I Santi “antipatici”, Pontefici inclusi …

— Lettere dei lettori dell’Isola di Patmos —

I SANTI ANTIPATICI, PONTEFICI INCLUSI …

 

[…] se il Santo Padre Benedetto, uomo di gran dottrina e teologo raffinato, aveva un carattere tendenzialmente mite e debole, al punto da essere sottoposto ad un vero e proprio stillicidio nel corso del suo ultimo anno di pontificato; il Santo Padre Francesco, che conosce la dottrina e che per sua stessa e ripetuta ammissione non è un teologo, lungi dall’avere un carattere mite e debole ha invece lo spirito del condottiero, del generale e, tra un sorriso mediatico e l’altro, la sua autorità la sa esercitare ed imporre, eccome! In questo delicato momento storico alla Chiesa di Cristo forse serviva questo: un Pontefice che all’occorrenza sapesse imporre la propria autorità e sapesse all’occorrenza anche far piangere i superbi e gli arroganti anziché andarsene via piangendo dinanzi alle prepotenze dei superbi e degli arroganti.

 

 

Autore Padre Ariel
Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Caro Padre. Sto leggendo i suoi articoli da un po’ di tempo e devo dirle: su qualcosa mi trovo d’accordo su altro un po’ meno. Abbiamo assistito ad una dolorosissima rinuncia da parte di un grande papa che puzza più di clamorosa estromissione da parte di chi da sempre lo ha odiato. Lei lo definisce un debole per me era la punta di diamante del santo papa Giovanni Paolo II e ora mi impressiona la forza con cui porta la sua croce. Sinceramente mi rattrista paragonare la sua mitezza e determinazione all’arroganza del suo Successore che mi sembra sia sfatato un paladino di quella parte così detta progressista non che un esponente della Compagnia delle Indie come lei ha chiamato il suo Ordine [cf. QUI] intriso di potenti. Io so che lo Spirito Santo agisce ma non impone quindi in questa faccenda non è che Gli abbiamo chiuso la porta in faccia facendoci proprietari di ciò che non è nostro? Non sono un tradizionalista sono solo un cristiano cattolico un po’ addolorato e sconcertato. La ringrazio per l’attenzione e per la suo eventuale risposta.

Ermanno

Caro Ermanno.

La vocazione segue le dinamiche dell’innamoramento. Quando da adolescente mi innamoravo — cosa che accadeva di media ogni due settimane —, quella mia coetanea mi appariva come una dèa bellissima, ma che dico: perfetta! A quel punto, da uomo “adulto” ed “esperto” tal ero a 13 anni, preso a cantare e ballare «Ramaya Bokuko Ramaya abantu Ramaya Miranda Tumbala» [vedere QUI], andavo a chiedere consulenze a mio nonno, che aveva la capacità di prendermi persino sul serio — forse perché si chiamava Giordano Bruno? —, rimanendo impassibile dinanzi alle mie sparate, tipo: «Mi sono innamorato di Silva, la figlia della farmacista». E lui, serio: «Ma io avevo capito che Silvia era la figlia del fornaio». E io: «Si, avevi capito bene, perché anche la figlia del fornaio si chiama Silvia, ma quella era la ragazza di due cotte fa». E dopo la prima euforia la ragazzina cominciava ad apparirmi non più una dèa, ed anziché vedere in lei la perfezione cominciavo a vederne anche i difetti.

Quante volte mi capita di sorridere tra me e me, quando per i sacramentali o le assistenze liturgiche indosso la cotta bianca, oggi che sono felice sposo della Chiesa.

Dopo lo sbandamento neurotico dell’innamoramento vocazionale uno dei miei formatori — divenuto anch’esso sacerdote in età adulta —, mi rivolse un monito di cui feci subito tesoro e che oggi è per me oggetto di esortazione: «Non idealizzare mai le persone, perché idealizzando si possono creare degli idoli, finendo poi appresso delusi e non di rado arrabbiati col coltello stretto tra i denti».

Per evitare di cadere in simili sbandamenti e chiarire al tempo stesso certi dubbi del tutto legittimi, bisognerebbe avere anzitutto chiaro che cos’è la santità. I santi sono quelle figure per le quali tutti facciamo il tifo ma ai quali ben ci guardiamo dal somigliare, in particolare ai santi martiri. Quante sono le soubrette e gli attori di film demenziali che amano dichiararsi devoti di San Pio da Pietrelcina in giro per le televisioni o sulle colonne dei rotocalchi rosa, ai quali però non è mai passato per la mente di compiere il benché minimo sforzo per imitare nella loro vita il modello di fede e virtù cristiana di questo straordinario santo?

Ci sono grandi figure nella storia della Chiesa che mai nessuno ha canonizzato e che ispirano la mia profonda simpatia, ch’è un elemento umano soggettivo. Ci sono diversi santi, alcuni anche dottori della Chiesa, che mi fanno invece antipatia, taluni pure profonda; e l’antipatia, come la simpatia, è un elemento umano soggettivo e come tale all’occorrenza da controllare, perché da essa non si deve essere influenzati quando si è chiamati a formulare giudizi e soprattutto a compiere scelte riguardanti la vita della Chiesa o la vita di singole persone.

La riconosciuta santità si basa invece su un elemento oggettivo retto su un solenne pronunciamento del più alto magistero: la Chiesa ha canonizzato quell’uomo o quella donna — che a me possono stare antipatici — riconoscendo oggettivamente la eroicità delle loro virtù ed elevandoli quindi a modello di esempio per il Popolo di Dio. Questo elemento della oggettività è un dato per me inconfutabile che non ho mai negato, tutt’altro: lo riconosco, lo rispetto, lo seguo e lo trasmetto al Popolo di Dio. D’altronde la Chiesa non mi obbliga a chiedere di intercedere per me presso Dio a quei santi che soggettivamente ritengo “antipatici”. E se per un verso non nego di sentirmi molto più vicino alla spiritualità di San Domenico di Guzman e dei suoi Frati Domenicani, per altro verso non ho problema alcuno a dichiararmi indifferente alla figura di San Francesco d’Assisi e distante dai suoi Frati Francescani. Nutro particolare simpatia per San Filippo Neri e devozione per Sant’Ignazio di Loyola, pur ritenendomi libero di esprimere che gli attuali Gesuiti — da me epitetati Compagnia delle Indie —, poco hanno da spartire oggi con la Compagnia di Gesù ideata dal loro Fondatore, perché se tornassero a essere ciò che erano, anziché diffondere i veleni di Karl Rahner come fosse il novello Tommaso d’Aquino del XX secolo, avrebbero di nuovo i noviziati e gli studentati pieni, anzichè popolati da qualche sciamano africano o da giovani indiani che spesso si manifestano palesemente più buddisti che cristiani. E sorvoliamo sul genere di formazione attraverso la quale arrivava al sacerdozio un pio gesuita ieri e su quella con la quale invece vi giungono oggi certi mezzi buddisti e certi mezzi sciamani.

Il tutto è solo Cronaca di una morte annunciata, perché il 23 ottobre 1972 un insigne gesuita, il Cardinale Jean Danielou, rispondeva così a un intervistatore della Radio Vaticana sulla crisi della vita religiosa, in particolare della Compagnia di Gesù:

«La soluzione unica e urgente è fermare i falsi orientamenti presi in un certo numero di istituti. Occorre per questo fermare tutte le sperimentazioni e tutte le decisioni contrarie alle direttive del Concilio; mettere in guardia contro i libri, le riviste, i convegni in cui sono messe in circolo queste concezioni erronee; ripristinare nella loro integrità la pratica delle costituzioni con gli adattamenti chiesti dal Concilio. Là dove questo appare impossibile, mi sembra che non si può rifiutare ai religiosi che vogliono essere fedeli alle costituzioni del loro ordine e alle direttive del Vaticano II di costituire delle comunità distinte. I superiori religiosi sono tenuti a rispettare questo desiderio. Queste comunità devono essere autorizzate ad avere delle case di formazione. L’esperienza mostrerà se le vocazioni sono più numerose nelle case di stretta osservanza o nelle case di osservanza mitigata. Nel caso in cui i superiori si oppongano a queste richieste legittime, un ricorso al Sommo Pontefice è certamente autorizzato» [testo dell’intervista, QUI].

… E sulle ceneri della Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola, nacque da Padre Pedro Arrupe la nuova Compagnia delle Indie diretta oggi da Padre Adolfo Nicolás.

Altro elemento da chiarire è il fatto che al santo non è richiesta la perfezione. Non solo, infatti, ci sono stati santi che hanno percorso i peccati capitali in lungo e in largo, perché assieme ai peccati hanno commesso anche errori d’ogni sorta, prima di quella conversione che li ha portati a diveniri degli autentici modelli di virtù. Un argomento a parte meriterebbero quei santi che erano matti come cavalli da corsa, per citarne uno tra i tanti: San Giovanni di Dio, anch’esso come Sant’Ignazio di Loyola ex soldato e fondatore del benemerito ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, che prende nome dal vezzo di quest’uomo di Dio che spesso, tra le risa delle persone, si metteva a sbraitare e gesticolare per le piazze ed i mercati urlando: «Fate del bene, fate bene, fratelli, a voi stessi!». Sottintendendo che facendo del bene al prossimo, ed in particolare agli ammalati, si faceva del bene anche a sé stessi, alla propria anima.

Gli ultimi Sommi Pontefici canonizzati e beatificati, erano lungi dall’essere perfetti: mi riferisco a San Giovanni XXIII, al Beato Paolo VI ed a San Giovanni Paolo II …
… certe ingenuità di Giovanni XXIII sono dati di fatto noti, come lo è il fatto che se l’introverso Paolo VI, anziché piagnucolare, avesse usato la sua apostolica autorità per richiamare e stroncare le gambe a certi teologi che seminavano pericolose eresie, oggi i loro figli ed i loro nipotini non avrebbero impestato la Chiesa intera di pensieri eterodossi. Né possiamo eludere il fatto che sotto l’ultimo decennio di pontificato di San Giovanni Paolo II, col Cardinale Giovanni Battista Re Prefetto della Congregazione per i Vescovi sono assurti all’episcopato alcuni dei peggiori vescovi mai avuti dalla Chiesa nel corso degli ultimi duecento anni di storia; e questa mia affermazione è un fatto supportato anche dalle sentenze penali di vari tribunali del mondo, da varie destituzioni più o meno silenziose, da tanti penosi promoveatur ut amoveatur, etc ...

Ciò vuol forse dire che sono stati canonizzati e beatificati degli uomini che non lo meritavano? O uomini privi della virtù fondamentale richiesta ad un santo, che è la prudenza?

Posto che senza macchia di peccato originale è nata solo la Beata Vergine Maria e che solo il Verbo di Dio fatto uomo non ha mai conosciuto il peccato, questi pontefici sono stati canonizzati e beatificati perché pur nella loro imperfezione umana, a fronte di un gravame apostolico dinanzi al quale, il primo a risultare a suo modo inadeguato fu proprio il prescelto personalmente da Cristo Dio, sono stati comunque modelli di eroica virtù. Analogamente a San Pietro anche questi suoi recenti Santi Successori hanno vissuto una vita esemplare in contesti sociali e politici talvolta difficilissimi, a volte impossibili da gestire, il Beato Paolo VI in particolare. E come sappiamo Pietro, dopo essere scappato impaurito [cf. Mt. 26, 47-56], dopo avere rinnegato il Signore per tre volte [cf. 26, 69-75], dopo essere stato a giusta ragione rimproverato da Paolo ad Antiochia [cf. Gal. 2,1-2.7-14], è morto versando il proprio sangue per Cristo e per la sua Chiesa; un sangue che lo rende eroico nella fede ma non certo perfetto in certe sue opinioni non corrette, in certe sue condotte di vita e in certe sue scelte.

Questa cristiana logica è quindi applicabile anche a Benedetto XVI, che nessuno di noi può ragionevolmente mutare né in un leone ruggente né in un guerriero, né in un idolo, pur con tutto l’affetto e la venerazione che io per primo nutro nei suoi riguardi.

Che Benedetto XVI abbia mostrato profonda debolezza e talora una mancanza totale di governo della Chiesa, costituisce un dato di fatto che nulla toglie alle sue virtù, alla sua santità di vita e alla sua stupenda teologia in base alla quale, unitamente alla sua apostolica autorità, avrebbe potuto condannare la diffusione dei pensieri ereticali di molti teologi — a partire da Karl Rahner — ed a proibire che i loro pensieri errati fossero usati come insegnamento addirittura obbligatorio sotto le sue papali finestre per tirare sù dei futuri preti che non hanno anzitutto un’idea chiara sul sacerdozio ministeriale, proprio perché infarciti delle gravi eresie rahneriane riguardo la concezione stessa del Sacro Ordine [rimando sull’argomento allo splendido articolo di Giovanni Cavalcoli, vedere  QUI].

Da raffinato teologo qual era avrebbe potuto evitare, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, di consacrare vescovo con le sue stesse mani un soggetto dalla cristologia a dir poco opinabile come Bruno Forte; avrebbe potuto evitare da Romano Pontefice di consacrare vescovo e poi creare cardinale un soggetto come Gianfranco Ravasi, che incarna la negazione vivente non solo della sana teologia di Benedetto XVI ma proprio dell’ortodossia della dottrina cattolica; avrebbe potuto impedire a molti scellerati vescovi italiani di mandare i loro seminaristi a fare i ritiri spirituali prima delle sacre ordinazioni presso il falso profeta e cattivo maestro Enzo Bianchi, perché tutto questo è autentica empietà … queste e altre ancora sono le devastanti opere avvenute sotto gli occhi di Benedetto XVI, perfettamente informato e al corrente di tutto. Delle oggettive “pecche” che nulla tolgono però alla sua santità di vita, alla sua alta teologia ed al suo splendido magistero pontificio. 

Detto questo aggiungo: se coloro che dalla rinuncia al sacro soglio seguitano a cimentarsi in teorie da libro giallo, cercassero invece di penetrare il mistero della Chiesa — cosa che però richiede il presupposto dell’umiltà e dell’ascolto — capirebbero che il Santo Padre Benedetto si è fatto volontariamente, spontaneamente e liberamente da parte perche non in grado di gestire una situazione di paralisi sviluppatasi come un tumore con metastasi diffuse nell’ultimo mezzo secolo di vita della Chiesa, a partire neppure da Giovanni XXIII, come blaterano gli accusatori del Concilio Vaticano II, perché i presupposti scatenanti già c’erano tutti quanti nell’ultimo scorcio di pontificato di Pio XII, che non a caso ritenne opportuno non nominare neppure un Segretario di Stato; ma detto questo soprassiedo perché non è possibile aprire un complesso tema nel tema. Mi limito solo a dire che le tante, le troppe Agatha Christie che entrano come carriarmati dentro la fabbrica di cristalli di Murano della storia della Chiesa contemporanea, dovrebbero valutare i danni e lo sconcerto che producono nel buon Popolo di Dio, pronto spesso a prenderli sul serio in quanto “seri” e “devoti” giornalisti o storici cattolici. Un “serio” e “devoto” giornalista cattolico non svende però la povera e deturpata sposa di Cristo per uno scoop, spacciando il sensazionalismo per inconfutabile verità; un “serio” e “devoto” storico non spaccia per verità le proprie ideologie soggettive, come tali tutte quante opinabili.

Se noi preti facessimo catechesi, se spiegassimo ai nostri fedeli i fondamenti della dottrina, della ecclesiologia, della sacramentaria, della storia della Chiesa e del diritto canonico — ma presupposto della trasmissione è però la conoscenza — eviteremmo di lasciarli in pasto alle quotidiane scempiaggini che scrivono molti vaticanisti caricati dai loro padroncini o come qualsivoglia dai serpentelli nascosti nell’anonimato della curia romana; giornalisti che molti nostri fedeli — non avendo adeguate risposte da parte di noi preti — prendono come Parola di Dio con tutto ciò che ne consegue.

E per rispondere strettamente nel merito a un quesito pertinente: ammettiamo che il Santo Padre Francesco, come dice il nostro caro lettore sia un «arrogante». Ammesso e non concesso che la grazia dello Spirito Santo è capace a tirare fuori la virtù persino dal vizio, domando: dopo che un uomo mite è stato divorato dai gestori di una discarica a cielo aperto che ha dato vita all’interno della Chiesa ad una sporcizia senza eguali che parte a monte dalla debolezza del Beato Paolo VI ereditata come patrimonio pressoché ingestibile da San Giovanni Paolo II, non era provvidenziale che ci fosse dato un “marpione gesuita” che sorride pubblicamente in piazza rimanendo simpatico a tutti ma che in privato a Santa Marta taglia le teste? E coloro che sono stati ghigliottinati non possono manco lamentarsi, perché se lo facessero finirebbero linciati dalla piazza popolata dai fans de … er papa piacone che s’è subito dichiarato «proveniente dall’altra parte del mondo», salvo avere l’astuta capacità di fare nei concreti fatti — e lo dico in forma positiva — cose dell’altro mondo.

Più che delle risposte ho dato degli spunti di riflessione, compresa l’azione di grazia dello Spirito Santo attraverso il Santo Padre Francesco, che come già affermai due anni fa al terzo mese del suo pontificato: «È enigmatico. Un pifferaio magico che sta portando tutti i topi allo scoperto» e che spero li conduca uno appresso all’altro a gettarsi nel fiume per il supremo bene della Chiesa. Sono sempre più convinto, infatti, che attraverso il Sinodo sulla famiglia li abbia tirati in trappola mettendoli nella condizione di venire tutti allo scoperto, cosa che alla resa dei conti comporterà che allo scoperto venga infine anche lui. E, come ho scritto in passato, il Santo Padre potrebbe correre il rischio di tornare ad indossare le scarpette rosse per ciò che esse significano realmente: il martirio di Pietro che coi piedi sanguinanti giunse sul Colle Vaticano per essere crocifisso a testa all’ingiù [vedere QUI]. A quel punto noi — che all’occorrenza lo abbiamo devotamente criticato — lo difenderemo e lo veglieremo sotto la croce col giovane Giovanni e la Beata Vergine Maria, mentre «tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono» [cf. Mt. 26,56], perché questa temo sia la fine, tutto sommato molto gloriosa, riservata al Santo Padre Francesco, al termine di questa luna di miele mediatica che è stata veramente troppo lunga e che neppure il più sagace e astuto dei vecchi Gesuiti può tirare a lungo più di tanto.

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L’ENIGMA DI PAPA FRANCESCO – intervista del giugno 2013 ad Ariel S. Levi di Gualdo

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11 thoughts on “I Santi “antipatici”, Pontefici inclusi …

    1. Caro Ettore.

      L’Autore di questo scritto, in toni tra l’altro anche simpatici, ha epresso la sua legittima opinione, ed è suo sacrosanto diritto farlo. Non la pensa come me, ed ha tutto il diritto di esprimerlo.

      Certo, lo scritto è alquanto confuso, perché io non bordo accuse di eresia come fossero “coriandoli a carnevale“, posto che il termine eresia fa parte del normale lessico teologico, non è una parolaccia o un insulto.
      Così come ignora o finge d’ignorare, l’Autore, che prima di accusare di derive ereticali i lefebvriani, delle accuse di eresia ben più pesanti io le ho rivolte a tutto l’alto empireo dei modernisti o cosiddetti “progressisti”, che sono tra l’altro ben più potenti e pericolosi dei lefebvriani, perché mentre quattro gatti lefebvriani chiusi nel loro ghetto non possono farmi di fatto niente, i modernisti, che ho sempre duramente attaccato, possono crearmi – e mi hanno creato – grossi problemi e grossi impedimenti.
      Grazie a Dio, dalla mia, ho sempre avuto un grande sostegno: sono diventato prete con il fermo proposito di non aspirare mai ad alcuna carriera ecclesiastica, pertanto, anche i modernisti al potere, ai quali debbo la mia esclusione totale da qualsiasi ruolo e incarico ecclesiastico, non mi hanno minimamente scalfito, visto che sono divenuto prete per servire la Chiesa e il Popolo di Dio ad essa affidato, per celebrare il Sacrificio Eucaristico, assolvere dai peccati, amministrare i Sacramenti secondo la potestà del mio grado d’ordine e mandare in Paradiso quante più anime possibile. E tutto questo lo faccio quotidianamente senza bisogno di essere “gratificato” né da cattedre in università pontificie né da fascette rosse sulla veste talare.

      E di tutto questo bisognerebbe tenere conto, quando si parla di una vita “complessa” come la mia, perché in fondo io sono uno che ha sempre pagato tanto, anzi: alla prova dei fatti, parola dietro parola ho sempre pagato tutto per opera di coloro che, più non potevano smentire le mie asserzioni, più mi affondavano i coltelli nella schiena.
      Se ai membri del clero dovesse essere infatti conferito il Premio Caino, il numero dei preti premiati non si conterebbe e la loro fila si perderebbe veramente all’orizzonte.

  1. Caro Don Ariel, io mi sento affine al suo lettore Ermanno (salvo che non sono sconcertato). Lei scrive cose condivisibili in questo articolo e sono d’accordo che il punto chiave di questi tempi è che i topi stanno venendo allo scoperto. Ma questo non implica necessariamente un giudizio positivo nei confronti del pifferaio: perché i topi stanno spadroneggiando e infliggendo danni a destra e a manca. Non mi sconvolge l’arroganza del condottiero, perché come dice lei non mi aspetto che un santo sia necessariamente politicamente corretto, anzi. Però potrei obiettare che la doppiezza mal si sposa con la santità… una cosa è un pontefice interventista e “arrogante”, altra è uno con questi attributi che però fa di tutto per apparire tanto aperto e dialogante. Insomma, tutto quello che si vuole, ma che ci si presenti come si è.

    Per questo non trovo soddisfacente la risposta. Però, don Ariel, a lei riconosco una risposta valida al problema, che nessuno di quelli che hanno colto le contraddizioni è stato in grado di dare: “dopo il Sinodo Francesco metterà le scarpette rosse”. Non ne sono convinto, ma ormai manca poco e vedremo. Se però non succederà, bisognerà trarne qualche…

  2. … “diavolo” d’un prete!
    Un colpo di genio, il tuo provocatorio titolo “i santi antipatici”, per ricordare e per chiarire magistralmente cosa veramente sia la santità.
    Mi è piaciuto veramente molto, sia questo tuo sia quello di Padre Giovanni riguardante la invalidità di certe ordinazioni sacerdotali.

    P.S. vi ho mandato due spiccioli con Paypal, visto che avete da fare spese per il mantenimento del sito, spero facciano altrettanto anche altri lettori.

  3. Caro Padre,
    sono un terziario domenicano, e se non sono indiscreto vorrei domandarle: come mai non è diventato sacerdote nell’Ordine dei frati predicatori?
    Se la domanda è invasiva e indiscreta cancelli il tutto e non mi risponda.
    Auguri vivissimi per l’Isola di Patmos.

  4. Ho solo notato il riferimento a Ravasi, che conosco marginalmente, ma di cui ho conosciuto l’allievo Borgonovo, in carriera, per motivi relativi alla storicità della Bibbia. Storicità che lui, e molti come lui, non vede, affermando anche la non esistenza di Salomone, Davide e Mosè…. ben esistiti invece, fatto che richiede tuttavia un profondo aggiornamento dello scenario di quei tempi in termini anche di eventi astronomici. E da Socci direi che Ravasi si spinga ben oltre.

  5. Rev. Padre,
    che ne pensa della recente e della prossima performance di Ravasi? (Proprio incorreggibile?)
    1. giovedì 17 settembre 2015 Roma – I doveri della medicina. I diritti del paziente
    Il ‘Cortile di Francesco’ presenta un documento: “Linee propositive per un diritto della relazione di cura e delle decisioni di fine vita”. Qualcuno su “la Nuova bussola” ha commentato amaramente :
    “Sorpresa: anche un cardinale stacca la spina.”
    2. http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/cortile_francesco/
    Ad Assisi dal 23 al 27 settembre, un dialogo tra credenti e non credenti sul tema dell’umanità.
    Dando un occhiata al ricchissimo programma si scoprono altre “sorprese” riguardo a luoghi delle conferenze, agli ospiti (Ravasi ha “buone” frequentazioni, un budget elevato, sponsor munifici) e agli argomenti (quasi tutto lo scibile umano!).
    Certi conferenze hanno titoli veramente “suggestivi” e accattivanti: i posti prenotabili sono già quasi tutti esauriti.
    Magnificenza e fasto, nella casa del poverello d’Assisi!
    Ne imploro devotamente l’intercessione perché da questi semi sparsi nascano buoni frutti
    ad maiorem Dei gloriam

    1. Le spiegazioni, circa Gianfranco Ravasi e le conseguenze del ravasipensiero, andrebbero chieste tutte quante al Santo Padre Benedetto XVI, perché è lui che lo ha consacrato vescovo ed è lui che lo ha creato cardinale.

      1. Scusi Don Ariel, però non capisco la sua risposta. Sì, penso che anche chi è molto affezionato a Ratzinger e si trova in sintonia con il suo pensiero si rende conto che non ha esercitato il ruolo di governo come avrebbe dovuto. Recentemente ho letto un commento sintetico, che “un fine teologo non necessariamente ha le doti di governo“, e proveniva anche in questo caso da uno che ha in gran simpatia Ratzinger. D’altronde è lo stesso pensiero di Ratzinger, che resosene conto si è dimesso. Bene, fin qui siamo tutti d’accordo. Poi lei dice che è un bene che Francesco governi con il pugno di ferro, anche per compensare il passato. Benissimo. Ma non solo i Ravasi rimangono e non vengono allontanati; se ne aggiungono anche altri. E dov’è dunque questo pugno di ferro? Capisce perché a molti, me incluso, le cose non tornano?

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