… al Dio che allieta la mia giovinezza
… AL DIO CHE ALLIETA LA MIA GIOVINEZZA
Una giovinezza che non sfiorisce mai, perché il sacerdozio ministeriale di Cristo che ci ha segnati e ontologicamente trasformati la rende eterna.
— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos—
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Rimanere prigionieri dei ricordi del passato è sempre pericoloso. Vivere proiettati all’indietro è spesso la condizione di chi non riesce ad abitare il presente. Chi vive la vita nella prospettiva della fede sa invece di essere non soltanto in cammino verso il futuro, ma proiettato verso l’eternità.

Può capitare di ritrovare in una scatola quasi dimenticata qualche oggetto o qualche immagine che ha segnato una stagione della propria vita. Quando questa mia fotografia è riemersa dal passato non ho provato quella nostalgia che appartiene a ciò che è perduto e non ritorna, ma piuttosto tenerezza e gratitudine. Tanto che alla mente mi è tornata la frase racchiusa nel versetto iniziale del Salmo 42 (43), con il quale il sacerdote, ai piedi dell’altare, dava inizio alla Santa Messa nel rito precedente la riforma liturgica del Santo Pontefice Paolo VI:
«Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat iuventutem meam» (Mi accosterò all’altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza»).
Ringrazio Dio, insieme ai Confratelli di questa nostra felice Isola di Patmos, per averci donato una giovinezza che non sfiorisce. Non quella del corpo, che il tempo inevitabilmente trasforma, ma quella racchiusa nel sacerdozio ministeriale di Cristo che ci ha segnati e ontologicamente trasformati. Una giovinezza che nessun trascorrere degli anni può consumare, perché affonda le sue radici nell’eternità stessa di Dio. Per questo, ogni volta che ci accostiamo all’altare del Signore, possiamo continuare a ripetere dentro di noi, con la stessa verità e con la stessa gioia, le parole del Salmista: Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat iuventutem meam.
Dall’Isola di Patmos, 19 giugno 2026
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I Padri dell’Isola di Patmos
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