Antonio Socci, il “motu proprio” e il problema della fede
ANTONIO SOCCI, IL “MOTU PROPRIO ” E IL PROBLEMA DELLA FEDE
La questione della fede viene esplicitamente citata nel documento del Sommo Pontefice perché nella situazione sociale odierna caratterizzata da un secolarismo e da una scristianizzazione che galoppano più dei puledri del Palio di Siena, l’elemento dell’ignoranza religiosa in progressivo aumento è tanta e tale, assieme alla superficiale leggerezza, che oggi ci troviamo costretti a chiarire ciò che per secoli è stato ovvio persino tra le persone più incolte. E oggi più che mai è davvero parecchio alto il rischio delle coppie che si sposano in chiesa senza vera fede nel Sacramento, perché non ci credono o perché fingono di crederci, o perché lo concepiscono male o per simulazione o per errore involontario.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
Carissimo Antonio.

A un padre cristiano che ama non si perdona solo un piccolo errore, gli si perdonano errori commessi anche “settanta volte sette” [Uno dei libri dedicati da Antonio Socci alla figlia Caterina, vedere QUI]
Molti lettori mi hanno segnalato il tuo articolo [vedere QUI], ed in verità debbo dirti che se non lo commentassi rischierei di figurare parziale. L’umano affetto e l’immutata stima che nutro nei tuoi riguardi assieme alla mia simpatia non può infatti portarmi all’uso di due pesi e due misure, perché sarei pastoralmente e intellettualmente scorretto, se non peggio disonesto.
Tu sei un cattolico sincero e devoto, come lo è il Prof. Roberto de Mattei che tu citi nel tuo articolo e di cui io ho scritto di recente [vedere QUI]. Una indubbia sincerità d’intenti — la tua come quella di de Mattei — che non vi esenta però dall’errore di analisi e valutazione, come dall’errore non sono esente io, che posso commetterne anche di più gravi e produrre di conseguenza dei danni parecchio maggiori di quanti possa compierne qualsiasi laico. Pure i santi non sono stati esenti da errori, a volte persino da eresie, dalle quali poi si sono ovviamente emendati.
Riguardo il motu proprio del Sommo Pontefice Francesco [vedere QUI] tu scrivi che: «La carica di dinamite sta principalmente dall’articolo 14 delle “regole procedurali” dove si evoca la “mancanza di fede” dei nubendi come possibile causa di simulazione o errore nel consenso e quindi di nullità del matrimonio».
Vorrei garantirti che non si tratta di una «carica di dinamite». Infatti, il punto del tuo articolo attraverso il quale si evince che tu non riesci a cogliere la portata del problema in sé e di per sé, si regge sul riferimento che fai alle Regole Procedurali del Motu Proprio [Art. 14 § 1]. Temo infatti che tu non abbia colto la complessità dei motivi che stanno a monte e che hanno indotto il Sommo Pontefice a indicare come elementi per la trattazione della causa di nullità del matrimonio, per mezzo del processo più breve, secondo i canoni 1683-1687, anche «quella mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà».
Purtroppo sbagli nel pensare che in passato la Chiesa “escludesse” la mancanza di fede dai motivi di nullità. Un’idea come questa tua è veramente assurda sul piano formale e sostanziale. E qui vorrei per inciso precisare che ho fatto uso del termine “assurdo” stricto sensu secondo il corretto etimo e non secondo l’uso per il quale questo lemma è impiegato nel linguaggio corrente. Per absurdus s’intende infatti, nel linguaggio filosofico e nella filosofia del diritto, un elemento od un pensiero che è contrario alla logica o alla ragione.
Se la Chiesa non parlava dell’elemento indispensabile della fede, era perché essa costituiva il primo presupposto dei requisiti minimi richiesti per la validità del Sacramento. Non ne parlava semplicemente perché, essendo il matrimonio un Sacramento, si supponeva, o si dava comunque per scontato che i nubendi avessero fede nel Sacramento stesso. O detta in altri termini: a chi mai sarebbe passato per la mente, ieri, di domandare a un candidato prossimo all’ordinazione sacerdotale se credeva veramente nel Mistero del Sacrificio Eucaristico? Purtroppo, come presbitero, posso testimoniarti che oggi, prima di ordinare sacerdoti certi soggetti che all’altare non andrebbero fatti avvicinare neppure come chierichetti, i vescovi dovrebbero appurare se conoscono e soprattutto se credono veramente alle fondamentali verità racchiuse nei dogmi della fede cattolica, cosa questa che richiede a monte il fatto che, ad essere stati formati nella corretta dottrina cattolica siano anzitutto i vescovi [vedere mio articolo sul Segretario Generale della CEI, QUI].
Proverò a chiarire il tutto con un altro esempio: nelle stupende campagne toscane dove lo scorso anno tu invitasti a pranzo me ed il mio collaboratore ― e dove spero di tornare presto a visitarti ― oggi vi sono antichi casolari che costano molto più di una casa ubicata nei centri storici cittadini. In questi casolari abitavano fino a meno di un secolo fa dei contadini molti dei quali sapevano a malapena leggere e scrivere. Con questo esempio vorrei offrirti una concreta idea di radicale trasformazione sociale e ambientale. Eppure, quei contadini, compresi soprattutto gli illetterati, sapevano molto bene che cosa fosse il matrimonio. Oggi, molti di coloro che hanno comprato le case dei vecchi contadini pagandole nel corso degli anni Novanta sino a dieci milioni delle vecchie lire a metro quadrato, semmai professionisti con le parcelle a sei zeri, o danarosi imprenditori, o ricchi stranieri … che cosa sia il matrimonio in alta percentuale non lo sanno proprio. Basterebbe andare da quella genderista di Gianna Nannini, nata in una ricca famiglia d’impreditori senesi, popstar celebre in tutto il mondo, laureata in lettere e via dicendo, chiedendole di spiegarci che cos’è il matrimonio; semmai, visto che ci siamo, di spiegarci pure che cos’è la famiglia, o il rapporto tra genitori e figli, o se è umano e giusto che una creatura sia privata di un padre e di una madre “sana” per essere cresciuta tra circoli di omosessuali e di lesbiche inacidite.
Spero di averti chiarito come mai la questione della fede viene esplicitamente citata nel documento del Sommo Pontefice: perché nella situazione sociale odierna caratterizzata da un secolarismo e da una scristianizzazione che galoppano più dei puledri del Palio di Siena, l’elemento dell’ignoranza religiosa in progressivo aumento è tanta e tale, assieme alla superficiale leggerezza, che oggi ci troviamo costretti a chiarire ciò che per secoli è stato ovvio persino tra le persone più incolte. E oggi più che mai è davvero parecchio alto il rischio delle coppie che si sposano in chiesa senza vera fede nel Sacramento, perché non ci credono o perché fingono di crederci, o perché lo concepiscono male o per simulazione o per errore involontario.
Questo il motivo per il quale nelle mie omelie insisto spesso su alcuni elementi fondamentali della fede, parlando del mistero del Verbo di Dio fatto uomo, chiarendo la natura ipostatica di Cristo vero Dio e vero Uomo. Parlando dell’Eucaristia e chiarendo ch’essa è mistero della presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino; quindi spiego che l’Eucaristia non è un’allegoria, una metafora, un simbolo della presenza spirituale di Cristo. Allo stesso modo spiego che la Santa Messa è il sacrificio vivo e santo della croce che si rinnova in modo incruento, ed invito a prestare anzitutto ascolto alle parole del celebrante quando nel canone pronuncia la parola “sacrificio”, o quando i fedeli stessi rispondono al sacerdote facendovi anch’essi riferimento: «Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio, a lode e gloria del Suo Nome e di tutta la Sua Santa Chiesa». Spiego che la Santa Messa, ossia il Sacrificio Eucaristico, non è una festa danzante o tamburellante, non è una mensa dove gli amici gioiosi fanno cena assieme; che l’altare non è il tavolo del disc jockey attorno al quale chiunque conosca tre accordi possa torturare l’intera assemblea con inopportune e fastidiose schitarrate. Recentemente ho usato un’esperienza di vita pastorale narrando durante un’omelia di quando sostituendo un parroco in una chiesa parrocchiale, appena giunto fui avvicinato da due catechiste in vena di darmi direttive su come celebrare, ignare che come celebrare me lo dice la Chiesa attraverso l’Ordinamento Generale del Messale Romano, non certo quelle pie donne da me ribattezzate inopportune pretesse nate dalla peggior confusione di ruoli prodotta dal peggio del post-concilio, il quale nulla ha da spartire con il Concilio Vaticano II. Le due mi dicono: «Lei non conosce la nostra parrocchia, così volevamo informarla che noi al centro della liturgia mettiamo i giovani». Le fulmino con uno sguardo di fuoco e rispondo: «Mi dispiace per voi e soprattutto mi rammarico per i vostri giovani, perché io al centro della liturgia metto Cristo, ed i giovani devono stare adoranti e genuflessi dinanzi a Lui, perché il centro è Suo, ed è un centro totale e totalizzante, perché Cristo è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo» [Cf. Dichiarazione Dominus Jesus, vedere QUI, Istruzione Redemptionis Sacramentum, QUI].
Tra te e me ci sono solo pochi anni di differenza: tu sei nato nel 1959 e io nel 1963. Sicché ti domando: quando tra il 1967 e il 1968 tu facevi il catechismo per prepararti alla Prima Comunione, al termine della preparazione ricevuta, avevi la cosciente consapevolezza di che cosa saresti andato a ricevere? Certo che ce l’avevi, come l’avevo io che nel maggio del 1972 ricevetti la Prima Comunione in ginocchio alla balaustra ricoperta in superficie col lino bianco e col chierichetto che mi reggeva il piattello sotto il mento.
Ho citato tre elementi accidentali o cosiddetti “accidenti esterni” – la genuflessione, la balaustra ricoperta con il lino, il piattello – che nella loro accidentalità contingente richiamano degli elementi di sacralità e di rispetto verso il sacro mistero oggi purtroppo perduti con tutto ciò che di triste e doloroso ne consegue, a partire dal modo in cui molti fedeli ricevono senza sacro rispetto e profonda reverenza il Corpo di Cristo; a partire dal modo sciatto in cui molti preti distribuiscono l’Eucaristia, demandandone spesso la distribuzione — senza alcuna oggettiva necessità — a laici più sciatti ancora di certi preti.
Tu ed io, come abbiamo ricevuto la prima confessione? In ginocchio dinanzi alla grata del confessionale, dentro al quale c’era il sacerdote che indossava la veste talare, la cotta bianca e la stola viola. O forse sarebbe stato pensabile che uno dei tanti odierni preti ye ye, col pantalone jeans e la camicia scollacciata a mezze maniche amministrasse le confessioni a delle giovani donne seduto in poltrona dentro l’ufficio parrocchiale con la porta chiusa, semmai rispondendo pure al telefono durante l’azione sacramentale? E detto questo non devo certo spiegare che non sono affatto un misogino, ma un sacerdote di Cristo al quale non passerebbe mai per la mente di stare seduto sulla poltrona di un ufficio a guardare in faccia un penitente intento a confessare i propri peccati per avere la grazia, la misericordia e il perdono di Dio; non lo farei mai con nessuno, specie con una donna, alla quale è dovuta da parte del sacerdote una delicatezza ed un rispetto del tutto particolare.
Adesso riesci a capire il motivo per il quale bisogna purtroppo spiegare anche l’ovvio, una volta appurato e preso tragico atto che ciò che per secoli è stato ovvio, oggi purtroppo non lo è più? E non solo bisogna spiegare l’ovvio ai laici, ma anche a tanti preti malformati piazzati dalla scelleratezza dei nostri vescovi nei posti spesso più delicati. Capisci, caro amico, che oggi, sotto gli occhi indifferenti dei nostri vescovi, a preti piazzati nelle più grandi parrocchie od a pavoneggiarsi negli uffici di curia, vediamo fare cose che fino a pochi decenni fa non sarebbero mai passate per la mente neppure al più ignorante dei curati di campagna, di quelli che, più che la teologia, avevano studiato il necessario catechismo a bastonate, ed ai quali dobbiamo oggi eterna riconoscenza se ancora abbiamo un Popolo di Fedeli, a partire da Giovanni Maria Vianney santo patrono di noi sacerdoti, che con non poche difficoltà leggeva più o meno bene il latino del Messale di San Pio V?
Affido nuovamente tua figlia Caterina alla Beata Vergine Maria al termine del giorno in cui la Chiesa universale ha celebrato la festa della Madonna Addolorata, onorato più che mai per la tua amicizia.



