«La libertà negata. Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale». Nuova opera di Ariel S. Levi di Gualdo

«LA LIBERTÀ NEGATA. TEOLOGIA CATTOLICA E DITTATURA DEL CONFORMISMO OCCIDENTALE». NUOVA OPERA DI ARIEL S. LEVI di GUALDO

Tra i meriti maggiori del libro la capacità di tenere insieme piani diversi senza confonderli. L’Autore intreccia la tradizione teologica dei grandi Padri della Chiesa con le sfide poste dall’epoca contemporanea, inclusa l’Intelligenza Artificiale, non trattata come curiosità tecnologica ma come banco di prova decisivo per l’antropologia cristiana. Particolarmente interessanti le similitudini tra il pensiero teologico di San Tommaso d’Aquino e alcuni degli elementi cardine che regolano e reggono l’Intelligenza Artificiale.

— Libri e recensioni—

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos 

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In un tempo storico in cui la parola “libertà” è divenuta uno slogan consumabile, La libertà negata si presenta come un’opera volutamente controcorrente. Non perché insegua il gusto della provocazione, ma perché rifiuta il linguaggio anestetizzante con cui la cultura contemporanea ha svuotato di contenuto i concetti fondamentali dell’antropologia morale e della teologia cristiana.

Ariel S. Levi di Gualdo non scrive per rassicurare, né per confermare convinzioni preconfezionate, ma per stimolare a pensare, soprattutto a giudicare con maturo senso critico.

Il cuore dell’opera è una tesi tanto semplice quanto radicale: la libertà non è un dato automatico, né una conquista garantita dal progresso tecnico o dall’ampliamento delle possibilità di scelta. Al contrario, oggi è sistematicamente mutilata da una nuova forma di potere, più sottile e pervasiva di quelle del passato: la dittatura del conformismo occidentale, che non imprigiona i corpi, ma addomestica le coscienze; che non vieta esplicitamente, ma orienta silenziosamente ciò che è dicibile, pensabile, moralmente legittimo.

In questo senso, La libertà negata non è un saggio di sociologia religiosa né una requisitoria ideologica. È un testo teologico nel senso più rigoroso del termine: parte dall’uomo, dalla sua struttura spirituale e morale, per mostrare come la perdita della verità sul bene conduca inevitabilmente alla dissoluzione della libertà che, ricorda l’Autore, non consiste nell’arbitrio, ma nella capacità di aderire al bene riconosciuto come compimento della propria natura. Quando il limite viene espulso dall’orizzonte umano, la libertà non si espande: implode.

Tra i meriti maggiori del libro la capacità di tenere insieme piani diversi senza confonderli. L’Autore intreccia la tradizione teologica dei grandi Padri della Chiesa con le sfide poste dall’epoca contemporanea, inclusa l’Intelligenza Artificiale, non trattata come curiosità tecnologica ma come banco di prova decisivo per l’antropologia cristiana. Particolarmente interessanti le similitudini tra il pensiero teologico di San Tommaso d’Aquino e alcuni degli elementi cardine che regolano e reggono l’Intelligenza Artificiale.

Particolarmente incisiva è l’analisi delle dinamiche ecclesiali interne. L’Autore non indulge in polemiche personalistiche, né in facili moralismi, ma mostra con lucidità come anche nella Chiesa il conformismo possa trasformarsi in criterio di governo, producendo una progressiva emarginazione di tutto ciò che non è funzionale al consenso. In questo quadro, la persecuzione non assume più la forma del martirio cruento, ma quella dell’ironia, della delegittimazione, dell’isolamento sistematico di chi rifiuta di adeguarsi al linguaggio dominante.

La copertina del libro — la Venere di Botticelli censurata per “nudità” da un marchio social — non è un semplice espediente grafico, ma una chiave di lettura dell’intero libro: la bellezza, quando non è addomesticabile, deve essere oscurata; la verità, quando non è manipolabile, deve essere rimossa. In questo senso, La libertà negata è anche una riflessione sul rapporto tra verità e scandalo: non lo scandalo morale costruito mediaticamente, ma lo scandalo evangelico di una verità che non si piega.

Non è un libro per tutti e non pretende di esserlo, come del resto le opere di questo autore terribilmente chiaro e comprensibile. Richiede un lettore disposto a uscire dalla comfort zone delle semplificazioni ideologiche, a misurarsi con un pensiero che non concede scorciatoie. Ma proprio per questo è un libro necessario. In un’epoca che confonde la libertà con l’assenza di vincoli e la coscienza con il sentimento soggettivo, La libertà negata ricorda che senza verità non c’è libertà e senza libertà l’uomo smarrisce se stesso.

Un’opera che interpella credenti e non credenti sul punto decisivo della nostra modernità: che cosa resta dell’uomo quando rinuncia a giudicare?

dall’Isola di Patmos, 30 gennaio 2026

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Roma decadence. La passione del corpo mistico e l’illusione dell’attivismo – Rome decadence. The passion of the mystical body and the illusion of activism – Roma decadence. La pasión del cuerpo místico y la ilusión del activismo

Italian, english, español

 

ROMA DECADENCE. LA PASSIONE DEL CORPO MISTICO E L’ILLUSIONE DELL’ATTIVISMO

Il corpo storico della Chiesa soffre per le sue ferite e per i peccati dei suoi membri, ma come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa è «santa e insieme bisognosa di purificazione»; essa non è santa per la virtù dei suoi membri, ma perché il suo capo è Cristo e il suo animatore è lo Spirito Santo.

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori dell’Isola di Patmos, vi scrivo in un tempo che molti, non a torto, definiscono di Roma decadence, un’epoca in cui l’evaporazione del cristianesimo, come ha lucidamente osservato anche il Cardinale Matteo Maria Zuppi[1], non è più una profezia distopica, ma una realtà tangibile.

Tuttavia, dinanzi a questo scenario, un teologo guarda la Chiesa non con gli occhi mondani della sociologia, ma con lo sguardo della fede che riconosce nel Corpo Mistico la presenza viva del Cristo e del Suo Spirito.

Questo mio articolo nasce dal dialogo social con il caro Alessandro, anche lui operatore della pastorale digitale (qui il suo sito). Vorrei dividere in tre momenti le nostre riflessioni.

La Kénosis Ecclesiale: tra il Sabato Santo della storia e l’eresia dell’efficienza. Come scrive Don Giuseppe Forlai, ma il tema ritorna in tante riflessioni svolte in più ambiti, la Chiesa in Europa assomiglia oggi al corpo di Gesù deposto dalla Croce: esanime, consumato, apparentemente sconfitto, eppure — ed è qui il paradosso divino — in essa persiste uno scrigno di vita eterna. Non dobbiamo scandalizzarci se la Sposa di Cristo appare sfigurata; essa sta rivivendo i misteri della vita del suo Sposo, compresa la passione e la sepoltura[2]. In questa kénosis ecclesiale, la tentazione più grande è quella di sostituire il mistero con l’organizzazione, la grazia con la burocrazia, cadendo in quel pelagianesimo che già Papa Francesco e i suoi predecessori hanno spesso stigmatizzato. Un giovane San Benedetto da Norcia, di fronte alla corruzione di Roma, non fondò un partito né un movimento di protesta, ma si ritirò nel silenzio per «riabitare con sé stesso» (habitare secum), ponendo le basi per una civiltà che non nasceva da un progetto umano, ma dalla ricerca di Dio (Quaerere Deum). Questo silenzio contemplativo non è mutismo ma ascolto orante del Verbo ed è l’unica risposta adeguata alla crisi. Il corpo storico della Chiesa soffre per le sue ferite e per i peccati dei suoi membri, ma come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa è «santa e insieme bisognosa di purificazione» (CCC 827); essa non è santa per la virtù dei suoi membri, ma perché il suo capo è Cristo e il suo animatore è lo Spirito Santo. Per questo, un modo serio di riformare la comunità ecclesiale non è l’attivismo frenetico. Già il Cardinale Giacomo Biffi, di venerata memoria, ricordava saggiamente che un pastore deve pascere le pecore e non viceversa, e servire la santificazione delle persone. Seguendo l’insegnamento di San Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» (Fil 2,12), dobbiamo smettere di cercare capri espiatori o soluzioni strutturali a problemi che sono, nella loro radice, pneumatici e spirituali. Essi richiedono tempo, studio e preghiera.

L’errore fondamentale penso risieda in una sorta di «eresia dell’azione» che dimentica un principio basilare della Scolastica: Agere sequitur esse (l’agire segue l’essere). Se l’essere della Chiesa si svuota della sua sostanza soprannaturale, il suo agire diventa un guscio vuoto, un rumore di fondo che non converte nessuno. Oggi assistiamo a quella che potremmo definire l’ossessione per le strutture, quasi che modificando l’organigramma della Curia o inventando nuovi comitati pastorali si possa infondere lo Spirito Santo a comando. Non dico che la programmazione o la riorganizzazione siano cose in sé errate, anzi ben vengano. Ma ricordiamoci che lo Spirito soffia dove vuole, non dove lo costringono le nostre pianificazioni umane. Questa mentalità efficientista tradisce una mancanza di fede nella potenza intrinseca della Grazia. Ci comportiamo come gli Apostoli sulla barca nella tempesta prima che Cristo si svegliasse: ci agitiamo, remiamo controvento, urliamo, dimenticando che Colui che comanda ai venti e al mare è presente, seppur apparentemente dormiente, a poppa.

La condizione attuale della Chiesa in Europa, che più su abbiamo definito come «deposta dalla Croce», ci rimanda al mistero del Sabato Santo. È il giorno del grande silenzio, non dell’inattività disperata. Nel Sabato Santo, la Chiesa non fa proselitismo, non organizza convegni, non stende piani quinquennali sinodali; la Chiesa veglia accanto al sepolcro, sapendo che quella pietra non sarà ribaltata da mani d’uomo. Il pericolo mortale del nostro tempo è voler «rianimare» il corpo ecclesiale con tecniche mondane di marketing o di adattamento sociologico al saeculum, trasformando la Sposa di Cristo in una ONG compassionevole, gradita al mondo, ma sterile di vita divina. Ricordiamoci di ciò che scriveva San Bernardo di Chiaravalle al Papa Eugenio III nel De Consideratione: «Guai a te se, per troppo occuparti delle cose esteriori, finisci per perdere te stesso[3]. Se la Chiesa perde la sua dimensione mistica, diventa sale senza sapore, destinato ad essere calpestato dagli uomini» (cfr. Mt 5,13). Inoltre, questa ansia del «fare» nasconde spesso la paura di «stare». Stare sotto la Croce, stare nel cenacolo, stare in ginocchio. La crisi delle vocazioni, la chiusura delle parrocchie, l’irrilevanza culturale non si risolvono abbassando l’asticella della dottrina per renderla più appetibile – operazione fallimentare, come dimostrano le comunità protestanti liberali ormai desertificate – ma elevando la temperatura della fede. La Chiesa è Casta Meretrix, amavano dire i Padri: casta per la presenza dello Spirito, meretrice per i peccati dei suoi figli che la prostituiscono agli idoli del momento. Ma la purificazione non avviene attraverso riforme umane, bensì attraverso il fuoco della prova e la santità dei singoli.

Non serve, dunque, una Chiesa che si agita, ma una Chiesa che arde. Serve tornare a quella priorità di Dio che Benedetto XVI instancabilmente predicò: dove Dio viene meno, l’uomo non diventa più grande, ma perde la sua dignità divina. Il rimedio alla Roma decadence non è una «Roma attivista», ma una «Roma orante». Dobbiamo avere il coraggio di essere quel «piccolo gregge» (Lc 12,32) che non teme l’inferiorità numerica, purché custodisca intatto il deposito della fede. Come lievito nella massa, la nostra efficacia non dipende dalla quantità, ma dalla qualità della nostra unione con Cristo. Pertanto, impegniamoci a non lasciarci rubare la speranza dai profeti di sventura, né dagli strateghi della pastorale creativa, torniamo al tabernacolo, alla Lectio Divina, allo studio appassionato della Verità. Solo da lì, dal cuore trafitto e glorioso del Redentore, potrà scaturire l’acqua viva capace di irrigare questo deserto occidentale. La Chiesa risorgerà, non perché noi siamo bravi organizzatori, ma perché Cristo è vivo e la morte non ha più potere su di Lui. Perché Cristo offre a tutti un atto di contemplazione profondo se lo sappiamo cogliere.

Riscoprire il Dogma contro la dittatura del sentimento. La fede che cerca la comprensione: Fides quaerens intellectum. Per non cadere in un quietismo sterile, però, dobbiamo comprendere che la contemplazione cristiana è intrinsecamente feconda e che l’amore per la Chiesa richiede un ritorno radicale ai fondamenti della nostra fede. Non esiste una carità senza verità, e non esiste una vera riforma che non parta dalla riscoperta del depositum fidei. In un mondo liquido dove la fede rischia di dissolversi in mero sentimento emotivo e la verità viene sacrificata sull’altare del consenso sociale, è urgente tornare al Simbolo della nostra fede che non è una filastrocca da recitare, ma la rotta della nostra esistenza cristiana. A tal proposito, mi sento di suggerire la lettura dell’ultimo libro di Padre Ariel S. Levi di Gualdo: Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. In quest’opera, il Padre Ariel spiega ogni articolo del Simbolo o Credo facendone gustare la sua potenza originaria: non fredda formula, ma a una «parola da vivere». Il testo accompagna il lettore in un viaggio teologico dove la ragione, illuminata dalla fede, si inchina davanti al mistero senza abdicare, ma trovando il suo compimento. Come insegnava San Tommaso d’Aquino, la fede è un atto dell’intelletto che aderisce alla verità divina per impero della volontà mossa dalla grazia (cfr. Summa Theologiae, II-II, q. 2, a. 9); per questo motivo, studiare il dogma, comprendere ciò che professiamo ogni domenica, è operazione di altissima contemplazione. Accostarsi al mistero ineffabile della Trinità, connaturarci ai misteri che professiamo, affinché l’agire diventi un riflesso del nostro essere in Cristo. L’arte sacra, la liturgia, la teologia non sono orpelli estetici, ma veicoli della Verità che salva. Se non capiamo ciò che crediamo, come potremo testimoniarlo? Se il sale perde il suo sapore, a null’altro serve che ad essere gettato via (cfr. Mt 5,13). Il libro di Padre Ariel insegna proprio questo: ridare sapore alla nostra fede, restituendo alla parola credo il senso di una perfetta aderenza alla Verità incarnata.

Viviamo in un’epoca afflitta da un’altra grave patologia spirituale che potremmo definire «fideismo sentimentale». Si è diffusa l’idea erronea che la fede sia un sentire cieco, un’emozione consolatoria sganciata dalla ragione, o peggio, che il dogma sia una gabbia che imprigiona la libertà dei figli di Dio. Nulla di più falso e pericoloso. Come frate predicatore, ribadisco con forza che la Verità (Veritas) è il nome stesso di Dio e che l’intelletto umano è stato creato proprio per cogliere questa Verità. Rifiutare lo sforzo intellettuale di comprendere il dogma significa rifiutare di usare il dono più alto che il Creatore ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. L’ignoranza colpevole delle verità di fede è il terreno di coltura ideale per ogni eresia. Quando il cattolico smette di formarsi, quando cessa di chiedersi «chi è Dio» secondo la Rivelazione e inizia a costruirsi un dio a propria misura e somiglianza, cade inevitabilmente nell’idolatria del proprio io.

Ridare senso e valore al Credo significa riscoprire la carta costituzionale della nostra vita cristiana. Ognuno dei suoi articoli non è astratta elucubrazione filosofica, poiché essi si legano al fatto cristiano, alla storia della salvezza che ha inciso sull’uomo e sul cosmo intero. Dire «Credo in un solo Dio» o «Credo la risurrezione della carne» è un atto di disobbedienza al nichilismo che porta alla disperazione e al detrimento dello spirito e della materia. La ricostruzione intellettuale di cui parlo è, in ultima analisi, un atto di amore. Non si può amare ciò che non si conosce. Se la nostra conoscenza di Cristo è imperfetta il nostro amore per Lui rimarrà infantile, fragile, incapace di reggere l’urto delle prove della vita adulta e delle seduzioni del pensiero dominante.

In questo viaggio che vi propongo impariamo a vedere la teologia non come scienza per iniziati, ma cosa fa la Chiesa quando si china sul dato rivelato e quindi di cosa essa respira e dunque viva. Lo studio, fatto in ginocchio, diventa preghiera; la comprensione del mistero trinitario diventa adorazione in Spirito e verità. Non dobbiamo temere la complessità del dogma: esso è come il sole che, pur essendo tanto luminoso per essere fissato direttamente senza ferire la vista, è l’unica fonte che ci permette di vedere chiaramente tutto il resto della realtà. Senza la luce del dogma, la liturgia diventa coreografia, la carità diventa filantropia e la speranza diventa illusione. Torniamo dunque a studiare, a leggere, a meditare. Facciamo nostra l’esortazione di San Pietro: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). Ma per dare ragioni (logos) della speranza cristiana bisogna che onoriamo la ragione mentre cerchiamo di possedere le cose di Dio e in questo la teologia è un grande aiuto.

Il Pusillus Grex e la potenza della grazia. Oltre la disperazione, la speranza teologale. Concludo questo itinerario invitando ad «ottimismo cauto» che sgorga dalla virtù della speranza teologale. La decadenza della cristianità in Europa è un fatto storico, ma la storia della Salvezza non si chiude con il Venerdì Santo. La nostra identità, come ci ricordano le Scritture e la testimonianza di tanti santi, deve fondarsi sulla consapevolezza di essere «servi inutili/semplici servi» (Lc 17,10). Questa «inutilità/semplicità» non è svalutazione, ma il riconoscimento che l’attore principale della storia è Dio. Provo a spiegarmi.

La speranza cristiana è agli antipodi dell’ottimismo mondano. Questo potrebbe scaturire da una previsione statistica o semplicemente umorale secondo cui «le cose andranno meglio». la Speranza teologale, invece, è la certezza che Dio non mente e compie le sue promesse anche quando le cose, umanamente parlando, vanno di male in peggio. Abramo «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Spes contra spem, Rm 4,18), proprio quando la realtà biologica gli poneva innanzi l’impossibilità di avere un figlio. Noi oggi siamo chiamati alla stessa fede di Abramo. La decrescenza numerica dei credenti e la perdita di appeal della Chiesa non deve portarci ad un ripiegamento settario, ma alla consapevolezza che Dio, come la storia della salvezza insegna e l’idea biblica del «resto» propugna, ha sempre operato non attraverso le masse oceaniche, ma servendosi di un pusillus grex, un piccolo gregge fedele che si fa carico della totalità. Questo appare nella Scrittura e nella storia della Chiesa come una costante: alcuni pochi pregano e si offrono per la salvezza di molti.

In quest’ottica, la definizione di «servi inutili» di cui parla Gesù nel Vangelo diventa la nostra più grande liberazione. Inutile (inutilis) non significa «senza valore», ma «senza pretesa di utile», ovvero senza la pretesa di essere noi la causa efficiente della Grazia. Quando l’uomo, anche all’interno della Chiesa, dimentica questa verità, finisce per costruire torri di Babele pastorali che crollano al primo soffio di vento. La storia del XX secolo, con i suoi totalitarismi atei, ci ha mostrato l’inferno che l’uomo costruisce quando decide di fare a meno di Dio per salvare l’umanità con le proprie forze. Ma attenzione: esiste anche un totalitarismo spirituale, più sottile, che si insinua quando pensiamo che la Chiesa sia «cosa nostra», da gestire con criteri aziendali o politici. No, la Chiesa è di Cristo. E l’azione del cristiano è feconda solo quando diventa teandrica, ovvero quando la nostra libertà umana si lascia talmente compenetrare dalla Grazia divina da diventare un unico agire con Cristo. È quello che San Paolo esprimeva dicendo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questa sinergia tra Dio e l’uomo è l’antidoto alla disperazione. Se l’opera fosse solo mia, avrei tutte le ragioni per disperare, vista la mia pochezza; ma se l’opera è di Dio, chi potrà fermarla? Sotto la guida del Santo Padre Leone XIV (Robert Francis Prevost), siamo chiamati a custodire questa fiammella. Non importa se le nostre cattedrali si svuotano o se i media ci deridono; ciò che conta è che quella fiamma rimanga accesa e pura. Come le mirofore il mattino di Pasqua, come Giuseppe d’Arimatea nel buio del Venerdì Santo, noi siamo i custodi di una promessa che non può fallire.

La bellezza che salva il mondo non è un’estetica di facciata, ma lo splendore della Verità (Veritatis Splendor). Può apparire scomoda, dar la sensazione di tagliare come una spada affilata, ma è l’unica capace di rendere l’uomo veramente libero. Penso sia giusto dire che non dobbiamo aver paura di andare verso il mondo e di parlare controcorrente. Come pure penso che sia importante studiare il nostro Credo per professarlo integralmente, anche se, perfino fra i presbiteri, c’è chi lo ritiene ormai obsoleto e «non ci crede» (4)[4]. Nel silenzio delle nostre stanze, nelle nostre famiglie, nelle parrocchie o nei conventi, ovunque si operi, stiamo preparando la primavera della Chiesa. Magari non la vedremo con i nostri occhi mortali, ma la stiamo costruendo nella fede e nella carità sapienziale. Tutto passa, solo Dio resta. E chi sta con Dio, ha già vinto il mondo. Stat Crux dum volvitur orbis: la Croce sta ferma mentre il mondo gira. Restiamo aggrappati a questa Croce gloriosa, e saremo inamovibili nella speranza.

Santa Maria Novella, in Firenze, 29 gennaio 2026

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[1] Discorso del Cardinale Matteo Zuppi in apertura dell’81ª Assemblea Generale della CEI, Assisi, 17 novembre 2025. Il testo integrale è reperibile sul sito della Conferenza Episcopale Italiana: Qui 

[2] Sintetizzo da G. Forlai, Chiesa: riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.133-134

[3] Parafraso da questo originale testo Vae tibi, si te totumdederisillis, et nihiltuitibiipsireservaveris! (Guai a te se ti concederai tutto a loro [alle faccende amministrative] e non riserverai nulla di te a te stesso!).  In De Consideratione Libro I, Capitolo V, paragrafo 6.

 

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ROME DECADENCE. THE PASSION OF THE MYSTICAL BODY AND THE ILLUSION OF ACTIVISM

The historical body of the Church suffers from its wounds and from the sins of its members; yet, as the Catechism of the Catholic Church teaches, the Church is “holy and at the same time in need of purification” (CCC 827). She is not holy by virtue of her members, but because her Head is Christ and her animating principle is the Holy Spirit.

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Dear readers of L’Isola di Patmos, I write to you in a time that many — rightly so —define as one of Rome decadence, an era in which the evaporation of Christianity, as Cardinal Matteo Maria Zuppi has also lucidly observed, is no longer a dystopian prophecy but a tangible reality. Yet, in the face of this scenario, a theologian looks upon the Church not with the worldly eyes of sociology, but with the gaze of faith, which recognises in the Mystical Body the living presence of Christ and of His Spirit.

This article arises from a dialogue on social media with my dear friend Alessandro, himself engaged in digital pastoral ministry (his website may be found here). I would like to divide our reflections into three moments.

Ecclesial kenosis: between the Holy Saturday of history and the heresy of efficiency. As Don Giuseppe Forlai writes — and the theme recurs in many reflections developed in various contexts — the Church in Europe today resembles the body of Jesus taken down from the Cross: lifeless, consumed, apparently defeated, and yet — and here lies the divine paradox — within her there persists a casket of eternal life. We should not be scandalised if the Bride of Christ appears disfigured; she is reliving the mysteries of her Bridegroom’s life, including His Passion and burial. In this ecclesial kenosis, the greatest temptation is to replace mystery with organisation, grace with bureaucracy, falling into that Pelagianism which Pope Francis and his predecessors have frequently denounced. A young Benedict of Nursia, confronted with the corruption of Rome, did not found a party nor a protest movement, but withdrew into silence in order “to dwell with himself” (habitare secum), laying the foundations of a civilisation that did not arise from a human project, but from the search for God (quaerere Deum). This contemplative silence is not muteness but prayerful listening to the Word, and it is the only adequate response to the crisis. The historical body of the Church suffers from its wounds and from the sins of her members; yet, as the Catechism of the Catholic Church teaches, the Church is “holy and at the same time in need of purification” (CCC 827). She is not holy by virtue of her members, but because her Head is Christ and her animating principle is the Holy Spirit. For this reason, a serious way of reforming the ecclesial community is not frenetic activism. Cardinal Giacomo Biffi, of venerable memory, wisely recalled that a shepherd must pasture the sheep and not vice versa, and must serve the sanctification of persons. Following the teaching of Saint Paul in the Letter to the Philippians: “Work out your salvation with fear and trembling” (Phil 2:12), we must cease seeking scapegoats or structural solutions to problems that are, at their root, pneumatic and spiritual. They require time, study, and prayer.

I believe the fundamental error lies in a kind of “heresy of action” that forgets a basic principle of Scholastic theology: agere sequitur esse (action follows being). If the being of the Church is emptied of its supernatural substance, her action becomes an empty shell, a background noise that converts no one. Today we witness what might be defined as an obsession with structures, as though by modifying the organisational chart of the Curia or inventing new pastoral committees one could infuse the Holy Spirit at will. I do not say that planning or reorganisation are in themselves erroneous — on the contrary, they may be welcome. But we must remember that the Spirit blows where He wills, not where our human planning attempts to constrain Him. This efficiency-driven mentality betrays a lack of faith in the intrinsic power of Grace. We behave like the Apostles in the boat during the storm before Christ awoke: we agitate ourselves, row against the wind, cry out, forgetting that the One who commands the winds and the sea is present, though apparently asleep, at the stern.

The current condition of the Church in Europe, which we have described above as “taken down from the Cross,” leads us into the mystery of Holy Saturday. It is the day of great silence, not of desperate inactivity. On Holy Saturday, the Church does not engage in proselytism, does not organise conferences, does not draft five-year synodal plans; the Church keeps vigil beside the tomb, knowing that the stone will not be rolled away by human hands. The mortal danger of our time is the attempt to “reanimate” the ecclesial body through worldly techniques of marketing or sociological adaptation to the saeculum, transforming the Bride of Christ into a compassionate NGO, pleasing to the world yet sterile of divine life. Let us remember what Saint Bernard of Clairvaux wrote to Pope Eugene III in De Consideratione: “Woe to you if, by occupying yourself too much with external matters, you end up losing yourself”. If the Church loses her mystical dimension, she becomes salt without flavour, destined to be trampled underfoot by men (cf. Mt 5:13). Moreover, this anxiety of “doing” often conceals the fear of “being”: being beneath the Cross, being in the Upper Room, being on one’s knees. The crisis of vocations, the closure of parishes, and cultural irrelevance are not resolved by lowering the bar of doctrine in order to make it more palatable — an operation that has failed, as demonstrated by liberal Protestant communities now largely deserted — but by raising the temperature of faith. The Church is Casta Meretrix, as the Fathers used to say: chaste by the presence of the Spirit, a harlot through the sins of her children who prostitute her to the idols of the moment. Purification does not occur through human reforms, but through the fire of trial and the holiness of individuals.

What is needed, therefore, is not a Church that agitates, but a Church that burns. We must return to that primacy of God which Benedict XVI tirelessly preached: where God fades away, man does not become greater, but loses his divine dignity. The remedy for Rome decadence is not an “activist Rome,” but a “praying Rome.” We must have the courage to be that “little flock” (Lk 12:32) that does not fear numerical inferiority, provided that it preserves intact the deposit of faith. Like leaven in the dough, our effectiveness depends not on quantity, but on the quality of our union with Christ. Therefore, let us commit ourselves not to allow hope to be stolen from us — neither by prophets of doom nor by strategists of creative pastoral planning. Let us return to the tabernacle, to Lectio Divina, to the passionate study of Truth. Only from there, from the pierced and glorious heart of the Redeemer, can living water flow to irrigate this Western desert. The Church will rise again, not because we are skilful organisers, but because Christ is alive and death no longer has power over Him. Because Christ offers to all a profound act of contemplation, if we know how to receive it.

Rediscovering dogma against the dictatorship of sentiment. Faith seeking understanding: fides quaerens intellectum. In order not to fall into sterile quietism, however, we must understand that Christian contemplation is intrinsically fruitful and that love for the Church requires a radical return to the foundations of our faith. There is no charity without truth, and there is no true reform that does not begin with the rediscovery of the depositum fidei. In a liquid world where faith risks dissolving into mere emotional sentiment and truth is sacrificed on the altar of social consensus, it is urgent to return to the Symbol of our faith, which is not a nursery rhyme to be recited, but the course of our Christian existence. In this regard, I feel compelled to recommend the latest book by Father Ariel S. Levi di Gualdo, Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. In this work, Father Ariel explains each article of the Symbol or Creed, allowing its original power to be tasted — not as a cold formula, but as a “word to be lived.” The text accompanies the reader on a theological journey in which reason, illumined by faith, bows before the mystery without abdicating, but rather finding its fulfilment. As Saint Thomas Aquinas taught, faith is an act of the intellect assenting to divine truth at the command of the will moved by grace (cf. Summa Theologiae, II–II, q. 2, a. 9); for this reason, studying dogma, understanding what we profess every Sunday, is an act of the highest contemplation. Approaching the ineffable mystery of the Trinity, becoming connatural to the mysteries we profess, so that our action may become a reflection of our being in Christ. Sacred art, liturgy, and theology are not aesthetic ornaments, but vehicles of the Truth that saves. If we do not understand what we believe, how can we bear witness to it? If the salt loses its flavour, it is good for nothing but to be thrown out (cf. Mt 5:13). Father Ariel’s book teaches precisely this: to restore flavour to our faith by returning to the word credo its full meaning of perfect adherence to the Incarnate Truth.

We live in an age afflicted by another grave spiritual pathology that might be described as “sentimental fideism.” The erroneous idea has spread that faith is a blind feeling, a consolatory emotion detached from reason, or worse, that dogma is a cage imprisoning the freedom of the children of God. Nothing could be more false or more dangerous. As a preaching friar, I reaffirm with force that Truth (Veritas) is the very name of God, and that the human intellect was created precisely to grasp this Truth. To refuse the intellectual effort to understand dogma is to refuse to use the highest gift the Creator has bestowed upon us in His image and likeness. Culpable ignorance of the truths of faith is the ideal breeding ground for every heresy. When a Catholic ceases to be formed, when he stops asking “who God is” according to Revelation and begins to fashion a god in his own image and likeness, he inevitably falls into the idolatry of the self.

To restore meaning and value to the Creed means rediscovering the constitutional charter of our Christian life. Each of its articles is not an abstract philosophical speculation, but is bound to the Christian event, to the history of salvation that has marked man and the entire cosmos. To say “I believe in one God” or “I believe in the resurrection of the flesh” is an act of disobedience to the nihilism that leads to despair and to the degradation of spirit and matter. The intellectual reconstruction of which I speak is, ultimately, an act of love. One cannot love what one does not know. If our knowledge of Christ is imperfect, our love for Him will remain infantile, fragile, incapable of withstanding the impact of adult life’s trials and the seductions of dominant thought.

In the journey I propose, we learn to see theology not as a science for initiates, but as what the Church does when she bends over the revealed datum — and thus what she breathes and lives by. Study, when done on one’s knees, becomes prayer; understanding the Trinitarian mystery becomes adoration in Spirit and truth. We must not fear the complexity of dogma: it is like the sun, which, though too luminous to be stared at directly without harming one’s sight, is the only source that allows us to see all the rest of reality clearly. Without the light of dogma, liturgy becomes choreography, charity becomes philanthropy, and hope becomes illusion. Let us therefore return to study, to reading, to meditation. Let us make our own Saint Peter’s exhortation: “Always be ready to give an answer to anyone who asks you for a reason for the hope that is in you” (1 Pet 3:15). But in order to give reasons (logos) for Christian hope, we must honour reason as we seek to possess the things of God—and in this, theology is a great aid.

The pusillus grex and the power of grace. Beyond despair, theological hope. I conclude this itinerary by inviting to a “cautious optimism” that flows from the theological virtue of hope. The decline of Christianity in Europe is a historical fact, but the history of Salvation does not end with Good Friday. Our identity, as Scripture and the testimony of so many saints remind us, must be founded on the awareness of being “unworthy servants / simple servants” (Lk 17:10). This “uselessness / simplicity” is not devaluation, but the recognition that God is the principal actor in history. Let me explain.

Christian hope stands at the opposite pole of worldly optimism. The latter may arise from statistical forecasts or from a merely emotional expectation that “things will get better.” Theological Hope, by contrast, is the certainty that God does not lie and fulfils His promises even when, humanly speaking, things go from bad to worse. Abraham “believed, hoping against hope” (spes contra spem, Rom 4:18), precisely when biological reality placed before him the impossibility of having a child. We are called today to the same faith as Abraham. The numerical decline of believers and the loss of the Church’s cultural appeal must not lead us into sectarian withdrawal, but into the awareness that God, as salvation history teaches and as the biblical notion of the “remnant” proclaims, has always acted not through vast masses, but by means of a pusillus grex, a small faithful flock that bears responsibility for the whole. This appears in Scripture and in Church history as a constant: a few pray and offer themselves for the salvation of many.

In this perspective, the definition of “unworthy servants” spoken by Jesus in the Gospel becomes our greatest liberation. Useless (inutilis) does not mean “without value,” but “without claim to usefulness,” that is, without the presumption of being ourselves the efficient cause of Grace. When man, even within the Church, forgets this truth, he ends up constructing pastoral Towers of Babel that collapse at the first breath of wind. The history of the twentieth century, with its atheistic totalitarianisms, has shown us the hell that man constructs when he decides to do without God in order to save humanity by his own strength. But let us be careful: there also exists a more subtle spiritual totalitarianism, which insinuates itself when we think the Church is “ours,” to be managed according to corporate or political criteria. No — the Church belongs to Christ. And Christian action is fruitful only when it becomes theandric, that is, when our human freedom allows itself to be so penetrated by divine Grace as to become a single action with Christ. This is what Saint Paul expressed when he said: “It is no longer I who live, but Christ who lives in me” (Gal 2:20). This synergy between God and man is the antidote to despair. If the work were only mine, I would have every reason to despair, given my poverty; but if the work is God’s, who can stop it? Under the guidance of the Holy Father Leo XIV (Robert Francis Prevost), we are called to guard this little flame. It does not matter if our cathedrals empty or if the media mock us; what matters is that the flame remain lit and pure. Like the myrrh-bearing women on Easter morning, like Joseph of Arimathea in the darkness of Good Friday, we are the custodians of a promise that cannot fail.

The beauty that saves the world is not a superficial aesthetic, but the splendour of Truth (Veritatis Splendor). It may appear uncomfortable, may feel like the cut of a sharp sword, but it alone is capable of making man truly free. I believe it is right to say that we must not be afraid to go out into the world and to speak against the current. I also believe it is important to study our Creed in order to profess it in its entirety, even though, tragically, even among presbyters there are those who consider it obsolete and “do not believe in it”. In the silence of our rooms, in our families, in parishes or convents — wherever one may labour— we are preparing the springtime of the Church. We may not see it with our mortal eyes, but we are building it in faith and in sapiential charity. Everything passes; only God remains. And whoever abides in God has already overcome the world. Stat Crux dum volvitur orbis: the Cross stands firm while the world turns. Let us remain clinging to this glorious Cross, and we shall be immovable in hope.

Santa Maria Novella, Florence, 26 January 2026

 

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ROMA DECADENCE. LA PASIÓN DEL CUERPO MÍSTICO Y LA ILUSIÓN DEL ACTIVISMO

El cuerpo histórico de la Iglesia sufre por sus heridas y por los pecados de sus miembros, pero, como enseña el Catecismo de la Iglesia Católica, la Iglesia es «santa y al mismo tiempo necesitada de purificación» (CIC 827); no es santa por la virtud de sus miembros, sino porque su Cabeza es Cristo y su principio vivificador es el Espíritu Santo.

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Queridos lectores de L’Isola di Patmos, os escribo en un tiempo que muchos, no sin razón, definen como de Roma decadence, una época en la que la evaporación del cristianismo, como ha observado lúcidamente también el cardenal Matteo Maria Zuppi, ya no es una profecía distópica, sino una realidad tangible. Sin embargo, ante este escenario, un teólogo mira a la Iglesia no con los ojos mundanos de la sociología, sino con la mirada de la fe, que reconoce en el Cuerpo Místico la presencia viva de Cristo y de su Espíritu.

Este artículo mío nace del diálogo en las redes sociales con el querido Alessandro, también él operador de la pastoral digital (aquí). Quisiera dividir nuestras reflexiones en tres momentos.

La kénosis eclesial: entre el Sábado Santo de la historia y la herejía de la eficiencia. Como escribe don Giuseppe Forlai — y el tema reaparece en numerosas reflexiones desarrolladas en distintos ámbitos —, la Iglesia en Europa se asemeja hoy al cuerpo de Jesús bajado de la Cruz: exánime, consumido, aparentemente derrotado, y sin embargo — y aquí reside la paradoja divina — en ella persiste un cofre de vida eterna. No debemos escandalizarnos si la Esposa de Cristo aparece desfigurada; ella está reviviendo los misterios de la vida de su Esposo, incluida la pasión y la sepultura. En esta kénosis eclesial, la tentación mayor es sustituir el misterio por la organización, la gracia por la burocracia, cayendo en aquel pelagianismo que el papa Francisco y sus predecesores han denunciado repetidamente. Un joven san Benito de Nursia, ante la corrupción de Roma, no fundó un partido ni un movimiento de protesta, sino que se retiró al silencio para «habitar consigo mismo» (habitare secum), sentando las bases de una civilización que no nacía de un proyecto humano, sino de la búsqueda de Dios (quaerere Deum). Este silencio contemplativo no es mutismo, sino escucha orante de la Palabra, y es la única respuesta adecuada a la crisis. El cuerpo histórico de la Iglesia sufre por sus heridas y por los pecados de sus miembros, pero, como enseña el Catecismo de la Iglesia Católica, la Iglesia es «santa y al mismo tiempo necesitada de purificación» (CIC 827); no es santa por la virtud de sus miembros, sino porque su Cabeza es Cristo y su principio vivificador es el Espíritu Santo. Por ello, una forma seria de reformar la comunidad eclesial no es el activismo frenético. Ya el cardenal Giacomo Biffi, de venerada memoria, recordaba sabiamente que un pastor debe apacentar a las ovejas y no al revés, y servir a la santificación de las personas. Siguiendo la enseñanza de san Pablo en la Carta a los Filipenses: «Trabajad por vuestra salvación con temor y temblor» (Flp 2,12), debemos dejar de buscar chivos expiatorios o soluciones estructurales a problemas que son, en su raíz, pneumáticos y espirituales. Requieren tiempo, estudio y oración.

El error fundamental, pienso, reside en una especie de «herejía de la acción» que olvida un principio básico de la Escolástica: agere sequitur esse (el obrar sigue al ser). Si el ser de la Iglesia se vacía de su sustancia sobrenatural, su obrar se convierte en una cáscara vacía, un ruido de fondo que no convierte a nadie. Hoy asistimos a lo que podríamos definir como una obsesión por las estructuras, como si modificando el organigrama de la Curia o inventando nuevos comités pastorales se pudiera infundir el Espíritu Santo a voluntad. No digo que la programación o la reorganización sean en sí mismas erróneas; al contrario, pueden ser bienvenidas. Pero recordemos que el Espíritu sopla donde quiere, no donde lo fuerzan nuestras planificaciones humanas. Esta mentalidad eficientista delata una falta de fe en la potencia intrínseca de la Gracia. Nos comportamos como los Apóstoles en la barca durante la tempestad antes de que Cristo se despertara: nos agitamos, remamos contra el viento, gritamos, olvidando que Aquel que manda a los vientos y al mar está presente, aunque aparentemente dormido, en la popa.

La condición actual de la Iglesia en Europa, que más arriba hemos definido como «bajada de la Cruz», nos remite al misterio del Sábado Santo. Es el día del gran silencio, no de la inactividad desesperada. En el Sábado Santo, la Iglesia no hace proselitismo, no organiza congresos, no elabora planes sinodales quinquenales; la Iglesia vela junto al sepulcro, sabiendo que esa piedra no será removida por manos humanas. El peligro mortal de nuestro tiempo es querer «reanimar» el cuerpo eclesial con técnicas mundanas de marketing o de adaptación sociológica al saeculum, transformando a la Esposa de Cristo en una ONG compasiva, agradable al mundo, pero estéril de vida divina. Recordemos lo que escribía san Bernardo de Claraval al papa Eugenio III en el De Consideratione: «¡Ay de ti si, por ocuparte demasiado de las cosas exteriores, terminas perdiéndote a ti mismo!». Si la Iglesia pierde su dimensión mística, se convierte en sal sin sabor, destinada a ser pisoteada por los hombres (cf. Mt 5,13). Además, esta ansiedad del «hacer» esconde a menudo el miedo a «estar»: estar bajo la Cruz, estar en el cenáculo, estar de rodillas. La crisis de las vocaciones, el cierre de parroquias, la irrelevancia cultural no se resuelven bajando el listón de la doctrina para hacerla más atractiva — una operación fallida, como lo demuestran las comunidades protestantes liberales hoy prácticamente desertificadas —, sino elevando la temperatura de la fe. La Iglesia es Casta Meretrix, decían los Padres: casta por la presencia del Espíritu, meretriz por los pecados de sus hijos que la prostituyen a los ídolos del momento. Pero la purificación no se produce mediante reformas humanas, sino a través del fuego de la prueba y la santidad de los individuos.

No hace falta, pues, una Iglesia que se agite, sino una Iglesia que arda. Es necesario volver a aquella primacía de Dios que Benedicto XVI predicó incansablemente: donde Dios desaparece, el hombre no se hace más grande, sino que pierde su dignidad divina. El remedio a la Roma decadence no es una «Roma activista», sino una «Roma orante». Debemos tener el valor de ser aquel «pequeño rebaño» (Lc 12,32) que no teme la inferioridad numérica, con tal de custodiar intacto el depósito de la fe. Como la levadura en la masa, nuestra eficacia no depende de la cantidad, sino de la calidad de nuestra unión con Cristo. Por tanto, comprometámonos a no dejar que nos roben la esperanza ni los profetas de calamidades ni los estrategas de la pastoral creativa; volvamos al sagrario, a la Lectio Divina, al estudio apasionado de la Verdad. Solo de allí, del corazón traspasado y glorioso del Redentor, podrá brotar el agua viva capaz de regar este desierto occidental. La Iglesia resucitará, no porque seamos hábiles organizadores, sino porque Cristo está vivo y la muerte ya no tiene poder sobre Él. Porque Cristo ofrece a todos un acto profundo de contemplación, si sabemos acogerlo.

Redescubrir el Dogma contra la dictadura del sentimiento. La fe que busca la comprensión: fides quaerens intellectum. Para no caer en un quietismo estéril, debemos comprender que la contemplación cristiana es intrínsecamente fecunda y que el amor a la Iglesia exige un retorno radical a los fundamentos de nuestra fe. No existe caridad sin verdad, ni existe una verdadera reforma que no parta del redescubrimiento del depositum fidei. En un mundo líquido donde la fe corre el riesgo de disolverse en mero sentimiento emotivo y la verdad es sacrificada en el altar del consenso social, es urgente volver al Símbolo de nuestra fe, que no es una cantinela que recitar, sino la ruta de nuestra existencia cristiana. A este propósito, me permito sugerir la lectura del último libro del padre Ariel S. Levi di Gualdo, Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. En esta obra, el padre Ariel explica cada artículo del Símbolo o Credo, permitiendo saborear su potencia originaria: no una fórmula fría, sino una «palabra para vivir». El texto acompaña al lector en un viaje teológico en el que la razón, iluminada por la fe, se inclina ante el misterio sin abdicar, encontrando en él su cumplimiento. Como enseñaba santo Tomás de Aquino, la fe es un acto del entendimiento que asiente a la verdad divina por mandato de la voluntad movida por la gracia (cf. Summa Theologiae, II-II, q. 2, a. 9); por ello, estudiar el dogma, comprender lo que profesamos cada domingo, es una operación de altísima contemplación. Acercarse al misterio inefable de la Trinidad, connaturalizarnos con los misterios que profesamos, para que el obrar se convierta en reflejo de nuestro ser en Cristo. El arte sacro, la liturgia, la teología no son adornos estéticos, sino vehículos de la Verdad que salva. Si no comprendemos lo que creemos, ¿cómo podremos dar testimonio de ello? Si la sal pierde su sabor, no sirve para nada más que para ser arrojada fuera (cf. Mt 5,13). El libro del padre Ariel enseña precisamente esto: devolver sabor a nuestra fe, restituyendo a la palabra credo el sentido de una adhesión perfecta a la Verdad encarnada.

Vivimos en una época afectada por otra grave patología espiritual que podríamos definir como «fideísmo sentimental». Se ha difundido la idea errónea de que la fe es un sentir ciego, una emoción consoladora desvinculada de la razón, o peor aún, que el dogma es una jaula que aprisiona la libertad de los hijos de Dios. Nada más falso y peligroso. Como fraile predicador, reafirmo con fuerza que la Verdad (Veritas) es el nombre mismo de Dios y que el intelecto humano ha sido creado precisamente para captar esta Verdad. Rechazar el esfuerzo intelectual por comprender el dogma significa rechazar el uso del don más alto que el Creador nos ha concedido a su imagen y semejanza. La ignorancia culpable de las verdades de la fe es el terreno de cultivo ideal para toda herejía. Cuando el católico deja de formarse, cuando deja de preguntarse «quién es Dios» según la Revelación y comienza a construirse un dios a su propia imagen y semejanza, cae inevitablemente en la idolatría del propio yo.

Devolver sentido y valor al Credo significa redescubrir la carta constitucional de nuestra vida cristiana. Cada uno de sus artículos no es una elucubración filosófica abstracta, pues se vinculan al hecho cristiano, a la historia de la salvación que ha incidido en el hombre y en el cosmos entero. Decir «Creo en un solo Dios» o «Creo en la resurrección de la carne» es un acto de desobediencia al nihilismo que conduce a la desesperación y al deterioro del espíritu y de la materia. La reconstrucción intelectual de la que hablo es, en última instancia, un acto de amor. No se puede amar lo que no se conoce. Si nuestro conocimiento de Cristo es imperfecto, nuestro amor por Él permanecerá infantil, frágil, incapaz de resistir el choque de las pruebas de la vida adulta y las seducciones del pensamiento dominante.

En este camino que os propongo aprendemos a ver la teología no como una ciencia para iniciados, sino como lo que hace la Iglesia cuando se inclina sobre el dato revelado y, por tanto, aquello de lo que ella respira y vive. El estudio, realizado de rodillas, se convierte en oración; la comprensión del misterio trinitario se transforma en adoración en Espíritu y verdad. No debemos temer la complejidad del dogma: es como el sol que, aun siendo demasiado luminoso para ser fijado directamente sin dañar la vista, es la única fuente que nos permite ver con claridad todo lo demás. Sin la luz del dogma, la liturgia se convierte en coreografía, la caridad en filantropía y la esperanza en ilusión. Volvamos, pues, a estudiar, a leer, a meditar. Hagamos nuestra la exhortación de san Pedro: «Estad siempre dispuestos a dar razón de la esperanza que hay en vosotros» (1 Pe 3,15). Pero para dar razones (logos) de la esperanza cristiana es necesario honrar la razón mientras buscamos poseer las cosas de Dios, y en ello la teología es una gran ayuda.

El pusillus grex y la potencia de la gracia. Más allá de la desesperación, la esperanza teologal. Concluyo este itinerario invitando a un «optimismo cauteloso» que brota de la virtud teologal de la esperanza. La decadencia de la cristiandad en Europa es un hecho histórico, pero la historia de la Salvación no se cierra con el Viernes Santo. Nuestra identidad, como nos recuerdan las Escrituras y el testimonio de tantos santos, debe fundarse en la conciencia de ser «siervos inútiles / simples siervos» (Lc 17,10). Esta «inutilidad / simplicidad» no es desvalorización, sino el reconocimiento de que el actor principal de la historia es Dios. Intento explicarme.

La esperanza cristiana se sitúa en las antípodas del optimismo mundano. Este puede surgir de una previsión estadística o de una expectativa meramente emocional según la cual «las cosas irán mejor». La Esperanza teologal, en cambio, es la certeza de que Dios no miente y cumple sus promesas incluso cuando, humanamente hablando, las cosas van de mal en peor. Abrahán «creyó esperando contra toda esperanza» (spes contra spem, Rom 4,18), precisamente cuando la realidad biológica le ponía delante la imposibilidad de tener un hijo. Hoy estamos llamados a la misma fe de Abrahán. La disminución numérica de los creyentes y la pérdida de atractivo de la Iglesia no deben llevarnos a un repliegue sectario, sino a la conciencia de que Dios, como enseña la historia de la salvación y como proclama la idea bíblica del «resto», siempre ha actuado no a través de masas oceánicas, sino sirviéndose de un pusillus grex, un pequeño rebaño fiel que se hace cargo de la totalidad. Esto aparece en la Escritura y en la historia de la Iglesia como una constante: unos pocos oran y se ofrecen por la salvación de muchos.

En esta perspectiva, la definición de «siervos inútiles» de la que habla Jesús en el Evangelio se convierte en nuestra mayor liberación. Inútil (inutilis) no significa «sin valor», sino «sin pretensión de utilidad», es decir, sin la pretensión de ser nosotros la causa eficiente de la Gracia. Cuando el hombre, incluso dentro de la Iglesia, olvida esta verdad, acaba construyendo torres de Babel pastorales que se derrumban al primer soplo de viento. La historia del siglo XX, con sus totalitarismos ateos, nos ha mostrado el infierno que el hombre construye cuando decide prescindir de Dios para salvar a la humanidad con sus propias fuerzas. Pero atención: existe también un totalitarismo espiritual, más sutil, que se insinúa cuando pensamos que la Iglesia es «cosa nuestra», que debe gestionarse con criterios empresariales o políticos. No: la Iglesia es de Cristo. Y la acción del cristiano es fecunda solo cuando se vuelve teándrica, es decir, cuando nuestra libertad humana se deja penetrar tan profundamente por la Gracia divina que se convierte en un único obrar con Cristo. Es lo que san Pablo expresaba diciendo: «Ya no soy yo quien vive, sino que Cristo vive en mí» (Gal 2,20). Esta sinergia entre Dios y el hombre es el antídoto contra la desesperación. Si la obra fuera solo mía, tendría todas las razones para desesperar, dada mi pequeñez; pero si la obra es de Dios, ¿quién podrá detenerla? Bajo la guía del Santo Padre León XIV (Robert Francis Prevost), estamos llamados a custodiar esta pequeña llama. No importa si nuestras catedrales se vacían o si los medios nos ridiculizan; lo que importa es que esa llama permanezca encendida y pura. Como las miróforas en la mañana de Pascua, como José de Arimatea en la oscuridad del Viernes Santo, somos custodios de una promesa que no puede fallar.

La belleza que salva al mundo no es una estética de fachada, sino el esplendor de la Verdad (Veritatis Splendor). Puede parecer incómoda, dar la sensación de cortar como una espada afilada, pero es la única capaz de hacer al hombre verdaderamente libre. Creo justo decir que no debemos tener miedo de ir hacia el mundo y de hablar a contracorriente. Creo también que es importante estudiar nuestro Credo para profesarlo íntegramente, aunque, trágicamente, incluso entre los presbíteros haya quien lo considere ya obsoleto y «no crea en él». En el silencio de nuestras habitaciones, en nuestras familias, en las parroquias o en los conventos, dondequiera que se trabaje, estamos preparando la primavera de la Iglesia. Tal vez no la veamos con nuestros ojos mortales, pero la estamos construyendo en la fe y en la caridad sapiencial. Todo pasa, solo Dios permanece. Y quien permanece en Dios ya ha vencido al mundo. Stat Crux dum volvitur orbis: la Cruz permanece firme mientras el mundo gira. Permanezcamos aferrados a esta Cruz gloriosa, y seremos inamovibles en la esperanza.

Santa Maria Novella, Florencia, a 29 de enero 2026

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Il razionale, tra simbolo, storia e fraintendimenti estetici – The rationale: between symbol, history, and aesthetic misunderstandings – El racional: entre símbolo, historia y malentendidos estéticos

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IL RAZIONALE: TRA SIMBOLO, STORIA E FRAINTENDIMENTI ESTETICI

È bene dirlo con chiarezza, anche a costo di deludere qualche entusiasmo ingenuo: molti paramenti liturgici cristiani derivano da abiti civili, onorifici o religiosi precristiani. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Una delle tentazioni più diffuse in certi ambiti ecclesiali è quella di fermarsi all’apparato esteriore della liturgia, trasformando paramenti, colori e forme in oggetti di contemplazione estetica, talora persino di compiacimento identitario.

Ieri, nella celebrazione dei Vespri nella Festa della Conversione di San Paolo, nella Basilica Ostiense, il Sommo Pontefice Leone XIV ha indossato per la prima volta nel suo pontificato, il razionale. Il rischio — già ampiamente verificabile su vari social media —, è quello di cedere a entusiasmi fervorosi per ciò che “si vede”, accompagnati però da una conoscenza spesso assai approssimativa — quando non del tutto assente — della genesi storica, del significato simbolico e della funzione teologica di quegli stessi elementi che tanto affascinano.

Il razionale rientra pienamente in questa categoria: paramento rarissimo, evocato con toni quasi mitologici, talvolta citato come emblema di una liturgia “più autentica”, ma in realtà poco conosciuto nella sua origine e nel suo senso profondo. Proprio per questo si presta bene a una riflessione che vada oltre l’estetica e recuperi la dimensione simbolica e storica della liturgia. Ma che cos’è il razionale? Con il termine razionale si indica un paramento liturgico indossato sopra la casula o il piviale, di forma generalmente rettangolare o leggermente arcuata, riccamente decorato, portato sul petto e fissato alle spalle. Non si tratta di un paramento di uso universale nella Chiesa latina, né di un elemento costitutivo della celebrazione eucaristica.

Utilizzato in alcuni contesti specifici, soprattutto in ambito episcopale, con particolare riferimento a determinate Chiese locali — notoriamente quella di Eichstätt e, in forma diversa, di Cracovia —. L’uso del razionale non è mai stato normativo per tutta la Chiesa, né tantomeno necessario alla validità o liceità del rito.

Di origine biblica, il nome stesso razionale rimanda esplicitamente al pettorale del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, descritto nel libro dell’Esodo (Es 28,15-30). Quel pettorale — chiamato חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ) “pettorale del giudizio” — portava dodici pietre preziose, simbolo delle dodici tribù di Israele, ed era segno della responsabilità sacerdotale nel portare il popolo davanti a Dio.

Il Cristianesimo nascente, come ha fatto con molti elementi del mondo antico, non ha rigettato simboli preesistenti, ma li ha assunti e trasfigurati. La liturgia cristiana non nasce in un vuoto culturale, si innesta nella storia, assume forme, linguaggi, simboli — anche provenienti dal mondo pagano o giudaico — e li riconduce a Cristo. In questa prospettiva, il razionale non è un ornamento decorativo, ma un segno teologico: richiama il ministero della responsabilità, del discernimento e del giudizio esercitato non in nome proprio, ma davanti a Dio e per il bene del popolo.

È poi bene dirlo con chiarezza, anche a costo di deludere qualche entusiasmo ingenuo: molti paramenti liturgici cristiani derivano da abiti civili, onorifici o religiosi precristiani. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile. Questo non ha mai rappresentato un problema per la Chiesa.

La liturgia non è mai stata una “ricostruzione archeologica” di un’epoca pura e incontaminata. È sempre stata, invece, un’opera di inculturazione e trasfigurazione. Ciò che cambia non è la forma esterna in sé, ma il significato che la Chiesa le attribuisce. Anche il razionale si colloca in questa linea: non un residuo di un passato idealizzato, ma un segno che ha avuto senso in determinati contesti ecclesiali e che oggi conserva soprattutto un valore storico e simbolico, non normativo.

Dal punto di vista strettamente liturgico, il razionale non è mai stato un paramento di uso ordinario, né tantomeno universale. Il suo utilizzo è sempre stato legato a concessioni particolari, tradizioni locali o privilegi specifici, mai a una prescrizione generale della Chiesa latina. Questo dato è fondamentale per evitare un errore ricorrente: confondere ciò che è simbolicamente suggestivo con ciò che è teologicamente necessario. La liturgia non cresce per accumulo di elementi esteriori, ma per chiarezza del segno e fedeltà alla sua funzione primaria: rendere visibile l’azione salvifica di Cristo.

Quando il razionale — come altri paramenti rari o desueti — viene assunto come vessillo identitario da certe forme di estetismo o come prova di una presunta superiorità liturgica, si cade in un fraintendimento profondo. La liturgia non è un museo, né un palcoscenico. È azione della Chiesa, non auto-rappresentazione di un gusto. Conoscere la storia dei paramenti, il loro sviluppo e il loro significato autentico non impoverisce la liturgia: la libera da letture ideologiche e la restituisce alla sua verità più profonda.

Dunque il razionale non è un feticcio liturgico né un simbolo di un’età dell’oro perduta. È un segno storico, teologico e simbolico che parla di responsabilità, di discernimento e di servizio. Compreso nel suo contesto, arricchisce la comprensione della liturgia; isolato e assolutizzato, la impoverisce. La vera tradizione non consiste nel moltiplicare gli ornamenti, ma nel custodire il senso. E il senso della liturgia, ieri come oggi, non è l’estetica, ma Cristo.

Firenze, 26 gennaio 2026

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THE RATIONALE: BETWEEN SYMBOL, HISTORY, AND AESTHETIC MISUNDERSTANDINGS

It must be stated clearly, even at the risk of disappointing some naïve enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction.

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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One of the most widespread temptations in certain ecclesial circles is to stop at the outward apparatus of the liturgy, transforming vestments, colours, and forms into objects of aesthetic contemplation and, at times, even of identity-driven self-complacency.

 

Yesterday, during the celebration of Vespers on the Feast of the Conversion of Saint Paul, in the Basilica of Saint Paul Outside the Walls, the Supreme Pontiff Leo XIV wore the rationale for the first time in his pontificate. The risk — already clearly observable across various social media platforms — is to give way to fervent enthusiasm for what “is seen”, accompanied, however, by a knowledge that is often highly approximate — when not entirely absent — of the historical genesis, symbolic meaning, and theological function of those very elements that so strongly fascinate.

The rationale fully belongs to this category: a very rare vestment, evoked in almost mythological terms, at times cited as an emblem of a “more authentic” liturgy, yet in reality scarcely known in its origin and deeper meaning. Precisely for this reason, it lends itself well to a reflection that goes beyond aesthetics and recovers the symbolic and historical dimension of the liturgy. But what, in fact, is the rationale? The term rationale designates a liturgical vestment worn over the chasuble or the cope, generally rectangular or slightly curved in shape, richly decorated, worn on the chest and fastened at the shoulders. It is not a vestment of universal use in the Latin Church, nor is it a constitutive element of the Eucharistic celebration.

It has been used in certain specific contexts, especially within the episcopal sphere, with particular reference to certain local Churches — most notably Eichstätt and, in a different form, Kraków. The use of the rationale has never been normative for the entire Church, nor has it ever been necessary for the validity or liceity of the rite.

Of biblical origin, the very name rationale explicitly refers to the breastplate of the high priest of the Old Testament, described in the Book of Exodus (Ex 28:15–30). That breastplate — called חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “breastplate of judgment” — bore twelve precious stones, symbolising the twelve tribes of Israel, and signified the priestly responsibility of bearing the people before God.

Early Christianity, as it did with many elements of the ancient world, did not reject pre-existing symbols but assumed and transfigured them. Christian liturgy does not arise in a cultural vacuum; it is grafted into history, assumes forms, languages, and symbols — including those drawn from the pagan or Jewish world — and reorients them toward Christ. In this perspective, the rationale is not a decorative ornament, but a theological sign: it recalls the ministry of responsibility, discernment, and judgment exercised not in one’s own name, but before God and for the good of the people.

It must also be stated clearly, even at the cost of disappointing some ingenuous enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction. This has never constituted a problem for the Church.

The liturgy has never been an “archaeological reconstruction” of a pure and uncontaminated age. Rather, it has always been a work of inculturation and transfiguration. What changes is not the external form as such, but the meaning that the Church attributes to it. The rationale too belongs to this line: not a remnant of an idealised past, but a sign that made sense in specific ecclesial contexts and that today retains primarily a historical and symbolic value, not a normative one.

From a strictly liturgical point of view, the rationale has never been a vestment of ordinary or universal use. Its employment has always been linked to particular concessions, local traditions, or specific privileges, never to a general prescription of the Latin Church. This datum is fundamental in order to avoid a recurrent error: confusing what is symbolically evocative with what is theologically necessary. The liturgy does not grow through the accumulation of external elements, but through clarity of sign and fidelity to its primary function: making visible the saving action of Christ.

When the rationale — like other rare or obsolete vestments — is taken up as an identity banner by certain forms of aestheticism or as proof of an alleged liturgical superiority, one falls into a profound misunderstanding. The liturgy is not a museum, nor a stage. It is the action of the Church, not the self-representation of a taste. Knowing the history of vestments, their development, and their authentic meaning does not impoverish the liturgy: it frees it from ideological readings and restores it to its deepest truth.

The rationale, therefore, is neither a liturgical fetish nor a symbol of a lost golden age. It is a historical, theological, and symbolic sign that speaks of responsibility, discernment, and service. Understood within its context, it enriches the understanding of the liturgy; isolated and absolutised, it impoverishes it. True tradition does not consist in multiplying ornaments, but in safeguarding meaning. And the meaning of the liturgy, yesterday as today, is not aesthetics, but Christ.

Florence, 26 January 2026

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EL RACIONAL: ENTRE SÍMBOLO, HISTORIA Y MALENTENDIDOS ESTÉTICOS

Conviene decirlo con claridad, aun a riesgo de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Una de las tentaciones más extendidas en ciertos ambientes eclesiales es detenerse en el aparato exterior de la liturgia, transformando paramentos, colores y formas en objetos de contemplación estética y, en ocasiones, incluso de complacencia identitaria.

Ayer, durante la celebración de las Vísperas en la Fiesta de la Conversión de San Pablo, en la Basílica de San Pablo Extramuros, el Sumo Pontífice León XIV vistió por primera vez en su pontificado el racional. El riesgo — ya ampliamente verificable en diversas redes sociales — es ceder a entusiasmos fervorosos por aquello que “se ve”, acompañados, sin embargo, de un conocimiento a menudo muy aproximado — cuando no totalmente ausente — de la génesis histórica, del significado simbólico y de la función teológica de esos mismos elementos que tanto fascinan.

El racional se inscribe plenamente en esta categoría: un paramento rarísimo, evocado con tonos casi mitológicos, a veces citado como emblema de una liturgia “más auténtica”, pero en realidad poco conocido en su origen y en su sentido profundo. Precisamente por ello, se presta a una reflexión que vaya más allá de la estética y recupere la dimensión simbólica e histórica de la liturgia. Pero ¿qué es el racional? Con el término racional se designa un paramento litúrgico que se lleva sobre la casulla o el pluvial, generalmente de forma rectangular o ligeramente curvada, ricamente decorado, colocado sobre el pecho y sujeto a los hombros. No se trata de un paramento de uso universal en la Iglesia latina, ni de un elemento constitutivo de la celebración eucarística.

Su uso se ha dado en algunos contextos específicos, sobre todo en el ámbito episcopal, con especial referencia a determinadas Iglesias locales — de modo notorio la de Eichstätt y, en forma diversa, la de Cracovia —. El uso del racional nunca ha sido normativo para toda la Iglesia, ni mucho menos necesario para la validez o licitud del rito.

De origen bíblico, el propio nombre racional remite explícitamente al pectoral del sumo sacerdote del Antiguo Testamento, descrito en el libro del Éxodo (Ex 28,15-30). Aquel pectoral — llamado חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “pectorál del juicio” — llevaba doce piedras preciosas, símbolo de las doce tribus de Israel, y era signo de la responsabilidad sacerdotal de llevar al pueblo delante de Dios.

El cristianismo naciente, como hizo con muchos elementos del mundo antiguo, no rechazó símbolos preexistentes, sino que los asumió y los transfiguró. La liturgia cristiana no nace en un vacío cultural: se inserta en la historia, asume formas, lenguajes y símbolos — también procedentes del mundo pagano o judío — y los reconduce a Cristo. En esta perspectiva, el racional no es un ornamento decorativo, sino un signo teológico: remite al ministerio de la responsabilidad, del discernimiento y del juicio ejercidos no en nombre propio, sino ante Dios y para el bien del pueblo.

Conviene también decirlo con claridad, aun a costa de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil. Esto nunca ha representado un problema para la Iglesia.

La liturgia nunca ha sido una “reconstrucción arqueológica” de una época pura e incontaminada. Ha sido siempre, en cambio, una obra de inculturación y transfiguración. Lo que cambia no es la forma exterior en sí misma, sino el significado que la Iglesia le atribuye. El racional se sitúa también en esta línea: no como residuo de un pasado idealizado, sino como un signo que tuvo sentido en determinados contextos eclesiales y que hoy conserva sobre todo un valor histórico y simbólico, no normativo.

Desde el punto de vista estrictamente litúrgico, el racional nunca ha sido un paramento de uso ordinario ni universal. Su utilización ha estado siempre vinculada a concesiones particulares, tradiciones locales o privilegios específicos, nunca a una prescripción general de la Iglesia latina. Este dato es fundamental para evitar un error recurrente: confundir lo que resulta simbólicamente sugestivo con lo que es teológicamente necesario. La liturgia no crece por acumulación de elementos exteriores, sino por claridad del signo y fidelidad a su función primaria: hacer visible la acción salvífica de Cristo.

Cuando el racional — como otros paramentos raros o en desuso — es asumido como estandarte identitario por ciertas formas de esteticismo o como prueba de una presunta superioridad litúrgica, se incurre en un malentendido profundo. La liturgia no es un museo ni un escenario. Es acción de la Iglesia, no autorrepresentación de un gusto. Conocer la historia de los paramentos, su desarrollo y su significado auténtico no empobrece la liturgia: la libera de lecturas ideológicas y la devuelve a su verdad más profunda.

El racional, por tanto, no es un fetiche litúrgico ni un símbolo de una edad de oro perdida. Es un signo histórico, teológico y simbólico que habla de responsabilidad, discernimiento y servicio. Comprendido en su contexto, enriquece la comprensión de la liturgia; aislado y absolutizado, la empobrece. La verdadera tradición no consiste en multiplicar ornamentos, sino en custodiar el sentido. Y el sentido de la liturgia, ayer como hoy, no es la estética, sino Cristo.

Florencia, 26 de enero de 2026

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Il caso Fede&Cultura e l’importanza di non seguire una “teologia della emotività” che si oppone al Magistero della Chiesa

IL CASO FEDE & CULTURA E L’IMPORTANZA DI NON SEGUIRE  UNA “TEOLOGIA DELLA EMOTIVITÀ” CHE SI OPPONE AL MAGISTERO DELLA CHIESA

La teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Se mancano questi presupposti, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.

— Attualità ecclesiale —

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In risposta al mio recente articolo L’insopprimibile fascino esercitato su certi laici dalla “teologia della mutanda”, il dott. Giovanni Zenone, direttore delle Edizioni Fede&Cultura ha diffuso un video di replica che qui inserisco.

È necessario anzitutto chiarire un punto di metodo: la teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Se mancano questi presupposti, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.

Il mio articolo avanzava una tesi precisa, articolata e verificabile (cfr Qui). Chiunque lo legga ed esamini poi il contenuto della replica del dott. Zenone, potrà constatare un dato oggettivo: le questioni da me sollevate non vengono affrontate nel loro merito, ma aggirate mediante uno spostamento del discorso su piani laterali, che non toccano l’argomentazione da me proposta, anzi: neppure la sfiorano.

Chiunque può verificare che nel testo contestato ho esplicitamente chiarito di intervenire in qualità di sacerdote, pastore in cura d’anime, confessore e direttore spirituale. La replica del dott. Zenone richiama invece genericamente il diritto dei laici a esprimersi eludendo però il punto centrale, senza tenere conto che il discorso non verteva sul diritto di parola o di critica, ma sull’esperienza ecclesiale specifica dalla quale trae origine la riflessione: il Sacramento della Penitenza e la direzione spirituale, dove ad operare sono i presbiteri, non i laici. È da questa prassi concreta, non da una costruzione teorica astratta, che il mio intervento prende avvio e si struttura. E su questo piano specifico, la replica risulta semplicemente non pertinente.

L’argomento secondo cui l’aver avuto sei figli lascia sottintendere una sorta di competenza superiore a quella dei sacerdoti in ambito morale e pastorale rientra in una tipologia argomentativa ben nota, storicamente utilizzata da ambienti laicisti e anticlericali per delegittimare il magistero e la parola del clero su questioni familiari e relazionali. Riproporre tale schema non rafforza il discorso, ma ne rivela la debolezza metodologica.

Vi è poi un punto centrale, che non ammette ambiguità. Il dott. Zenone ha pubblicamente contestato più volte, con toni duri e irrispettosi, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede in relazione alla Nota dottrinale Mater Populi Fidelis, concernente l’inopportunità dell’uso del titolo di “corredentrice” riferito alla Beata Vergine Maria. Ora, il fatto determinante è il seguente: quel documento, approvato dal Sommo Pontefice che ne ha ordinata la pubblicazione, rientra nel Magistero autentico della Chiesa. Questo dato, di per sé, chiude il problema sul piano ecclesiale a ogni pretestuoso “diritto di critica”.

Replicare poi invocando la libertà di pensiero per respingere questo atto equivale a confondere deliberatamente il piano della ricerca teologica con quello dell’assenso dovuto al Magistero. La libertà teologica non autorizza la contestazione pubblica e sprezzante di un documento approvato dal Sommo Pontefice, né consente di porre sullo stesso piano opinioni personali e atti dell’autorità ecclesiale, salvo poi proclamarsi teologi, difensori della fede e formatori cattolici.

Il richiamo a santi, mistici o a singole affermazioni di Pontefici del passato non modifica questo quadro, perché la teologia cattolica ha sempre distinto:

– le espressioni devozionali o mistiche, che non vincolano ad alcun titolo la fede dei credenti;

– le affermazioni fatte dai Pontefici come dottori privati;

– gli atti del Magistero autentico, che richiedono invece adesione ecclesiale unita a filiale rispetto e devota obbedienza al Romano Pontefice e ai Vescovi.

È inoltre un dato storico incontestabile che San Giovanni Paolo II abbia sempre respinta la richiesta di definire il dogma di Maria corredentrice; che Benedetto XVI abbia evidenziato le difficoltà cristologiche poste dal termine stesso; che Francesco, così come infine Leone XIV, abbiano confermato tale orientamento, approvando la Nota dottrinale in questione. Di fronte a questo insieme coerente di dati, l’insistenza su citazioni isolate e decontestualizzate non costituisce argomentazione teologica, ma una selezione ideologica delle fonti, preceduta e accompagnata dalla loro manipolazione, previo approccio dilettantesco alla teologia e alla storia del dogma che sortisce, come effetto, quello di avvelenare le membra più semplici del Popolo di Dio, lo stesso che noi dobbiamo tutelare e proteggere per imperativo di coscienza, in quanto Sacerdoti di Cristo istituiti per insegnare, santificare e guidare.

Applicando lo stesso criterio di estrapolazione e manipolazione, si potrebbe contestare il dogma dell’Immacolata Concezione richiamando le riserve di San Tommaso d’Aquino, oppure rimettere in discussione l’attuale disciplina della Penitenza sulla base delle posizioni di Sant’Ambrogio e di San Gregorio Magno, maturate in un contesto storico radicalmente diverso, quando questo Sacramento non era ripetibile ed era amministrabile una sola volta nella vita e mai più. Sempre seguendo questa logica anti-teologica e anti-storica, si potrebbe smentire persino il Primo Concilio di Nicea, rifacendosi a ipotesi e opinioni espresse da diversi Santi Padri prima dell’anno 325.

È dunque immediatamente evidente l’inconsistenza di tale metodo che — tra santi e mistici, messaggi di Fatima e maldestre vite di Gesù romanzate da Maria Valtorta — ricondurrebbe il discorso nell’ambito del pietismo e del fideismo più desolante, realtà che nulla hanno a che spartire con la fede cattolica e con la speculazione teologica propriamente e scientificamente detta.

Dai video diffusi dal dott. Zenone emerge un approccio non propriamente corretto e non pienamente ortodosso alla teologia fondamentale: si rilevano forme manifeste di ostilità nei confronti del Magistero della Chiesa; ci si erge a difensori della “vera fede” e della “vera tradizione”, che tali gruppi pretenderebbero di tutelare di fronte a un operato di Pontefici e Vescovi da loro ritenuto dottrinalmente discutibile; il tutto viene mascherato sotto il richiamo alla libertà di pensiero e di opinione, che però, nei fatti, si risolve in prese di posizione ideologiche.

Il quadro si completa — e qui concludo — con una serie di altri video “altamente formativi”, distinti e successivi rispetto a quello oggetto di questa mia risposta, che si commentano da sé. Per citarne uno soltanto, tra i molti, basti pensare ad affermazioni di inaudita gravità quali ad esempio: «L’eresia è peggiore della pedofilia»

Si tratta di un’affermazione priva di ogni criterio logico e teologico, fondata su un accostamento improprio tra delle realtà radicalmente differenti sul piano ontologico e morale. Sono paragoni che, se proposti da chi si presenta come teologo, pedagogo e formatore cattolico, non possono essere liquidati come semplici ingenuità espressive, ma rivelano una grave carenza di prudenza e discernimento metodologico sul piano pedagogico e teologico.

Dall’Isola di Patmos, 14 gennaio 2026

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L’insopprimibile fascino esercitato su certi laici dalla “Teologia della Mutanda” – The irresistible fascination exerted on certain lay people by the “Theology of the Underwear” – El fascinante e irresistible atractivo que ejerce sobre ciertos laicos la “Teología de la Braga” – Die unwiderstehliche Faszination, die die „Unterwäsche-Theologie“ auf bestimmte Laien ausübt

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L’INSOPPRIMIBILE FASCINO ESERCITATO SU CERTI LAICI DALLA “TEOLOGIA DELLA MUTANDA”

È bene ricordare a questi laici — che da una parte stabiliscono «Fino a dove arrivare?» secondo la loro “teologia della mutanda” e che dall’altra sono protagonisti del pubblico disprezzo della legittima Autorità ecclesiastica —, che la contestazione sistematica, pubblica e sprezzante del Magistero della Chiesa costituisce un peccato ben più grave, più serio e più oggettivamente disordinato della fragilità affettiva di due giovani che vivono una relazione al di fuori del matrimonio.

— Attualità ecclesiale —

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Ogni epoca ecclesiale conosce le proprie deformazioni morali. Una delle più ricorrenti — perché apparentemente rassicurante — è quella che riduce la questione del bene e del male quasi esclusivamente alla sfera sessuale. Una riduzione che non nasce dalla serietà morale, ma da una semplificazione tanto rozza quanto fuorviante che finisce per tradire proprio ciò che pretende di difendere.

Nel dibattito ecclesiale contemporaneo, soprattutto in alcuni ambienti laicali legati a una non meglio precisata tradizione, si assiste a un fenomeno curioso e insieme preoccupante: l’emergere di una sorta di “teologia della mutanda”, nella quale il mistero del male viene sostanzialmente circoscritto a ciò che accade — o si presume accada — dalla cintura in giù. Tutto il resto può passare in secondo piano: la carità ferita, la giustizia calpestata, la verità manipolata, la coscienza violentata. L’importante è che la mutanda resti al suo posto, reale o simbolica che sia.

Moralismo e morale non sono la stessa cosa, è bene chiarirlo subito: non coincidono, anzi spesso si oppongono. Il moralismo è una caricatura della morale, perché si fonda su criteri rigidi, astratti e selettivi, mentre la morale cattolica si regge sulla carità, virtù teologale che non elimina la verità, ma la rende abitabile per l’uomo concreto, fragile e peccatore.

Il bigottismo, il puritanesimo nel senso peggiore del termine e il moralismo ossessivo sono realtà ben note, ma va detto con onestà che molto raramente nascono dal ministero sacerdotale vissuto santamente. Più spesso prendono forma in ambienti laicali autoreferenziali, nei quali la mancanza di esperienza pastorale reale viene compensata con una sicurezza dottrinale tanto inflessibile quanto astratta.

Non si tratta di difendere una categoria — quella dei sacerdoti — ma di constatare un dato di fatto: laici che non hanno mai ascoltato una coscienza ferita, che non hanno mai accompagnato un penitente reale, che non hanno mai portato il peso di certe delicate direzioni spirituali, difficilmente possiedono gli strumenti per giudicare con equilibrio la complessità del peccato umano. Malgrado ciò si lanciano su temi che toccano le sfere più intime e delicate degli animi umani, spesso anche in modo saccente, dando così ai laicisti un’immagine bizzarra della Cattolicità e aumentando i loro pregiudizi e i loro giudizi negativi sulla Chiesa Cattolica.

La gerarchia dei peccati è una verità spesso dimenticata. La tradizione morale cattolica ha sempre insegnato che non tutti i peccati hanno lo stesso peso. Esiste una gerarchia oggettiva del male, fondata sulla gravità della materia, sull’intenzionalità e sulle conseguenze. E in questa gerarchia, i peccati contro la carità, la giustizia e la verità occupano un posto ben più alto rispetto a molte colpe legate alla sfera sessuale.

Eppure, per i cultori della “teologia della mutanda”, questa distinzione sembra insopportabile. Meglio un peccato grave contro la carità, purché ben vestito, che una fragilità umana vissuta nella lotta e nella vergogna. Meglio l’ipocrisia rispettabile che la verità faticosa. Così, ciò che dovrebbe scandalizzare — l’odio, la menzogna, l’abuso di potere, la manipolazione delle coscienze — viene relativizzato, mentre ciò che riguarda l’intimità delle persone diventa il campo privilegiato di una sorveglianza ossessiva, tutta quanta tipica – ripeto – di certi laici bigotti, non dei preti.

La “teologia della mutanda” è un’ossessione che dice spesso più di chi giudica che di chi viene giudicato. L’ossessione maniacale alle camere da letto, ai centimetri, alle posture e alle intenzioni presunte rivela una difficoltà profonda ad abitare il proprio mondo interiore. È più facile misurare il peccato degli altri con il bilancino dell’orefice che fare i conti con la propria coscienza. Il sacerdote, invece, quando esercita seriamente il suo ministero, parte da un presupposto elementare e tutt’altro che teorico: tutti siamo peccatori, noi per primi chiamati ad assolvere i peccati. È questa consapevolezza che genera misericordia, non il lassismo; comprensione, non il relativismo. La misericordia cristiana non nasce da una minimizzazione del peccato, ma dalla conoscenza reale dell’uomo.

Non è un caso che il Vangelo riservi parole durissime non tanto ai peccatori manifesti, quanto a coloro che trasformano la legge in uno strumento di oppressione. Quel monito di Gesù, spesso dimenticato dai laici moralisti di professione, resta di una attualità sconcertante:

«Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» (Lc 11,46).

È davanti a questa parola che ogni facile “teologia della mutanda” dovrebbe crollare. Perché il problema non è la difesa della morale, ma l’uso perverso della morale come strumento di controllo, di autoassoluzione e di superiorità spirituale.

Una morale che perde il contatto con la carità diventa ideologia. Una morale che seleziona i peccati in base alla propria ossessione smette di essere cristiana. Una morale che ignora la gerarchia del male finisce per proteggere i peccati più gravi e perseguitare quelli più visibili.

La “teologia della mutanda” non è segno di fedeltà alla dottrina, ma di una profonda incomprensione del Vangelo. Non difende la morale cattolica: la tradisce. E, paradossalmente, rende un pessimo servizio proprio a quella Chiesa che pretende di voler salvare.

Per concludere con un concreto esempio realmente incarnato: nei giorni scorsi ho avuto modo di raccogliere il dolore di un uomo che si è sentito tradito e abbandonato da un altro uomo che aveva amato — e che continuava ad amare — con il quale aveva intrecciato una relazione poi bruscamente interrotta. Un dolore vero, lacerante, che non aveva bisogno di lezioni, ma di ascolto. Ho forse pronunciato giudizi morali? Ho forse stilato una casistica di colpe o misurato quella relazione con il bilancino della morale astratta? Assolutamente no. Il mio compito sacerdotale, in quel momento, era accogliere un’anima ferita, raccoglierne il dolore, aiutarla — per quanto possibile — a non soccombere sotto il peso della delusione e dell’abbandono.

Non oso immaginare quale “lezione sulla purezza” avrebbe ricevuto quell’uomo se si fosse rivolto a certi zelanti animatori laicali che, con aria sorridente e linguaggio patinato, si propongono persino come formatori cattolici, salvo poi permettersi di insultare pubblicamente con insolenza il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e di contestarne ripetutamente i documenti ufficiali approvati dal Sommo Pontefice.

Infatti, lo stesso Signore che in video spiega ai giovani «Fino dove arrivare?» è il solito che con altrettanti video ha scaricato autobotti di fango contro il Cardinale Víctor Manuel Fernández per un documento approvato dal Sommo Pontefice — e dunque atto autentico del Magistero —, rinchiuso con i propri sodali nella logica di una Chiesa “a-modo-mio”, dove l’autorità è accettata solo quando conferma le loro ossessioni: dal Vetus Ordo Missae all’aberrazione teologica di Maria Corredentrice.

È bene allora ricordare a questi laici che da una parte stabiliscono «Fino dove arrivare?» secondo la loro “teologia della mutanda” e che dall’altra sono protagonisti del pubblico disprezzo della legittima Autorità ecclesiastica —, che la contestazione sistematica, pubblica e sprezzante del Magistero della Chiesa costituisce un peccato ben più grave, più serio e più oggettivamente disordinato della fragilità affettiva di due giovani che vivono una relazione al di fuori del matrimonio. Lo affermo senza ambiguità da uomo, da sacerdote, da teologo, da confessore e da direttore spirituale. Perché sono un prete e, prima ancora, un peccatore. E di questo ringrazio Dio, come prima di me lo hanno ringraziato altri due grandi peccatori: San Paolo e Sant’Agostino.

Amen.

Dall’Isola di Patmos, 13 gennaio 2026

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THE IRRESISTIBLE FASCINATION EXERTED ON CERTAIN LAY PEOPLE BY THE “THEOLOGY OF THE UNDERWEAR”

It is therefore fitting to remind these lay people — who on the one hand establish “how far you may go” according to their theology of the underwear, and on the other hand make themselves protagonists of public contempt for legitimate ecclesial authority — that the systematic, public, and contemptuous contestation of the Magisterium of the Church constitutes a sin far more grave, more serious, and more objectively disordered than the affective fragility of two young people who live a relationship outside of marriage.

— Eclesial actuality —

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Every ecclesial age knows its own moral distortions. One of the most recurrent — precisely because it appears reassuring — is the tendency to reduce the question of good and evil almost exclusively to the sexual sphere. This reduction does not arise from moral seriousness, but from a simplification that is as crude as it is misleading, and which ultimately betrays precisely what it claims to defend.

In contemporary ecclesial debate, especially in certain lay environments loosely connected to an ill-defined notion of “tradition”, one observes a curious and at the same time troubling phenomenon: the emergence of a kind of “theology of the underwear”, in which the mystery of evil is essentially confined to what happens — or is presumed to happen — below the waist. Everything else may be relegated to the background: wounded charity, trampled justice, manipulated truth, violated conscience. What matters is that the underwear remains in place, whether real or symbolic.

Moralism and moral theology are not the same thing; this must be made clear at once. They do not coincide — indeed, they often stand in opposition. Moralism is a caricature of morality, because it is based on rigid, abstract and selective criteria, whereas Catholic moral teaching rests upon charity, the theological virtue that does not abolish truth but renders it habitable for the concrete, fragile and sinful human being.

Bigotry, puritanism in its worst sense, and obsessive moralism are well-known realities; yet it must be said honestly that they very rarely arise from a priestly ministry lived in a holy and authentic manner. Much more often they take shape in self-referential lay circles, where the lack of real pastoral experience is compensated by a doctrinal self-assurance that is as inflexible as it is abstract.

This is not a matter of defending a category — that of priests — but of acknowledging a simple fact: lay people who have never listened to a wounded conscience, who have never accompanied a real penitent, who have never borne the weight of delicate spiritual direction, can scarcely possess the tools required to judge with balance the complexity of human sin. Yet they rush headlong into issues that touch the most intimate and delicate spheres of the human soul, often in a pedantic manner, thus offering secularists a bizarre image of Catholicism and reinforcing their prejudices and negative judgments about the Catholic Church.

The hierarchy of sins is a truth that is often forgotten. Catholic moral tradition has always taught that not all sins carry the same weight. There exists an objective hierarchy of evil, grounded in the gravity of the matter, intentionality, and consequences. Within this hierarchy, sins against charity, justice, and truth occupy a far more serious place than many faults connected to the sexual sphere.

And yet, for the devotees of the “theology of the underwear”, this distinction appears intolerable. Better a grave sin against charity, provided it is well dressed, than a human fragility lived in struggle and shame. Better respectable hypocrisy than demanding truth. Thus, what ought truly to scandalize — hatred, lies, abuse of power, manipulation of consciences — is relativized, while everything concerning personal intimacy becomes the privileged field of an obsessive surveillance, entirely typical — I repeat — of certain bigoted lay people, not of priests.

The “theology of the underwear” is an obsession that often reveals far more about those who judge than about those who are judged. A manic fixation on bedrooms, measurements, postures, and presumed intentions betrays a profound inability to inhabit one’s own interior world. It is easier to measure the sins of others with the goldsmith’s scale than to come to terms with one’s own conscience. The priest, on the other hand, when he exercises his ministry seriously, begins from an elementary and anything but theoretical premise: all of us are sinners — we who are first called to absolve sins. It is this awareness that gives rise to mercy, not laxity; understanding, not relativism. Christian mercy is not born from minimizing sin, but from a real knowledge of the human person.

It is no coincidence that the Gospel reserves its harshest words not so much for manifest sinners as for those who transform the law into an instrument of oppression. That warning of Jesus, so often forgotten by professional lay moralists, remains strikingly актуal:

“Woe also to you, lawyers, for you load people with burdens hard to bear, and you yourselves do not lift a finger to ease them!” (Lk 11:46)

It is before this word that every facile “theology of the underwear” ought to collapse. For the problem is not the defense of morality, but the perverse use of morality as an instrument of control, self-absolution, and spiritual superiority.

A morality that loses contact with charity becomes ideology. A morality that selects sins according to its own obsessions ceases to be Christian. A morality that ignores the hierarchy of evil ends up protecting the gravest sins and persecuting those that are merely more visible.

The “theology of the underwear” is not a sign of fidelity to doctrine, but of a profound misunderstanding of the Gospel. It does not defend Catholic morality; it betrays it. And, paradoxically, it renders a very poor service precisely to the Church it claims to want to save.

To conclude with a concrete and truly incarnated example: in recent days I had occasion to receive the pain of an excellent young man who felt betrayed and abandoned by another young man whom he had loved — and whom he continued to love — and with whom he had entered into a relationship that was then abruptly broken off. A real, lacerating pain, which did not require lessons, but listening. Did I pronounce moral judgments? Did I draw up a casuistry of faults or measure that relationship with the scales of abstract morality? Absolutely not. My priestly task at that moment was to welcome a wounded soul, to gather its pain, and to help it — insofar as possible — not to succumb beneath the weight of disappointment and abandonment.

I do not dare imagine what kind of “lesson on purity” that young man would have received had he turned to certain zealous lay animators who, with smiling faces and polished language, present themselves as Catholic formators, only then to permit themselves to publicly and insolently insult the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith and to repeatedly contest official documents approved by the Supreme Pontiff.

The same individual who, in videos, explains to young people “how far you may go”, is the very one who, through other videos, has poured tanker loads of mud upon Cardinal Víctor Manuel Fernández for a document approved by the Supreme Pontiff — and therefore an authentic act of the Magisterium — enclosed together with his associates within the logic of a “Church my way”, in which authority is accepted only when it confirms their obsessions: from the Vetus Ordo Missae to the theological aberration of Mary Co-Redemptrix.

It is therefore fitting to remind these lay people — who on the one hand establish “how far you may go” according to their theology of the underwear, and on the other hand make themselves protagonists of public contempt for legitimate ecclesial authority — that the systematic, public, and contemptuous contestation of the Magisterium of the Church constitutes a sin far more grave, more serious, and more objectively disordered than the affective fragility of two young people who live a relationship outside of marriage.

I affirm this without ambiguity as a man, as a priest, as a theologian, as a confessor, and as a spiritual director. For I am a priest and, before that, a sinner. And for this I give thanks to God, as before me two other great sinners gave thanks: Saint Paul and Saint Augustine.

Amen.

From the Island of Patmos, 13 January 2026

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EL FASCINANTE E IRRESISTIBLE ATRACTIVO QUE EJERCE SOBRE CIERTOS LAICOS LA “TEOLOGÍA DE LA BRAGA”

Conviene, pues, recordar a estos laicos — que por un lado establecen «hasta dónde puedes llegar» según su teología de la braga y por otro se erigen en protagonistas del desprecio público de la legítima Autoridad eclesiástica — que la contestación sistemática, pública y despreciativa del Magisterio de la Iglesia constituye un pecado mucho más grave, más serio y más objetivamente desordenado que la fragilidad afectiva de dos jóvenes que viven una relación fuera del matrimonio.

— Actualidad eclesial —

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Toda época eclesial conoce sus propias deformaciones morales. Una de las más recurrentes — precisamente porque resulta tranquilizadora — es la que reduce la cuestión del bien y del mal casi exclusivamente al ámbito sexual. Se trata de una reducción que no nace de la seriedad moral, sino de una simplificación tan burda como engañosa, que termina traicionando precisamente aquello que pretende defender.

En el debate eclesial contemporáneo, especialmente en ciertos ambientes laicales vinculados a una tradición mal definida, se observa un fenómeno curioso y a la vez preocupante: el surgimiento de una especie de “teología de la braga”, en la cual el misterio del mal queda sustancialmente circunscrito a lo que ocurre — o se presume que ocurre — de la cintura para abajo. Todo lo demás puede quedar en segundo plano: la caridad herida, la justicia pisoteada, la verdad manipulada, la conciencia violentada. Lo importante es que la braga permanezca en su sitio, sea real o simbólica.

Moralismo y moral no son lo mismo; conviene aclararlo desde el inicio. No coinciden y, con frecuencia, se oponen. El moralismo es una caricatura de la moral, porque se apoya en criterios rígidos, abstractos y selectivos, mientras que la moral católica se funda en la caridad, virtud teologal que no elimina la verdad, sino que la hace habitable para el hombre concreto, frágil y pecador.

El beaterío, el puritanismo en su peor acepción y el moralismo obsesivo son realidades bien conocidas; pero debe decirse con honestidad que muy raramente nacen de un ministerio sacerdotal vivido santamente. Con mayor frecuencia toman forma en ambientes laicales autorreferenciales, en los que la falta de una experiencia pastoral real se compensa con una seguridad doctrinal tan inflexible como abstracta.

No se trata de defender una categoría — la de los sacerdotes — sino de constatar un hecho: laicos que jamás han escuchado una conciencia herida, que nunca han acompañado a un penitente real, que nunca han cargado con el peso de delicadas direcciones espirituales, difícilmente poseen los instrumentos necesarios para juzgar con equilibrio la complejidad del pecado humano. Y, sin embargo, se lanzan sobre temas que tocan las esferas más íntimas y delicadas del alma humana, a menudo con actitud pedante, ofreciendo así a los laicistas una imagen extravagante de la Catolicidad y alimentando sus prejuicios y juicios negativos sobre la Iglesia Católica.

La jerarquía de los pecados es una verdad a menudo olvidada. La tradición moral católica ha enseñado siempre que no todos los pecados tienen el mismo peso. Existe una jerarquía objetiva del mal, fundada en la gravedad de la materia, en la intencionalidad y en las consecuencias. Y dentro de esta jerarquía, los pecados contra la caridad, la justicia y la verdad ocupan un lugar mucho más grave que muchas culpas vinculadas al ámbito sexual.

Sin embargo, para los adeptos de la “teología de la braga”, esta distinción resulta insoportable. Mejor un pecado grave contra la caridad, siempre que esté bien vestido, que una fragilidad humana vivida en la lucha y en la vergüenza. Mejor la hipocresía respetable que la verdad exigente. Así, lo que debería escandalizar — el odio, la mentira, el abuso de poder, la manipulación de las conciencias — queda relativizado, mientras que todo lo que se refiere a la intimidad de las personas se convierte en el campo privilegiado de una vigilancia obsesiva, enteramente típica — repito — de ciertos laicos beatos, no de los sacerdotes.

La “teología de la braga” es una obsesión que a menudo dice más de quien juzga que de quien es juzgado. La fijación maníaca por los dormitorios, los centímetros, las posturas y las intenciones presuntas revela una profunda dificultad para habitar el propio mundo interior. Es más fácil medir el pecado ajeno con la balanza del orfebre que afrontar la propia conciencia. El sacerdote, en cambio, cuando ejerce seriamente su ministerio, parte de un presupuesto elemental y nada teórico: todos somos pecadores, empezando por nosotros, que somos los primeros llamados a absolver los pecados. Es esta conciencia la que genera misericordia, no laxitud; comprensión, no relativismo. La misericordia cristiana no nace de minimizar el pecado, sino del conocimiento real del hombre.

No es casualidad que el Evangelio reserve palabras durísimas no tanto para los pecadores manifiestos, cuanto para quienes transforman la ley en un instrumento de opresión. Aquella advertencia de Jesús, tan a menudo olvidada por los moralistas laicos de profesión, conserva una actualidad desconcertante:

«¡Ay también de vosotros, doctores de la ley, que cargáis a los hombres con pesos insoportables y vosotros no los tocáis ni con un dedo!» (Lc 11,46)

Es ante esta palabra que toda fácil “teología de la braga” debería derrumbarse. Porque el problema no es la defensa de la moral, sino el uso perverso de la moral como instrumento de control, de autoabsolución y de superioridad espiritual.

Una moral que pierde el contacto con la caridad se convierte en ideología. Una moral que selecciona los pecados según sus propias obsesiones deja de ser cristiana. Una moral que ignora la jerarquía del mal termina protegiendo los pecados más graves y persiguiendo los más visibles.

La “teología de la braga” no es signo de fidelidad a la doctrina, sino de una profunda incomprensión del Evangelio. No defiende la moral católica: la traiciona. Y, paradójicamente, presta un pésimo servicio precisamente a la Iglesia que pretende querer salvar.

Para concluir con un ejemplo concreto y verdaderamente encarnado: en días recientes tuve ocasión de acoger el dolor de un excelente joven que se sintió traicionado y abandonado por otro joven a quien había amado — y a quien seguía amando — y con quien había entablado una relación que luego se vio bruscamente interrumpida. Un dolor real, desgarrador, que no necesitaba lecciones, sino escucha. ¿Pronuncié acaso juicios morales? ¿Elaboré una casuística de culpas o medí aquella relación con la balanza de la moral abstracta? En absoluto. Mi tarea sacerdotal en ese momento consistía en acoger un alma herida, recoger su dolor y ayudarla — en la medida de lo posible — a no sucumbir bajo el peso de la decepción y del abandono.

No me atrevo a imaginar qué “lección sobre la pureza” habría recibido aquel joven si se hubiera dirigido a ciertos animadores laicales celosos que, con rostro sonriente y lenguaje pulido, se presentan como formadores católicos, para luego permitirse insultar públicamente con insolencia al Prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe y contestar reiteradamente documentos oficiales aprobados por el Sumo Pontífice.

El mismo personaje que en vídeos explica a los jóvenes «hasta dónde puedes llegar», es el mismo que, mediante otros vídeos, ha descargado auténticas cisternas de fango contra el cardenal Víctor Manuel Fernández por un documento aprobado por el Sumo Pontífice — y, por tanto, acto auténtico del Magisterio —, encerrado junto a sus adeptos en la lógica de una Iglesia “a mi manera”, donde la autoridad solo es aceptada cuando confirma sus obsesiones: desde el Vetus Ordo Missae hasta la aberración teológica de María Corredentora.

Conviene, pues, recordar a estos laicos — que por un lado establecen «hasta dónde puedes llegar» según su teología de la braga y por otro se erigen en protagonistas del desprecio público de la legítima Autoridad eclesiástica — que la contestación sistemática, pública y despreciativa del Magisterio de la Iglesia constituye un pecado mucho más grave, más serio y más objetivamente desordenado que la fragilidad afectiva de dos jóvenes que viven una relación fuera del matrimonio.

Lo afirmo sin ambigüedad como hombre, como sacerdote, como teólogo, como confesor y como director espiritual. Porque soy sacerdote y, antes aún, pecador. Y por ello doy gracias a Dios, como antes que yo dieron gracias otros dos grandes pecadores: san Pablo y san Agustín.

Amén.

Desde la Isla de Patmos, 13 de enero de 2026

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DIE UNWIDERSTEHLICHE FASZINATION, DIE DIE „UNTERWÄSCHEN-THEOLOGIE“ AUF BESTIMMTE LAIEN AUSÜBT

Es ist daher angebracht, diese Laien daran zu erinnern — die einerseits festlegen, „wie weit man gehen darf“ gemäß ihrer Unterwäsche-Theologie und andererseits als Protagonisten der öffentlichen Verachtung legitimer kirchlicher Autorität auftreten —, dass die systematische, öffentliche und verächtliche Anfechtung des kirchlichen Lehramtes eine weit schwerere, ernstere und objektiv ungeordnetere Sünde darstellt als die affektive Fragilität zweier junger Menschen, die außerhalb der Ehe in einer Beziehung leben.

— Kirchliche Aktualität —

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Jede kirchliche Epoche kennt ihre eigenen moralischen Verzerrungen. Eine der häufigsten — gerade weil sie scheinbar beruhigend wirkt — besteht darin, die Frage von Gut und Böse nahezu ausschließlich auf den Bereich der Sexualität zu reduzieren. Eine solche Reduktion entspringt jedoch nicht moralischer Ernsthaftigkeit, sondern einer ebenso groben wie irreführenden Vereinfachung, die am Ende gerade das verrät, was sie zu verteidigen vorgibt.

In der gegenwärtigen kirchlichen Debatte, insbesondere in bestimmten laiengeprägten Milieus, die sich auf eine nur vage definierte „Tradition“ berufen, lässt sich ein ebenso kurioses wie beunruhigendes Phänomen beobachten: das Aufkommen einer Art „Unterwäsche-Theologie“, in der das Geheimnis des Bösen im Wesentlichen auf das beschränkt wird, was — oder was vermeintlich — unterhalb der Gürtellinie geschieht. Alles Übrige kann in den Hintergrund treten: verletzte Nächstenliebe, mit Füßen getretene Gerechtigkeit, manipulierte Wahrheit, vergewaltigtes Gewissen. Entscheidend ist allein, dass die Unterwäsche an ihrem Platz bleibt — sei sie nun real oder symbolisch.

Moralismus und Moral sind nicht dasselbe; das muss von Anfang an klar gesagt werden. Sie fallen nicht zusammen, vielmehr stehen sie einander oft entgegen. Moralismus ist eine Karikatur der Moral, weil er auf rigiden, abstrakten und selektiven Kriterien beruht, während die katholische Moral in der Liebe gründet — jener theologischen Tugend, die die Wahrheit nicht aufhebt, sondern sie für den konkreten, fragilen und sündigen Menschen bewohnbar macht.

Bigotterie, Puritanismus im schlimmsten Sinn und obsessiver Moralismus sind wohlbekannte Erscheinungen. Ehrlicherweise muss jedoch gesagt werden, dass sie nur sehr selten aus einem heilig und authentisch gelebten priesterlichen Dienst hervorgehen. Weitaus häufiger entstehen sie in selbstreferenziellen laienhaften Kreisen, in denen der Mangel an wirklicher pastoraler Erfahrung durch eine ebenso unbeugsame wie abstrakte doktrinäre Selbstsicherheit kompensiert wird.

Es geht hier nicht darum, eine bestimmte Kategorie — die der Priester — zu verteidigen, sondern um die nüchterne Feststellung eines Sachverhalts: Laien, die niemals einer verwundeten Gewissensstimme zugehört haben, die nie einen wirklichen Büßer begleitet haben, die nie das Gewicht heikler geistlicher Begleitungen getragen haben, verfügen kaum über die nötigen Instrumente, um die Komplexität menschlicher Sünde ausgewogen zu beurteilen. Dennoch stürzen sie sich auf Themen, die die intimsten und verletzlichsten Bereiche der menschlichen Seele berühren — oft in belehrendem Ton — und liefern so den Laizisten ein bizarr verzerrtes Bild der Katholizität, während sie zugleich deren Vorurteile und negativen Urteile über die katholische Kirche verstärken.

Die Hierarchie der Sünden ist eine Wahrheit, die heute häufig vergessen wird. Die katholische Morallehre hat stets gelehrt, dass nicht alle Sünden dasselbe Gewicht haben. Es gibt eine objektive Hierarchie des Bösen, begründet in der Schwere der Materie, in der Intention und in den Folgen. Innerhalb dieser Ordnung nehmen die Sünden gegen die Liebe, die Gerechtigkeit und die Wahrheit einen weit schwereren Rang ein als viele Verfehlungen im sexuellen Bereich.

Für die Anhänger der „Unterwäsche-Theologie“ jedoch scheint diese Unterscheidung unerträglich zu sein. Lieber eine schwere Sünde gegen die Nächstenliebe, sofern sie gut gekleidet ist, als eine menschliche Fragilität, die in Kampf und Scham gelebt wird. Lieber respektable Heuchelei als mühsame Wahrheit. So wird das, was eigentlich skandalisieren müsste — Hass, Lüge, Machtmissbrauch, Manipulation der Gewissen — relativiert, während alles, was die persönliche Intimität betrifft, zum bevorzugten Feld einer obsessiven Überwachung wird, ganz typisch — ich wiederhole es — für bestimmte bigotte Laien, nicht für Priester.

Die „Unterwäsche-Theologie“ ist eine Obsession, die oft mehr über jene aussagt, die urteilen, als über jene, über die geurteilt wird. Die manische Fixierung auf Schlafzimmer, Zentimeter, Haltungen und vermeintliche Absichten verrät eine tiefe Unfähigkeit, den eigenen inneren Raum zu bewohnen. Es ist leichter, die Sünden anderer mit der Goldwaage zu messen, als sich der eigenen Gewissensprüfung zu stellen. Der Priester hingegen beginnt — sofern er seinen Dienst ernsthaft ausübt — von einer elementaren und alles andere als theoretischen Voraussetzung: Wir alle sind Sünder, und wir selbst sind die Ersten, die zur Lossprechung von Sünden berufen sind. Aus dieser Einsicht erwächst Barmherzigkeit, nicht Laxheit; Verständnis, nicht Relativismus. Christliche Barmherzigkeit entsteht nicht aus der Verharmlosung der Sünde, sondern aus einer realistischen Kenntnis des Menschen.

Es ist kein Zufall, dass das Evangelium seine schärfsten Worte nicht so sehr an offenkundige Sünder richtet, sondern an jene, die das Gesetz in ein Instrument der Unterdrückung verwandeln. Diese Mahnung Jesu, von berufsmäßigen laienhaften Moralisten so oft vergessen, besitzt eine erschreckende Aktualität:

„Weh auch euch, Gesetzeslehrern! Ihr ladet den Menschen Lasten auf, die sie kaum tragen können, selbst aber rührt ihr diese Lasten nicht einmal mit einem Finger an.“ (Lk 11,46)

Vor diesem Wort müsste jede oberflächliche „Unterwäsche-Theologie“ in sich zusammenbrechen. Denn das Problem ist nicht die Verteidigung der Moral, sondern der perverse Gebrauch der Moral als Instrument der Kontrolle, der Selbstrechtfertigung und der geistlichen Überlegenheit.

Eine Moral, die den Kontakt zur Liebe verliert, wird zur Ideologie. Eine Moral, die Sünden nach den eigenen Obsessionen auswählt, hört auf, christlich zu sein.
Eine Moral, die die Hierarchie des Bösen ignoriert, endet darin, die schwersten Sünden zu schützen und die sichtbareren zu verfolgen.

Die „Unterwäsche-Theologie“ ist kein Zeichen der Treue zur Lehre, sondern Ausdruck eines tiefgreifenden Missverständnisses des Evangeliums. Sie verteidigt die katholische Moral nicht — sie verrät sie. Und paradoxerweise erweist sie gerade jener Kirche, die sie zu retten vorgibt, einen schlechten Dienst.

Zum Schluss ein konkretes, wirklich inkarniertes Beispiel: In den vergangenen Tagen hatte ich Gelegenheit, den Schmerz eines ausgezeichneten jungen Mannes aufzunehmen, der sich von einem anderen jungen Mann, den er geliebt hatte — und den er weiterhin liebte —, verraten und verlassen fühlte; mit ihm hatte er eine Beziehung geführt, die plötzlich und abrupt beendet worden war. Ein wirklicher, zerreißender Schmerz, der keine Belehrungen brauchte, sondern Zuhören. Habe ich moralische Urteile gefällt? Habe ich eine Kasuistik der Schuld erstellt oder diese Beziehung mit dem Maßstab abstrakter Moral vermessen? Keineswegs. Meine priesterliche Aufgabe bestand in diesem Moment darin, eine verwundete Seele aufzunehmen, ihren Schmerz zu sammeln und ihr — soweit möglich — zu helfen, nicht unter dem Gewicht von Enttäuschung und Verlassenheit zusammenzubrechen.

Ich wage mir nicht vorzustellen, welche „Lehre über die Reinheit“ dieser junge Mann erhalten hätte, wenn er sich an gewisse eifrige laienhafte Animatoren gewandt hätte, die sich mit lächelndem Gesicht und geschniegelt-polierter Sprache als katholische Formatoren präsentieren, um sich dann zu erlauben, den Präfekten des Dikasteriums für die Glaubenslehre öffentlich und mit Unverschämtheit zu beleidigen und wiederholt offizielle, vom Heiligen Vater approbierte Dokumente anzufechten.

Dieselben Personen, die in Videos Jugendlichen erklären, „wie weit man gehen darf“, haben in anderen Videos regelrechte Schmutzlaster über Kardinal Víctor Manuel Fernández ausgekippt — wegen eines Dokuments, das vom Papst approbiert wurde und somit einen authentischen Akt des Lehramtes darstellt —, eingeschlossen mit ihren Gefährten in der Logik einer Kirche „nach meinem Geschmack“, in der Autorität nur dann akzeptiert wird, wenn sie die eigenen Obsessionen bestätigt: vom Vetus Ordo Missae bis hin zur theologischen Abirrung einer „Miterlöserschaft“ Mariens.

Es ist daher angebracht, diese Laien daran zu erinnern — die einerseits festlegen, „wie weit man gehen darf“ gemäß ihrer Unterwäsche-Theologie und andererseits als Protagonisten der öffentlichen Verachtung legitimer kirchlicher Autorität auftreten —, dass die systematische, öffentliche und verächtliche Anfechtung des kirchlichen Lehramtes eine weit schwerere, ernstere und objektiv ungeordnetere Sünde darstellt als die affektive Fragilität zweier junger Menschen, die außerhalb der Ehe in einer Beziehung leben.

Ich sage dies ohne jede Zweideutigkeit — als Mensch, als Priester, als Theologe, als Beichtvater und als geistlicher Begleiter. Denn ich bin Priester und davor ein Sünder. Und dafür danke ich Gott, wie vor mir zwei andere große Sünder Gott gedankt haben: der heilige Paulus und der heilige Augustinus. 

Amen.

Von der Insel Patmos, 13. Januar 2026

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La liturgia come catechesi vivente. Perché non è uno stagno da raffermare – The liturgy as living catechesis. Why it is not a stagnant pool to be preserved – La liturgia como catequesis viviente. Por qué no es un estanque que deba congelarse

 

Italian, english, español

 

LA LITURGIA COME CATECHESI VIVENTE. PERCHÉ NON È UNO STAGNO DA RAFFERMARE

Come ricordava San Giovanni Paolo II, facendo proprio un celebre detto di Gustav Mahler, la Tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Una liturgia che non cresce e non si sviluppa nelle forme è una liturgia che smette di essere linguaggio vivo della fede.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

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 PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

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Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di gruppi e ambienti che fanno della liturgia — e in particolare della celebrazione eucaristica — non il luogo dell’unità ecclesiale, ma un terreno di contrapposizione ideologica. Non si tratta semplicemente di sensibilità diverse o di legittime preferenze rituali, quanto piuttosto di un uso strumentale della liturgia come elemento estetico, identitario o come vessillo ideologico. In molti casi, tale fenomeno è promosso da gruppi rigorosamente laicali che, più che esprimere una fede ecclesiale matura, proiettano nella liturgia fragilità personali, disagi interiori e bisogni di auto-rassicurazione identitaria.

È necessario dirlo con chiarezza: utilizzare il Sacrificio Eucaristico come strumento di divisione è un fatto ecclesialmente gravissimo, perché colpisce il cuore stesso della vita della Chiesa. La liturgia non è mai stata concepita come luogo di autodefinizione soggettiva, ma come spazio nel quale la Chiesa riceve sé stessa dal mistero che celebra. Quando la liturgia viene piegata a fini estranei alla sua natura, essa viene svuotata e ridotta a ciò che non è mai stata.

La liturgia è atto pubblico della Chiesa, non iniziativa privata né linguaggio di gruppo. Il Concilio Vaticano II ha espresso con limpidezza questa verità affermando che la liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù» (Sacrosanctum Concilium, n. 10). Essa non è un accessorio della vita ecclesiale, ma il luogo in cui la Chiesa si manifesta come Corpo di Cristo.

Usare la liturgia per dividere significa contraddirne la natura più profonda. La liturgia non nasce per esprimere identità particolari, ma per generare comunione. Già Sant’Agostino ricordava ai fedeli che ciò che si celebra sull’altare è ciò che essi stessi sono chiamati a diventare: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Sermo 272). Quando la liturgia viene trasformata in strumento di contrapposizione, non è la Chiesa a parlare, ma l’ego ecclesiale di singoli o di gruppi.

La liturgia come catechesi vivente. Uno degli aspetti più trascurati da chi riduce la liturgia a questione estetica è la sua dimensione catechetica intrinseca. La liturgia non è solo celebrazione, ma anche forma primaria di trasmissione della fede. Prima ancora dei catechismi e delle formulazioni dottrinali, la Chiesa ha educato alla fede celebrando.

I Padri della Chiesa ne erano pienamente consapevoli. San Cirillo di Gerusalemme, nelle sue Catechesi mistagogiche, non spiegava i Sacramenti prima della loro celebrazione, ma a partire dall’esperienza liturgica, perché è il mistero celebrato a generare la comprensione della fede. La liturgia, infatti, non insegna soltanto attraverso le parole, ma attraverso l’insieme dei segni: gesti, silenzi, posture, ritmi, linguaggi simbolici (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogica I, 1).

Ridurre la liturgia a estetica significa svuotarla della sua funzione formativa e trasformarla in un oggetto da contemplare invece che in un mistero da vivere. In questo modo cessa di essere catechesi vivente e diventa un’esperienza autoreferenziale, incapace di generare una fede adulta e ecclesiale.

Sostanza e accidenti è una distinzione teologicamente imprescindibile e da chiarire molto bene, perché alla radice di molte derive liturgiche vi è la confusione — talvolta deliberata — tra questi due elementi. La teologia sacramentaria, fin dal Medioevo, ha sempre distinto con chiarezza questi due livelli.

La sostanza riguarda ciò che rende il Sacramento ciò che è: il Sacrificio di Cristo, la presenza reale, la forma sacramentale voluta dal Signore e custodita dalla Chiesa. Questa dimensione è immutabile, perché non dipende da contingenze storiche, ma dall’azione salvifica di Cristo.

Gli accidenti, invece, comprendono gli elementi esteriori della celebrazione: la lingua, le forme rituali, le discipline, le strutture celebrative. Essi non solo sono mutevoli, ma devono mutare, perché la liturgia è inserita nella storia ed è chiamata a parlare a uomini e donne concreti. Il Concilio di Trento stesso, spesso evocato in modo improprio, riconosceva alla Chiesa l’autorità di disporre dei riti «salva e integra la sostanza dei sacramenti» (Concilio di Trento, sess. XXI).

Elevare una lingua, come il latino, o un rito storico, come il Messale di San Pio V, al rango di articoli di fede è un errore teologico grave. Non perché tali elementi siano privi di valore, ma perché appartengono all’ordine degli accidenti e non a quello della sostanza. Confondere questi piani significa assolutizzare ciò che è storicamente determinato e relativizzare ciò che è essenziale.

La storia della liturgia testimonia che la Chiesa non ha mai concepito il culto come una realtà immobile. Nei primi secoli convivevano riti diversi; la disciplina sacramentale ha conosciuto trasformazioni profonde; le forme celebrative sono mutate in risposta a nuove esigenze pastorali e culturali. Tutto questo è avvenuto senza che la fede della Chiesa venisse meno, proprio perché la distinzione tra sostanza e accidenti è sempre stata salvaguardata.

Pensare la liturgia come una realtà da “congelare” significa adottare una visione museale della Chiesa, estranea alla sua natura. Come ricordava San Giovanni Paolo II, facendo proprio un celebre detto di Gustav Mahler, la Tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Una liturgia che non cresce e non si sviluppa nelle forme è una liturgia che smette di essere linguaggio vivo della fede.

La liturgia non è un’arma ideologica, non è un rifugio estetico, non è un terreno di rivendicazione identitaria. È il luogo nel quale la Chiesa riceve la propria forma dal mistero che celebra. Quando la liturgia divide, non è la liturgia a essere in crisi, ma le persone che la utilizzano per colmare vuoti interiori o per costruire identità alternative alla comunione ecclesiale.

Firenze, 12 gennaio 2026

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THE LITURGY AS LIVING CATECHESIS. WHY IT IS NOT A STAGNANT POOL TO BE PRESERVED

As Saint John Paul II recalled, making his own a well-known saying by Gustav Mahler, Tradition is not the preservation of ashes, but the safeguarding of the fire. A liturgy that does not grow and does not develop in its forms is a liturgy that ceases to be a living language of faith.

— Liturgical pastoral —

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Author
Simone Pifizzi

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In recent years, there has been a noticeable proliferation of groups and environments that make of the liturgy — and in particular of the Eucharistic celebration — not the place of ecclesial unity, but a field of ideological confrontation. This is not simply a matter of different sensibilities or legitimate ritual preferences, but rather of an instrumental use of the liturgy as an aesthetic, identity-forming element or as an ideological banner. In many cases, this phenomenon is promoted by strictly lay groups which, rather than expressing a mature ecclesial faith, project onto the liturgy personal fragilities, inner discomforts, and needs for identity-based self-reassurance.

This must be stated clearly: to use the Eucharistic Sacrifice as a means of division is an ecclesially most serious matter, because it strikes at the very heart of the life of the Church. The liturgy has never been conceived as a space for subjective self-definition, but as the place in which the Church receives herself from the mystery she celebrates. When the liturgy is bent to purposes foreign to its nature, it is emptied and reduced to something it has never been.

The liturgy is a public act of the Church, not a private initiative nor the language of a group. The Second Vatican Council expressed this truth with clarity, affirming that the liturgy is “the summit toward which the activity of the Church is directed and, at the same time, the font from which all her power flows” (Sacrosanctum Concilium, no. 10). It is not an accessory of ecclesial life, but the place in which the Church manifests herself as the Body of Christ.

To use the liturgy as an instrument of division means to contradict its deepest nature. The liturgy is not born to express particular identities, but to generate communion. Saint Augustine already reminded the faithful that what is celebrated on the altar is what they themselves are called to become: “Be what you see, and receive what you are” (Sermo 272). When the liturgy is transformed into a tool of opposition, it is not the Church that speaks, but the ecclesial ego of individuals or groups.

The liturgy as living catechesis. One of the most neglected aspects by those who reduce the liturgy to an aesthetic issue is its intrinsic catechetical dimension. The liturgy is not only celebration, but also the primary form of the transmission of faith. Even before catechisms and doctrinal formulations, the Church educated the faithful by celebrating.

The Fathers of the Church were fully aware of this. Saint Cyril of Jerusalem, in his Mystagogical Catecheses, did not explain the Sacraments before their celebration, but starting from the liturgical experience itself, because it is the celebrated mystery that generates understanding of the faith. Indeed, the liturgy teaches not only through words, but through the whole ensemble of signs: gestures, silences, postures, rhythms, and symbolic languages (Saint Cyril of Jerusalem, Mystagogical Catechesis I, 1).

To reduce the liturgy to aesthetics means to empty it of its formative function and to transform it into an object to be contemplated rather than a mystery to be lived. In this way, it ceases to be living catechesis and becomes a self-referential experience, incapable of generating a mature and ecclesial faith.

Substance and accidents: a necessary distinction. The distinction between substance and accidents is theologically indispensable and must be clearly explained, because at the root of many liturgical distortions lies the confusion — sometimes deliberate — between these two elements. Sacramental theology, since the Middle Ages, has always clearly distinguished between these two levels.

Substance concerns what makes a sacrament what it is: the Sacrifice of Christ, the Real Presence, the sacramental form willed by the Lord and safeguarded by the Church. This dimension is immutable, because it does not depend on historical contingencies, but on the saving action of Christ.

Accidents, on the other hand, include the external elements of the celebration: language, ritual forms, disciplines, and celebrative structures. These elements are not only mutable, but must change, because the liturgy is inserted into history and is called to speak to concrete men and women. The Council of Trent itself, often invoked improperly, acknowledged the Church’s authority to regulate the rites, “the substance of the sacraments being preserved intact” (Council of Trent, Session XXI).

To elevate a language, such as Latin, or a historical rite, such as the Missal of Saint Pius V, to the rank of articles of faith is a serious theological error. Not because such elements lack value, but because they belong to the order of accidents and not to that of substance. To confuse these levels means to absolutize what is historically determined and to relativize what is essential.

The history of the liturgy shows that the Church has never conceived worship as an immobile reality. In the early centuries, different rites coexisted; sacramental discipline underwent profound transformations; celebrative forms changed in response to new pastoral and cultural needs. All this took place without the faith of the Church being diminished, precisely because the distinction between substance and accidents was always preserved.

To think of the liturgy as something to be “frozen” is to adopt a museum-like vision of the Church, foreign to her nature. As Saint John Paul II recalled, making his own a well-known saying by Gustav Mahler, Tradition is not the preservation of ashes, but the safeguarding of the fire. A liturgy that does not grow and does not develop in its forms is a liturgy that ceases to be a living language of faith.

The liturgy is not an ideological weapon, not an aesthetic refuge, not a terrain for identity-based claims. It is the place in which the Church receives her form from the mystery she celebrates. When the liturgy divides, it is not the liturgy that is in crisis, but the people who use it to fill inner voids or to construct identities alternative to ecclesial communion.

Florence, 12 January 2026

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LA LITURGIA COMO CATEQUESIS VIVIENTE. PORQUÉ NO ES UN ESTANQUE QUE DEBA CONGELARSE

Como recordaba san Juan Pablo II, haciendo suyo un célebre dicho de Gustav Mahler, la Tradición no es la conservación de las cenizas, sino la custodia del fuego. Una liturgia que no crece ni se desarrolla en sus formas es una liturgia que deja de ser un lenguaje vivo de la fe.

— Pastoral liturgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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En los últimos años se ha asistido a la proliferación de grupos y ambientes que hacen de la liturgia — y en particular de la celebración eucarística — no el lugar de la unidad eclesial, sino un campo de confrontación ideológica. No se trata simplemente de sensibilidades diversas o de legítimas preferencias rituales, sino más bien de un uso instrumental de la liturgia como elemento estético, identitario o como estandarte ideológico. En muchos casos, este fenómeno es promovido por grupos estrictamente laicales que, más que expresar una fe eclesial madura, proyectan sobre la liturgia fragilidades personales, malestares interiores y necesidades de autoafirmación identitaria.

Es necesario decirlo con claridad: utilizar el Sacrificio Eucarístico como instrumento de división es un hecho de extrema gravedad eclesial, porque golpea el corazón mismo de la vida de la Iglesia. La liturgia nunca ha sido concebida como un lugar de autodefinición subjetiva, sino como el espacio en el que la Iglesia recibe de sí misma del misterio que celebra. Cuando la liturgia es sometida a fines ajenos a su naturaleza, queda vaciada y reducida a algo que nunca ha sido.

La liturgia es un acto público de la Iglesia, no una iniciativa privada ni el lenguaje de un grupo. El Concilio Vaticano II expresó esta verdad con claridad al afirmar que la liturgia es “la cumbre a la que tiende la acción de la Iglesia y, al mismo tiempo, la fuente de donde mana toda su fuerza” (Sacrosanctum Concilium, n. 10). No es un accesorio de la vida eclesial, sino el lugar en el que la Iglesia se manifiesta como Cuerpo de Cristo.

Utilizar la liturgia para dividir significa contradecir su naturaleza más profunda. La liturgia no nace para expresar identidades particulares, sino para generar comunión. Ya san Agustín recordaba a los fieles que aquello que se celebra en el altar es aquello mismo que ellos están llamados a llegar a ser: “Sed lo que veis y recibid lo que sois” (Sermo 272). Cuando la liturgia se transforma en instrumento de confrontación, no es la Iglesia la que habla, sino el ego eclesial de individuos o grupos.

La liturgia como catequesis viviente. Uno de los aspectos más descuidados por quienes reducen la liturgia a una cuestión estética es su dimensión catequética intrínseca. La liturgia no es solo celebración, sino también la forma primaria de transmisión de la fe. Incluso antes de los catecismos y de las formulaciones doctrinales, la Iglesia educó en la fe celebrando.

Los Padres de la Iglesia eran plenamente conscientes de ello. San Cirilo de Jerusalén, en sus Catequesis mistagógicas, no explicaba los Sacramentos antes de su celebración, sino a partir de la experiencia litúrgica, porque es el misterio celebrado el que genera la comprensión de la fe. La liturgia, en efecto, no enseña únicamente a través de las palabras, sino mediante el conjunto de los signos: gestos, silencios, posturas, ritmos y lenguajes simbólicos (San Cirilo de Jerusalén, Catequesis mistagógica I, 1).

Reducir la liturgia a la estética significa vaciarla de su función formativa y transformarla en un objeto para ser contemplado en lugar de un misterio para ser vivido. De este modo deja de ser catequesis viviente y se convierte en una experiencia autorreferencial, incapaz de generar una fe adulta y verdaderamente eclesial.

Sustancia y accidentes: una distinción imprescindible. La distinción entre sustancia y accidentes es teológicamente imprescindible y debe ser aclarada con precisión, porque en la raíz de muchas derivas litúrgicas se encuentra la confusión — a veces deliberada — entre estos dos elementos. La teología sacramentaria, desde la Edad Media, ha distinguido siempre con claridad estos dos niveles.

La sustancia se refiere a aquello que hace que un sacramento sea lo que es: el Sacrificio de Cristo, la presencia real, la forma sacramental querida por el Señor y custodiada por la Iglesia. Esta dimensión es inmutable, porque no depende de contingencias históricas, sino de la acción salvífica de Cristo.

Los accidentes, en cambio, comprenden los elementos externos de la celebración: la lengua, las formas rituales, las disciplinas, las estructuras celebrativas. Estos elementos no solo son mutables, sino que deben cambiar, porque la liturgia está inserta en la historia y está llamada a hablar a hombres y mujeres concretos. El propio Concilio de Trento, a menudo invocado de manera impropia, reconocía a la Iglesia la autoridad para disponer de los ritos, “salva e íntegra la sustancia de los sacramentos” (Concilio de Trento, sesión XXI).

Elevar una lengua, como el latín, o un rito histórico, como el Misal de san Pío V, al rango de artículos de fe constituye un grave error teológico. No porque tales elementos carezcan de valor, sino porque pertenecen al orden de los accidentes y no al de la sustancia. Confundir estos planos significa absolutizar lo que está históricamente determinado y relativizar lo que es esencial.

La historia de la liturgia demuestra que la Iglesia nunca ha concebido el culto como una realidad inmóvil. En los primeros siglos coexistían ritos diversos; la disciplina sacramental conoció transformaciones profundas; las formas celebrativas cambiaron en respuesta a nuevas exigencias pastorales y culturales. Todo ello ocurrió sin que la fe de la Iglesia se viera menoscabada, precisamente porque la distinción entre sustancia y accidentes fue siempre salvaguardada.

Pensar la liturgia como una realidad que deba ser “congelada” significa adoptar una visión museística de la Iglesia, ajena a su naturaleza. Como recordaba san Juan Pablo II, haciendo suyo un célebre dicho de Gustav Mahler, la Tradición no es la conservación de las cenizas, sino la custodia del fuego. Una liturgia que no crece ni se desarrolla en sus formas es una liturgia que deja de ser un lenguaje vivo de la fe.

La liturgia no es un arma ideológica, no es un refugio estético, no es un terreno de reivindicación identitaria. Es el lugar en el que la Iglesia recibe su forma del misterio que celebra. Cuando la liturgia divide, no es la liturgia la que está en crisis, sino las personas que la utilizan para colmar vacíos interiores o para construir identidades alternativas a la comunión eclesial.

Florencia, 12 de enero de 2026

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