Mignotte & Paraculi, la corretta etimologia delle parole. Quand’è che invece le parole corrette diventano insulti? Esempio: il proselitismo non è una parolaccia, ma un presupposto dell’evangelizzazione

— attualità ecclesiale —

MIGNOTTE  & PARACULI, LA CORRETTA ETIMOLOGIA DELLE PAROLE. QUAND’È CHE INVECE LE PAROLE CORRETTE DIVENTANO INSULTI? ESEMPIO: PROSELITISMO NON È UNA PAROLACCIA, MA UN PRESUPPOSTO DELL’EVANGELIZZAZIONE

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[…] il lemma mignotta, nasce da una deturpazione popolare del termine latino filius mater ignota, ossia figlio di madre ignota. Così erano infatti chiamati i bimbi partoriti negli ospedali e lì lasciati dalle madri, o più frequentemente lasciati dentro le chiese o all’interno delle ruote dei conventi e dei monasteri delle monache di clausura. Nel linguaggio popolare, questo termine latino fu poi storpiato in matrignotta, che appresso, ulteriormente storpiato, divenne infine mignotta.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Alberto Sordi [Roma 1920 – Roma 2003]  video QUI.

Proviamo a immaginare un gruppo di tre preti che si ritrovano assieme per un momento di fraternità e che sono rispettivamente: un teologo dogmatico sacramentario, un teologo morale e un canonista. Terminata la cena, non essendo ancora tarda ora e volendo i tre concludere con un altro momento di lieta fraternità, hanno quest’idea: «Perché non andiamo a donne?», dice il prete specializzato in teologia dogmatica, domandando il parere agli altri due.

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Lo specialista in teologia morale, grande devoto al Santo vescovo e dottore della Chiesa San’Alfonso Maria de’ Liguori, ci pensa un attimo e risponde: «Sì, sarebbe un’idea, però sto pensando a come potremmo fare una cosa simile senza violare le nostre sacre promesse».

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A quel punto corre in soccorso il prete specializzato in diritto canonico, offrendo la soluzione: «Cari confratelli, a pensarci bene, credo che non andremmo a violare alcuna sacra promessa. Quando infatti abbiamo ricevuto la sacra ordinazione, cosa ci ha chiesto il vescovo? Ci ha domandato se promettevamo di mantenerci celibi, mica ci ha chiesto di promettere di mantenerci casti. Ebbene, non siamo forse tutti e tre celibi, quindi rispettosi della promessa fatta?».

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Esultano i due preti specialisti in teologia dogmatica sacramentaria e in teologia morale: «Hai ragione. Non siamo mica religiosi che hanno professato i voti di povertà, castità e obbedienza! Noi abbiamo solo promesso solennemente di mantenerci celibi, nessuno ci ha chiesto la solenne promessa di mantenerci casti». E così poco dopo i tre incontrano tre splendide escort e si dirigono verso un luogo dove concludere la serata in bellezza.

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I maestri del cinema e del teatro italiano:  Elena Fabrizi, in arte Sora Lella [Roma 1915 – Roma 1993]: video QUI

Non occorre certo spiegare — ma con le teste che circolano a piede libero di questi tempi è bene farlo —, che il prete, pur non professando come il religioso i voti di povertà, castità e obbedienza, esprime in ogni caso due solenni promesse: mantenersi celibe, cosa questa che implicitamente comporta la castità; obbedire al Vescovo ed a tutti i suoi successori.

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In ambito dottrinale e pastorale, il problema del linguaggio è fondamentale, perché se alle parole, in particolare alle parole-concetto, noi attribuiamo dei significati diversi, svuotandole del loro autentico significato e riempiendole di altro, come ovvia e inevitabile conseguenza daremo vita a situazioni di autentico caos.

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Per spiegare questo genere di problema, più volte ho usato due termini tipici del romanesco, che sono rispettivamente: mignotta e paraculoRicordo sempre in modo indelebile quando oramai quasi cinquant’anni fa, da bambino di sei sette anni, ero portato ogni tanto a passeggio da mio nonno e da sua sorella nel parco romano di Villa Borghese. L’apice di quella passeggiata era costituito dalla visita alle scimmie dello zoo, alle quali mi divertivo a dare le arachidi preventivamente acquistate alla bancarella di un rivenditore. Un giorno accadde un fatto divertente: una signora alquanto popolana e per questo particolarmente simpatica, prese a chiamare il figlioletto, che come suol dirsi se ne fregava dei richiami della madre che lo invitava a tornare a casa. Chiama che ti chiama, a un certo punto la madre si scoccia e urla verso il figlio: «’a gran fijo de ‘na mignotta, ma te vόi da sbrigà, che dovemo tornà a casa?».

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In un italiano impeccabile questa frase suonerà così: «Grandissimo figlio di una puttana, ti vuoi sbrigare, che dobbiamo ritornare a casa?». Delle due cose, l’una esclude l’altra: o questa splendida popolana ha dichiarato dinanzi a tutti nel parco di Villa Borghese che lei, madre di quel figlio, era una puttana, o più semplicemente, l’espressione fijo de mignotta ha perduto il proprio etimo ed è usata sia come espressione per intercalare nel discorso, sia alle volte per indicare ‘na persona gajiarda e simpatica.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Gigi Proietti [Roma 1940], video QUI

Passiamo a un altro esempio prima delle spiegazioni che seguiranno. Tempo fa, il genitore di un giovane appena diciottenne mi narrò che suo figlio aveva acquistato delle scarpe da ginnastica di marca, dopodiché, dicendo che il colore non gli andava bene coi vestiti, chiese al padre se le voleva acquistare lui, perché egli ne avrebbe acquistate altre del colore più adatto. Il padre gli dette 120 euro con i quali il figlio, presso un negozio di articoli sportivi di marca, andò a comprarsi un altro paio di scarpe. Il tutto con un piccolo particolare non propriamente indifferente: le scarpe vendute al padre erano false, le aveva acquistate per 15 euro al mercato di Porta Portese, mentre lui, con i soldi della vendita fatta al padre, era andato ad acquistarsi quelle originali. Il padre lo scoprì tempo dopo e in seguito, ridendo con me mi narrò il tutto concludendo: «… hai capito, mi’ fijo, che grannissimo paraculo che è?».

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In un italiano impeccabile questa frase suonerà esattamente così: «… hai capito, mio figlio, che grandissimo omosessuale che è?»

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Senza bisogno di particolari spiegazioni, avrete già capito alla perfezione che oggi, il termine mignotta e il termine paraculo, pur avendo entrambi una accezione negativa come significato etimologico, essendo termini nati per indicare in modo dispregiativo certe persone, fatti o situazioni, nell’attuale romanesco sono lemmi usati in toni di simpatia, a volte persino per indicare una persona che, con la sua fantasiosa scaltrezza, ti ha data una clamorosa sóla, ossia fregatura, facendoti per essa ridere e divertire.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Anna Magnani [Roma 1908 – Roma 1973], video QUI

In breve: mignotta, nasce da una deturpazione popolare del termine latino filius mater ignota, ossia figlio di madre ignota. Così erano chiamati i bimbi partoriti e lasciati negli ospedali dalle madri, o più frequentemente dentro le chiese o all’interno delle ruote dei conventi e dei monasteri delle monache di clausura. Nel linguaggio popolare, il termine latino filius mater ignota è storpiato in matrignotta, poi lo fu ulteriormente divenendo mignotta, usato come sinonimo popolare di puttana, perdendo però di seguito questo significato attribuito, come abbiamo dimostrato con la madre che chiama il figlio nel parco di Villa Borghese.

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Nella Roma pontificia ottocentesca — dove a nessuno sarebbe mai passato per la mente che in futuro, l’orgia grottesca del Gay Pride, potesse sfilare tra le sue vie partendo dalla piazza della Cattedrale del Vescovo di Roma, San Giovanni in Laterano, per giungere in Piazza Esedra, oggi Piazza della Repubblica, davanti alla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, luogo dove furono martirizzati dall’Imperatore Diocleziano molti cristiani —, dare del paraculo a un uomo, era un’offesa così grave e infamante, che si poteva rischiare la vita in due modi diversi. Se davi del paraculo a un popolano di Trastevere, quello probabilmente ti accoltellava, poi semmai, chiedendo aiuto a un paio di amici della vicina osteria, gettava il tuo cadavere nel Tevere; se invece davi del paraculo a un aristocratico, quello ti gettava un guanto in faccia e t’aspettava il mattino alle cinque fuori Porta San Giovanni per sfidarti a duello, nel corso del quale, o l’offeso o l’offensore sarebbe inevitabilmente morto.

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Paraculo, come significato etimologico ha in sé poco di simpatico, perché il suo etimo indica in modo dispregiativo un uomo che para, ossia che offre il proprio posteriore a un altro uomo per essere sodomizzato. Pertanto, i vocabolari della lingua italiana che oggi indicano questo termine come sinonimo di furbo o di soggetto che riesce a rivolgere le situazioni a suo proprio vantaggio, datando la sua nascita al periodo degli anni Sessanta del Novecento e collegandolo alla letteratura di Pier Paolo Pasolini e di Aldo Palazzeschi, sbagliano. A provarcelo è uno studio del Dott. Luca Lorenzetti, ricercatore dell’Università della Tuscia, che nella Biblioteca Casanatense di Roma individuò a fine anni Novanta il termine in un poemetto di 150 sonetti risalente al 1830, ed usato in quella prosa per indicare col paraculo il sodomita passivo [cf. QUI]. 

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Durante la celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, abbiamo avuto molti problemi che si sono sviluppati nel para … concilio mediatico e che poi si sono protratti con risultati spesso disastrosi nella stagione del post-concilio. Tutti questi problemi sono perlopiù nati da elementi di carattere puramente lessicale. Infatti, proprio là dove si parla in modo a tratti martellante e ossessivo di “unità della Chiesa”, se andiamo a vedere, coloro che hanno compromessa e che compromettono questa unità, sono stati e sono proprio coloro che seminano confusione e disunione attraverso l’uso errato e arbitrario delle parole.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Alberto Sordi:video QUI

Il problema dell’ultimo concilio sta quindi nel linguaggio. Come infatti ho più volte spiegato nel corso degli anni su queste colonne de L’Isola di Patmos, i Padri della Chiesa, per la prima volta hanno abbandonato il solido e preciso linguaggio metafisico nato dalle speculazioni della vera e grande scolastica — da non confondere con la neoscolastica decadente —, il tutto espresso attraverso precisi termini e frasi idiomatiche della lingua latina. Poco dopo il Concilio il latino, pur rimanendo la lingua ufficiale della Chiesa, fu abbandonato, anche perché già all’epoca, la maggior parte dei vescovi extra europei, non lo conosceva più. Essendo però stato il Concilio Vaticano II letteralmente egemonizzato dal filone tedesco e nord-europeo, lo stile del linguaggio espressivo usato risulta quello del romanticismo tedesco decadente, che cerca anzitutto di unire gli opposti ed i contrari, la tesi e l’antitesi, l’olio bollente con l’acqua fredda. E, si presti attenzione: in questa trappola ci sono caduti, involontari e in totale buona fede, anche tutti i teologi ortodossi, inclusi i Sommi Pontefici Giovanni Paolo II e, forse soprattutto e più di tutti, Benedetto XVI. È stato infatti con surreale spirito romantico che la Chiesa, anziché condannare l’errore, ha cominciato a dialogare con l’errore, il tutto con questa conseguenza: l’errore non è stato affatto corretto, anzi trovandosi a essere oggetto di dialogo si è rafforzato e radicato di più, ed a questo modo — convinti di poterlo correggere con amorevole dialogo — è stato fatto invece penetrare all’interno della Chiesa.

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Il primo documento approvato, la Sacrosanctum Concilium, quello sulla riforma liturgica, consente e forse approva gli abusi liturgici che oggi abbiamo sotto gli occhi nelle chiese? Con i neocatecumenali agguerriti che più scempiano la Santissima Eucaristia, più urlano come un mantra la filastrocca: «Siamo approvati, siamo approvati … i Pontefici ci hanno approvati … ci hanno approvati!»? [vedere mio recente studio, QUI].

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Come possiamo, a mezzo secolo da una riforma, ritrovarci oggi in uno stato di totale caos liturgico che rasenta non di rado il sacrilegio della Santissima Eucaristia? Semplice la risposta: la Sacrosanctum Concilium ha dettato delle “romantiche” linee generali e molto generiche, per improntare una necessaria riforma liturgica; necessaria soprattutto sul piano pastorale e su quello della nuova evangelizzazione dei popoli. Quando però, in certe materie molto delicate, a partire dalla liturgia e dalla relativa disciplina dei Sacramenti che la regge, non si danno delle indicazioni rigorose, tassative, precise e non passibile di alcuna diversa interpretazione, avverrà inevitabilmente ciò che oggi abbiamo sotto gli occhi: ciascuno si è creato la propria liturgia, la propria disciplina dei Sacramenti, la propria dottrina e, infine, le proprie leggi. Con i neocatecumenali che, sbandierando un riconoscimento di carattere puramente amministrativo a loro concesso dal Pontificio consiglio per i laici [cf. QUI, QUI], non certo dalla Congregazione per la dottrina della fede né dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, non esitano a mentire sapendo di mentire dichiarando ai propri adepti ed a chicchessia che le “loro” liturgie sono pienamente approvate dalla Santa Sede. Se poi andiamo a dire a queste persone che ciò non è affatto vero e che loro non hanno diritto di disporre e di abusare della sacra liturgia, che i Sacramenti non sono beni disponibili di loro proprietà e che della dottrina non sono liberi interpreti o peggio creatori, costoro replicheranno ribadendo che «nella Chiesa c’è stato un Concilio» e che tu, ragionando a questo modo, sei «un povero tridentino nostalgico». E con ciò, è presto detto che oggi, nella Chiesa della romantica e ambigua vaghezza, che con l’errore ha dialogato anziché condannarlo, dare ad una persona del «tridentino», suona più o meno come … daije de er fijo de mignotta in modo affatto simpatico, ma proprio per ciò che l’espressione significa etimologicamente, non nel modo amabile e scherzoso come la simpatica popolana di cui narravo prima.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Alvaro Vitali [Roma 1950], video QUI

Mentre il grande Concilio di Trento, che riformò radicalmente la Chiesa e che la spinse verso una straordinaria opera missionaria, è usato oggi come un vero e proprio insulto, per altro verso, non il Concilio Vaticano II, ma il para-concilio che raggiunge il proprio pervertimento massimo nel post-concilio, è però considerato e presentato come una sorta di dogma dei dogmi da coloro che, per paradosso, de-costruiscono da mezzo secolo l’intero impianto dogmatico della Chiesa (!?). E quando al moderno insulto di fijo de ‘na mignotta, ossia di «tridentino», vogliono aggiungere anche l’insulto di paraculo, in questo secondo caso ti dicono: «Sei un vecchio dogmatico legato a dogmatismi ottusi e obsoleti». Quindi, se tridentino equivale oggi a fijo de ‘na mignotta, il termine dogma e dogmatico, equivale più o meno a quello di paraculo.

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Senza ripetermi inutilmente, rimando i lettori ad un mio vecchio articolo del 2014: «Babele e la neolingua: una Chiesa senza vocabolario da mezzo secolo» [vedere QUI], al quale fece seguito nel 2016 Una mia lectio magistralis disponibile in video [vedere QUI].

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La lingua non è un elemento sostanziale, ma accidentale. Esempio: celebrare la Santa Messa nelle lingue nazionali, non intacca affatto in alcun modo la sostanza mistagogica del Sacrificio Eucaristico. Però, se facendo uso dell’elemento accidentale esterno, ossia la lingua, sono alterate attraverso traduzioni non corrette le parole che da due millenni racchiudono e blindano la sostanza, in quel caso possiamo dire che, attraverso l’elemento accidentale esterno della lingua, si rischia di colpire e di alterare gravemente la sostanza. Esattamente come avviene oggi: non si tocca la sostanza della dottrina, che rimane tale e quale, però si cerca di disattendere dei precetti sostanziali della dottrina attraverso una nuova prassi pastorale.

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In questi giorni qualcuno — non ricordo bene chi, né ricordo il nome, ma ciò poco importa — è tornato a parlare del proselitismo in modo severo e dispregiativo, dando a questo termine una connotazione negativa, proprio come alcuni danno oggi una connotazione negativa a “tridentino” e “dogmatico”.

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Vediamo cosa significa e com’è indicato dai vocabolari il termine proselitismo, partendo dall’etimo greco composto da πρός pros ed ερχομαι erchomai, che significa “venire” o “andare verso”. Il termine proselitismo significa alla lettera: svolgere una attività, nel caso del Cristianesimo di evangelizzazione, per convertire e per acquisire nuovi fedeli.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Tomas Milian [Avana 1933- Roma 2017] e Franco Lechner in arte Bombolo [Roma 1931-Roma 1987], video QUI

L’invito a far proseliti non nasce dai “cattivi” domenicani del XVI secolo, che secondo clamorosi falsi storici giunsero con spade e croci per sterminare gli aztechi di quel delicato uomo di Montezuma e convertirli a forza al Cristianesimo. I “cattivi” domenicani del XVI secolo, giunti nel Messico rimasero scioccati dal fatto che il gran popolo autoctono degli aztechi, peraltro in stato di totale decadenza, compiva sempre sacrifici umani, assieme a varie forme di cannibalismo rituale, che furono impediti dai “crudeli” colonizzatori. Ciò con buona pace di chi oggi accusa, gli uni e gli altri, di avere distrutto delle antiche e gloriose civiltà che nel XVI secolo, all’arrivo degli spagnoli, versavano invece nel loro stato di più profondo declino e degrado umano e morale.

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A fare proseliti, ci invita Nostro Signore Gesù Cristo, rivolgendo agli Apostoli un preciso comando, per di più nello spazio temporale che va’ dalla sua risurrezione alla sua ascensione al cielo. È l’ultimo comando che Cristo Dio rivolge agli Apostoli prima di tornare alla destra di Dio Padre:

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«Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» [cf. Mc 16, 1-20].

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È Cristo Dio che ci invita a fare proseliti, perché questo è lo scopo dell’annuncio e della predicazione: la redenzione. Inutile dire che il mistero della redenzione è ben diverso dal concetto del «una religione vale l’altra», oppure «poco importa che sia Gesù Cristo, Budda o Maometto». Se infatti così fosse il Redentore, che è uno, non molteplici, non si sarebbe posto come elemento di unicità e assolutezza affermando: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» [cf. Gv 14, 6-7].

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Nino Manfredi [Castro dei Volsci 1922 – Roma 2004], video, QUI

Il proselitismo non è nulla di negativo e spaventoso. Certo, anche le cose più buone e sante, possono essere trasformate in cattive e dannose. Certe droghe o certi veleni mortali, se usati in giuste dosi possono essere ingredienti indispensabili per la preparazione di particolari medicinali — per esempio certi forti antidolorifici —, in assenza dei quali, gli affetti da certi mali in fase acuta, potrebbero essere straziati dal dolore fisico. Allo stesso modo possiamo dire per le armi da fuoco, che se date in uso a soldati che combattono una giusta guerra difensiva, sono indispensabili per difendere dall’aggressione di un gruppo di feroci integralisti islamisti un villaggio nel quale sono raccolti donne, bambini e anziani di religione cristiana e potenziale oggetto delle loro stragi. A chi poi dovesse replicare a quest’esempio affermando che non esistono guerre giuste e che non è mai lecito uccidere per alcuna ragione e motivo, provate semmai a chiedere: in quante zone di guerra ti sei ritrovato a vivere? Oppure: quanti cadaveri di bimbi uccisi, mutilati, fatti in pezzi o bruciati, hai avuto occasione di vedere, o pia anima bella della sinistra radical chic dell’Europa pacifondista, dove l’ultima disastrosa guerra si è conclusa settantaquattro anni fa, mentre gli abitanti di altre regioni e paesi del mondo sono nati, vissuti e giunti all’età di settantaquattro anni senza mai avere conosciuto nel corso della loro esistenza un solo giorno di pace, ma passando di conflitto in conflitto, di dittatore in dittatore, di guerra civile in guerra civile? [cf. QUI].

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La Santissima Eucaristia, se ricevuta in stato di grazia, è sostegno e conforto per la vita eterna. La stessa Santissima Eucaristia, se ricevuta però da una persona che non vive in stato di grazia, che non ci vuole vivere e che anzi rivendica pure il pieno riconoscimento del suo diritto a vivere al di fuori della grazia, non è nutrimento per la vita eterna, ma diviene invece veleno per l’anima, ce lo spiega il Beato Apostolo Paolo:

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«Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» [cf. I Cor 23, 28-29].

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Anche il proselitismo, può essere mutato in qualche cosa di negativo, se a farlo sono certe aggressive e coercitive sétte evangeliche e pentecostali che sono abituate a giocare sulle paure e sulle fragilità umane, a riguardo delle quali, da quella persona di cui non ricordo il nome, non ho però mai udite parole di rimprovero e di condanna, meno che mai per le conversioni forzate fatte dall’Islam, sotto minaccia di morte o di privazione dei diritti civili, quantunque oggi addirittura presentato come religione di pace e di amore, che equivale a presentare Messalina come se fosse la martire della purezza Santa Maria Goretti.

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Dare alla parola proselitismo una connotazione negativa, è come dare una connotazione negativa alla parola Eucaristia. Semmai sostenendo che, il concetto di transustanziazione e di reale presenza di Cristo nelle sacre specie in anima, corpo e divinità, potrebbe recare grave offesa alla sensibilità di tutti gli appartenenti alle correnti ereticali distaccatesi del nucleo cristiano cattolico, le quali considerano l’Eucaristia solo un memoriale puramente simbolico in ricordo dell’ultima cena di Cristo Signore.

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Tanti sono dunque i concetti e le parole che potrebbero recare offesa ad altri, per esempio: incarnazione del Verbo di Dio, Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, la Immacolata concezione della Beata Vergine Maria, la Risurrezione di Cristo, la sua assunzione al cielo e via dicendo. Per adesso, pur di piacere al mondo e di non offendere il mondo, abbiamo cominciato dal proselitismo e da varie altre cose per così dire minori, il tutto nell’attesa che il meglio del peggio giunga tutto quanto dopo …

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Una preghiera per i nostri grandi maestri italiani di cinema e di teatro, per i defunti e per i viventi: possa Dio rendergli merito per averci edificati e sostenuti con la loro profonda serietà.

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dall’Isola di Patmos, 22 maggio 2019

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UN SAPIENTE COMMENTO ALL’ARTICOLO IN EVIDENZA

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Caro Confratello,

non sono solito commentare sui siti elettronici, ma stavolta il tuo breve saggio, linguisticamente scritto con “l’odore delle pecore” per giunta borgatare, mi ha alquanto intrigato e divertito.

Approvo il tuo approccio: è efficace nel catturare l’interesse del lettore navigante nel mare magnum della rete elettronica; ci aiuta a non cedere allo scoraggiamento e alla tetraggine nel considerare lo sbandamento generale della navicella di san Pietro e a reagirvi con spirito toscano, alla san Filippo Neri; è un preclaro esempio di applicazione dell’aurea massima: «Non prendeteli sul serio, prendeteli per il culo» [N.d.R. vedere QUI] che anch’io ormai pratico nel mio piccolo (cercando nel contempo di respingere la tentazione dell’autocompiacimento).

A proposito di “odore delle pecore”: mi pare nient’altro che una delle tante parole d’ordine, inconsistenti e “fantasiose” (nel senso sessantottino del termine), mediante le quali siamo afflitti e sviati in questa sciagurata epoca ecclesiale. Non conosco alcuna base biblica e patristica per una pseudoteologia “cacosmetica” (κακὴ ὀσμή = puzza); anche Gesù Cristo, nel capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni, non si sogna neppure lontanamente di avventurarsi in tale linguaggio, considerato che le pecore – quando sono racchiuse negli ovili – non emanano propriamente un gradevole odore; ma evidentemente certi “pastori” odierni hanno visto solo le pecorelle inodori di qualche presepe natalizio. Al contrario, il beato apostolo Paolo scrive: “Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita” (2Cor 2, 15 – 16). Di questo passo, certi “fantasiosi” episcopi faranno gli “aggiornati” confezionando il sacro Crisma non con un gradevole balsamo (secondo la tradizione), ma con “Eau de mouton – brebis galeuse = profumo di montone – pecora nera”, per avere nuovi vescovi, nuovi preti e cresimati sempre più “caproni”.

Piuttosto che concionar di “odore delle pecore”, dovrebbero preoccuparsi per molti olezzanti pretini, i quali sprecano fior di quattrini in profumi per il proprio azzimato personalino sempre costosamente vestito alla moda secolare e lasciano al loro passaggio un forte odor di paraculo (nel senso originario del termine), con quale edificazione spirituale del gregge cattolico si può immaginare.

Riguardo al proselitismo, a modo di grido di allarme, abbozzo un’osservazione che meriterebbe di essere maggiormente circostanziata. Mi pare che proprio il beato apostolo Paolo sia una delle principali vittime del modernismo imperante. La mera lettura degli Atti degli Apostoli illustra il fatto che egli si dedicava nient’altro che a “ammaestrare”, “insegnare”, “predicare” che Gesù è il Cristo e l’unico Salvatore di tutti, secondo la missione affidata dal Risorto alla sua Chiesa (cf Mt 28, 19 – 20; 16, 15. 20; Lc 24 46 – 48). Entrato in una Città, non impiantava nessuna mensa o ospedale, non attendeva silenzioso che una sua filantropica attività suscitasse domande negli altri per poi presentarsi come cristiano, ma sùbito predicava nelle Sinagoghe e nelle piazze, chiamando esplicitamente alla fede e pagando di persona per le persecuzioni che i Giudei gli scatenavano contro. Oggi i vertici ecclesiastici lo censurerebbero, accusandolo di deprecabile proselitismo e di azione divisiva! Ma questo come si concilia con il dogma della apostolicità della Santa Chiesa?

Del resto, tra le innumerabili scempiaggini eretiche fin qui udite, ultimamente abbiamo dovuto pure annoverarne la seguente (sbandierata senza vergogna sulle rive torinesi del Po, con la complicità dell’arcivescovo metropolita competente): se avesse conosciuto coppie omo-affettive (?!), san Paolo non avrebbe scritto Rm 1, 24 – 32; il che equivale a negare che l’Apostolo sia un Dottore ispirato dallo Spirito Santo, ma bensì un povero sprovveduto non aggiornato! Stiano attenti da quelle parti, perché l’Apostolo delle Genti ha come attributo iconografico una spada in mano; visto il caratterino che lo contraddistingueva, se si decidesse ad usarla, qualche testa bacata episcopal-presbiterale cadrà …

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24 maggio 2019

Giovanni Zanchi – Sansepolcro (Arezzo)

 

 

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16 thoughts on “Mignotte & Paraculi, la corretta etimologia delle parole. Quand’è che invece le parole corrette diventano insulti? Esempio: il proselitismo non è una parolaccia, ma un presupposto dell’evangelizzazione

    1. …allora eviti di leggere certe pagine dei Santi Vangeli, perché se lei li legge, in tal caso non le è chiara – o forse non le è mai stata spiegata – la portata gravemente offensiva e insultante che comportava rivolgere ad alti notabili e membri della casta sacerdotale parole tipo queste:

      «Pubblicani e prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli» [cf Mt 21, 23-27] che tradotto significa: le puttane e gli strozzini sono meglio di voi.
      «Razza di vipere» [cf. Mt 23, 23-39], che potrebbe essere tranquillamente tradotto con l’espressione li’ mortacci vostri, perché definire vipere una intera razza, posto per di più che il serpente era il simbolo iconografico del peccato originale, vuol dire offendere tutti gli antenati di quei soggetti, ossia l’intera loro stirpe. Mentre definire, sempre dei sacerdoti e degli alti notabili come dei sepolcri che «all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume» [cf. Mt supra] equivale a definirli come autentici sacchi di merda.

      Ecc … ecc…

      Vede, mia cara consacrata: la Chiesa è ridotta com’è ridotta anche a causa di persone come lei, che hanno mutato Cristo in un santino da iconografia, tutto quanto bello bianco, lavato e con l’occhio nitido, languido e androgino affisso alla croce.
      Ebbene le comunico, senza paura di scandalizzarla, che sulla croce Cristo è stato anzitutto affisso completamente nudo; sulla croce ha prima perduto le orine, o come sul dirsi pisciandosi addosso tutto il contenuto orinario che aveva racchiuso nell’apparato uro-genitale, poi, con la contrazione, ha avuto la “caduta” e quindi il collasso degli intestini, perdendo tutte le feci. Sulla croce il suo volto non era quello del santino diafano, perché sbavava e sputava sangue per i traumi causati dalle percorre ricevute in precedenza e da tutte le alterazioni cardiologiche e neurologiche della crocifissione.
      Evito di spiegarle, a livello clinico fisiologico, un altro tipo di reazione dovuta alla prima contrazione conseguente la crocifissione, perché altrimenti la farei gridare “allo scandalo”, “al sacrilegio” e “alla blasfemia”, sappia però che Cristo era vero uomo ed era Dio incarnato nel corpo di un uomo. In ogni caso può farsi spiegare da un urologo che cosa accade, ad un corpo maschile, se viene inchiodato e contratto su un palo, glielo domandi che glielo spiegherà lui.

      Lei si è creata un Gesù uomo che non esiste, ecco perché non sopporta qualsiasi genere di richiamo al Gesù vero.
      Che non era un santino da iconografia.

  1. Quando qualcuno cita la “Evangelii Nuntiandi” a supporto delle sue tesi contro il proselitismo, o non capisce quello che legge o è in mala fede.

  2. Caro Confratello,

    non sono solito commentare sui siti elettronici, ma stavolta il tuo breve saggio, linguisticamente scritto con “l’odore delle pecore” per giunta borgatare, mi ha alquanto intrigato e divertito.

    Approvo il tuo approccio: è efficace nel catturare l’interesse del lettore navigante nel mare magnum della rete elettronica; ci aiuta a non cedere allo scoraggiamento e alla tetraggine nel considerare lo sbandamento generale della navicella di san Pietro e a reagirvi con spirito toscano, alla san Filippo Neri; è un preclaro esempio di applicazione dell’aurea massima: «Non prendeteli sul serio, prendeteli per il culo» [N.d.R. vedere QUI] che anch’io ormai pratico nel mio piccolo (cercando nel contempo di respingere la tentazione dell’autocompiacimento).

    A proposito di “odore delle pecore”: mi pare nient’altro che una delle tante parole d’ordine, inconsistenti e “fantasiose” (nel senso sessantottino del termine), mediante le quali siamo afflitti e sviati in questa sciagurata epoca ecclesiale. Non conosco alcuna base biblica e patristica per una pseudoteologia “cacosmetica” (κακὴ ὀσμή = puzza); anche Gesù Cristo, nel capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni, non si sogna neppure lontanamente di avventurarsi in tale linguaggio, considerato che le pecore – quando sono racchiuse negli ovili – non emanano propriamente un gradevole odore; ma evidentemente certi “pastori” odierni hanno visto solo le pecorelle inodori di qualche presepe natalizio. Al contrario, il beato apostolo Paolo scrive: “Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita” (2Cor 2, 15 – 16). Di questo passo, certi “fantasiosi” episcopi faranno gli “aggiornati” confezionando il sacro Crisma non con un gradevole balsamo (secondo la tradizione), ma con “Eau de mouton – brebis galeuse = profumo di montone – pecora nera”, per avere nuovi vescovi, nuovi preti e cresimati sempre più “caproni”.

    Piuttosto che concionar di “odore delle pecore”, dovrebbero preoccuparsi per molti olezzanti pretini, i quali sprecano fior di quattrini in profumi per il proprio azzimato personalino sempre costosamente vestito alla moda secolare e lasciano al loro passaggio un forte odor di paraculo (nel senso originario del termine), con quale edificazione spirituale del gregge cattolico si può immaginare.

    Riguardo al proselitismo, a modo di grido di allarme, abbozzo un’osservazione che meriterebbe di essere maggiormente circostanziata. Mi pare che proprio il beato apostolo Paolo sia una delle principali vittime del modernismo imperante. La mera lettura degli Atti degli Apostoli illustra il fatto che egli si dedicava nient’altro che a “ammaestrare”, “insegnare”, “predicare” che Gesù è il Cristo e l’unico Salvatore di tutti, secondo la missione affidata dal Risorto alla sua Chiesa (cf Mt 28, 19 – 20; 16, 15. 20; Lc 24 46 – 48). Entrato in una Città, non impiantava nessuna mensa o ospedale, non attendeva silenzioso che una sua filantropica attività suscitasse domande negli altri per poi presentarsi come cristiano, ma sùbito predicava nelle Sinagoghe e nelle piazze, chiamando esplicitamente alla fede e pagando di persona per le persecuzioni che i Giudei gli scatenavano contro. Oggi i vertici ecclesiastici lo censurerebbero, accusandolo di deprecabile proselitismo e di azione divisiva! Ma questo come si concilia con il dogma della apostolicità della Santa Chiesa?

    Del resto, tra le innumerabili scempiaggini eretiche fin qui udite, ultimamente abbiamo dovuto pure annoverarne la seguente (sbandierata senza vergogna sulle rive torinesi del Po, con la complicità dell’arcivescovo metropolita competente): se avesse conosciuto coppie omo-affettive (?!), san Paolo non avrebbe scritto Rm 1, 24 – 32; il che equivale a negare che l’Apostolo sia un Dottore ispirato dallo Spirito Santo, ma bensì un povero sprovveduto non aggiornato! Stiano attenti da quelle parti, perché l’Apostolo delle Genti ha come attributo iconografico una spada in mano; visto il caratterino che lo contraddistingueva, se si decidesse ad usarla, qualche testa bacata episcopal-presbiterale cadrà …

    1. Reverendo,

      complimenti, complimenti, complimenti !
      E fortunati coloro che possono avere a che fare con un sacerdote come lei.
      La sua è una vera e proprio lectio magistralis.

      1. Quando sento, e quando leggo, le parole di certi confratelli, ne sono profondamente rincuorato e edificato, e mi dico: siamo messi male, indubbiamente, ma ancora non è tutto completamente perduto.

  3. Grazie padre Ariel.

    È sempre un piacere leggerla. In questa Chiesa stravolta e irriconoscibile il suo lavoro mi conforta sempre.

    Mi permetto di dire ad Alda: scandalizza di più il linguaggio romanesco del sacerdote Ariel o l’operato criminale del cardenal elettrico dei giorni scorsi in favore del centro sociale anarcocomunista col placet del Papa?

    Ps. Bella la citazione dei domenicani del sedicesimo secolo. Meriterebbe un trattato a parte l’operato (eroico e poco conosciuto da tanti cattolici) di Montesinos, Las Casas e De Vitoria (quest’ultimo fondatore del diritto internazionale).

  4. Anch’io trovo ripugnanti le parole volgari e le immagini a volte inopportune con le quali condite i vostri articoli.

    1. mio caro, io trovo ripugnanti, per esempio, le eresie cristologiche e pneumatologiche che da anni, Enzo Bianchi, va seminando in giro per le cattedrali di tutta Italia, invitato a pontificare dai Vescovi, che come maestri e custodi della dottrina dovrebbero preservare il Popolo di Dio dall’errore, non certo invitare eretici a parlare al Popolo di Dio.

      Però, il Bianchi, non farebbe mai riferimento, in un articolo di un certo taglio – e ripeto di un certo taglio – a termini come ad esempio paraculi e mignotte.

      Pertanto va’ tutto bene, o meglio: si possono dire eresie dal pulpito di una cattedrale, di fronte alle quali, se un prete replica «il Bianchi ci ha proprio rotto i coglioni», il risultato è che il Bianchi è bene accetto, il prete è invece un improvvido volgare.

      … e io che speravo che saremmo stati salvati dalla sapienza del Popolo di Dio, che illuso, che ero …

    2. Caro Gio,

      faccio il prete, non il difensore d’ufficio, ciò premesso desidero dirle alcune cose riguardo il padre Ariel che conosco da anni.
      Padre Ariel è veramente un gentiluomo, e neppure sa dove alberghi la volgarità.
      Il suo modo di porgersi, esprimersi e rapportarsi, le assicuro, ricorda più quello dell’aristocratico, per niente lo scaricatore di porto.
      Esistono espressioni letterarie di “impatto” o di effetto” necessarie, a volte, a scuotere e a far riflettere, le usava Gesù steso, come padre Ariel ricorda a un’altra scandalizzata che ha commentato, certa Alda.
      Se pertanto vuole annoverare pure me tra i volgari, posso dirle, per esempio, che, di recente, parlando con il mio vescovo, ho affermato: “Sono più volgari certe donne che nelle nostre chiese recitano l’Avemaria di certe puttane che battono il marciapiede”.
      Ciò riferito al fatto che mentre una prostituta, di recente, partorì e dette subito in adozione una bimba lasciandola in ospedale, e non a cuor leggero, la capitana della recita dei rosari, donna con una lingua da vipera velenosa, di recente portò lei personalmente la nipote di anni 17 a fare un aborto clandestino da una mammana, perché non poteva abortire in ospedale per il buon nome “cattolico” della famiglia, giacché Dio, alla mammana, evidentemente non la vedeva.
      Il famoso discorso della pagliuzza e della trave che narra il Vangelo.
      Mi dispiace che lei, in modo così lapidario, non tenga, tra l’altro, in minima considerazione il fatto che, padre Ariel è, tra le varie cose, un letterato di alto livello, con una padronanza espressiva della lingua italiana che pochi, oggi, possono dire di avere. E, liquidarlo così, con due righe, non è giusto, e non è, soprattutto, realistico.
      Come prete e ex assistente di varie comunità di consacrate, vorrei rispondere a Alda cosa è, e quanta è, la profonda volgarità da me riscontrata negli ambiti delle consacrate, ma ci sono momenti, situazioni e realtà, sulle quali è bene calare non un velo pietoso, ma un macigno, per questo non le rispondo, perché non posso e non voglio, però la invito a interrogarsi su che cosa circola, di profondamente volgare, nel mondo delle consacrate, dinanzi alle quali noi preti, che bene non siamo messi e che bene moralmente non ce la passiamo, siamo, a confronto, dei veri principianti …

      1. Reverendo Padre Alessio,

        Lei sta prendendo lucciole per lanterne. Non mi sono mai sognato di
        mettere in dubbio le qualita’ morali, teologiche e letterarie di Padre Ariel, i cui articoli leggo sempre molto volenteri.
        Sin da bambino i miei genitori mi hanno insegnato, a parole e con l’esempio, a usare un linguaggio puro, cosa che da adulto sto cercando di inculcare nei miei figli.
        Sara’ forse perche’ ho una fede puerile, non al passo coi tempi, sara’ forse perche’ anche per la Chiesa vale la regola linguistica delle aree periferiche, ma qui nell’opuscoletto di preparazione alla confessione sotto il 6 comandamento si legge, tra l’altro, “Have I been pure in thoughts, words and actions?”
        Ora se un misero peccatore come me si inginocchia d’inanzi a un sacerdote per implorare il perdono di questi peccati, non dovrebbe il sacerdote dare per prima il buon esempio?
        Che bisogno c’era di condire l’articolo apparso su questo sito tempo fa con le immagini a luci rosse degli affreschi di Pompei?
        Certo, oggi e’ facile tacciare qualcuno di ipocrisia e se poi si tira in ballo la trave e la pagliuzza, non mi resta che chiedere umilmente perdono e di implorare la sua benedizione…

  5. è efficace nel catturare l’interesse del lettore navigante

    Non solo: fa venire anche alla luce certi ipocriti.

  6. Per cui il vescovo Bartolomeo de la Casas che ci narra dei cani di combattimento dei conquistadores che davano la caccia agli indios (c’è anche un libro di 250 pagine che ne parla) a cui davano i bambini da mangiare sarebbe un grossolano falsario.
    Se lo dice Lei!
    A proposito degli Aztechi
    Vuol dire che il genocidio indiano (che ho studiato all’Università con interviste anche agli ultimi esponenti dedi nativi del nord america) è un’invenzione degli anticlericali. Gli abitanti del nuovo mondo (manco creature di Dio) sono quindi morti di freddo.
    Se la’vessi saputo non avtrei perso tempo a studiare
    Buono a sapersi. però cominciatre a scrostare dell’oro rapinato il soffitto di Santa Maria maggiore e quindi a restituirlo. Non è roba vostra, Viene dallo sfruttamento dell’encomienda non credo che la “mamma celeste” o “mammina” secondo san Pio lo gradisca molto.
    Altrove mi chiamano kikognostico e come tale mi firmo
    kikognostico

    1. Ci sono autori italiani che narrano che i nostri soldati, negli anni Trenta del Novecento, durante la campagna coloniale africana di Vittorio Emanuele III e di Benito Mussolini, si sono dati a gesta di questo genere:

      1. strappavano i neonati dalle braccia delle madri e gli schiacciavano la testa sotto gli stivali;
      2. lanciavano i neonati in aria e giocavano al tiro al bersaglio coi fucili;
      3. sventravano con i coltelli le donne incinte e si divertivano a tiragli fuori i bambini;
      4. ecc … ecc …

      E tutte questo cose sono scritte su certi libri e presentate come testimonianze e verità storiche.
      Mentre tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, le sinistre bisognose di sempiterno antifascismo, diffondevano queste notizie rigorosamente storiche, gli africani ormai anziani delle ex colonie italiane, smentivano dichiarando che mai, i soldati italiani, avevano fatto cose del genere e che anzi, erano da tutti ricordati per la loro premura verso donne, bambini e anziani.

      Allora?

      Anche tutto questo è scritto il libri e pubblicazioni, ed all’epoca a cui mi riferisco, era insegnato dagli storici e dai socio-politologi dalle cattedre delle università.

      Lei riesce a immaginare il peggiore dei soldati italiani degli anni Trenta che fa cose di questo genere?

      P.S.

      Ci sono storici, cattedratici e libri che affermano tutt’oggi che la Santa Inquisizione, nel Medioevo, avrebbe ucciso circa trenta milioni di donne.
      Gli idioti che credono a queste panzane, dovrebbero porsi semplicemente una domanda: a quanto ammontava, nel XIII/XIV secolo l’intera popolazione europea?
      E anche questo è scritto sui libri e insegnato nelle università.

  7. Cari amici che respingete le parole crude e volgari, la vostra sensibilità è rispettabile e meritoria, e nessuno ha il diritto di trascurarla o disprezzarla, tuttavia in padre Ariel anche più che in altri contemporanei difensori della fede “facit indignatio versum”(Giovenale). E giustamente egli elenca una piccolissima epitome degli errori e degli orrori da cui veniamo alluvionati.
    E per restare solo nel limitato campo del linguaggio, le parole più aspre, più volgari, più cariche di menzogna, di disprezzo e di odio, oggi sono diffuse planetariamente, dai demolitori, dagli stravolgitori, dai signori del linguaggio agenti per delega e per ispirazione del padre della menzogna.

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