Domando perdono a Sua Santità per il “Pesce d’Aprile” offrendo una riflessione sul carrierismo-camaleontico

DOMANDO PERDONO A SUA SANTITÀ PER IL «PESCE D’APRILE» OFFRENDO UNA RIFLESSIONE SUL CARRIERISMO-CAMALEONTICO

 

Chi spera di ottenere qualche cosa non dice mai la verità, si limita solo a cercare di compiacere in tutti i modi il padrone per ottenere da esso ogni possibile beneficio. E nella Chiesa d’oggi non abbiamo purtroppo né un San Bernardo di Chiaravalle né una Santa Caterina da Siena che si rivolgano al Romano Pontefice in modo deciso, avvolti d’amore e sacro rispetto verso l’Augusta Persona della Santità di Nostro Signore; temo quindi che in questi tempi di vacche magre la Santità Vostra debba accontentarsi di un mezzo scarto come me.

 

«Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore»

[Vangelo di San Marco 2, 21]

Autore Padre Ariel
Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Beatissimo Padre.

Consapevole che un “rattoppo” può dare vita a uno “strappo peggiore” [Mc 2, 21] umile e sincero Vi domando perdono per avere esordito il 1° aprile sulla seguita rivista telematica L’Isola di Patmos con un genere di scherzo noto in ambito europeo come «Pesce d’Aprile» [ndr. vedere QUI], lo stesso genere di scherzo che nelle terre d’origine della Santità Vostra è noto invece come «las bromas del dia de los Santos Inocentes» [gli scherzi del giorno dei Santi Innocenti], che in America Latina cade il 28 dicembre.

Confido anche nel sorriso di S.E. Mons. Guido Pozzo che dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei è stato promosso nunzio apostolico nella Repubblica di Nauru, perché anch’esso nella sua vita ecclesiastica avrà forse ricevuto o fatto qualche “scherzo da prete”, a partire dai tempi in cui era studente presso l’antico Collegio Capranica, dal quale sono uscite nel corso degli ultimi decenni cordate di soggetti che di scherzi alla Chiesa ne hanno fatti svariati e pesanti; molti dei vescovi donati alle diocesi italiane da quest’Almo Collegio sotto la precedente presidenza della C.E.I. ne sono infatti prova palese.

Nessuno potrà dire che io abbia dei celati sentimenti di carrierismo, piaga contro la quale ho spesso combattuto e scritto in toni duri nei miei libri e articoli; perché chiunque miri nel proprio intimo a qualche cosa si guarda bene dal promuovere per scherzo se stesso ad una sede vescovile, tanto è noto e risaputo che neppure uno che aspiri a diventare parroco di una chiesa di campagna farebbe pubblici scherzi del genere.

I carrieristi non sono spariti, hanno solo cambiata veste: sotto il pontificato del Vostro Sommo Predecessore erano tutti presi in sfoggi d’attenzioni per la sacra liturgia ed i suoi importanti apparati, tanto che all’epoca le sartorie ecclesiastiche e le fabbriche di paramenti artistici facevano affari d’oro. Oggi invece le stesse sartorie e fabbriche piangono miseria, perché il nuovo stile inaugurato dalla Santità Vostra è tutto improntato sulla semplicità e su una povertà francescana che neppure San Francesco d’Assisi conobbe mai, visto che i suoi frati erano sì poveri, ma le loro chiese erano dotate per la gloria di Dio dei paramenti più belli e delle suppellettili più preziose. I calici di coccio hanno cominciato a usarli di recente per ostentata “povertà” quei certi Frati Minori che hanno poi spinto il proprio Ordine verso la bancarotta per speculazioni finanziarie spericolate con le banche svizzere, mentre giocondi cantavano le lodi a Madonna Povertà e ponevano al contempo il Corpo e il Sangue di Cristo in vasellami di terracotta decorati con i colori della “bandiera della pace“, la quale nasce peraltro in ambito esoterico ed occultistico, come ormai risaputo e spesso inutilmente ripetuto ai diversi preti che si ostinano a metterla sugli altari dai quali da tempo hanno tolto il crocifisso centrale, affinché l’ombra di Nostro Signore non debba offuscare l’immagine del “prete-protagonista“.

Sono quindi certo che con la Vostra grazia di stato e la sapienza di cui siete Sommo Maestro sarete prudente e lungimirante quanto basta a non fidarvi di questi camaleonti, perché i carrieristi che oggi parlano di poveri e barboni sono gli stessi che sino a due anni fa spendevano somme esorbitanti di danaro solo per organizzare una sontuosa cena per celebrare il loro anniversario di consacrazione episcopale, alla presenza del gotha della vecchia aristocrazia e dei membri degli ordini cavallereschi che durante certe feste degne delle corti rinascimentali versavano lacrime di nostalgia per il vecchio Stato Pontificio. Ma ecco che d’improvviso ce li siamo ritrovati dinanzi totalmente trasformati, ed a soli due anni di distanza da allora, oggi non perdono occasione per parlare di poveri e di barboni ad ogni pubblica occasione propizia.

Forse sarebbe bene informare la Santità Vostra che ci sono Vescovi che nelle proprie omelie hanno posto ormai in secondo piano il Verbo di Dio fatto Uomo per parlare ai fedeli dei barboni, delle docce e dei barbieri che il Romano Pontefice ha fatto mettere a loro disposizione. A quanto però ci è dato sapere nessuno di loro ha messo a disposizione dei barboni né il proprio super-attico in città, né la propria villa, né il prezioso rustico di campagna che si sono preparati con gran cura e dispendio di danaro per potersi ritirare a quieta vita quando saranno “vescovi emeriti”; né pare che alcuno di essi abbia messo a disposizione dei barboni i cospicui risparmi accumulati durante gli anni del proprio ministero episcopale.

La mia modesta esperienza mi insegna che non bisognerebbe mai fidarsi di chi passa con siffatta disinvoltura dai broccati decorati in oro e argento agli stracci dozzinali in acrilico sintentico, perché ciò denota che questi clericali trasformisti non sono mai se stessi e quindi non manifestano mai la genuina sincerità del proprio essere. Coloro che dopo la Vostra Augusta elezione al Sacro Soglio hanno riposte in cassaforte le croci pettorali d’oro per presentarsi alle assemblee episcopali o in udienza privata dal Romano Pontefice con croci pettorali di ferro, o quelli che per figurare più poveri ancora si presentano direttamente con croci pettorali di legno a forma di tau francescano, sono il segno vivente della inaffidabilità più falsa e pericolosa, oltre che paradigma di quella desolante mediocrità che oggi soffoca la Chiesa di Cristo dai più bassi ai più alti livelli.

Quelli che invece scherzano in modo molto serio sono parecchio più affidabili di questi trasformisti, perché come ci ha insegnato quel giocoso santo di Filippo Neri essi servono veramente la Chiesa e il Romano Pontefice usque ad effusionem sanguinis, mentre i camaleonti tradiscono sempre; e non si limitano a tradire i vivi, tradiscono anche i morti.

Mi piacerebbe che in occasione della benedizione Urbi et Orbi la Santità Vostra si presentasse assiso sul trono dorato con l’abito corale pontificale, dopo avere celebrato le solennità pasquali con i paramenti storici più belli di cui è ricca la papale basilica di San Pietro, perché a quel punto, coloro che cavalcano una immagine di povertà da marketing mediatico e che offrono omelie unicamente a base di barboni, descrivendo ai nostri tanti fedeli che non conoscono più neppure i rudimenti del Catechismo della Chiesa Cattolica l’importanza delle docce e dei barbieri messi a loro servizio; gli eretici modernisti per un verso e gli eretici lefebvriani per altro verso, sarebbero messi tutti quanti in totale stato confusionale; e più li metteremo in confusione, più li porteremo allo scoperto; più li porteremo allo scoperto, più possibilità avremo di liberare la Santa Chiesa di Cristo da queste cellule tumorali sparse nel suo Corpo Santo come delle metastasi.

Di questi tempi, per preservare e per salvare la Santa Chiesa di Cristo non bisogna portare la pace, ma una spada [Mt 10, 34], che all’occorrenza può essere anche la spada della sana e cristiana ironia utile a mettere a nudo quanti sono pronti a cambiare con estrema facilità bandiera ed a saltare all’istante sul carro del nuovo vincitore, pur di rimanere gli stessi di sempre, cercando di ottenere tutto quello che si può riuscire ad ottenere in benefici e cariche ecclesiastiche persino dopo certi radicali cambi di governo. E costoro, da cui la Santità Vostra è purtroppo circondato, sono la moderna incarnazione di Giuda che rimproverò Maria di avere unto il Signore con un prezioso olio di nardo che a parere dell’Iscariota poteva essere venduto per 300 denari per darne poi il ricavato ai poveri [Gv 12, 5]; sono gli stessi che dopo avere accompagnato il Signore nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme poco dopo lo abbandonarono dinanzi al pericolo e fuggirono [Mt 26, 56], mentre la folla di ieri, come quella di oggi, sceglieva Barabba e gridava nel pretorio di Pilato: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» [Gv 19, 6].

Il mio cuore si rallegra dinanzi alla misericordia ed alla tenerezza più volte invocata dalla Santità Vostra e questo mi rende fiducioso che assieme ai barboni potremo esserne beneficiati anche noi figli Vostri e servitori devoti della Chiesa, resi indegnamente partecipi per mistero di grazia al sacerdozio ministeriale di Cristo, pur essendo noi sacerdoti sempre più carenti sia di misericordia sia di tenerezza da parte delle nostre Autorità Ecclesiastiche.

La Santità Vostra ha mai pensato — ed assieme a Voi quei Vostri Venerabili Fratelli Vescovi dediti oggi alla predicazione del nuovo Vangelo dei barboni  di mandare questi amabili clochards a celebrare il Sacrificio Eucaristico, a dare la sacra unzione a un infermo, ad assolvere i fedeli dai loro peccati, a guidare in vario modo il Popolo di Dio sulla via della fede in tutte quelle regioni del mondo dove la mancanza di sacerdoti aumenta sempre di più e dove l’età del clero è sempre più elevata? Perché anche noi presbiteri che serviamo la Chiesa con la nostra vita ed a prezzo della nostra vita e che spesso siamo parecchio più soli e abbandonati dei barboni, abbiamo bisogno di “docce”, di “barbieri” e di varie altre attenzioni che però nessuno ci dà.

Chi spera di ottenere qualche cosa non dice mai la verità, si limita solo a cercare di compiacere in tutti i modi il padrone per ottenere da esso ogni possibile beneficio. E nella Chiesa d’oggi non abbiamo purtroppo né un San Bernardo di Chiaravalle né una Santa Caterina da Siena che si rivolgano al Romano Pontefice in modo deciso, avvolti d’amore e di sacro rispetto verso l’Augusta Persona della Santità di Nostro Signore; temo quindi che in questi tempi di “vacche magre” la Santità Vostra debba proprio accontentarsi di un mezzo scarto come me.

Prostrato ai Vostri piedi bacio con devota obbedienza l’anello del Pescatore, con gli occhi illuminati da quel dono della grazia nella fede attraverso i quali non cesserò mai di venerare in Voi il Mistero della Chiesa eretta dal Verbo di Dio sulla roccia di Pietro.

Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero

Dall’Isola di Patmos, 1 aprile 2015, ore 23.00
Vigilia della Missa in Coena Domini

 

papa crisma
Nella foto: il Santo Padre Francesco durante la Santa Messa del Crisma del 2014

O Redemptor sumet carmen

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9 thoughts on “Domando perdono a Sua Santità per il “Pesce d’Aprile” offrendo una riflessione sul carrierismo-camaleontico

  1. Caro Padre, la ringrazio per questo articolo che forse risulterà indigesto a chi troppo frettolosamente l’aveva arruolata come capofila dell’ultra-progressismo teologico e pastorale (a seguito delle sue note ultime bastonate a senso unico) ma che risulta invece gradito e rassicurante per chi si reputa semplicemente cattolico (senza aggettivi) e: 1) considera un valore irrinunciabile l’integrità della dottrina espressa dal Catechismo della Chiesa Cattolica, 2) ritiene che l’attenzione per i poveri, in sé corretta, non deve far dimenticare che il più grande amore per il prossimo lo si esprime nel desiderare la loro salvezza eterna e nel cercare di aiutarli in questo senso perché il bene spirituale è infinitamente più importante del bene materiale. Mi auguro, caro padre, che Lei continuerà in questo corretto equilibrio pastorale, senza più rivolgere anatemi da una sola parte o almeno volgendoli con altrattanta durezza anche dall’altra parte.

  2. carissimo padre, io le parlo da genitore di 64 anni, padre di tre figli di 32, 29, 26 anni. Se un mio figlio si rivolgesse a me a questo modo personalmente sarei prima di tutto profondamente commosso, poi direi a me stesso che forse assieme a mia moglie abbiamo fatto un certo buon lavoro educativo. Prego veramente che il Signore la protegga in questi tempi da “polli” e non da “aquile”, come ha scritto nel successivo articolo di “scuse” ai lettori, che non penso abbiamo affatto bisogno di scuse.

  3. permettetemi di spiegarvi cosa finirà per accadere a un soggetto come il padre Ariel, questo: un giorno gli suonerà il telefono, lui risponderà, e dall’altra parte sentirà la voce del Papa che gli comunica di averlo scelto per un certo incarico, ma il padre Ariel penserà che è un imitatore, e risponderà con una scarica di parole colorite sicuro che si tratti di uno scherzo.
    Date tempo al tempo, e poi mi direte se non avevo ragione io.

  4. … mi pare quindi di capire che lei non è molto d’accordo con l’idea della “chiesa povera per i poveri”, come il papa si auspicò subito nei suoi primi discorsi di inizio pontificato …

  5. Caro Stefano.

    In effetti il Santo Padre conquistò subito tutti i media laicisti del mondo dicendo in una delle sue prime udienze: “Quanto vorrei una Chiesa povera per i poveri”.
    A mio modesto parere qui bisognerebbe interdersi proprio sul concetto di “poveri” e di “povertà”, perché almeno in base alla mia personale esperienza pastorale, i poveri più poveri che io ho conosciuto sono quelli appartenenti ai ceti sociali più alti e abbienti; ceti che non mi risultano mancare neppure in Argentina, paese nel quale vi sono persone dotate di grandi ricchezze e fasce preoccupanti di poveri, come del resto in Brasile, dove il contrasto tra ricchezza sfrenata e povertà salta subito particolarmente agli occhi: dal lavoratore occasionale che gira con una vecchia bicicletta arrugginita all’europeo arricchitosi per incanto in Brasile che si sposta per la città con l’elicottero privato.
    Non dimenticherò mai un colloquio con una signora della cosiddetta più alta società italiana, una bellissima signora cinquantenne che mi confessò il suo peccato d’invidia dicendomi: “Io invidio la mia domestica che ha un marito che la ama e che dopo trent’anni di matrimonio viene a prenderla a fine lavoro come un fidanzatino, io invece ho un marito che mi tradisce con tutte le sue giovani segretarie, ed io devo fingere di non accorgermene, perché i cordoni della borsa li regge lui. Io invidio la mia domestica perché ha un figlio che lavorando e studiando si è laureato a pieni voti e non trovando un lavoro idoneo ai suoi studi ha accettato senza problema di fare un lavoro modesto, ha una fidanzata alla quale è fedele e che anch’essa si da da fare a lavorare; i miei due figli sono degli sfaticati e praticano tutti i vizi esistenti, si sono prima diplomati presso costose scuole private nelle quali gli esami di maturità sono stati una farsa, poi li abbiamo mandati a laurearsi negli Stati Uniti perché in Italia non sarebbe stato possibile fargli prendere la laurea, ed abbiamo in pratica comprato le loro lauree pagando il college 30/40.000 dollari a testa a semestre accademico, per non parlare delle loro spese extra. Uno dei due abbiamo dovuto ricoverarlo a fine estate in una clinica svizzera per una terapia di disintossicazione da cocaina per un costo equilente di 80.000 euro per 45 giorni di soggiorno”.
    E piangendo seguitò a dirmi: “Io invidio la mia domestica, a volte persino la odio e ogni tanto la tratto male per rabbia, perché lei ha avuto dalla vita tutto quello che non ho avuto io”.

    Quante volte mi sarebbe piaciuto domandare al Santo Padre, posto che la Chiesa è madre di tutti: chi di noi si dovrebbe occupare di questo genere di poveri; veramente poveri e profondamente sofferenti, appartenenti a ben altre “periferie esistenziali”, molto più poveri di altri generi di poveri di beni materiali?
    Si tratta di poveri che ti passano davanti con diecimila euro di vestiti griffati addosso, con un orologio di Cartier in oro da 30.000 e con una Ferrari che costa mezzo milione di euro. E ogni tanto qualcuno di questi, giunto all’apice della disperazione, ti si pone davanti con la morte nel cuore e con una vita di fallimenti umani, morali e affettivi alle spalle.
    E posso dire che costoro sono i più poveri tra i poveri, ed anch’essi sono figli della Chiesa; e Dio solo sa quanto sia difficile, anzi difficilissimo, recuperarli alla grazia e alla salvezza.

    Come uomo e prete di 51 anni, posso dirle che questi poveri sono i più difficili da assistere, da aiutare e da riportare al sentimento cristiano autentico. E forse, proprio a questo genere di poveri, tutto sommato la Chiesa dovrebbe essere anche un po’ grata, perché poi, quando ogni tanto qualcuno di loro si converte, ecco che la Chiesa può aprire centri per l’infanzia abbandonata od ospedali nei paesi in via di sviluppo, scuole per bambini di famiglie povere, centri di assistenza per anziani abbandonati e via dicendo … spesso costruiti proprio con le generose donazioni di questi ex poveri, che nella giusta mentalità del Santo Padre, sono i responsabili della povertà altrui, in quanto divenuti ricchi a scapito ed a danno delle grandi fasce di poveri oggi esistenti in tutti gli angoli del mondo.

    E chi vuol capire capisca, sempre ammesso che voglia capire.

    1. … padre, che le devo dire? Magistrale! Ha spiegato tutto quello che c’era da spiegare, mi permetto solo di dirle che spero che questa sua risposta sia letta da ben altri oltre che da me e dai lettori dell’Isola. Grazie!

  6. Rev. e caro Padre.

    Prima di tutto: Dio la benedica e … la protegga, sempre, ne ha bisogno!
    Io appartengo alla bistrattata categoria dei ricchi, e oltre a essere ricco sono cattolico, fedele e praticante.
    Creda se le dico che le messe sono diventate una pena, proprio come lei dice …
    Omelie del parroco: poveri, barboni, poveri, barboni, poveri …
    Omelia del vescovo per la festa del patrono della parrocchia: poveri, barboni, poveri, barboni, …
    I poveri al primo posto, avanti a tutto e a tutti?
    Padre, mi dica, ma da quando, essere poveri, è diventato sinonimo di bontà e santità? Perchè a me non risulta che tutti i poveri siano buoni e santi, e non mi risulta nemmeno che siano tutti stinchi di santi solo perché poveri, come non mi risulta che tutti i ricchi siano egoisti, cattivi, sfruttatori …
    Ma sopratto le domando, come mai, noi ricchi brutti e cattivi, trattati oggi spesso come tali nelle prediche di preti e vescovi, siamo poi quelli che devono tirare subito fuori i soldi a comando appena la parrocchia ha una necessità, comprese le necessità delle famiglie veramente povere (italiane), per i bisogni delle quali, a natale, in memoria di mio figlio morto di repentina malattia anni fa, ho mollato 50.000 euro sull’unghia al parroco pauperista affinché potessero garantire delle dignitoste feste in famiglia ai figli loro?
    E se un giorno, di predica in predica, mi scocciassi?
    Il Signore l’accompagni sempre.

  7. Caro Amico.

    A caldo le dovrei rispondere: “Alla prossima richiesta di aiuto, dica al suo parroco di andare a chiedere i soldi ai barboni”. Ma certe risposte non si danno a caldo e tanto meno in modo umorale, pertanto, alla prossima, dica al suo parroco: “Premesso che un demagogo come te non meriterebbe neppure un soldo bucato, ma siccome certe famiglie e figli mi stanno a cuore, aiuterò loro per ciò che meritano e non certo te per ciò che invece dimostri di non meritare”.

    Vorrei spendere poi due parole sui barboni che oggi vanno di gran moda, perché io li ho conosciuti, mentre coloro che vivono nelle curie ovattate sinceramente non so …
    Anni fa io ho prestato servizio in uno stupendo complesso basilicale romano a pochi passi dalla stazione centrale di Roma, la stazione Termini.
    I titolari dei bar di tutto il circondario, credo possano riferire a chicchessia senza particolare problema quanto alto fosse il numero dei barboni la cui spesa media giornaliera di soli alcolici oscillava tra i 30 ed i 50 euro al giorno.
    Io stesso posso testimoniare di avere visto più e più volte barboni prelevare moneta contante ai bancomat.
    Ho conosciuto una barbona che aveva con sé due coniglietti nani, per i quali acquistava in farmacia complessi di vitamine omeopatiche il cui costo era di 42 euro per una scatola da 6 fiale. Si era laureata a pieni voti alla Luiss e con grande disperazione dei genitori, imprenditori del Triveneto, che avevano tra l’altro solo questa figlia, aveva scelto di fare la vita da barbona. Il padre, che più volte tentò di convincerla a tornare a casa e che inutilmente si recò varie volte a supplicarla a Roma, parlò più volte con me in lacrime, nonché letteralmente a pezzi.

    Dietro alle storie dei barboni ci sono anche e non poche storie di persone che hanno fatto questa precisa scelta di vita e che provengono da situazioni tutt’altro che di povertà e che spesso hanno alle spalle famiglie che li mantengono.

    Un caso paradigmatico: Filippo Odescalchi, della omonima famiglia dei Principi Odescalchi e figlio della principessa Lante della Rovere, tutt’oggi proprietari dello splendido castello di Bracciano e della residenza patrizia di Piazza Santi Apostoli, negli anni Ottanta scelse di vivere da barbone.

    Ogni tanto capita di leggere su qualche giornale: “Ondata di freddo, un barbone muore sotto i portici“. Su nessun giornale è stata però mai scritta questa vera notizia risalente al 2011: “Ariel S. Levi di Gualdo, sacerdote cattolico, rischia di finire accoltellato da tre barboni nei pressi della stazione Termini per avere tentato di convincerli ad andare al dormitorio della Caritas, dove si sarebbero potuti lavare, rifocillare e dove avrebbero potuto dormire al caldo in quella serata di freddo”. E ritrovarsi al buio con tre barboni, due dei quali col coltello in mano, dietro alla stazione Termini, non lo auguro a nessuno, soprattutto al Santo Padre.

    A me, caro amico, la complessità della cosa è chiara da sempre, come mi è chiaro il fatto che spesso, purtroppo, alla base della povertà di certe famiglie c’è la gestione dissennata del danaro. Anche questo bisognerebbe dire al Santo Padre: quanti sono i poveri che vanno in parrocchia a chiedere il pagamento di una bolletta della luce o del gas, od a chiedere generi di prima necessità, ma che in casa hanno gli strumenti tecnologici di ultima generazione più sofisticati e costosi, od i telefoni cellulari appena usciti da pochi giorni sul mercato?

    La povertà del povero italiano – o del presunto tale – non è quella dei poveri delle favelas, ed applicare certi criteri di conoscenza soggettiva all’ambito italiano, più che sbagliato è surreale.

    Una volta rimproverai duramente un giovane parroco che alla fine della messa dava il ricavato delle offerte agli zingari dopo avere detto all’assemblea: “E dopo la Messa condivideremo le offerte con i nostri fratelli zingari”. E lo rimproverai duramente perché quegli zingari, dentro le case da loro abusivamente occupate in quel centro storico, avevano dei maxi schermi televisivi con collegamenti satellitari che né quel prete né io ci saremmo mai potuti permettere, più tutto l’altro resto; e la mattina, fuori dalle loro porte, c’erano sacchetti pieni di bottiglie di liquore vuote che costavano 50/60 euro l’una.

    E non vado oltre …

    Comunque sia, le auguro che la sciocchezza demagogica di certi preti e di certi vescovi non la induca a non fare la carità a favore dei veri bisognosi, inclusi soprattutto i genitori di quel figlio che lei ha tragicamente perduto e per il quale le assicuro le mie preghiere di suffragio per la sua anima.

    1. Caro confratello, un felice lunedì dell’Angelo e una proficua ottava di Pasqua.
      Come sempre hai individuato e sbattuto pubblicamente in faccia la verità. Purtroppo temo che la verità sia più ancora preoccupante … la verità è che si ha quasi la sensazione di avere a che fare con vescovi che non vivono (come invece ci viviamo noi) a contatto con la realtà, e che, alla realtà, hanno sostituito un grande spot pubblicitario dell’azienda Chiesa cattolica, che pare a volte andare avanti a colpi di pubblicità.
      In parrocchia ho dovuto litigare con un gruppo di mamme e di catechiste, quelle pie donne che in altri scritti (per intendersi quelli riferiti ai lefevriani e alla Guarini) tu indichi come quelle che vorrebbero scalzare il prete per fare loro le pretesse, o le teologhesse … motivo del litigio: ho rifiutato di fare la lavanda dei piedi a 6 ragazzi e 6 ragazze dicendo che gli apostoli erano 12 uomini, scelti non solo per la lavanda dei piedi, ma per il sacerdozio. Ovvia la replica “ma Papa Francesco …”, ho chiuso la bocca a tutte dicendo che prendessero le loro figlie e le portassero al carcere di Rebibbia e gli facessero fare la lavanda dei piedi da Papa Francesco, perché io non gliela facevo.
      Naturalmente mi hanno minacciato che avrebbero detto al vescovo che io ero “contro il Papa” (!?!)
      A quale pro tutto questo … a quale pro, mi domando?
      Perchè poi, a contatto con il reale, non ci stanno certi vescovi (incluso quello di Roma) ma ci stiamo noi, con tutti i problemi che certi vescovi (incluso a volte quello di Roma) ci creano con i loro gesti plateali.
      Forse per queste parole noi pagheremo tutto … pagheremo tanto, ma spero che anche per questo avremo l’anima salva.
      Di nuovo. felice ottava di Pasqua.

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