Dal bacio di Giuda ai porno-teologi. È la crisi del dogma che genera una crisi morale all’interno della Chiesa visibile

– Theologica –

DAL BACIO DI GIUDA AI PORNO-TEOLOGI. È LA CRISI DEL DOGMA CHE GENERA UNA CRISI MORALE ALL’INTERNO DELLA CHIESA VISIBILE

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[…] una teologia che secolarizza senza scrupoli la morale e, quasi vergognosa dell’ideale di purezza e povertà cristiana, irrompe anch’essa per un’esistenza all’insegna del piacere, al rifiuto del sacrificio, per la celebrazione aperta del sesso (porno-teologia) […] Cosa può significare per la società consumistica, che sprofonda nella noia e nella ribellione dell’atto gratuito, una teologia che per salvare il mondo si abbevera al veleno che intossica il mondo?

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Autore Padre Ariel
Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Sant’Ambrogio ricorse all’immagine veterotestamentaria della prostituta Rahab che a Gerico aiutò i figli del Popolo d’Israele. Per lui, la Chiesa, sarebbe meretrice casta perché molti amanti la frequentano per le attrattive dell’amore ma senza la contaminazione della colpa. L’aggettivo “casta” significa quindi l’adesione senza incoerenti incertezze della Chiesa a Cristo suo sposo; mentre il sostantivo “meretrix” la volontà della Chiesa di darsi a tutti per portare tutti a salvezza.

Letta sotto un altro aspetto, questa espressione di Sant’Ambrogio ci pone di fronte a un altro fatto: il mistero del male segue la Chiesa e penetra all’interno della Chiesa sin dalla sua nascita.

Non dimentichiamo che Giuda, in quella Coena Domini celebrata dal Verbo di Dio fatto uomo nella quale il Signore Gesù istituisce il Sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, riceve il Corpo e il Sangue di quel Cristo che egli poi tradirà, rendendolo riconoscibile con un bacio ai soldati giunti per arrestarlo, cosa in sé molto peggiore del puntare un dito verso il ricercato e affermare: «È lui quello che cercate».

Nel bacio di Giuda va letto dunque il principio diabolico della inversione: ciò che di per sé è bene e buono come un bacio, diventa supremo male ed è usato per consegnare Gesù, vero Dio e vero uomo, ai suoi aguzzini [segue …]

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02.12.2016  Ariel S. Levi di Gualdo  —  DAL BACIO DI GIUDA AI PORNO-TEOLOGI. È LA CRISI DEL DOGMA CHE GENERA UNA CRISI MORALE ALL’INTERNO DELLA CHIESA VISIBILE

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6 thoughts on “Dal bacio di Giuda ai porno-teologi. È la crisi del dogma che genera una crisi morale all’interno della Chiesa visibile

  1. caro Padre,
    proprio in questo periodo sto leggendo la Redemptionis Sacramentum per rimediare all’ignoranza accumulata in riunioni pseudo ecclesiali che assomigliavano di più a sedute di analisi di gruppo.
    Credo che la crisi si possa superare solo rimettendo Gesù-Eucarestia al centro della nostra vita.
    Credo avremo modo di approfondire nelle serate in carcere..visto che rilancio i suoi articoli sul mio sito http://www.arcsanmichele.com
    Io non fumo ma mi piace la frutta.
    Viva Cristo Re

  2. Don Ariel mi perdoni, proprio le sigarette no!
    In compenso Le porto arance di Sicilia, cannoli e primizie varie.
    A meno che non la rinchiudano in isolamento in quanto accusato di connivenza con la SS TRINITÀ!

  3. Per colpa di Cammilleri (Rino) sono diventato un po’ insofferente verso il politicamente corretto. Quindi, Padre, più che smettere di fumare mi permetto di darle un altro consiglio: passare al fumo lento.
    Sigari, pipa o entrambi.
    Come dice il proverbio, un ammezzato al giorno leva il medico di torno…

  4. Non sono più giovanissimo (ho ricevuto la cresima da Angelo Roncalli quand’era ancora Patriarca di Venezia), dunque la parte della mia vita di ragazzo e adolescente cattolico l’ho vissuta a cavallo del Concilio. Ricordo che mi confessavo regolarmente, in un misto di vergogna e di sollievo che si risolveva sempre in una grande sentimento di gioia del cuore, e il fermo proposito di non far diventare quei peccati dei vizi (e il rischio è forte soprattutto quando si tratta di sesso).
    Dietro quella grata ci andavo col batticuore e ne tornavo felice: non era certo quel luogo di tortura di cui si è cominciato a parlare più tardi. Ed ero molto contento che ci fosse la grata: quella grata mi metteva a mio agio, stabiliva una separazione quasi mistica, e …mi permetteva di non mostrare il mio viso che ogni tanto prendeva fuoco.
    Poi le cose sono cambiate, in peggio: col vento della “liberazione” i confessionali sono spariti e sono stato obbligato a quella vera e propria tortura del “colloquio” vis-à-vis col sacerdote. Così, un po’ alla volta la confessione si è trasformata in un breve formale colloquio da orario di ricevimento dei professori, via via banalizzandosi in una specie di seduta terapeutico-esortativa, senza emozioni, senza quel senso di sollievo e di gratitudine che ho sempre provato. Così, senza che io lo volessi, la confessione è diventata un’appuntamento raro e un po’ triste, un dovere più che una necessità.
    Sarà come dice lei, caro don Ariel, colpa del post-concilio, ma certo questo post-concilio è pur sempre un frutto nato dall’albero di un Concilio organizzato male e gestito peggio. Altri frutti non se ne sono visti.
    Per le sigarette potrà sempre contare sul sottoscritto (mi dica però la marca), perché per me la salute del corpo dovrebbe sempre contare molto meno della salute dell’anima, anche se di questi tempi è molto politicamente corretto esattamente il contrario.

  5. In una cosa dissento: in codesto mito delle “torture” in confessionale. Sono più vecchio di lei, mi confessavo quando lei non era ancora nato, avevo confessori per l’appunto stimmatini, confratelli del grande Cornelio Fabro che ho conosciuto nella sua Parrocchia di Santa Croce a Roma, ebbene a me non è mai capitato di essere torturato. Al massimo la domanda era: “hai problemi con la vita casta ?”, e fine lì.
    Adesso invece entri nel confessionale (quando ci riesci, che non è facile trovarne), e ti trovi davanti un signore talvolta in saio talvolta in camicia ma giammai con stola, muto, che nemmeno è capace di salutarti in Gesù Cristo, che ti ascolta (?) senza battere ciglio, poi aggiunge un breve pistolotto esortativo, e conclude con una breve formula in italiano (stentato se africano) che per atto di fede io credo essere una valida assoluzione sacramentale.

  6. Circa l’educazione al senso della sessualità, in seminario e fuori, c’è questo bell’intervento di Thérese Hargot
    http://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/?p=36870#more-36870

    “…Che fare dunque con i giovani? Bisogna aiutarli a svilupparsi sessualmente, magari coi soliti corsi di educazione sessuale? «Non bisogna insegnare agli adolescenti a svilupparsi sessualmente», replica ferma. Piuttosto «bisogna insegnare ai giovani a diventare uomini e donne, aiutarli a sviluppare la propria personalità. La sessualità è secondaria in rapporto alla personalità. Invece che parlare ai ragazzi di profilattici, di contraccezione e di aborto bisogna aiutarli a costruirsi, a sviluppare una stima di sé. Bisogna creare uomini e donne che possano essere capaci di entrare in una relazione reciproca. Non occorrono dei corsi di educazione sessuale, ma dei corsi di filosofia!».

    Beh, il senso è giusto, ma non tanto di filosofia abbiamo bisogno… ci mancano piuttosto grandi educatori, come il Giussani.

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