Antonio Livi ( 1938-2020 )
Presbitero e Teologo


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Perché non possiamo dirci tradizionalisti ma nemmeno progressisti

— editoriali dell’Isola —

 

PERCHE NON POSSIAMO DIRCI

TRADIZIONALISTI

MA NEMMENO PROGRESSISTI

I cattolici che militano nelle diverse fazioni ideologiche ragionano e scrivono di argomenti ecclesiali con un linguaggio che ha senso solo nelle analisi sociologiche al servizio della dialettica politica, a cominciare dai termini più usati, come tradizione in opposizione e progresso, conservazione in opposizione a riforma, continuità in opposizione a rottura. Invece noi ragioniamo e scriviamo in termini unicamente teologici. Noi siamo convinti che, quando si tratta delle questioni di fondo riguardanti la vita della Chiesa, nessuno può fare un discorso serio e costruttivo che sia utile al popolo di Dio, se non ricorrendo alle categorie e ai principi della scienza teologica.

 

Autore Antonio Livi

Autore
Antonio Livi

 

Le note e i commenti sull’attualità ecclesiale che noi dell’Isola di Patmos andiamo pubblicando in questi mesi potrebberosangiovanni2.jpg sembrare, per un lettore che fosse in qualche modo prevenuto, un ennesimo contributo all’annosa polemica tra cattolici “conservatori”, o “tradizionalisti”, sia moderati che estremisti; e cattolici “progressisti”, o “riformatori”, sia moderati che estremisti. Le virgolette che ho usato per ognuna di queste etichette stanno a indicare che tali posizioni ideologiche sono qualifiche sociologiche — di sociologia della cultura e di sociologica religiosa — che alcuni si affibbiano reciprocamente in una schermaglia retorica dove scarseggia il realismo teologico e abbonda la fabulazione idealistica. In realtà nessuna di queste posizioni si trova effettivamente allo stato puro, in forma coerente e completa, in una persona singola, nella coscienza di un credente in carne e ossa che abbia a cuore le sorti della Chiesa in generale e della propria anima in particolare. Ma dell’irrealtà prodotta dalla visuale sociologistica delle cose della fede cattolica dirò più avanti.

Autore REDAZIONE dell'Isola di Patmos

L’aquila simboleggiante l’Apostolo Giovanni

Ora voglio dire che sbaglia di grosso chi ama collocare noi dell’Isola di Patmos da una parte o dall’altra di questa barricata virtuale. Io e gli altri scrittori dell’Isola di Patmos siamo accusati da taluni di essere troppo ostili ai lefebvriani e ai sedevacantisti, così come altri ci accusano di non essere abbastanza “bergogliani”  — circola in Italia questa denominazione tragicomica —, per il fatto che non ci accodiamo alle litanie di chi plaude in ogni occasione alle  — presunte — intenzioni riformistiche e/o rivoluzionarie di Papa Bergoglio. Tutti si sentono autorizzati a etichettarci, anzi pretendono che noi stessi ci auto-etichettiamo schierandoci ufficialmente da una parte o dall’altra; e siccome noi rivendichiamo il nostro sacrosanto diritto di non schierarci affatto, ecco che allora ci troviamo a essere il bersaglio del fuoco incrociato dei fanatici dell’una o dell’altra parte.
I progressisti amano ricorrere al vecchio ma retoricamente sempre utile ragionamento leninista in base al quale «chi non è rivoluzionario è complice della classe al potere». In Italia si preferisce da sempre la versione gramsciana, sostenendo che ogni intellettuale deve essere «organico alla rivoluzione». Si tratta comunque di un ragionamento che, tradotto nel “politichese” di oggi, suona così: “l’equidistanza è un modo subdolo di appoggiare la parte cui segretamente si appartiene”. Invece di tradizionalisti ci accusano di essere “normalisti”, di chiudere gli occhi alla tremenda realtà della crisi che affligge la Chiesa, ragione per cui ci giudicano irresponsabili e non esitano a sbatterci in faccia i rimproveri che la Scrittura rivolge ai cattivi pastori e ai falsi profeti: «cani muti», «ciechi che guidano altri ciechi» eccetera.

GERMANY, Bonn, "Online" - Human miniatures on a computer keyboard.

… non ci schieriamo per nessuna fazione

Noi diciamo ancora una volta che non ci schieriamo per nessuna fazione, perché siamo convinti che per essere coerentemente cattolici non è necessario essere faziosi. Anzi proprio la coerenza nella fede cattolica suggerisce di non assumere atteggiamenti e linguaggi che sono propri delle fazioni, dei partiti, delle ideologie. Tanti anni fa un santo sacerdote ammoniva a non ridurre la santa Chiesa a una delle tante chiesuole che sempre si sono formate in seno alla Chiesa e che tendono a polemizzare l’una con l’altra o cercare di fare proseliti l’una contro l’altra: diceva: «Io non sono fanatico di nessuna forma di apostolato, nemmeno di quella praticata dall’opera che io ho fondato» … Le chiesuole nuocciono all’unità della Chiesa e si oppongono alle esigenze della carità tra i suoi membri, anche quando non si costituiscono in vera e propria setta, del tipo di quelle sette che si formarono già ai primordi della Chiesa, come testimoniano le recriminazioni in proposito che leggiamo nelle lettere di san Paolo e in quelle di san Giovanni. Ogni chiesuola con propensione a diventare setta si arroga l’interpretazione infallibile della verità  — appellandosi alla Tradizione, allo spirito del Concilio o direttamente allo Spirito Santo —, ma il fanatismo non ha nulla di divino e invece è qualcosa di “umano, troppo umano”, come diceva Nietzsche a proposito di ben altro. Il fanatismo è prodotto dalle peggiori miserie dello spirito  — la presunzione, l’ambizione, l’esaltazione del gruppo di appartenenza, il particolarismo, l’esclusivismo, l’invidia sociale —, miserie che la coscienza dei singoli può riconoscere facilmente ma che poi vengono “sublimate”, direbbe Freud, quando l’individuo si appoggia psicologicamente ad altri e si forma lo “spirito di gruppo”, con il quale è facile trovare mille giustificazioni pragmatiche per le cose ingiuste che si pensano, si dicono e si fanno.

L’ideologia?

No, grazie! Se si tratta della Chiesa

preferisco la teologia

 

karl marx

il pensatore tedesco Karl Marx

Cardinale Marx

un omonimo tedesco: il Cardinale Reinhard Marx

La critica dell’ideologia è nata con Marx, e i marxisti, anche nel Novecento  — ad esempio, il francese Louis Althusser — hanno creduto di combattere e di vincere l’ideologia “borghese” con la “scienza”, che per loro era solo il marxismo. Progetto fallito, perché in politica  — o in economia politica — non c’è alcuna possibile scienza, e il marxismo, come io ebbi a scrivere tanti anni or sono, altro non è se non un’ideologia tra le altre, “l’ideologia della rivoluzione” (1). Quando invece si tratta della verità rivelata, fondamento della fede della Chiesa, allora la scienza esiste, ed è la teologia. E la teologia è la critica di ogni ideologia all’interno della Chiesa. È infatti la teologia la coscienza critica della fede cattolica, essendo basata per statuto sul presupposto della distinzione tra il dogma e l’opinione, tra verità comune a tutti i credenti e una ipotesi di interpretazione e/o di applicazione pastorale. Solo chi esamina la realtà ecclesiale con un criterio teologico è capace di distinguere un’opinione dal dogma, e solo a partire da questa distinzione può e deve criticare qualsiasi opinione, anche legittima, che voglia spacciarsi per verità assoluta, identificandosi così con il dogma. Un’opinione teologica che ignori i propri limiti deve essere criticata, perché va contro lo statuto epistemologico della teologia, assolutizzando se stessa ed escludendo le altre opinioni, anche quelle che dovrebbero essere considerate — perché lo sono — altrettanto legittime.

vera e falsa teologia

L’opera di Antonio Livi: Vera e falsa teologia

In un saggio pubblicato un paio di anni or sono dicevo che un grave peccato contro la fede comune è appunto quello che tante scuole teologiche hanno fatto, nella storia della Chiesa, assolutizzando la propria posizione e “scomunicando” quelli che ne sostengono altre (2).
Ma si può applicare, in pratica, questo criterio così rigorosamente teologico? Certamente, lo stiamo applicando noi dell’Isola di Patmos. Lo applichiamo ricavando, appunto, dalla buona teologia la necessaria distinzione tra “dogma e “opinione. Questa distinzione è classica, tant’è che ha ispirato i padri della Chiesa a formulare questo chiarissimo e utilissimo programma di dialettica ecclesiale: “In necessariis, unitas; in dubiis, libertas; in omnibus caritas!”. Ci atteniamo a questo criterio per agire sempre come cattolici senza etichette, come cattolici senza paraocchi, come cattolici non ottusi ma open minded, cioè davvero aperti con la mente e con il cuore a valorizzare ogni contributo che sembri utile alla comprensione della verità rivelata. Per questo siamo abituati a proporre ogni nostra riflessione sulla fede e sulle vicende umane della Chiesa come un’opinione tra le altre possibili, ossia come una tesi che intende essere davvero rispettosa delle altre e anche accogliente riguardo alle altre. Noi infatti non cadiamo nell’errore di fare di tutte le erbe un fascio, etichettando un autore come “amico o “nemico solo perché appartenente ad una determinata corrente teologica, a una testata giornalistica o a un certo gruppo ecclesiale, senza vagliare, caso per caso, se quello che dice in una data occasione, è plausibile. Se lo è, noi non esitiamo a citarlo o addirittura a pubblicarlo, avvertendo chi non lo dovesse capire da solo che approvare una singola tesi di una autore non significa mai “sposare” ogni sua opinione e ogni sua intenzione. Nemmeno significa sentirsi solidali o complici di tutte le cose che i suoi amici o sodali hanno fatto o vogliono fare. Si tratta di “distinguer pour unir” come diceva Maritain parando di altro (3): in questo caso, si tratta di distinguere il dogma dall’opinione, per unire sempre nella fede comune tutti coloro che a torto vengono ritenuti — o si ritengono essi stessi — separati o emarginati o esclusi per il fatto di adottare diversi punti di vista teoretici o diversi metodi pastorali legittimi, cioè compatibili con la fede della Chiesa.

radaelli

l’opera del filosofo Enrico Maria Radaelli

Il criterio che ho esposto è il medesimo criterio che mi ha portato, anche prima di partecipare all’impresa apostolica dell’Isola di Patmos, a scrivere prefazioni o postfazioni a libri di autori dei quali non condivido affatto l’ideologia ma che scrivono anche cose che mi sembrano degne di essere prese in considerazione sine ira et studio. Mi viene in mente la prefazione che ho scritto per un libro sulla preghiera del liturgista claretiano Matias Augé, che contiene idee condivisibili, anche se altrove egli si è schierato a favore di una ancora più radicale riforma liturgica secondo l’orientamento prevalente, che è quello progressista (4); così come posso menzionare le prefazioni che ho scritto per tre saggi ecclesiologici di Enrico Maria Radaelli, uno studioso laico, discepolo di Romano Amerio, che invece si dichiara tradizionalista, anche se poi, di fronte alle mie riserve, ha voluto correggere la dizione dicendosi “tradizionista”, il che non cambia la sostanza: sempre di un’ideologia si tratta (5). Ma, come ho detto, in un quadro globale di ideologia si possono trovare e valorizzare tesi di valore autenticamente teologico, e io ci tengo a valorizzarle, perché non sono accecato dal fanatismo né perseguo fini ideologici di sorta.

La serietà dei temi teologici

non ammette le semplificazioni e le generalizzazioni

che sono strumentali all’ideologia

 

Bernard fellay 2

Il Vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità di San Pio X durante un pontificale

abusi liturgici

un vescovo durante una “sceneggiata” liturgica con i clows sul presbiterio

Nei ragionamenti dei tradizionalisti e dei progressisti io vedo troppa approssimazione nella raccolta dei dati e nella loro interpretazione, così come vedo troppa acqua (eventi ecclesiali) portata al proprio mulino (interessi umani, individuali o di gruppo). Noi dell’Isola di Patmos ci asteniamo dal fare discorsi ideologici, a proposito delle vicende della Chiesa, perché sulla Chiesa vogliamo fare solo discorsi teologici. Le critiche o il disprezzo di coloro che non comprendono le ragioni della nostra neutralità in rapporto alla grande guerra tra fazioni non ci riguardano e non ci interessano. I temi che costoro affrontano (il dogma, la pastorale, la liturgia, il concilio ecumenico, il sinodo dei vescovi, le conferenze episcopali, i teologi eccetera) certamente ci interessano, ma non vogliamo affrontarli “con” loro (come fazione), almeno non “come” loro (quando parlano come esponenti di una fazione). Loro tramutano una serie di frammenti di verità (rilevamenti storici e sociologici, per la loro stessa natura provvisori e parziali) in una visione globale delle vicende mondane, ivi comprese le vicende esteriori della Chiesa cattolica. A forza di estrapolare dai fenomeni osservati qualche teoria generale (cosa che è epistemologicamente scorretta, perché in nessuna scienza è ammessa l’induzione illegittima), hanno creato personaggi ed eventi immaginari, che inducono la loro audience allo sconforto apocalittico o alla speranza messianica. Tutti ricordano le accorate riflessioni di Benedetto XVI sul concilio del media, un evento immaginario che ha fatto esultare per mezzo secolo i fans della grande Riforma filo-luterana e ha fatto piombare nella disperazione i fans della Tradizione dura e pura.

isoladipatmosAttenzione: noi dell’Isola — io in particolare — non disprezziamo né condanniamo nessuno di questi osservatori romani che hanno voluto schierarsi da un parte o dall’altra. A volte si tratta di persone intelligenti, colte e animate dalle migliori intenzioni di servizio alla Chiesa. Ma io non ho mai potuto condividere — da un punto di vista teologico — il giudizio sommario che alcuni autori hanno voluto e vogliono tuttora formulare sulla vita della Chiesa “come tale”, ritengono di aver potuto valutare adeguatamente il bene o il male che determinati eventi producono nel Corpo mistico di Cristo. Nelle opere di questi autori non mancano analisi profonde e valutazioni in gran parte condivisibili, ma io noto sempre anche la pretesa di una sintesi impossibile e dunque infondata. Mi domando: qual è il referente reale dei loro discorsi? Quando parlano di “Chiesa” o di “cattolicesimo” a che cosa concretamente si riferiscono? Noi uomini — dobbiamo ammetterlo se abbiamo nozioni teologiche di base — nulla sappiamo dei progetti di Dio e del suo intervento nel segreto delle coscienze di ogni uomo. Questa è una verità elementare che tutti gli autori cui mi riferisco in teoria ammettono; ma allora, perché immaginano di poter sapere come va e dove va la Chiesa “come tale”? Essi di fatto si limitano ad analizzare e a valutare alcune poche cose tra quelle che esteriormente appaiono nella condotta degli uomini di Chiesa, e/o nei documenti dottrinali e disciplinari, nel costume dei fedeli nelle varie parti del mondo cattolico. Sanno bene di riferirsi a poche misere evidenze empiriche, ma poi si lanciano a prospettare eventi epocali e a profetizzare una e ancora un’altra “nuova Pentecoste, oppure a diagnosticare malattie mortali per la Chiesa, ritenendo di avere tutti i dati necessari per applicare con certezza al tempo presente le profezie dell’Apocalisse sulla “grande apostasia.

Gli uni e gli altri sono liberi di congetturare in positivo o in negativo il presente e il futuro della Chiesa, ma non certamente con laideologia pretesa che tali fantasticherie siano certezze teologiche. Il linguaggio è certamente teologico, ma il messaggio è ideologico, non teologico. Occorre avere sempre presente che un messaggio è teologico se si può tradurre in questi precisi termini epistemici: è “una cosa che ha rivelato Dio”, o almeno si deduce logicamente da quello che ha rivelato. Parlare delle cose della Rivelazione “con timore e tremore” è proprio del vero credente e del vero teologo. Invece, ostentare una sicurezza senza fondamento scientifico alcuno è quello che si fa in ogni parte del mondo quando si parla di politica — il linguaggio della politica è sempre fatto di retorica su base sociologica — ed è quello che si fa in ambito teologico quando l’intentior profundior di chi tratta i problemi della Chiesa è ideologica più che teologica. Ecco allora che spetta alla teologia, per un dovere di chiarezza nei confronti dell’opinione pubblica cattolica, prendere le distanze dall’ideologia conservatrice come da quella, progressista.

vitello oro

uno dei risultati naturali più antichi dell’ideologia: il vitello d’oro

I cattolici che militano in una di queste fazioni ideologiche ragionano e scrivono di argomenti ecclesiali con un linguaggio che ha senso solo nelle analisi sociologiche al servizio della dialettica politica, a cominciare dai termini più usati, come “tradizione in opposizione e “progresso,” “conservazione in opposizione a “riforma, “continuità in opposizione a “rottura. Invece noi — lo ripeto — ragioniamo e scriviamo in termini unicamente “teologici”. Noi siamo convinti che, quando si tratta delle questioni di fondo riguardanti la vita della Chiesa, nessuno può fare un discorso serio e costruttivo — utile cioè al popolo di Dio — se non ricorrendo alle categorie e ai principi della scienza teologica. Studiare i problemi attuali della Chiesa con le categorie e con i principi della scienza teologica vuol dire essere umili — perché la teologia obbliga a rispettare i limiti della comprensione umana dei misteri rivelati, rinunciando alle pretese del razionalismo — ma è l’unico modo di evitare discorsi superficiali e frivoli, per rispondere invece alle esigenze dell’apostolato. Perché è l’apostolato ciò a cui noi miriamo sempre, prima con il ministero sacerdotale e poi anche con gli scritti. Ciò che ci muove e ci guida, come sacerdoti di Cristo, è sempre e solo la nostra responsabilità pastorale, il dovere di contribuire alla vita di fede delle persone con le quali entriamo in contatto direttamente o indirettamente.

In che cosa consiste l’approccio teologico

 

oro

“l’oro autentico non ammette aggettivi”

Il primo compito del lavoro teologico è indicare sempre, in ogni occasione e su qualsiasi argomento, quali siano gli “articuli fidei”, ossia quelle poche e certissime verità che debbono orientare il pensiero e la prassi di tutti i cattolici, a prescindere dalle libere opinioni che riguardano l’interpretazione scientifica e l’applicazione pastorale — di per sé contingente — del dogma. Per questo dicevo che il criterio teologico è l’unico capace di distinguere, nei discorsi sulle realtà ecclesiali, il dogma dall’opinione, evitando di relativizzare i dogma e assolutizzare l’opinione, come fanno le ideologie di qualsiasi tipo. Noi dunque non ci schieriamo con i conservatori o con i progressisti perché teologicamente queste denominazioni non hanno senso. Non avrebbe senso professarci “cattolici tradizionalisti” o “cattolici progressisti”, perché davanti a Dio e davanti al popolo di Dio importa solo professare la fede cattolica ed essere fedeli alla dottrina della Chiesa. Ed la fedeltà alla disciplina della Chiesa e alla sua dottrina ammette molte vie diverse, molte modalità espressive e molte declinazioni operative. Noi siamo e ci diciamo semplicemente “cattolici”. Diceva quel santo che citavo prima che “l’oro autentico non ammette aggettivi”, e infatti, se uno vende oro con qualche aggettivo vuol dire che quello che vuole spacciare per oro è qualche altra cosa. Di fronte ai problemi del dogma e della pastorale, l’unica cosa che conta è individuare, professare e difendere la verità della fede cattolica, che è comune a tutti e nella quale non ci possono essere divisioni, fazioni o partiti.

libertà di pensiero

“si ha tutto il diritto di giudicare i fatti che avvengono e le idee che circolano nella Chiesa, ma l’importante è non trasformare il giudizio su singoli fatti, verificabili e giudicabili con criteri cristiani, in un giudizio globale su persone, dottrine e istituzioni”

Ma allora, non si ha la libertà di pensiero? Non ci si può fare un’opinione sulle cose che avvengono nella Chiesa e che sono sulla bocca di tutti? Non è legittimo esprimere die giudizi di valore circa le attuali tendenze ecclesiali siano esse di riforma del papato in senso “sinodale” o di conservazione delle strutture tradizionali? Non si può essere contro la riforma liturgica di Paolo VI e a favore del “Vetus Ordo” o viceversa? Insomma, i cattolici hanno il diritto di pensare e di qualificarsi come conservatori o come progressisti? La risposata a domande del genere è scontata: certamente si ha tutto il diritto di giudicare i fatti che avvengono e le idee che circolano nella Chiesa, ma l’importante è non trasformare il giudizio su singoli fatti, verificabili e giudicabili con criteri cristiani, in un giudizio globale su persone, dottrine e istituzioni, facendo di tutte le erbe un fascio e mancando sistematicamente alla carità e alla giustizia. Soprattutto, non si può trasformare un’opinione — per sua natura ipotetica e contingente — in un sistema di pensiero apodittico. Non si può estrapolare da osservazioni empiriche di dettaglio una legge scientifica generale che travalichi ogni limite di verificabilità e ogni giustificazione epistemica. In altri termini  — in termini rigorosamente logici — non si può passare da opinioni ben circoscritte nella materia e nel tempo a un’ideologia. L’ideologia è l’arma preferita della politica ma è la negazione della consapevolezza critica che regge il lavoro di ogni scienza, anche e soprattutto della scienza teologica. Sicché può succedere che una opinione, circoscritta a uno specifico tema e dunque perfettamente legittima, tanto che chiunque la esamini spassionatamente debba considerarla ammissibile e condivisibile, diventi poi, se chi la difende si mette scriteriatamente ad assolutizzarla, un’ideologia totalizzante, che genera fanatismi. (En passant, ricordo che “fanatico” è un aggettivo con cui i teologi dell’antichità cristiana designavano i pagani che celebravano i loro culti nei boschi sacri).

Credo1

Simbolo di fede niceno-costantinopolitano

Il principio dal quale partire all’inizio di ogni ragionamento riguardante la Chiesa — per poi ripartire ogni volta che le cose si complicano e manca la chiarezza — è questo: bisogna mantenere sempre quello che per grazia di Dio noi cristiani abbiamo come criterio teologico assolutamente certo, ossia che «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità». Ma la conoscenza della verità rivelata, fede che ci salva, non è mai la fede “soggettiva” — luterana, modernista —, una verità che possa essere arbitrariamente inventata da qualcuno: è sempre e solo la fede professata dalla Chiesa, ossia il dogma. Nel dogma — il “Simbolo degli Apostoli” o il “Simbolo Niceno-costantinopolitano”, ossia il “Credo” che recitiamo la domenica nella Santa Messa — noi tutti ci riconosciamo pienamente d’accordo e siamo perfettamente uniti. Poi, a partire dal dogma, sono possibili e di fatto storicamente si producono molte “interpretazioni” teoretiche e “applicazioni” pratiche. Tali interpretazioni e applicazioni sono sempre legittime e anche utili alla vita della Chiesa se restano assolutamente fedeli al dogma dal quale partono, altrimenti si tratta di corruzione della vera fede (eterodossia) o di deviazione dalla retta via indicata da Cristo (scisma). La distinzione concettuale tra dogma e opinione teologica, tra verità indiscutibile e ipotesi ammissibile, è ardua ma necessaria, e a illustrarla in termini rigorosamente scientifici ho dedicato il mio trattato su “Vera e falsa teologia”, che i credenti avvezzi a leggere i quotidiani e le riviste “cattoliche” più che i testi di studio hanno volutamente ignorato, mentre i teologi che in quel libro ho criticato hanno cercato in tutti i modi di toglierlo dalla circolazione (6).

Perché è inutile o addirittura dannoso

l’approccio meramente sociologico

alla vita della Chiesa

 

teologia preghiera

la teologia si fa pregando

pugili

l’ideologia si fa litigando

Per chiarire ancora ciò che distingue l’approccio teologico da quello ideologico alla vita della Chiesa, faccio notare che le ideologie ecclesiali di ogni tipo — dagli estremi del tradizionalismo anti-conciliarista e del progressismo conciliarista riformatore, alle tante posizioni che si presentano come “moderate”, come una “terza via” — si basano volentieri su rilevamenti sociologici, addirittura ai dati statistici. E quanto più gli argomenti sono di questo genere, tanto più il criterio autenticamente ecclesiale viene offuscato. Io vorrei richiamare l’attenzione di chi parla e scrive di problemi ecclesiali su quanto sia inutile, quando non è proprio dannoso, l’approccio sociologico alla vita della Chiesa, perché qualunque considerazione che si basi sui dati — empirici o scientifici — della sociologia religiosa non riesce a toccare nemmeno superficialmente la realtà effettiva della vita della Chiesa. La Chiesa, infatti, è un mistero soprannaturale; della sua vita reale, ossia della grazia che santifica e salva le singole anime nella concretezza della storia umana, noi non possiamo sapere nulla e ci dobbiamo accontentare delle verità meta-storiche che Dio stesso ci ha rivelato. Non posiamo sapere con certezza, al di là delle apparenze che sono sempre ingannevoli, chi appartenga effettivamente, in questo momento, al corpo mistico di Cristo è la Chiesa, così come non possiamo pretendere di sapere quali siano concretamente i piani della Provvidenza che la governa realmente, «volgendo ogni cosa al bene di coloro che amano Dio», come è scritto nella “Lettera ai Romani”. Di ciò che realmente è un bene o un male nella vita della Chiesa noi credenti abbiamo solo qualche indizio attraverso la fede nella rivelazione divina, e poi qualche verifica sperimentale nell’esame della propria coscienza (cioè nell’esperienza mistica, anche ordinaria, che consente al credente di rilevare, alla luce della fede, gli effetti sensibili dell’azione invisibile della grazia divina), come pure nell’esperienza pastorale (cioè nei risultati visibili dell’azione apostolica volta all’incremento della fede del prossimo).

treno moderno

treno evoluto …

treno antico

treno involuto …

Il progresso o l’involuzione dei quali parlano tanto, in chiave sociologica, i progressisti e i conservatori sono tutt’al più ipotesi degne di rispetto – nel caso che le intenzioni siano davvero buone – ma non sono mai da prendere troppo sul serio, perché – ripeto – mancano di serietà scientifica, osservano solo i fenomeni di massa, giudicano situazioni che non possono valutare in profondità, nella concretezza esistenziale della vita cristiana, dove si combatte la quotidiana battaglia tra la grazia e il peccato. Anche per i progressisti e i conservatori, chiusi nei loro schemi ideologici, vale l’ammonimento dello Spirito Santo per bocca dell’Apostolo: «Parlano di ciò che non conoscono». Noi dell’Isola di Patmos, ben sapendo che dobbiamo parlare solo di ciò che conosciamo — dice san Paolo: “Credo, e per questo parlo” —, non ci facciamo i portavoce di quei profeti tristi che annunciano uno scisma imminente, e nemmeno di quei profeti ilari che annunciano l’avvento del Regno attraverso una nuova Chiesa “ecumenica e sinodale”. Noi ci dedichiamo a ricordare a tutti che la sociologia religiosa e la politica ecclesiastica forniscono dati di scarso interesse per la vita cristiana dei singoli fedeli, ai quali va annunciato, in ogni epoca e in ogni circostanza socio-politica, la verità del Vangelo sine glossa, come diceva san Francesco. O meglio, con tutte le glosse necessarie per poter distinguere quello che è l’essenziale (il dogma) da quello che è accidentale (le opinioni teologiche).

triregno

… e le porte degli inferi non prevarranno su di essa

Il riferimento costante di ogni discorso propriamente teologico non sono i movimenti delle masse anonime rilevabili sociologicamente: è la vita di fede di ogni singola persona, direttamente o indirettamente raggiungibile con il messaggio, la quale deve accogliere nel suo cuore la verità rivelata, che è la sola speranza di salvezza. Per questo ogni discorso propriamente teologico si deve basare sempre e solo sul dogma, sulla dottrina certa della Chiesa che si esprime in enunciati formali (le formule dogmatiche), che non danno adito a dubbi e non sono suscettibili di interpretazioni contraddittorie. Grazie a Dio, per quanto possano essere o sembrare sconcertanti le vicende ecclesiastiche degli ultimi decenni, tutti noi cattolici continuiamo ad avere come punto di riferimento certissimo e attualissimo il dogma, elaborato dalla tradizione ecclesiastica con un’evoluzione omogenea che parte dagli Apostoli e arriva fino all’ultimo concilio ecumenico; un dogma che tutti possono trovare chiaramente esposto e opportunamente sintetizzato nel “Catechismo della Chiesa cattolica”, che è uno dei meriti storici del papa che lo ha voluto (san Giovanni Paolo II). A chi dice stoltamente che esso è “superato” — se ne rallegra o se ne affligge — va ricordato che si tratta di un documento del magistero post-conciliare che non è stato abrogato da alcun atto ufficiale del magistero stesso, né mai può esserlo. La Chiesa è di Cristo, ricordava Benedetto XVI nel momento di rinunciare al ministero petrino, e per questo essa è indefettibile, ossia non potrà mai soccombere alle “porte degli inferi”. Sarà sempre mater et magistra. I sacerdoti Giovanni Cavalcoli, Ariel S. Levi di Gualdo ed io ne siamo certi perché lo ha detto Lui, non perché lo abbiamo sentito dire da un qualche teologo, conservatore o progressista che sia.

Introitus Dominica Secunda Adventus

Gli Autori dell’Isola di Patmos promuovono la tutela del patrimonio del buon canto e del latino liturgico

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NOTE

(1) Vedi Antonio Livi, Louis Althusser: “Pour Marx”, Emesa, Madrid 1973; Fernando Ocariz, Il marxismo, ideologia della rivoluzione, a cura di Antonio Livi, Ares, Milano 1976.
(2) Cfr Antonio Livi, Interpretazione o ri-formulazione del dogma?, in Verità della fede. Che cosa credere e a chi, a cura di Gianni Battisti, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013, pp, 21-94.
(3) Cfr Jaques Maritain, Distinguer pour unir, ou Les Degrés du savoir, Desclée de Brouwer, Paris 1931.
(4) Antonio Livi, Presentazione, in Matias Augé, Un mistero da riscoprire: la preghiera, Paoline, Cinisello (Milano) 1992.
(5) Cfr Antonio Livi, Presentazione, in Enrico Maria Radaelli, Il mistero della Sinogoga bendata, Effedieffe, Milano 2002, pp. I-IX; Idem, Introduzione. Le disavventure di un filosofo cristiano, in Enrico Maria Radaelli, Romano Amerio. Della verità e dell’amore, Costantino Marco Editore, Lungro di Cosenza 2005, pp. VII-XXVIII; Idem, Prefazione, in Enrico Maria Radaelli, La Chiesa ribaltata. Indagine estetica sulla teologia, sulla forma e sul linguaggio del magistero di Papa Francesco, Gondolin Edizioni, Verona 2014, pp. I-XX.
(6) Cfr Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012. Vedi anche La verità in teologia. Discussioni di logica aletica a partire da “Vera e falsa teologia” di Antonio Livi, a cura di Marco Bracchi e Giovanni Covino, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014.

Antonio Livi ( 1938-2020 )
Presbitero e Teologo


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Tre sacerdoti in barca verso il luogo dell’ultima rivelazione

TRE SACERDOTI IN BARCA

VERSO IL LUOGO DELL’ULTIMA

RIVELAZIONE

Autore Antonio Livi

Autore
Antonio Livi

 

Della Chiesa è utile parlare, quando ci si rivolge direttamente o indirettamente ai credenti, in termini rigorosamente teologici. Non è utile, anzi è dannoso parlarne in termini sociologici, perché questi costituiscono la materia della quale l’ideologia — non la fede — costituisce la forma. 

Raffigurazione dell'Apostolo Giovanni che redige l'Apocalisse a Patmos

Raffigurazione dell’Apostolo Giovanni che redige l’Apocalisse a Patmos

Chi, come i promotori di questa rivista telematica, vive la propria fede nella Chiesa con responsabilità genuinamente pastorale, limita i propri interventi sulle questioni di attualità ecclesiologica a considerazioni storico-dogmatiche che si mantengono sempre al livello che compete ad un discorso, appunto, rigorosamente teologico. L’aggettivo “teologico”, d’altra parte, ha senso solo se derivato da un concetto di teologia rigorosamente formulato d’accordo con la missione ecclesiale che la Chiesa ha sempre affidato ai teologi. Tale missione – che io ho esposto in termini scientifici nel trattato epistemologico intitolato Vera e falsa teologia (1) – consiste essenzialmente nel promuovere sempre e dappertutto la crescita della vita di fede tra i credenti attraverso l’ approfondimento dei contenuti razionali della dottrina rivelata, che il magistero ecclesiastico custodisce infallibilmente, interpreta autorevolmente e trasmette fedelmente in ogni tempo e in ogni luogo.

Le proposte teologiche, quale che siano le modalità linguistiche e concettuali della loro espressione, sono valide solo nella misura in cui partono dal dogma e lo illustrano attraverso ipotesi di interpretazione, da presentare sempre come provvisorie e relative, e da sottoporre sempre al vaglio e alla eventuale approvazione o riprovazione del magistero ecclesiastico.

isolotto

Approdo all’Isola …

Per queste solide e incontrovertibilmente valide ragioni, i promotori di questa rivista telematica sono soliti entrare nel dibattito teologico assicurandosi, con grande senso di responsabilità ecclesiale, che le loro opinioni non neghino nemmeno incidentalmente la verità del dogma, ossia la fede della Chiesa, comune a tutti prima e al di qua di ogni ipotesi di interpretazione teologica, finendo cioè per relativizzare ciò che in materia di fede è assoluto. Allo stesso tempo, essi cercano sempre di evitare l’uso di toni perentori, come se la loro interpretazione teologica fosse l’unica accettabile, con esclusione di tutte le altre; e finendo cioè per assolutizzare ciò che in materia di fede è relativo.

Siccome però non tutti coloro che intervengono nel dibattito teologico lachi mi vuole zitto pensano come noi, è successo che i nostri contributi scientifici siano stati talvolta respinti da testate giornalistiche a capo delle quali ci sono intellettuali cattolici di grande nobiltà d’animo ma anche troppo inclini a mescolare inavvertitamente opinioni rigorosamente teologiche con opinioni di altro genere: ideologiche, politiche … sempre sulla base di rilevamenti sociologici, spesso inevitabilmente parziali e sempre e comunque estranei alla sostanza soprannaturale della Chiesa di Cristo.

A woman dressed as a character from the nativity scene puts a lamb around the neck of Pope Francis as he arrives to visit the Church of St Alfonso Maria dei Liguori in the outskirts of Rome

Una immagine del Santo Padre al quale pongono un agnellino sulle spalle

Da questi intellettuali cattolici siamo anche stati talora accusati di non criticare apertamente il Santo Padre Francesco e di non denunciare le sue presunte intenzioni ereticali e pertanto di non opporci allo “scisma” che sarebbe in atto nella Chiesa. Noi non intendiamo però cedere a queste pressioni. Siamo convinti che il compito dei teologi non è quello di contribuire alla confusione dottrinale, equiparando ogni esternazione di un ecclesiastico a un pronunciamento definitorio del Magistero, o peggio ancora: interpretando ogni atto del Pontefice come adesione o promozione di una fazione ideologica all’interno della Chiesa. Fino ad ora, dal concilio ecumenico Vaticano II al Sinodo straordinario sulla nuova evangelizzazione in rapporto alla famiglia, non si ha alcuna notizia della pubblicazione di un pronunciamento ufficiale del Magistero con il quale sia stata modificata la sostanza di un dogma: né quello ecclesiologico, né quello riguardante i sacramenti del matrimonio, della Penitenza e dell’Eucaristia.

Spesso si è invece parlato di talune ambiguità nel testo di alcuni documenti del Vaticano II che intendevano proporre una formulazione nuova — nelle intenzioni, più comprensibile per la mentalità dell’uomo di oggi — della dottrina cattolica, ed è lecito deprecare rispettosamente tali ambiguità (2) e chiedere al Magistero postconciliare di chiarirle autorevolmente (3), ma senza confondere ancora di più la coscienza dei fedeli parlando in modo irresponsabile di “eresie”; cosa teologicamente insostenibile perché, stando ai documenti approvati dall’assemblea e confermati dal Papa, il Vaticano II non ha affatto introdotto nuove formule dogmatiche in opposizione o in sostituzione di quelle già sancite infallibilmente dai precedenti concili ecumenici.

papi postconcilio

Si è parlato anche di scelte operative, rispondenti a criteri prudenziali adottati dai Papi che si sono succeduti in questo periodo: il beato Paolo VI, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI. Scelte che possono essere giudicate inopportune o inefficaci, dal punto di vista pastorale, ma solo sulla base di criteri personali altrettanto opinabili, non certo sulla base di qualche criterio dogmatico o morale stabilito dalla Chiesa stessa per tutti coloro che esercitano il ministero petrino.

concilio foto

Assemblea di padri conciliari

Si è parlato infine, soprattutto, di interventi da parte di vescovi che furono padri conciliari, a suo tempo, e che oggi sono padri sinodali, i quali si sono espressi in termini dottrinalmente criticabili, e in effetti furono allora duramente criticati, anche da parte di altri padri conciliari, durante lo svolgimento del Concilio, così come oggi lo sono durante lo svolgimento del Sinodo che si concluderà solo alla fine del 2015, e con l’esortazione apostolica che di solito pubblica il Papa raccogliendo, a sua discrezione, i suggerimenti dell’assemblea. La storia e la cronaca di questa dialettica delle opinioni dei teologi e degli orientamenti pastorali dei vescovi, anche se suscitano allarme in chi giustamente ha a cuore le sorti della fede cattolica, non autorizzano però a parlare di un vero e proprio “scisma” in atto nella Chiesa, visto che le diverse opinioni “in corso d’opera” non “fanno testo”, ossia non costituiscono il magistero autentico dei vescovi in comunione con il Papa e non contribuiscono a formare  — e tanto meno a deformare — la fede della Chiesa.

mass media

il peso dei mass media nel falsificare spesso notizie sulla vita della Chiesa

Io queste cose le vado ripetendo da anni, senza essere né compreso né tanto meno approvato dai fanatici del cambiamento e della riforma, i quali si rifanno sistematicamente a teorie non solo scientificamente insostenibili ma addirittura chiaramente ereticali (4). Teorie che costoro hanno sempre cercato di imporre all’opinione pubblica cattolica attraverso un’immagine del Concilio come di una vera e propria rivoluzione dottrinale, interpretando i documenti di questo atto del magistero ecclesiastico solenne alla luce di un’arbitraria «ermeneutica della rottura», come ebbe a lamentare Papa Benedetto XVI. Il quale Papa Ratzinger parlò anche di un «Concilio dei mass media», che raccontava soltanto i retroscena dell’assemblea, privilegiando gli interventi di alcuni teologi e di alcuni padri conciliari per poter parlare di un’«anima del Concilio», di uno «spirito del Concilio», costruito artificialmente ignorando sistematicamente i testi ufficialmente approvati, che invece costituiscono i veri elementi di orientamento dottrinale dei fedeli e gli unici “dati” utili per una interpretazione rigorosamente teologica.

papa sinodo

Sinodo dei Vescovi 2014

Qualcosa di assai simile accade ai nostri giorni con il Sinodo. Anche oggi i progressisti o riformisti più fanatici vanno privilegiando gli interventi di alcuni teologi e di alcuni padri sinodali per immaginare una Chiesa che “va verso il futuro rompendo i ponti con il passato” e benedicendo tutto ciò che finora era stato denunciato come situazione di peccato e che non consentiva la piena comunione con la Chiesa se prima non ci fosse stata la conversione. Alcuni di costoro sono arrivati a presentarsi all’opinione pubblica cattolica come interpreti fedeli delle intenzioni del Papa, il che suona a sacrilega presunzione e ad ignobile manipolazione delle coscienze, ma non ha alcun valore teologico, perché del Papa, chiunque egli sia, importano ai fini dell’obbedienza nella fede, soltanto i suoi pronunciamenti ufficiali, quelli nei quali manifesta in actu l’intenzione di parlare come Pastore della Chiesa universale e di proporre la dottrina cristiana de fide et moribis, impegnando il carisma dell’infallibilità che gli è proprio in esclusiva.

Preti in barca

Raffigurazione pittorica della Chiesa di Cristo

Se dunque da una parte io sono stato combattuto dai progressisti o riformisti più fanatici e più dotati di mezzi di coercizione morale, ora che vengo combattuto anche dai più fanatici tra i tradizionalisti o conservatori, si capisce che sia divenuta un’esigenza vitale quella di trovare uno spazio pubblicistico che consenta di svolgere la propria missione apostolica senza dover prendere la tessera del partito progressista o di quello conservatore. Per questo ho accettato di buon grado la proposta fattami da don Ariel S. Levi di Gualdo di dare vita assieme a padre Giovanni Cavalcoli ad un sito in Internet che si dedichi solo all’orientamento dottrinale di fedeli attraverso studi teologici non strumentali alle ideologie e non legato a interessi politici; un sito che per questo vuole mettere al riparo da qualsiasi abusiva censura e che si impegna a sopravvivere autofinanziandosi.

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(1) Cfr Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012. Per una discussione di questa mia tesi, vedi La verità in teologia, a cura di Marco Bracchi e di Giovanni Covino, con interventi di Nicola Bux, Giovanni Cavalcoli, Christian Ferraro, Serafino Lanzetta, Dario Sacchi e Piero Vassallo, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014.
(2) È quanto ha fatto, tra gli altri, Enrico Maria Radaelli con il suo ultimo saggio, intitolato La Chiesa ribaltata. Indagine estetica sulla teologia, sulla forma e sul linguaggio del magistero di Papa Francesco, Edizioni Gondolin, Verona 2014.
(3) È quanto ha fatto, con fondati motivi pastorali, un teologo autorevole come Brunero Gherardini in Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento 2010.
(4) Vedi in proposito il mio primo contributo a questa rivista telematica: L’ecclesiologia storicistica di Hans Küng [qui].

Cliccare sotto per ascoltare un canto mariano della tradizione popolare

Giovanni Cavalcoli
Dell'Ordine dei Frati Predicatori
Presbitero e Teologo

( Cliccare sul nome per leggere tutti i suoi articoli )

L’apostolo Giovanni a Patmos

L’APOSTOLO GIOVANNI A PÀTMOS

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza di Cristo, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della Parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù  [Ap 1, 9]

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

Com’è noto l’isola di Patmos, dell’arcipelago della Grecia, è legata all’esilio di Giovanni Evangelista, l’Autore dell’Apoca127143422lisse, il quale esordisce appunto nel suo scritto con le seguenti parole: «Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza di Cristo, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della Parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù» [Ap 1,9].

L’Apostolo Giovanni ha sperimentato quelle sofferenze che Cristo prevede per coloro che lo seguiranno e che Egli stesso ha subìto dandoci l’esempio ed al contempo fornendoci coraggio, pazienza, consolazione e conforto, quando Gesù ci avverte che i discepoli saranno riprovati e subiranno ingiustizie e soprusi da parte delle autorità civili e religiose, saranno calunniati, emarginati, traditi ed abbandonati da parenti ed amici a causa del Vangelo. Ma essi devono ritenersi beati, perché patiscono quello stesso che hanno patito i profeti e lo stesso Figlio dell’uomo [Cf. Mt 5, 10-12].

La figura dell’ “esilio” in opposizione alla “patria” è tradizionale nella simbologia cristiana: l’uomo, cacciato dal paradiso terrestre, vive per ora in una terra di esilio, certo creata da Dio e non priva di bellezza, ma anche afflitta da molti mali e da molte miserie.

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raffigurazione della cacciata dal Paradiso

La vita cristiana comporta dunque la prospettiva di raggiungere la vera patria in cielo accettando serenamente l’esilio e preparandosi in esso all’ingresso nella vera patria della vita eterna. Come sappiamo, questo tema per il quale viviamo adesso in un basso mondo, nel quale siamo caduti dopo una prevaricazione originaria, staccandoci dalla divinità, non è assente neppure in certe antiche saggezze pagane, come per esempio in Platone, in Plotino, nello stesso gnosticismo e nella filosofia indiana.

La differenza col cristianesimo è data dal fatto che mentre queste visioni pagane sono dualistiche, per cui la disgrazia dello spirito umano è quella di essere caduto nella materia — che pertanto occorre abbandonare per raggiungere la pura spiritualità — nella concezione cristiana, che comunque accoglie un primato dello spirito sul corpo, anche il mondo materiale presente è sostanzialmente buono e creato da Dio, per cui non deve tanto essere abbandonato, quasi sia cattivo in se stesso, quanto piuttosto dev’essere liberato dal male. È ciò che è insegnato dal dogma della resurrezione della carne.

686865_John-w-arkCom’è noto Giovanni scrive a Patmos l’Apocalisse per confortare i cristiani e la Chiesa stessa nelle loro prove e sofferenze per la Parola di Dio. Che senso ha dunque intitolare questo sito al luogo nel quale l’Apostolo ed Evangelista ci ha dato l’esempio di tale sua eroica fedeltà al Signore?

I fondatori del sito: Monsignor Antonio Livi, il Padre Ariel S. Levi di Gualdo ed io, intendiamo riprendere ed applicare all’oggi il messaggio di Giovanni e mettere sotto il suo patronato e la sua intercessione la nostra iniziativa, nella comprovata certezza che anche nella Chiesa di oggi — e forse oggi più che mai — quei cattolici che vogliono vivere in pienezza la loro fede e la loro comunione ecclesiale con la Chiesa e col Successore di Pietro trovino nel messaggio apocalittico della Parola di Dio la luce per capire la situazione che la Chiesa sta vivendo e la saggezza e la forza per vivere oggi da fedeli figli della Chiesa.

fine del mondo

esplosione nucleare

Il termine apocalittico nel linguaggio volgare richiama l’idea di immani sconvolgimenti, sciagure e disastri; ma i biblisti sanno bene che apocalittico significa semplicemente riferimento al libro scritturistico dell’Apocalisse, la quale profetizza certamente quegli spaventosi eventi, ma in una ben precisa chiave teologica, che nulla ha a che vedere col morboso gusto disfattista per l’orrido ed il cataclisma fini a se stessi; e neppure per un catastrofismo pessimista, che non sa cogliere i valori e i lati buoni della Chiesa di oggi e gli elementi di speranza che le sono forniti dalla Provvidenza.

lo iettatore napoletanoNulla quindi abbiamo a che vedere con quei “profeti di sventura, amari e amareggianti, terrorizzati e terrorizzanti, disperati e disperanti, verso i quali San Giovanni XXIII mise in guardia la Chiesa nel suo famoso discorso programmatico Gaudet Mater Ecclesia di apertura del Concilio Vaticano II dell’11 ottobre 1962 [qui, qui].

È vero che il profeta biblico e in generale la profezia nella storia della Chiesa spesso denunciano peccati ed ingiustizie, alle quali faranno seguito i castighi divini; è vero che i mali e le sventure che essi individuano e evidenziano sono da loro presentati come effetti dell’infedeltà all’Alleanza, senza temere con ciò di disgustare e mettersi contro i potenti, i prevaricatori, i responsabili del governo civile e sacerdotale, sino a pagare a volte con la vita tale loro coraggiosa denuncia. Ma è altrettanto vero che i falsi profeti sono quelli che dicono, per puro interesse o per paura, che tutto va bene per non irritare i potenti, ed i delitti restino così impuniti.

Il bisogno più urgente della Chiesa di oggi, a nostro avviso è quello della concordia e della collaborazione reciproca fra i cattolici sulla base dell’unica fede custodita dal Successore di Pietro. Il Concilio Vaticano II, lo dice la parola stessa, è venuto per conciliare le opposte fazioni. Esso pertanto indica la via dell’unione e della pace, nella giustizia e nella verità. Disgraziatamente è Invece accaduto che a partire dall’immediato postconcilio i cattolici si sono divisi in due partiti, lefebvriani e modernisti, in lotta tra di loro ed entrambi rivendicanti l’autenticità dell’essere cattolico.

Indubbiamente la Chiesa in se stessa resta una, in quanto ciò è un fattore necessario della sua essenza. Tale unità si realizza nella comunione dei santi, ossia di coloro che sono in comunione visibile o invisibile di grazia tra di loro, nella partecipazione esplicita o implicita ai medesunità della Chiesaimi sacramenti e nell’obbedienza esplicita o implicita al Sommo Pontefice. Costoro rifiutano gli opposti estremismi, benchè in ciascuno di questi esistano valori ed una comunione parziale con la Chiesa. Ma il problema oggi è quello di congiungere di fatto valori parziali che son fatti di per sé per creare un’unica sintesi ed un unico organismo che è appunto la Chiesa nella pienezza dei suoi elementi, dei suoi carismi e dei suoi fattori. Invece gli opposti partiti, impossessatisi di una parte dei valori della Chiesa, oppongono una parta all’altra, anziché unirle assieme in quel tutto armonioso che è appunto la Chiesa. Così per esempio la conservazione dev’essere congiunta col progresso ed il perenne col mutamento, la Tradizione con la Scrittura, distinguendo la conoscenza di fede, che continuamente progredisce, dall’oggetto della fede che, come verità divina, è fissa ed immutabile. In tal modo si evita sia un rigido fissismo che un relativistico evoluzionismo.

Il punto della discordia tra le due parti è l’interpretazione del Concilio, per la quale entrambe ritengono di trovarvi una discontinuità col Magistero precedente, per il fatto che il Concilio avrebbe assunto in toto quella modernità che fino ad allora la Chiesa aveva combattuto: dunque un mutamento dottrinale, tale da assumere ciò che prima era rifiutato e condannato.

 Nei lefebvriani e nei modernisti questa interpretazione causa due effetti opposti o si inserisce in due opposti quadri di riferimento: per i lefebvriani il Concilio avrebbe tradito la Tradizione, mutato l’essenza della Chiesa, ed assunto gli errori del modernismo già condannati da San Pio X [vedere qui]. Da qui il rifiuto da parte dei lefebvriani della dottrine images.php-001nuove del Concilio giudicate false per non dire eretiche. Essi ritengono pertanto di doverle rifiutare appellandosi direttamente alla Tradizione, che il Papato postconciliare avrebbe abbandonato per lasciarsi influenzare dagli errori del mondo moderno [tra i numerosi esempi vedere qui]. Dal canto loro i modernisti hanno recepito l’intento del Concilio di proporre un cattolicesimo aggiornato e moderno, ma si sono fatti la convinzione che la Chiesa col Concilio abbia finalmente assunto, dopo secoli di chiusura, insensate condanne e sterile polemica, i valori della modernità,  per i quali si devono smentire o mutare o abbandonare i dogmi definiti nel passato. Ma ciò per i modernisti non fa alcun problema, perché secondo loro il Magistero della Chiesa non è infallibile, non esiste una verità immutabile, ma essa è sempre relativa all’evoluzione storica e alla diversità delle culture. Non esiste nulla di fisso e di stabile, ma tutto muta, tutto è in divenire, tutto è relativo. Dio stesso diviene. Credere che vi sia qualcosa che non muta, vuol dire aggrapparsi invano e stoltamente a ciò che inesorabilmente muta e scompare, a ciò che non è più attuale, vuol dire conservare ciò che non serve più, che non dice più nulla ed è superato dalla storia.

Ciò che era falso ieri per i modernisti è vero oggi e per non restare indietro nel cammino della storia, si deve stare all’oggi, non tpascendi_dominici-001ornare allo ieri. La verità è ciò che il mondo pensa oggi, non importa se in contrasto con quanto si pensava ieri, perchè oggi si è più avanzati di ieri. Non esistono valori perduti da recuperare, ma sempre occorre avanzare verso nuove conquiste. Non occorre verificare se il nuovo rispecchia il vero; il vero è semplicemente il nuovo un quanto nuovo. Dunque, per i modernisti il progresso dottrinale comporta del tutto normalmente contraddizioni con i precedenti insegnamenti della Chiesa. Si tratta in fondo della schema hegeliano del divenire. Così per costoro in passato la Chiesa si è sbagliata e finalmente col Concilio ha corretto i suoi errori, da tempo denunciati da riformatori del passato, come per esempio Lutero. Per questo l’ecumenismo viene inteso dai modernisti non in armonia con la conservazione integrale dei dogmi cattolici, ma come accoglienza di dottrine dei fratelli separati che in passato, soprattutto al Concilio di Trento, erano state condannate dalla Chiesa. Per cui non occorre aver nessuno scrupolo ad abbandonarle o quanto meno a relativizzare quei dogmi cattolici che non sono riconosciuti dai protestanti.

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il monaco agostiniano Martin Luther affigge le sue tesi sul portale della cattedrale

Questa affinità che i modernisti hanno con i protestanti li porta, ad imitazione di Lutero, a promuovere la conoscenza della Scrittura e del messaggio cristiano, nonchè  il progresso teologico senza tener conto del Magistero, ma appellandosi direttamente alla Bibbia o agli esegeti moderni, anche protestanti, così come i lefebvriani criticano il Magistero conciliare appellandosi direttamente alla Tradizione. Dunque sia gli uni che gli altri scavalcano il Magistero e si pongono al di sopra di esso e lo giudicano, anziché — come invece dovrebbero se fossero veri cattolici — accogliere docilmente e fiduciosamente dalla mediazione del Magistero l’interpretazione della Scrittura e della Tradizione.

C’è però questa differenza tra lefebvriani e modernisti, che mentre questi non hanno scrupoli a contestare certe dottrine del Concilio da loro giudicate superate o arretrate, come pure qualunque altro insegnamento della Chiesa in base al loro evoluzionismo dogmatico, i lefebvriani almeno sanno conservare con diligenza i dogmi del passato, tuttavia solo fino al Concilio, dopo il quale, secondo loro, il Magistero avrebbe tralignato, sicchè essi si sentono in dovere di custodire la “Tradizione” contro lo stesso Magistero.

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Isola delle Correnti nella punta estrema della Sicilia sud orientale, dove si incontrano le correnti dei tre mari della penisola italiana

Che nella Chiesa possano esistere due correnti, una sanamente tradizionalista, più sensibile alla conservazione dei valori più sacri e perenni, come per esempio quelli della liturgia, ed un’altra, più attenta all’elemento storico, allo sviluppo del dogma e al progresso della vita cristiana, corrente che potremmo denominare “progressista”, è cosa del tutto normale, utile ed anzi necessaria all’integrità e al buon andamento e funzionamento della Chiesa nel suo aspetto umano e sociale. Queste due correnti infatti, se restano nell’ambito dell’ortodossia e della disciplina ecclesiastica, sono fatte apposta per completarsi a vicenda e per collaborare tra di loro nella promozione dell’unica fede e dell’unica carità. Diventano invece nemiche tra di loro dividono la Chiesa quando, per ambizione, presunzione o bisogno di protagonismo, fuoriescono dalla retta fede, dalla comune obbedienza al Papa e dall’osservanza della medesima disciplina e carità ecclesiali. Occorre dunque adoperarsi affinché lefebvriani e modernisti, da buoni fratelli nella fede, giungano ad un accordo sulla base comune di quel cattolicesimo che pur tutti intendono professare. E’ dunque urgente, attuando veramente il Concilio, mettere in luce ciò che può favorire il dialogo e l’accordo, fattore che in ultima analisi si riassume, per dirla in breve, in una sincera integrale accettazione del Magistero della Chiesa, prendendo atto in particolare del fatto che le dottrine del Concilio attuano un progresso nella continuità.

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… besame mucho

I modernisti devono pertanto amare una sana modernità rinunciando al modernismo, mentre ai lefebvriani non è affatto proibito, anzi è grandemente lodevole, mantenere una speciale stima per la Tradizione, a condizione però di capire che il Concilio non la tradisce affatto, ma la conferma, la interpreta e la sviluppa. Occorre altresì che ognuna delle due parti riconosca i valori presenti nell’altra e rinunci a considerarsi come l’uni comodo di essere Chiesa escludendo o disprezzando l’altra.

Questa nostra rivista telematica intende modestamente ma sinceramente contribuire a questa preziosa opera di avvicinamento reciproco e di pacificazione, al fine di rendere la Chiesa di oggi una testimone più credibile al mondo della salvezza che Cristo ci ha donato.

Fontanellato, 1° ottobre 2014

 Cliccare qui sotto per ascoltare un canto mariano della tradizione popolare

Per conoscere la verità che vi farà liberi : “Siate perfetti nell’unità”

PER CONOSCERE LA VERITÀ CHE VI FARÀ LIBERI:  «SIATE PERFETTI NELL’UNITÀ» 

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Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti [Malachia 2,7]

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Questa rivista telematica nasce sotto gli auspici dell’Apostolo Giovanni e prende nome dall’Isola di Patmos che si trova nell’arcipelago delle Sporadi, a poche decine di chilometri dalla Città di Efeso, dove l’Apostolo fu esiliato per la sua predicazione e per la zelante testimonianza resa al Verbo di Dio fatto Uomo. Dopo la morte di Domiziano nel 96-98 divenne imperatore Nerva, ben più tollerante del suo predecessore verso i cristiani, l’Apostolo poté così tornare nella Città di Efeso e riprendere la sua predicazione. Giovanni morì ultra centenario attorno all’anno 104, consegnando le verità del Vangelo del Signore Gesù Cristo alle comunità cristiane del II secolo. Per quanto all’epoca fosse molto giovane, San Giovanni è da considerare come il primo apostolo conosciuto da Gesù e come l’ultimo degli apostoli viventi col quale si concluderà la missione apostolica dei Dodici scelti da Cristo.

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Scena dell’Ultima Cena: il giovane Giovanni reclinato sul Signore Gesù

L’Isola di Patmos nasce dal senso stesso della vocazione di tre sacerdoti, quando infatti il vescovo ci consacrò nel sacro ordine, ricevendo i doni di grazia dello Spirito Santo risuonò nelle nostre coscienze un invito che al suo interno racchiude anche un gravoso monito: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8, 32]. Il sacerdote di Cristo è quindi chiamato per vocazione e per sacro ministero ad essere libero ed a guidare i figli del Popolo di Dio verso la libertà; che non può essere mai una libertà soggettiva ma oggettiva, strutturata sul mistero originario stesso della Verità: la creazione [Cf. Gn 1, 1-5] al cui interno è contenuta la grande prova della libertà attraverso la creazione dell’uomo [Cf. Gn 2, 18-25].

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Il momento culminante della sacra ordinazione: la imposizione delle mani del Vescovo

Con i miei confratelli Antonio Livi e Giovanni Cavalcoli, abbiamo avuto modo di scambiarci più volte vicendevoli perplessità di cui desidero rendervi partecipi agli esordi di questa nostra rivista telematica. Con aria disincantata ci dicemmo un giorno l’un l’altro: in questo clima di caos intra ed extra ecclesiale noi abbiamo il privilegio di essere bastonati da destra e da sinistra, dai modernisti e dai “tradizionalisti”. E qui il virgolettato è di rigore, perché mai come negli ultimi decenni è stato fatto un uso distorto del termine: “tradizione”. Ogni cattolico è infatti un fedele tradizionalista chiamato come tale a difendere ed a diffondere quella traditio catholica che prende vita sin dalla prima epoca apostolica e che si sviluppa attraverso l’esperienza dei Santi Padri della Chiesa e dei grandi concili, che sono tutti validi e fonte di verità, dal Concilio di Nicea sino a quel Vaticano II che certi cattolici tentano da anni di sminuire attraverso disputationes costruite su tesi errate presentate in modo sibillino: « … in fondo, il Vaticano II, è stato solo un concilio pastorale».

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Tema questo molto articolato più volte trattato nei nostri scritti e sul quale non indugio oltre, perché tutti e tre avremo modo di ritornarvi sopra dalle colonne dell’Isola di Patmos, chiarendo in verità e nel più aderente ossequio alla dottrina della Chiesa che il termine “pastorale”, tanto più applicato ad un concilio ecumenico, non può divenire sinonimo di … “Quindi non conta niente”, in quanto “solo pastorale”, vale a dire: “Concilio di terza classe”.

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È vero che il Vaticano II non decreta nuovi dogmi e che si “limita” a ribadire tutte le verità dogmatiche della fede cattolica, ma attraverso i suoi documenti sancisce delle dottrine vincolanti per l’intera orbe catholica, alla quale chiunque lo voglia può anche ribellarsi, ma uscendo in tal modo dalla comunione ecclesiale. Già i nostri progenitori scelsero di ribellarsi a Dio all’alba dei tempi con deciso e libero arbitrio [Gen 3, 1-13]. E Dio, più che cacciarli dall’Eden, prese atto che avevano fatto la loro libera scelta cacciandosi da se stessi dalla sua grazia e dalla sua gloria [3, 22-24].

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La Chiesa, che in duemila anni di storia ha percorso traversie dinanzi alle quali si rafforza la nostra fede — perché se essa non fosse il Corpo Mistico di Cristo assistita dallo Spirito Santo già da secoli di sarebbe estinta — sta vivendo un momento di grande crisi che più volte ho definito «senza precedenti storici», usando più volte a tal proposito una frase che sovente ripeto come una filastrocca: «Il bene diventa male ed il male bene, il vizio virtù e la virtù vizio, la sana dottrina eterodossia e l’eterodossia sana dottrina, i buoni elementi fedeli al deposito della fede ed al magistero della Chiesa sono spesso perseguitati da persone disordinate nel corpo e nello spirito che prima hanno gettato i semi e che oggi innaffiano l’edera rampicante dell’apostasia interna» [Cf. mia opera E Satana si fece Trino].

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cviinota-002Di tutto questo, noi tre navigatori, siamo consapevoli al punto da esserci imbarcati per l’Isola di Patmos, dove l’Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse che contiene al proprio interno quel messaggio di speranza che per noi è certezza di fede, il trionfo di Cristo e la sconfitta inesorabile dell’Anticristo che conferma la promessa fatta dal Signore Gesù a Pietro:  «… e le porte degli inferi non prevarranno su di essa» [Cf. Mt 16,18].

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La realtà è che a danneggiare gravemente il Corpo della Chiesa concorrono spesso proprio coloro che si dichiarano difensori duri e puri della sacra tradizione e che negli anni Ottanta erano genuflessi ad Ecône presso il vescovo scismatico e scomunicato Marcel Lefebvre. Ma appena in quell’ambiente hanno osato alzare la testa e proferire favella, si sono sentiti rispondere: «A parlare, ed in specie per quanto riguarda dottrina, ecclesiologia e liturgia ci pensano i nostri preti. Vostro compito di laici è quello di rispondere “Amen!” quando noi diciamo “Per Christum Dominum nostrum” e di tirare fuori i soldi per finanziare le nostre attività pastorali ed i nostri seminari, punto e basta!». A quel punto, questo esercito di appassionati, s’è affrettato a tornare nelle fila della “eretica” ed “apostatica” Chiesa post-conciliare, giocando ai lefebvriani ed affini all’interno di questo povero corpo ecclesiale sempre più martoriato e confuso.

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L’Arcivescovo Marcel Lefebvre  

A questo và aggiunto che quando certi personaggi caratterizzati da siffatta irrequietezza si sono insinuati in riviste telematiche che sino a poco prima avevano mostrato un certo equilibrio, per prima cosa hanno provveduto a censurare sacerdoti e teologi impegnati nell’arduo tentativo di offrire al Popolo di Dio sempre più smarrito una speranza e un punto di cattolico equilibrio. Motivo questo per il quale ci siamo ritrovati più volte con vari nostri articoli respinti perché giudicati politicamente non opportuni, con l’aggravante che il tutto è sempre avvenuto senza che mai ci fosse fornita spiegazione in un merito — il nostro — sempre e di rigore tutto teologico e pastorale.

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Anche per questo nasce l’Isola di Patmos: per tutelare quella nostra libertà sacerdotale e teologica che non mira affatto a proteggere le nostre singole persone, ma a tutelare quella dottrina e quel magistero della Chiesa che noi siamo chiamati a servire ed a diffondere come la Chiesa ci comanda di servire e di diffondere.

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censuraGli scritti che più volte ci sono stati “opportunamente” censurati erano quindi articoli teologici di dottrina e di storia della Chiesa costruiti con quei criteri pastorali che fanno parte del nostro sacro ministero nel quale siamo stati istituiti sacerdoti, quindi guide e maestri; e come tali possiamo essere sottoposti solo alle censure dei nostri vescovi esercitate secondo il diritto canonico, non certo a quelle arbitrarie di laici ideologici che su di noi non possono esercitare alcuna autorità. Siamo infatti noi che per sacro ministero possiamo — e talvolta per imperativo di coscienza dobbiamo — esercitare autorità su quei laici che siamo chiamati a guidare e correggere come pastori in cura d’anime che esercitano il ministero sacerdotale in comunione con la pienezza del sacerdozio del vescovo in piena comunione col primato apostolico del Vescovo di Roma e successore del Principe degli Apostoli.

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Chi volesse poi ravvisare in queste righe una pepata rivalsa dettata da “orgoglio ferito” si dia cura di cercare argomentazioni più plausibili. È infatti cosa grave che dei laici usino la dottrina e la teologia – spesso anche male – mossi da motivazioni puramente politico-ideologiche, sino a censurare in nome di brandelli di verità stiracchiate dei sacerdoti abituati a fare teologia senza curarsi di quanto sia o meno politicamente opportuno dire ciò che il Vangelo ci impone di dire, anche a chi rivendica il diritto di non ascoltare. Se poi ad agire in questo modo sono dei cattolici che si beano tra la traditio ed i solenni pontificali celebrati col vetus ordo missae, presentandosi come i più puri difensori della vera fede, il tutto risulterà ulteriormente aggravato, specie se certi censori risultano soggetti che da una parte amoreggiano coi lefebvriani e affini e dall’altra stanno con un piede piazzato dentro la “eretica” ed “apostatica” Chiesa post-conciliare che a loro dire avrebbe distrutto fede, teologia, liturgia e via dicendo.

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I cavillosi clericali, laici ed ecclesiastici: ieri, oggi e domani …

Più che stanchi siamo rammaricati e preoccupati che certe riviste telematiche cattoliche affidino rubriche fisse a scribi, farisei e falsi dottori della legge il cui scopo pare essere quello di attaccare a raffica l’ultimo concilio della Chiesa, o l’attuale pontificato riguardo il quale pure noi abbiamo sollevato pacate perplessità per certe prassi o per pronunciamenti fatti dal Santo Padre come dottore privato [qui, qui, ecc..], ma sempre ribadendo ad ogni piè sospinto, spesso attaccati pure in malo modo da certi “rubricisti” che brandiscono brandelli di verità confuse e mal comprese, che se dalla legittima critica al dottore privato si passa invece a scalfire il Romano Pontefice legittimo detentore del ministero petrino, in quel caso si va a scuotere in modo pericoloso quella pietra —  che costituisce dogma di fede — sulla quale Cristo ha edificato la sua Chiesa [Cf. Mt 16, 18].

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Salomé riceve la testa di Giovanni Battista, opera pittorica di Andrea Solari

La risposta a certi nostri pertinenti richiami, sempre e di rigore  tutti dottrinari e mai umorali, mai ideologici, sono state infine le censure operate su dei sacerdoti teologi da dei laici e da delle laiche accecati da confusa dottrina e da settarismo spacciato per “vera fede” e  “vera traditio”.

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Come mio stile cercherò di essere realista con lo spirito ruvido di San Giovanni Battista che fece non a caso la fine che fece: vi immaginate quale indicibile baraonda accadrebbe all’interno della Fraternità Sacerdotale di San Pio X se taluni mettessero il responsabile di una rivista telematica in condizione di censurare un loro prete studioso di scienze teologiche? Fare una cosa simile a lefebvriani ed affini — e qui sia ben chiaro il τόπος, la pura battuta — potrebbe comportare il serio rischio di vedersi togliere persino il Sacramento del Battesimo.

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Le opere di Cristina Siccardi su Marcel Lefebvre

A questo si aggiunga poi che diversi di questi personaggi sono avvezzi tramite i propri articoli e libri a strumentalizzare in modo surreale alcune figure storiche elette a loro vessilli: per esempio il Santo Pontefice Pio X, o figure di vescovi e di cardinali come Alfredo Ottaviani e Giuseppe Siri. Operazione nella quale da anni si distingue tra i vari pubblicisti e scrittori Cristina Siccardi, che ovunque s’insedia fa terra bruciata attorno dopo avere lefebvrianizzato tutto. Sia però chiaro senza pena di malinteso: ciò non avviene perché questa amabile persona impone l’estromissione degli altri, cosa che invero non fa, ma perché la semplice presenza dei suoi articoli o delle sue rubriche sbilanciate verso il mondo ultra tradizionalista, nonchémaestroinsacerdozio infarcite di precaria teologia e di senso storico obnubilato dalla ideologia, impone ai direttori responsabili la scelta di mettere a tacere altre voci, perché se si pubblicano gli scritti suoi non si possono pubblicare sulle stesse colonne quelli dei filosofi metafisici e teologi Giovanni Cavalcoli e Antonio Livi, per seguire con i miei, poiché tutti e tre rei di essere fedeli e devoti diffusori del magistero della Chiesa e delle dottrine del Concilio Vaticano II, non certo di una confusa idea romantica di Chiesa che di fondo finisce con l’essere tutta quanta settarista ed egocentrista.

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Il doloroso caso dei Frati francescani dell’Immacolata mutato in bandiera ideologica dalle frange ultra tradizionaliste che hanno “giocato” tutto sul Vetus ordo missae recando a questi religiosi solo del danno ulteriore

Richiamare i ciechi ad un sano bagno di realismo attraverso la contemplazione della solare verità non è facile, provino dunque a rispondere loro alle proprie coscienze spesso più politico-ideologiche che cattoliche, tramite questo quesito che con sincera paternità pastorale pongo a tutti loro: come pensate che avrebbe reagito quell’uomo di straordinaria tempra e di grande santità, tale fu San Pio X, da voi glorificato a ogni sospiro — sebbene non sempre correttamente conosciuto per ciò che realmente fu — se sotto il suo pontificato un gruppo di agguerriti e rumorosi laici cattolici avesse fatto una pubblica campagna di raccolta firme, per esempio in opposizione ai provvedimenti disciplinari e canonici che fecero seguito alla sua enciclica Pascendi dominici gregis? Insomma: da una parte c’è uno straccio di vesti in atto basato su una non compresa “libertà religiosa” di cui il “terrificante” e “diabolico” Vaticano II sarebbe responsabile, dall’altra gli stessi fautori di siffatti lamenti mostrano però nei concreti fatti che vorrebbero trasformare la Chiesa in una democrazia parlamentare con tanto di raccolte firme e di referendum popolari.

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Affermare in risposta che «il Santo Padre Francesco non è San Pio X» è sbagliato dogmaticamente e pastoralmente. Francesco è Pietro, come lo è stato San Pio X, come lo sono stati sia Alessandro VI sia San Pio V. Strumentalizzare pertanto certe figure per fini politici e ideologici è ciò che in linguaggio filosofico e teologico si chiama disonestà intellettuale prodotta da una ragione e da una logica viziata da mancanza di libertà e mossa dal rifiuto di accettare le dottrine e le discipline della Chiesa, sostituite con i propri arbitrî in nome di una non meglio precisata “purezza cattolica”, che detta in altri termini si chiama “superbia”, vale a dire la temibile regine di tutti i peccati capitali, dalla quale ci si purifica solo con la conversione del cuore.

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Il San Pio X di Cristina Siccardi non è  quello  della storia della Chiesa è solo un santino fabbricato a uso e consumo del mondo ultra tradizionalista

È da questa esigenza che nasce quella falsificazione che induce certi autori ad inventarsi un San Pio X mai esistito, allo stesso modo in cui sono stati creati un Cardinale Ottaviani ed un Cardinale Siri non corrispondenti alla realtà storica ed ecclesiale, posto che l’uno e l’altro hanno discusso quando c’era da discutere, ma al termine delle legittime discussioni, non solo hanno applicato con grande scrupolo le dottrine del Vaticano II; il Cardinale Siri in particolare, nella sua diocesi, ne è stato maestro presso il suo clero ed i suoi fedeli e diffusore solerte [Cf. opera di Antonio Livi, qui]. Il Cardinale Ottaviani, nel periodo più turbolento del post-concilio, ha servito il Sommo Pontefice Paolo VI con una fedeltà che dovrebbe essere di stimolo e di insegnamento a certi cattolici che abusano della parola “tradizione” o che parlano e scrivono di San Pio X in modo spesso sibillino e falsante per meglio sentirsi legittimati a sprezzare il magistero della Chiesa dell’ultimo mezzo secolo.

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Caduta del treno sul ponte di Cassandra Crossing

Il mondo dei modernisti e quello dei lefebvriani ed affini sono due rette parallele che non s’incontrano, ma che assieme costituiscono i due binari che trasportano il treno con tutti gli ignari passeggeri che vi sono saliti a bordo verso il ponte pericolante di Cassandra Crossing [qui, qui].

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Non a caso l’Apostolo Paolo raffigura la Chiesa come Corpo Mistico del quale Cristo è capo e noi membra vive; e nel corpo ogni arto ha una propria funzione, necessaria ed indispensabile. Ovviamente una gamba non può svolgere le funzioni di un braccio e viceversa un braccio quelle di una gamba. All’interno di questo corpo che a volte sembra quasi formato da membra impazzite che si muovono in modo disarticolato e sconnesso, da alcuni decenni permane una grande e pericolosa confusione di ruoli: spesso ci ritroviamo dinanzi a chierici laicizzati ed a laici clericalizzati.

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Dialogare è doveroso, come lo è il cercare accordi, lo stesso litigare può essere cosa benefica e persino fonte di grazia. Anche gli apostoli discutevano animatamente tra di loro, ma sempre in un chiaro e rispettoso esercizio dei loro ruoli, come ci dimostra San Paolo che in toni duri rimprovera il Principe degli Apostoli ad Antiochia [Gal 2, 11-14], ma senza porre in minima discussione l’autorità di Pietro che aveva ricevuto il proprio mandato da Cristo in persona.

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corpo misticoI sacerdoti hanno dei compiti precisi all’interno del Corpo di Cristo che è la Chiesa, hanno una loro funzione specifica all’interno dell’economia della salvezza; un ruolo legittimo derivante dal carattere indelebile ed eterno ricevuto che li ha resi per sacramento di grazia partecipi al sacerdozio ministeriale di Cristo, al quale non partecipano invece i laici. Motivo questo per il quale un fedele sacerdote, chiamato egli stesso per primo a rispettare la sacralità dell’ordine sacerdotale che l’ha segnato, non deve accettare censure su certe materie e tematiche di dottrina e di fede perché coloro che giocano ai lefebvriani ed affini dentro la Santa Chiesa di Cristo non le reputano politicamente opportune. Per divino sacramento noi siamo stati istituiti come guide del Popolo di Dio e quando il caso lo richiede siamo tenuti a prendere certi laici per il verso giusto e rimetterli al proprio posto, inclusi quei direttori di blog e di riviste telematiche che non possono pensare di usarci all’occorrenza, o per essere più chiari: “Se ci scrivete un articolo critico sul falso profeta e sul cattivo maestro Enzo Bianchi, che abbiamo dichiarato nostro “nemico” in quanto progressista iper-conciliarista infarcito di eresie moderniste, vi pubblichiamo a tamburo battente anche dieci cartelle, se però sollevate una critica — e sia chiaro: strettamente teologica — su lefebvriani ed affini, allora vi censuriamo, perché altrimenti possiamo correre il rischio che si irritino alcuni nostri collaboratori e soprattutto certi nostri danarosi sostenitori”…

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Pecunia non olet …

… in fondo, noi addetti ai lavori lo sappiamo da tempo: essere ultra tradizionalisti è un capriccio molto costoso che richiede tanti compromessi con le destre mondiali più oltranziste. Beninteso: in nome della fede più pura e della più autentica e ortodossa traditio catholica, s’intende!

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E il Verbo si è fatto carne … gratuitamente, senza essere finanziato né dalle Destre americane né dalle Sinistre europee.

Quella Verità del Verbo Incarnato che noi dobbiamo conoscere perché ci farà liberi quindi diffusori di libertà, non funziona a intermittenza politica ed ideologica come le luci del Luna Park. Il tutto per dire che tra queste persone e certe frange di neocatecumenali che trasformano il sacerdote in ostaggio dei loro capricci e dei loro arbitri liturgici e che in grave errore dottrinale dichiarano che “tutti” siamo sacerdoti, alla prova dei fatti non v’è di fondo alcuna differenza. Nulla conta che da una parte vi sia un Preconio Pasquale schitarrato e battuto sui tamburi dal bohemienne Kiko Arguello e dall’altra un Preconio Pasquale cantato secondo la migliore tradizione gregoriana della Chiesa con tutti i cantori compunti a mani giunte della Fraternità Sacerdotale di San Pio X. Nulla cambia nella triste e pericolosa sostanza di fondo, perché identici sono i farisei ed i sadducei, gli scribi ed i dottori della legge, i falsi profeti ed i cattivi maestri, ma soprattutto il mancato rispetto dovuta al sacerdozio ministeriale di Cristo che vive attraverso i suoi sacerdoti e che non è vincolato ai capricci dei laici.

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Due facce della stessa moneta:

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Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale

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Liturgia pontificale della Fraternità Sacerdotale di San Pio X

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San Pio da Pietrelcina durante una delle sue ultime celebrazioni eucaristiche

Il sacerdote non è solo un alter Christus quando celebra il Sacrificio Eucaristico secondo i capricci estetici, ideologici e politici di certi laici, siano essi modernisti o lefebvriani ed affini; il sacerdote è anche alter Christus quando con la dottrina, il magistero ed i documenti dei santi concili della Chiesa, a partire dal primo sino all’ultimo che si è celebrato mezzo secolo fa, ammaestra e guida le membra vive dei fedeli che formano quel Corpo vivo di cui Cristo e capo e di cui i suoi presbiteri, per quanto indegni e inadeguati, non sono certo i due diti mignoli dei piedi, posto che dinanzi ad un sacerdote gli stessi Angeli di Dio si fanno da parte, perché a loro, per quanto creature più perfette, non è stata conferita dall’Onnipotente la dignità conferita invece ai suoi sacerdoti [Cf. Marcello Stanzione, qui]. Sono gli Angeli che durante il Sacrificio Eucaristico cantano «Santo … il Signore Dio dell’universo» attorno al sacerdote alter Christus, non è il sacerdote alter Christus che canta «Santo» per gli Angeli, i quali non svolgono il servizio di partecipazione al sacerdozio ministeriale di Cristo, al quale partecipano invece per mistero di grazia solo i sacerdoti, inclusi sacerdoti indegni e peccatori.

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Locandina del film: Dorian Gray, 2009. Tratto dalla novella di Oscar Wilde (Director: Oliver Parker – Writers: Toby Finlay)

Il problema è che in questo mondo dove l’apparire ha ormai da tempo sostituito quell’essere inteso come essenza metafisica del cristologico divenire, nella povera Chiesa santa e peccatrice pullulano eserciti di primedonne e di primi attori che reclamano ciascuno l’occhio di bue puntato nell’orticello del loro teatrino; il tutto con immane gioia del Demonio che ambisce dalla notte dei tempi seminare discordie e divisioni per frammentare e disperdere in ogni modo l’unità del Corpo Mistico di Cristo. E Dio solo sa quale fatica facciamo noi pastori in cura d’anime, giorno dietro giorno, nel tentare di spiegare a molte di queste persone spesso chiuse ermeticamente alla grazia, che la via della salvezza comporta la sostituzione del cristocentrismo al nostro umano, limitato e limitante egocentrismo. Punto centrale del nostro essere uomini e donne di fede non è infatti il quesito: «Cosa voglio io», ma «cosa vuole Dio da me», quindi agire di conseguenza.

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La risposta a certi quesiti e la soluzione a certi gravosi problemi è tutta racchiusa in uno struggente frammento giovanneo: «E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» [Gv 17, 22-23].

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Icona bizantina: abbraccio tra gli apostoli Pietro e Paolo

Come si può essere perfetti in quella unità che rende una cosa sola il Padre con il Figlio, che chiama noi a essere uniti come Dio Padre è unito in Dio Figlio? Si può esserlo attraverso quello svuotamento che è riempimento: svuotarci liberamente di noi stessi per ricongiungerci a quel senso di libertà perfetta che Dio ci donò sin dall’origine del mondo; perché se conosceremo la Verità, accogliendola dal giardino di Eden sino alla pietra rovesciata del sepolcro del Cristo Risorto fattosi nuovo Adamo, entreremo in quella comunione e unione che lega Padre e Figlio. E allora la verità ci farà liberi, oggi, in eterno e per sempre. Basta solo rifuggire all’inviolabile teatrino del nostro ideologico “io” per andare incontro alla Verità di Dio e divenendo così «perfetti nell’unità».

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Cliccare qui sotto per ascoltare l’inno mariano Mira il tuo Popolo

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