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In Piazza San Pietro un presepe disumano del tutto coerente con una società sempre più disumanizzata

23 Dicembre 2020/2 Commenti/in Attualità/da Licia Oddo
 — gli specialisti ospiti de L’Isola di Patmos —

IN PIAZZA SAN PIETRO UN PRESEPE DISUMANO DEL TUTTO COERENTE CON UNA SOCIETÀ SEMPRE PIÙ DISUMANIZZATA

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Questo presepe pare abbia voluto profetizzare ciò che rimane della nostra società, ormai priva di qualsiasi “forma umana” raggelata nella tecnologia, nel freddo egoismo, nell’assenza dell’affezione e nel totale sconvolgimento della famiglia che allo stato attuale risulta dispersa nell’etere. 

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Autore
Licia Oddo *

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PDF  articolo formato stampa
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Presepe 2020 – piazza della Papale Arcibasilica di San Pietro

In questo periodo di resilienza e restrizioni, la domanda è presto posta. Cosa ci si aspetta da un Natale così atipico il cui spirito della tradizione cristiana sembra esser stato intaccato dal torpore del distanziamento pandemico? Ci si chiede come la Chiesa reagisca e cosa progetta per attirare e coinvolgere i suoi fedeli al Mistero della Natività?

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La risposta arriva dalla tradizione plurisecolare vantata dalla maiolica di Castelli, piccola cittadina dell’Abruzzo, in provincia di Teramo, catalogata nel Museo eponimo, ubicato presso il Convento dei Frati Minori Osservanti del XVI sec. che è divenuta di interesse attuale per l’esposizione presepiale della Monumentale Greppia, in Vaticano. La fattura fu realizzata in un periodo di tempo compreso tra il 1965 e 1975 dai giovani allievi dell’Istituto d’arte F.A. Grue [1], che dedicarono l’attività didattica al tema natalizio, fino a imporsi sulla scena artistica dell’epoca, per la monumentalità dei personaggi ceramici di grandezza maggiore a quella naturale.

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La fin troppo libera e piuttosto bizzarra interpretazione nella rappresentazione dell’icona natalizia per antonomasia, che ispirò gli ideatori ed esecutori ceramisti, sembra avere sconvolto i simboli cristiani del presepe nell’aggregazione a questi ultimi di una commistione di elementi e personaggi radicalmente diversi, che interessarono l’intera umanità in quel decennio, quale lo “sbarco sulla luna”, talmente  estranei alla tradizionale rappresentazione cristiana dell’Avvento, per offrire una visione globale di quest’ultima prettamente anticonformista.

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Kroisos (Koùros di Anavyssos), 550-520 a.C. ca. Marmo, altezza 1,94 m. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Sebbene la tradizione ceramica castellana, sia perfettamente in linea con le vivaci cromie di tutte le maggiori maioliche italiane, pur tuttavia non basta da sola, a rendere altrettanto viva, intellegibile e accogliente l’intera istallazione ceramica “sacra” voluta quest’anno per celebrare il Natale in piazza San Pietro.

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Il gruppo scultoreo-ceramico realizzato seguendo una tipologia modulare ad anelli, che, sovrapposti, formano busti cilindrici, appare dichiaratamente rigido, immobile, freddo e inespressivo, talché la stessa volontà di coloro che ne hanno voluto elogiare la fattura, paragonandola all’arte antica greca, con maggiore riferimento all’architettura templare delle colonne doriche realizzate a rocchi, di certo, non la si può intendere positivamente, se paragonate a elementi del tutto inerti, privi di forma umana perché strutturali ed appartenenti appunto al campo dell’architettura, pertanto incapaci di trasmettere qualsiasi emozione che è insita nella gestualità umana. Se infatti sono proprio le figure umane a essere protagoniste, il termine di paragone dovrebbe casomai afferire al campo scultoreo e non di certo a quello architettonico. Ma anche qui l’esempio più calzante riguardante il mondo scultoreo greco non è altrettanto lodevole nella trasmissione della “Buona novella” Natalizia, carica di senso del calore umano e dei valori della famiglia.

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Nell’esecuzione tecnica, il periodo preso in esame potrebbe essere solo quello orientalizzante–arcaico (dal VII al VI a.C) del κοῦρος (Kouros) (2) di Anavyssos, località dell’Attica in Grecia, le cui caratteristiche peculiari sono, l’assoluta stasi o assenza di movimento, la rigidità, la posizione frontale, ma che trattandosi di sculture raffiguranti l’uomo, ovviamente, differiscono dalle ceramiche presepiali castellane, proprio perché quest’ultime sono prive di forma umana, quasi dei blocchi congelati privi di energia, e se di qualcosa in comune si può parlare, è relativa alle monumentali dimensioni. Dal punto di vista iconologico del messaggio simbolico, poi, la forzatura è ancora più evidente i κοῦροι (kouroi) forieri di imponenza e totalmente inespressivi erano depositari di una memoria commemorativa eroica.

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Il Koùros di Lentini è un’opera che risale al VI-V secolo a.C., viene storicamente collocata nel periodo tardo arcaico, 530-490 a.C. ed è conservato nel Museo Paolo Orsi di Siracusa.

A questo punto ci siamo sforzati di individuare delle peculiarità positive nei significati simbolici ben specifici in alcuni dei personaggi, prendendo in esame l’angelo, le cui ali volutamente spiegate a protezione della Sacra Famiglia, parrebbe avere la pretesa, oggi più che mai, di rappresentare l’agognata protezione invocata dall’intera umanità contro la terribile vicenda pandemica. Quest’ultimo sembrerebbe inneggiare, viste le dimensioni, all’apertura delle braccia coperte dal maestoso ed ampio mantello della monumentale Vergine della Misericordia di Piero della Francesca, a protezione dei suoi figli (cittadini), ma purtuttavia non riesce a trasmettere quella calorosa speranza, proprio a causa della sua rigida inespressività. E come potere esimersi ancora dalla visione totalmente sterile di un Gesù fanciullo, quasi mummificato, che non ha nulla a che vedere con la celebrazione della Natività. E così a modesto avviso della grande maggioranza degli addetti ai lavori e del pubblico, il gruppo ceramico “castellano”, al di là di una inesistente armoniosa, delicata e gestuale estetica, proprio nell’assenza della forma corporea, e della dinamicità, dei gesti affettuosi quali la genuflessione, un abbraccio,  una carezza, una semplice stretta di mano, lo stesso contatto colloquiale tra i personaggi, tipici della familiarità domestica, non trasmette certamente quel calore familiare, il sentimento di salvezza universale tipico della tradizione presepiale.

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Detto questo, quello che in questa breve analisi deve essere inteso e distinto più di ogni altra critica all’opera in sé e per sé, che nella sua sostanza è pur sempre un’opera d’arte, che piaccia o meno, frutto di una cultura e società che ne ha deputato la sua nascita;  è piuttosto la natura del messaggio di umiltà, carità e forza di spirito di chi non si arrende, che incarnano tutti i valori della famiglia cristiana, che dovrebbe cogliersi, per essere trasmesso al popolo, unico protagonista e destinatario della propaganda sacra, in occasione del Santo Natale.

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L’ardita scelta della Santa Sede che cade proprio su quest’opera inconsueta, a spezzare la tradizione, sembra appoggiare quella linea primitivistica seguita dagli inizi del pontificato di Francesco I, il quale, se ricordiamo bene, scelse quale logo della celebrazione dell’anno giubilare della Misericordia, l’opera raffigurante il Buon Pastore del Gesuita padre Marco I. Rupnik, in modo del tutto più che avanguardistico, ma che ha poco a che fare con la tradizione iconografica canonica [vedere QUI]. Se la scelta dell’opera a manifesto dell’anno giubilare cadde esclusivamente sulla genuinità del messaggio iconologico che sostituisce alla pecora smarrita l’uomo, caricando su di sé l’umanità, ad oggi nella volontà di incoraggiarla alla speranza nella trasmissione dei valori della famiglia, del calore umano, della letizia, vi è senza dubbio una certa reticenza ad accettare l’istallazione presepiale ceramica dall’aspetto prevalentemente totemico pagano quale baluardo della Cristianità.

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Il Koùros di Milo è una scultura in marmo databile al 540 a.C. circa e conservata nel Museo archeologico nazionale di Atene

È risaputo sin dall’antichità che la diffusione delle epidemie abbia sconvolto l’intero assetto societario, minando gli equilibri politici, economici, insinuando anche forti fragilità nella gestione religiosa dei paesi. La preferenza di Papa Francesco riposta sul presepe di Castelli, per molti risulta incomprensibile e ancor di più paradossale, specie se si pensa che il Vescovo di Roma abbia scelto proprio il nome di Francesco, per guidare la Chiesa, il Santo che per primo elaborò la composizione presepiale nota in tutto il mondo, come strumento catechetico e pedagogico per far comprendere a tutti sino ai più semplici il mistero e poi dogma della nascita di Gesù uomo e figlio di Dio.

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Ancora una volta è dunque l’arte a farsi interprete dell’identità storica, ma questa volta più che attirare al consueto giubilo sembra spaccare l’opinione pubblica tutta finanche a scandalizzarla. E il messaggio che forzatamente potrebbe cogliersi può essere con una certa difficoltà e con uno sguardo di benevolenza, un monito alla ricostruzione dei valori perduti, perché osservando l’opera ci si convince sempre più che al di là di ciò che la Chiesa e il Romano Pontefice abbiano voluto trasmetterci, anche se l’istallazione della Greppia monumentale, venne concepita oltre un quarantennio or sono, nella sua globalità, in realtà, pare abbia voluto profetizzare ciò che rimane della nostra società, ormai priva di qualsiasi “forma umana” raggelata nella tecnologia, nel freddo egoismo, nell’assenza dell’affezione e nel totale sconvolgimento della famiglia che allo stato attuale risulta dispersa nell’etere. 

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Siracusa, 23 dicembre 2020

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* Storico e critico d’arte. Già segnalatrice critica del Catalogo dell’arte moderna (C.A.M.) Editoriale Giorgio Mondadori – Cairo

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NOTE

[1] Fondato nel 1906 per volontà di due illustri castellani, Beniamino Olivieri e Felice Barnabei, allora rispettivamente Sindaco del paese e primo Direttore generale delle Belle Arti. Oggi è il Liceo artistico, ospitato in una struttura moderna costruita accanto all’antico ex Convento che è divenuto sede del Museo.

[2] Il κοῦρος è una scultura di grandi dimensioni che raffigura un giovane uomo nudo(si pensi per esempio ai celebri bronzi di Riace) in posizione stante e rappresenta, indifferentemente, una divinità o un eroe con destinazione devozionale o funebre.

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I teologi internetici supercazzolari all’attacco sotto Natale: «I vaccini prodotti con feti abortiti. La Chiesa apre la strada al riconoscimento dell’aborto»

23 Dicembre 2020/33 Commenti/in Attualità/da Padre Gabriele
—  Attualità ecclesiale —

I TEOLOGI INTERNETICI SUPERCAZZOLARI ALL’ATTACCO SOTTO NATALE: «VACCINI PRODOTTI CON FETI ABORTITI. LA CHIESA APRE LA STRADA AL RICONOSCIMENTO DELL’ABORTO»

 

Se il teologo internetico laureato in teologia morale e bioetica all’università della paleoastronautica avesse letto il documento emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, anziché procedere alla tempestiva semina di supercazzole, avrebbe preso atto che la Chiesa non esprime né concede affatto questo, anzi dichiara il contrario e lo spiega con una chiarezza non passibile di alcun fraintendimento.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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L’ultimo libro dei Padri de L’Isola di Patmos, vedere QUI (in copertina: La ghigliottina dei social media, opera della pittrice romana Anna Boschini – Vitarte Studio)

Il documento della Congregazione per la dottrina della Fede appena uscito riguardo la liceità dell’uso di alcuni vaccini anticovid-19 ha generato un acceso dibattito sui social media, dove insieme a domande giuste, interrogativi, buona volontà di comprendere il testo, si sono mescolate anche considerazioni del tutto impertinenti con l’argomento trattato.

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Potevano mancare gli interventi dei teologi da bar, laureati all’università della paleoastronautica, che hanno sentenziato con ineffabile supercazzolismo che in questo modo si aprirebbe alla liceità dell’aborto in sé stesso? Nulla di più falso potevano diffondere, ma l’hanno fatto. E in questi giorni noi Padri de L’Isola di Patmos siamo stati subissati da messaggi contenenti, non tanto richieste di chiarimenti, che siamo sempre lieti di dare, perché ciò costituisce l’essenza stessa del nostro apostolato di sacerdoti e teologi, ma condanne senza appello dirette alla … «nuova Chiesa satanica» e «anticristica».

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Il documento emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede è chiarissimo e riprende i documenti precedenti sullo stesso tema, pubblicati sotto i pontificati di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ma com’è noto non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, o per riprendere il concetto espresso nel nostro recente libro: non c’è peggior supercazzolaro di chi non vuole smettere di credersi un esperto in Bioetica e Scienze Sacre senza aver neanche letto una riga di quei documenti, essendosi limitato solo a saltare da un blog all’altro o attingendo sapienza dalla famosa accademia delle scienze di Facebook.

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Il tema dell’aborto è invece centrale per la nostra morale: non va assolutamente dimenticato né messo in soffitta. D’altronde, la paura di offendere le persone che hanno abortito in modo volontario, se non peggio quelle che ritengono di averlo fatto compiendo un’azione giusta e del tutto legittima, oggi sembra dominare anche l’importante opera di denuncia e condanna di questo atto terribile. Un atto che il regnante Pontefice ha bollato con parole e termini severi che mai San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero usato: «Abortire è come affittare un sicario per uccidere una persona» [cfr. Avvenire, 18.10.2018, QUI].

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Non si condanna la persona che ha abortito, da sempre accolta con grande delicatezza e amorevolezza da noi confessori, ma si condanna l’atto in sé stesso e tutte le dinamiche ideologiche e filosofiche che favoriscono l’aborto quale “diritto inalienabile”. Per questo ho accolto con molta gioia la recente pubblicazione del libro: Una difesa della vita senza compromessi – Per minare l’ideologia pro morte alle fondamenta [cfr. QUI] scritto dagli Universitari per la Vita, Fabio Fuiano, Chiara Chiessi e Florio Scifo, un testo dato alle stampe da giovani coraggiosi che da qualche anno si adoperano per combattere la cultura dello scarto, che promuove l’aborto e l’eutanasia.

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L’aborto è un atto in sé malvagio che va sempre condannato perché è la soppressione violenta di un innocente nel grembo della madre. Sì, anche se si ha paura a dirlo è un omicidio, il più grave di tutti gli omicidi. Semplice e logico il motivo: se tentiamo di uccidere un adulto, questi può cercare in qualche modo di reagire, potrebbe persino sfuggire alla morte o, nel tentativo di difendersi, uccidere lui l’aggressore che attenta alla sua vita, ma una creatura nel ventre della madre no, non può in alcun modo difendersi. Per questo l’atto è talmente grave che le persone che cooperano in maniera diretta e formale a questo atto cadono nella scomunica latae sententiae. Eppure è proprio per queste persone che bisogna pregare molto, perché si convertano e comprendano il loro peccato. Chi ha più peccato, ha bisogno di una maggiore misericordia. Per questo la morale cattolica non condanna la persona, che va recuperata e a cui va mostrato l’amore di Dio, spiegando che l’atto abortivo, resta in sé del tutto e per tutto radicalmente malvagio.

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A questo vorrei aggiungere anche delle mie considerazioni. L’aborto, come l’eutanasia, hanno alle spalle una base ideologica ben salda: una cultura della morte, come la chiamava San Giovanni Paolo II, che chiamerò sinteticamente necrocultura. Giocando con le parole fino a svuotarne il loro significato e basandosi su evidenze a-scientifiche, la necrocultura ha messo le basi all’idea che l’aborto è un diritto, la cui negazione costituirebbe un affronto alla libertà della donna e della società. E qui apro un inciso, infatti continuo a non capire qual è la differenza fra una interruzione volontaria di gravidanza e un aborto volontario, che per molti oggi è una distinzione assolutamente accettabile (!?). Di fatto, queste parole indicano la stessa identica realtà: l’uccisione di un feto nel grembo della madre. La necrocultura ha perciò generato un sistema di omertà: se si prova a sfiorare l’argomento dell’aborto, dicendo a un abortista che non si è favorevoli, il più delle volte si è riempiti di insulti, senza che possa esserci un sano confronto. La necrocultura vuole imporre che se si parla di aborto, esso debba essere per forza considerato un diritto, altrimenti è lecito aggredire verbalmente chi non condivide questa idea. La necrocultura costruita su un’antropologia idealista e priva di fondamento col reale, pretendendo di liberare l’uomo dalle briglie della morale cattolica devozionale, ha poi di fatto generato un altro dogma indiscutibile che proclama che l’aborto è una libertà, un diritto, una conquista di civiltà inattaccabile.

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Credo che la necrocultura abbia in sé i germi della sua distruzione. Infatti, poggiandosi solo sui mass media, solo sulle idee personali dei suoi ideologi, fra qualche tempo crollerà dinanzi all’evidenza.

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Il Natale, in questo senso, è festa universale, anche perché sottolinea la bellezza e la sacralità della donna e della maternità: l’accoglienza di un bambino è scritta nelle corde biologiche della donna, che così diviene, nel suo essere madre, modello di vera accoglienza verso tutti. Così come una madre è stata Maria che accoglie la tenerezza del figlio, Gesù. E successivamente ha imparato da questo figlio l’accoglienza degli amici del figlio, discepoli, donne e apostoli. Così, una gravidanza, una maternità diviene culla e apertura per tutto il mondo: per i poveri, abbandonati, dimenticati, stigmatizzati.

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La necrocultura nega tutto questo e facendolo nega l’uomo intero in tutta la sua socialità e donazione al mondo.

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In questi giorni, quei cattolici che si acculturano su Internet, o «cattolici per hobby», come li chiamano invece i Padri Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, attingendo perle di saggezza dai guru dell’ignoranza e limitandosi alla lettura del titolo, o forse per meglio comprendere persino il sottotitolo dei giornali, non però più di questo, dovendo freneticamente saltare a spiluccare da un blog all’altro, hanno cominciato a inveire contro la «Chiesa apostatica» e «anticristica» che avrebbe dichiarato lecito l’uso di feti abortiti per la preparazione dei vaccini anti-covid, cosa questa che — affermano in preda al delirio — «aprirà a breve il riconoscimento dell’aborto da parte della Chiesa eretica». Se il teologo internetico laureato in teologia morale e bioetica all’università della paleoastronautica avesse letto il documento emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, anziché procedere alla tempestiva semina di supercazzole, avrebbe preso atto che la Chiesa non esprime né concede affatto questo, anzi dichiara l’esatto contrario e lo spiega con una chiarezza non passibile di alcun fraintendimento:

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«La ragione fondamentale per considerare moralmente lecito l’uso di questi vaccini è che il tipo di cooperazione al male (cooperazione materiale passiva) dell’aborto procurato da cui provengono le medesime linee cellulari, da parte di chi utilizza i vaccini che ne derivano, è remota. Il dovere morale di evitare tale cooperazione materiale passiva non è vincolante se vi è un grave pericolo, come la diffusione, altrimenti incontenibile, di un agente patogeno grave: in questo caso, la diffusione pandemica del virus SARS-CoV-2 che causa il Covid-19. è perciò da ritenere che in tale caso si possano usare tutte le vaccinazioni riconosciute come clinicamente sicure ed efficaci con coscienza certa che il ricorso a tali vaccini non significhi una cooperazione formale all’aborto dal quale derivano le cellule con cui i vaccini sono stati prodotti. É da sottolineare tuttavia che l’utilizzo moralmente lecito di questi tipi di vaccini, per le particolari condizioni che lo rendono tale, non può costituire in sé una legittimazione, anche indiretta, della pratica dell’aborto, e presuppone la contrarietà a questa pratica da parte di coloro che vi fanno ricorso» [il documento ufficiale integrale della Santa Sede potere trovarlo QUI].

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Il Natale è la festa dell’Incarnazione, la vittoria sul peccato e sulla cultura dell’aborto e della morte, Il trionfo dell’uomo con Dio, questo è scritto tra le righe anche sul documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che vi invitiamo a leggere, evitando di abbeverarvi alle pericolose supercazzole dei teologi internetici che operano presso la Accademia delle Scienze dei Social Media, alias: i pericolosi supercazzolari.

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Roma, 23 dicembre 2020

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I Padri dell’Isola di Patmos

 



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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come  «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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