Sui “divorziati risposati”. Nuova nota dei Padri dell’Isola di Patmos

SUI DIVORZIATI RISPOSATI. NUOVA NOTA DEI PADRI DELL’ISOLA DI PATMOS

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Il timore di alcuni, che se il Santo Padre dovesse concedere la Comunione ai divorziati risposati compirebbe un attentato all’indissolubilità del matrimonio, non ha alcun fondamento dogmatico; ed in questo modo viene confusa la legge civile con la legge ecclesiastica.

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Giovanni Cavalcoli, OP

Ariel S. Levi di Gualdo

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Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli [Mosè] scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» [Mc. 10, 5-9]

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giovanni scrivania
Giovanni Cavalcoli, OP

Un punto che bisogna mettere in luce e sul quale forse non abbiamo insistito abbastanza nelle risposte e nei contradditori, è che l’espressione “divorziati risposati”, ormai entrata nell’uso, è un’espressione sbagliata dal punto di vista della morale cattolica, presa com’è dal linguaggio della legge civile, che ammette il divorzio, mentre sappiamo bene come il Vangelo lo proibisce.

Senza voler respingere questa espressione, cosa ormai impossibile, per illuminare tuttavia veramente alla luce della morale cattolica la questione, noi cattolici dovremmo dire, secondo il linguaggio tradizionale della Chiesa, che si tratta di adùlteri concubini. Se quindi essi hanno sciolto il precedente matrimonio dal punto di vista civile, e se questo matrimonio fu un Sacramento, è chiaro che tale matrimonio, se è valido, resta valido.

Il timore di alcuni, che se il Santo Padre dovesse concedere la Comunione ai divorziati risposati compirebbe quindi un attentato all’indissolubilità del matrimonio, non ha alcun fondamento dogmatico; ed in questo modo viene confusa la legge civile con la legge ecclesiastica.

L’eventuale concessione della Comunione, non supporrebbe affatto da parte della Chiesa che il precedente matrimonio religioso sia da considerarsi sciolto, anche se c’è stato il divorzio civile, mentre resta sempre validissimo per l’eternità, se è stato un autentico sacramento.

Ariel conferenza
Ariel S. Levi di Gualdo

È dunque questo il vero quadro nel quale, secondo la morale cattolica, va collocata in modo conveniente e fruttuoso questa grave questione dei divorziati risposati. Chi pertanto sostiene l’opportunità che sia loro concessa la Comunione, deve dimostrare che tale concessione non solo non comporta né suppone nessun vulnus, sacrilegio o pregiudizio nei confronti della validità del precedente matrimonio, ma che può armonizzarsi, nonostante tutto, con un conveniente rispetto di questo legame precedente, sì da trarre proprio da questo passato impegno, ormai non più praticabile, per quanto ciò possa apparire paradossale, forza per vivere in grazia la nuova convivenza.

Ciò che infatti può connettere e creare continuità tra l’unione di prima e quella attuale, per quanto oggettivamente in contrasto fra loro, è la coscienza, come si suppone, di essere vissuti in grazia nella precedente unione e di vivere in grazia in quella nuova, nonostante il passato peccato di adulterio, che però adesso si suppone perdonato da Dio.

La Chiesa potrebbe imporre ai conviventi l’obbligo di mantenere, se è possibile, buoni rapporti col coniuge precedente, di sostenerlo economicamente, se ha bisogno e, se è possibile, di prendersi cura di eventuali figli avuti nel precedente matrimonio.

Nel nuovo legame i risposati dovranno mantenere un ricordo oggettivo, sereno e amichevole del coniuge precedente, pronti a perdonare i torti ricevuti, anche se il coniuge conserva sentimenti ostili e non perdona.

Dunque nessuna damnatio memoriae; al contrario, anche se ciò può costare al loro orgoglio o al loro comprensibile risentimento, i due dovranno sempre ricordare a Dio il precedente coniuge e ringraziare Dio per tutto il bene e i doni da Dio ricevuti nel precedente matrimonio. Dovranno anche ricordare con gratitudine a Dio tutto il bene che si sono voluti, magari per lunghi anni, tutti gli eventi felici e tutte le esperienze positive.

Infatti, anche se gli uomini hanno tentato di dividere con vane e posticce “leggi civili” ciò che Dio aveva unito, il sacro vincolo liberamente contratto dalla coppia davanti a Dio al momento della celebrazione del sacramento, è assolutamente indissolubile, perchè nessuno può separare ciò che Dio ha voluto unire per l’eternità, tanto che i coniugi che si sono separati, per esser degni del premio celeste, devono sperare di riconciliarsi e ricongiungersi in cielo per sempre, rinnovando i sacri impegni calpestati in questo mondo.

Stoltissima, scandalosa, vergognosa, sapiens haeresim e indegna del nome cristiano è stata pertanto la proposta, in occasione del Sinodo, del teologo Giovanni Cereti, il quale ha osato fondare l’ammissione della coppia ai sacramenti su una da lui supposta facoltà della coppia di «annullare il segno sacramentale del matrimonio», una volta da lei constatata l’impossibilità di mantenere l’unione. Al contrario, è proprio in nome del rispetto della dignità dei sacramenti come mezzi ordinari di salvezza, che la Chiesa maternamente e provvidamente opera sempre tutto il possibile per assicurare la possibilità di salvezza anche nelle situazioni umane più degradate e disordinate, consapevole del fatto che Dio estende la sua misericordia ben al di là della limitata benchè preziosa prassi sacramentale della Chiesa.

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Dall’Isola di Patmos, 2 novembre 2015

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9 thoughts on “Sui “divorziati risposati”. Nuova nota dei Padri dell’Isola di Patmos

  1. Il vostro obiettivo, come quello di Bergoglio, è di portare più anime possibili all’impenitenza finale e quindi all’inferno. Eresie, sono quelle che affermate in merito alla comunione ai divorziati risposati (adulteri).

    1. Caro Sig. Bazzorini.

      Meno male che al suo primo tentativo di fuoco dentro i locali dell’ex Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la dottrina della fede, od in quelli del Tribunale ecclesiastico, scatterebbero immediatamente tutti gli impianti anti-incendio, perché in caso contrario, se così non fosse, lei ci avrebbe già bruciati vivi da tempo.

        1. Se non ci fosse di mezzo la salvezza eterna delle anime, la quale è una cosa molto seria, sà che risate mi farei sulle sciocchezze scritte su questo sito in merito ai divorziati risposati? suvvia, don vittorio, è giusto che lei la prenda ironicamente: è indice che lei e la Dottrina Cattolica siete agli antipodi e neppure sà perchè e diventato Sacerdote.

          1. Ascoltami bene grandissimo idiota: te lo spiego subito perché sono diventato sacerdote e che cosa faccio. Mentre tu cazzeggi in fantacattolicesimi io lavoro dalla mattina alla sera come cappellano in un grande ospedale oncologico. Se quindi mi vieni a trovare, ti trascino per un orecchio nel reparto di oncologia pediatrica, e sarò io, bimbo dietro bimbo, cancro dietro cancro, leucemia dietro leucemia a sbatterti il muso sulla realtà, facendoti forse passare dalla tua testa malata tutte le odiose e cattive stronzate che vai seminando in giro, oggi sul pretesto della “messa di Paolo VI”, domani “sull’eretico papa Francesco”, poi ancora sul “sacramento del matrimonio”, ecc .. ecc ..
            Ah, a proposito: e portati pure dietro i tuoi amici pizzi&merletti, così tiriamo fuori il messale di san Pio V e spieghiamo ai bimbi in fase terminale per tumore al cervello che per andare in paradiso bisogna celebrare la … “messa di sempre”.

            don Vittorio

  2. Mi spiace constatare la deriva che una rivista telematica come la vostra ha preso. So che questo commento vuol dir poco o niente e non ho la presunzione di farvi cambiare idea, quindi non mi dilungherò molto.
    Non sono d’accordo e sono persino deluso: era grazie a voi ed in particolare di Lei, caro padre Ariel, che mantenendo la mente aperte a certe idee ed alla cattolicità ho evitato di prendere una deriva strettamente di tradizionalismo (da non intendersi con tradizione). E’ invece contro la tradizione che voi (a mio parere, per quanto vale) state andando.

    Per questo aimé, e nell’unico modo da mé materialmente possibile per protestare contro questa deriva, vi annuncio che non effettuerò più donazioni (seppur di piccole cifre) alla vostra rivista.

    Distinti saluti,
    Gianluca M.

    1. Caro Gianluca.

      Provi a leggere con attenzione quello che abbiamo scritto, tenga conto che nessuno di noi ha auspicato ciò che ci viene imputato, come per esempio dare l’Eucaristia ai divorziati, cosa che nell’esercizio del nostro sacro ministero non facciamo, anzi ripetiamo alle persone in certe situazioni di “irregolarità” di attenersi a quanto sino ad oggi detta la Chiesa a tal proposito.

      Non cada nell’errore di confondere “ipotesi” od “opinioni di studio”, con affermazioni o con lo “spaccio” di certezze, quando noi abbiamo detto, scritto e ripetuto cose di questo genere:

      se molti dei Padri riuniti a Nicea e appresso negli altri grandi concilî dogmatici della Chiesa, avessero detto: «Su questo non si discute!», agendo pertanto di conseguenza, oggi noi non avremmo, non dico l’evoluzione della disciplina dei Sacramenti avuta nel corso dei secoli, non avremmo manco avuta la corretta percezione dell’Incarnazione del Verbo, della natura umana e divina di Cristo Dio [ipostasi]? Ma c’è di più: non saremmo nemmeno cristiani, bensì solo una “sètta eretica” di ebreo-gesuani sviluppatasi nell’antica Giudea e poi diffusasi in giro per il mondo.

      ed ancora:

      In un’assemblea conciliare o sinodale, come da settimane vanno ripetendo i Padri dell’Isola di Patmos su queste colonne, devono essere vagliate ed esaminate tutte le possibilità, persino le più assurde; persino quelle rasenti l’eresia, perché discutere non vuol dire affatto “sancire”,”stabilire”, “modificare”, “negare” o “cancellare” in alcun modo delle discipline, meno che mai intaccare il dogma o la sostanza dei Sacramenti.

      Se queste affermazioni non sono sufficientemente chiare, allora vuol dire che lei non le legge; e se le legge non è disposto a recepirle.
      Il tal caso, purtroppo, il problema non è nostro, ma tutto quanto suo.

  3. Rev. Padri,
    finalmente della questione avete fatto una sintesi col “linguaggio della Chiesa Cattolica” e chiamando le vicende e le situazioni, i protagonisti con il loro nome proprio tutto si semplifica e non si presta ad equivoci.
    Purtroppo anche nella Chiesa il linguaggio usato e financo le modalità di approccio ai problemi dell’uomo di oggi vengono effettuati in chiave socio- antropologica secondo la “prospettiva laica del mondo”, anzichè quella imperniata sulla fede ed il rapporto con Dio.
    A questo riguardo è molto interessante quanto ha scritto oggi Stefano Fontana: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-cari-padri-del-sinodo-se-questi-sono-i-metodi-14297.htm

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