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La critica e il bavaglio: reati di opinione, fantascienza o insulti gratuiti alla comunità gay? Usiamo il buon senso nel caso di Silvana De Mari e del suo libro ritirato dalla distribuzione da Amazon

26 Marzo 2021/30 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— attualità ecclesiale —

LA CRITICA E IL BAVAGLIO: REATI DI OPINIONE, FANTASCIENZA O INSULTI GRATUITI ALLA COMUNITÀ GAY? USIAMO IL BUON SENSO NEL CASO DI SILVANA DE MARI E DEL SUO LIBRO RITIRATO DALLA DISTRIBUZIONE DA AMAZON

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[…] i periti clinici consultati in seguito alle affermazioni del Dottore Silvana De Mari, replicarono che anche un certo numero di donne praticavano ― a volte anche per questioni di carattere socioculturale ― il sesso anale, cosa riscontrata da più ginecologi e ostetriche, al punto che si posseggono in tal senso anche i dati clinici statistici. Non risulta però che la pratica del sesso anale da parte delle donne sia collegata alle patologie indicate da questa specialista riguardo i rapporti omosessuali.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Placca di terracotta mesopotamica raffigurante un rapporto anale e risalente al primo secondo millennio a.C. e conservata nel Museo archeologico dello Stato d’Israele

Apprezzo Silvana De Mari, specialista in chirurgia generale ed endoscopia, di cui leggo gli articoli su La Verità, anche se non sempre concordo con le sue analisi. Ritengo infatti che l’apprezzamento personale non deve mai mutarsi in venerazione a-critica. Quando stimiamo una persona è di rigore mantenere lucidità dinanzi alle sue posizioni, senza perdere il senso critico e analitico. Ciò senza disdegnare il sacro fuoco della passione in una personalità, elemento positivo se saggiamente incanalato, perché gli eccessi di passione possono produrre più problemi che benefici.  

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Alcune posizioni del pensiero del Dottore Silvana De Mari che riguardano questioni di morale sessuale, come è il caso dell’omosessualità e della sua espressione fisica, hanno bisogno di un surplus di prudenza non solo in ambito medico ma anche in quella multidisciplinarità che fa dialogare la medicina con la morale cattolica e la pastorale.  E dico questo non tanto in riferimento ai soggetti direttamente interessati ― le persone con orientamenti e attitudini omoaffettive ― ma in riferimento alle pratiche e agli stili di vita sessuali che l’omosessualità si trascina dietro. 

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Partire con eccessiva passione nel trattare tematiche così delicate, come farebbe un qualsiasi giovane opinionista di testata, più che professionalmente rischioso è anche deontologicamente azzardato se chi parla è un medico, quindi un uomo di scienza che attraverso l’osservazione e gli studi clinici dovrebbe fornire dati documentati, sottolineando anche i possibili lati oscuri della questione e le situazioni di stallo. L’ultima bufera che ha interessato Silvana De Mari riguarda il suo libro Non facciamoci imbavagliare, recentemente censurato da Amazon nella rete di distribuzione online. La casa editrice Fede&Cultura con cui questa Autrice ha pubblicato il suo libro ha espresso solidarietà davanti a questa presa di posizione attraverso un comunicato dell’editore Giovanni Zenone:

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«Venerdì ci è arrivata una email da Amazon che comunicava che il nostro libro scritto da Silvana De Mari, Non facciamoci imbavagliare, è stato rimosso dalla vendita sia in ebook che in cartaceo in quanto viola le linee guida di Amazon (in sostanza perché dice la verità sulle conseguenze mediche della pratica sodomitica)» [cfr. QUI].

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Questo Editore che oggi lamenta la censura e il martirio forse alle porte, dovrebbe pensare al nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che nell’ambito pubblicistico, editoriale e televisivo nazionale non è poi così sconosciuto. Come sacerdote e teologo ha affrontato più volte tematiche legate all’omosessualità e al mondo LGBT, interloquendo anche a più dirette televisive con alcuni noti esponenti di questo mondo, usando all’occorrenza molta severità e decisione nel sostenere i fondamenti e la dottrina morale cattolica, non certo le personali opinioni sue. Nella puntata di Dritto e Rovescio dell’8 ottobre 2020 contestò l’Onorevole Alessandro Zan riguardo la proposta di legge sulla transomofobia. Giorni fa, in un suo articolo pubblicato su questa nostra rivista il 17 marzo [cfr. QUI], rifacendosi al suo amico Paolo Poli ― al quale si capisce dalle righe quanto fosse affezionato ―, usando un linguaggio non piccante o scurrile ma letterario e teatrale, ha fatto vari riferimenti ironici ai «froci», termine ormai rubricato ― giustamente ― in quella sequela di insulti per i quali un qualsiasi gay può adire vie legali, chiedendo e ottenendo la pressoché sicura condanna di chi ha pubblicamente insultato lui come persona fisica, oppure l’intera comunità gay. Ma è proprio qui che qualche cosa non torna: Padre Ariel ha sempre criticato le lobby LGBT, è contrario ai tripudi mediatici di omosessualismo, ai Gay Pride che sfilano a Roma dinanzi ai più antichi luoghi simbolo della cristianità e da sempre è contrario a tutti i tentativi di imposizione coatta della teoria del gender. Tutto questo lo ha scritto anche nei suoi libri pubblicati dalle nostre Edizioni, che da Amazon non sono soltanto distribuiti, sono anche stampati nelle due stamperie europee che si trovano in Polonia e in Inghilterra. Quindi noi “dipendiamo” dall’ottimo servizio Amazon, al quale siamo affiliati come edizioni, non solo per la vendita online, ma anche per la stampa e la distribuzione. Per questo l’Editore di Fede&Cultura che lamenta la censura per un verso è un martirio forse alle porte per l’altro verso, dovrebbe domandarsi: come mai i libri del Padre Ariel non hanno mai avuto problemi? Soprattutto, perché non è mai stato querelato dalle associazioni LGBT, pur avendo persino esordito a una diretta televisiva, il 31 ottobre 2019, affermando dinanzi a diversi casi di omosessualità davvero estrema: «Stasera pare di essere al teatrino delle checche!». Espressione iperbolica palesemente umoristica con la quale fece ridere persino gli esponenti dello stesso mondo LGBT. Perché, gli esponenti del mondo LGBT, in questo sacerdote e teologo vedono un “rivale” che esprime il pensiero della dottrina e della morale cattolica e porta avanti le idee su di esse fondate, mentre nel medico specialista Silvana De Mari vedono una persona che ha recato insulto a tutta quanta la loro comunità? Questa sarebbe la domanda da farsi e alla quale rispondere, considerando che il giudice penale del Tribunale di Torino Melania Eugenia Cafiero chiarisce nella motivazione di sentenza che l’imputata è stata condannata per la seguente frase scritta sul suo blog: «Il movimento Lgbt vuole annientare la libertà di opinione e sta diffondendo sempre di più la pedofilia», mentre le altre affermazioni nei riguardi della comunità LGBT non sono punibili perché «la facoltà di manifestare il proprio pensiero è un diritto costituzionalmente garantito […] Non è dunque il pensiero a essere processato ma la sua offensività al bene giuridico protetto in sede penale», vale a dire l’avere associato la pedofilia a un soggetto collettivo identificabile, la comunità LGBT.

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Dal comunicato dell’Editore di Fede&Cultura il libro di questa Autrice è presentato come politicamente scorretto e pericoloso, quindi meritevole di essere boicottato e ritirato dal mercato editoriale, perché afferma che la pratica sessuale omoaffettiva da un punto di vista medico è altamente dannosa. Cosa c’è di sbagliato? Quali falsità sono affermate? Quali dati scientifici e medici sono stati alterati? Quali verità omesse? Nello specifico il sunto del discorso portato avanti dal Dottore Silvana De Mari specialista in chirurgia generale ed endoscopia sulla questione riportata nel suo libro si basa su una osservazione semplice: i rapporti omoaffettivi insistono su uno stile sessuale anatomicamente incompatibile e rischioso in cui il partner attivo espone il passivo a uno stress organico della parte finale dell’intestino. Infatti, nelle delicate pareti del retto e del canale anale si verificherebbero traumi e una miriade di microlacerazioni a causa del passaggio del pene non anatomicamente compatibile così come invece avviene in vagina. Questo condurrebbe a patologie estremamente dolorose e al rischio di facilitare la trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili [cfr. QUI].

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Apparentemente non c’è nulla di sbagliato nel parere medico di questa specialista, ma quello che mi preme far notare è una generalizzazione del problema al solo ambito sessuale omoaffettivo e alla sola pratica clinica-esperienziale che ella ha avuto modo di riscontrare nei suoi anni di attività come medico. Quindi se l’errore c’è, esso consta di una estrema generalizzazione del problema e di una univocità alla sola esperienza relativa ai casi trattati.

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Desidero ricordare ai Lettori che i comportamenti non naturali in materia sessuale non sono a esclusivo appannaggio degli omosessuali ma anche degli eterosessuali. Quando la Chiesa parla di rapporti sessuali «alla maniera umana» non solo si riferisce a una complementarità naturale, fisiologica e anatomica ma anche funzionale e relazionale. Tutte le varianti alternative sul tema snaturano la sessualità umana che è unica e ordinata da Dio per un fine specifico, tralasciando le implicazioni omo ed eterodirette di cui si deve tener presente anche e soprattutto una componente psicologica. Se per ciò è questo il discorso che si vuole fare si deve ampliare il ventaglio della trattazione non ridurlo, analizzando semmai i casi specifici, come tali e non come assoluti. La brava medico-specialista dovrebbe provare a immaginare quanti sacerdoti nell’esercizio del loro ministero si trovano davanti donne vessate da continue richieste di pratiche sessuali alternative da parte di mariti, compagni e fidanzati che a volte potrebbero far arrossire i più spregiudicati porno attori. E tutto questo nel silenzio e nell’indifferenza generale, che tutto giustifica e comprende nella normalità dei doveri della donna verso l’uomo. Per queste poverette di tutte le età, la sola consolazione e sfogo davanti a queste proposte consiste nel dialogo fraterno e franco con il confessore o con il padre spirituale, al fine di trovare una soluzione all’angoscia provata e alla sensazione di disordine suscitato nell’anima.

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Non bisogna però dimenticare al tempo stesso la sussistenza di una casistica che vede il gentil sesso come il richiedente di prestazioni sessuali alternative dai propri partner, che semmai rimangono molto colpiti da queste richieste, perché non considerano affatto quello della sodomia come il conseguimento di una pratica erotica ma come una grave mancanza di rispetto nei riguardi della donna. E oggi noi sacerdoti ci ritroviamo ad avere a che fare anche con questo: donne, in particolare giovani, che chiedono certe prestazioni e uomini che le rifiutano rimanendo spesso anche molto toccati da certe richieste.

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Per questi e altri motivi reputo che le divagazioni sull’uso dell’ano multitasking non siano oggetto di indagine scientifica nei libri del Dottore Silvana De Mari, né dalla censura di Amazon e del Popolo Arcobaleno. Si tratta infatti di pratiche sessuali che possono riguardare e approfondirsi in situazioni di vita molto più comuni e serie, medicalmente più critiche e moralmente più compromettenti. In una società come la nostra che crede di essersi affrancata dai tabù sessuali non c’è nulla di più moralistico di una omertà che tace sul silenzio di tanti poveretti che vivono un martirio quotidiano originato da una sessualità non ancora compresa come liberante e amica dell’uomo.

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Per i pochi sacerdoti che come noi tre Padri de L’Isola di Patmos hanno avuto il prezioso piacere di frequentare a loro tempo il corso di Audiendas in preparazione all’esercizio del Sacramento della Riconciliazione presso la Penitenzieria Apostolica, non potrà sfuggire l’esempio e le raccomandazioni del santo moralista Alfonso Maria de’ Liguori. Ai tempi del santo vescovo di Pagani l’ultimo tratto dell’intestino rimandava, nell’ignoranza diffusa del popolo rudes, all’amplesso tra uomo e animale e viceversa. Ma per noi uomini evoluti, etero o LGBT, l’ano multitasking si è approfondito in quella filosofia del piacere edonistico che conosce pratiche estremamente “coraggiose” e al limite che prevedono l’introduzione di oggetti di vario genere fino ad arrivare alla mano, al pugno, al piede in quella pratica estrema conosciuta come fisting. Perché non affrontare allora in un discorso scientifico omnicomprensivo tutte queste realtà sessuali alternative e le loro implicanze mediche e morali? Perché soffermarsi solo sull’ambito omosessuale e non trattare anche quello eterosessuale? Vorremmo infatti conoscere da questa donna di scienza in quali casi clinici da lei trattati, tra la popolazione omosessuale, si sono osservate evidenze cliniche maggiori e chiaramente lapalissiane inerenti agli eventi patologici descritti rispetto a quelli presenti tra gli eterosessuali? In caso contrario si rischia di cadere nell’umorismo e di ricorrere a spiegazioni esilaranti come quelle date in tono ironico e scherzoso da un colto e intelligente amico gay di noi Padri de L’Isola di Patmos, che discutendo una volta sulla pratica del sesso anale esordì dicendo: «Alle donne non è consentito, giammai! Per loro è contro natura».

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Non tutti gli specialisti in medicina interna e gastroenterologia e urologia, inclusi diversi cattolici, concordano con la collega Silvana De Mari. Affermare da esponente della classe medica che gli omosessuali, per il loro stile di vita, rappresentano una categoria esposta e più soggetta a certe malattie e persino a certi tumori, incluso il tumore al colon retto, il tutto senza portare alcun dato scientifico probante e meno che mai statistiche documentate, è davvero rischioso e azzardato, altro che censura e bavagli.

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A questo proposito i periti clinici esperti consultati nel corso di questo procedimento in seguito alle affermazioni fatte dal Dottore Silvana De Mari e alle querele che ne conseguirono, replicarono che anche un certo numero di donne praticavano ― a volte anche per questioni di carattere socioculturale ― il sesso anale, cosa riscontrata da più ginecologi e ostetriche, al punto che si posseggono in tal senso anche i dati clinici statistici, persino legati a questa pratica in rapporto alle diversi regioni geografiche d’Italia. Non risulta però che la pratica del sesso anale da parte delle donne sia collegata alle patologie indicate da questa specialista, semmai possono riscontrarsi casi di infezione sia da parte della donna sia da parte dell’uomo in carenza di adeguata profilassi e prevenzione. Quindi di fatto non è stato ancora dimostrato con sufficiente chiarezza scientifica e statistica quello che sosteneva nella sua pubblicazione. E questi errori, in sede civile e penale, inevitabilmente si pagano, se la parte colpita è la lobby gay sulla suscettibilità della quale possiamo anche non discutere, anzi darla come dato assodato, ma al tempo stesso dobbiamo evitare che la stessa sia additata e colpita senza motivazioni e senza supporti di carattere scientifico.

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Personalmente vedo il pericolo di rendere le persone omosessuali ancora più ghettizzate, una categoria protetta per patologia, favorendo quel divario societario che giustifica un vittimismo che è generatore di leggi scriteriate come quelle che vengono proposte in sede parlamentare, mi riferisco ovviamente al disegno di legge Zan-Scalfarotto che può seriamente rischiare di andare a colpire i reati di opinione. Proprio come disse Padre Ariel all’Onorevole Alessandro Zan a quel programma di Dritto e Rovescio dell’8 ottobre 2020, non portando certo le sue opinioni personali ma facendo presente che i vescovi italiani avevano sollevato molte perplessità, conoscendo le conseguenze prodotte da leggi analoghe varate in altri Paesi del mondo in applicazione delle quali abbiamo avuto già più vescovi e sacerdoti condannati dai tribunali semplicemente per avere detto che il matrimonio è tale solo tra un uomo e una donna e che un bambino può nascere solo da un padre e da una madre.

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A questo discorso si aggiunga la concreta possibilità di leggere tali patologie correlate come una punizione divina per uno stile di vita peccaminoso. Se la masturbazione un tempo faceva diventare ciechi gli adolescenti oggi il tumore al colon o al retto sarebbe forse la conseguenza di un uso inadeguato del proprio intestino? Ci rendiamo conto della portata di tali esternazioni e delle conseguenze risibili che relegherebbero noi cattolici in irrecuperabili bacchettoni o sessuofobici?

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Se è necessario fare critica e resistenza allora bisogna partire da un lavoro lungo e meticoloso, rigoroso e con numerose prove su differenti ambiti disciplinari, così come le associazioni ProLife hanno fatto per smontare la liceità dell’aborto. Se questo approccio non c’è o c’è in parte ― perché sono io a dirlo ―, si facilita il gioco delle organizzazioni LGBT che citeranno in giudizio e colpiranno con querele tutte le persone come il Dottore Silvana De Mari, con il solo risultato di avallare le accuse di omofobia che poi in ambito penale troveranno accoglimento in sentenze che non toccano la facoltà di manifestare il proprio pensiero in quanto diritto costituzionale ma come intenzionalità offensiva sottesa a un pensiero veicolato. Ecco perché ho portato l’esempio del Padre Ariel e della linea adottata da noi Padri de L’Isola di Patmos su questa nostra rivista di teologia ecclesiale e di aggiornamento pastorale: nostro compito di sacerdoti, teologi e pastori in cura d’anime è di condannare in modo deciso il peccato, ma sempre accogliendo il peccatore, soprattutto i peggiori peccatori. Poi, se con la scusa dell’accoglienza del peccatore qualcuno dovesse invece rivendicare il diritto al peccato facendo passare il male per bene, senza esitare risponderemo sempre che il peccato non è un diritto e che non può essere mai accolto.

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Forse qualcuno potrà storcere il naso su queste parole, ma oggi bisogna essere scaltri e tutelati in tutti i modi possibili. Essere martiri per il Vangelo e per l’insegnamento della Chiesa è una cosa lodevole, esserlo per la propria imprudenza o passionalità lo è un po’ meno. E dico questo salvando tutti i buoni propositi che nell’immediato non sono conoscibili. Per questo, a me e ai miei confratelli, dispiace davvero molto per il Dottore Silvana De Mari, donna che vive di passione ma anche di innegabile testardaggine, che analogamente ad altri fratelli cristiani possono provocare, con tutte le buone intenzioni del caso, dei danni verso i deboli, i semplici e i confusi del nostro tempo.

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Laconi, 25 marzo 2021

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