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Le lettere di Berlicche e l’elogio della follia su eutanasia, cattolicità e “credenti laici”

21 Settembre 2021/4 Commenti/in Attualità/da Padre Gabriele
—  Attualità ecclesiale —

LE LETTERE DI BERLICCHE E L’ELOGIO DELLA FOLLIA SU EUTANASIA, CATTOLICITÀ E “CREDENTI LAICI”

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Un ateo può anche ritenere giusto e doverosa l’eutanasia ed esprimerne i motivi in qualunque sede. Non discuto la libertà di pensiero e di espressione, entrambe sacrosante e garantite per tutti. Ma quanto queste idee possono ritenersi fondate in modo saldo nelle radici cristiane e nell’illuminismo o nella modernità?

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  intervista formato stampa
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Michel Pacher [1435-1498]. Monaco di Baviera, Alte Pinakothek, dal monastero di Novacella: «Agostino, il Diavolo e il Libro dei Vizi» (1480)

in questo periodo di incertezza e di confusione sociale dovuti alla pandemia da covid19, sembra strano e fuori luogo proporre un referendum sull’eutanasia, quasi fosse una tematica da risolvere in tempi brevi, al pari della pandemia.

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Non vorrei addentrarmi in lunghe discussioni giuridiche, di cui non sono esperto, desidero solo farmi attento osservatore della realtà circostante. Non mi piace nemmeno scadere in polemica, come già spiegato in passato nel nostro libro dedicato alle supercazzole dei teologi cibernetici, tuttavia mi sento di dover dire qualcosa sugli effetti che la raccolta firme per il referendum sta generando nei fedeli cattolici. Specie dopo esserci sorbiti le stramberie di un sacerdote che «da prete» diceva «si all’Eutanasia» e al quale ha dedicato precise e severe parole Padre Ivano Liguori.

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Stiamo ovviamente parlando ― sempre a proposito delle supercazzole dei supercazzolari ― della schiera di cattolici adulti che, sulla base di acute e profonde ricerche su Wikipedia che confermano le loro teorie strampalate, accettano di firmare con estrema facilità per il referendum. Poi semmai si dirigono a Messa senza batter ciglio, a ricevere la comunione, convinti di avere fatto il massimo; convinti che un conto è la religione e un conto la politica (!?).

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Sfogliando giorni fa Il Corriere della Sera, fra le lettere inviate ad Aldo Grasso mi sono imbattuto nella non meglio definita categoria del “credente laico”, tale si definiva infatti un lettore. Non entro nel giudicare la persona che ha scritto la lettera, della quale non ho nessuna conoscenza e voglia di esprimere i miei giudizi. Ribadisco: non lo conosco, a parte il nome che volentieri ometterò, e non so nemmeno il suo grado di scolarizzazione. Effettivamente però, dal contenuto degli argomenti offerti, mi sembra di notare che fra le righe ci sia una evidente confusione nei contenuti: confusione forse un po’ cercata e un po’ spontanea.

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In questo testo sembra di rileggere un argomentare che richiama la scrittura interlocutoria del personaggio Berlicche, nelle più note Lettere di Berlicche di C. S. Lewis. In questo libro il diavoletto Berlicche, mentre va in pensione, insegna al più giovane Malacoda, che lo sostituirà, ad insinuare dubbi inesistenti ma all’apparenza fondati e così portare a peccare l’uomo. La modalità argomentativa mi sembra davvero simile. L’Autore di quella lettera non è assimilabile al diavolo, ma il suo scrivere e argomentare ne richiamano l’idea come descritta da Lewis.

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Il motivo centrale su cui mi vorrei soffermare risiede nel fatto che sembra contenere una piccola sintesi di quello che il mainstream culturale ritiene come verità sacre in materia di eutanasia. Soprattutto è una sintesi di quello che il mainstream ritiene di conoscere inoppugnabilmente circa i rapporti fra la morale cattolica e l’eutanasia. Scrive l’Autore: «[…] da credente laico chiedo ai credenti intransigenti». La lettera comincia con la dicitura “credente laico”, che non chiarifica nulla delle conoscenze in materia di fede e morale dello scrivente. Ammesso anche che per laico si intenda il greco laos (popolo), si percepisce immediatamente e a intuito che chi scrive non è stato ordinato in sacris, né è figlio di qualche istituto religioso e successivamente ordinato presbitero. Perciò, a rigor di logica, è evidente che l’Autore non sia un presbitero. Battezzato o meno, lo scrivente si presenta dunque come un non sacerdote che dice di credere in qualcosa. Successivamente sembra di leggere un suo porsi in contrasto coi cosiddetti “credenti intransigenti”. Se dunque ci si pone in contrasto vuol dire che l’Autore ritiene di essere più comprensivo, ragionevole e aperto rispetto agli intransigenti “chiusi di mente”. Che tipo di credenti saranno, se lui si definisce come credente laico e per contrasto, intransigenti? Da qui non sembra di poterne dare una risposta certa, anche se al momento non abbiamo avuto chiarimenti circa il contenuto delle credenze dell’autore. Continuando però nella lettura abbiamo qualche delucidazione: «[…] è lecito all’uomo prolungare la vita per mesi/ anni delegando tutte le funzioni vitali a una macchina?».

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La prima domanda mostra un quadro di idee che l’Autore offre con una serie di domande suggestive. Qui viene usata la tecnica della domanda retorica: cioè all’interno di domande che vengono poste come interrogativi coscienziosi e scrupolosi, suggerisce delle risposte che sembrano auto-evidenti e che si possono evincere dalle stesse domande. Quindi, ammesso e non concesso che lo siano, l’Autore esordisce con un argomento di natura medico scientifica (funzioni vitali/ macchina). L’argomento espresso sembra però un po’ equivoco. Che vuol dire prolungare la vita ed essere attaccato a una macchina? Ci si sarebbe atteso come minimo una serie di esplicitazioni con esempi concreti e argomentazioni scientifiche con le quali si mostra che le terapie esistenti non avrebbero fatto altro che delegare tutte le funzioni vitali a una macchina. Tutto ciò è invece assente.

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Si fatica un po’ a comprendere, considerando che esista davvero una condizione oggettiva in cui una persona possa delegare tutte le funzioni vitali a un macchinario che, senza nessun intervento di medici, infermieri e operatori, possa da solo occuparsi completamente delle sue funzioni vitali. Il macchinario indefinito, potrà forse sostituire completamente il battito del cuore, lo scambio polmonare di ossigeno e anidride carbonica e anche la produzione dei secreti degli organi interni? La persona che necessita di questo macchinario, più ragionevolmente avrà bisogno di una tecnologia ausiliaria ma mai completamente sostitutiva. Come noto infatti dallo stesso concetto di macchina, essa non può mai e in nessun modo sostituire completamente l’integralità delle funzioni di un uomo, può solo aiutarlo a vivere una vita difficoltosa ma comunque soddisfacente, fino al suo compimento naturale. Questa persona, anche se atea, può valorizzare i momenti di sofferenza, di dolore e di dipendenza come momenti in cui esprime tutta la sua unicità e bellezza, dove la tecnologia ausiliaria può fargli scoprire delle doti nascoste e delle capacità di resilienza che neanche lui sapeva di possedere.

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C’è da rimanere abbastanza perplessi di fronte all’interrogativo posto, quasi che l’eutanasia fosse l’unica e autentica soluzione a uno stile di vita in cui si chiede il supporto di un’altra persona o di una tecnologia. Ma se così fosse, anche la persona che vive con delle protesi alle gambe o alle braccia, potrebbe ritenere di vivere una vita indegna e chiedere di staccare la macchina e farsi uccidere. A quel punto, ogni interpretazione soggettiva di «vita degna di essere vissuta» avrebbe campo libero e dovrebbe essere presa sul serio senza neanche discuterne, sostituendo il valore della persona intesa come soggetto morale e di diritto.

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Fin qui non ho citato nessun testo della tradizione confessionale cattolica. Basti pensare solo all’etica aristotelica delle virtù, per cui l’uomo vive l’armonia nel giusto mezzo virtuoso che lo aiuta a vivere i momenti tragici della vita senza cadere nella disperazione; ma andando anche a filosofi vicino all’illuminismo, riguardo la centralità della persona ripenso alla lezione kantiana del secondo imperativo categorico, inserita all’interno della Fondazione della Metafisica dei costumi:

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«Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.» (I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, BA 67-68)

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Mantenere dunque una persona in vita significa riconoscergli la sua centralità, unicità e finalità: ogni persona è un centro propulsivo di idee, valori, creatività, azioni che deve essere accompagnato in qualsiasi momento della propria vita e non assassinato mediante un atto arbitrario e ideologico.

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Andando oltre, il quadro degli argomenti si complica:

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«Non dovremmo considerare “peccato mortale” creare una vita artificiale, in contrasto con la volontà di Dio che aveva prefissato il tempo per una morte naturale? Staccare la “spina” non sarà invece rimettere nelle mani del Dio il destino di una sua creatura? Ai due ladroni crocifissi sul Golgota furono spezzate le gambe per accelerarne la morte, essendo imminente l’inizio della Pasqua ebraica. Al Cristo crocefisso, come da profezie, non furono spezzate perché suo Padre lo riunì a sé in spirito prima di questo estremo supplizio. Sarebbe stata eutanasia»?

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Immediatamente l’Autore della lettera si sposta da una analisi più o meno medico scientifica a una più o meno teologica, soffermandosi sui termini di peccato, vita, volontà di Dio, predestinazione. E, in due righe, pretende di proporre una propria sintesi schematica del mistero cristologico della Croce e della Redenzione. Inutile a dirsi: i due piani, quello medico scientifico e quello teologico, sono assimilati e posti in maniera abbastanza confusionaria. Sospetto che l’anonimo scrittore non abbia nessuna nozione dei termini biblici e di missione trinitaria. È infatti convinto di avere argomenti invincibili di supporto alla propria tesi, che, se non erro, mi sembra ora di poter dire di natura eutanasica. Ciò detto, è evidente che la risposta è no a tutte le domande fatte. Ma per rispondere, noi “credenti intransigenti” ― che siamo così dementi da credere alla Tradizione, alla Scrittura e al Magistero della Chiesa Cattolica ― dobbiamo attingere proprio al contenuto del deposito della fede che ci costituisce proprio come “credenti intransigenti”, secondo l’accezione dell’Autore. Dunque la risposta è no perché donare la salute a una persona che soffre non è creare la vita artificiale. L’uomo, infatti, non può creare nulla, ma solo costruire, manipolare, rielaborare una materia esistente. Nella Genesi e nel secondo Libro dei Maccabei [cfr. 2 Mac 7, 28] tutto questo è chiaro, anche ad una semplice analisi testuale: Dio crea dal nulla (in ebraico bara), l’uomo costruisce, produce. Inoltre Dio non prefissa prima quello che accadrà dopo, cioè in modo definitivo la data precisa in cui morirà un uomo. Dio infatti, secondo la teologia cattolica, vive in uno stato di eterno presente simultaneo. Vive in uno stato fuori dal tempo in cui non c’è né prima né dopo. Perciò non può prefissare qualcosa prima o dopo di Lui.

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Staccare la spina è l’atto con cui si uccide indebitamente una persona che necessita di supporto e terapia; non comprendo come questo possa dirsi un atto tipico del disegno di Dio. Nella logica dell’anonimo Autore, Gesù, per rimanere nel piano di Dio avrebbe dovuto uccidere il paralitico che i quattro amici calarono dal tetto sul suo lettuccio [cfr. Mc 2, 1-12], i ciechi di Gerico che gli chiedevano di ascoltarlo [cfr. Mt 20, 29-34], o assassinare anche il servo del centurione, sofferente e paralizzato sul letto. Chissà, forse gli Evangelisti non hanno veramente capito cosa intendesse Gesù. Però lo ha inteso meglio il nostro anonimo Autore, circa duemila anni dopo, donando “perle di fede” non intransigente sulla pagina dei lettori de Il Corriere della Sera.

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Ritengo evidente che staccare la spina sia disobbedire al piano creativo di Dio, che dona all’uomo vita e libertà. Solo Lui può richiamare a sé questi doni, perché ne è il Donante originario. A noi uomini sta solo di custodire questi doni di Dio. È bene poi precisare che ai due ladroni vengono spezzate le gambe e a Gesù Cristo invece no, perché secondo l’interpretazione del nostro Autore doveva essergli risparmiato il supplizio della croce. Al Cristo crocefisso, come da profezie, non furono spezzate perché suo Padre lo riunì a sé in spirito prima di questo estremo supplizio. E questa sarebbe stata eutanasia?

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Ho faticato molto a non sorridere di fronte a questa evidente fallacia di natura teologica: infatti il Padre manda il Figlio proprio perché donasse la sua vita sulla Croce. Questo è il fine ultimo della missione trinitaria dell’Incarnazione. Il Figlio è inviato perché generasse un effetto di grazia e di redenzione in tutta l’umanità, mediante il supplizio e la morte della croce. Che i soldati romani non gli spezzino le gambe, è assolutamente accidentale rispetto alle terribili sofferenze già ricevute e alla morte di Gesù che era di fatto imminente. Il Padre non preserva il Figlio da nessun dolore, anzi lo stesso Gesù è consapevole di questo, dell’arrivo del suo momento drammatico, quando decide di amare sino alla fine [cfr. Gv, 13-1].

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L’argomento non funziona nemmeno da un punto di vista logico: se una persona è sulla croce e viene richiamata a sé in spirito, vuol dire che sta già soffrendo e semplicemente com’è normale a un tratto muore. La croce infatti era una pena terribile che veniva inflitta anticamente proprio perché generasse atroci sofferenze e uno stigma identificativo sul condannato. Essere crocifissi voleva dire aver subito in precedenza un numero ingente di schiaffi, percosse, frustate, sputi e insulti personali, dopo aver camminato per un lungo viaggio trascinando sulle spalle una croce di legno pesante su un corpo già ampiamente piagato da mille dolori. Finito poi il viaggio al punto di innalzamento della croce, il condannato veniva inchiodato mani e piedi con lunghi spuntoni battuti con grossi martelli direttamente nella carne. Alla fine issato in alto, esposto alle intemperie e agli agenti atmosferici, fino alla morte, che dato l’insieme di violenze subite era imminente.

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Nella logica dell’anonimo Autore tutto questo non sarebbe da pensarsi come un supplizio, credo e ipotizzo, ma come una sorta di crociera su una lussuosa nave Costa, con tanto di cocktail e happy hour. È evidente che parlare di togliere il supplizio a Cristo sofferente nella Passione esclusivamente perché il Padre non permette ai soldati di spezzargli le gambe, mostra che non si conosce la storia, né tantomeno le istituzioni sanzionatorie del diritto romano del tempo e men che mai le nozioni base della fede e della teologia cattolica. Come mai allora ci si lancia in una così curiosa e fantasiosa analisi della Passione di Cristo? Al caro lettore “credente laico”, forse darà fastidio sentirsi rispondere che ha torto sui suoi convincimenti cristologici, sulla base di argomenti di fede cattolica? Non sarebbe stato quindi più prudente per lui non esprimersi su temi che non conosce in modo approfondito? 

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Forse la parte più comica di questo scambio epistolare la riserva la stessa risposta di Aldo Grasso, che rispondendo allo scrivente gli testimonia che lo stesso Umberto Veronesi ― noto sostenitore dell’eutanasia ― avesse avuto molteplici testimonianze da parte dei malati, nessuno dei quali «in tanti anni passati al capezzale di malati terminali, spiegò, nessuno gli aveva mai chiesto di morire. Tutti gli avevano sempre chiesto di guarire; anche contro ogni evidenza, anche quando palesemente non era più possibile». Che dire: onore al principio di non contraddizione!

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Tutta questa lunga disamina su una lettera pubblica, da tutti leggibile e analizzabile su un quotidiano nazionale, è destinata a mostrare dunque l’incredibile mentalità che soggiace alla cultura della morte, così definita dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II. Una mentalità che ha i suoi dogmi e le sue credenze, pronta a inventare e a modificare ex novo anche concetti, idee e nozioni oggettive in ambito biblico, teologico, medico, giuridico, etico, morale pur di ritenersi assolutamente inattaccabile.

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Intendiamoci: un ateo può anche ritenere giusta e doverosa l’eutanasia ed esprimerne i motivi in qualunque sede. Non discuto la libertà di pensiero e di espressione, entrambe sacrosante e garantite per tutti. Ma quanto queste idee possono ritenersi fondate in modo saldo nelle radici cristiane e nell’illuminismo o nella modernità? Queste bislacche argomentazioni sono invece solo frutto di una totale rilettura ideologica che va a minare la stessa libertà di pensiero e di espressione sulla quale presume di fondarsi. Infatti, una mentalità eutanasica tenderà a inculcare in modo ideologico e propagandistico le sue idee, proponendo quelle che la contraddicono come “bigotte, intransigenti, medievali, confessionali” senza lasciare la libertà di costruire uno spazio critico nella coscienza dell’uomo. Che è sacrario intangibile e fonte originaria di qualsiasi libertà.

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Concludo salutando con affetto l’ignoto Autore chiarendo che non ce l’ho con lui, ma ammettendo pubblicamente che certi argomenti mi hanno fatto sorridere, proprio là dove ci sarebbe da piangere lacrime di sangue.

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Roma, 20 settembre 2021

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