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A proposito del Coronavirus: ogni pestilenza e pandemia ha sempre segnato nella storia dell’umanità un rinascimento: «A peste, fame et bello libera nos, Domine»

27 Febbraio 2020/2 Commenti/in Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano
– pastorale sanitaria –

A PROPOSITO DEL CORONAVIRUS: OGNI PESTILENZA E PANDEMIA HA SEMPRE SEGNATO NELLA STORIA DELL’UMANITÀ UN RINASCIMENTO: «A PESTE, FAME ET BELLO LIBERA NOS, DOMINE»               

 

All’approssimarsi di una malattia particolarmente estesa, tale sembrerebbe infatti essere il Coronavirus, oggi non discutiamo più riguardo a untori, monatti, lazzaretti e crociferi: l’epoca del Manzoni è terminata da un pezzo. La discussione si inerpica, invece, su terreni ben più accidentati e insidiosi, che interpellano le responsabilità delle classi dirigenti al governo e le politiche immigrazioniste e sanitarie poste in essere per circoscrivere il contagio. E in questo panorama non mancano gli scaricabarili, i negazionisti radicali, i complottisti, o certi cattolici che invocano l’apocalisse imminente, per seguire con i cultori delle dietrologie più raffinate e via dicendo a seguire.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2020-02-27 16:20:332021-04-20 18:05:20A proposito del Coronavirus: ogni pestilenza e pandemia ha sempre segnato nella storia dell’umanità un rinascimento: «A peste, fame et bello libera nos, Domine»

S.O.S. Chi si prende cura dei migranti cattolici in cerca di pastori mentre la barca della Chiesa affonda?

24 Febbraio 2020/4 Commenti/in Attualità/da administrator
— dalla cella del Monaco Eremita —

S.O.S. CHI SI PRENDE CURA DEI MIGRANTI CATTOLICI IN CERCA DI PASTORI MENTRE LA BARCA DELLA CHIESA AFFONDA?

Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Autore
Il Monaco Eremita

   

[chi è il Monaco eremita, vedere QUI]

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PDF  articolo formato stampa
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tempesta …

S.O.S è un segnale di richiesta di aiuto in situazioni di emergenza grave adottato a Berlino nella conferenza internazionale radiotelegrafica del 1806 ed entrato in vigore dal 1908. facilmente comunicabile nell’alfabeto Morse e reinterpretato in vari modi, tra i quali prevale Save Our Souls: salvate le nostre anime! Segno reso famoso dalla tragedia del Titanic, perché proprio in quell’occasione fu lanciato il primo S.O.S.

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Questo S.O.S vorremmo rivolgerlo come grido straziante alla Chiesa Cattolica e ai suoi pastori: Salvate le nostre anime!

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Sappiamo certamente che è Dio, attraverso il mistero pasquale di Cristo, nello Spirito, a salvare le anime. Tuttavia, Egli stesso ha voluto coinvolgere profondamente in questo mistero di redenzione il suo Mistico Corpo, cioè la Chiesa, dotandola dei mezzi ordinari per la salvezza degli uomini. Mezzi che non escludono i mezzi straordinari, ma questi secondi sono però nelle mani di Dio e nei suoi disegni a noi del tutto imperscrutabili.

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Se la Chiesa dimentica, minimizza, trascura, o addirittura accantona i mezzi donati dal Signore, non compie un’opera buona, anzi tradisce la propria missione specifica, rendendosi presente come una qualsiasi realtà mondana, quindi soggetta alle leggi di qualsiasi società di questo mondo, con tutte le conseguenze del caso. E come realtà puramente mondana non può certo pretendere di avere né di esercitare un munus infallibile, per esempio nella politica, nell’economia, nella tecnica e via dicendo. Questo munus la Chiesa lo possiede invece in sé, per quanto riguarda la dottrina della fede.

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È curioso che il giusto principio: «La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire», solennemente annunciato dal Concilio Vaticano II e ribadito dal magistero pontificio nella Octogesima adveniens di Paolo VI, per seguire con la Centesimus annus di Giovanni Paolo II e con la Caritas in veritate di Benedetto XVI, sia usato spesso contro la “cattiva” Chiesa del passato che si immischiava in questioni politiche, oggi sia invece ignorato da certo modo di porsi di molti pastori della nostra contemporaneità. Sembra, in effetti, quell’atteggiamento di molti rivoluzionari, i quali si schierano decisamente con sdegno contro ogni “stato di polizia”, fin quando però non conquistano il potere, scoprendo a quel punto che la polizia fa parecchio comodo!

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Nessun Concilio, nasce improvvisamente dal nulla nella storia della Chiesa. Pertanto, la riforma portata avanti dal Concilio di Trento, con ampie anticipazioni già nel periodo precedente, aveva come ideale e come fine la cura delle anime, come ben si sintetizza nel motto salus animarum suprema lex.

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Si trattava della ripresa in forma organica e sistematica di un’attenzione che aveva radici molto antiche; in fondo certo decadimento morale dell’apparato ecclesiastico pre-tridentino fu proprio causato dall’allontanamento della cura delle anime, per dedicarsi ad altro. Nei fatti concreti il Concilio riformatore seppe quindi, giustamente, reindirizzare la Chiesa verso il suo fine precipuo. Recita il Canone I della sessione XXIII, sul Sacramento dell’Ordine:

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«Poiché con precetto divino è stato comandato a tutti quelli cui è stata affidata la cura delle anime, di conoscere le proprie pecore, di offrire per esse il Sacrificio, di pascerle con la predicazione della Parola divina, con l’amministrazione dei sacramenti e con l’esempio di ogni opera buona; di aver una cura paterna per i poveri e per gli altri bisognosi e di attendere a tutti gli altri doveri pastorali ― cose tutte che non possono essere fatte e compiute da quelli che non vigilano sul proprio gregge e non lo assistono, ma lo abbandonano come mercenari ― il sacrosanto Sinodo li ammonisce e li esorta, perché, memori dei divini precetti e divenuti esempi del gregge, lo pascano e lo reggano nella saggezza e nella verità”.

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Parole che mantengono un’inalterata attualità. Non si tratta certamente di sterili rimpianti di un passato mitico ― nessun passato è stato esente da errori, peccati, deformazioni e via dicendo ― ma di saper cogliere ciò che di buono e di fondamentale è stato elaborato ed ha portato i suoi frutti, quelli visibili e quelli invisibili.

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Oggi la cura animarum sembra completamente sparita dall’orizzonte spirituale, culturale e pastorale del pensiero e dell’azione della Chiesa di oggi. Il termine cura, nella lingua latina, ha un ampio valore semantico, può infatti corrispondere a cura, sollecitudine, premura, attenzione, riguardo, diligenza, solerzia, inquietudine, affanno, pensiero, preoccupazione, governo, custodia, sorveglianza, coltivazione, allevamento, trattamento, cura delle malattie, rimedio, guarigione, curiosità, interesse, tutela, fino a spingersi addirittura a amore, pena d’amore.

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Sarebbe bello vedere dei pastori che manifestassero, non dico tutti, ma almeno uno dei sopraddetti significati. Trovare un pastore che arrivi addirittura a una pena di amore per le anime a lui affidate è certamente una grande gioia. Oggi invece tutto ciò sembra riservato non alle anime, bensì ai motti, agli slogan, delle ideologie correnti.

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La salute delle anime è ancora il supremo criterio che guida l’azione della Chiesa di oggi? La salvezza eterna degli uomini riguarda ancora questa società ecclesiastica? Il duro ma misericordioso richiamo del Signore: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua anima» (Luca 12,20) ha ancora una qualche eco nelle attuali strutture della chiesa, posto che questa è la vera misericordia di chi ti sta avvertendo di un pericolo mortale?

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Se guardiamo a ciò che appare dalle strutture ufficiali, la risposta appare negativa. Certamente la grazia di Cristo continua a riversarsi sugli uomini attraverso l’opera spesso nascosta ma coscienziosa di molti sacerdoti, religiosi e laici cristiani che restano con generosità fedeli al mandato di Gesù.

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Cura delle anime non sta a significare un cristianesimo intimistico, spiritualistico, staccato dalla vita reale, attento solo alle perfezioni di pochi eletti, dimentico delle grandi questioni umane; anzi è proprio la cura dell’anima che da verità, vigore, forza e significato per un vero impegno nel mondo, non però secondo modalità ideologiche bensì secondo modalità evangeliche, ossia del Cristo vivente, salvatore dell’uomo. La cura animarum non è l’estraneazione dalle problematiche umane, bensì è l’assunzione di ogni problema autenticamente umana nella prospettiva soteriologica. Il concetto di anima non ha valenze da culto misterico, o da ectoplasma da spiritisti; ci rifacciamo semplicemente alla nostra dottrina che trova sintesi nel Catechismo delle Chiesa Cattolica [Cfr. nn. da 362 a 368, testo QUI].

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Proprio in questa prospettiva rientra il preciso comando di Cristo:

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«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28,19-20].

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Non si compie una cura delle anime senza il necessario e continuo annuncio di Cristo. Una Chiesa che si riduce a ripetere slogan a cui nessuno badò, come il povero Don Abbondio di manzoniana memoria, rischia di essere formata da pastori che non evangelizzano …

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Paradigmatico è il caso delle migrazioni: quanti pastori della Chiesa si sentono chiamati ad annunciare Cristo ai numerosi stranieri che vengono a vivere in Italia? Un annuncio che passa certamente anche nelle opere di giustizia e di assistenza materiale, ma che non può fermarsi lì, quasi che gli stranieri non abbiano un’anima da salvare.

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La sempre più marcata assenza di una vera cura delle anime porta a risultati devastanti, sia all’interno del corpo ecclesiale, sia nella società. La mancata attenzione alla dimensione spirituale, trascendente conduce ad esiti disastrosi. Ecco allora che moltissimi, spinti da quell’insopprimibile desiderio di vita interiore, si rivolgono ad altre realtà, che sembrano offrire una maggiore attenzione ai bisogni spirituali.

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Ecco la rinnovata attenzione alle varie religiosità di tipo orientale, oppure il ricorso a maghi e cartomanti, oppure la frequentazione di quei gruppi spiritualistici o para-cattolici, con tutto l’apparato di visioni, locuzioni, apparizioni fai da te e via a seguire. Mentre i pastori perdono la percezione stessa del fatto che, senza la cura delle anime, si producono danni molto gravi.

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Girava tempo fa una battuta tra i preti: «Quante anime ha la tua parrocchia?» chiedeva un parroco a un altro. E la risposta era: «Duemila corpi, dei quali alcuni, ogni tanto, si ricordano di avere un’anima». Oggi questo si è rovesciato sulla stessa struttura ecclesiastica.

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Non possiamo che ripetere l’appello iniziale: S.O.S. Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Cari pastori, prendetevi cura delle nostre anime: S.O.S! S.O.S! S.O.S! Mentre io, ritirato nel mio eremo nell’isolamento e nel silenzio, prego per voi, perché a questa missione ho dedicata l’intera vita terrena che Dio Padre vorrà concedermi.

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Dalla cella del monaco eremita, 24 febbraio 2020

 

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Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino … Un vecchio articolo per comprendere meglio anche il problema coronavirus

23 Febbraio 2020/in Attualità/da Padre Ariel

— Chiesa nel mondo: saggio breve di un prete che ama la Cina e il suo Popolo —

COMPRENDO LA CINA COMUNISTA E IL SUO TIMORE VERSO IL CATTOLICESIMO, NON COMPRENDO INVECE LE RAGIONI DELL’ACCORDO FANTASMA DELLA SANTA SEDE COL GOVERNO DI PECHINO … UN VECCHIO ARTICOLO PER COMPRENDERE MEGLIO ANCHE IL PROBLEMA CORONAVIRUS

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il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’Impero Romano mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Ecco cosa spaventa il Governo Comunista della Cina, ed hanno ragione, sul piano politico, a essere spaventati, quindi ad agire di conseguenza. È la Santa Sede che forse non ha capito la ragione di queste paure..

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-02-23 11:52:322023-04-19 20:23:38Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino … Un vecchio articolo per comprendere meglio anche il problema coronavirus

Eppure la soluzione esiste: «Amare i nemici è l’unica via perché non resti sulla terra neanche un nemico»

23 Febbraio 2020/1 Commento/in Omiletica/da Padre Gabriele

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

EPPURE LA SOLUZIONE ESISTE: «AMARE I NEMICI È L’UNICA VIA PERCHÉ NON RESTI SULLA TERRA NEANCHE UN NEMICO»

La mentalità della legge del taglione va superata, non perché sia sbagliata la giustizia distributiva, che è il valore che la stessa legge vuole insegnare: se infatti commetto un torto, è giusto rifonderlo. Ma l’amore per il nemico e la preghiera per chi ci offende, ci fa del male e ci considera dei nemici è un comandamento grandissimo che va oltre quella legge. Quella attuale, che è sempre più una cultura senza Dio, questo messaggio non sa riceverlo, come abbiamo visto parlando del film di Tarantino.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

la serie cinematografica di Quentin Tarantino

chi ha visto il film di Quentin Tarantino: Kill Bill vol. 1 – 2, ricorderà che la protagonista Beatrix Kiddo, conosciuta come la Sposa, vola tra Giappone e Stati Uniti, con un unico fine: vendicare i propri parenti uccisi nel giorno del suo matrimonio. Beatrix vuole uccidere Bill, il mandante degli omicidi che l’hanno coinvolta. La pellicola è un insieme di fotogrammi che narrano una violenza gratuita, dunque una fredda cronaca di una vendetta.

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Questo terribile messaggio sfugge dall’ottica evangelica. Il messaggio di Gesù, in questa VII domenica del tempo ordinario [cfr. Liturgia della Parola, QUI] è diametralmente opposto. È un invito ad un amore grandissimo, che nasce dal desiderio di santità, di essere in piena amicizia con Dio. Di questa santità ce ne parla innanzitutto il Levitico, dove Dio dice agli israeliti:

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«Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello» [Lv 19,2].

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Questo essere santi per gli israeliti indicava dunque un’appartenenza a Dio. Loro erano il popolo eletto, scelto affinché anzitutto si ricevesse il decalogo, poi si propagasse la testimonianza della presenza di YHWY in tutto il mondo. Per questo, Dio li rende partecipi della santità dell’essere staccati dalle altre cose del mondo, in particolare dal sentimento dell’odio, che facilmente si genera nell’uomo insieme all’ira.

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Questo richiamo alla santità è anche per noi: un richiamo dunque a non covare odio, ma amore di Dio. Un amore più grande, universale e che coinvolge non solo noi stessi ma chi incontriamo. Perciò siamo santi, non del mondo ma nel mondo, pronti a far entrare tutto il mondo nella santità di Dio. È questa la nostra vocazione, come ci dice San Paolo:

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«Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» [I Cor 3, 21-23].

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L’invito di Paolo ai corinzi è di non centrare la loro attenzione a tutte queste cose. Perché tutte queste cose, l’amicizia di Paolo, Apollo, Cefa, tutte le cose del mondo come la vita e la morte, la conoscenza degli eventi presenti e futuri sono già offerti ai credenti in Cristo. Possedere il mondo vuol dire per il credente riempirlo del messaggio di Cristo e di dargli un senso nuovo: di brillare dunque come portatore e testimone di un messaggio che lo supera, ma che al tempo stesso ne mostra la specialità e unicità davanti a tutti.  La santità personale è allora la sorgente della testimonianza e della carità nella verità per il mondo bisognoso di Dio.

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Ma la santità ha un effetto più forte, più evidente, e che in un certo senso scandalizza il mondo stesso. È l’insegnamento centrale del vangelo di oggi:

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«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» [Mt 5, 43-44].

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La mentalità della legge del taglione va superata, non perché sia sbagliata la giustizia distributiva, che è il valore che la stessa legge vuole insegnare: se infatti commetto un torto, è giusto rifonderlo. Ma l’amore per il nemico e la preghiera per chi ci offende, ci fa del male e ci considera dei nemici è un comandamento grandissimo che va oltre quella legge. Quella attuale, che è sempre più una cultura senza Dio, questo messaggio non sa riceverlo, come abbiamo visto parlando del film di Tarantino. Questo amore per il nemico sgorga da una speciale santità che è donata dall’Eterno Padre a tutti noi. Il primo ad averla mostrata è stato lo stesso Gesù: sulla croce infatti ha continuato ad amare, perdonare e pregare per i suoi aguzzini. Quello è il comandamento di Gesù per eccellenza, e con il suo aiuto tutti possiamo arrivare a questo. Come infatti scriveva il saggista Giovanni Papini: «Amare i nemici è l’unica via perché non resti sulla terra neanche un nemico».

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Chiediamo al Signore il coraggio, la perseveranza e la tenacia di amare santamente chi ci odia, per generare un regno di fede e pace, in cui l’amore trinitario sia giorno dopo giorno il raggio di luce che illumina le tenebre del mondo che odia.

Così sia.

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2020-02-23 11:30:502021-09-30 20:59:28Eppure la soluzione esiste: «Amare i nemici è l’unica via perché non resti sulla terra neanche un nemico»

Gli studi televisivi di Mediaset sono quel «Monte» da sopra il quale, come prete e teologo, mi accontento di far brillare anche la luce di un solo fiammifero acceso, affinché brilli per … dritto e rovescio

18 Febbraio 2020/15 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— società e attualità ecclesiale—

GLI STUDI TELEVISIVI DI MEDIASET SONO QUEL «MONTE» DA SOPRA IL QUALE, COME PRETE E TEOLOGO, MI ACCONTENTO DI FAR BRILLARE ANCHE LA LUCE DI UN SOLO FIAMMIFERO ACCESO, AFFINCHÉ BRILLI PER … DRITTO E ROVESCIO

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Se in questo momento di grande crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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puntata del 13 febbraio, ultimo blocco della serata. Per vedere la registrazione cliccare sull’immagine

È doveroso rispondere a coloro che non essendosi mai ritrovati dinanzi alla luce rossa di una telecamera che ti manda in diretta, mi hanno scritto per darmi consigli. Per rispondere è però necessaria una premessa che narri il “dietro le quinte”. Leggendo certi consigli si comprende come essi siano dati da persone che ignorano quella che è la complessa struttura della redazione di un programma televisivo ideato e condotto da ottimi professionisti di prim’ordine. Esempio: in un programma già pianificato da giorni possono subentrare cambi dovuti a imprevisti che impongono di montare un servizio in pochi minuti, rivoluzionando tutta la scaletta studiata nei precedenti giorni di meticoloso lavoro.

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Sullo schermo i telespettatori vedono Paolo Del Debbio che conduce, coadiuvato nello studio di trasmissione dal giornalista Giorgio Tosi che dà la parola a qualche membro del “pubblico parlante” per commenti o domande. Spesso vediamo sullo schermo i servizi di collegamento di Henri Kociu, altro bravo professionista che assieme alla brava Ilaria Mura e altri loro colleghi curano gli esterni da varie parti d’Italia. Pochi sanno però che per questi professionisti, realizzare collegamenti implica spostamenti, spesso lunghi viaggi, semmai per trasmettere in diretta le risposte a due domande rivolte a un singolo interlocutore, o per documentare, in quindici secondi, immagini che servono per supportare ciò che viene dibattuto in studio.

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Sempre da dietro le quinte ho assistito a un cambio dettato da un’emergenza improvvisa: nel corso della puntata del 17 gennaio Paolo Del Debbio fu colto da un malore dovuto a un problema alla gamba, sostituito seduta stante da Marcello Vinonuovo, responsabile della direzione e produzione del programma, che portò avanti l’intera diretta televisiva con tutta la professionalità a lui propria.

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Ho visto il giovane giornalista Edoardo Dallari destreggiarsi velocemente nel realizzare in pochi minuti un collegamento dallo studio di Milano all’Ospedale Spallanzani di Roma per consentire al conduttore di rivolgere domande a un insigne virologo, dopo che era giunta notizia di un nuovo caso di infezione da coronavirus. Inutile a dirsi: tra gli spettatori che seguivano da casa, nessuno può sapere o immaginare che lavoro comporti improvvisare da un momento all’altro un collegamento durato poi tre minuti, per non dire quante persone hanno lavorato per quei tre minuti di collegamento in diretta negli interni e negli esterni.

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Anche nella puntata del 6 febbraio il programma subì cambiamenti: fu necessario inserire in prima serata la notizia del Treno Frecciarossa deragliato a Lodi. Pure in quel caso furono improntati servizi e collegamenti in un breve spazio di tempo, cercati e poi prelevati e condotti in studio alcuni testimoni. Anche in quell’occasione mi trovavo in redazione per partecipare al programma e ho potuto assistere dal vivo a come il tutto si è svolto e con quale velocità e bravura professionale è stato realizzato. Questo per spiegare ai Lettori, nella mia veste di testimone e di partecipante, che dietro questo programma c’è un lavoro che pochi immaginano; lavoro che richiede le capacità di ottimi professionisti, posto che un incapace potrebbe recare in simili contesti danni enormi, specie a una società come Mediaset, che non beneficia di alcun canone televisivo coatto, che per intendersi equivale a dire: tu voglia o no, te lo metto … nella bolletta della luce, così devi pagarlo per forza.

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Mediaset vive di ascolti, di pubblicità. E per produrre quella pubblicità che produce danaro, sono appunto necessari gli ascolti. Questo complesso insieme di cose nelle quali mercato e informazione si fondono di necessità assieme, comporta regole precise che si estendono anche a coloro che partecipano in veste di ospiti o di opinionisti a questi programmi.

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Le persone della mia età ricordano come nacquero le tre reti televisive della Rai e come per anni andarono avanti. La Rai è sempre stata una azienda politicizzata nella quale il primo canale era della Democrazia Cristiana, il secondo canale del Partito Socialista, il terzo canale del Partito Comunista e dei suoi partiti amici di minoranza. Di conseguenza, fatte salve diverse figure professionali di indubbia eccellenza, questa Azienda di Stato ha sempre brulicato anche un esercito di incapaci e figure parassitarie che avevano come solo merito di essere gli amici degli amici di quel potente politico che li aveva piazzati alla Rai. Tutto questo, una grande azienda privata non se lo può permettere. Certo, anche la grande azienda privata assume l’amico dell’amico di quel potente politico, ma a patto che sia capace, perché pagando coi soldi propri e non con quelli pubblici, immettere al proprio interno incapaci o nullafacenti parassitari nelle grazie dei politici, non sarebbe un semplice danno, bensì un pericolo che potrebbe portare al vero e proprio fallimento.

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Una delle critiche a me rivolte è stata: «Perché non parli in modo elevato e teologico come fai in altri tuoi scritti o in diverse tue video-conferenze?». Altra critica: «Non devi animarti e alzare la voce». Infine il consiglio drastico e deciso: «No, non andarci più, perché non serve a niente, è tutto inutile» …

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Partiamo per ordine con le risposte: anzitutto faccio notare che in modo «elevato» e «teologico» non ci parlano più neppure i nostri attuali vescovi italiani, emblema triste di un episcopato precipitato in una mediocrità desolante, considerando che nella Chiesa italiana in particolare, il concetto di «amico dell’amico del potente» ― che nel nostro caso non è il «potente politico» ma il ben più dannoso potente vescovo o cardinale ―, è applicato in modo peggiore di come lo applicavano i vecchi democristiani, socialisti e comunisti con i loro uomini o con i loro parassiti nullafacenti piazzati alla Rai. Infatti, dall’alto delle cattedre delle loro chiese cattedrali, i nostri sommi maestri della fede e della dottrina ― casomai certi miei critici non lo avessero afferrato ―, lungi dal parlare dei grandi Santi Padri e Dottori della Chiesa e del loro sapiente insegnamento teologico, parlano ormai solo di migranti e di una carità annacquata e adulterata che niente ha da spartire con quanto insegna il Beato Apostolo Paolo [cfr. I Cor 13, 13]. Triste e amara verità: dai pulpiti episcopali anche più blasonati oggi è smerciato perlopiù un concetto mondano che niente ha da spartire con la virtù teologale della carità, molto invece col filantropismo suicida alla volemose b’bene.

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Chiarito che fare del bene non implica esercitare la somma virtù della carità cristiana, è necessario rammentare appresso che Cristo Dio, a coloro che praticavano il buonismo già nell’antica Giudea di duemila anni fa, disse in modo chiaro: «Non fanno così anche i pagani?» [cfr. Mt 5, 47]. E aggiunse: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [cfr. Mt 5, 48]. Ossia: la carità non è nei vezzi emotivi del mondo, o in ciò che al mondo piace, risiede nelle azioni di grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La fede, come ci insegna l’Autore della Lettera agli ebrei, lungi dall’essere impulso emotivo «[…] è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Dunque perché, in uno studio televisivo, dovrei fare quelle lectiones magistrales d’alta teologia che i nostri vescovi, nella loro conformistica e bassa arte omiletica, non fanno dai pulpiti delle loro chiese cattedrali durante le grandi solennità dell’anno liturgico, posto che il Santo Natale e la Santa Pasqua, da anni a questa parte, anziché essere le rispettive celebrazioni del Verbo di Dio incarnato e del Cristo risorto che sconfigge la morte, paiono diventate il teatrino emotivo-ossessivo della più mondana e filantropica migrantopoli?

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Nella puntata del 6 febbraio sono stato molto chiaro a spiegare in brevi parole che era necessario rivolgersi in modo semplice e comprensibile a un pubblico che in numero sempre maggiore, cattolici inclusi, non conosce più neppure i fondamenti del Catechismo. Un problema oggettivo e triste dinanzi al quale, pensare di poter fare «alta teologia» da uno studio televisivo, implica davvero vivere fuori dal mondo del reale, o perlomeno avere con esso un pessimo rapporto.

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I miei critici non hanno colto che al contrario di certi miei confratelli radical chic, negli spazi concessi non ho mai mancato di fare riferimenti alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa, con le parole semplici e le frasi brevi che sono consentite non a me, ma a chiunque partecipi. Anzi, lamentare che «non ti hanno dato spazio per approfondire quel tema», come taluni hanno scritto, è cosa ingiusta e falsa. È vero infatti l’esatto contrario: mi hanno sempre concesso ampio spazio, assieme a un sincero rispetto tributato alla mia figura di sacerdote, sia in diretta sia dietro a delle quinte popolate di belle persone umane, con diverse delle quali ho stabilito rapporti di sincera amicizia, incluse persone che da molti anni non scambiavano una parola con un prete. Detto questo si tenga conto che il programma è diviso in quattro blocchi la cui durata è di circa 40 minuti ciascuno. Nel parterre ci sono solitamente dai quattro ai sei ospiti, ciascuno dei quali deve parlare almeno una volta. In questo lasso di tempo vi sono delle presentazioni al tema attraverso filmati introduttivi, vi sono quasi sempre vari collegamenti esterni, alcune persone che commentano o che rivolgono domande dal pubblico e alcuni stacchi pubblicitari. Qualsiasi mente dotata di comune buon senso e di minimo spirito di analisi, dovrebbe comprendere che se uno degli ospiti del parterre riesce a parlare per un totale di tre minuti, ha avuto davvero un grande spazio, a me peraltro sempre concesso, cosa di cui sono grato a Paolo Del Debbio e alla Redazione.

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Riguardo all’invito a me rivolto di «non urlare», desidero chiarire quelli che sono i meccanismi di una comunicazione veloce mirata di necessità all’essenziale. Anzitutto, animarsi e alzare la voce come ho fatto in alcune occasioni, non è stato un eccesso ma una necessità. Può infatti accadere che dinanzi a certi argomenti sensibili, uno o più interlocutori tentino di deviare dal tema allo scopo di non farti parlare, impedendoti di fatto di lanciare un messaggio, per esempio chiarendo che cosa insegnano a tal proposito la dottrina e la morale cattolica, oppure che cosa è realmente accaduto nella storia. In una situazione simile, se non mi prendessi il diritto di concludere un discorso o di replicare brevemente dicendo cosa è vero e cosa è falso, farei la figura del soggetto non solo cedevole, ma ometterei proprio di chiarire ciò che per la Chiesa è sbagliato. Detto questo si tenga conto che in quel delicato contesto, per coloro che mi ascoltano da casa, io non sono il libero professionista della propria personale opinione, ma un membro della Chiesa Cattolica e del suo Collegio Sacerdotale. Domando quindi ai miei critici così sensibili dinanzi a un prete che in caso di necessità si anima nel corso di un discorso: per voi, è più importante dire e chiarire cosa è giusto o sbagliato, cosa è vero o falso, oppure, per un’idea distorta di galateo clericale, tacere mentre uno o più interlocutori affermano cose fuorvianti o storicamente errate? Detto questo aggiungo: come sacerdote vivo in una Chiesa che sta attraversando un momento di terribile decadenza sul piano ecclesiale ed ecclesiastico. Una Chiesa all’interno della quale ho visto fin troppi preti, vescovi e cardinali mettere in atto ingiustizie e autentici abominî che gridano vendetta al cospetto di Dio, il tutto con sorrisi diafani impressi sui volti, voci mielose, toni contenuti e parole suadenti. È forse questo, il genere di clero “misurato” e “compassato” che piace a certi miei critici, o che certi miei critici augurano alla Chiesa di Cristo di poter avere o di seguitare ad avere?

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Le persone che mi hanno invitato a «non andare più», perché a loro dire «non serve a niente», sono gli stessi che poi si lamentano delle figure di certi sacerdoti mediatici del passato e del presente che, di piacioneria in piacioneria vanno a braccetto col mondo, al quale mostrano sempre accondiscendenza, costasse pure affermare, come più volte accaduto dinanzi a milioni di telespettatori: «… è vero, la Chiesa dice questo, però io la penso in altro modo, ho un’altra opinione». Ebbene, vi risulta forse che dinanzi al pubblico televisivo io abbia emesso anche un solo sospiro contrario alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa? Sicché certi critici dovrebbero comprendere che se io non partecipo, dicendo ciò che è possibile dire entro tempi e regole degli spazi televisivi, la cosiddetta scena sarà solo calcata da quei preti in maglione e scarpette da ginnastica che danno al pubblico una immagine di sacerdote laicizzato e non propriamente edificante, il quale spesso e volentieri non trasmette quel che insegna la Chiesa, ma quello che pensa lui dall’alto del proprio egocentrismo, spesso purtroppo anche dall’alto della sua ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, oggi tanto diffusa persino tra il nostro clero. A che vale dunque rinchiudersi, come fa il cattolico depresso, nel proprio ghetto fatto di madonnine e sedicenti veggenti che annunciano catastrofi imminenti, mentre fuori tutto crolla attorno a noi? Piuttosto invece bisognerebbe riflettere sulla profonda tenerezza che Cristo Dio provò per quella folla di persone che apparvero ai suoi occhi come pecore senza pastore:

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«[…] e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» [cfr. Mc 6, 34].

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Oggi più che mai, quante sono queste «pecore senza pastore» che da noi aspettano, anzi spesso implorano, solo una semplice parola di buon conforto?

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Cristo Signore ci invita con parole chiare a essere «la luce del mondo», ed a tal proposito ci spiega:

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«[…] non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» [Mt 5, 14-16].

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Non capisco davvero come certi cattolici leggano il Santo Vangelo, che non è un fenomeno da ghetto chiuso escluso dal mondo, è la luce del Verbo incarnato, come spiega il Beato Apostolo Giovanni nel Prologo al suo Vangelo, dove la luce è usata come metafora per indicare la «luce da luce» che è Cristo Verbo di Dio incarnato [cfr. Gv 1, 1-18]. E quella di Cristo non è una luce che si accende «per metterla sotto il moggio», cari cattolici depressi da ghetto, che tra madonnine e sedicenti veggenti che vi eccitano con annunci di catastrofi imminenti, dimenticate ― o forse non sapete ― che il Libro della Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni racchiude al suo interno il più grande messaggio di speranza. Basterebbe conoscere il semplice significato delle parole: la parola di derivazione greca, apocalisse, significa “scoprire”, “svelare” ciò che è nascosto. Il messaggio apocalittico ci rassicura che il bene ha già vinto sul male, che Cristo Dio ha già trionfato. L’Apocalisse è il messaggio della gioia della fede, non delle cupe eccitazioni a uso degli irredimibili pessimisti cronici che abbondano anche nel Popolo Santo di Dio.

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Ciò che in doni di grazia mi è stato dato in luce da Cristo Dio che è «luce da luce», debbo farlo risplendere in tutti i modi, come sta scritto in quel severo monito che è la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30]. All’occorrenza salendo tranquillamente con la mia lucerna sul «monte» di Mediaset e cercando di accendere anche un solo fiammifero dentro lo studio numero 11 dal quale sono trasmesse le dirette di Dritto e Rovescio condotte da Paolo Del Debbio e organizzate da una redazione di eccellenti professionisti. Perché, con i tempi che corrono, riuscire a far vedere al mondo anche la luce di un solo fiammifero, è un’autentica grazia di Dio, per chi come me prova cristologica tenerezza per tutti voi, che mi sembrate sempre più come «pecore senza pastore».

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Anche per questo sono grato agli amici della redazione del programma Dritto e Rovescio per avermi dato l’opportunità di essere me stesso, ossia un prete, di poter andare all’occorrenza contro le tendenze di questo mondo, di poter esercitare il diritto a quella scorrettezza politica che è tutta quanta scritta e indicata parola per parola dentro il Santo Vangelo, di cui sono maestro e annunciatore per sacro mandato ricevuto mediante consacrazione sacerdotale. Tutto questo in una società nella quale, del prete e della fede cattolica, si tende a dare ormai un’immagine grottesca e falsata. È infatti tristemente noto che noi, per meritarci di essere trattati in modo grottesco, abbiamo lavorato a lungo, dando spesso al mondo il meglio del peggio dell’immagine di Chiesa e di clero che potevamo dare. E oggi, il mondo, ci sta ripagando rovesciando il meglio del ridicolo sulle nostre peggiori miserie.

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Se in questo momento di crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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dall’Isola di Patmos, 17 febbraio 2020

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È in distribuzione il nuovo libro di Ariel S. Levi di Gualdo: Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Opera che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Potete acquistarlo presso il nostro negozio dove sono disponibili tutte le nostre pubblicazioni [vedere QUI].

 

 

 

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-02-18 00:10:582021-04-27 19:11:29Gli studi televisivi di Mediaset sono quel «Monte» da sopra il quale, come prete e teologo, mi accontento di far brillare anche la luce di un solo fiammifero acceso, affinché brilli per … dritto e rovescio

Zucchero e «Lo spirito nel buio» dove brilla la luce inestinguibile di Cristo Redentore

2 Febbraio 2020/14 Commenti/in Omiletica/da Padre Gabriele

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

ZUCCHERO E LO «SPIRITO NEL BUIO» DOVE BRILLA LA LUCE INESTINGUIBILE DI CRISTO REDENTORE 

Nella festa della Presentazione del Signore, detta la Candelora, si accendono delle candele. Queste candele, le nostre candele permettono alla piccolissima fiammella di accendere il buio nel mondo. Di mostrare il nostro spirito nel buio, perché acceso dallo spirito d’amore di Gesù offerto al tempio. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

in questa festa della Presentazione del Signore [testi della Liturgia della Parola, QUI], passava per le radio una canzone del cantautore italiano Zucchero, intitolata Spirito nel buio. L’autore ha un desiderio: che il mondo sia effuso di una luce d’amore. Infatti il testo della canzone dice esplicitamente: «Vorrei vedere tutto il mondo in festa che accende spirito nel buio».

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Nella festa della Presentazione del Signore, detta la Candelora, si accendono delle candele. Queste candele, le nostre candele permettono alla piccolissima fiammella di accendere il buio nel mondo. Di mostrare il nostro spirito nel buio, perché acceso dallo spirito d’amore di Gesù offerto al tempio.

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Cerchiamo di meditare su questa festa, partendo dal testo vetero-testamentario del Profeta Malachia:

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«Ecco io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me […] Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai» [Ml 3, 2].

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In questa profezia Malachia descrive il messaggero di Dio con due immagini: il fuoco e la lisciva, che si usava come detergente per sbiancare i panni. Entrambi questi due elementi, richiamano la purificazione e il tornare puliti dopo essere sporchi. Questo messaggero non può essere allora un angelo, che non è chiamato a purificare, disinfettare e a lavare. Malachia annuncia già Cristo, chiamato per questo compito così importante: offrirsi per la nostra purificazione.

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Questo è un richiamo a purificare allora le nostre vite, le nostre abitudini, soprattutto il nostro modo di vivere la fede. Purifichiamo la nostra vita dagli idoli che, senza farsi vedere, ne hanno occupato il centro.

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Per giungere a questo prendiamo consapevolezza che Dio stesso si prende cura di noi, come ci spiega l’Autore della Lettera agli Ebrei:

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«Cristo infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura» [Eb 2, 16]

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In un certo senso, possiamo stare tranquilli di questa protezione continua del Signore. Anche di fronte agli eventi difficili e terribili della Storia, che sfuggono al nostro controllo e alla nostra responsabilità, possiamo solo metterci sotto la sua ala protettiva.

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Penso anche a questi giorni, per esempio riguardo le notizie sul Coronavirus, che per quanto esagerate, mostrano da parte di buona fetta della popolazione mondiale un senso di smarrimento. Lasciamo che sia il Signore a proteggerci, con l’aiuto degli scienziati e dei medici: senza paura.

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Infatti la festa di Gesù che é presentato al tempio è sintetizzato in questo: Gesù è offerto al Padre, consacrato del padre per liberarci dal peccato e da tutte le inquietudini conseguenti, come ci illustrano le parole del saggio e anziano Simeone che li benedisse e a Maria sua madre disse:

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«Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» [Lc 2, 34].

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Gesù è chiamato ed è offerto al Tempio, di cui Egli diviene centro e fondamento. Infatti, nel suo essere offerto e presentato al Tempio, si pone come definitivo Luogo dove incontrare Dio. Ecco perché Gesù è segno di contraddizione e caduta per molti: perché i farisei erano legati ai loro schemi rituali e alle pratiche del Tempio, che però avevano perso la loro caratteristica di essere riti per mettere in comunione con Dio. Gesù è invece colui che svela i pensieri di molti cuori: svela la contraddizione di una religione bigotta e ripetitiva rispetto invece a Dio che ci chiede una adesione di fede autentica, viva e responsabile.

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La fede non diventi dunque per tutti noi abitudine e ripetizione meccanica: questa sarebbe davvero una contraddizione per tutti noi. Ravviviamo invece la fede, offrendoci tutti noi al tempio con Gesù, vivendola con forza nel quotidiano.

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Charles Baudelaire, sebbene annoverato dalla critica letteraria nel gruppo dei cosiddetti “poeti maledetti”, lungi dall’essere privo di profondità, scrive: «Vola via lontano da questi morbosi miasmi; va’ a purificarti nell’aria superiore, e bevi, come un puro e divino liquore, il chiaro fuoco che riempie i limpidi spazi»

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Il Signore ci doni sempre il desiderio di dissetarci del suo vino consacrato, per far entrare gli spazi della sua Eternità nella nostra vita offerta a Lui.

Così sia.

Roma, 2 febbraio 2020

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Padre Gabriele

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