Padre Ariel S. Levi di Gualdo nominato alla sede arcivescovile di Napoli. Il sommo Pontefice Francesco è rimasto commosso dalla sua meditazione: «I poveri e la povertà sono il volto del Corpo mistico di Cristo»

PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO NOMINATO ALLA SEDE ARCIVESCOVILE DI NAPOLI. IL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO È RIMASTO COMMOSSO DALLA SUA MEDITAZIONE: «I POVERI E LA POVERTÀ SONO IL VOLTO DEL CORPO MISTICO DI CRISTO»

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos, è con trepidazione e gioia che vi do questo lieto annuncio: sono stato scelto come Arcivescovo Metropolita di Napoli, ed allo scoccare del 75° anno di età di Sua Eminenza il Cardinale Crescenzio Sepe, prenderò io il suo posto sulla cattedra episcopale di San Gennaro. Dato questo annuncio, intendo adesso rendere pubblico il mio scritto attraverso il quale, il Romano Pontefice, per gli amici “Padre Francesco”, ha visto in me il candidato ideale ed ha deciso: «Tu sarai il Vescovo delle periferie esistenziali di Napoli».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dio è la salvezza nel povero suo vero volto e nel profugo che è il suo corpo, essendo Egli solo il figlio di un operaio, detto in arte Figlio di Dio.

Yĕhošūah ben Joseph

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lo stemma episcopale del Padre Ariel S. Levi di Gualdo, spiegato più avanti nella seconda parte di questo saggio breve nel quale è riportata la sua meditazione teologico-pastorale sui poveri e sulla povertà che gli è valsa la nomina episcopale

Questo mio saggio breve si apre e si chiude con una esortazione fatta dal Beato Apostolo Paolo in una epistola indirizzata al suo discepolo Timoteo:

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«Se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro […]» [I Tm 1, 2-3].

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In un altro passo, il Beato Apostolo esorta:

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« Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte […]» [I Cor 12, 31].

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Ma soprattutto, il Verbo di Dio fatto Uomo è molto chiaro quando in una apposita parabola parla dei talenti che a ciascuno di noi sono stati dati [cf. Mt 25, 14-30]. Anzitutto, ciascuno di noi, deve essere consapevole dei talenti ricevuti, perché se non lo fosse non potrebbe mai farli fruttare. Va da sé che i più talentati in modo particolare, non devono cadere mai nelle diaboliche insidie della superbia, temibile regina e locomotrice di tutti gli altri peccati capitali, perché la consapevolezza delle proprie oggettive capacità deve essere sempre unita a un’altra consapevolezza: i talenti non sono merito nostro, ma dono misterioso della grazia di Dio; non ci sono dati per il nostro onore, ma per la gloria di Dio, per servire attraverso di essi Cristo Dio e la sua Chiesa. Per quanto mi riguarda non dubito che mi farò un po’ di meritato Purgatorio per la purificazione della mia anima, ma è altrettanto vero che se dovessi presentarmi tra poco dinanzi al giudizio immediato di Dio, su una cosa andrei sicuro al cospetto del Creatore: la certezza oggettiva di avere amata, venerata e ubbidita la Chiesa, ed avere servito in ogni modo il Popolo di Dio, trascorrendo la mia vita sacerdotale a supplire le mille pigrizie di non pochi miei confratelli, a partire da quelli che trincerandosi dietro non meglio precisati “impegni pastorali”, non hanno mai tempo per confessare, per visitare gli ammalati, per portar loro la Santa Comunione, per amministrare la sacra unzione agli infermi ed ai morenti, per stare vicini alle persone in difficoltà e via dicendo a seguire, perché per questo siamo diventati preti, non per mandare le “pie donne”, o come qualsivoglia le invadenti “pretesse”, a visitare gli ammalati ed a portare loro la Santissima Comunione.

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A me piace fare il teologo e attraverso la teologia credo di rendere un prezioso servizio alla Santa Chiesa di Dio, specie in questi tempi di selvaggia eterodossia diffusa, ma non esiterei ad abbandonare qualsiasi speculazione teologica se ciò comportasse il trascurare la dimensione pastorale ed apostolica, perché sono diventato prete per celebrare il Sacrificio Eucaristico, per assolvere dai peccati, per amministrare i Sacramenti secondo le potestà del mio grado sacramentale, per assistere i Christi fideles. Questa è la priorità, ed a questa priorità si sacrifica tutto, anche la speculazione teologica. O per dirla con un esempio: se dei fedeli, come più volte è capitato, vengono a chiamarmi a casa perché non trovano un prete in tutte le parrocchie della Città che vada a dare l’unzione ad un infermo ― essendo i giovani parroci impegnati in estenuanti e imprecisate “attività pastorali” ―, ed io sto uscendo in quel momento per andare a tenere una lectio magistralis sul mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio, ebbene: prima vado ad amministrare la sacra unzione all’infermo, poi vado a tenere la lectio magistralis, perché, se non facessi così, dimostrerei di non aver capito come mai, il Verbo di Dio si è fatto Uomo. Cosa che tra i preti, a non averlo capito, sono purtroppo davvero in molti, ahimè sempre di più.

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Volete poi sapere dov’è che si trovano, sempre e di rigore, il genere di preti pigri e assenteisti poc’anzi menzionati? Presto detto: piazzati dai loro Vescovi nelle più grandi e ricche parrocchie delle diocesi, protetti e resi intoccabili da autentiche cosche mafiose formate perlopiù da sacerdoti pigri e mediocri tanto e quanto loro, che vivono col terrore che chicchessia possa in qualsiasi modo alterare lo stato di morte cerebrale da essi generato nelle Chiese particolari, offrendo esempi di vita sacerdotale del tutto diversi dai loro. E, se tutto va bene, spesso questi preti li troviamo a fare i figli non cresciuti a casa di mammà e papà, ripeto: se tutto va bene. Oppure li troviamo circondati dai loro amati nipoti, pieni di mille bisogni e di altrettanti vizi, i quali attendono che lo zio prete tiri prima o poi le cuoia, per avere in legittima eredità tutto ciò che in una vita di pigrizia e di avarizia hanno rubato dalle casse della Chiesa, dalla quale tutto hanno avuto, ed alla quale tutto dovrebbero dare ‒ o perlomeno restituire ‒ alla loro morte.

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Malgrado i miei peccati sono sereno riguardo il giudizio di Dio, perché esso non si basa sulla “emotività divina”, perché Dio non è emotivo, è giusto. E la sua giustizia si sorregge sulla pura aequitas, che all’occorrenza è aequitas compensativa. Quanti erano i santi e le sante che avevano veramente un brutto carattere, o che quando aprivano bocca erano capaci ― come suol dirsi ― a lasciare all’occorrenza vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose letteralmente “in pasto ai maiali”? Eppure tutti loro sono stati giudicati sulla carità, per questo si sono santificati; così come ciascuno di noi, sarà giudicato sulla carità. E la carità, dinanzi agli occhi ed al giudizio di Dio, produce un grande effetto compensativo. O come spesso mi capita di dire in confessionale ai penitenti: «La carità è come un battesimo che ci rinnova alla grazia e che cancella la colpa, a volte, chissà, agli occhi di Dio può cancellare persino la pena da scontare per il peccato perdonato, ma questo Lui solo può saperlo, perché solo Lui, malgrado i nostri difetti e peccati commessi, può decidere di ammetterci, per meriti di carità compensativa, direttamente nel Paradiso tra le anime beate».

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SE PER DONO DELLA GRAZIA DI DIO CREDO DI ESSERE UN PRETE DI TALENTO, NON È PERCHÉ ME LO DICONO GLI AMICI, MA PERCHÉ LO AFFERMANO I MIEI PEGGIORI NEMICI

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Se credo d’essere un uomo dotato di talenti, non è che lo creda perché me lo dicono gli amici, od i cosiddetti ammiratori, perché quelli non fanno proprio testo. Lo credo perché da sempre lo affermano i miei peggiori nemici. Infatti, nessuno tra quegli ecclesiastici che se potessero mi avrebbero tolto non solo il Sacramento dell’Ordine, ma persino il Sacramento del Battesimo e poi bruciato vivo, ha mai affermato che sono un mediocre teologo, od un prete immorale, perché proprio i miei peggiori nemici, ben guardandosi da qualsiasi genere di confronto con me in materie di dottrina e di fede, sono soliti affermare da sempre: «È dotato di brillante intelligenza e profonda preparazione teologica». Aggiungendo appresso: «E ciò lo rende molto pericoloso». Per seguire con affermazioni del tipo: «Ha una cultura enciclopedica», «ha una intelligenza diabolica», «Non è un emotivo sentimentale che può essere fatto cadere in trappola nei suoi sentimentalismi, perché quando rivolge dure critiche costruisce sempre le sue tesi sul dato oggettivo e con criteri basati sulla pura logica, ed in tal caso è bene non smentirlo, perché si corre il rischio di essere fatti più neri ancora dalla sua maledetta lingua e dalla sua penna ancor più maledetta della sua lingua stessa». Ma soprattutto, loro malgrado, sono costretti ad ammettere: «Conduce una vita sacerdotale moralmente impeccabile». Se infatti non ammettessero questo, si farebbero ridere dietro dalla gente, visto che la mia vita si svolge alla pubblica luce del sole, sotto gli occhi delle persone che sanno sempre dove sono, con chi sono e che cosa faccio, ma soprattutto sanno bene cosa non faccio e con chi non sono. E, questi cari nemici, perlopiù caratterizzati da una mediocrità desolante, da sempre mi hanno tenuto lontano da tutti gli àmbiti accademici, senza che nessuna autorità ecclesiastica abbia mai avuti gli urologici attributi virili per dire: «Insomma, se Dio manda alla sua Chiesa uomini di capacità e di talento, possiamo forse emarginarli per non irritare l’esercito di soggetti altamente scadenti che stanno facendo affondare giorno dietro giorno la Chiesa universale nel ridicolo, proferendo eresie a raffica dalle cattedre delle nostre istituzioni accademiche e dai pulpiti delle più grandi chiese storiche?».

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Detto questo possiamo poi aggiungere che nessuno dei Vescovi alla cui autorità apostolica sono stato sottoposto nel corso degli anni, ha mai sollevato mezzo sospiro sulla mia condotta di vita, perché, sempre alla prova dei fatti non passibili di facile smentita, io sono un sacerdote che non ha mai dato alcun problema di natura morale, dottrinale e patrimoniale. Pur malgrado, proprio i Vescovi che si trovano con un clero improponibile sotto i più gravi aspetti morali, dottrinali e patrimoniali, a me non hanno mai dato alcun incarico pastorale ufficiale, perché se lo avessero fatto vi sarebbe stato un violento sollevamento contro di loro da parte di preti le cui condotte morali, dottrinali e patrimoniali, costituiscono pubblici scandali alla luce del sole, rigorosamente tollerati, a volte persino nascosti e protetti, da quegli stessi vescovi pronti poi a trincerarsi dietro discorsi patetici quali ad esempio: «Ah, la situazione è delicata, io devo gestire fragili equilibri». Per giungere poi alla vergognosa frase conclusiva: «Che cosa ci posso fare?». E dinanzi a questo quesito, qualcuno si è sentito rispondere da me in questi termini: «Quando le fu prospettata la nomina episcopale, ed assieme ad essa le fu illustrato in modo chiaro e realistico l’effettivo grave stato in cui versava la diocesi che intendevano affidarle, per quale motivo ella ha accettato? Forse per poi dire … “Che cosa ci posso fare?”».

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Purtroppo si tratta del mistero umano ― non certo del mistero della fede ―, dei poveri omuncoli che scalpitano per avere certi onori, ma che per nessun verso e per alcuna ragione vogliono però assumersi i ben più gravosi oneri derivanti dal loro alto ufficio.

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I VESCOVI ELETTI NEGLI ULTIMI ANNI SOMIGLIANO AGLI ADOLESCENTI SPOCCHIOSI CHE SI DANNO ARIE DA AUTENTICI SCIUPA FEMMINE

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Non pochi, tra i vescovi eletti negli ultimi anni, somigliano a certi piccoli e spocchiosi adolescenti che, allo spuntar del primo fragile pelo sul pube, se ne vanno in giro a narrare, come degli autentici sciupa femmine, d’aver fatto mirabolanti scorribande con delle donne trentenni ultra navigate, oltre che impossibili pressoché da raggiungere in virtù della loro bellezza e posizione sociale. Questo genere di adolescenti, da sempre, nella società civile fanno tenerezza, perché, con i loro racconti assurdo-fantasiosi, inducono al morir dal ridere chiunque li ascolti. Purtroppo, nel corpo ecclesiastico di oggi, questo genere di adolescenti vengono invece eletti sciupa femmine ufficiali dalla Santa Sede, quindi dichiarati sposi di qualche grande ed antica Chiesa particolare che, per loro, dovrebbe essere in tutto equiparabile ad una donna impossibile pressoché da raggiungere per la sua bellezza e la sua posizione sociale. E, una volta divenuti vescovi, non fanno tenerezza né fanno morir dal ridere, ma fanno piangere, perché col loro agire incompetente produrranno tanti e tali danni che solo per essere riparati parzialmente richiederanno decenni di lavoro da parte di vescovi santi, ammesso che domani se ne trovino sempre, di vescovi santi, dopo la immane devastazione della Gerusalemme terrena operata da questa nuova generazione di Vescovi che al primo fragile pelo spuntato sul loro pube presbiterale affetto da patologia da micropene congenito, si sono però creduti più dotati di uno stallone di razza e più belli di Rodolfo Valentino.

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Essendo ormai un uomo di 54 anni, ecco che nella maturità, o per meglio dire ormai in cammino verso la vecchiaia, mi sono messo ad aspirare ai «carismi più grandi». E, come ben capite, dinanzi ad una fetta sempre più ampia di episcopato che mostra d’aver seri problemi sulla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica, seguendo il monito del Beato Apostolo Paolo «se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro», mi sono messo ad aspirare all’episcopato. E vi ho aspirato animato dalla serena e cosciente consapevolezza che di questi tempi sarei anche un ottimo vescovo, rispetto a certi adolescenti che allo spuntar del primo pelo sul pube sono stati dichiarati dalla Santa Sede stalloni di razza e quindi sposi di qualche grande ed antica Chiesa particolare.

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CHIESA ED ECONOMIA BANCARIA. COME FARMI STRADA VERSO L’EPISCOPATO, NON POTENDO IO ESSERE BENEFICIATO CON UNO DI QUEGLI ASSEGNI IN BIANCO FATTI FIRMARE AL ROMANO PONTEFICE DA UNA “CORTE DEI MIRACOLI” FORMATA DA DEGLI AUTENTICI BANCAROTTIERI POST SESSANTOTTINI AL POTERE ?

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Come tutti gli uomini di fede dotati al tempo stesso di talenti a me elargiti per mistero di grazia da Dio, ho dovuto anzitutto fare i conti con quelli che al tempo stesso sono i miei grandi limiti; perché un uomo non capace a confrontarsi con i propri limiti umani, non può essere né un uomo dotato di autentica intelligenza, né un uomo di fede. E il mio primo insormontabile limite era costituito dal fatto di non avere da parte mia contatti con la “corte dei miracoli” che da tempo circuisce il Romano Pontefice, portando a Sua Santità i pizzini con i nomi dei vescovi selezionati secondo tutti i migliori crismi del modernismo, ma incensati col fumo del gran turibolo dei poveri e della povertà. Insomma, tanto per essere chiari: tutti sappiamo che il Pontefice regnante ha dato chiare disposizioni sulla scelta dei nuovi Vescovi, precisando che li vuole «pastori con l’odore delle pecore» e con una «particolare predilezione per i poveri». Or bene, capisco che la storia sarebbe davvero lunga, ma forse, il Pontefice regnante, non è sufficientemente illuminato su che cosa è stato, in un Paese come l’Italia, il Sessantotto. Allora, casomai la Santità di Nostro Signore Gesù Cristo mi leggesse, provo a narrarglielo in breve io, che cosa è stato il nostro patetico Sessantotto …

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… il Sessantotto italiano è stato un movimento di contestazione formato e portato avanti dai più ricchi figli di papà che parlavano di proletariato, di classe operaia e di lotta di classe, per poi rientrare nelle loro case dove erano serviti dalle governanti e dai domestici in livrea. I contestatori con l’odor di proletariato addosso, erano i rampolli delle famiglie di industriali e d’imprenditori presi a lottare contro la classe politica borghese e le vecchie baronìe accademiche. Erano anche e soprattutto dei grandi ignoranti, perché mentre i vecchi e meritoriamente contestati vecchi baroni accademici, alle spalle avevano una grande tradizione, ma soprattutto una grande cultura, i contestatori finto-proletari, alle spalle avevano invece una ignoranza abissale, ed uno appresso all’altro si sono laureati nei collettivi politici discutendo sulla immaginazione al potere, sul vietato vietare, o dissertando sui sigari cubani fumati da Ernesto Guevara detto El Che. E così, nel post Sessantotto, ci siamo ritrovati nelle scuole e nelle strutture accademiche un esercito di ignoranti patentati, altrettanto è accaduto nella classe politica. Degli ignoranti caratterizzati da una impostazione ben precisa: erano aggressivi e coercitivi come pochi ‒ o sotto certi aspetti come mai s’era visto prima ‒, con coloro che non la pensavano come loro. E, a partire dagli anni Settanta, questi post sessantottini in cattedra hanno devastate generazioni intere di studenti, prendendo di mira con raro spirito distruttivo tutti coloro che non erano disposti ad omologarsi al loro indiscutibile pensiero. E di questo, chi scrive, ne è stato sia vittima sia testimone.

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Ecco, non sapendo e non immaginando con quali falsi opportunisti e trasformisti avrebbe finito col giocare, il Pontefice regnante, al grido di «Odor di pecore», «poveri e povertà», ad un cinquantennio di distanza dal Sessantotto ha creato nell’episcopato la stessa identica situazione rovinosa. Una situazione che, con tutto il più devoto e sacro rispetto, poteva essere creata solo da un argentino ingenuo che non ascolta nessuno e che non vive nel mondo, ma nella sua idea di mondo. E, detto questo, per quanto riguarda queste mie parole, concludo dicendo che sarà il tempo, a darmi torto o ragione nel giorno di domani, mentre l’episcopato post sessantottino affonda sempre di più, tra l’ignoranza delle pecore e la più desolante povertà della dottrina e dello spirito. 

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I membri di questa “corte dei miracoli” stile Sessantotto clericale, formata come più volte ho scritto e ripetuto da degli autentici delinquenti, che con la proposta di certe nomine episcopali inducono il Romano Pontefice a firmare degli assegni in bianco senza che sopra di essi sia neppure indicata la cifra per la messa all’incasso, un soggetto come me lo giudicano come fumo agli occhi, anzi peggio: mi considerano più pericoloso delle radiazioni del reattore nucleare di Cernobyl.

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Per quanto riguarda il giro di assegni in bianco, sia anzitutto chiaro che certi rapporti sono unilaterali e non bilaterali. Infatti, quando al Vescovo che in piena e perfetta comunione col Vescovo di Roma mi ha consacrato sacerdote, io ho promesso obbedienza e filiale rispetto a lui ed a tutti i suoi successori, in un certo senso ho firmato un assegno in bianco con il carnet di assegni tratto dalla Banca della Fede, presso la quale non esistono limiti di spesa, perché alla Banca della Fede la copertura è illimitata. Attenzione però, perché il Vescovo in piena e perfetta comunione col Vescovo di Roma, dal canto suo non ha firmato, né mai ha messo nelle mie mani un assegno in bianco senza cifra e data per l’incasso, perché sono io che ho promesso solennemente a lui, non lui ad aver promesso solennemente a me. Purtroppo oggi, quel che sta accadendo, è una pericolosa alterazione e inversione di tutti i criteri economico-commerciali: basta infatti che al Sommo Pontefice si presentino i delinquenti della “corte dei miracoli” che lo lusingano e lo circuiscono, dicendogli che quel tal prete ha scritto un libello sui poveri e sulla povertà secondo i migliori crismi socio-politici della Scuola di Bologna, o che quell’altro s’è occupato dei poveri migrantes e che considera lo jus soli più importante di quanto invece non lo siano le cupe dottrine sui grandi dogmi cristologici, che questi si mette a firmare a raffica i pericolosi assegni in bianco delle nomine episcopali, senza indicare in essi né la cifra né la data. Inutile dire che, siccome presso la Banca della Fede, per questo genere di assegni non c’è né liquidità né copertura, non avendo lasciato il Fondatore della Chiesa alcun genere di fondo a garanzia per simili spese scellerate, presto accadrà che uno dietro l’altro, questi assegni, finiranno protestati. Perché a questo i delinquenti della “corte dei miracoli” ci stanno conducendo: alla bancarotta. Infine, all’improvvido firmatario, il Divino Direttore della banca ritirerà il blocchetto degli assegni, ed a poco varrà che costui si metta a scalpitare dicendo di essere l’unico, valido, lecito e legittimo titolare del conto corrente, perché a quel punto, il Divino Direttore, gli ricorderà che la ricchezza a lui affidata avrebbe dovuto gestirla e farla fruttare secondo i migliori criteri dell’economia cristologica che sono tutti riassunti nella celebre Parabola dell’amministratore fedele e saggio [cf. Lc 12, 39-48]. Coloro che poi avranno sofferti e subìti danni a causa di questo gran smercio di  assegni a vuoto, al Divino Giudice del Supremo Tribunale ‒ il quale è misericordioso perché anzitutto è giusto ‒, chiederanno che sia aperta la procedura di fallimento dell’Azienda Chiesa Cattolica e che si proceda immediatamente con i sequestri per cercare di recuperare anche e solo in parte i crediti. E forse, il primo bene immobile che sarà posto sotto sequestro, sia per la tutela del credito sia per evitare ulteriori danni futuri, sarà proprio la Cappella Sistina …

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… in questo clima di amministrazione controllata che fa da preludio alla procedura di fallimento, per raggiungere il mio scopo ho preso alla lettera il monito di Cristo Dio che ci esorta: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» [Mt 10, 16], memore del fatto che «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» [Lc 16, 8].

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HO PROVATO A IMPARARE DAI SERVI FALSI E IPOCRITI, CHE IN QUANTO TALI SONO RUFFIANI E INFEDELI VERSO IL PADRONE, ED AGENDO COME LORO HO AVUTO ANCH’IO IL MIO ASSEGNO IN BIANCO SENZA COPERTURA …

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Adesso vi rivelo pubblicamente quel che ho fatto per raggiungere il mio scopo: anzitutto mi sono tolto la talare romana di dosso, ho bruciato il saturno di castorino che ogni tanto indosso durante l’inverno quanto tira vento, sono andato in un negozio di abbigliamento ecclesiastico ed ho acquistato una di quelle orrende camicie sintetiche col francobollino bianco estraibile sotto il collo, che naturalmente ho lasciato mezzo slacciato; mi sono messo un paio di jeans sotto la camicia, badando bene di arrotolarmi su le maniche fino al gomito, ho indossato un paio di scarpe da ginnastica e mi sono lasciato la barba per tre giorni. Ho poi corretto la mia camminata cercando di incurvare la schiena, casomai apparisse troppo diritta; ho prudentemente evitato di procedere con una andatura elegante ed ho preso a camminare in modo ciondolante. Infine mi sono presentato in Vaticano alla Domus Sanctae Marthae dicendo in portineria che stavo prodigandomi per la tutela di uno zingaro di etnia sinti, il quale era sottoposto a gravi discriminazioni solo perché si era difeso in modo legittimo dalle domande di un giornalista fastidioso e insistente spaccandogli il setto nasale e massacrando di botte il suo cameraman [cf. filmati  QUI, QUI, QUI]. E così hanno riferito al Sommo Pontefice che nella hall dell’albergo c’era un prete molto pecoreccio che reclamava di parlare col Sommo Pontefice per una questione legata a dei poveri zingari discriminati. Ebbene, forse non ci crederete, ma è venuto lui di persona nella hall a ricevermi.

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Quando ho visto spuntare a distanza e poi venir verso di me il Romano Pontefice, con l’ausilio della grazia di Dio ho corretto il mio istinto incorreggibile impresso nel mio DNA di prete, seguendo il quale avrei piegata la testa, mi sarei messo in ginocchio per il bacio della mano e, rialzandomi, non avrei aperta bocca se non per rispondere, perché dinanzi al Romano Pontefice non si inizia alcun discorso, si attende a testa bassa che lui dia inizio ad un discorso; non si chiede, si risponde solo se lui ti interroga, sebbene oggi sia uso che il Romano Pontefice si faccia intervistare anche da giornalisti che hanno trascorse le loro esistenze a sprezzare i fondamenti più basilari del deposito della fede cattolica. Ripeto, con l’ausilio della grazia di Dio non sono caduto in questa serie di errori che sarebbero stati letali, ed appena l’ho visto a distanza mi sono messo a sbracciare come un perfetto zoticone dicendo ad alta voce: «Padre Francesco!». E mi sono precipitato verso di lui, senza piegare il ginocchio destro dinanzi alla sua Augusta Persona e men che mai baciandogli la mano, ma abbracciandolo stretto. Poi, battendogli una mano sulla spalla, gli ho detto: «Padre, ti ringrazio per avermi ricevuto, perché solo tu, in questa società sempre più discriminatoria, puoi aiutarmi a render giustizia a un gruppo di zingari discriminati appartenenti alla famiglia Spada. Si tratta infatti di un clan familiare veramente molto per bene, grazie al quale è salvaguardata e tutelata la grande cultura di questi zingari, che sono tutte persone che vivono di onesto lavoro [cf. QUI]. E io, caro Francesco, ti posso testimoniare la bontà, l’onestà e il grande spirito di lavoro di questa gente, perché quando in Via Merulana mi cadde di tasca il portafogli, due zingare, una delle quali gravemente infortunata, invalida permanente e con gravi problemi di deambulazione ‒ entrambe per inciso appartenenti al giro degli accattoni organizzato nel centro di Roma dal Clan dei Casamonica [cf. vedere filmato QUI] ‒, si alzò in piedi da terra dall’angolo nel quale chiedeva l’elemosina, rincorrendomi con la stampella assieme all’altra, anch’essa invalida perché con un braccio mutilato, gridandomi entrambe alle spalle: «Signore, il portafogli, il portafogli! Signore, le è caduto di tasca il portafogli!». E, narrato il tutto, preciso al Romano Pontefice: «Sai, Padre Francesco, mi chiamarono in modo gentile “Signore” perché non sapevano che ero un prete. Perché io, essendo un prete per il popolo, con il popolo e in il Popolo ― perché questo significa veramente a livello mistagogico per Cristo, con Cristo e in Cristo ―, viaggio sempre in abiti civili. O vogliamo forse tornare a spaventare la gente con le nostre lunghe vesti nere da corvi tristi e semmai pure mettendoci in testa quel ridicolo saturno che alcuni irriducibili considerano elegante?».

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Gli occhi del Sommo Pontefice sono diventati luminosi e, ve lo confesso, in quel momento si è realizzata la scrittura: «Allora Gesù, fissatolo, lo amò» [Mc 10. 21].

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LA MIA POVERA MAMMA CHE PULIVA LE SCALE DEI PALAZZI ALLE LUCI DELL’ALBA E MIO PADRE CHE RACCOGLIEVA I PEZZI BUONI GETTATI PER ERRORE TRA GLI SCARTI DELLA FRUTTA E VERDURA

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Se il cuore del Pontefice regnante è una cassaforte colma di grandi tesori spirituali, per aprirla io ho usata la combinazione giusta: “poveri & povertà”. Quindi non sono andato da lui a mani vuote, ma come fanno da quattro anni tutti i peggiori scassinatori mi sono portato dietro la “combinazione di apertura”, o per meglio dire un mio studio intitolato «I poveri e la povertà sono il volto del Corpo Mistico di Cristo». E quando il Sommo Pontefice mi ha chiesto quale rapporto avessi avuto con i poveri e la povertà a livello familiare e sociale, anzitutto ho risposto narrandogli che la mia famiglia era così povera, ma così povera, che quando i topi entravano nella dispensa della nostra cucina, non trovandovi niente dentro ne uscivano fuori con le lacrime agli occhi. Né mi sono sentito umiliato a narrargli che la nostra casa era così povera che non avevamo neppure il bagno, come gabinetto usavamo la lettiera del gatto. Poi gli ho parlato degli immani sacrifici di mia madre, all’epoca già vedova in giovane età, avendo perduto il marito ad appena 48 anni. E sebbene straziata dal dolore, alle cinque del mattino già lavorava ricurva a pulire le scale dei palazzi prima ancòra del sorger del sole, per pagare al figlio dei corsi di studio negli Stati Uniti d’America, costo dei quali erano all’epoca 18.000 U.S. $. Quindi spiegai in dettaglio che questa donna povera, tra le mie spese di viaggio, il costo degli studi ed il soggiorno, dovette pulire le scale dei palazzi per la bellezza di circa 25.000 U.S. $, il tutto in anni nei quali un dollaro equivaleva nel nostro vecchio conio a 1.500/1.600 Lire italiane, all’incirca trentotto milioni delle vecchie Lire. Tanto che mia madre incominciò ad anticipare i lavori di pulizia delle scale, ed anziché cominciare alle cinque del mattino, cominciava alle quattro. Il Sommo Pontefice si è molto commosso dicendomi: «Ah, che cosa sono capaci a fare, le madri povere, per i loro figli. Tu sei veramente figlio di una santa!».

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Poi gli ho narrato le incomprensioni patite dai miei genitori poveri da parte della vecchia Chiesa, quella gestita dai vescovi-principi senza amore e misericordia; una vecchia Chiesa nella quale un prete-fariseo minacciò i miei nonni che non avrebbe battezzato loro figlio, ossia mio padre, solo perché volevano chiamarlo Palmiro, in onore del capo dei comunisti italiani Palmiro Togliatti. Durissima sin dalla prima infanzia fu la vita del mio genitore, che a causa di denutrizione si ammalò da bimbo di tubercolosi, perché i suoi genitori non potevano curarlo e nutrirlo, motivo per il quale crebbe rachitico, ed essendo brutto ebbe in seguito grossi problemi a sposarsi. Lo sposò comunque mia madre, in parte per carità, in parte perché, essendo anch’ella brutta a causa dei postumi di una poliomelite infantile e poi per una varicella avuta in età adulta che le lasciò la pelle tutta quanta butterata, finì per formare con mio padre una coppia affine e solidale.

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Per tutta la vita mio padre lavorò a raccogliere la verdura scartata dai fruttivendoli al mercato generale della frutta e verdura, per poi rivendere a pochi soldi i pezzi buoni che riusciva a ricuperare tra gli scarti. Malgrado però tutto questo dolore e queste umiliazioni sofferte dalla mia famiglia povera, esistono persino delle malelingue farisaiche e dei cristiani tristi che osano smentire queste verità rendendomi oggetto di infami calunnie, pur di tagliarmi le gambe per la nomina episcopale, per esempio narrando in giro che io provengo da una famiglia benestante e che mio padre era bello come un attore di Hollywood. Ma si tratta di menzogne, di pure e vergognose calunnie messe in giro falsamente su di me per impedirmi di poter essere promosso all’episcopato. Basti dire che mio fratello, che è paraplegico e che riesce ad articolare solo la parte destra del corpo, mentre nella bassa Maremma, tra la Toscana ed il Lazio, si guadagna da vivere come guardiano di un branco di cinghiali d’allevamento, nel tempo libero, con l’uso di una mano sola, mi sta intagliando un pastorale fatto con del legno di ulivo, che vuole essere simbolo di pace, amore e povertà.

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Terminato quest’ultimo racconto ho dovuto allungare al Romano Pontefice una salvietta per detergersi le lacrime dagli occhi, perché ormai era profondamente commosso. Ripresosi poi dalla commozione dopo quegli struggenti racconti, egli ha sospirato, mi ha battuto una mano sulla spalla e mi ha detto: «Non te la prendere, perché a dire certe falsità sul tuo conto possono esser solo coloro che io chiamo i “cristiani pipistrelli”, quelli che cercano il male ovunque».

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Quando in seguito il Romano Pontefice mi ha detto che vedeva in me un prete dal profilo episcopale, in virtù della mia sensibilità verso i poveri, io mi sono affrettato a rispondere: «Padre Francesco, io posso anche accettare la nomina episcopale, purché mi venga però affidata una diocesi piena di periferie esistenziali e mi sia concesso di mettere, sullo scudo del mio stemma episcopale, l’immagine della piccola fiammiferaia» [Vecchia fiaba di H.C. Andersen, testo leggibile QUI]. Il Romano Pontefice mi ha chiesto quale, tra le tante, tra le troppe diocesi italiane potesse essere quella a me più adatta per portare il mio lieto annuncio ai poveri, ed io, senza esitare, ho risposto: «Padre Francesco, io credo di essere nato per fare il Vescovo di Napoli». E ho precisato: «Nota bene, Padre Francesco, ho detto solo: Vescovo. Mica ho detto Arcivescovo Metropolita di Napoli, antica e grande sede arcivescovile, con dodici diocesi suffraganee, tradizionalmente sede cardinalizia, con un clero di oltre mille sacerdoti e via dicendo a seguire. No, nulla di tutto questo, perché io desidero essere solo il vescovo dei poveri; e se la cosa ai ricchi non dovesse andar bene, che vadano pure a cercarsi un vescovo-prìncipe modello vetero-feudale o borbonico. E ti dirò di più, Padre Francesco: prendendo possesso della cattedra, non dirò cose banali e scontate, tipo che mi propongo di portare di nuovo il Vangelo e la sana dottrina cattolica in una terra ormai più pagana che cristiana, tal è tutta l’Italia, ma in particolar modo il nostro Meridione ridotto ormai a una fede pagano-folcloristica. Nulla di tutto questo, io annuncerò in modo chiaro che lo scopo del mio episcopato sarà quello di sconfiggere la Camorra ed i camorristi e, come bussola di orientamento del mio episcopato, prenderò a modello i documenti della Commissione Nazionale dell’Antimafia. Perché là dove non sono riusciti i governi sia monarchici che repubblicani degli ultimi centocinquant’anni, vi riuscirò io con la potenza di una scomunica episcopale. E tutte le migliaia e migliaia di poveri ai quali la Camorra paga le case, gli stipendi, le pensioni e le assicurazioni, mantenendo intere famiglie di condannati al carcere per reati di mafia ― perché la Camorra è un vero e proprio Stato nello Stato, con una propria “legge” e soprattutto con una propria ricca economia ―, saranno tutti quanti e di rigore dalla parte mia, pronti a sollevarsi in massa contro il potere camorristico, perché io sarà il loro vescovo sociale, il loro vescovo rivoluzionario».

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos, è con trepidazione e gioia che vi do quindi il lieto annuncio: sono stato scelto come Arcivescovo Metropolita di Napoli, ed allo scoccare del 75° anno di età di Sua Eminenza Rev.ma il Cardinale Crescenzio Sepe, prenderò io il suo posto sulla cattedra episcopale di San Gennaro. Dato questo annuncio, intendo adesso rendere pubblica la mia meditazione attraverso la quale, il Romano Pontefice, per gli amici “Padre Francesco”, ha visto in me il candidato ideale ed ha deciso: «Tu sarai il Vescovo delle periferie esistenziali di Napoli». Si tratta di una meditazione che sarà la bussola di orientamento pastorale e dottrinale del mio episcopato.

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ECCO IL TESTO DELLA MEDITAZIONE TEOLOGICO PASTORALE PREMIATA CON L’EPISCOPATO

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IN VIRTÙ DI QUESTA MEDITAZIONE PASTORALE-TEOLOGICA: «I POVERI E LA POVERTÀ SONO IL VOLTO DEL CORPO MISTICO DI CRISTO» PADRE ARIEL S. LEVI DI GUALDO È STATO NOMINATO ARCIVESCOVO METROPOLITA DI NAPOLI, NEL SUO STEMMA ARCIVESCOVILE L’IMMAGINE DELLA PICCOLA FIAMMIFERAIA CON IL MOTTO «ECCO LA FIAMMA DEI POVERI»

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Quando il Romano Pontefice ha riconosciuto in me un sacerdote dal profilo episcopale e mi ha chiesto in quale eventuale diocesi avrei gradito svolgere il sacro ministero apostolico, ho risposto che in mia qualità di membro di questa nostra grande multinazionale di esperienze religiose umanizzanti, nota da secoli come Chiesa Cattolica Apostolica Romana, mi reputavo adatto a coordinare le attività sociali della vecchia e gloriosa città di Napoli e che ritenevo di poter essere un degno rappresentante e diffusore della verità di fede della «Chiesa povera per i poveri». Specie poi se rivestito di rosso, ma sia chiaro: non il rosso inteso secondo gli stereotipi della vecchia Chiesa che in esso ravvisava la fedeltà sino al martirio di sangue, bensì un rosso inteso come sangue che dovrà essere versato per ottenere finalmente la rivoluzione proletaria della misericordia.

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Era infatti necessaria ― come ho spiegato in privato al Sommo Pontefice ― una persona carismatica, che al tempo stesso fosse come me anche un uomo di spettacolo, per organizzare e poi gestire i due eventi di massa che a mio parere possono servire a una maggiore unione della popolazione partenopea: la tradizionale devozione al sangue di San Gennaro e le partite di calcio del Napoli. Per questo uno dei miei primi doveri pastorali, dopo avere adempiuto al principale, ossia la mia solenne dichiarazione di scomunica contro la Camorra ed i camorristi, sarà quella di dare vita al gemellaggio inter-calcistico tra le squadre di calcio e le rispettive tifoserie del Napoli con le squadre argentine di San Lorenzo e Boca Juniors. Non possiamo infatti dimenticare che proprio a Napoli dimorò oltre un trentennio fa quell’uomo di Dio di Diego Armando Maradona, che da buon argentino, nonché appartenente alla specie dei piojos resusitados [1], ha lasciato un ricordo indelebile soprattutto tra i poveri ed i bisognosi dell’antica Partenope, che tutt’oggi narrano ancora di lui quando, a bordo della sua Ferrari, accompagnato da un esercito di soubrettes, si recava a servire i pasti caldi ai senzatetto.

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La mia missione pastorale, nella mia veste di maestro e custode della fede, sarà incentrata sulla riformulazione del concetto paolino di Corpo Mistico [cf. Col 1,18], il cui vero significato è la testimonianza di Dio tra di noi attraverso il povero che è il suo viso e il profugo che è il suo corpo secondo gli scritti degli Atti degli apostoli e delle lettere Paoline, sino all’ apocalisse del Beato Apostolo Giovanni, dove si narra di come i compagni di Gesù portarono nelle zone più abbandonate dal potere romano di dominazione, come l’Africa e l’Asia, sino alla penisola iberica, il manifesto di questa nuova classe unificata e unitaria sotto il concetto di “regno”, dove non è né la nascita, né la razza, né la pelle e tanto meno il capitale a determinare il soggetto, bensì questa dignità paritaria, superiore ed in conflitto con lo spirito oppressivo e schiavista dell’aristocrazia regale e imperiale di Roma. Le stesse testimonianze scritte dal Beato Apostolo Pietro a Roma [cf. Pt Iᵃ e IIᵃ] ci parlano di come questo compagno di avanguardia rivoluzionaria egualitaria, Gesù il Nazareno, povero tra i poveri, condusse la propria missione solo tra le classi più umili e tra gli emarginati, tali erano gli schiavi, le prostitute ed i profughi. Mai, Gesù frequentò le case dei ricchi, mai prese con loro i pasti, mai fu da essi unto con preziosi olî, tanto meno si lasciò rivestire con pregiate vesti. La moderna archeologia ha inoltre dimostrato che Egli, alla sua morte, non fu sepolto in un sepolcro di pregio fornito dal ricco Giuseppe di Arimatea [cf. Mc 15, 42-46; Mt 27, 57-60; Lc 23, 50-53; Gv 19, 38-42], perché il suo corpo finì assieme a quello di tutti i poveri in una fossa comune dalla quale, come narrerò avanti, prenderà poi vita la grande metafora spirituale della risurrezione. Tutta questa serie di racconti, finiti perlopiù nei Vangeli sinottici, sono solo delle errate trascrizioni che i redattori dei Vangeli canonici hanno prese dai testi non attendibili dei Vangeli apocrifi, intrisi di molti racconti romantici e surreali. Notizie dunque false e sovrapposte all’immagine del Gesù povero che molto presto saranno epurate, grazie alla migliore esegesi scientifica che da quattro anni è ormai all’opera attraverso una apposita commissione di studio finanziata da un gruppo di teologi tedeschi, in grado di pagare questi studi lunghi e costosi, dato che la Chiesa della Germania, grande sostenitrice del concetto del Gesù povero per i poveri, può beneficiare da parte della Repubblica Federale Tedesca di un contributo annuo di circa dieci miliardi di euro derivanti dal gettito fiscale. E siccome, tra non molto, i Vescovi tedeschi avranno più Euro stipati nelle casse delle loro diocesi che non invece fedeli seduti tra le panche ormai deserte delle loro chiese, possono ben impiegare il cospicuo capitale a loro disposizione per finire di distruggere ciò che di vetusto resta della vecchia Chiesa pre-misericordiosa, o per finanziare l’ultima grande trovata ideologica in corso: i preti sposati nella regione delle Amazzoni del Brasile.

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Attraverso la loro vita i compagni dell’uomo Gesù di Nazareth furono i primi grandi propagandisti di questo epocale cambio rivoluzionario. Infatti, gran parte di loro, dopo la distruzione di Gerusalemme furono dei profughi [Mt 24:4-28], soffrendo come tali la non accoglienza e, come si legge nei vari racconti racchiusi negli Atti degli Apostoli: le prime comunità cristiane erano al servizio di tutti, ed all’interno di esse vigeva il primitivo santo comunismo, giacché non esisteva in esse quell’immane furto tale era la proprietà privata, perché i beni erano in comune ed il possesso personale era bandito.

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STORIA DELLA PRIMA RIVOLUZIONE EVANGELICO-PROLETARIA: LA VECCHIA CHIESA SI LIMITAVA SOLO AD ACCOGLIERE IL PECCATORE, SENZA CAPIRE CHE LA VERA MISERICORDIA DI DIO, CI SPINGE AD ACCOGLIERE, ASSIEME AL PECCATORE, ANCHE LA RICCHEZZA DEL PECCATO

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Dopo la prima rivoluzione operata dall’uomo Gesù di Nazareth, per il quale era necessario vivere al di fuori della schiavitù delle ideologie umane diffuse dalle religioni rette su caste sacerdotali ― ricordiamo infatti che Gesù non era un appartenente alla casta dei Sacerdoti e dei Leviti, ma alla tribù di Beniamino e di Davide, che fu un guerriero che portò alla liberazione del popolo dal potere dei dominatori esterni ―, per ovvia conseguenza, secoli e secoli dopo, doveva giungere inevitabilmente la Rivoluzione Francese, seguita dal liberalismo e appresso ancora dal comunismo, che assieme alla grande riforma di Martin Lutero costituiscono i più grandi doni di grazia elargiti dallo Spirito Santo all’umanità.

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L’uomo Gesù di Nazareth non aveva dei precisi progetti politici, egli ha lanciato quei semi che nei secoli avvenire sarebbero poi germogliati grazie alla sua idea iniziale che mirava a trasformare l’etica individuale e sociale sorretta sulla  esaltazione dei più alti valori dell’umanità, in elementi strutturali mirati a sorreggere le società sui princìpi della generosità, della compassione e della accoglienza. E si badi bene: non solo e non tanto sull’accoglienza del peccatore, come a lungo tempo, sbagliando gravemente, si è creduto e insegnato, ma sull’accoglienza del peccato stesso, che costituisce una grande ricchezza umana singola e collettiva. In questo consiste la vera grande rivoluzione della nuova Chiesa, contrariamente a quanto ha invece fatto la cupa vecchia Chiesa, che per secoli si è ostinata ad accogliere il peccatore, semmai facendolo sentire persino in colpa per il suo peccato e spingendolo quindi al pentimento, ma mostrandosi al tempo stesso incapace ad accogliere col peccatore anche il peccato, perché è in questo che consiste quella grande rivoluzione ecclesiale ed ecclesiastica dei giorni nostri sorretta sul concetto di misericordia di Dio: accogliere, assieme al peccatore, anche la grande ed inestimabile ricchezza del peccato.

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Nel corso degli ultimi anni, all’interno della Chiesa ha cominciato a soffiare forte più che mai un nuovo vento, soprattutto negli ambiti della teologia e della esegesi. Questo vento ha portato alla riscoperta del vero messaggio di Gesù di Nazareth che per tanti secoli è stato oscurato dalla classe dominante di quella ideologia cristiana che, a partire dai meccanismi fallimentari che furono propri dei dominatori dell’Impero Romano, avevano trasformata la libera Chiesa post gesuana in una struttura piramidale di caste, basata sulla burocrazia ed il legalismo giuridico, lontana dal popolo e per ciò aliena dall’insegnamento dell’amore universale. Questa forma piramidale di caste ecclesiastiche che per secoli si è sorretta sulla burocrazia e sul legalismo, giunse persino a esprimere, sul modello dell’antico Diritto Romano, quella autentica aberrazione anti-evangelica e anti-libertaria tale è il Codice di Diritto Canonico, limitando così in modo terribile la creatività umana e spirituale, perché una sola è la vera legge per il cristiano: è legge vera e autentica ciò che io penso, ciò che io sento, quindi ciò che io voglio.

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La più chiara dichiarazione dell’uomo Gesù di Nazareth contro il potere totalitario è racchiusa nella sua espressione «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che e di Dio» [Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,12]. Espressione che contiene un messaggio ben preciso, anche se per tanti secoli mai correttamente interpretato, vale a dire: il potere non può accumulare tutta l’autorità, sia essa effettiva o anche e solo simbolica, su un solo essere umano, perché chi esercita il potere deve essere limitato e sottomesso alla stessa voce e volontà del popolo sovrano, perché la sovranità appartiene al popolo che la esercita tramite il democratico meccanismo sinodale dei Vescovi, che a breve torneranno a essere eletti anch’essi dal popolo.

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GESÙ DI NAZARETH, IL GRANDE RIVOLUZIONARIO DE EL PUEBLO UNIDO IN UNA CHIESA DI “CRISTIANI ANONIMI”

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Gesù di Nazareth era, anzitutto, un grande rivoluzionario, molto sensibile a quella lotta di classe di cui egli getta i primi fondamentali pilastri. Per capire veramente la portata rivoluzionaria del suo messaggio, basti comprendere il vero senso delle sue parole quando afferma di non essere venuto a portare la pace ma la guerra e che, anche tra fratelli o all’interno della stessa famiglia si sarebbero messi uno contro l’altro, se una delle parti non avesse accettato questo cambiamento necessario [Mt 10, 34-36], perché chi non è con Lui è contro di Lui [Mt 12,30].

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La storia dell’umanità è piena di “cristiani anonimi”, come ci insegna il più grande teologo di tutti i tempi, il gesuita tedesco Karl Rahner, che spero sia presto proclamato dottore della Chiesa e voce profetica. Tra i tanti “cristiani anonimi” della storia, basti pensare ad esempio al cinese Mao Zedong, che proprio ispirandosi a questo passo del Vangelo ― pur senza saperlo, essendo egli un “cristiano anonimo” ―, durante la sua gloriosa rivoluzione improntata sul già sperimentato modello sovietico, invitava anche i bambini, adeguatamente formati, a denunciare i loro stessi genitori; oppure i fratelli a denunciare all’occorrenza i loro fratelli e sorelle che mostrassero anche un vago segno di dissenso verso questo grande sorgere del Sol dell’Avvenire. E nel fare questo, nel mettersi all’occorrenza uno contro l’altro, erano giustamente convinti che alla fine la rivoluzione proletaria sarebbe stata portata a termine, perché come sta scritto: non tutti, ma solo alcuni di quelli che avranno fatto parte della rivoluzione, non conosceranno la morte prima di aver visto il suo regno, perché questo è il vero significato di questo celebre passo del Vangelo [cf. Mt 16,28]. Ormai, il cambiamento radicale operato dagli ultimi passi compiuti da questa rivoluzione che ha dato vita alla nuova e vera Chiesa della pace, dell’amore e della misericordia, in grado finalmente di accogliere assieme al peccatore anche il peccato, è giunto al suo apice, perché questo è il vero significato dell’avvertimento dato dall’uomo Gesù di Nazareth quando afferma: «Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga». [Mt 24,34].

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La predicazione del Nazareno era centrata sull’uguaglianza, come quando egli afferma che non esistono i padroni, palesandosi così contro il capitalismo borghese rappresentato in quel tempo dai mercanti del tempio, oppure dagli antichi speculatori di Wall Street, che erano invece i cambiavalute [cf. Mc 11, 7-19; Mt 21, 8-19; Lc 19, 35-48; Gv 2, 12-25]

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L’unica volta che l’uomo Gesù di Nazareth guardò in faccia ― «e guardandolo lo amo», come è scritto nel Vangelo ― fu quando indicò al giovane ricco l’unica cosa che a lui mancava di fare: «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri» [cf. Mc 10,21]. Egli è infatti molto chiaro nel dire che la perfezione si può raggiungere solo quando si vendono tutti i nostri averi per darne il ricavato ai poveri [Mt 19, 21]. Gesù di Nazareth, più volte se la prende con i ricchi, in particolare quando afferma: guai a voi ricchi perché avete già ricevuto la vostra consolazione [Lc 6,24]. Purtroppo, per molti secoli, i teologi della vecchia Chiesa hanno spiegato ― ovviamente sbagliando gravemente ― che il termine “ricchezza” è usato dall’uomo Gesù di Nazareth come sinonimo di egoismo, di mancanza di altruismo, di attaccamento alla dimensione puramente materiale della vita e dell’essere. Comprensibile il motivo per il quale la vecchia Chiesa abbia sostenuto questo, perché purtroppo ella ― e di ciò non dobbiamo mai finire di chiedere perdono al mondo del proletariato ―, era in combutta con i ricchi, con gli sfruttatori del popolo. Mentre in verità la ricchezza, per l’uomo Gesù di Nazareth, era solo un mezzo disonesto per guadagnarsi dei protettori nei momenti difficili [cf. Lc 16, 9]. Egli infatti afferma: «Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano». Ed era tanto il suo astio verso la ricchezza, che più avanti seguitò a lanciare invettive contro i farisei che, essendo attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffa di lui. Finché Gesù disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole» [LC 16, 14.15].

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L’ALLEGORIA DEL PECCATO ORIGINALE: IL VERO PECCATO ORIGINALE NASCE PER LA MANCANZA DI CURA DEI POVERI

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Per secoli noi abbiamo creduto e insegnato che l’allegoria del peccato originale ― perché ormai è assodato che il peccato originale non è un fatto, ma solo una allegoria dalla quale nasce il tradizionale battesimo altrettanto allegorico-simbolico ―, fosse dovuto ad un atto di ribellione a Dio Creatore attraverso la superbia dell’uomo. Ebbene, a parte il fatto che un altro grande “cristiano anonimo”, Sigmund Freud, ci spiega che il brano biblico di Genesi non è altro che l’allegoria del figlio che in età evolutiva si ribella legittimamente al dominio del padre, se veramente vogliamo parlare di peccato originale, questi non è da ravvisare nella sana e legittima ribellione verso il dominio del padre, che fa appunto parte della dimensione evolutiva umana, ma va ravvisato nella mancata cura dei poveri e nell’attaccamento al danaro. Questo il motivo per il quale, dal metaforico Paradiso Terrestre, l’uomo è caduto nel metaforico peccato originale.

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La missione dell’uomo Gesù di Nazareth non fu quella di fondare una religione o una casta, o un potere parallelo per dominare con ritualismi, cerimonie e lavaggio del cervello i poveri e gli oppressi, ma di portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e a rimettere in libertà gli oppressi [cf. Lc 4, 18], dando come vincolo unico quello dell’amicizia, perché la prospettiva della salvezza e santità che Egli ci offre, è di diventare suoi «amici» [Gv 15,15]. Inoltre, Egli non solo è un grande rivoluzionario, ma è un vero e proprio rivoluzionario radicale, lo chiarisce gli stesso: «Chi non è con me, è contro  di me» [cf. Mt 12,30]. E nella lunga schiera dei numerosi “cristiani anonimi”, molti hanno seguito questo suo insegnamento di radicalismo, senza neppure sapere quanto fossero veramente e radicalmente cristiani nell’agire in un dato modo. Per esempio, tra i diversi contemporanei, limitandosi al solo Novecento, basti rammentare quel grande uomo di “fede anonima” tale fu Stalin, che questo radicalismo evangelico lo portò al massimo compimento, tanto che grazie alla sua opera, circa venti milioni di russi poterono raggiungere il Paradiso nel giro di pochi anni.  

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L’uomo Gesù di Nazareth chiamò quindi presso di sé quelli che volle, ed essi si avvicinarono a lui. Quindi ne costituì dodici perché stessero con lui e potesse mandarli a predicare, ed avessero il potere di guarire le infermità e di scacciare i Demoni [cf. Mc 3, 13-15]. Inutile precisare che i Demoni, sono l’allegoria delle tentazioni borghesi capital-imperialiste che cercano di corrompere il popolo. Pertanto, il cacciare i Demoni, è da intendere come un cacciare le corruzioni dell’ideologia capitalista che tende a possedere il popolo. Purtroppo, la vecchia Chiesa intrisa di atteggiamenti regali a lei derivanti da quel grande alteratore del Cristianesimo tale fu l’imperatore romano Costantino, non ha mai capito che quei Dodici costituivano un collettivo basato sui concetti della democrazia proletaria, perché l’uomo Gesù di Nazareth chiamò a sé dei Compagni dai campi e dalle officine [cf. QUI] per rivoluzionare il mondo; una rivoluzione che passa attraverso la trasformazione dell’individuo.

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Quando l’uomo Gesù di Nazareth, a Ponzio Pilato, che rappresenta la massima carica rappresentativa del regime romano, dice: «Il mio regno non è di questo mondo», si riferisce a se stesso posto come uomo in prima fila come vittima oppressa, chiamato a essere il simbolo della dissociazione da quel regno di schiavitù e di dominazione, di oppressione e di autoritarismo, di povertà e di guerra, di vedove e di orfani, di profughi e di poveri per le alte tasse e le continue appropriazioni di terre e di capitali. Egli si fece così proclama e propaganda vivente dell’imminente cambio sociale cominciato con la sua condanna ed esecuzione in quanto caudillo rivoluzionario che, non riuscendo a sconfiggere le idee contrarie con la discussione, ha lasciato che esse si esprimessero, perché sapeva che non si possono sconfiggere le idee sbagliate con la forza, perché ciò arresterebbe il libero sviluppo dell’intelligenza, infatti, le idee sbagliate, devono essere lasciate sempre libere di svilupparsi al massimo.

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Quando l’uomo Gesù di Nazareth disse ai suoi compagni di non salutare i familiari e non seppellire i morti, quel che intende trasmettere è l’invito a non tornare mai indietro neanche per prendere la rincorsa, costasse anche cadere nel precipizio che si trova tra una sponda e l’altra.

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Quando nel Vangelo si fa riferimento a Simone detto lo zelota [cf. Lc 6 14-16], che vuol dire guerrigliero o partigiano, ciò che s’intende dire è che la caratteristica positiva della guerriglia consiste nel fatto che ogni individuo è disposto a morire non per difendere astrattamente un ideale, ma per farlo diventare realtà, affinché l’immaginazione possa andare al potere, perché è dalla immaginazione che nasce il reale, anche se questo non è mai stato compreso dalla vecchia Chiesa che per secoli si è ostinata a sorreggere il proprio pensiero teologico sui criteri superati e improponibili della logica di Aristotele, portata avanti in modo anacronistico da San Tommaso d’Aquino, sul quale grava la grande responsabilità di avere limitato le grandi speculazioni teologiche fino a quando ‒ vivaddio! ‒, agli inizi del XX° secolo prese vita quel Modernismo che oggi è il punto di riferimento e di azione dottrinale e pastorale di gran parte dell’episcopato contemporaneo.

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In Matteo leggiamo che l’uomo Gesù di Nazareth disse ai suoi compagni: «In verità vi dico, difficilmente un ricco entrerà nel regno» [cf. Mt 19, 23-30]. Basta questo per capire che egli ha voluto diventare povero e proporsi come pietra angolare di quella grande rivoluzione epocale contro il capitalismo borghese, unica e vera grande rovina dell’umanità. Purtroppo sono occorsi molti secoli per giungere a capire che Dio non può essere cattolico, ma è di tutti, perché conosce tutti e perché è per tutti, soprattutto di coloro che lo negano e lo rifiutano. Questo il motivo per il quale il Nazareno, in arte Figlio di Dio, ha predicato nel corso della propria esistenza terrena la netta distinzione tra oppressi e oppressori, gettando così il grande ponte sul fiume di quella che poi sarà la Chiesa povera per i poveri.

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LE ALLEGORIE DEI MIRACOLI, IL VERO SENSO DELL’EUCARISTIA, LA MORTE DI GESÙ IL LIBERATORE E LA SUA RISURREZIONE

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I più grandi miracoli dell’uomo Gesù di Nazareth non sono stati quelli del risveglio di Lazzaro da un evidente stato di morte apparente, non diagnosticata in quel tempo per la mancanza di conoscenze scientifiche; ne tanto meno i segni da lui operati sui malati. Il vero grande miracolo è stato quello di sfamare delle masse proletarie in diversi occasioni [cf. Mt 14, 13-21. 15, 32-39; Mc 6, 30-44. 8,1-10; Lc 9,10-17]. E qui si percepisce quanto profonda fosse la preoccupazione di Gesù di Nazareth per il problema della fame delle grandi masse del sottoproletariato, tanto che nell’ultima cena, prima di essere condannato a morte dal potere imperial-capitalista di quel tempo, Gesù dette l’incarico ai suoi compagni di sfamare il popolo proletario con il pane della liberazione [Mt 26, 20-30; Mc 14, 17-26; Lc 22,14-39; Gv 13, 1-20], ed a tale scopo usò una grande metafora allegorica: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» [Gv 6, 56].

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L’uomo Gesù di Nazareth si incamminò infine verso Gerusalemme con i suoi compagni perché sapeva che il tempo era pronto per la rivoluzione, giacché la rivoluzione non è una mela che cade quando è matura, ma va’ fatta cadere. Da questo momento in poi segue il cosiddetto Vangelo della Passione, incentrato per secoli, nelle interpretazioni date dalla vecchia Chiesa, nella dimensione cruenta del sacrificio, attraverso il quale l’uomo Gesù di Nazareth, equiparato all’Agnello di Dio, laverebbe il peccato. Si tratta però, anche in questo caso, di una lettura errata, molto tridentina e pre-conciliare, di due frasi evangeliche: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!» [Gv 1,29], ed ancora «fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”». Il grande equivoco da cui nasce la mala interpretazione, è legato al concetto stesso di peccato, con il quale per lungo tempo la vecchia Chiesa ha terrorizzato i suoi fedeli. I Vangeli sono infatti degli scritti meramente allegorici, da interpretare con le categorie della moderna teologia. E il termine “peccato” è una metafora che va interpretata non in senso cruento e sacrificale, ma in senso sociale: l’uomo Gesù di Nazareth, con tutta la mitezza di quella non violenza che secoli dopo ritroveremo in una figura come Ghandi ― da qui la metafora dell’agnello ―, lava dal mondo il grande peccato della ingiustizia sociale e della oppressione dei poveri. A questo, come dicevo poc’anzi, si ricollega quell’altra grande metafora che è l’Eucaristia, il cui vero e autentico significato non è certo quello sacrificale, bensì l’essere pane della giustizia sociale, la festa dei compagni che si riuniscono attorno alla mensa per il banchetto della gioia, della pace, dell’amore e della misericordia, danzando attorno all’altare al ritmo dei bonghi.

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La nostra fede si regge sul grande evento allegorico della risurrezione del Nazareno, per secoli considerata dalla vecchia Chiesa come un fatto storico, oltre che un fatto fisico, mentre sappiamo che si tratta di un evento spirituale, di una allegoria da interpretare come conclusione dell’esperienza terrena dell’uomo Gesù di Nazareth, in arte Figlio di Dio. Quando infatti nelle Lettere Apostoliche si afferma: «Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» [cf. I Cor 15.14], s’intende dire che nel simbolo allegorico della risurrezione c’è il riscatto dei poveri e del popolo oppresso, lo prova il fatto che in un altro passo si afferma che siamo già risuscitati con Cristo [cf. Col 3,1]. E chi è, che è risuscitato con l’uomo Gesù di Nazareth, forse i ricchi, forse i borghesi, o forse peggio i capitalisti? Certo che no, con l’uomo Gesù di Nazareth, alla grande allegoria della sua risurrezione sono partecipi i poveri, gli emarginati, i profughi; per risorgere davvero con questo grande rivoluzionario, bisogna affrettarsi affinché sia approvata la legge sullo jus soli. L’allegoria dell’uomo Gesù di Nazareth che risorge dalla fossa comune nella quale il suo corpo fu gettato assieme a quello dei sottoproletari condannati dal potere imperial-capitalista, è l’immagine del Sol dell’Avvenire che sorge. Non a caso, diversi celebri “cristiani anonimi” della storia, come i già richiamati Stalin e Mao Zedong, seppure inconsapevoli di manifestare in tal modo la loro fede nella risurrezione dell’uomo Gesù di Nazareth, fecero uso proprio della iconografia allegorica del Sol dell’Avvenire, mostrandosi in tal modo degli straordinari “cristiani anonimi”.

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Gli altri due eventi della nostra fede sono le allegorie della ascensione al cielo dell’uomo Gesù di Nazareth e la Pentecoste dello Spirito Santo. Il fatto che dopo la risurrezione, Egli abbia continuato ad apparire ed a rendersi presente tra il collettivo democratico-proletario dei discepoli, come narra uno dei più celebre racconti allegorici ‒ quello dei due compagni in cammino lungo la Via di Emmaus [cf. Lc 20, 30-31] ‒, sta ad indicare il fatto che nessun vero padre della rivoluzione ha mai lasciato il popolo, prima che il popolo fosse maturo. Ecco perché a questa allegoria si unisce la seconda allegoria, la Pentecoste dello Spirito Santo. Con questo secondo evento, i compagni di lotta dell’uomo Gesù di Nazareth divengono dei veri cristiani adulti; dunque la Pentecoste racchiude quella sublime metafora che il grande “cristiano anonimo” Sigmund Freud definisce come la emancipazione del figlio dalla dipendenza del padre. Con la Pentecoste, abbiamo quindi il superamento definitivo del complesso edipico.

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AFFINCHÉ IL DIALOGO POSSA PORTARE ALLA SINCRETISTICA UNIONE È NECESSARIO METTERE DA PARTE LA FIGURA INGOMBRANTE DELLA BEATA VERGINE MARIA

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Tra queste righe, ho volutamente evitato di parlare della figura materna, che è quella di Maria madre dell’uomo Gesù di Nazareth. Si tratta infatti di una figura che può costituire ostacolo al dialogo con i fratelli delle diverse Chiese cristiane, anche se tutt’oggi, nella Professione di Fede scritta a Nicea e poi perfezionata a Costantinopoli, si risente purtroppo dello spirito esclusivo ed escludente che i Padri di questi due concilî acquisirono all’epoca dall’imperatore romano Costantino. In questo testo si recita infatti: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Questa santità e apostolicità, non può essere però patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, perché appartiene a tutte le diverse Chiese cristiane. Anche se nel corso dei secoli, il concetto di unità, che ha rasentato una vera e propria ossessione limitante, ci ha impedito di accogliere la grande ricchezza della diversità, per non dire di peggio: la vecchia Chiesa è giunta persino a chiamare eresia la rottura dell’unità, incapace di vedere e di cogliere quale enorme ricchezza potesse nascere da quella diversità che implica spesso la rottura di questo gran feticcio dell’unità, affinché possa darsi spazio alla grande preziosità della diversità. Tra i tanti esempi in tal senso, si pensi alla straordinaria figura di Martin Lutero.

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Ebbene, la figura di Maria è di ostacolo all’accoglienza delle varie diversità e delle grandi ricchezze dei fratelli delle altre Chiese cristiane, anch’esse apostoliche e sante, che più volte hanno accusato i cattolici di vere e proprie forme di mariolatria, facendo capire che questa donna, a suo modo troppo ingombrante, era di serio ostacolo al dialogo. Pertanto, per amore del dialogo e per realizzare la comune vicinanza, se è necessario deve essere sacrificata la figura di questa madre ingombrante. Sia pertanto benedetta l’opera di quei santi uomini di Dio dei pastori pentecostali che negli ultimi tempi, nel Messico, in Ecuador, in Perù e via dicendo, si sono cimentati in uno sport tanto istruttivo: frantumare e poi spazzare via da terra, in pubblico, le statue della Beata Vergine di Guadalupe [vedere QUI, QUI, etc …]. Anche perché, se i pentecostali che da sempre godono della particolare simpatia del Pontefice regnante, fanno questo, lo fanno perché indubbiamente ispirati dallo Spirito Santo.

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È in questo che consiste la vera ricchezza di Maria: la capacità di farsi da parte, di lasciarsi mettere da parte e di far si che i pentecostali alla conquista dell’America Latina facciano in pezzi la sua effigie. Di tutto questo, Maria è felice, pur di non ostacolare il cammino di dialogo e di vicinanza con i fratelli delle altre numerose ed autentiche Chiese cristiane. È questo che rende Maria veramente santa, ed è in questa nuova ottica che andrebbe studiata la mariologia, evitando d’esser giustamente rimproverati dai fratelli delle altre vere ed autentiche Chiese cristiane di mariolatria.

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Come però capite, questo è un discorso a parte che potremo affrontare in seguito. Anche perché, quanto sin qui ho scritto ed espresso, mi è stato sufficiente per la mia promozione all’episcopato, esattamente come a Nunzio Galantino, che di recente ha definito Martin Lutero e la sua grande riforma come un dono dello Spirito Santo [cf. QUI], questa sua felice dichiarazione è stata sufficiente per mantenerlo nella carica di Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. In caso contrario, rapportandosi invece alla fede con gli schemi della vecchia Chiesa, tutta strutturata su cupe dottrine e dogmi oppressivi, attraverso i quali taluni vorrebbero ostacolare il trionfo della misericordia e dell’amore, non solo, non si diventa vescovi, ma si rischia di essere spinti e relegati a suon di bastonate negli estremi più dimenticati e desertici delle periferie esistenziali. Ma sono tutte quante bastonate ‒ sia ben chiaro ‒, frutto della più grande misericordia, di quella misericordia che nasce dall’amore più profondo di un santo pastore che porta impresso su di sé l’odore delle pecore.

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C O N C L U S I O N E

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quel breve e indimenticabile colloquio del 2013 col Cardinale Francis George, Arcivescovo Metropolita di Chicago [1937-2015]

Questo scritto, costruito sull’ironico e apparente gioco dei paradossi, ma privo di qualsiasi forma di irriverenza verso chicchessia, parla da sé. E parla perché è uno scritto drammaticamente serio, oserei dire, in modo umile e sommesso, che è uno scritto a suo modo profetico. D’altronde, la linea che ho scelto di prendere da un po’ di tempo a questa parte, fu spiegata in un apposito articolo nel quale ho chiarito per dove vanno presi certi soggetti e situazioni … [vedere articolo QUI].

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Pochi giorni dopo il conclave del 2013, prima che facesse rientro negli Stati Uniti d’America, ebbi modo di conoscere presso il Collegio Nord Americano di Roma quell’uomo di Dio del Cardinale Francis George, Arcivescovo Metropolita di Chicago [1937-2015], col quale parlai in privato per poco più di mezz’ora, un tempo sufficiente per cogliere ciò che dovevo cogliere. Anzitutto mi dichiarai colpito da una sua affermazione risalente a circa un anno prima, quando egli dichiarò la propria comprensibile contrarierà di vescovo alla legge sulle unioni civili, per poi seguitare ad affermare che la potente e sempre più aggressiva lobby gay, si stava trasformando attraverso il Gay Pride in un «Ku Klux Klan che manifesta nelle strade contro il Cattolicesimo». La dichiarazione che mi colpì, non fu però quella rivolta al sempre più evidente spirito aggressivo dei sodomiti orgogliosi verso tutto ciò che ricorda anche vagamente la Chiesa Cattolica, perché a colpirmi da parte di quest’uomo già gravemente ammalato di cancro, fu la frase: «Io morirò nel mio letto, il mio successore morirà in prigione, il suo successore morirà martire». Meditando su questa frase, ebbi la sensazione che forse, un giorno, vescovo lo sarei divenuto per davvero. E potrei veramente diventarlo nella mia vecchiaia, assieme a pochi altri sacerdoti cattolici sopravvissuti a ciò che di peggio deve ancòra venire, perché in un futuro non affatto lontano, la Chiesa Cattolica sarà ridotta ad un ammasso di rovine informi.

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Da tre anni a questa parte, l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli ed io, ormai noti al pubblico come i Padri de L’Isola di Patmos, ribattiamo senza mai stancarci che la Chiesa di Cristo non è un corpo statico da mummificare nell’acqua ferma ristagnante, ma è un corpo in evoluzione, perché di per sé, un corpo, è sempre in crescita, persino nella fase della vecchiaia. Se infatti la vecchiaia segna da una parte il decadimento fisico, dall’altra segna spesso l’apice della maturità spirituale e intellettuale. Se così non fosse stato, tutto quanto si sarebbe risolto nell’anno 325 con il primo grande concilio celebrato a Nicea. Ma se la Chiesa, di concilî, in due millenni di vita ne ha celebrati in totale ventuno, ci sarà pure un motivo, o no? Da qui il concetto di Ecclesia semper reformanda, purché questa necessità della Chiesa di essere sempre riformata, non finisca con l’essere confuso col fatto che la Chiesa debba finire invece trasformata in altro, anziché riformata, ossia purificata. E questo, purtroppo, è quello che sta accadendo oggi: un gruppo potente e agguerrito di delinquenti, cercano di portare a compimento proprio questo nefasto e diabolico progetto: trasformare la Chiesa in altro. E la trasformazione in altro, non ha nulla da spartire con le grandi riforme di alcuni grandi concilî, da Trento al Vaticano II.

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Ecco perché da altrettanti anni vado scrivendo ed affermando che tutto questo porterà la Chiesa ad essere totalmente svuotata di Cristo, per essere poi riempita di altro. In siffatta situazione non lontana dal realizzarsi, essere vescovi vorrà dire correre il rischio di vivere una vita da martiri. Per questo il Beato Apostolo Paolo, richiamato non a caso all’inizio di questo mio scritto, affermava che «se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro» [I Cor 12, 31]. Affermava ciò perché all’epoca, divenire vescovi, comportava quasi sempre morire martiri, come ci dimostra il martirologio romano ed il sinassario bizantino dei primi secoli di vita del Cristianesimo.

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Naturalmente, quando si parla di martirio, tutti abbiamo presente il cosiddetto martirio di sangue. Ma non sarà questo, il lento e doloroso martirio che ci attende domani, perché il nostro futuro non sarà segnato da un martirio di sangue, ma da un lungo martirio bianco che si protrarrà per generazioni e generazioni.

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Quel poco che rimarrà del Cattolicesimo e dei cattolici, finirà con l’essere totalmente incompatibile con le società civili, ma soprattutto con le leggi che le regoleranno; perché saranno delle leggi radicalmente anti-cristiane. Nessuno, metterà in carcere gli appartenenti allo sparuto gruppo di cattolici sopravvissuti sparsi in giro a piccoli gruppi, né alcuno li condannerà a morte. O, come dissi in quel colloquio al Cardinale Francis George: «Lo credo anch’io che il successore del successore di Vostra Eminenza morirà martire, ma attraverso una nuova forma di martirio che oggi, noi, non possiamo forse neppure immaginare, perché questa nuova forma di martirio sarà la totale indifferenza. Pertanto, il potere che regolerà la vita degli Stati e delle società civili, userà verso di noi la stessa identica indifferenza che oggi, gli uomini di potere della nostra Chiesa decadente, stanno usando verso tutte le voci profetiche che continuano a vivere ed a parlare al suo interno». E detto questo precisai: «Il Demonio, essendo intelligenza allo stato puro, non è uno sprovveduto. Nel corso degli ultimi venti secoli di storia ha imparata molto bene la lezione, quindi sa benissimo che il sangue dei martiri ha sempre purificata, rivitalizzata e di conseguenza santificata la Chiesa. E lui non può certo permettere che la Chiesa di Cristo sia purificata, rivitalizzata e soprattutto santificata. Sicché cos’ha fatto, questa autentica essenza di intelligenza tal è il Demonio? Prima, ha seminato e favorito lo sviluppo della massima indifferenza tra le nostre sempre più miserevoli autorità ecclesiastiche, dopodiché le ha ridotte a vivere e ad agire in uno spirito di totale accidia omissiva, affinché questa indifferenza distruttiva potesse colpirci prima dall’interno, poi dall’esterno».

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Forse, per meglio illustrare il tutto, può essere utile il ricorso ad altri esempi chiarificatori: andando a leggere certi miei scritti, capita di trovare in diversi di essi delle vere e proprie denunce costruite su accuse circostanziate, basate su gravi fatti non passibili di smentita. Parole dure e severe che ho vergato nero su bianco non certo ispirandomi agli umori di me stesso, ma allo stile degli antichi profeti ed allo stile del precursore San Giovanni Battista. Numerosi gli scritti nei quali più volte ho ad esempio indicato che persone altamente problematiche, poiché gravate di problemi morali e dottrinali molto seri ed imbarazzanti per la società ecclesiale ed ecclesiastica, sono stati pur malgrado posti ‒ grazie alla protezione di soggetti in autorità a loro volta gravati da problemi di natura morale e dottrinale ‒ in ruoli di pericoloso rilievo, con tutto ciò che può derivarne a livelli di mala gestione delle strutture ecclesiastiche e pastorali, ed a livello di scandali pubblici. Ebbene, dinanzi a scritti così severi, il minimo che avrebbe dovuto capitare sarebbe stata una mia pronta convocazione da parte della competente Autorità Ecclesiastica. Io non sono infatti né un giornalista né un opinion-maker, sono un presbitero ed un teologo soggetto in tutto e per tutto all’Autorità Ecclesiastica. E a questa Autorità non sono soggetto per “contratto di lavoro a tempo indeterminato”, ma per Sacramento di grazia, oltre che per obbedienza. E un presbìtero che in un suo pubblico scritto spiega che l’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è stato promotore e protettore di quel giovane monsignore che giunto ai vertici di quel delicato dicastero si è poi dichiarato gay ed oggi vive gioiosamente sposato in Spagna col suo amato compagno, come minimo lo si chiama e, in tono semmai anche severo, gli si chiede: «Come ti sei permesso di lanciare una simile accusa al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede?» [vedere articolo QUI]. E, una volta fatto questo, semmai lo si chiama di nuovo chiedendogli: «Come ti sei permesso, di scrivere in un altro tuo articolo di fuoco, che l’attuale Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha piazzato in una delle parrocchie storiche del centro un prete che in una antica e prestigiosa basilica romana era già noto a tutte le Autorità Ecclesiastiche perché foraggiava a botte di soldi un giro di giovani marchettari romeni? [vedere articolo QUI]. Insomma, se le Autorità ecclesiastiche, pur di fronte ad un fatto noto e acclarato, hanno deciso di far finta di niente, vuoi sollevare questioni propri tu, che non sei niente e nessuno?». E se in quelle mie affermazioni, indubbiamente gravi, anzi gravissime, vi fosse stata anche una sola e minima alterazione della realtà dei fatti, ecco che in quel caso, l’Autorità Ecclesiastica, avrebbe dovuto farmi veramente pentire di tutti i miei peccati attraverso le più severe sanzioni canoniche.

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Qualche ecclesiastico cosiddetto esperto, a questi miei quesiti retorici ha risposto dicendomi più volte: «Scordati, che facciano mai nulla di simile, perché sarebbe dare importanza a ciò che scrivi, cosa che non faranno mai, perché per loro, tanto più griderai “al disastro” e tanto più li accuserai di distruggere la Chiesa, tanto più ti ignoreranno, perché per loro non meriti alcuna attenzione».

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Ebbene, premesso che nella Chiesa della misericordia ossessivo-compulsiva non voglio alcuna attenzione e neppure desidero che chicchessia mi conceda considerazione, forse a questo punto è bene chiarire anzitutto che io non sono affatto un prete incattivito che scrive su un blog letto dal sacrestano, dalle due o tre signore che la sera recitano il Santo Rosario in Chiesa e dal barista del bar che si trova nella piazza di fronte alla casa canonica. Perché i soloni della Santa Sede che si occupano di comunicazioni sociali, possono appurare in qualsiasi momento che la rivista telematica L’Isola di Patmos è molto più seguita, ed ha un numero di visite di gran lunga molto superiore di quante invece non ne abbia l’edizione italiana de L’Osservatore Romano, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana Avvenire, il settimanale Famiglia Cristiana e via dicendo a seguire. Pertanto, il principio clerical-accidioso del «Non diamogli importanza», non regge proprio. E non parliamo di quante e quante volte, non solo in Italia ma anche e soprattutto il giro per il mondo, insigni teologi e prelati hanno fatte proprie ed elaborate certe analisi fatte dai Padri de L’Isola di Patmos, che lungi dall’aver costituito un blog casalingo ‒ posto che la nostra è una rivista ‒, godono nei concreti fatti di tutta quella autorevolezza di cui invece non godono, agli occhi dei Christi fideles, certi cardinaloni e vescovoni all’avanguardia; il tutto, ovviamente, sempre stando ai dati di fatto, rigorosamente provabili e documentabili. Pertanto, la realtà e la verità, è tutt’altra: poniamo che qualcuno mi rimproveri dicendo per esempio che la mia forma di esprimermi, per la sua durezza ed il suo spirito di denuncia, non è accettabile. A quel punto, l’Autorità Ecclesiastica, si sentirebbe rispondere da me: «Premesso che chiedo perdono seduta stante per la forma, per lo spirito duro, per lo spirito di denuncia; e premesso altresì che nei modi e nelle forme che voi mi indicherete, provvederò a estendere questa richiesta di perdono in pubblico, affinché sia letta da decine di migliaia di lettori in un solo giorno, una volta chiarita però la forma, per quanto invece riguarda la sostanza, che cosa mi dite? O per meglio intendersi: è vero che l’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha portato avanti nella carriera ed ha protetto un soggetto che ha finito col dare nella Chiesa uno dei più clamorosi scandali dell’ultimo secolo? Perché questo fatto, io non lo ipotizzo, ve lo documento. E, detto questo, proseguirei dicendo: a parte la forma, per la quale posso chiedere scusa non una ma mille volte, ma del Vicario Generale di Sua Santità, che piazza in una delle più prestigiose parrocchie del centro di Roma un prete psicologicamente instabile che fotografava a pagamento i ragazzi nudi sotto la doccia presso la domus presbyterorum di una antica basilica romana, collezionando poi questi servizi fotografici “artistici” … ebbene, a parte la forma, per quanto invece riguarda la concreta sostanza, che cosa mi dite? Perché a parte la mia recriminata forma, resta il fatto che l’attuale Vicario Generale di Sua Santità, delle bravate di questo prete, era perfettamente al corrente, come lo erano e come lo sono tutti i monsignorini omertosi che tutt’oggi lavorano al Vicariato di Roma e che con la loro pura e semplice vigliaccheria, consentono il perpetrarsi di certi abominî, perché nessun topolino entrato dentro la forma del formaggio, gradisce esser sbattuto fuori da essa».

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La verità, non è che mi ignorano, ma che hanno semplicemente paura, perché un qualsiasi eventuale richiamo, comporterebbe prima il confronto privato, poi, qualora fossi assoggettato a qualsiasi genere di arbitraria ingiustizia ‒ all’interno di questa Chiesa all’apice della misericordia staliniana nella quale per logica conseguenza il diritto non esiste più ‒, il confronto privato dal quale fosse eventualmente nata una arbitraria ingiustizia verrebbe reso rigorosamente pubblico, sempre premesso che a leggermi non sono il sacrestano, le tre vecchiette che recitano il Santo Rosario in chiesa ed il barista del bar di fronte alla casa canonica.

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Mentre scrivevo questo lungo testo, ho ripercorso la storia di uno dei dittatori tra i più sanguinari dell’epoca moderna, che non è Adolf Hitler, come tutti pensano, ma Stalin. I morti, si misurano infatti in numeri, posto che i numeri dei morti assassinati sono sempre tanti, sono sempre troppi. Quindi non esistono numeri che pesano di più, come per esempio gli ebrei trucidati dal regime nazista, i quali ammontano a circa oltre cinque milioni, rispetto agli oltre venti milioni di russi trucidati da Stalin, che sulla bilancia degli storici orrori non possono certo pesare di meno per il semplice fatto che non erano ebrei. I morti trucidati pesano infatti tutti allo stesso modo, ed il loro sangue sparso grida ugualmente “vendetta al cospetto di Dio”, per usare questa antica espressione biblica, che siano essi israeliti o che siano ex sudditi del Grande Zar di Russia finiti sotto le fauci del Grande Macellaio Stalin.

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Scrivendo questo articolo ho ripensato a Stalin perché mai e poi mai, un ventennio fa, avrei immaginato che le sorti della Chiesa sarebbero finite col risultar simili a quelle del vecchio regime sovietico. Se infatti analizziamo bene i dati di fatto storici, scopriremo che l’inesorabile decadimento dell’Unione Sovietica comincia a prendere vita attorno al 1954/1955, uno due anni dopo la morte del grande e sanguinario dittatore. È sbagliato dire che il Comunismo Sovietico è caduto improvvisamente nel 1989, perché la sua caduta era in verità cominciata un trentennio prima. Proprio come la Chiesa Cattolica, che non sta cadendo oggi, all’improvviso, perché la gestazione di questa cronaca di una morte annunciata, è cominciata quarant’anni fa, nella stagione del post-concilio, seguendo tutti gli schemi tipici di quelle rivoluzioni passionali e romantiche dalle quali sono sempre nate le dittature peggiori, a partire dalla Rivoluzione Francese col suo periodo del terrore dal quale nasce poi la stagione inaugurata da quel grande guerrafondaio di Napoleone Bonaparte. E così come i giovani contestatori del Sessantotto gridavano «Pace e Amore» con le spranghe di ferro in mano, lanciando sassi alla polizia e bombe molotov tra un grido d’amore e l’altro, oggi nella Chiesa, i dittatori nati nella stagione del post-concilio, menano sprangate sulle ginocchia e spezzano le gambe a chiunque dissenta dinanzi alla grande Rivoluzione della Misericordia.

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Il fatto poi che il termine «rivoluzione» e «rivoluzionario» sia del tutto incompatibile con l’essenza stessa del Cristianesimo, o che definire il Verbo di Dio, Cristo Signore, come «rivoluzionario», rasenti invero la blasfemia, questo lo spiegherò in dettaglio in un alto scritto successivo, perché non posso aprire adesso un tema nel tema, tanto più in una conclusione finale.

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In questo mio scritto ho fatto riferimento anche ai delinquenti, ovviamente in senso puramente figurato, non in senso criminale e penalistico, riferendomi più volte ai grandi delinquenti che stanno massacrando il poco che ormai resta della Chiesa Cattolica. Non posso per ciò concludere senza aver fatto perlomeno il nome di uno tra i più illustri delinquenti figurati, sempre ribadendo che il lemma “delinquente” e “delinquenza” va inteso solo ed esclusivamente come sinonimo di disonestà intellettuale. Il delinquente intellettuale in questione è il sempre più onnipotente Alberto Melloni, grande leader della Scuola di Bologna e grande piazzatore diretto o indiretto di vescovi disastrosi. Per capire la delinquenzialità intellettuale di siffatto soggetto, a parte i suoi simposi presso le Logge Massoniche e amenità di vario genere [cf. QUI, pag. 6-9], basti solo leggere, dalle colonne del Corriere della Sera, in quale modo sprezzante e aggressivo egli commenta la profezia, oserei dire quasi ovvia, fatta dal Cardinale Francis George nel 2012 [articolo leggibile QUI], sino ad accusarlo di omofobia. E la omofobia, diversamente dalla mia recriminata delinquenza intellettuale, che è una pura figura retorica, è invece considerata un vero e proprio reato dalle leggi penali di diversi Paesi del mondo.

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Ecco, Alberto Melloni, tra i delinquenti intellettuali che si librano attorno al Romano Pontefice come degli avvoltoi sulla carcassa della Chiesa, è uno tra i più quotati. E con questo, ho detto e concluso tutto, sia riguardo agli avvoltoi, sia riguardo a chi, imperterrito, se li tiene attorno, in questa Chiesa auto-distruttiva della misericordia ossessivo-compulsiva, ridotta ormai ad una pantomima del paradiso del proletariato di Stalin.

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Forse un giorno, quando sarò vicino agli ottant’anni, vestito in modesti abiti civili, perché tutto ciò che ricorda vecchi simboli religiosi, anche nel vestiario stesso, non sarà consentito nelle strade di una società ormai completamente multi etnica, multi razziale, ma soprattutto liberata dall’immagine e dal ricordo di Dio, accompagnato da un paio di eroici candidati agli ordini sacri, che seguirò personalmente, perché non esisteranno più certe strutture ecclesiastiche, inclusi i seminari, passeggiando per Roma indicherò loro grandi e prestigiose strutture alberghiere, sedi di grandi società, musei, centri di esposizione d’arte, sale da concerto, teatri e via dicendo a seguire, che una volta erano le nostre grandi strutture religiose. E narrerò a loro che, nella mia età giovanile, io ho anche conosciuto e frequentato molti di quegli ambienti. E passando davanti agli stabili di quelle che furono le grandi università pontificie, nelle quali si troveranno le sedi di strutture accademiche dove si studierà l’ermeneutica delle vecchie religioni, patrocinate dal grande centro della cultura religiosa mondiale finanziato e dipendente da un apposito dipartimento delle Nazioni Unite, narrerò loro che in quegli stabili, una volta, insegnavano i nostri più “grandi” teologi, quelli ai quali si deve questa grande «caduta dell’impero» [vedere precedente articolo, QUI]. E se i due eroici candidati si rivolgeranno a me, loro vecchio vescovo, dicendomi: «Paternità, devono essere stati, quelli, dei tempi veramente belli». Io risponderò loro: «No, figlioli cari, erano tempi non solo brutti, ma terribili, nei quali una gerarchia ecclesiastica decadente si era ridotta a vivere di potere per il potere, avulsa dal reale, paralizzata nel tutto e subito, incapace di ogni prospettiva escatologica futura». E dirò loro: «Questi che stiamo vivendo adesso, sono i tempi veramente belli, perché sono i tempi di una lenta, dolorosa e lunga rinascita».

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È in questa situazione, che si potrà realizzare ciò al quale ci esorta il Beato Apostolo Paolo: «[…] se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro» [I Tm 1, 2-3]. E sarà un «nobile lavoro» quando l’episcopato, svuotato di ogni potere e prestigio mondano, potrà essere vissuto solo ed esclusivamente a lode e gloria di Dio. E sarà in questa futura piccola, emarginata e dispersa Chiesa che forse, nella mia vecchiaia, diventerò vescovo per davvero, affinché al drammatico interrogativo «Ma quando il Figlio dell’uomo tornerà troverà ancora fede sulla terra?» [Lc 18, 1-8], un piccolo gruppo di cristiani possa rispondere: sì, nostro Signore e nostro Dio, abbiamo mantenuta accesa la lampada della fede sino al Tuo ritorno, senza mai avere perduto la consapevole speranza che a Te è sufficiente anche una piccola fiammella. E sulla base di questa consapevolezza, sono rimaste sempre accese in noi la fede e la carità.

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Dall’Isola di Patmos, 15 novembre 2017

Sant’Alberto Magno, vescovo e dottore della Chiesa

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[1] NdR. “Pidocchio risalito”, in inglese new riches o new money, persona di origini sociali povere che riesce a elevarsi con i suoi sforzi o facendo uso di un particolare talento, ma che finisce col diventare l’incarnazione della superbia e della volgarità più arrogante.

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