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La Chiesa e la crisi del sacro: l’Eucaristia è presenza reale del Cristo e la Santa Messa memoriale incruento del sacrificio del Calvario

23 Agosto 2022/3 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano

LA CHIESA E LA CRISI DEL SACRO: L’EUCARISTIA È PRESENZA REALE DEL CRISTO E LA SANTA MESSA MEMORIALE INCRUENTO DEL SACRIFICIO DEL CALVARIO

Nella lettera del 7 aprile 1913, Padre Pio da Pietrelcina scriveva al suo direttore spirituale Padre Agostino da San Marco in Lamis descrivendo l’esperienza mistica di cui era stato spettatore, dove il Signore Gesù piangente si lamenta dei suoi sacerdoti definendoli «macellai» proprio in relazione alla celebrazione del divino sacrificio e delle disposizioni con cui esso veniva celebrato.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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La vicenda del sacerdote ambrosiano Mattia Bernasconi e della sua trovata di celebrare la santa messa in mare, come già ho trattato in passato in miei precedenti articoli [vedere qui, qui, qui], ha messo molto bene in evidenza il livello di debolezza del Sensum Fidei che circola oggi tra il clero e tra i fedeli. Anzi, proprio perché il clero è il primo a essere carente di Sensum Fidei, di Tradizione e di conoscenza del Magistero, i fedeli si sentono legittimati a comportarsi di conseguenza, distillando la loro fede all’interno di un credo che è il risultante tra una spinta emotiva e il solidarismo corporativo.

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Per grazia di Dio, dopo diverso tempo di inspiegabile silenzio, l’Arcivescovo di Milano dice la sua e la dice con l’autorevolezza del pastore il cui scopo è quello di difendere il Popolo di Dio a lui affidato contro i naufragi della fede e della sana dottrina. In barba a tutte quelle anime belle che per diverso tempo hanno difeso a spada tratta l’orrenda pagliacciata della messa in mare, tacciando di rigidità, ignoranza e giudizio tutti coloro che – noi sacerdoti compresi – hanno avuto da ridire e hanno reagito… perché si sa, nella Chiesa i problemi sono altri, le cose importanti non sono certamente queste. Poveri noi!

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Basta solo prendere uno stralcio del comunicato del presule ambrosiano [vedere qui] per capire quanto questo Confratello abbia sbagliato, tanto da aver costretto il suo vescovo a tali espressioni:

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«Io ritengo che il modo di celebrare scelto da Don Mattia sia una sciocchezza senza giustificazioni […] Sarà doveroso per Don Mattia riprendere con serietà una formazione liturgica che consenta di capire come sia stato possibile questo comportamento ed evitare che si ripeta».

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Come sempre il punctum dolens è dato dalla formazione del clero, da curare sempre e da verificare periodicamente nel corso degli anni. Clero ignorante porta alla conseguenza di un laicato ignorante, nel senso etimologico del termine. Non è solo un problema di teologia dogmatica che informa la teologia liturgica e pastorale ma anzitutto di una immersione in quella dimensione di mistero che tocca il cuore stesso di Dio e ne costituisce la trama spirituale.

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Tutti i sacri misteri, in primis la Santa Messa, consentono all’uomo di toccare l’azione dello Spirito Santo nella propria creaturalità, operando la salvezza. Se non permettiamo allo Spirito Santo di parlarci attraverso i sacri misteri, nessuno lo farà. Lo spirito del mondo non è capace di rinvigorire le ossa inaridite di una vita dimentica di Dio [cfr. Ez 37,1-14], esso tutto stravolge in emotività disordinata, in fai-da-te compulsivo e solidarismo settario, cose tutte che non possono trovare una giustificazione nella Chiesa, specie quando ci si spinge fino al limite del sacrilegio.

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Penso sia utile e costruttivo rileggere alcuni tra i tanti commenti dei “fedeli” apparsi sul profilo Facebook di Mattia Bernasconi, così come in quello di altri presbiteri. Per esempio Giovanni Berti, il prete vignettista del clericalmente corretto che è corso subito in difesa del confratello milanese confezionando disegnini ad hoc. Ecco alcuni tra i più interessanti commenti:  

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«Io sono dalla parte del prete che ha fatto la messa sul materassino. E lo difendo. Dio si può incontrare ovunque, anche in mare […] totale solidarietà a Don Mattia e alla sua autentica testimonianza […] Don Mattia è stato ed è autentico anche nel chiedere scusa. A me terrorizzano i preti giovani nostalgici del concilio di Trento e che celebrano in latino […] Mattia non hai fatto nulla di male! Spero che il sostegno di chi ti vuole bene ti dia forza e ti rincuori! […] Don Mattia la vera parola di Dio si pratica in questo modo semplice ed umile, siamo tutti con te […] Ma Gesù sarà stato contento di essere celebrato in un simile contesto e poi magari qualcuno che non andava a messa da tanto, ha avuto la possibilità di ricordare a quelli che hanno criticato è solo per invidia, per non avere il coraggio o la fantasia di farlo loro! Quanta ipocrisia… quanti talebani abbiamo nella chiesa […] Grazie Don Mattia per l’ennesimo insegnamento che mi hai dato. L’essenza […] Ma chiedere scusa di cosa??? Offeso chi? Delle persone zotiche? Non mi pare che Gesù andasse a predicare in giro la fede in giacca e cravatta avesse un altare tutto d’oro!

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Circola anche una lettera di un certo Don Paolo, intitolata: «Il materassino dello scandalo e i dinosauri cattolici», i cui contenuti sono equiparabili a quelli appresi durante un corso online in teologia, il cui docente di dogmatica è il mago Oronzo. Non sono qui per aprire alcun dibattito su queste espressioni che si commentano da sole e che, come ho detto precedentemente, sono solo un misto di emotività e di solidarismo corporativo. Eppure, è evidente e balza agli occhi la tragicità di una fede eucaristica inesistente, la non comprensione per la violazione del mistero del Santissimo Corpo e Sangue del Signore unita a una luciferina negazione del peccato che vanifica ogni possibilità di recupero del reo e di riconoscimento ed espiazione della colpa. Insomma, a sentire queste testimonianze è più devoto dell’Eucaristia Mattia Bernasconi che San Pasquale Baylon, patrono dei congressi eucaristici.       

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Il mio intento con questo ulteriore articolo sul tema è quello di ribadire pubblicamente ai Confratelli Presbiteri e ai Venerabili Vescovi che i nostri fedeli hanno completamente perso il senso della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Così come hanno smarrito il significato della celebrazione eucaristica della Messa come memoriale incruento del sacrificio del Calvario. E questo per colpa di noi preti! In definitiva, se vogliamo ancora salvare il minimo che può essere ancora salvato dobbiamo ripartire dall’Eucaristia, sia come mistero rivelato dal Signore Gesù che come comprensione e riflessione teologica dentro il Magistero della Chiesa. Ripartire dalle basi, iniziando dai bambini, educando il loro cuore a saper vedere Gesù, a stare con lui nel Sacramento. La mia esperienza di presbitero dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, per anni cappellano in un grande polo ospedaliero, oggi parroco di una parrocchia annessa al nostro convento sardo di Laconi, è quella che mi dice che i bambini si innamorano facilmente del Sacramento dell’altare se noi adulti sappiamo fornire loro il minimo indispensabile per capirne il mistero e la dignità della grandezza. A mio avviso non si dovrebbero appesantire e moltiplicare i concetti di fede nei fedeli cristiani se questi non sono ancora in grado di assimilarne l’essenziale. La presenza eucaristica di Cristo adorata e proclamata reale nella celebrazione della Santa Messa diventa il trait d’union che mi permette, in un secondo momento, di avere uno sguardo più dilatato e puro, quasi mistico, per vedere il Signore presente nei poveri, negli ammalati e in tutti i fratelli che incontrerò.

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Le ore di adorazione eucaristica, che nelle parrocchie stanno sempre più sparendo, rappresentano la vera palestra in cui riconoscere Gesù vivo. Un cristiano che non adora e non loda è un cristiano debole. Un sacerdote che nella sua vita spirituale non sente l’esigenza di stare davanti a Gesù sacramentato è un burocrate e se è anche in cura d’anime e non si sbuccia le ginocchia davanti al tabernacolo mette in pericolo la sua missione apostolica, la sua salute spirituale e indebolisce il gregge a lui affidato.  

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Se dovessimo osservare la consapevolezza della presenza del Signore nella maggior parte dei fedeli che varcano l’ingresso di una chiesa, ne vedremo delle belle: quanti di essi entrano con abiti decorosi e non succinti? Quanti spengono il cellulare o lo silenziano per rispetto verso la Santissima Eucaristia e per rispetto dei presenti che sono già in preghiera? Quanti cercano la lampada rossa che segnala che la chiesa è abitata dalla presenza eucaristica di Cristo vivo? Quanti si inginocchiano, una volta arrivati al banco, e recitano le orazioni di lode e di riverenza alla Santissima Eucaristia come quelle insegnate dal santo dottore Alfonso Maria de’ Liguori o dicono di cuore un «Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento» terminando il tutto con una dossologia? Quanti di coloro che entrano in chiesa, si affrettano a cercare il conforto della persona di Cristo nel tabernacolo anziché affrettarsi a cercare la statua lignea o di gesso del santo di turno, non capendo la differenza sostanziale che passa tra simulacro e presenza reale, tra il culto di latria, dulia e iperdulia?

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E questo potrebbe essere solo l’inizio di un lungo esame di coscienza collettivo che interessa fedeli e sacerdoti insieme. Possiamo andare ancora avanti analizzando la Santa Messa: quanti arrivano puntuali affinché si possa iniziare la celebrazione con il canto di ingresso e terminarla al canto finale? Quanti sono i fedeli ancora convinti che la Santa Messa sia valida se si è arrivati almeno prima della proclamazione del Santo Vangelo? Quanti, durante la consacrazione e l’elevazione, sanno guardare il Corpo di Cristo nell’ostia candida e il calice con vino, Sangue del Signore? Quanti ancora sostengono con fermezza che per fare la comunione alla Santa Messa basta un Atto di Dolore senza bisogno di alcuna confessione sacramentale previa, anche se si ha la coscienza di aver mancato a qualche comandamento? Quanti sono convinti che per fare la Comunione sacramentale basti il solo desiderio passionale che fa dire «mi sono sentito di prendere l’Eucaristia» dimenticando una vita cristiana che escluda il peccato abituale, le condizioni di disordine morale e gli impedimenti di coscienza che avrebbero bisogno di una profonda sanazione? Quanti sono i fedeli che si presentano a ricevere la Comunione dal sacerdote solo per i battesimi, i matrimoni i funerali, pensando che quella comunione buttata là sia doverosa per etichetta e non già come risposta di fede? Quanti ancora vanno a fare la Comunione con in bocca la caramella o la gomma da masticare? Quanti ancora si accostano con atteggiamento sprezzante e derisorio, con nessuna consapevolezza di chi si sta andando a ricevere? Quanti sfidano la Chiesa e il sacerdote che distribuisce l’Eucaristia reputando la Comunione un diritto proprio acquisito? Quanti propugnatori pubblici o difensori di posizioni quali l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, la convivenza, il consumo di droghe, i matrimoni fuori dalla legge naturale, la guerra e tutti quei casi in cui abbonda divisione, ostilità e vessazione del più debole oggi si accostano alla Comunione con evidente sacrilegio?

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Vi sembra normale affermare che, dopo tutte queste incongruenze, si possa ancora credere in maniera seria e matura alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia? La messa marina di Crotone è la punta dell’iceberg di un patologico malessere sacramentale che sta intaccando tutti.

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E quando fai notare questa incompatibilità, anche con forza, subito diventi uno che giudica, un Giuda che tradisce oppure un anacronistico «dinosauro» cattolico. Oggi queste accuse diventano il modo più immediato per screditare l’avversario e disinnescare il pungolo verso la santità che si richiede a chi vuole attraversare la porta stretta [Lc 13,24]. Con questo antidoto, l’accusa di giudizio, ci si toglie di mezzo qualunque bigotto, così come in politica si usa la parola fascista e nella comunità LGBT la parola omofobia per tacitare il dissenso avversario.     

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Da frate cappuccino avrei buon gioco nel ricordare a tutti la posizione, in relazione alla Santa Messa, di Padre Pio da Pietrelcina. Lui, sacerdote stigmatizzato, a ogni Eucaristia che celebrava o che assisteva riviveva sulla sua carne e nel suo animo gli spasimi terribili della passione del Signore Gesù con vivido realismo. Nella lettera del 7 aprile 1913, Padre Pio scriveva al suo direttore spirituale Padre Agostino da San Marco in Lamis descrivendo l’esperienza mistica di cui era stato spettatore, dove il Signore Gesù piangente si lamenta dei suoi sacerdoti definendoli «macellai» proprio in relazione alla celebrazione del divino sacrificio e delle disposizioni con cui esso veniva celebrato. Ho voluto citare un esempio a me caro e vicino, ma potrei continuare ad elencare altri santi come il Beato Carlo Acutis, ad esempio, e altre memorabili pagine della storia della Chiesa in cui si ribadisce l’importanza della celebrazione dell’Eucaristia e del Corpo del Signore.

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Non faccio questo per suscitare un linciaggio verso nessuno, cosa che mi guarderei bene dal fare essendo un peccatore più degli altri ma, ahimè, mi è stata attribuita anche questa intenzione da qualcuno che ha letto i miei ultimi articoli, non solo interpretandoli male, ma proprio stravolgendoli completamente.

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Carissimi Confratelli nel sacerdozio e Venerabili Vescovi, reputo vero e giusto il dovere ministeriale di affermare che quando si sorpassa il limite della decenza in una maniera così palese nei riguardi della Santissima Eucaristia e della Santa Messa, come accaduto a Crotone, ci vuole il giusto sdegno, la dovuta riparazione e il coraggio della paternità. Sì, saper utilizzare con immediatezza e autorevolezza la virile paternità, che né l’Arcivescovo di Milano né quello di Crotone hanno saputo fare nell’immediato. Come disse nel 1972 il Venerabile Padre Divo Barsotti predicando gli esercizi spirituali alla Curia Romana sotto l’invito di Paolo VI:

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«La Chiesa è stata dotata da Dio di un potere coercitivo che all’occorrenza deve esercitare perché se non lo esercita viene meno sia la carità che il mandato che Cristo le ha dato».

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E quale padre davanti al figlio che sbaglia non si prodiga con fermezza e misericordia, come leggiamo in Ebrei [cfr. 12,5-11], affinché questo si ravveda e non si perda? Perché è dalla correzione che sottolinea l’errore che nasce quella carità che recupera colui che sbaglia e lo circonda di misericordia. Per questo motivo non dobbiamo avere paura di affermare con le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica che:

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«Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della gloria futura » (Cfr. CCC n.1323).

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Chi ci aiuta in questa comprensione del mistero eucaristico sono i nostri sacerdoti che non da padroni ma da servi senza secondi fini:

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«esercitano la loro funzione sacra nel culto o assemblea eucaristica, dove, agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro Capo e nel sacrificio della Messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signore, l’unico sacrificio del Nuovo Testamento, il sacrificio cioè di Cristo, che una volta per tutte si offre al Padre quale vittima immacolata. Da questo unico sacrificio tutto il loro ministero sacerdotale trae la sua forza» [cfr. CCC n.1566].

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Nella quotidiana diaconia liturgica a servizio dell’altare fatta di gesti, riti, segni e simboli, i sacerdoti, celebrano l’Eucaristia in cui il Signore rinnova la sua redenzione pasquale dal peccato e dalla morte in favore dell’uomo. Questo linguaggio rituale ha bisogno di uno spazio appropriato, che sia degno della grandezza del mistero che in esso viene celebrato. Pertanto la Santa Messa:

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«Venga compiuta nel luogo sacro, a meno che in un caso particolare la necessità non richieda altro; nel qual caso, la celebrazione deve essere compiuta in un luogo decoroso» [cfr. Redemptionis Sacramentum n. 108 e Codice di Diritto Canonico, Can. 932 § 1; cfr. S. Congr. per il Culto Div., Istr., Liturgicae instaurationes, n. 9: AAS 62 (1970) p. 701].

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Così, celebrando con viva fede e in modo degno la Santa Messa, il sacerdote e con lui la Chiesa, realizza quanto Sant’Ambrogio vescovo di Milano dice a riguardo della presenza reale del Corpo del Signore:

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«Questo pane è pane prima delle parole sacramentali; ma, intervenendo la consacrazione, il pane diventa carne di Cristo […] Da quali parole è operata la consacrazione e di chi sono tali parole? Del Signore Gesù! Tutte le cose che si dicono prima di quel momento sono dette dal sacerdote che loda Dio, prega per il popolo, per i re e per gli altri; ma quando si arriva al momento di realizzare il venerabile sacramento, il sacerdote non usa più parole sue, ma di Cristo. È dunque la parola che opera (conficit) il sacramento […] Vedi quanto è efficace (operatorius) il parlare di Cristo? Prima della consacrazione non c’era il Corpo di Cristo, ma dopo la consacrazione, io ti dico che c’è ormai il corpo di Cristo. Egli ha detto ed è stato fatto, ha comandato ed è stato creato (cf Sal 33, 9)» [Cfr. Ambrogio, De sacramentis, IV, 14-16 (PL 16, 439 ss].

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Con l’ultima e definitiva parola dell’Arcivescovo di Milano, sulla vicenda della Messa di Crotone, ci avviamo al termine dell’estate 2022. L’estate sta finendo, cantavano i Fratelli Righeira nel 1985, per noi basterebbe che a finire fossero queste bizzarrie liturgiche e dogmatiche, con la speranza che in questo periodo i vescovi stiano un po’ più vicino ai preti e un po’ meno alle urne e ai politici, visto che reputiamo ancora che Cristo sia il solo e unico Redentore dell’umanità.

Laconi, 23 agosto 2022

festività di Sant’Ignazio da Laconi

 

 

 

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