Il “pieno compimento”, tra eresia marcionista ed ecumenismo a tutti i costi

IL «PIENO COMPIMENTO»
TRA ERESIA MARCIONISTA ED ECUMENISMO A TUTTI I COSTI

Non pensate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; io non sono venuto per abrogare, ma per portare a compimento. Perché in verità vi dico: Finché il cielo e la terra non passeranno, neppure un iota o un solo apice della legge passerà, prima che tutto sia adempiuto [Mt 5, 17-18].

 

Autore Padre Ariel
Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

si si no no
si quando è si, no quando è no ...

Questo frammento del Vangelo di San Matteo è ricco di tali elementi che su queste poche righe potrebbero scriversi trattati enciclopedici solo per inquadrare gli argomenti diversi racchiusi in un unico contesto armonico: la rivelazione del Verbo di Dio fatto uomo. Si pensi a quanto potremmo parlare e discutere, oggi forse più di ieri, sulla sola frase che segue poche righe avanti: « Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno» [Mt 5, 37]. Superfluo dire quanto nella società ecclesiale di oggi sia invece difficile dire si quando è si e no quando è no, memori che il di più — ma a volte anche il di meno, se non peggio il “di niente”, per esempio l’omissione — proviene dal Maligno, per il quale il “di meno” e il “di niente” è terreno di semina, irrigazione, germoglio e infine mietitura.

Nunzio Galantino
S.E. Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, in una posa ieratica durante la actio liturgica

Pensiamo solamente a quanto appare difficile all’interno della Chiesa odierna dire con chiarezza: questo è giusto e questo è sbagliato, questo è lecito e questo è illecito, perché così sta scritto nel deposito della fede rivelata. Il tutto non perché lo diciamo noi, ma perché lo insegna la Rivelazione, di cui noi siamo servi e strumenti devoti, fedeli annunciatori, non arbitrari padroni. E con ciò è presto detto qual genere di desolazione ci pervada quando si è costretti a udire vescovi pronunciare omelie nelle quali i nostri sommi sacerdoti parlano di reati contro la giustizia sociale con linguaggi da spiccia sociologia, senza più parlare di peccato o di dottrina sociale della Chiesa, per non parlare della mancanza pressoché totale di un corretto lessico metafisico. Cosa a dire il vero comprensibile, perché quando la Rivelazione e la teologia sua devota ancella devono tenere troppo in considerazione le esigenze mondane della società a cui si vuole piacere e mai dispiacere, per seguire appresso con le logiche dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso ridotto perlopiù a sociologia politica, può accadere che si tenti per logica conseguenza di avere in tutti i modi “la botte di vino piena e la moglie ubriaca”, come recita un nostro vecchio proverbio popolare.

Dire «si» o «no» risulta  così più difficile di quanto sembri, quando ormai si è perduto il nostro linguaggio naturale, che è appunto quello metafisico, oggi tragicamente sostituito con quello hegeliano-rahneriano. Così spesso finiamo col dire un po’ sì e un po’ no, o col sostenere che potrebbe essere si ma al tempo stesso anche no e, se tutto va bene, concludiamo con un “ni”, pur di non prendere decisioni a volte anche dolorose, dicendo con prudenza e carità quella verità che non può essere mai taciuta, posto che siamo chiamati a conoscere, servire e annunciare quella verità che ci farà liberi [Gv 8, 32], perché nessuno di noi è un “cristiano anonimo”, ma un fedele  oggetto e soggetto principe della Rivelazione e della Redenzione. Nessuno è per Dio “anonimo”, posto che Egli ci chiama a uno a uno per nome, avendoci voluti, pensati e amati prima ancora della creazione del mondo. In questo consiste l’insidia di certe derive eterodosse del gesuita Karl Rahner che oggi la fa da padrone assoluto nella maggioranza degli studi teologici: conferire una impropria e relativistica dignità salvifica all’ “anonimato”, attraverso il quale si finisce per rendere anonimo Dio, vanificando attraverso la sua velenosa teoria dei cosiddetti “cristiani anonimi” l’intero mistero della Redenzione.

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L’Arca dell’Alleanza contenente le Tavole della Legge

Questo frammento del Vangelo di Matteo contiene numerose ispirazioni di profonda riflessione che ebbi modo di approfondire anni fa in un mio libro [E Satana si fece Trino, cit. pag. 100-104]. Prendiamo la sola frase iniziale di questo passo evangelico: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento». È un terreno veramente minato, in parte insidioso quello che si apre all’orizzonte attraverso questa frase, perché addentrandosi in esso andiamo a toccare l’Antica e la Nuova Alleanza, il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’antico Popolo di Israele e il nuovo Popolo di Israele nato dalla incarnazione, dalla morte e dalla risurrezione del Cristo Dio.

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Una edizione del Catechismo

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo queste parole [n. 121-123]:

«L’Antico Testamento è una parte ineliminabile della Sacra Scrittura. I suoi libri sono divinamente ispirati e conservano un valore perenne, poiché l’Antica Alleanza non è mai stata revocata. Infatti, l’economia dell’Antico Testamento era soprattutto ordinata a preparare […] l’avvento di Cristo Salvatore dell’universo.

Il Concilio Vaticano II precisa che «I libri dell’Antico Testamento, sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee, rendono testimonianza di tutta la divina pedagogia dell’amore salvifico di Dio. Essi esprimono un vivo senso di Dio, una sapienza salutare per la vita dell’uomo e mirabili tesori di preghiere; in essi infine è nascosto il mistero della nostra salvezza» [Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 14: AAS 58 (1966) 825].

tavole della legge
Tavole della Legge

I cristiani venerano l’Antico Testamento come vera Parola di Dio e la Chiesa ha sempre respinto energicamente l’idea di rifiutare l’Antico Testamento col pretesto che il Nuovo l’avrebbe reso sorpassato. Si tratta di una tesi ereticale portata avanti dal Vescovo Marcione di Sinòpe nel II secolo, il quale dette vita a quella eresia che prenderà poi nome di marcionismo. Inutile a dirsi: il discorso è a tal punto delicato che ogni parola, anzi, ogni sospiro andrebbe soppesato, specie in questi tempi dove sempre più spesso, all’uso delle parole corrette — che sono base imprescindibile fondamentale sia per esprimere la dottrina sia soprattutto per fare speculazione teologica, ovvero il corretto lessico metafisico — si sostituiscono “parole nuove” se non peggio esternazioni basate su impulsi dettati da correttezza socio-politica, altre strutturate su sentimentalismi buonisti sterili e fini a se stessi.

Chi di noi ha praticato un po’ gli studi giuridici, o più semplicemente per questioni anche pratiche personali ha avuto a che fare col libro delle successioni pro mortis causa — mi riferisco allo specifico al Codice di Diritto Civile del nostro Paese — sa bene, semmai anche sapendone poco di diritto, che il testamento valido è l’ultimo sottoscritto. Se prima di questo testamento ne sono stati sottoscritti altri, automaticamente non sono più validi. A meno che, l’ultimo testamento redatto, non sia inficiato da irregolarità e vizi tali da renderlo invalido, perché in tal caso fa fede il precedente. Ovviamente non siamo qui a discutere di rogiti notarili ma, visto che si parla di testamenti …

tempio di gerusalemme
Ricostruzione plastica dell’antico Tempio di Salomone

… noi siamo di fronte ad una Antica Alleanza che non è annullata dalla prima e ad una Nuova Alleanza che nasce da quella antica. Da una parte abbiamo gli ebrei con un Antico Testamento ed un’Alleanza Antica, dall’altra i cristiani con una Nuova Alleanza e con un Nuovo Testamento. Non è un problema di poco conto, anche se in modo troppo accomodante certi teologi e biblisti sostengono da anni che entrambi i figli delle due alleanze detengono il sacro patto, dato ai primi e mai revocato, ossia l’Antica Alleanza del Popolo di Israele; quindi dato ai secondi, ossia il Nuovo Testamento dei cristiani, la Nuova Alleanza. A tutto questo si aggiunge il Catechismo della Chiesa Cattolica dove si afferma: «l’Antica Alleanza non è mai stata revocata». Ce n’è quanto basta per essere confusi, specie se dinanzi a tutto questo i preti non fanno i pastori di anime che ammaestrano i fedeli; o se i teologi non fanno bene — ma soprattutto con fede — il loro mestiere di strumenti della teologia devota ancella della Verità Rivelata.

The Sermon on the Mount Carl Bloch, 1890
Carl Heinrich Bloch, Discorso della Montagna, olio su tela

Ciò che insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica è sacrosanto, purché sia adeguatamente spiegato, perché il compito del testo è indicare e talvolta schematizzare le verità di fede; mentre il compito dei devoti servitori della verità è quello di spiegarle, per evangelizzare ed istruire i fedeli alla corretta dottrina. La spiegazione a questo apparente dilemma sta tutta quanta in una sola parola che completa questa frase del Signore Gesù, perché con quella sola parola il Verbo di Dio ci offre quella spiegazione che molti — vuoi per eccessi di ecumenismo male interpretato, vuoi per fare dialogo interreligioso a tutti i costi e costi quel che costi — non vogliono però cogliere. Anche perché nel contesto del discorso del Vangelo di Matteo emergono due espressioni che sembrano davvero in contrasto e che tra di loro quasi stridono nell’originale testo greco. Da una parte il concetto di continuità con la Antica Legge: «Non crediate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti: non sono venuto per abolire … [5,17]». Dall’altra, poco più avanti, una frase che pare un monito contenente una vera e propria rottura: «Avete udito ciò che fu detto agli antichi … ma io vi dico … [5,21ss.]». E dinanzi a tutto questo il problema non svanisce ma si complica parecchio. Anche perché, l’affermazione «ma io vi dico», va colta e interpretata secondo gli schemi lessicali della lingua aramaica parlata dal Signore Gesù: è un imperativo espresso con solenne autorità che nella costruzione della stessa frase ruota tutta quanta sull’«io». Cosa che equivale a dire: «È vero perché io lo dico, in quanto io sono prova stessa della verità». Detto questo proviamo a metterci adesso nei panni degli scribi e dei farisei, peggio ancora dei dottori della Legge, per capire come mai costoro accusarono più volte Gesù di bestemmia [Mt 26, 57-58], altre di agire in nome e per conto del Demonio in persona [Lc 11, 15-26], tanto incapaci erano a recepire il messaggio contenuto nel suo linguaggio.

compimentoLa soluzione al “dilemma” è quindi racchiusa tutta in una parola in apparenza così semplice da passare quasi inosservata a molti sapienti: «Compimento». Afferma Gesù: «Non crediate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti, non sono venuto per abolire ma per dare compimento». Il Signore, che è figlio dell’Antica Alleanza, nato ebreo tra gli ebrei e come tale circonciso e sottoposto dal devoto zelo dei suoi genitori a tutti i rituali previsti dalla Legge Mosaica, non porta semplicemente l’Antica Legge a compimento: egli stesso è il compimento fatto carne, quindi corpo e presenza viva, alpha e omega, perché il suo «io» è in verità incarnazione di Dio, quindi sua visibile presenza corporea.

oltre
Andare oltre …

Compire, che può essere tradotto anche come “superare”, “procedere oltre” o “completare”, non vuol dire annullare o cancellare, tutt’altro. L’Antico Testamento è stato propedeutico al Nuovo e come tale va colto e recepito in una dimensione di fede cattolica. Basti pensare alla figura di Giovanni il Battista, il Precursore, colui che dal deserto gridava: «Preparate le nuove strade». Quando il Verbo di Dio si fece carne non cancellò con la sua predicazione quella del Battista, anzi andò da lui e chiese e pretese di essere battezzato. E più volte, predicando, il Signore Gesù ricordò la figura eroica di questo grande uomo di fede che annunciava l’avvento del Messia: «Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni» [Lc 7, 28].

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veduta dell’antico foro romano

Facciamo un altro esempio ancora, questa volta di carattere storico: dopo la caduta dell’impero romano nasce il medioevo che si articola in almeno tre diversi periodi storici, al termine del quale abbiamo il Rinascimento. Ebbene: il Rinascimento non nasce d’improvviso, tanto meno per caso, ma al termine di un’epoca che lo ha preceduto e in un certo senso preparato, quindi nel Rinascimento è racchiuso e vive anche il medioevo. Altrettanto il barocco, che al proprio interno contiene anche il medioevo e il rinascimento.
Sotto le case di molti centri storici italiani ci sono strati di fondamenta molto più antiche, sulle quali e grazie alle quali oggi sorgono le case visibile e abitate. Questo è ciò che nel linguaggio del Signore Gesù vuol dire portare a compimento. Il Signore Gesù non ha abolito la legge e i profeti, ma sopra le loro antiche fondamenta ha costruito il nuovo tempio di Dio, eretto grazie a quelle antiche fondamenta. E noi siamo grati e sinceri debitori a quelle antiche fondamenta, imprescindibili e indispensabili, grazie alle quali e sopra alle quali il Cristo ha eretto la nuova dimora dell’Altissimo; e dentro quella dimora noi viviamo, benedicendo in eterno e per sempre Cristo Dio che non ha abolito ma ha compiuto, dando vita al Nuovo Israele, al Vero Israele, senza nulla togliere alle fondamenta dell’Antico e del Vero Israele antico, che oggi non è più la casa, ma il fondamento sul quale si regge e si edifica la nuova casa, il tempio di Cristo che ha portato a compimento, senza abolire un solo iota dell’antica legge: «Finché il cielo e la terra non passeranno, neppure un iota o un solo apice della legge passerà, prima che tutto sia adempiuto» [Mt 5, 18].

areopago
raffigurazione della predicazione di Paolo all’areopago di Atene

L’Apostolo Paolo, cresciuto e formatosi nell’ambito della cultura farisaica, non si sottrae dall’affrontare il delicato rapporto tra l’Antica e la Nuova Alleanza. Nella Seconda Lettera agli abitanti di Corinto l’Apostolo precisa da una parte che «la nostra capacità viene da Dio che ci ha resi degni di essere ministri della nuova alleanza» [2 Cor 3,6], dall’altra che «fino ad oggi quel medesimo velo rimane non rimosso, quando si legge l’antica alleanza, perché è in Cristo ch’esso viene eliminato» [2 Cor 3,14]. Il tutto per spiegare in modo chiaro che ad essere rimossa non è l’Antica Alleanza ma il velo caduto sopra di essa e che dalla stessa sarà tolto per tutti coloro che credono in Cristo. L’Apostolo non manca di ricordare anche i privilegi dell’antico Israele scrivendo nella Lettera ai Romani: «Essi sono Israeliti, hanno l’adozione filiale, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Gesù secondo la carne» [Rm 9,4-5]. Tutti questi doni rimangono per sempre perché l’amore di Dio inteso come dono indelebile non è vincolato né dalle logiche né dalle risposte umane, ma dalla sua fedeltà all’Alleanza. Per questo «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» [Rm 11,29]. Dunque irrevocabili sono le Alleanze della storia biblica, come irrevocabile ed incancellabile è l’umanità ebraica di Gesù. In questo risiede il concetto stesso che delinea una differenza tra l’Antica e la Nuova Alleanza. L’Antica diventa Nuova in Cristo e non è né vecchia, né abrogata. La Nuova Alleanza fa rivivere l’Antica perché è realizzata col sangue di Cristo: «Questo calice è la nuova alleanza con il mio sangue versato per voi» [Lc 22,20]. O come chiarisce Sant’Agostino: «Il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico, mentre l’Antico è svelato nel Nuovo».

Tettamanzi
carnevale ambrosiano” – Il Cardinale Dionigi Tettamanzi ritratto durante una festa vicino ad una Signora mascherata da prete appartenente alla setta dei Vetero-Cattolici.

Queste sono le basi sulle quali si dovrebbe fare ecumenismo con aggregazioni nate da dolorose separazioni col nucleo cattolico che hanno preso vita infarcite delle peggiori eresie, per esempio il Protestantesimo. Il vero ecumenismo si fa partendo di rigore dalla consapevolezza che su questa terra Cristo Dio ha dato vita ad un’unica Chiesa affidata a Pietro, non ad una molteplicità di “Chiese” affidate ad un esercito di congregazioni protestanti suddivise in migliaia di diverse denominazioni, inclusi quei pentecostali dai quali tanti tristi spunti hanno preso certi gruppi cattolici di incontrollati e di incontrollabili carismatici e neocatecumenali. Chi poi avesse dubbi a tal proposito — inclusi alcuni vescovi e cardinali, teologi o biblisti, siano essi viventi come Gianfranco Ravasi o defunti come Carlo Maria Martini — basterebbe che pensasse alle sole parole della professione di fede in cui si proclama il nostro «credo la Chiesa una, santa cattolica e apostolica». Nel Simbolo di fede niceno-costantinopolitano non proclamiamo affatto la molteplicità delle “chiese”, che sono tutte «une» e «sante».

Più delicato ancora è il dialogo interreligioso fatto invece con fedi religiose estranee al nucleo originariounedi cristiano. In quel caso è necessario confermare sempre in modo deciso e rispettoso la nostra fede nel Verbo di Dio fatto uomo. Evitando in ogni modo di annacquare le nostre verità di fede per paura di offendere chi rifiuta e chi nega il mistero dell’incarnazione, della morte e della risurrezione di Cristo Dio, esercitando in modo del tutto legittimo, con tale rifiuto, quella libertà e quel libero arbitrio donato da Dio all’uomo contestualmente alla sua stessa creazione; perché l’uomo è da sempre libero di accettare o di rifiutare il mistero del suo Dio e Creatore, del Cristo Dio Redentore, dello Spirito Santo Consolatore che procede dal Padre e dal Figlio.

una santa cattolica apostolicaSi dialoga spiegando ciò in cui si crede e cercando di trasmettere nel migliore dei modi il nostro credo, non certo ridimensionandolo per andare incontro in modo compiacente a chi rifiuta con decisione — non di rado anche con aggressività distruttiva o con violenza omicida come certe frange islamiche — la Rivelazione del Cristo Dio. Un rifiuto che merita il nostro doloroso rispetto, proprio come Dio stesso ha rispettato con dolore le peggiori scelte ed i peggiori rifiuti liberamente operati dall’uomo e racchiusi sia nel mistero del peccato originale sia nel mistero della croce. Ciò che importa è che sia chiaro che rispettare chi rifiuta il Verbo di Dio fatto uomo non vuol dire certo approvare con gioia chi opera questo rifiuto che nasce a monte dal dramma della chiusura ad ogni azione della grazia redentrice.

Chi rifiuta Cristo Dio va dolorosamente rispettato, non approvato, non condiviso, meno che mai invitato a tenere conferenze ecumeniche nei nostri studi teologici e nei nostri seminari, all’interno dei quali andrebbero spiegati i pericolosi errori insiti — per esempio — nell’eresia protestante e di conseguenza nella sua teologia. Non andrebbero invitati certi studiosi all’interno di questi nostri centri di studio e di formazione per tenere conferenze, perché per quanto possano essere degne persone sotto tutti i profili umani e sociali, sul piano teologico sono infarciti di errori dottrinari e forse, proprio per questo, graditi presso vari atenei ed università pontificie nelle quali di fatto non si insegna più una teologia cattolica, nella migliore delle ipotesi si insegnano filosofismi e sociologismi religiosi elaborati sul linguaggio creativo ed arbitrario di certi teologi, anziché sul linguaggio universale del Magistero della Chiesa, del quale il teologo è solo strumento e fedele diffusore, non critico, non censore …

Assieme alla nostra intima e rispettosa disapprovazione per chi è in errore e per chiprostitute persiste nell’eresia, dobbiamo essere pervasi anche da un profondo senso di pena. Queste sono le basi metafisiche, sorrette dalla filosofia del senso comune [Cf Antonio Livi sulla Filosofia del senso comune]; queste le basi teologiche e pastorali sulle quali si dovrebbe fare ecumenismo e dialogo interreligioso, specie quando protagonisti di certi dialoghi sono vescovi e cardinali chiamati a custodire la fede, non certo ad annacquarla e svenderla per meglio piacere e per rimanere graditi a tutti; inclusi coloro che con fiero orgoglio seguitano indomiti a portare avanti ed a diffondere tutt’oggi le peggiori eresie in danno della Verità Rivelata, incuranti del chiaro monito che ci esorta ad essere perfetti nell’unità [Gv  17, 20]. E se l’unità è stata rotta non va certo benedetta la frattura e conferita dignità all’eresia che ha rotto l’unità della Verità. Il tutto sempre a prescindere dal fatto che il mistero della salvezza è tutt’altra cosa e che come tale è racchiuso nel cuore di Dio che solo è Giudice e che solo può decidere di accogliere nel proprio regno anche interi eserciti di eretici, senza dover chiedere il permesso ad alcun collegio di dottori della legge; cosa di cui, peraltro, ci ha dato chiaro monito per tutti i secoli avvenire, avvisandoci che «I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei Cieli» [Mt 21,28-32].

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2 thoughts on “Il “pieno compimento”, tra eresia marcionista ed ecumenismo a tutti i costi

  1. Un refuso. Marcione è morto nel 160 d.c. e non può essere del V secolo. L’esattezza della data è importantissima poiché i Prologhi antimarcioni sono documenti storici che indicano come la chiesa primitiva , appena ebbe sentore di eresia e confusione sui testi da considerarsi ispirati provvide immediatamente. Grazie Don Ariel per i suoi interventi

    1. Caro Vincenzo.

      Le sono molto grato. Come di certo avrà capito si tratta di un errore di battitura di cui però non mi sarei mai accorto se non me lo avesse segnalato. La ringrazio e provvedo subito a correggere la data.

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