«C’era un Grillo in un campo di lino …». Anche Giuda scelse il “bene possibile”: il suo bene, non quello che Cristo gli propose

— attualità ecclesiale —

«C’ERA UN GRILLO IN UN CAMPO DI LINO …». ANCHE GIUDA SCELSE IL “BENE POSSIBILE”: IL SUO BENE, NON QUELLO CHE CRISTO GLI PROPOSE

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Secondo il teologo sacramentarista, quei cattivoni della Congregazione per la Dottrina della Fede hanno avuto l’ardire di presentare il matrimonio dell’uomo e della donna come bene ordinato e benedetto da Dio, mentre quello tra due uomini o tra due donne come male.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Navigando su Facebook non ho potuto non notare la condivisione di un post del teologo Andrea Grillo che annunciava l’imminente uscita di un suo contributo su una rivista cattolica dal titolo: “Benedizione: stile per dare la parola al bene possibile”.

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L’articolo integrale uscirà domani sul mensile Jesus, diretto dai Padri Paolini fondati dal Beato Giacomo Alberione. Sia per ciò beninteso che nessuno fino a domani potrà elogiare o criticare questo scritto, anche se già dalla prima pagina condivisa sul profilo Facebook del teologo si capisce il tema dell’argomento. Si parlerà di benedizioni con il chiaro riferimento ai fatti riguardanti la liceità o meno di benedire le coppie dello stesso sesso. E ciò detto, in attesa della felice uscita di questo articolo su un mensile diretto da una famiglia religiosa, possiamo invece parlare di quel che da giorni il teologo sacramentarista va scrivendo e dicendo in giro [Cfr. QUI, QUI, QUI, etc ..]. 

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La posizione ovvia del competente dicastero della Santa Sede per l’ortodossia della fede, ha destato da più parti del malumore: dal sanguigno nostrano don Giulio Mignani della diocesi spezzina che si rifiuta di benedire le palme e gli ulivi nella Domenica di Passione; al clero germanico che anticipa già come sacramento il matrimonio omosessuale, comparabile a quello tra uomo e donna se non più nobile perché, come sostenevano gli antichi, l’amore omodiretto è più puro perché non inficiato dalle complicanze della riproduzione (!?).  

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Ora è la volta del teologo Andrea Grillo che ― con una nota di indiscutibile superiorità accademica ― inquadra il responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede in materia di unione di persone dello stesso sesso come un fatto puramente manicheo che individua e distingue il bene dal male. Insomma, una postilla da bigotti che pretendono di dividere il mondo o tutto in bianco o tutto in nero.

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… quando l’insolenza aggressiva parla da se stessa … 

Secondo il teologo sacramentarista, quei cattivoni della Congregazione per la Dottrina della Fede hanno avuto l’ardire di presentare il matrimonio dell’uomo e della donna come bene ordinato e benedetto da Dio, mentre quello tra due uomini o tra due donne come male. Con l’aggravante ― precisa questo accademico che per inciso insegna teologia sacramentaria in ben tre università ecclesiastiche ― che questo modo di fare teologia, sia come dogma che come prassi ridurrebbe nella tradizione ― non si capisce se quella della Chiesa o quale altra ― il senso della realtà e l’adesione alla profezia.  

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Insomma, dopo neanche trenta righe di presentazione dell’articolo, sorge il ragionevole dubbio che sia Andrea Grillo che dovrebbe fare i conti con il proprio personale senso di realtà e di prudenza. In quanto teologo sacramentario dovrebbe solo obbedire a quanto la Congregazione preposta stabilisce e invece, sul finire dell’anteprima del suo articolo, egli si può permettere di esordire così: «Se due donne e due uomini che vivono in comunione di vita e d’amore» …. scusate ma di che cosa stiamo parlando? Quando un teologo che ripeto insegna in più istituzioni accademiche, utilizza l’espressione «comunione di vita e d’amore» che formula e inquadra senza ombra di dubbio la realtà sponsale coniugale modellata sul rapporto che Cristo ha con la Chiesa, che cos’altro ci si dovrebbe aspettare nel proseguo del ragionamento?

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Il fatto è, miei cari lettori, che siamo davanti a un problema teologico che tocca quella particolare virtù teologale che è la fede. Gli omosessuali non c’entrano nulla, ma proprio nulla, assolutamente! Per alcuni personaggi della Chiesa sarebbe opportuno consentire e impartire benedizioni selvagge a tutti i costi così come si fa con i like sui social network. E se ancora non si è giunti a sacramentalizzare certe realtà, almeno si cerca di strappare il consenso alla benedizione che è un sacramentale perché, come ha avuto modo di dire don Giulio Mignani, una benedizione non la si nega più a nessuno. È un po’ come dire: “Caro fratello gay, adesso non ti posso celebrare il matrimonio in Chiesa però ti do la benedizione che è un primo passo per sdoganare in futuro il tuo matrimonio. Perché sai, il tuo matrimonio nella Chiesa è visto ancora come un matrimonio di periferia ma che possiede già un certo bene e valore. E visto che la Chiesa non è solo centro ma anche periferia, adesso stringi i denti e spera in tempi migliori”.

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… quando l’insolenza aggressiva parla da se stessa … 

Lo ripeto ancora una volta, il problema non è dato dalle persone con orientamento omosessuale, che sono care persone, forse persino migliori in certi casi di tanti cristiani praticanti; migliori di certi vescovi e di molti di noi preti. Il problema è Dio, che pone ― Lui sì ― il confine tra bene e male, tra la santità e la lontananza dalla santità.

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Temo che il problema di certi teologi laici o in sacris è accettare un Dio che ci tratta da adulti ponendoci davanti anche la scelta dell’inciampo «la vita e la morte, la benedizione e la maledizione» [cf. Dt 30,19] e che attraverso il suo Figlio chiama l’uomo alla scelta definitiva ed esclusiva senza inganni:

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«Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura» [cf. Gv 17,11-12].

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In questi giorni di Settimana Santa e di Passione riviviamo tragicamente la vicenda dell’uomo Giuda, che non scelse il bene che Cristo gli propose ma preferì il suo bene personale. Un bene comprensibile e condivisibile, umanamente possibile, inteso come salvezza e redenzione alla portata dell’uomo della strada, ottenuto magari con l’appoggio del Sinedrio e di qualche accondiscendente ufficiale dell’Impero Romano. Sono certo che se oggi Giuda dovesse andare a processo risulterebbe assolto, qualunque azzeccagarbugli di avvocato riuscirebbe a salvarlo perché egli è in fondo umano, anzi troppo umano.

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Paolo Poli, filastrocca Il Grillo e la Formica

È di una salvezza umana che noi oggi ci vogliamo accontentare, una redenzione capace di non scontentare nessuno e di avvicinare tutti, salvo poi fallire miseramente così come capita quando a tutti si dà ragione.

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Lasciamo le benedizioni alla Chiesa, a quell’ambito sacrale che ci parla di Dio e che a Lui si accompagna. Dolci e preziose benedizioni che scaturiscono da una giusta comprensione dalla grazia sacramentale e che attraverso questa gli uomini vengono disposti a ricevere l’effetto principale dei sacramenti e vengono santificati nelle varie circostanze della vita [cf. SC, 60; CCC, 1667 e Can. 1166]. Benedire equivale a santificare, santificare equivale a cercare il Santo, Dio, il quale chiama tutti alla comune conversione e al giusto proponimento di distacco dal peccato.

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Farsi benedire senza questo desiderio è caduta nella superstizione che a qualcuno potrà forse aiutare, non però per trovare Dio, perlomeno il Dio incarnato in Gesù, unigenito figlio di Dio, che è uno con il Padre e lo Spirito Santo.

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Laconi, 31 marzo 2021

Settimana Santa

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About Padre Ivano

Ivano Liguori Dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini Presbitero e Teologo ( Cliccare sul nome per leggere tutti i suoi articoli )

8 thoughts on “«C’era un Grillo in un campo di lino …». Anche Giuda scelse il “bene possibile”: il suo bene, non quello che Cristo gli propose

  1. Caro Padre Ivano,
    “Che fare?”
    E pongo questa domanda da padre cattolico che cerca ogni giorno di mantenere viva la fede dei propri figli.
    Il tempo attuale è davvero difficile. Difficile spiegare con ragione chi è nel vero e chi non lo è. E ciò perché il dissidio e la lotta si sono fatte intestine al corpo della Chiesa. E la dimensione di questo orrore è oggi davvero impressionante. Mi rendo conto che la Chiesa è già passata attraverso questi momenti,  ma una cosa è studiare l’evento come fatto del passato, altra cosa è viverlo nel presente e scoprire di essere quasi senza difesa. Vengono meno i riferimenti ed è terribile.
    Come posso, infatti, indicare la strada ai miei figli, se i teologi dell’Isola propongono un insegnamento e il teologo Grillo ne propone un altro? Come posso discernere correttamente  tra il contenuto del recente documento della CDF e le posizioni di sacerdoti e vescovi che invocano la misericordia divina per giustificare ciò che l’autorità della Chiesa vieta? E questo è detto solo a titolo di esempio, per tacere del resto.
    Chi è dunque nel giusto? Ubi est veritas?
    E infine resta la domanda “Che fare?”.

    1. Caro Luca, «ubi est veritas

      A questo tuo interrogativo, desidero aggiungere quello del governatore Pilato: «Quid est veritas?» che in questa Settimana Santa risuona come monito potente davanti ad ogni credente. Dove è la verità? Che cosa è la verità?

      La risposta è fin troppo semplice, la verità è Cristo, il crocifisso, il risorto che vive in eterno. Tutto quello che viene detto, pensato o fatto al di fuori di Cristo e della sua persona esula dalla verità oppure è verità ingannevole.
      Il bello è che – come accadde a Pilato – spesso abbiamo la Verità davanti e non riusciamo a riconoscerla. Un inganno diabolico che ci porta a rifiutare il vero per scegliere il falso. Ma Cristo ci ha dato il rimedio a questo male.

      Dopo la sua risurrezione dona lo Spirito Santo agli apostoli affinché sia per loro maestro di verità nel ministero, sia nelle parole così come nelle opere.
      La Chiesa è sempre assistita dallo Spirito Santo affinché mantenga la verità nella misura in cui la sua fedeltà a Cristo è stabile. Di questi tempi possiamo anche utilizzare la parola eroica, perché non basta più mantenersi fedeli, occorre farlo da veri coraggiosi, da eroi.

      Già caro Luca, oggi dal semplice fedele al Papa, tutti necessitano di essere confermati dallo Spirito Santo nella verità di Cristo che oggi si può esercitare solamente in grado eroico, visti i numerosi attacchi che Cristo e il suo insegnamento subisce non solo dall’esterno della Chiesa ma soprattutto dall’interno così come hai avuto modo di notare.
      Il nostro tempo non è fatto per i deboli ma è fatto per gli eroi, per coloro che hanno intenzione di vivere la loro fedeltà alla verità di Cristo rimettendoci di persona, magari mortificandosi con il silenzio, oppure insegnando ai propri figli quello che dalla maggior parte delle persone – credenti compresi – è considerato folle.

      Ecco perché dobbiamo invocare con forza “Veni Sancte Spiritus”, lo spirito di verità che ci insegna ogni cosa e ci convince della bruttezza e della falsità dei frutti del peccato.

      Nel caso di specie, relativo al mio articolo, la disciplina teologica circa l’istituto del matrimonio tra uomo e donna, elevato da Cristo Signore a sacramento, è fin troppo chiara. Non ci possono essere fraintendimenti sia per quanto concerne la Sacra Scrittura (insegnamento veterotestamentario e neotestamentario), sia per quanto concerne il magistero bimillenario della Chiesa.

      La verità sul matrimonio è una, se la rifiutiamo tradiamo Cristo e la verità non è in noi. La verità sul matrimonio tra uomo e donna è stabilita da Dio e nessun uomo, anche se chierico, laico titolato o teologo, può mutarla in alcun modo. Perché spetta solo a Dio rendere in una sola carne, un uomo e una dona (cf. Mc 10,8) attraverso Cristo. Tutte le altre unioni non sono e non possono essere considerate o configurate al pari del matrimonio cristiano, ne ordinate a un bene paragonabile a questo.

      Ti gioverà riprendere il monito paolino che troviamo in Galati 1,8: «se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema!». Bisogna fare discernimento e separare tutto quello che ci allontana dalla Verità, preoccupandosi di conservare tutto quello che in ogni luogo, sempre e da tutti è stato creduto.

      Ti benedico e nell’imminenza della Pasqua ti auguro ogni bene.

  2. Caro Padre Ivano,

    Non solo le sue parole mi hanno rinfrancato come sposo e padre cattolico, ma hanno anche dato nutrimento a quella fede in cui il Signore, per grazia, mi ha chiamato a vivere insieme con la mia famiglia.

    Perché di questo abbiamo un infinito bisogno: di essere continuamente confermati nella fede, soprattutto in tempi come questi, in cui i laici fedeli a Cristo sono piuttosto lasciati da soli ad attraversare i deserti del mondo con tutte le loro malizie. Trattati con troppa indifferenza, spesso proprio da coloro i quali hanno il mandato divino di guidarli.

    Ecco perché le sue parole risplendono oggi di una chiarezza speciale: perché ridanno senso all’eroicità dell’essere cristiani, come lei ha ben espresso.

    Fanno cioè sperimentare nell’intimo il sentire di Pietro quando afferma: “Solo Tu hai parole di Vita eterna.”
    Ancora grazie e felice Pasqua di Risurrezione a lei e a tutti i Padri dell’Isola.

  3. Articolo illuminante e fonte preziosa di spunti per noi sacerdoti, caro padre Ivano.
    Sappiamo però anche quale è la situazione di impotenza alla quale siamo non costretti ma obbligati. Esempio: nel mio territorio parrocchiale c’è un monastero di monachelle tutte provenienti (a eccezione di due anziane) dal cammino neocatecumenale. Siccome non gli ho mai permesso di occupare la parrocchia e di rivoluzionare la chiese per le loro liturgie, hanno trasformata la chiesa del monastero in loro centro di culto, facendo venire preti compiacenti che celebrano e amministrano sacramenti senza la prevista autorizzazione canonica del parroco e del vescovo o di chi per lui. Tutti tacciono sul fatto che le monachelle hanno invitato il semi-ateo Enzo Bianchi per attingere alle vere sorgenti della salvezza, e hanno invitato il Grillo più volte per istruirle sulla vera liturgia. Una autentica apoteosi quando durante una liturgia celebrata da un prete neocatecumenale, dopo introduzioni e monizioni di un paio di catechisti, dopo la proclamazione del Vangelo l’omelia fu fatta dal Grillo.
    E il vescovo e chi per lui sapevano.

    Per concludere dirò che il mio vescovo si chiama Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, quello che tempo fa voleva che noi parroci prendessimo una famiglia di immigrati per ogni parrocchia, senza immaginare, nelle parrocchie dell’urbe sempre più vuote, quali problemi dobbiamo affrontare, inclusi gravi problemi economici.

    Ed eccoci allora ostaggi delle monachelle, dei neocatecumenali, dei Bianchi (oggi caduto in disgrazia dopo decenni di danni consumati) e dei Grillo, mentre i nostri vescovi tacciono, a partire dal mio, che è il vescovo di Roma e capo del collegio apostolico.

    Un presbitero romano
    (Lettera Firmata)

    P.S. non cesserò mai di render grazie a padre Ariel per il libro che ha scritto su “la setta neocatecumenale”, leone di nome e di fatto!

    1. Mi associo e mi unisco (purtroppo) dal geografico nord, dove cambiano solo i personaggi, ma la situazione resta la stessa.
      … e ovviamente ringrazio P. Ivano per questo articolo

  4. Ve le ricordate le esortazioni di Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis? [N.d.R. vedete QUI]. Ormai L’Isola di Patmos è diventato un centro per la formazione permanente dei sacerdoti mollati allo sbando dai nostri vescovi, gli stessi vescovi che invitavano quel Bianchi che oggi fingono di non ricordare, gli stessi che seguono Grillo e che storcono il naso sul card. Sarah, gli stessi che sbuffano dinanzi a noi preti rimasti saldi sui fondamenti della dottrina cattolica.
    Tutto questo mi spaventa molto più del Vesuvio al momento dormiente che ho sopra la testa.

  5. Padre Ivano, riapro L’Isola dopo una Pasqua di corsa, ho tre piccole parrocchie sparse nell’arco di 18 km in tre paesi, lascio immaginare. Trovo diversi nuovi articolo dei padri, meditazioni e omelie. Grazie!

    Caro Padre Ivano, 12 anni fa il vescovo mi mandò a fare la specialistica in sacramentaria al Sant’Anselmo. Udite per un trimestre le lezioni del prof. Grillo, a Natale tornai in diocesi e dissi al vescovo: “vuoi un prete licenziato in liturgia a prezzo della corruzione della fede o un prete che salvaguarda la sua fede?”. Giacchè tanto ci teneva che facessi un ciclo specialistico in sacra liturgia, ci pensò un po’ e mi fece poi iscrivere alla pontificia università della Santa Croce. Era nelle sue intenzioni mi occupassi dell’ufficio liturgico, delle celebrazioni in cattedrale, che curassi la formazione liturgica dei nostri pochi seminaristi (all’epoca 6 oggi 1) e che insegnassi all’ISSR [N.d.R. Istituto Superiore di Scienze Religiose]. Ultimata la formazione il vescovo fu spostato alla sede metropolitana, il suo successore fu proprio un liturgista santanselmiano. Tre mesi dopo mi revocò questi incarichi adducendo che, causa nostra penuria e anzianità di clero, aveva bisogno di un sacerdote giovane in grado di occupasi di tre parrocchie senza parroco. La vera ragione era che non tollerava un liturgista formatosi presso l’università del “terribile” Opus Dei. E fu così che prima di Pasqua venne il prof. Grillo invitato dal vescovo a istruire il clero sulla cena pasquale. Forse dal luogo in cui si trova (ovviamente non sappiamo se inferno o purgatorio), Calvino disse … “Chapeau! Io non avrei potuto fare di meglio!”.

  6. sono un appassionato di liturgia, e cerco di acculturarmi leggendo libri sul tema (soprattutto inglesi)
    da profano mi sembra che il Grillo sia asceso alla fama non tanto per la profondità delle sue riflessioni, ma per il suo ardore polemico, o meglio, il suo ardore politico: non per niente la sua pagina fb tempo fa era tutta una denuncia contro un certo politico italiano e un certo partito, e il toni di questi interventi partitici era un tutt’uno con il tono dei suoi interventi liturgici
    se queste sono le promesse è meglio che il suddetto studioso raffreddi i bollenti spiriti

    per il resto, volendolo giudicare nel merito, si era già capito che si stava arrampicando sugli specchi dopo che ha pubblicato questo articolo, perfetto esempio di ‘prendo un documento riferito a un ambito preciso e lo applico in un contesto che non c’entra niente per fargli dire quello che voglio io’ https://www.cittadellaeditrice.com/munera/cosi-antica-e-cosi-attuale-esperienza-della-anafora-di-addai-e-mari-di-stefano-sodaro/

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