Le fémicide vu depuis un autre observatoire: celui du prêtre soucieux des âmes – Le féminicide vu sous un autre angle: celui du prêtre au soin des âmes — Le féminicide vu depuis un autre observatoire: celui du prêtre dans la guérison des âmes
IL FEMMINICIDIO VISTO DA UN OSSERVATORIO DIVERSO: QUELLO DEL PRETE IN CURA D’ANIME
Prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, ou non?
- Actualité -
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Auteur
Ariel S. Levi Gualdo
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Quando il legislatore deve studiare nuove leggi, dare vita a nuovi provvedimenti, correggerne di vecchi, o improntare riforme in ambito sociale, sanitario, scolastico, giunge a consultare persino gli esperti, ou présumé tel, più improbabili.

Anche all’interno della Chiesa e delle sue varie compagini di studiosi ci sono elementi che potrebbero contribuire a tutto questo. et pourtant, dinanzi a una figura ecclesiastica, o persino a un laico cattolico, si urla subito all’ingerenza clericale. È un’esclusione selettiva: non riguarda la competenza, riguarda l’identità di chi la porta.
Per onestà intellettuale va detto che questa reazione non nasce però dal nulla: anche noi cattolici — ecclesiastici e laici — abbiamo finito per raccogliere quel che spesso abbiamo seminato. Il mio maestro, Père Peter Gumpel SJ (cf.. qui, qui) inviato a suo tempo come visitatore in Irlanda dal Sommo Pontefice Paolo VI nel corso degli anni Sessanta del Novecento, notò con disappunto che i preti erano immischiati in ogni ambito politico e amministrativo, determinanti per realizzare certe scelte e decisioni, oppure per impedirne altre. Disse che il tutto non solo non andava bene, ma era destinato a non reggere: sarebbe caduto nel peggiore dei modi, generando per reazione l’opposto. Temps, quattro decenni dopo, gli ha dato ragione. Ieri in Irlanda le persone scendevano dal marciapiede per far passare un prete, gli uomini si toglievano il cappello e le donne accennavano un inchino col capo; aujourd'hui, indossare l’abito ecclesiastico per le strade di Dublino significa esporsi a insulti che, se rivolti a soggetti appartenenti ad altri gruppi oggetto persino di eccessi di tutela, porterebbero chi li pronuncia alla sbarra di un tribunale. Da un eccesso di presenza siamo passati a un’esclusione totale: due errori speculari, non una correzione.
Piaccia o meno a certi laicisti-integralisti — che nulla hanno da spartire con quel laicismo che noi cattolici proteggiamo, perché sancisce quelle separazioni tra potere politico e religioso che vanno a beneficio, oltre che dello Stato, anzitutto della Chiesa — noi preti rimaniamo persone che hanno a che fare con il materiale umano, spesso anche con situazioni di straordinaria delicatezza. È ragionevole parlare nelle apposite commissioni parlamentari di temi legati ai malati terminali e al fine vita invitando non meglio precisati esperti che non hanno mai frequentato ospedali, assistito ammalati e morenti, seguito i loro congiunti nel post mortem, quando per molti di noi certe realtà sono pane quotidiano, per non parlare di quegli ordini e congregazioni nate proprio per questo, con religiosi e religiose che vengono formati da secoli a svolgere questi delicati ministeri, dai Fatebenefratelli ai Camilliani? Diceva un anziano confratello: «Noi non abbiamo problemi, anche a costo di irritare qualcuno, a indirizzare certi soggetti da un bravo psichiatra, o a convincere i familiari, spesso propensi a rifiutare l’idea stessa di certi disturbi psichici, a farlo quanto prima. Non capita quasi mai però il contrario: che uno psichiatra, davanti a un conflitto interno a una coscienza cristiana, indirizzi il paziente a un direttore spirituale». «I miei colleghi», mi diceva un amico psichiatra cattolico, «piuttosto sono disposti a fare anche un danno, ma un prete no, Mai!». È un canale a senso unico e proprio per questo la competenza pastorale su certi fenomeni umani resta strutturalmente esclusa da chi li legifera.
È in questo punto cieco che si colloca il tema di cui voglio parlare. Come già avvenuto in altre nazioni, anche in Italia è stato introdotto il femminicidio come figura autonoma di reato (cf. Droit 2 décembre 2025, n. 181), che punisce con l’ergastolo per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio verso di lei in quanto donna. È una figura sulla quale ritengo legittimo discutere: un omicidio resta tale, toujours, uccidere una donna non può essere più grave che uccidere un uomo e viceversa. Ce, va detto per onestà, i giudici lo valutano da sempre nella pratica processuale: davanti all’omicidio di una donna hanno sempre applicato tutte le aggravanti del caso, per la maggiore forza fisica dell’aggressore e per la minore possibilità di difesa della vittima. Nella storia del diritto processuale penale ci sono state condanne alla pena suprema dell’ergastolo in danno di uomini che hanno ucciso donne non solo per la forza fisica inferiore della vittima, che ha sempre costituito l’aggravante pressoché scontata, ma perché erano incinte, o perché avevano un bambino di pochi mesi che stavano allattando, o perché erano madri di più figlioletti piccoli bisognevoli delle cure della madre.
L’assassino di Maria Goretti, uccisa nel mese di luglio del 1902 e proclamata santa mezzo secolo dopo nel 1950, fu condannato a 30 années, evitando il carcere a vita che quel delitto avrebbe comportato con tutte le aggravanti riconosciute, perché non era ancora maggiorenne: aveva infatti appena vent’anni e la maggiore età, à l'époque, in Italia si raggiungeva a 21. E stiamo a parlare della giustizia penale d’inizi Novecento, quando a detta di certe attiviste lamentose le donne non avrebbero goduto di particolari considerazioni, tutele giuridiche e pene in caso di delitti. Se l’assassino di Maria Goretti avesse ucciso un uomo non avrebbe avuto una condanna del genere e con tutte le aggravanti del caso.
L'expression «per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio» potrebbe essere applicata, raisonnablement, a tutta una vasta serie di categorie, o non è forse mai accaduto che la morte di un anziano ammalato, di un disabile, di un omosessuale, di un ebreo, di un prete e via dicendo a seguire, sia stata cagionata da motivi di discriminazione e odio?
Nella mia esperienza di direttore spirituale ho conosciuto casi di donne di cui è difficile parlare, perché oltre alla correttezza politica esiste qualcosa di peggiore alla censura esterna: l’autocensura. È un fenomeno silenzioso e più insidioso della censura vera e propria, perché non ha bisogno di nessuno che lo imponga: oggi non occorre più essere tacitati, molti si mettono a tacere da sé, convinti che certe cose semplicemente non si dicano. Più volte ho tentato di convincere fidanzate o mogli di uomini violenti, non solo a lasciarli, ma a denunciarli. E più volte il rifiuto è arrivato con le stesse due frasi: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio». Genitori disperati si sono rivolti a me davanti a una figlia ostinata a non prestare ascolto a nessuno che una volta a settimana aveva i lividi addosso, con fratelli, sœurs, amici che la supplicavano: «Lascialo, è un pericoloso violento». Réponse, toujours le même: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio».
Premesso l’ovvio — che come tale non dovrebbe essere premesso, ossia che se una donna è stupida, imprudente e autolesionista nessuno ha il diritto di ucciderla — resta lecito chiedersi: quanti di questi casi sono finiti poi in tragici femminicidi? E quando è accaduto, i grandi commentatori e analisti sono mai andati alla vera origine del problema? Cela dit: considerando quanto sia diffuso e in crescente aumento l’analfabetismo funzionale e quello digitale, se qualcuno affetto da questo disturbo mi accusasse di aver affermato che una donna uccisa «se l’è cercata», mi permetto di dire che è un problema di chi non sa leggere, pas le mien, che ritengo di sapermi spiegare e di avere esposto ben altro: ho parlato con triste realismo dell’incoscienza, della mancanza di prudenza e dell’ostinazione di certe donne che hanno deciso di amare l’uomo sbagliato e di cambiarlo pure, rifiutandosi di lasciare uomini molto violenti e molto pericolosi, anche se pregate in tal senso da genitori, frères et sœurs, sœurs, familiari e amici.
Di solito si cerca di concludere in bellezza; in questo caso intendo chiudere nella massima bruttezza. Mentre certe leggi sul femminicidio venivano varate in varie nazioni, in Argentina — che già dal 2012 prevede il femicidio come aggravante (L. 26.791) — nel dicembre 2020 si festeggiava in piazza e si illuminava di verde la cupola del Parlamento per la legalizzazione dell’aborto. le 4 mars 2024, en France, primo Paese al mondo a farlo, la Tour Eiffel si illuminava con la scritta «Mon corps, mon choix» (mon corps, la mia scelta) per celebrare l’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione, inteso in entrambi i casi come grande conquista sociale. A questo punto andrebbe richiesta la doverosa coerenza da parte di certi legislatori: prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, ou non? Questione di coerenza, solo questione di coerenza.
«Interrompere una gravidanza è come fare fuori uno. È giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? C'est normal d'embaucher un tueur à gages pour résoudre un problème? Fare fuori un essere umano è come affittare un sicario per risolvere un problema» (Francesco, souverain Pontife, 10 octobre 2018).
De Isola Patmos, 6 septembre 2026
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Chers amis,
invitiamo chi non lo avesse fatto a leggere questi due messaggi QUI e QUI. Manca solo l’ultimo sforzo: aiutateci! Nei prossimi giorni provvederemo a inviare messaggi di ringraziamento a ogni singolo amico che ha sostenuto L’Isola di Patmos che potrà proseguire a esistere e operare grazie a voi. en attendant, i vostri Aviatori, vi anticipano riconoscente gratitudine.
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FEMICIDE SEEN FROM A DIFFERENT VANTAGE POINT: THAT OF THE PRIEST IN THE CARE OF SOULS
Before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply?
— Current Affairs —

Auteur
Ariel S. Levi Gualdo
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When lawmakers need to draft new legislation, bring in new measures, amend old ones, or reform social, healthcare or education policy, they often turn for advice to experts — or self-styled ones — of the most improbable kind. Even within the Church, among its various circles of scholars, there are figures who could genuinely contribute to this. Yet the moment an ecclesiastical figure, or even a Catholic layperson, is approached, the cry of clerical interference goes up at once. It is a selective exclusion: it has nothing to do with competence, and everything to do with the identity of whoever holds it.
In all intellectual honesty, it must be said that this reaction does not come from nowhere: we Catholics too — clergy and laity alike — have largely reaped what we ourselves once sowed. My own teacher, Father Peter Gumpel S.J., who was sent to Ireland as an Apostolic Visitor by Pope Paul VI back in the 1960s, noted with dismay that priests were entangled in every political and administrative sphere, often decisive in making certain choices and decisions, or in blocking others. He said that this state of affairs was not only wrong but bound to collapse under its own weight — and that it would trigger, by reaction, the exact opposite. Temps, four decades on, proved him right. Where once people in Ireland would step off the pavement to let a priest pass, men raising their hats and women bowing their heads, today wearing the clerical habit on the streets of Dublin means exposing oneself to insults that, had they been directed at members of certain other groups — now sometimes shielded to an excessive degree — would land the speaker in the dock. We have gone from an excess of presence to total exclusion: two mirror-image errors, not a correction.
Whether or not it suits certain hard-line secularists — who have nothing in common with the secularism we Catholics ourselves defend, since it establishes a separation between political and religious power that benefits, surtout, the Church even more than the State — we priests remain people who deal daily with human material, often in situations of extraordinary delicacy. Is it reasonable for parliamentary committees to discuss terminal illness and end-of-life issues by calling in unnamed experts who have never set foot in a hospital, never sat with the sick and the dying, never accompanied a grieving family through what comes after death — when for many of us these realities are our daily bread? Not to mention the religious orders and congregations founded expressly for this purpose, whose members have been trained for centuries to carry out precisely this delicate ministry — from the Fatebenefratelli, the Hospitaller Brothers of St John of God, to the Camillians. An elderly confrère of mine once put it this way: “We have no trouble, even at the risk of upsetting someone, in steering a person towards a good psychiatrist, or in persuading family members — often reluctant to accept the very existence of certain psychiatric disorders — to do so as soon as possible. But it almost never happens the other way round: that a psychiatrist, faced with an inner conflict within a Christian conscience, sends the patient to a spiritual director.” “My colleagues,” a Catholic psychiatrist friend once told me, “would rather do harm than send someone to a priest — never that!” It is a one-way channel, and precisely for this reason pastoral expertise on certain human phenomena remains structurally excluded from those who legislate on them.
It is in this blind spot that the subject I want to address lies. As has already happened in other countries, Italy too has now introduced femicide as an autonomous criminal offence (cf. Law No. 181 de 2 décembre 2025), punishable by life imprisonment for anyone who causes the death of a woman as an act of discrimination or hatred against her precisely because she is a woman. This is a category I consider it legitimate to question: a killing is a killing, always and in every case — taking a woman’s life cannot be any graver than taking a man’s, et vice versa. Et ça, in all honesty, is something judges have always taken into account in practice: courts have always applied every relevant aggravating factor when a woman was killed, both for the greater physical strength of a male attacker and for the lesser capacity of a woman to defend herself. In the history of criminal procedure there have been sentences of life imprisonment handed down against men who killed women not only because of the victim’s lesser physical strength — which has always counted, almost automatically, as an aggravating factor — but because the victim was pregnant, or was nursing an infant only months old, or was the mother of several small children who depended on her care.
Maria Goretti’s murderer — she was killed in July 1902 and canonised as a saint half a century later, dans 1950 — was sentenced to 30 années, escaping the life sentence that crime would otherwise have carried with every aggravating factor recognised, because he was not yet legally an adult: he was barely twenty, and at the time the age of majority in Italy was 21. And this was the criminal justice of the early twentieth century — the very justice about which certain aggrieved activists today claim that women enjoyed no particular consideration, legal protection or punishment of offenders. Had Maria Goretti’s murderer killed a man instead, he would not have received a sentence of that severity, complete with every aggravating circumstance applied.
The phrase “causing the death of a woman as an act of discrimination or hatred” could reasonably be applied to a whole range of other categories as well — has it never happened that the death of a sick elderly person, a disabled person, a homosexual, a Jew, a priest, and so on down the list, was caused by motives of discrimination and hatred?
In my experience as a spiritual director I have encountered cases involving women that are difficult to speak about, because beyond political correctness there is something worse than outside censorship: self-censorship. It is a silent phenomenon, more insidious than outright censorship, because it needs no one to impose it: today people no longer even need to be silenced — many simply fall silent on their own, convinced that certain things simply are not said. Many times I have tried to persuade the girlfriends or wives of violent men not only to leave them, but to report them. And many times the refusal has come back with the same two phrases: “But I love him,” “but I can change him.” Desperate parents have come to me over a daughter who refused to listen to anyone, who once a week had bruises on her body, while brothers, sisters and friends begged her: “Leave him, he’s dangerous, he’s violent.” The answer, always the same: “But I love him,” “but I can change him.”
Granting the obvious — which, being obvious, should not even need to be granted, namely that no one has the right to kill a woman merely because she is foolish, reckless or self-destructive — it remains fair to ask: how many of these cases have ended in tragic femicides? And when that has happened, have the great commentators and analysts ever traced the problem back to its true root? That said: given how widespread — and increasingly so — both functional and digital illiteracy are, should someone afflicted by either accuse me of having claimed that a murdered woman “had it coming”, I would simply say that this is a problem for whoever cannot read properly, not for me, since I believe I know how to make myself understood, and that I have addressed something quite different: I have spoken, with sober realism, of the recklessness, the lack of prudence and the sheer obstinacy of certain women who have chosen to love the wrong man and even to change him, refusing to leave men who are highly violent and highly dangerous.
One usually tries to end on a high note; in this case I mean to close on the ugliest note possible. While certain laws against femicide were being passed in various nations, in Argentina — which has recognised femicide as an aggravating factor since as far back as 2012 (Law 26,791) — crowds celebrated in the streets in December 2020 as the dome of parliament was lit up green to mark the legalisation of abortion. Sur 4 mars 2024, France, the first country in the world to do so, lit up the Eiffel Tower with the words “Mon corps, mon choix” (“my body, my choice”) to celebrate the inclusion of the right to abortion in its Constitution — both events hailed, in their respective countries, as a great social triumph. At this point, one might reasonably ask certain legislators for a little consistency: before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply? A question of consistency. Simply a question of consistency.
“Terminating a pregnancy is like doing away with someone. Is it right to do away with a human life to solve a problem? Is it right to hire a hitman to solve a problem? Doing away with a human being is like hiring a hitman to solve a problem” (Francis, Supreme Pontiff, 10 octobre 2018).
De l'île de Patmos, 6 septembre 2026
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EL FEMINICIDIO VISTO DESDE UN OBSERVATORIO DISTINTO: EL DEL SACERDOTE EN LA CURA DE ALMAS
Antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio?
- Actualités ecclésiaux -

Auteur
Ariel S. Levi Gualdo
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Cuando el legislador necesita elaborar nuevas leyes, sacar adelante nuevas disposiciones, corregir las antiguas, o promover reformas en el ámbito social, sanitario o educativo, a menudo recurre a consultar incluso a los expertos — o presuntos tales — más improbables. También dentro de la Iglesia, y entre sus distintos círculos de estudiosos, hay figuras que podrían aportar mucho a todo esto. Et pourtant, ante una figura eclesiástica, o incluso ante un laico católico, enseguida se alza el grito contra la injerencia clerical. Es una exclusión selectiva: no tiene que ver con la competencia, sino con la identidad de quien la posee.
Por honestidad intelectual hay que decir que esta reacción no nace de la nada: también nosotros los católicos — clérigos y laicos — hemos terminado por recoger lo que muchas veces hemos sembrado. Mi propio maestro, el Padre Peter Gumpel S.J., enviado en su momento como Visitador Apostólico a Irlanda por el Sumo Pontífice Pablo VI en el curso de los años sesenta del siglo pasado, constató con disgusto que los sacerdotes estaban metidos en todos los ámbitos políticos y administrativos, decisivos a la hora de tomar ciertas decisiones o de impedir otras. Dijo que todo aquello no solo no estaba bien, sino que estaba destinado a no sostenerse: caería de la peor manera, generando por reacción el efecto contrario. temps, cuatro décadas después, le dio la razón. Ayer en Irlanda la gente bajaba de la acera para dejar pasar a un sacerdote, los hombres se quitaban el sombrero y las mujeres inclinaban la cabeza; salut, llevar el hábito eclesiástico por las calles de Dublín significa exponerse a insultos que, dirigidos contra miembros de otros colectivos — a veces objeto incluso de una protección excesiva—, llevarían a quien los pronuncia ante los tribunales. Hemos pasado de un exceso de presencia a una exclusión total: dos errores especulares, no una corrección.
Guste o no a ciertos laicistas integristas — que nada tienen que ver con el laicismo que nosotros mismos, los católicos, defendemos, porque establece esa separación entre el poder político y el religioso que beneficia, además de al Estado, ante todo a la Iglesia —, nosotros los sacerdotes seguimos siendo personas que tratamos con material humano, a menudo en situaciones de extraordinaria delicadeza. ¿Es razonable que en las comisiones parlamentarias se hable de enfermos terminales y del final de la vida convocando a expertos anónimos que nunca han pisado un hospital, nunca han atendido a un enfermo o a un moribundo, nunca han acompañado a sus familiares en el post mortem, cuando para muchos de nosotros estas realidades son el pan de cada día? Por no hablar de las órdenes y congregaciones religiosas nacidas precisamente para esto, con religiosos y religiosas formados desde hace siglos para ejercer este delicado ministerio, desde los Fatebenefratelli —los Hermanos Hospitalarios de San Juan de Dios — hasta los Camilos. Me decía un anciano cohermano: «No tenemos problema, aun a riesgo de molestar a alguien, en orientar a ciertas personas hacia un buen psiquiatra, o en convencer a los familiares — a menudo reacios a aceptar la existencia misma de ciertos trastornos psíquicos — para que lo hagan cuanto antes. Pero casi nunca ocurre lo contrario: que un psiquiatra, ante un conflicto interior propio de una conciencia cristiana, envíe al paciente a un director espiritual». «Mis colegas», me decía un amigo psiquiatra católico, «antes prefieren hacer incluso daño, pero enviar a alguien a un sacerdote, jamás». Es un canal de sentido único, y precisamente por eso la competencia pastoral sobre ciertos fenómenos humanos permanece estructuralmente excluida de quienes legislan sobre ellos.
Es en este punto ciego donde se sitúa el tema del que quiero hablar. Como ya ha ocurrido en otros países, también en Italia se ha introducido el feminicidio como figura autónoma de delito (cf. Ley n.º 181, à partir de 2 Décembre 2025), que castiga con cadena perpetua a quien causa la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio hacia ella por el hecho de ser mujer. Es una figura sobre la que considero legítimo discutir: un homicidio sigue siendo tal, siempre y en cualquier caso; matar a una mujer no puede ser más grave que matar a un hombre, et vice versa. Ce, hay que decirlo con honestidad, los jueces lo han valorado siempre en la práctica procesal: ante el homicidio de una mujer siempre han aplicado todas las agravantes del caso, tanto por la mayor fuerza física del agresor como por la menor capacidad de la víctima para defenderse. En la historia del derecho procesal penal ha habido condenas a la pena máxima de cadena perpetua contra hombres que mataron a mujeres no solo por la menor fuerza física de la víctima — que siempre ha constituido una agravante casi automática —, sino porque estaban embarazadas, o porque tenían un bebé de pocos meses al que estaban amamantando, o porque eran madres de varios hijos pequeños que necesitaban sus cuidados.
El asesino de Maria Goretti —asesinada en julio de 1902 y proclamada santa medio siglo después, dans 1950 — fue condenado a 30 années, evitando así la cadena perpetua que ese delito habría comportado con todas las agravantes reconocidas, porque todavía no era mayor de edad: tenía apenas veinte años, y en aquella época la mayoría de edad en Italia se alcanzaba a los 21. Y estamos hablando de la justicia penal de comienzos del siglo XX, la misma sobre la que ciertas activistas quejumbrosas afirman hoy que las mujeres no gozaban de especial consideración, tutela jurídica ni castigo de los delitos. Si el asesino de Maria Goretti hubiera matado a un hombre, no habría recibido una condena de ese calibre, con todas las agravantes aplicadas.
La expresión «causar la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio» podría aplicarse razonablemente a toda una amplia serie de categorías: ¿acaso no ha ocurrido nunca que la muerte de un anciano enfermo, de un discapacitado, de un homosexual, de un judío, de un sacerdote, y así sucesivamente, haya sido causada por motivos de discriminación y odio?
En mi experiencia como director espiritual he conocido casos de mujeres de los que es difícil hablar, porque más allá de la corrección política existe algo peor que la censura externa: la autocensura. Es un fenómeno silencioso y más insidioso que la censura propiamente dicha, porque no necesita que nadie la imponga: hoy ya ni siquiera hace falta ser silenciado, muchas se callan por sí mismas, convencidas de que ciertas cosas simplemente no se dicen. Muchas veces he intentado convencer a novias o esposas de hombres violentos, no solo de que los dejaran, sino de que los denunciaran. Y muchas veces la negativa ha llegado con las mismas dos frases: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar». Padres desesperados han acudido a mí por una hija que se negaba a escuchar a nadie, que una vez a la semana tenía moratones encima, mientras hermanos, hermanas y amigos le suplicaban: «Déjalo, es un hombre peligroso y violento». Respuesta, siempre la misma: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar».
Dando por sentado lo obvio — que, por serlo, ni siquiera debería necesitar decirse, a savoir, que nadie tiene derecho a matar a una mujer aunque sea necia, imprudente o autodestructiva —, sigue siendo legítimo preguntarse: ¿cuántos de estos casos han terminado luego en trágicos feminicidios? Y cuando eso ha ocurrido, ¿han ido alguna vez los grandes comentaristas y analistas al verdadero origen del problema? Ceci étant dit: considerando lo extendido, y en creciente aumento, que está el analfabetismo funcional y el digital, si alguien afectado por este trastorno me acusara de haber afirmado que una mujer asesinada «se lo buscó», me permito decir que es un problema de quien no sabe leer, no mío, ya que creo saber explicarme y haber expuesto algo muy distinto: he hablado, con triste realismo, de la inconsciencia, de la falta de prudencia y de la obstinación de ciertas mujeres que decidieron amar al hombre equivocado y hasta cambiarlo, negándose a dejar a hombres muy violentos y muy peligrosos.
Se suele intentar terminar por todo lo alto; en este caso pretendo cerrar de la manera más fea posible. Mientras en varias naciones se aprobaban ciertas leyes sobre el feminicidio, en Argentina — que ya desde 2012 contempla el femicidio como agravante (Ley 26.791) — en diciembre de 2020 se celebraba en las calles y se iluminaba de verde la cúpula del Parlamento por la legalización del aborto. le 4 Mars 2024, en Francia, primer país del mundo en hacerlo, la Torre Eiffel se iluminó con la frase «Mon corps, mon choix» («mi cuerpo, mi decisión») para celebrar la incorporación del derecho al aborto en la Constitución, entendido en ambos casos como una gran conquista social. À ce point, cabría pedir la debida coherencia a ciertos legisladores: antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio? Cuestión de coherencia, solo cuestión de coherencia.
«Interrumpir un embarazo es como deshacerse de alguien. ¿Es justo deshacerse de una vida humana para resolver un problema? ¿Es justo alquilar a un sicario para resolver un problema? Deshacerse de un ser humano es como alquilar a un sicario para resolver un problema» (François, Sumo Pontífice, 10 Octobre 2018).
De l'île de Patmos, 6 Septembre 2026
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