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Le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio ― As prostitutas estão entrando no reino de Deus antes de você ― As prostitutas vão à sua frente no reino de Deus

26 Setembro de 2026/0 Comentários/dentro Homilética/de Monge Eremita

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

italiano, Inglês, Espanhol

 

LE PROSTITUTE VI PASSANO AVANTI NEL REGNO DI DIO

«Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; os publicanos e as prostitutas acreditaram nele em vez. Manteiga, ao contrário, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli»

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AutoreMonaco Hermitage

Autor
Monge Eremita  

 

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artigo em formato de impressão PDF – formato de impressão do artigo – artigo em formato impresso

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Nel capitolo 21 del suo Vangelo Matteo mostra come il confronto tra Gesù e le autorità giudaiche si faccia sempre più serrato e si inasprisca.

Il Venerabile Padre Oreste Benzi, l’angelo delle prostitute

Em particular, dopo una discussione con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo sulla sua autorità (MT 21,23-27), Gesù pronuncia tre parabole tutte incentrate sul rifiuto, da parte dei capi d’Israele, dell’offerta di salvezza. Ecco il brano di questa XXVI domenica del Tempo Ordinario:

"Naquela época, Jesus disse aos principais sacerdotes e aos anciãos do povo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: ‘Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna’. E ele respondeu: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. E ele respondeu: "Sim, signore». Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Eles responderam: «Il primo». E Jesus disse-lhes:: "Em verdade vos digo:: os publicanos e as meretrizes entram adiante o reino de Deus. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; os publicanos e as prostitutas acreditaram nele em vez. Manteiga, ao contrário, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (MT 21,28-32).

esta parábola ha avuto una trasmissione testuale particolare. Alcuni importanti testimoni del testo, come il Codice Vaticano (B), invertono l’ordine dei figli, per cui diventa il secondo figlio a rispondere al padre di non voler andare, salvo poi recarsi nella vigna. Potrebbe essere dovuto a una ragione ideologica centrata su una certa visione della storia della salvezza: il primo figlio, che dice di andare ma poi non mette in atto il proposito, sarebbe stato identificato già da alcuni copisti cristiani con gli ebrei, mentre i pagani verrebbero rappresentati dal figlio che dice di non voler andare, ma poi andrà a lavorare. E siccome questa logica non era supportata dall’ordine in cui sono presentati i protagonisti, l’ordine sarebbe stato invertito. Sul piano della critica testuale è da preferire l’ordine attualmente presente nel testo critico, anche se rimane qualche dubbio.

Il racconto parabolico in San Matteo è il secondo ad essere ambientato in una vigna (il primo si trova in Mt 19,30–20,16), e fa parte del materiale proprio del primo evangelista, quindi non ha paralleli con Marco o Luca. Composto di tre soli versetti è incorniciato da due domande che provocano l’attenzione dell’interlocutore — v. 28: «Che ve ne pare?», che è una formula classica rabbinica; e a v. 31: «Chi dei due» — ed è seguita da una sua spiegazione che riprende la questione, lasciata in sospeso al v. 27, sull’autorità di Gesù e del battesimo di Giovanni.

Le interpretazioni del nostro brano si sono moltiplicate nel corso del tempo e variano a seconda dell’autore. Per alcuni Padri della Chiesa, il figlio che non andrà a lavorare nella vigna è indiscutibilmente Israele. Questa lettura ha veicolato quella teologia della «sostituzione», chiamata anche «supersessionismo», secondo la quale — come conseguenza del fatto che tutti gli ebrei avrebbero respinto Gesù — per il popolo dell’alleanza non vi sarebbe più alcun ruolo nella storia della salvezza, il quale verrebbe pertanto assunto dalla Chiesa. Tale teologia non è sostenibile poiché basterebbe rileggere, per convincersene, i capitoli 9–11 della lettera di Paolo ai Romani.

Ma quelli a cui Gesù si rivolge nel testo, quanti cioè indagano sulla sua autorità, non sono «tutto» Israele, ma solo alcuni dei leader di quel popolo, come è specificato poco prima della parabola (cf.. MT 21,23), e come dirà l’evangelista poco dopo (cf.. MT 21,45). È a questi che Gesù sta parlando e solo a questi dirà poco più avanti: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (MT 21,43). Questa interpretazione alternativa si può fondare su ragioni di tipo letterario, ma anche sul fatto che l’identificazione del figlio che si rifiuta di andare nella vigna con Israele non è universale: per altri Padri, come per esempio Sant’Ilario di Poitiers, questi sarebbero solo una parte del popolo ebraico: i farisei oppure quelli che si lasciarono influenzare da loro.

Più che il problema della identificazione, ovvero di chi Gesù sta parlando, a ben vedere la parabola sembra centrata soprattutto su un’altra questione: quella riguardante il rapporto classico nella tradizione biblica e giudaica tra il dire e il fare. Compiere la volontà del Padre, para jesus, non è semplicemente una questione di parole, quanto piuttosto di fatti, come emerge nel Discorso della Montagna: «Non chiunque mi dice «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio nei cieli» (MT 7,21). I leader religiosi a cui si rivolge la parabola, i quali credono di poter servire Dio rimanendo fedeli alla Torà, nei fatti non gli obbediscono.

Per questo Gesù li rimprovera di non aver ascoltato il messaggio di Giovanni Battista venuto sulla via dell’osservanza «della giustizia» (MT 21,32), mentre paradossalmente l’hanno ascoltato e messo in pratica coloro che erano normalmente ritenuti incapaci di seguire i comandi di Dio, ovvero gli esattori delle tasse e le prostitute. Sono costoro i figli che coi fatti vanno a lavorare nella vigna ed entreranno per primi nel regno. Sono coloro che si pentono (cf.. MT 21,29.32) e sapendo di aver bisogno della grazia divina si apriranno a essa e la riceveranno. Deste ponto de vista, cioè per correlazione tra le parole e i fatti, la parabola è molto vicina alla concretezza della Lettera di Giacomo, soprattutto quando insiste sulla contraddizione tra l’avere la fede ma non le opere (cf.. GC 2,14-17).

A conclusione della parabola, questa espressione — «la via della giustizia» — con cui si chiude il racconto potrebbe riferirsi sia alla storia della salvezza nella quale è inserito anche il Battista in quanto precursore di Gesù, oppure al comportamento giusto, conforme alla volontà di Dio, che ha connotato la vita di Giovanni. Il concetto di giustizia, come Matteo ha già fatto comprendere nel Discorso della Montagna assume un significato specifico e, em vez de, diventa quasi un concetto guida. Matteo, na verdade, descriverà Gesù durante la passione — (cf.. MT 27,19, le parole della moglie di Pilato: «Non avere a che fare con quel giusto») — allo stesso modo in cui viene definito il Battista. La giustizia è sin dall’inizio del Vangelo il programma che Gesù ha deciso di adempiere e che è stato espresso nelle sue prime parole, pronunciate proprio davanti a Giovanni (cf.. MT 3,15: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia»). Per Matteo, assim, è importante soprattutto compiere e praticare la giustizia (cf.. MT 6,1), come mostra di fare il figlio della parabola che mette in pratica la volontà del padre.

Da questa parabola il cristiano impara che l’obbedienza alla parola e alla volontà di Dio potrebbe passare anche attraverso lo smentire la propria parola e la propria volontà. Fé, na verdade, non ci chiede di non sbagliare e di non peccare, ma di riconoscere l’errore e di confessare il peccato. In quel ricredersi del figlio s’intravede il suo dialogo interiore insieme alla presa di coscienza della realtà; c’è l’audacia di guardare in faccia se stessi, di osare vedersi in verità, in vista di un agire responsabile. Nesse sentido, lungi dall’essere un segno di debolezza, il pentimento è segno di coraggio e di forza. Per quanto sia raro e impopolare, anche nella Chiesa, il gesto di chi riconosce di aver sbagliato, di chi ammette di aver assunto posizioni che si sono rivelate poco conformi al Vangelo e muta la propria posizione cercando di essere più fedele al Vangelo, è segno di grandezza umana e spirituale.

Do Eremitério, 26 setembro 2026

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PROSTITUTES ARE ENTERING THE KINGDOM OF GOD BEFORE YOU

«When John came to you in the way of righteousness, you did not believe him; but tax collectors and prostitutes did. Yet even when you saw that, you did not later change your minds and believe him»

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AutoreMonaco Hermitage

Autor
Monge Eremita

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No capítulo 21 of his Gospel, Matthew shows how the confrontation between Jesus and the Jewish authorities grows ever more pointed and bitter. In particular, after a dispute with the chief priests and the elders of the people over his authority (MT 21:23–27), Jesus speaks three parables, all centred on the refusal, on the part of the leaders of Israel, of the offer of salvation. Here is the passage for this Twenty-Sixth Sunday in Ordinary Time:

«At that time, Jesus said to the chief priests and elders of the people: “What is your opinion? A man had two sons. He came to the first and said, ‘Son, go out and work in the vineyard today.’ He said in reply, ‘I will not,’ but afterwards he changed his mind and went. The man came to the other son and gave the same order. He said in reply, ‘Yes, Senhor,’ but did not go. Which of the two did his father’s will?” They answered, “The first.” Jesus said to them, "Um homem, Eu digo para você, tax collectors and prostitutes are entering the kingdom of God before you. When John came to you in the way of righteousness, you did not believe him; but tax collectors and prostitutes did. Yet even when you saw that, you did not later change your minds and believe him» (MT 21:28–32).

This parable has had a distinctive textual history. Some important witnesses to the text, como o Códice Vaticano (B), reverse the order of the sons, so that it becomes the second son who answers the father that he will not go, only to go to the vineyard after all. This may be due to an ideological reason bound up with a particular reading of the history of salvation: the first son, who says he will go but then fails to act on his word, would already have been identified by some Christian copyists with the Jews, while the pagans would be represented by the son who says he will not go, but then goes to work. And since this logic was not, no entanto, supported by the order in which the two figures are presented, the order would have been reversed. On the level of textual criticism, the order currently found in the critical text is to be preferred, even if some doubt remains.

The parabolic account in Saint Matthew is the second to be set in a vineyard (the first is found in MT 19:30–20:16), and belongs to material proper to the first evangelist, and therefore has no parallels in Mark or Luke. Composed of only three verses, it is framed by two questions that draw the listener’s attention — v. 28: “What is your opinion?”, a classic rabbinic formula; e v. 31: “Which of the two” — and is followed by an explanation of his own that takes up the question, left open at v. 27, concerning the authority of Jesus and the baptism of John.

Interpretations of our passage have multiplied over time and vary according to the author. For some Fathers of the Church, the son who will not go to work in the vineyard is unquestionably Israel. This reading has carried within it that theology of “replacement”, also called “supersessionism”, according to which — as a consequence of the claim that all the Jews rejected Jesus — the people of the covenant would no longer have any role in the history of salvation, a role that the Church would then take up in their place. Such a theology is not sustainable, since it would suffice to reread, to be convinced of this, chapters 9–11 of Paul’s Letter to the Romans.

But those to whom Jesus is speaking in the text, those, isso é, who are questioning his authority, are not “all” Israel, but only some of the leaders of that people, as is specified shortly before the parable (cf. MT 21:23), and as the evangelist will say shortly afterward (cf. MT 21:45). It is to these that Jesus is speaking, and only to these that he will say a little further on: “the kingdom of God will be taken away from you and given to a people who will produce its fruit” (MT 21:43). This alternative interpretation can be grounded in reasons of a literary kind, but also in the fact that the identification of the son who refuses to go into the vineyard with Israel is not universal: for other Fathers, such as, por exemplo, Saint Hilary of Poitiers, these would be only a part of the Jewish people: the Pharisees, or those who let themselves be influenced by them.

More than the problem of identification - aquilo é, of whom Jesus is speaking to — on closer inspection the parable seems to be centred above all on another question: that concerning the classic relationship, in the biblical and Jewish tradition, between saying and doing. To do the will of the Father, for Jesus, is not simply a matter of words, but rather of deeds, as emerges in the Sermon on the Mount: “Not everyone who says to me, ‘Lord, Senhor,’ will enter the kingdom of heaven, but only the one who does the will of my Father in heaven” (MT 7:21). The religious leaders to whom the parable is addressed, who believe they can serve God while remaining faithful to the Torah, do not in fact obey him.

For this reason Jesus reproaches them for not having listened to the message of John the Baptist, who came in observance of “the way of righteousness” (MT 21:32), while paradoxically it was heeded and put into practice by those who were normally considered incapable of following the commandments of God — namely, tax collectors and prostitutes. These are the sons who by their deeds go to work in the vineyard and will enter the Kingdom first. They are those who repent (cf. MT 21:29,32) e, knowing that they need God’s grace, open themselves to it and receive it. From this point of view — that is, by correlation between words and deeds — the parable comes very close to the concreteness of the Letter of James, especially where it insists on the contradiction between having faith but not works (cf. Jas 2:14–17).

At the conclusion of the parable, this expression — “the way of righteousness” — with which the account closes could refer either to the history of salvation, into which the Baptist too is inserted as forerunner of Jesus, or to righteous conduct, in keeping with the will of God, which marked the life of John. The concept of righteousness, as Matthew has already made clear in the Sermon on the Mount, takes on a specific meaning and, na verdade, becomes almost a guiding concept. Matthew, na verdade, will describe Jesus during the passion — (cf. MT 27:19, the words of Pilate’s wife: “Have nothing to do with that righteous man”) — in the same way that the Baptist is described. Righteousness is, from the very beginning of the Gospel, the programme that Jesus has resolved to carry out, and which was expressed in his very first words, spoken precisely in the presence of John (cf. MT 3:15: “Allow it now, for thus it is fitting for us to fulfill all righteousness”). For Matthew, então, it is above all important to do and practise righteousness (cf. MT 6:1), as the son of the parable shows in putting his father’s will into practice.

From this parable the Christian learns that obedience to the word and the will of God may pass even through the disavowal of one’s own word and one’s own will. Faith, na verdade, does not ask us never to err and never to sin, but to acknowledge our error and confess our sin. In that change of heart on the son’s part one glimpses his interior dialogue, together with his coming to terms with reality; there is the audacity of looking oneself in the face, of daring to see oneself in truth, with a view to acting responsibly. Nesse sentido, far from being a sign of weakness, repentance is a sign of courage and strength. However rare and unpopular it may be, mesmo dentro da Igreja, the gesture of one who acknowledges having erred, who admits to having taken positions that have proven not fully in keeping with the Gospel, and who changes his position in seeking to be more faithful to the Gospel, is a sign of human and spiritual greatness.

Do Eremitério, 26 Setembro de 2026

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LAS PROSTITUTAS VAN POR DELANTE DE VOSOTROS EN EL REINO DE DIOS

«Porque vino Juan a vosotros enseñándoos el camino de la justicia y no le creísteis; em vez de, los publicanos y las prostitutas le creyeron. S, aun después de ver esto, vosotros no os arrepentisteis ni le creísteis»

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AutoreMonaco Hermitage

Autor
Monge Eremita

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No capítulo 21 de su Evangelio, Mateo muestra cómo el enfrentamiento entre Jesús y las autoridades judías se vuelve cada vez más tenso y se agudiza. En particular, después de una discusión con los sumos sacerdotes y los ancianos del pueblo sobre su autoridad (MT 21,23-27), Jesús pronuncia tres parábolas, todas centradas en el rechazo, por parte de los jefes de Israel, de la oferta de salvación. He aquí el pasaje de este XXVI Domingo del Tiempo Ordinario:

"Naquela hora, Jesús dijo a los sumos sacerdotes y a los ancianos del pueblo: ¿Qué os parece? Un hombre tenía dos hijos. Se acercó al primero y le dijo: ‘Hijo, ve hoy a trabajar en la viña’. Él le contestó: ‘No quiero’. Pero después se arrepintió y fue. Se acercó al segundo y le dijo lo mismo. Él le contestó: ‘Voy, señor’. Pero no fue. ¿Quién de los dos cumplió la voluntad de su padre?'. Contestaron: ‘El primero’. Jesús les dijo: ‘En verdad os digo que los publicanos y las prostitutas van por delante de vosotros en el reino de Dios. Porque vino Juan a vosotros enseñándoos el camino de la justicia y no le creísteis; em vez de, los publicanos y las prostitutas le creyeron. S, aun después de ver esto, vosotros no os arrepentisteis ni le creísteis» (MT 21,28-32).

Esta parábola ha tenido una transmisión textual particular. Algunos testigos importantes del texto, como el Codex Vaticanus (B), invierten el orden de los hijos, de modo que pasa a ser el segundo hijo quien responde al padre que no irá, para luego, no entanto, dirigirse a la viña. Esto podría deberse a una razón ideológica centrada en una determinada visión de la historia de la salvación: el primer hijo, que dice que irá pero luego no lleva a la práctica su propósito, habría sido identificado ya por algunos copistas cristianos con los judíos, mientras que los paganos estarían representados por el hijo que dice que no quiere ir, pero luego va a trabajar. Y puesto que esta lógica no estaba, no entanto, respaldada por el orden en que se presentan los dos protagonistas, el orden habría sido invertido. En el plano de la crítica textual es preferible el orden actualmente presente en el texto crítico, aunque persiste alguna duda.

El relato parabólico en San Mateo es el segundo en estar ambientado en una viña (el primero se encuentra en MT 19,30-20,16), y forma parte del material propio del primer evangelista, por lo que no tiene paralelos en Marcos ni en Lucas. Compuesto de tan solo tres versículos, está enmarcado por dos preguntas que reclaman la atención del interlocutor — v. 28: «¿Qué os parece?», que es una fórmula rabínica clásica; e ele v. 31: «¿Quién de los dos?» — y va seguido de una explicación propia que retoma la cuestión, dejada en suspenso en el v. 27, sobre la autoridad de Jesús y el bautismo de Juan.

Las interpretaciones de nuestro pasaje se han multiplicado con el paso del tiempo y varían según el autor. Para algunos Padres de la Iglesia, el hijo que no irá a trabajar a la viña es, sin discusión, Israel. Esta lectura ha vehiculado aquella teología de la «sustitución», llamada también «supersesionismo», según la cual — como consecuencia del hecho de que todos los judíos habrían rechazado a Jesús — para el pueblo de la alianza ya no habría ningún papel en la historia de la salvación, papel que la Iglesia asumiría entonces en su lugar. Tal teología no es sostenible, pues bastaría releer, para convencerse de ello, los capítulos 9-11 de la carta de Pablo a los Romanos.

Pero aquellos a quienes Jesús se dirige en el texto, isto é,, quienes indagan sobre su autoridad, no son «todo» Israel, sino solo algunos de los dirigentes de aquel pueblo, como se especifica poco antes de la parábola (cf. MT 21,23), y como dirá el evangelista poco después (cf. MT 21,45). Es a estos a quienes Jesús se dirige, y solo a estos les dirá un poco más adelante: «el reino de Dios os será quitado y será dado a un pueblo que produzca sus frutos» (MT 21,43). Esta interpretación alternativa puede fundarse en razones de tipo literario, pero también en el hecho de que la identificación del hijo que se niega a ir a la viña con Israel no es universal: para otros Padres, como, Por exemplo, San Hilario de Poitiers, estos serían solo una parte del pueblo judío: os fariseus, o quienes se dejaron influir por ellos.

Más que el problema de la identificación, isto é,, de a quién se dirige Jesús, bien mirado la parábola parece centrarse sobre todo en otra cuestión: la referente a la relación clásica, en la tradición bíblica y judía, entre el decir y el hacer. Cumplir la voluntad del Padre, para Jesús, no es simplemente una cuestión de palabras, sino más bien de hechos, como se desprende del Discurso de la Montaña: «No todo el que me dice «Señor, Señor» entrará en el reino de los cielos, sino el que hace la voluntad de mi Padre que está en los cielos» (MT 7,21). Los dirigentes religiosos a quienes se dirige la parábola, que creen poder servir a Dios permaneciendo fieles a la Torá, en los hechos no le obedecen.

Por eso Jesús les reprocha no haber escuchado el mensaje de Juan Bautista, venido por el camino de la observancia «de la justicia» (MT 21,32), mientras que, paradoxalmente, lo escucharon y lo pusieron en práctica quienes normalmente eran considerados incapaces de seguir los mandamientos de Dios, isto é,, los publicanos y las prostitutas. Son estos los hijos que con los hechos van a trabajar a la viña y entrarán primero en el Reino. Son quienes se arrepienten (cf. MT 21,29.32) e, sabiendo que necesitan la gracia divina, se abren a ella y la reciben. Desde este punto de vista, isto é,, por la correlación entre las palabras y los hechos, la parábola está muy cerca de la concreción de la Carta de Santiago, sobre todo cuando insiste en la contradicción entre tener fe pero no obras (cf. Santo 2,14-17).

A conclusión de la parábola, esta expresión — «el camino de la justicia» — con la que se cierra el relato podría referirse tanto a la historia de la salvación, en la que también se inserta el Bautista como precursor de Jesús, como a la conducta justa, conforme a la voluntad de Dios, que caracterizó la vida de Juan. El concepto de justicia, como Mateo ya ha dado a entender en el Discurso de la Montaña, adquiere un significado específico y, ainda mais, se convierte casi en un concepto guía. Mateo, de fato, describirá a Jesús durante la pasión — (cf. MT 27,19, las palabras de la mujer de Pilato: «No tengas nada que ver con ese justo») — del mismo modo en que es definido el Bautista. La justicia es, desde el inicio mismo del Evangelio, el programa que Jesús ha decidido cumplir, y que quedó expresado en sus primeras palabras, pronunciadas precisamente ante Juan (cf. MT 3,15: «Déjalo ahora. Conviene que así cumplamos toda justicia»). Para Mateo, portanto, es importante sobre todo cumplir y practicar la justicia (cf. MT 6,1), como muestra el hijo de la parábola al poner en práctica la voluntad del padre.

De esta parábola el cristiano aprende que la obediencia a la palabra y a la voluntad de Dios puede pasar incluso por desdecirse de la propia palabra y de la propia voluntad. La fe, de fato, no nos pide no equivocarnos y no pecar, sino reconocer el error y confesar el pecado. En ese cambiar de parecer del hijo se entrevé su diálogo interior, junto con la toma de conciencia de la realidad; hay en ello la audacia de mirarse a la cara a sí mismo, de atreverse a verse en verdad, con vistas a un obrar responsable. Nesse sentido, lejos de ser un signo de debilidad, el arrepentimiento es signo de valentía y de fuerza. Por poco frecuente e impopular que sea, incluso en la Iglesia, el gesto de quien reconoce haberse equivocado, de quien admite haber asumido posturas que se han revelado poco conformes con el Evangelio y cambia de postura buscando ser más fiel al Evangelio, es signo de grandeza humana y espiritual.

Do eremitério, 26 Setembro 2026

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A linguagem simbólica da liturgia – A linguagem simbólica da liturgia

26 Setembro de 2026/dentro Realidade/de Padre Simone

italiano, inglês, espanhol

 

A LINGUAGEM SIMBÓLICA DA LITURGIA

Ficar de pé ou ajoelhado durante a oração litúrgica é tudo menos indiferente. Cada gesto insere-se de algum modo naquela dimensão de anúncio e de instrução que é parte integrante da ação litúrgica e, portanto, não pode ser deixada ao gosto temporário de cada um..

— Ministério litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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A liturgia é sem dúvida um anúncio de salvação, mas sobretudo comunicação concreta desta salvação, que se expressa através de gestos e atitudes. Consequentemente, a liturgia não usa apenas palavras, mas também de linguagem simbólica; ele usa signos que evocam o mistério e já dão uma amostra dele, tantas orações após a comunhão recordar.

Jean François Millet, L'Angelus

Ao preparar uma celebração litúrgica não podemos esquecer de forma alguma esta dimensão fundamental, caso contrário corremos o risco de superestimar o secundário e esquecer o essencial; realizar uma “cerimônia” linda e espetacular., que agrada aos olhos, mas que deixa o coração vazio; você corre o risco de dizer muitas palavras, mas não para comunicar nada.

DO CAMINHO JUNTO À PROCISSÃO LITÚRGICA

Quando se trata de procissão, os pensamentos voltam-se imediatamente para aquelas procissões públicas com imagens ou estátuas da Virgem Maria ou dos Santos. Procissões que nem sempre constituem um símbolo claro e correto do mistério cristão, sobretudo porque neles intervêm frequentemente elementos folclóricos pesados; e digo folclórico quando as coisas, Afinal, eles estão bem.

Cada procissão, mesmo aqueles que são feitos na igreja durante a missa (Entrada, apresentação de presentes, Comunhão, etc.), tem o objetivo de expressar o caminho da Igreja, do novo povo de Deus, rumo ao novo templo e à nova Jerusalém (cf.. Ap 21,2), seguindo os passos de Cristo.

A referência que podemos fazer, pensando na procissão, está no Êxodo: o evento que viu as doze tribos de Israel unidas no mesmo caminho. Uma viagem guiada por Moisés e que reúne um povo inteiro na sua mais ampla variedade. Um caminho que, de acordo com a Bíblia, tem um propósito fundamentalmente cultual: Deus convoca seu povo para adorá-lo (cf.. É 5,3). Uma viagem que se faz em nome da união e que tem como destino além do Mar Vermelho, além do Jordão, além das águas da morte. Um caminho que é continuamente confortado pela presença real e misteriosa do Senhor, que fala ao seu povo e lhes dá a lei da vida.

A procissão pretende nos lembrar disso: somos cristãos se estamos em viagem; e não estamos sozinhos nesta jornada, mas fazemos isso junto com outros irmãos, apoiado e acompanhado pela presença do Ressuscitado, pois eles resumem bem, em sequência, as imagens extraordinárias da história dos discípulos caminhando com Jesus rumo a Emaús (cf.. LC 24,13-35).

EM PÉ E AJOELHADO

De pé ou ajoelhado durante a oração litúrgica ele é tudo menos indiferente. Cada gesto insere-se de algum modo naquela dimensão de anúncio e de instrução que é parte integrante da ação litúrgica e, portanto, não pode ser deixada ao gosto temporário de cada um.. As atitudes a assumir durante a celebração litúrgica não são casuais nem visam a eficiência ou a ordem externa. Ou seja, não servem para mudar de posição para evitar o tédio e o cansaço, nem para tornar a cerimônia mais agradável aos olhos. Eu estou, em vez de, verdadeiras ações simbólicas. Entre estes, posição é, sem dúvida, um dos mais importantes e significativos.

Permanecendo porque filhos de Deus ressuscitaram com Cristo. A iconografia das catacumbas apresenta-nos sempre a figura da pessoa em pé rezando. Além disso, é sintomático que o sacerdote no altar, desde o início, faça todas as orações presidenciais em pé. É então muito significativo que na Igreja antiga, de acordo com muitos testemunhos confiáveis, foi até proibido ajoelhar-se no domingo e durante os cinquenta dias da Páscoa.

De pé é, portanto, a atitude normal do cristão que, mesmo que seja um pecador, ele está consciente de sua dignidade como filho de Deus, recebido daquele Jesus que morreu e ressuscitou para a salvação de todos.

Na oração litúrgica a Igreja quer fazer este anúncio. Em particular, então, todos podem tomar a atitude que quiserem. A reforma conciliar, portanto, não “secularizou” a liturgia, mas devolveu-lhe a sua carga simbólica e também a sua função de anúncio ao mundo.

De pé esperando que o Senhor venha. Permanecer em oração litúrgica também tem um significado adicional, sempre ligado ao anúncio do mistério pascal. Ou seja, é o anúncio escatológico, da vida cristã como a expectativa da vinda final de Cristo. O próprio Jesus convida os seus discípulos a serem como aqueles servos que permanecem, com o cinto na cintura e as lâmpadas acesas, eles aguardam seu mestre quando ele retornar do casamento para abrir a porta imediatamente assim que ele chegar e bater (cf.. LC 12,35).

Com essa consciência é lindo e comovente orar em pé. Como é lindo e comovente caminhar juntos e de pé para acolher o Corpo de Cristo, verdadeiro maná e pão descem do céu, para apoiar nossa jornada em direção à eternidade, em direção a esses novos céus e a essa nova terra. Há aqueles que com Cristo venceram o pecado, de pé, eles cantam o cântico de Moisés e o cântico do Cordeiro eternamente diante de Deus (cf.. Ap 15,2-3).

De joelhos sim, mas para se levantar novamente. Ajoelhar-se também é uma atitude significativa, que, no entanto, encontra a sua origem e o seu espaço sobretudo na oração privada. Na verdade, expressa a consciência da própria pobreza, do pecado de alguém. Por isso a atitude de ajoelhar-se entrou na liturgia muito lentamente e com certa parcimônia, de mãos dadas com a difusão dos ritos penitenciais, ligada sobretudo à celebração da penitência pública. Atitudes litúrgicas que dão espaço ao ajoelhamento são raras; momentos que expressam adequadamente a humilde adoração e súplica de todo um povo que se sente esmagado não tanto pelo seu próprio pecado, mas pelo amor infinito de Deus. A Instrução Geral do Missal Romano dispõe:

«Eles então se ajoelham na consagração, a menos que o estado de saúde o impeça, a estreiteza do lugar, ou o grande número de presentes, ou outros motivos razoáveis. Aqueles que não se ajoelham na consagração, faça uma profunda reverência enquanto o sacerdote se ajoelha após a consagração" (n. 43).

Na verdade, não nos ajoelhamos diante da memória de um acontecimento passado, mas antes da morte e ressurreição do Senhor que naquele momento se torna verdadeiramente presente no altar: e é precisamente porque essa morte já é vitoriosa, já é Páscoa, que o joelho dobrado antes nunca é a última palavra. Mas precisamente graças a este grande amor, o homem pode e deve levantar-se para caminhar rapidamente rumo àquele encontro nupcial que nos tornará participantes plenos daquela vida divina que já está dentro de nós e nos dará a honra de estar diante de Deus como filhos.. Justamente por isso diante do tabernáculo, diante do sinal máximo daquele amor que pagou pela nossa dignidade, em oração privada de adoração, a atitude normal que vem naturalmente para nós é prostrar-nos de joelhos.

SENTAR PARA OUVIR

Antes da reforma litúrgica do Concílio Vaticano II, sentar-se na Igreja era uma simples atitude funcional para a assembleia; para os vários ministros, às vezes, foi até regulado por detalhes coreográficos meticulosos: corpo ereto, mãos nos joelhos, pés juntos, chapéu na cabeça, vários arcos… Hoje, graças à reforma do Concílio que trouxe a liturgia de volta à sua sobriedade original, até mesmo sentar voltou a ter uma função simbólica predominante. Na verdade, nada na liturgia deve ser simplesmente funcional ou pior, coreográfico e cerimonial. Por isso é importante conhecer o significado destes gestos para aceitá-los e realizá-los com a alegria e o entusiasmo de quem tem consciência de se tornar de alguma forma, com sua pessoa, instrumento sacramental de anúncio para o mundo.

Sinal de escuta. Numa celebração litúrgica, o sentar assume significados precisos, de qualquer ambiguidade e por isso esta atitude não fica ao gosto individual do momento. Em primeiro lugar, sentar é sinal de escuta interior confidencial, respeitoso e meditativo. Uma experiência de escuta que, portanto, amadurece sentimentos profundos e decisões corajosas. Certamente não é por acaso que mesmo nas relações humanas quando se quer verdadeiramente dar espaço à escuta do outro, sentamos um de frente para o outro. As normas do Missal Romano nos lembram: «A oração acabou (coleção) o leitor vai ao ambão e proclama a leitura; todo mundo ouve sentado" (PNMR, 89). A regra é clara: não quer dizer que cada um lê por si mesmo. Por causa disso, embora reconhecendo os serviços positivos prestados pelos "folhetos de massa", é sempre legítimo e necessário perguntar-nos se o preço a pagar não é demasiado elevado. Se na verdade todo mundo ou quase todo mundo lê por conta própria, a atitude simbólica que está na origem do sentar é anulada!

Uma Palavra que se dirige a um povo unido. Mas esta atitude de escuta descrita acima é tão importante? Não seria suficiente que cada um lesse atentamente a Palavra por conta própria e tentasse colocá-la em prática? Uma grande tentação da qual somos vítimas é a de sermos extremamente insensíveis à dimensão litúrgica e de avaliarmos as coisas apenas numa perspectiva de eficiência individual e moral.. Ao fazê-lo, porém, esquecemos que a Sagrada Escritura não é principalmente um livro de meditação, mas uma palavra que Deus dirige ao seu povo, uma Palavra que visa sobretudo tornar a Igreja: «O povo de Deus é reunido antes de tudo através da Palavra do Deus vivo» (sacerdócio, n. 4).

A atitude de quem está sentado e atento ao que é proclamado revela, portanto, a função primeira da Palavra de Deus que é estabelecer um diálogo de amor não tanto com os indivíduos, mas sim com todo o povo de Deus, com toda a assembleia considerada como uma entidade única, em que toda a Igreja está visivelmente representada e verdadeiramente presente.

Aqui está então o significado último de cada gesto aqui descrito: andar, ficar, ajoelhar-se, sentar não são um roteiro a ser executado nem um ornamento que vela palavras que de outra forma seriam pobres. O corpo da assembleia, em seu movimento e sua parada, não descreve simplesmente a fé da Igreja: ele faz isso. Por isso, nenhum gesto litúrgico pode ser deixado ao acaso ou ao gosto do momento - porque é precisamente através desses gestos que, antes mesmo através de palavras, que a salvação anunciada se torne concretamente presente entre o seu povo.

Da ilha de Patmos, 26 setembro 2026

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A LINGUAGEM SIMBÓLICA DA LITURGIA

Quer alguém fique de pé ou ajoelhado, a postura assumida durante a oração litúrgica é tudo menos indiferente. Cada gesto pertence, em certo sentido, àquela dimensão de anúncio e instrução que é parte integrante da ação litúrgica, e, portanto, não pode ser deixado à preferência passageira de cada pessoa.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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A liturgia é sem dúvida um anúncio de salvação, mas sobretudo é a comunicação concreta daquela salvação, expresso através de gestos e posturas. A liturgia, portanto, não depende apenas de palavras, mas também na linguagem simbólica; utiliza signos que evocam o mistério e já nos deixam prová-lo antecipadamente, como muitas orações pós-comunhão lembram.

Na preparação de uma celebração litúrgica, esta dimensão fundamental nunca pode ser esquecida, ou corremos o risco de supervalorizar o que é secundário e perder de vista o que é essencial - corremos o risco de transformá-lo em um belo, “cerimônia” espetacular que agrada aos olhos, mas deixa o coração vazio; arriscar dizer muitas palavras sem comunicar absolutamente nada.

DO CAMINHO JUNTO À PROCISSÃO LITÚRGICA

Quando falamos de uma procissão, nossos pensamentos se voltam imediatamente para as procissões públicas carregando imagens ou estátuas da Virgem Maria ou dos Santos. Tais procissões nem sempre constituem um símbolo claro e correto do mistério cristão, até porque muitas vezes estão carregados de elementos folclóricos pesados ​​​​- e digo “folclórico” quando, todas as coisas consideradas, as coisas correram bem.

Cada procissão, incluindo aqueles que acontecem dentro da igreja durante a missa (Entrada, apresentação dos presentes, comunhão, etc.), pretende expressar o caminho da Igreja, o novo povo de Deus, em direção ao novo templo e à nova Jerusalém (cf. Rotação 21:2), seguindo os passos de Cristo.

A referência que podemos desenhar, pensando na procissão, é para o êxodo: o evento que uniu as doze tribos de Israel em uma única jornada. Uma jornada liderada por Moisés, reunindo um povo inteiro em toda a sua amplitude e variedade. Uma viagem que, de acordo com a Bíblia, tem um propósito fundamentalmente cultual: Deus convoca seu povo para que o adore (cf. Ex 5:3). Uma jornada realizada em unidade, com um destino além do Mar Vermelho, além do Jordão, além das águas da morte. Um caminho continuamente acompanhado pela presença real e misteriosa do Senhor, que fala ao seu povo e lhes dá a lei da vida.

A procissão existe para nos lembrar disso: somos cristãos apenas se estivermos em movimento; e esta jornada não é aquela que fazemos sozinhos, mas junto com nossos irmãos e irmãs, sustentado e acompanhado pela presença do Ressuscitado — como tão belamente resume a extraordinária sequência de imagens da história dos discípulos caminhando com Jesus em direção a Emaús (cf. Página 24:13-35).

EM PÉ E AJOELHADO

Quer alguém fique de pé ou ajoelhado, a postura assumida durante a oração litúrgica é tudo menos indiferente. Cada gesto pertence, em certo sentido, àquela dimensão de anúncio e instrução que é parte integrante da ação litúrgica, e, portanto, não pode ser deixado à preferência passageira de cada pessoa. As posturas a assumir durante a celebração litúrgica não são arbitrárias nem ordenadas por mera eficiência ou limpeza exterior.. Eles não existem simplesmente para mudar de posição por tédio ou fadiga, nem para tornar a cerimônia mais agradável aos olhos. Eles são, em vez de, verdadeiras ações simbólicas. Entre estes, posição é, sem dúvida, um dos mais importantes e significativos.

De pé, porque somos filhos de Deus ressuscitados com Cristo. A iconografia das catacumbas sempre retrata a figura em oração em pé. Também está dizendo que, desde os primeiros tempos, o padre no altar faz todas as orações presidenciais em pé. E é profundamente significativo que, de acordo com muitas testemunhas autorizadas, a Igreja primitiva proibia totalmente ajoelhar-se aos domingos e durante os cinquenta dias da Páscoa.

De pé, então, é a postura normal do cristão que, pecador que ele possa ser, está consciente da sua dignidade de filho de Deus, recebido daquele mesmo Jesus que morreu e ressuscitou para a salvação de todos. Na oração litúrgica, a Igreja deseja fazer este anúncio. Em oração privada, todos são livres para assumir a postura que desejarem. A reforma conciliar, então, não “secularizou” a liturgia; em vez de, devolveu-lhe o seu poder simbólico e a sua função de proclamação ao mundo.

De pé, na expectativa do Senhor que vem. Permanecer em oração litúrgica também carrega um significado adicional, ainda vinculado à proclamação do mistério pascal: é o anúncio escatológico, A vida cristã como expectativa da vinda final de Cristo. O próprio Jesus convida os seus discípulos a serem como aqueles servos que, de pé, com os cintos afivelados e as lâmpadas acesas, espere que seu mestre retorne da festa de casamento, pronto para abrir a porta no momento em que ele chega e bate (cf. Página 12:35).

Com essa consciência, é lindo e comovente orar em pé. Assim como é lindo e comovente caminhar juntos, e de pé, receber o Corpo de Cristo – verdadeiro maná, pão desceu do céu, para sustentar nossa jornada em direção à eternidade, em direção a esses novos céus e a essa nova terra. Lá, aqueles que com Cristo venceram o pecado permanecem e cantam para sempre diante de Deus o cântico de Moisés e o cântico do Cordeiro (cf. Rotação 15:2-3).

Ajoelhado, sim - mas para subir. Ajoelhar-se também é uma postura significativa, embora encontre a sua origem e o seu lugar sobretudo na oração privada. Expressa a consciência da própria pobreza, o próprio pecado. Por esta razão, ajoelhado entrou na liturgia apenas muito lentamente e com moderação, em sintonia com a difusão dos ritos penitenciais, vinculado sobretudo à celebração da penitência pública. São poucos os momentos litúrgicos que dão lugar ao ajoelhamento – momentos que expressam adequadamente a humilde adoração e súplica de todo um povo que se sente oprimido não tanto pelo seu próprio pecado, mas pelo amor infinito de Deus.. A Instrução Geral do Missal Romano afirma:

“Os fiéis devem ajoelhar-se na consagração, a menos que seja impedido por razões de saúde, falta de espaço, o grande número de pessoas presentes, ou algum outro bom motivo. Aqueles que não se ajoelham devem fazer uma reverência profunda quando o sacerdote se ajoelhar após a consagração” (não. 43).

Nós nos ajoelhamos, na verdade, não antes da memória de um evento passado, mas antes da morte e ressurreição do Senhor, que naquele exato momento se torna verdadeiramente presente no altar: e é precisamente porque essa morte já é vitoriosa, já é Páscoa, que o joelho dobrado diante dela nunca seja a última palavra - de modo que a aclamação “Proclamamos a tua Morte, Ó Senhor, e professar sua ressurreição até que você volte” pode, implicitamente, soa como estando diante do Ressuscitado, vivo e verdadeiro. Mas é precisamente por causa deste imenso amor que o homem pode e deve ressuscitar, caminhar rapidamente para aquele encontro nupcial que nos tornará plenamente participantes daquela vida divina que já está dentro de nós, e que nos concede a honra de estar diante de Deus como seus filhos. É por esta mesma razão que diante do sacrário – diante do sinal supremo daquele amor que pagou o preço da nossa dignidade – a postura que nos surge espontaneamente na adoração privada é a de prostrar-nos de joelhos..

SENTADO PARA OUVIR

Antes da reforma litúrgica do Concílio Vaticano II, sentado na igreja era, para a montagem, em grande parte uma simples questão de praticidade; para os vários ministros, às vezes, foi até governado por detalhes coreográficos meticulosos: um corpo ereto, mãos nos joelhos, pés juntos, bireta na cabeça, vários arcos… Hoje, graças à reforma do Conselho, que devolveu à liturgia a sua sobriedade original, sentar também recuperou uma função predominantemente simbólica. Nada na liturgia, na verdade, deve ser meramente funcional ou, pior, coreografado e cerimonial. Por isso é importante entender o significado desses gestos, para abraçá-los e realizá-los com a alegria e o entusiasmo de quem sabe que, através de sua própria pessoa, ele se torna de algum modo um instrumento sacramental de anúncio ao mundo.

Um sinal de escuta. Dentro de uma celebração litúrgica, sentar assume significados precisos, livre de qualquer ambiguidade, e por esta razão a postura não fica ao gosto individual no momento. Primeiro, sentar é um sinal de confidencialidade, interior, escuta respeitosa e meditativa – uma escuta que amadurece sentimentos profundos e decisões corajosas. Certamente não é por acaso que, mesmo nas relações humanas, quando realmente desejamos abrir espaço para ouvir o outro, nos sentamos de frente para eles.

As normas do Missal Romano lembre-nos: “Quando a oração terminar, o leitor vai ao ambão e proclama a leitura; todos ouvem enquanto estão sentados” (MENINA, 89). A regra é clara: não quer dizer que cada um lê por si mesmo. Por esta razão, ao mesmo tempo que reconhece o verdadeiro serviço prestado pelo “Folheto de Massa,” continua correto e necessário perguntar se o preço que pagamos por isso não é muito alto. Pois se todos, ou quase todo mundo, lê por conta própria, o gesto simbólico que está na raiz do sentar é esvaziado de seu significado.

Uma Palavra dirigida a um povo unido. Mas será que esta atitude de ouvir é realmente tão importante? Não bastaria que cada um lesse atentamente a Palavra e se esforçasse por colocá-la em prática?? Uma grande tentação da qual somos vítimas é a de sermos largamente insensíveis à dimensão litúrgica, julgar tudo apenas em termos individuais e de eficiência moral. Ao fazer isso, no entanto, esquecemos que a Sagrada Escritura não é, em primeiro lugar, um livro para meditação, mas uma palavra que Deus dirige ao seu povo — uma Palavra cujo objetivo principal é construir a Igreja: “O Povo de Deus é formado num só, em primeiro lugar, pela palavra do Deus vivo” (sacerdócio, não. 4).

A postura de quem se senta atento ao que é proclamado revela assim a função primária da Palavra de Deus: estabelecer um diálogo de amor não tanto com os indivíduos, mas com todo o Povo de Deus – com toda a assembleia considerada como um único sujeito, em que toda a Igreja está visivelmente representada e verdadeiramente presente.

Aqui, então, é o significado final de cada gesto descrito acima: andando, de pé, ajoelhado, sentar não é um roteiro a ser executado, nem um ornamento velando palavras que de outra forma seriam pobres. O corpo da assembleia, em seu movimento e em sua quietude, não se limita a descrever a fé da Igreja: ele o promulga. É por isso que nenhum gesto litúrgico pode ser deixado ao acaso ou ao capricho do momento — porque é precisamente através destes gestos que, antes mesmo das palavras, que a salvação anunciada se torne concretamente presente no meio do povo de Deus.

Da Ilha de Patmos, 26 Setembro de 2026

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A LINGUAGEM SIMBÓLICA DA LITURGIA

Ficar de pé ou ajoelhado durante a oração litúrgica não é nada indiferente. Cada gesto forma parte, de alguma forma, daquela dimensão de anúncio e de instrução que é parte integrante da ação litúrgica, e portanto não pode ser deixado ao prazer momentâneo de cada um.

— Pastoral Litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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A liturgia é sem dúvida um anúncio de salvação, mas sobretudo comunicação concreta daquela salvação, que também se expressa através de gestos e atitudes. É por isso que a liturgia não usa apenas palavras, mas também de linguagem simbólica: usa signos que evocam mistério e que, de alguma forma, Eles nos deixaram provar de antemão, quantas orações depois da comunhão lembrem-se.

Ao preparar uma celebração litúrgica esta dimensão fundamental não pode ser esquecida de forma alguma; Caso contrário corre-se o risco de supervalorizar o secundário e esquecer o essencial.: fazer uma “cerimônia” espetacular, que satisfaz os olhos, mas deixa o coração vazio; Existe o risco de dizer muitas palavras sem comunicar nada..

DO CAMINHO JUNTO À PROCISSÃO LITÚRGICA

Ao falar sobre procissão, O pensamento corre imediatamente para aquelas procissões públicas com imagens ou estátuas da Virgem Maria ou dos Santos. Procissões que, na verdade, nem sempre constituem um símbolo claro e correto do mistério cristão, especialmente porque elementos pesados ​​do folclore muitas vezes intervêm neles; e digo folclórico quando as coisas vão bem.

Toda procissão, incluindo aqueles feitos na igreja durante a missa (entrada, apresentação de presentes, comunhão, etc.), Sua finalidade é expressar o caminho da Igreja, do novo povo de Deus, rumo ao novo templo e à nova Jerusalém (cf. Ap 21,2), seguindo os passos de Cristo.

A referência que podemos fazer, pensando na procissão, É o Êxodo: evento que uniu as doze tribos de Israel no mesmo caminho. Um caminho guiado por Moisés que reúne um povo inteiro na sua mais ampla variedade. Um caminho que, de acordo com a bíblia, Tem um propósito fundamentalmente cultual: Deus convoca seu povo para adorá-lo (cf. Ex 5,3). Um caminho que se realiza sob o signo da união e que tem um objetivo além do Mar Vermelho, além do Jordão, além das águas da morte. Um caminho continuamente confortado pela presença real e misteriosa do Senhor, que fala ao seu povo e lhes dá a lei da vida.

A procissão pretende recordar-nos esta: Somos cristãos se estivermos a caminho; e não percorremos esse caminho sozinhos, mas com outros irmãos, sustentado e acompanhado pela presença do Ressuscitado, como um resumo, em sua sequência, as imagens extraordinárias da história dos discípulos que caminham com Jesus rumo a Emaús (cf. LC 24,13-35).

EM PÉ E AJOELHADO

De pé ou ajoelhado durante a oração litúrgica não é nada indiferente. Cada gesto forma parte, de alguma forma, daquela dimensão de anúncio e de instrução que é parte integrante da ação litúrgica, e portanto não pode ser deixado ao prazer momentâneo de cada um. As atitudes que devem ser assumidas durante a celebração litúrgica não são casuais nem ordenadas à eficiência ou à ordem externa.. Eles não estão acostumados a mudar de postura para evitar tédio ou fadiga, nem para tornar a cerimônia mais agradável aos olhos. Filho, em vez de, verdadeiras ações simbólicas. Entre eles, posição é, sem dúvida, um dos mais importantes e significativos.

De pé porque somos filhos de Deus ressuscitados com Cristo. A iconografia das catacumbas apresenta sempre a figura do orante em pé. Além do mais, É significativo que o sacerdote, no altar, dizer desde o início todas as orações presidenciais em pé. E é muito significativo que na Igreja antiga, de acordo com numerosos testemunhos autorizados, Foi até proibido ajoelhar-se no domingo e durante os cinquenta dias da Páscoa.

Ficar é, portanto, a atitude normal do cristão que, mesmo sendo um pecador, Ele está consciente de sua dignidade como filho de Deus, recebido daquele Jesus que morreu e ressuscitou para a salvação de todos.

Na oração litúrgica A Igreja quer fazer este anúncio. Em privado, em vez de, todos podem assumir a atitude que preferirem. A reforma conciliar, portanto, não “secularizou” a liturgia, mas devolveu-lhe a sua carga simbólica e também a sua função de anúncio ao mundo.

de pé, esperando que o Senhor venha. Permanecer em oração litúrgica também tem um significado adicional, sempre ligado ao anúncio do mistério pascal. É sobre, de fato, do anúncio escatológico, da vida cristã como aguardando a vinda final de Cristo. O próprio Jesus convida os seus discípulos a serem como aqueles servos que, de pé, com a cintura apertada e as lâmpadas acesas, Eles esperam por seu senhor quando ele retornar do casamento, para abri-lo assim que chegar e bater (cf. LC 12,35).

Com esta consciência é lindo e comovente rezar em pé. Como é lindo e comovente caminhar juntos e, de pé, receber o Corpo de Cristo, verdadeiro maná e pão do céu, para apoiar nosso caminho para a eternidade, Em direção a esses novos céus e a essa nova terra. Lá, aqueles que venceram o pecado com Cristo cantam em pé, eternamente, diante de Deus, o cântico de Moisés e o cântico do Cordeiro (cf. Ap 15,2-3).

De joelhos sim, mas para levantar. Estar de joelhos também é uma atitude significativa, que, no entanto, encontra a sua origem e o seu lugar sobretudo na oração privada. Expressa consciência da própria pobreza, do próprio pecado. Por isso a atitude de ajoelhar-se entrou na liturgia muito lentamente e com certa parcimônia., na mesma proporção que os ritos penitenciais se espalham, ligada sobretudo à celebração da penitência pública. São poucos os momentos litúrgicos que dão espaço para estarmos de joelhos.; momentos que expressam oportunamente a humilde adoração e súplica de todo um povo que se sente oprimido, não tanto por causa de seu próprio pecado, quanto pelo amor infinito de Deus. A Ordenação Geral do Missal Romano prevê:

«Deixe-os se ajoelhar na consagração, a menos que a saúde o impeça, a estreiteza do lugar, o grande número de fiéis presentes ou outras causas razoáveis. Aqueles que não se ajoelham para a consagração curvam-se profundamente enquanto o sacerdote faz uma genuflexão após a consagração. (n. 43).

Nós nos ajoelhamos, de fato, não antes da memória de um evento passado, mas antes da morte e ressurreição do Senhor, que naquele exato momento se torna verdadeiramente presente no altar: e é precisamente porque essa morte já é vitoriosa, Já é Páscoa, então o joelho dobrado diante dela nunca é a última palavra - então a aclamação "Anunciamos sua morte, proclamamos a tua ressurreição. ¡Ven, Senhor Jesus!» poderia soar implicitamente como estando diante do Ressuscitado, vivo e verdadeiro. Mas é precisamente graças a este grande amor que o homem pode e deve levantar-se para caminhar sem demora rumo àquele encontro nupcial que nos tornará participantes plenos daquela vida divina que já está em nós., e isso nos dá a honra de estar diante de Deus como filhos. Por isso mesmo, diante do tabernáculo, diante do sinal supremo daquele amor que pagou pela nossa dignidade, Na oração privada de adoração a atitude que nos surge espontaneamente é a de prostrar-nos de joelhos..

SENTADO PARA OUVIR

Antes da reforma litúrgica do Concílio Vaticano II, sentado na igreja era, para a montagem, uma atitude praticamente funcional; para os diferentes ministros, em vez de, às vezes era até regulado por minuciosos detalhes coreográficos: corpo ereto, mãos nos joelhos, pés juntos, bireta na cabeça, várias inclinações… Hoje, graças à reforma do Concílio que devolveu à liturgia a sua sobriedade original, sentar também recuperou uma função predominantemente simbólica. Nada na liturgia, de fato, deve ser simplesmente funcional ou, ainda pior, coreográfico e cerimonial. Por isso é importante conhecer o significado destes gestos para aceitá-los e realizá-los com a alegria e o entusiasmo de quem tem consciência de se tornar, de alguma forma, com sua própria pessoa, em instrumento sacramental de anúncio ao mundo.

Sinal de escuta. Dentro de uma celebração litúrgica, sentar assume significados precisos, livre de toda ambiguidade, e é por isso que esta atitude não é deixada ao prazer individual do momento. Em primeiro lugar, sentar é um sinal de escuta confidencial, interior, respeitoso e meditativo; ouça isso, Portanto, amadurece sentimentos profundos e decisões corajosas. Não é por acaso que também nas relações humanas, quando você realmente quer dar espaço para ouvir o outro, vamos sentar um na frente do outro.

As normas do Missal Romano nos lembram: «Terminando a oração de coleta, o leitor dirige-se ao ambão e proclama a leitura; "Todo mundo ouve sentado." (OGMR, 89). A regra é clara: Não quer dizer que cada um leia por conta própria.. É por isso, reconhecendo o serviço positivo prestado pelas “folhetinhas de missa”, Ainda é legal e necessário nos perguntarmos se o preço pago por isso não é muito alto. Sim, de fato, tudo, ou quase todos, eles lêem por conta própria, o gesto simbólico que está na origem do sentar é esvaziado de sentido.

Uma Palavra dirigida a um povo unido. Mas será que esta atitude de escuta que acabamos de descrever é realmente tão importante?? Não seria suficiente que cada um lesse a Palavra por si mesmo?, com cuidado, e nos esforçaremos para colocá-lo em prática? Uma grande tentação da qual somos vítimas é sermos extremamente insensíveis à dimensão litúrgica e valorizarmos as coisas apenas em termos de individualidade e eficácia moral.. Ao fazer isso, no entanto, esquecemos que a Sagrada Escritura não é, em primeiro lugar, um livro de meditação, mas uma palavra que Deus dirige ao seu povo; uma Palavra cujo objetivo principal é fazer com que a Igreja: “O povo de Deus é reunido antes de tudo através da palavra do Deus vivo.” (sacerdócio, n. 4).

A atitude daqueles que permanecem sentado e atento ao que é proclamado e revelado, portanto, a função primária da Palavra de Deus: estabelecer um diálogo de amor não tanto com os indivíduos, mas com todo o povo de Deus, com toda a assembléia considerada como um único assunto, em que toda a Igreja está visivelmente representada e verdadeiramente presente.

Contemplar, então, o significado último de cada gesto descrito aqui: andar, ficar, ajoelhar-se, sentar não é um roteiro que é recitado nem um ornamento que disfarça palavras que de outra forma seriam pobres. O corpo da assembleia, em seu movimento e em sua parada, não descreve simplesmente a fé da Igreja: alcançar. É por isso que nenhum gesto litúrgico pode ser deixado ao acaso ou ao prazer do momento — porque é precisamente através desses gestos que, antes mesmo através de palavras, como a salvação anunciada se torna concretamente presente no meio do seu povo.

Desde A Ilha de Patmos, 26 Setembro 2026

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