rendere efficace o del tutto inefficace il Sacerdozio Regale del Cristo. Pertanto, la trascrizione di “pro multis” derivante dal greco oι πολλοι con la dicitura “per tutti”, non è affatto — come spiegò Benedetto XVI in una sua lettera del 2012 al presidente della irrequieta Conferenza episcopale tedesca — una fedele traduzione «ma piuttosto una interpretazione» che potrebbe suonare, mi permetto di aggiungere io, anche non po’ arbitraria. Benedetto XVI, in sua veste di raffinato teologo, ci insegna a tutti che in teologia, prestare molta attenzione al significato delle parole ed al loro uso appropriato — in modo particolare nel delicato ambito della teologia dogmatica o nel caso specifico della dogmatica sacramentaria — non vuol dire muoversi sui sofismi giocati su questioni di lana caprina, ma tutelare la verità dal pericolo dell’errore facendo anzitutto uso della corretta parola, che è la Parola di Dio e soltanto la Parola di Dio.
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il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli suole definire Karl Rahner come il Grande Apprendista Stregone
La verità è annunciata attraverso le parole, perché il Verbo di Dio stesso si fece parola vivente; e la verità divina, per essere annunciata e trasmessa, non necessita di semplici parole appropriate, ma di sue parole specifiche. Chi si è preso cura di studiare bene ed a fondo i primi grandi concili dogmatici celebrati nel corso dei primi otto secoli di vita della Chiesa, sa bene che il primo problema che si pose ai Padri fu anzitutto quello di trovare parole idonee per esprimere il mistero, che non essendo però presenti nel vocabolario, furono modulate dal lessico filosofico greco. A partire dagli anni Sessanta del Novecento, questo “apparato” linguistico filosofico e teologico nato dai concili, dalla letteratura dei Padri e dalla speculazione dei più grandi dottori della Chiesa, è stato d’improvviso smantellato per correre dietro alle “parole nuove”, alla neolingua del Grande Apprendista Stregone, come ama indicare Karl Rahner il domenicano Giovanni Cavalcoli, anch’esso autore di un’opera che costituisce una pietra miliare nella critica al pensiero rahneriano [vedere qui], data alle stampe dopo tre decenni di ricerche e raccogliendo in essa anche molti preziosi spunti critici del Servo di Dio Tomas Tyn, già autore a suo tempo di uno studio nel quale confutava le ambiguità e gli errori insiti nel pensiero di questo celebre teologo tedesco.
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Presi quindi dall’euforia del grande “aggiornamento” e da una “nuova Pentecoste” mal compresa,abbiamo perduto la parola eterna ed immutabile di Dio ed il linguaggio idoneo e preciso attraverso il quale trasmetterla, ed oggi arranchiamo tentando di esprimerci con una neolingua infarcita di romanticismo tedesco decadente, scopo della quale è solo quello di falsificare la verità, in cattiva o in buonafede, dispersi ed a tratti impazziti sotto la torre di Babele all’ombra della quale risuonano le vuote o pericolose parole di mille filosofismi e sociologismi pseudo teologici.
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Il primo che di esternazione pubblico-privata in esternazione pubblico-privata pare che si stia mostrando privo di questo linguaggio metafisico e immutabile che si regge sul dogma, sembrerebbe proprio il Regnante Pontefice, mentre attorno a lui un nugulo di cortigiani si circonda sempre più di maestri «secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (6).
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prologo del Vangelo di San Giovanni Apostolo
All’ultimo Sinodo dei Vescovi, quanti erano i Padri Sinodaliin grado di capire e di ascoltare, o solo di leggere — non dico nemmeno di tradurre, ma solo di leggere — un testo in lingua latina? È mai possibile che a Roma, quando presso molte case sacerdotali capita che trenta sacerdoti che parlano dieci lingue diverse debbano concelebrare l’Eucaristia, usino come lingua l’inglese, anziché il latino? Molti dovrebbero porsi delle domande, mentre Pietro, dal canto suo, dovrebbe affrettarsi a dare risposte ed a prendere seri provvedimenti, anziché giocare a compiacere i mass media giocando egli stesso con la neolingua [vedere qui]. A cosa serve infatti, mentre la casa in fiamme cade a pezzi, innaffiare le margherite del giardino affinché non appassiscano col calore sviluppato dal fuoco, vale a dire annunciare una riforma sempre più improbabile della curia romana? Forse allo scopo di piacere a quanti nutrono da sempre non desideri di riforma, bensì solo il grande e insopprimibile desiderio di distruggere Roma sede perenne della Cattedra di Pietro?
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Canti d’Avvento: Conditor alme siderum
Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del canto e del latino liturgico
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NOTE
1. Cf. Ariel S. Levi di Gualdo: Erbe Amare, il secolo del Sionismo. Roma, 2007.
1. Gen 11, 1-9.
2. Cf. II Cor: 5, 15.
3. Cf. Mt 5, 15.
4. Cf. Rm 1, 6-7.
5. Cf. Lettera agli Ebrei: 9, 28.
6. Cf. II Tm 4, 1-8.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2014-12-11 00:01:032016-08-16 16:44:33Babele e la neolingua: una Chiesa senza vocabolario da mezzo secolo [versión disponible en español]
ALLE RADICI DELLA CRISI: STORIA DELLE OCCASIONI PERDUTE
Papa Benedetto, l’acuto critico di Rahner, salito al soglio pontificio, dove avrebbe avuto tutta la competenza, l’intelligenza, l’autorità e il potere di agire per la soluzione del gravissimo problema, anche lui purtroppo non ha fatto nulla e probabilmente per quei pochi allusivi interventi che ha fatto, si è tirato addosso le ire dei rahneriani, che lo hanno portato ad abdicare e quindi a rinunciare al ministero petrino. L’enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco, completamento di quella iniziata da Benedetto, ripete luoghi comuni e ignora completamente la questione. Oggi il problema è quindi ancora aperto.
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Autore Giovanni Cavalcoli OP
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Tu es Petrus …
Il pensiero cattolicosorge di fatto e di diritto dalla congiunzione dell’attività del Magistero della Chiesa con quello dei teologi. La guida, l’interpretazione autentica e la garanzia della verità della dottrina della fede viene dal Magistero sotto la presidenza del Papa. Compito invece dei teologi è quello di indagare sulle questioni ancora aperte avanzando opinioni o ipotesi interpretative o proponendo nuove soluzioni, onde favorire il progresso della conoscenza della Parola di Dio, sottoponendo al giudizio della Chiesa le scoperte fatte e le nuove teorie.
Stampa d’epoca raffigurante l’assisa del Concilio Ecumenico Vaticano I
Il Magistero, nel custodire, proporre ed interpretare il dato rivelatoe nell’approvare o respingere le dottrine nuove dei teologi, non sbaglia, in quanto gode dell’assistenza dello Spirito di Verità a lui promesso da Cristo fino alla fine del mondo. Invece le dottrine dei teologi, soprattutto quando essi trascurano di misurarsi sul Magistero o ne fraintendono gli insegnamenti, possono essere errate. Ma anche una dottrina teologica certa (theologice certum), seppur rigorosamente dedotta da princìpi di fede, non può mai pretendere di essere considerata nella Chiesa come verità di fede, perché resta sempre semplice dottrina umana, per quanto fondata sulla fede. Solo al Magistero infatti spetta, con sentenza infallibile ed irreformabile, questo gravissimo compito di determinare e definire le verità di fede per mandato di Cristo. Tuttavia, può capitare che una nuova dottrina teologica interpretativa o esplicativa del dato rivelato venga ad avere tanta importanza o validità agli occhi del Magistero, che questi la eleva alla dignità di dogma della fede.
Nell’insieme storico di fatto del pensiero cattolicooccorre pertanto distinguere accuratamente i pronunciamenti dottrinali del Magistero in materia dogmatica o di fede — Papa da solo o col Concilio — dalle dottrine od opinioni correnti fra i teologi, dottrine che, data la loro opinabilità ed incertezza, possono essere legittimamente contrastanti tra di loro, senza che ciò comprometta necessariamente in nessuna di esse il dato di fede o la sana ragione. Alcune teorie possono essere più conservatrici o tradizionaliste, altre più innovative o progressiste: nulla di male, nulla di pericoloso, nulla di cui preoccuparsi, nulla di scandaloso, ma anzi fenomeno normale, fisiologico e proficuo, espressione di legittima libertà di pensiero, che comporta tra le diverse correnti o scuole arricchimento reciproco, a patto che non si spezzi la fondamentale unità, convergenza e concordia sulle verità essenziali e che non si esca fuori dai limiti della retta fede.
Farinata illustra all’Alighieri la condizione degli eretici
Il regime o funzionamento normale a livello ecclesiale e collettivo del pensarecattolico comporta di diritto e di fatto, nella storia, un certo generale accordo di massima fra le posizioni del Magistero e quelle dei teologi, salvo eccezionali dolorose ed inevitabili deviazioni, che si riscontrano in teologi ribelli, solitamente caratterizzanti il fenomeno o dello scisma o dell’eresia. Questo fenomeno fu grave, macroscopico, diffuso ed impressionante per non dire tragico con la nascita del luteranesimo. Ma nella storia della Chiesa il Magistero è sempre, nel complesso, riuscito a regolare, controllare e dominare il clima o la situazione generale, sì da assicurare alla generale compagine teologica e dei fedeli una certa uniformità, coerenza ed obbedienza allo stesso Magistero, mentre i teologi, dal canto loro, si sono sempre, nell’insieme, sentiti di buon grado per non dire con fierezza rappresentanti del Magistero, sicché il fedele che desiderava conoscere la via del Vangelo e la dottrina della Chiesa poteva sempre rivolgersi al teologo, qualunque teologo, e riceveva da lui la risposta autorevole, chiara, persuasiva e sicura; trovava insomma in lui la guida fidata ed autorevole per camminare nella verità del Vangelo ed essere in comunione con la Chiesa. Chi voleva andarsene dalla Chiesa se ne andava apertamente, come del resto fece lo stesso Lutero — los von Rom! —, e non restava perfidamente ed ipocritamente a distruggerla dal di dentro fingendo di continuare ad essere cattolico e magari spavaldamente come cattolico “avanzato”. In tal modo i nemici della Chiesa, scoperti eventualmente da buoni teologi o denunciati dagli stessi fedeli, erano sollecitamente, senza interminabili tergiversazioni, dichiarati tali dall’autorità ecclesiastica, cosicché erano ben noti, e quindi i fedeli anche meno istruiti avevano modo di riconoscerli, di guardarsene e di stare alla larga, così come si distinguono i funghi buoni dai velenosi.
il Santo Pontefice Pio X
I pastori, con la loro dottrina, fedeltà al Papa, prudenza ed amore per il gregge, sapevano smascherare questi impostori,questi anticristi, falsi cristi e falsi profeti, questi lupi travestiti da agnelli e metterli con le spalle al muro. Ricordiamo a tal proposito la stupenda enciclica Pascendi dominici gregis di San Pio X. Oggi invece gli eretici ce la fanno sotto il naso e nessuno se ne accorge, nessuno se ne dà pensiero, nessuno interviene, anzi ricevono lodi e ottengono successo, incarichi di insegnamento e chi si azzarda a far notare che il re è nudo, viene quanto meno preso in giro per non dir di peggio.
I teologi, un tempo, come sacerdoti e religiosi, in forza del loro mandato ecclesiastico, erano umilmente e diligentemente coscienti della loro missione e quindi della loro grave responsabilità davanti a Dio, ai superiori, alla Chiesa e alle anime del loro delicatissimo ufficio di dottori della verità cattolica, nè passava ad alcuno per la testa di creare dottrine soggettive ed arbitrarie, così come fa il buon medico, il quale si sente rappresentante della scienza medica e si guarderebbe bene dall’inventare pratiche personali senza fondamento scientifico. Invece purtroppo a partire dagli anni dell’immediato post concilio è iniziato un fenomeno gravissimo di scollatura fra Magistero e teologi. Molti vescovi, ingenuamente ed entusiasticamente convinti dell’avvento di una “nuova Pentecoste”, allentarono la vigilanza sostituendo la bonomia alla perspicacia, il rispetto umano allo zelo coraggioso, i propri interessi alla difesa del gregge contro i lupi, il buonismo alla bontà e scambiando per misericordia la debolezza.
un’assemblea plenaria dell’assisa del Vaticano II
I teologi, soprattutto coloro che erano stati periti del Concilio (1), dal canto loro si montarono la testa e, alla maniera protestante, cominciarono a farsi credere, indipendentemente e contro il Magistero, come depositari inappellabili della Parola di Dio ed interpreti infallibili della Sacra Scrittura, nonché dei documenti del Concilio, che viceversa distorcevano in senso modernista. A questo punto abbiamo le radici della crisi della quale oggi soffriamo. Esse consistono essenzialmente in questo: che il movimento sovversivo e rivoluzionario dei teologi, quella che è passata alla storia come “contestazione del Sessantotto”, è stato scambiato da molti nel popolo di Dio e tra gli stessi pastori e teologi come una rivoluzione dottrinale operata dallo stesso Concilio, il quale avrebbe mutato dati di fede fino ad allora considerati immutabili, soprattutto circa la superiorità del cristianesimo sulle altre religioni, sul concetto di Rivelazione e della Chiesa e circa la condanna delle eresie del passato, condanna che sarebbe caduta in prescrizione.
nuvole sulla Chiesa
In realtà le nuove dottrine conciliari, rettamente interpretate, al di là di qualche espressione non del tutto chiara, non costituivano affatto una rottura o smentita dei dogmi tradizionali, ma al contrario una loro esplicitazione ed esposizione in un linguaggio moderno, adatto ad essere compreso dall’uomo di oggi, né l’approccio del Concilio alla modernità era da intendersi alla maniera modernistica come acritica soggezione agli errori moderni, ma bensì la proposta di un sano ammodernamento o, come si diceva, “aggiornamento” del pensiero e della vita cristiani, che raccoglieva alla luce dell’immutabile Parola di Dio quanto di valido può esserci nella modernità.
Sorsero invece due tendenze ecclesiali e dottrinaliche videro nelle dottrine del Concilio una rottura o mutamento rispetto alla dottrina tradizionale ed alle condanne del passato, ispirati ad una totale assunzione della modernità: quella dei lefebvriani, i quali, prendendo a pretesto che nel Concilio non si trovano nuove definizioni dogmatiche solenni, negavano l’infallibilità delle dottrine conciliari accusate di essere infette di liberalismo, illuminismo razionalista, indifferentismo, secolarismo, filoprotestantesimo ed antropocentrismo, tutti errori che erano già stati condannati dalla Chiesa nel XIX secolo e nei secoli precedenti, soprattutto al Concilio Vaticano I e a quello di Trento.
il teologo gesuita tedesco Karl Rahner
L’altra correnteche apparve ed appare tuttora a molti col crisma dell’ufficialità e di interprete dell’ ammodernamento conciliare,è quella che per lungo tempo è stata chiamata o si è autoproclamata “progressista”, titolo visto da molti come altamente positivo ed ambìto, mentre tale corrente chiama con disprezzo “conservatrice”, “tradizionalista” o “integrista”, o più recentemente “fondamentalista” la corrente dei lefevriani, nella quale però include indiscriminatamente tutti coloro che non accettano il suo modernismo. Per lunghi anni questa corrente, oggi fortissima nella Chiesa, grazie soprattutto al contributo di Rahner, ha prosperato fregiandosi dell’onorevole titolo di progressista, riferimento al valore indubbio del progresso, del nuovo e del moderno, ma in realtà per i suoi eccessi sempre più scoperti ed impudenti, tipici di chi prova la falsa sicurezza di sentirsi al comando, si è sempre più rivelata come modernista, e quindi chiara falsificazione dei veri insegnamenti del Concilio, i quali se promuovono il moderno, non certo avallano il modernismo, eresia già condannata da San Pio X.
Volendo esprimerci nel linguaggio sportivo, potremmo dire che l’autorità ecclesiastica locale ed anche al vertice è stata presa “in contropiede”. Dopo il clima di dialogo e di sereno confronto intra ed extra ecclesiale creato dal carisma straordinario di San Giovanni XXIII, si era largamente sparsa la convinzione nell’episcopato e in molti ambienti teologici che ormai non esistessero più eresie o, se esistevano teologie che si scostavano dalla dottrina ufficiale del Magistero, si trattava per lo più di dottrine discutibili o espressioni di pluralismo teologico o tentativi magari un po’ audaci di innovazione da guardare con benevolenza e interesse. In realtà le cose non stavano affatto così. A cominciare dall’immediato post concilio la tendenza modernista, approfittando dell’immeritata fiducia che seppe astutamente strappare da un episcopato ingenuamente ottimista, cominciò compatta e spavalda a venire alla luce, sicura dell’impunità ed anzi con l’aureola del progressismo, quasi a realizzare un piano precedente internazionale, proveniente soprattutto dai Paesi di tradizione protestante, segretamente elaborato in precedenza.
“Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?” [Mt 7, 15-20]
I pochi che segnalarono il pericolo incombente, come il Maritain, il von Hildebrand, il de Lubac e il Daniélou, non certo sospetti di conservatorismo o chiusi al nuovo, furono visti come personaggi disturbatori, uccelli del malaugurio, nostalgici dell’Inquisizione, guastafeste che, come si suol dire, rompevano le uova nel paniere. Quei “profeti di sventura”, catastrofici e scoraggianti, dai quali San Giovanni XXIII aveva intimato di guardarsi. Eppure non ci si rese conto della grave imprudenza nella quale si era caduti, abbassando la guardia, quasi che fossero scomparse le conseguenze del peccato originale, ed ormai la Chiesa e la teologia avessero iniziato una nuova era di uomini tutti di buona volontà, tutti intimamente sollecitati nel preconscio (Vorgriff) dall’esperienza divina atematica pre-concettuale, tutti cristiani anonimi anelanti a Dio, tutti oggetto della divina misericordia, secondo le mielose formule rahneriane. Nasceva quel “buonismo distruttivo” e quella falsa misericordia recentemente denunciati dal Papa nel suo discorso al sinodo dei vescovi.
Il Concilio ebbe indubbiamente un’impostazione progressista, nel senso di voler procurare alla Chiesa una nuova spinta o un nuovo slancio verso il futuro, avvalendosi dei valori del mondo moderno: il Concilio, più che sulla necessità di conservare o recuperare o restaurare il perduto, puntò sul dovere di andare avanti, di rinnovare e progredire, mutando ciò che non era più adatto o non serviva più ai nuovi tempi o alle nuove esigenze, che si intendeva preparare e soddisfare in un orizzonte escatologico. Non c’è da meravigliarsi pertanto, se la corrente assai numerosa dei Padri e dei periti che apparve maggiormente interprete del Concilio fu quella che si convenne di chiamare “progressista”, mentre quelli che facevano resistenza al nuovo o non lo comprendevano o troppo insistevano sull’immutabile e sulla tradizione, si cominciò a chiamarli con un certo accento di sopportazione e non di ammirazione, “conservatori” o “tradizionalisti”.
L’Arcivescovo Marcel Lefebvre
Tra questi ultimi emerse, come si sa, sin di primissimi anni del post concilio la famosa figura di Monsignor Marcel Lefèbvre,che presto cominciò ad attirare un certo seguito, fino a fondare l’altrettanto famosa Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), tuttora esistente e prospera. Monsignor Lefèbvre, sostenitore non del tutto illuminato della sacra Tradizione, che secondo lui il Concilio aveva tradito, insieme con pochissimi altri, invece di scorgere le eresie denunziate dal sant’Uffizio nella teologia dei modernisti, ebbe invece la grande sprovvedutezza di trovarle proprio nello stesso Concilio, che quindi accusò dei terribili errori già condannati dai Papi del XIX secolo, come il liberalismo, il razionalismo e l’indifferentismo.
Più di recente, negli anni Ottanta, Romano Amerio ha aggiunto alla lista dei presunti errori del Concilio la “mutazione del concetto di Chiesa”. Secondo il suo discepolo Enrico Maria Radaelli, il Concilio avrebbe invece “ribaltato” la Chiesa. Paolo Pasqualucci, dal canto suo, nota la presenza dell'”antropocentrismo”. Monsignor Brunero Gherardini vede invece nei documenti del Concilio una contraddizione col Vaticano I. Lo storico Roberto De Mattei nega poi l’infallibilità delle dottrine del Concilio sotto pretesto che in esse non c’è nessun dogma definito secondo i canoni esposti dal Concilio Vaticano I. Tutti costoro confondono le dottrine del Concilio col modernismo nato dopo di esso. Si tratta di una confusione deleteria la quale, se da una parte comporta una retta definizione di modernismo secondo il criterio offerto da San Pio X, dall’altra accusa di modernismo proprio quel Concilio Vaticano II che, a ben guardare, ne è il saggio antidoto con la sua proposta di un sana modernità alla luce del Vangelo, della dottrina della Chiesa e di San Tommaso d’Aquino, come fece per esempio Jacques Maritain.
il teologo domenicano olandese Edward Schillebeeckx
Fin dal primo sorgere del lefebvrismo Paolo VIassunse nei suoi confronti un atteggiamento molto severo, mentre restò blando e indulgente nei confronti del rahnerismo. Questo comportamento non imparziale purtroppo si è mantenuto nei Pontefici seguenti fino all’attuale. Benedetto XVI tentò un approccio ai lefebvriani col togliere la scomunica ai loro vescovi e col famoso motu proprio Summorum Pontificum. Per la verità il rahnerismo si è fatto sentire anche nella liturgia col fenomeno della profanazione del sacro e della secolarizzazione, conseguenza del falso concetto rahneriano del sacerdozio e la negazione del carattere sacrificale della Messa. Viceversa, i teologi che si riconoscevano nella corrente genericamente ed equivocamente detta “progressista”, si riunirono attorno alla rivista Concilium, tuttora esistente. Ma quando l’equivoco si chiarì ed apparve che alcuni “progressisti” in realtà erano modernisti, allora ci fu la separazione degli uni dagli altri: da una parte, i progressisti onesti e veramente fedeli al Concilio e alla Chiesa, come Ratzinger, von Balthasar, Congar, de Lubac e Daniélou, si accorsero dei criptomodernisti, come Küng, Rahner, Schillebeeckx, Schoonenberg ed altri. Fu così che gli autentici progressisti si separarono dai secondi fondando la rivista Communio. Quanto a Ratzinger, accortosi della tendenza modernista di Rahner, lo abbandonò e lo criticò severamente in Les principes de la théologie catholique (2) del 1982, un anno dopo che fu nominato Prefetto della CDF da San Giovanni Paolo II.
il Cardinale Alfredo Ottaviani con il Cardinale Karol Woytila
Nel 1966 il Cardinale Alfredo Ottaviani, pro-prefetto del Sant’Uffizio, ormai divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede, congiuntamente al Segretario, il dottissimo cristologo Pietro Parente, inviavano un’allarmata lettera (3) ai Presidenti delle Conferenze Episcopali denunciando in 10 punti una serie di gravi errori che stavano serpeggiando tra i teologi cosiddetti “progressisti”. A molti tale grave denuncia deve essere apparsa esagerata o una specie di doccia fredda; ad altri, già infetti dal modernismo, deve aver suscitato irritazione ed essere apparsa un freno reazionario o una insopportabile condanna della nuova teologia promossa dal Concilio.
La nuova Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), guidata dal Cardinale Franjo Šeper, non dette per la verità prova di un’energia sufficiente a far fronte ai gravissimi problemi denunciati dal Cardinale Ottaviani e da Monsignor Parente, fatto poi cardinale. Questi, con la perspicacia e il coraggio che l’aveva caratterizzato negli anni precedenti, scrisse nel 1983 un aureo libretto (4), che avrebbe potuto essere il testo di un’enciclica pontificia, segnalando le eresie di numerosi teologi, come Küng, Rahner, Schillebeeckx, Schoonenberg, Hulsbosch ed altri. Purtroppo solo in piccola parte e in modo troppo blando la CDF censurò questi autori, i quali nella maggioranza poterono continuare indisturbati a diffondere i loro errori, protetti da potenti forze filoprotestanti e filomassoniche, forse clandestinamente insinuatesi nella Chiesa stessa.
il giovane teologo domenicano Tomas Tyn
Sin dai primi anni del post concilio ci fu una schiera di buoni teologi e prelati, i quali si premurarono di commentare i testi conciliari nella linea del Magistero, mostrando la loro continuità col Magistero precedente, difendendoli dall’accusa di modernismo, e sottraendoli alla manipolazione dei modernisti. Tra i suddetti teologi e prelati ci furono il Cardinale Giuseppe Siri, Jacques Maritain, Yves-Marie-Joseph Congar, Henri de Lubac, Jean Daniélou, Padre Raimondo Spiazzi, Jean Guitton, Jean Galot, i teologi domenicani di Roma, di Firenze e di Bologna, ed il Collegio Alberoni di Piacenza fino al Servo di Dio Padre Tomas Tyn in anni più recenti. Purtroppo, la loro opera meritevolissima nei decenni, non del tutto ignorata dalla Santa Sede, è stata quasi sopraffatta dai due partiti avversi dei lefebvriani e dei modernisti, i primi con attaccamento ostinato e miope ad un tradizionalismo superato, i secondi, forti del successo ottenuto, con una progressiva scalata ai posti di potere nella Chiesa, cominciando nel Sessantotto col conquistare i giornalisti, i giovani, i laici, il basso clero e i religiosi e via via salendo alla conquista dei livelli superiori dell’episcopato e negli anni più recenti penetrando nello stesso collegio cardinalizio.
I segni conturbanti di ciò li abbiamo avuti di recente in occasione del sinodo dei vescovi, tanto che la parte migliore del collegio cardinalizio, capeggiata dai cardinali Gerhard Ludwig Müller e Raymond Leonard Burke, ha avvertito l’urgenza di intervenire in difesa del Magistero della Chiesa e del Papa, il quale però non pare abbia mostrato nei loro riguardi una sufficiente gratitudine per la preziosa opera da loro svolta.
il Beato Pontefice Paolo VI
Paolo VI, al quale andò il compito gravissimo di far applicare i decreti del Concilio, si trovò subito davanti ad una situazione difficilissima, che egli stesso, come ebbe a confessare dieci anni dopo il Concilio, non prevedeva (5). I modernisti olandesi, con incredibile tempestività, pubblicarono già nel 1966, elaborato sotto l’influsso di Schillebeeckx, con l’autorizzazione del Cardinale Bernard Jan Alfrink, il famoso “Catechismo Olandese”, uscito in Italia nel 1969, che ebbe un enorme successo. Il Catechismo, non privo certo di qualità, ma che è rimasto fino ad oggi il manifesto della Chiesa modernista, conteneva numerose eresie e gravi carenze dottrinali, che Paolo VI fu costretto a far correggere da un’apposita commissione di cardinali nel 1968. Evidentemente questo Catechismo era l’attuazione di un grandioso piano segreto elaborato già durante gli anni del Concilio, durante i quali numerosi periti di orientamento modernista celarono astutamente e slealmente le loro eresie sotto un comportamento esterno corretto, dando anzi a volte un contributo dottrinale lodevole nel corso dei lavori del Concilio. Il loro morbo in loro restò allora in incubazione e venne chiaramente alla luce solo a partire dagli anni dell’immediato post concilio (6). Nel frattempo stava conquistando sempre più consensi il pensiero di Karl Rahner, il quale era stato uno dei più influenti periti del Concilio, consigliere del Cardinale Franz König. Rahner parte dal principio dell’identità dell’essere con l’essere pensato, per cui confonde l’essere come tale con l’essere divino.
l’antica insidia panteista
In questa visuale panteistica l’essere umano è ridotto all’essere divino; il divino (la “grazia”) entra nella definizione stessa dell’essere umano, che tuttavia mantiene un aspetto storico (“l’uomo è trascendenza e storia”), che relativizza il concetto di natura umana, il sapere umano e la legge naturale, sul modello hegeliano, mentre l’essere divino è essenzialmente umano. Cristo quindi è il vertice divino dell’uomo e Dio è necessariamente Cristo. Da qui la confusione panteistica della grazia con Dio, intesa come costitutivo dell’uomo. Ogni uomo è essenzialmente e necessariamente in grazia. Essa non può essere né acquistata né perduta. Il peccato non toglie la grazia ma si annulla da sé, perché è contradditorio. Cristo salva non in quanto redentore (concetto mitico), ma in quanto fattore del passaggio dell’uomo a Dio e di Dio che diviene uomo. La fede non è dottrina o conoscenza concettuale, ma incontro con Dio, autocoscienza ed esperienza di Dio pre-concettuale ed atematica (Vorgriff). Essa comporta sul piano dell’azione un’opzione fondamentale per Dio, atto di suprema libertà, per la quale tutti si salvano indipendentemente dagli atti categoriali, empirici e finiti, propri del libero arbitrio, cognitivi e morali, buoni o cattivi, che si pongono sul piano mutevole della storia e del relativo. Da qui la relatività e mutabilità del dogma, inevitabilmente incerto e fallibile, al contrario dell’esperienza di fede comunque salvifica, che è esperienza del divenire di Dio nella storia.
una delle prime stampe del Catechismo Olandese, subito tradotto in numerose lingue e diffuso in tutto il mondo
Con l’affermarsi di queste idee di Rahner, la linea di questo Catechismo Olandese, ancora di carattere illuministico-razionalista, assunse un accento manifestamente panteistico hegeliano-heideggeriano nel “Corso fondamentale sulla fede” di Rahner, pubblicato in Germania nel 1976 e in Italia nel 1977. Questa volta nessuna commissione cardinalizia ebbe il coraggio e la saggezza di condannare questo pseudo-catechismo (7), peggiore del precedente. I modernisti, diventati sempre più potenti, cominciavano a far tacere la stessa Santa Sede. Infatti Paolo VI non prese nessun provvedimento. Non ci fu alcuna autorevole confutazione da parte di qualche esponente della Santa Sede o teologo in vista. Anche la CDF, guidata dal Cardinale Seper, non fece nulla. Rahner faceva troppa paura. Per la verità, il grave errore pastorale della Santa Sede fu a mio giudizio quello di lasciarsi prevenire dal Catechismo Olandese, dimenticando la provvidenziale e tempestiva sollecitudine della Chiesa della Riforma tridentina, la quale, immediatamente dopo il Concilio di Trento e quasi come suo documento finale e riassuntivo, pubblicò il famoso e utilissimo Catechismo Tridentino, che fondamentalmente è ancor oggi validissimo.
Paolo VI, nel corso del suo pontificato, ci ha proposto o da sé o per mezzo della CDF un notevole corpo dottrinale, che oltre a sviluppare le dottrine del Concilio, confuta anche le false interpretazioni e condanna errori insorgenti, ma non è mai stato capace di affrontare di petto ed esplicitamente il problema del rahnerismo. Anzi nominò Rahner membro della Commissione Teologica Internazionale, dalla quale poco dopo, deluso perché si vedeva respinte le sue idee, se ne uscì con tono infastidito e arrogante accusandola di conservatorismo. Paolo VI con molti saggi ed acuti interventi contro il secolarismo, lo spirito di contestazione, l’immanentismo, l’antropocentrismo, il falso carismatismo, il liberalismo, le false novità, il relativismo ed evoluzionismo dogmatico, la profanazione della liturgia, il lassismo e soggettivismo morale, ha girato più volte attorno all’obbiettivo, senza però centrarlo mai del tutto, sicché i rahneriani, con l’audacia e l’ipocrisia che li caratterizza, si sono sempre sentiti al sicuro ed autorizzati a proseguire nelle loro idee e nei loro costumi.
il Beato Pontefice Paolo VI
Il 1974 poteva forse essere l’occasione per risolvere il problema del rahnerismo con una buona condanna dei suoi errorie l’indicazione della vera via del rinnovamento e del progresso della teologia. Ma purtroppo Paolo VI perse anche questa occasione, che era data da un grande convegno su San Tommaso d’Aquino nel VII centenario della morte, organizzato dai Domenicani, che ebbe l’adesione di ben 1500 studiosi di tutto il mondo. Per questa occasione emerse nettamente sulla scena del mondo teologico internazionale la grande figura del dottissimo e sapientissimo Padre Cornelio Fabro, il quale elaborò (8) il progetto della bellissima lettera “Lumen Ecclesiae” del Papa al Padre Vincent de Couesnongle, Maestro dell’Ordine di Frati Predicatori, dedicata a raccomandare, con dovizia di opportuni argomenti, lo studio, l’approfondimento e la diffusione del pensiero di San Tommaso d’Aquino, nonché la sua utilizzazione per il confronto con la cultura moderna, in conformità alle disposizioni del Concilio (9).
il teologo stimmatino Cornelio Fabro
Nel medesimo anno 1974 Fabro pubblicava La svolta antropologica di Karl Rahner (10), un’indagine acutissima delle radici gnoseologiche e metafisiche del pensiero di Rahner, uno studio poderoso, nel quale il teologo Stimmatino dimostrava inconfutabilmente, testi alla mano, valendosi della sua eccezionale conoscenza e di San Tommaso e dell’idealismo tedesco, l’abominevole benché fascinosa impostura con la quale Rahner, falsificando gli stessi testi tomistici, pretendeva presentare l’Aquinate, Doctor Communis Ecclesiae, come conforme ad Hegel, il cui idealismo è stato più volte condannato dalla Chiesa. Quale più chiaro tacito messaggio inviato a Paolo VI dell’assoluta necessità di non tenere i piedi su due staffe, ma del fatto che l’affermazione della verità non può non comportare la condanna dell’errore e nella fattispecie la chiara ed inequivocabile affermazione che il rinnovo e il progresso della teologia ordinato dal Concilio non doveva passare da Rahner ma da San Tommaso? E invece nulla venne da Paolo VI. L’opposizione dei buoni teologi non si scoraggiò. Consapevoli della loro responsabilità verso le anime e ligi al loro dovere di fedeltà al Magistero della Chiesa, continuarono a segnalare i pericolosi errori di Rahner, anche se purtroppo, come era da aspettarsi, il rahnerismo non è arretrato, ed anzi si è rafforzato sino ad oggi. La storia di questa terribile lotta all’interno della Chiesa l’ho brevemente narrata nel mio libro su Rahner (11), che va aggiornato per esempio con la persecuzione fatta ai Francescani dell’Immacolata, nella quale non è difficile vedere la vendetta dei rahneriani per il congresso teologico internazionale antirahneriano dei Francescani del 2007 (12).
prima benedizione urbi et orbi di Giovanni Paolo II
Con l’elezione di San Giovanni Paolo II si ebbe l’impressione che il papato riuscisse a prendere in mano la situazione.Il Papa nel 1981 sostituì alla guida della CDF il Cardinale Seper con il grande teologo Joseph Ratzinger, ed un immediato risultato si cominciò a notare con un atteggiamento più deciso nei confronti degli errori di Schillebeeckx e la condanna degli errori della teologia della liberazione. Ratzinger riuscì a colpire alcuni seguaci di Rahner, ma lo stesso Rahner, che morì nel 1984, rimase intoccato. Il ricchissimo insegnamento di Giovanni Paolo II corresse indubbiamente molti errori di Rahner, ma lo fece in modo solo allusivo e generico, limitandosi ad esporre la sana dottrina, senza entrare con precisione nel merito delle questioni, come fa il buon medico che fa un’analisi accurata e precisa della malattia, onde apporre l’adeguato rimedio.
Grande impresa del Papa fu la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica nel 1992.Anche questo indubbiamente fu indirettamente un robusto antidoto contro gli errori di Rahner, benché ovviamente egli non poteva esservi nominato. Interessante come poi Papa Benedetto XVI indicò il Catechismo come criterio per discernere gli errori dei teologi. Il Papa avrebbe avuto due grandi occasioni per affrontare di petto, una volta per tutte, l’annosa ed incancrenita questione: le due grandi encicliche Veritatis splendor del 1993 e la Fides et Ratio del 1998. Solo nella prima c’è un accenno alla distinzione rahneriana, senza che Rahner sia nominato, fra il “trascendentale” e il “categoriale”, che si esprime in morale nell'”opzione fondamentale” e negli “atti categoriali”. Così, ancora negli anni 2004-2005, l’anno prima della morte del Pontefice, la lotta fra rahneriani ed antirahnriani si riaccese alla grande: con un congresso di avversari in Germania nel 2004 (13), al quale seguì, quasi risposta polemica, un convegno a suo favore all’Università Lateranense, durante il quale l’unica voce che si fece sentire in decisa opposizione fu quella di Monsignor Antonio Livi.
Karl Rahner, brinda
Indubbiamente c’è da restare sconcertati nel constatare il successo ottenuto da Rahner,se egli è stato celebrato nella più prestigiosa delle Università Pontificie Romane. È il segno di una situazione drammatica, che sempre più urgentemente chiede di essere risanata, soprattutto considerando le disastrose conseguenze delle idee di Rahner nel campo della morale e della vita ecclesiale. In questo clima di accesa battaglia mi stupisco e ringrazio il Signore di come col permesso dei miei superiori, ai quali pure sono grato, ho potuto pubblicare il mio libro su Rahner, che ha riscosso un discreto successo, benché mi si riferisca della sorda guerra che i rahneriani gli fanno e del disprezzo del quale lo coprono. Eppure io sono sempre qua, pronto a correggere eventuali errori interpretativi e ed ascoltare ragioni in sua difesa. Ma nessuno si fa vivo.
prima benedizione urbi et orbi di Benedetto XVI
Benedetto XVI, l’acuto critico di Rahner, salito al soglio pontificio, dove avrebbe avuto tutta la competenza, l’intelligenza, l’autorità e il potere di agire per la soluzione del gravissimo problema, anche lui purtroppo non ha fatto nulla e probabilmente per quei pochi allusivi interventi che ha fatto, si è tirato addosso le ire dei rahneriani, che lo hanno portato ad abdicare e quindi a rinunciare al ministero petrino. L’enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco, completamento di quella iniziata da Benedetto, ripete luoghi comuni e ignora completamente la questione. Oggi il problema è quindi ancora aperto. Papa Francesco non parla mai di Rahner. Ma non credo affatto che sia la soluzione migliore. Rahner è notissimo e seguitissimo. I suoi gravi errori, che continuano a far danno, sono stati dimostrati ormai da cinquant’anni da una schiera enorme di studiosi e il Magistero della Chiesa in questi cinquant’anni, nella condanna di tanti errori, lascia intravedere ancora l’ombra sinistra del rahnerismo, non assente per esempio nella corrente buonista emersa persino all’ultimo sinodo dei vescovi. Non è giunto dunque il momento di “mettere, come si suol dire, le carte in tavola”? Perché far finta di ignorare ciò che tutti sanno? Ci sono ancora dei ritardatari sedicenti progressisti che non hanno ancora capito da dove viene il male? Se invece è chiara come è chiara la sua origine e la natura, dato che peraltro esistono i rimedi, perché non prenderne atto francamente una buona volta e decidersi a curarlo, viste le sue nefaste conseguenze, dopo una diagnosi precisa e circostanziata? Forse che il male potrà andarsene da solo?
Fontanellato, 21 novembre 2014
Introitus Dominica Prima Adventus
Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del buon canto e del latino liturgico
_______________________________________ 1. Si narra che Don Giuseppe Dossetti affermasse che “il Concilio lo aveva fatto lui”. Non parliamo poi delle sparate che si sono fatte da parte della grande stampa laicista sulla parte avuta da Rahner al Concilio. 2. Edizione tedesca Erick Wewel Verlag, Muenchen 1982, edizione francese Téqui, Paris 1985. 3. Epistula ad venerabiles Praesules Conferentiarum Episcopalium, in Congregatio pro Doctrina Fidei, Documenta inde a Concilio Vaticano secundo expleto (1966-1985), Libreria Editrice Vaticana 1985. 4. La crisi della verità e il Concilio Vaticano II, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1983. 5. “Ci aspettavamo una nuova primavera, ed è venuta una tempesta”. 6. Sbagliano, quindi, quegli storici, come De Mattei, i quali sostengono, sulla linea di Lefèbvre, che questi periti avrebbero dato un indirizzo modernista al Concilio. E’ possibile, anzi è probabile che alcune tesi moderniste siano emerse durante i dibattiti, il che preoccupò fortemente Paolo VI, ma esse poi scomparvero al momento dei documenti finali. Così pure è sbagliata l’interpretazione del Concilio data dalla Scuola di Bologna, per la quale occorre, nei documenti ufficiali, rintracciare uno “spirito” o l’ “evento” che va oltre la lettera retrivamente conservatrice , e che non consiste altro che nelle sue idee moderniste. Sbaglia pure il card.Kasper a vedere nel Concilio delle “contraddizioni” “tensioni non risolte” tra elementi fissisti e tradizionali superati e il”nuovo”, in continua evoluzione, che non è altro che quel modernismo, per il quale egli simpatizza. Il contributo valido dato da Rahner al Concilio in collaborazione con Ratzinger è illustrato da Peter Paul Saldanha nella sua opera Revelation as “self-communication of God”, Urbaniana University Press, Rome 2005. 7. Rahner stesso non ebbe la faccia tosta di chiamarlo “catechismo”, ma in pratica è evidentissima la sua intenzione di proporre comunque un’iniziazione alla fede inficiata di gnosticismo protestante e in antitesi con quella cattolica. 8. Me lo comunicò personalmente in via confidenziale. 9. Optatam totius, 16 e Gravissimum educationis, 10. 10. Edizioni Rusconi, Milano. 11. Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009, II ed. 12. Gli atti sono pubblicati in Karl Rahner. Un’analisi critica, a cura di Padre Serafino Lanzetta, Edizioni Cantagalli, Siena, 2009. 13. Gli atti sono pubblicati in Karl Rahner. Kritische Annāherungen, a cura di David Berger, Verlag Franz Schmitt, Siegbug 2004
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2014-12-10 21:21:242021-04-21 00:32:32Alla radice della crisi: storia delle occasioni perdute
I cattolici che militano nelle diverse fazioni ideologiche ragionano e scrivono di argomenti ecclesiali con un linguaggio che ha senso solo nelle analisi sociologiche al servizio della dialettica politica, a cominciare dai termini più usati, come tradizione in opposizione e progresso, conservazione in opposizione a riforma, continuità in opposizione a rottura. Invece noi ragioniamo e scriviamo in termini unicamente teologici. Noi siamo convinti che, quando si tratta delle questioni di fondo riguardanti la vita della Chiesa, nessuno può fare un discorso serio e costruttivo che sia utile al popolo di Dio, se non ricorrendo alle categorie e ai principi della scienza teologica.
Autore Antonio Livi
Le note e i commenti sull’attualità ecclesiale che noi dell’Isola di Patmos andiamo pubblicandoin questi mesi potrebbero sembrare, per un lettore che fosse in qualche modo prevenuto, un ennesimo contributo all’annosa polemica tra cattolici “conservatori”, o “tradizionalisti”, sia moderati che estremisti; e cattolici “progressisti”, o “riformatori”, sia moderati che estremisti. Le virgolette che ho usato per ognuna di queste etichette stanno a indicare che tali posizioni ideologiche sono qualifiche sociologiche — di sociologia della cultura e di sociologica religiosa — che alcuni si affibbiano reciprocamente in una schermaglia retorica dove scarseggia il realismo teologico e abbonda la fabulazione idealistica. In realtà nessuna di queste posizioni si trova effettivamente allo stato puro, in forma coerente e completa, in una persona singola, nella coscienza di un credente in carne e ossa che abbia a cuore le sorti della Chiesa in generale e della propria anima in particolare. Ma dell’irrealtà prodotta dalla visuale sociologistica delle cose della fede cattolica dirò più avanti.
L’aquila simboleggiante l’Apostolo Giovanni
Ora voglio dire che sbaglia di grosso chi ama collocare noi dell’Isola di Patmos da una parte o dall’altradi questa barricata virtuale. Io e gli altri scrittori dell’Isola di Patmos siamo accusati da taluni di essere troppo ostili ai lefebvriani e ai sedevacantisti, così come altri ci accusano di non essere abbastanza “bergogliani” — circola in Italia questa denominazione tragicomica —, per il fatto che non ci accodiamo alle litanie di chi plaude in ogni occasione alle — presunte — intenzioni riformistiche e/o rivoluzionarie di Papa Bergoglio. Tutti si sentono autorizzati a etichettarci, anzi pretendono che noi stessi ci auto-etichettiamo schierandoci ufficialmente da una parte o dall’altra; e siccome noi rivendichiamo il nostro sacrosanto diritto di non schierarci affatto, ecco che allora ci troviamo a essere il bersaglio del fuoco incrociato dei fanatici dell’una o dell’altra parte. I progressisti amano ricorrere al vecchio ma retoricamente sempre utile ragionamento leninista in base al quale «chi non è rivoluzionario è complice della classe al potere». In Italia si preferisce da sempre la versione gramsciana, sostenendo che ogni intellettuale deve essere «organico alla rivoluzione». Si tratta comunque di un ragionamento che, tradotto nel “politichese” di oggi, suona così: “l’equidistanza è un modo subdolo di appoggiare la parte cui segretamente si appartiene”. Invece di tradizionalisti ci accusano di essere “normalisti”, di chiudere gli occhi alla tremenda realtà della crisi che affligge la Chiesa, ragione per cui ci giudicano irresponsabili e non esitano a sbatterci in faccia i rimproveri che la Scrittura rivolge ai cattivi pastori e ai falsi profeti: «cani muti», «ciechi che guidano altri ciechi» eccetera.
… non ci schieriamo per nessuna fazione
Noi diciamo ancora una volta che non ci schieriamo per nessuna fazione, perché siamo convinti che per essere coerentemente cattolici non è necessario essere faziosi. Anzi proprio la coerenza nella fede cattolica suggerisce di non assumere atteggiamenti e linguaggi che sono propri delle fazioni, dei partiti, delle ideologie. Tanti anni fa un santo sacerdote ammoniva a non ridurre la santa Chiesa a una delle tante chiesuole che sempre si sono formate in seno alla Chiesa e che tendono a polemizzare l’una con l’altra o cercare di fare proseliti l’una contro l’altra: diceva: «Io non sono fanatico di nessuna forma di apostolato, nemmeno di quella praticata dall’opera che io ho fondato» … Le chiesuole nuocciono all’unità della Chiesa e si oppongono alle esigenze della carità tra i suoi membri, anche quando non si costituiscono in vera e propria setta, del tipo di quelle sette che si formarono già ai primordi della Chiesa, come testimoniano le recriminazioni in proposito che leggiamo nelle lettere di san Paolo e in quelle di san Giovanni. Ogni chiesuola con propensione a diventare setta si arroga l’interpretazione infallibile della verità — appellandosi alla Tradizione, allo spirito del Concilio o direttamente allo Spirito Santo —, ma il fanatismo non ha nulla di divino e invece è qualcosa di “umano, troppo umano”, come diceva Nietzsche a proposito di ben altro. Il fanatismo è prodotto dalle peggiori miserie dello spirito — la presunzione, l’ambizione, l’esaltazione del gruppo di appartenenza, il particolarismo, l’esclusivismo, l’invidia sociale —, miserie che la coscienza dei singoli può riconoscere facilmente ma che poi vengono “sublimate”, direbbe Freud, quando l’individuo si appoggia psicologicamente ad altri e si forma lo “spirito di gruppo”, con il quale è facile trovare mille giustificazioni pragmatiche per le cose ingiuste che si pensano, si dicono e si fanno.
L’ideologia?
No, grazie! Se si tratta della Chiesa
preferisco la teologia
il pensatore tedesco Karl Marx
un omonimo tedesco: il Cardinale Reinhard Marx
La critica dell’ideologia è nata con Marx,e i marxisti, anche nel Novecento — ad esempio, il francese Louis Althusser — hanno creduto di combattere e di vincere l’ideologia “borghese” con la “scienza”, che per loro era solo il marxismo. Progetto fallito, perché in politica — o in economia politica — non c’è alcuna possibile scienza, e il marxismo, come io ebbi a scrivere tanti anni or sono, altro non è se non un’ideologia tra le altre, “l’ideologia della rivoluzione” (1). Quando invece si tratta della verità rivelata, fondamento della fede della Chiesa, allora la scienza esiste, ed è la teologia. E la teologia è la critica di ogni ideologia all’interno della Chiesa. È infatti la teologia la coscienza critica della fede cattolica, essendo basata per statuto sul presupposto della distinzione tra il dogma e l’opinione, tra verità comune a tutti i credenti e una ipotesi di interpretazione e/o di applicazione pastorale. Solo chi esamina la realtà ecclesiale con un criterio teologico è capace di distinguere un’opinione dal dogma, e solo a partire da questa distinzione può e deve criticare qualsiasi opinione, anche legittima, che voglia spacciarsi per verità assoluta, identificandosi così con il dogma. Un’opinione teologica che ignori i propri limiti deve essere criticata, perché va contro lo statuto epistemologico della teologia, assolutizzando se stessa ed escludendo le altre opinioni, anche quelle che dovrebbero essere considerate — perché lo sono — altrettanto legittime.
L’opera di Antonio Livi: Vera e falsa teologia
In un saggio pubblicato un paio di anni or sono dicevo che un grave peccato contro la fede comune è appunto quello che tante scuole teologiche hanno fatto, nella storia della Chiesa, assolutizzando la propria posizione e “scomunicando” quelli che ne sostengono altre (2). Ma si può applicare, in pratica, questo criterio così rigorosamente teologico? Certamente, lo stiamo applicando noi dell’Isola di Patmos. Lo applichiamo ricavando, appunto, dalla buona teologia la necessaria distinzione tra “dogma“ e “opinione“. Questa distinzione è classica, tant’è che ha ispirato i padri della Chiesa a formulare questo chiarissimo e utilissimo programma di dialettica ecclesiale: “In necessariis, unitas; in dubiis, libertas; in omnibus caritas!”. Ci atteniamo a questo criterio per agire sempre come cattolici senza etichette, come cattolici senza paraocchi, come cattolici non ottusi ma open minded, cioè davvero aperti con la mente e con il cuore a valorizzare ogni contributo che sembri utile alla comprensione della verità rivelata. Per questo siamo abituati a proporre ogni nostra riflessione sulla fede e sulle vicende umane della Chiesa come un’opinione tra le altre possibili, ossia come una tesi che intende essere davvero rispettosa delle altre e anche accogliente riguardo alle altre. Noi infatti non cadiamo nell’errore di fare di tutte le erbe un fascio, etichettando un autore come “amico“ o “nemico“ solo perché appartenente ad una determinata corrente teologica, a una testata giornalistica o a un certo gruppo ecclesiale, senza vagliare, caso per caso, se quello che dice in una data occasione, è plausibile. Se lo è, noi non esitiamo a citarlo o addirittura a pubblicarlo, avvertendo chi non lo dovesse capire da solo che approvare una singola tesi di una autore non significa mai “sposare” ogni sua opinione e ogni sua intenzione. Nemmeno significa sentirsi solidali o complici di tutte le cose che i suoi amici o sodali hanno fatto o vogliono fare. Si tratta di “distinguer pour unir” come diceva Maritain parando di altro (3): in questo caso, si tratta di distinguere il dogma dall’opinione, per unire sempre nella fede comune tutti coloro che a torto vengono ritenuti — o si ritengono essi stessi — separati o emarginati o esclusi per il fatto di adottare diversi punti di vista teoretici o diversi metodi pastorali legittimi, cioè compatibili con la fede della Chiesa.
l’opera del filosofo Enrico Maria Radaelli
Il criterio che ho esposto è il medesimo criterio che mi ha portato, anche prima di partecipare all’impresa apostolica dell’Isola di Patmos, a scrivere prefazioni o postfazioni a libri di autori dei quali non condivido affatto l’ideologia ma che scrivono anche cose che mi sembrano degne di essere prese in considerazione sine ira et studio. Mi viene in mente la prefazione che ho scritto per un libro sulla preghiera del liturgista claretiano Matias Augé, che contiene idee condivisibili, anche se altrove egli si è schierato a favore di una ancora più radicale riforma liturgica secondo l’orientamento prevalente, che è quello progressista (4); così come posso menzionare le prefazioni che ho scritto per tre saggi ecclesiologici di Enrico Maria Radaelli, uno studioso laico, discepolo di Romano Amerio, che invece si dichiara tradizionalista, anche se poi, di fronte alle mie riserve, ha voluto correggere la dizione dicendosi “tradizionista”, il che non cambia la sostanza: sempre di un’ideologia si tratta (5). Ma, come ho detto, in un quadro globale di ideologia si possono trovare e valorizzare tesi di valore autenticamente teologico, e io ci tengo a valorizzarle, perché non sono accecato dal fanatismo né perseguo fini ideologici di sorta.
La serietà dei temi teologici
non ammette le semplificazioni e le generalizzazioni
che sono strumentali all’ideologia
Il Vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità di San Pio X durante un pontificale
un vescovo durante una “sceneggiata” liturgica con i clows sul presbiterio
Nei ragionamenti dei tradizionalisti e dei progressisti io vedo troppa approssimazione nella raccolta dei dati e nella loro interpretazione, così come vedo troppa acqua (eventi ecclesiali) portata al proprio mulino (interessi umani, individuali o di gruppo). Noi dell’Isola di Patmos ci asteniamo dal fare discorsi ideologici, a proposito delle vicende della Chiesa, perché sulla Chiesa vogliamo fare solo discorsi teologici. Le critiche o il disprezzo di coloro che non comprendono le ragioni della nostra neutralità in rapporto alla grande guerra tra fazioni non ci riguardano e non ci interessano. I temi che costoro affrontano (il dogma, la pastorale, la liturgia, il concilio ecumenico, il sinodo dei vescovi, le conferenze episcopali, i teologi eccetera) certamente ci interessano, ma non vogliamo affrontarli “con” loro (come fazione), almeno non “come” loro (quando parlano come esponenti di una fazione). Loro tramutano una serie di frammenti di verità (rilevamenti storici e sociologici, per la loro stessa natura provvisori e parziali) in una visione globale delle vicende mondane, ivi comprese le vicende esteriori della Chiesa cattolica. A forza di estrapolare dai fenomeni osservati qualche teoria generale (cosa che è epistemologicamente scorretta, perché in nessuna scienza è ammessa l’induzione illegittima), hanno creato personaggi ed eventi immaginari, che inducono la loro audience allo sconforto apocalittico o alla speranza messianica. Tutti ricordano le accorate riflessioni di Benedetto XVI sul concilio del media, un evento immaginario che ha fatto esultare per mezzo secolo i fans della grande Riforma filo-luterana e ha fatto piombare nella disperazione i fans della Tradizione dura e pura.
Attenzione: noi dell’Isola— io in particolare — non disprezziamo né condanniamo nessuno di questi osservatori romani che hanno voluto schierarsi da un parte o dall’altra. A volte si tratta di persone intelligenti, colte e animate dalle migliori intenzioni di servizio alla Chiesa. Ma io non ho mai potuto condividere — da un punto di vista teologico — il giudizio sommario che alcuni autori hanno voluto e vogliono tuttora formulare sulla vita della Chiesa “come tale”, ritengono di aver potuto valutare adeguatamente il bene o il male che determinati eventi producono nel Corpo mistico di Cristo. Nelle opere di questi autori non mancano analisi profonde e valutazioni in gran parte condivisibili, ma io noto sempre anche la pretesa di una sintesi impossibile e dunque infondata. Mi domando: qual è il referente reale dei loro discorsi? Quando parlano di “Chiesa” o di “cattolicesimo” a che cosa concretamente si riferiscono? Noi uomini — dobbiamo ammetterlo se abbiamo nozioni teologiche di base — nulla sappiamo dei progetti di Dio e del suo intervento nel segreto delle coscienze di ogni uomo. Questa è una verità elementare che tutti gli autori cui mi riferisco in teoria ammettono; ma allora, perché immaginano di poter sapere come va e dove va la Chiesa “come tale”? Essi di fatto si limitano ad analizzare e a valutare alcune poche cose tra quelle che esteriormente appaiono nella condotta degli uomini di Chiesa, e/o nei documenti dottrinali e disciplinari, nel costume dei fedeli nelle varie parti del mondo cattolico. Sanno bene di riferirsi a poche misere evidenze empiriche, ma poi si lanciano a prospettare eventi epocali e a profetizzare una e ancora un’altra “nuova Pentecoste“, oppure a diagnosticare malattie mortali per la Chiesa, ritenendo di avere tutti i dati necessari per applicare con certezza al tempo presente le profezie dell’Apocalisse sulla “grande apostasia“.
Gli uni e gli altri sono liberi di congetturare in positivo o in negativo il presente e il futuro della Chiesa, ma non certamente con la pretesa che tali fantasticherie siano certezze teologiche. Il linguaggio è certamente teologico, ma il messaggio è ideologico, non teologico. Occorre avere sempre presente che un messaggio è teologico se si può tradurre in questi precisi termini epistemici: è “una cosa che ha rivelato Dio”, o almeno si deduce logicamente da quello che ha rivelato. Parlare delle cose della Rivelazione “con timore e tremore” è proprio del vero credente e del vero teologo. Invece, ostentare una sicurezza senza fondamento scientifico alcuno è quello che si fa in ogni parte del mondo quando si parla di politica — il linguaggio della politica è sempre fatto di retorica su base sociologica — ed è quello che si fa in ambito teologico quando l’intentior profundior di chi tratta i problemi della Chiesa è ideologica più che teologica. Ecco allora che spetta alla teologia, per un dovere di chiarezza nei confronti dell’opinione pubblica cattolica, prendere le distanze dall’ideologia conservatrice come da quella, progressista.
uno dei risultati naturali più antichi dell’ideologia: il vitello d’oro
I cattolici che militano in una di queste fazioni ideologicheragionano e scrivono di argomenti ecclesiali con un linguaggio che ha senso solo nelle analisi sociologiche al servizio della dialettica politica, a cominciare dai termini più usati, come “tradizione“ in opposizione e “progresso,” “conservazione“ in opposizione a “riforma“, “continuità“ in opposizione a “rottura“. Invece noi — lo ripeto — ragioniamo e scriviamo in termini unicamente “teologici”. Noi siamo convinti che, quando si tratta delle questioni di fondo riguardanti la vita della Chiesa, nessuno può fare un discorso serio e costruttivo — utile cioè al popolo di Dio — se non ricorrendo alle categorie e ai principi della scienza teologica. Studiare i problemi attuali della Chiesa con le categorie e con i principi della scienza teologica vuol dire essere umili — perché la teologia obbliga a rispettare i limiti della comprensione umana dei misteri rivelati, rinunciando alle pretese del razionalismo — ma è l’unico modo di evitare discorsi superficiali e frivoli, per rispondere invece alle esigenze dell’apostolato. Perché è l’apostolato ciò a cui noi miriamo sempre, prima con il ministero sacerdotale e poi anche con gli scritti. Ciò che ci muove e ci guida, come sacerdoti di Cristo, è sempre e solo la nostra responsabilità pastorale, il dovere di contribuire alla vita di fede delle persone con le quali entriamo in contatto direttamente o indirettamente.
In che cosa consiste l’approccio teologico
“l’oro autentico non ammette aggettivi”
Il primo compito del lavoro teologico è indicare sempre, in ogni occasione e su qualsiasi argomento, quali siano gli “articuli fidei”, ossia quelle poche e certissime verità che debbono orientare il pensiero e la prassi di tutti i cattolici, a prescindere dalle libere opinioni che riguardano l’interpretazione scientifica e l’applicazione pastorale — di per sé contingente — del dogma. Per questo dicevo che il criterio teologico è l’unico capace di distinguere, nei discorsi sulle realtà ecclesiali, il dogma dall’opinione, evitando di relativizzare i dogma e assolutizzare l’opinione, come fanno le ideologie di qualsiasi tipo. Noi dunque non ci schieriamo con i conservatori o con i progressisti perché teologicamente queste denominazioni non hanno senso. Non avrebbe senso professarci “cattolici tradizionalisti” o “cattolici progressisti”, perché davanti a Dio e davanti al popolo di Dio importa solo professare la fede cattolica ed essere fedeli alla dottrina della Chiesa. Ed la fedeltà alla disciplina della Chiesa e alla sua dottrina ammette molte vie diverse, molte modalità espressive e molte declinazioni operative. Noi siamo e ci diciamo semplicemente “cattolici”. Diceva quel santo che citavo prima che “l’oro autentico non ammette aggettivi”, e infatti, se uno vende oro con qualche aggettivo vuol dire che quello che vuole spacciare per oro è qualche altra cosa. Di fronte ai problemi del dogma e della pastorale, l’unica cosa che conta è individuare, professare e difendere la verità della fede cattolica, che è comune a tutti e nella quale non ci possono essere divisioni, fazioni o partiti.
“si ha tutto il diritto di giudicare i fatti che avvengono e le idee che circolano nella Chiesa, ma l’importante è non trasformare il giudizio su singoli fatti, verificabili e giudicabili con criteri cristiani, in un giudizio globale su persone, dottrine e istituzioni”
Ma allora, non si ha la libertà di pensiero? Non ci si può fare un’opinione sulle cose che avvengono nella Chiesa e che sono sulla bocca di tutti? Non è legittimo esprimere die giudizi di valore circa le attuali tendenze ecclesiali siano esse di riforma del papato in senso “sinodale” o di conservazione delle strutture tradizionali? Non si può essere contro la riforma liturgica di Paolo VI e a favore del “Vetus Ordo” o viceversa? Insomma, i cattolici hanno il diritto di pensare e di qualificarsi come conservatori o come progressisti? La risposata a domande del genere è scontata: certamente si ha tutto il diritto di giudicare i fatti che avvengono e le idee che circolano nella Chiesa, ma l’importante è non trasformare il giudizio su singoli fatti, verificabili e giudicabili con criteri cristiani, in un giudizio globale su persone, dottrine e istituzioni, facendo di tutte le erbe un fascio e mancando sistematicamente alla carità e alla giustizia. Soprattutto, non si può trasformare un’opinione — per sua natura ipotetica e contingente — in un sistema di pensiero apodittico. Non si può estrapolare da osservazioni empiriche di dettaglio una legge scientifica generale che travalichi ogni limite di verificabilità e ogni giustificazione epistemica. In altri termini — in termini rigorosamente logici — non si può passare da opinioni ben circoscritte nella materia e nel tempo a un’ideologia. L’ideologia è l’arma preferita della politica ma è la negazione della consapevolezza critica che regge il lavoro di ogni scienza, anche e soprattutto della scienza teologica. Sicché può succedere che una opinione, circoscritta a uno specifico tema e dunque perfettamente legittima, tanto che chiunque la esamini spassionatamente debba considerarla ammissibile e condivisibile, diventi poi, se chi la difende si mette scriteriatamente ad assolutizzarla, un’ideologia totalizzante, che genera fanatismi. (En passant, ricordo che “fanatico” è un aggettivo con cui i teologi dell’antichità cristiana designavano i pagani che celebravano i loro culti nei boschi sacri).
Simbolo di fede niceno-costantinopolitano
Il principio dal quale partire all’inizio di ogni ragionamento riguardante la Chiesa — per poi ripartire ogni volta che le cose si complicano e manca la chiarezza — è questo: bisogna mantenere sempre quello che per grazia di Dio noi cristiani abbiamo come criterio teologico assolutamente certo, ossia che «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità». Ma la conoscenza della verità rivelata, fede che ci salva, non è mai la fede “soggettiva” — luterana, modernista —, una verità che possa essere arbitrariamente inventata da qualcuno: è sempre e solo la fede professata dalla Chiesa, ossia il dogma. Nel dogma — il “Simbolo degli Apostoli” o il “Simbolo Niceno-costantinopolitano”, ossia il “Credo” che recitiamo la domenica nella Santa Messa — noi tutti ci riconosciamo pienamente d’accordo e siamo perfettamente uniti. Poi, a partire dal dogma, sono possibili e di fatto storicamente si producono molte “interpretazioni” teoretiche e “applicazioni” pratiche. Tali interpretazioni e applicazioni sono sempre legittime e anche utili alla vita della Chiesa se restano assolutamente fedeli al dogma dal quale partono, altrimenti si tratta di corruzione della vera fede (eterodossia) o di deviazione dalla retta via indicata da Cristo (scisma). La distinzione concettuale tra dogma e opinione teologica, tra verità indiscutibile e ipotesi ammissibile, è ardua ma necessaria, e a illustrarla in termini rigorosamente scientifici ho dedicato il mio trattato su “Vera e falsa teologia”, che i credenti avvezzi a leggere i quotidiani e le riviste “cattoliche” più che i testi di studio hanno volutamente ignorato, mentre i teologi che in quel libro ho criticato hanno cercato in tutti i modi di toglierlo dalla circolazione (6).
Perché è inutile o addirittura dannoso
l’approccio meramente sociologico
alla vita della Chiesa
la teologia si fa pregando
l’ideologia si fa litigando
Per chiarire ancora ciò che distingue l’approccio teologico da quello ideologicoalla vita della Chiesa, faccio notare che le ideologie ecclesiali di ogni tipo — dagli estremi del tradizionalismo anti-conciliarista e del progressismo conciliarista riformatore, alle tante posizioni che si presentano come “moderate”, come una “terza via” — si basano volentieri su rilevamenti sociologici, addirittura ai dati statistici. E quanto più gli argomenti sono di questo genere, tanto più il criterio autenticamente ecclesiale viene offuscato. Io vorrei richiamare l’attenzione di chi parla e scrive di problemi ecclesiali su quanto sia inutile, quando non è proprio dannoso, l’approccio sociologico alla vita della Chiesa, perché qualunque considerazione che si basi sui dati — empirici o scientifici — della sociologia religiosa non riesce a toccare nemmeno superficialmente la realtà effettiva della vita della Chiesa. La Chiesa, infatti, è un mistero soprannaturale; della sua vita reale, ossia della grazia che santifica e salva le singole anime nella concretezza della storia umana, noi non possiamo sapere nulla e ci dobbiamo accontentare delle verità meta-storiche che Dio stesso ci ha rivelato. Non posiamo sapere con certezza, al di là delle apparenze che sono sempre ingannevoli, chi appartenga effettivamente, in questo momento, al corpo mistico di Cristo è la Chiesa, così come non possiamo pretendere di sapere quali siano concretamente i piani della Provvidenza che la governa realmente, «volgendo ogni cosa al bene di coloro che amano Dio», come è scritto nella “Lettera ai Romani”. Di ciò che realmente è un bene o un male nella vita della Chiesa noi credenti abbiamo solo qualche indizio attraverso la fede nella rivelazione divina, e poi qualche verifica sperimentale nell’esame della propria coscienza (cioè nell’esperienza mistica, anche ordinaria, che consente al credente di rilevare, alla luce della fede, gli effetti sensibili dell’azione invisibile della grazia divina), come pure nell’esperienza pastorale (cioè nei risultati visibili dell’azione apostolica volta all’incremento della fede del prossimo).
treno evoluto …
treno involuto …
Il progresso o l’involuzione dei quali parlano tanto, in chiave sociologica, i progressisti e i conservatori sono tutt’al più ipotesi degne di rispetto – nel caso che le intenzioni siano davvero buone – ma non sono mai da prendere troppo sul serio, perché – ripeto – mancano di serietà scientifica, osservano solo i fenomeni di massa, giudicano situazioni che non possono valutare in profondità, nella concretezza esistenziale della vita cristiana, dove si combatte la quotidiana battaglia tra la grazia e il peccato. Anche per i progressisti e i conservatori, chiusi nei loro schemi ideologici, vale l’ammonimento dello Spirito Santo per bocca dell’Apostolo: «Parlano di ciò che non conoscono». Noi dell’Isola di Patmos, ben sapendo che dobbiamo parlare solo di ciò che conosciamo — dice san Paolo: “Credo, e per questo parlo” —, non ci facciamo i portavoce di quei profeti tristi che annunciano uno scisma imminente, e nemmeno di quei profeti ilari che annunciano l’avvento del Regno attraverso una nuova Chiesa “ecumenica e sinodale”. Noi ci dedichiamo a ricordare a tutti che la sociologia religiosa e la politica ecclesiastica forniscono dati di scarso interesse per la vita cristiana dei singoli fedeli, ai quali va annunciato, in ogni epoca e in ogni circostanza socio-politica, la verità del Vangelo sine glossa, come diceva san Francesco. O meglio, con tutte le glosse necessarie per poter distinguere quello che è l’essenziale (il dogma) da quello che è accidentale (le opinioni teologiche).
… e le porte degli inferi non prevarranno su di essa
Il riferimento costante di ogni discorso propriamente teologico non sono i movimenti delle masse anonime rilevabili sociologicamente: è la vita di fede di ogni singola persona, direttamente o indirettamente raggiungibile con il messaggio, la quale deve accogliere nel suo cuore la verità rivelata, che è la sola speranza di salvezza. Per questo ogni discorso propriamente teologico si deve basare sempre e solo sul dogma, sulla dottrina certa della Chiesa che si esprime in enunciati formali (le formule dogmatiche), che non danno adito a dubbi e non sono suscettibili di interpretazioni contraddittorie. Grazie a Dio, per quanto possano essere o sembrare sconcertanti le vicende ecclesiastiche degli ultimi decenni, tutti noi cattolici continuiamo ad avere come punto di riferimento certissimo e attualissimo il dogma, elaborato dalla tradizione ecclesiastica con un’evoluzione omogenea che parte dagli Apostoli e arriva fino all’ultimo concilio ecumenico; un dogma che tutti possono trovare chiaramente esposto e opportunamente sintetizzato nel “Catechismo della Chiesa cattolica”, che è uno dei meriti storici del papa che lo ha voluto (san Giovanni Paolo II). A chi dice stoltamente che esso è “superato” — se ne rallegra o se ne affligge — va ricordato che si tratta di un documento del magistero post-conciliare che non è stato abrogato da alcun atto ufficiale del magistero stesso, né mai può esserlo. La Chiesa è di Cristo, ricordava Benedetto XVI nel momento di rinunciare al ministero petrino, e per questo essa è indefettibile, ossia non potrà mai soccombere alle “porte degli inferi”. Sarà sempre mater et magistra. I sacerdoti Giovanni Cavalcoli, Ariel S. Levi di Gualdo ed io ne siamo certi perché lo ha detto Lui, non perché lo abbiamo sentito dire da un qualche teologo, conservatore o progressista che sia.
Introitus Dominica Secunda Adventus
Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del buon canto e del latino liturgico
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NOTE
(1) Vedi Antonio Livi, Louis Althusser: “Pour Marx”, Emesa, Madrid 1973; Fernando Ocariz, Il marxismo, ideologia della rivoluzione, a cura di Antonio Livi, Ares, Milano 1976. (2) Cfr Antonio Livi, Interpretazione o ri-formulazione del dogma?, in Verità della fede. Che cosa credere e a chi, a cura di Gianni Battisti, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013, pp, 21-94. (3) Cfr Jaques Maritain, Distinguer pour unir, ou Les Degrés du savoir, Desclée de Brouwer, Paris 1931. (4) Antonio Livi, Presentazione, in Matias Augé, Un mistero da riscoprire: la preghiera, Paoline, Cinisello (Milano) 1992. (5) Cfr Antonio Livi, Presentazione, in Enrico Maria Radaelli, Il mistero della Sinogoga bendata, Effedieffe, Milano 2002, pp. I-IX; Idem, Introduzione. Le disavventure di un filosofo cristiano, in Enrico Maria Radaelli, Romano Amerio. Della verità e dell’amore, Costantino Marco Editore, Lungro di Cosenza 2005, pp. VII-XXVIII; Idem, Prefazione, in Enrico Maria Radaelli, La Chiesa ribaltata. Indagine estetica sulla teologia, sulla forma e sul linguaggio del magistero di Papa Francesco, Gondolin Edizioni, Verona 2014, pp. I-XX. (6) Cfr Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012. Vedi anche La verità in teologia. Discussioni di logica aletica a partire da “Vera e falsa teologia” di Antonio Livi, a cura di Marco Bracchi e Giovanni Covino, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Antonio-Livi-Patmos2.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Antoniohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Antonio2014-12-10 21:20:322021-04-21 00:32:50Perché non possiamo dirci tradizionalisti ma nemmeno progressisti
I gesti di cordialità e di rispetto per il Papa da parte del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, sono una notizia positiva. Ma la dottrina sullo Spirito Santo e la questione del primato nella Chiesa restano i veri nodi che impediscono la piena unità. E su questi le parole di Bartolomeo non segnano alcun progresso reale. La giurisdizione del vescovo di Roma deriva dal dogma e non può essere accantonata senza commettere un grave peccato contro la fede.
Autore Antonio Livi
Potete leggere questo articolo di Monsignor Antonio Livi pubblicato su
LE LEGHE GAY NON SONO LIBERTÀ E PROGRESSO MA EMBLEMA DI UNA SOCIETÀ VECCHIA E DECADENTE
[…] nella società ellenica non ancora scivolata nella decadenza che ne marcò la fine, l’omosessualità era una fase che segnava un passaggio tra l’età dello sviluppo, l’adolescenza e la giovinezza, non era affatto considerata uno stato permanente; ed in certi luoghi e condizioni si collocava nei piani formativi del rapporto maestro-allievo […] era praticata con discrezione e nient’affatto ostentata con l’orgoglio narrato oggi dalle Leghe Gay, che oltre ai manuali scientifici sembrano voler riscrivere anche quelli della letteratura classica. L’ostentazione nasce nella società ellenica e in quella romana al massimo apice della decadenza, quando nel normale ordine sociale si collocano la pedofilia, le orge, i rapporti sessuali propiziatori con gli animali, le figlie vergini iniziate dal padre e le madri pompeiane che svezzavano i figli adolescenti.
Autore Ariel S. Levi di Gualdo
Molte riviste on-line cattoliche tendono a trattare il tema dell’omosessualismo e della cultura del gender in termini prettamente politici, buttando tutto in politica,cosa che a volte fanno persino alcuni vescovi. Ecco allora che la dottrina e la pastorale non è più il vero oggetto ed il centro dei loro discorsi, tutt’altro diviene pretesto per suffragare idee politiche più o meno soggettive. Mentre per noi certe tematiche allarmanti non sono terreno per scontri politici né pretesti per fare politica o peggio per intrufolarsi nella politica e mescolare di manico nel suo pentolone. Il terreno della buona battaglia, per noi, dovrebbe giocarsi tutto sul piano metafisico e su quello dell’etica, della morale e della tutela della coscienza cristiana oggettiva, quindi del riconoscimento all’obiezione di coscienza verso certe leggi in aperto e netto contrasto con ciò che per noi cattolici è intangibile e inalterabile diritto divino. Questo il motivo per il quale affermo che certi drammi della società contemporanea non dovrebbero mutarsi per taluni cattolici, peggio per certi vescovi, in un pretesto per fare pura politica, pur di non adempiere al loro naturale compito: fare pastorale e dottrina sociale della Chiesa, passare più tempo, come vescovi, a formare il proprio clero, ad ascoltare i sacerdoti, a curare la porzione del Popolo di Dio a loro affidata, anziché trafficare con politici, politicanti e giornalisti dietro il pretesto di “buone battaglie” che celano non di rado solo forme di episcopale egocentrismo.
Non rileggo mai i miei libri pubblicati,giunti di prassi alla stampa anche dopo anni di letture e di revisioni. In questi giorni sono però ricaduto su alcune miei pagine scritte tra il 2008 ed il 2009, poi pubblicate in seguito in un mio libro edito nel 2011: E Satana si fece Trino.
Vorrei proporre ai lettoriuno stralcio tratto da quella mia opera nella quale analizzavo e discutevo, anni prima di certi eventi e leggi, sul pericoloso strapotere delle lobby gay. Delle Lobbyes che oggi hanno trovato un naturale “covo di vipere” velenose e agguerrite nel Parlamento di Strasburgo e che stanno tentando di instaurare una vera e propria dittatura del gender a colpi di leggi inique e moralmente inaccettabili sotto ogni profilo umano e cristiano.
Per leggere una parte tratta da questa opera, cliccare sotto
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2014-11-27 14:14:232014-11-28 01:04:14Le Leghe Gay non sono libertà e progresso ma emblema di una società vecchia e decadente
ANTONIO LIVI E GIULIANO FERRARA: PASTORI, TEOLOGI ED ATEI DEVOTI. DUE MONDI E DUE LINGUAGGI DIVERSI
In risposta ad un articolo del quotidiano Il Foglio diretto da Giuliano Ferrara:
Nella celebre intervista concessa a Eugenio Scalfari, Bergoglio arriva a sostenere che “il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza”. Quindi, per il Papa, che fa dell’antropocentrismo spinto e della “teologia dell’incontro” la cifra distintiva del suo pontificato, sparisce la finalità redentiva della kenosis del Figlio. Cristo si è incarnato per redimere l’uomo dalla schiavitù del peccato originale (anche questo sparito dal “magistero” bergogliano in luogo di un inaccettabile e pernicioso cainismo) e, attraverso la croce, farlo rinascere alla vita nuova della Risurrezione. Questo dice il cattolicesimo. Qui e solo qui è possibile la vera fratellanza in Cristo che non è quella umanitarista da ong e sentimentalista, tanto sbandierata quanto inaccettabile, di Papa Francesco [articolo integrale QUI].
Autore Antonio Livi
il direttore del Foglio Giuliano Ferrara e lo storico Roberto de Mattei dell’Università Europea di Roma, durante una conferenza presso la Fondazione Lepanto
Il mio amico Giuliano Ferrara dice, anche in questa occasione, cose giustissime, ma come sempre le dice da un punto di vista che non mi coinvolge. Lui e tanti altri che analizzano e commentano le azioni pubbliche e le presunte intenzioni di Papa Francesco non parlano da credenti che si rivolgono ad altri credenti ma da intellettuali; da giornalisti, sociologi, uomini politici che si rivolgono a un’indeterminata “opinione pubblica” che dovrebbe, secondo loro, essere interessati a sapere che cosa avviene nella Chiesa “vista da fuori”. Pensano che tutti, anche i credenti, dovrebbero prendere posizione ogni giorno pro o contro le novità che si registrano all’interno del mondo ecclesiastico, approvando o disapprovando ogni apparente nuovo orientamento delle gerarchie ecclesiastiche in materia di dottrina, di morale, di liturgia. Per aiutare questa indeterminata “opinione pubblica” a prendere posizione, questi opinionisti ricorrono alle medesime categorie ermeneutiche che valgono per valutare la dialettica culturale, economica e politica, ossia la lotta per il potere, le rivendicazioni di diritti ancora non rispettati, le spinte riformatrici e le resistenze conservatrici. Insomma, sono notizie e commenti che non mi interessano più di tanto, perché a me della Chiesa interessa soltanto ciò che la Chiesa veramente è.
Il mio punto di vista, quello per cui amo la Chiesa e da sempre mi adopero per servirla fedelmente, è il punto di vista teologale,mentre Ferrara e altri galantuomini come lui guardano sì con una certa ammirazione la Chiesa, hanno sì una buona conoscenza della sua dottrina, ma quando domandi loro se credono davvero che la Chiesa sia stata voluta da Cristo, il Verbo Incarnato, per annunciare a tutti gli uomini e in ogni tempo il Vangelo della salvezza e amministrare i sacramenti della grazia, loro onestamente riconoscono che non ci credono. Tutt’al più sono credenze che apprezzano intellettualmente, ma senza farle proprie. Invece io mi ritengo credente proprio perché ho sempre creduto e continuo a credere la Chiesa come “sacramento universale di salvezza” e faccio mia la sua dottrina perché non dubito che essa sia la verità religiosa assoluta, rivelata da Dio stesso. E nella mia azione pastorale — l’insegnamento accademico, la catechesi, la direzione spirituale — mi rivolgo logicamente a chi vede la Chiesa dal medesimo punto di vista, perché questo è ciò che qualifica, nell’intelligenza, il vero credente, ciò che lo distingue dai simpatizzanti di ogni tipo, con i quali ci può essere la massima amicizia sul piano umano ma nemmeno un po’ di condivisione dei criteri con cui essi valutano gli eventi della Chiesa.
Indro Montanelli [Fucecchio di Firenze 1909 – Milano 2001]
Giuseppe Prezzolini [Perugia 1882 – Lugano 1982]
Io ricordo con stima e simpatia simpatizzanti della vecchia generazione, come lo scrittore Giuseppe Prezzolini o il giornalista Indro Montanelli— due toscani, ambedue amici di Paolo VI —, i quali somigliano tanto, per intelligenza e cultura, a quelli della generazione attuale, come il filosofo Marcello Pera, amico di Benedetto XVI; e lo stesso Giuliano Ferrara, estimatore di Benedetto XVI. Conosco bene e proprio per questo non posso dire che apprezzo i simpatizzanti dell’ultima ora, come Eugenio Scalfari e Marco Pannella, vecchi ideologi del radicalismo ateo e anticlericale e ora smaniosi di sembrare amici di Papa Francesco. La professionalità politica e giornalistica di tutti costoro e l’intenzione con la quale si interessano dei pontefici e della dottrina della Chiesa meritano, in maggiore o minor grado il rispetto da parte dei credenti, così come meritano di essere rispettate le decisioni dei Papi che stabiliscono e intrattengono rapporti personali di amicizia con questi cosiddetti “atei devoti”. Ma, allo stesso tempo io — ripeto — non condivido praticamente nulla di quello che dicono, e nemmeno cerco di simulare un consenso che non può esserci. Io la Chiesa e il Papa li vedo da un diverso punto di vista, che è quello della fede, e se ne parlo con altri credenti ne parlo con una diversa intenzione, che non è quella dell’informazione giornalistica, necessariamente legata alla superficialità dei rilevamenti sociologici e all’ipersensibilità — non intolleranza ma dipendenza — nei riguardi del potere temporale, sia civile che ecclesiastico. Io ripeto sempre, perché è assolutamente vero, che qualunque considerazione basata sui dati della sociologia religiosa non sfiora nemmeno la realtà effettiva della vita della Chiesa, la quale è un mistero soprannaturale del quale noi credenti abbiamo solo qualche indizio attraverso la fede nella rivelazione divina e poi qualche verifica sperimentale nell’esame della propria coscienza — esperienza mistica, ossia dell’azione della grazia in noi — e nell’azione apostolica rivolta alla salvezza del prossimo — esperienza pastorale —.
Per essere fedeli a Gesù Cristo servono forse tante informazioni sulle decisioni pastorali o di governo di Papa Francesco? Servono tanti confronti con i suoi predecessori e tante analisi dei suoi discorsi? È davvero indispensabile per il singolo fedele cattolico riuscire a capire quale sia il trend dei mutamenti che si stanno verificando oggi nella vita della Chiesa da un punto di vista sociologico, come per esempio le statistiche relative alle presenze a Messa, ai nuovi battesimi e ai cosiddetti “sbattezzamenti”, alla crescita o alla diminuzione delle vocazioni sacerdotali e religiose, sondaggi di opinione sulle norme di morale sessuale? Ai fini di una maggiore unione personale con Cristo è indispensabile essere al corrente di tutti i fatti di cronaca riguardanti le polemiche tra i teologi, le nomine e le destituzioni di alti prelati, insomma quelli che vengono presentati come interessanti retroscena della politica ecclesiastica?
Io ritengo, con fondati motivi pastorali, che per la vita di fede dei credenti sia indispensabile soltanto possedere e incrementare una adeguata capacità di discernimento, quel sensus fidei che induce a dare poco ascolto al clamore dello scandalismo mediatico, ad evitare di essere attratti dalla vana curiositas. Mi interessa richiamare l’attenzione dei credenti ai documenti del Magistero solenne e ordinario e all’interpretazione autentica del Vangelo che essi e autorevolmente propongono. Solo così posso contribuire a evitare che la “fantateologia” dei Pastori irresponsabili e l’immagine mediatica della Chiesa, costruita sulla sola base delle sue vicende umane esteriori, si sovrapponga alla conoscenza di fede, ossia alla verità della Chiesa quale risulta dalla divina rivelazione.
Come sacerdote, quando io parlo del Papa o degli sviluppi della dottrina cattolica ho a cuore le sorti della fede nel cuore delle singole persone, tenendo conto, necessariamente, del fatto che il racconto degli eventi ecclesiastici proposto dai media quotidianamente aumenta ogni giorno di più lo sconcerto e il disorientamento tra i fedeli. Ho collaborato l’anno scorso alla pubblicazione di un volume di vari autori — tra questi, il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli e lo storico Roberto de Mattei — che si intitola appunto Verità della fede: che cosa credere, e a chi [Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013, vedere QUI]. In precedenza avevo pubblicato un trattato scientifico intitolato Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa” [Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012, vedere QUI]. Giuliano Ferrara ha dedicato a questo libro un intero paginone del suo giornale, Il Foglio, ma lo ha etichettato, già nel titolo redazionale come espressione del pensiero di una scuola teologica tradizionale, vicina all’establishment ecclesiastico. A parte che la verità dei fatti è proprio il contrario — all’establishment ecclesiastico, fatta eccezione per Papa Benedetto XVI, il mio libro non piacque affatto —, il disinteresse di Ferrara per gli argomenti propriamente teologici del testo era scontato. Dai giornalisti non credenti, anche se assai colti e sinceramente simpatizzanti com’è il valente direttore del Foglio, non mi aspetto alcun aiuto nella mia battaglia, che è squisitamente pastorale e si rivolge all’opinione pubblica cattolica con la speranza che qualcuno, tra quanti leggono e capiscono ciò che scrivo, possa essere ri-orientato all’essenziale della fede cattolica, smettendo di dare importanza alle cronache clericali e, peggio ancora, di dare credito alle dottrine dei falsi maestri della fede.
Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuole approdare [Seneca, da Lettere a Lucilio, lettera 71]
Impresa ardua, direi una mission impossible, ma, oggi come ieri, ogni vera azione pastorale è come remare controcorrente,è come gettare la semenza nei solchi senza poter prevedere sapere se e in quale misura il seme germoglierà. Io so benissimo, perché vivo in mezzo alla gente, che l’opinione pubblica cattolica viene coinvolta da polemiche strumentali — suscitate cioè da interessi di potere — attorno ai discorsi del Papa e alle diverse interpretazioni che essi hanno avuto da parte di opinionisti che si dichiarano credenti ma in realtà professano, più che la fede cattolica, l’ideologia dei conservatori o dei progressisti, e che proprio per questo parlano, purtroppo, il medesimo linguaggio sociologico e politico che vien usato da quegli altri opinionisti che ho prima nominato, i quali si dichiarano non credenti e sono politicamente schierati o a destra o a sinistra e in quest’ottica osannano un papa ne criticano un altro, oppure passano dall’osannare a critica il medesimo quando le sue iniziative con sembrano andare più nel verso “giusto”. Per me, qualunque “verso” che a costoro sembri giusto a me non va bene comunque.
Io faccio un altro tipo di discorso.Ricordo ai credenti di ogni “tipo” gerarchico o cultuale, che un discorso o un gesto del Papa, chiunque egli sia, è da prendersi sul serio solo quando egli agisce presentandosi esplicitamente come supremo maestro della fede, cioè solo in quanto intende impegna formalmente l’autorità dottrinale che gli è propria. Non serve a niente stare ad analizzare l’opportunità o le intenzioni recondite delle sue quotidiane decisioni pastorali o di governo, e nemmeno è utile passare ogni giorno al setaccio i suoi discorsi occasionali, informali, omiletici, addirittura i colloqui privati.
il finto monaco Enzo Bianchi vestito da abate in udienza dal Santo Padre Francesco. Questo sedicente priore della comunità multiconfessionale di Bose non ha mai ricevuto alcun ordine sacro né alcun ministero istituito, né mai ha professato i voti religiosi, è un laico auto elettosi suprema autorità di se stesso e presso il quale non pochi vescovi italiani mandano i propri seminaristi a fare esperienze di esotica spiritualità prima di ordinarli diaconi e presbiteri
Io ho criticato spesso — sulla Bussola Quotidiana e su L’Isola di Patmosalla quale Ariel S. Levi di Gualdo ha dato vita assieme a Giovanni Cavalcoli ed a me — la tendenza modernistica e in definitiva massonica di tanti loschi figuri che lavorano per una religione mondialistica umanitaria e attribuiscono al Papa le loro idee di riforma della Chiesa, per citarne alcuni tra i più celebri: il cardinale Walter Kasper, l’arcivescovo Bruno Forte, lo pseudo monaco Enzo Bianchi, il professor Melloni con la Scuola di Bologna che si arroga l’esclusiva dell’ interpretazione del Concilio eccetera. Ma io, rivolgendomi all’opinione pubblica cattolica, non posso azzardarmi a confermare che il Papa è davvero d’accordo con loro, perché ancora non ci sono atti ufficiali del magistero pontificio che documentino seriamente questo sospetto. Se ci fossero, saremmo di fronte a un vero e proprio scisma, ma sono convinto che ciò non accadrà. La Chiesa è di Cristo ed è indefettibile.
Eugenio Scalfari, fondatore e direttore di un quotidiano che sulla Chiesa Cattolica ha lanciato per decenni intere vagonate di immondizie, oggi è un devoto ateo papolatra
Io, invece di fare il profeta di sventure per la Chiesa,come coloro che gridano: «ecco che siamo pieno scisma!», o invece di arruolarmi nell’esercito dei “papolatri” del momento che annunciano «ecco finalmente l’avvento della nuova Chiesa ecumenica e sinodale!», preferisco ricordare a tutti che le valutazioni del vaticanisti, la sociologia religiosa e la politica ecclesiastica hanno un interesse del tutto marginale nella vita cristiana, dove l’essenziale è la realtà concreta della vita di fede di ogni singola persona che deve accogliere nel suo cuore la verità divina che è la sola a garantire la salvezza. Per questo dico che la vita di fede del credente non può basarsi su sospetti o arrampicamenti sugli specchi nel commentare i discorsi non esplicitamente magisteriali del Papa attuale: si deve basare sempre e solo sul dogma, che si esprime in enunciati formali non suscettibili di interpretazioni contraddittorie, vale a dire delle formule dogmatiche.
il sacerdote e teologo eretico Hans Küng
Per quanto possano essere o sembrare sconcertanti le azioni di Jorge Mario Begoglio, grazie a Dio tutti noi cattolici, ecclesiastici e laici, continuiamo ad avere come punto di riferimento certissimo e attualissimo il dogma, peraltro esposto e sintetizzato dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che non è stato ancora abrogato né mai lo sarà; nessun papa e nessun concilio ecumenico o sinodo potrà infatti far propria la falsa teoria di Hans Küng secondo la quale il progresso dogmatico della Chiesa si attua mediante continue contraddizioni e superamenti dialettici, con una verità di oggi che nega quelle di ieri e così prepara il domani. Non siamo chiamati a rimpiangere Benedetto XVI od a rallegrarci che egli si sia dimesso e che al suo posto ci sia Francesco. Non possiamo pensare che quest’ultimo abbia beatificato Paolo VI e canonizzato Giovanni Paolo II per poi contraddire il loro magistero, ad esempio abolendo le norme morali della Humanae vitae e della Familiaris consortio. Nella vita e nell’opera di ogni romano pontefice ci sono sempre state ombre, oltre che tante luci, se sono poi stati canonizzati. Di loro, in ogni caso, si è servito Cristo per guidare la sua Chiesa, soprattutto con il ministero della dottrina della fede e l’efficacia soprannaturale dei sacramenti.
Statua di San Pietro sulla cattedra
Quello che il Papa fa e dice nell’esercizio del ministero petrino deve interessare tutti i fedeli — indipendentemente dalle diverse appartenenze all’interno della Chiesa, dal diverso feeling o da qualunque altra variabile sul piano umano — sempre e solo per un motivo di fede: perché Cristo stesso lo ha voluto come Pastore della Chiesa universale, ossia perché in modo eminente egli è davvero il “Vicario di Cristo”. Di conseguenza, so di poter dire e di dover dire a tutti i credenti che il Papa — chiunque egli sia in un dato momento della storia — non interessa, od interessa assai poco, come personalità umana o come “privato dottore”, cioè come semplice teologo, ma solo come supremo garante della verità divina affidata alla Chiesa dall’unico Maestro, che è Cristo. In questo senso dicevo prima che si può tranquillamente fare a meno di seguire le tante polemiche ecclesiastiche od ecclesiologiche e fidarsi dei documenti della vera fede, che sono a disposizione di tutti, ma non ovviamente sulle pagine del Foglio o della Repubblica o degli altri giornali.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Antonio-Livi-Patmos2.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Antoniohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Antonio2014-11-26 20:18:362021-04-21 00:33:36Antonio Livi e Giuliano Ferrara: pastori, teologi ed atei devoti
— IN APPENDICE: INTERVISTA ALL’ARCIVESCOVO DI CHICAGO —
I PRECISI CONFINI DELLA
INFALLIBILITÀ:
IL SOMMO PONTEFICE COME
DOTTORE PRIVATO
Un problema delicato è dato dalle condizioni per le quali il Papa può entrare nel settore dottrinale senza essere infallibile. È allora il caso nel quale egli si esprime come dottore privato ovvero come semplice teologo. Qui egli non può valersi del carisma di Pietro, ma quello che dice dipende solo dalla sua sapienza umana, seppure fondata sulla fede. In questo campo egli può formulare opinioni o raggiungere certezze scientifiche, ma può anche errare, s’intende, teologicamente, ma non nella fede, perchè è protetto dal carisma di Pietro.
Autore Giovanni Cavalcoli OP
Papale Arcibasilica di San Pietro: la statua dedicata al Principe degli Apostoli
Sull’importanza e il senso da dare agli interventi, agli insegnamenti, alle affermazioni e dichiarazioni del Sommo Pontefice Francesco, si danno oggi notevoli dissensi in campo cattolico o fra gli stessi non-cattolici i quali, come è noto, sono frequentissimi e molto diversificati nella forma e nel contenuto, indirizzati al pubblico ed ai privati più diversi, cattolici e non-cattolici, facenti uso dei mezzi di comunicazione più diversi, frutti delle moderne tecnologie, insoliti rispetto agli usi dei Papi precedenti.
Molti entusiasti di Papa Francesco, prendono tutto quello che dice con fanatismo o finta adesione, senza vaglio critico, salvo poi fare come pare a loro o strumentalizzando quanto egli dice ad usum delphini, soprattutto se accontenta le loro voglie e le loro ambizioni.Altri, attaccati allo stile dei Papi precedenti, seguono o, si potrebbe dire, lo pedinano ogni giorno passo dietro passo con sguardo occhiuto e fucile puntato, sospettandolo di essere un Papa invalido, per coglierlo in fallo alla prima sua parola insolita, scorgendo in essa con acuta dietrologia oscure trame massoniche o segrete eresie luterane, comunque idee che risentono di quel Concilio criptoereticale tale fu a dire di costoro il Concilio Vaticano II.Essi ignorano che, come accennerò più avanti, il Papa non insegna la verità di fede, ossia, come si dice, non è “infallibile” solo quando proclama o definisce solennemente o da sè o attraverso un Concilio un nuovo dogma, ma, seppure a gradi inferiori e meno autorevoli, tutte le volte che egli ci istruisce come maestro della fede.
La condizione essenziale per il valore di questi livelli inferiori è che il Papa insegni la Parola di Dio, la dottrina e il mistero di Cristo e della Chiesa, il dato rivelato (Scrittura e Tradizione), i sacramenti, le virtù cristiane, la via del Vangelo e della salvezza, le verità o i dogmi della fede, gli articoli del Credo, ci si esprima come ci si vuol esprimere, non interessa. E non interessano neppure le circostanze, le modalità e i mezzi di queste comunicazioni, dalla l’enciclica, alla lettera pastorale, al motu proprio, all’udienza generale, all’omelia della Messa, al discorso, alla intervista giornalistica o alla telefonata. L’importante è che si tratti di queste materie, direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente.
Il Sommo Pontefice Francesco, immagini di repertorio
Un problema delicato, ed è il tema di questo articolo, è dato dalle condizioni per le quali il Papa può entrare nel settore dottrinale senza essere infallibile. È allora il caso nel quale egli si esprime come dottore privato ovvero come semplice teologo. Qui egli non può valersi del carisma di Pietro, ma quello che dice dipende solo dalla sua sapienza umana, seppure fondata sulla fede. In questo campo egli può formulare opinioni o raggiungere certezze scientifiche, ma può anche errare, s’intende, teologicamente, ma non nella fede, perchè è protetto dal carisma di Pietro. Nel passato i Papi non ci hanno lasciato documenti che non fossero espressione del carisma di Pietro. Se prima di salire al soglio pontificio col nome di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, come altri pontefici, avevano pubblicato loro scritti, una volta eletti Papi il loro insegnamento non fu generalmente che espressione del loro ufficio di Successori di Pietro e maestri della fede. Essi vollero cancellare l’aspetto umano del loro pensiero e non essere altro che tramiti dell’insegnamento del Vangelo. Questo racchiudere tutta la propria attività di pensiero e di insegnamento nei limiti dell’ufficialità era probabilmente motivata nei Papi del passato dal timore che la manifestazione delle loro idee personali potesse essere scambiata per insegnamento pontificio, cosa che per la verità può effettivamente accadere nei credenti non sufficientemente preparati a distinguere pensiero teologico ed insegnamento di fede, ossia il Sommo Pontefice Francesco.
Il Sommo Pontefice Francesco in uno dei suoi saluti spontanei informali
Diversamente invece, col secolo scorso, e precisamente con San Giovanni Paolo II, prende avvio l’uso del Papa che non si limita al suo ufficio pontificio, ma produce anche opere letterarie o teologiche sotto un profilo meramente umano. Da questo punto di vista è notevole è la trilogia cristologica di Benedetto XVI, circa la quale egli stesso invitò gli studiosi a discutere con lui. Segno evidente che egli con questi scritti non intendeva presentarsi come dottore universale ed infallibile della fede, ma semplicemente ed anche modestamente, come teologo tra i teologi, sebbene egli sia grandissimo teologo. Credo che questo mutamento nell’attività intellettuale dei Papi sia stato motivato dal fatto che oggi la formazione culturale cattolica è maggiormente in grado di un tempo di chiarire al comune fedele la differenza tra il Papa come Papa e il Papa come dottore privato, benchè tuttavia il Papa attuale, con la varietà e l’aspetto insolito dei suoi numerosi e frequenti interventi, metta seriamente alla prova chi desidera distinguere in lui Simone – ossia Jorge Mario Bergoglio – che manifesta le proprie idee a volte discutibili, da Pietro maestro infallibile della fede.
Il Sommo Pontefice Francesco durante un colloquio informale con un giornalista brasiliano
Oggi appare più che mai urgente il problema di come possiamo distinguere in modo certo, adeguato e chiaro l’insegnamento di un Papa come Papa da un suo discorso o scritto teologico o letterario occasionale,improvvisato o estemporaneo. La distinzione è molto importante, poichè è evidente che mentre la parola di Pietro è vincolante e sempre vera, quanto invece pensa o dice Simone, ossia l’uomo Bergoglio, benché sempre degno di rispetto, non è detto che sia sempre indiscutibile, univoco e necessario alla salvezza. Al riguardo, possiamo rispondere innanzitutto che lo stesso Papa Francesco si premura solitamente di farcelo capire manifestando le sue intenzioni e a seconda delle circostanze. Siccome il suo ufficio ordinario è quello petrino, ordinariamente dobbiamo pensare che quanto egli esprime sia manifestazione di tale ufficio, soprattutto se si tratta di quelle materie di fede alle quali ho accennato sopra.Ma il livello di autorità del suo insegnamento lo possiamo dedurre anche dai suoi stessi contenuti e dal modo di esprimerli. Esistono infatti dottrine notoriamente teologiche e non magisteriali, dottrine che, se troviamo sulla bocca o negli scritti del Papa, sarà evidente che esprimono il suo pensiero semplicemente come dottore privato.
Il Sommo Pontefice Francesco in un momento informale con dei giovani
Mettiamo per esempio che il Papa desse a Maria il titolo di “corredentrice” o che sostenesse con Sant’ Agostino che i dannati sono più numerosi dei beati o che la Sindone è veramente l’impronta del corpo di Cristo o che la Madonna appare veramente a Medjugorje o che Giuda è all’inferno o che alla resurrezione esisteranno gli animali o che gli angeli siano stati sottoposti da Dio all’inizio del mondo ad una prova di fedeltà o che il passaggio degli Ebrei dal Mar Rosso sia stato semplicemente un fenomeno miracoloso di marea favorevole o che Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre avevano un aspetto scimmiesco o che anche gli embrioni sono battezzati da Cristo o che ci sono state delle cose che Cristo non sapeva o che l’Anticristo è una singola persona o che i due “testimoni” dei quali parla l’Apocalisse sono i Santi Pietro e Paolo e così via.Tutte queste ipotesi sono indubbiamente compatibili con i dati di fede. Si tratta certo di dottrine rispettabili e probabili, ma che tuttavia non corrispondono in se stesse a delle vere e proprie verità di fede, in quanto non è possibile trovarle direttamente nè nella Scrittura nè nella Tradizione. Le fonti della Rivelazione potrebbero avallarle ma anche non avallarle. Al momento non è possibile saperlo con certezza e per questo il Magistero pontificio come tale non si pronuncia.
Nel mese di febbraio 2014 il Sommo Pontefice Francesco ha voluto formalmente rinnovare il passaporto della Repubblica Argentina con il nome di Jorge Mario Bergoglio
Queste dottrine, tuttavia, grazie ad un ulteriore approfondimento teologico, potrebbero acquistare un domani un tale grado di probabilità, da divenire certezza. Per questo, è del tutto lecito sostenerle con la dovuta modestia ed è altrettanto lecito dissentire da esse con la dovuta prudenza, in attesa di un eventuale chiarimento. In tal caso il dibattito e il confronto tra le opposte opinioni, condotto nel rispetto reciproco e con metodi scientifici, aiuta a scoprire la verità, che forse però non verrà mai scoperta sino alla parusia. Può anzi accadere che una tesi teologica ben dimostrata sia così bene accolta dalla Chiesa, tanto da salire al grado di dogma di fede definito, come è avvenuto per la tesi tomistica dell’anima unica forma corporis nel Concilio di Viennes del 1312 o dell’immortalità dell’anima nel Concilio Lateranense V del 1513. Nulla e nessuno pertanto impedisce al Papa, come dottore privato, di inserirsi in questa ricerca e di partecipare alla discussione con gli altri teologi su di un piede di parità ed a suo rischio e pericolo, avanzando un suo modo proprio di vedere le cose e lasciandosi contestare nel caso i suoi argomenti si rivelino sbagliati o discutibili. Può accadere inoltre che la sua opinione diventi particolarmente autorevole e persuasiva tra i teologi, ma opinione resta; per cui, benchè espressa dal Papa, non può assolutamente assurgere al livello di insegnamento pontificio ufficiale ed infallibile, si tratti di dogma definito o non definito.
Il Sommo Pontefice Francesco in un momento informale in Piazza San Pietro con una coppia di sposi
Da notare che nel corso della storia i fedeli sono sempre andati soggetti ad un duplice rischio nei confronti delle idee espresse dal Papa.O quello di sottovalutarle e di diminuirne o restringerne l’autorità, con vari pretesti, o al contrario il rischio di quel fanatismo e di quella sudditanza supina, indiscreta, poco illuminata e anche interessata, che prende come indiscutibili anche le posizioni del Papa come dottore privato. Tra i primi da tempi recenti ci sono quelli che restringono le note dell’infallibilità del magistero pontificio alle specialissime e rarissime condizioni stabilite dal Concilio Vaticano I, onde sentirsi autorizzati a negare l’infallibilità e quindi quanto meno a sospettare di falso o di falsificabilità le dottrine del Concilio Vaticano II, che sarebbero secondo loro solo “pastorali”, nonchè tutti gli insegnamenti ed interventi dei Papi postconciliari a qualunque livello o in qualunque forma, chiaramente non segnati da quelle caratteristiche. Costoro credono all’immutabilità del dogma; ma quanto all’infallibilità del Papa e del Concilio, respingono la già citata Istruzione della Congregazione della Dottrina della Fede, aggiunta alla Lettera apostolica Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II del 1998, nella quale si insegna, precisando la dottrina del Vaticano I, che il Magistero della Chiesa (Papa o Concilio), al di sotto dell’infallibilità eccezionale e solennemente definita, si esprime secondo altri due gradi inferiori di autorità, circa i quali il cattolico è certo che la Chiesa dice il vero autenticamente, definitivamente, irreformabilmente ed immutabilmente. Ora, il livello di autorità delle dottrine conciliari e dell’insegnamento dei Papi successivi fino all’attuale, appartiene a uno di questi due livelli.
Il Sommo Pontefice Francesco durante un momento informale in Piazza San Pietro
Altri invece, è un caso del nostro tempo, infetti da gnoseologie relativiste, soggettiviste o evoluzioniste, non credono all’infallibilità del Papa, per cui, se a loro pare che il Papa si ponga in contrasto o in rottura con dottrine precedentemente definite o tradizionali, ed il nuovo, così come lo intendono, è di loro gradimento, non si fanno scrupolo ad esaltare un Papa Francesco, che finalmente si è aggiornato, un papa “rivoluzionario”, che finalmente ha abbracciato la “modernità”, un Papa che sa “dialogare” con tutti. Da questi fatti comprendiamo come sia facile per il fedele ed è possibile anche per un teologo imprudente, si tratti di un tradizionalista o di un progressista, giudicare non in base a criteri obbiettivi, ma ai propri gusti, per cui si nega l’infallibilità o la verità alle dottrine pontificie che non piacciono, anche se assolutamente vere; e per converso si considerano indiscutibili o “avanzate” o addirittura “rivoluzionarie” idee del Papa, fraintese e mal digerite, che il Papa ha espresso magari en passant e senza l’intenzione di insegnare verità di fede o solo per esprimere un’opinione o un’impressione personale.
Costoro, il lettore avrà già capito che sono i modernisti, in realtà, imbevuti di storicismo, non credono all’infallibilità pontificia, perchè non credono all’immutabilità della verità. Ma ciò non impedisce loro di assolutizzare come fossero dogmi certe affermazioni del Papa puramente contingenti ed occasionali, interpretate peraltro come se il Papa desse spazio alle idee moderniste. Infatti lo storicista, come per esempio l’hegeliano, crede a suo modo nell’assoluto, solo che per lui l’assoluto non trascende la storia in un’immutabilità metafisica, ma non è altro che l’assolutizzazione dell’evento storico presente che lo interessa. Così per esempio, per la Scuola di Bologna, le dottrine del Concilio non fanno riferimento a nulla di immutabile e di sovrastorico, ma rappresentano l’evento epocale, rivoluzionario, escatologico e profetico del tempo presente. In tal senso per lo storicista, l’Assoluto stesso diviene col divenire storico. Nulla resta, nulla permane, ma tutto evolve nella storia, come storia e come Assoluto nella storia. Niente storia senza Assoluto, ma anche niente Assoluto senza storia.
Il Sommo Pontefice Francesco durante un gesto spontaneo verso un gruppo di anziani ebrei reduci dai campi di sterminio
I modernisti non hanno rispetto del Papa come maestro della fede,per cui tendono a risolvere tutti i suoi insegnamenti in semplici opinioni teologiche, che essi quindi si permettono ora di accogliere, ora di contestare, come loro garba, come se fossero quelle di qualunque altro teologo. E questo perchè, come già faceva notare acutamente San Pio X nella Pascendi dominici gregis, essi sono dei “fenomenisti”, che sostituiscono l’apparire all’essere, ciò che sembra a ciò che è. Per loro non si danno quindi certezze oggettive, universali ed immutabili, ma tutto è opinabile, mutevole dipendente dai tempi, dai luoghi e dai punti di vista. I modernisti si fingono discepoli ed ammiratori del Papa per qualche sua frase o gesto che sembrerebbe andar loro incontro. E purtroppo il Papa non sembra attualmente far molto per sfatare questa interpretazione e prender le distanze da questi falsi amici. Ma l’equivoco non può durare all’infinito. Presto il Papa, stanco dei loro approcci sempre più indiscreti, parlerà con voce franca e chiara. C’è da temere che a questo punto la loro finta ammirazione si muterà in odio. Questo voltafaccia del resto sarà in linea con i loro stessi camaleontici princìpi morali. E sono dell’idea che il Papa potrebbe correre pericolo per la sua stessa vita. Così, a quanto sembra, riuscirono a far morire di dolore Papa Giovanni Paolo I. Se si tratta invece di altri argomenti, di carattere pratico o morale, a cominciare dagli atti più importanti del governo papale, alle direttive liturgiche, alle disposizioni pastorali, giuridiche, amministrative o disciplinari, qui il Papa è fallibile e può anzi mancare di virtù, di coraggio, di carità e di prudenza. Ma è sempre doveroso, se lo si ritiene utile o necessario, svolgere una critica garbata, modesta e rispettosa, come di figli verso il padre.
Il Sommo Pontefice Francesco durante un saluto informale al pibe de oro Diego Armando Maradona
Osserviamo a questo punto che, come emerge anche dai dotti studi di Antonio Livi ai quali rimando,la teologia è una scienza che, come tale, si accompagna all’opinione. Per questo, il Papa come dottore privato, può giungere a conclusioni teologiche scientifiche, ossia accertate e dimostrate, così come può limitarsi al campo dell’opinabile, del probabile, dell’ipotetico, dell’incerto. La scienza ci dà l’evidenza mediata, riconducile a princìpi primi di ragione, di senso comune o di fede; ci mostra inconfutabilmente ciò che è vero. L’opinione, invece, senza potersi rifare a quei princìpi, ma basata solo sull’apparenza (δόξα, doxa), avanza argomenti probabili o, come dice Aristotele, “dialettici”, ossia che occorre verificare con ulteriori ricerche. Essi infatti hanno solo l’apparenza del vero e quindi l’opinione giunge conclusioni non certe, ma solo probabili. La scienza è l’apparizione o la manifestazione (ϕαινόμενον fainòmenon) mediata del vero. L’opinione (δόξα) invece ci dà ciò che sembra vero (videtur). Ad un’ulteriore indagine si può scoprire o che è vero o che è falso. L’opinione si ferma all’apparenza. Solo la scienza ci fa distinguere con certezza il vero dal falso.
Il Sommo Pontefice Francesco saluta la Regina Ranja di Giordania durante un incontro ufficiale
La scienza è una, perchè una cosa o è o non è; non possono convivere due scienze contrapposte circa la medesima cosa. Le opinioni invece sono molte e possono legittimamente coesistere ed opporsi tra di loro, perchè di due opinioni opposte si suppone che non si sappia qual è quella vera, ma entrambe hanno l’apparenza della verità. Da princìpi di fede è possibile ricavare in teologia l’opinione o la scienza: l’opinione, se il teologo non riesce a fare una deduzione rigorosa; la conclusione scientifica, invece, se riesce far tale deduzione. Un Papa può essere teologo nell’uno come nell’altro senso. L’infallibilità del suo carisma di maestro della fede non lo soccorre per nulla in queste indagini e in queste conclusioni, che sono rimesse invece totalmente alla sua sapienza umana, alla sua preparazione scientifica e al rigore logico del suo metodo.
Papale Arcibasilica di San Pietro: la Tomba del Principe degli Apostoli sotto l’Altare della Confessione
Papa Francesco non è un teologo accademico, come lo è stato Benedetto XVI, che ci ha lasciato come teologo privato preziosi libri di cristologia, ai quali ho già accennato. Papa Francesco invece è un teologo kerygmatico, un instancabile predicatore di quel Dio Incarnato, Gesù Cristo e del suo Spirito, che alimenta la sua vita intellettuale, il suo cuore, la sua passione di apostolo e di pastore, protesi alla salvezza di tutti gli uomini. Egli mi ricorda il Fondatore del mio Ordine, San Domenico di Guzmàn, del quale si diceva che “parlava o a Dio o di Dio”. Anche per Papa Francesco, come per i Papi precedenti, occorre saper discernere il momento del suo approccio personale a Cristo, la sua sensibilità teologica, la sua devozione privata, il suo punto di vista umano particolare — che potremo anche accettare o non accettare, potremo discutere o approfondire liberamente di nostra scelta — dal maestro della fede, dal pastore e dottore universale della Chiesa, dal Vicario di Cristo, il Successore di Pietro, il Testimone della Parola di Dio, della Scrittura e della Tradizione, che infallibilmente assistito dallo Spirito Santo, predica ufficialmente e pubblicamente per mandato di Cristo richiamando tutti gli uomini alla salvezza.
Fontanellato, 23 novembre 2014
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Autore REDAZIONE
L’ARCIVESCOVO EMERITO DI CHICAGO:
«IL SANTO PADRE HA CREATO DELLE ASPETTATIVE CHE NON PUÒ SODDISFARE»
A distanza di un paio di giorni dalla pubblicazione di questo articolo del Padre Giovanni Cavalcoli, è stata pubblicata una intervista rilasciata dal Cardinale Francis George, arcivescovo metropolita di Chicago, da poco dimesso dalla cattedra di quella arcidiocesi per gravi motivi di salute; il porporato, ammalato di cancro, si trova infatti a vivere la fase culminante della sua malattia.
L’articolo integrale in lingua originale è consultabileQUI
Riportiamo sotto, tratta dal celebre blog di Sandro Magister, la traduzione italiana dell’intervista del Cardinale che abbiamo ritenuto opportuno inserire in appendice a questo nostro articolo.
di +Francis George, omi
Posso capire l’ansia di certe persone. A un primo sguardo non ravvicinato, ti può sembrare che Francesco metta in discussione l’insegnamento dottrinale consolidato. Ma se guardi di nuovo, soprattutto quando ascolti le sue omelie, vedi che non è così. Molto spesso, quando lui dice certe cose, la sua intenzione è di entrare nel contesto pastorale di qualcuno che si trova preso, per così dire, in una trappola. Forse questa sua simpatia la esprime in un modo che induce la gente a chiedersi se egli sostenga ancora la dottrina. Non ho nessun motivo di credere che non lo faccia. […]
Si pone allora la domanda: perché Francesco non chiarisce queste cose lui stesso? Perché è necessario che gli apologeti sopportino il peso di dover fare ogni volta buon viso? Si rende conto delle conseguenze di alcune sue affermazioni, o anche di alcune sue azioni? Si rende conto delle ripercussioni? Forse no. Io non so se lui è consapevole di tutte le conseguenze di quelle parole e di quei gesti che sollevano tali dubbi nella mente delle persone.
Questa è una delle cose che mi piacerebbe avere la possibilità di domandargli, se mi capitasse di essere lì da lui: “Si rende conto di ciò che è successo solo con quella frase ‘Chi sono io per giudicare?’, di come è stata usata e abusata?”. Essa è stata davvero abusata, perché lui stava parlando della situazione di qualcuno che aveva già chiesto pietà e ricevuto l’assoluzione, di qualcuno da lui ben conosciuto. È una cosa completamente diversa dal parlare di qualcuno che pretende di essere approvato senza chiedere perdono. È costantemente abusata, quella frase.
Ha creato delle aspettative attorno a lui che egli non può assolutamente soddisfare. Questo è ciò che mi preoccupa. A un certo punto, coloro che lo hanno dipinto come una pedina nei loro scenari sui cambiamenti nella Chiesa scopriranno che lui non è quello che credono. Che non va in quella direzione. E allora forse diventerà il bersaglio non solo di una delusione, ma anche di un’opposizione che potrebbe essere dannosa per l’efficacia del suo magistero. […]
Personalmente, trovo interessante che questo papa citi quel romanzo: “Il padrone del mondo”. È una cosa che vorrei domandargli: “Come fa a mettere assieme quello che lei fa con quello che lei dice che sia l’interpretazione ermeneutica del suo ministero, cioè questa visione escatologica secondo cui l’Anticristo è in mezzo a noi? È questo che lei crede?”. Mi piacerebbe fare questa domanda al Santo Padre. In un certo senso, ciò potrebbe forse spiegare perché egli sembra avere tanta fretta. […] Che cosa crede il papa circa la fine dei tempi? […]
Io non lo conoscevo bene prima della sua elezione.Ho saputo di lui tramite i vescovi brasiliani, che lo conoscevano di più, e a loro ho fatto molte domande. […] Non sono andato a trovarlo da quando è stato eletto. […] Papa Francesco non lo conosco abbastanza. Certamente lo rispetto come papa, ma mi manca ancora una comprensione di che cosa intenda fare.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2014-11-25 13:53:522021-04-21 00:34:00I precisi confini della infallibilità: il Sommo Pontefice come dottore privato
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