A proposito del Coronavirus: ogni pestilenza e pandemia ha sempre segnato nella storia dell’umanità un rinascimento: «A peste, fame et bello libera nos, Domine»

– pastorale sanitaria –

A PROPOSITO DEL CORONAVIRUS: OGNI PESTILENZA E PANDEMIA HA SEMPRE SEGNATO NELLA STORIA DELL’UMANITÀ UN RINASCIMENTO: «A PESTE, FAME ET BELLO LIBERA NOS, DOMINE»               

 

All’approssimarsi di una malattia particolarmente estesa, tale sembrerebbe infatti essere il Coronavirus, oggi non discutiamo più riguardo a untori, monatti, lazzaretti e crociferi: l’epoca del Manzoni è terminata da un pezzo. La discussione si inerpica, invece, su terreni ben più accidentati e insidiosi, che interpellano le responsabilità delle classi dirigenti al governo e le politiche immigrazioniste e sanitarie poste in essere per circoscrivere il contagio. E in questo panorama non mancano gli scaricabarili, i negazionisti radicali, i complottisti, o certi cattolici che invocano l’apocalisse imminente, per seguire con i cultori delle dietrologie più raffinate e via dicendo a seguire.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Raffigurazione fiamminga della grande peste nera: «Danza macabra»

Quando ancòra si pregava, dinanzi al pericolo si era soliti supplicare: «A peste, fame et bello libera nos, Domine» [dalla peste, dalla carestia e dalla guerra liberaci, Signore].

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Come sacerdote ho svolto anni di sacro ministero in un grande ospedale, a contatto con malati affetti dalle diverse patologie e disabilità, incluse quelle di tipo raro, sono stato quindi a giornaliero contatto anche con medici specialisti.

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Se guardiamo alla storia della medicina, dati alla mano possiamo facilmente comprendere come le malattie hanno rappresentato un momento di sofferenza e di prova non sempre gestibile all’interno dalla comunità umana.

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Le grandi epidemie e pandemie hanno spesso pregiudicato i momenti di benessere sociale e di prosperità economica e hanno inaugurato periodi penitenziali forzati che, obtorto collo, hanno avuto il merito di correggere la corsa prometeica dell’uomo, tanto da ridimensionarlo e renderlo così più saggio e assennato. O per meglio dire: l’uomo che si sente onnipotente, spesso, nel momento stesso in cui scopre tutte quelle sue fragilità fisiche che lo rendono vulnerabile, si ricorda dell’esistenza di un Dio Onnipotente.

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Chi ricorda I Promessi Sposi, avrà certamente presente il capitolo 35 con le parole del buon Padre Cristoforo circa il contagio di peste occorso a Don Rodrigo. Il frate cappuccino esprime una valutazione dei fatti che sintetizza bene l’economia della divina Provvidenza secondo il Manzoni:

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«[La peste n.d.r.] Può esser castigo, può esser misericordia».

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L’uomo davanti al contagio della malattia può accusare un duro colpo alla propria ansia di onnipotenza, così come può riconoscersi bisognoso di quella misericordia divina che recupera e salva dalla disumanizzazione del proprio stato di vita e dall’offuscamento di quella grazia divina ricevuta nel battesimo. O per dirla ancora in altri termini, la malattia è capace di imporre un limite che l’uomo non è in grado di darsi e che, a torto o a ragione, diventa utile per poter nuovamente riformulare una visione oggettiva sulla propria esistenza.

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Chi, tra i miei venticinque lettori dell’Isola di Patmos [N.d.R. che non sono venticinque bensì migliaia!], ha dovuto affrontare una malattia seria tanto da comportare un ricovero presso una struttura ospedaliera, saprà quello di cui sto parlando. Molti di più avranno presente la molteplicità di domande che affollano la mente e il cuore in quei momenti di cattività forzata, tanto da rendere necessario un riordino urgente delle priorità della vita e un cambiamento di passo.

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Di questi momenti di verifica, legati alla malattia, noi umani ne abbiamo vissuto diversi fino a oggi e ancora ne vivremo. Restando al solo ventesimo secolo, senza ulteriormente addentrarci più in là di quanto la memoria sia in grado di fare, è possibile citare le principali pandemie influenzali storiche nell’arco temporale che va dal 1918 al 1968. Queste malattie hanno preso il nome in base all’area geografica di provenienza, quindi si è parlato di influenza spagnola, di influenza asiatica e di pandemia di Hong Kong. La denominazione ufficiale, ovviamente, segue un criterio del tutto funzionale che non ha nulla a che fare con connotazioni xenofobe e men che meno razziali. Grazie al cielo la malattia, così come la morte, non possiede venature ideologiche ed è forse l’unica cosa veramente democratica che accomuna l’umanità al giorno d’oggi, senza distinzione di popolo, razza, religione o di non-religione.

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Per completezza di informazione è bene non dimenticare l’epidemia di Sars, acronimo di Sindrome Acuta Respiratoria Severa, che ha riguardato una forma atipica di polmonite apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong in Cina. Dallo scorso 7 gennaio 2020 la Cina è nuovamente protagonista del panorama sanitario mondiale attraverso la diffusione di un nuovo ceppo influenzale virale che conosciamo sotto il nome di Coronavirus. Malattie come queste, di origine virale, si manifestano in modo irregolare e improvviso tanto da non poter identificare con assoluta certezza il paziente zero che funga da capro espiatorio su cui riversare la responsabilità.

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Sottigliezze psicologiche, direte voi, forse. Ma anche tentativi per sfuggire a quei perversi e ignoti capricci del destino che pungolano la vita dell’uomo con frequenti manrovesci. Da quando infatti esiste il mondo, la malattia è quella componente fisica all’interno della vita degli uomini che solleva i più grossi interrogativi spirituali, tanto che è necessario scomodare la fede e la ragione per poter giungere a un senso che induca a diminuire la paura e a rafforzare la speranza per il futuro.

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All’approssimarsi di una malattia particolarmente estesa, tale sembrerebbe infatti essere il Coronavirus, oggi non discutiamo più riguardo a untori, monatti, lazzaretti e crociferi: l’epoca del Manzoni è terminata da un pezzo. La discussione si inerpica, invece, su terreni ben più accidentati e insidiosi, che interpellano le responsabilità delle classi dirigenti al governo e le politiche immigrazioniste e sanitarie poste in essere per circoscrivere il contagio. E in questo panorama non mancano gli scaricabarili, i negazionisti radicali, i complottisti, o certi cattolici che invocano l’apocalisse imminente, per seguire con i cultori delle dietrologie più raffinate e via dicendo a seguire. Purtroppo, in questi frangenti annoveriamo anche coloro che non si fanno il minimo scrupolo per ottenere un qualche vantaggio a beneficio della propria causa personale o partitica. Lascio però ad altri ben più competenti di me l’analisi sociopolitica e sanitaria dell’attuale emergenza virus, io mi limiterò a fare qualche considerazione in merito alla teologia della salute, che può favorire qualche utile chiave di lettura sul modo di intendere e vivere la malattia in senso cristiano.

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Quando il credente si trova immerso in qualunque tipo di malattia seria, dovrebbe sapientemente confrontarsi con essa utilizzando lo scudo della fede. Questo non è solo doveroso ma anche sensato. Non tanto per un certo bigottismo scaramantico diffuso, quanto perché tutta la vita del credente è realmente permeata dalla presenza del Verbo fatto uomo, che non disdegna di rivelare la sua presenza anche nell’infermità. A questo proposito voglio citare l’intervista di Luca di Tolve a riguardo della sua condizione di ammalato [vedere QUI]:

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«Ho contratto l’Aids e pensavo di morire, ne ero convinto. È stato il punto più basso della mia vita, una caduta clamorosa. Fede e psicoterapia assieme alla preghiera mi hanno salvato…».

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Non sono necessari altri commenti per evidenziare il fatto che nella terapeuticità della cura, la presenza di Dio è realtà concreta per chi crede e al contempo estremamente seria. Detto questo voglio anche chiarire che la citazione riguardante Luca di Tolve deve essere intesa solo ed esclusivamente nel suo riferimento alla patologia di Aids, malattia che continua ad avere uno stigma sociale importante e una diffusione altissima in alcune zone del pianeta.

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Visto il tenore di questo articolo, non servirebbe molto soffermarsi sul passato di Luca come ex omosessuale o dibattere sulla stretta connessione tra stili di vita a rischio e patologie correlate. Luca di Tolve è l’esempio dell’uomo colpito da patologia grave, che inizia un processo di guarigione globale tanto da percorre i canali della medicina ufficiale ma che non dimentica la medicina spirituale che ha in Cristo il medico celeste per eccellenza.

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Quindi da credenti siamo consapevoli che anche di fronte all’infermità grave che colpisce l’umanità, od a quelle varie patologie che rendono alcuni disabili o invalidi permanenti, è sempre possibile attingere ad una speranza maggiore di vita che ha nel Salvatore il suo centro.

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L’esperienza di Luca di Tolve si pone a corolla di quelle parole di Gesù presenti nel Vangelo di Giovanni in riferimento alla morte di Lazzaro:

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«Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» [cf. Gv 11,4].

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A questo punto è bene chiedersi che cosa Gesù intenda dire quando utilizza l’espressione «a gloria di Dio». Ad esempio, dobbiamo intendere come gloria di Dio la resurrezione di Lazzaro che ha portato molti a credere in Cristo oppure è gloria di Dio il fatto che Lazzaro si sia ammalato e quindi abbia sperimentato la morte? Dobbiamo intendere come gloria di Dio il fatto che Luca di Tolve si sia ammalato di Aids oppure che da questa condizione di malattia la sua vita si sia approfondita attraverso una maggiore serietà e consapevolezza di fede tanto da giungere a una conversione autentica? Evidentemente, sia nel caso di Lazzaro di Betania che di Luca di Tolve, l’aspetto patologico rappresenta quella forza oppositiva che paralizza l’uomo, che impoverisce la sua esistenza fino a precipitarlo nello sconforto e nella disperazione.

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Davanti alla malattia c’è però Cristo, il Salvatore, che richiamando dalla morte Lazzaro e alla vita Luca, costituisce la prova provata di quella gloria del Padre che si manifesta pienamente attraverso l’opera del Figlio [cf. anche il brano di Gv 9,3].

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La Chiesa, così come il popolo cristiano, in determinate epoche, davanti a malattie dilaganti, non ha avuto altra soluzione del ricorso all’affidamento a Dio e ai mezzi soprannaturali di grazia. E questo non soltanto per la scarsità di mezzi medici e sanitari a disposizione e di un passato recente ancora privo di antibiotici e antivirali, ma essenzialmente per il fatto che la preghiera e la penitenza decentrano il cuore dell’uomo dal proprio egoismo e lo rendono più saggio per disporsi a compiere la volontà del Padre nel servizio verso i fratelli. E oggi abbiamo un estremo bisogno di imparare nuovamente la penitenza, di accettare la purificazione per le colpe personali, sociali e nazionali che ci riguardano. Trovo sensato il pensiero di Padre Ariel quando a un programma televisivo affermò che la Chiesa di oggi avrebbe bisogno di celebrare un Sinodo che abbia come tema la Penitenza, purtroppo tale via appare poco percorribile perché anche tra noi preti si è smarrito il senso profondo della penitenza.

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Così come la Chiesa, anche i governi mondiali necessitano di riconoscere i propri errori e assumersi le proprie responsabilità. Di fronte al peccato è necessario approntare un argine che tuteli dalle conseguenze visibili di una colpa consumata e che si tramuta poi in modi di vivere distorti, in disegni di legge mortiferi, in orientamenti lavorativi ed economici spregiudicati, in sperimentazioni mediche criminali, in dottrine bioetiche disumane, in strategie sociali illusorie.

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Quando il male attacca, anche nella dimensione batteriologica o virale, dobbiamo essere pronti e capaci di rispondere non solo con il sapere scientifico a nostra disposizione, ma anche e soprattutto con l’essenzialità della fede che è fatta di conversione, preghiera, penitenza e con la riaffermazione di quelle virtù teologali che ci legano a Dio dal battesimo.

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Cerchiamo di capire anzitutto questo: il perdono non sostituisce la giustizia, e la penitenza e le opere penitenziali non diminuiscono la misericordia, ma anzi è proprio grazie alla giustizia e alla penitenza che possiamo riconoscere la preziosità e la necessità della misericordia. Non ci inganniamo, la malattia è figlia di quella disobbedienza antica che nasce dalla piena libertà data all’uomo dal suo Creatore e che origina quel peccato originale e che porta la divisione tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e la natura creata, tra l’uomo e i suoi simili. Tali conseguenze possono toccare, in modo misterioso, anche gli innocenti e coloro che non hanno immediate responsabilità a riguardo.

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Lo scoppio di una pandemia mondiale è nell’economia provvidenziale di Dio un modo attraverso il quale impariamo a conoscere con verità il nostro cuore e a riconoscere gli errori fatti. Siamo davanti a un tempo cairologico, di sicuro purgatorio, ma che ci invita a reagire potenziando il Regno di Dio in mezzo a noi, anziché cedere alla disperazione e al fatalismo. Cercherò di rendere più chiaro il tutto con un esempio per chiarire il concetto di “provvidenza” e “misericordia”: quando la grande peste nera ― anch’essa sviluppatasi in Cina attorno al 1340 ― sterminò tra il 1346 e il 1348 oltre metà della popolazione europea, pochi decenni dopo quel tragico evento l’Europa risorse ed entrò in quella che gli storici chiamano l’era della modernità, dando vita attorno al 1450 a quel Rinascimento di cui molti ignorano il vero significato. Per comprenderlo basterebbe solo chiedersi: ma da che cosa, l’Europa stava rinascendo? Anzitutto proprio da quella pestilenza che l’aveva devastata riducendo città che prima della pandemia contavano centomila abitanti a centri semi-spettrali, con agglomerati urbani e strutture architettoniche disabitate mezze in rovina che a pestilenza conclusa erano abitate da quattromila o cinquemila persone.

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Come evolverà il Coronavirus nel corso del tempo, quali conseguenze porterà in Italia e nel resto del mondo? Ad oggi non ci è dato saperlo con certezza, quello che invece sappiamo è che il Signore non permette mai per gli uomini una prova che non possa essere affrontata e vinta tramite l’affidamento a lui, perché il nostro è il Dio della vita e della salvezza, non della morte e della disperazione. Potremmo dire, sotto molteplici aspetti, che il nostro è il Dio del continuo rinascimento …

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Forse è necessario tornare a una sana tradizione cattolica che non si vergognava di far recitare ai fedeli cristiani le Litanie. Attraverso lunghi cortei penitenziali, i fedeli non avevano timore di chiedere a Dio la liberazione dalla morte improvvisa, dalla peste, dalla fame e dalla guerra. Richieste semplici, forse fin troppo umane ma sicuramente ricche di fede genuina, di amore sincero e di preoccupazione concreta per la salvezza della propria anima.

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Anche davanti al Coronavirus possiamo con lo stesso slancio penitenziale di una volta proclamare il Libera nos Domine e vedere come il Signore intraprenda per noi questa battaglia, malgrado le nostre infedeltà e defezioni. E comunque, noi rinasceremo sempre, perché siamo figli del Cristo risorto.

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Laconi, 27 febbraio 2020

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2 thoughts on “A proposito del Coronavirus: ogni pestilenza e pandemia ha sempre segnato nella storia dell’umanità un rinascimento: «A peste, fame et bello libera nos, Domine»

  1. Vede padre Lei non solo ha commesso un grave errore in questa sua prolusione rivelandosi affetto da quella malattia congenita e inestirpabile qual è l etnocentrismo, un malanno che proprio degli ‘occidentali’ ma ha anche commesso un possibile svariore in relazione alla Fede. Certamente ognuno può avere le sue opinioni in quella contrapposizione, forse artificiale, tra Medioevo e Rinascimento. Tuttavia da più parti (inutile fare l’elenco) molti hanno visto nel medioevo il periodo in cui Dio era il centro di tutto mentre nel Rinascimento Dio è stato sostituito dall’uomo e dal suo particolarismo individualista. Basti pensare nell’arte il rilievo che ha la prospettiva come spazio ordinato dall’uomo Non a caso certe discipline definite eretico – gnostiche sono esplose nel Rinascimento: ermetismo, cabbala, alchimia etc di cui E. Wind (tra i moti) ci ha ben documnentato.
    MI fermo qui

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