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Com’è triste Venezia ai tempi del Covid, cantata da un prete politicamente scorretto anziché da Charles Aznavour

1 Marzo 2021/12 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel
—  Attualità ecclesiale —

«COM’È TRISTE VENEZIA» AI TEMPI DEL COVID, CANTATA DA UN PRETE POLITICAMENTE SCORRETTO ANZICHÈ DA CHARLES AZNAVOUR

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Oggi che sono in vena di rivelazioni vi svelerò un arcano: chi ha letto gli scritti stomachevoli ancor più che dissacranti del de Sade e dell’Apollinaire ― e ciò non tanto per interesse letterario ma psichiatrico e demonologico ―, ha molto chiaro quanto certi odierni aspiranti al politicamente scorretto siano in verità solo ingenue creature che pensano di avere svaligiato col colpo del secolo il caveau della Banca d’Italia dopo avere rubato soltanto un barattolo di marmellata in un ipermercato.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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Merda d’Artista, opera d’arte di Piero Manzoni, conservata al Museo del Novecento di Milano, al Centro Georges Pompidou di Parigi e al Museum of Modern Art di New York. Nel 2018 uno di questi barattoli di merda è stato venduto a 275.000 euro dalla casa d’aste milanes Il Ponte. A questo link sono disponibili tutte le spiegazioni artistiche con le relative implicazioni psicanalitiche, socio-politiche, culturali, ecc …

Uno dei cavalli di battaglia del cantante francese di origine armena Charles Aznavour [nato Chahnourh Varinag Aznavourian, Parigi 1924 – Mouriès 2018] è la canzone Com’è triste Venezia:

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«Com’è triste Venezia soltanto un anno dopo/  Com’è triste Venezia se non si ama più/ Si cercano parole che nessuno dirà/ E si vorrebbe piangere e non si può più».

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Prima di giungere a Venezia usata come paradigma, è bene spiegare cos’è politicamente scorretto e cosa no. Forse lo è Piero Manzoni autore della sua Merda d’Artista tutt’oggi conservata al Museo del Novecento di Milano, al Centro Georges Pompidou di Parigi e al Museum of Modern Art di New York? Opera preziosa e quotata, si pensi che una delle sue scatolette di merda è stata venduta nel dicembre del 2018 presso la casa d’asta milanese Il Ponte a 275.000 euro [cfr. QUI]. E tutt’oggi i critici spiegano il senso di quell’opera assicurando con serietà: «… è un artista di rottura, contro-tendenza, politicamente scorretto …».

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Sarebbe questo il politicamente scorretto, una scatoletta di merda? O forse «Piss Chirst» (piscio di Cristo), “opera” di Andres Serrano, consistente in un Crocifisso immerso in un bicchiere pieno della sua orina? [cfr. QUI]. Sarebbe questo il tanto decantato politicamente scorretto che produce eccitazione nei fricchettoni della Sinistra radical chic che si muovono tra i superattici dei Parioli e le ville di Capalbio?

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Oggi che sono in vena di rivelazioni vi svelerò un arcano: chi ha letto gli scritti stomachevoli ancor più che dissacranti del de Sade e dell’Apollinaire ― e ciò non tanto per interesse letterario ma psichiatrico e demonologico ―, ha molto chiaro quanto certi odierni aspiranti al politicamente scorretto siano in verità solo ingenue creature che pensano di avere svaligiato col colpo del secolo il caveau della Banca d’Italia dopo avere rubato soltanto un barattolo di marmellata in un ipermercato.

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Volete portare allo scoperto certi principianti del politicamente scorretto o della dissacrazione di bassa lega, tipo il Crocifisso immerso in un bicchiere di “artistico” piscio, facendoli esplodere all’istante al di fuori d’ogni logico equilibrio? Per farlo basterà questa pubblica affermazione: «Nella tarda mattina un negro già ubriaco fradicio mi ha attraversato la strada col semaforo rosso per i pedoni. Meno male che ho avuto i riflessi pronti e inchiodato una frenata, altrimenti rischiavo di stendere un negro ubriaco sotto le ruote».

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Udito questo i principianti del politicamente scorretto, gli stessi che difendono la artisticità di chi deve esercitare il libero diritto a mettere un Crocifisso a mollo dentro il proprio piscio, si stracceranno le vesti dinanzi a chi ha osato far uso dell’innocua parola «negro», anziché indicare quella persona molto abbronzata come “uomo di colore”. Un conto è infatti esporre un Crocifisso dentro un bicchiere di piscio e chiamare il tutto arte con tanto di pubblici patrocini a beneficio di eventi e manifestazioni artistiche, un conto chiamare negro un africano nero come un tizzone di carbone, perché ciò non si fa, è una espressione razzista inaccettabile! Nella società di oggi che si reputa veramente civile, un negro non è un negro, è un uomo di colore, allo stesso modo in cui Gesù Cristo crocifisso immerso dentro un bicchiere di piscio non è patetica dissacrazione da quattro soldi, è arte. Anzi: “arte di rottura”, “di trasgressione”, come direbbe il critico di turno fricchettone di sinistra e, ovviamente, manco a dirsi orgoglioso gay dichiarato. E non sia mai che qualcuno gli risponda a tono dicendogli «… ma smettila frocetto di dire scemenze, impara piuttosto a rispettare gli altri». Chiamare infatti “frocetto” un critico d’arte ostentatamente gay che ti presenta come arte un Crocifisso a mollo dentro un bicchiere di piscio, è un insulto tale da richiedere una apposita legge sulla transomofobia, da approvare di corsa e con assoluta priorità in piena pandemia, mentre gli ospedali italiani scoppiano e le terapie intensive sono al collasso. Invece, Gesù Cristo immerso nel piscio, è “arte di rottura” sulla quale non si discute. E chiunque osasse mettere in discussione quell’opera d’arte sarà puntualmente definito come bigotto catto-fascista, soprattutto da un esercito di frocetti in vena di trasgressioni, che poi tali non solo, primo perché non hanno inventato niente, secondo perché, molti secoli fa, a Sodoma e Gomorra hanno trasgredito molto più e molto meglio di loro. Ah, dolce ignoranza dei LGBT+ che pensano di avere inventata la trasgressione! Probabilmente non immaginano neppure che cosa fossero città come Corinto all’epoca in cui il Beato Apostolo Paolo predicava ai suoi abitanti. Ah, dolce e gretta ignoranza provinciale …

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La verità è che i sinistri radical chic con i loro amici LGBT+, con i loro barattoli di Merda d’Artista e i poveri Cristi messi a mollo nel piscio e dichiarati “arte” dal critico d’arte gay di turno, pronto però a dare all’istante del catto-fascista a chiunque osi dissentire, sono politicamente scorretti e dissacranti come potrebbe esserlo un’educanda che giammai verga d’uomo vide neppure in fotografia, ma che millanta d’essere una sciupa-uomini seriale, salvo cadere nel ridicolo, perché nei concreti fatti è una vergine illibata e persino timida. Così come nel ridicolo sprofondò l’oggi giustamente dimenticato Alberto Moravia, che con la sua miseranda opera La vita interiore e il personaggio della sua giovane Desideria vogliosa, autore dissacrante e di rottura poteva esserlo giusto per quattro figli di papà alto borghesi che mai avevano letto nelle loro insipide esistenze gli autori più dissacranti e distruttivi del Settecento, convinti che il disprezzo per tutto ciò che è puro e sacro fosse stato inventato nel 1978 da un sessuomane come Alberto Pincherle detto Moravia, o da quell’ubriaco di Charles Bukowski, per il quale non si capisce perché non sia stato mai istituito il Premio Letterario Cirrosi Epatica.

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Tra questi discorsi mi è caro ricordare il mio amico Paolo Poli, che con tutta la sua platealità teatrale soleva dirmi in tono sconsolato:

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«Io che sono un frocissimo serio, non sopporto questi piccoli frocetti di nuova generazione privi di serietà, sono patetici! Il vero frocismo è roba da professionisti non da … [N.d.A. e giunto a questo punto della frase mi devo fermare]».

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Sugli aspiranti alle “rotture” e alle “dissacrazioni” cosiddette epocali, il caro Paolo Poli proseguì dicendomi:

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«… ma figurati tesorino mio, certi soggetti che pensano di essere intellettuali dissacranti e di rottura? Oh, che ridicoli! Nella migliore delle ipotesi fanno il bidet tre volte al giorno nella pila dell’acqua santa per purificarsi e mondarsi dai loro piccoli peccatucci».

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Questi erano per Paolo Poli gli intellettuali della Sinistra italiana e i suoi quattro figli di papà alto borghesi che giocavano agli intellettuali e ai trasgressivi. 

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Chiarito cosa non è politicamente scorretto, anche col prezioso ausilio del ricordo del mio amico «frocissimo» Paolo Poli, ma soprattutto dopo avere puntualizzato come certi chierichetti di paese che servono la Messa a un curato di campagna pensino di essere i cardinali diaconi che assistono il Romano Pontefice durante un solenne pontificale all’altare della Confessione nella Papale Arcibasilica di San Pietro, io che della scorrettezza politica sono un grande professionista — se permettete anche di alto livello politico ed ecclesiale —, adesso vi canterò Com’è triste Venezia ai tempi del Covid-19. In verità triste lo era anche prima, però la vacca era grassa e spargeva latte, per questo nessuno si accorgeva della sua intima e profonda tristezza.

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Ogni persona dotata di buon senso è preoccupata perché assieme al problema del Covid-19, delle sue ondate che non si arrestano e delle sue varianti, c’è quello non meno lieve della situazione economica che coinvolge aziende, attività commerciali e singoli lavoratori. Interi nuclei familiari temono per la loro sussistenza e dal marzo del 2020 vivono in situazioni di grandi difficoltà. Non parliamo del lavoro, delle casse integrazioni giunte, non giunte o da giungere. Dei contributi, dei finanziamenti o dei cosiddetti “ristori” dati o non dati, ricevuti o non ricevuti, giunti o da giungere, che in ogni caso non potranno comunque durare in eterno. È a dir poco ovvio che a un certo punto sia stato scelto uno specialista in economia di fama mondiale come Mario Draghi per presiedere il nuovo “governo di emergenza”. O forse potevamo permetterci di seguitare a dissipare soldi tra monopattini, biciclette e reddito grillino di cittadinanza con il quale i dilettanti allo sbaraglio del comico schizofrenico si sono comprati voti nell’intero meridione d’Italia, dove in molti collegi elettorali sono state superate persino le mitologiche maggioranze bulgare? [cfr. precedente articolo, QUI] Così, ciò che nella disgrazia non certo auspicabile e meno che mai desiderabile poteva essere un’occasione di riflessione, maturazione e cambiamento sociale, si è presto mutata in una occasione perduta, soprattutto perché nessuno, in testa a tutti politici e pubblici amministratori affamati di voti, è disposto a dire al popolo, o a certe sue fette o categorie di persone, delle spiacevoli verità, esattamente quelle che nessuno vuole sentirsi dire.

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In vari programmi televisivi abbiamo più volte assistito alle proteste dei commercianti veneziani che rispondevano ai giornalisti nelle varie dirette televisive: «Non riusciamo ad andare avanti … tra poco saremo alla fame … Venezia sta morendo … ». Seguitavano poi alcune urla di rabbia: «Ci hanno dimenticati, ci hanno dimenticati!». 

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Come cittadino italiano amante dell’arte e pastore in cura d’anime, vorrei rispondere a quei commercianti veneziani da protesta televisiva che per quanto mi riguarda non li ho affatto dimenticati, anzi li ricordo benissimo, persino a distanza di anni. Per esempio ricordo di avere visto da porte semi-aperte o da finestre alte un metro e mezzo affacciate sulle calli della Città lagunare, gli interni di cucine di ristoranti, osterie, pizzerie e fast-food di una tale sporcizia interna da non essere equiparabili a quelli dell’Algeria degli anni Cinquanta, che di certo erano più puliti. Vedendo ciò che all’interno c’era di sporco mi sorse persino il dubbio che gli stessi topi fossero riluttanti ad avvicinarsi. Ricordo anche d’aver pagato nel 2001, in piedi davanti al bancone di un bar, che tanto per chiarire non era in Piazza San Marco ma in una zona decentrata, l’importo di 11 euro per due cappuccini e due cornetti. Ma non è questo il punto, perché a Venezia possiamo, anzi dobbiamo concedere anche 11 euro per due cappuccini e due cornetti, ben precisando che sto a parlare non di ieri ma vent’anni fa, Venezia è infatti una città unica al mondo, certi importi se li merita tutti, i prezzi alti potrebbero essere persino un eccellente deterrente per evitare che sia presa d’assalto da numerose orde di turisti selvaggi, che questa delicata Città d’arte non può reggere. Se quindi vai a Venezia devi essere pronto a spendere, altrimenti è bene scegliere mete più economiche. Però, ciò premesso, proseguo dicendo che solo dei ladri patentati come i veneziani possono offrire a quel prezzo dei cappuccini fatti non con latte fresco ma con latte a lunga conservazione di terza qualità, per non parlare della qualità assolutamente scadente del caffè. I due cornetti li gettammo poi nel cestino, sotto gli occhi del tutto indifferenti del barista, perché non solo erano grassi idrogenati surgelati, peggio: erano stati scongelati male, quindi cotti all’esterno ma crudi dentro.

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E vogliamo parlare dei negozi traboccanti chincaglierie con gestori e commessi di rara maleducazione e ignoranza, poiché sicuri che tanto migliaia di persone se ne sarebbero andate via la sera più o meno scontente e altre migliaia pronte per essere spennate sarebbero giunte il giorno dopo? No, non abbiate paura di essere dimenticati, cari commercianti veneziani oggi piangenti, perché in molti non vi dimenticheremo mai, molti e sparsi per tutto il mondo. E come potrei dimenticare quel che mi accadde in un hotel a quattro stelle nel 1998, quando eravamo sempre con la vecchia moneta? Accadde che in un periodo di media stagione pagai per una camera singola con prima colazione 280.000 lire, corrispondenti secondo le tariffe oggi applicate a circa 650 euro. Quando la sera andai a dormire trovai nel letto due capelli neri ed esaminando bene le lenzuola alla luce notai alcune macchie sulle quali sorvolo. Scendo alla reception dove faccio le mie rimostranze. Giunge il direttore che senza menarla per le lunghe mi dice: «Se la nostra struttura non l’aggrada può trovare posto sotto qualche ponte, a Venezia ce ne sono tanti!». Prima di diventare prete ho girato abbastanza per il mondo e posso testimoniare che in tutti gli alberghi dei Paesi del Magreb degli anni Novanta nessuno mi aveva mai presentato un letto rifatto con delle lenzuola già usate e delle macchie sulle quali è meglio sorvolare. Può accadere che per errore una camera non sia stata rifatta? Tutto inavvertitamente può accadere per involontario errore umano, però a quel punto ci si scusa e si manda immediatamente la cameriera a rifare il letto, non si invita certo il cliente che protesta ad andare a dormire sotto un ponte. Capite perché non vi dimenticherò mai, cari commercianti veneziani oggi piangenti a causa della crisi economica dovuta a Covid-19?

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Eppure pare che oggi si dovrebbe piangere non solo per quelli veneziani ma pure per i commercianti fiorentini e romani che si sono ingrassati nelle zone turistiche di queste città d’arte molto frequentate, dove per anni hanno offerto prodotti scadenti e tanta maleducazione rivolta ai clienti, certi del fatto che migliaia se ne sarebbero andati via la sera, semmai gran parte scontenti, altre migliaia pronti per essere spennati sarebbero giunti il giorno dopo. O qualcuno dimentica l’impazzimento dei prezzi attorno a Piazza San Pietro e alla Città del Vaticano nel 2005 in occasione della morte del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II? Altro che Venezia, in Via della Conciliazione si giunse a chiedere 24 euro per due cappuccini e due cornetti. Dato però che sono politicamente scorretto, ma lo sono sul serio e come dicevo ad alti livelli professionali, in tutta tranquillità vi dichiaro che per costoro non intendo affatto piangere una lacrima, neppure se Gianfranco Vissani, con la sua aria più simile a quella di un vecchio macellaio d’altri tempi anziché a quella di un elegante chef stellato, gira per le reti televisive a difendere acriticamente, tra urla e discorsi spesso campati in aria, una categoria composta anche da tante persone per le quali non si è tenuti a piangere, per esempio per l’esercito dei non pochi improvvisati all’arrembaggio che da sempre recano gravissimi danni al delicato settore alberghiero, ma soprattutto a quello della ristorazione.

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Lungi dal piangere per certi ristoratori o albergatori di zone turistiche dove si pratica la “rapina” del turista, le mie lacrime sono riservate per i loro dipendenti e le rispettive famiglie. Sono riservate a tutti quei ristoratori che amano il proprio lavoro con passione e che considerano la cucina italiana una vera e propria cultura di questo nostro Paese di arti e talenti. Le mie lacrime sono rivolte a cuochi e camerieri, bravi professionalmente e molto attaccati al loro lavoro, costretti da gestori assatanati di soldi e incuranti della salute dei loro clienti a usare alimenti di terza qualità fatti passare per prima, presentando come italiane carni scadenti provenienti da dubbi allevamenti degli ex Paesi dell’Est, pesci surgelati spacciati come pesca della notte, funghi porcini garantiti come raccolti nei vicini boschi dalle mani sante dei vecchi nonni e venduti per questo a peso d’oro, ma provenienti in realtà da coltivazioni dell’Ucraina dove avevano assorbito residui tossici radioattivi [cfr. QUI].

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Sorvoliamo sulle truffe alimentari, perché sarebbe un tema enciclopedico. Quante volte nella mia qualità di prete mi sono ritrovato a parlare con aiuto-cuochi e camerieri che mi hanno esposto le loro non lievi crisi di coscienza, dovendo assistere ogni giorno silenziosi a tutto questo e altro ancora, sino agli alimenti avanzati dai piatti dei clienti e riciclati in cucine di ristoranti pretenziosi, non in osterie di quarta classe? Forse a Gianfranco Vissani, celebre chef e rappresentante della categoria, certe domande può essere che non le abbiano mai rivolte, mentre a me che sono un prete sì, tanto che più volte mi sono sentito chiedere: «Il mio lavoro di aiuto cuoco … di cameriere … di lavapiatti … mi serve per vivere. Il mio stipendio mi costringe però a vedere ogni giorno dentro le cucine carenze igieniche nella preparazione dei cibi, alimenti deteriorati rigenerati, avanzi riciclati e poi rimessi nei piatti». Per quanto possa sembrare impossibile, di persone che ancora hanno una coscienza ne esistono. Semmai la coscienza ce l’ha però l’aiuto-cuoco, il lavapiatti e il cameriere, non certi ristoratori che a prezzo della salute altrui devono sfoggiare un’auto sportiva nuova all’anno e che oggi strepitano contro governo e politici davanti alle telecamere a causa della crisi generata dalla pandemia in corso.

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A Venezia sorge nell’area della punta della Dogana la maestosa chiesa basilicale di Santa Maria della salute, eretta dai veneziani come voto fatto dalla cittadinanza alla Vergine Maria alla quale è attribuita la liberazione dalla peste del 1630-1631. E qui va ricordato che in quella come in altre epoche, Venezia era un bordello a cielo aperto e crocevia di ogni genere di malaffare. Non lo dico io, è la storia che lo documenta in tutti i dettagli. Lo documentano persino le cronache ecclesiastiche, oltre alle sentenze dei tribunali ecclesiastici, che definirono più volte i conventi e i monasteri delle monache veneziane «perfin peggiori delli lupanari» e sconsigliavano gli uomini di retti costumi dal visitare certe case religiose femminili [rimando a questo mio articolo storico, QUI]. All’epoca di quella pestilenza i veneziani si raccomandarono però all’intercessione della Beata Vergine alla quale poi dedicarono questa chiesa. Oggi, a chi intendono rivolgersi? Ai ristori, ai fondi dell’Unione Europea?

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Credo di avervi mostrato a sufficienza cosa veramente e costruttivamente sia il vero politicamente scorretto. Non un barattolo di merda fatto passare per arte e neppure il povero Crocifisso messo a mollo dentro un bicchiere di piscio per rappresentare chissà quale “arte di rottura” e “arte di trasgressione”. Il vero politicamente scorretto è quella verità che non si vuol sentire e che per questo si cerca d’impedire in tutti i modi e con qualsiasi mezzo che possa essere detta, perché di mezzo ci sono i voti per i politici, il quieto vivere per i vescovi e per i preti, oltre a un’economia sommersa fatta di gente che non vuole pagare le tasse ma che vuole vivere bene e che, alla prima difficoltà, incomincia a bestemmiare contro lo Stato.

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Non siamo più capaci a chiedere intercessione alla Beata Vergine e non siamo più capaci a costruirle, a peste cessata, una nuova chiesa di Santa Maria della Salute, segno della nostra salus animarum.

 

  Dall’Isola di Patmos, 28 febbraio 2021

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